IL GRANDE BLUFF

di maio

Alla fine anche i due vicepremier si devono arrendere all’evidenza. Per realizzare le promesse sbandierate in campagna elettorale c’è un solo sistema, sforare il tetto del deficit e quindi andare ben oltre l’1,6%, limite indicato dalla Ue e che il ministro Tria vuole assolutamente rispettare. Un punto essenziale questo sul quale si sta accendendo lo scontro interno all’esecutivo con il ministro Di Maio che ha addirittura detto di pretendere i soldi per il reddito di cittadinanza tanto caro ai pentastellati.  Al momento Tria si “limita” al ribadire che non si torna indietro su quanto deciso a Palazzo Chigi, ovvero che il deficit resti “murato” a quel’1,6% considerato l’argine giusto per non “irritare i mercati”. Reggerà? Ma c’è da chiedersi se reggerà il ministro delle finanze già al centro del malumori del vicepremier giallo-verde che in nome delle promesse elettorali è pronto a mandare all’aria il conti dello Stato.

“Ho piena fiducia nel ministro dell’Economia Giovanni Tria – si è affrettato a dire Di Maio – per quello che sta facendo e ho piena fiducia nel gioco di squadra che stiamo facendo come governo”. Dopo questa assicurazione di facciata Di Maio ha ribadito le priorità del governo: flat tax, reddito di cittadinanza e superamento della legge Fornero. “Le metteremo nella legge di Bilancio”. Sul come fare la ricetta è molto semplice: “Si attinge ad un po’ di deficit per poi far rientrare il debito l’anno dopo o tra due anni, tenendo i conti in ordine e senza alcuna manovra distruttiva dell’economia”.

In sostanza si scarica sul domani. Magari immaginando un voto che non arrivi tra cinque anni ma molto prima. Dipenderà molto dal risultato delle europee. Insomma il costo delle promesse ci allontanerà ancora di più dall’Europa pregiudicando un rapporto già compromesso dalla spregiudicatezza con cui Salvini ha affrontato il dossier immigrazione nei primi mesi dell’esecutivo.

Eppure i primi elementi di preoccupazione già ci sono. Come i dati Istat sul fatturato e ordinativi dell’industria in rallentamento e un conseguenza gap di crescita tra Italia e resto d’Europa. Anche il premier Giuseppe Conte, in un’intervista a “La Verità”, ha confermato che le misure saranno in manovra. Così come la pace fiscale (oggi i condoni si chiamano così) che, parole del presidente del Consiglio, “è imprescindibile”.  Intanto, contro l’intenzione di Tria di mantenere il deficit all’1,6% si schiera anche la sua viceministra, ovvero la pentastellata Laura Castelli, che ovviamente si schiera con il suo capo partito: “Vorrebbe dire non fare quasi niente, a meno che non si facciano solo tagli”, ha detto su Radio Capital. Parole che involontariamente smascherano senza appello il grande bluff di chi sta al governo mettendo in risalto la verità, ossia la non realizzabilità delle promesse fatte in campagna elettorale.

I Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’

Municipio

Protestano i Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’. Lo ha denunciato Antonio Decaro, presidente dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), nel corso di un’audizione alla Camera: “Nel dl Milleproroghe è stato fatto un furto con destrezza ai danni delle periferie. Con un emendamento notturno al Senato, sono stati tolti soldi alle periferie, un vero e proprio furto con destrezza. Per la prima volta c’era un investimento importante per le periferie, per dare risposte immediate all’emergenza abitativa. Sembrava l’occasione giusta a porre rimedio a un disagio economico e sociale, che esiste, lo dicono tutti. È successo che con un emendamento sono saltati fondi per 1,6 miliardi che sarebbero andati a quasi 20 milioni di abitanti, un terzo della popolazione italiana. Per questo, ha concluso, è necessario porre rimedio. Se non accadrà ci opporremo in tutte le sedi: faremo ricorso al Tar e alla Corte Costituzionale e tutti i sindaci sono pronti a venire a protestare davanti a Montecitorio. Il Milleproroghe era stato approvato il 7 agosto al Senato, ma andrà in seconda lettura alla Camera l’11 settembre. In quest’occasione l’emendamento che blocca il bando per le periferie potrebbe essere ancora modificato. Chiediamo di porre rimedio a un errore gravissimo dal punto di vista sociale, economico e anche dei rapporti reciproci tra le istituzioni. Se non accadrà, useremo dal punto di vista giuridico tutti gli strumenti a disposizione: il ricorso al tribunale amministrativo e alla Corte Costituzionale e, se sarà necessario, tutti i sindaci sono disponibili a venire qui a sfilare con i cittadini davanti a Montecitorio con le fasce tricolore”.

L’appello è arrivato, oltre che dall’Anci, anche da Ance, Legambiente, Fondazione Riuso e Audis.

La polemica era scoppiata proprio ad agosto, quando il governo aveva bloccato la seconda tranche del Piano periferie dei governi Renzi e Gentiloni, che prevedeva 2,1 miliardi di finanziamenti dallo Stato e con effetti calcolati in 3,9 miliardi di cofinanziamenti. Le prime convenzioni (24) erano state firmate nella primavera del 2017, le altre 96 a fine 2017: e proprio queste sono state bloccate, fino al 2020. Secondo la sottosegretaria Laura Castelli lo stop era stato necessario per rispettare una sentenza della Corte costituzionale, la 74 del 2018, che stabilisce che serve un’intesa con gli enti territoriali (quindi le Regioni) nell’assegnazione dei fondi e che non si può intervenire solo su richiesta del Comune. Il governo prevede quindi di dirottare i fondi già stanziati (140 milioni nel 2018, 320 nel 2019, 350 nel 2020 e 220 nel 2021) in un fondo che serva per favorire gli investimenti delle città metropolitane, delle Province e dei Comuni, non solo per quelli che hanno partecipato al bando. Una scelta che i Comuni non appoggiano, tutt’altro: anche perché molti Comuni dei 96 coinvolti intanto hanno già investito nella progettazione, come Milano, dove il sindaco Sala ribadisce il furto con destrezza. O Bologna, che denuncia il rischio di perdere progetti per 18 milioni di euro messi in cantiere. O del Veneto, che perde 150 milioni: i sindaci se la sono presa con la Lega, mandante politico dell’operazione. Sul piede di guerra il Pd, che però ha votato l’emendamento.

Il presidente dell’Anci ha concluso: “Parliamo di strade, risanamenti edilizi, sicurezza idrogeologica e sismica, giardini, parchi giochi, scuole, infrastrutture indispensabili a ridare decoro ai luoghi più poveri e abbandonati in città grandi, medie e piccole. Al nord, al centro, al sud indipendentemente dal colore politico di chi li governa”.

Dunque, anche il decreto ‘milleproroghe’, tra i primi provvedimenti del governo Conte, non va incontro alle necessità dei cittadini come viene demagogicamente propagandato da Lega e M5S, ma complicherebbe i problemi anziché semplificarli.

Roma, 05 settembre 2018

Salvatore Rondello

INCARICO GIALLO-VERDE

governo apre conte di maio

Giuseppe Conte è il nuovo presidente del Consiglio incaricato. Nominato da Sergio Mattarella su indicazione dei partiti più votati alle elezioni del 4 marzo scorso: Movimento 5 Stelle e Lega. Il giurista di origini pugliesi sarà in Parlamento all’inizio della prossima settimana, tra martedì e mercoledì, per presentare lista dei ministri e programma. “Quello che nasce sarà il governo del cambiamento. Sarò l’avvocato d’Italia”, le sue prime parole da Premier. Nasce quindi il Governo giallo-verde.

Dopo le ultime ore di tensione causate dalle indiscrezioni sul passato del professore, oggi il Capo dello Stato ha sciolto i dubbi, convocando Conte nel pomeriggio. Completo scuro e cravatta azzurra a pois, il neo premier è arrivato al Colle in taxi. Un’ora di faccia a faccia con Mattarella, poi il conferimento del mandato.

All’ordine del giorno anche il ruolo nell’Esecutivo di Paolo Savona, economista dalle posizioni euroscettiche. L’ex ministro, proposto dalla coppia Salvini-Di Maio per il dicastero dell’Economia, non sembra essere nelle grazie di Mattarella per le sue uscite anti-euro. Per questo l’inquilino del Quirinale ha voluto vederci chiaro. Nelle prossime ore si capirà se l’ex ministro farà parte della squadra.

I protagonisti dell’accordo di governo non nascondono l’entusiasmo per il risultato raggiunto. “Oggi comincia la terza Repubblica, ve l’avevo detto, l’avevo promesso”, il commento di Di Maio. “Siamo pronti a partire” afferma la Lega in un comunicato. D’altronde le parti in causa hanno sempre difeso la loro scelta di affidarsi al docente universitario. Il capogruppo grillino al Senato Toninelli aveva ribadito che l’ipotesi di un altro premier “non esiste e non è commentabile”. Il vice segretario leghista Lorenzo Fontana, invece, aveva detto in mattinata che in caso di un nuovo candidato premier si sarebbe “dovuto rivedere tutto l’equilibrio della squadra di Governo”.

La lista dei ministri è già pronta da tempo. Di Maio prenderà il ministero dello Sviluppo Economico che sarà accorpato a quello del Lavoro. A Salvini andrà il Viminale. Il ministero degli Esteri sarà affidato al diplomatico Massolo, mentre per Economia e Finanze resta in vantaggio Paolo Savona, nonostante le perplessità di Mattarella. Le parlamentari pentastellate Giulia Grillo e Laura Castelli favorite rispettivamente per Salute e Lavori Pubblici. Al Turismo il leghista Centinaio, mentre al ministero di Giustizia confermatissimo Alfonso Bonafede. Per la Difesa si fa sempre più insistente il nome della grillina Elena Trenta. Poi Emilio Carelli, neo eletto M5s, alla Cultura e il salviniano Nicola Molteni alle Politiche Agricole. Il Governo, dunque, è fatto. Partirà nelle prossime ore.

F.G.