Libia, Moavero da Haftar per rilanciare il dialogo

haftarRoma prova a rilanciare il dialogo con la Libia e lo fa con un incontro con l’altro interlocutore libico, il generale della Cirenaica, Khalifa Haftar, sotto la regia dell’inviato speciale Onu, Ghassan Salame’. Di fatto ripercorrendo la strada di alleanze iniziata dalla Francia di Macron. In realtà i contatti sono già stati avviati e, in questo contesto, rientra anche la possibilità di un cambio di ambasciatore a Tripoli, visto che l’attuale, Giuseppe Perrone, ufficialmente in “ferie”, è stato considerato da Haftar e dal parlamento di Tobruk “persona non gradita” per aver sostenuto pubblicamente quella che, al momento, resta la posizione ufficiale di Roma: l’impossibilità di tenere le elezioni, presidenziali e legislative, il 10 dicembre 2018, come vorrebbe Haftar, sostenuto da Francia ed Egitto.
Stamattina a Bengasi, è arrivato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, per un incontro con Haftar. Un colloquio, ha spiegato la Farnesina, incentrato sul “dialogo politico inclusivo” e “con tutti gli interlocutori per una Libia unita e stabile”. L’obiettivo della missione del ministro, anche la condivisione di obiettivi e finalità della conferenza internazionale di novembre. La missione di sostegno delle Nazioni Unite nel Paese (Unsmil) ha tenuto domenica a Zawiya una riunione per discutere il consolidamento del cessate il fuoco tra le milizie rivali di Tripoli, raggiunto il 4 settembre dopo 9 giorni di battaglia nella capitale, che hanno causato una sessantina di morti. Tutte le parti si sono impegnate a rispettare la tregua e istituire un meccanismo di monitoraggio e di verifica dell’accordo sul campo, avviando inoltre diversi colloqui sulle misure di sicurezza nella zona della capitale e nei dintorni.
Ma proprio nelle stesse ore è arrivato un attacco al quartier generale della la compagnia petrolifera libica (Noc) a Tripoli, a sferrare l’offensiva è stato un commando di almeno sei uomini armati, che sono stati tutti uccisi dopo aver causato la morte di due guardie di sicurezza e una decina di feriti. Almeno tre attentatori, si sarebbero fatti saltare in aria con cinture esplosive, mentre gli altri penetravano all’interno dell’edificio. Il Presidente della Noc, Mustafa Sanallah, anche lui presente all’interno della sede al momento dell’irruzione, ha dichiarato che “tutti i dipendenti sono stati tratti in salvo”, ignorando il decesso delle due guardie. Le Forze di Deterrenza Rada, che sono intervenute penetrando nell’edificio, hanno fatto sapere che la responsabilità dell’attacco è da attribuire allo Stato islamico.
Il presidente del Governo di accordo nazionale libico con sede a Tripoli, Fayyez al-Serraj, ha dichiarato che i terroristi “hanno approfittato degli ultimi scontri tra fratelli” e hanno avuto l’occasione di intrufolarsi per compiere l’attentato. La presidenza libica ha sottolineato, inoltre, la necessità di “serrare i ranghi per combattere insieme ed estirpare il cancro del terrorismo”. Serraj, condannando l’attacco, ha garantito “un’approfondita indagine per scoprire i colpevoli e i mandanti”.

Libia, ambasciata aperta e smentito intervento italiano

The tricolor flag is flown back to the Italian Embassy in Tripoli today, September 2, 2011 ANSA/CIRO FUSCO

The tricolor flag is flown back to the Italian Embassy in Tripoli today, September 2, 2011
ANSA/CIRO FUSCO

L’ambasciata italiana rimane aperta, ma una parte del personale che vi lavora e alcuni italiani che lavorano nella città sono stati evacuati. “Siamo pronti ad ogni evenienza, reagiamo in modo flessibile”, spiegano fonti della Farnesina.
Fonti della ministero della Difesa hanno assicurato che i militari italiani nel paese stanno bene e in sicurezza e che nessun problema è riscontrato all’ospedale da campo a Misurata. La ministra Elisabetta Trenta sta seguendo costantemente l’evolversi dei fatti, anche perché proprio stamattina sono caduti diversi colpi di mortaio e sono avvenuti violenti scontri nella zona di Alhadba Alkhadra, poco distante dalla sede diplomatica di Roma.
Nel frattempo una nota di Palazzo Chigi smentisce categoricamente “la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia. L”Italia – si legge – continua a seguire con attenzione l”evolversi della situazione sul terreno e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché l”invito a cessare immediatamente le ostilità assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito”. Rassicurazioni arrivano anche dall’Eni che fa sapere tramite un portavoce del gruppo italiano aggiungendo che in Libia lavora solo personale locale: “Al momento l’attività si svolge regolarmente e non c’è personale espatriato a Tripoli”.
La situazione però è nel caos e nella capitale gli scontri tra le milizie proseguono da ormai oltre una settimana e il tentativo del premier Fayez al-Sarraj, che proprio per fermare le violenze ha dichiarato lo stato di emergenza, non ha sortito effetto. Il governo di Accordo Nazionale della Libia, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, è sotto assedio. La Settima Brigata, che riunisce tribù vicine all’ex regime di Gheddafi e ora legate al maresciallo Khalifa Haftar, avanzano verso il centro della città. Secondo alcune indiscrezioni, proprio il Generale della Cirenaica, avrebbe l’appoggio dei francesi. “La Francia, storicamente, agisce fuori dai propri confini perseguendo gli interessi nazionali, anche andando contro, come in questo caso, a quelli della coalizione di cui fa parte – spiega Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali, su Il Fatto Quotidiano – un atteggiamento più spregiudicato che l’Italia, invece, non ha mai avuto”.
Ma in realtà l’uomo forte di Bengasi non ha mai fatto mistero di voler riprendere il controllo della Libia contro la Comunità internazionale, rappresentata in quel territorio dall’Italia. Il Generale non sembra aver gradito la recente missione a Tripoli del ministro Salvini. In quell’occasione, il titolare del Viminale ha fatto una apertura di credito totale a Serraj e ai suoi uomini, promettendo mezzi alla Guardia costiera fedele al governo di Tripoli, e garantendo che una parte delle risorse finanziarie del Africa Fund Ue. Mentre Macron pochi mesi prima aveva dato maggior credito all’uomo della Cirenaica che nel vertice di Parigi del 29 maggio, aveva invitato sia il presidente al Sarraj sia il Generale Haftar dando lo stesso ‘valore’ ad entrambi e alle loro istituzioni.

Libia. Minniti incontra Haftar, ma si teme attacco Isis

Una foto tratta dal profilo Facebook del 'Media office of lybian army' mostra Il ministro dell'Interno, Marco Minniti, con il generale Khalifa Haftar durante il loro incontro a Bengasi, 5 Settembre 2017. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

L’Italia corteggiava da tempo l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, ma ora a ufficializzare l’intesa tra Roma e Tobruk è stato l’incontro in via riservata tra il generale e il ministro degli Interni Marco Minniti. Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha incontrato nel suo ufficio a Bengasi, in Libia, il generale Khalifa Haftar. Lo si apprende dalla pagina Facebook dell’ufficio stampa del comando generale delle forze armate arabe libiche che posta anche la foto di Minniti e Haftar che si stringono la mano e si viene anche a sapere che l’incontro è avvenuto la settimana scorsa. Il ministro degli Interni italiano, si legge sul quotidiano libico Alwasat, ha affermato che l’Algeria e Roma sono interessati alla stabilità della Libia, perché è importante per combattere il terrorismo e il traffico di esseri umani. La pacificazione è fondamentale per il capo del Viminale soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione e il suo piano di accordo con la Libia, le milizie del generale controllano infatti il 70% della costa. L’accordo è importante non solo sul piano politico, ma anche economico. Solo oggi è stato riaperto il giacimento petrolifero di al Sharara, in Libia, dopo uno stop di due settimane e dopo la diffusione di notizie sull’evacuazione del personale straniero per la presenza di una milizia armata al suo interno. Da giorni infatti gruppi armati provenienti dalla città di Zintan (situata nel Nord-Ovest del Paese) hanno preso il controllo e bloccato il flusso di un oleodotto, imponendo l’interruzione delle attività produttive dei due giacimenti petroliferi El Sharara ed El Feel. Quest’ultimo, anche noto come Elephant Field, situato nel deserto del Murzuk (nell’area sudoccidentale della Libia), è operato da una joint-venture costituita da NOC e dall’Eni.
Tuttavia a preoccupare sono anche le notizie dell’arrivo nel territorio libico di miliziani del Sedicente Stato islamico. Un anno dopo la cacciata da Sirte, gli jihadisti in fuga hanno però trovato rifugio nelle zone desertiche dell’entroterra e ora stanno facendo ritorno circa 300 miliziani dell’Isis che si muovono liberamente a sud della valle di Sirte e nelle aree ancora più meridionali. Avrebbero anche stabilito un check Point a Wadi Al-Hamar, 90 km ad est della città portuale.
Nel frattempo oggi a il fondatore di Emergency Gino Strada a Milano ha attaccato il ministro dell’Interno Marco Minniti e gli accordi con la Libia del Governo Gentiloni che ha affermato: “Minniti ha una storia da sbirro e va avanti su quella strada lì. Per lui ributtare in mare o riconsegnare bambini, donne incinte, poveracci a quelli in Libia e farli finire nelle carceri ammazzati o torturati è una cosa compatibile con i suoi valori. Con i miei no”.

Sale veloce la stella di Minniti il Libico

minniti

Gli sbarchi dei migranti in Italia si sono dimezzati a luglio e ad agosto: il più importante successo di Paolo Gentiloni, ora riconosciuto anche da Francia, Germania e Spagna, in realtà è targato Marco Minniti. Da dicembre il ministro dell’Interno lavora sodo e in silenzio ad un’impresa che sembrava impossibile: fermare la valanga d’immigrati disparati che da anni attraversano il Mediterraneo per raggiungere l’Italia, prima tappa temporanea (ma molte volte definitiva) verso l’Europa.

Minniti, 61 anni, orgoglioso, calabrese, appassionato di aerei col sogno da ragazzo di fare il pilota, famiglia di generali dell’Aeronautica, Pci-Pds-Ds-Pd, ex dalemiano che non ha seguito nella scissione a sinistra l’ex presidente del Consiglio, è riservatissimo. Non parla del bollente dossier libico sul quale si sono bruciati tanti governi, tanti presidenti del Consiglio e tanti ministri dell’Interno. Giusto nella conferenza stampa al Viminale di Ferragosto si era limitato ad osservare: «Sul fronte dei migranti in Libia comincia a muoversi qualcosa».

Già, l’impresa titanica di frenare l’immigrazione sembra riuscire. Minniti, per realizzare l’obiettivo, ha giocato la carta del dialogo con i sindaci e con i capi delle tribù libiche. Li ha incontrati più volte a Roma e in Libia. L’ultima riunione con 14 sindaci delle comunità libiche è avvenuta al Viminale la scorsa settimana. È stato un successo. Nel comunicato stampa finale congiunto si sono indicati «i trafficanti di uomini» come «un nemico comune». L’impegno dell’Italia e della Libia è individuato nel «fornire alternative di crescita e sviluppo» alle comunità locali. In sintesi: i sindaci della Tripolitania (frontiera marina a nord del paese) e quelli del Fezzan (la parte desertica meridionale del confine) chiedono fondi (e l’Italia concorda) per realizzare opere pubbliche, in particolare ospedali e scuole. In cambio danno il disco verde alla sorveglianza delle frontiere.

Emmanuel Macron, Angela Merkel, Mariano Rajoy, nel vertice di ieri a Parigi con Gentiloni, allargato ai leader di Libia. Niger e Ciad, hanno approvato e lodato l’Italia. C’è il sì al finanziamento dei progetti di sviluppo indicati a livello locale dai sindaci libici. Il presidente del Consiglio Italiano ha indicato la formula vincente con due parole: crescita e lavoro in Africa per contenere l’immigrazione. Il presidente della Repubblica francese, in particolare, ha elogiato il piano dell’Italia per combattere i trafficanti e ridurre i flussi migratori: «Il lavoro tra Italia e Libia è un ottimo modello…L’intesa tra Italia e Libia è stata perfetta».

Se ci sarà anche la parte economica del patto tra Roma e Tripoli, continuerà a funzionare anche quella militare. Da qualche mese la guardia costiera del paese nord africano, al contrario del passato, sta bloccando le partenze dei barconi dei migranti e sta combattendo i trafficanti di uomini. Utilizza anche le quattro motovedette fornite dall’Italia a giugno. Il flusso dei profughi bloccato è gigantesco: una marea di africani, in maggioranza provenienti da Ciad, Sudan, Niger, Nigeria, Mali, Eritrea, sta confluendo ed è confluita in Libia. Si parla di 700 mila persone accolte, in molti casi in condizioni umane pessime, in decine di campi. L’obiettivo è di farli tornare nelle loro case.

L’emergenza immigrati occupa Minniti a tempo pieno. Al Viminale ha anche organizzato una “Cabina di regia” con i ministri dell’Interno di Libia, Ciad, Mali e Niger; ieri si è tenuta la seconda riunione poco prima del vertice di Parigi. Il principale obiettivo è combattere i trafficanti e i criminali di ogni tipo, e realizzare centri di accoglienza per i migranti irregolari in Ciad e Niger e migliorare quelli esistenti in Libia.

I problemi politici, economici, etnici, culturali sono enormi. La Libia è un insieme di etnie e di culture diverse che fanno fatica a convivere dopo il crollo della dittatura di Muammar Gheddafi nel 2011. Da allora la nazione è nel caos e nel vuoto di una autorità centrale forte, proliferano i terroristi islamici dell’Isis e le molteplici organizzazioni criminali.

La stabilizzazione del paese, detentore di grandi giacimenti petroliferi e di gas, è difficile. Il governo Gentiloni riconosce, tratta e ha stipulato accordi con Fayez al Serray, premier del governo di Tripoli, un esecutivo di accordo nazionale sostenuto dalle Nazioni unite. Tuttavia Fayez al Serray guida un governo debole che, a stento, controlla la Tripolitania. Il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, sostenuto dall’Egitto e dalla Russia, contesta al Serray e, in passato, ha duramente criticato l’Italia.

Ma da qualche tempo tace. Sembra che Minniti abbia avviato anche con l’uomo forte del governo di Tobruk un dialogo positivo, allargato anche all’Egitto, la potenza regionale vicina alla Russia di Putin. Una intesa globale, alla quale lavora Minniti il Libico, sembra possibile. Non a caso Macron, che a fine luglio aveva invitato a Parigi al Serray e Haftar tentando di scavalcare l’Italia, ha fatto un buco nell’acqua e ora ha deciso di appoggiare il piano italiano sulla Libia. Sempre che il vertice di ieri a Parigi tra Francia, Germania, Spagna e Italia riesca a mantenere fede in sede di Unione europea ai proclamati impegni.

Minniti, nel massimo riserbo, ha portato a casa vari successi politici e diplomatici in Libia e con i principali paesi europei sullo spinoso problema dell’immigrazione. Lo aiutano la tenacia, la conoscenza degli apparati dello Stato e la regola del silenzio. Ha fatto tesoro della conoscenza dei servizi segreti: per anni è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega ai servizi di sicurezza prima di approdare alla guida del cruciale Viminale. Nonostante la debolezza del governo Gentiloni, la stella di Minniti il Libico sale veloce nel firmamento della politica italiana. Sale forse anche troppo velocemente.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

MISSIONE POSSIBILE

nave Comandante Borsini

nave Comandante Borsini

L’Italia è pronta per la Libia. Camera e Senato oggi hanno dato il via libera alla missione navale italiana a sostegno della Guardia costiera libica, con l’obiettivo di favorire il contrasto del traffico di esseri umani e fermare così le partenza dei migranti. Dopo la Camera anche l’Aula del Senato ha approvato le risoluzioni presentate dalla maggioranza e da Forza Italia sulla missione navale in Libia. La prima è passata con 191 voti favorevoli e 47 voti contrari, la seconda con 170 sì, 33 no e 37 astenuti.
“Dopo aver salvato molte vite in mare non possiamo intervenire solo nel contrasto ai trafficanti e disinteressarci di quello che succederà ai migranti riportati in territorio libico. Da qui la nostra proposta di introdurre nella relazione la garanzia di un’assistenza particolare ai soggetti più vulnerabili, in particolare minori non accompagnati/e, donne e ragazze spesso vittime di violenza e di tratta a fine di sfruttamento sessuale e il rispetto del diritto d’asilo dei e delle migranti in territorio libico, in un quadro di protezione dei diritti umani per tutti e tutte”. Lo ha detto Pia Locatelli, Capogruppo Psi, intervenendo alla Camera per dichiarazione di voto sulla relazione delle Commissioni Affari esteri e Difesa sulla deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell’Italia alla missione internazionale in supporto alla Guardia Costiera libica.
Nel corso del dibattito che ha preceduto le votazioni ha sottolineato che le azioni compiute dall’Italia sulla questione libica “sono state orientate da due obiettivi: la stabilizzazione della Libia e il mantenimento della sua unità. Abbiamo assunto una serie di iniziative coerenti alcune di breve, altre, le più, a lungo termine in funzione della stabilizzazione. Siamo stati il primo Paese a riaprire l’ambasciata a Tripoli, abbiamo riconosciuto il governo di Sarraj, dando piena attuazione alla risoluzione ONU 2259 del 2015 approvata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza. Altri hanno giocato su più tavoli. Abbiamo sostenuto molti cessate il fuoco nel sud del paese, l’ospedale civile di Misurata cura feriti delle diverse parti evidenziando il carattere squisitamente umanitario di quell’iniziativa tanto aspramente criticata; abbiamo dialogato con le tribù del Fezzan che controllano i confini con Niger, Ciad, Algeria”.
Dopo il via libera parlamentare, lo Stato maggiore della Difesa ha fatto sapere che la nave Comandante Borsini “è da poco entrata nelle acque territoriali libiche”, in rotta verso Tripoli, per le necessarie attività di ricognizione.
Ieri il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, nella informativa alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato aveva fatto sapere che con la missione navale italiana in Libia “non si profila alcuna lesione alla sovranità libica. Il nostro obiettivo è anzi quello di rafforzarla”. Mentre il ministro degli Esteri Angelino Alfano alle Commissioni Esteri-Difesa ha riferito che “la richiesta libica di sostegno navale nasce in una clima di assoluta fiducia reciproca non estemporanea, che viene da lontano, in cui l’Italia ha sempre agito nel rispetto della sovranità libica”. Alfano ha ricordato che il sostegno italiano al governo di Tripoli è stato fornito “senza condizionarne il processo decisionale, altrimenti lo avremmo indebolito”.
Il ministro degli Esteri ha inoltre rivelato che l’ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone – dal 10 gennaio l’unico presente di uno Stato occidentale – è andato a incontrare personalmente, il generale Khalifa Haftar, ai primi di aprile, nella sua base di al Rajma, nell’Est del Paese. Un incontro positivo e da allora, il canale è aperto, sono seguite telefonate e si sta lavorando a un nuovo incontro. Anche se ufficialmente è stata la Francia di Macron la prima a tentare un accordo e un’apertura verso il generale Haftar, il 9 luglio l’Italia ha aperto un ufficio visti a Tobruk: un’iniziativa che è stata possibile solo grazie all’appoggio di Haftar. Tuttavia gli sforzi italiani sembravano vanificati dalla reazione del generale all’accordo di Roma con Sarraj sulle navi in territorio libico.
Nel frattempo, dopo il codice Minniti sulle Ong, è stata sequestrata la nave “Iuventa” della ong tedesca “Jugend Rettet”, fermata la notte scorsa nel porto di Lampedusa. Investigatori del Servizio centrale operativo, della Squadra mobile di Trapani e del Nucleo Speciale d’intervento della Guardia costiera hanno eseguito il sequestro preventivo della motonave battente bandiera olandese ma gestita dall’organizzazione non governativa tedesca che non ha firmato il codice di condotta del Viminale. Il provvedimento è del Gip di Trapani, Emanuele Cersosimo, su richiesta del sostituto procuratore Andrea Tarondo. Le indagini, avviate nell’ottobre del 2016, spiegano gli investigatori, “hanno consentito di raccogliere elementi indiziari in ordine all’utilizzo della motonave ‘Iuventa’ per condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Il natante, viene sottolineato, “è stabilmente utilizzato nel soccorso di migranti in prossimità delle coste libiche ed al loro trasbordo su altre navi sempre in acque internazionali, permanendo abitualmente nel mare Libico, in prossimità delle acque territoriali del paese africano”. “Siamo stati interrogati – riferisce Tommaso Gandini, attivista della campagna #overthefortress lanciata dai membri del progetto Melting Pot (che si occupa di narrare le migrazioni), e che si trovava sulla Iuventa – ci sono state poste delle domande sia sull’ultima missione che sulle precedenti ma siamo stati informati che l’indagine è contro ignoti”.
Anche la Commissione Ue ha salutato con favore la decisione delle Ong di firmare il Codice di condotta italiano, sollecitando il più ampio numero a sottoscriverlo. “L’idea di avere un codice di condotta era stata unanimemente sostenuta da tutti i ministri dell’Interno al consiglio Ue, perché questo codice porterà molta più chiarezza a tutti gli attori sulle pratiche” da adottare e “assicurerà alle Ong, che se aderiscono ad alcuni principi e standard operativi in linea con la legge internazionale, avranno la garanzia di accedere ai porti italiani”, spiega la portavoce della Commissione europea per Migrazione e Affari interni Natasha Bertaud.
La stretta del governo, con il Codice per le ong e la missione in Libia, sembra aver frenato le partenze. In base ai dati diffusi dal ministero dell’Interno, dall’inizio dell’anno a oggi sulle coste italiane sono sbarcati 95.215 migranti, il 2,73% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (97.892). È la prima volta quest’anno che si rileva un calo. Intanto Save The Children, una delle tre ong firmatarie del Codice, oggi è stata sentita dal Comitato parlamentare Shengen, e ha sostenuto che il Codice “aiuta i salvataggi se applicato nella sua correttezza. Il problema sarò per chi non lo ha firmato. Noi abbiamo pensato che era meglio firmarlo risolti alcuni casi che ci preoccupavano, piuttosto che non farlo. Bisognerà vedere come viene applicato”. Poi il direttore generale Valerio Neri ha affermato: “Non abbiamo notizie di contatti fra Ong e trafficanti. Non abbiamo nessuna informazione”.

LIBIA CHIAMA ITALIA

serraj gentiloniNonostante i malumori dell’opinione pubblica italiana per l’intervento francese, nessun risentimento da parte del Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che al termine dell’incontro con il premier libico Fayez al-Sarraj a Palazzo Chigi, ha affermato: “Voglio rivolgere un ringraziamento alla Francia e a Macron, che ha lavorato con impegno personale all’incontro che credo vada nella giusta direzione. Se si fanno passi in avanti in Libia il primo Paese a essere felice è l’Italia”.
Ieri infatti a Parigi è stato raggiunto l’accordo per il cessate il fuoco ed elezioni in primavera dai due rivali libici: Fayez al-Sarraj, capo del governo di unità nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale e Khalifa Haftar, autoproclamato comandante dell’esercito nazionale libico che controlla l’est del Paese. Il tutto è avvenuto sotto l’egida del presidente francese Emmanuel Macron che ha elogiato il “coraggio storico” dei suoi ospiti. “È un processo essenziale per tutta l’Europa”, ha affermato Macron. “Perché se questo processo fallisce, attraverso i rischi terroristici, attraverso i rischi migratori che un tale fallimento provocherebbe le conseguenze per i nostri Paesi saranno dirette”.
“L’incontro di oggi è di particolare importanza perché avviene all’indomani di quello di Parigi che l’Italia sia augura produca risultati importanti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”, ha detto Gentiloni in una conferenza stampa a Palazzo Chigi con il premier libico Fayez al-Sarraj. “Non sarà un percorso semplice ma siamo fiduciosi che lavorando tutti insieme si possano ottener risultati. Voglio ringraziare la Francia e Macron che a questo incontro ha lavorato con impegno personale”. “Se si fanno passi avanti in Libia il primo tra i paesi europei a esserne felice è l’Italia”. “Lavoriamo contro i trafficanti assieme alle autorità libiche, centrali, locali”, ha detto il premier italiano. “Un paio d’ore fa ne ho parlato con la Merkel che mi ha confermato l’impegno della Germania a sostenere le iniziative italiane per il contrasto al traffico di essere umani e alla cooperazione italo-libica”, ha aggiunto. “Sarraj mi ha indirizzato alcuni giorni fa una lettera nella quale si chiede al governo italiano un sostegno tecnico con unità navali al contrasto del traffico di esseri umani. La richiesta è all’esame del nostro ministero della Difesa”. La Libia ha infatti chiesto nei giorni scorsi all’Italia aiuto “tecnico” contro i trafficanti di esseri umani, con l’invio di navi nelle acque interne del paese nordafricano. Con una lettera inviata alcuni giorni fa, il premier libico ha chiesto “sostegno tecnico attraverso unità navali nel comune impegno per il contrasto al traffico di esseri umani”, ha detto Gentiloni, specificando che si tratterebbe di un intervento “in acque libiche con unità navali inviate dall’Italia”. Per contrastare il traffico di esseri umani occorre controllare non solo le coste della Libia, ma anche la frontiera Sud “per far sì che gli sfollati tornino nel loro Paese”. Lo ha detto il premier libico Fayez al-Sarraj al termine dell’incontro con il premier Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi. “Per quanto riguarda gli sforzi che facciamo per contrastare l’immigrazione clandestina – ha detto – troveremo difficoltà ma vogliamo far sì che questi sforzi camminino di pari passo a quelli politici. Ringrazio l’Italia per gli sforzi fatto insieme alla nostra Guardia Costiera, vogliamo che la nostra Guardia costiera riesca a bloccare l’immigrazione e dobbiamo avere la tecnologia per il controllo delle coste. Occorrono anche sforzi per il controllo delle frontiere Sud della Libia per fare in modo che gli sfollati tornino nel loro Paese”, ha concluso.
Gentiloni incassa poi anche il sostegno della cancelliera tedesca Angela Merkel. Contro i trafficanti “lavoriamo insieme alle autorità libiche – dice – Ne ho parlato due ore fa con la cancelliera Merkel che mi ha confermato l’impegno della Germania a sostenere le iniziative italiane per contrastare il traffico di esseri umani”.
“La richiesta è attualmente all’esame del nostro ministero della Difesa”, ha detto ancora il capo del governo, assicurando che “le decisioni che prenderemo verranno valutate d’intesa col Parlamento”.
“Nella conferenza stampa congiunta con al Serraj, il presidente Gentiloni ha finalmente dato l’annuncio che attendevamo da tempo – dichiarano congiuntamente il presidente dei senatori di Forza Italia Paolo Romani e il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri – è arrivata la richiesta dal governo libico di intervenire nelle acque territoriali con unità navali italiane a supporto tecnico al comune impegno nel contrasto al traffico di esseri umani”. E aggiungono: “Chiediamo dunque che Gentiloni venga a riferire quanto prima degli sviluppi degli ultimi giorni nella crisi libica e soprattutto venga a proporre la risposta operativa che il suo esecutivo intende fornire alla richiesta libica”.

Tobruk contro ambasciata italiana “nuova occupazione”

Libia-HaftarGli Italiani ancora una volta sono in mezzo alla bufera libica, stavolta accusati di essere dei ‘colonizzatori’ come nel 1911. Le autorità di Tobruk, nell’est della Libia, si scagliano contro la riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli definendola una “nuova occupazione”. Lo riferisce il sito ‘The Libya Observer’. Appena tre giorni fa era stata riaperta da Roma la sede diplomatica italiana in Libia, con grande entusiasmo dell’ambasciatore Giuseppe Perrone che aveva fatto sapere di essere stati i primi: “C’è sempre una situazione di rischio, ma considerato il nostro ruolo particolare in Libia abbiamo deciso di fare questo investimento politico”.
Ma il vero problema non è solo l’ambasciata per i libici di Tobruk: il ministero degli esteri del ‘governo’ guidato da Abdullah al-Thani e al quale fa riferimento il generale Khalifa Haftar, ha inviato ieri una “nota diplomatica urgente” a tutte le ambasciate e i consolati libici all’estero per informarli di quello che viene definito “il ritorno militare dell’Ambasciata italiana” a Tripoli. “Una nave militare italiana carica di soldati e munizioni è entrata nelle acque territoriali libiche. si tratta di una chiara violazione della carta delle Nazioni Unite e una forma di ripetuta aggressione”, sostiene la nota di Tobruk, sempre secondo quanto riferisce Libya Observer.

Ma Tobruk mostra i muscoli anche perché sostenuta dal gigante russo: Putin infatti continua a sostenere il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che non nasconde la sua aspirazione a controllare anche Tripoli.

Ma ora il problema riguarda anche gli italiani nel territorio libico, senza dimenticare la questione Eni. Infatti le milizie di Zintan (alleate di Haftar) dalle alture a sud della capitale ribadiscono la minaccia di attaccare le strutture Eni che fanno capo al terminale di Mellitah non lontano dal confine con la Tunisia.

Libia. Haftar, i due italiani in mano ad Al Qaeda

Il ministro Roberta Pinotti durante la conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri, Roma, 10 febbraio 2015. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Cattive notizie sul fronte orientale: i due italiani sequestrati a Ghat, nel sud della Libia, Bruno Cacace, 56enne residente a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), che vive in Libia da 15 anni, e Danilo Calonego, 66enne della provincia di Belluno sarebbero nelle mani di Al Qaeda.
“I due italiani rapiti nel sud-ovest della Libia sono stati sequestrati da una banda criminale e dietro c’è l’impronta di al Qaida”. Lo ha affermato il colonnello Ahmed al Mismari, portavoce delle Forze armate libiche legate a Khalifa Haftar, il generale di Tobruk, secondo quanto scrive il portale Alwasat. Entrambi lavorano per
conto di una società di manutenzione dell’aeroporto di Ghat, la Con.I.Cos di Mondovì (Cuneo). La società piemontese opera da decenni in Libia con numerose commesse di ingegneria civile e ha la sua sede centrale a Tripoli, ma anche uffici a Derna, Bengasi e, appunto, Ghat.
Ma l’affermazione del Portavoce di Haftar viene respinta dal sindaco di Ghat, Komani Muhammad Saleh: “Non è stata Al Qaeda ma ‘un gruppo fuorilegge’. Non neghiamo che Al Qaeda sia attiva nella regione di Ghat e nei suoi dintorni e siamo al corrente della sua presenza, ma affermiamo con certezza che non è Al Qaeda ad aver rapito i due italiani”, spiega il sindaco. “Abbiamo forti sospetti su un gruppo fuorilegge attivo al di fuori della città e con cui non siamo ancora entrati in contatto”, sottolinea Saleh, che però non esclude che “questo gruppo potrebbe consegnare gli ostaggi ad Al Qaeda, ma non ce lo auguriamo”. Tuttavia proprio le autorità locali hanno negato la collaborazione e l’intervento delle forze nazionali ed estere per le indagini sul rapimento.
Riguardo all’influenza italiana in Libia e un’eventuale ritorsione il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha affermato: “C’è un’ottica molto italianocentrica, forse un po’ provinciale quando leggiamo le situazioni che avvengono nel mondo: in questo caso si tratta di due italiani e un canadese e allora non mi spiegherei perché tra i rapiti vi sia anche un canadese”. “Immediatamente – ha aggiunto – da fonti libiche che si sono espresse e dalle autorità locali si è parlato di criminalità comune. Detto ciò su questi casi quello che possiamo fare è lavorare con il massimo riserbo”

La sfida di Haftar: «Non riconosco il governo di Serraj»

HaftarNon si allentano le tensioni in Libia, a mettersi di traverso ci pensa proprio, il generale Khalifa Haftar, l’uomo di fiducia della coalizione internazionale prima della costituzione del Governo di serraj. “Non mi interesso di questo governo. Le sue decisioni sono solo inchiostro su carta”. ha dichiarato il generale Khalifa Haftar, che guida le forze fedeli all’autorità di Tobruk, a proposito del governo di concordia nazionale guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dalla comunità internazionale.
Il generale, ex-ufficiale dell’era Gheddafi poi caduto in disgrazia e riparato negli Usa per sfuggire al rais, ha anche espresso indifferenza per l’inviato speciale dell’Onu in Libia, Martin Kobler: “Non ho tempo da perdere con Kobler, faccio conto sull’esercito e la polizia e non su un funzionario dell’Onu”, ha detto Haftar, che una decina di giorni fa aveva rifiutato persino di incontrare Kobler. Quindi l’attacco ai Fratelli musulmani: “Sono dietro a tutti gli attentati terroristici del mondo”. Il generale ha infatti tra i suoi più stretti alleati il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, proprio al-Sisi è salito al potere dopo aver destituito nel 2013 l’allora presidente, Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani.
Si riaffaccia quindi il solito problema di un Governo per la Libia, nonostante proprio durante il vertice di Vienna si era giunti alla soluzione imperniata sul riconoscimento “della comunità internazionale della responsabilità del governo presieduto da Sarraj”. Così come affermato dal tirolare della Farnesina, Paolo Gentiloni, nella conferenza stampa congiunta con il segretario di Stato Usa John Kerry e lo stesso Sarraj, ha poi ribadito che per stabilizzare la Libia “non ci sarà alcun intervento militare straniero”. Anzi, per fronteggiare l’Isis c’è bisogno di un comando unificato, di allargare il consenso all’accordo politico, “anche coinvolgendo il generale Khalifa Haftar”. A condizione che ciò avvenga nel quadro del riconoscimento del governo Sarraj.

Redazione Avanti!

Libia. Conto alla rovescia per l’intervento militare

La portaerei Cavour

La portaerei Cavour

Il presidente americano Barack Obama ha convocato il Consiglio per la sicurezza nazionale per discutere l’intensificazione della campagna per “degradare e distruggere l’Isis”: Obama ha anche disposto il proseguimento degli sforzi in Libia e in altri Paesi per contrastare l’espandersi dell’Isis. “Paesi come l’Italia – ha detto il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest – hanno esperienza in quella parte del mondo. E noi attingeremmo alle loro risorse, le loro capacità, per portare avanti i nostri obiettivi in quella regione del mondo”.

Il timing di un’azione di forza per contrastare militarmente Daesh sul terreno sembra dunque accelerare. Martedì 2 febbraio si terrà a Roma la prima ‘Riunione ministeriale della Coalizione Globale anti-Daesh’ la coalizione di forze che è intenzionata a porre in atto una controffensiva per respingere ed eliminare definitivamente la minaccia dell’autoproclamato califfato di al-Baghadi in Libia e in tutta la regione mediorientale.

A complicare però il quadro c’è l’estrema debolezza politica della Libia del dopo-Gheddafi, tutt’ora spezzettata e divisa in mille realtà particolari. Il generale Khalifa Haftar, per esempio, l’uomo ‘forte’ che governa a Tobruk, quella che è oggi la capitale riconosciuta a livello internazionale, e che si contrappone al governo islamista che si è insediato a Tripoli, non sta facilitando il completamento dell’accordo raggiunto in Marocco oltre un mese fa per l’insediamento di un governo di riconciliazione nazionale guidato da Fayez al-Sarraj. E l’Italia invece ha puntato le sue carte proprio sulla soluzione politica prima che militare del caos libico. Una richiesta che provenisse da un governo legittimo della Libia riunificata, depotenzierebbe ogni tentativo della guerriglia islamista dell’Isis di far passare un intervento militare come una nuova edizione del vecchio colonialismo occidentale.

Fonte AdnKronos

Fonte AdnKronos

D’altra parte l’espansione militare dell’Isis è una minaccia reale ed è anche la fonte principale di quel caos che genera la marea di migranti che fuggono negli Stati confinanti e in Europa per scampare alla fame e alla morte.

Non a caso dunque la nostra mindistra della difesa, Roberta Pinotti, in un’intervista al Corriere della Sera, pochi giorni fa affermava che per un intervento internazionale in Libia “non possiamo immaginarci di far passare la primavera”. Insomma il tempo stringe.

“Vanno evitate azioni non coordinate. Ci muoveremo, ma insieme ai nostri alleati”. “Nell’ultimo mese abbiamo lavorato più assiduamente con americani, inglesi e francesi”, afferma la responsabile della Difesa, sulla scia delle costanti indiscrezioni su un imminente intervento, con l’Italia in prima fila: “Siamo tutti d’accordo che occorre evitare azioni non coordinate, che in passato non hanno prodotto buoni risultati. Ma c’è un lavoro più concreto di raccolta di informazioni e stesura di piani possibili di intervento sulla base dei rischi prevedibili”.

L'avanzata dell'Isis in Libia

L’avanzata dell’Isis in Libia

Se gli ultimi sviluppi nel Paese nordafricano fanno aumentare i timori internazionali, Pinotti osserva che “la preoccupazione era presente e costante anche nei mesi precedenti. Anzi, rispetto ad allora e nonostante le difficoltà, il processo politico non solo non si è fermato ma è andato avanti. Ma non c’è dubbio che alcuni sviluppi vadano seguiti con attenzione: alcune sconfitte di Daesh in Iraq possono infatti spingere lo Stato Islamico a fare della Libia un nuovo fronte, mentre si registra il tentativo, spesso più simbolico che di sostanza, da parte dei jihadisti di avanzare verso nuovi territori dalle zone di Sirte e dintorni, dove Daesh è stata finora concentrata. Il tempo sicuramente stringe”.

Pinotti ha ribadito anche nell’intervista che la richiesta da parte di un governo libico riconosciuto resta parte essenziale della nostra strategia. L’idea è quella di una missione di caschi blu, a guida italiana, volta a mettere in sicurezza Tripoli e ad addestrare le nuove forze armate libiche.

“Al recente vertice di Parigi tra i ministri della Difesa della coalizione anti Isis, dove io ho fatto la relazione sulla Libia, c’è stata totale condivisione su questo. Un governo operativo è indispensabile per evitare scenari come quello sperimentato in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein. Non dobbiamo fornire argomenti alla propaganda jihadista, che avrebbe interesse a presentare qualsiasi azione come una invasione occidentale. Il percorso della coalizione segue i tempi del processo politico e si prepara a fornire il tipo di aiuti che i libici hanno già indicato di preferire: protezione del governo quando si insedierà a Tripoli, formazione e addestramento”.

L’Italia è comunque pronta a intervenire, anche militarmente, in situazioni di particolare emergenza. “La stessa missione ‘Mare sicuro’, nata come operazione antiscafisti, prevedeva sin dall’inizio l’eventualità della lotta al terrorismo: ci dà infatti una capacità di intervento nel caso di rischi per le nostre piattaforme o di altro genere”, ha spiegato il ministro riferendosi alla protezione delle piattaforme off-shore dell’ENI e al terminal del gasdotto Greenstream di Melitha, a ovest di Tripoli. In questo quadro “abbiamo già spostato aerei a Trapani e costantemente aggiornato la raccolta di informazioni sul terreno. In ogni caso nessuno pensa che questa accelerazione possa avvenire per decisione militare che non sia parte di una decisione politica”.

Il Governo italiano teme, anche se non viene dichiarato, di finire nella tenaglia che nel 2011 ci trovò costretti ad accettare, e poi a sostenere, la disastrosa iniziativa franco-britannica contro Gheddafi che è all’origine del caos attuale. Preoccupa un po’ dunque con ogni probabilità il conto alla rovescia che sembra scattato Oltreoceano e che potrebbe far pensare all’avvio di un’iniziativa militare di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, col solo sostegno del Governo di Tobruk, che ci scavalcherebbe politicamente costringendoci ancora una volta a fare buon viso a cattivo gioco.

Ecco dunque il senso delle parole di Pinotti quando afferma che l’Italia rimane e rimarrà “certo” in prima linea. “Il ruolo di guida nella missione libica ci viene riconosciuto perché siamo fra i Paesi che hanno qualcosa da dire. L’impegno e la professionalità mostrati nelle missioni militari sono alla base della grande considerazione e rispetto di cui gode l’Italia negli Stati Uniti e nella comunità internazionale”.

Nei giorni scorsi sono trapelate indiscrezioni con Uda, Francia e Gb che avrebbero già sul campo forze speciali per affiancare le forze fedeli al generale Khalifa Haftar e forse anche le milizie di Misurata. I piani del Pentagono prevederebbero – secondo fonti citate dal New York Times – attacchi aerei contro Sirte e le roccaforti dello Stato Islamico e incursioni di forze speciali al fianco delle milizie locali con una presenza limitata di forze terrestri sul modello di quanto fatto in Siria e Iraq. Le operazioni partirebbero dalle basi di Sigonella e Trapani, dove l’aeronautica italiana ha schierato due droni Predator e 4 cacciabombardieri AMX dalle basi in Libia, soprattutto ovviamente nella zona di Tobruk e Bengasi. L’Italia potrebbe mobilitare rapidamente per l’intervento forze speciali, cioè paracadutisti della Folgore e fucilieri di Marina della brigata San Marco con una dozzina tra cacciabombardieri AMX, droni e aerei da trasporto affiancati da altrettanti elicotteri.
Secondo la stampa libica una delegazione militare e d’intelligence italiana “di alto livello” ha incontrato il generale Haftar in una base della Cirenaica.

Armando Marchio