Voucher, Boeri: i maggiori utilizzatori sono i sindacati

camusso-boeri-755x515Dalle ultime notizie anche il sindacato è passato dall’altra parte della “barricata” e invece di garantire i diritti dei lavoratori, finisce per essere tra quelli che utilizzano i famigerati voucher per pagare le prestazioni lavorative. Tra i primi 5.000 committenti per l’utilizzo dei voucher ci sono 36 organizzazioni sindacali. Lo rileva il presidente dell’Inps, Tito Boeri, sottolineando che secondo i dati 2016 i sindacati hanno usato quasi 280.000 buoni per 1.559 lavoratori. “La tabella documenta inoltre – ha detto in audizione alla Camera – che tra i maggiori utilizzatori dei voucher (in rapporto al numero di committenti) vi siano le organizzazioni sindacali e le cooperative”.
Inoltre Tito Boeri ha evidenziato il fallimento di tale misura. L’obiettivo indicato nell’introduzione dei voucher di contrastare il lavoro nero “non è stato conseguito se non in modo marginale”. Lo ha affermato il presidente dell’Inps Tito Boeri, secondo cui anche se i buoni lavoro avessero contribuito all’emersione “si tratterebbe di una goccia nel mare”. Parlando in audizione alla Commissione Lavoro della Camera, Boeri ha fatto notare che nel Mezzogiorno, dove c’è il 50% di lavoro irregolare, sono stati venduti solo un terzo dei voucher e in agricoltura, dove il lavoro irregolare raggiunge il 10%, i voucher si limitano al 2%.
Inoltre, secondo il presidente dell’Inps, per scoraggiare l’abuso nell’utilizzo dei voucher è necessario rivisitare i controlli e limitare le giornate piuttosto che il numero dei voucher utilizzati e il reddito che da questo deriva. Boeri ricorda che con la tracciabilità introdotta dal Governo c’è stata “deterrenza” e si è limitato il numero dei buoni venduti. Il datore di lavoro che abusa dei voucher – ha detto Boeri – deve sapere che rischia “sanzioni e interventi”. Inoltre per il presidente dell’Inps “i controlli sono fondamentali e servono se sono credibili”, ed è il datore di lavoro che deve sapere che l’informazione data con la comunicazione preventiva “va a qualcuno che è in grado di utilizzarla”. “Pensiamo che sia razionale unificare le comunicazioni fatte al ministero del lavoro e all’Inps, per rendere i controlli più efficaci, per sburocratizzare ma anche per ridurre gli oneri per l’impresa. Questo permetterebbe a noi di fare controlli efficaci”.
“Le imprese devono sapere – ha concluso – che non possono fare il bello e cattivo tempo ma devono rispettare la legge”. In sostanza sulle proposte di revisione della normativa sui voucher Boeri ritiene che la limitazione più utile per scoraggiare l’abuso nel lavoro accessorio sia quella sulle giornate (una possibilità potrebbe essere quella dei 10 giorni al mese e 40 in un anno magari da utilizzare insieme). Sembra invece di difficile realizzazione, secondo Boeri, sia restringere le categorie dei lavoratori che possono usare i voucher (per esempio limitandole alle casalinghe e agli studenti) sia il tetto per le aziende.

NODI DA SCIOGLIERE

Consultazioni-Camera“Secondo me bisogna sciogliere il nodo della data del referendum e allo stesso tempo capire l’evoluzione della legge elettorale, in questo ordine”. Lo ha affermato il segretario del Psi e Riccardo Nencini, a margine della conferenza di organizzazione della Feneal-Uil. Il referendum in questione è quello promosso dalla Cgil sul lavoro (voucher e appalti). Nencini ha anche escluso che il codice degli appalti possa essere “l’attaccapanni giuridico” attraverso il quale veicolare modifiche sugli appalti, nella direzione richiesta dal sindacato. “Si tratta di fattispecie diverse” ha aggiunto. E sulla legge elettorale Nencini ha aggiunto che “i Socialisti non cambiano spalla al fucile. La strada maestra è un crono-programma così fatto: la maggioranza che sostiene il governo, che è la stessa che sosteneva il governo Renzi, si mette attorno a un tavolo. Anche perché è la stessa coalizione che presumibilmente si presenta alle prossime elezioni con una voce sola agli italiani. Stabilisce come primo passaggio che legge elettorale fare. Secondo, la proposta viene presentata all’intero arco delle forze parlamentari perché le leggi elettorali sono leggi regola, e quindi non devono avere una maggioranza e una minoranza precostituita. Terzo a quel tavolo che sostiene la coalizione si fissa anche un progetto per l’Italia”.

Legge elettorale e durata del governo sono ormai al centro del dibattito politico e stanno diventando una spada di Damocle per l’esecutivo costantemente sotto la minaccia degli umori di chi vorrebbe accelerare la strada verso le urne. A farne le spese il Pd, diviso su posizioni difficilmente conciliabili su diversi fronti. Dalla data del voto, alla legge elettorale al Congresso, solo per citare i temi di maggiore attrito. Insomma nel Pd si cerca la quadratura in vista della direzione del 13 febbraio. A rompere gli indugi e a sposare la testi del “lunga vita al governo Gentiloni” è l’ex segretario del Pd Bersani che nel dibattito interno al suo partito su Congresso e elezioni chiede chiarezza da parte di tutti. “E’ ora che tutti, dico tutti, dicano parole chiare: io sono per il voto nel 2018, perché il governo governi e da qui a giugno si faccia la legge elettorale e a giugno il congresso. Altrimenti – ha aggiunto – se non rimettiamo i piedi a terra, i cittadini non capiscono e andiamo nei guai non solo politici ma anche economici e sociali”. Quanto alla legge elettorale, per Bersani vanno tolti i capilista bloccati. “Io voglio sapere che ne pensa Renzi e che ne pensa Franceschini. Dalla data del voto tutto discende”, insiste Bersani che alla domande su un asse Franceschini-Orlando si indigna. E mentre i centristi, come afferma in una nota il segretario Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc, “passata l’euforia immotivata per il voto anticipato è essenziale ora mettersi al lavoro per individuare correzioni equilibrate alla legge Elettorale” cercando una “convergenza in Parlamento su un sistema proporzionale”, Forza Italia ancora non si pronuncia e attente la sentenza della Corte per scoprire le proprie carte.

Ginevra Matiz

Pio Marconi
Cogestione, lavoro, 4.0

C’è ancora la possibilità nell’Europa della condizione postmoderna, in un continente che era stato capace di modellare un sistema esemplare di protezione sociale, nell’epoca del tramonto delle ideologie, di ipotizzare un progetto politico connotato come socialista? In Occidente si è assistito al rapido declino di una forma di produzione (fondata sulla grande impresa, sull’espansione della produzione di beni materiali, sull’organizzazione del lavoro, sulla rigida separazione di esecuzione e direzione) che garantiva vasta occupazione, utili crescenti, forme di redistribuzione governabili secondo una logica di piano. Si è andato velocemente contraendo un modo di produzione che favoriva la previsione dei bisogni sociali e l’elaborazione di progetti di emancipazione sociale.

L’economia della conoscenza, la nuova rivoluzione industriale, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella produzione e nell’organizzazione, hanno provocato un netto mutamento della stratificazione sociale. Fenomeni come la stabilità del lavoro, l’omogeneità delle condizioni dei lavoratori, la prevedibilità degli effetti delle politiche sociali, sulla presenza dei quali si erano costruiti i sistemi europei di Welfare e le esperienze di socialismo democratico, sono venuti progressivamente a mancare. Il lavoro (sopratutto quello delle nuove generazioni) si caratterizza in modo crescente come autonomo e nomade: impegnato nella continua ricerca di spazi cognitivi, creativi, geografici. Il cambiamento del lavoro mette in crisi oggi tradizionali politiche di redistribuzione e di identificazione dei bisogni meritevoli di più urgente soddisfazione.

Una radicale mutazione ha investito anche partiti e ideologie che nella società industriale cercavano non solo di interpretare i bisogni ma anche di esaltare le potenzialità del lavoro. Il socialismo si era presentato, in una fase specifica della modernità, come idea di redistribuzione ma anche come sistema in grado di attribuire a lavoratori dotati di competenze un ruolo nella gestione della crescita sociale. Il socialismo era riuscito a radicarsi perché aveva offerto un’interpretazione titanica della modernità e aveva indicato strade lungo le quali le trasformazioni nella produzione iniziate con l’introduzione delle macchine avrebbero potuto moltiplicarsi con l’attribuzione di un nuovo ruolo al lavoro, con il coinvolgimento della professionalità e del lavoro dipendente nella gestione della produzione. Il socialismo si era legittimato non solo come movimento capace di esprimere i bisogni del lavoro ma anche come progetto di completamento della rivoluzione scientifica.

Oggi le forze politiche di sinistra trovano difficoltà a rivolgersi ad un mondo del lavoro profondamente cambiato, parcellizzato, diviso ed ipotizzano di trovare la propria identità nella predicazione di forme di carità, nella proclamazione di sconfinati obblighi di assistenza, nella retorica della redistribuzione illimitata delle risorse. Ai bisogni di un mondo del lavoro che soffre per una crisi non congiunturale ma strutturale, si contrappone la priorità di più urgenti e spesso non definiti bisogni. Alla domanda di giustizia sociale espressa dal lavoro (autonomo o dipendente, tradizionale o innovativo, della terza o della quarta rivoluzione industriale) si risponde troppo spesso elencando con puntiglio ambienti sociali meritevoli di maggiore tutela. Senza identificare con nettezza l’entità degli impegni e i gruppi sociali sui quali dovrebbero gravare gli oneri legati ad una sconfinata redistribuzione.

La crisi delle organizzazioni che si richiamavano al socialismo deriva principalmente dalla incapacità di riottenere la fiducia di un mondo del lavoro mutato: disomogeneo, complesso, conflittuale al proprio interno. La redistribuzione delle risorse necessarie a favorire gli “ultimi” si traduce spesso in sottrazione di risorse a gruppi sociali che si trovano in situazione di grave disagio. O’Connor quando descriveva la “crisi fiscale dello Stato” non sosteneva le politiche antifiscali di Ronald Reagan ma segnalava come una crescita puramente quantitativa della redistribuzione sociale portava a ledere ulteriormente gli interessi di gruppi già svantaggiati1.

La retorica della carità non riesce inoltre a tradursi in forme di effettivo, continuativo sollievo di forme gravi di disagio sociale. Alle origine della nuova identità assistenziale della sinistra sta una grave insufficienza di analisi. La produzione postmoderna è vista come veicolo capace soltanto di favorire l’egoismo e di impedire una progettazione collettiva. Non si coglie il fatto che, per molti aspetti, il nuovo modo di produrre chiede solidarietà, partecipazione, condivisione. Nella deriva assistenziale si ignorano alcuni caratteri tipici della postmodernità. Caratteri che possono moltiplicare la creazione della ricchezza e favorire una redistribuzione guidata da principi di giustizia, caratteri che possono portare a forme nuove di coesione sociale, ad una rinascita di idee di socialismo. I padri dell’economia classica consideravano l’egoismo individuale come un potente veicolo di progresso e di sviluppo sociale. Le grandi innovazioni tecnico scientifiche sono oggi sempre meno il frutto di una competizione egoistica. Il modello dell’open source diventa dominante nella ricerca scientifica orientata alla produzione ed al progresso. In quelle scienze che sono dotate oggi di una vocazione crescente alla formazione della ricchezza, la scoperta e l’innovazione derivano dal lavoro e dal ruolo di una moltitudine di intelletti che si applicano, con l’ausilio della rete, ad un comune, spesso disinteressato, obiettivo di conoscenza. «Siamo nel mezzo di un grande cambiamento che trasformerà il modo in cui si costruisce il sapere (…) tra cent’anni, tracceremo una linea di demarcazione tra due ere scientifiche: la scienza pre rete e la scienza collaborativa in rete»2 osserva Michael Nielsen. Da una concezione egoistica della ricerca siamo passati ad una ricerca collettiva e cooperativa. La scoperta cessa di essere il frutto di un lavoro individuale e diventa il risultato di una applicazione diffusa di intelligenze. La rivoluzione intervenuta nella ricerca scientifica riguarda anche il lavoro e sopratutto le forme di lavoro tipiche dell’economia della conoscenza. Nella società dell’immateriale, la solidarietà e la cooperazione dei lavoratori torna ad avere un importante ruolo propulsivo non solo per un’equa distribuzione della ricchezza ma anche per la produzione e lo sviluppo dell’economia.

La crisi dei partiti socialisti non può essere imputata semplicemente ad una mutazione dell’economia e della stratificazione sociale. Una causa potente della crisi è il difetto di strategia, di analisi, di immaginazione sociale. Il mondo del lavoro è oggi fortemente diviso: dalla parcellizzazione delle mansioni, dal diffondersi di modi di produzione che non richiedono la compresenza dei lavoratori (in un unico ambiente, in un’unica area geografica, in un unico Stato) dalla divergenza tra gli interessi del residuale lavoro fordiano e quelli del lavoro alimentato della competenza e da nuovi saperi. Ma le esigenze di efficienza, che separano i lavoratori, che parcellizzano le funzioni impongono anche una fortissima interconnessione di attività e di competenze3. La nuova produzione della società dell’immateriale descritta da André Gorz4, l’economia della conoscenza non cancella inoltre mansioni, ruoli, funzioni, professionalità tradizionali. La produzione cognitiva ha sempre maggiore bisogno di una attività materiale di supporto, di logistica, di servizi capaci di ottimizzare la produzione e la distribuzione. E’ quindi possibile una nuova forma di solidarietà tra i nuovi lavori parcellizzati separati, autonomi, indipendenti. Ed una solidarietà tra lavori tradizionali e nuovi lavori. Una rete di relazione e di bisogni che ci riporta ai meccanismi che condussero nella maturità industriale alla nascita delle organizzazioni del lavoro.

Nella condizione postmoderna sono entrate in crisi descrizioni trionfalistiche dei destini sociali, l’ideologia della crescita costante, l’idea di una crescita costante dei beni materiali redistribuibili. Si tratta di idee che hanno alimentato per decenni le rappresentanze del lavoro, e che hanno favorito la formazione delle organizzazioni socialiste. Si tratta di idee che si sono usurate con il cambiamento del modo di produzione. Alla crisi di una ideologia si è risposto troppo spesso rifiutando l’utopia, rinunciando a formulare progetti di giustizia sociale, rimuovendo l’esistenza di modelli di sviluppo materiale connesso con lo sviluppo umano. La decadenza di ideologie ha prodotto il deperimento dell’immaginazione utopica. Anche quando ciò che in un passato si poteva considerare come bersaglio lontano si presenta come obiettivo praticabile, a volte come mutamento in corso: meritevole non di essere frenato od ostacolato ma di essere accompagnato e favorito.

Numerose idee della tradizione socialista sono state travolte dalle modificazioni del tessuto delle società sviluppate: la promessa di una crescita costante, la speranza in un progresso ininterrotto. Un’idea soltanto non è stata travolta dello scorrere del tempo e dalla modificazione dei rapporti sociali. Si tratta di un’idea relativa non alla distribuzione di risorse materiali ma alla crescita della responsabilità e della capacità individuale: l’idea di cogestione, di partecipazione del lavoro all’impresa. La cogestione rappresenta un modello di crescita economica legato alla condivisione delle responsabilità, delle esperienze, dei saperi, delle capacità. E’ un’idea legata alle origini del socialismo, che si è costantemente riaffacciata in momenti cruciali della lunga storia della società industriale. La cogestione oggi non rappresenta un ricordo del passato ma un’ipotesi di lavoro capace di coniugare crescita economica e sviluppo umano5, di legare produzione ed equa distribuzione di risorse, di garantire giustizia e non di favorire soltanto l’elargizione discrezionale di assistenza.

L’identità si difende e si rivendica con battaglie specifiche, non soltanto attraverso scelte di schieramento e di alleanza. Oggi l’identità socialista può essere caratterizzata da un rilancio del tema della partecipazione del lavoro alla gestione dell’impresa. La riforma istituzionale prevedeva l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia del Lavoro. Cancellazione sacrosanta di una eredità del corporativismo. Ma la soppressione avrebbe dovuto essere accompagnata dalla traduzione in legge di un principio costituzionale che da 70 anni è inattuato, quello contenuto nell’articolo 46 della Costituzione che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende6. Non si tratta di un principio indissolubilmente legato alla produzione fordiana. Si tratta di un principio che esalta il lavoro tipico della economia della conoscenza. Si tratta di un principio che può favorire la crescita rafforzando la cooperazione in un sistema fondato sulla frammentazione e la distanza dei lavori. Anche il Jobs act era necessario. Ma perché non accompagnarlo con una nuova strategia di tutela dei lavori7 e con la approvazione di quei disegni di legge, che giacciono in parlamento (spesso formulati con l’apporto di tutte le parti politiche) che dispongono la partecipazione dei lavoratori in azienda?


1 J. O’Connor, La crisi fiscale dello stato, tr. it., Torino, 1977

2 M. Nielsen, Le nuove vie della scoperta scientifica. Come l’intelligenza collettiva sta cambiando la scienza, tr. it. Torino, 2012

3 A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Roma, 2007; C. Vercellone (a cura), Capitalismo Cognitivo, Manifestolibri, Roma, 2006; E. Rullani, Economia della conoscenza, Roma, 2004

4A. Gorz. L’immateriale. Conoscenza, valore e capitale, tr. it., Torino, 2003

5 A. Sen, L’idea di giustizia, tr. it., Milano, 2010

6 M. Del Bue, La cogestione obiettivo socialista, Avanti!, 28.12.2014

7 P. Ichino, Partecipazione dei lavoratori nell’impresa: le ragioni di un ritardo. Rivista italiana di diritto del lavoro, 1, 2014

 

Pio Marconi

Occupazione stabile. Aumentano i giovani senza lavoro

disoccupazione giovanile al 40%

L’ISTAT comunica i dati sulla disoccupazione relativi al mese di dicembre 2016. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12%, invariato rispetto al mese precedente, ma in rialzo dello 0,4% sul mese di dicembre 2015. Dopo giugno 2015 in cui il tasso di disoccupazione era salito al 12,2%, quello attuale è il tasso più alto.

I disoccupati complessivi ammontano a 3.103.000 con un incremento di 9.000 unità sul mese di novembre 2016 e di 144.000 unità rispetto al mese di dicembre 2015. Ancora in calo gli inattivi tra i 15 ed i 64 anni con meno 15.000 unità su novembre scorso e meno 478.000 unità su dicembre 2015. Il tasso di inattività del 34,8% di dicembre è tra i minimi storici.

Gli occupati sono rimasti sostanzialmente stabili sul mese di novembre (+1.000), mentre sono cresciuti di 242.000 unità sul mese di dicembre 2015 (+1,1%). Sulla base dei dati destagionalizzati, gli occupati complessivamente registrati a dicembre sono stati 22.783.000. Il tasso di occupazione resta invariato al 57,3% rispetto al mese di novembre, mentre è in aumento dello 0,7% su dicembre 2015. I lavoratori dipendenti sono in aumento di 52.000 unità su novembre (soprattutto per i lavoratori a tempo determinato) mentre i lavoratori indipendenti sono diminuiti di 52.000 unità.

Disoccupazione-giovaniIl tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 ed i 24 anni è in risalita toccando il 40,1% tra gli occupati ed i disoccupati di quella fascia di età. Il valore è aumentato di 0,2 punti percentuali sul mese precedente raggiungendo il livello più alto da giugno 2015.

I dati dimostrano che la situazione occupazionale potrebbe peggiorare e che la crisi non è ancora superata. Purtroppo, come ha recentemente sostenuto anche il FMI, per la situazione italiana non ci sono margini per un abbassamento della pressione fiscale tenuto conto dell’alto rapporto deficit/Pil. Forse potrebbero esserci almeno due vie per tentare di migliorare la situazione economica: rendere più efficiente la pubblica amministrazione per i servizi ai cittadini ed alle imprese ed incoraggiare la ricerca scientifica.

Salvatore Rondello

IL GIUDIZIO

poletti-camusso-675-675x275Dopo una lunga attesa arriva finalmente il verdetto della Consulta sul referendum sull’articolo 18 voluto dal sindacato della Cgil. Il quesito referendario che avrebbe reintrodotto l’art.18 e smontato il Jobs act, è stato bocciato dalla Corte Costituzionale.
Nell’odierna camera di consiglio la Corte Costituzionale ha dichiarato: ammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” (n. 170 Reg. Referendum); ammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)” (n. 171 Reg. Referendum); inammissibile la richiesta di referendum denominato “abrogazione delle disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi ” (n. 169 Reg. Referendum).
Ma la Cgil non si arrende, Susanna Camusso dopo la sentenza ha annunciato: “Continueremo la nostra iniziativa contrattuale e valuteremo di ricorrere alla Corte Europea, perché siamo convinti di aver rispettato le regole”. Mentre da parte del Professor Vittorio Angiolini, legale che ha rappresentato le istanze della Cgil di fronte alla Corte Costituzionale sui referendum sul Jobs Act l’attenzione resta sui voucher: “Ora sui voucher è necessario che il Governo appronti modifiche sostanziali”. E aggiunge: “Prima del referendum, con la tracciabilità dei voucher – spiega l’avvocato – c’era già stato un intervento correttivo che però non è stato sufficiente. Anche una nuova normativa che venisse predisposta ora, deve soddisfare il quesito referendario. Lo strumento dei voucher, che è stato introdotto per le prestazioni occasionali e per rendere trasparente il lavoro nero, è stato usato in maniera scorretta e impropria. Serve una modifica che riformi la sostanza dell’istituto”.
“Da oggi inizia la campagna elettorale sui due sì al referendum sui voucher e sugli appalti, sarà una grande e impegnativa campagna elettorale, il tema è: ‘Libera il lavoro'”, ha detto Susanna Camusso. “Da oggi chiederemo tutti i giorni al governo la data in cui si voterà”. La richiesta del segretario Cgil sui voucher è: nessun correttivo ma il coraggio di azzerarli. “Abbiamo sentito il presidente del consiglio parlare di correttivi. I voucher sono uno strumento malato, bisogna avere il coraggio di azzerare una cosa che promette solo malattia”, ha affermato. Infine, per rispondere ad alcune critiche che erano piovute sul suo sindacato, Camusso ha detto che la Cgil utilizza in voucher l’equivalente di 3 persone e mezzo all’anno, secondo dati forniti dall’Inps.
La decisione come al solito ha diviso il mondo politico tra chi commenta positivamente il giudizio della Consulta e chi invece parla di una sentenza “politica”. La prima a sottolinearlo è stata proprio la Camusso: “Si è dato per scontato l’intervento del governo e dell’Avvocatura che invece non era dovuto ed è stata una scelta politica”.
“Prendiamo atto con rispetto e grande soddisfazione del pronunciamento della Corte Costituzionale sui quesiti referendari. Ciò consente di proseguire, senza cesure, il percorso di riforma del mercato del lavoro, per migliorarne le condizioni nei confronti dei lavoratori rendendolo, nel contempo, più efficiente”. Afferma Lorenzo Guerini, vicesegretario del Partito Democratico.
Su Twitter Andrea Marcucci, senatore Pd, scrive: “Una decisione ineccepibile della Consulta sull’articolo 18. Jobs act è una buona legge, sui voucher sono necessarie modifiche”.


Da parte di Sinistra Italiana invece la decisione è inconcepibile. “Con tutto il dovuto rispetto per le sentenze della Corte Costituzionale, non condividiamo la decisione di dichiarare inammissibile il più importante e significativo tra i referendum sul lavoro, quello sull’art. 18”. Afferma la capogruppo di Sinistra italiana al Senato Loredana De Petris, presidente del Gruppo Misto. “Dal momento che in circostanze analoghe erano stati dichiarati ammissibili altri referendum, è difficile evitare il dubbio che abbiano prevalso considerazioni di natura politica più che costituzionale”. Dice ancora la capogruppo di Sinistra italiana che invita il Governo ad agire: “Ora è dovere del governo fissare subito la data dei due referendum approvati dalla Corte e non cercare di aggirarli con espedienti e trucchi. Ricordiamo che il quesito referendario propone l’abolizione dei voucher e non una loro semplice revisione: rimaneggiare i voucher per evitare il referendum significherebbe espropriare il popolo del suo diritto costituzionale a esprimersi col referendum”.
Fuori dal coro invece il giudizio di Cesare Damiano, Pd. “I problemi sollevati dai referendum sul lavoro – afferma Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera – vanno comunque affrontati perché evidenziano alcune criticità: l’abuso dei voucher, la tutela dei lavoratori nella catena degli appalti e la crescita, dopo il Jobs Act, dei licenziamenti per motivi disciplinari. Tocca ora alla politica intervenire, indipendentemente dalla tenuta dei Referendum”.
Dalla Lega invece arriva invece l’invito alla Corte Costituzionale di affrettarsi sulla legge elettorale. “La Consulta ha lavorato bene, dimostrando piena autonomia, adesso ci aspettiamo che lavori altrettanto bene, e rapidamente, per arrivare subito ad una sentenza sulla legge elettorale, in modo da poter tornare al voto il prima possibile”. Lo afferma il senatore Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato e responsabile organizzazione e territorio della Lega Nord. “Comunque il dato che politicamente oggi emerge è che, a poco più di un mese dal referendum che lo ha spazzato via e dalle sue dimissioni, Renzi ormai non conta proprio più nulla”, conclude.
Non entra nel merito della sentenza, ma attacca il Governo il vicepresidente M5s della Camera, Luigi Di Maio: “Questa primavera saremo chiamati a votare per il referendum che elimina la schiavitù dei voucher. Sarà la spallata definitiva al Pd, a quel partito che ha massacrato i lavoratori più di qualunque altro e mentre lo faceva osava anche definirsi di sinistra!”

Poletti non si dimette e promette modifiche ai Voucher

poletti-3La pausa natalizia non ha sopito gli animi e le incandescenze scaturite dopo l’esternazione infelice del ministro del lavoro e del welfare, Giuliano Poletti: “Giovani che vanno all’estero? Un bene che ci restino”.
Anche se molti scommettevano che il Ministro non si sarebbe nemmeno presentato in Senato, invece Poletti si è presentato per riferire sulle sue dichiarazioni che hanno messo in imbarazzo l’esecutivo e causato sdegno nell’opinione pubblica.
La mozione di sfiducia è stata depositata dal Movimento 5 Stelle e verrà probabilmente votata il 18 gennaio. Oltre ai pentastellati, hanno annunciato il voto contro il ministro la sinistra PD, Sinistra Italiana, la Lega di Salvini più qualche ‘cane sciolto’ di Forza Italia. Non c’è stata infatti alcuna linea ufficiale da parte degli azzurri, tuttavia a uscire fuori dal coro ci ha pensato già prima della discussione in Senato, Maurizio Gasparri, che ha chiesto una riunione del gruppo forzista al Senato per affrontare la questione.

“Intorno alle dichiarazioni da me rilasciate il 19 dicembre, insieme alla comprensibile e giustificata polemica politica, si è sviluppata, in particolare sui social media, una campagna di insulti e minacce che non ha colpito solo me, ma ha coinvolto la mia famiglia: mia moglie e mio figlio”. Lo ricorda il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, durante l’informativa al Senato sui giovani che lasciano il Paese per cercare opportunità all’estero.

“Ringrazio – continua- tutti coloro che mi sono stati vicino e hanno espresso a me, e alla mia famiglia, la loro solidarietà per questi episodi che, al di là della preoccupazione e del disagio che provocano alle persone direttamente coinvolte, non possono trovare alcuna giustificazione e allarmano perché testimoniano un clima di tensione. Sono episodi che non hanno nulla a che vedere con le critiche e le contestazioni, anche aspre, che si mantengano nell’ambito di un confronto civile e rispettoso”.

Sulle frasi sui giovani che lasciano l’Italia, ricorda il ministro del lavoro, “mi sono scusato subito, scuse che confermo in questa aula parlamentare“.

“I giovani che vanno all’estero sono una risorsa importante– conclude il ministro- A tutti dobbiamo dare l’opportunità di realizzare il loro futuro nel nostro paese o dove li portano i loro percorsi professionali e personali”.

Il ministro si è espresso anche sui voucher: “In relazione alle prime evidenze registrate dal monitoraggio sui voucher il governo considera necessaria la revisione di questo strumento per riportarlo all’origine di una copertura dei lavori occasionali per portarli fuori dal lavoro nero”. Per quanto riguarda i voucher, il Parlamento potrebbe modificare prima dell’eventuale referendum la normativa e così scongiurare o depotenziare il voto.

Alle scuse del ministro rispondono gli attacchi della Lega: “Ci aspettavamo una dichiarazione con un po’ di sentimento e non una nota letta con la quale si tenta di far passare azioni di cui il governo si dovrebbe vergognare”, ha detto il senatore Sergio Divina, mentre l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha avanzato una critica più nel merito: “Io credo che lei non debba essere privato della fiducia per le cose che ha detto sui giovani, ma per non aver capito i fenomeni che dovrebbe gestire nel suo ruolo”. Infine da Sinistra Italiana, Giovanni Barozzino denuncia: “Le scuse sono accettate solo se sono vere”. “Quando un chirurgo dopo aver salvato migliaia di vite asporta l’arto sano al posto di quello che è malato non bastano le scuse”, afferma il senatore di Ala, Lucio Barani.

LUCI E OMBRE

operai-fabbrica-lavoroLa disoccupazione torna a salire e ancora una volta a discapito dei giovani. Nel mese di novembre il tasso di disoccupazione in Italia sale all’11,9% dall’11,8% rivisto del mese precedente, toccando il livello massimo da giugno 2015. I dati sono quelli dell’Istat. E il tasso di disoccupazione nella fascia di età 15-24 anni, ovvero l’incidenza dei giovani disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, è in rialzo a novembre al 39,4% dal 37,6% rivisto del mese precedente, registrando il livello massimo da ottobre 2015. A novembre il tasso di occupazione risulta al 57,3%, in leggero rialzo dal 57,2% di ottobre. Gli occupati sono in lieve crescita (+0,1%, pari a +19 mila unità).

L’aumento, spiega Istat, riguarda in particolare donne e ultracinquantenni. Il numero di inattivi, nel mese in esame, scende dello 0,7% (-93.000 unità), mentre il tasso di inattività cala di 0,2 punti percentuali a 34,8%.

Nel dettaglio i dati mensili comunicati dall’Istat, per il mese di novembre confermano la tendenza di crescita della disoccupazione, l’aumento dell’occupazione e la diminuzione degli inattivi. Nel mese di novembre gli occupati sono in lieve crescita rispetto a ottobre (+0,1%, pari a +19 mila unità su base mensile e +0.9% pari a +201.000 rispetto al mese di novembre 2015). L’aumento riguarda le donne e le persone ultracinquantenni. Aumentano, in questo mese, gli indipendenti e i dipendenti permanenti, calano i lavoratori a termine. Il tasso di occupazione è pari al 57,3%, in aumento di 0,1 punti. Su base annua la crescita si concentra quasi esclusivamente sugli over 50.

I dati mensili confermano un quadro di sostanziale stabilità dei livelli complessivi che si protrae da alcuni mesi: nel periodo settembre-novembre si registra un lieve calo degli occupati rispetto al trimestre precedente (-0,1%, pari a -21 mila). Il calo interessa gli uomini, le persone tra 15 e 49 anni e i lavoratori dipendenti, mentre si rilevano segnali di crescita per le donne e gli over 50.

La stima dei disoccupati a novembre è in aumento (+1,9%, pari a +57 mila), dopo il calo dello 0,6% registrato nel mese precedente. L’aumento è attribuibile a entrambe le componenti di genere e si distribuisce tra le diverse classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’11,9%, in aumento dello 0,2% su base mensile (pari a +57.000 su ottobre) e dello 0,5% rispetto a novembre 2015 (pari a +165.000). Complessivamente risultano 3.089.000 disoccupati raggiungendo il livello più alto dopo giugno 2015.

Il tasso di disoccupazione giovanile è salito a +39.4%, in aumento dell’1,8% rispetto al mese precedente toccando il livello più alto da ottobre 2015. Il tasso di occupazione giovanile diminuisce dello 0,1% mentre il tasso di inattività (inclusivo delle persone impegnate negli studi) diminuisce dello 0,6%.

La maggiore partecipazione al mercato del lavoro a novembre, in termini sia di occupati sia di persone in cerca di lavoro, si associa al calo della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,7%, pari a -93 mila rispetto al mese di ottobre). Il calo interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età. Il tasso di inattività tra i minimi storici scende al 34,8%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali.

Nel periodo settembre-novembre al lieve calo degli occupati si accompagna la crescita dei disoccupati (+2,4%, pari a +72 mila) e il calo delle persone inattive (-0,6%, pari a -78 mila).

Salvatore Rondello

Bruno Degasperi
Il Psi e il 2017,
sia l’anno del lavoro

Ho la convinzione che il dato più rilevante relativo alla sconfitta del SI’ al referendum costituzionale sia la prevalenza dei NO tra i giovani. Proprio quella fascia di elettorato a cui Renzi ha sempre dedicato grande energia mediatica. Sarebbe davvero riduttivo e sbagliato liquidare tutto con l’etichetta del “populismo”. Siamo di fronte ad una crisi profonda, che investe soprattutto le nuove generazioni: pochi di noi credo possono dire di non avere in famiglia un figlio, un nipote, un familiare alle prese con la disoccupazione o con la precarietà dell’impiego. Una crisi economica che si affianca e si irrobustisce grazie ad una crisi anche culturale e morale.

L’INPS ha pubblicato pochi giorni fa, il 19.12.2016, i dati dell’osservatorio sul precariato, relativi al periodo gennaio-ottobre, nei quali appare con tutta evidenza come gli effetti della decontribuzione siano svaniti, se solo si pensa che nei primi 10 mesi dell’anno 2016 le assunzioni a tempo indeterminato si sono ridotte non solo rispetto al medesimo periodo del 2015 (giustificato dal fatto che nel 2015 vigeva un esonero triennale pari a 8.060 euro l’anno), ma anche rispetto ai primi 10 mesi del 2014 nel quale non era previsto alcun incentivo. Il gap negativo tra le assunzioni del 2016 e quelle del 2014 è di 63mila assunzioni a tempo indeterminato in meno.

Servirebbero interventi strutturali e risorse per agire su alcuni fronti: la riduzione del costo del lavoro; l’allineamento della formazione scolastica con le richieste produttive nazionali ed internazionali; la promozione di politiche attive del lavoro che si avvicinino a quelle vigenti nei paesi del Nord Europa.

Non mi pare che il Governo, purtroppo, abbia queste priorità. Per questo auspico che il PSI faccia del 2017, per la sua attività politica, l’anno del lavoro. Rimango convinto che il Partito Socialista abbia ancora molto da dire. Ricordiamoci che di tattica si sopravvive ma di mancanza di strategia si muore: il mio auspicio è che il PSI torni a parlare con determinazione di lavoro, di istruzione, di inclusione sociale. Questo hanno sempre fatto i Socialisti Italiani e questo sono chiamati a fare nella ricomposizione del quadro politico.

Bruno Degasperi
Vicesegretario PSI Trentino

Inps, meno contratti stabili. Salgono i voucher

Lavoro

Secondo l’osservatorio dell’INPS, nei primi 10 mesi del 2016 sono stati stipulati 1.370.320 contratti a tempo indeterminato comprese le trasformazioni da tempo determinato. Nello stesso periodo, la cessazione dei contratti a tempo indeterminato sono stati 1.308.680 determinando un saldo positivo di 61.640 contratti. Tuttavia, come rileva l’Osservatorio Inps, si tratta di un dato peggiore dell’89% rispetto al saldo positivo di 588.039 contratti stabili rilevato nei primi dieci mesi del 2015. L’effetto è stato prodotto dalla riduzione degli incentivi statali per le assunzioni a tempo indeterminato. Nello stesso periodo gennaio-ottobre del 2014 il saldo positivo per le assunzioni stabili è stato di 101.255 unità.

Nello stesso periodo gennaio-ottobre 2016 sono stati venduti 121,5 milioni di voucher del valore nominale di 10 euro ciascuno destinati al pagamento del lavoro accessorio con un incremento del 32,3% rispetto allo stesso periodo del 2015.

La crescita dell’utilizzo dei voucher nei primi 10 mesi del 2015 rispetto al 2014 è stata pari al 67,6%. In sintesi, i dati dimostrerebbero la tendenza all’aumento della precarietà e dei lavori marginali di breve durata. Invece, non sembrerebbe quantificabile l’emersione del lavoro in nero.

Salvatore Rondello

Istat vede il rialzo del PIL, ma aumenta il precariato

lavoratoriAncora qualche segnale leggermente positivo per l’economia italiana viene rilevato dall’Istat. Ad ottobre, il tasso di disoccupazione cala di 0,1 punti percentuali su base mensile risultando pari all’11,6%. Anche se si tratta ancora dei dati provvisori sull’occupazione e sulla disoccupazione, sappiamo che sui definitivi gli scarti sono poco significativi. Se si considera che in cantiere ci sono anche le prossime assunzioni di 18.000 operai per gli stabilimenti della FCA di Cassino, per fine anno potrebbe esserci un tasso di disoccupazione rivisto ulteriormente al ribasso. Nel dettaglio la stima dei disoccupati a ottobre diminuisce (-1,2%, pari a -37 mila), dopo l’aumento del 2,2% registrato nel mese precedente. La situazione congiunturale vede anche un rialzo al 35,1% dell’inattività che rappresenta + 0,2% su base mensile.
Su base annua – spiega l’Istat – si conferma la tendenza all’aumento del numero di occupati (+0,8% su ottobre 2015, pari a +174 mila). La crescita tendenziale è attribuibile ai lavoratori dipendenti (+194 mila, di cui +178 mila permanenti) e si manifesta sia per la componente maschile sia per quella femminile, concentrandosi principalmente tra gli over 50 (+376 mila). Nello stesso periodo calano gli inattivi (-2,2%, pari a -308 mila) e aumentano i disoccupati (+1,3%, pari a +38 mila).
Nell’arco del periodo agosto-ottobre – spiega l’Istat – al calo degli occupati si accompagna l’aumento dei disoccupati (+0,7% pari a +19 mila) e la sostanziale stabilità degli inattivi.
Nel mese di ottobre, la stima degli occupati cala lievemente rispetto a settembre (-0,1%, pari a -30 mila unità). La flessione è attribuibile alle donne a fronte di una sostanziale stabilità per gli uomini e riguarda tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Diminuiscono, in questo mese, i dipendenti a tempo indeterminato, mentre crescono quelli a termine e restano stabili gli indipendenti. Il tasso di occupazione è pari al 57,2%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto a settembre.
Complessivamente nel periodo agosto-ottobre si registra un calo degli occupati rispetto al trimestre precedente (-0,2%, pari a -34 mila), che interessa gli uomini, le classi di età fino a 49 anni e i lavoratori indipendenti, mentre segnali di crescita si rilevano per donne, over 50 e lavoratori dipendenti.
La minore partecipazione al mercato del lavoro a ottobre, in termini sia di occupati sia di persone in cerca di lavoro, si associa all’aumento della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,6%, pari a +82 mila). Tale crescita compensa in parte il forte calo registrato a settembre (-0,8%). L’aumento interessa entrambe le componenti di genere e le classi di età fino a 49 anni. Il tasso di inattività sale al 35,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali.
“La lieve flessione degli occupati rispetto al mese precedente (-30mila) e l’analoga riduzione del numero dei disoccupati (-37mila) evidenziate dai dati diffusi dall’Istat indicano un quadro di sostanziale stabilità del mercato del lavoro” – sostiene il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti – “Questa variazione congiunturale, al pari di analoghe registrate in altri mesi, non incide, infatti, sul positivo andamento tendenziale del mercato del lavoro: su base annua gli occupati aumentano di 174mila unità, con un incremento dello 0,8%. Una crescita attribuibile ai lavoratori dipendenti: 194mila in più, dei quali 178mila sono dipendenti a tempo indeterminato”.
Il Ministro del Lavoro prosegue: ”Rispetto a febbraio 2014, e cioè dall’avvio dell’attività di questo governo, si conferma, quindi, un forte aumento degli occupati, in particolare a tempo indeterminato – continua Poletti – un dato che trova conferma nello studio dell’Isfol dal quale risulta che, nel 2015, la decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato e l’introduzione del contratto a tutele crescenti hanno prodotto 714mila nuovi avviamenti a tempo indeterminato, pari al 96% del totale della crescita registrata dal tempo indeterminato (+744mila). L’indagine calcola, infatti, che, senza la riforma, gli avviamenti a tempo indeterminato sarebbero passati dai 929mila nel 2014 a 959mila nel 2015 (+30mila), mentre sono stati 1.673.000. Quindi, senza la riforma l’incidenza degli avviamenti a tempo indeterminato sul totale dei nuovi avviamenti sarebbe scesa dal 16% al 15%: con la riforma la percentuale è invece salita al 26%”.
”Di particolare rilievo i dati che riguardano i giovani. Il tasso di disoccupazione, pure ancora troppo elevato, cala di 0,4 punti percentuali e si colloca al 36,4%, riportandosi ai minimi da ottobre 2012. In un anno è sceso di 2,9 punti percentuali e di 6,6 punti percentuali rispetto al febbraio 2014”, conclude il Ministro Poletti.
Nell’area euro, il tasso di disoccupazione ad ottobre è sceso al 9,8% rispetto al 9,9% del mese precedente e dal 10,6% rispetto ad ottobre 2015. Secondo le stime di Eurostat si tratterebbe del dato più basso dal luglio 2009. Complessivamente nella UE il tasso di disoccupazione ad ottobre è stato dell’8,3% contro l’8,4% del mese precedente e del 9,1% di ottobre 2015 risultando il più basso da febbraio 2009.
L’Italia, dunque, permane a livelli di disoccupazione superiori alle medie europee (approssimativamente di 2 e 3 punti percentuali).
Nel terzo trimestre del 2016, il PIL corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato è aumentato solo dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1% su base annua, sempre secondo le rilevazioni dell’ISTAT con una rivisitazione al rialzo tendenziale (a +1% da +0,9%).
Dopo cinque anni, la crescita del PIL su base annua raggiunge un valore a cifra intera, il più alto dal secondo trimestre del 2011 (si era registrato un +1,5%). Anche in valore assoluto il livello del PIL trimestrale, con 392.303 milioni di euro supera quello del terzo trimestre del 2012.
Tuttavia, i livelli di crescita dell’Italia, comparati con quelli degli altri paesi della UE, restano tra i più bassi.