Articolo 18, il M5S tradisce i suoi elettori e vota contro

di maio caffèPer anni si erano dichiarati paladini dei lavoratori e avevano giurato di smantellare il Jobs Act di Renzi, ma ora il M5S cambia linea proprio sull’articolo 18. I parlamentari di Leu, che avevano presentato l’emendamento per la reintroduzione dell’articolo 18 si sono visti bocciare l’emendamento proprio dai 5 stelle, che è stato quindi respinto con 317 no, 191 astensioni e i soli 13 voti a favore della pattuglia di deputati di Leu.
Eppure proprio l’attuale ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, a dicembre nel suo tour elettorale in Lombardia era intervenuto anche su questioni economiche e che riguardano le politiche del lavoro: “Vogliamo abolire il Jobs Act, crediamo che sotto i 15 dipendenti non serva l’articolo 18, perché in quel caso le imprese sono a conduzione familiare, i cui imprenditori sono anche dipendenti e i dipendenti fanno parte di questa famiglia. Sopra i 15 dipendenti invece vogliamo ripristinarlo”.
Mentre qualche anno fa, sempre il Vicepremier Di Maio, affermava: “Articolo 18? I sindacati storici sono i principali responsabili dello smantellamento dei diritti dei lavoratori”. Ma proprio oggi a presentare l’emendamento è stato l’ex leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che dopo il voto esprime il suo rammarico. “Una occasione persa per ridare veramente dignità ai lavoratori e alle lavoratrici”. “Per noi – prosegue Epifani – la proposizione della tutela reale nel caso dei licenziamenti illegittimi risponde a un doppio risarcimento intellettuale e morale. Per 20 anni ci è stato detto che l’art.18 frenava i contratti a tempo indeterminato e gli investimenti. Tolto quel diritto però non sono aumentati né i contratti né gli investimenti. È bene prendere atto che quella narrazione non era e non è vera. E’ necessario tornare a difendere meglio la dignità dei lavoratori che vengono licenziati in modo illegittimo. E sicuramente il cosiddetto DL Dignità non lo fa”, conclude Epifani.
Immediata la reazione del Pd, che “prende atto che M5S e Lega lasciano intatto il Jobs act voluto e attuato dai governi Renzi e Gentiloni. E lo fanno dopo che per tutta la campagna elettorale hanno detto che lo avrebbero abolito e reintrodotto l’articolo 18″, come ha detto la capogruppo in commissione Lavoro, Debora Serracchiani.
Ma Di Maio si difende e sostiene che il governo pentastellato stia “tutelando il lavoro dagli abusi e le imprese dalla concorrenza sleale di chi prende i soldi pubblici e poi scappa”. E sostiene che l’obiettivo del Governo “è portare il provvedimento a casa, quello delle opposizioni è modificarlo, il punto di incontro è fare un buon risultato”.

Il colpo a salve del decreto “dignità”

di maio occhiataDopo circa due settimane dal suo primo annuncio, finalmente è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto legge 12 luglio 2018, n. 87, un po’ sbrigativamente ribattezzato “decreto dignità” e invece contenente diverse norme non solo relative alla disciplina del lavoro ma anche ad altri settori, tra cui delocalizzazioni, gioco d’azzardo e redditometro.
Tuttavia, il cuore del provvedimento è certamente costituito dai primi 3 articoli (sui 15 totali), che introducono parziali e limitate modifiche al Decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81 (contratti di lavoro a termine), al Decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23 (contratto a tutele crescenti) e alla Legge 28 giugno 2012, n. 92 (mercato del lavoro). Nell’ordine, le modifiche possono così sintetizzarsi:

a) Contratto di lavoro a tempo determinato. La durata massima del rapporto di lavoro passa da 36 a 24 mesi, introducendo però, dopo i primi 12 mesi, un obbligo di causale scritta per procedere al rinnovo o alla proroga del contratto. In altri termini, il datore di lavoro, per avvalersi di una prestazione che ecceda i 12 mesi deve indicare la motivazione, che deve essere conforme alle clausole dettate dalla legge stessa, ossia esigenze temporanee sotto il profilo soggettivo (es. sostituzione di lavoratori), oppure necessità straordinarie di tipo oggettivo (es. incrementi produttivi e/o di attività). Al di fuori di queste due ipotesi, il contratto superiore ai 12 mesi e privo di valida causale potrebbe venire impugnato dal lavoratore per ottenere la conversione del rapporto a termine in quello a tempo indeterminato. Stessa regola vale per rinnovi e proroghe, ridotti, rispettivamente, ad un massimo di 5 ed a un massimo di 4. Esclusi dal regime della causale obbligatoria solo i lavori stagionali, all’interno dei quali dovrebbero trovare menzione, in sede di conversione parlamentare, anche quelli nei settori dell’agricoltura e del turismo.

b) Somministrazione di lavoro. Le nuove norme sui contratti a termine vengono estese anche a quelle che disciplinano il cd. “lavoro interinale”, per ciò che riguarda i rapporti tra Agenzia e lavoratore somministrato.

c) Indennità di licenziamento ingiustificato. Viene esteso l’ammontare dell’importo dell’indennità da corrispondere al lavoratore a tempo indeterminato (a tutele crescenti) in caso di licenziamento illegittimo: la misura di questa indennità dovrà essere compresa tra le 6 e le 36 mensilità (al posto della fascia attuale 4-24).

d) Contribuzione dei contratti a tempo determinato. Aumentata dello 0,5% in occasione di ciascun rinnovo, anche nelle ipotesi di lavoro interinale.
Fin qui le norme. Ma vediamo i riflessi politici.

Il governo esordisce con il primo provvedimento legislativo che, al di là delle roboanti dichiarazioni, non sembra contenere sostanziali novità rispetto al contesto attuale, se è vero che le modifiche non intaccano minimamente l’impianto delle tipologie di contratto. Ma soprattutto, a balzare agli occhi è il concreto rischio che, il pur apprezzabile irrigidimento delle norme per l’uso dei contratti a termine, produca una riduzione delle opportunità di occupazione, in ragione del fatto che l’obbligo di causale dopo i 12 mesi potrebbe rappresentare un serio deterrente alla prosecuzione del rapporto stesso con il medesimo lavoratore, con la conseguenza di uno spacchettamento dei contratti a 12 mesi su una pluralità di soggetti. Come si vede, la riduzione della durata massima a 24 mesi potrebbe in realtà tradursi in una contrazione sino a 12 mesi, un terzo di quella attuale.
Si potrebbe obiettare che le norme perseguono il fine di scoraggiare l’uso del contratto a termine per facilitare così le assunzioni stabili. Questo obiettivo, sicuramente condivisibile, si scontra tuttavia sull’assenza di incentivi materiali alla stipulazione di contratti tempo indeterminato, che di fatto impedisce un trade-off positivo tra precarietà e stabilità del posto di lavoro. Se si aumenta la contribuzione sui contratti a termine e non si riduce quella sui contratti a tempo indeterminato sarà dunque più difficile favorire l’occupazione di lungo periodo. E le imprese avranno meno interesse, quindi, a stabilizzare le proprie risorse che già impiegano (a tempo).
Inoltre, non è chiaro come le nuove regole possano applicarsi ai lavori interinali che, per definizione, sfuggono ad una disciplina più rigida. Non si capisce, infatti, come il giusto intento di restringere le occasioni di ricorso a tale istituto, che troppi abusi ha mostrato negli ultimi decenni aumentando la precarizzazione estrema del lavoro, possa tradursi nella pratica.
Così come, se è condivisibile l’aumento dell’indennità di ingiusto licenziamento, non si può non notare come nessuna novità venga prevista sul c.d. jobs act, ossia la tipologia di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti introdotta nel 2015 e contro la quale spesso si sono scagliati gli attuali partner del governo giallo-verde.
A questo punto ci si può chiedere: se il jobs act non viene cambiato, e con esso la disciplina dei licenziamenti dopo i primi 36 mesi, se il contratto a termine viene irrigidito per scoraggiarne l’uso assieme a quello interinale, quali saranno le ricadute sui lavoratori?
Il lavoro precario, sottopagato e dequalificato è la piaga dei nostri tempi, soprattutto delle generazioni nate all’inizio degli anni Ottanta, che più di tutte hanno subito la trasformazione del mercato del lavoro dovute alla globalizzazione prima e alla rivoluzione tecnologica dopo. Sono le generazioni cresciute professionalmente con le forme di lavoro flessibile e atipico (Dlg 276/2003, governo di centrodestra con Maroni – Lega – come Ministro del lavoro), che hanno dovuto convivere per circa tre lustri con la precarizzazione estrema dei contratti, alla quale una prima risposta positiva, seppur incompleta, è stata offerta proprio dalla riforma targata centrosinistra del 2015, che, tra luci e ombre, ha comunque consentito a tante ragazze e ragazzi di liberarsi dalla camicia di forza delle “collaborazioni a progetto” per stipulare, finalmente, un contratto di lavoro subordinato. Quella riforma non è esente da critiche, e necessiterebbe di interventi correttivi sul lato delle tutele per la stabilità del posto di lavoro. Ad ogni buon conto, il decreto dignità nulla dice al riguardo, perdendo quindi una grande occasione.
Ecco perché, a parere di chi scrive, il presunto colpo contro il lavoro precario, non solo non ha “licenziato il jobs act” – come si annunciava dalle parti del governo –, ma pare sparato “a salve”, con il fondato rischio di rivolgersi proprio contro i precari, quelli di oggi e quelli di domani, rendendoli ancora più “migranti del lavoro”.
Incrociamo le dita e costruiamo l’alternativa.

Vincenzo Iacovissi

Decreto dignità, aria fritta e mistificazione della realtà

dimaioconte

Le parole sono macigni, il titolo “decreto dignità” dovrebbe far pensare a una vera e propria rivoluzione del mercato del lavoro. In realtà la montagna ha partorito il topolino. Pura operazione di maquillage, nemmeno fatta bene, non si interviene ne sul decreto 276 che regola tutto il mercato, voluto da Maroni e Sacconi, né sull’impianto strutturale del Job acts. Si lasciano invariate tutte le forme di assunzione, si riduce solo le proroghe della somministrazione da 5 a 4, e si interviene solo ripristinando le causalità, facendo trasparire che si sta colpendo a morte la precarietà.

Niente di più falso e se ci è consentito una vera e propria opera di mistificazione della realtà. Prima del decreto di Poletti n 81 /2015 c’erano sei proroghe e si facevano regolari contratti a termine o di somministrazione anche con le causalità. Le ragioni per ricorrere a contratti a termine erano tecniche, organizzative, produttive e sostitutive, quanto previsto nel rivoluzionario decreto dignità. Facciamo un esempio: Amazon o un azienda x prevede che gli entri un carico di lavoro imprevisto e vuole ricorrere come ovvio a forme di flessibilità. Di Maio cosa fa? Ci vuole forse raccontare che gli sarà impedito? Basta leggere art 1 comma b del decreto e ci si accorge che non è cambiato nulla è si ritorna solo al regime precedente e l’azienda potrà procedere tranquillamente a ricorrere ai contratti a termine almeno fino al 20% della sua forza effettiva.

Tanto tuonò che piovve,in campagna elettorale si raccontava che il primo atto del governo sarà il ripristino dell’art 18. Chi l’ha visto il tema sul decreto, semplicemente non pervenuto. Le uniche cose interessanti sono sulla delocalizazione, ma vanno attentamente analizzate, e sulla ludopatia, con un elemento di stranezza, se i privati non possono pubblicizzare il gioco d’azzardo non si vede come ciò debba essere consentito allo Stato, stranezza degli innovatori, sempre più fans di Tomasi di Lampedusa.

In ultimo abbiamo trovato interessanti le reazioni di fatto positive da Cgil e sinistra escluso Pd, pronti a dire che finalmente si va verso la giusta direzione. Critiche dal mondo imprenditoriale. Semplice gioco delle parti, si critica per ottenere qualcosa o per far vedere ai propri associati che le associazioni tutelano i loro interessi. Sanno benissimo che non cambia nulla e che la rivoluzione auspicata dal mondo giallo blu o verde è aria fritta e così come allo stesso modo, l’eventuale accusa di fascismo che tutti vedono imperare dal governo. Fa tutto parte del grande teatrino della politica e sarebbe bene non cascarci, come si fece per tanti anni con il fronte anti Berlusconi.

Marco Andreini
Resp nazionale
Psi Settore Sindacale.

Unimpresa: meno disoccupazione, ma boom di lavoratori precari

Inps

400MILA PENSIONI PAGATE DA OLTRE 38 ANNI

Le pensioni liquidate dal 1980, e quindi ancora in essere da oltre 38 anni, sono 406.942. Una cifra monstre, che fa riferimento ai versamenti per vecchiaia, anzianità e superstiti, mentre sono escluse invalidità e assegni sociali, e che mostra quali sono le pensioni con un vantaggio significativo rispetto ai contributi versati.

Decine di migliaia di questi ex lavoratori vivono in pensione dal doppio del tempo che hanno lavorato. C’è gente che riceve l’assegno da oltre 40 anni, avendo versato contributi per 20 anni (o meno). ll dato riferito all’inizio del 2018 arriva dagli Osservatori statistici dell’inps che calcolano invece in oltre 1,7 milioni gli assegni che durano da oltre 30 anni (quindi liquidati dal 1988 o prima).

Prima del 1980, l’età alla decorrenza delle pensioni liquidate per la gestione dei dipendenti pubblici era di 49 anni per la vecchiaia e di 45,7 per i trattamenti di anzianità contributiva. Per i superstiti ‘da assicurato’ era di 41,1 anni mentre per i superstiti da pensionato era di 45 anni. Naturalmente la cifra media risente del fatto che sono passati moltissimi anni e quindi le persone rimanenti con pensioni così “vecchie” sono quelle che sono andate a riposo prima e dopo 38 anni sono ancora in vita. Per i pensionati del settore privato l’età è un pò più alta per i trattamenti di vecchiaia (compresa l’anzianità) con 54,5 anni, mentre è più bassa per i superstiti con appena 40,2 anni al momento della liquidazione della pensione.

Il dato dei pubblici risente chiaramente delle pensioni “baby” e quindi delle uscite dal lavoro con 20 anni di contributi o meno (14 anni sei mesi e un giorno per le donne con figli).

Gli importi – Se per i trattamenti pensionistici del settore privato l’importo medio degli assegni liquidati prima del 1980 è largamente inferiore a mille euro al mese (818 euro mensili i trattamenti di vecchiaia, 529 euro quelli ai superstiti) per le prestazioni di quiescenza del settore pubblico l’importo medio supera i 1.650 euro mensili per i trattamenti di vecchiaia e i 1.466 euro per quelli di anzianità. Per le pensioni ai superstiti da assicurato risalenti a prima del 1980 la pensione media ammonta a 1.134 euro mentre gli assegni ai superstiti da pensionato valgono 1.200 euro al mese in media.

Welfare

VIA AL NUOVO REI

Come stabilito dalla legge di Bilancio 2018, dall’1 luglio si amplia la platea dei potenziali beneficiari del ReI che diventa a tutti gli effetti reddito di inclusione universale: si passa da 500mila famiglie (pari a 1,8 milioni di cittadini) a 700mila nuclei (2,5 milioni di persone). Già dall’1 giugno, per presentare domanda è necessario solo il requisito del reddito, mentre cadono tutti quelli legati alla composizione del nucleo familiare inizialmente previsti. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha spiegato che è stata raggiunta “una platea più ampia di quello che pensavamo”, pur sottolineando che sono “ancora poche rispetto ai 4,5 milioni di individui in povertà” e che il ReI “è ancora largamente sotto finanziato”, mentre per raggiungere tutti i soggetti indigenti sarebbero “necessari tra i 6 e i 7 miliardi di euro”. Altra novità, non meno significativa, riguarda il massimale annuo riferito alla componente economica del ReI: il beneficio subisce un incremento del 10 per cento passando, per le famiglie con 5 o più componenti, da 485 a circa 534 euro al mese.

I requisiti per il reddito di inclusione – Dal mese di giugno per accedere al ReI non è più necessario, dunque, che in famiglia ci sia un minore, una persona con disabilità, una donna in gravidanza o un disoccupato ultra 55enne. Può infatti chiedere di essere ammesso alla nuova misura di contrasto alla povertà anche chi è solo o è sposato senza figli. I beneficiari devono essere cittadini italiani oppure stranieri con cittadinanza in uno dei Paesi Ue, familiari di cittadini italiani o comunitari, non aventi la cittadinanza in uno Stato membro titolari del diritto di soggiorno o diritto di soggiorno permanente, cittadini extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno Ce e titolari di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria) residenti in Italia da almeno due anni. Possono presentare domanda tutti coloro che hanno un Isee fino a 6mila euro, oppure un Isre (Indicatore della situazione reddituale) fino a 3mila euro e altri specifici requisiti economici, a prescindere dalla composizione familiare. Il valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non deve superare i 20mila euro (quindi possono accedere al Rei pure i proprietari di prima casa che vivono in condizioni di povertà, mentre quello del patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti, etc.) non può essere maggiore di 10mila euro (ridotto a 8mila euro per due persone e a 6mila euro per la persona sola). Per ottenere il beneficio, inoltre,, è necessario che ciascun componente il nucleo non percepisca già prestazioni di assicurazione sociale per l’impiego (NASpI) o altri ammortizzatori sociali di sostegno al reddito in caso di disoccupazione involontaria, non possieda autoveicoli o motoveicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi antecedenti la richiesta (sono esclusi autoveicoli e motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità) e non possieda imbarcazioni da diporto.

Come funziona – Il ReI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta ReI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa che punta al superamento della condizione di povertà. Il trattamento economico è concesso per un periodo massimo di 18 mesi, dopo i quali non può essere rinnovato se non sono trascorsi almeno 6 mesi. Dalla durata massima del ReI devono altresì essere sottratte le mensilità di Sostegno per l’inclusione attiva (Sia), eventualmente già corrisposte al nucleo familiare. L’Inps ha recentemente pubblicato il nuovo modello di domanda, che recepisce le novità prefigurate dalla legge di bilancio 2018. Le famiglie in possesso dei requisiti devono inoltrare il nuovo modulo al Comune di residenza che, una volta ricevuta tutta la documentazione, verifica la correttezza dei dati e lo trasmette all’Inps. L’Istituto controlla il possesso dei requisiti e, se l’esito è positivo, invia a Poste Italiane l’ok per la corresponsione dell’importo, se è negativo, comunica al cittadino il motivo del rigetto e le istruzioni per presentare un eventuale ricorso.

I calcoli sul reddito – Il soddisfacimento dei requisiti non dà necessariamente diritto al beneficio economico “la cui effettiva erogazione – ha spiegato l’Inps – dipende anche dall’eventuale fruizione di altri trattamenti assistenziali (esclusi comunque quelli non sottoposti ad una valutazione della condizione economica, come ad esempio l’indennità di accompagnamento) e dalla condizione reddituale rappresentata dall’indicatore della situazione reddituale, al netto dei trattamenti assistenziali in esso considerati. L’Isre, infatti, viene calcolato sulla base della somma di tutti i redditi meno le detrazioni, le franchigie e i redditi esenti. In pratica indica l’effettiva disponibilità economica delle famiglie, defalcando eventuali affitti pagati (fino ad un massimo di 7mila euro, incrementato di 500 euro per ogni figlio convivente successivo al secondo) e il 20% del reddito da lavoro dipendente (fino ad un massimo di 3mila euro). L’ammontare del beneficio economico viene, quindi, determinato integrando fino a una data soglia le risorse a disposizione delle famiglie. “La soglia è pari a 3mila euro – ha sottolineato l’Inps – ma in sede di prima applicazione viene coperta solo al 75%. Pertanto, inizialmente, la soglia con cui confrontare le risorse economiche del nucleo familiare è pari, per un singolo, a 2.250 euro e cresce in ragione della numerosità familiare”. L’Istituto di previdenza ha opportunamente confermato che sono già state apportate le modifiche ai diversi canali di trasmissione delle istanze all’Istituto. Ma resteranno comunque a disposizione anche le interfacce utilizzate per le domande presentate fino al 31 maggio, gestite con le regole precedenti. Tutte quelle inviate dal 1 gennaio al 31 maggio 2018, rifiutate per la sola mancanza dei requisiti familiari, saranno riesaminate d’ufficio con verifica dei requisiti alla data del 1 giugno 2018.

Lavoro

BOOM DI PRECARI

“Meno disoccupazione, compensata da una ‘fabbrica’ di lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà: è sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 293 mila soggetti in difficoltà”. E’ quanto emerge da un recente studio di Unimpresa nel quale si sottolinea che “crescono soprattutto gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 197mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio”.

Ai “semplici” disoccupati, che hanno fatto registrare una diminuzione di 69mila unità, sostiene Unimpresa, “vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Si tratta di un’enorme “area di disagio”: ai quasi 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (900mila persone) sia quelli a orario pieno (2 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (722mila), i collaboratori (251mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,68 milioni)”.

Questo gruppo di persone occupate, ma con prospettive incerte circa la stabilità dell’impiego o con retribuzioni contenute, “ammonta complessivamente a 6,55 milioni di unità”. Il totale dell’area di disagio sociale, calcolata dal Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, a fine 2017 comprendeva dunque 9,29 milioni di persone, in aumento rispetto a fine 2016 di 197mila unità (+1,4%).

Ora il governo, ha sottolineato il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara, “deve dare risposte. È finito il tempo degli annunci ed è finita la campagna elettorale, come ha correttamente osservato pure il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Servono misure concrete. Le aziende italiane hanno bisogno di risorse e incentivi per crescere e svilupparsi dunque per avere i presupposti necessari a creare nuova occupazione stabile”.

Per Ferrara, “c’è bisogno di più lavoro per gli italiani: in questo senso, vanno accolti con favore tutti gli strumenti e le misure volte a rendere meno onerose le assunzioni di lavoratori, meglio se si tratta di interventi strutturali e non di aiuti una tantum. Riteniamo sbagliato insistere con forme di sussidio, perché strumenti come il reddito di inclusione alimentano l’assistenzialismo e disincentivano, di fatto, la crescita economica. I poveri non vanno lasciati nella loro condizione”.

Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire forme di lavoro non stabili. Di qui l’estendersi del bacino dei “deboli”. Il dato sui 9,29 milioni di persone è relativo al terzo trimestre del 2017 e complessivamente risulta in progresso dell’1,4% in confronto al terzo trimestre del 2016, quando l’asticella si era fermata a 9,16 milioni di unità: in un anno quindi 105mila persone sono entrate nell’area di disagio sociale.

Nel terzo trimestre del 2016 i disoccupati erano in totale 2,80 milioni: 1,53 milioni di ex occupati, 578mila ex inattivi e 693mila in cerca di prima occupazione. A settembre 2017 i disoccupati risultano in discesa di 69mila unità (-2,5%). Incide il calo di 139mila unità degli ex occupati, mentre crescono di 41mila unità gli ex inattivi; e salgono pure coloro che sono in cerca di prima occupazione, lievitati di 29mila unità.

In salita il dato degli occupati in difficoltà: erano 6,35 milioni a settembre 2016 e sono risultati 6,55 milioni a settembre scorso. In totale 197mila soggetti in più (+3,1%). Una crescita dell’area di difficoltà che rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento: soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle retribuite meno, favorite dalle misure inserite soprattutto nel Jobs Act, pagano il conto della recessione.

I contratti a temine part time sono saliti di 146mila unità da 754mila a 900mila (+19,4%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 196mila unità da 1,80 milioni a 2 milioni (+10,9%), i contratti a tempo indeterminato part time sono calati dell’1,0% da 2,70 milioni a 2,68 milioni (-27mila). Scendono i contratti di collaborazione (-56mila unità) da 307mila a 251mila (-18,2%) e risultano in diminuzione anche gli autonomi part time (-7,9%) da 784mila a 722mila (-62mila).

Carlo Pareto

Lotta al precariato e tante buone intenzioni

precariato1Di Maio annuncia l’agognata revisione del Jobs Act tramite un “Decreto di Dignità” il cui obiettivo principale sarà “la fine della precarietà infinita”: un colpo duro ai Contratti a termine. Peccato che i contratti a temine non siano normati dal Jobs Act, ma il merito della questione è terribilmente serio.

Come abbiamo già osservato, se si vuole ridurre i Contratti a Termine (per un attimo tralasciamo se sia opportuno farlo) gli strumenti per disincentivarli ci sono, sia rendendoli più costosi (ad esempio. elevando la contribuzione a carico dell’azienda per compensare i periodi di non contribuzione) o stabilendo limiti quantitativi stringenti. Tuttavia il Ministro sembra accontentarsi di molto meno, almeno se i giornali riportano correttamente le sue intenzioni: primo, il divieto di splafonare i 36 mesi, cosa che attualmente può essere fatta con accordo sindacale. Pochissimi concretamente gli interessati: ma il proponimento chiarisce quale sia la considerazione del Ministro del Lavoro per l’autonomia negoziale delle Parti Sociali. Secondo: ripristinare l’obbligo di dichiarare le causali del contratto a termine. E’ un esercizio un po’ complesso: esiste sempre una causale accettabile (l’italiano è lingua dalle molteplici sfumature, e Consulenti del Lavoro e Uffici del Personale sanno usarla benissimo!).
Ma soprattutto non è detto che gli effetti prodotti siano quelle desiderati, l’obiettivo (perseguito) della riduzione dei contratti a termine potrebbe non coincidere con l’aumento (auspicato) dei contratti a tempo indeterminato. Sarebbe un bel guaio se il risultato finale di tanto ingegno fosse proprio il contrario di quello voluto!

Vale la pena fare un attimo il punto sulla realtà dei Contratti a Termine, utilizzando, per poter fare un paragone utile, il Database di Eurostat.
In primo luogo quanti sono: in Italia, pur essendo cresciuti considerevolmente dal 2008, quando rappresentavano il 12,8% del totale dell’impiego, sono arrivati al 15,1% del 2017, pari sostanzialmente all’Area Euro (15%); per un raffronto più preciso, in Francia sono il 15,5%, in Olanda il 18%, in Spagna il 26,4%, in Finlandia il 14,6%, in Germania il 13%. Quindi, come già detto, il “boom” dei Contratti a Termine resta del tutto all’interno della media dei Paesi Europei.

Seconda questione, che attiene alla durata “infinita” dei contratti a termine: in Italia nel 2016 i contratti con durata inferiore al mese erano 79.000 (in Francia 531.000). Quelli con durata tra 1 mese e 3 mesi sono stati 463.000 (in Francia 576.000) con un incremento significativo dal 2008, quando erano 330.600, ma esattamente in linea con l’incremento dell’area euro. Nella fascia tra i 4 e 6 mesi sono stati 613.100, in aumento lineare con la fascia precedente, ma in questo caso in controtendenza con l’area euro, che è calata lievemente. Nella fascia tra i 7 e i 12 mesi viceversa i contratti a termine italiani diminuiscono: 681.000 contro i 791.000 del 2008. Anche rispetto all’area euro il dato italiano è in controtendenza. Nella fascia tra i 12 e 18 mesi abbiamo un drastico calo del numero dei contratti (21.500) gli anni 2016 e 2017 sono inferiori della metà al 2008. Identica tendenza per la fascia 18-24 mesi; addirittura qui il numero dei contratti è poco più di 1/3 del 2001 e i numeri sono esigui:poco più di 60.000 contro i 337.000 della Francia e i 603.000 della Germania. La fascia tra i 24 e i 36 mesi (quella “limite”) registra 201.000 contratti, molto superiori ai 74.000 del 2001 ma anche ai 145.800 del 2008; da notare che in questa fascia di durata la Francia fa registrare 191.700 contratti, e la Germania 1.215.000 (!) Veniamo infine alla fascia over 36 mesi, quella che in Italia è accessibile solo con accordo sindacale: i contratti in questa fascia nel 2016 erano 89.400, in netto calo rispetto al 2008 (erano oltre 185.000) e agli anni successivi; tanto per fare un raffronto in Francia erano 118.800 e in Germania 583.900.
Tirando le somme in Italia i contratti a termine pari o inferiori a 1 anno sono oltre 1.850.000, quelli superiori meno di 370.000, e in particolare quelli che superano i 36 mesi sono meno di 90.000. Blindare i 36 mesi, ma anche i 24 o i 12, produrrebbe esiti davvero marginali!

Un altro parametro interessante è la percentuale di trasformazione, ossia la percentuale di contratti a termine che nel corso dell’anno si trasformano in contratti definitivi: nel 2017 in Italia era il 7% (più o meno costante dal 2011, quando è iniziata questa rilevazione), esattamente pari al dato francese e spagnolo (manca il dato tedesco). E’ facile notare che il tasso di trasformazione basso per questi tre Paesi coincide con un lavoro a termine che si concentra sui tempi molto brevi; quando il lavoro a termine funziona come “periodo di prova” per l’assunzione definitiva ha durate più lunghe, che in Italia, come abbiamo visto, non sono molte.

Ma val la pena anche indagare il perché i lavoratori a termine hanno acconsentito a questo tipo di contratto.
Coloro che lo hanno accettato per mancanza di alternative sono in Italia sono 11,2%: più della media UE (poco sotto il 9) e comunque in continua salita dal 2001. Se lo rapportiamo al numero totale di contratti a termine la percentuale è del 72,4%, e ben superiore alla media europea che si aggira comunque attorno al 53%. Soltanto il 2,3% dei lavoratori temporanei afferma che si è trattato di una propria scelta, contro una media europea del 9-10%. Invece il 16,4% ha accettato perché è inserito in un percorso formativo (media perfettamente in linea con quella europea). Infine, l’8,5% dichiara che lo ha accettato perché rappresentava esplicitamente un periodo di prova in funzione dell’assunzione definitiva (media europea 7,9%). Esiste in sostanza un’area frizionale che corrisponde al lavoro a termine involontario, comune a tutte le economie, che può ridursi ma non scomparire.

Concludendo:
l’aumento delle assunzioni a termine nel periodo della crisi è una realtà: oltre il 20% in più rispetto al 2008. Tuttavia il lavoro a termine in Italia ha le stesse dimensioni che ha in Europa e grosso modo nei Paesi a noi paragonabili (Francia e Germania).
I contratti a termine successivi al 2008 (ultimo anno prima della crisi) sono in grandissima maggioranza di breve durata (meno di un anno, prolungamenti e rinnovi compresi). Il contratto a termine “eterno” non esiste. Apporre un limite alla sua durata non ha effetti concreti,
il tasso di trasformazione in contratti definitivi è piuttosto basso, segno che l’utilizzo del contratto a termine come periodo di prova è abbastanza marginale, più che altro riscontrabile nei contratti di maggior durata (che sono appunto una minoranza). Da notare che il tasso di trasformazione nel 2017 era del 7%, e la percentuale di coloro che dichiaravano di avere accettato un contratto a termine in funzione di una assunzione definitiva era di poco più dell’8%: sostanzialmente coincidente.

La stragrande maggioranza di chi ha accettato un contratto a termine in Italia lo ha fatto perché non aveva alternativa. Questo dato mette in luce il mismatch che esiste tra domanda e offerta di lavoro e che, ovviamente, non può essere sanato in via normativa ma essere oggetto di interventi sul versante della formazione del capitale umano e sull’efficienza del matching tramite investimenti sui servizi al lavoro che si traduca in crescita economica.

Perciò la gran parte dell’aumento dei contratti a termine si concentra in periodi brevi presumibilmente di basso profilo professionale. Il che si riconduce ad un quadro economico in cui la maggioranza delle imprese (fanno eccezione quelle digitalizzate, che creano occupazione stabile crescente) preferisce non immobilizzare investimenti in capitale variabile (o umano, se preferite) se non nei profili indispensabili, in attesa di verificare se la crescita continua o no. D’altra parte è noto che nelle fasi positive del ciclo economico all’inizio si determina l’assunzione i lavoratori non specializzati e che soltanto nei tempi medio-lunghi l’occupazione tende a stabilizzarsi. Forzare questo iter è difficile: non bastano gli incentivi fiscali, come dimostra (purtroppo) l’esito modesto della decontribuzione 2018 prevista per le assunzioni a tempo indeterminato.
Tanto più sarebbero del tutto inutili interventi che pongano limiti alla durata dei contratti, a meno di apporre limiti inverosimili (tre mesi, due?)
Più fastidiosi, efficaci forse, sarebbero interventi che restaurino l’obbligo di una causale rigorosamente restrittiva, ma sarebbe comunque illusorio pensare che in questo caso i contratti a termine resi impossibili si trasformerebbero in contratti stabili. L’occupazione non si crea per decreto!

Il governo DiMaio-Salvini, che si accinge a correggere un clamoroso infortunio sui vouchers del governo Gentiloni, rischia di ricadere negli stessi errori?

Milano,21 giugno 2018

a cura di Claudio Negro
Fondazione Anna Kuliscioff

Incidenti sul lavoro. Nel 2017 aumentano le morti bianche

Assegno di ricollocazione

LA DOMANDA ANCHE DAI PATRONATI

A partire dal 28 maggio scorso è più semplice fare richiesta per l’assegno di ricollocazione, la dote che lo Stato fornisce al disoccupato che percepisce la Naspi Inps da almeno 4 mesi per la sua formazione e riqualificazione, così da renderlo “appetibile” per le imprese e il mercato del lavoro in generale: sarà infatti possibile – ha fatto recentemente sapere il Ministero del lavoro – richiederlo anche rivolgendosi ai patronati convenzionati con l’Anpal.

E’ entrato così nella piena operabilità il principale strumento delle politiche attive del lavoro introdotto con il Jobs act, la cui messa a regime si è avuta il 14 maggio dopo un periodo di sperimentazione. «In questo modo si completano le misure previste dal Jobs Act – ha al riguardo dichiarato il presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte – e si vedono quindi i frutti del lavoro svolto dalla nascita dell’Agenzia ad oggi, un lavoro pioneristico per molti aspetti, che abbiamo portato avanti insieme al Ministero del Lavoro e in forte sinergia con le Regioni».

«Sono soddisfatto – ha del pari affermato l’ex ministro del Welfare, Giuliano Poletti – con l’avvio definitivo dell’assegno di ricollocazione, strumento essenziale per dare concreta attuazione alle politiche attive, aiutiamo le persone a trovare un lavoro: tutte le nostre politiche sono state finalizzate a questo obiettivo, non ad offrire un sostegno assistenzialistico».

L’assegno di ricollocazione può essere richiesto dai beneficiari di Naspi Inps da almeno 4 mesi. La somma di denaro messa a disposizione può essere utilizzata presso un Centro per l’Impiego o un’Agenzia per il lavoro accreditata, che assegnerà un tutor al disoccupato, per essere affiancato in un programma personalizzato di ricerca intensiva di un nuovo impiego.

L’importo dell’assegno – da un minimo di 250 euro ad un massimo di 5.000 euro, a seconda del tipo di contratto e del grado di difficoltà per ricollocare il disoccupato – viene riconosciuto all’ente che fornisce il servizio di assistenza alla ricollocazione, solo se la persona titolare dell’assegno trova lavoro.

Le tipologie di contratto per le quali si riconosce l’esito occupazionale sono il tempo indeterminato, compreso l’apprendistato, il tempo determinato, maggiore o uguale a 6 mesi (3 mesi per Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia). Il destinatario dell’assegno può scegliere liberamente l’ente da cui farsi assistere: il Centro per l’Impiego o l’operatore accreditato scelto assegnerà – come detto – un tutor che lo affiancherà attraverso un programma personalizzato di ricerca intensiva per trovare nuove opportunità di impiego adatte al suo profilo.

La sperimentazione finora ha interessato circa 29 mila destinatari estratti in maniera casuale dallo stock di potenziali destinatari comunicati dall’Inps. Costoro potevano iscriversi al programma rivolgendosi ai centri per l’impiego dove era stato sottoscritto il patto di servizio personalizzato, oppure registrandosi al sito – ottenendo le credenziali di accesso per l’area riservata – e seguendo l’apposita procedura. Dal 14 maggio 2018 l’assegno di ricollocazione è entrato a regime per tutti gli aventi diritto.

Incidenti sul lavoro

NEL 2017 AUMENTANO LE MORTI BIANCHE

Tra gennaio e dicembre del 2017 sono state presentate all’Inail 635.433 denunce di infortuni sul lavoro (-0,2% rispetto al 2016), 1.029 delle quali con esito mortale (+1,1% rispetto al 2016). Lo rende noto l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

Denunce di infortunio 

La diminuzione delle denunce di infortunio, 1379 in meno rispetto al 2016 – secondo i dati Inail – è dovuta esclusivamente al calo degli incidenti in occasione di lavoro (-0,7%), mentre quelli accaduti nel tragitto casa-lavoro, in itinere, sono aumentati del 2,8%. Sull’inversione di tendenza registrata tra il 2016 e il 2017 (-0,2%) ha avuto un peso decisivo, secondo l’Istituto, il mese di dicembre, nel quale sono state rilevate 3.395 denunce in meno (39.524 contro 42.919) rispetto allo stesso mese del 2016 (-7,9%), anche in presenza di un numero più basso di giorni lavorativi (18 contro 20).

Alla diminuzione delle denunce presentate all’Istituto nei 12 mesi del 2017 ha contribuito in modo decisivo la gestione Agricoltura, che ha fatto segnare un calo del 5,2% (1.848 casi in meno), mentre il Conto Stato ha presentato un aumento dello 0,4% (443 denunce in più) e l’Industria e servizi un sostanziale pareggio (+26 casi).

A livello territoriale si assiste a un netto contrasto tra Nord e Centro-Sud. Tra gennaio e dicembre le denunce di infortunio sono, infatti, aumentate al Nord-Est (1.171 casi in più) e al Nord-Ovest (+1.133), mentre sono diminuite al Centro (-1.108 casi), al Sud (-1.435) e nelle Isole (-1.140). Gli aumenti più sensibili, sempre in valore assoluto, si sono registrati in Lombardia (+1.708 denunce) ed Emilia Romagna (+1.177), mentre le riduzioni maggiori sono quelle della Sicilia (-1.304) e della Puglia (-1.078).

Infortuni mortali

Per quanto riguarda gli incidenti mortali, le denunce presentate all’Inail nei 12 mesi del 2017 sono state 1.029, con un incremento dell’1,1% all’analogo periodo del 2016 (+1,1%). L’incremento registrato nel 2017 è dovuto agli incidenti mortali avvenuti in itinere (+5,2%), mentre quelli in occasione di lavoro sono diminuiti dello 0,4%.

Tra i motivi dell’incremento delle denunce mortali tra il 2016 e il 2017, secondo i dati dell’Istituto, rientrano senz’altro i cosiddetti incidenti plurimi, eventi, cioè, che hanno provocato la morte di almeno due lavoratori contemporaneamente. Nel 2017 si sono verificati, infatti, 13 incidenti plurimi rispetto ai sei del 2016. Tra gli incidenti plurimi del 2017 spiccano, in particolare, le due tragedie avvenute in gennaio in Abruzzo, a Rigopiano e Campo Felice.

L’aumento si è registrato nella gestione Industria e servizi (+1,9%), in Agricoltura (+6,0%), mentre il Conto Stato riduce la percentuale del 29,5%. Dall’analisi territoriale emerge un aumento delle denunce mortali nel Nord-Ovest e nel Mezzogiorno e un calo nel Nord-Est e nel Centro.

L’incremento maggiore (+44 decessi) si è avuto nel Nord-Ovest (Lombardia +19, Liguria +16, Piemonte +7, Valle d’Aosta +2), seguito dal Mezzogiorno con 15 casi in più (Abruzzo +28, Molise +2, Campania -9, Puglia -3, Basilicata -3, Calabria nessuna variazione) e dalle Isole, con un caso in più (Sicilia +5, Sardegna -4). Le denunce di infortunio con esito mortale sono in diminuzione, invece, nel Nord-Est (-40 casi), dove ai cali rilevati in Veneto (-28), Emilia Romagna (-13) e provincia autonoma di Trento (-5) si contrappone l’incremento del Friuli Venezia Giulia (+6 casi), mentre per la provincia autonoma di Bolzano non si rileva nessuna variazione. In diminuzione anche il dato del Centro (-9 decessi), sintesi della riduzione rilevata in Umbria e nelle Marche (-5 ciascuna) e dell’aumento di un caso nel Lazio, con la Toscana che conferma, invece, lo stesso numero di denunce del 2016.

Banche

PERSI 44MILQ POSTI DI LAVORO IN 8 ANNI

Forte calo dell’occupazione nel comparto bancario. Secondo quanto rilevato da First Cisl, in otto anni sono andati persi 44mila posti di lavoro. A fine 2009 i bancari italiani erano 330mila, nel 2017 sono scesi quasi a quota 286mila. Solamente nel corso del 2017 i posti persi sono stati 13.500. Un’emorragia, spiega il sindacato, “che prosegue con i piani di uscita dei grandi gruppi”.

“Al Nord abbiamo perso un addetto ogni 10, al Sud quasi 2 su 10. E’ un tributo occupazionale enorme versato sull’altare della mancata riforma del sistema bancario. Il cambiamento non può più attendere”, ha commentato il segretario generale di First Cisl, Giulio Romani, che ha aggiunto: “I tempi per una riforma che tuteli il risparmio e il lavoro e che rilanci l’occupazione sono maturi”.

“Nessuno – ha proseguito Romani – venga più a dirci che il personale costa troppo: ai 2,9 miliardi di utile realizzati dai cinque maggiori gruppi bancari italiani nei primi tre mesi del 2018 hanno dato un enorme contributo i 5 miliardi delle commissioni nette, che sono strettamente correlate al fattore lavoro e valgono il 119% del costo del personale, contro il 112% di fine 2017. L’efficienza del personale è dunque molto alta e il costo del lavoro assorbe solo il 33% dei proventi operativi. Lo straordinario apporto dei dipendenti va riconosciuto tangibilmente: il tempo dei tagli economici e occupazionali è finito, è ora di coinvolgere i lavoratori negli organi di controllo delle banche”.

Quanto al rilancio occupazionale, ha spiegato il responsabile dell’Ufficio Studi di First Cisl, Riccardo Colombani, si tratta di “una priorità, poiché dal 2009 abbiamo avuto flessioni a doppia cifra in tutte le aree del Paese, anche se una lettura superficiale delle rilevazioni della Banca d’Italia può trarre in inganno, indicando illusori incrementi in province come Torino o Bergamo, che nell’ultimo anno sembrano cresciute l’una di 3.000 e l’altra di 500 addetti, mentre non è così”.

“Il problema – ha continuato Colombani – è che per il 2017 la vigilanza ha attribuito alla provincia della nuova capogruppo gli addetti delle ex direzioni delle banche che sono state oggetto di integrazione, per cui chi lavora nelle ex sedi delle venete è conteggiato come fosse a Torino, sede legale di Intesa Sanpaolo, chi sta negli ex uffici centrali di Banca Marche e di Etruria è sul conto di Bergamo, sede di Ubi, chi è nelle direzioni delle tre casse acquisite da Cariparma è contabilizzato a Parma. Stimando opportuni correttivi sulle varie regioni coinvolte, riteniamo realistico affermare che in otto anni il Nord Ovest ha perso poco meno dell’11% dei suoi bancari, il Nord Est il 12,5% circa, l’Italia Centrale poco più del 16% e il Mezzogiorno quasi il 17%, mentre nel solo 2017 il Sud è sceso più del 5% contro un calo di poco superiore al 4% al Nord, con il Centro anche in questo caso collocato su un valore intermedio”, ha concluso il responsabile.

Carlo Pareto

Gig economy. Boeri: Serve un salario minimo per i lavori atipici

Pensioni

127MILA QUELLE LIQUIDATE NEL 2017

Nel 2017 sono state liquidate 124.464 pensioni ai lavoratori del settore pubblico con un aumento dell’8,4% rispetto a quelle liquidate nel 2016. Gli assegni erogati infatti sono passati da 114.833 del 2016 a 124.464 nel 2017.

In aumento anche gli importi medi mensili passati dai 2.018,33 euro del 2016 ai 2.069,42 euro nel 2017, con incremento percentuale del 2,5%. E’ quanto si legge nell’Osservatorio dell’Inps che ha aggiornato a maggio i dati statistici.

Ammontano invece a oltre 2,8 milioni le pensioni dei dipendenti pubblici in vigore al 1 gennaio 2018, in aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente. L’importo complessivo annuo delle pensioni (importo complessivo mensile moltiplicato 13) è di 69.328,8 milioni di euro, con incremento percentuale del 2,6% rispetto all’anno 2017, in cui l’importo risultava di 67.577,3 milioni di euro.

Nella ripartizione delle pensioni per categoria e sesso l’Inps registra che il 58,6% del totale dei trattamenti pensionistici è erogato alle donne, contro il 41,4% erogato ai maschi. In tutte le categorie di pensione, eccetto la categoria delle pensioni di inabilità, si rileva una maggior presenza di pensionate sui pensionati, con differenziazione massima nelle pensioni ai superstiti in cui le femmine rappresentano il 18,6% del totale delle pensioni e i maschi il 3,2%.

Per quel che riguarda la distribuzione geografica degli assegni di pensione vigenti al 1 gennaio 2018

l’Osservatorio dell’Inps annota come il maggior numero delle prestazioni sia concentrato nell’area settentrionale della penisola con il 40,9% del totale nazionale, seguito dal 36,0% delle prestazioni erogate nell’area meridionale, isole comprese. Infine, l’Italia Centrale assume, con il 23%, il valore minore nel rapporto con il totale. Esiguo il numero delle pensioni erogate all’estero pari allo 0,1% del totale.

Boeri

SERVE SALARIO MINIMO PER ATIPICI

Per il milione di lavoratori della Gig economy, un neologismo dall’americano gergale che indica i cosiddetti ‘lavoretti’ e include molti atipici compresi i riders, bisognerebbe introdurre un “salario minimo a prestazione”. Lo afferma il presidente dell’Inps, Tito Boeri, aggiungendo che in Italia sarebbe necessaria anche l’approvazione di nuove leggi che ‘obblighino’ i grandi gruppi del settore a iscriversi alla piattaforma on line dell’istituto di previdenza per le prestazioni occasionali.

Assegno di ricollocazione

LA DOMANDA ANCHE AI PATRONATI

A partire dal 28 maggio scorso è diventato più semplice fare richiesta per l’assegno di ricollocazione, la dote che lo Stato fornisce al disoccupato che percepisce la Naspi da almeno 4 mesi per la sua formazione e riqualificazione, così da renderlo “appetibile” per le imprese e il mercato del lavoro in generale: è infatti possibile – ha fatto il Ministero del lavoro – richiederlo anche rivolgendosi ai patronati convenzionati con l’Anpal.

E’ entrato così nella piena operabilità il principale strumento delle politiche attive del lavoro introdotto con il Jobs act, la cui messa a regime si è avuta il 14 maggio dopo un periodo di sperimentazione. «In questo modo si completano le misure previste dal Jobs Act – ha dichiarato il presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte – e si vedono quindi i frutti del lavoro svolto dalla nascita dell’Agenzia ad oggi, un lavoro pioneristico per molti aspetti, che abbiamo portato avanti insieme al Ministero del Lavoro e in forte sinergia con le Regioni».

«Sono soddisfatto – ha affermato l’ex ministro, Giuliano Poletti- con l’avvio definitivo dell’assegno di ricollocazione, strumento essenziale per dare concreta attuazione alle politiche attive, aiutiamo le persone a trovare un lavoro: tutte le nostre politiche sono state finalizzate a questo obiettivo, non ad offrire un sostegno assistenzialistico».

L’assegno di ricollocazione può essere richiesto dai beneficiari di Naspi da almeno 4 mesi. La somma di denaro messa a disposizione può essere utilizzata presso un Centro per l’Impiego o un’Agenzia per il lavoro accreditata, che assegnerà un tutor al disoccupato, per essere affiancato in un programma personalizzato di ricerca intensiva di una nuova occupazione.

L’importo dell’assegno – da un minimo di 250 euro ad un massimo di 5.000 euro, a seconda del tipo di contratto e del grado di difficoltà per ricollocare il disoccupato – viene riconosciuto all’ente che fornisce il servizio di assistenza alla ricollocazione, solo se la persona titolare dell’assegno trova lavoro.

Le tipologie di contratto per le quali si riconosce l’esito occupazionale sono il tempo indeterminato, compreso l’apprendistato, il tempo determinato, maggiore o uguale a 6 mesi (3 mesi per Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia). Il destinatario dell’assegno può scegliere liberamente l’ente da cui farsi assistere: il Centro per l’Impiego o l’operatore accreditato scelto assegnerà un tutor che lo affiancherà attraverso un programma personalizzato di ricerca intensiva per trovare nuove opportunità di impiego adatte al suo profilo.

La sperimentazione ha interessato circa 29 mila destinatari estratti in maniera casuale dallo stock di potenziali destinatari comunicati dall’Inps. Costoro potevano iscriversi al programma rivolgendosi ai centri per l’impiego dove era stato sottoscritto il patto di servizio personalizzato, oppure registrandosi al sito – ottenendo le credenziali di accesso per l’area riservata – e seguendo l’apposita procedura. Dal 14 maggio 2018 l’assegno di ricollocazione è entrato a regime per tutti gli aventi diritto.

Commercio

7 IMPRESE SU 10 GUIDATE DA DONNE

Le imprese guidate da donne sono per la maggior parte propense a occuparsi di commercio di mercato, ben 7 su 10 si occupano di questo settore. E la maggior parte mostrano una particolare attenzione alla sostenibilità e alla green economy. Lo scenario emerge dal 5° Forum di Terziario Donna Confcommercio, nell’ambito del quale si è svolto a Roma il convegno “Economia responsabile per dare valore al futuro”.

“Il terziario di mercato – ha dichiarato il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli – è la prima scelta delle donne che vogliono fare impresa, oltre il 70% delle donne che fa impresa, infatti, la fa nei nostri settori dove si produce più valore, più benessere più futuro forse anche grazie a una marcia in più che hanno le donne”.

A insistere sul tema è stata Patrizia Di Dio, presidente di Terziario Donna Confcommercio. “Dobbiamo essere consapevoli che la sostenibilità e la responsabilità sociale – ha affermato – non sono temi che hanno a che fare solo con l’etica, non esprimono solo un’economia virtuosa, ma sono anche un tema di competitività, una leva strategica vincente su cui puntare per migliorare le performance e i risultati delle nostre imprese e sono un patrimonio immateriale di capacità che noi donne imprenditrici già possediamo e applichiamo spontaneamente”.

Le imprese femminili hanno una maggiore attenzione verso la sostenibilità ambientale, secondo stime Si.Camera su dati Fondazione Symbola-Unioncamere (Rapporto GreenItaly 2017), le imprese femminili (con almeno un dipendente) del terziario che hanno investito negli ultimi 8 anni, dal 2010 al 2017, in prodotti e tecnologie green sono il 30,2% contro il 24,3% nel caso delle imprese maschili. La media del terziario è pari al 25,6%.

Nel campo della sostenibilità ambientale, le imprese femminili mostrano una più elevata propensione ad investire nella green economy rispetto a quelle maschili. Recenti ricerche hanno dimostrato come la responsabilità sociale di impresa, in una visione che vede l’impresa relazionarsi con la comunità territoriale senza perseguire solamente la massimizzazione del profitto, sono più competitive.

Durante i lavori è stata presentato il volume “Il Neuromarketing nel negozio”, il nuovo manuale della collana “Le Bussole”, che affronta un tema nuovo per gli esercizi commerciali, applicando concretamente, il ‘neuromarketing’ alla gestione del negozio, ovvero quali sono i meccanismi mentali che guidano le decisioni dei clienti. Un aspetto che può aiutare i negozianti a rivolgere l’attenzione ai propri clienti in modo nuovo, per capire meglio i loro comportamenti, i loro bisogni inespressi. Una attività ancora più importante adesso che la concorrenza dell’e-commerce diventa pressante.

Carlo Pareto

La questione della lingua: troppo inglese in italiano

Lingua-Inglese

Alcuni mesi prima dell’elezione italiana avvenuta il 4 marzo 2018, Luigi Di Maio rinunciò a un confronto televisivo con Matteo Renzi dicendo che dopo i risultati delle elezioni in Sicilia il segretario del Partito Democratico non era più il suo “competitor”.  I sondaggi favorivano Di Maio e quindi si rese conto che un dibattito avrebbe fornito vantaggi a  Renzi. Pochi giorni dopo il rifiuto, Di Maio usò lo stesso termine per riferirsi all’astensione al voto come “l’unico competitor”.

In inglese “competitor” si usa per concorrenza, specialmente di tipo aziendale. In politica si usa il termine “opponent”. Si sbaglia dunque quando si usa “competitor” in italiano in queste circostanze? In un certo senso sì non solo perché riflette poca conoscenza dell’inglese ma specialmente perché l’italiano già possiede l’ottima alternativa di “avversario” che fa al caso.

Di Maio non differisce da altri politici italiani a spruzzare il suo linguaggio con espressioni inglesi. Si ricorda ovviamente il “Jobs Act” di Renzi, la “stepchild adoption” (l’adozione di figli minori di un partner) come pure “spending review, welfare, coming out,  foreign fighters, low cost, spread”, e tanti altri. E ovviamente, il centrodestra nella recente campagna elettorale ha fatto di “flat tax” il suo cavallo di battaglia. Usare un’espressione inglese sembra dare l’impressione di aggiungere una certa rispettabilità o freschezza, suggerendo che la lingua italiana sia poco efficace o povera.  In realtà itermini inglesi  oscurano il significato, spesso confondendo i cittadini, creando un linguaggio nebuloso  anche se potenzialmente piacevole e a volte anche misteriosamente attraente. È vero? Andare a un “party” è più divertente che “una festa”?  “Team e fake news” invece di “squadra e bufale, falsità, o balle” comunicano meglio?

Tutte le lingue fanno uso di prestiti linguistici per buonissime ragioni specialmente quando si tratta di nuovi concetti o nuove realtà create da una lingua e cultura potente come lo è di questi giorni l’inglese. Logico dunque che in italiano si dica “web” invece  di “rete” poiché l’originale inglese si riferisce a una nuova realtà. L’uso di “endorsement” per dire “sostegno o appoggio politico” si potrebbe accettare perché più evocativo, riflettente anche una realtà più amplia di concordanza politica.

Scrivendo sulla politica americana si può facilmente accettare il termine “speaker” per riferirsi all’incarico di presidente della Camera attualmente occupato da Paul Ryan. I sistemi politici sono diversi e l’uso di “speaker” si applica al ruolo specifico della Camera americana. Si potrebbe anche accettare “corner” invece di “calcio d’angolo” perché più economico specialmente nel linguaggio frettoloso di un commentatore televisivo o radiofonico. La frettolosità però spesso impoverisce la lingua italiana storpiando vocaboli già esistenti  e indebolendoli senza cogliere la completa realtà. Quando il presidente americano Donald Trump chiese “loyalty” a Jim Comey, direttore della Fbi, la maggior parte dei cronisti italiani lo tradussero con “lealtà” invece del termine più appropriato “fedeltà”.

In tempi passati il dominio culturale della nostra lingua ha contribuito notevoli prestiti ad altre lingue europee. Basta solo pensare al campo della musica e dell’arte dove per molte lingue sarebbe difficile comunicare senza i termini in lingua italiana. Si ricorda che non pochi compositori stranieri come Handel, Gluck e Mozart scrissero opere liriche in italiano perché il mondo dell’opera era dominato dalla nostra lingua per ragioni artistiche ma anche commerciali. Il pubblico si aspettava opere liriche solo in italiano ma ovviamente, poco a poco, si scrissero opere in altre lingue senza però togliere il prestigio e l’influenza della nostra lingua nel mondo dell’opera.

Negli ultimi decenni però, la lingua inglese è divenuta la lingua franca mondiale in molti campi considerando il potere economico, politico, e sociale del mondo anglosassone. In alcune università italiane, come il Politecnico di Milano,  si sta parlando seriamente di insegnare alcuni corsi di lauree magistrali e dottorati completamente in inglese.
Questo strapotere della lingua inglese e l’incremento di termini inglesi che arricchiscono il vocabolario italiano ma anche quello di altre lingue ha già causato non poche preoccupazioni anche se la grammatica non viene influenzata.
L’uso di parole straniere a volte è necessario ma sembra che di questi giorni si esageri. I leader politici dovrebbero essere in prima fila a difendere la lingua italiana invece di cadere nella tentazione di “competitor, jobs act e flat tax” nel loro sforzo disperato di racimolare alcuni voti extra. La lingua italiana è bella ed espressiva e l’uso di termini stranieri solo per apparire chic la abbruttisce. Non si suggerisce una crociata sciovinista contro i termini stranieri ma un po’ di misura sarebbe utile. I prestiti linguistici sono accettabili solo quando ampliano il vocabolario già esistente invece di rimpiazzare termini già consacrati nella nostra lingua. I politici italiani che tanto dicono di preoccuparsi dell’Italia dovrebbero anche includere la nostra bella lingua. Tutti quelli che usano la lingua come strumento di lavoro dovrebbero anche astenersi dalle facili cadute in anglicismi non necessari.

Alla fine però la lingua italiana è resiliente e non corre nessun pericolo di essere sopraffatta e annientata dai prestiti linguistici che poco a poco vengono plasmati assumendo “cittadinanza” italiana senza però alcun impatto nella grammatica italiana.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Contribuenti e fisco, una guerra continua

Ecosostenibilità

L’IMPEGNO COMUNE DI INPS E ANTER

Associazioni, PA e aziende sono sempre più attente all’ambiente e lo dimostrano ogni giorno attraverso la promozione e l’adozione di pratiche eco-sostenibili. E proprio in occasione del suo 120° anniversario, l’Inps insieme ad Anter (Associazione Nazionale a Tutela delle Energie Rinnovabili) ha recentemente presentato a Roma – nella Sala Angiolillo di Palazzo Wedekind – la partnership che si declina in importantissime iniziative, singole e congiunte, a sostegno della tutela ambientale.

I valori e le attività di Anter, per tutelare l’ambiente e promuovere l’adozione di comportamenti eco-sostenibili, sono stati favorevolmente accolti dall’Inps, da tempo impegnato in una transizione energetica. Infatti, l’Istituto di Previdenza, una delle amministrazioni più importanti del paese, incrementa i processi di dematerializzazione e il monitoraggio dei consumi di carta e inchiostro in tempo reale. Inoltre, il parco delle autovetture di servizio è stato notevolmente ridotto e tutti i veicoli a trazione tradizionale sono, o stanno per essere sostituiti, da nuove vetture elettriche o full hybrid (con motore termico ed elettrico integrati). Le misure adottate hanno difatti permesso all’Ente di previdenza di risparmiare 65.000 euro, cifra che corrisponde ad una contrazione dei consumi del 10%.

Grazie a questa collaborazione saranno inoltre coinvolte in anteprima le 20 scuole capitoline che hanno partecipato al programma educativo sviluppato dall’associazione: “Il Sole in Classe”. Dal 7 all’11 maggio, i ragazzi potranno conoscere, attraverso un percorso didattico che li porterà dalle profonde trasformazioni della rivoluzione industriale alla voglia di riscoprire le bellezze naturali, 20 opere inedite di proprietà dell’Inps. “L’Energia dell’arte” com’è stata chiamata l’esposizione temporanea ospitata da Palazzo Wedekind, è concepita come un complemento alla formazione già ricevuta dalle scuole primarie e secondarie di primo grado, nell’ambito de “Il Sole in Classe”, un programma gratuito al quale hanno partecipato 46.000 alunni lo scorso anno in tutta Italia.

Parlando dell’impegno dell’Inps in ambito ambientale il Presidente Tito Boeri ha evidenziato come “solitamente le politiche che portano a risparmi energetici implicano aumenti dei costi, mentre quelle che hanno come obiettivo il contenimento dei costi, conducono quasi inevitabilmente ad un aumento del consumo energetico. Le misure che sono state studiate e assunte dall’Inps, e in particolare dalla Direzione Acquisiti e Appalti, invece non creano questa contraddizione, perché portano a risparmi energetici abbassando nel contempo i costi”.

Durante la conferenza di presentazione dell’iniziativa è stata infine annunciata un’altra impresa itinerante promossa da Anter, con il patrocinio di Inps: “SalviAmo il Respiro della Terra – Ricerca e Tour”. Nel corso della tappa capitolina – che avrà luogo il 10 maggio – verranno illustrate le buone pratiche che permettono di migliorare la qualità dell’aria dentro e fuori casa e sarà, altresì, presentata una ricerca nazionale finalizzata al monitoraggio delle polveri sottili e all’individuazione della loro origine.

Antonio Rainone, presidente Anter, ha in proposito dichiarato: “Aver stretto una collaborazione così prestigiosa con l’Inps – oltre a essere un onore – rappresenta il riconoscimento più bello che ci sia per il lavoro svolto. I nostri 72 ambasciatori volontari hanno raggiunto oltre 1.500 istituti scolastici e sensibilizzato 120 mila alunni dal 2014. Siamo felici che un Istituto importante come quello presieduto dal Professor Boeri abbia voluto affiancarsi ad Anter, con l’obiettivo di dare vita a nuove azioni che premino l’impegno di ciascuno di noi, per il bene di tutti. La nostra associazione persegue obiettivi ambiziosi ed ha sempre avuto a cuore le generazioni future: quest’anno, per esempio, con “Salviamo il Respiro della Terra, tour e ricerca”, manifestazione che può vantarsi del patrocinio dell’Inps, avvieremo una ricerca quasi inedita, ma di primissima importanza in Italia, con i massimi esperti universitari per cercare di capire meglio cosa respirano i nostri figli, in tutto l’arco della giornata”. Passiamo tra l’80 il 90% del tempo al chiuso. Ma non ci sono dati nazionali in merito. La ricerca diventerà anche tour: l’associazione organizzerà degli incontri divulgativi con le famiglie in tutte le città coinvolte, da nord a sud del Paese. Le prime tappe saranno Parma, Salerno e Roma, rispettivamente l’8 il 9 e il 10 maggio, in concomitanza con l’esposizione “L’Energia dell’arte”. Parteciperanno docenti universitari, economisti, ma anche Giobbe Covatta con tutta la sua ironia.

Lavoro

LICENZIAMENTO: QUANTO COSTA AL DATORE DI LAVORO

Il licenziamento ha un costo che il datore di lavoro è chiamato a coprire quando licenzia uno o più dipendenti come contributo a sostegno della disoccupazione. Previsto inizialmente dalla Riforma Fornero come contributo alla mobilità, con le modifiche apportate al Jobs Act in materia di disoccupazione nel 2016 tale somma viene ora dedicata al finanziamento della Naspi.

L’ultima modifica al costo del licenziamento applicato al datore di lavoro è attiva dal 1° gennaio 2018, data in cui è scattato l’aumento dell’aliquota contributiva a carico al fine di finanziare i ticket licenziamento, che a sua volta finanzia la Naspi e ha il fine di ridurre il numero di licenziamenti.

Il datore di lavoro affronta un costo per il licenziamento solo nel caso di interruzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato o degli apprendistati interrotti alla fine del periodo di formazione. In caso di scadenza di un contratto di lavoro a tempo determinato o di decesso del dipendente non è previsto alcun contributo, come anche per il licenziamento dei collaboratori domestici, degli operai agricoli e degli operai extracomunitari stagionali.

Il contributo da pagare viene calcolato sulla base del massimale mensile della Naspi: l’aliquota è al 41% per i licenziamenti individuali e quelli collettivi avviati entro il 20 ottobre 2017. Nel caso di imprese all’interno dell’applicazione della Cassa Integrazione Guadagni Straordinari che fanno ricorso a licenziamenti collettivi, l’aliquota è stata innalzata all’82%.

Per esempio, nel caso di un licenziamento individuale, considerando che il massimale Naspi per il 2017 è di 1.195 euro, il contributo che il datore di lavoro deve pagare è di 489,95 euro, ovvero il 41% del massimale (applicato ogni 12 mesi di anzianità del dipendente negli ultimi tre anni). Nel caso il rapporto lavorativo duri da 36 mesi o oltre, il contributo può arrivare a quota 1.469,85 euro.

Per l’accertamento dei requisiti in materia di invalidità civile

AL VIA LA CONVENZIONE INPS REGIONE CAMPANIA

Come riportato in una recente informativa dell’istituto, la Direzione regionale dell’Inps, la Regione Campania e le Asl di Avellino, Benevento, Caserta e Salerno, hanno recentemente sottoscritto un importante protocollo d’intesa per l’affidamento all’Ente di previdenza dell’accertamento dei requisiti sanitari prescritti in materia di invalidità civile, cecità, sordità, handicap e disabilità.

Attraverso questo considerevole accordo la Regione Campania dà attuazione a quanto prefigurato dalla legge 111 del 2011, in materia di delega delle funzioni di accertamento sanitario per l’Invalidità Civile all’Inps che, in questo modo, potrà continuare a gestire in via esclusiva l’intero iter procedurale sanitario ed amministrativo.

Il rilevante traguardo, fortemente voluto dai vertici delle Istituzioni interessate, in particolare dal Presidente della regione Vincenzo De Luca e dal Direttore regionale dell’Inps Giuseppe Greco, si è potuto fattivamente conseguire anche grazie all’attenzione ed ai suggerimenti formulati al riguardo dai Comitati provinciali dell’Istituto, fatti propri e promossi dal Presidente del Comitato regionale Pettrone.

L’intesa, che prevede pure il trasferimento all’Inps di parte delle risorse finanziarie prima impegnate dal servizio Sanitario regionale, offrirà all’Inps l’opportunità di realizzare un notevole innalzamento dei livelli del servizio reso agli utenti: in maniera particolare, l’accorciamento dei tempi di attesa, per effetto soprattutto dell’incremento dei medici preposti alle visite.

Inoltre, in un’ottica di maggiore “prossimità” del servizio, in aggiunta alle sedi già investite di tali compiti, l’Inps ha preventivato l’attività delle Commissioni anche nei Centri Medico Legali Inps di Sala Consilina, Vallo della Lucania, Sapri ed Aversa, accogliendo le richieste da più parti ed a più voci sollecitate, di agevolare i soggetti più socialmente fragili (ultrasettantacinquenni ed affetti da particolari patologie) residenti in zone decentrate e mal collegate.

Un’altra significativa novità – recita l’informativa Inps – attiene la previsione di uno scambio di dati tra le istituzioni coinvolte, così da garantire un efficiente ed economico svolgimento delle rispettive funzioni d’istituto; non solo, ma al fine di sveltire il procedimento, le Asl si impegnano ad assicurare corsie privilegiate per gli utenti che dovranno sottoporsi a visite specialistiche o strumentali richieste dalle Commissioni Inps.

Nel protocollo di accordo è stata altresì postulata una costante attività di monitoraggio sui risparmi di spesa conseguiti e sul miglioramento degli standard quantitativi, qualitativi e tecnologici del sistema.

Il monitoraggio permetterà, in più, di valutare e ottimizzare le soluzioni gestionali assunte e di innalzare ulteriormente il servizio offerto; a questo proposito è stato ipotizzato il coinvolgimento del Centro Interdipartimentale per la Ricerca in diritto, economia e management della Pubblica Amministrazione (Cirpa), che ha sviluppato una consolidata esperienza multidisciplinare nello studio delle problematiche di amministrazione e controllo di aziende e enti pubblici.

Per conferire infine maggiore rilevanza all’Accordo, nelle prossime settimane è prevista la presenza in Campania del Presidente dell’Inps Tito Boeri che, incontrando il Presidente della Regione Vincenzo De Luca, avrà modo di evidenziarne i pregi e i significativi risultati attesi a favore dell’intera utenza campana interessata.

Economia

I NUMERI DELLE LITI COL FISCO

E’ una guerra di logoramento quella che si combatte tra contribuenti e fisco nelle aule delle commissioni tributarie. Negli ultimi 10 anni le giacenze, cioè la quota di contenziosi aperti, sono praticamente dimezzate nel primo grado, mentre sono aumentate dell’80,6% nel secondo grado. E’ quanto emerge dai dati contenuti nelle relazioni del Mef e della Corte dei conti, sullo stato del contenzioso tributario, ed elaborati dall’Adnkronos.

Nelle relazioni di monitoraggio sullo stato del contenzioso tributario e sull’attività delle commissioni tributarie del ministero dell’Economia, si riportano i dati relativi agli ultimi anni. In particolare tra il 2007 e il 2017 si registra una riduzione delle cause aperte del 31,3% che portano il totale da 607.817 a 417.635 ricorsi da giudicare.

L’operazione di smaltimento però non è omogenea. A ridurre drasticamente le pratiche aperte sono state esclusivamente le commissioni tributarie provinciali (primo grado), che in 10 anni sono riuscite a dimezzare la quota di cause pendenti, passando da 522.278 a 263.117 con un calo del 49,6%. Purtroppo le commissioni tributarie regionali (secondo grado) non sono riuscite a percorrere la stessa strada virtuosa e, nello stesso periodo, hanno invece fatto lievitare le giacenze dell’80,6%, passando da 85.539 a 154.518 cause aperte.

La Corte dei conti, nel dossier sul contenzioso delle commissioni tributarie, evidenzia che più di una causa su tre è in attesa di giudizio da un periodo superiore ai tre anni; di questi uno su 10 attende la sentenza da più di 5 anni. Su un totale pari al 37,1% degli atti pendenti al 31 dicembre 2016, il 27,4% degli atti è giacente da più di 2 anni e meno di 5 mentre il 9,7% attende da oltre 5 anni. Al 31 dicembre 2016 risultano 811 casi in attesa di giudizio da più di 15 anni; più della metà è fermo ancora al primo grado di giudizio (491 ricorsi).

Carlo Pareto

Boeri: dal prossimo anno si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni

Inps Ape volontario

MIGLIAIA LE DOMANDE DI CERTIFICAZIONE DEL DIRITTO FINORA ACCOLTE DALL’INPS 

Sono 6.684 domande di certificazione del diritto all’anticipo finanziario a garanzia pensionistica (Ape) volontario che risultano accolte finora. Di queste, 5.214 si riferiscono a soggetti che hanno maturato i requisiti per l’accesso all’Ape volontario tra il 1° maggio e il 18 ottobre 2017.
Le domande di certificazione del diritto all’Ape volontario possono essere presentate online dal 13 febbraio scorso, data a partire dalla quale l’Inps ha reso anche disponibile sul sito istituzionale un simulatore che consente di calcolare, in via indicativa, l’importo dell’anticipo finanziario a garanzia pensionistica e la rata di rimborso, mediante l’inserimento di dati e informazioni da parte dell’interessato.

Ad oggi risultano effettuate circa duecentomila simulazioni. Le procedure per la certificazione del diritto all’Ape sono state messe a disposizione delle sedi territoriali dell’Inps dal 16 marzo. Dal 30 dello stesso mese, l’Inps sta provvedendo ad inviare ai soggetti interessati le certificazioni del diritto all’Ape volontario.

Delle 6684 domande accolte, 5.000 sono relative a coloro che possono richiedere, entro il 18 aprile 2018, i ratei arretrati maturati, e 214 sono coloro che, al fine di integrare il requisito minimo di durata dell’Ape, devono necessariamente richiedere, entro il 18 aprile 2018, i ratei arretrati maturati.
La disciplina vigente in materia di Ape ha infatti previsto che coloro che hanno maturato i requisiti per l’accesso al beneficio (almeno 63 anni di età e 20 anni di contribuzione) in una data compresa tra il 1° maggio 2017 e il 18 ottobre 2018, possono richiedere, entro il 18 aprile 2018, la corresponsione di tutti i ratei arretrati maturati a decorrere dalla data di maturazione dei requisiti.
Contestualmente al rilascio della procedura per le certificazioni di cui sopra, è stata predisposta quella per la presentazione online della domanda di Ape volontario, che consente il colloquio telematico fra cittadino, Inps, istituti finanziatori e imprese assicuratrici, e che verrà resa disponibile non appena arriverà l’adesione formale da parte degli istituti bancari interessati.

Inps

BONUS DA 600 EURO PER LE MAMME

Un bonus da 600 euro per le mamme. Si tratta del beneficio economico – ribattezzato ‘Contributo per l’acquisto di servizi di baby-sitting’ – destinato alle madri lavoratrici che non usufruiscono del congedo parentale. Introdotto nel 2012 in via sperimentale, riconfermato dalla Legge di Bilancio 2017, il voucher può essere utilizzato dalle neomamme che lavorano per pagare la baby sitter oppure l’asilo nido, pubblico o privato convenzionato. Le aspiranti beneficiarie, in possesso dei requisiti richiesti, possono accedere al contributo anche per più figli, presentando una domanda per ogni figlio.

Cosa prevede – Il beneficio – spiega l’Inps nel messaggio n.1428 del 30 marzo – consiste nelle seguenti forme di contributo, alternative tra loro: il contributo per far fronte agli oneri della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati; il contributo per l’acquisto di servizi di babysitting erogato secondo le modalità del ‘Libretto Famiglia’. L’importo del contributo è pari a 600 euro mensili ed è erogato per un periodo massimo di sei mesi (tre mesi per le lavoratrici autonome), divisibile solo per frazioni mensili intere, in alternativa alla fruizione del congedo parentale, comportando conseguentemente la rinuncia allo stesso da parte della lavoratrice.

Beneficiarie – Possono accedere al beneficio le seguenti categorie di lavoratrici: le lavoratrici dipendenti di amministrazioni pubbliche o di privati datori di lavoro; le lavoratrici iscritte alla Gestione separata Inps che si trovino, al momento della presentazione della domanda, ancora all’interno degli 11 mesi successivi alla conclusione del teorico periodo di indennità di maternità e non abbiano fruito ancora di tutto il periodo di congedo parentale; le lavoratrici autonome o imprenditrici che abbiano concluso il teorico periodo di fruizione dell’indennità di maternità e per le quali non sia decorso 1 anno dalla nascita o dall’ingresso in famiglia (nei casi di adozione e affidamento) del minore e che non abbiano fruito ancora di tutto il periodo di congedo parentale. Anche le lavoratrici part-time potranno fruire del contributo in misura, però, proporzionata in ragione del ridotto numero di ore lavorate.

Presentazione domanda – La domanda va presentata all’Inps esclusivamente attraverso uno dei seguenti canali: servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite Pin attraverso il portale dell’Istituto; enti di patronato, avvalendosi dei servizi telematici offerti dagli stessi; Contact Center (numero 803 164 da rete fissa oppure 06 164 164 da rete mobile). La presentazione sarà consentita fino al 31 dicembre 2018, o comunque fino a esaurimento dello stanziamento dei fondi. I termini da rispettare variano, inoltre, in base alla categoria delle lavoratrici. Per le lavoratrici dipendenti e per le lavoratrici iscritte alla Gestione separata la domanda deve essere presentata entro gli 11 mesi dalla fine del congedo di maternità o del periodo teorico di fruizione dell’indennità di maternità mentre, per le lavoratrici autonome, devono sussistere le seguenti condizioni: sia concluso il teorico periodo di fruizione dell’indennità di maternità; non sia decorso un anno dalla nascita o dall’ingresso in famiglia (nei casi di adozione e affidamento) del minore.

Pensioni

DAL 2019 L’USCITA A 67 ANNI

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri è inesorabile: dal prossimo anno si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni; mentre per l’anzianità bisognerà incrementare di 0,4 unità i valori attuali. Il nuovo metodo di calcolo è contenuto nella circolare dell’Inps, che rende operativo il decreto direttoriale del Mef e del ministero del Lavoro, pubblicato in Gazzetta ufficiale a dicembre del 2017.

Dal primo gennaio 2019 al 31 dicembre 2020 per accedere alla pensione di vecchiaia sarà quindi necessario aver compiuto 67 anni.

Dal 2019 si andrà in pensione di vecchiaia con almeno 67 anni di età se si hanno almeno 20 anni di contributi o con 71 se si ha il primo accredito contributivo dopo il 1996 e si hanno meno di 20 anni di contributi ma comunque più di cinque.

Lo ribadisce l’Inps con una circolare nella quale ricorda l’aumento previsto di cinque mesi per i requisiti per l’uscita dal lavoro e spiega il nuovo metodo di calcolo per gli aumenti legati all’aspettativa di vita che dal 2021 saranno biennali (e non potranno superare i tre mesi ogni volta).

L’Inps ricorda che dall’anno prossimo si potrà andare in pensione anticipata rispetto all’età di vecchiaia solo con 43 anni e tre mesi di contributi (42 anni e tre mesi se donna).

Saranno esentate dall’aumento dei requisiti i lavoratori impegnati in lavori gravosi delle 15 categorie definite dal Governo l’anno scorso. La variazione della speranza di vita relativa al biennio 2021-2022 – spiega l’Inps – è computata in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nel biennio 2017-2018 e il valore registrato nel 2016.

A decorrere dal 2023, la variazione della speranza di vita relativa al biennio di riferimento è calcolata «in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio medesimo e la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio immediatamente precedente». Per il biennio 2023-2024 quindi la variazione della speranza di vita è calcolata in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nel 2019-2020 e la media dei valori registrati nel 2017-2018.

Dal 2021, gli adeguamenti biennali non possono in ogni caso superare i tre mesi. Nel caso di incremento della speranza di vita superiore a tre mesi, la parte eccedente andrà a sommarsi agli adeguamenti successivi, fermo restando il limite di tre mesi. Nel caso di diminuzione della speranza di vita l’adeguamento non viene effettuato e di tale diminuzione si terrà conto nei successivi adeguamenti, fermo restando il predetto limite di tre mesi.

Pensioni

RIFORMA FORNERO POSSIBILE

Appare ormai sempre più abbordabile affrontare il capitolo pensioni e la riforma della legge Fornero.

Una revisione e non una cancellazione del regime attualmente in vigore, che di fatto prevede un’uscita dall’attività a 67 anni, livello ben più alto della Germania, potrebbe riuscire a coniugare le esigenze dei due elettorati di Lega e Cinquestelle e in fondo il bisogno di tutti: sbloccare le porte girevoli dell’accesso al mondo del lavoro e formare per tempo un bacino per pagare le pensioni nei prossimi 40 anni.

In questo senso andrebbe seriamente presa in considerazione l’ipotesi di istituire una quota 100, permettere cioè di accedere all’assegno dell’Inps a chi ha 64 anni e ha versato almeno 36 anni di contributi, oppure direttamente a chi ha già pagato 41 anni di contributi. Con le dovute accortezze e coperture, si tratterebbe di rimettere in moto quel turn over naturale nel settore privato da tempo bloccato che è risultato di fatto impermeabile al Jobs Act e all’Ape.

Un tecnico della materia come Alberto Brambilla ha stimato che un’operazione del genere costerebbe circa 5 miliardi l’anno. Potrebbe essere finanziata dimezzando quei 10 miliardi di incentivi alle imprese che ogni anno lo Stato elargisce senza essere davvero sicuro che servano alle imprese, come dimostrato dal rapporto Giavazzi ai tempi del governo Monti.

Rivedere la Fornero sarebbe quindi una retromarcia razionale, meno costosa di altri programmi e per nulla disonorevole. Se si paga un salario a chi non lavora si crea disoccupazione. Se si abbassa

l’età pensionabile senza aumentare il debito, l’occupazione sale. Forse, magari, varrebbe la pena provarci.

Carlo Pareto