Danzica. Il ritorno di Lech Wałęsa

jaroslav-kDanzica. Basilica di Santa Brigitta. Messa in ricordo del 38simo anniversario degli accordi di Agosto che diedero inizio al dialogo tra il movimento di Solidarność ed il regine comunista. Il presidente polacco Andzrej Duda si alza dal primo banco per avvicinarsi al pulpito ed iniziare il suo discorso. Ma la folla ed i giornalisti sono tutti rivolti verso il leader indiscusso del primo sindacato libero del Patto di Varsavia, Lech Wałęsa, che in modo deciso e plateale lascia la chiesa passando davanti al presidente ed al pulpito dal quale avrebbe parlato.

Una risposta chiara e coraggiosa alla guerra lanciata dal leader del partito di estrema destra Jarosław Kaczynski, padre padrone di una Polonia che sta scivolando verso Est.
Da anni infatti Kaczynski sta cercando di riscrivere la storia di quegli anni, descrivendo Wałęsa come personaggio marginale o addirittura venduto al regime con tanto di documenti, poi dichiarati falsi, portati miracolosamente alla luce e poi rispariti dal braccio armato del partito, quell’IPN (Istituto della Memoria Nazionale) che lungi dall’essere un organo indipendente di tutela della documentazione storica, è diventato nell’ultimo anno una macchina di produzione di fango verso gli oppositori del partito al governo. L’obbiettivo è quello di descrivere come eroe del sindacato il fratello Lech Kaczynski, scomparso nel 2010 nel tragico incidente aereo in Russia.

Un numero consistente di polacchi si stringe intorno a Wałęsa nonostante una stampa nazionale imbavagliata che oscura le opposizioni.
Suona paradossale come, a distanza di quasi 30 anni, sia ancora questo uomo incanutito e con improponibili occhiali gialli, a dover prendersi sulle spalle una nazione che non ha saputo evolversi democraticamente e superare complessi storici che frenano il raggiungimento di una piena maturità.

E tuttavia a nulla sembrano servire le proteste di strada. Lo stesso presidente Duda ha da poco firmato la riforma della Corte Costituzionale, pre-prensionando i suoi membri e riempendola di persone inclini al nuovo governo, incappando così, primo caso nella storia, nel cartellino giallo dell’Unione Europea sull’articolo 7 (forse il più rilevante visto che parla dei valori dell’Unione stessa). La stampa è ormai, come detto sopra, totalmente controllata dal partito, eccezion fatta per la televisione TVN e il quotidiano Gazeta Wyborcza, continuamente multate dall’organo di controllo sugli organi di informazione (organo che dovrebbe garantire la pluralità ma che sta diventando invece organo censore per gli oppositori al governo).

I dati economici positivi sembrano però garantire una certa benzina al motore della propaganda governativa. Dati garantiti tuttavia dall’onda lunga delle riforme degli ultimi 15 anni, dopati dal flusso di soldi che arriva da Bruxelles. E forse sta tutto qui il paradosso di una nazione che non conosce disoccupazione, con una crescita impressionante in soli 20 anni e che pure sembra non riconoscere il benessere derivato come conseguenza di quelle politiche.

La retorica di un Europa a cui non si deve dire grazie poichè quanto ricevuto sarebbe solo parte di quanto dovuto da un Europa che ha tradito la Polonia lasciandola nelle mani di nazisti e comunisti, e che anzi oggi Europa significhi una nuova occupazione della Polonia (parole del presidente Duda) esattamente come quelle dell’800, che attraverso i trattati vogliono cancellare la purezza della Polonia con gay ed immigrati; ebbene queste parole sembrano funzionare in una società si arricchita ma anche disorientata da un lavoro che per quanto presente è sempre più precario.

Le conquiste vengono quindi intese come diritti inalienabili e gli obblighi come imposizioni di Bruxelles per limitare la libertà tanto agognata.

Questa narrazione va oggi per la maggiore e garantisce al governo un bacino elettorale stabile e duraturo. Fino a quando? Difficile a dirsi.

Se non interverranno fattori esterni sarà una morte lenta e dolorosa. Molte fabbriche stanno infatti spostando le proprie produzioni verso altri paesi dell’Unione (Bulgaria e Romania) o la vicina Ucraina. Questo accade a causa di una moneta (lo Złoty) molto debole ed instabile e per la mancanza di manodopera. Quella qualificata preferisce emigrare, attratta da contratti migliori all’estero mentre quella non qualificata rimane a casa mantenuta da assegni statali per i figli, per la disoccupazione etc.. che, sommati a un po’ di lavoro nero, fa si che non convenga loro cercare lavoro. La propaganda anti-immigrazione ha bloccato peraltro anche i flussi dall’Ucraina, causando un vero e proprio deficit di lavoratori nel paese.

L’onda lunga di questi problemi si farà però sentire solo fra qualche anno. Quando sarà magari troppo tardi. Nel frattempo ci si aggrappa a chi, come Wałęsa, negli anni novanta sperava in una Polonia diversa. O a quei pochi veterani di guerra che abbiano ancora la forza di gridare il loro sdegno nel vedere i loro vessilli utilizzati da gruppi neo-fascisti che marciano per le strade di Varsavia.

La Polonia sana sta cercando di reagire. Ma sembra essere troppo divisa ed incapace di creare una nuova narrazione della realtà.

FUTURO EUROPEO

europaUna strana Europa, quella che nel giro di pochi giorni celebrerà i 60 anni dei Trattati di Roma e subito dopo affronterà il divorzio con la Gran Bretagna. Sabato prossimo i 27 disegneranno il futuro per i prossimi anni dell’Europa. Un futuro senza Londra, ma che dovrà essere ancora fondato sull’unità pena “l’emarginazione dalle dinamiche globali”, come è scritto nella bozza della Dichiarazione di Roma analizzata dagli ‘sherpa’ dei governi riuniti a Bruxelles. Un gran lavoro, con continue limature e modifiche al testo, che alla fine ha portato i suoi frutti. Infatti le trattative per stendere il testo della dichiarazione che sarà siglata il 25 marzo al Campidoglio si sono concluse positivamente: è stato raggiunto un compromesso per riavvicinare i Paesi dell’Est Europa del gruppo di Visegrad, scettici sulla formula dell”Ue a più velocità.

Era stata ancora una volta la Polonia a puntare i piedi e ad uscire dal coro. Jaroslaw Kaczynski, leader del partito populista al governo ‘Diritto e Giustizia’ (Pis), in un’intervista ad un settimanale polacco aveva ribadito che il governo di Beata Szydlo si sarebbe opposto al progetto di un’Europa a più velocità lanciato due settimane fa da Francia, Germania, Italia e Spagna a Versailles. Ma Varsavia, che già aveva subito un 27 a 1 nello scontro per la rielezione di Tusk, si è trovata nuovamente isolata. Ma secondo Kaczynski la Polonia deve “difendere i propri interessi in modo deciso”. Ma alle fine il rappresentante polacco ha confermato che anche Szydlo firmerà la Dichiarazione di Roma.

Il testo conferma la formula che prevede di “agire insieme ogni qualvolta possibile, a ritmi e intensità diversi dove necessario, come fatto in passato nell’ambito del quadro del Trattato”. Permane quindi una doppia velocità. Anche se la formula ne lima la portata.

Invece il sottosegretario agli Affari Europei Sandro Gozi parla di unione sociale: “L’unione sociale è scritta nei trattati ma nessuno di noi ha preso l’impegno politico. Questo deve essere il nostro obiettivo vero”. Il sottosegretario agli Affari Europei inoltre invita a cogliere l’opportunità della Brexit. “Usiamo i 73 seggi che saranno lasciati dalla Gran Bretagna per eleggere deputati transnazionali così da cominciare a colmare il divario tra le decisioni europee e i dibattiti a livello nazionale”. Londra ha infatti annunciato che la notifica della richiesta di divorzio, ovvero la lettera di Theresa May che ufficializzerà la richiesta del governo britannico di attivare l’art.50 per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sarà inviata il 29 marzo. Non rovinerà le celebrazioni, ha osservato Angela Merkel, consapevole che l’Unione europea è “pronta a cominciare il negoziato”, come è tornato a sottolineare oggi il portavoce della Commissione Ue, mentre il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, da poco riconfermato, ha ribadito che “entro 48 ore” dal ricevimento della lettera britannica potrà presentare ai 27 le “linee guida” e convocare il vertice straordinario che formalizzerà il mandato negoziale per Michel Barnier.

Rientrato il dissenso della Polonia, a minacciare di non siglare dichiarazione di Roma è Atene. Fonti citate dal quotidiano “Kathimerini” infatti evidenziano questa possibilità, dopo che i creditori internazionali hanno detto chiaramente che dalla Grecia non sono stati fatti progressi sufficienti e che quindi il piano di salvataggio sarebbe a rischio. Secondo le fonti citate dal quotidiano ellenico, gli esponenti del governo di Atene coinvolti nei negoziati per predisporre la bozza della dichiarazione di Roma sulla riforma del progetto europeo hanno dichiarato che non possono siglare un tale documento mentre la Grecia viene messa sotto pressione da domande completamente “irrealistiche” da parte del Fondo monetario internazionale. Insomma appena chiusa una crepa se ne apre un’altra.

Scheda. Le tappe di 60 anni di storia

Nata nel 1957 con i trattati di Roma, l’Unione Europea ha cambiato la nostra storia e il nostro modo di vivere, regalandoci un lungo periodo di pace e prosperità economica. Una storia scandita da una serie di tappe importanti che ne hanno segnato l’allargamento, ma anche da una rottura come la Brexit:

25 marzo 1957: i Trattati di Roma istituiscono la Comunità Economica Europea. I sei paesi fondatori – Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda e Germania ovest – sono gli stessi che dal 1951 erano già riuniti nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio. La seconda guerra mondiale è finita da appena 12 anni, ma l’Europa è già divisa dalla cortina di ferro della guerra fredda. L’ideale europeo si ispira al manifesto di Ventotene, scritto nel 1944 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, ed è stato portato avanti da statisti come Alcide De Gasperi, Robert Schumann, Jean Monnet, Konrad Adenauer e Paul Henry Spaak.

1 gennaio 1973: primo allargamento di quella che si chiama ancora la Cee. Con l’adesione della Danimarca, dell’Irlanda e del Regno Unito, il numero degli Stati membri sale a nove.

7-10 giugno 1979: per la prima volta i cittadini europei possono eleggere direttamente i deputati del Parlamento europeo.

1 gennaio 1981: La Grecia aderisce alla Cee. I paesi membri sono ormai dieci.

1 gennaio 1986: Portogallo e Spagna aderiscono alla Cee. I paesi membri diventano 12.

1987: nasce il progetto Erasmus. Il programma di mobilità studentesca fra le università europee diventerà uno dei simboli più popolari dell’Europa unita.

3 ottobre 1990: dopo il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1990, la Germania torna ad essere unita e l’ex Ddr entra quindi nella Cee. E’ l’inizio di una nuova fase storica che porterà all’estensione dell’Unione in quasi tutto il continente.

7 febbraio 1993: viene firmato il trattato di Maastricht nell’omonima città olandese, che sancisce la nascita dell’Unione Europea. Si passa dall’unione economica a quella politica, ponendo le basi per il nuovo assetto istituzionale comunitario che conosciamo oggi e che verrà ulteriormente definito nei trattati di Amsterdam. (1997), Nizza (2000) e Lisbona (2007). Vengono definite le tappe e i parametri dell’Unione monetaria.

1 gennaio 1995: Austria, Finlandia e Svezia aderiscono all’Unione europea. I paesi membri diventano 15.

26 marzo 1995: in Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Germania, Spagna e Portogallo entrano in vigore gli accordi di Schengen per la libera circolazione dei cittadini. In Italia entrano in vigore il 6 ottobre 1997. Oggi lo spazio Schengen comprende 26 stati (22 stati membri dell’Ue oltre a Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein).

1 gennaio 2002: L’euro diventa la valuta corrente di dodici paesi dell’Unione, oltre che di San Marino, Vaticano, Monaco e Andorra. Dal primo giugno 1998 è in attività la Banca centrale europea (BCE). Oggi i paesi della zona euro sono 19.

1 gennaio 2003: L’Unione Europea succede all’ONU, in Bosnia ed Erzegovina, alla guida del contingente di pacificazione della regione.

1 maggio 2004: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 25.

1 gennaio 2007: Bulgaria e Romania aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 27.

12 ottobre 2012: L’UE riceve il Nobel per la pace.

1 luglio 2013: La Croazia entra nell’Unione europea. I paesi membri arrivano a 28.

23 giugno 2016: i cittadini della Gran Bretagna approvano in un referendum l’uscita dall’Unione Europea. La richiesta di avvio dei negoziati per la Brexit, in base all’articolo 50 del trattato di Lisbona, sarà presentata il 29 marzo. (Fonte AdnKronos)

Walesa spia comunista: verità o fango dalla destra?

Lech Walesa durante gli scioperi dei cantieri navali di Danzica nel 1980

Lech Walesa durante gli scioperi dei cantieri navali di Danzica nel 1980

Negli ultimi giorni, sui siti di tutto il mondo, è balzata la notizia che Lech Walesa, lo storico leader del sindacato Solidarność, che ebbe il merito di far implodere il regime comunista in Polonia, sarebbe stato un informatore dei servizi segreti comunisti. Le prove sarebbero contenute in alcuni documenti trovati nella casa della vedova del generale Czeslaw Kiszczak, l’ultimo ministro degli interni del regime comunista, morto nel novembre del 2015, e sarebbero ora nelle mani dell’Istituto della Memoria Nazionale, che ha dato la notizia. In particolare, si tratterebbe di un dossier contenente l’impegno scritto del giovane sindacalista a collaborare con i servizi sotto lo pseudonimo di Bolek e una cartella con 279 pagine riguardanti i report di Bolek sui suoi colleghi ai cantieri navali di Gdansk, prodotti tra il 1970 il 1976.

Queste rivelazioni hanno avuto un grande eco nel mondo, dato l’unanime riconoscimento verso un uomo che, insieme al resto del gruppo dirigente di Solidarność, è considerato l’artefice del crollo del regime comunista in Polonia (e non solo). Walesa, proprio nel pieno delle proteste sindacali contro il regime, ricevette il Premio Nobel per la Pace nel 1983 e fu Presidente della Repubblica dal 1990 al 1995, negli anni della transizione alla democrazia. Da allora, ha molto ridotto il suo ruolo politico, anche a seguito della spaccatura di Solidarność in due forze politiche oggi contrapposte, il partito di centrodestra Piattaforma Civica (da cui proviene l’attuale presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk), e il partito ultracattolico di destra Diritto e Giustizia, PiS, fondato dai gemelli Kaczyński e oggi al governo.

Proprio nell’attuale situazione politica del Paese va rintracciato il contesto delle accuse a Walesa. Negli ultimi mesi, il PiS ha instaurato un clima oppressivo, approvando leggi che riducono sensibilmente l’autonomia della Corte costituzionale e della tv pubblica. Walesa ha espresso delle critiche verso il governo e la rivalità tra Walesa e i gemelli Kaczyński è storia vecchia: non stupirebbe, dunque, se dietro queste accuse ci fosse la mano di Jarosław Kaczyński, leader del PiS (il gemello Lech, allora presidente, è morto in un incidente aereo nel 2010). D’altronde, l’Istituto della Memoria Nazionale, che ha in mano i documenti, è molto vicino al governo, un governo che non ha fatto mistero della sua avversità verso chi ha condotto la transizione alla democrazia.

È giusto ricordare che non è la prima volta che Walesa viene accusato di aver avuto rapporti con i servizi segreti comunisti. Anni addietro, l’interessato ha dapprima negato, poi ha ammesso di essere stato costretto a firmare un documento di collaborazione, senza però poi farne seguito con azioni o con report. Non bisogna dimenticare il clima di controllo poliziesco che vigeva negli anni ’70 in Polonia, in cui era frequente essere costretti, sotto minaccia, a firmare documenti e dare sostegno al regime. Alla luce di questo, e premesso che è giusto sapere di più su una figura storica importante come Lech Walesa, è necessario che questo avvenga in modo serio, e non alla stregua di una destra reazionaria che vuole far tacere le voci di dissenso.

Riccardo Celeghini