La “dignità del lavoro” non garantita dalla flessibilità occupazionale

maurizio-ferreraMaurizio Ferrera, su la Lettura del Corriere di domenica 12 agosto, nell’articolo “La dignità del lavoro non significa posto fisso”, sostiene una tesi non del tutto condivisibile. Prendendo a pretesto il provvedimento approvato dalle Camere, per iniziativa del ministro dello sviluppo economico e ministro del lavoro e delle politiche sociali Luigi Di Maio, per la riforma delle norme esistenti sui contratti a tempo determinato, critica il fatto che il provvedimento sia stato “etichettato” con l’espressione “Decreto dignità”, avanzando seri dubbi che possa sussistere un “collegamento tra etichetta e contenuto”; secondo Ferrera la fissazione di un termine al contratto di lavoro non costituirebbe “una violazione della dignità di un lavoratore”.

L’uso del concetto di dignità da parte di Di Maio, per connotare il decreto sulla riforma delle norme vigenti sui contratti di lavoro a tempo determinato, apparirebbe “improprio e fuorviante”. Ferrera sostiene che, in “dottrina”, il concetto di dignità poggerebbe su tre elementi; il primo sarebbe l’uguaglianza di base di tutti gli esseri umani, dal quale discenderebbe il secondo elemento, implicante il reciproco rispetto; da questi due primi elementi deriverebbe il terzo, esprimente un “insieme specifico di diritti e (doveri), di carattere essenzialmente ‘negativo’: non discriminazione, non umiliazione, non oppressione, non interferenza e così via”. L’insieme di questi diritti (doveri) connetterebbe la dignità alla libertà, per cui la dignità apparterrebbe a tutti gli individui in quanto “liberi e uguali”, come sancisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Come tratto costitutivo della natura umana, perciò, “la dignità – afferma Ferrera – non può essere violata in nessun ambito di interazione, compreso quello lavorativo”; da ciò consegue che, quando nel discorso pubblico si usa l’espressione “mercato del lavoro”, ci si deve ricordare che essa esprime solo una metafora, dovendosi escludere che i lavoratori possano essere considerati come “merci”.

Tenuto conto che i contratti di lavoro a tempo determinato, quando siano informati al rispetto dei diritti posti a presidio della dignità del lavoratore (non discriminazione, non oppressione, non umiliazione, ecc.), sono, per Ferrera, solo una “transazione volontaria e consensuale, consegue che una loro abolizione non “eliminerebbe una violazione di dignità, ma una possibile fonte di reddito per chi cerca un lavoro”. Il lavoro a tempo determinato – continua Ferrera – può diventare un problema solo “quando crea eccessiva vulnerabilità e insicurezza”; in questo caso non si tratterebbe di dignità, ma solo di “una questione di equità ed esclusione sociale”, alle cui conseguenze negative è possibile rimediare con misure compensative.

Tuttavia, Ferrera riconosce che i contratti a termine possono generare iniquità tra i lavoratori; l’assenza di adeguata formazione, o la corresponsione di rimunerazioni differenziate a parità di prestazioni lavorative, possono, ad esempio, comportare l’esclusione del lavoratore da alcune prestazioni sociali, oppure dall’eventuale fruizione di opportunità esterne all’attività nella quale il lavoratore è occupato. Queste esclusioni, ammette Ferrera, possono limitare l’autonomia economica e sociale delle persone; ma è dubbio che questi eventuali aspetti negativi possano essere imputati “ai rapporti contrattuali a termine e non piuttosto al sistema di welfare”, il cui scopo dovrebbe essere proprio quello di prevenire o di “ridurre vulnerabilità e insicurezza”, di “parificare le opportunità” e di “aumentare le capacità delle persone in forme e con risorse il più possibili indipendenti dalla loro posizione lavorativa”.

Impostare la sfida alla precarietà come una questione di equità e di esclusione, a parere di Ferrera, “aiuta a individuare con maggior chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; risposte che dovrebbero essere fondate sulla socializzazione del rischio della vulnerabilità e dell’insicurezza del lavoratore, e poiché tale rischio “riguarda potenzialmente tutti i cittadini (anche solo come genitori di giovani disoccupati, sotto-occupati o con contratti a termine)”, sarebbe giusto che lo Stato intervenisse per “ridistribuire opportunità e risorse, chiedendo a tutti un contributo finanziario”.

Contrastare la precarietà come “una questione di equità e di esclusione”, osserva Ferrera, aiuterebbe a individuare con maggiore chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; al contrario, “impostare la sfida in chiave di dignità” comporta un doppio errore: da un lato, impedisce di individuare o di tener nel dovuto conto quegli aspetti del mercato del lavoro che sollevano ancora residue questioni di dignità; dall’altro lato, l’intento di contrastare i difetti sul piano della protezione e della prevenzione del nostro Stato sociale comporta l’uso di divieti e restrizioni nella sfera contrattuale che “sollevano invece questioni di equità e solidarietà”. Di conseguenza, conclude perentorio Ferrera, “non sembra proprio che il ministro del lavoro, anche se bene intenzionato, abbia incominciato con il piede giusto”.

Sorprende che Ferrera manchi di considerare le cause che hanno determinato il venir meno della validità del welfare State esistente nel contrastare i possibili deficit di “protezione” e di “prevenzione” contro i rischi cui è esposta la dignità della forza lavoro. Prima del secondo conflitto mondiale, John Maynard Keynes affermava che gli Stati autoritari dell’epoca risolvevano il problema della disoccupazione a spese dell’efficienza e della libertà. Egli, tuttavia, era certo che il mondo non avrebbe tollerato a lungo la mancanza di libertà, ma anche che non avrebbe sopportato la “piaga” della disoccupazione, imputabile alle ingiustificabili modalità di funzionamento delle economie capitalistiche. L’economista di Cambridge era anche certo che, abbattute le dittature, una corretta soluzione del problema della tutela della dignità del lavoro poteva essere trovata ricuperando sia l’efficienza che la libertà. Sulla base di questa certezza, Keynes ha lasciato in “eredità” ai sistemi democratici ad economia di mercato le idee sulla base delle quali sarà poi elaborato il modello organizzativo del welfare State attuale.

Dopo il secondo conflitto mondiale, però, il mercato del lavoro ha subito un cambiamento nelle forme d’uso della forza lavoro, originando una diffusa disoccupazione, sempre più difficile da “governare”, sino a diventare strutturale, mettendo progressivamente in crisi il sistema di sicurezza sociale, basato sulle idee di Keynes. Questo sistema, com’è noto, aveva tre funzioni: fornire alla forza lavoro disoccupata la garanzia di un reddito, corrisposto sotto forma di sussidi a fronte di contribuzioni assicurative; garantire un reddito alle categorie sociali che, per qualsiasi motivo, avessero avuto bisogno di un’assistenza temporanea, nel caso in cui esse non avessero avuto il diritto a sussidi di altra natura; assicurare al sistema economico servizi regolativi e di supporto all’occupazione. Nel perseguimento di tali funzioni, il welfare State, per le ragioni precedentemente dette, è però “fallito”, orientando l’analisi economica ad assumere che la sicurezza sociale e la dignità del lavoratore dovessero essere perseguite attraverso una costante flessibilizzazione del mercato del lavoro, senza preoccuparsi della crescente insicurezza reddituale della forza lavoro.

Con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista, la flessibilità del mercato del lavoro ha rappresentato qualcosa di più della sola variazione di un vecchio modello organizzativo dell’attività produttiva. Con il nuovo capitalismo neoliberista, secondo Richard Sennet, sociologo della London School of Economics, autore di “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, alla forza lavoro è stato chiesto, nella prospettiva di un presunto miglioramento delle proprie condizioni economiche ed extraeconomiche, di essere più disponibile al cambiamento, “di correre continuamente qualche rischio, di affidarsi meno a regolamenti e alle procedure formali”.

Lo stato di cose che ha dato origine alla flessibilità del nuovo capitalismo è valso a generare ansietà e precarietà occupazionale in tutti coloro che, per sopravvivere, hanno avuto la necessità di un “posto di lavoro”; l’ansietà, in particolare, è imputabile al fatto che nessuno riesce a valutare quali rischi valga la pena correre scegliendo una particolare occupazione, o quale percorso professionale convenga intraprendere, trovandosi in condizioni di precarietà economica.

L’aspetto della flessibilità che genera maggiore ansietà esistenziale è il suo impatto sulla pratica dei soggetti di ritardare la soddisfazione di stati di bisogno presenti, in funzione di uno scopo futuro; in altri termini sulla capacità dei soggetti di programmare il proprio futuro. Il fatto che il mondo della produzione, per via della flessibilità, sia stato imperniato sul breve periodo, ha reso impossibile il perseguimento di obiettivi a lungo termine.

Con la flessibilità, il mondo imprenditoriale, plasmato dall’ideologia neoliberista, ha fatto ricorso di continuo alla “ristrutturazione” produttiva, finalizzata alla riduzione dei posti di lavoro ed attuata unicamente al fine di aumentare la competitività delle attività produttive integrate nell’economia mondiale. In gran parte delle economie capitalistiche avanzate ciò ha comportato, da un lato, la diffusione del fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile e, dall’altro lato, la crescita della disuguaglianza distributiva: solo una minoranza di lavoratori espulsi dalle imprese che si sono ristrutturate ha trovato un’occupazione sostitutiva a salario equivalente; alle parte residua della forza lavoro, sempre crescente, espulsa dalla stabilità lavorativa, è stata offerta la possibilità di nuove opportunità lavorative in condizioni di precarietà, attraverso la possibilità di stipulare contratti di lavoro a tempo determinato.

Come è possibile garantire condizioni esistenziali dignitose alla forza lavoro, all’interno dei sistemi sociali la cui economia sia imperniata sul breve periodo e sulla flessibilità dell’organizzazione delle attività lavorative in essa esistenti? Ma soprattutto, com’è possibile, dopo la Grande Recessione del 2007/2008, che ha stravolto le condizioni proprie delle economie sociali di mercato e che, a causa dell’austerità adottata come terapia per uscire dalle secche della recessione, ha ridotto le garanzie della protezione sociale del lavoro? E ancora, quale risposta dare all’impatto della flessibilità, se l’attuale modello di Stato sociale non è più in grado di garantire la dignità a chi, perdendo la continuità occupazionale, deve vivere con sempre più limitate elargizioni pubbliche caritatevoli? Quale senso deve essere attribuito alla raccomandazione che l’Unione europea ha rivolto a tutti gli Stati membri, di riconoscere, nell’ambito di un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare a quest’esigenza i propri sistemi di protezione sociale?

In Italia, il tanto sbandierato Jobs Act non ha dato risposte adeguate a questi interrogativi e, quel che più conta, si è rivelato inidoneo ad assicurare stabilità e certezza al lavoro; oltre alle risorse che sarebbero state necessarie, è mancato un orientamento più rispondente al sostegno di una politica attiva del lavoro, quale sarebbe stata, ad esempio, la riforma ab imis del sistema welfaristico esistente, ormai divenuto largamente inadeguato. All’obsolescenza di tale sistema, nel nostro Paese, si cerca ora di rimediare con l’introduzione del reddito di cittadinanza, per la legittimazione del quale, però, è mancato sinora un dibattito responsabile sulle sue implicazioni; si è preferito privilegiare misure contingenti di breve respiro, che non hanno consentito di impedire la diffusione della precarietà economica e di incertezza sociale verso le quali, da lungo tempo, un’attività politica ispirata ai canoni dell’ideologia neoliberista ha condotto il Paese.

Sono giuste, perciò, le iniziative volte a rimuovere tutto ciò che risulta essere controindicativo, come lo sono i contratti di lavoro a termine, per il superamento della precarietà reddituale, in quanto negazione della dignità dell’uomo.

Gianfranco Sabattini

Nel pubblico impiego aumentano i lavoratori precari

Inps

VERSAMENTI VOLONTARI: IMPORTI 2018

Pagamenti più salati per i prosecutori in proprio. Agli appuntamenti trimestrali di cassa fissati per corrispondere gli oneri assicurativi dovuti dovranno fare i conti con importi più cari (circolare Inps n. 31/2018). I contributi volontari, infatti, sono aumentati per effetto dell’adeguamento del 1,1 per cento (indice del costo vita registrato dall’Istat), subito dalle retribuzioni medie settimanali, sulle quali si applicano le aliquote di finanziamento. Si tratta del consueto aggiornamento di inizio anno. La quota da versare si determina applicando la percentuale di finanziamento, prevista per l’assicurazione obbligatoria per la gestione pensionistica, alla retribuzione media imponibile percepita nell’anno di contribuzione precedente alla data della domanda di autorizzazione. Questo per le richieste presentate dal 12 luglio 1997 in poi, secondo le disposizioni contenute nell’articolo sette del decreto legislativo n. 184/97. Gli emolumenti sui quali viene calcolato l’importo del contributo volontario sono rivalutati ogni anno con decorrenza dal primo gennaio di ciascun anno, in base alla variazione dell’indice del costo della vita elaborato dall’Istat nell’anno precedente. La soglia minima della retribuzione settimanale, sulla quale vengono commisurati gli oneri previdenziali da corrispondere, non può essere inferiore a quella individuata ai sensi dell’articolo sette, comma 1, della legge n. 638/1983, di conversione del decreto legge n. 453/83 (202,97 euro per il 2018). Nei confronti dei prosecutori in proprio autorizzati sulla base di retribuzioni eccedenti il tetto pensionabile (pari quest’anno a 46.630,00 euro), si applica, ai sensi dell’articolo 3-ter della legge n. 438/92, l’aliquota aggiuntiva dell’1% sulla parte che splafona il predetto limite (27,87% per gli ammessi alla prosecuzione prima del 31 dicembre 1995 e 33,00% per i soggetti autorizzati successivamente). Gli iscritti all’evidenza contabile distinta del fondo lavoratori dipendenti (telefonici, elettrici, autoferrotranvieri ed ex Inpdai) continuano a corrispondere, come autoassicurati, la stessa percentuale vigente per la contribuzione obbligatoria, cioè il 37,7%. Per i prosecutori volontari del fondo volo, le aliquote previdenziali sono: 37,70% per gli aderenti alla gestione dopo il 31 dicembre 1995 e 40,82% per quelli già iscritti a questa data. L’Ente chiarisce, inoltre, che il massimale di contribuzione fissato dall’articolo 2, comma 18, della legge n. 335/95, rivalutato sulla scorta dell’indice Istat (101.427,00 euro per il 2018), scatta in caso di domande di prosecuzione di persone che si sono iscritti a forme pensionistiche obbligatorie dal primo gennaio 1996, senza avere contributi precedenti o per chi opta per il sistema contributivo, prescritto dalla legge n. 335/95. Importante, se la retribuzione media settimanale supera la prima fascia di contribuzione pensionabile (che per l’anno corrente è di 811,88 euro), si corrisponde un 1% in più, da determinare sulla quota eccedente tale soglia. Per i lavoratori domestici si applica invece l’aliquota del 17,4275% sulla retribuzione media settimanale imponibile se sono stati ammessi alla prosecuzione volontaria entro il 1995; mentre per i collaboratori familiari autorizzati dal primo gennaio 1996 si applica, diversamente, l’aliquota del 21,9975%. Il pagamento dei contributi volontari è trimestrale, e deve essere effettuato, con i bollettini prestampati inviati direttamente dall’Inps al domicilio degli interessati. L’importo della quota assicurativa assegnata è vincolante. Il versamento di una somma inferiore provoca automaticamente la riduzione proporzionale del periodo coperto previdenzialmente. Se, al contrario, si corrisponde più di quanto dovuto, l’Istituto rimborsa la cifra in esubero. Il pagamento dei contributi deve essere praticato entro le scadenze stabilite dalla legge: 30 giugno per gli oneri relativi al trimestre gennaio-marzo; 30 settembre per il trimestre aprile-giugno; 31 dicembre per il trimestre luglio-settembre; 31 marzo per il trimestre ottobre-dicembre. Attenzione, i contributi versati in ritardo non possono essere accreditati e vengono respinti d’ufficio. L’assicurato, però, in alternativa alla restituzione, può chiedere che la somma sia utilizzata per coprire il trimestre successivo.

Piano della Lega per detassare le pensioni

MENO PRELIEVI PER I PENSIONATI

È il modello Portogallo o Bulgaria. Consiste nell’attirare pensionati offrendo tasse zero sulla loro rendita. L’Italia fino ad oggi è stata una vittima di questo sistema. Nel senso che pensionati italiani, insieme a quelli tedeschi e francesi, hanno trasferito la residenza a Lisbona o in altre aree a fiscalità vantaggiosa per intascare l’assegno al lordo. Una situazione finita più volta sotto i riflettori. In negativo per quanto riguarda i conti dell’Inps. Più volte Tito Boeri, presidente dell’Istituto di previdenza ha sottolineato come le pensioni all’estero valgano circa un miliardo. Prestazioni previdenziali e assistenziali versate all’estero, a beneficio dei consumi dei paesi che ospitano gli stranieri ritirati dal lavoro che prendono la residenza.

Le modalità variano da paese a paese. Ma il meccanismo è più o meno lo stesso. Prendendo la residenza in un paese dove c’è un accordo per evitare la doppia imposizione, si obbliga l’Inps o altro istituto di previdenza a versare la pensione al lordo. Lo stato che ospita decide che aliquote applicare. Ora il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini vuole importare lo stesso sistema in Italia. Prima ha parlato di aree di fiscalità agevolata. Ieri ha spiegato che sta lavorando a una proposta. «Penso a un’idea che personalmente sto approfondendo con un gruppo di studio, che è un’esenzione fiscale per i pensionati come il Portogallo dove solo l’anno scorso si sono trasferiti dall’Italia più di 4.000 pensionati che riescono a risparmiare il 30% in pagamento di tasse». Regime da applicare ad «alcune zone del nostro Paese sicuramente più belle e accoglienti del Portogallo» aiutandole così a fare ripartire i consumi.

Comunicato Inps

ATTENZIONE ALLE E-MAIL TRUFFA

Sono in corso nuovi tentativi di phishing ai danni di alcuni utenti che hanno ricevuto, via e-mail, false notifiche di rimborsi fiscali.

Nel messaggio di posta elettronica, che contiene il logo dell’Inps, si informa di un presunto tentativo di rimborso non andato a buon fine e si invita ad accedere al proprio portale per elaborare manualmente la procedura. A tale scopo, viene chiesto di aggiornare le informazioni del proprio account accedendo a un link contenuto nel testo della e-mail.

Il messaggio proviene apparentemente da un indirizzo di posta dell’Inps, ma è in realtà inviato da un mittente diverso, non riconducibile all’Istituto. I messaggi di posta elettronica segnalati nascondono un evidente tentativo di entrare in possesso di informazioni riservate. L’Inps, totalmente estraneo all’invio di queste comunicazioni, invita a non dare seguito al contenuto delle stesse e a cancellare immediatamente le false e-mail.

Per accedere ai servizi Inps va utilizzato unicamente il portale ufficiale, si ricorda che è buona norma controllare sempre l’indirizzo della pagina prima di inserire i propri dati. L’Istituto ha prontamente segnalato queste attività alle autorità competenti.

Comunicato Inps

NESSUNA PRESCRIZIONE PER LA COPERTURA PREVIDENZIALE DEI DIPENDENTI PUBBLICI

L’Inps precisa che dal 1° gennaio 2019 i pubblici dipendenti potranno continuare a sistemare la loro posizione contributiva senza incorrere in alcuna conseguenza prescrittiva sul diritto al riconoscimento previdenziale dei periodi di lavoro presso la pubblica amministrazione.

Le novità introdotte dalla circolare Inps n. 169 del 15 novembre 2017 riguardano invece le amministrazioni pubbliche che verranno assoggettate alla stessa disciplina prevista per il lavoro privato in materia di prescrizione quinquennale dell’omesso pagamento dei contributi previdenziali.

A partire dal 1° gennaio 2019 il datore di lavoro pubblico non potrà più regolarizzare i versamenti dei contributi mancanti e prescritti secondo la prassi in uso nell’ex Inpdap, ma dovrà sostenere un onere parametrato a quello corrispondente alla rendita vitalizia in vigore nelle gestioni private dell’Inps.
Un’eccezione riguarda unicamente gli insegnanti delle scuole primarie paritarie, gli insegnanti degli asili eretti in enti morali e delle scuole dell’infanzia comunali. Questi lavoratori sono iscritti alla Cassa Pensioni Insegnanti (Cpi), e nell’ipotesi di prescrizione dei contributi, il datore di lavoro può sostenere l’onere della rendita vitalizia, ma nel caso in cui non vi provveda, è direttamente il lavoratore che dovrà pagare il detto onere per vedersi valorizzato il periodo sulla posizione assicurativa.

L’Inps ricorda inoltre che i lavoratori dipendenti pubblici che vogliano comunque verificare la propria situazione contributiva, lo possono fare dal sito istituzionale accedendo, tramite Pin, all’estratto conto personale e verificarne la correttezza.

In caso riscontrassero lacune e/o incongruenze possono richiedere la variazione della posizione assicurativa (Rvpa), istanza per la quale non è previsto alcun termine perentorio.

Lavoro

PUBBLICO IMPIEGO, PIÙ DIPENDENTI PRECARI

Il numero dei dipendenti pubblici si ferma a 3 milioni 356 mila, segnando ancora un altro calo annuo (-0,2%), sintesi di una riduzione dei posti ‘fissi’ controbilanciata da una crescita di quelli precari. È quanto emerge dall’Annuario statistico della Ragioneria generale dello Stato, che aggiorna i dati al 2016.

Rispetto all’anno prima si contano 29 mila 687 occupati a tempo indeterminato in meno (-1%), mentre le unità di lavoro flessibili salgono di 22 mila 718 (+7,8%). Il totale vede una discesa di 6 mila 969 unità tra il 2015 e il 2016. Il costo del lavoro resta poco mosso, praticamente invariato, risultando pari a 159 miliardi e 651 milioni di euro (erano 159 miliardi e 525 milioni l’anno precedente).

I conti ancora non risentono degli effetti del rinnovo contrattuale: pur decorrendo dal 2016 l’accordo è stato firmato solo alla fine del 2017 e i primi aumenti sono stati caricati nelle buste paga a inizio 2018.

Carlo Pareto

Pensioni, la quota 41: come funziona e quali sono i costi

Pensioni

COS’E’ QUOTA 41

Il tema pensioni è caldo in questi giorni. Il governo sta cercando, infatti, una soluzione per attuare la riforma delle pensioni, indicata nel contratto, senza mettere a rischio i conti dell’Inps. Per questo motivo tra le ipotesi possibili c’è quella di un passo indietro in merito alla quota 41, ovvero lo strumento che consente di andare in pensione, indipendentemente dall’età anagrafica, una volta maturati 41 anni di contributi.

Secondo Boeri la quota 41 aggiunta alla quota 100 (con cui invece si può andare in pensione, una volta compiuti 64 anni, se la somma dell’età anagrafica e dei contributi maturati dà come risultato 100) costerà 11 miliardi di euro nell’immediato, 18 miliardi a regime; una spesa ingente per lo Stato ed è per questo che si sta anche valutando l’idea di portare la quota 41 a quota 42, innalzando di un anno il requisito contributivo previsto. Al momento però si tratta solamente di indiscrezioni, poiché la quota 41 per tutti non fa ancora parte del nostro ordinamento e, stando alle ultime notizie sulle pensioni, non lo farà prima del 2020.

In molti non sanno, però, che la quota 41 può essere già richiesta da alcune categorie di lavoratori. Si tratta dei lavoratori precoci, ossia di coloro che prima di compiere il 19esimo anno di età hanno maturato almeno 12 mesi di contributi. Per poter accedere a questo strumento non è necessario che i 12 mesi siano continuativi. La quota 41, però, subirà una modifica dal primo gennaio 2019, complice l’adeguamento con le aspettative di vita che riguarderà da vicino anche la pensione di vecchiaia e quella anticipata; nel dettaglio, i lavoratori precoci dovranno maturare 41 anni e 5 mesi di contributi se vorranno smettere di lavorare in anticipo rispetto agli altri lavoratori.

Lavoro

FESTIVITA’ SOPPRESSE IN BUSTA PAGA

Le giornate di ex festività per il 2018 sono quattro. Lunedì 19 marzo (San Giuseppe); Giovedì 10 maggio (ex Ascensione 39° giorno dopo Pasqua ); Mercoledì 31maggio (ex Corpus Domini 60° giorno dopo Pasqua); Venerdì 29 giugno (San Pietro e Paolo).

Da ricordare che vengono riconosciute tali se le festività soppresse (sopraelencate) sono cadenti in un giorno lavorativo dal Lunedì al Venerdì. Nel 2018 non viene pertanto riconosciuto il quattro novembre (Festa dell’unità nazionale e delle forze armate) in quanto cade di domenica. Mentre, sempre nel corso di quest’anno, nessuna delle festività (25 aprile, 1° maggio e 2 giugno) coincide con la domenica per cui non si ha diritto ad ulteriori giornate di recupero.

Al lavoratore spetta annualmente un numero di permessi giornalieri retribuiti corrispondente a quello delle giornate, già indicate come festive e poi non riconosciute come tali da provvedimenti di legge.

Attenzione, per fruire interamente delle festività soppresse, occorre nei giorni summenzionati avere diritto all’intero trattamento economico. Pertanto nei giorni anzidetti per mantenere il diritto non bisogna chiedere la fruizione di aspettative, permessi non retribuiti ed anche giornate di Solidarietà. Come poi previsto dalla maggior parte dei contratti collettivi di lavoro, tutto il personale di ogni ordine e grado, dovrà tassativamente fruire dei permessi sostitutivi delle festività soppresse entro l’anno. Il godimento di tali permessi dovrà essere in ogni caso programmato da ciascun dipendente prima delle ferie annuali di spettanza in modo da essere effettivamente goduti improrogabilmente entro il 14 dicembre dell’anno di riferimento. Resta fermo che in caso di mancata fruizione parziale o totale delle giornate queste non verranno ne compensate ne monetizzate.

Saper quindi leggere la propria busta paga, anche per quanto attiene i riposi in questione, è molto importante, così da rendersi conto per tempo di eventuali errori commessi al riguardo dal datore di lavoro. Tuttavia non tutti sanno come fare; ad esempio, se si chiedesse cosa sono le festività soppresse molti lavoratori magari non saprebbero nemmeno di cosa parliamo.

Molti di loro probabilmente non conoscerebbero neppure la risposta ed è per questo che su un tema come questo è sempre opportuno fare chiarezza.

Nel dettaglio alla voce “festività soppresse”, che in busta paga si trova vicino agli spazi dedicati a ferie e permessi, si segnalano quei giorni che una volta il nostro ordinamento riconosceva come festività nazionali ma che oggi non lo sono più.

Più in particolare, ci sono delle festività che una volta erano riconosciute anche sul piano civile dalla legge 269/1949 e che di conseguenza permettevano al dipendente di assentarsi dal lavoro senza perdere il diritto alla retribuzione. Questi giorni, però, sono stati eliminati da successive disposizioni venendo così definiti come “festività soppresse”.

Anche se eliminate, però, le ex festività hanno comunque delle conseguenze retributive per il lavoratore e previdenziali in relazione ai suoi riflessi collegati alla contribuzione Inps. Nel caso in cui cadano in un giorno infrasettimanale e lavorativo, infatti, il dipendente può essere autorizzato ad assentarsi dal lavoro con un permesso di cui può beneficiare in qualsiasi momento. Quindi, per ogni festività soppressa al lavoratore viene riconosciuto un permesso extra compensativo della ricorrenza abolita. Tuttavia c’è la possibilità che alcune di queste tornino ad essere riconosciute a tutti gli effetti come festività nazionali e ad essere segnate in rosso sul calendario; al Senato, infatti, risulta presentato un disegno di legge che punta a reintrodurre le festività soppresse nel nostro ordinamento. L’intenzione sottesa nella proposta legislativa è quella di tornare al pre-1977, quando a studenti e lavoratori venivano garantiti più giorni di vacanza rispetto ad oggi. In questo modo, secondo i proponenti, si farebbe un omaggio non solo ai cristiani praticanti che potrebbero così “celebrare le festività riconosciute dalla loro religione”, ma anche ai lavoratori non credenti che beneficerebbero di un po’ di tempo libero da dedicare alle attività ricreative.

Consulenti del lavoro

SALE IL LAVORO STRANIERO IN ITALIA

Negli ultimi 10 anni, gli stranieri residenti in Italia sono aumentati di 1,825 milioni (+57,5%, arrivando a sfiorare la quota di 5 milioni), mentre gli italiani sono diminuiti di 325 mila unità (passando da 55.568 a 55.243 milioni, con un calo dello 0,6%). L’invecchiamento della popolazione italiana e la bassa natalità sono stati, quindi, compensati a livello numerico dagli immigrati stranieri di prima e di seconda generazione. I 5 milioni di residenti stranieri in Italia hanno un’età media di 34 anni, inferiore di 11 anni all’età media degli italiani. Pertanto, anche dal punto di vista del mercato del lavoro, quasi 4 stranieri su 5 (79,1%) sono in età lavorativa (15-64 anni), a fronte del 63% della popolazione italiana che è molto più anziana.

Rielaborando i dati della ‘Rilevazione continua sulle forze lavoro (Rcfl)’ dell’Istat, l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro inquadra e descrive un target complesso e eterogeneo, quello degli stranieri comunitari ed extracomunitari presenti in Italia, rispetto alla loro condizione nel mercato del lavoro. Analizzandone le caratteristiche, sia individuali che lavorative, è possibile fornire una descrizione sintetica di questa platea, confrontarla con quella italiana ed esaminare il suo andamento negli ultimi 10 anni.

Dieci occupati su 100 sono di origine straniera, con un tasso di occupazione del 60,6%, superiore di 3 punti percentuali al tasso di occupazione dei soli italiani (57,7%). Sono le regioni del Nord Italia ad attirare maggiormente gli stranieri e, in particolare, circa 6 su 10 si collocano fra Nord-Est e Nord-Ovest, più di un quarto nel Centro del Paese e il restante 15% nel Mezzogiorno. La loro quota è massima nel Lazio (14,6%) e minima nel Molise (4,1%). Fra le regioni con una quota di occupati sopra la media nazionale troviamo l’Emilia Romagna (13,2%), la Lombardia (12,9%), l’Umbria (12,7%) e la Toscana (12,2%).

Uno straniero su tre è occupato in professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Inoltre, lo stipendio netto medio di un dipendente full time straniero è inferiore di oltre un quinto a quello di un italiano. Questo gap è dovuto essenzialmente alla concentrazione degli occupati stranieri in lavori meno qualificati e con un minore livello di retribuzione.

Se analizziamo le principali professioni, spiegano i consulenti del lavoro, vediamo che, per i maschi, il primo mestiere è legato all’edilizia (113 mila, pari ad un terzo degli occupati), mentre al secondo posto troviamo gli addetti allo spostamento delle merci, con 91 mila addetti stranieri. La metà dei venditori ambulanti (51 mila) sono di origine straniera. Osservando le professioni delle donne straniere, si nota invece una forte presenza nelle attività dei servizi domestici (246 mila occupate), seguite da 113 mila badanti, 83 mila cameriere e 42 addette ai servizi di pulizia presso imprese private. In queste 4 professioni si concentra il 66% dell’occupazione femminile straniera.

“L’analisi dell’osservatorio statistico dei consulenti del lavoro -spiega Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi consulenti del lavoro- certifica l’evoluzione e la trasformazione del mercato del lavoro negli ultimi anni e la graduale sostituzione dei lavoratori stranieri agli italiani in alcuni lavori. È un trend entrato a far parte della nostra economia che, inevitabilmente, si riflette a cascata su tutti gli altri indicatori economico-sociali: dal pagamento delle imposte -conclude- fino ai servizi sociali e assistenziali passando per il delicato nodo della partecipazione alla spesa previdenziale. Gli stranieri regolari in Italia sono, infatti, concentrati nell’età da lavoro 15-64 anni”.

Carlo Pareto

Inail, morti sul lavoro in aumento

incidente-sul-lavoroDi lavoro si muore e chi non lavora muore di fame. Oggi è stata presentata la Relazione annuale dell’Inail: nel 2017 un nuovo minimo di morti sul lavoro: 617, il 58% dei quali in itinere ovvero nei percorsi casa-lavoro. Nei primi cinque mesi del 2018, invece, secondo gli ‘open data’ dell’Istituto, sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più).

Nel 2017 sono state accertate al momento 617 morti sul lavoro (il 58% fuori dall’azienda) a fronte delle 1.112 denunce arrivate. Se anche i 34 casi ancora in istruttoria risultassero tutti riconosciuti sul lavoro si arriverebbe a 651 morti con un calo del 2,8% (rispetto ai 670 del 2016) al minimo storico dal 1951. Così si legge nella Relazione annuale dell’Inail. Le denunce di infortunio sono state 641.000, in linea con il 2016, e ne sono state riconosciute sul lavoro 417.000 di cui il 19% fuori dall’azienda. Gli infortuni sul lavoro hanno causato circa 11 milioni di giornate di inabilità con costo a carico dell’Inail: in media 85 giorni per infortuni che hanno provocato menomazione e circa 21 giorni in assenza di menomazione. Le denunce di malattie professionali nell’anno sono state 58.000, circa 2.200 in meno rispetto al 2016 ma in aumento del 25% rispetto al 2012. Il 65% delle denunce riguarda patologie del sistema osteo-muscolare. A fine anno erano in essere 726.000 rendite per inabilità permanente e ai superstiti (-2,56% sul 2016).

La maggioranza degli incidenti mortali sul lavoro avviene sulla strada. Su 617 incidenti mortali accertati 450 sono avvenuti sul luogo di lavoro e 167 in itinere, ma tra quelli riconosciuti in occasione di lavoro (e quindi durante le ore di lavoro e non nel tragitto per arrivare o tornare dall’ufficio o dalla fabbrica) 193 sono avvenuti con mezzo di trasporto e 257 senza mezzo di trasporto. Per i morti in occasione di lavoro ma senza mezzo di trasporto si è registrato un calo del 16,5% sul 2016 e del 27,8% sul 2015.

Il presidente dell’Inail, Massimo De Felice, ha spiegato: “Questi dati sono importanti perché intervenire sulle fonti di rischio esterno è diverso da farlo su quelle di rischio interno. I meccanismi di sicurezza non sono un costo e non devono essere considerati dai lavoratori evitabili sulla base dell’esperienza”.

Per l’industria e i servizi gli infortuni mortali sono stati 532 (152 dei quali in itinere) mentre nell’agricoltura sono stati 74 (8 in itinere) e 11 per conto dello Stato (7 in itinere). La grande maggioranza dei morti accertati sul lavoro erano italiani (514) mentre 33 provenivano da altri paesi dell’Unione e 70 erano extracomunitari.

Quasi la metà degli infortuni mortali accertati (287, il 46,5%) ha riguardato persone con più di 50 anni. Tra questi, 55 morti hanno riguardato persone con più di 65 anni.

Nei primi cinque mesi del 2018 sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più). La Relazione annuale dell’Inail ha sottolineato come l’aumento riguardi solo i casi avvenuti in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro (passati da 104 a 118), mentre per quelli occorsi in occasione di lavoro le denunce sono state 271 in entrambi i periodi.

Dunque, l’aumento della mortalità in itinere potrebbe essere collegata alla insufficiente manutenzione della viabilità stradale.

Salvatore Rondello

Unimpresa: meno disoccupazione, ma boom di lavoratori precari

Inps

400MILA PENSIONI PAGATE DA OLTRE 38 ANNI

Le pensioni liquidate dal 1980, e quindi ancora in essere da oltre 38 anni, sono 406.942. Una cifra monstre, che fa riferimento ai versamenti per vecchiaia, anzianità e superstiti, mentre sono escluse invalidità e assegni sociali, e che mostra quali sono le pensioni con un vantaggio significativo rispetto ai contributi versati.

Decine di migliaia di questi ex lavoratori vivono in pensione dal doppio del tempo che hanno lavorato. C’è gente che riceve l’assegno da oltre 40 anni, avendo versato contributi per 20 anni (o meno). ll dato riferito all’inizio del 2018 arriva dagli Osservatori statistici dell’inps che calcolano invece in oltre 1,7 milioni gli assegni che durano da oltre 30 anni (quindi liquidati dal 1988 o prima).

Prima del 1980, l’età alla decorrenza delle pensioni liquidate per la gestione dei dipendenti pubblici era di 49 anni per la vecchiaia e di 45,7 per i trattamenti di anzianità contributiva. Per i superstiti ‘da assicurato’ era di 41,1 anni mentre per i superstiti da pensionato era di 45 anni. Naturalmente la cifra media risente del fatto che sono passati moltissimi anni e quindi le persone rimanenti con pensioni così “vecchie” sono quelle che sono andate a riposo prima e dopo 38 anni sono ancora in vita. Per i pensionati del settore privato l’età è un pò più alta per i trattamenti di vecchiaia (compresa l’anzianità) con 54,5 anni, mentre è più bassa per i superstiti con appena 40,2 anni al momento della liquidazione della pensione.

Il dato dei pubblici risente chiaramente delle pensioni “baby” e quindi delle uscite dal lavoro con 20 anni di contributi o meno (14 anni sei mesi e un giorno per le donne con figli).

Gli importi – Se per i trattamenti pensionistici del settore privato l’importo medio degli assegni liquidati prima del 1980 è largamente inferiore a mille euro al mese (818 euro mensili i trattamenti di vecchiaia, 529 euro quelli ai superstiti) per le prestazioni di quiescenza del settore pubblico l’importo medio supera i 1.650 euro mensili per i trattamenti di vecchiaia e i 1.466 euro per quelli di anzianità. Per le pensioni ai superstiti da assicurato risalenti a prima del 1980 la pensione media ammonta a 1.134 euro mentre gli assegni ai superstiti da pensionato valgono 1.200 euro al mese in media.

Welfare

VIA AL NUOVO REI

Come stabilito dalla legge di Bilancio 2018, dall’1 luglio si amplia la platea dei potenziali beneficiari del ReI che diventa a tutti gli effetti reddito di inclusione universale: si passa da 500mila famiglie (pari a 1,8 milioni di cittadini) a 700mila nuclei (2,5 milioni di persone). Già dall’1 giugno, per presentare domanda è necessario solo il requisito del reddito, mentre cadono tutti quelli legati alla composizione del nucleo familiare inizialmente previsti. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha spiegato che è stata raggiunta “una platea più ampia di quello che pensavamo”, pur sottolineando che sono “ancora poche rispetto ai 4,5 milioni di individui in povertà” e che il ReI “è ancora largamente sotto finanziato”, mentre per raggiungere tutti i soggetti indigenti sarebbero “necessari tra i 6 e i 7 miliardi di euro”. Altra novità, non meno significativa, riguarda il massimale annuo riferito alla componente economica del ReI: il beneficio subisce un incremento del 10 per cento passando, per le famiglie con 5 o più componenti, da 485 a circa 534 euro al mese.

I requisiti per il reddito di inclusione – Dal mese di giugno per accedere al ReI non è più necessario, dunque, che in famiglia ci sia un minore, una persona con disabilità, una donna in gravidanza o un disoccupato ultra 55enne. Può infatti chiedere di essere ammesso alla nuova misura di contrasto alla povertà anche chi è solo o è sposato senza figli. I beneficiari devono essere cittadini italiani oppure stranieri con cittadinanza in uno dei Paesi Ue, familiari di cittadini italiani o comunitari, non aventi la cittadinanza in uno Stato membro titolari del diritto di soggiorno o diritto di soggiorno permanente, cittadini extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno Ce e titolari di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria) residenti in Italia da almeno due anni. Possono presentare domanda tutti coloro che hanno un Isee fino a 6mila euro, oppure un Isre (Indicatore della situazione reddituale) fino a 3mila euro e altri specifici requisiti economici, a prescindere dalla composizione familiare. Il valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non deve superare i 20mila euro (quindi possono accedere al Rei pure i proprietari di prima casa che vivono in condizioni di povertà, mentre quello del patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti, etc.) non può essere maggiore di 10mila euro (ridotto a 8mila euro per due persone e a 6mila euro per la persona sola). Per ottenere il beneficio, inoltre,, è necessario che ciascun componente il nucleo non percepisca già prestazioni di assicurazione sociale per l’impiego (NASpI) o altri ammortizzatori sociali di sostegno al reddito in caso di disoccupazione involontaria, non possieda autoveicoli o motoveicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi antecedenti la richiesta (sono esclusi autoveicoli e motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità) e non possieda imbarcazioni da diporto.

Come funziona – Il ReI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta ReI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa che punta al superamento della condizione di povertà. Il trattamento economico è concesso per un periodo massimo di 18 mesi, dopo i quali non può essere rinnovato se non sono trascorsi almeno 6 mesi. Dalla durata massima del ReI devono altresì essere sottratte le mensilità di Sostegno per l’inclusione attiva (Sia), eventualmente già corrisposte al nucleo familiare. L’Inps ha recentemente pubblicato il nuovo modello di domanda, che recepisce le novità prefigurate dalla legge di bilancio 2018. Le famiglie in possesso dei requisiti devono inoltrare il nuovo modulo al Comune di residenza che, una volta ricevuta tutta la documentazione, verifica la correttezza dei dati e lo trasmette all’Inps. L’Istituto controlla il possesso dei requisiti e, se l’esito è positivo, invia a Poste Italiane l’ok per la corresponsione dell’importo, se è negativo, comunica al cittadino il motivo del rigetto e le istruzioni per presentare un eventuale ricorso.

I calcoli sul reddito – Il soddisfacimento dei requisiti non dà necessariamente diritto al beneficio economico “la cui effettiva erogazione – ha spiegato l’Inps – dipende anche dall’eventuale fruizione di altri trattamenti assistenziali (esclusi comunque quelli non sottoposti ad una valutazione della condizione economica, come ad esempio l’indennità di accompagnamento) e dalla condizione reddituale rappresentata dall’indicatore della situazione reddituale, al netto dei trattamenti assistenziali in esso considerati. L’Isre, infatti, viene calcolato sulla base della somma di tutti i redditi meno le detrazioni, le franchigie e i redditi esenti. In pratica indica l’effettiva disponibilità economica delle famiglie, defalcando eventuali affitti pagati (fino ad un massimo di 7mila euro, incrementato di 500 euro per ogni figlio convivente successivo al secondo) e il 20% del reddito da lavoro dipendente (fino ad un massimo di 3mila euro). L’ammontare del beneficio economico viene, quindi, determinato integrando fino a una data soglia le risorse a disposizione delle famiglie. “La soglia è pari a 3mila euro – ha sottolineato l’Inps – ma in sede di prima applicazione viene coperta solo al 75%. Pertanto, inizialmente, la soglia con cui confrontare le risorse economiche del nucleo familiare è pari, per un singolo, a 2.250 euro e cresce in ragione della numerosità familiare”. L’Istituto di previdenza ha opportunamente confermato che sono già state apportate le modifiche ai diversi canali di trasmissione delle istanze all’Istituto. Ma resteranno comunque a disposizione anche le interfacce utilizzate per le domande presentate fino al 31 maggio, gestite con le regole precedenti. Tutte quelle inviate dal 1 gennaio al 31 maggio 2018, rifiutate per la sola mancanza dei requisiti familiari, saranno riesaminate d’ufficio con verifica dei requisiti alla data del 1 giugno 2018.

Lavoro

BOOM DI PRECARI

“Meno disoccupazione, compensata da una ‘fabbrica’ di lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà: è sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 293 mila soggetti in difficoltà”. E’ quanto emerge da un recente studio di Unimpresa nel quale si sottolinea che “crescono soprattutto gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 197mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio”.

Ai “semplici” disoccupati, che hanno fatto registrare una diminuzione di 69mila unità, sostiene Unimpresa, “vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Si tratta di un’enorme “area di disagio”: ai quasi 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (900mila persone) sia quelli a orario pieno (2 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (722mila), i collaboratori (251mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,68 milioni)”.

Questo gruppo di persone occupate, ma con prospettive incerte circa la stabilità dell’impiego o con retribuzioni contenute, “ammonta complessivamente a 6,55 milioni di unità”. Il totale dell’area di disagio sociale, calcolata dal Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, a fine 2017 comprendeva dunque 9,29 milioni di persone, in aumento rispetto a fine 2016 di 197mila unità (+1,4%).

Ora il governo, ha sottolineato il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara, “deve dare risposte. È finito il tempo degli annunci ed è finita la campagna elettorale, come ha correttamente osservato pure il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Servono misure concrete. Le aziende italiane hanno bisogno di risorse e incentivi per crescere e svilupparsi dunque per avere i presupposti necessari a creare nuova occupazione stabile”.

Per Ferrara, “c’è bisogno di più lavoro per gli italiani: in questo senso, vanno accolti con favore tutti gli strumenti e le misure volte a rendere meno onerose le assunzioni di lavoratori, meglio se si tratta di interventi strutturali e non di aiuti una tantum. Riteniamo sbagliato insistere con forme di sussidio, perché strumenti come il reddito di inclusione alimentano l’assistenzialismo e disincentivano, di fatto, la crescita economica. I poveri non vanno lasciati nella loro condizione”.

Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire forme di lavoro non stabili. Di qui l’estendersi del bacino dei “deboli”. Il dato sui 9,29 milioni di persone è relativo al terzo trimestre del 2017 e complessivamente risulta in progresso dell’1,4% in confronto al terzo trimestre del 2016, quando l’asticella si era fermata a 9,16 milioni di unità: in un anno quindi 105mila persone sono entrate nell’area di disagio sociale.

Nel terzo trimestre del 2016 i disoccupati erano in totale 2,80 milioni: 1,53 milioni di ex occupati, 578mila ex inattivi e 693mila in cerca di prima occupazione. A settembre 2017 i disoccupati risultano in discesa di 69mila unità (-2,5%). Incide il calo di 139mila unità degli ex occupati, mentre crescono di 41mila unità gli ex inattivi; e salgono pure coloro che sono in cerca di prima occupazione, lievitati di 29mila unità.

In salita il dato degli occupati in difficoltà: erano 6,35 milioni a settembre 2016 e sono risultati 6,55 milioni a settembre scorso. In totale 197mila soggetti in più (+3,1%). Una crescita dell’area di difficoltà che rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento: soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle retribuite meno, favorite dalle misure inserite soprattutto nel Jobs Act, pagano il conto della recessione.

I contratti a temine part time sono saliti di 146mila unità da 754mila a 900mila (+19,4%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 196mila unità da 1,80 milioni a 2 milioni (+10,9%), i contratti a tempo indeterminato part time sono calati dell’1,0% da 2,70 milioni a 2,68 milioni (-27mila). Scendono i contratti di collaborazione (-56mila unità) da 307mila a 251mila (-18,2%) e risultano in diminuzione anche gli autonomi part time (-7,9%) da 784mila a 722mila (-62mila).

Carlo Pareto

Istat. Occupati record ma nessuno lo dice

cerco lavoro disoccupazione

Oggi l’Istat ha pubblicato i dati mensili sull’occupazione. Ad aprile 2018 la stima degli occupati ha continuato a mostrare una tendenza alla crescita (+0,3% rispetto a marzo, pari a +64 mila). Il tasso di occupazione si è attestato al 58,4% (+0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente).

La crescita congiunturale dell’occupazione ha interessato tutte le classi di età ad eccezione dei 25-34enni. L’aumento maggiore ad aprile è stato per le donne (+52 mila) e per le persone di 35 anni o più (+77 mila). E’ proseguita la ripresa degli indipendenti (+60 mila) e dei dipendenti a termine (+41 mila), mentre sono diminuiti i permanenti (-37 mila). Ad aprile, la stima delle persone in cerca di occupazione ha registra un aumento dello 0,6% (+17 mila). La crescita della disoccupazione si è concentrata tra gli uomini, distribuendosi in tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Il tasso di disoccupazione si è attestato all’11,2%, risultando stabile rispetto al mese precedente, mentre quello giovanile è salito al 33,1% (+0,6 punti percentuali). Ad aprile la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni è continuata a diminuire sensibilmente (-0,6%, -74 mila). Il calo ha riguardato donne e uomini ed è diffuso su tutte le classi di età. Il tasso di inattività è sceso al 34,0% (-0,2 punti percentuali rispetto a marzo). Nel periodo febbraio-aprile 2018, la crescita degli occupati è stata dello 0,3% rispetto al trimestre precedente (+67 mila). L’aumento ha interessato entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Sono aumentati i dipendenti a termine (+59 mila) e in misura più lieve gli indipendenti (+14 mila), mentre sono restasti sostanzialmente stabili i dipendenti a tempo indeterminato.

Alla crescita degli occupati nel trimestre si è visto un aumento dei disoccupati (+0,5%, +14 mila) associato a un forte calo degli inattivi (-0,7%, -95 mila). Su base annua, è continuato l’aumento degli occupati (+0,9%, +215 mila). La crescita ha interessato donne e uomini e si è concentrata tra i lavoratori a termine (+329 mila), mentre sono diminuiti i permanenti (-112 mila). Gli indipendenti sono rimasti stabili. Sono cresciuti soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+328 mila) e i giovani 15-24enni (+78 mila), mentre sono calati gli occupati tra i 25 e i 49 anni (-191 mila). Nei dodici mesi è aumentato il numero di disoccupati (+0,8%, +24 mila) mentre è calato fortemente quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-2,4%, -318 mila).

L’Istat ha spiegato che dopo i livelli massimi della fine del 2014, la disoccupazione è tornata sui livelli della seconda metà del 2012, su cui viaggia ormai già da tempo. Il numero dei disoccupati si è attestata così a 2 milioni 912 mila. Su base annua si registra un calo di 2,5 punti.

Il numero degli occupati infine ha raggiunto il record storico di 23 milioni e 200 mila. Si tratta del dato più alto dall’inizio delle serie storiche (1977). La composizione dell’ occupazione ha visto più donne, più anziani e più lavoratori a tempo determinato.

Ai dati sull’occupazione fanno eco i dati sull’inflazione in crescita per l’aumento dei consumi. Le buone notizie, spesso, misteriosamente, non vengono sufficientemente diffuse dalla grande comunicazione di massa.

Salvatore Rondello

Istat: Italia secondo paese più vecchio al mondo

vecchi

Presentando oggi il ‘Rapporto Istat 2018’ alla Camera dei Deputati, il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva ha detto: “In Italia manca il lavoro ad oltre 6 milioni di persone. Nel nostro Paese le persone che vorrebbero lavorare superano di poco i 6 milioni, nonostante i miglioramenti del mercato del lavoro, per donne, giovani e Mezzogiorno resta ancora molto da fare. Un giovane laureato su quattro trova lavoro attraverso una segnalazione di parenti o amici o la conoscenza diretta del datore di lavoro”.

Secondo il rapporto annuale dell’Istat, “tra i laureati del 2011 occupati nel 2015 uno su tre ha trovato lavoro grazie all’inserzione su giornali o internet o l’invio del curriculum a datori di lavoro. Chi trova lavoro con canali formali dichiara una maggiore soddisfazione per l’impiego ottenuto”.

L’Istituto di statistica spiega anche: “Una valutazione sintetica della bontà dell’occupazione determinata su diverse dimensioni (retribuzione, stabilità del lavoro, adeguatezza della professione al titolo di studio conseguito e regime orario) mette in luce che un inserimento lavorativo avvenuto attraverso le segnalazioni di familiari o amici porta a ottenere un impiego caratterizzato in assoluto da retribuzioni più basse, minore stabilità e coerenza con il percorso di studi concluso”.

Dal Rapporto annuale emerge anche l’allarme demografico. In Italia le nascite toccano il nuovo minimo storico, si accentua l’invecchiamento e prosegue il calo della popolazione. Il quadro demografico è preoccupante con la tendenza che indica un costante peggioramento del “debito demografico”.

Per il nono anno consecutivo le nascite sono in calo. L’anno scorso ne sono state stimate 464mila, il 2% in meno rispetto all’anno precedente e nuovo minimo storico. Secondo l’Istat, la contrazione delle nascite ha una forte componente strutturale e interessa tutte le aree ma in particolare nel centro Italia con una contrazione del 4,6%. Rispetto al 2008 il calo delle nascite ammonta a oltre 100mila unità, -19%.

Nonostante l’apporto positivo dell’immigrazione, le donne nella fascia di età tra 15 e 29 anni sono poco più della metà di quelle tra 30 e 49 anni. Meno donne in età feconda comportano inevitabilmente meno nascite.

La crisi demografica è confermata dal terzo anno consecutivo di flessione della popolazione. L’Istat stima che a gennaio scorso la popolazione ammonti a 60,5 milioni, in calo di quasi 100mila unità rispetto all’anno precedente. Al tempo stesso si accentua l’invecchiamento nonostante la presenza degli stranieri caratterizzati da una struttura di età più giovane di quella italiana e con una fecondità più elevata. L’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani.

L’evoluzione demografica degli ultimi decenni ci consegna un paese profondamente trasformato nella struttura e nelle dinamiche sociali demografiche. La tendenza è destinata ad accentuare ulteriormente il processo di invecchiamento. Secondo lo scenario mediano delle previsioni demografiche tra 20 anni lo squilibrio intergenerazionale sarà ancora più critico con 265 anziani ogni 100 giovani.

L’occupazione femminile ha raggiunto quasi il 49%, ma l’Italia è penultima nella classifica europea sulla quota delle donne che lavorano. Secondo quanto indicato nel rapporto annuale dell’Istat, in Italia nel 2017, per il quarto anno consecutivo, il tasso di occupazione generale cresce, attestandosi al 58%, ma è ancora 0,7 punti percentuali sotto il livello del 2008 e lontano dalla media Ue.

L’Istat ha scritto nel rapporto annuale: “Il riavvicinamento ai valori del 2008 si deve esclusivamente alla componente femminile (+1,7 punti dal 2008 in confronto a -3,1 degli uomini) anche se l’Italia si caratterizza per un tasso di occupazione femminile più basso della media europea (48,9% contro 62,4%). Si tratta del valore più basso dopo la Grecia”.

Gli indicatori disponibili per i primi mesi del 2018 segnalano la prosecuzione del recupero della crescita dell’economia italiana, pur se a ritmi moderati.

Tuttavia, si profilano segnali di incertezza legati all’evoluzione delle politiche commerciali di Stati Uniti e Cina, alla prosecuzione del processo di normalizzazione della politica monetaria statunitense e agli effetti dei rialzi dei tassi sui mercati finanziari e valutari. Sempre nel Rapporto annuale 2018 dell’Istat, viene evidenziato come nella prospettiva di breve termine i segnali siano positivi seppure in leggera attenuazione.

Sulla base delle stime preliminari dell’Istat, nel primo trimestre del 2018 il Pil è salito dello 0,3% sul trimestre precedente. Nello stesso periodo la fiducia delle famiglie è risultata in crescita, mentre quella delle imprese è diminuita, mantenendosi però su livelli elevati.

Nel biennio 2015-2016 l’economia è tornata a crescere nel Mezzogiorno, dopo sette anni di contrazione: il Pil in volume è aumentato del 2,4%, un valore superiore a quello medio nazionale (+1,9%). Secondo l’Istat tuttavia emerge ancora il gap fra il Sud e il resto del Paese.

Nel biennio la ripresa è più forte nel Nord-est (+2,5 per cento), in particolare in Emilia-Romagna e in Friuli-Venezia Giulia (+2,7). Il tasso di crescita del Nord-ovest (+2,0 per cento) riflette al suo interno dinamiche differenti: l’incremento è più elevato in Lombardia (+2,5 per cento), meno vivace in Piemonte (+1,5), negativo in Liguria (-0,5 per cento). Più contenuta l’espansione nelle regioni del Centro (+0,9 per cento), dove il Pil si è leggermente contratto nelle Marche (-0,1 per cento).

Tra le regioni meridionali, il Molise e la Campania presentano variazioni positive del 4,9 per cento, la Basilicata del 9,2. Nel complesso, mentre la crescita del Sud è consistente (+3 per cento), la ripresa nelle Isole è più contenuta (+0,9). La contrazione osservata nel Mezzogiorno nel periodo compreso tra l’avvio della crisi e il 2014 è stata, del resto, intensa e più elevata di quella delle altre ripartizioni, con una riduzione del Pil che ha superato il 12 per cento.

Le indicazioni fornite dall’Istat sono un quadro indispensabile per l’elaborazione delle scelte politiche future per il Paese.

Salvatore Rondello

Quando si può licenziare per malattia. Inps, sostegno al reddito per chi perde il lavoro

Lavoro
QUANDO SI PUÒ LICENZIARE PER MALATTIA

Il lavoratore dipendente malato non può essere licenziato. A stabilirlo è la legge, che prefigura solo due casi nei quali è possibile attuare l’allontanamento in caso di malattia: quando l’assenza supera la durata massima fissata dal contratto collettivo o se, nonostante l’assenza sia inferiore a tale limite, essa comporti un grave pregiudizio per l’organizzazione aziendale. La prima causa, come ricorda il portale “laleggepertutti.it”, è detta ‘superamento del comporto’ e trova nella legge una previsione espressa; la seconda, invece, discente direttamente della recente interpretazione dei giudici.
Il codice civile stabilisce che l’azienda debba conservare il posto di lavoro del dipendente in malattia, nei limiti del ‘comporto’, un periodo determinato dalla legge, dai contratti collettivi o, in mancanza, dagli usi. Fondamentalmente, non si può licenziare il lavoratore malato a causa della sua malattia e dell’assenza prorogata. Si può però licenziare il dipendente malato, anche durante il periodo in cui è a casa, per altri motivi non legati alla malattia come ad esempio una crisi aziendale o la ristrutturazione interna (il cosiddetto licenziamento per giustificato motivo oggettivo) o ancora, una grave colpa da questi commessa (cosiddetto licenziamento disciplinare). Come nell’ipotesi del dipendente in malattia che non si fa puntualmente trovare a casa al momento delle visite fiscali del medico dell’Inps.
L’assenza per malattia può protrarsi per un periodo massimo che di norma è disciplinato dai contratti collettivi. Superata tale soglia è possibile il licenziamento. L’unico caso in cui al dipendente viene permesso di superare il periodo di comporto è quando la malattia si è verificata a causa del datore di lavoro, per non aver questi garantito un ambiente salubre e privo di rischi (infortunio sul lavoro, mancata predisposizione delle misure di sicurezza, ma anche uno scivolone dalle scale, un infarto derivato da una condotta mobbizzante, ecc.).
Per calcolare il ‘comporto’, ossia l’arco temporale superato il quale l’azienda può licenziare il dipendente, bisogna fare riferimento all’anno di calendario o l’anno solare, in base a quanto normato dai contratti collettivi. Per ‘anno di calendario’ si deve intendere il lasso di tempo compreso tra il 1° gennaio e il 31 dicembre di ogni anno, mentre per ‘anno solare’ si deve intendere un periodo di 365 giorni decorrenti dal primo evento morboso, dall’inizio della malattia (se continuativa) o a ritroso dalla data di licenziamento.
La durata del comporto per gli impiegati è prefissata dalla legge ed è di 3 mesi quando l’anzianità di servizio non supera i dieci anni, e di 6 mesi quando tale anzianità va oltre i dieci anni. Per gli operai, invece, la durata del periodo di comporto è stabilita dalla contrattazione collettiva. Il periodo di comporto può essere interrotto per effetto della richiesta del lavoratore di godere delle ferie maturate. La richiesta deve essere scritta, indicare il momento dal quale si intende convertire l’assenza per malattia in assenza per ferie ed essere tempestivamente presentata al datore di lavoro, prima che il periodo di comporto sia definitivamente scaduto e il datore di lavoro abbia diritto di recedere dal rapporto.
Scaduto il comporto, il datore può licenziare il dipendente senza provare l’esistenza di una giusta causa o un giustificato motivo. Tuttavia, è vietato licenziare il dipendente per superamento del comporto se la sua malattia è stata provocata o aggravata dalla nocività insita nelle modalità di esercizio delle mansioni o comunque esistente nell’ambiente di lavoro. Al riguardo, la recente giurisprudenza intervenuta in materia sta sostenendo la possibilità per l’azienda di licenziare il dipendente assente per malattia ancor prima del superamento del comporto, quando l’indisposizione del lavoratore provoca un grave danno all’organizzazione del lavoro.
È quello che si definisce ‘licenziamento per scarso rendimento’. Esistono già diversi precedenti in tal senso. In sostanza, secondo le ultime pronunce giudiziarie emanate sull’argomento, tutte le volte in cui la presenza sporadica del lavoratore finisce per danneggiare i meccanismi produttivi e le catene di montaggio, costringendo l’azienda a bloccarsi o, per evitare ciò, ad assumere un sostituto, è possibile il licenziamento di chi non ha ancora esaurito tutti i giorni del comporto.
Ma attenzione, il licenziamento del malato cronico, di chi, cioè, presta servizio a singhiozzo, fra lunghe assenze e brevi ritorni, è lecito solo quando questi rende un’attività esigua per quantità e qualità e dunque non utilizzabile dall’azienda. In tale fattispecie il licenziamento è legittimo. Quando le reiterate assenze per malattia determinano uno scarso rendimento viene infatti violato l’obbligo della diligente collaborazione a cui il lavoratore si obbliga.

Previdenza Inps
LE MISURE ATTUALI DI SOSTEGNO AL REDDITO PER CHI PERDE IL LAVORO

Diversi sono i sostegni al reddito tuttora in vigore che si collegano alla perdita di lavoro. Vediamo quali sono i principali:
Naspi (Nuova Prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego) è il sussidio di disoccupazione erogato dall’Inps. Per ottenerlo occorre aver lavorato almeno 13 settimane negli ultimi 4 anni e 30 giorni di lavoro effettivo nell’anno in cui si è perso il posto. La Naspi può essere richiesta da dipendenti pubblici a termine e lavoratori subordinati del settore privato. Vale per chi perde il lavoro involontariamente o per chi si licenzia per giusta causa. L’importo massimo per il 2018 non può superare i 1.300 euro al mese e l’assegno dura fino a un massimo di 24 mesi.
Dis-Coll è la prestazione rivolta a collaboratori a progetto, occasionali, coordinati e continuativi, dottorati di ricerca, borsisti ecc. che hanno perduto involontariamente il lavoro o che si sono dimessi per giusta causa. Anche in questo caso l’importo massimo è di 1.300 euro al mese, ma la durata massima è pari a 6 mesi.
Disoccupazione agricola, riservata ai lavoratori dell’agricoltura, offre un’indennità pari al 40% della retribuzione del lavoratore o della lavoratrice che ha perso il lavoro. Si collega alla stagionalità insita nel lavoro agricolo. Per fare domanda basta compilarla in via telematica sul sito Inps.
Questi contributi si collegano a un precedente periodo di lavoro. Si tratta pertanto di schemi cosiddetti “assicurativi”, in cui si versa un “premio” durante i mesi di lavoro e si percepisce in cambio un “risarcimento” nei periodi in cui il lavoro finisce. Diversi sono invece gli strumenti improntati al reddito di cittadinanza, in cui è la condizione di povertà o di disagio a dare diritto a un sostegno

Fisco a cittadini
ECCO COME LO STATO USA LE TUE TASSE

“Gentile Mario Rossi…ecco come lo Stato utilizza le tue tasse”. E’ arrivata a metà aprile, con la stagione delle dichiarazioni, una pagina informativa personalizzata nel ”cassetto” dell’Agenzia delle Entrate con la quale circa 30 milioni di contribuenti hanno potuto conoscere come sono state utilizzate le proprie imposte versate nell’anno precedente. Nell’informativa è compresa una tabella ed un grafico che riporta le principali voci, dall’istruzione al debito pubblico. Anche così i cittadini non saranno solo contribuenti, ha spiegato il direttore delle Entrate Ruffini.
I cittadini che hanno presentato la dichiarazione dei redditi nel 2017 – aveva annunciato l’Agenzia delle Entrate – potranno conoscere come sono state distribuite le imposte relative al 2016, accedendo al proprio cassetto fiscale o nella dichiarazione precompilata, in pratica attraverso l’accesso telematico alle proprie pagine fiscali che già molti cittadini hanno. “Nella speranza di fare cosa gradita, – viene riportato nella breve introduzione alla pagina – Agenzia delle entrate desidera fornirti alcune informazioni con l’obiettivo di essere ancora meglio al servizio tuo e dell’intera comunità.
(…) Contribuire alla propria comunità è essenziale, – viene concluso – ma riteniamo lo sia anche avere la consapevolezza, per rispetto del cittadino prima ancora che del contribuente, di come vengano utilizzate le risorse fiscali” E’ proprio questa la filosofia che ispirare il progetto che – ha ricordato l’Agenzia – rientra nel percorso tracciato dal direttore dell’Agenzia, Ernesto Maria Ruffini, per “migliorare il senso di partecipazione dei cittadini troppo spesso considerati soltanto contribuenti”. I soggetti potenzialmente interessati all’operazione sono circa 30 milioni.
Ci sono i circa 20 milioni che compilato il modello 730 direttamente o tramite intermediari e altri 10 milioni che invece dichiarano attraverso il modello Redditi.
La novità è scattata di fatto dalla metà di aprile, con l’avvio della stagione delle dichiarazioni dei redditi. “Accedendo al proprio cassetto fiscale o consultando la dichiarazione precompilata via web – hanno spiegato alle Entrate – si può conoscere come sono state distribuite le risorse fiscali in un quadro sintetico che contiene le principali voci di spesa”.
In pratica è possibile scoprire come le proprio imposte versate – dall’Irpef alle varie addizionali, dalla cedolare sugli affitti al contributo di solidarietà – vengono ”spacchettate” nelle diverse voci del bilancio della pubblica amministrazione: sanità pubblica, previdenza, istruzione, sicurezza, ordine pubblico, trasporti, cultura, protezione del territorio, ma anche la quota parte del debito pubblico o come si contribuisce al bilancio dell’Unione europea, oltre ai servizi generali delle pubbliche amministrazioni.
Ecco allora che un Mario Rossi che ha versato 10 mila euro di imposta saprà sui redditi del 2016, che 2.125 euro sono stati destinati alla voce previdenza e assistenza, 1.934 euro sono andati alla sanità, 1.090 euro all’istruzione, 882 euro a difesa, ordine pubblico e sicurezza, 832 ai servizi erogati dalla Pubblica Amministrazione e così via.
Tutte le principali voci di spesa dello Stato sono, quindi, riassunte in una tabella e in un “grafico a torta” attraverso i quali il contribuente potrà verificare concretamente il percorso compiuto dalle imposte in base alla propria dichiarazione dei redditi 2017.
L’accesso a questa nuova ‘pagina’ segue lo schema che il fisco utilizza già per la dichiarazione precompilata. Servirà la password a tutela della riservatezza. Si può usare per questo sia lo Spid, il sistema pubblico di identità digitale che consente di utilizzare le stesse credenziali per tutti i servizi on line delle amministrazioni pubbliche oppure, in alternativa, le password e il pin dei servizi dell’Agenzia delle Entrate, della carta nazionale dei servizi, dell’Inps o del portale NoiPa (quelle dei dipendenti pubblici). Ma si potrà anche chiedere di saperlo tramite un intermediario: un Caf o un professionista abilitato. Come dire, sono tante le strade possibili per questa nuova ”consapevolezza fiscale”.

Carlo Pareto

Assegno di ricollocazione, lavori usuranti e reddito di inclusione: le novità

Lavoro

SLITTA A MAGGIO L’ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE

Slitta a maggio l’entrata a regime dell’assegno di ricollocazione, che era stato preventivato per il 3 aprile scorso. Lo prevede una nuova delibera Anpal, Agenzia Nazionale Politiche Attive per il Lavoro che sposta la partenza del contributo per i disoccupati senza peraltro fissare una nuova data. Le cause del rinvio sono da attribuire a problemi di adeguamento del sistema informatico da parte dei patronati che hanno richiesto tempi più lunghi del previsto.

Cos’è – Si tratta del contributo economico che va da 250 a 5.000 euro per i servizi per il lavoro che offrono un’opportunità di impiego ad un disoccupato che sia almeno da quattro mesi percettore di Naspi, la nuova indennità di disoccupazione erogata dall’Inps, ma anche a chi rientra nelle politiche di contrasto alla povertà (nel Rei) o è in cassa integrazione straordinaria Inps.

Un assegno che diventa tanto più pesante quanto più è difficile (per formazione, territorio e via dicendo) ricollocare il lavoratore in questione. La somma viene incassata dai centri per l’impiego, dalle agenzia per il lavoro o da altri enti accreditati se l’operazione ha avuto successo, cioè se ha portato a un contratto di lavoro.

A quanto ammonta – L’assegno di ricollocazione va da mille a 5mila euro se il disoccupato trova un nuovo impiego a tempo indeterminato, apprendistato compreso. Da 500 a 2.500 euro se si firma un contratto a termine di almeno 6 mesi. Nelle regioni considerate “meno sviluppate” (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia) si può scendere a 250 fino a 1.250 euro se si instaura un rapporto a tempo tra i tre e sei mesi.

L’entità dell’assegno varia anche a seconda della difficoltà di reinserimento occupazionale dell’interessato, stabilita nella fase di profilazione. Si terrà conto, tra l’altro, di età, sesso, livello di istruzione, collocazione geografica, precedente esperienza lavorativa.

Chi ne ha diritto – L’assegno può essere richiesto non solo da chi ha diritto alla Naspi dell’Inps da almeno quattro mesi ma anche dai beneficiari del Reddito di inclusione e dai lavoratori in accordi di ricollocazione. L’importo dell’assegno non viene attribuito alla persona disoccupata ma al soggetto che si prende in carico il lavoratore; inoltre, viene corrisposto solamente a risultato occupazionale acquisito. Una novità appena introdotta riguarda la procedura prevista dall’ultima manovra grazie alla quale il servizio può essere anticipato per i lavoratori già in Cigs Inps.

La procedura – Una volta che il disoccupato presenta domanda, sceglie chi eroga il servizio di assistenza: può essere un centro per l’impiego o un ente accreditato ai servizi per il lavoro. La richiesta dell’assegno è volontaria e si può presentare anche in via telematica. Il centro per l’impiego, entro 15 giorni, deve decidere se rilasciare o meno l’assegno dopo le verifiche. Se viene accettato si deve quindi elaborare il Patto di servizio personalizzato e il programma di ricerca intensivo. A quel punto il disoccupato deve partecipare agli incontri concordati e deve accettare le offerte congrue di lavoro ricevute. Se rifiuta può andare incontro a sanzioni che partono da una prima riduzione dell’assegno e arrivano alla sua perdita totale.

Come ottenere l’assegno – La somma viene intascata dal centro per l’impiego o dall’agenzia privata per il lavoro “a risultato raggiunto”, cioè alla firma del contratto subordinato. Il disoccupato, per ottenere l’assegno, deve presentare al servizio pubblico (una novità è il coinvolgimento anche dei patronati) la dichiarazione di immediata disponibilità a lavorare, la “Did”, e richiedere la somma. Il servizio si conclude dopo 180 giorni, con una possibile proroga di altri 180 giorni in caso di assunzione con contratto di almeno sei mesi.

Pensione lavori usuranti

DOMANDA ENTRO IL 1° MAGGIO

È in scadenza la domanda per il riconoscimento dei requisiti che garantiscono l’accesso alla pensione anticipata per chi svolge lavori usuranti. Entro il 1° maggio 2018 i lavoratori interessati sono chiamati a presentare il modulo AP45 all’Inps a cui viene fatta richiesta per accedere anticipatamente alla pensione, nel caso si perfezionino i requisiti, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2019. Stando alla normativa, inserita nella Legge di Bilancio 2017, infatti, è necessario l’invio dell’istanza all’Inps prima della domanda di pensione vera e propria, perché l’istituto possa riconoscere il beneficio per i lavori usuranti e il rispetto di determinati requisiti.

I requisiti- Il lavoratore, incaricato di svolgere mansioni particolarmente pesanti, ha diritto alla

pensione prima di aver maturato i requisiti previsti dal trattamento ordinario. L’età minima varia sulla base della tipologia di attività lavorativa svolta e va da un minimo di 61 anni e 7 mesi fino a un massimo di 64 anni e 7 mesi di età. Rispettato il requisito anagrafico, sia gli autonomi che i lavoratori dipendenti dediti a lavori pesanti devono vantare un minimo di 35 anni di contributi.

Le categorie – Tra le macro-categorie di lavoratori interessati alla pensione anticipata per lavoro usurante troviamo i conducenti di veicoli di capienza complessiva non inferiore a nove posti adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo; gli addetti alla cosiddetta ‘linea catena’; gli impegnati in mansioni particolarmente usuranti; i lavoratori notturni a turni e/o per l’intero anno (lavoratori a turni che prestano attività nel periodo notturno per almeno 6 ore non meno di 64 giorni lavorativi l’anno; i lavoratori che prestano la loro attività per almeno 3 ore tra la mezzanotte e le cinque del mattino per periodi di lavoro di durata pari all’intero anno lavorativo).

La domanda – Qui il modulo per Ap45 Inps dedicato ai lavoratori in oggetto per presentare domanda di pensione anticipata. Sarà l’Inps a valutare e a comunicare l’esito della domanda di valutazione dei requisiti. Solo dopo una conferma da parte dell’istituto il lavoratore potrà richiedere anticipatamente la pensione con decorrenza a partire dal 1° gennaio 2019 o nei mesi successivi.

Reddito d’inclusione

PRESENTATI I DATI RELATIVI AL PRIMO TRIMESTRE

A tre mesi dal lancio del Reddito di Inclusione (REI) l’Osservatorio statistico Inps ha prodotto i primi dati sulle domande di richiesta del beneficio.

Nella sede di Palazzo Wedekind il Presidente Tito Boeri, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni hanno recentemente presentato a giornalisti ed esperti del settore i risultati ottenuti dal REI nel primo trimestre del 2018.

Il Presidente Tito Boeri ha sottolineato l’importanza di avere una misura di contrasto alla povertà efficiente. “Il Reddito di Inclusione, il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) e le misure regionali collegate sottolineano l’attenzione dell’Istituto verso le famiglie in difficoltà” – ha affermato il Presidente – “I primi risultati che abbiamo, aggiornati al 23 marzo, parlano di 251mila famiglie raggiunte, corrispondenti a 870mila persone. Abbiamo raggiunto quasi il 50% della platea obiettivo di questa misura. È un dato rilevante. Non esistono schemi di contrasto alla povertà in altri paesi che abbiano superato il 40-50%”.

Tito Boeri ha tracciato un profilo delle persone che hanno fatto richiesta della misura, evidenziando un boom di richieste al sud. “Il dato rileva una evidente incidenza di richieste dove il tasso di disoccupazione è maggiore: 7 nuclei familiari su 10 dei beneficiari appartengono dal sud Italia” – ha aggiunto il Presidente – “È straordinaria la richiesta del beneficio proveniente da famiglie con presenza di persone disabili: un quinto dei richiedenti è rappresentato da questa categoria. L’aiuto alle famiglie in difficoltà con persone disabili è un ampliamento importante reso possibile dal Rei rispetto al preesistente Sia. È importante allargare la platea dei beneficiari di questo strumento e l’obiettivo è raggiungere, a partire da luglio, 2,7 milioni di persone”.

Sull’efficienza dello strumento e l’importanza di controllare i flussi di domanda, il Presidente dell’Istituto ha commentato: “È importante mantenere e controllare questa macchina e chi fa richiesta del beneficio. C’è un grande lavoro dietro il controllo delle domande che arrivano. È difficile raggiungere le persone davvero bisognose. Nelle esperienze internazionali sappiamo che ci sono stati moltissimi fallimenti, abbiamo messo su una macchina che si rivolge esclusivamente a chi davvero ne ha bisogno e siamo orgogliosi del corretto funzionamento della stessa”.

Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti è intervenuto elogiando la rete, permanente e stabile, di supporto alle persone bisognose, specificando che la misura del Reddito di Inclusione rientra attivamente in questo network. Nel tracciare la linea, il Ministro Poletti ha rilevato che è importante dedicare centinaia di milioni di euro alle misure di contrasto alla povertà.

Nel suo intervento il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, analizzando l’andamento economico del Paese, ha rivendicato la funzionalità del Rei. “È uno strumento efficiente che va difeso. Non abbiamo messo in campo una misura passiva che viene semplicemente a fronteggiare una condizione di difficoltà sociale” – ha dichiarato il Premier – “Abbiamo messo in campo uno strumento fondamentale ed efficiente, che va tutelato per aiutare davvero chi vive in condizioni di povertà assoluta”.

Carlo Pareto

‘Resto al Sud’: in arrivo incentivi per rimanere nel Mezzogiorno

Indennità economica di malattia

NUOVE DISPOSIZIONI INPS SUI RICOVERI IN PRONTO SOCCORSO

Nell’ambito delle evoluzioni del Sistema sanitario nazionale, è sempre più diffusa la casistica di permanenza di pazienti presso le unità operative di pronto soccorso di durata anche prolungata.

In molte strutture ospedaliere per affrontare queste situazioni sono state istituite le c.d. Strutture semplici OBI (Osservazione Breve Intensiva) e DB (Degenza Breve – struttura nata in base a specifiche delibere regionali), spesso annesse alle unità operative di pronto soccorso; ovviamente, ulteriori denominazioni potrebbero essere utilizzate dalle varie autonomie locali per individuare strutture con medesimo ruolo funzionale delle OBI e DB. Vi sono strutture ospedaliere che – non avendo deliberato la costituzione delle nominate strutture OBI e DB (o altre con medesima finalità funzionale) come entità esplicitamente autonome – espletano tale funzione direttamente in regime di pronto soccorso.

La permanenza di pazienti in tali strutture può variare sensibilmente e durare anche alcuni giorni, qualora le condizioni del malato richiedano un chiarimento o nel caso in cui l’appropriato reparto di ricovero non sia immediatamente accessibile.

In tali casi la permanenza di un paziente presso il pronto soccorso presenta le medesime caratteristiche del ricovero ospedaliero e tale deve quindi essere considerata ai fini della tutela previdenziale, ove prevista, e della correlata certificazione medica da produrre.

Quindi, nei casi in cui i trattamenti o l’osservazione presso le unità operative di pronto soccorso richiedano ospitalità notturna, deve applicarsi, nell’ambito della tutela previdenziale della malattia, la medesima disciplina prevista per gli eventi di ricovero ospedaliero.

Assegno pensione Inps

APRILE CAMBIA DATA

La pensione di aprile ha tardato ad arrivare. Complice la Pasqua e Pasquetta, che sono caduti nel primo e nel secondo giorno del mese, il pagamento dell’assegno da parte dell’Inps è slittato a martedì 3 aprile. E questo ha riguardato sia gli accrediti alle Poste che presso gli istituti bancari. Il nuovo calendario delle pensioni è stato deciso con la legge di bilancio 2018. “Al fine di razionalizzare e uniformare le procedure e i tempi di pagamento delle prestazioni previdenziali corrisposte dall’Inps, i trattamenti pensionistici, gli assegni, le pensioni e le indennità di accompagnamento, erogati agli invalidi civili, nonché le rendite vitalizie dell’Inail – si legge sul sito dell’Inps – sono posti in pagamento il primo giorno di ciascun mese o il giorno successivo se il primo è festivo o non bancabile, con un unico mandato di pagamento, ove non esistano cause ostative”.

Colf

BADANTE IN NERO COSA SI RISCHIA dell’irregolarità della colf con lo Stato

La badante e la colf, così come ogni altro lavoratore, deve essere assunto regolarmente e denunciato all’Inps; quest’obbligo ovviamente compete al datore e non alla collaboratrice familiare. Se il datore non vi attende è responsabile personalmente per il lavoro in nero. In questo caso si formano due tipi di inadempienze, la prima dovuta alla mancata comunicazione dell’assunzione; la seconda all’omessa iscrizione all’Inps. Queste più nel dettaglio le sanzioni conseguentemente prefigurate nella fattispecie:

la prima sanzione scatta per l’omessa o la ritardata comunicazione dell’assunzione all’Inps, va da 200 a 500 euro per ogni lavoratore e che bisogna corrispondere al centro per l’impiego. Non è una sanzione di tipo penale ma amministrativo;

la seconda penalità scatta per il lavoro nero in sé ossia per l’inosservanza dell’obbligo della denuncia all’Inps; per tale comportamento, che è complementare al primo, la Direzione Provinciale del Lavoro può applicare al datore di lavoro una sanzione pecuniaria che va da 1.500 euro a 12mila per ciascun lavoratore in nero, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo, cumulabile con le altre sanzioni amministrative e civili persistenti contro il lavoro in nero.

Sempre nei confronti dello Stato, il datore di lavoro è inoltre responsabile per l’evasione dei contributi previdenziali. Le sanzioni sono pari al tasso del 30% su base annua calcolate sull’importo dei contributi omessi con un massimo del 60% e un minimo di 3mila euro, a prescindere dalla durata della prestazione lavorativa accertata. Anche per una sola giornata di lavoro in nero il datore di lavoro può essere punito con la penalità minima applicabile di 3mila euro.

Questa sanzione ovviamente si cumula con quelle amministrative sopra indicate per la mancata comunicazione dell’assunzione e l’omessa iscrizione all’Inps.

Se il versamento degli oneri contributivi avviene con un ritardo di non oltre 12 mesi le sanzioni si riducono per un massimo del 40% sull’importo dovuto nel trimestre o sulla cifra residua da pagare.

Se, invece, la badante in nero è anche irregolare, ossia è immigrata senza il permesso di soggiorno, in tale ipotesi il datore di lavoro rischia l’arresto da tre mesi a un anno e l’ammenda di 5mila euro per ogni lavoratore impiegato.

Ma i problemi non si esauriscono qui. Anzi, il peggio deve ancora venire. Se si è remunerato la badante in nero è verosimile che non si è conservato alcuna dimostrazione tracciabile del pagamento del compenso stabilito. Generalmente i soldi, in queste situazioni, si danno per contanti di volta in volta. Ebbene, se non si è fatto firmare nulla la lavoratrice potrà citare il datore di lavoro fino a cinque anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro sostenendo che non le sono stati mai versati gli stipendi, la tredicesima, la quattordicesima, i permessi, le ferie e il Tfr. E se anche si riuscisse a dimostrare il contrario, ossia che è stata compensata, è lecito supporre che l’importo corrisposto sia stato inferiore in confronto a quello previsto dal contratto collettivo nazionale; il che significa che si dovrebbe integrare le mensilità con quanto dovuto per legge. Oltre a ciò si è comunque tenuti a versare i contributi previdenziali.

L’incentivo per i giovani imprenditori

RESTO AL SUD

Fuga dal Sud. Alla ricerca di un lavoro e di un futuro, sono migliaia i giovani che abbandonano il Mezzogiorno e, con il loro bagaglio di anni di studi, affrontano veri e propri viaggi della speranza, di notte, in autobus, per arrivare al mattino nelle località del Centro e Nord Italia e tentare la carta del concorso pubblico.

“Ho mandato curriculum in giro – ha affermato a Labitalia Carla, nome di fantasia – e nessuno mi ha risposto. Ho avuto qualche chiamata, però o in nero, oppure avrei dovuto aprire partita Iva e lavorare sotto cooperativa. Questo tipo di offerte sinceramente non era proprio il caso di accettarle”. E c’è chi, come Manuela, da anni fa su e giù per lo Stivale. “Ne ho fatti tanti di concorsi – ha raccontato – e questi viaggi sono molto stancanti e sacrificati sia per noi che per le nostre famiglie”. “Non c’è niente qui, provo a fare tutti i concorsi – ha detto Antonella- e prima o poi si spera di passarne qualcuno. Eventualmente, se si vincerà un concorso, mancherà la famiglia, ma per il lavoro si fa questo e altro”.

Ma per chi ha ancora la forza di restare nella propria terra, e di valorizzarla, adesso c’è ‘Resto al Sud’: l’incentivo gestito da Invitalia con una dotazione di 1.250 milioni di euro, che sostiene la nascita di nuove attività imprenditoriali avviate da giovani nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia).

Le agevolazioni sono rivolte agli under 36. Ciascun imprenditore può ottenere 50mila euro, fino a un massimo di 200mila nel caso di più imprenditori. Le agevolazioni coprono il 100% delle spese e prevedono: un contributo a fondo perduto pari al 35% del programma di spesa e un finanziamento bancario pari al 65%, garantito dal Fondo di Garanzia per le pmi.

Gli interessi del finanziamento sono interamente coperti da un contributo in conto interessi. Chi vuole presentare la domanda può rivolgersi ai numerosi enti convenzionati con Invitalia (comuni, università, associazioni) per ricevere supporto gratuito per la predisposizione del progetto d’impresa.

Antonio, tra coloro che hanno presentato la domanda su www.invitalia.it, ha sottolineato: “Sono estremamente soddisfatto. Ho saputo di questo incentivo tramite il web. Aspettavo da alcuni anni che uscisse un’agevolazione che mi permettesse di restare al Sud e investire nella mia terra. Il nostro progetto si basa sulla produzione di cosmetici che vengono creati ‘su misura’, sulle esigenze delle persone che hanno caratteristiche diverse, dalla pelle al ph. Vogliamo aprire un laboratorio in Campania, appunto grazie ai fondi di ‘Resto al Sud'”.

Il nuovo incentivo ha rappresentato un’opportunità anche per Giuseppe, che vuole avviare ad Avellino un’attività di prototipazione, stampa 3D e produzione artigianale di arredi e complementi d’arredo con l’utilizzo di materiali quali il legno, il ferro battuto e la plastica. “Dopo la laurea in architettura – ha spiegato il ragazzo – ho cercato lavoro e contemporaneamente ho seguito la mia passione per la falegnameria e da lì è nata l’idea di restare nella mia terra sfruttando gli incentivi pubblici. Altrimenti sarei stato costretto a salire al Nord o addirittura all’estero come tanti altri miei colleghi”.

“Mi ha colpito molto – ha sottolineato – la rapidità della risposta di Invitalia, visto che l’esito positivo è arrivato a meno di un mese dalla presentazione della domanda. La velocità è quindi uno dei punti di forza di questo strumento”.

Dunque, il viaggio della speranza verso altre regioni o all’estero si può trasformare, grazie agli incentivi di ‘Resto al Sud’, in un percorso imprenditoriale da compiere nella propria terra d’origine.

Fisco

5 ANNI PER BATTERE CASSA

Il fisco ha cinque anni per battere cassa e riscuotere i debiti. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 1997. La suprema Corte si è espressa in particolare su un caso di debiti con Equitalia: una cartella di pagamento “per imposta di registro e accessori per l’anno 1996”. In quel caso non c’è stato, scrivono gli Ermellini, “nessun accertamento giudiziale definitivo tra la notifica della cartella di pagamento e la relativa iscrizione al ruolo avvenuta in data 23 novembre 1999, per i crediti del 1996, e l’avviso di mora notificato il 18 marzo 2009 e oggetto del presente ricorso”. L’effetto è, aggiunge la Suprema Corte, accogliendo il ricorso del debitore, che “deve ritenersi prescritto il diritto, azionato ben oltre il termine di prescrizione quinquennale per esso previsto”.

Carlo Pareto