La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

Donald Trump e James Comey: incontri e scontri

trump comey

“La avevo nominata Direttore della Fbi per la sua integrità e competenza. Nulla è successo, nulla, nel corso dell’anno scorso che ha cambiato la mia opinione”. Ecco come il presidente degli Stati Uniti si è rivolto a James Comey. No, non è Donald Trump, ovviamente. Si tratta di Barack Obama in un incontro con Comey subito dopo l’elezione del 2016. Il 44esimo presidente non ha giudicato nel bene o nel male la condotta di Comey nel caso delle e-mail di Hillary Clinton che ebbe un effetto positivo ad aiutare Trump a vincere l’elezione.

I rapporti fra Comey e Trump, invece, non sono stati caratterizzati da questo tipo di cordialità. Con la pubblicazione del libro di Comey “A Higher Loyalty”, altre informazioni sono emerse che ci chiariscono gli incontri e gli scontri con Trump. L’iniziale faccia a faccia tra i due è avvenuto alla Trump Tower prima dell’insediamento di Trump come presidente. I vertici delle agenzie di intelligence avevano incaricato Comey di informare il neoeletto presidente della possibile situazione scandalosa con prostitute russe che era stata identificata anche se non confermata. Comey ha chiarito che se i russi avevano prove di questa situazione potrebbero essere compromettenti e usate per ricattare il presidente degli Stati Uniti. Trump non ha dato l’impressione di preoccuparsi, ma, secondo Comey, era interessato a confermare che non vi era stata collusione con la Russia.

Pochi giorni dopo BuzzFeed pubblicò i contenuti del dossier preparato dal 007 inglese Christopher Steele che includeva la scena potenzialmente scandalosa di Trump con prostitute russe. I contenuti scabrosi del dossier non erano stati verificati completamente dalla Fbi e tutt’ora non lo sono ma altre parti sono state accertate.

In un susseguente incontro a cena, tenutosi alla Casa Bianca, Trump iniziò la conversazione con la bellezza della sua dimora temporanea ma subito dopo chiese a Comey cosa volesse fare con il suo incarico di direttore della Fbi. Trump chiarì che molte persone volevano il posto. Il soggetto sorprese Comey perché in precedenza Trump aveva lodato il suo lavoro. Adesso sembrava che il presidente volesse la conferma che Comey intendesse restare. In effetti, Trump voleva ripetergli che lui era il capo e il direttore della Fbi lavorava per lui. Ne seguì che Trump gli chiese “loyalty”, tradotto erroneamente come “lealtà” da molti cronisti in lingua italiana, ma che invece di tratta di “fedeltà”. Comey rispose che lui gli avrebbe dato “onestà leale”. Trump non capiva o non voleva capire che, nonostante i poteri presidenziali, il direttore della Fbi e il Dipartimento di Giustizia devono svolgere compiti che obbediscono le leggi del Paese che a volte non coincidono con i desideri o gli interessi del presidente.

Comey, conoscendo la reputazione di Trump di dire cose contraddittorie, decise che doveva prendere appunti dei suoi incontri con il presidente in cui non c’erano testimoni. Fece proprio quello. Mise una copia dei suoi appunti nella cassaforte personale e un’altra negli uffici della Fbi.

In una riunione alla Casa Bianca, Trump chiese a parecchi collaboratori di uscire dalla sala perché voleva parlare da solo con Comey. In questo faccia a faccia il 45esimo presidente chiese a Comey di lasciare andare l’indagine su Mike Flynn perché il suo ex consigliere di sicurezza nazionale era “una brava persona”. Comey acconsentì che Flynn era una brava persona e interpretò la richiesta come un ordine che lui non potè eseguire perché si trattava di un’indagine criminale. Anche se il presidente degli Stati Uniti fa una simile richiesta la Fbi non può seguire il suggerimento o ordine che sia.

I contatti fra i due continuarono mediante chiamate telefoniche nel mese di marzo del 2017. Adesso Trump sembrava agitato. Nel frattempo Comey aveva deposto al Congresso confermando per la prima volta che il Dipartimento di Giustizia aveva aperto un’indagine per verificare se collaboratori della campagna elettorale di Trump avevano avuto contatti con funzionari russi. Trump vedeva queste informazioni sulla Russia come distrazioni del suo governo. Voleva che l’ombra di questo tema fosse eliminato per potere governare in modo efficace per il bene del Paese. Voleva anche che fosse annunciato che lui, in persona, non era sotto indagine.

In un’intervista alla Abc, Comey ha spiegato che non poteva fare tale dichiarazione perché avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vice presidente ed altri. Il compito della Fbi non è di annunciare al mondo chi non è sotto indagine. Le indagini vengono fatte in segreto e poi non si sa nulla a meno che qualcuno venga incriminato.

Nell’ultima telefonata di Trump il presidente voleva sapere da Comey che cosa avesse fatto per comunicare che lui non era sotto indagine. Comey spiegò che ne aveva parlato con i suoi superiori al Dipartimento di Giustizia e che spettava a loro fare una dichiarazione del genere.

Il 9 maggio del 2017, mentre si trovava a Los Angeles, Comey viene a sapere da un annuncio televisivo che Trump lo aveva licenziato. I contatti fra i due finirono ma i tweet velenosi di Trump contro Comey, attaccandolo personalmente, vennero fuori a raffica dopo il licenziamento nel maggio del 2017 e anche dopo la pubblicazione del libro dell’aprile 2018. Trump credeva che licenziando Comey avrebbe bloccato l’indagine del Russiagate. Si è sbagliato poiché Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha dato l’incarico di procuratore speciale a Robert Mueller di investigare la possibile influenza della Russia nell’elezione del 2016. In ogni modo si teme che Trump possa licenziare anche Mueller. Per questa ragione la Commissione Giudiziaria al Senato, dominata dai repubblicani, ha approvato (12 sì, 7 no) un disegno di legge che impedirebbe a Trump di licenziare Mueller. Anche se il disegno di legge sarà approvato dal Senato e poi alla Camera richiederebbe la firma di Trump che probabilmente non concederebbe. Ciononostante una legge del genere manderebbe un messaggio eloquente a Trump di non toccare Mueller.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Russiagate e comportamenti poco innocenti di Trump

putin trump“Quando sei innocente….comportati come tale”. Questa la risposta del parlamentare repubblicano della South Carolina Trent Gowdy a una domanda nel programma “Fox News Sunday” mentre rispondeva ai frequenti attacchi di Donald Trump al procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller. Gowdy ha continuato spiegando che se uno non “ha fatto nulla di male vorrebbe che l’inchiesta fosse completata al più presto possibile”.

Gowdy si sbagliava sui ripetuti attacchi a Mueller. Infatti, solo di recente Trump ha iniziato a dirigersi direttamente al procuratore speciale con i suoi tweet velenosi. Il 45esimo presidente però ha condotto una campagna costante contro il Russiagate cercando di ostacolarla con tutti i suoi mezzi. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha sempre sostenuto che l’inchiesta del Russiagate non è altro che una caccia alle streghe e non doveva mai essere stata intrapresa. Trump non ha mai accettato l’idea dell’interferenza russa nelle elezioni del 2016 vedendo in questo riconoscimento un’ombra sulla sua legittima vittoria. Tutto semplice per lui. Ha vinto, punto e basta. Il fatto che diciassette agenzie di intelligence americane hanno dichiarato che vi è stata interferenza russa nell’elezione americana con possibili ripetizioni in future elezioni non sembra interessare il 45esimo presidente.

Trump ha infatti cercato di dimostrare che non vi è stata interferenza citando due conferme personali di Vladimir Putin. Putin, come si sa, è un ex agente della KGB e dunque le sue parole sarebbero dubbiose. Il presidente americano però pone più fiducia in queste asserzioni del leader russo che in quelle delle agenzie di intelligence americane. Partendo da questa posizione il 45esimo presidente ha fatto del suo meglio per bloccare le indagini di Mueller. A cominciare dal licenziamento di James Comey, direttore della Fbi. Trump ha poi fatto una campagna velenosa contro il procuratore generale Jeff Sessions, da lui nominato, per essersi ricusato dalle indagini del Russiagate per conflitti di interesse, forzando la mano del suo vice, Rod Rosenstein, a dare l’incarico di procuratore speciale a Mueller. Trump ha persino celebrato il licenziamento di Andrew McCabe, numero due alla Fbi, perché questi aveva mantenuto fedeltà al suo ex capo Comey.

Gli attacchi di Trump alle indagini del Russiagate sono stati costanti suggerendo che qualcosa non quadra con la visione della realtà del presidente. Quattro dei collaboratori di Trump si sono già dichiarati colpevoli di avere mentito al procuratore speciale il quale ha anche incriminato 13 cittadini russi. Inoltre, Mueller ha citato in giudizio l’organizzazione Trump per l’accesso ai suoi documenti infrangendo la “linea rossa” che il 45esimo presidente aveva stabilito come insuperabile.

Trump continua a spingere per la fine delle indagini del Russiagate ma allo stesso tempo si sta preparando dal punto di vista legale. La sua squadra di avvocati però riflette la confusione della politica alla Casa Bianca. Il leader dei suoi avvocati, John Dowd, si è dimesso, apparentemente non potendone più della mancanza di cooperazione del suo cliente che continuava a ignorare i suoi consigli legali. Theodore Olson, stella nel campo legale per avere difeso con successo George W. Bush nel 2000, si è anche rifiutato di rappresentare Trump. L’ultimo legale che avrebbe dovuto aggiungersi alla “squadra” legale di Trump (Ty Cobb e Jay Sekulow) è Joseph diGenova il quale però non ha potuto accettare l’incarico per conflitti di interesse. Altri avvocati di primo rango non hanno accettato gli inviti in parte per i comportamenti poco ortodossi di Trump come cliente ma anche per il caos della Casa Bianca dove i licenziamenti sono all’ordine del giorno.

Il fatto che Mueller continui le sue indagini e si sia avvicinato agli affari di Trump con interessi economici russi ha creato un clima di pericolo per il presidente. Alcuni analisti hanno già espresso il concetto che il 45esimo presidente potrebbe licenziare Mueller. Il comportamento caotico e volubile di Trump ha già creato questa preoccupazione nelle file dei leader democratici, alcuni dei quali hanno espresso l’importanza di proteggere Mueller mediante una legge. I colleghi repubblicani però non ne vogliono sapere credendo che il presidente non farebbe una cosa del genere come fece invece Richard Nixon nel 1973. Nel suo tentativo di proteggersi, l’allora presidente ordinò il procuratore generale Elliot Richardson e il suo vice William Richardson di licenziare Archibald Cox, il procuratore speciale per lo scandalo di Watergate. Il rifiuto di questi due spinse Nixon a licenziarli e nominare Robert Bork, il quale eventualmente licenziò Cox.

Si teme che Trump potrebbe ripetere l’esempio di Nixon per cercare di proteggersi, una prospettiva non probabile per alcuni leader dell’establishment repubblicano come Lindsey Graham e John Cornyn. Cornyn, senatore repubblicano del Texas e numero due al Senato, ha detto che licenziare Mueller sarebbe un’idea “stupidissima” per il presidente. Graham, senatore repubblicano della South Carolina, vede un licenziamento di Mueller come il primo passo a una crisi costituzionale che porterebbe all’impeachment.

Considerando la grandissima capacità di Trump di licenziare i suoi collaboratori l’idea di mettere da parte Mueller non è un’ipotesi impensabile. I legami di Trump con la Russia sono poco noti ma i comportamenti di Trump stupiscono anche l’osservatore più casuale. Il 45esimo presidente ha avuto parole dure per quasi tutti a livello nazionale e anche internazionale eccetto per Putin e la Russia. John Brennan, l’ex direttore della Cia, è stato chiaro quando ha detto in un’intervista che i russi hanno avuto molte esperienze con Trump “e forse sono in possesso di informazioni compromettenti”. Quest’idea spiegherebbe i comportamenti di Trump verso la Russia e la sua antipatia per le indagini di Mueller. Comunque sia, sapremo tutto solo alla fine delle indagini del Russiagate. I comportamenti di Trump però non riflettono un individuo pieno di innocenza.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Russiagate. Sessions prende le distanze da Trump

donald-trump“Finché sarò procuratore generale svolgerò i miei compiti con integrità e onore”. Ecco come Jeff Sessions, attuale capo del dipartimento di giustizia, ha reagito all’ennesimo tweet di Donald Trump che ha etichettato la sua condotta “vergognosa” per la mancata celerità di investigare alcuni comportamenti potenzialmente inappropriati connessi con lo scandalo di Russiagate. Sessions aveva dato il compito all’Ispettore Generale del dipartimento di giustizia, un gruppo con una certa indipendenza che prende tempo nelle sue investigazioni. Trump però ha fretta e continua a cercare metodi di silurare le indagini di Robert Mueller, procuratore speciale sulle interferenze russe nell’elezione americana del 2016.

I rapporti fra Sessions e Trump sono iniziati a essere tesi con la decisione del procuratore generale di ricusarsi delle indagini del Russiagate nel mese di marzo del 2017. Il 45esimo presidente aveva voluto che Sessions prendesse la direzione nelle indagini aspettandosi da lui un fedele soldato che sarebbe andato alla leggera sulla questione che è divenuta ingombrante per Trump. Sessions era stato uno dei primissimi sostenitori di Trump quando il tycoon annunciò la sua candidatura presidenziale nel 2015. I rapporti fra i due erano molto buoni e una volta eletto il 45esimo presidente nominò Sessions procuratore generale oltrepassando Rudy Giuliani e Chris Christie.

Trump credeva che Sessions gli avrebbe dimostrato fedeltà subordinando la giustizia alle esigenze politiche. Ecco perché il 45esimo presidente voleva assolutamente che Sessions non si ricusasse dalle indagini sulle interferenze russe nell’elezione americana. Trump cercò di convincerlo incaricando persino Don McGahn, il legale della Casa Bianca, di mettere pressione su Sessions affinché ritenesse le redini dell’investigazione del Russiagate. L’ex senatore dell’Alabama però si rese conto che data la sua partecipazione nella campagna elettorale in cui fu il direttore della commissione del consiglio di sicurezza di Trump non poteva incaricarsi di investigare la questione per gli evidenti conflitti di interesse. Dopo essersi ricusato, il compito delle inchieste è caduto a Rod Rosenstein, numero 2 al dipartimento di giustizia, il quale ha nominato Mueller a procuratore speciale.

Sono seguiti numerosissimi tweet mediante i quali Trump ha cercato di sminuire la posizione di Sessions come procuratore generale. Nel mese di luglio del 2017 l’attuale inquilino alla Casa Bianca aveva ordinato l’allora chief of staff Reince Priebus di ottenere una lettera di dimissioni da Sessions. Priebus esitò a farlo e la pressione di legislatori che sostengono Sessions convinse Trump a cedere. I rapporti fra i due però toccarono il fondo e Sessions aveva alla fine deciso di offrire le dimissioni, incapace di sopportare i continui tweet velenosi di Trump nei suoi confronti. Trump inizialmente voleva accettarle onde potere nominare un nuovo procuratore generale più fedele a lui che avrebbe messo fine alle indagini di Mueller. Poi però, convinto da alcuni collaboratori, non accettò le dimissioni.

Sessions continuò i suoi compiti al dipartimento di giustizia facendo le cose che lui considerava importanti che in grande misura coincidono con l’ideologia e le aspettative di Trump. Queste includono la politica sulle armi da fuoco, i crimini violenti, l’immigrazione illegale e la droga. Trump però ha continuato a dimostrare il suo disappunto con Sessions e negli ultimi tempi gli ha persino affibbiato il nomignolo di “Mr. Magoo”, un personaggio di fumetti, vecchio, miope e incompetente.

C’è sempre la possibilità che Trump decida di licenziare Sessions ma al momento l’attuale procuratore generale sembra avere trovato una certa tranquillità. In parte ciò si deve al fatto che l’attuale inquilino della Casa Bianca ha licenziato un folto numero di collaboratori e molti altri hanno offerto le loro dimissioni incapaci di lavorare nel clima di caos creato dall’impulsività di Trump. Il più recentissimo è Gary Cohn, uno dei suoi più importanti consiglieri economici, il quale ha dato le dimissioni non condividendo i dazi annunciati da Trump sull’acciaio e alluminio. Inoltre, la sicurezza di Sessions viene rafforzata dal fatto che l’ex senatore dell’Alabama è popolare con buona parte dei senatori repubblicani i quali non sarebbero molto contenti del trattamento iniquo di uno dei loro. Questi senatori collaborano con Trump e sono indispensabili per l’agenda della Casa Bianca. C’è anche la possibilità che un licenziamento di Sessions potrebbe fare scattare l’interesse di Mueller come possibile esempio di ostruzione alla giustizia allo stesso modo com’è accaduto con il licenziamento di James Comey, ex direttore della Fbi.

Nonostante tutto, il danno fatto da Trump al dipartimento di giustizia non andrà via subito. Nessun presidente americano ha mai dimostrato un tale disprezzo verso il dipartimento di giustizia come ha fatto Trump. Sessions ha contribuito a questo danno con il suo silenzio alle accuse del presidente dimostrando debolezza e causando un morale bassissimo nel dipartimento da lui guidato. Con la sua reazione all’ultimo tweet di Trump, Sessions si è però ripreso difendendo se stesso ma anche tutto il  dipartimento di giustizia. Non a caso una recente cena  riportata dalla stampa che includeva Sessions, Rosenstein e Noel Francisco, (numero 1, 2, e 3 al  dipartimento di giustizia) in un ristorante vicino al Trump International Hotel a Washington, D. C. mirava a mandare un messaggio chiarissimo al presidente. Il dipartimento di giustizia è unito e farà il suo dovere senza essere influenzato da pressioni politiche.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Il modello Trump:
i campioni del nepotismo

trump-family“Il nepotismo è un fattore della vita”. Con queste parole Eric Trump spiegava il fatto che lui, il fratello Donald, e la sorella Ivanka hanno successo. Secondo il secondogenito di Trump bisogna però avere della capacità per restare in alto dato che il nepotismo solo apre le porte.

Il nepotismo nel mondo degli affari si accetta considerando il numero di aziende grandi e anche piccole in cui i figli e familiari vengono assunti e sistemati per ragioni di sangue. In politica però le cose sono diverse. Il presidente Trump non è il primo a dare incarichi importanti ai suoi parenti alla Casa Bianca. Nella storia americana altri lo hanno fatto. In tempi recenti si ricorda John F. Kennedy che diede l’incarico di procuratore generale al fratello Robert divenuto campione dei diritti civili. Ciononostante a causa del nepotismo messo in pratica da Kennedy una legge fu approvata nel 1967 che proibisce assumere familiari in incarichi governativi. Nel 1978 però la legge fu modificata esentando i ruoli di consulenza dal nepotismo. Ecco perché Trump ha potuto assumere il genero Jared Kushner e la figlia Ivanka dando loro incarichi di consulenza nei suoi riguardi.

Avere due membri della famiglia ai vertici della Casa Bianca rassicurerà Trump dato che gli garantisce fedeltà, qualità indispensabile per il 45esimo presidente. Un rapporto essenziale come ci dimostra la richiesta di fedeltà dell’attuale inquilino della Casa Bianca a James Comey, ex direttore della Fbi. Allo stesso tempo però la presenza di familiari può causare problemi. A cominciare dal fatto che l’unica ragione per i loro incarichi sia dovuta al rapporto familiare. Se non fosse stato per il nepotismo certamente Ivanka non sarebbe consigliere al presidente degli Stati Uniti. Jared da parte sua è stato messo a capo del neoistituito Office of American Innovation con ampli compiti interni ma anche esteri inclusa l’esplorazione di un trattato di pace fra Israele e la Palestina.

Né Jared né Ivanka hanno avuto esperienze governative venendo ambedue dal mondo degli affari. Una caratteristica con coltello a doppio taglio, da una parte positivo ma anche negativo. L’esperienza imprenditoriale può aiutare in incarichi governativi ma allo stesso tempo può essere dannosa dato che le mete sono diverse. Nel primo caso si tratta di fare profitti senza preoccuparsi veramente se qualcuno ne esce perdente. In politica i profitti sono il servizio agli elettori e tutti i contribuenti ne dovrebbero uscire vincenti.

Ma il problema principale con il mondo imprenditoriale è il continuo legame che intorbidisce le acque con i nuovi incarichi governativi. Nonostante il fatto che ambedue Kushner e Ivanka abbiano messo le loro aziende in un “trust” la separazione non è stata netta. Nel caso di Kushner è emersa la storia di affari con rappresentanti cinesi subito dopo l’elezione che hanno messo in dubbio il suo ruolo nell’amministrazione del suocero. Anche Ivanka ha avuto un episodio simile quando si è incontrata con il primo ministro giapponese mentre la sua azienda stava negoziando un affare con il governo nipponico.

Questa mancanza di netta separazione fra affari e governo ovviamente include anche lo stesso Trump. Anche lui ha affidato le sue aziende ai suoi due figli maschi ma ovviamente quando loro intraprendono affari tutti sanno che il loro cognome è lo stesso del presidente degli Stati Uniti. Ovvi sospetti emergono troppo facilmente se i collaboratori, specialmente stranieri, si aspettano favori dal governo americano o almeno credono di poterli ottenere.

Gli incarichi poco chiari di Kushner e Ivanka producono situazioni poco rassicuranti anche per i membri del “cabinet” di Trump ed altri consiglieri alla Casa Bianca. Kushner, per esempio, a volte sembra oscurare il ruolo negli affari esteri del segretario di Stato Rex Tillerson. Inoltre forti battibecchi sono emersi fra Kushner e Steve Bannon, un altro consigliere importante di Trump. Ovviamente in queste situazioni gli avversari di Kushner sanno bene che il loro rivale è il genero del presidente e devono mitigare le loro azioni.

Ivanka, da parte sua, a volte sembra fare il ruolo di first lady che ovviamente spetta a Melania Trump. La figlia maggiore di Trump, a differenza del marito, concede interviste e riconosce il suo ruolo senza precedenti nella storia americana. Si crede che lei abbia, come il marito, idee moderate e vicine a quelle del Partito Democratico, un “peccato mortale” per Bannon ed altri ultraconservatori nei vertici della Casa Bianca. Ciononostante si sa poco dell’influenza di Ivanka sulle decisioni del padre anche perché come lei ha detto i consigli dati al presidente rimangono fra loro due. Si crede però che lei abbia influenzato la decisione di bombardare Assad in Siria per punire l’uso delle armi chimiche.

“Forse noi siamo qui per nepotismo, ma non siamo ancora qui per nepotismo” ha spiegato Eric Trump, difendendo se stesso ed il fratello Donald Junior in un’intervista nel 25esimo piano della Trump Tower. Avrà ragione ma nel loro mondo imprenditoriale suo padre fa le decisioni. Nel campo governativo ci sono leggi che mettono freni. Il cognato Jared ha aggiornato tre volte la domanda di nulla osta alla sicurezza per accedere alle informazioni classificate aggiungendovi cento nomi di contatti con russi che aveva omesso nella dichiarazione originale. Trump ha protetto il genero. Per quanto tempo potrà continuare a farlo? Robert Mueller, il procuratore speciale dell’inchiesta sul Russiagate, ci farà sapere. Forse il nepotismo ha i suoi limiti.

Domenico Maceri

Usa, Donald Trump come Richard Nixon

Donald Trump

Donald Trump

Dopo giorni il dubbio pare non ci sia più. Donald Trump è indagato per una possibile ostruzione della giustizia. Lo stesso reato per cui Richard Nixon si dimise evitando un sicuro impeachment. Lo scoop è del Washington Post, che cita dirigenti coperti dall’anonimato.

“Il procuratore speciale Robert Mueller che guida l’inchiesta sul ruolo della Russia nelle elezioni del 2016 interrogherà alti dirigenti dell’intelligence come parte di una più ampia indagine che ora include l’esame dell’ipotesi se Donald Trump ha tentato di ostruire la giustizia”, scrive il Washington Post.

Ovviamente durissima la reazione di Trump, che in un tweet bolla lo scoop del Wp come la più grande caccia alle streghe della storia americana. L’ipotesi di ostruzione alla giustizia si è profilata dopo che il tycoon ha licenziato a sorpresa l’allora capo dell’Fbi James Comey, che indagava sul Russia-gate. Ipotesi che ha preso più corpo dopo la deposizione al Senato dello stesso Comey, che ha accusato Trump di avergli fatto pressioni per far cadere l’indagine sul suo ex consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn. Il presidente ha contestato questa versione, definendo Comey un bugiardo, oltre che una ‘gola profonda’, e si è detto pronto a testimoniare sotto giuramento. La mossa dei Mueller lascia intendere, secondo il Wp, che il procuratore vuole andare al di là della disputa tra i due, cercando prove a carico (o a discarico) con altri testimoni.

Il presidente, secondo notizie di stampa dei giorni scorsi, avrebbe telefonato a Coats e a Rogers chiedendo di negare pubblicamente l’esistenza di qualsiasi prova di collusione tra la sua campagna e i russi. Coats inoltre avrebbe riferito ad alcuni suoi collaboratori che Trump gli aveva chiesto di intervenire su Comey per lasciare la presa su Flynn. Nella loro audizione pubblica al Senato entrambi i capi dell’intelligence hanno negato di aver mai subito pressioni da Trump, ma hanno anche precisato di non voler svelare il contenuto delle conversazioni col presidente. Lo faranno con Mueller? Quanto a Ledgett, avrebbe scritto il memo interno dell’Nsa che documenta la telefonata del presidente a Rogers. Il procuratore speciale intanto ha già acquisito i memo di Comey sui suoi colloqui con il tycoon.

I media Usa avevano già svelato nelle scorse settimane come Kushner fosse coinvolto nelle indagini del Russiagate come “persona di interesse”. Una notizia che mise in serio imbarazzo il presidente Trump durante il summit del G7 di Taormina, con il genero costretto a rientrare prima negli Stati Uniti insieme alla figlia di Trump, Ivanka. Ma è la prima volta che emerge come gli investigatori si stiano concentrando sulle operazioni finanziarie riconducibili a Kushner. Finora nel mirino c’erano i suoi incontri con l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislyak e con Sergei Gorkov, numero uno della Vnesheconombank, banca di proprietàdello stato russo. Nell’incontro con Kislyak, Kushner avrebbe anche proposto di instaurare un canale di comunicazione diretto ma segreto tra la casa Bianca e il Cremlino

Elezioni Usa. Clinton in testa, minacce da WikiLeaks

clinton-trumpAll’ultimo secondo utile ieri l’FBI ha escluso che anche l’ultimo blocco di mail sotto indagine contenga qualcosa di penalmente rilevante, ma Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, promette nuove rivelazioni, così pesanti da portare all’arresto, esattamente quello che continua a dire Trump nei suoi comizi, un incubo insomma che minaccia di oscurare anche la possibile vittoria.

Alla vigilia del voto è stata così di nuovo una lettera del numero uno dell’Fbi, James Comey, al Congresso, a imprimere la spinta forse decisiva alla corsa di Hillary Clinton. Nella lettera Comey certifica che pure l’ultima indagine sulle email della Clinton è chiusa perché non sono state trovate tracce di illeciti e dunque non ci sarà nessuna richiesta di incriminazione per l’ex Segretario di Stato. I dati delle ultime rilevazioni danno Hillary Clinton sopra Trump di 5 punti per Abc/Washington Post (48% a 43%), di 4 punti per Nbc/Wall Street Journal (44% a 40%) e di 3 punti per Politico/Morning (45% a 42%).

I sondaggi dicono insomma che la Clinton è in ripresa e che ce la farà a battere Donald Trump, ma sono solo sondaggi perché la gran massa di indecisi costituisce a oggi un elemento assolutamente imperscrutabile in grado di capovolgere qualunque previsione.
Sono ancora una decina gli Stati in bilico, quelli dove tra i due candidati ci sono meno di 5 punti di differenza fino al testa a testa. In Florida, North Carolina, Ohio, Pennsylvania vincere vuol dire acquisire un blocco di ‘grandi elettori’ che può rivelarsi determinante per raggiungere il mumero magico che farà scattare l’elezione: 270.

Comunque sia è arrivato il martedì dopo il primo lunedì di novembre, il giorno in cui ogni quattro anni negli stati Uniti si svolgono le elezioni presidenziali, ma questa volta, tra stanotte e domani, il risultato sembra destinato qualunque esso sia a segnare un punto di svolta per gli americani e per il resto del mondo.
A pesare come non mai sul risultato ci sono diversi fattori che costituiscono una novità nella politica statunitense. Il primo, e il più banale, è che sono ambedue decisamente impopolari.

Donald Trump

Trump, finto miliardario che deve la sua ricchezza alle speculazioni edilizie e all’aver eluso le tasse per almeno due lustri, è un repubblicano inviso al suo stesso partito. Politicamente schierato su posizioni nettamente conservatrici, ha fin dall’inizio della sua campagna scelto una linea di rottura con le convenzioni. Personaggio unpolitically correct per scelta, che dell’insulto ha fatto uno strumento per cavalcare abilmente la cresta dell’onda mediatica, prendendosela di volta in volta con i messicani, i musulmani, i negri, le donne, i gay o qualunque gruppo, etnia o razza rappresentasse un buon bersaglio per le sue grossolane battute. Nello stesso tempo, ha sposato apertamente la causa degli americani impoveriti da una economia completamente finanziarizzata, governata dalla speculazione e dalle lobby, promettendo il ‘miracolo’ a suon di protezionismo, tagli di tasse e sussidi. Il tutto condito da una linea di politica estera che prevede apertamente l’appeseament con l’orso russo e l’alleggerimento del peso della difesa dell’Europa sulla strada di un neoisolazionismo per il XXI secolo, ma sempre in nome di un’America più grande e più forte. Insomma tutto e il contrario di tutto pur di piacere e di parlare alla pancia del Paese, quella della provincia più gretta e conservatrice che in questo momento sente soprattutto frustrazione e rancore contro i politici e il potere economico. Insomma una specie di leghista all’americana, con venature grilline.
Il risultato di queste scelte è stato di aver mobilitato i suoi supporter e di aver sicuramente perso il voto dei moderati. Male che gli vada, si dice, fonderà una Tv col suo nome, insomma trasformerà la sconfitta in un affare.

E se Trump riesce a parlare solo a una parte del Paese e il suo programma èhillary-clinton-thumbs-up un’accozzaglia di promesse non credibili, Hillary Clinton non se la cava molto meglio pur avendo dalla sua una preparazione e un’esperienza di governo che non teme rivali, tantomeno può essere impensierita da un ‘palazzinaro’ dai dubbi trascorsi. Il fatto è che è sempre apparsa ai suoi concittadini come un perfetto prodotto dell’establishment economico-finanziario, avviluppata in una rete di interessi giganteschi con diramazioni in Paesi stranieri, arricchitasi in mille modi e non sempre con eleganza come nel caso delle conferenze strapagate ai banchieri in un Paese che ha pagato duramente proprio la loro ingordigia. Cionondimeno ha un alto profilo politico, con un impegno pluridecennale a favore delle minoranze, a sostegno delle riforme – come quella per l’allargamento della sanità pubblica – e una linea di politica estera che prevede che gli Usa mantengano il loro ruolo di superpotenza anche a costo di esacerbare i già tesi rapporti con la Russia di Putin. Non sa parlare alla gente, nemmeno alla pancia del Paese come fa invece Trump, ma solo alle élite, che – soprattutto per paura che vinca l’altro – sono schierate compattamente, media soprattutto, al suo fianco.
La maggior parte dei pronostici la danno vittoriosa forse anche perché alla fine, come diceva Indro Montanelli a proposito del voto che avrebbe dato alla Dc, la voteranno turandosi il naso pur di non far vincere Trump.

Comunque sia il futuro si presenta piuttosto complicato, soprattutto se Trump terrà fede alla sua minaccia di non riconoscere il risultato e se i Democratici non riuscissero a riconquistare almeno la Camera dei rappresentanti. Ma c’è ancora una mina vagante che potrebbe rendere esplosiva la situazione per Hillary Clinton alla casa Bianca.julian-assangeIl sito israeliano ‘Debka files’, ben introdotto negli ambienti dello spionaggio internazionale, riferiva ieri di una minaccia che arriva da Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. Assange che vive da cinque anni nell’ambasciata ecuadoregna a Londra per evitare di essere estradato verso gli Stati Uniti che lo accusano di aver pubblicato informazioni classificate, ha fatto sapere di essere in procinto di diffondere un nuovo blocco di email della candidata democratica che per il loro contenuto porterebbero all’arresto della Clinton. Il giornalista ha pubblicato 21 mail della Clinton a ottobre e promette di pubblicarne altre 50 mila e questo nonostante la decisione presa dal Governo ecuadoregna, su pressione del segretario di Stato John Kerry, di ‘tagliargli’ la connessione a internet.

Probabilmente forse solo un’operazione di disturbo per vendicarsi dell’Amministrazione che lo vuole carcerare a vita, ma le rivelazioni del passato consigliano anche di non prendere le minacce di Assange alla leggera.

Carlo Correr

Francia in allarme: Isis, più contagioso di Ebola

jiadisti francesiCome nei migliori thriller così in guerra alla fine si scopre che il nemico è nella tua trincea o è l’ultima persona di cui sospettavi. È quel che è successo alla Francia, che si è scoperta madre patria di tanti giovani convertiti e arruolati dall’esercito del terrore. Oggi è stato identificato un altro cittadino francese tra i jihadisti che hanno preso parte alle decapitazioni di massa filmate in un video del gruppo dello Stato islamico. Si tratta di un 22 enne di Villiers-sur-Marne, nella regione parigina, che dopo l’arruolamento ha adottato il nome di battaglia di Abu Othman. Continua a leggere