CEFFONE AL POPOLO

balcone di maio governo

“Non era mai capitato a nessuno la bocciatura della manovra economica. Mai! Tutti d’accordo, anche i governi sovranisti alleati di Salvini. E ora? A giorni le agenzie di rating esprimeranno il loro giudizio sulla tenuta del debito italiano. Basta scendere di un livello – scalino ‘spazzatura’ – e l’acquisto dei nostri titoli di stato precipita. Bel casino”. Commenta così Riccardo Nencini, segretario del Psi, la bocciatura da parte della Ue della manovra economica. Nencini prosegue: “Mutui più cari, aumento del debito pro capite, investimenti in calo, fuga dei capitali, spread alle stelle. Meno posti di lavoro. Il governo reagisce attaccando l’Europa. La verità? La manovra non convince nessuno. Il ceffone al popolo lo sta dando il governo” ha concluso Nencini.

Ieri l’Unione europea ha bocciato la manovra del governo e subito dopo si è aperta una crisi istituzionale con la Presidenza della Repubblica. Inoltre sembrerebbe spaccato il centro destra con la Lega e Fratelli d’Italia che attaccano l’Ue e Forza Italia che la difende. Dunque, l’Italia è divisa tra europeisti ed antieuropeisti, ma la posta in palio è molto più alta. Sono in gioco la democrazia, l’Unione europea, le libertà dei popoli ed il loro benessere economico e sociale. L’invito dell’Ue a modificare la finanziaria è stato molto chiaro. Entro tre settimane il governo dovrebbe presentare una nuova proposta, ma già si sa che non ci sarà nessun cambiamento.

La Commissione europea ha scritto: “Le misure incluse nel documento programmatico di bilancio 2019 dell’Italia indicano un chiaro rischio di fare marcia indietro rispetto alle riforme che il Paese aveva adottato. In particolare, la possibilità di pensionamenti anticipati inverte la rotta rispetto a precedenti riforme delle pensioni che sottendono alla sostenibilità a lungo termine del consistente debito pubblico italiano. L’introduzione di un condono fiscale potrebbe scoraggiare il rispetto, già basso, delle norme fiscali, premiando implicitamente i comportamenti che non rispettano le leggi, compensando in gran parte l’effetto positivo del rafforzamento della fatturazione elettronica. Data la dimensione significativa dell’economia italiana nell’area euro, la scelta del governo italiano di aumentare il deficit di bilancio, sebbene debba far fronte alla necessità di affrontare problemi legati alla sostenibilità delle finanze pubbliche, crea rischi di ricadute negative per gli altri Stati membri dell’Eurozona”.

Il leader della Lega e vicepremier, Matteo Salvini, ha già puntualizzato: “La manovra non cambia. Dopo la bocciatura dell’Ue al provvedimento il governo italiano tira dritto. Da Bruxelles possono anche mandare 12 letterine, ma la manovra non cambia”.

Ma anche il sottosegretario all’Economia M5S, Laura Castelli, ha detto: “Non ci sarà nessuna revisione. Quella manovra è ciò che serve. Abbiamo detto la verità sui numeri e non facciamo come i Governi precedenti che sparavano cifre esilaranti per poi ottenere norme catastrofiche. Avete capito dalle dichiarazioni di Conte e di Tria la posizione”.

Salvini ha anche rincarato la dose: “Se insistono a tirare schiaffoni a caso mi verrebbe voglia di dare più soldi agli italiani. Tutte le manovre passate negli anni scorsi a Bruxelles hanno fatto crescere il debito di 300 miliardi di euro. Noi siamo qua per migliorare la vita degli italiani, mi sembra un attacco pregiudiziale, la contestazione principale è che non bisogna toccare la legge Fornero che è nel programma del 90% dei partiti tranne che del Pd: è un attacco all’ economia italiana perchè qualcuno vuole comprare le nostre aziende sottocosto”.

Poi, Salvini, sulla Rai ha detto: “Di Rai non ne parlo io, c’è un presidente ed un amministratore delegato che stanno cercando professionalità interne accantonate da anni anche per ragioni politiche. La Rai merita tanto e da spettatore, quando vedo che ci sono programmi pregiudizialmente schierati a sinistra cambio canale. Siamo il primo governo che ha l’informazione pubblica tutta contro, non faccio il ‘piangina’, tiro diritto ma spero che la Rai sia equilibrata e dia spazio a tante voci”.

Il premier Giuseppe Conte, riferendosi alla sua visita in Russia ha scritto: “Questa mattina all’Expocentre di Mosca ho incontrato gli imprenditori italiani. Donne e uomini preparati e vincenti che portano in alto il made in Italy in Europa e nel mondo. A loro ho ribadito che l’Italia è un Paese che gode di buona salute, i fondamenti della nostra economia sono solidi. Il Governo farà la sua parte per far crescere le imprese italiane. C’è un grande impegno in tal senso, come dimostrano anche le misure contenute nella manovra”.

Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, ospite a Bologna del congresso della Camera del Lavoro, ha detto: “Se il Governo non apre il confronto, penso che dobbiamo essere molto netti e dare una risposta di mobilitazione e di iniziative. Ma dobbiamo essere altrettanto netti tra di noi e dirci che non è scontato, senza un lavoro preparatorio, che le masse ci seguano”.

Le provocazioni e le cadute di stile si ripetono in continuazione. L’eurodeputato leghista Angelo Ciocca, al termine di una conferenza stampa della Commissione a Strasburgo, ha messo la sua scarpa sopra i fogli che Moscovici aveva usato come traccia per il suo discorso sul documento programmatico di bilancio italiano. Il commissario Europeo agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici, ha commentato: “L’episodio della scarpa made in Italy è grottesco. All’inizio si sorride e si banalizza perché è ridicolo, poi ci si abitua ad una sorda violenza simbolica e un giorno ci si risveglia con il fascismo. Restiamo vigili. La democrazia è un tesoro fragile”.

Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier, Matteo Salvini che ha affermato: “Non voglio uscire dall’Europa, non voglio uscire dall’euro, voglio che i miei figli crescano in Europa. Non voglio sbattere le scarpe sui tavoli, però lasciate che gli italiani lavorino”. A chi gli ha chiesto del gesto dell’europarlamentare Ciocca, che ha simbolicamente ‘calpestato’ la relazione dei commissari sulla manovra italiana, Salvini ha tagliato corto: “L’Europa non la cambi con le provocazioni…”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non è la prima volta che richiama il Governo ‘all’equilibrio di bilancio’ ma, martedì 23 ottobre, ha voluto declinarlo in una logica che non è quella dell’«astratto rigore» ma a tutela delle famiglie e del risparmio, in una prospettiva di «equità e con uno sguardo lungo sullo sviluppo». Si può dire che i suoi avvisi stanno diventando una goccia, ripetuti in ogni occasione possibile e con una finalità chiara: evitare che l’Italia vada a sbattere.

Non a caso Mattarella ha parlato della necessità di «scongiurare che il disordine della pubblica finanza produca contraccolpi pesanti anzitutto per le fasce più deboli, per le famiglie che risparmiano pensando ai loro figli, per le imprese che creano lavoro». Un rischio che c’è per una somma di ragioni: per le conseguenze di uno strappo con l’Europa; per l’indicatore dello spread che è tornato a sfiorare quota 320 e che comporta un aggravio di spesa pubblica a danno, di misure che potrebbero andare ai più svantaggiati; per il sistema del credito che è sotto pressione; per le previsioni sul Pil che molti istituti indipendenti danno sotto la quota prevista dal Governo. Insomma, è evidente che ci sono elementi di preoccupazione anche se non drammatici, anche se non di allarme.

Tra l’altro al Colle spetta la firma sulla legge di bilancio che nessuno mette in discussione anche se qualche valutazione inizia a essere fatta. Il punto è che lo stesso Governo (nella lettera alla Ue) dichiara apertamente di aver violato regole Ue che hanno piena copertura in Costituzione e dunque non è escluso che Mattarella possa dire qualcosa nel momento del suo via libera. Se quindi per il Governo la strada che si apre da qui a tre settimane è complicata, lo è pure per il capo dello Stato che ha l’obiettivo di portare verso una ricucitura con l’Europa con mediazioni che allenterebbero la tensione anche sui mercati, vero motivo di timore per il sistema.

Allora, quelle parole di ieri danno una mano a chi nell’Esecutivo vuole usare questo tempo per negoziare, davvero, con Bruxelles. È vero che tutti mostravano la faccia più dura, a cominciare da Di Maio e Salvini, ma nel premier così come in Tria e in una parte della Lega (sensibile alle preoccupazioni del Nord produttivo) e pure in alcuni settori dei 5 Stelle (area Fico) si punta a ritrovare un dialogo. Martedì dopo la bocciatura della Ue non era il giorno giusto per far intravedere cambiamenti sulla manovra, sarebbe stato un cedimento repentino verso Bruxelles, ma davanti ci sono tre settimane di trattativa e di “esame” dei mercati.

Ecco quella di Mattarella è la mano tesa a chi non chiude le porte a correzioni di rotta. Una sponda ai “dialoganti” della maggioranza ma collaborativa con tutto il Governo tant’è che in precedenza aveva subito firmato il decreto fiscale. Un richiamo in “pace” fatto per preparare il terreno a chi volesse cominciare un’opera di disarmo in una guerra con l’Ue dagli esiti incerti.

Ma nel governo giallo-verde c’è veramente qualche anima dialogante? E se invece non ci fosse ? Il governo si aspettava la risposta negativa dell’Ue. Dunque, è legittimo pensare che la manovra è stata volutamente congegnata provocatoriamente per finalità poco chiare ma diverse dalle demagogiche dichiarazioni per accattivarsi il consenso popolare.

Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, intervenendo di fronte alle commissioni Esteri congiunte di Camera e Senato, ha sottolineato: “L’Unione Europea ci riserva una bocciatura sulla manovra e chiede un nuovo documento: ora l’Italia ha tre settimane di tempo per rispondere, con il Governo italiano che esclude comunque un nuovo documento. L’ultima parola spetta ai Parlamenti nazionali, la Commissione può comunque aprire una procedura per disavanzo eccessivo: queste sono le dinamiche istituzionali”.

L’esecutivo Lega-Movimento 5 Stelle è dunque convinto di “essere sulla strada giusta” come è stato confermato dal vice premier Di Maio. Non ci resta che attendere le prossime mosse. Lo scontro avverrà in Parlamento dove attualmente non ci sono i numeri per una modifica. Lascio immaginare ai lettori gli sviluppi ulteriori. Il proscenio è brutto assai.

Salvatore Rondello

IL GRANDE BLUFF

di maio

Alla fine anche i due vicepremier si devono arrendere all’evidenza. Per realizzare le promesse sbandierate in campagna elettorale c’è un solo sistema, sforare il tetto del deficit e quindi andare ben oltre l’1,6%, limite indicato dalla Ue e che il ministro Tria vuole assolutamente rispettare. Un punto essenziale questo sul quale si sta accendendo lo scontro interno all’esecutivo con il ministro Di Maio che ha addirittura detto di pretendere i soldi per il reddito di cittadinanza tanto caro ai pentastellati.  Al momento Tria si “limita” al ribadire che non si torna indietro su quanto deciso a Palazzo Chigi, ovvero che il deficit resti “murato” a quel’1,6% considerato l’argine giusto per non “irritare i mercati”. Reggerà? Ma c’è da chiedersi se reggerà il ministro delle finanze già al centro del malumori del vicepremier giallo-verde che in nome delle promesse elettorali è pronto a mandare all’aria il conti dello Stato.

“Ho piena fiducia nel ministro dell’Economia Giovanni Tria – si è affrettato a dire Di Maio – per quello che sta facendo e ho piena fiducia nel gioco di squadra che stiamo facendo come governo”. Dopo questa assicurazione di facciata Di Maio ha ribadito le priorità del governo: flat tax, reddito di cittadinanza e superamento della legge Fornero. “Le metteremo nella legge di Bilancio”. Sul come fare la ricetta è molto semplice: “Si attinge ad un po’ di deficit per poi far rientrare il debito l’anno dopo o tra due anni, tenendo i conti in ordine e senza alcuna manovra distruttiva dell’economia”.

In sostanza si scarica sul domani. Magari immaginando un voto che non arrivi tra cinque anni ma molto prima. Dipenderà molto dal risultato delle europee. Insomma il costo delle promesse ci allontanerà ancora di più dall’Europa pregiudicando un rapporto già compromesso dalla spregiudicatezza con cui Salvini ha affrontato il dossier immigrazione nei primi mesi dell’esecutivo.

Eppure i primi elementi di preoccupazione già ci sono. Come i dati Istat sul fatturato e ordinativi dell’industria in rallentamento e un conseguenza gap di crescita tra Italia e resto d’Europa. Anche il premier Giuseppe Conte, in un’intervista a “La Verità”, ha confermato che le misure saranno in manovra. Così come la pace fiscale (oggi i condoni si chiamano così) che, parole del presidente del Consiglio, “è imprescindibile”.  Intanto, contro l’intenzione di Tria di mantenere il deficit all’1,6% si schiera anche la sua viceministra, ovvero la pentastellata Laura Castelli, che ovviamente si schiera con il suo capo partito: “Vorrebbe dire non fare quasi niente, a meno che non si facciano solo tagli”, ha detto su Radio Capital. Parole che involontariamente smascherano senza appello il grande bluff di chi sta al governo mettendo in risalto la verità, ossia la non realizzabilità delle promesse fatte in campagna elettorale.

I Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’

Municipio

Protestano i Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’. Lo ha denunciato Antonio Decaro, presidente dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), nel corso di un’audizione alla Camera: “Nel dl Milleproroghe è stato fatto un furto con destrezza ai danni delle periferie. Con un emendamento notturno al Senato, sono stati tolti soldi alle periferie, un vero e proprio furto con destrezza. Per la prima volta c’era un investimento importante per le periferie, per dare risposte immediate all’emergenza abitativa. Sembrava l’occasione giusta a porre rimedio a un disagio economico e sociale, che esiste, lo dicono tutti. È successo che con un emendamento sono saltati fondi per 1,6 miliardi che sarebbero andati a quasi 20 milioni di abitanti, un terzo della popolazione italiana. Per questo, ha concluso, è necessario porre rimedio. Se non accadrà ci opporremo in tutte le sedi: faremo ricorso al Tar e alla Corte Costituzionale e tutti i sindaci sono pronti a venire a protestare davanti a Montecitorio. Il Milleproroghe era stato approvato il 7 agosto al Senato, ma andrà in seconda lettura alla Camera l’11 settembre. In quest’occasione l’emendamento che blocca il bando per le periferie potrebbe essere ancora modificato. Chiediamo di porre rimedio a un errore gravissimo dal punto di vista sociale, economico e anche dei rapporti reciproci tra le istituzioni. Se non accadrà, useremo dal punto di vista giuridico tutti gli strumenti a disposizione: il ricorso al tribunale amministrativo e alla Corte Costituzionale e, se sarà necessario, tutti i sindaci sono disponibili a venire qui a sfilare con i cittadini davanti a Montecitorio con le fasce tricolore”.

L’appello è arrivato, oltre che dall’Anci, anche da Ance, Legambiente, Fondazione Riuso e Audis.

La polemica era scoppiata proprio ad agosto, quando il governo aveva bloccato la seconda tranche del Piano periferie dei governi Renzi e Gentiloni, che prevedeva 2,1 miliardi di finanziamenti dallo Stato e con effetti calcolati in 3,9 miliardi di cofinanziamenti. Le prime convenzioni (24) erano state firmate nella primavera del 2017, le altre 96 a fine 2017: e proprio queste sono state bloccate, fino al 2020. Secondo la sottosegretaria Laura Castelli lo stop era stato necessario per rispettare una sentenza della Corte costituzionale, la 74 del 2018, che stabilisce che serve un’intesa con gli enti territoriali (quindi le Regioni) nell’assegnazione dei fondi e che non si può intervenire solo su richiesta del Comune. Il governo prevede quindi di dirottare i fondi già stanziati (140 milioni nel 2018, 320 nel 2019, 350 nel 2020 e 220 nel 2021) in un fondo che serva per favorire gli investimenti delle città metropolitane, delle Province e dei Comuni, non solo per quelli che hanno partecipato al bando. Una scelta che i Comuni non appoggiano, tutt’altro: anche perché molti Comuni dei 96 coinvolti intanto hanno già investito nella progettazione, come Milano, dove il sindaco Sala ribadisce il furto con destrezza. O Bologna, che denuncia il rischio di perdere progetti per 18 milioni di euro messi in cantiere. O del Veneto, che perde 150 milioni: i sindaci se la sono presa con la Lega, mandante politico dell’operazione. Sul piede di guerra il Pd, che però ha votato l’emendamento.

Il presidente dell’Anci ha concluso: “Parliamo di strade, risanamenti edilizi, sicurezza idrogeologica e sismica, giardini, parchi giochi, scuole, infrastrutture indispensabili a ridare decoro ai luoghi più poveri e abbandonati in città grandi, medie e piccole. Al nord, al centro, al sud indipendentemente dal colore politico di chi li governa”.

Dunque, anche il decreto ‘milleproroghe’, tra i primi provvedimenti del governo Conte, non va incontro alle necessità dei cittadini come viene demagogicamente propagandato da Lega e M5S, ma complicherebbe i problemi anziché semplificarli.

Roma, 05 settembre 2018

Salvatore Rondello

INCARICO GIALLO-VERDE

governo apre conte di maio

Giuseppe Conte è il nuovo presidente del Consiglio incaricato. Nominato da Sergio Mattarella su indicazione dei partiti più votati alle elezioni del 4 marzo scorso: Movimento 5 Stelle e Lega. Il giurista di origini pugliesi sarà in Parlamento all’inizio della prossima settimana, tra martedì e mercoledì, per presentare lista dei ministri e programma. “Quello che nasce sarà il governo del cambiamento. Sarò l’avvocato d’Italia”, le sue prime parole da Premier. Nasce quindi il Governo giallo-verde.

Dopo le ultime ore di tensione causate dalle indiscrezioni sul passato del professore, oggi il Capo dello Stato ha sciolto i dubbi, convocando Conte nel pomeriggio. Completo scuro e cravatta azzurra a pois, il neo premier è arrivato al Colle in taxi. Un’ora di faccia a faccia con Mattarella, poi il conferimento del mandato.

All’ordine del giorno anche il ruolo nell’Esecutivo di Paolo Savona, economista dalle posizioni euroscettiche. L’ex ministro, proposto dalla coppia Salvini-Di Maio per il dicastero dell’Economia, non sembra essere nelle grazie di Mattarella per le sue uscite anti-euro. Per questo l’inquilino del Quirinale ha voluto vederci chiaro. Nelle prossime ore si capirà se l’ex ministro farà parte della squadra.

I protagonisti dell’accordo di governo non nascondono l’entusiasmo per il risultato raggiunto. “Oggi comincia la terza Repubblica, ve l’avevo detto, l’avevo promesso”, il commento di Di Maio. “Siamo pronti a partire” afferma la Lega in un comunicato. D’altronde le parti in causa hanno sempre difeso la loro scelta di affidarsi al docente universitario. Il capogruppo grillino al Senato Toninelli aveva ribadito che l’ipotesi di un altro premier “non esiste e non è commentabile”. Il vice segretario leghista Lorenzo Fontana, invece, aveva detto in mattinata che in caso di un nuovo candidato premier si sarebbe “dovuto rivedere tutto l’equilibrio della squadra di Governo”.

La lista dei ministri è già pronta da tempo. Di Maio prenderà il ministero dello Sviluppo Economico che sarà accorpato a quello del Lavoro. A Salvini andrà il Viminale. Il ministero degli Esteri sarà affidato al diplomatico Massolo, mentre per Economia e Finanze resta in vantaggio Paolo Savona, nonostante le perplessità di Mattarella. Le parlamentari pentastellate Giulia Grillo e Laura Castelli favorite rispettivamente per Salute e Lavori Pubblici. Al Turismo il leghista Centinaio, mentre al ministero di Giustizia confermatissimo Alfonso Bonafede. Per la Difesa si fa sempre più insistente il nome della grillina Elena Trenta. Poi Emilio Carelli, neo eletto M5s, alla Cultura e il salviniano Nicola Molteni alle Politiche Agricole. Il Governo, dunque, è fatto. Partirà nelle prossime ore.

F.G.