La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

Trump attacca stampa e Trudeau ma assolve Kim

trudeau-trump“Lo faccio per screditare tutti voi e umiliarvi tutti in modo che quando scrivete storie negative su di me nessuno vi crederà”. Questa è stata la dichiarazione di Donald Trump a Leslie Stahl, storica giornalista del programma 60 Minutes della Cbs. La Stahl ha reso nota l’informazione in un’intervista concessa a Judy Woodruff, un’altra autorevole giornalista della Pbs, durante la cerimonia di un premio giornalistico all’Harvard Club di New York. La frase di Trump risale a un’intervista subito dopo la vittoria presidenziale del tycoon nel novembre del 2016.

La strategia di Trump era già nota anche agli osservatori casuali. Attaccare la stampa produce ottimi dividendi per la destra che vede i media pendenti a sinistra e quindi nemici da sconfiggere. Trump ne ha fatto un’arte mettendo in discussione le notizie dei giornali e media americani più autorevoli con effetti alla luce del giorno. Secondo un sondaggio, tre su quattro americani credono che gli organi di stampa riportano fake news. Un altro sondaggio ci informa che il 42 percento degli elettori repubblicani crede che anche le notizie vere, ma di contenuto negativo, fanno parte delle fake news. In sintesi, il 45esimo presidente ha fatto un “ottimo” lavoro a screditare i media.

L’inquilino della Casa Bianca usa la stessa strategia per screditare i suoi avversari incluso individui, alleati e istituzioni democratiche. Trump, per esempio, ha attaccato i vertici del dipartimento di giustizia e la Fbi che lui stesso ha nominato. Per delegittimare l’indagine del Russiagate che sta investigando l’interferenza russa sull’elezione americana del 2016, Trump ha minato la reputazione di quelli coinvolti a mettere luce sulla questione. Per Trump, non c’è stata nessuna collusione della sua campagna elettorale con i russi senza però offrire prove. Il 45esimo presidente non solo rifiuta la realtà obiettiva testimoniata dall’intelligence americana ma si ricrea la propria che cerca invano di renderla credibile.

Poco prima del vertice del G7 l’attuale inquilino della Casa Bianca ha bisticciato al telefono con Justin Trudeau, primo ministro del Canada, sulla questione dei dazi e la sicurezza nazionale. Il leader canadese aveva espresso il suo disappunto per i dazi imposti sull’acciaio e alluminio spiegando che il suo Paese ha una lunga tradizione di alleanza con gli Stati Uniti. Trump al telefono però ha ribattuto accusando i canadesi di avere bruciato Washington nella guerra del 1812. Solo un piccolo problema. Il Canada non esiste come Paese fino al 1867. I fatti importano poco per Trump che li ricrea per i suoi bisogni.

Al vertice del G7 Trump ha anche fatto arrabbiare gli altri leader rifiutandosi di firmare il documento finale, aumentando le distanze dagli alleati europei, il Canada e il Giappone. Il 45esimo presidente aveva lasciato il vertice un giorno prima della conclusione ma dal suo aereo ha mandato dei tweet in cui ha aumentato il volume accusando Trudeau di tradimento. Più aspra ancora la reazione del suo consigliere economico Peter Navarro il quale ha dichiarato in un’intervista che “c’è un posto speciale all’inferno” per i leader che tradiscono Trump.

Il 45esimo presidente ha continuato a crearsi la propria realtà nel suo incontro con il leader coreano Kim Jong-un nel vertice a Singapore. Come si ricorda, i due si erano insultati a vicenda solo pochi mesi fa con minacce reciproche suggerendo una situazione di crisi con possibilità disastrose. Il loro incontro però ha indicato un dietrofront totale. Trump ha caricato Kim di lodi classificandolo di “molto talentoso, onorevole, molto aperto” e di avere stabilito in pochissimo tempo “un eccellente rapporto”.

Trump dimentica che Kim ha abusato i suoi concittadini mettendo in carcere i suoi avversari politici, torturandone alcuni, facendo soffrire di fame il suo popolo per costruirsi le armi nucleari e riducendo il suo Paese all’estrema povertà. Non aveva nemmeno i soldi per pagare il conto dell’albergo al vertice che è stato coperto dal governo di Singapore. In sintesi, Trump ha “graziato” un fuorilegge isolato dal mondo per la sua condotta abominevole.

Dopo il brevissimo vertice Trump ha dichiarato che non c’è più nessun pericolo di conflitti nucleari nella Corea. Tutto basato sulle parole di Kim che in passato ha detto numerose bugie e non ha mai mantenuto le promesse fatte. Un portavoce del governo iraniano ha però sobriamente dichiarato che non si può avere fiducia su Trump perché “potrebbe stracciare un accordo” in brevissimo tempo come ha fatto con quello del nucleare con l’Iran.

Trump ha esultato dopo l’incontro con Kim ma ha ammesso in una conferenza stampa che forse il vertice non si rivelerà un grande successo e che forse “in sei mesi sarà costretto ad ammettere che si era sbagliato”. Poi, in un momento di rarissima sincerità, il 45esimo presidente ha detto che in tale eventualità non sa “se lo ammetterebbe, ma troverebbe una scusa”. La scusa consiste della sua nuova possibile realtà con la quale discrediterebbe qualcun altro.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Corea del Nord e Usa siglano accordo sul nucleare

trump corea

Si è concluso oggi, 12 giugno 2018, a Singapore il primo storico summit tra il presidente Donald J. Trump degli Stati uniti d’America ed il presidente Kim Jong Un della Repubblica democratica popolare di Corea (DPRK).

Il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un hanno condotto un complessivo, profondo e sincero scambio di opinioni sulle questioni relative per lo stabilimento di nuove relazioni Usa-Dprk e sulla costruzione di un regime di pace robusta e duratura nella Penisola coreana. Il presidente Trump s’è impegnato a fornire garanzie di sicurezza alla Dprk ed il presidente Kim Jong Un ha ribadito la sua ferma e incrollabile determinazione per una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

Convinti che stabilire nuove relazioni Usa-Dprk contribuirà alla pace e alla prosperità della Penisola coreana e del mondo e riconoscendo che la costruzione di una reciproca fiducia potrà promuovere la denuclearizzazione della Penisola coreana, il presidente Trump ed il presidente Kim Jong Un hanno stabilito quanto segue:

1. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a stabilire nuove relazioni Usa-Dprk in accordo con il desiderio dei popoli dei due Paesi alla pace e alla prosperità.

2. Gli Stati uniti e la Dprk uniranno i loro sforzi nel costruire un regime di pace duratura e stabile nella Penisola coreana.

3. Ribadendo la Dichiarazione di Panmunjom del 27 aprile 2018, la Dprk s’impegna a lavorare verso una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

4. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a recuperare i resti dei prigionieri di guerra, con l’immediato rimpatrio di quelli già identificati.

Avendo preso atto che il summit Usa-Dprk, il primo nella storia, è stato un evento epocale di grande significato per superare decenni di tensioni e ostilità tra i due Paesi e per l’apertura di un nuovo futuro, il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un si sono impegnati a realizzare pienamente e rapidamente quanto stipulato in questa dichiarazione. Gli Stati uniti e la Dprk si sono impegnati a proseguire i negoziati, guidati dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo e i relativi alti funzionari Dprk, alla prima data possibile, per implementare gli esiti del summit Usa-Dprk.

Con l’accordo sottoscritto a Singapore, il presidente Donald J. Trump ed il presidente Kim Jong Un, si sono impegnati a cooperare per lo sviluppo delle nuove relazioni Usa-Dprk, per la promozione della pace, della prosperità e della sicurezza della Penisola coreana e del mondo.

L’impegno per lavorare a una completa denuclearizzazione della Corea del Nord è il punto principale emerso dallo storico incontro tra il presidente Usa Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un: il punto di partenza per gli altri sviluppi futuri.

Il presidente degli Stati Uniti d’America, in una conferenza stampa al termine dell’incontro, ha detto: “Il mio incontro con Kim è stato onesto, diretto e produttivo. Un vertice storico dal quale deriva un messaggio di pace.  Le sanzioni rimarranno in vigore fino alla completa denuclearizzazione. Parliamo di denuclearizzazione completa della Corea del Nord e sarà verificata”.

L’incontro tra Donald Trump e Kim Jong Un è avvenuto poco dopo le 9 (le 3 in Italia) con un copione scenico hollywoodiano: il presidente Usa e il leader nordcoreano si sono ritrovati sul patio del Capella Hotel, sull’isola di Sentosa, attraversando due porticati opposti.

Il leader nordcoreano, Kim Jong Un ha detto: “Abbiamo avuto un incontro storico, abbiamo deciso di lasciarci il passato alle spalle, abbiamo firmato un documento storico, il mondo vedrà un importante cambiamento. Vorrei esprimere gratitudine al presidente Trump per aver fatto accadere questo incontro”.

Poi la firma congiunta del documento (prima della quale uno 007 nordcoreano ha controllato la penna).

Dopo la firma del documento congiunto con il leader nordcoreano Kim Jong Un, il presidente americano Donald Trump ha detto: “Il processo di denuclearizzazione della Corea del Nord  inizierà molto velocemente”.

La Cina ha accolto favorevolmente il primo incontro assoluto tra Usa e Corea del Nord, tra Donald Trump e Kim Jong Un, esprimendo l’auspicio che le parti possano lavorare insieme per la denuclearizzazione della penisola. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi ha commentato: “Il summit ha un importante e positivo significato, e ha dato via a una nuova storia. L’invito alle parti, inoltre, è di risolvere i nodi sulla sicurezza attraverso colloqui paritari”.

Con il tappeto rosso sistemato ovunque, i leader dei due Paesi si sono stretti la mano per la prima volta da 70 anni avendo come sfondo le bandiere dei due Paesi: è durata più di 10 secondi, con Trump che ha rafforzato il contatto col giovane leader poggiando brevemente anche la mano sinistra sul braccio destro di Kim.

Il ‘supremo comandante’ nordcoreano ha detto al tycoon in inglese; “Nice to meet you Mr. President”. Poi, i due si sono messi in posa per i flash dei fotografi e telecamere per immortalare lo storico momento. Trump prima di dare il via al faccia a faccia assistito dai soli interpreti,  durato circa 40 minuti, anticipando di avere con lui una relazione formidabile, ha detto: “E’ un onore essere qui”. Donald Trump, avendo Kim seduto sulla poltrona alla sua sinistra, ha detto di sentirsi veramente bene. Il leader nordcoreano ha ribattuto: “Non era facile arrivare qui… C’erano ostacoli ma li abbiamo superati per esserci”.

Alla fine del colloquio, mentre si spostavano in un’altra sala per il meeting allargato, Trump ha avuto il tempo per una battuta ad uso dei media:  “E’ andato molto, molto bene”.

Alla riunione dedicata alla questione del nucleare, hanno preso parte anche il segretario di Stato Mike Pompeo, il capo di gabinetto John Kelly e il consigliere sulla Sicurezza nazionale John Bolton; mentre per la parte nordcoreana, il braccio destro del leader Kim Yong-chol, il ministro degli Esteri Ri Yong-ho e Ri Su-yong, presidente della Commissione diplomatica della Suprema assemblea del popolo.

Sul nucleare con il leader nordcoreano, Trump ha detto: “Con Kim Jong Un risolveremo un grande problema, un grande dilemma, lavorando insieme ce ne faremo carico”.

Tra sorrisi, strette di mano e atmosfera cordiale, il meeting ha ceduto il testimone al pranzo di lavoro dove sono proseguire le conversazioni. Un menù a base di sapori asiatici e occidentali. Il menù degli antipasti ha previsto un cocktail di gamberetti con insalata di avocato, kerabu’ di mango verde condito con miele di lime e piovra fresca, cetriolo ripieno alla coreana (Oiseon). Poi i due leader si sono concessi una breve passeggiata. Il tycoon ha mostrato al leader coreano ‘the beast’, la macchina presidenziale del presidente americano. Il tycoon, nel singolare siparietto, ha aperto anche lo sportello.

In conclusione dell’incontro, Kim ha detto: “Ci saranno sfide davanti ma lavoreremo con Trump. Supereremo tutti i tipi di scetticismo e le speculazioni su questo summit e credo che questo sarà un bene per la pace”. Trump ha replicato fornendo assicurazioni: “Li risolveremo… e non vedo l’ora di lavorare con lei”.

Dunque, il summit di Singapore si è svolto in un clima di distensione. Con lo storico incontro sono state poste non soltanto le basi di un percorso pacifico nella penisola coreana, ma anche quelle per il superamento del regime comunista della Corea del Nord.

Dopo quasi settant’anni dalla guerra di Corea, con la separazione al trentottesimo parallelo delle due Coree, forse si stanno creando le premesse per una riunificazione del territorio coreano. Infatti, oggi non ci esistono più le motivazioni storiche che dettero origine alle due Coree.

Salvatore Rondello

Coree, nuovi passi in avanti per il dialogo

coreeLe due Coree hanno concordato di tenere il 14 giugno un vertice militare a Panmunjeom, nell’ambito degli sforzi per allentare ulteriormente le tensioni bilaterali. Tra i risultati di un altro dialogo “ministeriale” tenuto sempre nel villaggio di confine, le parti hanno poi concordato di tenere il 22 giugno un incontro a livello di Croce Rossa per trattare il dossier delle riunioni tra le famiglie separate dalla Guerra di Corea del 1950-53.

E’ stato stabilito oggi, 1 giugno, nell’ambito di un altro summit fra le delegazioni dei due Paesi. Un incontro che era stato fissato per una data precedente, ma al leader nordcoreano Kim Jong-Un non erano piaciute le esercitazioni militari congiunte fra Stati Uniti e Corea del Sud. Una volta terminate, il 25 maggio, Kim aveva accettato di incontrare il presidente Moon Jae-in per un secondo vertice, il 14 giugno, dopo quello storico di Aprile. Oggi invece, si è discusso di “come realizzare efficacemente e incisivamente gli accordi raggiunti dai due leader”, come ha dichiarato il ministro dell’Unificazione sudcoreano, Cho Myoung-gyon. Inoltre la delegazione di Seul vuole cercare di “creare un’atmosfera positiva per un summit fra Kim e Donald Trump”.

Un vertice militare è di fondamentale importanza, dopo le tensioni causate dalle continue minacce di attacchi nucleari da parte del leader della Corea del Nord, terminate solo da pochi mesi. Nel frattempo, però, ci sono altre questioni su cui lavorare, per la tanto agognata riunificazione fra i due Stati. Un percorso che prima di essere politico, cerca di passare per la cultura e la società. Entrambe le parti sono d’accordo nel dare vita a breve all’Ufficio intercoreano di collegamento a Kaesong, una città di confine, che è stata anche capitale del Nord. L’attenzione è posta prima di tutto su quelle famiglie che si sono dovute separare a causa della Guerra di Corea. Il 22 giugno è stato fissato un incontro per parlare proprio di questo. Già ad Aprile però avevano concordato di procedere con programmi di riunione a partire dal Giorno nazionale della liberazione, che si festeggia il 15 Agosto.

E proprio Agosto potrebbe essere un mese importante per l’unificazione dei due Paesi. A Giacarta, in Indonesia, saranno infatti inaugurati i Giochi asiatici 2018, ai quali potrebbe partecipare una squadra pancoreana, dopo che alle ultime olimpiadi invernali le due Coree avevano gareggiato unite. L’ultimo punto su cui si focalizzeranno Nord e Sud da qui in avanti sono i trasporti. La rete ferroviaria è uno dei principali strumenti di unificazione. Lo è stato per l’Italia e per gli Stati Uniti, ad esempio, e lo vuole essere anche per la Corea: le intenzioni sono quelle di ricollegare le tratte transfrontaliere, in modo che si possa attraversare il confine semplicemente salendo su un treno. “Sud e Nord hanno concordato di fare passi sostanziali per far avanzare le relazioni intercoreane in modo attivo e significativo, e per accompagnare una nuova era di prosperità, riconciliazione e pace”, si legge nella nota congiunta diffusa in occasione dell’incontro del 1 giugno.

Frenata della Corea del Nord. Il vertice resta in bilico

Pyongyang-Corea-Nucleare Brusco stop della Corea del Nord alla distensione con la minaccia di cancellare l’attesissimo summit tra Kim Jong-un e Donald Trump. Il dittatore ha fatto sapere che potrebbe rinunciare al vertice se i colloqui saranno “a senso unico” sulla denuclearizzazione, vorranno cioè spingere Pyongyang ad abbandonare le sue armi nucleari. A meno di un mese, lo storico appuntamento del 12 giugno a Singapore appare quindi in bilico: gli Stati Uniti non possono continuare a parlare di denuclearizzazione “secondo il modello libico”, ha dichiarato il vice ministro degli Esteri del regime, Kim Kye-gwan, chiamando in causa in particolare il consigliere per la Sicurezza Nazionale di Trump, John Bolton, che anche di recente aveva richiamato il caso libico.

Il dittatore nordcoreano è spaventato dalla prospettiva di incappare nella stessa sorte toccata al rais libico, Muammar Gheddafi, che smantellò il suo rudimentale programma nucleare negli anni 2000 in cambio di un alleggerimento delle sanzioni e poi, nell’ottobre 2011, fu rovesciato e ucciso in una delle tante rivolte della Primavera araba. Per una curiosa coincidenza Kim salì al potere proprio poche settimane dopo il brutale assassinio del “colonnello”, a Sirte.

Gli Usa comunque continuano i preparativi e la Casa Bianca si dice fiduciosa: si aspettava “pienamente” la minaccia nordcoreana e Trump è ancora pronto a incontrare il leader nord-coreano, ha dichiarato la portavoce, Sarah Sanders, aggiungendo che il presidente è preparato a “negoziati molto difficili”. È scesa in campo anche la Cina per esortare il Paese alleato a non fare retromarcia e a garantire “risultati sostanziali”.

Ma Pyongyang sembra fare sul serio. La Corea del Nord ha anche cancellato i colloqui di alto livello con il Sud annunciati martedì e previsti per oggi al villaggio sul confine inter-coreano di Panmunjom: è irritata dalle esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, le manovre “Max Thunder”, che coinvolgeranno un centinaio di aerei da guerra e forse anche i B-52 statunitensi. Seul ha confermato le esercitazioni militari, specificando che “su questo punto non ci sono divergenze” con Washington. Non è chiaro come il doppio passo indietro di Pyongyang si rifletta sulle intenzioni del regime di chiudere il sito di Punggye-ri, dove ha condotto i suoi test atomici: lo smantellamento sarebbe in corso da settimane, secondo le ultime immagini satellitari, e anzi alla cerimonia ufficiale di chiusura del sito la settimana prossima sono stati invitati diversi giornalisti anche internazionali. Alcuni analisti hanno ipotizzato all’agenzia Reuters che alla chiusura del sito possa corrispondere un tentativo di Pyongyang di nascondere le proprie armi nucleari. Pechino, intanto, chiede ufficialmente compostezza e di non perdere lo slancio verso la distensione degli ultimi mesi, e mantiene aperto il dialogo con Pyongyang. Una delegazione di alti funzionari del Partito dei Lavoratori nord-coreano, guidata dal vice presidente, Pak Thae-song, è arrivata nella capitale cinese, accolta dal presidente cinese, Xi Jinping. E Xi ha confermato l’appoggio della Cina alla dichiarata intenzione di Pyongyang di puntare sullo sviluppo economico e di migliorare le relazioni con la Corea del Sud e il resto del mondo.

La credibilità di Trump in caduta libera

trump dazi“Fu lui a dettare l’intera lettera. Non l’ho scritta io”. Così il dottor Harold Bornstein, ex medico personale di Donald Trump, mentre spiegava alla Cnn che la lettera resa pubblica nel dicembre del 2015 sull’eccellente salute dell’allora candidato presidenziale repubblicano era uscita dalla bocca del 45esimo presidente. Lo si era già sospettato all’epoca considerando tutti i superlativi sulla condizione fisica di Trump che riflettevano lo stile reboante dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Adesso sappiamo con certezza che si trattava di una falsità nonostante la firma del medico.
Il responsabile legale della lettera è il dottor Bornstein, ovviamente, ma Trump ha anche le responsabilità principali per la falsità. Si tratta in realtà di menzogne tipiche della sua campagna elettorale che sono continuate e infatti aumentate dopo l’elezione. In 466 giorni di presidenza Trump ha accumulato più di 3000 menzogne o dichiarazioni fuorvianti, secondo il fact-checking del Washington Post. All’inizio del conteggio Trump diceva una media di 4,9 falsità al giorno ma poi la cifra è arrivata a 6,5 al giorno e da due mesi è aumentata ancora a 9 al giorno. Ciononostante, l’82 percento degli elettori repubblicani approva l’operato di Trump. Le menzogne non sembrano importare e Trump continua a essere più spudorato nelle sue asserzioni fasulle. Una delle più recenti è stata di smentire se stesso dichiarando che nel caso di Stormy Daniels, la pornostar con cui ha avuto un rapporto, l’avvocato Michael Cohen è stato ripagato da Trump per i 130mila dollari dati alla Daniels per mantenere il silenzio.
Il rapporto fra politici e verità sempre suscita dubbi. Non pochi elettori credono che i politici dicano cose false durante la campagna elettorale e poi una volta finita l’elezione i vincitori si sposteranno verso posizioni che riflettono, anche se non completamente, la verità. Trump è un caso anomalo nel senso che la frequenza e il numero delle sue menzogne sono aumentate dopo la conquista della Casa Bianca. I suoi sostenitori non sembrano avere notato e continuano a fare quadrato attorno al loro prescelto. Non sono i soli ma nel caso di Trump si tratta di una situazione in cui i sostenitori sembrano essere completamente nel suo campo e lui lo sa. Durante la campagna elettorale Trump ha detto che potrebbe anche sparare qualcuno senza perdere voti. Un’esagerazione che grazie a Dio non è mai stata messa alla prova.
Il professor Daniel Effron della London Business School ha studiato perché gli elettori continuano a sostenere un candidato anche quando sanno che mente. Usando un campione di quasi 3000 individui di diverse persuasioni politiche Effron ha chiesto di leggere una serie di asserzioni false. Nonostante la falsità, chiarita in partenza ai partecipanti, le asserzioni false di Trump non dispiacquero ai suoi sostenitori. Gli fu poi chiesto di considerare se le asserzioni ovviamente false potrebbero essere vere in circostanze diverse. Questa possibilità di classificare il valore etico delle falsità ha chiarito ai ricercatori che gli elettori cercano candidati che confermino i loro giudizi morali.
Trump e i suoi collaboratori hanno intuito che i loro sostenitori possono essere mantenuti fedeli suggerendo possibilità quando confrontati con ovvie menzogne. Nel caso della falsità di un video su presunti terroristi musulmani pubblicizzato da Trump, per esempio, Sara Huckabee Sanders, portavoce del 45esimo presidente, ha chiarito che poco importa se il video sia vero o no. Ciò che importa è che “la minaccia è vera”. La paura del terrorismo è già ingranata nella mente e basta la ripetizione, vera o fasulla, per la conferma del pregiudizio.
In un altro caso simile, confrontata con un’ovvia falsità, Kellyanne Conway, una consigliera di Trump, ha detto che il 45esimo presidente parlava di “fatti alternativi” quando ha dichiarato falsamente che la folla al suo insediamento era la più grande nella storia americana.
Questa tecnica di insabbiare le acque ingarbugliando verità e falsità è stata utile a Trump a farsi eleggere e mantenersi in potere. Sfortunatamente questo approccio si scontra a volte con una realtà difficile da manipolare. Trump aveva detto di non avere avuto rapporti con Stormy Daniels ma adesso si sa che aveva mentito.
I suoi sostenitori continueranno a supportarlo ma i media conservatori hanno cominciato a dimostrare di avere perso la pazienza. Il Wall Street Journal, grande sostenitore di Trump, commentando il caso di Stormy Daniels, ha detto che le asserzioni del presidente erano false. La critica più aspra però è venuta a galla dalla Fox News, rete televisiva molto amica di Trump. Il conduttore Neil Cavuto, sostenitore di Trump, in una recente trasmissione, ha rilevato una lista di asserzioni dubbie dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Cavuto ha accusato Trump di “essere troppo occupato ad asciugare il pantano che non ha il tempo per sentire la puzza che lui stesso sta creando” e che “il pantano è di proprietà” di Trump. Cavuto ha concluso dicendo che lui non è lì per “fornire lezioni, solo i fatti” continuando che “le parole sono importanti”.
Le parole del presidente sono importanti non solo per gli americani ma anche per i leader dei Paesi del resto del globo. Trump ha già annunciato di lasciare l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran, dando un chiaro segnale che non solo le parole ma anche i trattati firmati dall’America possono essere stracciati. Kim Jong-un, il leader della Corea del Nord, ha dato indicazioni che sarebbe disposto alla denuclearizzazione del suo Paese richiedendo però una promessa di Trump che non invaderebbe il suo Paese. La parola di Trump? Anche se lo promette, lo potranno credere?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Giornata storica per le due Coree. Vertice tra i leader

coree

Si è trattato del primo vertice tra i leader dei due paesi da dieci anni a questa parte quello avvento venerdì tra i leader delle due Coree. l summit si è tenuto nella zona demilitarizzata di Panmunjom, sul confine tra Nord e Sud, in coincidenza con il trentesimo parallelo. Al termine dell’incontro i due capi di stato hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nella quale hanno sancito che la guerra tra i due paesi è finita e si sono impegnati a lavorare per la completa denuclearizzazione della penisola coreana. La distensione dei rapporti tra i due paesi favorirà colloqui più distesi nel vertice tra Kim Jong-un e il presidente statunitense statunitense Donald Trump, in programma tra maggio e giugno.

“Non ci sarà più guerra nella penisola coreana, è iniziata una nuova era di pace”, si legge nella nota congiunta firmata dal leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, e dal presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in. I due leader accettano di lavorare per la “completa denuclearizzazione della penisola coreana” e si sono impegnati a fare in modo che l’armistizio tra i due paesi del 1953 diventi un trattato di pace entro la fine dell’anno.  Dopo aver firmato la dichiarazione congiunta i due leader si sono stretti la mano e si sono abbracciati calorosamente. “Non ripeteremo gli errori del passato”, ha detto Kim Jong-un. “Siamo una stessa famiglia e dobbiamo garantire un futuro di pace alle nostre popolazioni”, ha aggiunto. Moon Jae-in, da parte sua, ha lodato “il coraggio e la determinazione” del suo omologo nordcoreano.

Il primo contatto tra Kim Jong-un e Moon Jae-in è avvenuto intorno alle 09.30 ora locale lungo la linea di confine tra Corea del Nord e Corea del Sud. Kim ha attraversato la linea di demarcazione tra i due paesi, entrando in territorio sudcoreano. Il leader di Pyongyang ha poi invitato Moon a fare il suo ingresso sul suolo della Corea del Nord. Kim Jong-un è stato così il primo leader della Corea del Nord a mettere piede in Corea del Sud dalla fine della guerra tra i due paesi nel 1953.

I due leader si sono poi ritirati nella Peace House di Panmunjom per iniziare i colloqui. Prima, però, Kim ha firmato il registro degli ospiti della struttura con un messaggio di pace. “Una nuova storia comincia ora. Dal punto di partenza della storia e dell’era di pace”, ha scritto il leader della Corea del Nord.

I due capi di stato sono rimasti chiusi nella Peace House per poco più di un’ora, prima di ritirarsi nei rispettivi territori con le rispettive delegazioni per pranzo. Secondo quanto emerso, il leader nordcoreano Kim Jong-un ha fatto una battuta al suo omologo sudcoreano che lascia intendere uno stop di Pyongyang nei suoi test nucleari. Parlando dei test missilistici Kim ha detto a Moon: “Ci penserò, per non svegliarti prima”. I media hanno interpretato la battuta come una promessa di interrompere i test nucleari, che solitamente vengono effettuati di prima mattina.

L’ultimo incontro tra i leader di Corea del Nord e Corea del Sud risaliva a più di dieci anni fa. Da allora la capacità nucleare e missilistica di Pyongyang è avanzata enormemente. Dopo la sanguinosa guerra che durò dal 1950 al 1953, i due paesi non firmarono mai un vero e proprio trattato di pace, limitandosi a un armistizio, il che significa che formalmente le Coree erano ancora in guerra. L’incontro tra Kim Jong-un e Moon Jae-in è arrivato dopo un graduale miglioramento delle relazioni tra le due Coree, che ha visto il suo apice in occasione delle Olimpiadi invernali tenute nel febbraio scorso a Pyeongchang, in Corea del Sud.

Il miglioramento delle relazioni tra Corea del Nord e Corea del Sud favorisce un clima disteso nel previsto incontro tra Kim Jong-un e Donald Trump, che dovrebbe tenersi tra maggio e giugno. La data del summit non è ancora nota, così come non si sa dove i due leader si vedranno. Qui alcune ipotesi. I rapporti tra Pyongyang e Washington si stanno facendo più rilassati, ma il presidente americano ha avvertito che se il vertice non si rivelerà fruttuoso abbandonerà il tavolo.

Skripal. La crisi diplomatica che non spaventa Mosca

lavrovLa Russia torna al centro dello scontro internazionale come ai tempi della guerra fredda. Da un lato i Paesi occidentali capeggiati da Gran Bretagna, Francia e Germania con il supporto degli Stati Uniti e la Nato, dall’altro la Russia e in mezzo un caso che ricorda i film di spionaggio o fatti di un Kgb di prima della Caduta del Muro di Berlino.
L’ex spia russa Sergei Skripal e sua figlia Yulia sono in fin di vita dopo aver mangiato in un ristorante italiano a Salisbury. Tra le ipotesi più accreditate è che l’avvelenamento sia avvenuto vaporizzando l’agente nervino nelle loro vicinanze oppure inserendolo nel cibo o nelle bevande che hanno ingerito. Un’altra pista, anche’essa al vaglio degli inquirenti, è collegata al viaggio della figlia di Skripal, arrivata nel Regno Unito da Mosca la scorsa settimana portando un “regalo offerto da alcuni amici”, che potrebbe essere stato il vettore con il quale l’agente nervino è stato introdotto nel Paese.
I due sarebbero stati avvelenati da un agente nervino, sostanza chimica che agisce sul sistema nervoso e che è stata utilizzata per assassinare il fratellastro di Kim Jong-Un all’aeroporto di Kuala Lumpur in Malesia a febbraio del 2017.
La premier britannica, Theresa May, è arrivata oggi a Salisbury per incontrare le autorità e la cittadinanza e visitare i luoghi dell’attacco con agente nervino condotto il 4 marzo contro l’ex spia russa Serghei Skripal e sua figlia Yulia per la prima volta dopo l’accaduto. La vicenda ha sconvolto il Regno Unito, al fianco del quale si sono schierati Usa, Francia e Germania che con Londra hanno sottoscritto una dichiarazione a quattro che punta il dito contro Mosca per l’attacco chimico di Salisbury contro l’ex spia russa. I leader alleati, aggiornati da Londra, condividono il punto di vista secondo cui “la mancata risposta della Russia alle legittime richieste del Regno ne sottolinea la responsabilità”. I 4 condannano poi quello che definiscono “il primo attacco con agente nervino in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale”. Gli alleati sollecitano quindi Mosca a “fornire una piena e completa illustrazione del programma Novichok all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac)”. Denunciano infine più in generale come “irresponsabile” il comportamento recente del Cremlino, ma si appellano comunque alle “responsabilità della Russia come membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu per garantire la pace e la sicurezza internazionali”.
Mosca non sembra affatto turbata e dopo la risposta del ministro Lavrov che ha rigettato le accuse e ha ricordato con piglio a Londra: “Bisognerebbe ricordarsi che l’era del colonialismo è da molto tempo una cosa del passato”, arriva la risposta anche della portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova che ha commentato con parole di fuoco le dichiarazioni della premier britannica Teresa May, che ha detto che il capo della diplomazia russa Sergey Lavrov “non è all’altezza del suo incarico”. “Theresa, Lavrov è un ministro russo, non britannico. E i giudizi su di lui li può esprimere soltanto il presidente della Russia. Io capisco che le piacerebbe pensare altrimenti. Ma il suo ministro è Boris Johnson” ha dichiarato Zakharova su Facebook. Per tutta risposta l’Inghilterra ha decretato l’espulsione entro una settimana di 23 diplomatici russi dal Regno; restrizioni per funzionari e cittadini sospetti di uno Stato ormai bollato come “ostile”; controlli più stringenti e potenziali sanzioni sui patrimoni trasferiti oltre Manica da politici “corrotti” od oligarchi del business considerati vicini a Vladimir Putin; interruzione dei rapporti governativi d’alto livello; boicottaggio dei Mondiali di Russia 2018 da parte di delegazioni ufficiali e principi reali. Di rimando il ministro degli esteri Lavrov fa sapere che espellerà presto diplomatici britannici.
Non è la prima volta che la Gran Bretagna è protagonista di una ritorsione e di un avvelenamento contro ex agenti di quella che era la Gran Madre Russia. Anche Aleksandr Litvinenko 43enne ex-collonnello del Kgb fu avvelenato e morì in un ospedale londinese in cui era ricoverato da una settimana. Allora nessun colpevole fu riconosciuto, come anche il veleno che venne utilizzato. Anche se l’ex-agente del Kgb, Oleg Gordievksij dichiarò: “Soltanto i servizi segreti sono in possesso di veleni così micidiali e così difficili non solo da curare ma anche da individuare. Questa è la fine che fanno i nemici di Putin”.
Ma stavolta Londra sembra sicura e al suo fianco si è anche schierata la Nato, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg afferma: “L’attacco con l’agente nervino è uno dei più tossici mai sviluppati” dalla Russia, è “l’uso più offensivo mai fatto sul territorio di un Paese dell’Alleanza dalla fondazione della Nato”. Per la Casa Bianca quest’ultima azione “rientra in un quadro di comportamento in cui la Russia disprezza l’ordine internazionale, mina la sovranità e la sicurezza di altri Paesi e tenta di sovvertire e screditare le istituzioni e il processo democratico occidentale”.
Sia la Nato sia Washington concordano nel sostenere che questa sia solo un altro limite violato da Mosca che continua a sovvertire l’ordine internazionale dopo l’annessione della Crimea.
Il ministro degli Esteri minimizza sulle conseguenza e anzi afferma che le mosse di Londra contro la Russia possono essere spiegate dalla “complicata situazione” in cui si trova il governo britannico, che “non è in grado” di mantenere le promesse sulla Brexit. “Mi pare ovvio” che le scelte di Londra “riflettono la disperazione del governo britannico poiché non è in grado di rispettare le promesse fatte sull’uscita dall’Unione Europea”, dice Serghei Lavrov citato dalla Tass.
Lo stesso presidente Putin non ha cercato di conciliare un’intesa con il Regno di Sua Maestà, nonostante incombano nuove sanzioni per la Crimea e ci siano tutte le premesse per una ritorsione americana dopo il Russiagate.
In realtà Mosca sa che può ancora tirare per la sua strada, così come aveva fatto dopo le sanzioni europee, anche perché la May non ha annunciato restrizioni all’import di gas russo né accennato all’intenzione di chiedere l’esclusione delle banche russe dal sistema Swift che lega i trasferimenti internazionali. Così come sono stati risparmiati Abramovich proprietario e principale azionista del Chelsea, Usmanov dell’Arsenal e Shuvalov vice primo ministro. Oligarchi che se venissero sanzionati risponderebbero all’interesse russo di far tornare in patria numerosi capitali e investimenti, cosa che è riuscita grazie alle sanzioni. Inoltre il Presidente sempre popolare e amato dai russi si ritrova davanti alle prossime elezioni e un nuovo caso in cui “il capro espiatorio è sempre la Russia” può solo far comodo.

Dazi sull’acciaio e alluminio: frattura con il mondo

trump dazi

“Donald Trump ha fatto il più grande sbaglio della sua presidenza”. Così tuonava l’editoriale del Wall Street Journal mentre commentava l’ordine del 45esimo presidente di imporre dazi di 25 percento sull’acciaio e 10 percento sull’alluminio. La Casa Bianca ha spiegato che la misura difenderà posti di lavoro in America e rafforzerà la sicurezza nazionale.

La reazione ai dazi è stata quasi unanimemente negativa creando una frattura fra Trump e il Partito Repubblicano e confusione nei partner commerciali.

I rapporti fra Trump e il suo partito sono stati spinosi ma la leadership del Gop (Grand Old Party) ha chiuso più di un occhio considerando i comportamenti poco ortodossi dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Gli attacchi di Trump ai diversi gruppi etnici, la sua spavalderia nei suoi rapporti con le donne, le falsità a valanga, e persino gli attacchi a leader repubblicani per non essere riusciti ad approvare la revoca dell’Obamacare sono stati messi da parte. Trump è il presidente e ne hanno bisogno per firmare le loro leggi come ha fatto con la riforma fiscale e le nomine di giudici conservatori.

L’annuncio dei dazi però è stato condannato da quasi tutti i leader del Gop. Paul Ryan, speaker della Camera, ha avvertito il presidente sulle “conseguenze collaterali” negative. Mitch McConnell, presidente del Senato, ha rilevato “un alto livello di preoccupazioni”  che potrebbe lanciare “una vasta guerra di commercio” mettendo freni alla crescita economica. Altri hanno visto un’equivalenza fra dazi e tasse che alla fine colpiranno i consumatori con prezzi più alti. Inoltre, le reazioni negative repubblicane ai dazi riflettono il riconoscimento di un tradimento alle corporation e i loro profitti che potrebbero ovviamente erodere i contributi  elettorali al loro partito. In particolar modo i dazi preoccupano poiché un impatto negativo sull’economia si tradurrebbe in esiti negativi alle elezioni di midterm del mese di novembre di quest’anno.

I think tank sia di destra che di sinistra si sono scagliati anche loro contro i dazi. Questi includono l’Heritage Foundation e il Cato Institute, gruppi conservatori, ma anche la Brookings Institution e il Center for Economic  and Policy Institute che tendono a sinistra. Gli elettori sono anche contrari ai dazi come ci conferma un sondaggio della Quinnipiac University.

I dazi annunciati da Trump creerebbero 30.000 nuovi posti di lavoro nell’industria siderurgica ma potrebbero causare una perdita di 146.000  in altre industrie a causa di probabili rappresaglie dall’Unione Europea ma anche da altri Paesi asiatici.

Trump ha dichiarato che le guerre commerciali sono positive e che si possono “vincere facilmente”. Si sbaglia, secondo Christine Lagarde, direttrice dell’International Monetary Fund, la quale ha annunciato che “nessuno vince” con le guerre commerciali. Lo ha capito Gary Cohn, il principale consigliere economico di Trump, il quale si è dimesso non condividendo la decisione sui dazi. Trump forse ha già cominciato a capire le conseguenze della sua decisione. Ecco come si spiegano già le annunciate esenzioni per il Messico e il Canada. Altre esenzioni sono già in discussione e alla fine se ne potrebbero aggiungere di più che ridurrebbero l’efficacia senza però eliminare l’amaro in bocca ad altri partner commerciali.

Un centinaio di parlamentari ha inviato una lettera al presidente esprimendo la loro “seria preoccupazione” sul tema dei dazi. Nonostante tutto, il Congresso ha storicamente dato ampia autorità al presidente per mettere in pratica gli accordi sul commercio internazionale. Un tentativo per frenare il potere  del presiedente in questa area è stato però fatto mediante un disegno di legge introdotto dal parlamentare repubblicano Mike Lee dello Stato del Utah.  Anche il senatore Jeff Flake, repubblicano dell’Arizona, ha introdotto un disegno di legge che bloccherebbe i dazi. Nessuno dei due però ha molte chance di successo.

In sintesi i poteri del presidente sono notevoli e gli annunci sul dazio e l’altro sul sorprendente incontro con Kim Jong-un ce lo confermano ma rivelano altresì la volubilità di Trump. Servono anche politicamente  a dettare i cicli mediatici cercando di mascherare altri problemi come l’affaire Stormy Daniels, la pornostar che avrebbe avuto un rapporto extra coniugale con Trump e la sua preoccupazione per le  indagini sul Russiagate. Ecco come si spiega che Trump ha assunto Emmet Flood, un  avvocato che possiede esperienze con presidenti che hanno avuto seri problemi con l’impeachment. Flood ha infatti rappresentato Bill Clinton durante la sua crisi che lo condusse all’impeachment della Camera nel 1998 ma fu poi assolto dal Senato nel 1999.

L’annuncio di Trump sui dazi continua a confermare che il presidente fa il repubblicano quando gli conviene ma ritorna con frequenza alle sue radici populiste sull’immigrazione, il commercio, la legge e le relazioni internazionali.  Spesso l’emergenza delle sue tendenze populiste  suggerisce che il Partito Repubblicano appartiene a lui e lo può ridefinire per i suoi scopi politici ma anche personali con poche conseguenze. Cerca anche di definire i rapporti internazionali con esiti poco positivi per l’America e il resto del mondo.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Usa: via Tillerson, Trump si affida al falco Pompeo

Rex Tillerson

Rex Tillerson

Nuovo terremoto alla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump ha licenziato il segretario di Stato, Rex Tillerson, e al suo posto ha nominato il direttore della Cia, il 54enne italo-americano Mike Pompeo: vuole un duro forgiato dalla destra del Tea Party per preparare il prossimo faccia-faccia con il leader nordcoreano, Kim Jong-un, e accompagnare i negoziati con le potenze mondiali, irritate dai dazi su alluminio e acciaio. La scelta, annunciata con un tweet mattutino che pare abbia spiazzato lo stesso Tillerson di rientro dal tour africano, porta al Dipartimento di Stato un falco sull’Iran. Pompeo lo ha definito la repubblica islamica “il più grande Stato sponsor del terrorismo” e non avrà difficoltà ad assecondare il presidente nella richiesta di rivedere l’accordo sul nucleare. Nel giro di poltrone, a Langley arriva un’altra dura, la 56enne Gina Haspel, prima donna a guidare l’agenzia d’intelligence americana. Haspel cambia semplicemente scrivania perché fino ad oggi era la vice di Pompeo, nominata appena un anno fa. Le voci di un possibile avvicendamento al dipartimento di Stato si rincorrevano da tempo e Pompeo era dato in pole position. “Farà un ottimo lavoro”, ha assicurato Trump nel ‘tweet’. Per Tillerson, appena silurato, i ringraziamenti di rito, ma è noto che l’ex ad della Exxon aveva anche un rapporto personale difficile con un presidente a cui bastava un tweet per smontare gli sforzi diplomatici del Dipartimento di Stato. A ottobre, mentre Tillerson tentava di rilanciare il negoziato diplomatico con Pyongyang, Trump fece sapere che “sprecava il suo tempo”.

Un disprezzo clamorosamente ricambiato negli stessi giorni da Tillerson quando definì il presidente “un idiota”, definizione che in seguito ha minimizzato ma mai smentito. È stato lo stesso Trump a spiegare ai giornalisti la sua scelta sul prato della Casa Bianca, poco dopo l’annuncio, prima di imbarcarsi alla volta della California. Trump ha sottolineato di aver ponderato a lungo l’avvicendamento del suo segretario di Stato e ha spiegato che sono state decisive le divergenze su diversi dossier, a cominciare dall’accordo sul nucleare iraniano. Invece con Pompeo, un falco sull’Iran che considera Vladimir Putin “pericoloso”, c’è sempre stata più intesa. L’inquilino della Casa Bianca ha precisato di non averne discusso con Tillerson ma di aver deciso “da solo”.

“In realtà andavo d’accordo con Rex” ma abbiamo “una diversa mentalità”, ha spiegato. Pare che non ci sia stata neppure una telefonata tra i due, al punto che Tillerson ha confidato ai collaboratori di non conoscere le ragioni del suo licenziamento.