Leone Sinigaglia tra musica popolare e alpinismo

leone sinigalliaMusicista e compositore italiano, Leone Sinigaglia (1868-1944) fu vittima dell’Olocausto per la sua origine ebraica. Più che per questa peripezia egli deve essere ricordato per il talento musicale e per la dedizione alla tradizione strumentale italiana. Fece parte infatti della schiera di compositori che nella seconda metà del XIX secolo cercarono di valorizzare questa tradizione attraverso un’originale fisionomia stilistica, insieme al direttore d’orchestra umbro Luigi Mancinelli (1848-1921), al violinista bresciano Antonio Bazzini (1818-1897), al bolognese Stefano Golinelli (1818-1891), al siciliano Francesco Paolo Neglia (1874-1932) e all’emiliano Giovanni Rinaldi (1840-1895), autori di una interessante musica pianistica. Il musicologo e antifascista Massimo Mila, autore di una prestigiosa storia della musica (1963 e 1977) e di una serie di scritti di montagna raccolti in un ponderoso volume (1992), descrive bene la figura di Leone Sinigaglia, il suo talento musicale, la passione per l’alpinismo e la dedizione nella raccolta delle vecchie canzoni popolari del Piemonte.

Cresciuto in una ricca famiglia della borghesia subalpina, Leone Sinigaglia frequentò l’ambiente culturale di Torino, dove strinse amicizia con insigni intellettuali come Galileo Ferraris, Cesare Lombroso e Leonardo Bistolfi. Frequentò l’Università di giurisprudenza, studiò le lingue straniere, ma la sua predilezione fu la musica, coltivata a Torino più che in altre parti d’Italia. Ventenne compose la «Romanza op. 3» e l’anno successivo la «Serenata provenzale» del librettista e compositore Arrigo Boito. Dopo gli studi musicali di pianoforte e violino, egli frequentò l’ambiente musicale di Milano, divenendo amico del grande violinista bresciano Antonio Bazzini (1818-1897), che lo stimolò a completare la formazione musicale nei grandi centri musicali d’Europa. Così soggiornò in varie città europee: dal 1894 fu a Vienna dove fu influenzato da Johannes Brahms riguardo alla cosiddetta musica assoluta e dal 1900 a Praga dove apprese da Antonin Dvořák la «freschezza del canto popolare nelle sue elaborazioni di motivi piemontesi» (M. Mila, Breve storia della musica, Torino 1977, p. 281).
Ritornato nel 1901 a Torino, Sinigaglia si stabilì a Cavoretto dove trascrisse nel decennio successivo circa 500 canti popolari piemontesi, recuperando quelli mancanti negli studi di Costantino Nigra, autore dei famosi «Canti popolari del Piemonte» editi nel 1888 dopo una vita dedicata alla loro raccolta cominciata nel 1854.

Le composizioni di Sinigaglia attrassero grandi direttori come John Barbirolli, Wilhelm Fütwangler e Arturo Toscanini, che nel 1903 eseguì le sue «Danze popolari piemontesi», arricchite alcuni anni dopo con la suite sinfonica ed edite nel 1914 dalla prestigiosa casa editrice Breitkopf & Härtel, la più antica del mondo per spartiti musicali. Le accurate stampe degli spartiti contenevano brani come «La pastora fedele», «Il maritino», «La sposa morta» e «La bella al molino». Dedito alla musica e allo studio, Sinigaglia manifestò anche un vivo interesse per la letteratura, senza avvertire la minaccia proveniente dal fascismo verso le famiglie ebraiche. Nel 1936 egli concluse la propria attività di compositore con l’ultima sua opera: la Sonata in sol maggiore per violino e pianoforte op. 44.

Le leggi razziali, emanate due anni dopo da Mussolini, infersero un duro colpo alla sua famiglia, sottoposta a una serie di soprusi e angherie di ogni sorta. La sorella Alina (1867-1944), sposata Segre, trovò rifugiò nell’ospedale Mauriziano grazie all’amico partigiano Luigi Rognoni (trentunenne nel 1944) mentre la loro villa ubicata a Cavoretto fu devastata dai fascisti. Prima di essere deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, Sinigaglia fu colpito da infarto il 16 maggio 1944, proprio nel giorno in cui i nazi-fascisti fecero irruzione nella sua abitazione per arrestarlo: 19 giorni dopo moriva anche la sorella Alina.

La sepoltura nel cimitero cittadino valse a Sinigaglia l’attribuzione di una via nel quartiere Barriera di Milano e il 31 maggio prossimo la dedica dei giardini di Cavoretto dove compose quasi tutte le sue opere e visse gran parte della sua vita. Dopo la morte l’amico Luigi Rognoni tenne viva la sua memoria, lasciando la biblioteca al Conservatorio di Torino. Sulla vicenda biografica del compositore torinese hanno indagato Gian Luca La Villa e Annalisa Lo Piccolo in un interessante volume intitolate «Leone Sinigaglia, la Musica delle alte vette» (Gabrielli, S. Pietro in Cariano-Verona 2012, pp. 118), i quali hanno richiamato la sua passione di alpinista e scalatore delle Dolomiti.

 Nunzio Dell’Erba

Al Santa Cecilia Albrecht sostituisce Gatti nelle sinfonie di Schumann

Marc Albrecht, direttore

Marc Albrecht, direttore

Questa sera con l’ultima replica al Parco della Musica di Roma si conclude il ciclo delle quattro sinfonie di Robert Schumann. Il presidente della Fondazione Santa Cecilia, Michele dall’Ongaro, prima del concerto di ieri dal podio ha annunciato:

“Il maestro Daniele Gatti non ha potuto dirigere i concerti di sabato 19, lunedì 21 e martedì 22 marzo causa un improvviso problema di salute di lieve entità. Sul podio dell’Orchestra e del Coro di Santa Cecilia salirà Marc Albrecht, attuale direttore stabile della Netherlands Opera e delle Orchestre filarmoniche e da camera olandesi”.
Il concerto, invariato con le sinfonie schumanniane n. 2 e n. 4 e lo Schiksalslied (Canto del destino) di Johannes Brahms su testo di Hölderlin, interpretato dal Coro di Santa Cecilia, si è aperto in religioso silenzio dopo un breve raccoglimento di cordoglio rivolto alle giovani vittime in terra spagnola dell’Erasmus.
Il maestro Albrecht, nato nel 1964 a Hanover in Germania, presenza dinamica sia sui podi delle più importanti orchestre che nelle buche dei teatri lirici, è particolarmente acclamato per le interpretazioni delle opere di Wagner e Strauss e per l’impegno per la musica contemporanea.

Coro Santa Cecilia

Coro Santa Cecilia

Bacchetta disinvolta, con una gestualità teatrale, fortemente scenografica, ha catalizzato ed incantato il numeroso pubblico presente, soprattutto nelle gallerie, dirigendo impeccabilmente un concerto certamente non facile e dalle tante contraddizioni impiantistiche con le quali il compositore fece i conti essendo uomo soprattutto di tastiera.

Per un genio “del colore e della sfumatura” qual è Robert Schumann (Zwickau 1810 – Endenich, Bonn 1856) quando si parla di un suo qualsiasi lavoro sinfonico e del valore della sua tecnica orchestrale non si può eludere il “beethovenismo”. Nei lavori per pianoforte già nell’Ottocento si diceva che il suo stile orchestrale è impersonale e uniforme e che i dislivelli espressivi e l’aspra sonorità di molti suoi “pieni” d’orchestra dipendessero da un’insufficiente imitazione di Beethoven: la Seconda è forse la sua sinfonia che più soffre questa sudditanza, almeno esteriormente.

Abbiamo avvertito da pubblico che scrive per il pubblico una grande coralità d’insieme, una conduzione perfetta e un’orchestra che seguiva con entusiasmo ogni gesto impostativo del suo maestro. La Seconda chiudeva la prima parte del concerto con applausi a non finire: e questo basta!

Con una lunga passerella dei coristi di Santa Cecilia, diretti dal maestro Ciro Visco, che maestosamente hanno preso posto sugli spalti retrostanti l’orchestra, Schicksalslied, (Canto del destino) op. 54, di Johannes Brahms (Amburgo 1833 – Vienna 1897) ha interrotto l’intervallo portando il parterre per mano verso la n.4, ultima del ciclo, coinvolgendolo totalmente per il resto della seconda parte.
Le qualità alte delle sinfonie di Schumann non sono le sue architetture o la sua oratoria sonora, sono invece le originalità formali, perfino le genialissime incoerenze, che avvicinano questa Quarta, che si proponeva di essere una sinfonia classica, a un poema sinfonico romantico. Come esempio della consapevole “indipendenza” e “orecchiabilità” del compositore nella scrittura sinfonica, va ricordato che in un primo momento voleva intitolarla “Sinfonia Fantasia”.

Gli studi più recenti ribadiscono che il sinfonismo di Schumann è una delle chiavi di volta della creatività orchestrale del XIX secolo, “per le influenze suscitate sulle generazioni successive di compositori”. Da Bruckner a Mahler, ed altri ancora, tutti sono stati stimolati da questo anelito a rappresentare il mondo dei sentimenti in una forma fantastica e dall’inesausta sua lotta per il rinnovamento della musica.

Guerrino Mattei

Alla ricerca dell’essenza romantica di Johannes Brahms

Johannes_BrahmsAppena iniziata, già raccoglie sostenitori da ogni dove e non sembra volersi fermare. Si tratta di una spedizione che, passando attraverso partiture ed interpretazioni, cercherà di giungere all’essenza romantica del compositore tedesco Johannes Brahms. Musicista di rara maestria e musicalità, fu estremamente prolifico e regalò all’Europa alcuni tra i più bei concerti per pianoforte e per musica da camera. Le partiture di Brahms sono orientate verso un vivido sinfonismo e segnate dal sistematico spirito di rivisitazione della struttura compositiva, meditata e sofferta, che si accompagna a una tendenza a prediligere la spontaneità dei tratti della musica popolare, soprattutto viennese e ungherese. La trama musicale, adagiata nello spirito di riflessione e ripiegamento, esprime un senso di affettiva profondità e di dolcezza poetica. Continua a leggere