Concetto di imprenditore e responsabilità sociale dell’impresa

giuseppe bertaNonostante l’interesse nutrito nell’ambito della storia del pensiero economico per il concetto di imprenditore e di imprenditorialità, i contenuti e le rappresentazioni di tale concetto “risultano sfuggenti non appena si cerca di afferrarne la sostanza”. È questo il motivo per cui Giuseppe Berta, in “L’enigma dell’imprenditore (e il destino dell’impresa)”, compie il tentativo di catturare in termini circostanziati la determinatezza di quei “contenuti e rappresentazioni”, in considerazione del fatto che l’imprenditore e l’imprenditorialità, nella storia del modo di produzione della vita materiale, sono considerati le forze motrici del progresso economico.
Secondo Berta, nell’immaginario collettivo, l’imprenditore impersona “quella delicata combinazione di attitudini e capacità che permette di ottenere la riuscita economica, sia individualmente, sia all’interno di un’organizzazione”; l’imprenditorialità viene così fatta coincidere “con la virtù dell’intraprendenza personale, da perseguire attraverso una tenace e orgogliosa affermazione delle doti individuali, con un impegno e una dedizione rivolti a un risultato che fosse il premio tangibile”, sia sul piano dell’arricchimento, che su quello della distinzione sociale, con l’apporto di qualità e di risorse esplicitamente personali.
Questa rappresentazione dell’imprenditore risulta implicitamente caratterizzata dalla virtù che, di per sé, qualifica la sua funzione, quella di essere proteso sempre ad innovare; una propensione in parte “oscurata” nel corso del XX secolo, con l’avvento dei manager nati come alternativa e complemento dell’azione imprenditoriale, ma che è riemersa prepotentemente verso la fine dello stesso secolo, con la rivoluzione determinata dalle tecnologie dell’informazione, che hanno avuto l’effetto di “riportare in piena luce i connotati originari dell’imprenditore”; ciò ha consentito di “celebrarne la potenza creativa” e di ricuperare la considerazione dell’attività innovativa come “atto rivelatore della presenza dell’imprenditore nel processo economico”.
Perché, allora, si chiede Berta, riesce difficile catturare i contenuti e le rappresentazioni idonei a consentire di fissare, in termini univoci, il profilo dell’imprenditore? A questa domanda egli si propone di rispondere, intraprendendo “un percorso tra economia e storia”, intesa quest’ultima un senso lato, non come ricostruzione delle vicende economiche.
Secondo un’accreditata linea di pensiero della storia del pensiero economico, il merito di aver indicato nell’imprenditore il vero motore dell’attività economica va riconosciuto a Richard Cantillon, un finanziere francese vissuto a cavallo tra il Seicento e il Settecento; egli, infatti, ha inaugurato la tradizione continentale di considerare imprenditore, non tanto colui che detiene la proprietà dei mezzi di produzione, né colui che mette a disposizione il proprio lavoro, quanto colui che, organizzando nel migliore dei modi l’impiego dei fattori produttivi, ne assume la responsabilità della gestione.
Tuttavia, a parere di Berta, la definizione di imprenditore data da Cantillon sarebbe lontana “dal rigore analitico proprio dei protagonisti dell’economia politica classica”; per l’”entrepreneur” cantilloniano “non c’è posto nei grandi testi” in cui si compendia l’economia politica della tradizione inglese; ciò è testimoniato dal fatto che, in tali testi, in luogo del termine “entrepreneur”, venga usato alternativamente quello di “manufacturer”, o quello di “undertaker”, od anche quello di “projector”, privilegiando in ogni caso quello di “capitalist”. Nella visione dei classici – afferma Berta – la funzione di guida dell’attività produttiva ha scarsa importanza, mentre ciò che caratterizza il capitalista consiste nell’apporto dei fattori produttivi (ovvero nella fornitura del capitale reale).
Questo spostamento d’accento, riguardo al ruolo e alla funzione del soggetto che organizza e conduce l’attività economica, non impedisce che il ruolo e la funzione del “capitalist” della tradizione inglese coincidano con il ruolo e la funzione dell’”entrepreneur” della tradizione continentale. Sono rimasti, però, due approcci differenti alla definizione di inprenditore; perché si delineasse “qualche tacito spunto di convergenza – continua Berta – bisognerà attendere l’ultimo quarto dell’Ottocento”.
Nell’ambito dell’approccio inglese, verso la fine dell’XIX secolo, si è fatta strada l’idea di riportare al ruolo e alla funzione dell’imprenditore anche la genesi del profitto; idea che ha trovato soprattutto nelle riflessioni di Alfred Marshall la sua formulazione più compiuta, permettendo l’integrazione nella struttura del ragionamento economico dell’analisi del ruolo e della funzione dei concetti di imprenditorialità e di direzione dell’impresa; si è così rinvenuta la genesi e la destinazione del profitto nel fatto che esso rimuneri l’imprenditore, non solo perché egli coordina, secondo un approccio razionale, l’impiego del proprio capitale nell’attività produttiva, ma anche perché è colui che si accolla il rischio, “implicato nella combinazione di capitale e lavoro” per scopi produttivi, del successo o dell’insuccesso dell’attività dell’impresa.
All’inizio del Novecento, l’ipotesi della razionalità dell’agire economico e quella del rischio implicito in tale attività sono state ritenute, dall’austriaco Joseph Alois Schumpeter, insufficienti a caratterizzare l’attività imprenditoriale; secondo l’economista austriaco, la definizione dell’imprenditorialità fondata su “una convenzionale razionalità di tipo utilitaristico” era adatta solo ad un’economia statica. L’imprenditore, secondo Schumpeter, non svolge solo attività di routine, ma è anche portatore di nuove forme di azione, capaci di mutare la realtà esistente; prendendo nelle sue mani tutto ciò che concerne l’economia, l’imprenditore lo trasforma in qualcos’altro; l’attività che così pone in essere non è “una semplice capacità di adattamento, è piuttosto una volontà di trasformazione […] che assoggetta a sé la realtà per piegarla alla sua volontà”.
Con questo approccio al concetto di imprenditore, perciò, ricchezza e profitto rappresentano la misura del successo dell’uomo d’azione nel campo dell’economia. Per Schumpeter, sottolinea Berta, l’imprenditore è “un tipo umano che esalta al massimo le doti e le qualità individuali: è l’incarnazione moderna dell’individualismo”. L’agire imprenditoriale è la leva che porta l’economia fuori dal suo binario statico. Secondo l’economista austriaco, il tipo ideale di imprenditore andava individuato nel moderno “capitano d’industria”, un soggetto non riconducibile all’interno della massa degli operatori attivi nel mondo dell’attività economica.
Inoltre, per Schumpeter, l’imprenditore non era soltanto colui che fondava una nuova impresa, ma era soprattutto colui che, in virtù della sua propensione alla “distruzione creativa”, rimuoveva il modo consolidato di utilizzare i fattori della produzione, per crearne uno nuovo; l’esito della distruzione creativa schumpeteriana era il motore dello sviluppo economico e del progresso.
Con l’approfondimento della sua definizione di imprenditore innovatore, Schumpeter mostrava come non fosse necessario legare l’azione imprenditoriale alla proprietà dei mezzi di produzione e al rischio che corre l’investitore che finanzia l’impresa. Fatta chiarezza su tutti questi aspetti, l’imprenditore, secondo Schumpeter, veniva così a configurarsi come perno introno al quale ruotava l’intera economia di scambio, diventando egli l’intermediario tra i possessori di prestazioni produttive e i consumatori.
Questa caratterizzazione dell’imprenditore, formulata da Shumpeter nella fase giovanile della sua esperienza professionale (cioè all’inizio del secolo scorso), varrà a caratterizzare il suo “eroe” in termini esclusivamente individualistici, incurante – afferma Berta – delle convenzioni sociali e avverso a ogni deriva conformistica. Tuttavia, in una fase più avanzata del capitalismo, Schumpeter, dopo aver esaltato la forza dirompente dell’imprenditore innovatore, sarà costretto a riconoscere, ricorda Berta, che anche un “quadro” intermedio della direzione dell’impresa “può rivestire la funzione imprenditoriale, sebbene a rigore non venga ricompensato attraverso il profitto, ma piuttosto con uno stipendio derivante da un contratto di assunzione”.
E’ stato, questo, da parte di Schumpeter, un riconoscimento tradivo del ruolo e della funzione che la “scuola manageriale ed economico-giuridica americana” (per merito soprattutto di Frederick Taylor, Adolf Berle e Gardiner Means) ha assegnato all’imprenditore nella prima parte del XX secolo, in conseguenza della trasformazione dell’organizzazione dell’impresa verificatasi sull’altra sponda dell’Atlantico.
In America, l’innovazione è stata percepita come il prodotto dell’organizzazione, che rende superfluo se non dannoso l’apporto individuale, quando questo non sia strutturato all’interno di precisi “protocolli operativi”. Il ruolo e la funzione affidati alla direzione dell’organizzazione dell’impresa vengono così individuati nella creazione “di procedure standardizzate e formalizzate in luogo del sapere informale, appreso ‘inconsciamente attraverso l’osservazione personale’”.
Ciò implica, non solo la sostituzione della figura dell’imprenditore innovatore individualista, di schunpeterana memoria, con il management dell’impresa (i cui componenti non sono necessariamente i proprietari dei fattori produttivi), ma anche lo sfaldamento del vecchio concetto di proprietà e dell’unità dell’impresa. Questo modo di pensare ha condotto a scoprire che la “moderna corporation, la public company il cui capitale è posseduto da una massa dispersa e anonima di azionisti, [è] ‘l’istitutore dominante del mondo moderno’”.
Tale scoperta ha rappresentato un evento rivoluzionario, in quanto è valsa a “sovvertire il tradizionale assetto proprietario”, in quanto gli interessi dei tradizionali proprietari potevano continuare ad essere garantiti, facendo valere il principio secondo il quale le corporation, nella forma di società per azioni, sono al servizio, non solo del “gruppo di comando”, ma anche dell’intera comunità. Il ricupero della tutela degli interessi dei proprietari è stato infatti determinato dalla necessità che il management fosse responsabilizzato, non solo nei confronti degli “shareholders” (gli azionisti), ma anche e soprattutto nei confronti degli “stakeholders”, cioè di tutti i componenti la comunità.
Così, alla metà del Novecento, il capitalismo americano rifletterà un’immagine dell’imprenditore totalmente spersonalizzato, in cui il l’”eroe” schumpeteriano sarà sostituito dal management d’impresa; contemporaneamente, però, avrà inizio, soprattutto dopo l’esperienza della Grande Depressione, il processo di progettazione e di realizzazione di una complessa legislazione sociale volta ad introdurre una regolazione pubblica dell’attività economica; il controllo sociale del modo capitalistico di produrre, soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale, risulterà la forma organizzativa prevalente dei sistemi economici ad economia di mercato.
Ironia della sorte, a causa delle crisi, che per vari motivi hanno colpito le economie di mercato nel corso degli anni Settanta, il primato del management, ricorda Berta, è stato sconfitto e “l’individualismo è tornato ad essere l’unica ricetta per il successo economico”; in tal modo, ha ripreso forma uno scenario economico dominato da quello stesso individualismo che, dopo l’ammansimento degli animal spirit del capitalismo dominato dall’imprenditore distruttore creativo di Schumpeter, era stato sostituito, prima, dal managenemt e, poi, da un crescente e pervasivo controllo sociale dell’attività d’impresa.
Da un lato, il ritorno all’individualismo imprenditoriale, complici i progressi scientifici e tecnologici verificatisi nel campo delle scienze dell’informazione, ha consentito di rilanciare la crescita e lo sviluppo economico delle economie di mercato in crisi; da un altro lato, però, esso è valso anche a ristrutturare le forme di produzione capitalistiche che, con la globalizzazione, sono divenute la causa dello stato permanentemente instabile del mondo economico e politico contemporaneo.
Non è possibile prevedere quanto ancora potrà reggere questa riaffermazione dell’individualismo imprenditoriale; ciò non toglie che sia quanto mai avvertita l’urgenza, nell’interesse dello stesso capitalismo, di ammansire di nuovo la sua azione, perché i suoi risultati tornino ad essere compatibili con gli interessi dell’intera comunità.

In democrazia il popolo non sempre è sovrano

gentileLo storico Emilio Gentile, in un recente libro della collana “Idola”, edita da Laterza (“In democrazia il popolo è sempre sovrano”. Falso!), svolge alcune riflessioni sulla democrazia e il popolo sovrano, contribuendo a chiarire le idee, rese molto confuse dal recente dibattito massmediatico sulla natura della democrazia rappresentativa. Gentile sottolinea, in particolare, il “malessere che sta mutando la democrazia rappresentativa in democrazia recitativa, dove al popolo sovrano è assegnata solo la parte di comparsa nel momento delle elezioni”.
Democrazia – afferma Gentile – significa “potere del popolo”; in quanto titolare della democrazia, il popolo è anche titolare della sovranità, ovvero della somma dei poteri di governo di una data comunità, statualmente organizzata; di conseguenza, se in uno Stato democratico è sovrano il popolo, “nessun governante può essere al di sopra del popolo o al di fuori del popolo. Dalla volontà dei governati deriva ogni autorità dei governanti”.
Ci sono però molte definizioni di democrazia; al fine di sgombrare il campo da tutti i “se” e da tutti i “ma” che potrebbero essere avanzati per “precisare” e “integrare” l’articolazione del suo discorso, sino a renderlo poco comprensibile e “nebuloso”, Gentile dichiara di riferirsi alla definizione di democrazia rappresentativa avanzata da Raymond Aron; secondo il sociologo francese, quando nel mondo contemporaneo, si parla “di democrazia moderna, e non di quella ateniese, i caratteri fondamentali dei regimi democratici sono appunto le elezioni, il regime rappresentativo, la lotta fra i partiti e la possibilità del cambiamento pacifico del governo”.
Nel mondo attuale, la democrazia rappresentativa appare trionfante – sottolinea Gentile – e “quasi tutti i governi affermano di essere democratici, e quasi tutte le costituzioni degli Stati esistenti dichiarano che la fonte di ogni potere è il popolo sovrano”; si dà il caso che si debbano nutrire seri dubbi sulle veridicità di queste affermazioni, perché, com’è nell’esperienza di tutti, la “democrazia è molto malata, e molte sono le insidie che mirano a privare il popolo della sua sovranità”.
L’affermazione che la democrazia appaia trionfante nel mondo moderno, ma nello stesso tempo sia afflitta da una “malattia che potrebbe essere mortale”, può sembrare una contraddizione; questa, però, è nella realtà della vita politica moderna e, per avvertirla, basta considerare se la democrazia, nonostante sia trionfante, sia anche realmente operante.
Tutta la storia della democrazia moderna negli ultimi due secoli, “dalle rivoluzioni democratiche del Settecento ai giorni nostri – afferma Gentile – è stata una storia di lotte, di sconfitte e di conquiste, un avvicendarsi di successi e insuccessi, fra moti, sommosse, manifestazioni di massa, rivolte, rivoluzioni, guerre civili, guerre fra Stati, e persino due guerre mondiali: tutte combattute per riconoscere al popolo sovrano, a tutti i popoli del mondo, il diritto di vivere in libertà e dignità”.
Le lotte hanno realmente contribuito a migliorare le condizioni dell’esistenza di buona parte dell’umanità. Vi sono stati, e continuano ad esservi, dei realisti critici della democrazia rappresentativa, come ad esempio Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e Joseph Alois Schumpeter, secondo i quali il popolo non ha mai governato, nel senso che il potere è sempre stato detenuto ed esercitato da una minoranza variamente denominata classe politica, élite, oligarchia; d’altronde, anche Gentile pensa che il popolo sovrano sia “uno dei grandi idoli della modernità”. Tuttavia, non può essere negato che in nome del popolo sovrano è stata compiuta la grande impresa, consistita nella “traslazione della sovranità da Dio all’uomo” e nella “proclamazione degli esseri umani padroni del proprio destino”. Oggi, sottolinea Gentile, tranne le monarchie assolute di alcuni paesi, tutti gli Stati hanno costituzioni nelle quali è affermato che la sovranità è esercitata dal popolo.
Ciò nondimeno, negli ultimi tempi, la democrazia rappresentativa è passata dal “trionfo alla ritirata”. Ciò è particolarmente vero soprattutto se si considera quanto accade, o sta accadendo, al popolo sovrano nelle democrazie rappresentative di più consolidata tradizione liberale. Secondo alcuni critici attuali, a determinare l’arretramento della democrazia è il dilagare della corruzione (intesa questa non solamente ed esclusivamente in termini di reati comuni) come aspetto ormai pervasivo della vita politica. Tuttavia, la corruzione, a parere di Gentile, non è l’unico fattore a determinare la “ritirata” della democrazia; un altro fattore è il degrado della comunicazione politica di massa, a causa della personalizzazione della politica; accanto a questa vi è anche la decadenza della “discussione politica seria”, dovuta al ricorso all’industria dello spettacolo per indirizzare il comportamento di voto del popolo; fatti, questi, che impediscono al popolo stesso di dare forma autonoma alla valutazione dei propri interessi.
L’insieme dei fattori corruttivi della democrazia ha determinato, o sta determinando, la concentrazione nelle mani di una minoranza di governanti, i quali, legati e proni agli interessi dei poteri forti, contribuiscono alla “ritirata” delle democrazia, con la sua trasformazione “in postdemocrazia o democrazia recitativa”: dove il “popolo rimane sovrano nella retorica costituzionale ma nella realtà è desovranizzato”. La difettività della democrazia non è però solo un fenomeno recente; dacché è nata, a partire della rivoluzione americana e da quella francese, la democrazia è sempre stata accompagnata dall’”alone dell’ideale e dall’ombra dell’ipocrisia”, due fattori inevitabilmente conflittuali: in America la dichiarazione dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani non ha impedito le discriminazioni razziali e le guerre di sterminio contro i nativi, mentre in Francia la stessa dichiarazione di uguaglianza non ha impedito che si negassero, ad esempio, alle donne gli stessi diritti riconosciuti agli uomini.
Il conflitto è evidente soprattutto nel mondo attuale, “dove per la prima volta nella storia umana quasi tutti i popoli organizzati in Stati indipendenti e sovrani sono membri di un’unica organizzazione internazionale, l’ONU, che professa i principi, i valori, gli ideali e gli scopi della sovranità popolare”: la realtà, però, è molto distante dall’immagine che danno di sé, non solo le Nazioni Unite, ma anche gli Stati democratici, nei quali alla democrazia rappresentativa si è sostituita una democrazia recitativa, con i governanti che hanno espropriato il popolo della sua sovranità, nonostante continuino a proclamare d’”essere i suoi più genuini e devoti rappresentanti”.
A parere di Gentile, non è possibile prevedere come evolverà la democrazia recitativa. La complessità del fenomeno rende difficile ogni previsione; ma, in ultima istanza, afferma lo storico, finché i governanti saranno eletti dai governati, dipenderà da questi la loro elezione, nel senso che dipenderà dai governati se vorranno tornare ad essere sovrani e “protagonisti di una democrazia rappresentativa”, oppure continuare ad essere ridotti a semplici comparse in una democrazia recitativa.
Ciò non significa eliminare del tutto dalla democrazia rappresentativa l’ombra dell’”ipocrisia”; al di là però della “gag” di Winston Churchill, secondo il quale la democrazia è la peggior forma di governo, eccetto le altre forme sperimentate sinora, non sarà sufficiente una riforma della costituzione e delle istituzioni parlamentari per porre rimedio all’espropriazione della sovranità della quale è stato “vittima” il popolo.
Occorrerà, invece, eliminare la cause che hanno condotto alla postdemocrazia, rimuovendo in particolare ciò che, secondo John Rawls, ha originato una “zoppia genetica” della democrazia moderna, ovvero il fatto che essa, nel suo costituirsi, ha garantito in “ex ante” i valori di libertà, uguaglianza e solidarietà solo in termini formali e non anche in termini sostanziali; in tal modo, non è stato salvaguardato il principio cardine della democrazia, ovvero la paritaria partecipazione politica al governo della comunità, sia pure attraverso l’istituto della rappresentanza, su cui è fondata la sovranità del popolo. IL principio è stato disatteso dal modo di operare proprio delle istituzioni dello Stato democratico; questo, infatti, non ha saputo garantire nel tempo una parificazione delle posizioni individuali, evitando che queste fossero spesso determinate dal caso, oppure da condizionamenti esterni. In tal modo, si sono creare le premesse perché la democrazia rappresentativa fosse minata intrinsecamente dalla diffusione della corruzione, intesa come aspetto pervasivo della vita politica, che ha condotto il popolo ad essere espropriato della propria sovranità.
In conclusione, per affrancare la democrazia da molte delle sue criticità occorre riformare le costituzioni e le istituzioni degli Stati democratici, perché diventi possibile la realizzazione di una reale parificazione delle posizioni dei singoli componenti della società; se ciò non significa eliminare del tutto l’alone dell’”ipocrisia”, del quale la democrazia ha sinora sofferto, significa però, come afferma Gentile, di continuare a sentirsi “amico” della democrazia e non un suo “amante”; ciò perché chi ama una cosa, vede acriticamente in essa solo qualità per cui vale la pena di amarla, ignorandone i difetti e, cantandone le lodi anche quando non le merita.
L’essere amico e non amante delle democrazia, è infatti il solo modo per essere costantemente vigili e pronti a mobilitarsi, ogni volta che la “cosa amica” presenti un qualche difetto di funzionamento o sia esposta al pericoli di qualche insidia esterna. Le riforme costituzionali, o quelle delle istituzioni democratiche, che non rinforzino l’”amicizia con la democrazia” si collocano, perciò, solo nel segno della continuità del processo di espropriazione della sovranità del popolo.

Gianfranco Sabattini