Elezioni europee,
questione di democrazia

parlamento-europeo

Alle prossime elezioni europee voteremo, oltre che per il Parlamento, anche per il futuro Presidente della Commissione europea, una novità introdotta sommessamente già nelle elezioni nel 2014 ma di cui quasi nessuno si è era accorto, pur avendo i partiti europei anticipato la candidatura che avrebbero sostenuto per quella posizione. L’obiettivo era di avvicinare elettori ed elettrici alle istituzioni europee, nel tentativo di invertire il trend in discesa della partecipazione al voto.

Infatti, se la percentuale dei votanti aveva subito un leggero ma costante declino di elezione in elezione per quasi trent’anni, con il nuovo millennio il numero di elettori ed elettrici si è ridotto in modo preoccupante, per arrivare al 43% nel 2009. Nella settima elezione del Parlamento europeo non andò a votare soprattutto chi nel passato aveva votato per i partiti di sinistra, lanciando un messaggio che suonava più o meno così: il Parlamento europeo è una istituzione inutile e senza potere perché l’Unione è dominata da tecnocrati conservatori.

Il popolo della sinistra aveva perso la fiducia nell’Europa e Paul Rasmussen, allora leader del PSE, aveva così commentato l’esito delle elezioni europee del 2009: ha vinto il partito del sofà, di chi ha scelto di rimanere a casa anziché andare ai seggi.

Fu insieme una lezione dura da digerire ed uno scossone salutare.

Ci interrogammo per mesi noi socialisti europei per trovare la risposta alla richiesta di dare nuovo significato al voto. Bisognava “politicizzare” le elezioni europee ed europeizzarle: le elezioni fatte su liste nazionali con candidati tutti nazionali, spesso con campagne elettorali dominate da temi nazionali -ne è buon esempio il referendum sulla Brexit- “nazionalizzavano” le elezioni allontanandole sempre più da una visione europea che aveva ispirato il progetto nato a Ventotene per una Europa della pace, della solidarietà, della democrazia, dei diritti umani, cioè una Europa all’opposto di quella che predicano i sovranisti di oggi, come Salvini, Orban, Le Pen….

Pensammo fosse utile dare il senso di un impegno comune, con un programma unico e costruito insieme da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti dell’Unione, e con una campagna comune, identificabile come nostra in tutte le città dell’Unione; soprattutto ci impegnammo a scegliere e sostenere una candidatura socialista unica per la Presidenza della Commissione europea che, legittimata dal voto, avesse titolo per difendere il programma sul quale avevamo chiesto il voto.

Nel congresso del PSE di Praga del dicembre 2009 decidemmo per programma e campagna comuni per l’appuntamento elettorale del 2014 e per l’avvio di un percorso aperto, trasparente, soprattutto democratico per individuare il candidato o la candidata alla Presidenza della Commissione europea che rappresentasse il popolo socialista, socialdemocratico, laburista dell’intera Unione. Per il 2014 indicammo Martin Schulz; i Popolari europei indicarono Jean Claude Junker.

Una novità e insieme una sfida democratica perché per quasi 60 anni, fino al 2014, il Presidente della Commissione era stato scelto in una sorta di conclave tra Capi di Stato e di Governo, tenendo conto, ma senza nessun vincolo, dell’esito elettorale. In questo modo furono eletti i dodici presidenti della Commissione europea, che si succedettero dal 1957 al 2014, tra questi Jacques Delors e gli italiani Malfatti e Prodi.

L’elezione del 13° Presidente, Jean Claude Junker, fu diversa, grazie soprattutto all’iniziativa dei socialisti impegnati a contenere il “deficit democratico”: per la Presidenza doveva essere proposta la persona indicata come “Spitzenkandidat” cioè “candidato principale” dal partito europeo con il migliore risultato in termini di seggi al Parlamento. Fu così stabilito un legame tra la scelta del Presidente della Commissione e l’esito delle elezioni europee.

Le elezioni del 2019 saranno l’occasione per consolidare questa prassi condivisa da gran parte dei partiti e votata dal Parlamento europeo il 7 febbraio 2018, pur non essendo prevista dal Trattato di Lisbona. Con questa decisione il Parlamento si è impegnato a non considerare nessuna candidatura che non sia frutto di questo processo.

Alle elezioni del 26 maggio voteremo liste per il Parlamento europeo e candidato o candidata alla Presidenza della Commissione attraverso un processo democratico, trasparente e partecipato.

Per noi socialisti europei il processo si aprirà il 19 ottobre con la presentazione delle candidature avanzate dai partiti membri del PSE, cui seguirà una campagna elettorale veramente europea per la scelta del nostro candidato o candidata alla Presidenza della Commissione che si concluderà con il voto nella stessa giornata in tutta l’Unione. La data indicata dovrebbe essere il prossimo 1° dicembre.

Il nostro impegno comune è per una Unione europea che sostenga il principio della solidarietà contro gli egoismi nazionali, che contrapponga alla chiusura di porti e frontiere una gestione controllata e condivisa dei flussi migratori, che si dia una politica estera comune fondata sulla difesa dei diritti umani, che promuova i diritti delle donne e la democrazia paritaria, che contrapponga alla democrazia illiberale di Orban la democrazia partecipata che veda protagoniste in primis le giovani generazioni, insomma tutto il contrario di quello che i nuovi sovranisti alla Salvini stanno predicando e promuovendo. Noi li contrasteremo forti dei nostri valori e convinzioni.

La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

Dopo Davos, Ue pronta a reagire ai dazi Usa

Participants arrive at the congress centrre prior to the opening of the World Economic Forum in Davos on January 21, 2014. Some 40 world leaders gather in the Swiss ski resort Davos to discuss and debate a wide range of issues including the causes of conflicts plaguing the Middle East, and how to reinvigorate the global economy.   AFP PHOTO  ERIC PIERMONT        (Photo credit should read ERIC PIERMONT/AFP/Getty Images)

 AFP PHOTO ERIC PIERMONT (Photo credit should read ERIC PIERMONT/AFP/Getty Images)

Dopo le dichiarazioni fatte dal presidente Usa, Donald Trump, in materia di commercio, c’è stata l’alzata di scudi dell’Unione Europea. Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Junker, ha affermato: “L’Ue è pronta ad agire in modo rapido e appropriato nel caso in cui le sue esportazioni siano colpite da misure restrittive Usa”.
Donald Trump ha criticato l’UE dicendo: “L’Unione Europea è stata ingiusta con gli Stati Uniti in termini di scambi commerciali”.
Dopo aver imposto dazi sui pannelli solari e sulle lavatrici, prendendo di mira soprattutto Cina e Corea del Sud, Donald Trump ora punta l’occhio su Bruxelles. Ma, contemporaneamente, si manifesta possibilista per il rientro degli Stati Uniti nell’accordo sul clima di Parigi, in parte per il suo buon rapporto con il presidente francese Emmanuel Macron. Proprio Macron sarà il primo leader ospitato dalla Casa Bianca di Trump per una visita di stato. Ai microfoni della televisione inglese Itv, Trump ha detto: “Mi piace Emmanuel”. Poi il presidente americano è tornato a parlare di clima, sollevando dubbi sulla scienza che sta dietro al cambiamento climatico con le frasi seguenti: “C’è un raffreddamento, c’è un surriscaldamento. Prima non si chiamava cambiamento climatico, ma riscaldamento climatico. Ma anche questo termine, non ha funzionato bene visto che c’era un raffreddamento un po’ ovunque. Le calotte di ghiaccio avrebbero dovuto sciogliersi, ma al contrario stanno registrando record”. Affermazioni in linea con le precedenti prese di posizione sul tema del presidente che, nel 2014, twittò: “Le calotte polari sono a livelli record, la popolazione di orsi polari cresce. Dov’è il riscaldamento globale?”. Nonostante lo scetticismo Trump ribadisce di essere aperto a rientrare nell’accordo di Parigi a condizione che si tratti di un buon accordo per gli Stati Uniti. All’apparente apertura sul clima, si fanno più aspre le critiche commerciali all’Europa. È evidente che Trump ha fatto, con le intese sul commercio, un suo cavallo di battaglia. Trump recentemente, a Davos, ha affermato che sul fronte commerciale preferisce le intese bilaterali a quelle multilaterali spingendosi a dire: “Sarei più duro di Theresa May nelle trattative per la Brexit”.
Gli scambi commerciali sono uno dei temi al centro del discorso sullo Stato dell’Unione del presidente, in calendario martedì, con l’accordo di libero scambio del Nafta nel mirino. L’intervento al Congresso è l’occasione per Trump per delineare la sua politica economica, con l’atteso piano per le infrastrutture, e per chiedere un approccio bipartisan sui temi più sensibili, soprattutto l’immigrazione. In tutto Trump parlerà direttamente agli americani per 60 minuti senza filtro, in un discorso ‘calmo’ stile Davos, come riferisce l’amministrazione mantenendosi comunque cauta. Il timore è che Trump parli a mano libera, lasciandosi andare a commenti e affermazioni controverse. La paura è soprattutto che si pronunci sul Russiagate. Il discorso sullo Stato dell’Unione arriva proprio nel mezzo delle indagini sulle interferenze russe sul voto del 2016 e del fallito tentativo di Trump di licenziare il procuratore speciale Robert Mueller. Rompendo il silenzio degli ultimi giorni, alcuni senatori repubblicani già hanno avvertito il presidente che cacciare Mueller significherebbe la fine della presidenza.
Dunque, a breve, si profilano interessanti sviluppi sul proscenio politico degli USA.

PROGETTO AMBIZIOSO

juncker“Candidature dirette alla guida dell’Unione europea, voto a maggioranza qualificata, controllo investimenti esteri, coordinamento lotta al terrorismo, ministro delle finanze unico. Finalmente un progetto ambizioso quello di Juncker. Sulla scia di proposte che avanziamo da tempo”. Così in un post su Facebook il segretario del PSI, Riccardo Nencini, commentando quanto ha detto Jean Claude Junker, presidente della Commissione Europea, durante il discorso sullo Stato dell’Unione al Parlamento Europeo riunito a Strasburgo. Junker ha presentato le priorità per l’anno prossimo e ha delineato la sua personale visione di come potrebbe evolvere l’Unione europea fino al 2025. Il Presidente ha presentato anche una tabella di marcia per un’Unione più unita, più forte e più democratica. Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione europea, ha dichiarato oggi: “L’Europa ha di nuovo i venti a favore. Se non ne approfittiamo però, non andremo da nessuna parte. Dobbiamo fissare la rotta per il futuro. Come ha scritto Mark Twain, tra qualche anno non saremo delusi delle cose che abbiamo fatto ma da quelle che non abbiamo fatto. Il momento e’ propizio per costruire un’Europa più unita, più forte e più democratica per il 2025.”

In concomitanza con il discorso del Presidente Juncker al Parlamento europeo, la Commissione europea ha adottato azioni concrete riguardanti gli scambi commerciali, il controllo degli investimenti, la cibersicurezza, il settore industriale, i dati e la democrazia, trasformando subito le parole in atti. Ecco alcuni degli elementi chiave evocati dal Presidente nel suo discorso. “Sono trascorsi dieci anni da quando è esplosa la crisi e l’economia europea si sta finalmente riprendendo. Così come la nostra fiducia. I leader dell’UE a 27, il Parlamento e la Commissione stanno riportando l’Europa nell’Unione. Insieme stiamo riportando l’unione nell’Unione.” “Mentre guardiamo al futuro, non possiamo perdere la rotta. Dobbiamo terminare ciò che abbiamo iniziato a Bratislava.”

Juncker ha parlato anche di commercio e di industria: “Partner di tutto il mondo cominciano a mettersi in fila alle nostre porte per concludere con noi accordi commerciali. Oggi proponiamo di avviare negoziati commerciali con l’Australia e la Nuova Zelanda.” E poi: “Sono orgoglioso della nostra industria automobilistica. Ma sono fortemente turbato quando i consumatori sono consapevolmente e deliberatamente imbrogliati. Quindi esorto l’industria automobilistica a gettare la maschera e a raddrizzare la rotta.” “La nuova strategia di politica industriale presentata oggi intende aiutare le nostre industrie a rimanere o diventare leader mondiali dell’innovazione, della digitalizzazione e della decarbonizzazione”

Un discorso in cui ha toccato anche i temi delle lotta contro i cambiamenti climatici (“Di fronte al crollo delle ambizioni degli Stati Uniti, l’Europa farà in modo di rendere nuovamente grande il nostro pianeta. È patrimonio comune di tutta l’umanità”) e di cibersicurezza (“Per la stabilità delle democrazie e delle economie i ciberattacchi possono essere più pericolosi delle armi e dei carri armati. Per aiutarci a difenderci, la Commissione propone oggi nuovi strumenti, tra cui un’agenzia europea per la cibersicurezza”)

Tema centrale ovviamente quello dei migranti. “L’Europa – ha detto il presidente della Commissione – è e deve rimanere il continente della solidarietà dove possono trovare rifugio coloro che fuggono le persecuzioni.” “Abbiamo frontiere comuni ma gli Stati membri che si trovano geograficamente in prima linea non possono essere lasciati soli a proteggerle. Le frontiere comuni e la protezione comune devono andare di pari passo.” “Non posso parlare di migrazione senza rendere un omaggio sentito all’Italia per il suo nobile e indefesso operato. L’Italia sta salvando l’onore dell’Europa nel Mediterraneo.” “Grazie a Jean Claude Juncker – ha commentato il presidente del consiglio Paolo Gentiloni – per le sue parole sull’immigrazione e per l’alto profilo europeista

del suo discorso sullo stato dell’Ue”.

Non poteva mancare un massaggio sul terrorismo. Ha rilanciato l’idea di una ‘Cia europea’ per la lotta al terrorismo. “Negli ultimi tre anni abbiamo fatto progressi reali, ma ci mancano ancora i mezzi per agire rapidamente in caso di minacce terroristiche transfrontaliere. Ecco perché chiedo un’Unità europea di intelligence”, ha affermato. Secondo il presidente della Commissione, questa unità dovrà assicurare che “i dati sui terroristi e i combattenti stranieri siano automaticamente condivisi tra i servizi di intelligence e con la polizia”.

Infine la politica estera con la necessità di rendere le decisioni del continente più veloci. “Voglio – ha detto – che la nostra Unione diventi un attore globale più forte” ma per fare questo è necessario “prendere decisioni di politica estera più rapidamente”. Per fare questo, Juncker propone di passare dalla regola dell’unanimità al voto a maggioranza qualificata nelle decisioni sulla politica estera. “Il Trattato lo prevede già, se tutti gli Stati membri sono d’accordo”, ha spiegato il presidente della Commissione. Juncker ha anche indicato che entro il 2025 serve una “Unione europea della difesa pienamente funzionante”.

Battuto Pittella: i socialisti tornino a fare i socialisti

Antonio Tajani, ex giornalista, ex monarchico, amico di Previti e di Berlusconi, grazie al sostegno delle destre europee (britannici compresi che pure per coerenza al voto non avrebbero dovuto partecipare visto che nelle stesse ore la May annunciava l’uscita da tutto quello che ha a che fare con Bruxelles) è diventato presidente del Parlamento dell’Unione. Ha battuto il socialista Gianni Pittella che alla conta ci è andato in maniera un po’ garibaldina, senza avere le spalle coperte, sbagliando evidentemente tattica e strategia. Ma non è detto che questa sconfitta sia un fatto negativo. Anzi. Tajani e le destre hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare i socialisti: chiudere i conti con una “grande coalizione” che li ha trasformati in donatori di sangue, un po’ ovunque. Adesso i socialisti possono tornare a fare i socialisti, a essere realmente progressisti, ad animare all’interno di un Parlamento di anime morte un dibattito serio e una opposizione dura e determinata perché questi sono tempi duri che richiedono determinazione. Contro un progetto che ha tradito gli ideali dei padri fondatori, contro un’istituzione sempre più “serva” della Germania, della Merkel, di Schaeuble, guidata da cavalier serventi come Jean Claude Junker, Donald Tusk e Jeroen Dijsselbloem. Se ci siete, battete non uno ma molti colpi.

Blog Fondazione Nenni

Brexit. I leader Ue lasciano Cameron fuori dalla porta

consiglio ueLa partita europea è ormai persa per il Regno Unito, ma l’Inghilterra continua a voler giocare e a tentare tutto il possibile prima che venga invocato l’articolo 50 del trattato che menziona la procedura d’uscita. Da parte europea il divorzio è ormai consumato e si tenta il possibile per una fine rapida, il Presidente Jean-Claude Junker auspica infatti che il prossimo esecutivo cominci la procedura d’uscita prima possibile. Con i leader dei ventisette Stati membri dell’Ue “abbiamo deciso che non è questo il momento per modificare i trattati”, quanto di completare il processo di riforme. “Dobbiamo attuare, non innovare”, ha precisato il presidente dell’esecutivo comunitario Juncker, al termine del vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’Ue nel formato a ventisette senza il premier britannico. Tuttavia pare che la preoccupazione principale in questi due giorni in Europa sia stata quella di capire a chi spetti il compito di negoziare i termini di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Un vera e propria lotta tra Commissione e Consiglio europeo conclusa grazie al Parlamento europeo che ha votato ieri per far condurre alla Commissione i colloqui.

A dirigere il tavolo dei 27 è come sempre la Germania, Angela Merkel ha fatto sapere a Consiglio concluso che tutti i leader sono d’accordo sul fatto che sarebbe “un errore” aprire adesso un dibattito sulla modifica dei trattati. Per cui questa posizione non è legata al “timore” che possano tenersi referendum simili in altri Paesi. Secondo la Merkel, per gestire la Brexit, esiste già una base giuridica sufficiente per rispondere alle necessità e alle inquietudini dei diversi paesi membri.
“È pronta un’agenda strategica: tutte le istituzioni sono impegnate per promuovere la crescita dell’occupazione. Dobbiamo creare occupazione, creare crescita e aumentare la competitività”, ha detto la Cancelliera tedesca che ha poi avvertito: “La situazione è molto grave: è la prima volta che uno Stato membro decide di partire, e non ci facciamo nessuna illusione, questo è un compito abbastanza diverso dal punto di vista qualitativo” rispetto alla risoluzione delle altre crisi affrontate finora dall’Ue. Stamattina al primo vertice a 27 “la gente era preoccupata”.

“L’Ue ha preso una sberla e quando si prende una sberla si è sotto shock: o l’Ue si rende conto che è arrivato il momento di rilanciare sulle cose che valgono davvero o avremmo perso una occasione”. Ha affermato il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in conferenza stampa al termine della riunione informale dei capi di Stato e di governo dei 27 Paesi Ue a Bruxelles. “Possiamo perdere le battaglie – ha aggiunto – ma non le opportunità e sono convinto che nei prossimi mesi saremo in condizione di rilanciare con grande forza. L’Europa è grande sogno e io ci credo profondamente”.
Ora l’Europa punta a voltare pagina prima del prossimo vertice che si terrà il 16-17 settembre prossimi a Bratislava.

Redazione Avanti!

Immigrati. Schulz: “L’Ue rischia di dividersi”

Ungheria-muro-anti immigratiSull’immigrazione l’Europa si trova ormai con le spalle al muro e non può più fingere di non vedere. Nella stazione della capitale ungherese continuano i disordini dopo l’assalto ai treni da parte dei profughi a cui è stato impedito da giorni di poter lasciare Budapest per la Germania e l’Austria. Un treno carico di profughi è partito in direzione del confine austriaco ma è stato fermato nella città di Bicske, dove l’Ungheria ha un centro di accoglienza per migranti. A Bicske la polizia ha cercato di trasferire i migranti in un centro di accoglienza, ma ha incontrato una forte opposizione e ha fatto risalire gli immigrati sul treno, ancora bloccato sui binari.

Orban: I leader europei non hanno saputo gestire la situazione
Mentre la situazione è ancora nel caos per gli immigrati in Ungheria, il presidente Viktor Orban, oggi a Bruxelles per una serie di incontri con i vertici comunitari per discutere dell’emergenza immigrazione, ribadisce la sua presa di posizione sulla gestione dei flussi migratori:”I leader europei hanno dimostrato chiaramente di non essere in grado, di non avere la capacità di gestire la situazione”. Aggiungendo: “È noto che tocca ai singoli Paesi controllare le frontiere esterne. E questo sta facendo l’Ungheria. Il trattato di Schengen è minacciato. Noi vogliamo mantenere libertà di movimento, per questo vogliamo difendere le frontiere. Senza un controllo severo delle frontiere è inutile parlare di quote”. “Detto tra noi – ha aggiunto il premier ungherese -, il problema non è europeo, è un problema tedesco. Tutti vogliono andare in Germania. Nessuno vuole restare in Ungheria, Slovacchia o Estonia. Vogliono andare tutti in Germania”.

Shulz: Egoismo europeo a risposte che dovrebbero essere comuni
Preoccupato è invece il Presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, che al al termine del suo incontro con il premier ungherese Viktor Orban, ha detto: “Quello che vedo è egoismo invece di risposte comuni, e non possiamo gestire la questione migratoria senza rispettare i principi europei”. Schulz non nasconde che si tratta di “un momento cruciale per l’Ue, che se continua così, rischia di dividersi”.

Il problema delle quote. Intesa Francia,Italia e Germania
Ma la linea di fermezza del premier ungherese è stata ribadita anche in un editoriale scritto per il quotidiano tedesco Frankfurt Allgemeine Zeitung, dove sostiene: “Il flusso di migranti in Europa minaccia le radici cristiane del continente e i governi dovrebbero controllare le loro frontiere prima di decidere quanti richiedenti asilo possano accogliere”. Orban sostiene inoltre: “La gente vuole che noi gestiamo la situazione e proteggiamo i nostri confini. Solo quando avremo protetto le frontiere ci si potrà chiedere quanti rifugiati possiamo accogliere o se ci debbano essere quote”.

Proprio intorno alla questione delle quote si è aperto l’incontro tra i ministri degli Esteri di Italia, Francia e Germania che ieri hanno firmato un documento comune per chiedere di rivedere le regole europee in materia di asilo e “un’equa ripartizione dei rifugiati sul territorio europeo”. Il documento, spiega la Farnesina in una nota, “mette in rilievo come, alla luce dei limiti e delle manchevolezze chiaramente mostrati dall’attuale sistema di regole europee in materia di asilo, creato ormai 25 anni fa, occorra rivederne contenuti e attuazione”. “Il documento è stato inviato all’Alto rappresentante dell’Unione europea, Federica Mogherini, con la richiesta che dell’argomento si discuta il 4-5 settembre a Lussemburgo in occasione della riunione informale dei ministri degli Esteri dell’Unione”, prosegue la nota. Ma anche questa volta la “grande esclusa” alla fine resta l’Italia perché alla fine la proposta che arriva a Bruxelles viene firmata dal duo Merkel-Hollande. I due leader suggeriscono le quote di migranti obbligatorie, “hanno deciso di trasmettere fin da oggi proposte comuni per organizzare l’accoglienza di rifugiati e una ripartizione equa in Europa” e soprattutto “per migliorare l’accoglienza dei profughi”, in vista del nuovo piano della Commissione Ue atteso per martedì. Lo ha reso noto l’Eliseo, dopo una telefonata tra Merkel e Hollande.

Mentre il presidente del consiglio italiano, Matteo Renzi, ribadisce da Firenze, il dovere che ha l’Europa: “Bisogna recuperare un ideale europeo che non è quello dell’accogliere tutti indiscriminatamente, perché non è possibile, ma del tentare di salvare tutti, e questo è un dovere”. “L’Europa – ha aggiunto Renzi durante un incontro a Firenze con il premier maltese Joseph Muscat – non può essere solo regole e astratte discussioni burocratiche. L’Europa è in quel Tir di Vienna, nelle stive delle navi, negli occhi delle persone che vogliono raggiungerla”.

Piano Ue: Redistribuire gli immigrati e sanzioni per chi non accoglie
Il vertice europeo si terrà il 14 settembre e parteciperanno i rappresentanti dei 28 paesi dell’Unione. Si discuterà dell’accoglienza dei migranti arrivati negli ultimi mesi nel continente. Intanto il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che mercoledì terrà il suo primo discorso sullo stato dell’Unione, annuncia che proprio il 14 settembre al vertice dei ministri di Interni e Giustizia, presenterà un piano per 120mila ricollocamenti intra-Ue in aggiunta ai 40mila già pianificati per Italia e Grecia, includendo anche l’Ungheria. Ognuno dei 28 Stati potrà dichiarare a priori se è disponibile ad accogliere una parte degli arrivi, ma se non vorranno fare la loro parte dovranno versare un contribuito economico che servirà a sostenere le spese dell’accoglienza negli Stati che si sono detti disponibili a concederla. Un modo anche per superare l’individualismo britannico dettato dal Premier David Cameron che però ora gli si sta ritorcendo contro. In queste ore l’opinione pubblica inglese mette sotto accusa il Premier per l’atteggiamento assunto nei confronti dei rifugiati, a dettare la linea non è solo la stampa Labour, ma anche quella di stampo conservatore. “David Cameron si sta mettendo dalla parte sbagliata della storia“, si legge ad esempio sul Telepraph.

Donald Tusk: Essere cristiani è amare gli altri senza distinzioni
Nel frattempo però si rischiano ulteriori crepe all’interno dell’Unione europea, il premier polacco Ewa Kopacz, sulla scia ungherese, ribadisce che il suo Paese non può permettersi di accettare migranti economicie sui richiedenti asilo, la Polonia è contraria alle quote di ripartizione automatica. In contrapposizione è invece un altro rappresentante polacco in Ue il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk che riprende le parole di Orban per contrastarle e apre la sua dichiarazione davanti ai giornalisti e durante la conferenza stampa con il premier ungherese affermando: “Io sono profondamente cristiano. Per me la cristianità sta nel principio fondamentale di ‘amare il prossimo tuo come te stesso’, cioè aiutare chi è in difficoltà senza distinzione di razza o di religione”.

Liberato Ricciardi

Ue, compromesso sull’immigrazione

Immigrati-UEAccordo raggiunto nella notte tra i 28 Stati membri dell’Unione Europea sulla redistribuzione dei migranti: nei prossimi due anni saranno 40.000 le persone che saranno accolte nei diversi Paesi. A queste se ne aggiungeranno altre 20.000 da distribuire sulla base di accordi che l’Unione metterà a punto entro il mese di luglio.

Una fumata bianca arrivata al termine di un vertice tesissimo che ha fatto registrare un duro scontro tra il presidente della commissione Europea, Jean Claude Junker, e il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk. Ma alla fine si è giunti a  un compromesso. I ninistri degli Interni a luglio decideranno a maggioranza qualificata la ripartizione dei 40mila, ma le quote per paese saranno riscritte da Commissione e presidenza del Consiglio Ue e verranno adottate per consenso. Salta quindi la volontarietà.

Il presidente del consiglio Matteo Renzi, è intervenuto duramente per denunciare la mancanza di solidarietà all’interno del consesso europeo: “Se questa è l’Europa che volete, tenetevela pure. L’Italia può fare da sola, l’Europa no”, ha rimarcato il premier davanti al tentativo di alcuni Paesi di far rientrare il concetto della volontarietà dell’accoglienza nell’ultima versione dell’accordo.

All’alba, però, Renzi ha potuto mostrarsi stanco ma soddisfatto in sala stampa: “Si tratta di un primo passo verso una politica Europea dell’immigrazione”, ha sottolineato. Insomma il risultato raggiunto è senza dubbio un passo avanti. Sono stati in particolare ottenuti la certezza del numero complessivo di 40 mila e l’affermazione che tutti i paesi se ne fanno carico. Secondo quanto riferiscono fonti italiane a Bruxelles, “siamo entrati in una fase nuova, nessuno ha più la tentazione di voltarsi dall’altra parte” davanti all’emergenza immigrazione e anzi “tutti si rendono conto che il Mediterraneo è al centro” della questione. Anche il nuovo round di negoziati per un accordo fra le parti in Libia è un passaggio positivo, “per la prima volta sono tutti seduti attorno a un tavolo” in Marocco, sottolineano le fonti.

Spetterà al vertice informale del 10-11 luglio definire i criteri per la redistribuzione dei migranti. Ora c’è da lavorare a come definire i meccanismi delle quote.
“La sensazione è che ora ci sia l’accordo di tutti sulla redistribuzione e l’accettazione di 60.000 persone”, ha chiarito Juncker. Oggi, intanto, i lavori dei Ventotto vanno avanti sui temi della difesa, della sicurezza e della lotta al terrorismo. Renzi ha poi aggiunto che con questo accordo si supera Dublino 2. Ove si fosse fatta una formulazione sulla base volontaria, il numero dei quarantamila sarebbe stato generico. Con questa formulazione invece saranno 40mila persone che lasceranno l’Italia”. “Poi si troverà la quadratura sulle quote interne della ripartizione. L’Italia sta facendo la sua parte e non si tira indietro rispetto ai suoi impegni”, ha aggiunto Renzi. “A chi critica questo accordo dicendo che è poco rispondo che se non avesse firmato gli accordi di Dublino sarebbe stato molto meglio”. Un accordo che Renzi ha definito più utile all’Europa che all’Italia: “Questo non è un accordo che cambia la vita all’Italia. Non è l’Italia ad avere bisogno di questo accordo, ma è l’Europa che ne ha bisogno. L’Europa è solidarietà non egoismo”.  “Vedremo nelle prossime ore – ha detto ancora Renzi – se l’Europa ha un cuore. L’Italia non rinuncia alla sua storia di civiltà per mezzo punto in più nei sondaggi. L’Italia rimanda indietro quelli che devono essere rimandati indietro e accoglierà quelli che hanno diritto. “Se l’Europa perde questa occasione, perderà anche la propria dignità”, ha aggiunto Renzi.

Parole apprezzate dal Segretario del Psi Riccardo Nencini: “Bene ha fatto il Presidente del Consiglio – ha detto Nencini -. a battere i pugni sul tavolo di Bruxelles. Un primo passo è stato fatto. Non basta. Serve un’Europa più solidale con l’Italia che ha affrontato sino ad ora da sola un problema di tutta l’Unione” ha aggiunto. Rivedere quanto prima gli accordi di Dublino – ha spiegato – perché le fasi di emergenza si affrontano con soluzioni decisive. Serve uno sforzo importante da parte del Ministero dell’Interno nel distinguere i profughi che fuggono da guerre e miseria e i clandestini che vanno rimpatriati nei propri paesi d’origine. E se l’Europa tutta non si assumerà parte delle responsabilità, l’Italia ricontratti i 16 miliardi di fondi che si destinano all’Europa”.

Ginevra Matiz

IL FLESSIBILE JUNCKER

Juncker-UE

A Bruxelles è guerra di potere e ogni Stato membro sta preparando la sua battaglia. L’Unione europea si trova ad affrontare una delle sue più difficili lotte di potere nelle sfere d’influenza a Bruxelles, i leader europei cercano di riprendere in mano le redini della situazione dopo il voto di sfiducia ai partiti di governo (con eccezione l’Italia). Il premier italiano, Matteo Renzi, sa bene che per le prossime battaglie nella Ue non basta presiedere il semestre europeo, ma occorre trovare una leva per tentare di dare respiro all’economia italiana. Continua a leggere