Alternanza scuola lavoro e ONG per una nuova cooperazione

ASL è una straordinaria esperienza formativo/ innovativa che unisce il sapere al saper fare. Orienta le aspirazioni degli studenti, tra didattica e apprendimento al mondo esterno.

Con questa innovativa modalità la scuola del terzo millennio si connette con il mondo del lavoro verso nuove esigenze occupazionali, confrontandosi su tematiche globali, diritti umani e cooperazione allo sviluppo. Oggi l’ASL è obbligatoria per tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori, anche Licei. E’ la parte avanzata della legge 107 verso il principio della “scuola aperta”. Una scuola più efficace che guarda al territorio, coinvolgendo società e studenti sulle scelte per un futuro in continuo movimento. E’ una scuola che si sintonizza alle frequenze del mondo del lavoro, dei diritti e delle conoscenze globali, in un coinvolgimento multi-generazionale, tra tutor, docenti esterni e nuovi punti di contatto. Favorisce la comunicazione intergenerazionale, pone le basi per uno scambio di esperienze e di crescita reciproca. Volontariato, enti culturali, umanitari ONG, istituzioni, ordini professionali, terzo settore, Imprese, aziende, sono nuovi soggetti partner educativi e formativi che scatenano sinergie esperienze e le passioni di tutti. Si costruiscono –insieme- esperienze positive, tracciati studio/lavoro fondati sulla conoscenza teorica e su esperienze pratiche in percorsi condivisi.

Ciò che appare evidente è un interessante cambiamento culturale, una originalità al passo col sistema duale, che coniuga il tessuto produttivo con quello socio-culturale del paese. Esperienze formative e di vita che coinvolgono da quest’anno, essendo obbligatorie per gli studenti, oltre 1 milione e mezzo di giovani delle scuole superiori. Una nuova esperienza formativo/educativa, di cooperazione tra scuola e diversi soggetti che generano dialogo formativo e confronto -di alto e qualificato profilo-, potendosi sviluppare in determinati contesti di lavoro. Gli studenti, si trovano al centro di nuovi stimoli, nuove capacità, creatività e conoscenze, essendo collocati all’interno di ONG, enti e OSC, con un “nuovo approccio“, quello del no profit. Ed è proprio la particolarità della spinta umanitaria, a fronte di determinati programmi di contesto internazionale in cui si trova il nostro tempo a generare (ad esempio sulla questione mediterraneo) nuovi e diversi modelli di approccio e intervento. Interventi in modalità imprenditoriale dove l’idea si tradure in azione.

E’ una diversa competenza, la chiave con cui si accede alla creatività, all’innovazione e alla assunzione di rischi, come la capacità di pianificare, gestire progetti e raggiungere obiettivi. Competenze e prime esperienze di conoscenza e di confronto che aiutano i giovani ad acquisire consapevolezza, riconoscendo e raccogliendo nuove opportunità, in una visione originale tra economia e società. Lo studente non è un lavoratore, lo diventerà, ecco perché la partecipazione all’ASL è importante, poiché offre al giovane studente l’opportunità di assorbire, ascoltare, osservare, interagire su coerenze e percorsi case study, condivisi, su progetti innovativi, tra economie e società. Nelle differenza dei ruoli e delle competenze, ogni soggetto attivo – scuola, mondo del lavoro, tutor, è sollecitato -con coerenza- a nuovi stimoli e a valorizzare ogni aspirazione. Il percorso di ASL si articola in moduli didattico-informativi, svolti direttamente preso i centri ospitanti con moduli di pratico apprendimento all’interno del contesto lavorativo. Rispetto al classico tirocinio/ stage è un percorso strutturato e sistematico con obbligatorietà e forte impegno organizzativo per i diversi soggetti. L’ASL all’interno delle sedi di esperienza, offre e stimola forti sollecitazioni umane rispetto i progetti in essere. Lo abbiamo compreso quando iniziarono a morire centinaia di profughi nel mare mediterraneo. Da li a breve le richieste delle scuole per

L’ASL nelle ONG triplicarono. Il 10 giugno 2014 con una convenzione firmata tra MIUR/MAE -dopo una dichiarazione d’intenti tra MIUR e MAE- si diede avvio alla settimana scolastica per la Cooperazione internazionale allo sviluppo. A seguire la circolare Miur del 17.4.2105 n. 2622 formalizzò l’adesione all’anno Europeo -2015- dello sviluppo, istituendo “la settimana scolastica della CIS”, in accordo con il MAECI. Un’altra circolare la n.2725 del 20.04.2015, “per non dimenticare il naufragio dei migranti del 18 aprile nel canale di Sicilia” (oltre 700 persone morte annegate) diede un’ulteriore scossa – nella sua drammaticità- a testimoniare la difficile situazione politica internazionale, in particolare medio orientale – euro mediterranea. A sottolineare le differenze socio economi che colpiscono gran parte dei paesi, si aggiunga l’aumento della povertà, nuovi e antichi conflitti -che mietono ancora vittime e grandi migrazioni nel mondo-, la distruzione dell’ambiente, l’accaparramento delle terre e delle risorse naturali, i sessanta milioni di persone in mobilità, tra profughi rifugiati e apolidi di ogni genere. Sono questi in sintesi alcuni temi che abbiamo deciso di affrontare –insieme con la scuola e con tanti studenti, in conferenze pubbliche, in ASL e in specifici laboratori. Tra le tante e qualificate collaborazioni/competenze con l’Università, con esperti di cooperazione sociale e internazionale e Ong. Operatori, esperti, espatriati che dialogano e affrontano con gli studenti temi e attività tra emergenze umanitarie, programmi di sviluppo e progetti strutturali. Oltre ai programmi in ASL, laboratori, visite mirate e case study si sollecitano approfondimenti tematici, come l’attualità le conversazioni e i dibattiti sui recenti fenomeni internazionali ed il loro impatto locale. Per affrontare approfondire e operare su diverse discipline sono necessarie molte risorse umane dalla stampa, agli operatori religiosi, ai professionisti della pedagogia e della psicologia. Operatori delle forze dell’ordine e volontariato, affinché le diverse sfumature siano tradotte fedelmente con comprovate e idonee competente.

Anche per le ONG è una nuova sfida, che permette di poter ripartire ogni volta daccapo sulle questioni delicate come la difesa dei diritti umani a rischio, nella foresta della globalizzazione fuori controllo. E il contributo umano è fondamentale, per poter coinvolgere fattivamente gli studenti sui diritti, sul ruolo della cooperazione allo sviluppo, sugli obiettivi dell’Agenda 2030, sulla riduzione della povertà, su quanto previsto dall’articolo 21 del trattato sull’Unione europea rispetto “l’azione dell’UE sulla scena internazionale fondata sui principi che ne hanno informato la creazione, lo sviluppo e l’allargamento e che essa si prefigge di promuovere nel resto del mondo: democrazia, Stato di diritto, universalità e indivisibilità dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità umana, principi di uguaglianza e di solidarietà e rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”. E quanto sancito dall’articolo 208 nel TFUE rispetto “la politica dell’UE nel settore della cooperazione allo sviluppo condotta nel quadro dei principi e degli obiettivi dell’azione esterna dell’Unione. La politica di cooperazione allo sviluppo dell’Unione e quella degli Stati membri si completano reciprocamente. L’obiettivo principale della politica dell’Unione in questo settore è la riduzione e, a termine, l’eliminazione della povertà”.

La cooperazione internazionale, ai fini della lotta alla povertà e alle disuguaglianze globali vuole contribuire a creare un mondo più stabile, nella pace. Un pianeta equo e prospero che rispecchi l’interdipendenza tra i paesi più ricchi e quelli più poveri. L’ASL in tal senso offre agli operatori e agli studenti diverse opportunità di conoscenza sia sulle finalità internazionali, (progetti e programmi delle ONG) che tematiche e interventi, attività tra nuove frontiere geografiche e occupazionali. I focus si eprimono in particolare sui programmi di ECG, e sull’Educazione allo sviluppo, mirati al contrasto della povertà, alla difesa dei diritti umani, all’istruzione nei paesi poveri. Sull’educazione alla cittadinanza globale, cresce la consapevolezza di una più diffusa conoscenza delle dinamiche politiche, economiche e sociali che determinano gli squilibri mondiali. Di una maggiore partecipazione della cittadinanza e della scuola per la lotta contro le povertà. Con educazione allo sviluppo si intende un processo attivo di apprendimento, basato sui valori di solidarietà, uguaglianza, inclusione e cooperazione. Dalla comprensione e consapevolezza delle dinamiche globali al coinvolgimento diretto e attivo dei singoli, per generare un cambiamento dei comportamenti individuali, influenzare le politiche socio/economiche e ambientali, nel senso dell’equità, sostenibilità e nel rispetto dei diritti umani.

La Cooperazione allo sviluppo promuove nuove istanze a favore dei popoli del sud che hanno maturato pratiche di riconciliazione fra uomo e natura. Come la Cittadinanza Globale sostiene un nuovo modello di cooperazione imbevuto della dignità umana insita in ogni persona, sulla sua appartenenza ad una comunità globale e sull’impegno comune per migliorale il pianeta. ECG difende la dignità umana, valore assoluto della persona; diritto inalienabile di poter vivere liberi in condizioni di accrescere l’intera comunità, persone e interdipendenza. Avviare processi di ECG può facilitare la comprensione dell’interdipendenza e delle questioni che affliggono il pianeta. Mentre è sempre più evidente che il livello locale ha impatto globale e quello globale, sul locale. Niente di ciò che facciamo è distinto dal destino degli altri. Sono questi i fattori che d è questo che ci rendono maggiormente responsabili verso un nuovo destino globale, nella accezione di cittadinanza che si completa, tra locale e globale. Per meglio inserirsi nella cultura della ECG vanno attuati momenti di confronto pubblico con gli studenti e la scuola, in particolare tra studenti di diverse parti del mondo in modalità cosmopolitismo. Affrontando il dialogo nelle diversità culturali e identitarie l’ECG potrà diffondere, nei bambini e nei giovani studenti, una consapevolezza di cittadinanza che faccia comprendere il limite della logica bipolare che contrappone identità universale e individuale, “noi e voi”. La cittadinanza cosmopolita – planetaria – procede verso l’altro attuando proposte e iniziativa politica per la trasformazione della società attraverso la costruzione di una cittadinanza impegnata che coinvolge la scuola come sostegno per il cambiamento, spazio di comunicazione, di creazione, di conoscenza, e di supporto ad ogni studente. ECG può avvicinare visioni globali che facciano capire il significato di esclusione, disuguaglianza, ingiustizia. Punta sulla democrazia del dialogo globale, pone la scuola in una strategica posizione di privilegio verso la costruzione di una consapevole cittadinanza globale, democratica e sostenibile. Promuove nuove pratiche verso l’educazione alle emozioni, come componente fondamentale dello sviluppo cognitivo e dell’apprendimento, per la convivenza, il pensiero, il sentire, l’agire. Sosteneva Delors che “di fronte alle numerose sfide della nostra epoca, l’educazione rappresenta uno strumento indispensabile per far sì che l’umanità possa andare avanti verso ideali di pace, libertà e giustizia sociale. Una strada al servizio di uno sviluppo umano armonioso, che potrà essere d’aiuto per far retrocedere la povertà, le incomprensioni, l’ingiustizia, le disuguaglianze, l’oppressione e la guerra”. Aggiornare la prospettiva dell’educazione attraverso conoscenze globali è indefettibile, dovendo inoltre recuperare la dimensione umana della società, dell’essere cittadino del mondo, per dare attuazione/senso alla vita del pianeta, si renderà sempre più indefettibile, un più vasto coinvolgimento del pensiero critico dei giovani/studenti in una auspicabile capacità istituzionale e di governo delle sofferenze del pianeta, che non può che rigenerarsi da una conoscenza globale dei fenomeni sin qui affrontati. Conoscere e posizionarsi sui fenomeni è necessario e urgente. E’ bene che da subito ogni soggetto istituzionale faccia la sua parte nella ricerca di soluzioni ad ampio raggio. Riflettendo sul romanzo di Leonardo Sciascia “A ciascuno il suo”. Se la scuola è lo spazio di scambio, di riflessioni, di socializzazione di progettazione, di dialogo, per la costruzione di una cultura tra diverse conoscenze, esperienze, sfide verso “un dialogo per l’integrazione-globale”, saranno sempre più urgenti le conoscenze geopolitiche contemporanee, e le diversità che accrescono risorse ridistribuibili. Su scuola e università ciò che si sollecita nelle preziose esperienze Erasmus+ (European Region Action Scheme for the Mobility of University Students), sono nuovi posizionamenti orientati verso una global mobility, utile a oltrepassare le nuove “colonne d’Ercole” per rendere l’offerta culturale interattiva e cosmopolita.

Si può procedere verso nuove risorse/coesioni. Nuove alleanze tra studenti medi e universitari scuola e cittadinanza, in un percorso di iniziativa/ampliamento dei programmi Erasmus+ verso partenariati/progetti globali. Un’intesa tra vie di progresso, inclusione dei saperi, culture e generazioni. Inclusione sociale, equilibrio tra coerenza delle politiche internazionali, cultura, ethos globale e capacità di governo.

Corrado Oppedisano

Def, si punta agli incentivi per i neoassunti

Lavoro-assunzioniIl Governo sta studiando il taglio dei contributi previdenziali per i neoassunti a tempo indeterminato limitato ai giovani di età inferiore a 35 anni che entrano nel mercato del lavoro e quindi solo per il primo impiego stabile. Lo spiegano alcuni tecnici vicini al dossier Def per il 2018. Si tratterebbe di una dotazione per 3 anni di taglio contributivo che spetta al giovane assunto per la prima volta con un contratto a tempo indeterminato. Un giovane che abbia già avuto un lavoro stabile ma lo abbia perso, avrà diritto alla decontribuzione solo per il periodo che manca al raggiungimento dei 3 anni di impiego stabile.

Il taglio dei contributi per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro quindi dovrebbe valere su tutto il territorio nazionale. Non appare in discussione invece l’ipotesi di un taglio strutturale dei contributi per la vita lavorativa del neo assunto. Il taglio dei contributi previdenziali limitato ai giovani e al primo impiego dovrebbe costare meno di un miliardo. Se si guarda ai dati sulle assunzioni con l’esonero contributivo nel 2015 (quando per le nuove assunzioni era totale per quanto riguarda i contributi Inps) si vede che le assunzioni degli under 30 hanno riguardato meno di un terzo del totale con circa 362.034 contratti su 1,17 milioni instaurati con l’esonero (altri 353.000 contratti circa hanno riguardato persone tra i 30 e i 39 anni). Anche per le trasformazioni la proporzione è stata di oltre 112.000 trasformazioni per i contratti a tempo indeterminato degli under 30 su 402.364 complessive (oltre 130.000 per persone tra i 30 e i 40 anni).

Attualmente, le aziende possono beneficiare anche nel 2017 della decontribuzione fino a 8.060 euro per tutti i neoassunti con contratto a tempo indeterminato nel Meridione.

In merito, l’Inps ha diffuso la circolare applicativa dell’incentivo, valido per le Regioni “meno sviluppate” (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) o “in transizione” (Abruzzo, Molise e Sardegna). Lo sgravio può essere richiesto per le assunzioni effettuate tra il 1° gennaio 2017 ed il 31 dicembre 2017, nei limiti delle risorse specificamente stanziate che, per le Regioni meno sviluppate, ammontano a 500 milioni di euro e, per le Regioni in transizione, a 30 milioni di euro, come viene spiegato in una nota. “L’incentivo è fruibile in dodici quote mensili dalla data di assunzione/trasformazione del lavoratore e riguarda i contributi previdenziali a carico del datore di lavoro entro un massimo di 8.060 euro annuali per ogni lavoratore assunto”, aggiunge l’Inps.

I provvedimenti in corso di studio da parte del Governo dovrebbero rappresentare una estensione territoriale e temporale su quanto finora previsto per le Regioni dell’Italia meridionale.

Si tratterebbe, dunque, di un altro provvedimento ‘tampone’ di breve periodo del Governo che non risolve i problemi strutturali finalizzati ad una stabile ripresa economica ed occupazionale, ma che vorrebbe alleviare il disagio sociale dei giovani.

Salvatore Rondello

Modello Coverciano

Il ministro del lavoro Poletti, ci ha abituato, ormai, alle sue gaffe. Sui giornali ci finisce più per le sue uscite, non proprio “istituzionali”, che per mirabolanti risultati del suo agire da responsabile di dicastero.
Ma, negli ultimi anni, i giovani (o “diversamente” giovani), rispetto al lavoro e alla loro condizione, si sono sentiti dire di tutto: “Choosy, sfigati, bamboccioni”. Non proprio dei complimenti, resi ancora più urticanti, perché espressi da chi ha la responsabilità di governare il paese. E, quindi, di dare delle possibilità di vita e sviluppo personale, quanto di progresso sociale.
Però, senza fare troppo i “puritani”, bisogna ammettere che Poletti ha detto la verità. Per trovare un lavoro, contano molto più le relazioni personali, che l’invio di curricula. Peccato che, utilizzando la metafora della partita di calcetto, il Ministro rischia di prestare il fianco ad una critica “classista”; che per una persona di sinistra non dovrebbe essere cosa indifferente, e rinvenibile nella variabile della “squadra”. Che può fa quelle differenze che, proprio un ministro del lavoro (e di sinistra), dovrebbe tentare di eliminare.
E che sia sempre esistita una differenza “di campo” tra le persone, non sminuisce un problema che rimane importante; uno dei capisaldi della nostra società: l’avere uguali opportunità al di là delle condizioni economiche e sociali.
Ma non facciamola troppo lunga su questo. Si potrebbe sfociare in un blando “moralismo”, poco avvezzo ad un più utile pragmatismo.
Però, pur volendo ridursi al miglior uso di un pensiero utilitarista, un problema si pone, quando a parlare con una certa “libertà” sono persone di altre “epoche”, ed altre “Italie”.
Nessuno vuole togliere ai vari Poletti, Padoa Schioppa, Fornero, Berlusconi & C. i loro meriti professionali. Siamo certi che sono arrivati ai massimi livelli nel loro lavoro, perché sono stati bravi. Anzi, cosa dico, eccellenti.
Ma loro, almeno sotto un profilo “quantitativo”, sono figli di un paese diverso.
E’ molto difficile dare giudizi comparativi sulle epoche passate. Il professor Powicke ebbe ad affermare che: “Il desiderio di un’interpretazione della storia ha radici così profonde che, se non possediamo una visione costruttiva del passato, finiamo nel cadere nel misticismo o nel cinismo”. E di “misticismo” e “cinismo” in salsa populista, ne abbiamo fin troppo in questo paese.
Possiamo dirlo senza possibilità di grossa smentita: per quanto riguarda la “corposità” dei diritti sociali, e delle possibilità lavorative, la generazione dei Poletti è stata molto più avvantaggiata. Almeno con riferimento al nostro paese.
Una tale massa di giovani senza lavoro, dal Dopo Guerra, non si era mai vista. Come non si era mai percepita la possibilità di rimanere precari a vita. O, ancora, non si presumeva affatto che le future pensioni sarebbero state tali da far immaginare impossibile la ben che minima soglia vitale.
E questo non può certo essere imputato ai “bamboccioni”. Ma, sia ad una cattiva gestione delle risorse, come ad una, praticamente, flebile capacità di vedere (e “prevedere”) il futuro da parte dei governanti.
Se l’Italia, dal “Miracolo Economico”, è passata ad un lento, e sembra inesorabile, declino, non è responsabilità principale di chi, oggi, emigra. E la politica, che avrebbe dovuto fare da naturale guida, al fine di garantire chi c’era e chi ci sarà, non è stata in grado di costruire un giusto equilibrio generazionale.
Oggi, quando si lavora, si guadagna poco, e neanche sempre, vista la continua precarietà. Con ciò, e con l’aggiunta dei continui tagli a quel welfare state, istituzione di cui la “generazione Poletti” ha beneficiato non poco, la vita di ogni giovane è messa a dura prova. Lasciando alla famiglia di origine (quando c’è, e può) il compito di fare da ammortizzatore sociale.
Il sociologo Parkin affermava che: “Le disuguaglianze connesse con il sistema di classe si fondano su due processi sociali interrelati, ma concettualmente distinti. Il primo è l’assegnazione dei compensi in relazione a differenti posizioni nel sistema sociale; il secondo è il sistema di reclutamento a queste stesse posizioni”.
Tra i sistemi di “reclutamento”, Parkin non aveva certo in mente il “modello calcio” di Poletti. Però, aveva ben chiaro il ruolo giocato dalla “famiglia” (squadra!) nel “sistemare gli individui ai diversi livelli della gerarchia di classe”, secondo un “auto reclutamento sociale […] cristallizzando così nel tempo la struttura di classe”.
Ma la “classe” non è mai stata pensata in termini generazionali. Forse, è questo che dà a qualche politico la “liceità” di un certo linguaggio; perché sa che non ha di fronte un corpo sociale compatto, capace di farsi sentire all’unisono. Almeno per ora.
Restando in un’ottica da “stadio”, chi ha giocato a pallone sa benissimo che, volendo fare una distinzione solo duale, i sistemi di gioco si dividono in “gioco a zona”, e “gioco a uomo”. Nella variante tutta italiana, il gioco a uomo viene (veniva) applicato come “catenaccio”.
Aspettiamo da Poletti indicazioni in merito al sistema per meglio giocare, vincere e lavorare. È il suo lavoro, infondo. E non gli diamo, e non gli daremo, tutte le croci addosso per ogni insuccesso in campionato. E’ giusto saper valutare le responsabilità…

Raffaele Tedesco

Inps: lavoro in calo.
Numeri preoccupanti

Disoccupazione-giovaniL’Inps ha comunicato i dati sulla disoccupazione dello scorso mese di gennaio. I dati sono preoccupanti. Le richieste di indennità di disoccupazione presentate all’Inps nel mese di gennaio 2017 sono state complessivamente 162.714. Nel mese di dicembre 2016 le richieste presentate sono state 137.165. La differenza in aumento è stata di 25.609 domande pari ad un incremento percentuale del 18,5% rispetto al mese precedente. Nel gennaio 2016 le domande di disoccupazione sono state 150.001. Rispetto allo stesso mese dell’anno precedente l’aumento in valore assoluto è stato pari a 12.713 determinando un incremento percentuale pari all’8,5%.

L’Osservatorio dell’Inps sulla cassa integrazione fa notare che si tratta del primo mese senza incentivi dopo due anni di sgravi contributivi sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Per un nesso tra le due dinamiche saranno più significativi i dati sui licenziamenti di dicembre.
Sempre dai dati Inps emerge che il numero di ore di cassa integrazione autorizzate nel mese di febbraio 2017 è diminuito complessivamente del 41,9% rispetto allo stesso mese di un anno fa scendendo da 60,1 milioni di ore a 35,4 milioni di ore.

La riduzione è riconducibile al forte calo della cassa straordinaria (cigs), diminuita del 49,9% con una discesa da 43,1 milioni di ore a 21,6 milioni. Mentre, per gli interventi in deroga (cigd), con un decremento del 48,4% rispetto a febbraio 2016, le ore autorizzate sono scese da 7,1 milioni a 3,7 milioni. Sale, invece, la cassa integrazione ordinaria (cigo) con 10,2 milioni di ore autorizzate, il 3,2% in più rispetto a 9,8 milioni di ore di febbraio dell’anno scorso.

In particolare la variazione è stata di -5,7% nel settore industria e di +47,5% nel settore dell’edilizia. Le ore di cassa integrazione guadagni, rispetto a gennaio 2017, sono in aumento in tutte le tipologie di intervento. A febbraio 2017, le ore autorizzate di cassa ordinaria, sono aumentate del 29% rispetto al mese precedente. Per la cassa straordinaria l’incremento è stato del 13,2%, mentre per gli interventi in deroga si registra un incremento dello 0,7%.

I dati pubblicati dall’Inps sulle indennità di disoccupazione e sulla Cig, sono segnali che lasciano trasparire un quadro economico ancora in crisi con ripercussioni negative sulle risorse reddituali delle famiglie. La fase del disagio sociale in essere, tendenzialmente continuerebbe ad espandersi.

Salvatore Rondello

Istat, meno disoccupati, ma manca investimento futuro

L’Istat certifica che il 2016 “si caratterizza per un nuovo e più sostenuto aumento dell’occupazione – sia nei valori assoluti sia nel corrispondente tasso – che coinvolge anche i giovani di 15-34 anni”. Inoltre “un elemento rilevante nel 2016 è costituto dalla diminuzione degli inattivi di circa 410 mila unità”. Lo sottolinea l’Istat nell’analisi periodica del mercato del lavoro in cui segnala tuttavia come il trend di crescita dell’occupazione ha “mostrato un significativo indebolimento nella seconda metà dell’anno, caratterizzato da una sostanziale stabilità complessiva, seppure in un quadro di andamenti differenziati delle diverse tipologie”. Secondo l’Istituto di Statistica il tasso di disoccupazione è calato dall’11,9% all’11,7% e il tasso di occupazione sale invece di 0,9 punti al 57,2%: la media degli occupati è stata di 22.758.000, al livello più alto dal 2009. L’aumento coinvolge, oltre agli over 50. I disoccupati diminuiscono di 21mila unità (-0,7%).


disoccupazioneOccupazione, la sofferenza che sfugge ai dati Istat

Evviva, l’occupazione nel 2016 ha superato in cifre assoluta quella del 2009. Detto con una certa brutalità: l’anno passato ci sono stati 59 mila lavoratori in attività in più rispetto al primo anno dopo l’esplosione della crisi. In realtà non è che ci sia tanto da brindare. Ma forse i festeggiamenti che da questi dati Istat deriveranno sono la conseguenza dell’assuefazione alla droga dello “zero virgola”. Tutto può finire per apparire spettacolare. Persino che in sei anni il tasso di disoccupazione sia calato dal 12,1 all’attuale 11,9. La terra promessa dell’uscita dalla crisi può sembrare vicinissima perché la media degli occupati è stata pari 22.758.000 contro i 22.699.000 del 2009. In tanti faticano a tirare avanti però nell’anno appena trascorso abbiamo avuto 293.000 occupati in più rispetto all’anno precedente e mentre i disoccupati sono calati di 21 mila unità (eccolo lo zero virgola: -0,7). E il tasso di occupazione che resta tra i più bassi dei paesi avanzati è salito dello 0,9 per cento attestandosi al 57,2.

Ovviamente queste cifre non descrivono la condizione del Paese e meno ancora quella degli italiani. Possono essere utilizzate in convegni e tavole rotonde, ma non alleviano la sofferenza di una comunità che annaspa tra promesse di rutilanti cambiamenti e intenti riformistici che rivolteranno nel prossimo decennio l’Italia come un pedalino (la gente comune si accontenterebbe anche di un sollievo per i prossimi due anni). Il lavoro è la scommessa mancata. Da tutti. Dal governo di Matteo Renzi che ha scelto di risolvere i problemi con una legge e qualche prebenda e dal governo di Berlusconi sotto il quale la crisi esplose mentre lui si preoccupava di farci sapere che le cose andavano bene perché i ristoranti erano pieni (ha ben poco da impancarsi Salvini che di quell’esecutivo faceva parte come Lega Nord o Giorgia Meloni che all’epoca esibiva come ospite d’onore l’ex cavaliere nelle feste di Atreju).

Inutile esercizio quello di prendersi in giro o di consolarsi con qualche migliaia di occupati in più o aggrapparsi alla tesi che il tasso di disoccupazione non cala, anzi aumenta perché gli inattivi si sono “svegliati” ed essendo colti da improvviso ottimismo hanno deciso di cercare un lavoro. La realtà è che in questo paese è da decenni che non si organizzano politiche per l’occupazione basate sugli investimenti, cioè sull’unica medicina in grado di garantire una guarigione stabile. Hanno puntato tutti sull’onnipotenza del mercato e hanno perduto. E il conto di questa sconfitta lo pagano gli italiani, senza lavoro o alla ricerca di lavoro o paralizzati dalla paura di perdere il lavoro.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

I voucher arrivano in Commissione e si fanno in due

buonolavoroI voucher arrivano in Parlamento. L’iter ha inizio con il loro approdo in commissione Lavoro. “Abbiamo adottato nel comitato ristretto il testo unificato” sulla loro modifica. “Martedì lo porteremo in commissione Lavoro della Camera per farlo adottare e cominciare l’e
same”. Così il presidente della commissione Cesare Damiano (Pd). Un tema caldo, su cui pende un referendum che il governo vuole evitare. Da qui la necessità di porre mano a una riforma che con l’introduzione dei voucher ha prodotto diverse storture. E la strada è quella di porne un tetto.

Nel testo unificato adottato dal comitato ristretto si legge infatti che sia le famiglie che le imprese senza dipendenti dovranno attenersi a un tetto di spesa in voucher di 3.000 euro annui. In sostanza “ciascun committente può avvalersi delle prestazioni occasionali (i voucher appunto) per un valore non superiore a 3.000 euro annui”. Il limite delle categorie di lavoratori che possono svolgere prestazioni di lavoro accessorio e quindi essere pagati in voucher, varrà solo per le imprese con zero dipendenti e non anche per le famiglie. Le prime infatti, si legge nel testo adottato, potranno pagare in voucher solo “disoccupati, pensionati, studenti under 25, disabili e soggetti in comunità di recupero e lavoratori stranieri provenienti da paesi extra Ue con permesso di soggiorno e disoccupati da oltre 6 mesi”.
Poi si legge ancora che le attività lavorative pagate in voucher, sia dalle imprese che dalle famiglie, “non potranno dar luogo a compensi superiori a 5000 euro nel corso di un anno civile. Fermo restando il limite complessivo di 5000 euro, le attività lavorative possono essere svolte a favore di ciascun singolo committente per compensi non superiori a 2000 euro annui”.

La situazione quindi potrebbe tornare a essere quella vigente prima del Jobs Act, che aveva portato il limite massimo del compenso che un lavoratore può guadagnare nell’anno in voucher da 5000 a 7000 euro. Resta invece invariato, sui 2000 euro annui, il compenso massimo che un lavoratore può ricevere in voucher da un singolo committente.

La relatrice in commissione Lavoro della Camera Patrizia Maestri (Pd) ha parlato di un testo aperto. “Oggi depositiamo una bozza di testo unico, ci sarà qualche aggiustamento, è un testo aperto e non definito”. E sui tempi ha aggiunto: “La discussione inizierà martedì, poi fisseremo il termine per gli emendamenti”, ha continuato Maestri, aggiungendo che il tema su cui potrebbero esserci delle novità rispetto ai contenuti già trapelati è quello delle categorie di lavoratori che potranno essere pagati in voucher.

Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, intervenendo su RepubblicaTv ha affermato che “le persone della mia generazione sanno che questo tipo di lavoro in passato erano fatti in nero. Quindi spero che si possa trovare a un accordo contro l’abuso dei voucher. Altrimenti si facciano i referendum, che sono una cosa bella quando trattano problemi che interessano alla gente”.

“Aumentare per le imprese il costo dei voucher – aggiunto il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo – è un fatto positivo” e limitarne l’uso a quelle senza dipendenti “potrebbe andare bene se c’è un limite sull’utilizzo annuo”. Secondo Barbagallo però, questo aspetto va “verificato, altrimenti c’è il rischio che ‘fatta la legge, trovato l’inganno’. Ci troveremmo con una moltitudine di imprese senza dipendenti”.

Ginevra Matiz

Voucher, Boeri: i maggiori utilizzatori sono i sindacati

camusso-boeri-755x515Dalle ultime notizie anche il sindacato è passato dall’altra parte della “barricata” e invece di garantire i diritti dei lavoratori, finisce per essere tra quelli che utilizzano i famigerati voucher per pagare le prestazioni lavorative. Tra i primi 5.000 committenti per l’utilizzo dei voucher ci sono 36 organizzazioni sindacali. Lo rileva il presidente dell’Inps, Tito Boeri, sottolineando che secondo i dati 2016 i sindacati hanno usato quasi 280.000 buoni per 1.559 lavoratori. “La tabella documenta inoltre – ha detto in audizione alla Camera – che tra i maggiori utilizzatori dei voucher (in rapporto al numero di committenti) vi siano le organizzazioni sindacali e le cooperative”.
Inoltre Tito Boeri ha evidenziato il fallimento di tale misura. L’obiettivo indicato nell’introduzione dei voucher di contrastare il lavoro nero “non è stato conseguito se non in modo marginale”. Lo ha affermato il presidente dell’Inps Tito Boeri, secondo cui anche se i buoni lavoro avessero contribuito all’emersione “si tratterebbe di una goccia nel mare”. Parlando in audizione alla Commissione Lavoro della Camera, Boeri ha fatto notare che nel Mezzogiorno, dove c’è il 50% di lavoro irregolare, sono stati venduti solo un terzo dei voucher e in agricoltura, dove il lavoro irregolare raggiunge il 10%, i voucher si limitano al 2%.
Inoltre, secondo il presidente dell’Inps, per scoraggiare l’abuso nell’utilizzo dei voucher è necessario rivisitare i controlli e limitare le giornate piuttosto che il numero dei voucher utilizzati e il reddito che da questo deriva. Boeri ricorda che con la tracciabilità introdotta dal Governo c’è stata “deterrenza” e si è limitato il numero dei buoni venduti. Il datore di lavoro che abusa dei voucher – ha detto Boeri – deve sapere che rischia “sanzioni e interventi”. Inoltre per il presidente dell’Inps “i controlli sono fondamentali e servono se sono credibili”, ed è il datore di lavoro che deve sapere che l’informazione data con la comunicazione preventiva “va a qualcuno che è in grado di utilizzarla”. “Pensiamo che sia razionale unificare le comunicazioni fatte al ministero del lavoro e all’Inps, per rendere i controlli più efficaci, per sburocratizzare ma anche per ridurre gli oneri per l’impresa. Questo permetterebbe a noi di fare controlli efficaci”.
“Le imprese devono sapere – ha concluso – che non possono fare il bello e cattivo tempo ma devono rispettare la legge”. In sostanza sulle proposte di revisione della normativa sui voucher Boeri ritiene che la limitazione più utile per scoraggiare l’abuso nel lavoro accessorio sia quella sulle giornate (una possibilità potrebbe essere quella dei 10 giorni al mese e 40 in un anno magari da utilizzare insieme). Sembra invece di difficile realizzazione, secondo Boeri, sia restringere le categorie dei lavoratori che possono usare i voucher (per esempio limitandole alle casalinghe e agli studenti) sia il tetto per le aziende.

NODI DA SCIOGLIERE

Consultazioni-Camera“Secondo me bisogna sciogliere il nodo della data del referendum e allo stesso tempo capire l’evoluzione della legge elettorale, in questo ordine”. Lo ha affermato il segretario del Psi e Riccardo Nencini, a margine della conferenza di organizzazione della Feneal-Uil. Il referendum in questione è quello promosso dalla Cgil sul lavoro (voucher e appalti). Nencini ha anche escluso che il codice degli appalti possa essere “l’attaccapanni giuridico” attraverso il quale veicolare modifiche sugli appalti, nella direzione richiesta dal sindacato. “Si tratta di fattispecie diverse” ha aggiunto. E sulla legge elettorale Nencini ha aggiunto che “i Socialisti non cambiano spalla al fucile. La strada maestra è un crono-programma così fatto: la maggioranza che sostiene il governo, che è la stessa che sosteneva il governo Renzi, si mette attorno a un tavolo. Anche perché è la stessa coalizione che presumibilmente si presenta alle prossime elezioni con una voce sola agli italiani. Stabilisce come primo passaggio che legge elettorale fare. Secondo, la proposta viene presentata all’intero arco delle forze parlamentari perché le leggi elettorali sono leggi regola, e quindi non devono avere una maggioranza e una minoranza precostituita. Terzo a quel tavolo che sostiene la coalizione si fissa anche un progetto per l’Italia”.

Legge elettorale e durata del governo sono ormai al centro del dibattito politico e stanno diventando una spada di Damocle per l’esecutivo costantemente sotto la minaccia degli umori di chi vorrebbe accelerare la strada verso le urne. A farne le spese il Pd, diviso su posizioni difficilmente conciliabili su diversi fronti. Dalla data del voto, alla legge elettorale al Congresso, solo per citare i temi di maggiore attrito. Insomma nel Pd si cerca la quadratura in vista della direzione del 13 febbraio. A rompere gli indugi e a sposare la testi del “lunga vita al governo Gentiloni” è l’ex segretario del Pd Bersani che nel dibattito interno al suo partito su Congresso e elezioni chiede chiarezza da parte di tutti. “E’ ora che tutti, dico tutti, dicano parole chiare: io sono per il voto nel 2018, perché il governo governi e da qui a giugno si faccia la legge elettorale e a giugno il congresso. Altrimenti – ha aggiunto – se non rimettiamo i piedi a terra, i cittadini non capiscono e andiamo nei guai non solo politici ma anche economici e sociali”. Quanto alla legge elettorale, per Bersani vanno tolti i capilista bloccati. “Io voglio sapere che ne pensa Renzi e che ne pensa Franceschini. Dalla data del voto tutto discende”, insiste Bersani che alla domande su un asse Franceschini-Orlando si indigna. E mentre i centristi, come afferma in una nota il segretario Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc, “passata l’euforia immotivata per il voto anticipato è essenziale ora mettersi al lavoro per individuare correzioni equilibrate alla legge Elettorale” cercando una “convergenza in Parlamento su un sistema proporzionale”, Forza Italia ancora non si pronuncia e attente la sentenza della Corte per scoprire le proprie carte.

Ginevra Matiz

Pio Marconi
Cogestione, lavoro, 4.0

C’è ancora la possibilità nell’Europa della condizione postmoderna, in un continente che era stato capace di modellare un sistema esemplare di protezione sociale, nell’epoca del tramonto delle ideologie, di ipotizzare un progetto politico connotato come socialista? In Occidente si è assistito al rapido declino di una forma di produzione (fondata sulla grande impresa, sull’espansione della produzione di beni materiali, sull’organizzazione del lavoro, sulla rigida separazione di esecuzione e direzione) che garantiva vasta occupazione, utili crescenti, forme di redistribuzione governabili secondo una logica di piano. Si è andato velocemente contraendo un modo di produzione che favoriva la previsione dei bisogni sociali e l’elaborazione di progetti di emancipazione sociale.

L’economia della conoscenza, la nuova rivoluzione industriale, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella produzione e nell’organizzazione, hanno provocato un netto mutamento della stratificazione sociale. Fenomeni come la stabilità del lavoro, l’omogeneità delle condizioni dei lavoratori, la prevedibilità degli effetti delle politiche sociali, sulla presenza dei quali si erano costruiti i sistemi europei di Welfare e le esperienze di socialismo democratico, sono venuti progressivamente a mancare. Il lavoro (sopratutto quello delle nuove generazioni) si caratterizza in modo crescente come autonomo e nomade: impegnato nella continua ricerca di spazi cognitivi, creativi, geografici. Il cambiamento del lavoro mette in crisi oggi tradizionali politiche di redistribuzione e di identificazione dei bisogni meritevoli di più urgente soddisfazione.

Una radicale mutazione ha investito anche partiti e ideologie che nella società industriale cercavano non solo di interpretare i bisogni ma anche di esaltare le potenzialità del lavoro. Il socialismo si era presentato, in una fase specifica della modernità, come idea di redistribuzione ma anche come sistema in grado di attribuire a lavoratori dotati di competenze un ruolo nella gestione della crescita sociale. Il socialismo era riuscito a radicarsi perché aveva offerto un’interpretazione titanica della modernità e aveva indicato strade lungo le quali le trasformazioni nella produzione iniziate con l’introduzione delle macchine avrebbero potuto moltiplicarsi con l’attribuzione di un nuovo ruolo al lavoro, con il coinvolgimento della professionalità e del lavoro dipendente nella gestione della produzione. Il socialismo si era legittimato non solo come movimento capace di esprimere i bisogni del lavoro ma anche come progetto di completamento della rivoluzione scientifica.

Oggi le forze politiche di sinistra trovano difficoltà a rivolgersi ad un mondo del lavoro profondamente cambiato, parcellizzato, diviso ed ipotizzano di trovare la propria identità nella predicazione di forme di carità, nella proclamazione di sconfinati obblighi di assistenza, nella retorica della redistribuzione illimitata delle risorse. Ai bisogni di un mondo del lavoro che soffre per una crisi non congiunturale ma strutturale, si contrappone la priorità di più urgenti e spesso non definiti bisogni. Alla domanda di giustizia sociale espressa dal lavoro (autonomo o dipendente, tradizionale o innovativo, della terza o della quarta rivoluzione industriale) si risponde troppo spesso elencando con puntiglio ambienti sociali meritevoli di maggiore tutela. Senza identificare con nettezza l’entità degli impegni e i gruppi sociali sui quali dovrebbero gravare gli oneri legati ad una sconfinata redistribuzione.

La crisi delle organizzazioni che si richiamavano al socialismo deriva principalmente dalla incapacità di riottenere la fiducia di un mondo del lavoro mutato: disomogeneo, complesso, conflittuale al proprio interno. La redistribuzione delle risorse necessarie a favorire gli “ultimi” si traduce spesso in sottrazione di risorse a gruppi sociali che si trovano in situazione di grave disagio. O’Connor quando descriveva la “crisi fiscale dello Stato” non sosteneva le politiche antifiscali di Ronald Reagan ma segnalava come una crescita puramente quantitativa della redistribuzione sociale portava a ledere ulteriormente gli interessi di gruppi già svantaggiati1.

La retorica della carità non riesce inoltre a tradursi in forme di effettivo, continuativo sollievo di forme gravi di disagio sociale. Alle origine della nuova identità assistenziale della sinistra sta una grave insufficienza di analisi. La produzione postmoderna è vista come veicolo capace soltanto di favorire l’egoismo e di impedire una progettazione collettiva. Non si coglie il fatto che, per molti aspetti, il nuovo modo di produrre chiede solidarietà, partecipazione, condivisione. Nella deriva assistenziale si ignorano alcuni caratteri tipici della postmodernità. Caratteri che possono moltiplicare la creazione della ricchezza e favorire una redistribuzione guidata da principi di giustizia, caratteri che possono portare a forme nuove di coesione sociale, ad una rinascita di idee di socialismo. I padri dell’economia classica consideravano l’egoismo individuale come un potente veicolo di progresso e di sviluppo sociale. Le grandi innovazioni tecnico scientifiche sono oggi sempre meno il frutto di una competizione egoistica. Il modello dell’open source diventa dominante nella ricerca scientifica orientata alla produzione ed al progresso. In quelle scienze che sono dotate oggi di una vocazione crescente alla formazione della ricchezza, la scoperta e l’innovazione derivano dal lavoro e dal ruolo di una moltitudine di intelletti che si applicano, con l’ausilio della rete, ad un comune, spesso disinteressato, obiettivo di conoscenza. «Siamo nel mezzo di un grande cambiamento che trasformerà il modo in cui si costruisce il sapere (…) tra cent’anni, tracceremo una linea di demarcazione tra due ere scientifiche: la scienza pre rete e la scienza collaborativa in rete»2 osserva Michael Nielsen. Da una concezione egoistica della ricerca siamo passati ad una ricerca collettiva e cooperativa. La scoperta cessa di essere il frutto di un lavoro individuale e diventa il risultato di una applicazione diffusa di intelligenze. La rivoluzione intervenuta nella ricerca scientifica riguarda anche il lavoro e sopratutto le forme di lavoro tipiche dell’economia della conoscenza. Nella società dell’immateriale, la solidarietà e la cooperazione dei lavoratori torna ad avere un importante ruolo propulsivo non solo per un’equa distribuzione della ricchezza ma anche per la produzione e lo sviluppo dell’economia.

La crisi dei partiti socialisti non può essere imputata semplicemente ad una mutazione dell’economia e della stratificazione sociale. Una causa potente della crisi è il difetto di strategia, di analisi, di immaginazione sociale. Il mondo del lavoro è oggi fortemente diviso: dalla parcellizzazione delle mansioni, dal diffondersi di modi di produzione che non richiedono la compresenza dei lavoratori (in un unico ambiente, in un’unica area geografica, in un unico Stato) dalla divergenza tra gli interessi del residuale lavoro fordiano e quelli del lavoro alimentato della competenza e da nuovi saperi. Ma le esigenze di efficienza, che separano i lavoratori, che parcellizzano le funzioni impongono anche una fortissima interconnessione di attività e di competenze3. La nuova produzione della società dell’immateriale descritta da André Gorz4, l’economia della conoscenza non cancella inoltre mansioni, ruoli, funzioni, professionalità tradizionali. La produzione cognitiva ha sempre maggiore bisogno di una attività materiale di supporto, di logistica, di servizi capaci di ottimizzare la produzione e la distribuzione. E’ quindi possibile una nuova forma di solidarietà tra i nuovi lavori parcellizzati separati, autonomi, indipendenti. Ed una solidarietà tra lavori tradizionali e nuovi lavori. Una rete di relazione e di bisogni che ci riporta ai meccanismi che condussero nella maturità industriale alla nascita delle organizzazioni del lavoro.

Nella condizione postmoderna sono entrate in crisi descrizioni trionfalistiche dei destini sociali, l’ideologia della crescita costante, l’idea di una crescita costante dei beni materiali redistribuibili. Si tratta di idee che hanno alimentato per decenni le rappresentanze del lavoro, e che hanno favorito la formazione delle organizzazioni socialiste. Si tratta di idee che si sono usurate con il cambiamento del modo di produzione. Alla crisi di una ideologia si è risposto troppo spesso rifiutando l’utopia, rinunciando a formulare progetti di giustizia sociale, rimuovendo l’esistenza di modelli di sviluppo materiale connesso con lo sviluppo umano. La decadenza di ideologie ha prodotto il deperimento dell’immaginazione utopica. Anche quando ciò che in un passato si poteva considerare come bersaglio lontano si presenta come obiettivo praticabile, a volte come mutamento in corso: meritevole non di essere frenato od ostacolato ma di essere accompagnato e favorito.

Numerose idee della tradizione socialista sono state travolte dalle modificazioni del tessuto delle società sviluppate: la promessa di una crescita costante, la speranza in un progresso ininterrotto. Un’idea soltanto non è stata travolta dello scorrere del tempo e dalla modificazione dei rapporti sociali. Si tratta di un’idea relativa non alla distribuzione di risorse materiali ma alla crescita della responsabilità e della capacità individuale: l’idea di cogestione, di partecipazione del lavoro all’impresa. La cogestione rappresenta un modello di crescita economica legato alla condivisione delle responsabilità, delle esperienze, dei saperi, delle capacità. E’ un’idea legata alle origini del socialismo, che si è costantemente riaffacciata in momenti cruciali della lunga storia della società industriale. La cogestione oggi non rappresenta un ricordo del passato ma un’ipotesi di lavoro capace di coniugare crescita economica e sviluppo umano5, di legare produzione ed equa distribuzione di risorse, di garantire giustizia e non di favorire soltanto l’elargizione discrezionale di assistenza.

L’identità si difende e si rivendica con battaglie specifiche, non soltanto attraverso scelte di schieramento e di alleanza. Oggi l’identità socialista può essere caratterizzata da un rilancio del tema della partecipazione del lavoro alla gestione dell’impresa. La riforma istituzionale prevedeva l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia del Lavoro. Cancellazione sacrosanta di una eredità del corporativismo. Ma la soppressione avrebbe dovuto essere accompagnata dalla traduzione in legge di un principio costituzionale che da 70 anni è inattuato, quello contenuto nell’articolo 46 della Costituzione che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende6. Non si tratta di un principio indissolubilmente legato alla produzione fordiana. Si tratta di un principio che esalta il lavoro tipico della economia della conoscenza. Si tratta di un principio che può favorire la crescita rafforzando la cooperazione in un sistema fondato sulla frammentazione e la distanza dei lavori. Anche il Jobs act era necessario. Ma perché non accompagnarlo con una nuova strategia di tutela dei lavori7 e con la approvazione di quei disegni di legge, che giacciono in parlamento (spesso formulati con l’apporto di tutte le parti politiche) che dispongono la partecipazione dei lavoratori in azienda?


1 J. O’Connor, La crisi fiscale dello stato, tr. it., Torino, 1977

2 M. Nielsen, Le nuove vie della scoperta scientifica. Come l’intelligenza collettiva sta cambiando la scienza, tr. it. Torino, 2012

3 A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Roma, 2007; C. Vercellone (a cura), Capitalismo Cognitivo, Manifestolibri, Roma, 2006; E. Rullani, Economia della conoscenza, Roma, 2004

4A. Gorz. L’immateriale. Conoscenza, valore e capitale, tr. it., Torino, 2003

5 A. Sen, L’idea di giustizia, tr. it., Milano, 2010

6 M. Del Bue, La cogestione obiettivo socialista, Avanti!, 28.12.2014

7 P. Ichino, Partecipazione dei lavoratori nell’impresa: le ragioni di un ritardo. Rivista italiana di diritto del lavoro, 1, 2014

 

Pio Marconi

Occupazione stabile. Aumentano i giovani senza lavoro

disoccupazione giovanile al 40%

L’ISTAT comunica i dati sulla disoccupazione relativi al mese di dicembre 2016. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12%, invariato rispetto al mese precedente, ma in rialzo dello 0,4% sul mese di dicembre 2015. Dopo giugno 2015 in cui il tasso di disoccupazione era salito al 12,2%, quello attuale è il tasso più alto.

I disoccupati complessivi ammontano a 3.103.000 con un incremento di 9.000 unità sul mese di novembre 2016 e di 144.000 unità rispetto al mese di dicembre 2015. Ancora in calo gli inattivi tra i 15 ed i 64 anni con meno 15.000 unità su novembre scorso e meno 478.000 unità su dicembre 2015. Il tasso di inattività del 34,8% di dicembre è tra i minimi storici.

Gli occupati sono rimasti sostanzialmente stabili sul mese di novembre (+1.000), mentre sono cresciuti di 242.000 unità sul mese di dicembre 2015 (+1,1%). Sulla base dei dati destagionalizzati, gli occupati complessivamente registrati a dicembre sono stati 22.783.000. Il tasso di occupazione resta invariato al 57,3% rispetto al mese di novembre, mentre è in aumento dello 0,7% su dicembre 2015. I lavoratori dipendenti sono in aumento di 52.000 unità su novembre (soprattutto per i lavoratori a tempo determinato) mentre i lavoratori indipendenti sono diminuiti di 52.000 unità.

Disoccupazione-giovaniIl tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 ed i 24 anni è in risalita toccando il 40,1% tra gli occupati ed i disoccupati di quella fascia di età. Il valore è aumentato di 0,2 punti percentuali sul mese precedente raggiungendo il livello più alto da giugno 2015.

I dati dimostrano che la situazione occupazionale potrebbe peggiorare e che la crisi non è ancora superata. Purtroppo, come ha recentemente sostenuto anche il FMI, per la situazione italiana non ci sono margini per un abbassamento della pressione fiscale tenuto conto dell’alto rapporto deficit/Pil. Forse potrebbero esserci almeno due vie per tentare di migliorare la situazione economica: rendere più efficiente la pubblica amministrazione per i servizi ai cittadini ed alle imprese ed incoraggiare la ricerca scientifica.

Salvatore Rondello