Lavoro: Inps, in 4 mesi +559mila. Ma boom di precari

Inps-Pensioni sindacalistiNei primi 4 mesi 2017 il saldo tra assunzioni e cessazioni nel settore privato è stato pari a +559.000, superiore allo stesso periodo del 2016 (+390.000) e del 2015 (+499.000). Lo comunica l’Inps, precisando che il saldo annualizzato (la differenza assunzioni-cessazioni negli ultimi 12 mesi) alla fine del primo quadrimestre 2017 risulta positivo e pari a +490.000. A trainare sono stati in contratti a tempo determinato (+415 mila, inclusi gli stagionali e i contratti di somministrazione), seguiti dai contratti di apprendistato (+47.000) e da quelli a tempo indeterminato (+29.000).

Tra gennaio e aprile 2017, specifica l’Inps, complessivamente le assunzioni riferite al settore privato sono risultate 2.129.000, in aumento del 17,5% rispetto ai mesi gennaio-aprile 2016. Il maggior contributo però è dato dalle assunzioni a tempo determinato (+30,6%) mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-4,5%). Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato sono risultate 122.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-2,4%).

In particolare sono cresciute le assunzioni a tempo determinato nei comparti del commercio, turismo e ristorazione (+47,5%) e delle attività immobiliari (+43,6%). Negli stessi settori si osserva inoltre una crescita anche delle assunzioni in apprendistato (+46,9% nelle attività immobiliari e +35,8% nel commercio, turismo e ristorazione). Significativa pure la crescita dei contratti di somministrazione (+16,7%). Il forte aumento delle assunzioni a tempo determinato in contratti di lavoro intermittente o a somministrazione di manodopera intervenuto dalla seconda metà di marzo può essere messo in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale.

Questo ha portato ad una ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato. Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (ivi incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti) sono risultate 122.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-2,4%).

Le cessazioni nel complesso sono state 1.570.000, in aumento rispetto all’anno precedente (+10,5%): a crescere sono soprattutto le cessazioni di rapporti a termine (+17,8%) mentre quelle di rapporti a tempo indeterminato sono leggermente in diminuzione (-1%).

Con riferimento ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato, il numero complessivo dei licenziamenti risulta pari a 189.000, sostanzialmente stabile rispetto al dato di gennaio-aprile 2016 (-0,6%); cosi’ come stabili risultano le dimissioni (+0,4%). Il tasso di licenziamento (calcolato sull’occupazione a tempo indeterminato, compresi gli apprendisti) è risultato per il primo quadrimestre 2017 pari a 1,8%, sostanzialmente in linea con quello degli anni precedenti (1,8% nel 2016; 1,7% nel 2015).

L’Inps parla anche della complessa situazione dei voucher il cui stop ha fatto aumentare i contratti intermittenti. Infatti l’Inps afferma che dalla seconda meta’ di marzo, si è assistito nel mercato del lavoro ad un “forte aumento” delle assunzioni a tempo determinato in contratti di lavoro intermittente o a somministrazione di manodopera che “può essere messo in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale”. “Questo – si legge – ha portato ad una ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato”.

Preoccupazione dai sindacati. “Dai rapporti Inps emerge quello che da tempo segnaliamo: una lenta ripresa occupazionale frutto però di profonde contraddizioni. Da una parte ci sono imprese sane che assumono, ma con prudenza – come dimostrato dalla sostanziale staticità degli avviamenti a tempo indeterminato e da una prevalenza dei contratti a termine che continuano a crescere – dall’altra parte sembra ci sia ancora in atto una selezione darwiniana delle imprese, con parte del sistema produttivo in difficoltà”. Lo afferma in una nota il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy.

A maggio, infatti, dopo mesi di calo, risale la domanda di cassa integrazione straordinaria (+99,2%) e ordinaria (+45%), rileva il sindacalista, “a cui andrebbero aggiunte le ore richieste al Fondo di Integrazione Salariale (16,3 mln) delle quali, ad oggi, ne sono state autorizzate solo il 44,7% anche a causa dei ritardi nella lavorazione, che superano i 200 giorni. Dati, questi, che in generale portano a considerare questi ammortizzatori un vero argine ai licenziamenti che, di converso, nel primo quadrimestre diminuiscono soprattutto tra quelli per motivi economici. Resta, quindi, necessaria una rapida scelta politica che riconosca l’urgenza di non ridurre la protezione sociale e che, nel contempo, affronti con coraggio e risorse la questione del rafforzamento della rete delle politiche attive, come unico strumento per la ricollocazione delle persone espulse dal sistema produttivo”.

Cervelli in fuga, un esodo di mezzo milione

fuga_cervelliL’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, nel rapporto presentato oggi a Roma dal titolo “Il lavoro dove c’è”, ha fatto un’analisi degli spostamenti per motivi di lavoro negli anni della crisi. Nel rapporto vengono esaminati e fotografati i cambi di residenza e i comportamenti degli italiani partendo dalla crisi occupazionale del 2008, che ha cambiato le esigenze della popolazione e incrementato il numero di soggetti decisi a spostarsi in un’altra città per lavorare.
Dal 2008 al 2016  più di  500 mila italiani  si sono cancellati dall’anagrafe per trasferirsi all’estero. Al primo posto tra le destinazioni dei nuovi emigrati italiani c’è la Germania, seguita dal Regno Unito e dalla Francia.
A questo numero va aggiunto un altro dato: i quasi 300mila stranieri, soprattutto provenienti dai Paesi dell’Est, che in questi anni sono rimpatriati nel Paese di origine  non trovando più opportunità di lavoro in Italia.
L’indagine presenta e chiarisce gli aspetti di un altro fenomeno, per certi versi altrettanto significativo del trasferimento all’estero, ma spesso meno considerato: l’emigrazione interna tra le regioni d’Italia. L’Italia è un paese con opportunità molto diverse e una situazione di disomogeneità interna che non ha pari in Europa: per questo motivo i cambi di residenza da una regione a un’altra sono notevoli e frequenti.
Dal rapporto si evince che, tra il 2008 e il 2015, più di 380mila italiani si sono trasferiti da una regione del Sud in un altro territorio del Centro o del Nord Italia: si tratta principalmente di lavoratori qualificati che vedono nella fuga dal Mezzogiorno la via migliore per guadagnare di più.
È facile notare anche come il lavoro nelle città di residenza sia diminuito in questi anni e come le opportunità siano distribuite in modo diverso da territorio a territorio. Lavorare nel comune di residenza sembra, infatti, un privilegio riservato agli occupati tra i 15 e i 64 anni residenti in 13 grandi comuni con oltre 250mila abitanti, in cui Genova, Roma e Palermo superano il 90% di occupati residenti nel 2016. Inoltre, più di un occupato su dieci lavora in una provincia diversa da quella di residenza.
Questo spaccato conferma quanto già rilevato dallo stesso osservatorio nel rapporto annuale sulle dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane, in cui le possibilità occupazionali nelle 110 aree provinciali italiane si differenziano enormemente da Nord a Sud. Si passa, infatti, da un tasso di occupazione del 37% nella provincia di Reggio Calabria ad un tasso del 72% nella provincia di Bolzano.
Se il dato della mobilità è ben presente nei cambi di residenza, altrettanto si può dire per il pendolarismo, quotidiano ed interprovinciale, che può incidere fortemente sullo stipendio, la soddisfazione dei lavoratori e la qualità della vita.
Dal rapporto emerge, anche, che per le sue brevi distanze, l’intensità delle occasioni di lavoro e i servizi di trasporto efficienti, Milano è l’epicentro degli spostamenti interprovinciali in Italia.
Il capoluogo lombardo, infatti, è presente fra le province di destinazione o di partenza degli occupati ‘pendolari’ in ben 6 delle 10 principali tratte pendolari. Al primo posto ci sono i 118mila lavoratori che ogni giorno si muovono da Monza e Brianza per lavorare a Milano. Al secondo posto 59 mila lavoratori residenti a Varese che vanno abitualmente a lavorare in un comune della provincia di Milano mentre al terzo posto troviamo 48 mila residenti a Bergamo che raggiungono abitualmente il capoluogo lombardo per motivi di lavoro.
Nella Brianza bisognerebbe considerare anche i numerosi transfrontalieri che quotidianamente vanno a lavorare in Svizzera.
Nel settembre del 2015, aderendo all’obiettivo della legge delega n. 23/2014, di ‘internazionalizzazione dei soggetti economici operanti in Italia’ è apparso il decreto legislativo n. 147/2015, il quale ha introdotto, all’art. 16, un (nuovo) regime speciale per i lavoratori rimpatriati, apparentemente gemello del precedente. In realtà, la nuova agevolazione presentava diverse differenze. Lo sconto sull’imponibile, parificato fra i due sessi, si capovolgeva, spiegano i professionisti, limitandosi ad una esenzione del 30%; nella direzione di una maggiore appetibilità, la legge di Stabilità del 2016, ha ampliato l’agevolazione dal 30 al 50% dell’imponibile fiscale, a partire dall’anno d’imposta 2017.

I consulenti del lavoro ricordano quindi che il decreto legge Milleproroghe del 30 dicembre scorso (D.l. n. 244/2016, art. 3 c. 3-novies) ha introdotto una nuova finestra di adesione all’opzione, riservata ai soggetti che, trasferitisi in Italia entro il 31 dicembre 2015, rientrino nei requisiti di cui all’art. 2, c. 1 della L. 238/2010 a prescindere dal fatto che avessero o meno fruito del precedente regime fiscale agevolato.
Tutte le buone intenzioni del Parlamento per far ritornare gli emigranti in patria non avrebbero sortito effetto. Se ai giovani laureati non verranno offerte opportunità lavorative migliori di quelle che trovano all’estero, nessun incentivo fiscale sarà sufficiente per incoraggiare il loro ritorno in Italia.

Bankitalia, dare centralità al lavoro

Visco-BankitaliaTradizionalmente, una particolare attenzione è riservata alla relazione annuale della Banca d’Italia che si svolge il 31 maggio di ogni anno. Nelle considerazioni finali, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dopo aver ricordato la figura di Carlo Azeglio Ciampi scomparso il 16 settembre del 2016, nel corso del suo intervento, l’ultimo prima della scadenza del suo mandato ad ottobre prossimo, ha affermato: “Il debito pubblico e i crediti deteriorati rendono vulnerabili l’Italia. La centralità è il lavoro. Perché è qui che si vede l’eredità più dolorosa della crisi”.

Ha proseguito incalzando: “Gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano. Sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti. L’adeguamento strutturale dell’economia richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione mentre sul fronte della spesa pubblica deve tornare a crescere la spesa per investimenti pubblici in calo dal 2010”.

Davanti ad un pubblico molto qualificato, tra le importanti personalità presenti, ad ascoltare Visco in prima fila si trova Mario Draghi, che viene salutato pubblicamente dal Governatore quando nella relazione affronta il tema delle misure straordinarie decise dalla Bce nel 2014: “Do’ il benvenuto al presidente Bce. Le misure straordinarie decise da Francoforte nel 2014 hanno contrastato con successo i rischi di una spirale deflazionistica”.

Accanto a Draghi sono seduti l’ex premier Mario Monti e la presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi. Seduti in prima fila anche Antonio Fazio, Lamberto Dini e Fabrizio Saccomanni. Nelle sue considerazioni finali, Ignazio Visco ha toccato altri punti molto importanti della attuale situazione economica e sociale: “Il debito pubblico e i crediti cosiddetti deteriorati riducono i margini di manovra dello stato e degli intermediari finanziari; entrambi rendono vulnerabili l’economia italiana alle turbolenze sui mercati e possono amplificare gli effetti delle fluttuazioni cicliche. L’elevato debito pubblico è un fattore di vulnerabilità grave, condiziona la vita economica del paese.

La questione del lavoro è centrale ed è soprattutto su questo mercato che vediamo l’eredità più dolorosa della crisi. I pur significativi benefici in termini di occupazione si sono rivelati effimeri perché non sono stati accompagnati dal necessario cambiamento strutturale di molte parti del nostro sistema produttivo.

Non possiamo correre il rischio di intaccare la fiducia nelle banche e nel risparmio da esse custodito a causa degli interventi delle autorità con le norme Ue che hanno segnato una brusca cesura. Nell’applicazione delle nuove regole occorre evitare di compromettere la stabilità finanziaria e nel rispetto dei principi alla base del nuovo ordinamento europeo gli interventi devono preservare il valore dell’attività bancaria. Manca una efficace azione di coordinamento fra i diversi soggetti nazionali e sovranazionali sulla gestione delle crisi bancarie. In Italia, negli scorsi anni, si sono superate fasi di tensione anche gravi senza danni per i risparmiatori e per il sistema creditizio nel suo complesso.

La Banca d’Italia negli ultimi anni è stata criticata anche in maniera aspra, siamo stati accusati di non aver capito cosa accadeva o di essere intervenuti troppo tardi. Non sta a me giudicare, posso solo dire che l’impegno del direttorio è stato massimo.

E’ un’illusione pensare che la soluzione dei problemi economici nazionali possa essere più facile fuori dall’Unione economica e monetaria. L’uscita dall’euro, di cui spesso si parla senza cognizione di causa, non servirebbe a curare i mali strutturali della nostra economia; di certo non potrebbe contenere la spesa per interessi, meno che mai abbattere magicamente il debito accumulato. Al contrario, essa determinerebbe rischi gravi di instabilità.

Le conseguenze della doppia recessione sono state più gravi di quelle della crisi degli anni Trenta. Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio. In Italia l’espansione dell’economia, ancorché debole, si protrae da oltre due anni, tuttavia restiamo indietro rispetto ai nostri partner in Europa. L’aumento del Pil nell’area euro dovrebbe essere prossimo, quest’anno, al 2%, circa il doppio del nostro paese. L’esigenza di superare la crisi, sollecita ancora, uno sforzo eccezionale. Non minore è l’impegno necessario per ritrovare un sentiero di crescita stabile ed elevata, per risolvere la questione del lavoro, così difficile da creare, mantenere, trasformare, questione centrale dei nostri giorni non solo sul piano dell’economia.

Gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano. Sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti, non retromarce. L’adeguamento strutturale dell’economia richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione. Deve tornare a crescere la spesa per investimenti pubblici in calo dal 2010.

Non c’è stata piena consapevolezza anche al livello politico dei rischi derivanti dalle norme sul bail in e della vendita, che era del tutto legittima secondo le norme, delle obbligazioni subordinate delle quattro banche finite in risoluzione.

Affinché si realizzi una piena convergenza dell’inflazione verso l’obiettivo della banca centrale serve ancora un grado elevato di accomodamento monetario. La revisione dell’orientamento della politica monetaria, da attuarsi con la necessaria gradualità, dovrà costituire la conferma che crescita della domanda e stabilità dei prezzi possono sostenersi autonomamente nel medio periodo”.

Riferendosi agli amministratori delle banche italiane, Ignazio Visco ha chiarito: “Posso solo assicurare che l’impegno del personale della Banca d’Italia e del Direttorio è stato sempre massimo. Le crisi bancarie, purtroppo, non sono una peculiarità dei nostri tempi. E, come dimostra la storia, non è sempre possibile prevenirle. Negli anni 70 abbiamo avuto Italcasse, Sindona, il Banco Ambrosiano. Poi a ridosso del processo di privatizzazione, negli anni 90, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, Sicilcassa. Oggi più che mai è importante partire dalla valutazione delle persone che guidano una banca. Quando si consolidano posizioni di dominio assoluto, aumenta il rischio che si sfrutti la propria intoccabilità per abusi e favoritismi”.

Alle belle parole del Governatore bisognerebbe auspicarsi che possano seguire i fatti. Altrimenti ascolteremmo soltanto “prediche inutili” come scrisse con rammarico Luigi Einaudi. Le crisi nella storia bancaria italiana ricordate dal Governatore Visco, nessun italiano vorrebbe che si ripetessero. Le qualità etiche delle persone designate a guidare una banca dovrebbero essere una condizione necessaria ed indispensabile preventiva all’assunzione degli incarichi dirigenziali. Purtroppo, molti amministratori delle banche italiane si trovano in chiara posizione di conflitto di interesse. Se per le piccole realtà bancarie la vigilanza compete tuttora alla Banca d’Italia, per le banche di grandi dimensioni l’esercizio della vigilanza compete direttamente alla BCE.

Salvatore Rondello

Alternanza scuola lavoro e ONG per una nuova cooperazione

ASL è una straordinaria esperienza formativo/ innovativa che unisce il sapere al saper fare. Orienta le aspirazioni degli studenti, tra didattica e apprendimento al mondo esterno.

Con questa innovativa modalità la scuola del terzo millennio si connette con il mondo del lavoro verso nuove esigenze occupazionali, confrontandosi su tematiche globali, diritti umani e cooperazione allo sviluppo. Oggi l’ASL è obbligatoria per tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori, anche Licei. E’ la parte avanzata della legge 107 verso il principio della “scuola aperta”. Una scuola più efficace che guarda al territorio, coinvolgendo società e studenti sulle scelte per un futuro in continuo movimento. E’ una scuola che si sintonizza alle frequenze del mondo del lavoro, dei diritti e delle conoscenze globali, in un coinvolgimento multi-generazionale, tra tutor, docenti esterni e nuovi punti di contatto. Favorisce la comunicazione intergenerazionale, pone le basi per uno scambio di esperienze e di crescita reciproca. Volontariato, enti culturali, umanitari ONG, istituzioni, ordini professionali, terzo settore, Imprese, aziende, sono nuovi soggetti partner educativi e formativi che scatenano sinergie esperienze e le passioni di tutti. Si costruiscono –insieme- esperienze positive, tracciati studio/lavoro fondati sulla conoscenza teorica e su esperienze pratiche in percorsi condivisi.

Ciò che appare evidente è un interessante cambiamento culturale, una originalità al passo col sistema duale, che coniuga il tessuto produttivo con quello socio-culturale del paese. Esperienze formative e di vita che coinvolgono da quest’anno, essendo obbligatorie per gli studenti, oltre 1 milione e mezzo di giovani delle scuole superiori. Una nuova esperienza formativo/educativa, di cooperazione tra scuola e diversi soggetti che generano dialogo formativo e confronto -di alto e qualificato profilo-, potendosi sviluppare in determinati contesti di lavoro. Gli studenti, si trovano al centro di nuovi stimoli, nuove capacità, creatività e conoscenze, essendo collocati all’interno di ONG, enti e OSC, con un “nuovo approccio“, quello del no profit. Ed è proprio la particolarità della spinta umanitaria, a fronte di determinati programmi di contesto internazionale in cui si trova il nostro tempo a generare (ad esempio sulla questione mediterraneo) nuovi e diversi modelli di approccio e intervento. Interventi in modalità imprenditoriale dove l’idea si tradure in azione.

E’ una diversa competenza, la chiave con cui si accede alla creatività, all’innovazione e alla assunzione di rischi, come la capacità di pianificare, gestire progetti e raggiungere obiettivi. Competenze e prime esperienze di conoscenza e di confronto che aiutano i giovani ad acquisire consapevolezza, riconoscendo e raccogliendo nuove opportunità, in una visione originale tra economia e società. Lo studente non è un lavoratore, lo diventerà, ecco perché la partecipazione all’ASL è importante, poiché offre al giovane studente l’opportunità di assorbire, ascoltare, osservare, interagire su coerenze e percorsi case study, condivisi, su progetti innovativi, tra economie e società. Nelle differenza dei ruoli e delle competenze, ogni soggetto attivo – scuola, mondo del lavoro, tutor, è sollecitato -con coerenza- a nuovi stimoli e a valorizzare ogni aspirazione. Il percorso di ASL si articola in moduli didattico-informativi, svolti direttamente preso i centri ospitanti con moduli di pratico apprendimento all’interno del contesto lavorativo. Rispetto al classico tirocinio/ stage è un percorso strutturato e sistematico con obbligatorietà e forte impegno organizzativo per i diversi soggetti. L’ASL all’interno delle sedi di esperienza, offre e stimola forti sollecitazioni umane rispetto i progetti in essere. Lo abbiamo compreso quando iniziarono a morire centinaia di profughi nel mare mediterraneo. Da li a breve le richieste delle scuole per

L’ASL nelle ONG triplicarono. Il 10 giugno 2014 con una convenzione firmata tra MIUR/MAE -dopo una dichiarazione d’intenti tra MIUR e MAE- si diede avvio alla settimana scolastica per la Cooperazione internazionale allo sviluppo. A seguire la circolare Miur del 17.4.2105 n. 2622 formalizzò l’adesione all’anno Europeo -2015- dello sviluppo, istituendo “la settimana scolastica della CIS”, in accordo con il MAECI. Un’altra circolare la n.2725 del 20.04.2015, “per non dimenticare il naufragio dei migranti del 18 aprile nel canale di Sicilia” (oltre 700 persone morte annegate) diede un’ulteriore scossa – nella sua drammaticità- a testimoniare la difficile situazione politica internazionale, in particolare medio orientale – euro mediterranea. A sottolineare le differenze socio economi che colpiscono gran parte dei paesi, si aggiunga l’aumento della povertà, nuovi e antichi conflitti -che mietono ancora vittime e grandi migrazioni nel mondo-, la distruzione dell’ambiente, l’accaparramento delle terre e delle risorse naturali, i sessanta milioni di persone in mobilità, tra profughi rifugiati e apolidi di ogni genere. Sono questi in sintesi alcuni temi che abbiamo deciso di affrontare –insieme con la scuola e con tanti studenti, in conferenze pubbliche, in ASL e in specifici laboratori. Tra le tante e qualificate collaborazioni/competenze con l’Università, con esperti di cooperazione sociale e internazionale e Ong. Operatori, esperti, espatriati che dialogano e affrontano con gli studenti temi e attività tra emergenze umanitarie, programmi di sviluppo e progetti strutturali. Oltre ai programmi in ASL, laboratori, visite mirate e case study si sollecitano approfondimenti tematici, come l’attualità le conversazioni e i dibattiti sui recenti fenomeni internazionali ed il loro impatto locale. Per affrontare approfondire e operare su diverse discipline sono necessarie molte risorse umane dalla stampa, agli operatori religiosi, ai professionisti della pedagogia e della psicologia. Operatori delle forze dell’ordine e volontariato, affinché le diverse sfumature siano tradotte fedelmente con comprovate e idonee competente.

Anche per le ONG è una nuova sfida, che permette di poter ripartire ogni volta daccapo sulle questioni delicate come la difesa dei diritti umani a rischio, nella foresta della globalizzazione fuori controllo. E il contributo umano è fondamentale, per poter coinvolgere fattivamente gli studenti sui diritti, sul ruolo della cooperazione allo sviluppo, sugli obiettivi dell’Agenda 2030, sulla riduzione della povertà, su quanto previsto dall’articolo 21 del trattato sull’Unione europea rispetto “l’azione dell’UE sulla scena internazionale fondata sui principi che ne hanno informato la creazione, lo sviluppo e l’allargamento e che essa si prefigge di promuovere nel resto del mondo: democrazia, Stato di diritto, universalità e indivisibilità dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità umana, principi di uguaglianza e di solidarietà e rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”. E quanto sancito dall’articolo 208 nel TFUE rispetto “la politica dell’UE nel settore della cooperazione allo sviluppo condotta nel quadro dei principi e degli obiettivi dell’azione esterna dell’Unione. La politica di cooperazione allo sviluppo dell’Unione e quella degli Stati membri si completano reciprocamente. L’obiettivo principale della politica dell’Unione in questo settore è la riduzione e, a termine, l’eliminazione della povertà”.

La cooperazione internazionale, ai fini della lotta alla povertà e alle disuguaglianze globali vuole contribuire a creare un mondo più stabile, nella pace. Un pianeta equo e prospero che rispecchi l’interdipendenza tra i paesi più ricchi e quelli più poveri. L’ASL in tal senso offre agli operatori e agli studenti diverse opportunità di conoscenza sia sulle finalità internazionali, (progetti e programmi delle ONG) che tematiche e interventi, attività tra nuove frontiere geografiche e occupazionali. I focus si eprimono in particolare sui programmi di ECG, e sull’Educazione allo sviluppo, mirati al contrasto della povertà, alla difesa dei diritti umani, all’istruzione nei paesi poveri. Sull’educazione alla cittadinanza globale, cresce la consapevolezza di una più diffusa conoscenza delle dinamiche politiche, economiche e sociali che determinano gli squilibri mondiali. Di una maggiore partecipazione della cittadinanza e della scuola per la lotta contro le povertà. Con educazione allo sviluppo si intende un processo attivo di apprendimento, basato sui valori di solidarietà, uguaglianza, inclusione e cooperazione. Dalla comprensione e consapevolezza delle dinamiche globali al coinvolgimento diretto e attivo dei singoli, per generare un cambiamento dei comportamenti individuali, influenzare le politiche socio/economiche e ambientali, nel senso dell’equità, sostenibilità e nel rispetto dei diritti umani.

La Cooperazione allo sviluppo promuove nuove istanze a favore dei popoli del sud che hanno maturato pratiche di riconciliazione fra uomo e natura. Come la Cittadinanza Globale sostiene un nuovo modello di cooperazione imbevuto della dignità umana insita in ogni persona, sulla sua appartenenza ad una comunità globale e sull’impegno comune per migliorale il pianeta. ECG difende la dignità umana, valore assoluto della persona; diritto inalienabile di poter vivere liberi in condizioni di accrescere l’intera comunità, persone e interdipendenza. Avviare processi di ECG può facilitare la comprensione dell’interdipendenza e delle questioni che affliggono il pianeta. Mentre è sempre più evidente che il livello locale ha impatto globale e quello globale, sul locale. Niente di ciò che facciamo è distinto dal destino degli altri. Sono questi i fattori che d è questo che ci rendono maggiormente responsabili verso un nuovo destino globale, nella accezione di cittadinanza che si completa, tra locale e globale. Per meglio inserirsi nella cultura della ECG vanno attuati momenti di confronto pubblico con gli studenti e la scuola, in particolare tra studenti di diverse parti del mondo in modalità cosmopolitismo. Affrontando il dialogo nelle diversità culturali e identitarie l’ECG potrà diffondere, nei bambini e nei giovani studenti, una consapevolezza di cittadinanza che faccia comprendere il limite della logica bipolare che contrappone identità universale e individuale, “noi e voi”. La cittadinanza cosmopolita – planetaria – procede verso l’altro attuando proposte e iniziativa politica per la trasformazione della società attraverso la costruzione di una cittadinanza impegnata che coinvolge la scuola come sostegno per il cambiamento, spazio di comunicazione, di creazione, di conoscenza, e di supporto ad ogni studente. ECG può avvicinare visioni globali che facciano capire il significato di esclusione, disuguaglianza, ingiustizia. Punta sulla democrazia del dialogo globale, pone la scuola in una strategica posizione di privilegio verso la costruzione di una consapevole cittadinanza globale, democratica e sostenibile. Promuove nuove pratiche verso l’educazione alle emozioni, come componente fondamentale dello sviluppo cognitivo e dell’apprendimento, per la convivenza, il pensiero, il sentire, l’agire. Sosteneva Delors che “di fronte alle numerose sfide della nostra epoca, l’educazione rappresenta uno strumento indispensabile per far sì che l’umanità possa andare avanti verso ideali di pace, libertà e giustizia sociale. Una strada al servizio di uno sviluppo umano armonioso, che potrà essere d’aiuto per far retrocedere la povertà, le incomprensioni, l’ingiustizia, le disuguaglianze, l’oppressione e la guerra”. Aggiornare la prospettiva dell’educazione attraverso conoscenze globali è indefettibile, dovendo inoltre recuperare la dimensione umana della società, dell’essere cittadino del mondo, per dare attuazione/senso alla vita del pianeta, si renderà sempre più indefettibile, un più vasto coinvolgimento del pensiero critico dei giovani/studenti in una auspicabile capacità istituzionale e di governo delle sofferenze del pianeta, che non può che rigenerarsi da una conoscenza globale dei fenomeni sin qui affrontati. Conoscere e posizionarsi sui fenomeni è necessario e urgente. E’ bene che da subito ogni soggetto istituzionale faccia la sua parte nella ricerca di soluzioni ad ampio raggio. Riflettendo sul romanzo di Leonardo Sciascia “A ciascuno il suo”. Se la scuola è lo spazio di scambio, di riflessioni, di socializzazione di progettazione, di dialogo, per la costruzione di una cultura tra diverse conoscenze, esperienze, sfide verso “un dialogo per l’integrazione-globale”, saranno sempre più urgenti le conoscenze geopolitiche contemporanee, e le diversità che accrescono risorse ridistribuibili. Su scuola e università ciò che si sollecita nelle preziose esperienze Erasmus+ (European Region Action Scheme for the Mobility of University Students), sono nuovi posizionamenti orientati verso una global mobility, utile a oltrepassare le nuove “colonne d’Ercole” per rendere l’offerta culturale interattiva e cosmopolita.

Si può procedere verso nuove risorse/coesioni. Nuove alleanze tra studenti medi e universitari scuola e cittadinanza, in un percorso di iniziativa/ampliamento dei programmi Erasmus+ verso partenariati/progetti globali. Un’intesa tra vie di progresso, inclusione dei saperi, culture e generazioni. Inclusione sociale, equilibrio tra coerenza delle politiche internazionali, cultura, ethos globale e capacità di governo.

Corrado Oppedisano

Def, si punta agli incentivi per i neoassunti

Lavoro-assunzioniIl Governo sta studiando il taglio dei contributi previdenziali per i neoassunti a tempo indeterminato limitato ai giovani di età inferiore a 35 anni che entrano nel mercato del lavoro e quindi solo per il primo impiego stabile. Lo spiegano alcuni tecnici vicini al dossier Def per il 2018. Si tratterebbe di una dotazione per 3 anni di taglio contributivo che spetta al giovane assunto per la prima volta con un contratto a tempo indeterminato. Un giovane che abbia già avuto un lavoro stabile ma lo abbia perso, avrà diritto alla decontribuzione solo per il periodo che manca al raggiungimento dei 3 anni di impiego stabile.

Il taglio dei contributi per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro quindi dovrebbe valere su tutto il territorio nazionale. Non appare in discussione invece l’ipotesi di un taglio strutturale dei contributi per la vita lavorativa del neo assunto. Il taglio dei contributi previdenziali limitato ai giovani e al primo impiego dovrebbe costare meno di un miliardo. Se si guarda ai dati sulle assunzioni con l’esonero contributivo nel 2015 (quando per le nuove assunzioni era totale per quanto riguarda i contributi Inps) si vede che le assunzioni degli under 30 hanno riguardato meno di un terzo del totale con circa 362.034 contratti su 1,17 milioni instaurati con l’esonero (altri 353.000 contratti circa hanno riguardato persone tra i 30 e i 39 anni). Anche per le trasformazioni la proporzione è stata di oltre 112.000 trasformazioni per i contratti a tempo indeterminato degli under 30 su 402.364 complessive (oltre 130.000 per persone tra i 30 e i 40 anni).

Attualmente, le aziende possono beneficiare anche nel 2017 della decontribuzione fino a 8.060 euro per tutti i neoassunti con contratto a tempo indeterminato nel Meridione.

In merito, l’Inps ha diffuso la circolare applicativa dell’incentivo, valido per le Regioni “meno sviluppate” (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) o “in transizione” (Abruzzo, Molise e Sardegna). Lo sgravio può essere richiesto per le assunzioni effettuate tra il 1° gennaio 2017 ed il 31 dicembre 2017, nei limiti delle risorse specificamente stanziate che, per le Regioni meno sviluppate, ammontano a 500 milioni di euro e, per le Regioni in transizione, a 30 milioni di euro, come viene spiegato in una nota. “L’incentivo è fruibile in dodici quote mensili dalla data di assunzione/trasformazione del lavoratore e riguarda i contributi previdenziali a carico del datore di lavoro entro un massimo di 8.060 euro annuali per ogni lavoratore assunto”, aggiunge l’Inps.

I provvedimenti in corso di studio da parte del Governo dovrebbero rappresentare una estensione territoriale e temporale su quanto finora previsto per le Regioni dell’Italia meridionale.

Si tratterebbe, dunque, di un altro provvedimento ‘tampone’ di breve periodo del Governo che non risolve i problemi strutturali finalizzati ad una stabile ripresa economica ed occupazionale, ma che vorrebbe alleviare il disagio sociale dei giovani.

Salvatore Rondello

Modello Coverciano

Il ministro del lavoro Poletti, ci ha abituato, ormai, alle sue gaffe. Sui giornali ci finisce più per le sue uscite, non proprio “istituzionali”, che per mirabolanti risultati del suo agire da responsabile di dicastero.
Ma, negli ultimi anni, i giovani (o “diversamente” giovani), rispetto al lavoro e alla loro condizione, si sono sentiti dire di tutto: “Choosy, sfigati, bamboccioni”. Non proprio dei complimenti, resi ancora più urticanti, perché espressi da chi ha la responsabilità di governare il paese. E, quindi, di dare delle possibilità di vita e sviluppo personale, quanto di progresso sociale.
Però, senza fare troppo i “puritani”, bisogna ammettere che Poletti ha detto la verità. Per trovare un lavoro, contano molto più le relazioni personali, che l’invio di curricula. Peccato che, utilizzando la metafora della partita di calcetto, il Ministro rischia di prestare il fianco ad una critica “classista”; che per una persona di sinistra non dovrebbe essere cosa indifferente, e rinvenibile nella variabile della “squadra”. Che può fa quelle differenze che, proprio un ministro del lavoro (e di sinistra), dovrebbe tentare di eliminare.
E che sia sempre esistita una differenza “di campo” tra le persone, non sminuisce un problema che rimane importante; uno dei capisaldi della nostra società: l’avere uguali opportunità al di là delle condizioni economiche e sociali.
Ma non facciamola troppo lunga su questo. Si potrebbe sfociare in un blando “moralismo”, poco avvezzo ad un più utile pragmatismo.
Però, pur volendo ridursi al miglior uso di un pensiero utilitarista, un problema si pone, quando a parlare con una certa “libertà” sono persone di altre “epoche”, ed altre “Italie”.
Nessuno vuole togliere ai vari Poletti, Padoa Schioppa, Fornero, Berlusconi & C. i loro meriti professionali. Siamo certi che sono arrivati ai massimi livelli nel loro lavoro, perché sono stati bravi. Anzi, cosa dico, eccellenti.
Ma loro, almeno sotto un profilo “quantitativo”, sono figli di un paese diverso.
E’ molto difficile dare giudizi comparativi sulle epoche passate. Il professor Powicke ebbe ad affermare che: “Il desiderio di un’interpretazione della storia ha radici così profonde che, se non possediamo una visione costruttiva del passato, finiamo nel cadere nel misticismo o nel cinismo”. E di “misticismo” e “cinismo” in salsa populista, ne abbiamo fin troppo in questo paese.
Possiamo dirlo senza possibilità di grossa smentita: per quanto riguarda la “corposità” dei diritti sociali, e delle possibilità lavorative, la generazione dei Poletti è stata molto più avvantaggiata. Almeno con riferimento al nostro paese.
Una tale massa di giovani senza lavoro, dal Dopo Guerra, non si era mai vista. Come non si era mai percepita la possibilità di rimanere precari a vita. O, ancora, non si presumeva affatto che le future pensioni sarebbero state tali da far immaginare impossibile la ben che minima soglia vitale.
E questo non può certo essere imputato ai “bamboccioni”. Ma, sia ad una cattiva gestione delle risorse, come ad una, praticamente, flebile capacità di vedere (e “prevedere”) il futuro da parte dei governanti.
Se l’Italia, dal “Miracolo Economico”, è passata ad un lento, e sembra inesorabile, declino, non è responsabilità principale di chi, oggi, emigra. E la politica, che avrebbe dovuto fare da naturale guida, al fine di garantire chi c’era e chi ci sarà, non è stata in grado di costruire un giusto equilibrio generazionale.
Oggi, quando si lavora, si guadagna poco, e neanche sempre, vista la continua precarietà. Con ciò, e con l’aggiunta dei continui tagli a quel welfare state, istituzione di cui la “generazione Poletti” ha beneficiato non poco, la vita di ogni giovane è messa a dura prova. Lasciando alla famiglia di origine (quando c’è, e può) il compito di fare da ammortizzatore sociale.
Il sociologo Parkin affermava che: “Le disuguaglianze connesse con il sistema di classe si fondano su due processi sociali interrelati, ma concettualmente distinti. Il primo è l’assegnazione dei compensi in relazione a differenti posizioni nel sistema sociale; il secondo è il sistema di reclutamento a queste stesse posizioni”.
Tra i sistemi di “reclutamento”, Parkin non aveva certo in mente il “modello calcio” di Poletti. Però, aveva ben chiaro il ruolo giocato dalla “famiglia” (squadra!) nel “sistemare gli individui ai diversi livelli della gerarchia di classe”, secondo un “auto reclutamento sociale […] cristallizzando così nel tempo la struttura di classe”.
Ma la “classe” non è mai stata pensata in termini generazionali. Forse, è questo che dà a qualche politico la “liceità” di un certo linguaggio; perché sa che non ha di fronte un corpo sociale compatto, capace di farsi sentire all’unisono. Almeno per ora.
Restando in un’ottica da “stadio”, chi ha giocato a pallone sa benissimo che, volendo fare una distinzione solo duale, i sistemi di gioco si dividono in “gioco a zona”, e “gioco a uomo”. Nella variante tutta italiana, il gioco a uomo viene (veniva) applicato come “catenaccio”.
Aspettiamo da Poletti indicazioni in merito al sistema per meglio giocare, vincere e lavorare. È il suo lavoro, infondo. E non gli diamo, e non gli daremo, tutte le croci addosso per ogni insuccesso in campionato. E’ giusto saper valutare le responsabilità…

Raffaele Tedesco

Inps: lavoro in calo.
Numeri preoccupanti

Disoccupazione-giovaniL’Inps ha comunicato i dati sulla disoccupazione dello scorso mese di gennaio. I dati sono preoccupanti. Le richieste di indennità di disoccupazione presentate all’Inps nel mese di gennaio 2017 sono state complessivamente 162.714. Nel mese di dicembre 2016 le richieste presentate sono state 137.165. La differenza in aumento è stata di 25.609 domande pari ad un incremento percentuale del 18,5% rispetto al mese precedente. Nel gennaio 2016 le domande di disoccupazione sono state 150.001. Rispetto allo stesso mese dell’anno precedente l’aumento in valore assoluto è stato pari a 12.713 determinando un incremento percentuale pari all’8,5%.

L’Osservatorio dell’Inps sulla cassa integrazione fa notare che si tratta del primo mese senza incentivi dopo due anni di sgravi contributivi sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Per un nesso tra le due dinamiche saranno più significativi i dati sui licenziamenti di dicembre.
Sempre dai dati Inps emerge che il numero di ore di cassa integrazione autorizzate nel mese di febbraio 2017 è diminuito complessivamente del 41,9% rispetto allo stesso mese di un anno fa scendendo da 60,1 milioni di ore a 35,4 milioni di ore.

La riduzione è riconducibile al forte calo della cassa straordinaria (cigs), diminuita del 49,9% con una discesa da 43,1 milioni di ore a 21,6 milioni. Mentre, per gli interventi in deroga (cigd), con un decremento del 48,4% rispetto a febbraio 2016, le ore autorizzate sono scese da 7,1 milioni a 3,7 milioni. Sale, invece, la cassa integrazione ordinaria (cigo) con 10,2 milioni di ore autorizzate, il 3,2% in più rispetto a 9,8 milioni di ore di febbraio dell’anno scorso.

In particolare la variazione è stata di -5,7% nel settore industria e di +47,5% nel settore dell’edilizia. Le ore di cassa integrazione guadagni, rispetto a gennaio 2017, sono in aumento in tutte le tipologie di intervento. A febbraio 2017, le ore autorizzate di cassa ordinaria, sono aumentate del 29% rispetto al mese precedente. Per la cassa straordinaria l’incremento è stato del 13,2%, mentre per gli interventi in deroga si registra un incremento dello 0,7%.

I dati pubblicati dall’Inps sulle indennità di disoccupazione e sulla Cig, sono segnali che lasciano trasparire un quadro economico ancora in crisi con ripercussioni negative sulle risorse reddituali delle famiglie. La fase del disagio sociale in essere, tendenzialmente continuerebbe ad espandersi.

Salvatore Rondello

Istat, meno disoccupati, ma manca investimento futuro

L’Istat certifica che il 2016 “si caratterizza per un nuovo e più sostenuto aumento dell’occupazione – sia nei valori assoluti sia nel corrispondente tasso – che coinvolge anche i giovani di 15-34 anni”. Inoltre “un elemento rilevante nel 2016 è costituto dalla diminuzione degli inattivi di circa 410 mila unità”. Lo sottolinea l’Istat nell’analisi periodica del mercato del lavoro in cui segnala tuttavia come il trend di crescita dell’occupazione ha “mostrato un significativo indebolimento nella seconda metà dell’anno, caratterizzato da una sostanziale stabilità complessiva, seppure in un quadro di andamenti differenziati delle diverse tipologie”. Secondo l’Istituto di Statistica il tasso di disoccupazione è calato dall’11,9% all’11,7% e il tasso di occupazione sale invece di 0,9 punti al 57,2%: la media degli occupati è stata di 22.758.000, al livello più alto dal 2009. L’aumento coinvolge, oltre agli over 50. I disoccupati diminuiscono di 21mila unità (-0,7%).


disoccupazioneOccupazione, la sofferenza che sfugge ai dati Istat

Evviva, l’occupazione nel 2016 ha superato in cifre assoluta quella del 2009. Detto con una certa brutalità: l’anno passato ci sono stati 59 mila lavoratori in attività in più rispetto al primo anno dopo l’esplosione della crisi. In realtà non è che ci sia tanto da brindare. Ma forse i festeggiamenti che da questi dati Istat deriveranno sono la conseguenza dell’assuefazione alla droga dello “zero virgola”. Tutto può finire per apparire spettacolare. Persino che in sei anni il tasso di disoccupazione sia calato dal 12,1 all’attuale 11,9. La terra promessa dell’uscita dalla crisi può sembrare vicinissima perché la media degli occupati è stata pari 22.758.000 contro i 22.699.000 del 2009. In tanti faticano a tirare avanti però nell’anno appena trascorso abbiamo avuto 293.000 occupati in più rispetto all’anno precedente e mentre i disoccupati sono calati di 21 mila unità (eccolo lo zero virgola: -0,7). E il tasso di occupazione che resta tra i più bassi dei paesi avanzati è salito dello 0,9 per cento attestandosi al 57,2.

Ovviamente queste cifre non descrivono la condizione del Paese e meno ancora quella degli italiani. Possono essere utilizzate in convegni e tavole rotonde, ma non alleviano la sofferenza di una comunità che annaspa tra promesse di rutilanti cambiamenti e intenti riformistici che rivolteranno nel prossimo decennio l’Italia come un pedalino (la gente comune si accontenterebbe anche di un sollievo per i prossimi due anni). Il lavoro è la scommessa mancata. Da tutti. Dal governo di Matteo Renzi che ha scelto di risolvere i problemi con una legge e qualche prebenda e dal governo di Berlusconi sotto il quale la crisi esplose mentre lui si preoccupava di farci sapere che le cose andavano bene perché i ristoranti erano pieni (ha ben poco da impancarsi Salvini che di quell’esecutivo faceva parte come Lega Nord o Giorgia Meloni che all’epoca esibiva come ospite d’onore l’ex cavaliere nelle feste di Atreju).

Inutile esercizio quello di prendersi in giro o di consolarsi con qualche migliaia di occupati in più o aggrapparsi alla tesi che il tasso di disoccupazione non cala, anzi aumenta perché gli inattivi si sono “svegliati” ed essendo colti da improvviso ottimismo hanno deciso di cercare un lavoro. La realtà è che in questo paese è da decenni che non si organizzano politiche per l’occupazione basate sugli investimenti, cioè sull’unica medicina in grado di garantire una guarigione stabile. Hanno puntato tutti sull’onnipotenza del mercato e hanno perduto. E il conto di questa sconfitta lo pagano gli italiani, senza lavoro o alla ricerca di lavoro o paralizzati dalla paura di perdere il lavoro.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

I voucher arrivano in Commissione e si fanno in due

buonolavoroI voucher arrivano in Parlamento. L’iter ha inizio con il loro approdo in commissione Lavoro. “Abbiamo adottato nel comitato ristretto il testo unificato” sulla loro modifica. “Martedì lo porteremo in commissione Lavoro della Camera per farlo adottare e cominciare l’e
same”. Così il presidente della commissione Cesare Damiano (Pd). Un tema caldo, su cui pende un referendum che il governo vuole evitare. Da qui la necessità di porre mano a una riforma che con l’introduzione dei voucher ha prodotto diverse storture. E la strada è quella di porne un tetto.

Nel testo unificato adottato dal comitato ristretto si legge infatti che sia le famiglie che le imprese senza dipendenti dovranno attenersi a un tetto di spesa in voucher di 3.000 euro annui. In sostanza “ciascun committente può avvalersi delle prestazioni occasionali (i voucher appunto) per un valore non superiore a 3.000 euro annui”. Il limite delle categorie di lavoratori che possono svolgere prestazioni di lavoro accessorio e quindi essere pagati in voucher, varrà solo per le imprese con zero dipendenti e non anche per le famiglie. Le prime infatti, si legge nel testo adottato, potranno pagare in voucher solo “disoccupati, pensionati, studenti under 25, disabili e soggetti in comunità di recupero e lavoratori stranieri provenienti da paesi extra Ue con permesso di soggiorno e disoccupati da oltre 6 mesi”.
Poi si legge ancora che le attività lavorative pagate in voucher, sia dalle imprese che dalle famiglie, “non potranno dar luogo a compensi superiori a 5000 euro nel corso di un anno civile. Fermo restando il limite complessivo di 5000 euro, le attività lavorative possono essere svolte a favore di ciascun singolo committente per compensi non superiori a 2000 euro annui”.

La situazione quindi potrebbe tornare a essere quella vigente prima del Jobs Act, che aveva portato il limite massimo del compenso che un lavoratore può guadagnare nell’anno in voucher da 5000 a 7000 euro. Resta invece invariato, sui 2000 euro annui, il compenso massimo che un lavoratore può ricevere in voucher da un singolo committente.

La relatrice in commissione Lavoro della Camera Patrizia Maestri (Pd) ha parlato di un testo aperto. “Oggi depositiamo una bozza di testo unico, ci sarà qualche aggiustamento, è un testo aperto e non definito”. E sui tempi ha aggiunto: “La discussione inizierà martedì, poi fisseremo il termine per gli emendamenti”, ha continuato Maestri, aggiungendo che il tema su cui potrebbero esserci delle novità rispetto ai contenuti già trapelati è quello delle categorie di lavoratori che potranno essere pagati in voucher.

Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, intervenendo su RepubblicaTv ha affermato che “le persone della mia generazione sanno che questo tipo di lavoro in passato erano fatti in nero. Quindi spero che si possa trovare a un accordo contro l’abuso dei voucher. Altrimenti si facciano i referendum, che sono una cosa bella quando trattano problemi che interessano alla gente”.

“Aumentare per le imprese il costo dei voucher – aggiunto il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo – è un fatto positivo” e limitarne l’uso a quelle senza dipendenti “potrebbe andare bene se c’è un limite sull’utilizzo annuo”. Secondo Barbagallo però, questo aspetto va “verificato, altrimenti c’è il rischio che ‘fatta la legge, trovato l’inganno’. Ci troveremmo con una moltitudine di imprese senza dipendenti”.

Ginevra Matiz

Voucher, Boeri: i maggiori utilizzatori sono i sindacati

camusso-boeri-755x515Dalle ultime notizie anche il sindacato è passato dall’altra parte della “barricata” e invece di garantire i diritti dei lavoratori, finisce per essere tra quelli che utilizzano i famigerati voucher per pagare le prestazioni lavorative. Tra i primi 5.000 committenti per l’utilizzo dei voucher ci sono 36 organizzazioni sindacali. Lo rileva il presidente dell’Inps, Tito Boeri, sottolineando che secondo i dati 2016 i sindacati hanno usato quasi 280.000 buoni per 1.559 lavoratori. “La tabella documenta inoltre – ha detto in audizione alla Camera – che tra i maggiori utilizzatori dei voucher (in rapporto al numero di committenti) vi siano le organizzazioni sindacali e le cooperative”.
Inoltre Tito Boeri ha evidenziato il fallimento di tale misura. L’obiettivo indicato nell’introduzione dei voucher di contrastare il lavoro nero “non è stato conseguito se non in modo marginale”. Lo ha affermato il presidente dell’Inps Tito Boeri, secondo cui anche se i buoni lavoro avessero contribuito all’emersione “si tratterebbe di una goccia nel mare”. Parlando in audizione alla Commissione Lavoro della Camera, Boeri ha fatto notare che nel Mezzogiorno, dove c’è il 50% di lavoro irregolare, sono stati venduti solo un terzo dei voucher e in agricoltura, dove il lavoro irregolare raggiunge il 10%, i voucher si limitano al 2%.
Inoltre, secondo il presidente dell’Inps, per scoraggiare l’abuso nell’utilizzo dei voucher è necessario rivisitare i controlli e limitare le giornate piuttosto che il numero dei voucher utilizzati e il reddito che da questo deriva. Boeri ricorda che con la tracciabilità introdotta dal Governo c’è stata “deterrenza” e si è limitato il numero dei buoni venduti. Il datore di lavoro che abusa dei voucher – ha detto Boeri – deve sapere che rischia “sanzioni e interventi”. Inoltre per il presidente dell’Inps “i controlli sono fondamentali e servono se sono credibili”, ed è il datore di lavoro che deve sapere che l’informazione data con la comunicazione preventiva “va a qualcuno che è in grado di utilizzarla”. “Pensiamo che sia razionale unificare le comunicazioni fatte al ministero del lavoro e all’Inps, per rendere i controlli più efficaci, per sburocratizzare ma anche per ridurre gli oneri per l’impresa. Questo permetterebbe a noi di fare controlli efficaci”.
“Le imprese devono sapere – ha concluso – che non possono fare il bello e cattivo tempo ma devono rispettare la legge”. In sostanza sulle proposte di revisione della normativa sui voucher Boeri ritiene che la limitazione più utile per scoraggiare l’abuso nel lavoro accessorio sia quella sulle giornate (una possibilità potrebbe essere quella dei 10 giorni al mese e 40 in un anno magari da utilizzare insieme). Sembra invece di difficile realizzazione, secondo Boeri, sia restringere le categorie dei lavoratori che possono usare i voucher (per esempio limitandole alle casalinghe e agli studenti) sia il tetto per le aziende.