Reddito di cittadinanza, le incognite su Naspi e Rei

Lavoro

VOUCHER DA 10 EURO PER IL LAVORO DOMESTICO OCCASIONALE

La disciplina del “libretto famiglia” ha cambiato in maniera strutturale la regolamentazione, limitando l’uso delle prestazioni occasionali in ambito domestico, sia a livello soggettivo sia oggettivo.

In via preliminare, l’utilizzatore che intende registrarsi per espletare gli adempimenti previsti dev’essere in possesso del Pin dispositivo Inps. Se ne è sprovvisto, può farne richiesta all’Inps attraverso la procedura on line dedicata.

Dopo aver confermato i dati anagrafici e i recapiti contenuti nella banca dati Inps, nonché gli estremi di un documento di riconoscimento in corso di validità, il sistema emette un modulo che va stampato, firmato e riconsegnato – insieme a una copia del documento d’identità – tramite la procedura “converti Pin”, oppure via fax al contact center (numero gratuito 800 803 164) o, ancora, recandosi presso una sede Inps.

L’utilizzo del libretto di famiglia non prefigura oneri in materia di sorveglianza sanitaria. Infatti, i piccoli lavori domestici a carattere straordinario (compresi l’insegnamento privato supplementare e la cura e l’’assistenza ai bambini, agli anziani, ai disabili e agli ammalati) sono esclusi dall’applicazione delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro (ex Dlgs 81/2008).

Resta però fermo il diritto del prestatore all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, con corresponsione della relativa contribuzione all’Inail: sotto questo aspetto, è l’Inps che – dopo aver ricevuto il versamento da parte del committente – “gira” all’Inail la sua quota di pertinenza.

Non è previsto inoltre alcun limite orario quotidiano. Anche se bisogna tener conto che il prestatore – che viene assimilato al lavoratore subordinato per questi profili – ha diritto al riposo giornaliero, alle pause e ai riposi settimanali, secondo quanto stabilito dalle norme generali.

In merito al pagamento delle prestazioni, giova sottolineare che il prestatore è in parte responsabile del corretto accredito dei compensi.

Al momento della registrazione preventiva sulla piattaforma Inps, deve difatti indicare l’Iban del proprio conto corrente o il numero della carta di credito su cui l’Istituto provvederà a effettuare il pagamento. Nell’ipotesi in cui ci sia stata una segnalazione sbagliata delle coordinate, o non si sia provveduto in modo tempestivo a comunicare l’avvenuta variazione del conto corrente, l’Ente assicuratore non assume alcuna responsabilità sull’accredito non andato a buon fine.

Il prestatore ha, comunque, la possibilità di monitorare la propria attività “scaricando” il prospetto relativo alle prestazioni corrisposte attraverso la piattaforma informatica Inps, dove sono riportati i dati identificativi del committente, delle prestazioni e la specifica dei contributi dovuti.

Particolare attenzione va prestata alle soglie di utilizzo fissate dalla legge, che non bisogna sforare. Il prestatore può ricevere compensi di importo non superiore a 2.500 euro nel corso di ciascun anno civile (vale a dire il periodo che va dal 1° gennaio al 31 dicembre) per le prestazioni complessivamente rese in favore del medesimo committente.

L’importo da considerare ai fini della verifica dei limiti suddetti è il compenso netto percepito dal prestatore, a prescindere dal costo complessivo per l’utilizzatore. Pertanto, non si tiene conto del valore nominale orario del buono del libretto famiglia (10 euro), ma soltanto del compenso netto che va al prestatore (cioè 8 euro).

Nel caso in cui vengano superate le predette soglie numerarie, non sono stabilite sanzioni pecuniarie. Ma è previsto che il relativo rapporto si trasformi in un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato. La conversione del rapporto lavorativo scatta anche qualora si superi il tetto delle ore di prestazione consentito nell’arco dell’anno civile, che è fissato in 280 ore.

Quindi, se le parti si attengono a quest’ultima determinazione – poiché il compenso orario è pari a 8 euro e il limite annuo è pari a 280 ore – il prestatore potrà incassare, dal singolo committente, compensi che non vanno oltre ai 2.240 euro annui.

Nel complesso della propria attività occasionale resa in favore di più committenti privati, il singolo lavoratore potrà svolgere fino a 625 ore di lavoro annue.

Non è invece fissata alcuna sanzione in caso di omessa o tardiva comunicazione a titolo di rendicontazione della prestazione, a cura del committente: in caso di controlli – in base alle prove acquisite dagli organi di vigilanza – possono però essere comminate sanzioni legate all’omesso versamento della contribuzione.

Reddito di cittadinanza

ADDIO A NASPI E REI?

Il reddito di cittadinanza entrerà verosimilmente in vigore da marzo 2019. Ad oggi, però, gli interrogativi su questa misura per il contrasto alla povertà sono ancora molti. Ad esempio, ci si chiede se il reddito di cittadinanza sarà cumulabile o meno con il reddito di inclusione – conosciuto ai più con il nome di Rei – e con il trattamento di disoccupazione Naspi. A tale proposito giova ricordare che il Rei è quella misura di contrasto alla povertà, introdotta dal governo Renzi, riconosciuto alle famiglie con reddito inferiore ai 6.000 euro e consistente in un sostegno economico mensile che nel caso delle famiglie più numerose può arrivare fino a 539,82 euro.

La Naspi, invece, è l’indennità di disoccupazione che viene concessa dall’Inps a quei dipendenti che perdono il lavoro per cause indipendenti dalla loro volontà e che possono vantare almeno 13 settimane contributive negli ultimi 4 anni, oltre a 30 giorni di lavoro effettivo negli ultimi 12 mesi. Ebbene, secondo le ultime indiscrezioni sembra che entrambi questi strumenti potrebbero essere assorbiti dal reddito di cittadinanza, così che il Governo recupererà rispettivamente 2,5 miliardi (dal REI) e 1,5 miliardi (dalla Naspi).

Il Rei, quindi, verrà trasformato in reddito di cittadinanza, con il requisito economico, che sarà aumentato a 8.000 euro, mentre l’importo del contributo mensile sarà portato a 780 euro. Per questo motivo Rei e reddito di cittadinanza non saranno cumulabili tra di loro dal momento che concretamente saranno la stessa cosa.

Discorso differente per la prestazione di disoccupazione Naspi, che dovrebbe essere assorbita dal reddito di cittadinanza, ma senza alcuna trasformazione (se non nel nome). Il trattamento di disoccupazione, che in questi anni ha funzionato molto bene, quindi non verrà eliminata, né trasformata. Ci sembra improbabile, però, che questa sia cumulabile con il reddito di cittadinanza di 780 euro. Potrebbe spettare al disoccupato, pertanto, scegliere tra quali due strumenti optare.

Cessione del quinto della pensione

AGGIORNATI I TASSI

Dopo il decreto del Mef del 27 settembre 2018, in cui sono stati aggiornati i tassi effettivi globali medi (Tegm) praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari, determinati ai sensi dell’articolo 2, comma 1, della legge n. 108/1996, con il messaggio n. 3629/18, pubblicato di recente, l’Inps ha aggiornato i tassi per i prestiti da estinguersi dietro cessione del quinto della pensione valevoli per il periodo 1° ottobre – 31 dicembre 2018.

I tassi soglia Taeg da utilizzare per i prestiti eseguibili con cessione del quinto concessi da intermediari finanziari in regime di convenzionamento ai pensionato in base alla classe d’età e d’importo sono così ridefiniti con decorrenza 1° ottobre 2018: fino a 59 anni 8,61 fino a 15mila euro, 7,14 oltre 15mila euro; da 60 a 64 anni 9,41 fino a 15mila euro, 7,94 oltre 15mila euro; da 65 a 69 anni 10,21 fino a 15mila euro, 8,74 oltre 15mila euro; da 70 a 74 anni 10,91 fino a 15mila euro, 9,44 oltre 15mila euro; da 75 a 79 anni 11,71 fino a 15mila euro, 10,24 oltre 15mila euro. L’Inps ricorda che le classi di età comprendono il compleanno dell’età minima della classe e che per età deve intendersi quella maturata a fine piano di ammortamento.

Statali

IMPRONTE DIGITALI CONTRO I FURBETTI DEL CARTELLINO

Rilevazione biometrica delle presenze dei lavoratori della pa. E’ una delle misure contenute nel ddl concretezza varato dal cdm. “Non è un provvedimento punitivo”, ha detto il ministro della Pa, Giulia Bongiorno, illustrando il provvedimento che, ha puntualizzato, punta “a contrastare i furbetti del cartellino”.

Il ddl prefigura dunque misure “per contrastare l’assenteismo dei dipendenti pubblici, prevedendo l’utilizzo generalizzato di sistemi di identificazione biometrica e di videosorveglianza per rilevare presenze e il rispetto dell’orario di lavoro” e “recepisce un’osservazione della Corte dei conti sulle stabilizzazioni effettuate nella precedente legislatura prevedendo, mediante una norma di interpretazione autentica, l’adeguamento dei fondi destinati al trattamento economico accessorio del personale in proporzione al numero delle nuove assunzioni”.

Il ddl ipotizza anche l’istituzione del Nucleo della concretezza che, in collaborazione con l’Ispettorato della funzione pubblica, svolge sopralluoghi e visite presso le singole amministrazioni, proponendo eventuali misure correttive con l’indicazione dei tempi di realizzazione; il ‘Piano triennale delle azioni concrete per l’efficienza delle pubbliche amministrazioni’ che contiene azioni dirette a garantire la corretta applicazione delle disposizioni in materia di organizzazione e funzionamento delle pubbliche amministrazioni e le azioni dirette ad implementare la loro efficienza, con indicazione dei tempi per la loro realizzazione; la mancata attuazione delle misure correttive determina responsabilità dirigenziale e disciplinare dei dirigenti e l’iscrizione dell’amministrazione in un’apposita ‘black list’; il coinvolgimento del Ministero dell’interno è assicurato sia nella fase di predisposizione del Piano, sia all’esito dei sopralluoghi mediante la trasmissione dei verbali al Prefetto competente, sia attraverso la possibile utilizzazione da parte del Prefetto o dei Commissari prefettizi del Nucleo della concretezza (in questi ultimi casi con il coinvolgimento del personale della Prefettura); l’assegnazione al Dipartimento di 53 unità di personale già appartenente alle pubbliche amministrazioni o da reclutare tramite concorso pubblico.

Inoltre il ddl “detta indicazioni per garantire assunzioni mirate e accelerare il ricambio generazionale. In particolare, per le pubbliche amministrazioni prefigura la possibilità di assumere personale a tempo indeterminato in misura pari al 100 % del personale cessato dal servizio nell’anno precedente; l’obbligo di reclutare, in via prioritaria, figure professionali con elevate competenze in materia di digitalizzazione, di razionalizzazione e semplificazione dei processi amministrativi, di qualità dei servizi pubblici, di gestione dei fondi strutturali e della capacità di investimento, di contrattualistica pubblica, di controllo di gestione e attività ispettiva; la possibilità di procedere, nel triennio 2019 – 2021, all’effettuazione di assunzioni, mediante scorrimento delle graduatorie ovvero tramite apposite procedure concorsuali indette in deroga alla normativa vigente in materia di mobilità del personale e senza la necessità della preventiva autorizzazione, da svolgersi secondo procedure semplificate e più celeri”.

Il ddl “contiene una disposizione finalizzata a prefigurare la sostituzione dei buoni pasto erogati in base delle Convenzioni BP 7 e BPE1, stipulate da Consip” e “prevede che le disposizioni della legge costituiscano principi fondamentali ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e siano applicabili nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione”.

Carlo Pareto

“Job Ciak” in partenza la seconda edizione

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Ai blocchi di partenza la seconda edizione di “Job Ciak – I giovani riprendono il lavoro”, il video concorso dedicato ai giovani registi e al mondo del lavoro organizzato da Uil e Uil Tv. Il concorso sarà presentato domani martedì 23 ottobre durante la Festa del Cinema di Roma, alla presenza di Carmelo Barbagallo; segretario generale Uil, di Laura Delli Colli, vice presidente della Fondazione Cinema per Roma; e del regista Gianfranco Pannone. L’appuntamento è fissato a mezzogiorno nello spazio riservato al Roma Lazio Film Commission, sotto il portico antistante l’ingresso dell’Auditorium Parco della Musica in via Pietro de Coubertin.

Dopo il grande successo della scorsa edizione, Job Ciak continua nell’intento di stabilire un dialogo concreto tra il mondo dei giovani registi, film maker, youtuber o influencer dell’audiovisivo e il panorama sindacale e del mondo del lavoro.

Partecipare al video contest è semplice. Basta realizzare un video di massimo 20 minuti che racconti un’idea di lavoro, come i giovani vedono e si rapportano con il mondo del lavoro odierno, in un mercato che è in continua evoluzione. Basti pensare alle tante facce che oggi ha assunto il lavoro flessibile, o all’impresa 4.0.

Le iscrizioni al video contest, gratuite e aperte alle ragazze e ai ragazzi di qualsiasi nazionalità tra i 18 e i 35 anni, scadono il 15 febbraio 2019.

Tre i premi messi in palio: il premio della giuria dal valore di 2mila euro, il premio social e il premio “GiovaniXiGiovani”, del valore di mille euro ciascuno.

Come nella precedente edizione, una commissione valuterà tutte le opere sulla base dell’aderenza al tema proposto, dell’originalità del messaggio e della qualità tecnico/professionale e artistica. Tutti i filmati ammessi al concorso saranno votati anche online con un like.

Il premio “GiovaniXiGiovani”, una novità di questa seconda edizione, sarà assegnato da una giuria composta da giovani tra i 18 e i 35 anni.

La cerimonia di premiazione si svolgerà nel mese di marzo a Roma.

Il bando per partecipare alla seconda edizione è stato pubblicato sul sito www.jobciak.it. Notizie e aggiornamenti anche sui social: Facebook: @UILTV, Twitter:  @UILTVofficial, Instagram: redazioneuiltv.

Redazione Avanti!

L’inadeguatezza dello Stato sociale di fronte ai nuovi scenari economici

welfareSpesso, nei manuali di economia, il welfare State o Stato sociale viene definito una struttura istituzionale volta ad assicurare un minimo di benessere ai propri cittadini. Si tratta di una definizione che, nella nuova edizione del loro libro “Che cos’è il welfare State”, Yuri Kazepov e Domenico Carbone (docente di Politiche sociali comparate all’Università di Vienna, il primo; di Metodologia delle scienze sociali all’Università del Piemonte Orientale, il secondo) valutano molto riduttiva, in quanto non rende conto della complessità dello scopo e delle modalità di funzionamento della struttura.

La drastica semplificazione della definizione del welfare State, secondo gli autori, impedisce di cogliere l’evoluzione che esso ha subito nel tempo. Per rimediare a questo deficit definitorio, Kazepov e Carbone, ritengono sia necessario collocare l’analisi del welfare in una “prospettiva temporale di lungo periodo”, per collegare lo scopo del sistema di sicurezza al contesto sociale nel quale esso è stato istituzionalizzato, considerandone l’evoluzione delle sue caratteristiche.. La semplificazione della definizione del welfare State, infatti, non consente di rilevare che le finalità dello Stato sociale sono cambiate, in modo diverso a seconda della diversità delle ideologie che si sono affermate all’interno dei singoli contesti a supporto del welfare.

Non è un caso, osservano Kazepov e Carbone, che, a causa della semplificazione con cui il welfare State è stato originariamente definito, la sua considerazione, da parte di molti analisti, sia stata prevalentemente orientata a metterlo in relazione con aspetti del funzionamento dei sistemi economici, che non avevano niente a che fate con le sue reali finalità. E’ stato solo negli anni Ottanta del secolo scorso, che il welfare State è divenuto oggetto di studio autonomo, in funzione della dinamica dei moderni sistemi economici industrializzati e della natura dei cambiamenti che in questi si sono verificati.

L’ideologia del welfare ha iniziato ad essere condivisa tra le due guerre e a tradursi in strutture pubbliche operative nei Paesi ad economia di mercato, a partire soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale; è stato infatti all’interno di questi Paesi che l’ideologia del welfare si è affermata, legittimando sul piano sociale la necessità che l’intervento dello Stato nell’economia diventasse “un elemento costitutivo importante del benessere del cittadino”.

Il processo attraverso il quale l’intervento dello Stato ha assunto tale ruolo – affermano gli autori – “è fortemente intrecciato con le profonde trasformazioni economiche delle modalità di produzione del benessere e delle condizioni di vita delle persone, nonché con le trasformazioni politiche che hanno influenzato la partecipazione dei cittadini alla sfera pubblica”. Questo processo, avviatosi nel corso del Settecento, e irrobustitosi con la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese, ha dato luogo alla nascita delle economie nazionali e della democrazia politica, raggiungendo, nel periodo precedente e successivo al secondo conflitto mondiale, “il punto di svolta fondamentale”.

Con le trasformazioni economiche, sociali e politiche delle quali si è detto, si sono realizzate le condizioni perché si radicasse il consenso sociale su un intervento dello Stato nell’economia, per l’attuazione di politiche attive dirette a rimuovere, o quantomeno ad affievolire, i disagi causati dalle trasformazioni dei decenni precedenti. La natura di tali trasformazioni e la ricerca del necessario consenso sociale sulle politiche volte a rimuovere i disagi che ne erano derivati sono all’origine della complessità del sistema dello Stato sociale; realizzato originariamente in Gran Bretagna, esso si è esteso rapidamente, secondo modalità differenti, nei primi trent’anni successivi alla fine del conflitto mondiale, a gran parte dei Paesi ad economia di mercato e retti da regimi politici democratici.

La matrice ideologica del welfare State, oltre che determinare forme diverse con cui esso si è consolidato all’interno dei vari Paesi, si è anche arricchita nel tempo di nuovi contenuti, soprattutto quando lo scopo del sistema di sicurezza sociale è stato fortemente influenzato dall’accoglimento del “principio universalistico”, che ha determinato un salto di qualità nella natura delle sue prestazioni.

Il salto di qualità ha avuto l’effetto di promuovere l’espansione dei diritti dei cittadini e, conseguentemente, della spesa pubblica, promuovendo “un processo di sviluppo economico senza precedenti”, che ha consentito di disporre delle risorse necessarie a finanziare l’espansione dei diritti. Il doppio movimento espansivo (dei diritti sociali e della spesa pubblica, da un lato, e delle risorse necessarie a finanziare quest’ultima, dall’altro lato) si è riflesso nella formulazione di più rispondenti definizioni del welfare State; per un verso, tutte tendenti a presupporre, come “causa” della sua l’affermazione, la tutela della società di mercato e la “produzione di condizioni di insicurezza e vulnerabilità implicite nel suo funzionamento”; per un altro verso, tutte assumenti “che lo scopo del potere organizzato dello Stato “fosse quello di garantire un reddito minimo indipendentemente dal valore di mercato che i servizi della forza lavoro di un singolo poteva avere.

Le nuove definizioni stabilivano, quindi, l’esistenza di un “nesso causale”, che l’impetuoso processo di crescita e sviluppo verificatosi nel dopoguerra aveva concorso a fare nascere tra “l’affermazione della società di mercato”, la “produzione di insicurezza” che essa comportava e le conseguenti “politiche sociali” riparatorie da attuare a vantaggio di tutti.

Nella realtà, però, le politiche sociali realizzate non sono state sempre così universalistiche, come invece avrebbero dovuto essere, per cui i sistemi di welfare, pur consolidandosi, si sono evoluti sino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso lungo tre direzioni: una direzione previdenziale, caratterizzata da prestazioni sociali a favore di beneficiari che si fossero trovati in particolari condizioni (occupazionali, di età, di genere, familiari, ecc.); una direzione assistenziale, caratterizzata da prestazioni sociali destinate a contrastare la povertà; infine, una direzione ugualitaria, che impegnava i sistemi di sicurezza sociale ad indirizzare le prestazioni verso il perseguimento della realizzazione di una “società più uguale”.

Nell’insieme, le definizioni del welfare (evolutesi lungo le tre “direzioni” indicate e divenute più rispondenti alla nuova situazione economica, sociale e politica maturata nel corso dei trent’anni successivi al 1945), pur indicando in modo specifico le finalità dello Stato sociale, hanno mancato, secondo Kazepov e Carbone, di prescrivere le modalità con cui esso (lo Stato sociale) poteva garantire e organizzare l’offerta delle prestazioni; la mancata indicazione di queste modalità è, per i due autori, all’origine del motivo per cui i sistemi di protezione sociale hanno assunto caratteristiche organizzative differenti nei vari Paesi, riflettendo i diversi valori prevalentemente condivisi nei singoli contesti.

Questo processo, culminato nella metà degli anni Settanta nell’allargamento degli scopi e nel potenziamento del welfare State – affermano Kazepov e Carbone – ha portato a scegliere all’interno dei vari Paesi l’attuazione di “certe politiche sociali piuttosto che altre”, indirizzando diversamente “i flussi redistributivi delle ingenti somme che lo Stato ha mobilitato nel periodo postbellico”. Ma, dopo il periodo del suo massimo sviluppo, i mutamenti socio-economici e le crisi strutturali dei Paesi ad economia di mercato hanno portato ad una riflessione critica riguardo agli scopi e alle modalità di finanziamento del welfare State. Assumendo una valenza prevalentemente ideologica, l’analisi critica è stata condotta secondo due prospettive diverse: quella neomarxista e quella neoliberista, cui va ricondotta anche la visione social-riformista.

La prima prospettiva critica ha fatto costante riferimento alla concezione marxiana dello Stato, secondo la quale, la sua azione condotta all’interno di una società di mercato, riproducendo le relazioni sociali proprie del capitalismo, non ha potuto incidere sulla rimozione (o sull’affievolimento) dei disagi sociali causati dagli esiti negativi della dinamica economica. Secondo la critica neomarxista, perciò, la crisi del welfare State è da ricondursi al fatto che il suo scopo è stato quello di assicurare la continuità nella stabilità del “processo produttivo e accumulativo del capitale”, attraverso la gestione delle crisi economico-sociali cui è sempre stato naturalmente esposto il capitalismo, a scapito di alcune classi e ad esclusivo vantaggio di altre.

L’instabilità dei mercati monetari e delle materie prime (in particolare delle risorse energetiche) ha comportato la riproposizione di antiche ideologie economiche e politiche conservatrici che, imputando al welfare State una radicalizzazione del conflitto sociale, hanno individuato nell’instabilità del mercato causata dall’approfondimento del conflitto sociale e nel crescente livello della spesa pubblica le cause della crisi dello Stato sociale. In base a questo approccio critico, a seguito delle insufficienze presentate dal welfare State a fronte degli effetti negativi dovuti all’instabilità dei mercati monetari e delle materie prime, a metà degli anni Settanta, la soluzione proposta, poi prevalsa, è consistita nella riduzione delle prestazioni sociali (considerate un disincentivo al lavoro) e del carico fiscale necessario per finanziare le politiche sociali.

Anche la critica social-riformista, rinvenendo il motivo della crisi del welfare State nella sua inadeguatezza nel fronteggiare l’instabilità dei mercati monetari e delle materie prime, non ha saputo che suggerire il ricorso a provvedimenti tampone, fondati sul continuo potenziamento del welfare State realizzato, che hanno avuto lo scopo, non di riproporre in termini innovativi le finalità dello Stato sociale e le modalità del suo funzionamento, ma solo quello di consentire alle economie di mercato in crisi di “guadagnare tempo”, rinviando così il momento in cui sarà giocoforza un “cambio di registro” circa il ruolo e la funzione che il welfare State dovrà svolgere per la salvaguardia dell’economia di mercato e la tutela del benessere dei cittadini, affrancata dall’instabilità economica, sociale e politica, trascinata fisiologicamente con sé dalla dinamica del moderni sistemi produttivi.

Nonostante le differenze che dividono le diverse prospettive critiche illustrate, è possibile rinvenire in esse, secondo Kazepov e Carbone, alcuni punti di convergenza: tutte concordano sul fatto che il welfare State, così come oggi risulta strutturato e “rabberciato”, non può più essere considerato la risposta ai problemi economici, sociali e politici delle economie di mercato; nessuna afferma la necessità di “smantellare” ab imis il welfare State, in quanto viene riconosciuto (sia pure per ragioni tra loro non omogenee) che le economie di mercato contemporanee non possono farne a meno; nessuna delle prospettive critiche dispone di “una strategia realistica per la realizzazione di quella che, secondo ognuna delle prospettive critiche, potrebbe essere la forme organizzativa più conveniente del welfare State, a fronte dei problemi economici, sociali e politici indotti dalla dinamica dei moderni sistemi produttivi.

Gli elementi di convergenza delle diverse prospettive critiche, a parere di Kazepov e Carbone, “sottolineano il fatto che il welfare State, così come si è storicamente strutturato e istituzionalizzato, ha raggiunto dei limiti”, che sono l’esito della dinamica, sia dell’economia, che delle modalità di intervento dello Stato per rimuoverne le disfunzioni; nell’ambito dei cambiamenti (dell’economia e delle modalità di intervento dello Stato), l’”inerzia istituzionale” del welfare State sta offrendo ora “risposte vecchie a sfide nuove”.

Concludendo il loro discorso sui limiti del welfare State e sulla necessità di una sua riorganizzazione idonea a dare risposte alle sfide economiche, sociali e politiche nuove, Kapezov e Carbone osservano che la riorganizzazione dovrebbe avvenire tenendo conto del ruolo politico-istituzionale che ha assunto l’intervento (regolatore dell’economia) dello Stato sociale moderno; ruolo, questo, che dovrebbe essere svolto attraverso un welfare State diretto a garantire, sotto forma di prevenzione, di assistenza e di modernizzazione della società, la soddisfazione di specifici diritti sociali, cui devono corrispondere specifici doveri di contribuzione finanziaria.

La conclusione del discorso degli autori sulla riorganizzazione del welfare State non appare innovativa, in quanto manca di tenere nel debito conto il fatto che la dinamica dei sistemi produttivi contemporanei, sotto la diretta influenza della globalizzazione, ha originato il fenomeno della disoccupazione crescente irreversibile; ciò rende del tutto inefficaci ipotesi di riforma del welfare State concepito come braccio operativo di un sistema di sicurezza sociale garante della soddisfazione di specifici diritti sociali, a fronte di altrettanti specifici doveri di contribuzione finanziaria. Ma, se il connotato principale dei attuali sistemi produttivi ad economia di mercato è quello di causare crescenti livelli di disoccupazione irreversibile, quale capacità può avere la forza lavoro di contribuire alla copertura finanziaria della spesa pubblica con cui dovrebbero essere soddisfatti i suoi loro diritti sociali?

La risposta ineludibile a questo interrogativo può essere data solo riflettendo su come riformare le modalità di distribuzione del prodotto sociale, in modo da svincolare la parte di esso che svincoli la parte di esso corrisposta alla forza lavoro disoccupata da ogni sua possibile contribuzione produttiva. E’ questo un problema sul quale da tempo si dibatte, senza pervenire, però, a conclusioni valide sul piano operativo, preferendo continuare a “rabberciare” il vecchio arnese del welfare State, ormai ridotto a strumento utile solo a consentire all’establishment economico e politico prevalente di “guadagnare tempo”, prima che i rattoppi del welfare State cessino la loro effimera efficacia.

Gianfranco Sabattini

Scuola, collegarla con cultura e lavoro

scuola

In un sistema scolastico (istruzione e formazione) che offre strutture scolastiche mediamente di buon livello, va rafforzata una nuova visione che riguarda l’alternanza tra scuola e lavoro, e non solo negli istituti tecnici, ma anche negli indirizzi classico e scientifico va inserita la presenza di conoscenze ed esperienze rivolte alle professioni e alla ricerca.

Le competenze riconosciute alla Provincia in ambito legislativo hanno consentito la produzione di una grande mole di interventi normativi. Spesso però ad interventi di carattere organico si sono preferiti interventi settoriali, con l’introduzione di modifiche spesso frammentarie e non coordinate. E’ invece necessario recuperare organicità attraverso indirizzi di lungo periodo slegati dalle mode pedagogico-culturali, evitare interventi per legge in ambiti giuridicamente affidati alla contrattazione, sostenere e rafforzare l’autonomia scolastica per permettere alle scuole di mettere in atto offerte formative più flessibili e diversificate, anche attraverso l’attribuzione alle scuole di strumenti veri di autogoverno.

In riferimento poi alle competenze della Provincia sull’amministrazione del personale insegnante delle scuole a carattere statale, si registra una carenza di personale di sostegno, sia in termini di personale specializzato, sia per l’entità delle risorse investite inadeguate rispetto ai crescenti bisogni.

Alessandro Bertinazzo
Segretario PSI Alto Adige

Bolzano. Lavoro, i punti rilevanti dei socialisti

lavoro

Bolzano. I punti più rilevanti sul tema del lavoro, trattati dai candidati socialisti, riguardano la necessità di fornire una offerta articolata di nuove prospettive di lavoro, garantendo la tutela e le retribuzioni crescenti. Va estesa la battaglia contro il lavoro nero e la dequalificazione che utilizza lo sfruttamento della mano d’opera straniera o la popolazione svantaggiata e meno tutelata, riservando particolare attenzione ai sub-appalti. Vanno trovate forme premianti per il riconoscimento del “buon lavoro” e l’abbattimento delle diseguaglianze di genere.

Va rilanciato il “Fondo di solidarietà territoriale” riproponendo che venga esteso anche alle aziende con meno di 5 dipendenti, accompagnato da un sistema di riqualificazione professionale, che è sempre più urgente, viste le dinamiche del mercato del lavoro con sempre nuove competenze, ed anche mirato a nuove categorie di lavoratori (persone di una certa età, donne dopo la maternità).

Una formazione adeguata e continua è la garanzia migliore per l’occupazione. Va riconsiderata anche la carenza di politiche attive del lavoro soprattutto in relazione al fatto che esiste ancora un’alta offerta di professionalità che non incrocia la domanda.

TrePSI_18Inoltre vanno previsti nuovi interventi sulla sicurezza sul lavoro: in Alto Adige il numero di infortuni è ancora troppo alto. Un dato che aumenta in percentuale più delle masse salariali assicurate e questo conferma che l’attenzione a questo tema non potrà essere ancora sottovalutato come in passato. Il “Comitato di Coordinamento provinciale in materia di salute e sicurezza sul lavoro”, costituito nel 2008, non ha mai adempiuto ai suoi compiti istituzionali di coordinamento delle attività di prevenzione e di esercizio del potere di coercizione. Nella prossima legislatura il ruolo del Comitato, unico organo istituzionalmente preposto alla sicurezza sul lavoro, va valorizzato.

La “dignità del lavoro” non garantita dalla flessibilità occupazionale

maurizio-ferreraMaurizio Ferrera, su la Lettura del Corriere di domenica 12 agosto, nell’articolo “La dignità del lavoro non significa posto fisso”, sostiene una tesi non del tutto condivisibile. Prendendo a pretesto il provvedimento approvato dalle Camere, per iniziativa del ministro dello sviluppo economico e ministro del lavoro e delle politiche sociali Luigi Di Maio, per la riforma delle norme esistenti sui contratti a tempo determinato, critica il fatto che il provvedimento sia stato “etichettato” con l’espressione “Decreto dignità”, avanzando seri dubbi che possa sussistere un “collegamento tra etichetta e contenuto”; secondo Ferrera la fissazione di un termine al contratto di lavoro non costituirebbe “una violazione della dignità di un lavoratore”.

L’uso del concetto di dignità da parte di Di Maio, per connotare il decreto sulla riforma delle norme vigenti sui contratti di lavoro a tempo determinato, apparirebbe “improprio e fuorviante”. Ferrera sostiene che, in “dottrina”, il concetto di dignità poggerebbe su tre elementi; il primo sarebbe l’uguaglianza di base di tutti gli esseri umani, dal quale discenderebbe il secondo elemento, implicante il reciproco rispetto; da questi due primi elementi deriverebbe il terzo, esprimente un “insieme specifico di diritti e (doveri), di carattere essenzialmente ‘negativo’: non discriminazione, non umiliazione, non oppressione, non interferenza e così via”. L’insieme di questi diritti (doveri) connetterebbe la dignità alla libertà, per cui la dignità apparterrebbe a tutti gli individui in quanto “liberi e uguali”, come sancisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Come tratto costitutivo della natura umana, perciò, “la dignità – afferma Ferrera – non può essere violata in nessun ambito di interazione, compreso quello lavorativo”; da ciò consegue che, quando nel discorso pubblico si usa l’espressione “mercato del lavoro”, ci si deve ricordare che essa esprime solo una metafora, dovendosi escludere che i lavoratori possano essere considerati come “merci”.

Tenuto conto che i contratti di lavoro a tempo determinato, quando siano informati al rispetto dei diritti posti a presidio della dignità del lavoratore (non discriminazione, non oppressione, non umiliazione, ecc.), sono, per Ferrera, solo una “transazione volontaria e consensuale, consegue che una loro abolizione non “eliminerebbe una violazione di dignità, ma una possibile fonte di reddito per chi cerca un lavoro”. Il lavoro a tempo determinato – continua Ferrera – può diventare un problema solo “quando crea eccessiva vulnerabilità e insicurezza”; in questo caso non si tratterebbe di dignità, ma solo di “una questione di equità ed esclusione sociale”, alle cui conseguenze negative è possibile rimediare con misure compensative.

Tuttavia, Ferrera riconosce che i contratti a termine possono generare iniquità tra i lavoratori; l’assenza di adeguata formazione, o la corresponsione di rimunerazioni differenziate a parità di prestazioni lavorative, possono, ad esempio, comportare l’esclusione del lavoratore da alcune prestazioni sociali, oppure dall’eventuale fruizione di opportunità esterne all’attività nella quale il lavoratore è occupato. Queste esclusioni, ammette Ferrera, possono limitare l’autonomia economica e sociale delle persone; ma è dubbio che questi eventuali aspetti negativi possano essere imputati “ai rapporti contrattuali a termine e non piuttosto al sistema di welfare”, il cui scopo dovrebbe essere proprio quello di prevenire o di “ridurre vulnerabilità e insicurezza”, di “parificare le opportunità” e di “aumentare le capacità delle persone in forme e con risorse il più possibili indipendenti dalla loro posizione lavorativa”.

Impostare la sfida alla precarietà come una questione di equità e di esclusione, a parere di Ferrera, “aiuta a individuare con maggior chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; risposte che dovrebbero essere fondate sulla socializzazione del rischio della vulnerabilità e dell’insicurezza del lavoratore, e poiché tale rischio “riguarda potenzialmente tutti i cittadini (anche solo come genitori di giovani disoccupati, sotto-occupati o con contratti a termine)”, sarebbe giusto che lo Stato intervenisse per “ridistribuire opportunità e risorse, chiedendo a tutti un contributo finanziario”.

Contrastare la precarietà come “una questione di equità e di esclusione”, osserva Ferrera, aiuterebbe a individuare con maggiore chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; al contrario, “impostare la sfida in chiave di dignità” comporta un doppio errore: da un lato, impedisce di individuare o di tener nel dovuto conto quegli aspetti del mercato del lavoro che sollevano ancora residue questioni di dignità; dall’altro lato, l’intento di contrastare i difetti sul piano della protezione e della prevenzione del nostro Stato sociale comporta l’uso di divieti e restrizioni nella sfera contrattuale che “sollevano invece questioni di equità e solidarietà”. Di conseguenza, conclude perentorio Ferrera, “non sembra proprio che il ministro del lavoro, anche se bene intenzionato, abbia incominciato con il piede giusto”.

Sorprende che Ferrera manchi di considerare le cause che hanno determinato il venir meno della validità del welfare State esistente nel contrastare i possibili deficit di “protezione” e di “prevenzione” contro i rischi cui è esposta la dignità della forza lavoro. Prima del secondo conflitto mondiale, John Maynard Keynes affermava che gli Stati autoritari dell’epoca risolvevano il problema della disoccupazione a spese dell’efficienza e della libertà. Egli, tuttavia, era certo che il mondo non avrebbe tollerato a lungo la mancanza di libertà, ma anche che non avrebbe sopportato la “piaga” della disoccupazione, imputabile alle ingiustificabili modalità di funzionamento delle economie capitalistiche. L’economista di Cambridge era anche certo che, abbattute le dittature, una corretta soluzione del problema della tutela della dignità del lavoro poteva essere trovata ricuperando sia l’efficienza che la libertà. Sulla base di questa certezza, Keynes ha lasciato in “eredità” ai sistemi democratici ad economia di mercato le idee sulla base delle quali sarà poi elaborato il modello organizzativo del welfare State attuale.

Dopo il secondo conflitto mondiale, però, il mercato del lavoro ha subito un cambiamento nelle forme d’uso della forza lavoro, originando una diffusa disoccupazione, sempre più difficile da “governare”, sino a diventare strutturale, mettendo progressivamente in crisi il sistema di sicurezza sociale, basato sulle idee di Keynes. Questo sistema, com’è noto, aveva tre funzioni: fornire alla forza lavoro disoccupata la garanzia di un reddito, corrisposto sotto forma di sussidi a fronte di contribuzioni assicurative; garantire un reddito alle categorie sociali che, per qualsiasi motivo, avessero avuto bisogno di un’assistenza temporanea, nel caso in cui esse non avessero avuto il diritto a sussidi di altra natura; assicurare al sistema economico servizi regolativi e di supporto all’occupazione. Nel perseguimento di tali funzioni, il welfare State, per le ragioni precedentemente dette, è però “fallito”, orientando l’analisi economica ad assumere che la sicurezza sociale e la dignità del lavoratore dovessero essere perseguite attraverso una costante flessibilizzazione del mercato del lavoro, senza preoccuparsi della crescente insicurezza reddituale della forza lavoro.

Con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista, la flessibilità del mercato del lavoro ha rappresentato qualcosa di più della sola variazione di un vecchio modello organizzativo dell’attività produttiva. Con il nuovo capitalismo neoliberista, secondo Richard Sennet, sociologo della London School of Economics, autore di “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, alla forza lavoro è stato chiesto, nella prospettiva di un presunto miglioramento delle proprie condizioni economiche ed extraeconomiche, di essere più disponibile al cambiamento, “di correre continuamente qualche rischio, di affidarsi meno a regolamenti e alle procedure formali”.

Lo stato di cose che ha dato origine alla flessibilità del nuovo capitalismo è valso a generare ansietà e precarietà occupazionale in tutti coloro che, per sopravvivere, hanno avuto la necessità di un “posto di lavoro”; l’ansietà, in particolare, è imputabile al fatto che nessuno riesce a valutare quali rischi valga la pena correre scegliendo una particolare occupazione, o quale percorso professionale convenga intraprendere, trovandosi in condizioni di precarietà economica.

L’aspetto della flessibilità che genera maggiore ansietà esistenziale è il suo impatto sulla pratica dei soggetti di ritardare la soddisfazione di stati di bisogno presenti, in funzione di uno scopo futuro; in altri termini sulla capacità dei soggetti di programmare il proprio futuro. Il fatto che il mondo della produzione, per via della flessibilità, sia stato imperniato sul breve periodo, ha reso impossibile il perseguimento di obiettivi a lungo termine.

Con la flessibilità, il mondo imprenditoriale, plasmato dall’ideologia neoliberista, ha fatto ricorso di continuo alla “ristrutturazione” produttiva, finalizzata alla riduzione dei posti di lavoro ed attuata unicamente al fine di aumentare la competitività delle attività produttive integrate nell’economia mondiale. In gran parte delle economie capitalistiche avanzate ciò ha comportato, da un lato, la diffusione del fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile e, dall’altro lato, la crescita della disuguaglianza distributiva: solo una minoranza di lavoratori espulsi dalle imprese che si sono ristrutturate ha trovato un’occupazione sostitutiva a salario equivalente; alle parte residua della forza lavoro, sempre crescente, espulsa dalla stabilità lavorativa, è stata offerta la possibilità di nuove opportunità lavorative in condizioni di precarietà, attraverso la possibilità di stipulare contratti di lavoro a tempo determinato.

Come è possibile garantire condizioni esistenziali dignitose alla forza lavoro, all’interno dei sistemi sociali la cui economia sia imperniata sul breve periodo e sulla flessibilità dell’organizzazione delle attività lavorative in essa esistenti? Ma soprattutto, com’è possibile, dopo la Grande Recessione del 2007/2008, che ha stravolto le condizioni proprie delle economie sociali di mercato e che, a causa dell’austerità adottata come terapia per uscire dalle secche della recessione, ha ridotto le garanzie della protezione sociale del lavoro? E ancora, quale risposta dare all’impatto della flessibilità, se l’attuale modello di Stato sociale non è più in grado di garantire la dignità a chi, perdendo la continuità occupazionale, deve vivere con sempre più limitate elargizioni pubbliche caritatevoli? Quale senso deve essere attribuito alla raccomandazione che l’Unione europea ha rivolto a tutti gli Stati membri, di riconoscere, nell’ambito di un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare a quest’esigenza i propri sistemi di protezione sociale?

In Italia, il tanto sbandierato Jobs Act non ha dato risposte adeguate a questi interrogativi e, quel che più conta, si è rivelato inidoneo ad assicurare stabilità e certezza al lavoro; oltre alle risorse che sarebbero state necessarie, è mancato un orientamento più rispondente al sostegno di una politica attiva del lavoro, quale sarebbe stata, ad esempio, la riforma ab imis del sistema welfaristico esistente, ormai divenuto largamente inadeguato. All’obsolescenza di tale sistema, nel nostro Paese, si cerca ora di rimediare con l’introduzione del reddito di cittadinanza, per la legittimazione del quale, però, è mancato sinora un dibattito responsabile sulle sue implicazioni; si è preferito privilegiare misure contingenti di breve respiro, che non hanno consentito di impedire la diffusione della precarietà economica e di incertezza sociale verso le quali, da lungo tempo, un’attività politica ispirata ai canoni dell’ideologia neoliberista ha condotto il Paese.

Sono giuste, perciò, le iniziative volte a rimuovere tutto ciò che risulta essere controindicativo, come lo sono i contratti di lavoro a termine, per il superamento della precarietà reddituale, in quanto negazione della dignità dell’uomo.

Gianfranco Sabattini

Nel pubblico impiego aumentano i lavoratori precari

Inps

VERSAMENTI VOLONTARI: IMPORTI 2018

Pagamenti più salati per i prosecutori in proprio. Agli appuntamenti trimestrali di cassa fissati per corrispondere gli oneri assicurativi dovuti dovranno fare i conti con importi più cari (circolare Inps n. 31/2018). I contributi volontari, infatti, sono aumentati per effetto dell’adeguamento del 1,1 per cento (indice del costo vita registrato dall’Istat), subito dalle retribuzioni medie settimanali, sulle quali si applicano le aliquote di finanziamento. Si tratta del consueto aggiornamento di inizio anno. La quota da versare si determina applicando la percentuale di finanziamento, prevista per l’assicurazione obbligatoria per la gestione pensionistica, alla retribuzione media imponibile percepita nell’anno di contribuzione precedente alla data della domanda di autorizzazione. Questo per le richieste presentate dal 12 luglio 1997 in poi, secondo le disposizioni contenute nell’articolo sette del decreto legislativo n. 184/97. Gli emolumenti sui quali viene calcolato l’importo del contributo volontario sono rivalutati ogni anno con decorrenza dal primo gennaio di ciascun anno, in base alla variazione dell’indice del costo della vita elaborato dall’Istat nell’anno precedente. La soglia minima della retribuzione settimanale, sulla quale vengono commisurati gli oneri previdenziali da corrispondere, non può essere inferiore a quella individuata ai sensi dell’articolo sette, comma 1, della legge n. 638/1983, di conversione del decreto legge n. 453/83 (202,97 euro per il 2018). Nei confronti dei prosecutori in proprio autorizzati sulla base di retribuzioni eccedenti il tetto pensionabile (pari quest’anno a 46.630,00 euro), si applica, ai sensi dell’articolo 3-ter della legge n. 438/92, l’aliquota aggiuntiva dell’1% sulla parte che splafona il predetto limite (27,87% per gli ammessi alla prosecuzione prima del 31 dicembre 1995 e 33,00% per i soggetti autorizzati successivamente). Gli iscritti all’evidenza contabile distinta del fondo lavoratori dipendenti (telefonici, elettrici, autoferrotranvieri ed ex Inpdai) continuano a corrispondere, come autoassicurati, la stessa percentuale vigente per la contribuzione obbligatoria, cioè il 37,7%. Per i prosecutori volontari del fondo volo, le aliquote previdenziali sono: 37,70% per gli aderenti alla gestione dopo il 31 dicembre 1995 e 40,82% per quelli già iscritti a questa data. L’Ente chiarisce, inoltre, che il massimale di contribuzione fissato dall’articolo 2, comma 18, della legge n. 335/95, rivalutato sulla scorta dell’indice Istat (101.427,00 euro per il 2018), scatta in caso di domande di prosecuzione di persone che si sono iscritti a forme pensionistiche obbligatorie dal primo gennaio 1996, senza avere contributi precedenti o per chi opta per il sistema contributivo, prescritto dalla legge n. 335/95. Importante, se la retribuzione media settimanale supera la prima fascia di contribuzione pensionabile (che per l’anno corrente è di 811,88 euro), si corrisponde un 1% in più, da determinare sulla quota eccedente tale soglia. Per i lavoratori domestici si applica invece l’aliquota del 17,4275% sulla retribuzione media settimanale imponibile se sono stati ammessi alla prosecuzione volontaria entro il 1995; mentre per i collaboratori familiari autorizzati dal primo gennaio 1996 si applica, diversamente, l’aliquota del 21,9975%. Il pagamento dei contributi volontari è trimestrale, e deve essere effettuato, con i bollettini prestampati inviati direttamente dall’Inps al domicilio degli interessati. L’importo della quota assicurativa assegnata è vincolante. Il versamento di una somma inferiore provoca automaticamente la riduzione proporzionale del periodo coperto previdenzialmente. Se, al contrario, si corrisponde più di quanto dovuto, l’Istituto rimborsa la cifra in esubero. Il pagamento dei contributi deve essere praticato entro le scadenze stabilite dalla legge: 30 giugno per gli oneri relativi al trimestre gennaio-marzo; 30 settembre per il trimestre aprile-giugno; 31 dicembre per il trimestre luglio-settembre; 31 marzo per il trimestre ottobre-dicembre. Attenzione, i contributi versati in ritardo non possono essere accreditati e vengono respinti d’ufficio. L’assicurato, però, in alternativa alla restituzione, può chiedere che la somma sia utilizzata per coprire il trimestre successivo.

Piano della Lega per detassare le pensioni

MENO PRELIEVI PER I PENSIONATI

È il modello Portogallo o Bulgaria. Consiste nell’attirare pensionati offrendo tasse zero sulla loro rendita. L’Italia fino ad oggi è stata una vittima di questo sistema. Nel senso che pensionati italiani, insieme a quelli tedeschi e francesi, hanno trasferito la residenza a Lisbona o in altre aree a fiscalità vantaggiosa per intascare l’assegno al lordo. Una situazione finita più volta sotto i riflettori. In negativo per quanto riguarda i conti dell’Inps. Più volte Tito Boeri, presidente dell’Istituto di previdenza ha sottolineato come le pensioni all’estero valgano circa un miliardo. Prestazioni previdenziali e assistenziali versate all’estero, a beneficio dei consumi dei paesi che ospitano gli stranieri ritirati dal lavoro che prendono la residenza.

Le modalità variano da paese a paese. Ma il meccanismo è più o meno lo stesso. Prendendo la residenza in un paese dove c’è un accordo per evitare la doppia imposizione, si obbliga l’Inps o altro istituto di previdenza a versare la pensione al lordo. Lo stato che ospita decide che aliquote applicare. Ora il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini vuole importare lo stesso sistema in Italia. Prima ha parlato di aree di fiscalità agevolata. Ieri ha spiegato che sta lavorando a una proposta. «Penso a un’idea che personalmente sto approfondendo con un gruppo di studio, che è un’esenzione fiscale per i pensionati come il Portogallo dove solo l’anno scorso si sono trasferiti dall’Italia più di 4.000 pensionati che riescono a risparmiare il 30% in pagamento di tasse». Regime da applicare ad «alcune zone del nostro Paese sicuramente più belle e accoglienti del Portogallo» aiutandole così a fare ripartire i consumi.

Comunicato Inps

ATTENZIONE ALLE E-MAIL TRUFFA

Sono in corso nuovi tentativi di phishing ai danni di alcuni utenti che hanno ricevuto, via e-mail, false notifiche di rimborsi fiscali.

Nel messaggio di posta elettronica, che contiene il logo dell’Inps, si informa di un presunto tentativo di rimborso non andato a buon fine e si invita ad accedere al proprio portale per elaborare manualmente la procedura. A tale scopo, viene chiesto di aggiornare le informazioni del proprio account accedendo a un link contenuto nel testo della e-mail.

Il messaggio proviene apparentemente da un indirizzo di posta dell’Inps, ma è in realtà inviato da un mittente diverso, non riconducibile all’Istituto. I messaggi di posta elettronica segnalati nascondono un evidente tentativo di entrare in possesso di informazioni riservate. L’Inps, totalmente estraneo all’invio di queste comunicazioni, invita a non dare seguito al contenuto delle stesse e a cancellare immediatamente le false e-mail.

Per accedere ai servizi Inps va utilizzato unicamente il portale ufficiale, si ricorda che è buona norma controllare sempre l’indirizzo della pagina prima di inserire i propri dati. L’Istituto ha prontamente segnalato queste attività alle autorità competenti.

Comunicato Inps

NESSUNA PRESCRIZIONE PER LA COPERTURA PREVIDENZIALE DEI DIPENDENTI PUBBLICI

L’Inps precisa che dal 1° gennaio 2019 i pubblici dipendenti potranno continuare a sistemare la loro posizione contributiva senza incorrere in alcuna conseguenza prescrittiva sul diritto al riconoscimento previdenziale dei periodi di lavoro presso la pubblica amministrazione.

Le novità introdotte dalla circolare Inps n. 169 del 15 novembre 2017 riguardano invece le amministrazioni pubbliche che verranno assoggettate alla stessa disciplina prevista per il lavoro privato in materia di prescrizione quinquennale dell’omesso pagamento dei contributi previdenziali.

A partire dal 1° gennaio 2019 il datore di lavoro pubblico non potrà più regolarizzare i versamenti dei contributi mancanti e prescritti secondo la prassi in uso nell’ex Inpdap, ma dovrà sostenere un onere parametrato a quello corrispondente alla rendita vitalizia in vigore nelle gestioni private dell’Inps.
Un’eccezione riguarda unicamente gli insegnanti delle scuole primarie paritarie, gli insegnanti degli asili eretti in enti morali e delle scuole dell’infanzia comunali. Questi lavoratori sono iscritti alla Cassa Pensioni Insegnanti (Cpi), e nell’ipotesi di prescrizione dei contributi, il datore di lavoro può sostenere l’onere della rendita vitalizia, ma nel caso in cui non vi provveda, è direttamente il lavoratore che dovrà pagare il detto onere per vedersi valorizzato il periodo sulla posizione assicurativa.

L’Inps ricorda inoltre che i lavoratori dipendenti pubblici che vogliano comunque verificare la propria situazione contributiva, lo possono fare dal sito istituzionale accedendo, tramite Pin, all’estratto conto personale e verificarne la correttezza.

In caso riscontrassero lacune e/o incongruenze possono richiedere la variazione della posizione assicurativa (Rvpa), istanza per la quale non è previsto alcun termine perentorio.

Lavoro

PUBBLICO IMPIEGO, PIÙ DIPENDENTI PRECARI

Il numero dei dipendenti pubblici si ferma a 3 milioni 356 mila, segnando ancora un altro calo annuo (-0,2%), sintesi di una riduzione dei posti ‘fissi’ controbilanciata da una crescita di quelli precari. È quanto emerge dall’Annuario statistico della Ragioneria generale dello Stato, che aggiorna i dati al 2016.

Rispetto all’anno prima si contano 29 mila 687 occupati a tempo indeterminato in meno (-1%), mentre le unità di lavoro flessibili salgono di 22 mila 718 (+7,8%). Il totale vede una discesa di 6 mila 969 unità tra il 2015 e il 2016. Il costo del lavoro resta poco mosso, praticamente invariato, risultando pari a 159 miliardi e 651 milioni di euro (erano 159 miliardi e 525 milioni l’anno precedente).

I conti ancora non risentono degli effetti del rinnovo contrattuale: pur decorrendo dal 2016 l’accordo è stato firmato solo alla fine del 2017 e i primi aumenti sono stati caricati nelle buste paga a inizio 2018.

Carlo Pareto

Pensioni, la quota 41: come funziona e quali sono i costi

Pensioni

COS’E’ QUOTA 41

Il tema pensioni è caldo in questi giorni. Il governo sta cercando, infatti, una soluzione per attuare la riforma delle pensioni, indicata nel contratto, senza mettere a rischio i conti dell’Inps. Per questo motivo tra le ipotesi possibili c’è quella di un passo indietro in merito alla quota 41, ovvero lo strumento che consente di andare in pensione, indipendentemente dall’età anagrafica, una volta maturati 41 anni di contributi.

Secondo Boeri la quota 41 aggiunta alla quota 100 (con cui invece si può andare in pensione, una volta compiuti 64 anni, se la somma dell’età anagrafica e dei contributi maturati dà come risultato 100) costerà 11 miliardi di euro nell’immediato, 18 miliardi a regime; una spesa ingente per lo Stato ed è per questo che si sta anche valutando l’idea di portare la quota 41 a quota 42, innalzando di un anno il requisito contributivo previsto. Al momento però si tratta solamente di indiscrezioni, poiché la quota 41 per tutti non fa ancora parte del nostro ordinamento e, stando alle ultime notizie sulle pensioni, non lo farà prima del 2020.

In molti non sanno, però, che la quota 41 può essere già richiesta da alcune categorie di lavoratori. Si tratta dei lavoratori precoci, ossia di coloro che prima di compiere il 19esimo anno di età hanno maturato almeno 12 mesi di contributi. Per poter accedere a questo strumento non è necessario che i 12 mesi siano continuativi. La quota 41, però, subirà una modifica dal primo gennaio 2019, complice l’adeguamento con le aspettative di vita che riguarderà da vicino anche la pensione di vecchiaia e quella anticipata; nel dettaglio, i lavoratori precoci dovranno maturare 41 anni e 5 mesi di contributi se vorranno smettere di lavorare in anticipo rispetto agli altri lavoratori.

Lavoro

FESTIVITA’ SOPPRESSE IN BUSTA PAGA

Le giornate di ex festività per il 2018 sono quattro. Lunedì 19 marzo (San Giuseppe); Giovedì 10 maggio (ex Ascensione 39° giorno dopo Pasqua ); Mercoledì 31maggio (ex Corpus Domini 60° giorno dopo Pasqua); Venerdì 29 giugno (San Pietro e Paolo).

Da ricordare che vengono riconosciute tali se le festività soppresse (sopraelencate) sono cadenti in un giorno lavorativo dal Lunedì al Venerdì. Nel 2018 non viene pertanto riconosciuto il quattro novembre (Festa dell’unità nazionale e delle forze armate) in quanto cade di domenica. Mentre, sempre nel corso di quest’anno, nessuna delle festività (25 aprile, 1° maggio e 2 giugno) coincide con la domenica per cui non si ha diritto ad ulteriori giornate di recupero.

Al lavoratore spetta annualmente un numero di permessi giornalieri retribuiti corrispondente a quello delle giornate, già indicate come festive e poi non riconosciute come tali da provvedimenti di legge.

Attenzione, per fruire interamente delle festività soppresse, occorre nei giorni summenzionati avere diritto all’intero trattamento economico. Pertanto nei giorni anzidetti per mantenere il diritto non bisogna chiedere la fruizione di aspettative, permessi non retribuiti ed anche giornate di Solidarietà. Come poi previsto dalla maggior parte dei contratti collettivi di lavoro, tutto il personale di ogni ordine e grado, dovrà tassativamente fruire dei permessi sostitutivi delle festività soppresse entro l’anno. Il godimento di tali permessi dovrà essere in ogni caso programmato da ciascun dipendente prima delle ferie annuali di spettanza in modo da essere effettivamente goduti improrogabilmente entro il 14 dicembre dell’anno di riferimento. Resta fermo che in caso di mancata fruizione parziale o totale delle giornate queste non verranno ne compensate ne monetizzate.

Saper quindi leggere la propria busta paga, anche per quanto attiene i riposi in questione, è molto importante, così da rendersi conto per tempo di eventuali errori commessi al riguardo dal datore di lavoro. Tuttavia non tutti sanno come fare; ad esempio, se si chiedesse cosa sono le festività soppresse molti lavoratori magari non saprebbero nemmeno di cosa parliamo.

Molti di loro probabilmente non conoscerebbero neppure la risposta ed è per questo che su un tema come questo è sempre opportuno fare chiarezza.

Nel dettaglio alla voce “festività soppresse”, che in busta paga si trova vicino agli spazi dedicati a ferie e permessi, si segnalano quei giorni che una volta il nostro ordinamento riconosceva come festività nazionali ma che oggi non lo sono più.

Più in particolare, ci sono delle festività che una volta erano riconosciute anche sul piano civile dalla legge 269/1949 e che di conseguenza permettevano al dipendente di assentarsi dal lavoro senza perdere il diritto alla retribuzione. Questi giorni, però, sono stati eliminati da successive disposizioni venendo così definiti come “festività soppresse”.

Anche se eliminate, però, le ex festività hanno comunque delle conseguenze retributive per il lavoratore e previdenziali in relazione ai suoi riflessi collegati alla contribuzione Inps. Nel caso in cui cadano in un giorno infrasettimanale e lavorativo, infatti, il dipendente può essere autorizzato ad assentarsi dal lavoro con un permesso di cui può beneficiare in qualsiasi momento. Quindi, per ogni festività soppressa al lavoratore viene riconosciuto un permesso extra compensativo della ricorrenza abolita. Tuttavia c’è la possibilità che alcune di queste tornino ad essere riconosciute a tutti gli effetti come festività nazionali e ad essere segnate in rosso sul calendario; al Senato, infatti, risulta presentato un disegno di legge che punta a reintrodurre le festività soppresse nel nostro ordinamento. L’intenzione sottesa nella proposta legislativa è quella di tornare al pre-1977, quando a studenti e lavoratori venivano garantiti più giorni di vacanza rispetto ad oggi. In questo modo, secondo i proponenti, si farebbe un omaggio non solo ai cristiani praticanti che potrebbero così “celebrare le festività riconosciute dalla loro religione”, ma anche ai lavoratori non credenti che beneficerebbero di un po’ di tempo libero da dedicare alle attività ricreative.

Consulenti del lavoro

SALE IL LAVORO STRANIERO IN ITALIA

Negli ultimi 10 anni, gli stranieri residenti in Italia sono aumentati di 1,825 milioni (+57,5%, arrivando a sfiorare la quota di 5 milioni), mentre gli italiani sono diminuiti di 325 mila unità (passando da 55.568 a 55.243 milioni, con un calo dello 0,6%). L’invecchiamento della popolazione italiana e la bassa natalità sono stati, quindi, compensati a livello numerico dagli immigrati stranieri di prima e di seconda generazione. I 5 milioni di residenti stranieri in Italia hanno un’età media di 34 anni, inferiore di 11 anni all’età media degli italiani. Pertanto, anche dal punto di vista del mercato del lavoro, quasi 4 stranieri su 5 (79,1%) sono in età lavorativa (15-64 anni), a fronte del 63% della popolazione italiana che è molto più anziana.

Rielaborando i dati della ‘Rilevazione continua sulle forze lavoro (Rcfl)’ dell’Istat, l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro inquadra e descrive un target complesso e eterogeneo, quello degli stranieri comunitari ed extracomunitari presenti in Italia, rispetto alla loro condizione nel mercato del lavoro. Analizzandone le caratteristiche, sia individuali che lavorative, è possibile fornire una descrizione sintetica di questa platea, confrontarla con quella italiana ed esaminare il suo andamento negli ultimi 10 anni.

Dieci occupati su 100 sono di origine straniera, con un tasso di occupazione del 60,6%, superiore di 3 punti percentuali al tasso di occupazione dei soli italiani (57,7%). Sono le regioni del Nord Italia ad attirare maggiormente gli stranieri e, in particolare, circa 6 su 10 si collocano fra Nord-Est e Nord-Ovest, più di un quarto nel Centro del Paese e il restante 15% nel Mezzogiorno. La loro quota è massima nel Lazio (14,6%) e minima nel Molise (4,1%). Fra le regioni con una quota di occupati sopra la media nazionale troviamo l’Emilia Romagna (13,2%), la Lombardia (12,9%), l’Umbria (12,7%) e la Toscana (12,2%).

Uno straniero su tre è occupato in professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Inoltre, lo stipendio netto medio di un dipendente full time straniero è inferiore di oltre un quinto a quello di un italiano. Questo gap è dovuto essenzialmente alla concentrazione degli occupati stranieri in lavori meno qualificati e con un minore livello di retribuzione.

Se analizziamo le principali professioni, spiegano i consulenti del lavoro, vediamo che, per i maschi, il primo mestiere è legato all’edilizia (113 mila, pari ad un terzo degli occupati), mentre al secondo posto troviamo gli addetti allo spostamento delle merci, con 91 mila addetti stranieri. La metà dei venditori ambulanti (51 mila) sono di origine straniera. Osservando le professioni delle donne straniere, si nota invece una forte presenza nelle attività dei servizi domestici (246 mila occupate), seguite da 113 mila badanti, 83 mila cameriere e 42 addette ai servizi di pulizia presso imprese private. In queste 4 professioni si concentra il 66% dell’occupazione femminile straniera.

“L’analisi dell’osservatorio statistico dei consulenti del lavoro -spiega Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi consulenti del lavoro- certifica l’evoluzione e la trasformazione del mercato del lavoro negli ultimi anni e la graduale sostituzione dei lavoratori stranieri agli italiani in alcuni lavori. È un trend entrato a far parte della nostra economia che, inevitabilmente, si riflette a cascata su tutti gli altri indicatori economico-sociali: dal pagamento delle imposte -conclude- fino ai servizi sociali e assistenziali passando per il delicato nodo della partecipazione alla spesa previdenziale. Gli stranieri regolari in Italia sono, infatti, concentrati nell’età da lavoro 15-64 anni”.

Carlo Pareto

Inail, morti sul lavoro in aumento

incidente-sul-lavoroDi lavoro si muore e chi non lavora muore di fame. Oggi è stata presentata la Relazione annuale dell’Inail: nel 2017 un nuovo minimo di morti sul lavoro: 617, il 58% dei quali in itinere ovvero nei percorsi casa-lavoro. Nei primi cinque mesi del 2018, invece, secondo gli ‘open data’ dell’Istituto, sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più).

Nel 2017 sono state accertate al momento 617 morti sul lavoro (il 58% fuori dall’azienda) a fronte delle 1.112 denunce arrivate. Se anche i 34 casi ancora in istruttoria risultassero tutti riconosciuti sul lavoro si arriverebbe a 651 morti con un calo del 2,8% (rispetto ai 670 del 2016) al minimo storico dal 1951. Così si legge nella Relazione annuale dell’Inail. Le denunce di infortunio sono state 641.000, in linea con il 2016, e ne sono state riconosciute sul lavoro 417.000 di cui il 19% fuori dall’azienda. Gli infortuni sul lavoro hanno causato circa 11 milioni di giornate di inabilità con costo a carico dell’Inail: in media 85 giorni per infortuni che hanno provocato menomazione e circa 21 giorni in assenza di menomazione. Le denunce di malattie professionali nell’anno sono state 58.000, circa 2.200 in meno rispetto al 2016 ma in aumento del 25% rispetto al 2012. Il 65% delle denunce riguarda patologie del sistema osteo-muscolare. A fine anno erano in essere 726.000 rendite per inabilità permanente e ai superstiti (-2,56% sul 2016).

La maggioranza degli incidenti mortali sul lavoro avviene sulla strada. Su 617 incidenti mortali accertati 450 sono avvenuti sul luogo di lavoro e 167 in itinere, ma tra quelli riconosciuti in occasione di lavoro (e quindi durante le ore di lavoro e non nel tragitto per arrivare o tornare dall’ufficio o dalla fabbrica) 193 sono avvenuti con mezzo di trasporto e 257 senza mezzo di trasporto. Per i morti in occasione di lavoro ma senza mezzo di trasporto si è registrato un calo del 16,5% sul 2016 e del 27,8% sul 2015.

Il presidente dell’Inail, Massimo De Felice, ha spiegato: “Questi dati sono importanti perché intervenire sulle fonti di rischio esterno è diverso da farlo su quelle di rischio interno. I meccanismi di sicurezza non sono un costo e non devono essere considerati dai lavoratori evitabili sulla base dell’esperienza”.

Per l’industria e i servizi gli infortuni mortali sono stati 532 (152 dei quali in itinere) mentre nell’agricoltura sono stati 74 (8 in itinere) e 11 per conto dello Stato (7 in itinere). La grande maggioranza dei morti accertati sul lavoro erano italiani (514) mentre 33 provenivano da altri paesi dell’Unione e 70 erano extracomunitari.

Quasi la metà degli infortuni mortali accertati (287, il 46,5%) ha riguardato persone con più di 50 anni. Tra questi, 55 morti hanno riguardato persone con più di 65 anni.

Nei primi cinque mesi del 2018 sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più). La Relazione annuale dell’Inail ha sottolineato come l’aumento riguardi solo i casi avvenuti in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro (passati da 104 a 118), mentre per quelli occorsi in occasione di lavoro le denunce sono state 271 in entrambi i periodi.

Dunque, l’aumento della mortalità in itinere potrebbe essere collegata alla insufficiente manutenzione della viabilità stradale.

Salvatore Rondello

Unimpresa: meno disoccupazione, ma boom di lavoratori precari

Inps

400MILA PENSIONI PAGATE DA OLTRE 38 ANNI

Le pensioni liquidate dal 1980, e quindi ancora in essere da oltre 38 anni, sono 406.942. Una cifra monstre, che fa riferimento ai versamenti per vecchiaia, anzianità e superstiti, mentre sono escluse invalidità e assegni sociali, e che mostra quali sono le pensioni con un vantaggio significativo rispetto ai contributi versati.

Decine di migliaia di questi ex lavoratori vivono in pensione dal doppio del tempo che hanno lavorato. C’è gente che riceve l’assegno da oltre 40 anni, avendo versato contributi per 20 anni (o meno). ll dato riferito all’inizio del 2018 arriva dagli Osservatori statistici dell’inps che calcolano invece in oltre 1,7 milioni gli assegni che durano da oltre 30 anni (quindi liquidati dal 1988 o prima).

Prima del 1980, l’età alla decorrenza delle pensioni liquidate per la gestione dei dipendenti pubblici era di 49 anni per la vecchiaia e di 45,7 per i trattamenti di anzianità contributiva. Per i superstiti ‘da assicurato’ era di 41,1 anni mentre per i superstiti da pensionato era di 45 anni. Naturalmente la cifra media risente del fatto che sono passati moltissimi anni e quindi le persone rimanenti con pensioni così “vecchie” sono quelle che sono andate a riposo prima e dopo 38 anni sono ancora in vita. Per i pensionati del settore privato l’età è un pò più alta per i trattamenti di vecchiaia (compresa l’anzianità) con 54,5 anni, mentre è più bassa per i superstiti con appena 40,2 anni al momento della liquidazione della pensione.

Il dato dei pubblici risente chiaramente delle pensioni “baby” e quindi delle uscite dal lavoro con 20 anni di contributi o meno (14 anni sei mesi e un giorno per le donne con figli).

Gli importi – Se per i trattamenti pensionistici del settore privato l’importo medio degli assegni liquidati prima del 1980 è largamente inferiore a mille euro al mese (818 euro mensili i trattamenti di vecchiaia, 529 euro quelli ai superstiti) per le prestazioni di quiescenza del settore pubblico l’importo medio supera i 1.650 euro mensili per i trattamenti di vecchiaia e i 1.466 euro per quelli di anzianità. Per le pensioni ai superstiti da assicurato risalenti a prima del 1980 la pensione media ammonta a 1.134 euro mentre gli assegni ai superstiti da pensionato valgono 1.200 euro al mese in media.

Welfare

VIA AL NUOVO REI

Come stabilito dalla legge di Bilancio 2018, dall’1 luglio si amplia la platea dei potenziali beneficiari del ReI che diventa a tutti gli effetti reddito di inclusione universale: si passa da 500mila famiglie (pari a 1,8 milioni di cittadini) a 700mila nuclei (2,5 milioni di persone). Già dall’1 giugno, per presentare domanda è necessario solo il requisito del reddito, mentre cadono tutti quelli legati alla composizione del nucleo familiare inizialmente previsti. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha spiegato che è stata raggiunta “una platea più ampia di quello che pensavamo”, pur sottolineando che sono “ancora poche rispetto ai 4,5 milioni di individui in povertà” e che il ReI “è ancora largamente sotto finanziato”, mentre per raggiungere tutti i soggetti indigenti sarebbero “necessari tra i 6 e i 7 miliardi di euro”. Altra novità, non meno significativa, riguarda il massimale annuo riferito alla componente economica del ReI: il beneficio subisce un incremento del 10 per cento passando, per le famiglie con 5 o più componenti, da 485 a circa 534 euro al mese.

I requisiti per il reddito di inclusione – Dal mese di giugno per accedere al ReI non è più necessario, dunque, che in famiglia ci sia un minore, una persona con disabilità, una donna in gravidanza o un disoccupato ultra 55enne. Può infatti chiedere di essere ammesso alla nuova misura di contrasto alla povertà anche chi è solo o è sposato senza figli. I beneficiari devono essere cittadini italiani oppure stranieri con cittadinanza in uno dei Paesi Ue, familiari di cittadini italiani o comunitari, non aventi la cittadinanza in uno Stato membro titolari del diritto di soggiorno o diritto di soggiorno permanente, cittadini extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno Ce e titolari di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria) residenti in Italia da almeno due anni. Possono presentare domanda tutti coloro che hanno un Isee fino a 6mila euro, oppure un Isre (Indicatore della situazione reddituale) fino a 3mila euro e altri specifici requisiti economici, a prescindere dalla composizione familiare. Il valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non deve superare i 20mila euro (quindi possono accedere al Rei pure i proprietari di prima casa che vivono in condizioni di povertà, mentre quello del patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti, etc.) non può essere maggiore di 10mila euro (ridotto a 8mila euro per due persone e a 6mila euro per la persona sola). Per ottenere il beneficio, inoltre,, è necessario che ciascun componente il nucleo non percepisca già prestazioni di assicurazione sociale per l’impiego (NASpI) o altri ammortizzatori sociali di sostegno al reddito in caso di disoccupazione involontaria, non possieda autoveicoli o motoveicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi antecedenti la richiesta (sono esclusi autoveicoli e motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità) e non possieda imbarcazioni da diporto.

Come funziona – Il ReI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta ReI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa che punta al superamento della condizione di povertà. Il trattamento economico è concesso per un periodo massimo di 18 mesi, dopo i quali non può essere rinnovato se non sono trascorsi almeno 6 mesi. Dalla durata massima del ReI devono altresì essere sottratte le mensilità di Sostegno per l’inclusione attiva (Sia), eventualmente già corrisposte al nucleo familiare. L’Inps ha recentemente pubblicato il nuovo modello di domanda, che recepisce le novità prefigurate dalla legge di bilancio 2018. Le famiglie in possesso dei requisiti devono inoltrare il nuovo modulo al Comune di residenza che, una volta ricevuta tutta la documentazione, verifica la correttezza dei dati e lo trasmette all’Inps. L’Istituto controlla il possesso dei requisiti e, se l’esito è positivo, invia a Poste Italiane l’ok per la corresponsione dell’importo, se è negativo, comunica al cittadino il motivo del rigetto e le istruzioni per presentare un eventuale ricorso.

I calcoli sul reddito – Il soddisfacimento dei requisiti non dà necessariamente diritto al beneficio economico “la cui effettiva erogazione – ha spiegato l’Inps – dipende anche dall’eventuale fruizione di altri trattamenti assistenziali (esclusi comunque quelli non sottoposti ad una valutazione della condizione economica, come ad esempio l’indennità di accompagnamento) e dalla condizione reddituale rappresentata dall’indicatore della situazione reddituale, al netto dei trattamenti assistenziali in esso considerati. L’Isre, infatti, viene calcolato sulla base della somma di tutti i redditi meno le detrazioni, le franchigie e i redditi esenti. In pratica indica l’effettiva disponibilità economica delle famiglie, defalcando eventuali affitti pagati (fino ad un massimo di 7mila euro, incrementato di 500 euro per ogni figlio convivente successivo al secondo) e il 20% del reddito da lavoro dipendente (fino ad un massimo di 3mila euro). L’ammontare del beneficio economico viene, quindi, determinato integrando fino a una data soglia le risorse a disposizione delle famiglie. “La soglia è pari a 3mila euro – ha sottolineato l’Inps – ma in sede di prima applicazione viene coperta solo al 75%. Pertanto, inizialmente, la soglia con cui confrontare le risorse economiche del nucleo familiare è pari, per un singolo, a 2.250 euro e cresce in ragione della numerosità familiare”. L’Istituto di previdenza ha opportunamente confermato che sono già state apportate le modifiche ai diversi canali di trasmissione delle istanze all’Istituto. Ma resteranno comunque a disposizione anche le interfacce utilizzate per le domande presentate fino al 31 maggio, gestite con le regole precedenti. Tutte quelle inviate dal 1 gennaio al 31 maggio 2018, rifiutate per la sola mancanza dei requisiti familiari, saranno riesaminate d’ufficio con verifica dei requisiti alla data del 1 giugno 2018.

Lavoro

BOOM DI PRECARI

“Meno disoccupazione, compensata da una ‘fabbrica’ di lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà: è sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 293 mila soggetti in difficoltà”. E’ quanto emerge da un recente studio di Unimpresa nel quale si sottolinea che “crescono soprattutto gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 197mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio”.

Ai “semplici” disoccupati, che hanno fatto registrare una diminuzione di 69mila unità, sostiene Unimpresa, “vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Si tratta di un’enorme “area di disagio”: ai quasi 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (900mila persone) sia quelli a orario pieno (2 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (722mila), i collaboratori (251mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,68 milioni)”.

Questo gruppo di persone occupate, ma con prospettive incerte circa la stabilità dell’impiego o con retribuzioni contenute, “ammonta complessivamente a 6,55 milioni di unità”. Il totale dell’area di disagio sociale, calcolata dal Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, a fine 2017 comprendeva dunque 9,29 milioni di persone, in aumento rispetto a fine 2016 di 197mila unità (+1,4%).

Ora il governo, ha sottolineato il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara, “deve dare risposte. È finito il tempo degli annunci ed è finita la campagna elettorale, come ha correttamente osservato pure il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Servono misure concrete. Le aziende italiane hanno bisogno di risorse e incentivi per crescere e svilupparsi dunque per avere i presupposti necessari a creare nuova occupazione stabile”.

Per Ferrara, “c’è bisogno di più lavoro per gli italiani: in questo senso, vanno accolti con favore tutti gli strumenti e le misure volte a rendere meno onerose le assunzioni di lavoratori, meglio se si tratta di interventi strutturali e non di aiuti una tantum. Riteniamo sbagliato insistere con forme di sussidio, perché strumenti come il reddito di inclusione alimentano l’assistenzialismo e disincentivano, di fatto, la crescita economica. I poveri non vanno lasciati nella loro condizione”.

Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire forme di lavoro non stabili. Di qui l’estendersi del bacino dei “deboli”. Il dato sui 9,29 milioni di persone è relativo al terzo trimestre del 2017 e complessivamente risulta in progresso dell’1,4% in confronto al terzo trimestre del 2016, quando l’asticella si era fermata a 9,16 milioni di unità: in un anno quindi 105mila persone sono entrate nell’area di disagio sociale.

Nel terzo trimestre del 2016 i disoccupati erano in totale 2,80 milioni: 1,53 milioni di ex occupati, 578mila ex inattivi e 693mila in cerca di prima occupazione. A settembre 2017 i disoccupati risultano in discesa di 69mila unità (-2,5%). Incide il calo di 139mila unità degli ex occupati, mentre crescono di 41mila unità gli ex inattivi; e salgono pure coloro che sono in cerca di prima occupazione, lievitati di 29mila unità.

In salita il dato degli occupati in difficoltà: erano 6,35 milioni a settembre 2016 e sono risultati 6,55 milioni a settembre scorso. In totale 197mila soggetti in più (+3,1%). Una crescita dell’area di difficoltà che rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento: soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle retribuite meno, favorite dalle misure inserite soprattutto nel Jobs Act, pagano il conto della recessione.

I contratti a temine part time sono saliti di 146mila unità da 754mila a 900mila (+19,4%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 196mila unità da 1,80 milioni a 2 milioni (+10,9%), i contratti a tempo indeterminato part time sono calati dell’1,0% da 2,70 milioni a 2,68 milioni (-27mila). Scendono i contratti di collaborazione (-56mila unità) da 307mila a 251mila (-18,2%) e risultano in diminuzione anche gli autonomi part time (-7,9%) da 784mila a 722mila (-62mila).

Carlo Pareto