Tennis: Djokovic, Bertens e Sabalenka show prima degli Us Open

sabalenkaOrmai sono entrati nel vivo gli Us Open, ma prima il tennis ha regalato l’exploit di Aryna Sabalenka e di Kiki Bertens, e confermato lo stato di grazia di Novak Djokovic. Intanto è stato introdotto lo shot clock e sono state ‘presentate’ nuove regole anche per la Coppa Davis.
Djokovic sale alla posizione n. 6 del ranking mondiale e segna il record di essere l’unico tennista ad aver vinto tutti i tornei del Master 1000 (almeno una volta). Non solo, ma al Master di Cincinnati è stato in grado di battere in finale Roger Federer con un doppio 6/4: evidente un crollo fisico dell’elvetico, ma convincente il tennis del serbo. Infatti, dopo la vittoria al Grand Slam di Wimbledon, parte bene anche al primo turno del Grand Slam degli Us Open. A Flushing Meadows si sbarazza abbastanza facilmente di Fucsovic, concedendogli solamente il secondo set, con un lieve calo di concentrazione; ma poi dilaga negli altri set con un gioco formidabile come quello dei ‘suoi’ tempi migliori: da vero numero uno, come nel 2011. 6-3 3-6 6-4 6-0 il punteggio finale; il ko nell’ultimo set dimostra quanto il serbo si fosse ritrovato (dopo essere riuscito a ottenere il break decisivo nel terzo e averlo chiuso per 6/4). Un risultato positivo anche per l’enorme caldo che ha provocato molti disagi: sofferente Nole, ma anche l’italiano Stefano Travaglia è stato costretto al ritiro per disidratazione (con il corpo affaticato e i muscoli ‘induriti’) contro il polacco Hurkacz e ha protestato contro gli organizzatori per le condizioni difficili in cui si svolgono i match (con anche oltre i 40°). Una ‘follia’ a suo avviso, che lo ha costretto a una flebo per riprendersi (una cosa simile era successa anche a Simona Halep). Se Stefano Travaglia si è ‘arreso’ sul parziale di 2/6 6/2 6/7 0/3, anche Marco Cecchinato è stato eliminato dal francese Benneteau (per 6/2 6/7 3/6 4/6), ma ha accusato problemi alla mano destra (probabilmente per una vescica, che non gli ha permesso di mantenere il livello espresso all’inizio nel primo set).
Viceversa agli Us Open ha dilagato Roger Federer contro il giapponese Nishioka: nettamente, per 6/2 6/2 6/4; due set speculari, nel terzo sembrava la stessa storia però poi -quando lo svizzero è andato a servire sul 5/2- si è fatto brekkare e dopo il nipponico ha tenuto la sua battuta (sorridente e divertito per il tennis messo in campo, pensando solo a fare più punti possibili al campione elvetico e i più belli e migliori che potessero farlo esultare di gioia contento così, anche solo di quella piccola soddisfazione che si era tolto di fare punti straordinari a un immenso campione); dopo il 5/3 è stato il 5/4, ma a quel punto Federer non ha sbagliato e ha chiuso 6/4. Tuttavia il giapponese lo ha fatto molto correre, ma alla fine ha prevalso il talento (soprattutto a rete) dello svizzero, con punti da manuale.
Nessun problema neppure per Alexander Zverev che ha vinto facilmente per 6/2 6/1 6/2 sul canadese Polansky. Per quanto riguarda l’Italia, poi, buone notizie sono venute da Fabio Fognini (testa di serie n. 14), che ha sconfitto l’americano Mmoh al quarto set (dopo aver perso il primo) per 4/6 6/2 6/4 7/6(4). Curiosità, la moglie Flavia Pennetta ha iniziato una collaborazione con Eurosport (come commentatrice, proprio a partire da Flushing Meadows che vinse prima del ritiro), che trasmette il torneo del Grand Slam. Male, invece, nel femminile dove perde Camila Giorgi: incassa un severo 6/4 7/5 da Venus Williams; diciamo severo perché è stato un match molto lottato ed equilibrato e l’azzurra avrebbe anche potuto vincere e comunque portare la partita al terzo set; sicuramente per lei una sconfitta molto amara che le fa male, per le molte occasioni sciupate: ha lottato Camila, ha fatto punti eccellenti da vera n. 1 con tutti i colpi, ma poi ha commesso troppi errori con cui ha sprecato e annullato tutto il vantaggio conquistato. Troppo fallosa, nonostante la tenacia di essere sempre comunque combattente e incisiva, mettendo in difficoltà la testa di serie n. 16. Tutto ok per Serena Williams, che ha imposto un doppio e netto 6/2 alla tedesca Witthoeft (dopo il 6/0 6/4 alla Linette); a Serena -tra l’altro- è stata assegnata la testa di serie n. 17 tra le polemiche.
La sorpresa invece arriva dall’eliminazione proprio della testa di serie n.1 Simona Halep. Evidentemente la campionessa non ha recuperato la stanchezza di aver giocato (e vinto) tanto nelle ultime settimane. In appena 76 minuti viene eliminata da Kaia Kanepi (n. 44 del mondo) con un drastico 6/2 6/4. Tuttavia per lei questo 2018 rimane comunque positivo: ha vinto al Roland Garros il suo primo Grand Slam, su Sloane Stephens (per 3/6 6/4 6/1). Proprio l’americana agli US Open ha faticato contro la valida ‘esordiente’ Kalinina: si è imposta solo al terzo set per 4/6 7/5 6/2. Inoltre la rumena aveva iniziato l’anno conquistando il torneo di Shenzhen, superando la Siniakova per 6/1 2/6 6/0; e poi ha trionfato in Canada al Wta di Montréal, dove ha vinto sempre sulla Stephens per 7/6 3/6 6/4. Dopo l’esperienza della Rogers Cup, l’avevamo vista impegnata nel Wta di Cincinnati. Se nel primo caso è riuscita a completare il quadro delle vittorie, nel secondo si è fermata in finale. In Canada aveva battuto la Pavljučenkova, Venus Williams, Caroline Garcia, Ashleigh Barty e la Stephens ovviamente. A Cincinnati, invece, Alja Tomljanovic, di nuovo Ashleigh Barty (testa di serie numero 16), Lesja Curenko e Aryna Sabalenka. In finale ha perso da Kiki Bertens, che si è imposta per 6-2 6-7 2-6. Il prolungarsi al terzo set della finale femminile ha fatto slittare anche quella maschile successiva tra Djokovic e Federer; ma ha disegnato un doppio scenario curioso: da un lato il tracollo fisico della rumena, dall’altra parte il trionfo e la commemorazione all’Olimpo delle top players della giovane tennista olandese (coetanea, tra l’altro della Halep, classe ’91). La Bertens diventa n. 13 al mondo e segna il record di battere ben 4 ‘top ten’ in un solo torneo. Infatti durante la straordinaria settimana a Cincinnati Kiki ha sconfitto, in fila: Coco Vandeweghe (per 6/2 6/0), Caroline Wozniacki (che si è ritirata quando l’olandese era avanti per 6/4), Anett Kontaveit (per 6-3 2-6 6-3), Elina Svitolina (n. 7 del mondo, per 6-4 6-3) e Petra Kvitová (n. 6 del mondo, per 3-6 6-4 6-2), prima di imporsi in una finale mozzafiato sulla rumena Halep. Quest’ultima resta comunque la n. 1 al mondo, a discapito della Wozniacki, che rimane n. 2. Quest’anno, ritornata dopo l’infortunio, la Kvitova aveva vinto il torneo di Madrid (sulla terra rossa) proprio sulla Bertens (per 7-6 4-6 6-3), e successivamente sull’erba il Wta di Birmingham (sulla Rybarikova per 4-6 6-1 6-2). Probabilmente ha ceduto anche lei per stanchezza, poiché in campo è apparsa stremata. Comunque, attuale n. 5 del mondo, è assolutamente ritornata, ritrovata e più competitiva che mai.
Del Wta di Cincinnati resterà di certo l’impresa di Kiki Bertens in finale (dopo essersi ‘vendicata’ della Kvitova), che rimonta quando la partita sembrava chiusa: perde malamente il primo set per 6/2; anche nel secondo sembrava in vantaggio e favorita la Halep, invece l’olandese è riuscita a restarle attaccata nel punteggio e a portarla al tie-break; qui la rumena gioca meno bene, sbaglia di più, concede qualcosina in più, è più fallosa e commette più errori gratuiti che allungano gli scambi e rimettono in partita la Bertens, che non si lascia scappare l’occasione e -concentrandosi- trova più aggressività e sicurezza, più adrenalina e convinzione che le permettono di acciuffare il tie-break e il secondo set. Così al terzo la situazione è completamente ribaltata: stavolta è Kiki a dominare gli scambi più aggressiva, a spostare e far correre la Halep, sempre più in affanno. L’olandese vince, incredula, con un’esultazione finale tra le lacrime di gioia e commozione.
Un’impresa simile ha compiuto Aryna Sabalenka. Classe 1998, vince il torneo di New Haven battendo la Stosur per 6/3 6/2, la Gavrilova per 6-3 6-7 7-5, la Bencic per 6-3 6-2 e la Görges per 6/3 7/6. Si porta così alla posizione n. 20 del ranking mondiale, dopo la vittoria in finale su Carla Suarez Navarro. La spagnola si era avvantaggiata di tre ritiri: di Johanna Konta nel secondo turno, di Petra Kvitová nei quarti di finale e di Mónica Puig in semifinale. Il match della finale è stato senza storia, completamente dominato dalla bielorussa: 6/1 6/4, con la Sabalenka già avanti 5-0 dopo soli 24 minuti di gioco. Superiore in tutti i colpi, la bielorussa si è assolutamente meritata la conquista del suo primo titolo e della top 20. Non solo ha ringraziato il suo coach, a cui ha attribuito tutto il merito: “in sei mesi mi hai cambiato la vita” -ha detto riconoscente-. Il suo più grande merito è stato aver vinto tutte partite diverse: nervosissima contro la Gavrilova, si sono sempre rincorse nel punteggio regalandosi molte chance a vicenda. Nel secondo set la partita sembrava finita, poiché la Sabalenka era avanti 4-0 con la palla del 5-0; poi ha sprecato quell’occasione e da lì è cominciata la rimonta della Gavrilova, brava nel tie-break, giocato malamente dalla Sabalenka. Nel terzo la bielorussa è riemersa in tutta la sua maturità; ma durante la partita ha rotto una racchetta per il nervosismo: era tesissima. Contro la Bencic ha controllato bene il match, anche se c’è stato equilibrio, ma è stato più facile forse per lei, perché la svizzera le ha concesso davvero tanto. Bel match contro la Görges, in cui ha rischiato tantissimo: sembrava addirittura favorita quest’ultima, poi ha scelto di adottare una tattica forse poco produttiva, ovvero quella di venire in avanti a rete in attacco, con il risultato che veniva passata dalla Sabalenka o sbagliava le volée perché leggermente in ritardo; ma hanno fatto vedere delle ottime cose. Un po’ come quando, contro la Gavrilova, la Sabalenka è voluta avanzare e veniva sistematicamente passata con precisione dall’avversaria. Tuttavia abbiamo visto Aryna servire bene e tentare anche gli attacchi a rete, quasi per provare un nuovo schema tattico di gioco, per essere una tennista più completa. La violenza e profondità dei suoi colpi, soprattutto del dritto anomalo, sono indubbi poi. Tuttavia prosegue il momento ‘no’ della Gavrilova, che agli Us Open ha perso da una ritrovata Azarenka (altra bielorussa di talento) per 6/1 6/2.

Tennis: i nomi della settimana sono Bertens, Ferrer, Rublev e Isner

umagoopena17.Thumb_HighlightLow169186Aspettando le Next Gen Atp Finals di novembre a Milano, Rublev si conferma degno candidato vincendo per 6/4 6/2 l’Atp di Umago in Croazia su Paolo Lorenzi (il torneo ha visto gli italiani molto protagonisti). Kiki Bertens, dopo la buona prestazione a Roma al Foro Italico agli Internazionali Bnl d’Italia, trionfa (in lacrime copiose di gioia e commozione) su Anett Kontaveit in tre set (con il punteggio di 6/4 3/6 6/1) in Svizzera a Gstaad. All’Atp di Bastad poi c’è stata la vittoria di un campione ‘ritornato’, che ha ritrovato quasi una seconda gioventù agonistica e professionale: David Ferrer. Del resto eravamo rimasti a Roger Federer e Wimbledon, anche per lui una “rinascita tennistica”. E se, poi, i giovani sono il futuro (del tennis e non solo), non è un caso, dunque, che il Grand Slam si fosse legato, nelle finale, a una solidarietà di un impegno profuso a favore proprio dei giovani. Durante il sorteggio -“il toss”- nelle finali (di singolare sia maschile che femminile), i campioni erano stati affiancati, oltre che dall’arbitro, da un ragazzo e una ragazza esponenti di due associazioni umanitarie che agiscono e si adoperano nel settore in tale ambito (un po’ come “Save the children”) a livello internazionale: una di queste era, ad esempio, proprio “Children in need”, “bambini nel bisogno”, nome che ben descrive la necessità di aiutare i più piccoli, indifesi e le fasce sociali più svantaggiate e deboli; così come la scritta sulle maglie “help to be”, “aiutiamo ad essere”, ad esistere, a realizzarsi, a dare un futuro, a far crescere questi bambini dando loro opportunità e offrendo chance di sviluppare le loro potenzialità. Richiamando un po’ la “Roger Federer Foundation” del campione svizzero; ma l’elvetico non è stato il solo a mobilitarsi. Ad essere coinvolto e procrastinarsi per tali “emergenze” anche il serbo Nole con la sua iniziativa “Djokovic and friends”. Lo stesso ha voluto fare ugualmente lo scozzese Andy Murray con l’evento “Andy Murray live”, il cui ricavato sarà dato tutto in beneficenza a favore dell’associazione “Young People’s Futures” e dell’Unicef. Un mini torneo organizzato per la circostanza nella sua terra, a Glasgow; gli incontri previsti sono un singolare del n. 1 contro il francese Gael Monfils e il doppio dei fratelli Murray (Andy e Jamie) contro Monfils e l’ex tennista britannico Tim Henman.

A proposito di tennis giocato, dicevamo, spicca soprattutto il primo titolo conquistato da Rublev all’Atp di Umago su Paolo Lorenzi (che si è speso molto). Buona l’impresa dell’azzurro che giunge in finale battendo prima Vesely per 1/6 6/3 7/5; poi vincendo il derby italiano con Giannessi per 6/2 4/6 6/3. Un buon tennis espresso da quest’ultimo, mentre ancora fatica ad emergere il pur valido Marco Cecchinato: uscito al primo turno ad Umago, eliminato da Dodig (poi giunto sino alla semifinale e uscito per mano del russo che ha conquistato il titolo) in tre set (con il punteggio di 3/6 7/6 6/2), non gli è andata meglio all’Atp di Amburgo, dove ha incontrato il talentuoso Mayer che lo ha sconfitto per 7/5 6/2 in un’ora e un quarto di gioco circa; l’azzurro non è riuscito a tenere lo scambio ed è stato schiacciato dalla solidità e dall’incisività del gioco aggressivo del tedesco, dalle sue accelerate e dai suoi passanti (soprattutto di rovescio) ed è risultato troppo falloso. Così come è stato altissimo il livello di tennis espresso da Rublev: molto incisivo e di pressione, aggressivo, potente e con una profondità di colpi ottima; tuttavia forse qualcosina poteva fare un po’ meglio a rete. L’unico che avrebbe potuto contrastarlo davvero era Fabio Fognini, vincitore lo scorso anno qui in Croazia (per 6/4 6/1 su Andrej Martin); ha lottato e giocato alla pari in un match equilibrato nei quarti proprio contro Rublev, terminato per 6/7 6/2 7/6: una partita il cui esito è stato dettato dal netto passaggio a vuoto nel secondo set del ligure e dal russo che ha giocato molto meglio il tie break iniziale del primo set; per il resto nessuna differenza nella qualità tennistica espressa; forse Fabio ha pagato un po’ troppo nervosismo, che gli è costato qualche richiamo, ammonimento seguito al penalty point anche per il continuo lancio della racchetta. Sentiva evidentemente molto la tensione per un torneo importante da cui usciva vincitore. Anche se poi il russo all’Atp di Amburgo ha perso dal tedesco Kohlschreiber per 6/3 6/1.

Per quanto concerne, inoltre, talenti in forma, con un tennis vario e d’attacco, non ancorati a fondo, ma esprimendo ogni tipo di colpo (ben riuscito per altro) non si possono non citare i protagonisti dell’Atp di Bastad e di Newport. Il conquistatore della coppa nel primo, ovvero David Ferrer e il finalista Dolgopolov (che ha dovuto incassare un doppio 6/4 dallo spagnolo), che (proprio come Rublev) sono sembrati sempre avere una marcia in più per fare la differenza e distinguersi dagli avversari per un livello superiore; in seguito, all’Atp di Amburgo successivo, Ferrer ha battuto anche Basilashvili al primo turno per 6/2 3/6 6/3 (per poi perdere per 7/5 6/3 dall’argentino Federico Delbonis, forse accusando un po’ di stanchezza). Fa piacere dopo il momento difficile che entrambi hanno passato. Le semifinali dell’Atp di Bastad, inoltre, hanno mostrato anche l’ascesa del giovane Kuznetsov (che ha incassato un netto 6/3 6/2 da Dolgopolov, che è stato tra l’altro giustiziere anche dell’altro giovane Khachanov per 7/6 3/6 7/6) e di Verdasco (che si è arreso a Ferrer al terzo set, per 6/1 6/7 6/4). All’Atp di Amburgo Kuznetsov ha perso da Mayer per 6/3 4/6 6/4, dopo aver eliminato Cuevas; Verdasco, invece, è stato sconfitto da Vesely per 7/6 6/7 6/3; queste sconfitte, però, non pregiudicano un buono stato fisico e mentale.

Poi anche John Isner (semifinale a Roma) che, all’Atp di Newport (da testa di serie n. 1) conquista l’undicesimo titolo in carriera, dopo un digiuno di quasi due anni, imponendosi senza troppe difficoltà anche sull’avversario della finale: il qualificato Ebden, dominato facilmente per 6/3 7/6(4). Con il suo servizio fa faville, ma non è solo quello a contraddistinguerlo; l’americano ha sempre più affinato il suo gioco, che varia e movimenta (anche nei ritmi, alternando le fasi di maggiore aggressività a quelle in cui frena il gioco e lo scambio), difendendosi anche al bisogno e mostrando una buona tattica difensiva, cosa non da poco.

La stessa solidità ha avuto nel Wta di Gstaad Kiki Bertens, anche lei protagonista agli Internazionali Bnl d’Italia, dove è giunta lo stesso sino alla semifinale sconfitta da Simon Halep. Di fronte la Bertens aveva una lottatrice quale è la Kontaveit: talentuosa, ma più fallosa, è sembrata sprecare più chances rispetto alla futura vincitrice del torneo che, invece, è stata molto brava a rientrare in partita dopo il secondo set perso, che sembrava avesse rigirato il match; invece, al contrario, ha dominato al terzo con un netto e drastico 6/1; 6/4 3/6 6/1 il risultato finale con cui la testa di serie n. 2 (la Bertens) ha sconfitto la n. 3 (Kontaveit); dunque l’assegnazione della posizione nel seeding già palesava una superiore precisione e solidità in più da parte di Kiki. Buona la partita comunque da parte di Anett, che a tratti era apparsa persino favorita e più in forma fisica, rispetto a una più stanca Bertens; prima del crollo finale nel terzo, con un 6/1 inaspettato assolutamente. L’estone è come se non avesse più energie, rispetto all’olandese che invece aveva ritrovato fiducia e recuperato forma fisica e mentale.

Barbara Conti

Roland Garros: la pioggia bagna di fortuna Djokovic

Serbia's Novak Djokovic clenches his fist after scoring a point in the quarterfinal match of the French Open tennis tournament against Spain's Rafael Nadal at the Roland Garros stadium, in Paris, France, Wednesday, June 3, 2015. (AP Photo/Christophe Ena)

Novak Djokovic(AP Photo/Christophe Ena)

Protagonista la pioggia al Roland Garros, che ha costretto a numerose interruzioni. Forse mai c’era stata in passato un’edizione così “piovigginosa” a Parigi, con rovesci persistenti, e maltempo costante ed intenso, quanto mai neppure a Wimbledon forse si era registrato finora. Ha piovuto tanto, dunque, ma alla fine si è giocato e si è arrivati alla conclusione di un torneo che è stato in special modo interessante in particolare per quanto ha riguardato il tabellone maschile, con un livello di gioco molto alto.

Notevole in primis da parte del vincitore: il numero uno al mondo Novak Djokovic, che è riuscito a realizzare il suo sogno di vincere l’unico Grande Slam che mancava al suo albo, il più ambito probabilmente, dove lo scorso anno Stan Wawrinka gli impedì di trionfare. Quest’anno nulla lo ha potuto fermare: neppure Andy Murray in finale, sebbene avesse vinto contro di lui a Roma. Troppo in forma il serbo per essere dominato, troppo determinato, deciso, ispirato per mollare o rinunciare e non lottare sino all’ultimo, troppo preciso tecnicamente e tatticamente per non riuscire ad imporsi in campo. Così ha regolato facilmente la testa di serie n. 2 in quattro set: dopo aver perso il primo per 6/3, tutto in discesa per lui, che ha preso sempre più possesso del campo, in un match diventato a senso unico. Sempre più padrone del gioco, ha controllato bene da fondo l’avversario, per poi venire moltissimo avanti a rete a chiudere in accelerata, quasi avesse fretta di vincere: una corsa la sua verso il traguardo più auspicato, diventata sempre più facile. Gli altri tre set li ha conclusi facilmente per 6/1 6/2 6/4. In vantaggio con un break sin dal primo game dell’incontro, che poi Murray ha recuperato subito, anche nell’ultimo set Djokovic avrebbe potuto terminare molto prima l’incontro, ma si è fatto rimontare dal 5/2 fino al 6/4. Concentrato, non è sembrato mai troppo preoccupato; anzi, Nole è apparso avere ben chiaro in mente ciò che voleva fare. Viceversa, Andy è parso andare un po’ in confusione e in difficoltà, si è innervosito e ha perso punti, regalando errori non forzati preziosi al numero uno. Djokovic è stato protagonista anche per la sua trovata molto simpatica di salutare, alla fine di ogni match, il pubblico chiamando in campo i raccattapalle per farsi aiutare ad inviare simbolicamente il suo affetto, con un gesto quasi a voler regalare il suo cuore, protendendosi in avanti verso gli spettatori a braccia aperte e inviando sorrisi di complicità. Quello parigino sugli spalti, infatti, lo ha sentito particolarmente di pubblico ed era visibilmente commosso alla premiazione finale.

La conclusione è stata un commento sincero in cui ha evidenziato che questa vittoria al Roland Garros è stato “uno dei momenti più speciali ed emozionanti (forse quello più in assoluto di tutti) della sua carriera”. Ha vinto sempre facilmente sin dai primi turni, ha rotto persino le corde di due racchette di seguito in un set, qualcuna ne ha sbattuta a terra quando non è riuscito ad essere perfetto come avrebbe voluto, si è preso anche qualche warning e penalty point, ma poi ha guadagnato sempre più terreno nel torneo, tranquillizzandosi e sempre più lucido e sereno tatticamente e più incisivo tecnicamente. Ha fatto sentire la sua personalità e il suo carisma in campo, quando ha chiesto ed ottenuto ad esempio l’interruzione per pioggia contro Berdich, che si è molto lamentato ritenendolo un comportamento scorretto (quasi che, a suo avviso, non fosse stata la giudice di sedia a decidere per lo stop, ma avesse preso l’iniziativa il serbo). Tuttavia Thomas è stato completamente stracciato dal futuro vincitore, che al rientro in campo ha subito chiuso il match in pochi games. Dunque un Grand Slam ricco di emozioni forti quello di Djokovic, segnato da molti episodi curiosi e significativi, ma che lo hanno visto sempre protagonista. Ad assistere alla finale sugli spalti, da segnalare che c’erano Leonardo Di Caprio ed Adriano Panatta, quest’ultimo poi intervenuto anche alla premiazione. L’altro protagonista maschile, dopo il ritiro di Nadal per un problema al polso (a rischio frattura, che gli ha impedito di poter continuare a giocare), è stato sicuramente Stan Wawrinka; lo svizzero non solo ha giocato bene ma, durante il medical time out abbastanza lungo dell’avversario, si è messo a palleggiare con un raccattapalle e suo fan molto divertito e contento da tale opportunità. I campioni veri si vedono anche da questi piccoli gesti di rispetto verso chi lavora intorno a loro.

Impressionante tanto quanto il serbo, nel femminile, la spagnola Garbine Muguruza che, dopo una semifinale strepitosa (in cui ha elimnato la Stosur agevolmente per 6/2 6/4), in una finale eccezionale ha sconfitto la favorita Serena Williams, alla sua 25esima finale e che inseguiva la 22esima vittoria. L’americana aveva conquistato già quattro volte in passato il Roland Garros, ma nulla ha potuto stavolta contro la spagnola, artefice di una “finale perfetta”, come ella stessa l’ha definita. Ha dato il massimo su ogni colpo perché sapeva che avrebbe dovuto tenere un ritmo alto su ogni punto contro la Williams e così ha fatto. Non ha abbassato mai la guardia, ma anzi ha spinto di più e messo più pressione nei momenti decisivi, prendendo l’iniziativa ed anticipando la numero uno al mondo. La Muguruza si è dimostrata, così, una giocatrice assolutamente interessante e da tenere d’occhio, colei forse più in grado di competere e contendere il primato mondiale alla statunitense. La testa di serie n. 4 si è imposta con il punteggio di 7/5 6/4, facendosi rimontare nel primo set, ma poi chiudendo prima di arrivare al tie-break. Buon torneo e buona performance anche per Kiki Bertens, che a Roma non aveva particolarmente brillato, ma che qui in Francia è arrivata sino alla semifinale mettendo in difficoltà proprio Serena, che è riuscita a portare a casa la partita solo per 7/6 6/4. Tie-break particolarmente lottato, chiuso per 9 punti a 7, che ha rischiato quasi di perdere. Forse un leggero problema muscolare alla gamba ha svantaggiato la Bertens. La Williams, tuttavia, aveva sofferto anche nei quarti contro la Putintseva, giovane esordiente da tenere in considerazione, che le ha strappato addirittura un set (il primo) per 7/5; poi l’orgoglio e la rabbia della numero uno al mondo hanno avuto il sopravvento e così la minore delle sorelle Williams si è imposta per 6/4 nel secondo; al terzo c’è stato il crollo della nuova promessa del tennis mondiale femminile, che ha ceduto in modo netto per 6/1, evitando il ko tecnico (6/0) per poco. Peccato sul serio per la Putintseva, ma Serena ha davvero tremato ed è apparsa in affanno a tratti, tra lo scoraggiata e il demoralizzata (quasi insoddisfatta di un suo calo di rendimento), quasi priva di quel mordente che solo la sua ostinazione tenace le hanno fatto ritrovare.

Barbara Conti