Vince la Lega, un colpo
a Salvini

Matteo Salvini-Lega

Niente di rivoluzionario dalla Lega. Né la secessione dall’Italia e nemmeno il federalismo ma l’autonomia, il cosiddetto “regionalismo differenziato” previsto dalla Costituzione repubblicana. Il referendum leghista, vittorioso in Veneto e in Lombardia (ma tantissimi voti ci sono stati nella prima regione e molti di meno nella seconda), chiede più poteri allo Stato centrale. Il modello è quello delle regioni a statuto speciale (la Sicilia, la Sardegna, il Trentino-Alto Adige, la Valle d’Aosta, il Friuli-Venezia Giulia) che dispongono di poteri più ampi.

I soldi, il fisco. In particolare Luca Zaia e Roberto Maroni, i presidenti leghisti del Veneto e della Lombardia, guardano al portafoglio: vogliono una quota più alta delle tasse riscosse nei loro territori, i più ricchi d’Italia. L’elegante e compito Zaia (ramo Liga Veneta della Lega Nord) non ne fa mistero e smentisce ogni paragone con il referendum catalano che ha dichiarato l’indipendenza dalla Spagna: «Non abbiamo niente a che vedere con la Catalogna. Vogliamo l’autonomia: più potere, più competenze e il federalismo fiscale, non l’indipendenza. Il treno passa una volta sola e comunque è una pagina storica». E anche Maroni (ramo Lega Lombarda della Lega Nord) fa lo stesso discorso.

Niente a che vedere con la secessione della Catalogna dalla Spagna, una pericolosissima mina vagante con possibili pericolose conseguenze politiche, economiche e persino di violenze e di scontri militari. L’esempio catalano rischia di determinare la frammentazione di molte nazioni europee insidiate da conati indipendentisti. Ma adesso l’Italia del nord sembra immune da questo virus, forse perché immunizzata dalle esperienze del passato.

Le differenze tra il Lombardo-Veneto (come si chiamavano nel 1800 le due regioni ai tempi della dominazione austriaca) e la Catalogna sono abissali. Matteo Salvini ha annunciato, subito dopo aver votato al referendum in Lombardia, la volontà di aprire un confronto e non uno scontro: «Noi da domani trattiamo con il governo centrale». Il segretario della Lega Nord deve fare i conti con una realtà diversa da quella catalana: 1) la grande maggioranza dei lombardi e dei veneti non vuole la secessione; 2) lui stesso ha buttato la vecchia bandiera dell’indipendenza della cosiddetta Padania alzata da Umberto Bossi vent’anni fa ed ha trasformato la Lega da partito del Nord in una forza di destra nazionale; 3) i due referendum tenuti domenica sono consultivi; 4) il Carroccio già governa da anni le due regioni, guidando delle giunte di centro-destra.

L’unico punto di contatto tra il referendum catalano e quelli del lombardo-veneto riguarda il portafoglio: tutti e tre i territori sono i più ricchi e sviluppati dei due paesi, la Spagna e l’Italia. Sia i catalani sia gli abitanti del nord-est del Belpaese vogliono pagare meno tasse e, in ogni caso, chiedono di poter utilizzare gran parte dei ricavi delle loro imposte. Poi, al di là della solidarietà con le regioni centro-meridionali, non mancano le contraddizioni. Un esempio per tutti: i contribuenti di Roma, Napoli, Palermo ma anche quelli di Torino e di Genova hanno visto usare le loro tasse per salvare dal fallimento le banche venete, quelle del ricco nord-est.

Sono lontani i tempi della rivolta padana di Bossi. Il fondatore della Lega Nord, tra espressioni forti (come il ricorso ai Kalashnikov e a “marce su Roma” poi in parte smentite) e comizi dialoganti, nel lontano 15 settembre 1996 proclamò a Venezia la secessione della Padania dall’Italia: «Noi, popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana». Tra lo sventolio delle bandiere del Carroccio nella città lagunare fu annunciata la fine del “colonialismo italiano” sulle regioni settentrionali.

Ma quella dichiarazione di Bossi, come il referendum organizzato in modo un po’ artigianale dalla Lega Nord, non ebbero alcun effetto. Il virus dell’indipendenza non attecchì. Né le popolazioni settentrionali né gli ex alleati del centro-destra seguirono la strada indicata dall’allora segretario del Carroccio. Anzi, successe il contrario. Sia Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia, sia Gianfranco Fini, presidente di An, anche loro due uomini del nord, bocciarono senza appello la dichiarazione d’indipendenza, come il centro-sinistra allora guidato da Romano Prodi.

Così Bossi, isolato, fu costretto a tornare sui propri passi. Dalla secessione ripiegò sulla richiesta del federalismo e così negoziò con Berlusconi. La Lega tornò a formare una coalizione di centro-destra e ritornò al governo con gli esecutivi guidati da Berlusconi (nel 2001 e nel 2008). Lo stesso Bossi divenne ministro. Fu anche varata una riforma costituzionale all’insegna del federalismo politico, ma fu bocciata dagli italiani in un referendum.

Bossi, dopo le sconfitte politiche subì anche dei pesanti guai giudiziari, così perse la segreteria della Lega: prima fu sostituito da Maroni, il vecchio amico di un tempo, e poi da Salvini. La visione e l’identità politica localistica della Lega Nord andò in frantumi: addio a riti indipendentisti come l’elezione di Miss Padania. Anche le camicie verdi padane sono andate fuori moda e adesso Salvini indossa felpe di vari colori sia quando tiene comizi a Milano sia quando li fa a Roma, a Napoli e a Palermo.

Però il Carroccio anche in versione di destra nazionale, anti immigrati e anti euro, raccoglie pochi voti al Sud e molti al Nord. Lo dimostra anche la mobilitazione referendaria in Veneto e Lombardia, le regioni-casseforti di voti. Ed è un colpo alla nuova linea politica di Salvini, il segretario della metamorfosi della Lega Nord in italiana. Adesso Salvini dovrà fare i conti il rinnovato ancoraggio localistico nordista. Dovrà anche fare i conti con lo statuto del Carroccio che parla di Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Sembra quasi la rivincita di Bossi.

Brilla sempre di più la stella di Zaia, il vincitore del referendum nel Veneto. Se il centro-destra vincerà le prossime elezioni politiche all’inizio del 2018 e la Lega Nord si piazzerà bene potrebbe rivendicare un proprio uomo per la presidenza del Consiglio. Sembra che l’elegante Zaia stia pensando proprio a Palazzo Chigi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Referendum, il Partito socialista è per l’astensione

Peschiera del Garda 1

Si è svolta a Peschiera del Garda, presente l’on. Pastorelli, l’assemblea congiunta dei dirigenti PSI del Veneto e della Lombardia e dei comitati socialisti per l’astensione.

Nell’incontro si è fatto il punto della situazione sulle iniziative di promozione dell’astensione al referendum leghista di ottobre, sulle iniziative da portare avanti nell’ultima settimana di campagna referendaria e su cosa fare il giorno successivo al referendum.

I socialisti hanno convenuto sull’opportunità della scelta astensionista. Una scelta coraggiosa poiché destinata a scontrarsi contro la potente campagna referendaria scatenata dalla Lega (fatta in parte con i soldi dei cittadini del Veneto), una scelta difficile ma intellettualmente onesta e non piegata dalla codardia di chi ha preferito “mettersi nella scia” del malcontento sobillato dalle forze del centrodestra.

I socialisti promossero e sostennero la creazione delle Regioni. Regioni che avrebbero dovuto essere strumento di coordinamento delle autonomie locali e non, come purtroppo è accaduto, Enti accentratori di potere a danno degli Enti Locali. Non è un caso che il referendum lanciato dalla Lega ignori gli Enti Locali.

In Parlamento il PSI sta portando avanti una politica di revisione delle autonomie speciali ed è pronto a sostenere le richieste di maggior autonomia che provenissero dalle altre Regioni secondo percorsi costituzionalmente previsti.

Richieste di maggior autonomia che la Lega a parole ha sempre fatto ma che poi, come nel caso del referendum di ottobre, si rivelano per ciò che realmente sono: slogan elettorali!

A Peschiera del Garda invece i socialisti hanno deciso di agire e dal giorno successivo al referendum, in tutti i Consigli comunali di Veneto e Lombardia in cui il PSI è presente, porteranno delle delibere da far votare e da inviare alle Regioni affinchè avviino realmente il processo costituzionale in grado di consentire ai cittadini delle due regioni di amministrare in maniera più efficace le risorse prodotte dai propri territori.

Luca Fantò
Segr. reg. PSI Veneto

Legge elettorale. Il Rosatellum bis arriva in Aula

Camera deputati

La legge elettorale arriva in Aula. Il passaggio in commissione si è concluso con le ultime votazioni. L’accordo sul Rosatellum 2.0 regge e il testo arriverà a Montecitorio con il sostegno dei deputati di Pd, Psi, Ap, Lega, FI, Ala, Ci e Direzione Italia. Contro invece Fdi, Al, M5s, Mdp e Si. Gli emendamenti presentati sono circa 200. Tra questi anche quelli dei socialisti che mirano ad aumentare il numero di collegi uninominali (attualmente ne sono previsti 231 per la Camera e 109 per il Senato) e a raggiungere l’assoluta parità di genere (50% donne e 50% uomini) in entrambi i rami del Parlamento.

Al momento 55 proposte di modifica sono state depositate dal Movimento 5 stelle, 28 da Articolo 1 – Mdp, 7 da Forza Italia, 13 da Fratelli d’Italia e 18 da Sinistra italiana – Possibile. Un numero tutto sommato contenuto che dà l’idea di un clima di confronto tra le forze politiche. “Il Rosatellum è la legge che si avvicina di più al Mattarellum. Dunque, votiamo il Rosatellum convintamente. Ma questa legge duri 50 anni”, afferma il leader dei Moderati Giacomo Portas, eletto alla Camera nel Pd. Qualche timore arriva dagli eventuali voti segreti. Ma, taglia corto Ettore Rosato capogruppo del Pd alla Camera “sarebbe uno scandalo” se sulla legge elettorale “si procedesse a trucchetti con voti segreti”. Sulla legge elettorale, conclude, i voti segreti sono “irragionevoli”. Ottimista anche il deputato Francesco Paolo Sisto, capogruppo di Forza Italia in Commissione Affari Costituzionali alla Camera per il quale “alla vigilia dell’arrivo in Aula alla Camera della legge elettorale, l’orientamento comune non può che essere sintonizzato al senso di responsabilità di ciascuno, dando un senso al proficuo lavoro svolto in Commissione”. “Ognuno – conclude Sisto – potrà dire che manca un quid, ma certo non sono giustificati gli anatemi che qualcuno, ad arte, lancia in queste ore. Polemiche, queste, che non possono nè devono distogliere dal traguardo finale: dare agli italiani una legge elettorale scritta dal Parlamento nell’interesse delle istituzioni e del Paese”.

Riferimento evidente agli anatemi lasciarti dal Movimento 5 Stelle che parla di “voto eversivo” e di “legge indegna”. “I grillini – afferma Maurizio Lupi, coordinatore nazionale di Alternativa popolare – gridano addirittura al golpe bianco e accusano il Parlamento di voler approvare una legge elettorale contro il Movimento 5 Stelle, proprio loro che presentano emendamenti contra personam per rendere ineleggibile chi non gli è gradito. Certe uscite mi ricordano la meschina scusa della volpe che non riesce a prendere l’uva. Sulle leggi elettorali hanno cambiato più volte parere, non si atteggino a vittime, cerchino piuttosto anche nelle urne quel consenso che sbandierano in televisione, dove avevano giurato che non sarebbero mai andati”. Positivo il commento di Salvini che si è sempre detto di essere disponibile a votare una legge elettorale qualsiasi essa sia. La legge elettorale, afferma, “prima passa in Parlamento e meglio è perché prima si va a votare e meglio è”. Del tutto negativa invece la posizione di Sinistra Italiana che si augura che non venga posta la fiducia sulla legge elettorale (una cosa tra l’altro già vista con l’Italicum) perché “si tratterebbe di una forzatura di inaudita gravità, un vero e proprio attentato ai diritti e alla libertà del Parlamento”. Sulla stessa posizione Mdp che chiede che la “presidente Boldrini impedisca forzature sulla legge elettorale, come la fiducia o il canguro, di cui ho sentito parlare in queste ore”.

Lega intollerante anche sui parcheggi. Psi: vergogna

parcheggiorosaPasso indietro della Lega a Pontida: i parcheggi riservati alle mamme, purché non lesbiche né extracomunitarie, tornano a essere per tutte. “Domani il primo atto sarà la modifica del regolamento. I parcheggi rosa sono destinati a tutte le mamme e le donne che aspettano un bambino. Senza alcuna distinzione”. Parola del sindaco Luigi Carozzi e del segretario provinciale della Lega a Bergamo Daniele Belotti che dopo il clamoroso autogol hanno tardivamente fatto marcia indietro. Ma ornai il danno è fatto in quanto nel nuovo regolamento comunale era scritto nero su bianco, nell’articolo 4, che riguarda per la gestione dei parcheggi, che “possono richiedere il rilascio gratuito di idoneo permesso risultante da tessera esclusivamente le donne appartenenti ad un nucleo familiare naturale e cittadine italiane o di un paese membro dell’Unione Europea”. Chiara la motivazione da parte dell’assessore al Territorio, Ambiente ed Ecologia Emil Mazzoleni che ha redatto e firmato il nuovo regolamento. “Extracomunitarie e lesbiche sono libere di parcheggiare in qualsiasi altro spazio, noi non vogliamo togliere nessun diritto a loro. Vogliamo però tutelare le donne di Pontida e chi sceglie la via della famiglia naturale”.

Sono previste deroghe per tutelare le ragazze madri e, solo in alcuni casi, per permettere il parcheggio anche a donne non residenti nel comune di Pontida. A patto però che siano italiane (o al massimo europee) e sposate (o conviventi) con un uomo. “La decisione presa a Pontida di vietare i parcheggi rosa alle extracomunitarie e alle donne lesbiche – afferma Pia Locatelli capogruppo Psi alla Camera – merita solo un commento: vergogna. La norma viola palesemente la Costituzione e contiene misure discriminatorie sancite dalla legge Mancino, ma soprattutto è un provvedimento odioso indegno di un Paese civile. Simili divieti erano in vigore nel Sud Africa dell’apartheid o negli Stati Uniti degli anni ’60, la Lega a Pontida sta facendo di peggio”.

“Ma fino a dove vogliono spingersi alcuni nella ricerca esasperata di provocazioni intolleranti e razziste che ricordano le peggiori pagine della storia?” si chiede il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. “Sembra che la storia non abbia insegnato nulla a certe persone e noi non possiamo sottovalutare tutto questo. Stanno emergendo estremismi che non possono essere banalizzati. Si ritiri subito questo provvedimento vergognoso”.

Perché il futuro di Maroni in Lombardia è nelle mani di Salvini

Le prossime elezioni in Sicilia e il (non) dibattito sulla legge elettorale non scaldano molto i motori in vista del rinnovo della presidenza e del consiglio regionale della Lombardia, ma cominciano a delinearsi con maggior chiarezza i contorni delle candidature e delle alleanze. Il quadro è reso più complesso dagli equilibri nazionali, ancora incerti sia sul versante del centrodestra che su quello del centrosinistra.

La candidatura di Roberto Maroni, che potrebbe essere indebolita da una ipotetica condanna in primo grado per un viaggio, peraltro mai effettuato, di una collaboratrice al tempo di Expo 2015, è sulla carta favorita ma quella del suo probabile avversario, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, non è affatto da sottovalutare. Il bilancio della gestione regionale di Maroni non è esente da limiti e, soprattutto, dalla mancanza di un progetto identitario di ampio respiro ma non è segnato da vicende tali da creare una reazione di rigetto da parte dell’elettorato.

La Lombardia, come Milano, non è priva di criticità ma è una realtà in grado di garantire, a prescindere dalle maggioranze di governo, un livello di efficienza accettabile. La sanità, pur scossa da episodi non edificanti e da difficoltà di implementazione delle misure assunte per un sistema integrato di cura per le situazioni di maggior fragilità, come quella degli anziani, mantiene una qualità di prestazioni superiore al resto del Paese.

Le maggiori difficoltà di carattere strutturale si registrano nella rete dei trasporti ferroviari interprovinciali (qui si fanno sentire anche i ritardi nella realizzazione della Pedemontana) e in particolare coinvolgono spesso la massa dei pendolari che gravitano sulla “Grande Milano”. La gestione del mercato del lavoro ha dato risultati positivi, soprattutto sul terreno fondamentale delle politiche attive. La rivendicazione di uno Statuto speciale per la Lombardia e soprattutto di una maggior disponibilità di risorse nei confronti dello Stato centrale – che si sostanzia in un referendum (peraltro privo di effetti concreti immediati) – è certamente condivisa dalla grande maggioranza dei cittadini lombardi e sarà votata, con i necessari distinguo, anche da una parte consistente dell’opposizione.

In questo caso il successo politico del governatore sarà misurato dalla percentuale di votanti che si recheranno alle urne. Ma questo conferma che nelle realtà più “normali” esistono, come è logico che sia, anche significative convergenze tra le maggiori forze politiche. Per questo sarebbe assai positivo se il confronto elettorale avvenisse sulle cose concrete da fare, sui temi della sanità e dell’assistenza, del trasporto dove è necessario procedere alla realizzazione di un sistema integrato pubblico-privato non solo tariffario che coinvolga anche i grandi centri urbani, sull’edilizia popolare che richiede assieme al reperimento di nuove risorse anche un coordinamento e una efficace razionalizzazione degli interventi della regione e dei comuni.

La recente vicenda delle vaccinazioni obbligatorie, che è stata gestita da Maroni con equilibrio rinunciando a quello che sarebbe stato una incomprensibile conflitto di poteri con lo Stato, ha fatto però emergere un atteggiamento opposto dal segretario della Lega Matteo Salvini che ha messo in luce la volontà di affermare una linea di ostilità totale al governo al di là dei contenuti e senza preoccuparsi troppo di come la pensano gli alleati, a partire da Silvio Berlusconi. Non è la prima volta che ciò accade.

Questo vuol dire che l’obiettivo principale di Salvini è solo quello di conquistare la maggioranza di voti nel’ambito di una futura alleanza per poter esprimere il candidato primo ministro. Insomma o tutto o niente ma, se così stanno le cose, vuol dire che la conferma di Maroni alla guida della Lombardia per Salvini è certo un fatto importante ma non prioritario. A questo punto diventa problematico pensare che una coalizione moderata in Lombardia che per avere buone probabilità di vincere dovrebbe contenere, oltre a Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia, gli alfaniani e lo stesso Stefano Parisi con Energie per l’Italia, possa essere considerata una vicenda indipendente dalle alleanze che si presenteranno alle elezioni politiche, magari tenute lo stesso giorno di quelle regionali.

Non è che lo schieramento di centro sinistra se la passi benissimo, ma è quello che, almeno in Lombardia, ha meno da perdere. Soprattutto Giorgio Gori è diverso dai candidati di bandiera espressi dal centrosinistra negli ultimi vent’anni. Il fatto che lo stesso Gori abbia dato un giudizio equilibrato delle passate gestioni di Roberto Formigoni, riconoscendone anche i meriti, sia stato violentemente attaccato dalla sinistra radicale che ha preteso e ottenuto le primarie per la scelta del candidato, lo mette in luce come un soggetto propositivo che fa dei contenuti la linea politica discriminante. Inoltre viene da una esperienza di governo a Bergamo, una delle città più importanti e meglio amministrate della Lombardia. Le primarie, una volta evitata una candidatura separata della sinistra di Massimo D’Alema, non dovrebbero essere per lui un grande problema.

La partita è aperta ma non si gioca solo in Lombardia.

Walter Galbusera
Presidente Fondazione Anna Kuliscioff
LeFormiche.net

Fine della I Repubblica, ‘traino’ del Muro di Berlino

Da oggi l’Avanti! ospiterà una serie di interviste ad esponenti del Psi e a storici, nell’ambito della realizzazione di una tesi magistrale sul crollo della Prima repubblica.

craxi_occhettoIn questa intervista Mauro Del Bue, esponente di punta del Psi (deputato durante la X, XI e la XV legislatura, membro della Direzione del Psi dal 1989 e della segreteria nel 1993), spiega le ragioni del crollo del Partito socialista, facendo un resoconto preciso di quella crisi, con riferimenti storici puntuali e puntando l’’attenzione su quello che fu, nella sua lettura, il suo centro propulsore: la caduta del muro di Berlino. Del Bue si sofferma anche sugli errori strategici di Craxi, sul ruolo anomalo del Pci e sull’’avanzata della Lega lombarda, poi Lega nord.

Quando inizia il declino del Psi?

Probabilmente già nel 1987, nonostante il Psi raggiunga uno dei risultati migliori della sua storia ottenendo il 14,3% nelle politiche di quello stesso anno. Questo successo è dovuto agli ottimi risultati ottenuti dall’esecutivo guidato da Craxi grazie al quale l’inflazione scese dal 16 al 4%, anche per via del taglio dell’automatismo della scala mobile e poi per una politica estera indipendente e coraggiosa, come dimostra il memorabile episodio di Sigonella.

Da quel momento il Psi inizia la sua parabola discendente. Craxi, in effetti, pensava di “ingessare” la X legislatura (1987-1992), mantenendo un certo immobilismo, garantendo una legislatura o quasi a presidenze democristiane e assicurandosi in tal modo di tornare a palazzo Chigi nel 1992. La questione però riguardava le crepe e le smagliature che si stavano già generando all’’Interno del sistema politico. L’’idea che non ci fosse alternativa alla Dc sembrava ancora una certezza assoluta e inscalfibile, ma diveniva sempre più democraticamente insopportabile. Con la caduta del muro di Berlino questo schema salta e inizia un triennio di crisi che poi sfocia in tutta la sua virulenza tra il 1992 e il 1994.

Craxi, nonostante questo sconvolgimento epocale, rimase ancorato alla logica del vecchio sistema. Eppure già con le elezioni europee del 1989 si erano avvertiti i primi scricchiolii che proseguirono alle regionali del 1990, riemersero col risultato del referendum Segni del 1991 e poi divennero urla padane nel 1992 con l’’avvento della Lega che invase l’intero Nord, portando a Roma decine di parlamentari.

Se dovesse provare ad ordinare le cause del crollo della repubblica dei partiti come le ordinerebbe?

La causa scatenante, a mio avviso, è la caduta del Muro di Berlino e le sue conseguenze immediate in Italia, innanzitutto la fine del Pci. Il crollo del muro distrugge gli equilibri che avevano retto la Prima repubblica e fa emergere tutte le contraddizioni latenti che stavano iniziando a venire alla luce. Inclusa la pesantezza burocratica ed economica dei partiti. Non dimentichiamo che la struttura pesante dei partiti democratici era una caratteristica ereditata dal Pnf che per primo aveva dato vita ad una struttura di questo tipo in Italia ed era anche una risposta alla mastodontica struttura partitica del Pci, che era il partito più burocratizzato e organizzato dell’intero Occidente.

L’affermazione della Lega, già con le regionali e amministrative del 1990, poi iI referendum sulla preferenza unica del 1991 sono i primi due segnali evidenti della lacerazione del vecchio sistema politico.

Alla luce della debolezza dei partiti tradizionali, dunque, l’inchiesta di Mani Pulite può essere considerata una conseguenza e non una causa di questa crisi. È il terzo e definitivo segnale del crollo. Rappresenta il botto finale nella crisi del sistema, originata già dalla seconda metà degli anni ottanta, giustificata dal crollo del comunismo e dalla fine del Pci, segnalata dall’avanzata massiccia della Lega e poi dall’imprevisto risultato del primo referendum Segni. Il triennio 1989-1992 prepara il colpo di Tangentopoli e in un certo senso lo giustifica.

Torniamo alla Lega: come si spiega il suo successo e come si colloca nello scacchiere politico?

L’’avanzata della Lega, come noto, interessa il Nord Italia. Nasce come fenomeno di protesta fiscale e come movimento di contestazione antipartitica. È un movimento non ideologico: si pensi allo slogan “Roma Ladrona” o “Lombardo paga e taci”.

La Lega rappresenta la liberazione dal vincolo ideologico e il superamento del “naso turato” in senso anticomunista cui alludeva Montanelli, visto che il pericolo comunista è ormai tramontato. L’’elettore della fine degli anni Ottanta non vota più per appartenenza partitica, ma per interesse o per protesta e la Lega ne è la rappresentazione plastica.

Perché in Italia la caduta del muro di Berlino assume tale importanza?

La sua rilevanza riguarda, ancora una volta, il ruolo del Pci, il partito comunista più grande d’Europa. Tutto il sistema politico si era disegnato sulla conventio ad excludendum, cioè sulla necessità di escludere i comunisti dal governo per evitare i rischi legati alla guerra fredda. Questo era avvenuto anche durante gli anni della cosiddetta unità nazionale, quando al Pci fu concesso di votare a favore del governo, ma non di farne parte. Il ricambio, per quanto detto, era impossibile. Con la caduta del muro cade questa pregiudiziale e si ridisegna il panorama politico. La caduta del muro fa venire meno la ragion d’’essere di un sistema e fa venire alla luce i suoi elementi deteriori, tra cui i finanziamenti illegali alla politica che, se fino al 1989 parevano necessari e giustificati, dopo paiono senza motivo e finalità. Lo capirono i comunisti che votarono a favore della depenalizzazione dei finanziamenti illeciti fino al 1989, e quel voto li mise al riparo dalle indagini sui rubli di Mosca. Tale legge, approvata da tutto l’arco costituzionale, divise in due anche la questione morale. Fino al 1989 il finanziamento illecito divenne lecito e accettabile, dopo diventò reato e deprecabile. Non mancò un po’ di stupidità nei gruppi dirigenti degli altri partiti…

Parliamo del Pci-Pds: era pensabile riassorbirli in un progetto di Unità socialista?

Il duello a sinistra era stato intenso e senza esclusione di colpi. Il Psi avrebbe dovuto mettere in difficoltà i post comunisti muovendosi con una proposta politica che fosse di immediata soluzione. Invece preferì i tempi lunghi. Attese, invece di agire. I tempi lunghi erano quelli necessari al Pci per fondare il nuovo partito. Col senno del poi penso che si doveva puntare alle elezioni politiche anticipate subito dopo la Bolognina. Proporre subito ai post comunisti una lista di unità socialista, che forse li avrebbe ulteriormente divisi. Craxi temeva che dopo avere rotto con la Dc, i post comunisti avrebbero appoggiato loro Andreotti. Magari. Penso che un’operazione del genere li avrebbe portati allo sfacelo. Se il revisionismo post comunista fosse sfociato in un nuovo compromesso storico avrebbe perso le sue ragioni ideali e politiche. A me Bettino confessò che avrebbe voluto lentamente portarli al governo, ma quella era la logica degli anni settanta, quella del superamento graduale del fattore K, finito definitivamente sotto i calcinacci del muro.

Che ruolo ha avuto la magistratura nella dissoluzione del Psi? Che clima c’’era all’epoca di Mani Pulite?

Si può parlare di “strabismo”, nel senso che il Pool colpì secondo i suoi desideri E questo ha profondamente orientato il corso della politica italiana. Anche senza l’’intervento della magistratura il sistema politico italiano avrebbe subito sostanziali mutamenti, ma non credo avrebbe percorso la stessa direzione. La magistratura, insomma, ha guidato e orientato la transizione che ha accompagnato la fine della Prima repubblica.

Il clima era molto pesante: alla Camera era un susseguirsi quotidiano di notizie drammatiche. Ogni giorno piovevano avvisi di garanzia a cui corrispondevano le immediate dimissioni degli interessati. In quegli anni un avviso di garanzia equivaleva al definitivo tramonto di una carriera politica: un avviso di garanzia era una condanna senza appello. Vedo che oggi, invece, tutti hanno giustamente cambiato opinione sul rapporto stretto instaurato allora tra indagine e condanna. Poi c’erano i suicidi, gli infarti, il carcere duro al fine di confessione, che significa la reintroduzione della tortura.

La miscela tra iniziativa giudiziaria e informazione era esplosiva. Giornali e televisioni di destra, centro e sinistra si trovarono tutti dalla stessa parte della barricata. Il dipietrismo, il giustizialismo erano dilagati. Costituivano un muro contro il quale ci si poteva solo rompere la testa. Dovevamo combattere? Craxi su questo aveva ragione. Mi disse: “Bisogna lasciare passare la piena”. Sono passati venticinque anni, la piena ë passata, ma purtroppo il Psi non c’è più. Certo, è cambiato tutto il sistema politico. Non ci sono più neppure il Pci e la Dc. Ma mentre questi due partiti hanno avuto successori nella cosiddetta seconda Repubblica, il Psi non ha generato eredi altrettanto autorevoli e perfino la sua storia è a rischio dimenticanza. Per questo, per combattere questa grave e insopportabile ingiustizia, sono ancora qui a legare la mia vita a un impegno politico, storico ed editoriale. Per me è innanzitutto un dovere morale.

Martino Loiacono

Nencini: una coalizone coesa per vincere

Riforma-legge-elettorale“Dico due cose. Cose che i giornalisti italiani omettono di dire continuamente. Ma la fotografia in circa la metà dei comuni italiani è che i sindaci del centro-snistra vanno al ballottaggio su un asse formato da Pd, Psi liste civiche. Campo progressista non esiste, non ha liste proprie, Mdp era in una quindicina di comuni, Scelta civica non c’è e Sinistra italiana c’è raramente e non sempre in alleanza con il centro-sinistra. Questo è il quadro vero. Nei comuni dove noi ci siamo presentati con liste nostre o con liste di area socialista, prendiamo una percentuale del 4,4%”.

Lo afferma Riccardo Nencini, segretario del Partito socialista italiano parlando delle elezioni amministrative e in vista dei ballottaggi di domenica prossima.

Quindi si può dire che nel centro-sinistra dopo il Pd c’è il Psi…
È esattamente così. E direi che aver presentato liste nostre o di area socialista in una cinquantina di comuni, è un buon test.

Un test che dovrà essere utilizzato per le politiche…
È un mio auspicio. Da qui questa nostra pressione continua sul Partito democratico perché ci sia una coalizione coesa. Renzi ha ragione a dire che non deve esserci una nuova Unione. Una nuova Unione con 11 partiti che sono la rappresentazione delle divisioni, non ha senso. Ma una coalizione coesa, Pd, Psi, Radicali, liste civiche democratiche, mondo cattolico democratico, è indispensabile per essere competitivi. Ecco perché serve una legge elettorale maggioritaria. Quindi una sorta di facsimile del Mattarellum.

Ma sappiamo come è andato a finire il tentativo di modificare la legge elettorale. Come procedere?
Vedo due strade. O l’armonizzazione delle due leggi, Camera e Senato, che è il minimo indispensabile giustamente imposto dal presidente della Repubblica, oppure l’approvazione di una legge che abbia una prospettiva lunga. E questa la dà una legge elettorale simile a quella che era stata discussa: il cosiddetto rosatellum, in larga parte maggioritario. Io sono convinto che oggi quella legge avrebbe larga maggioranza anche al Senato.

Mentre Berlusconi rilancia sul sistema tedesco….
Vedo più una di queste due ipotesi. Io spingo perché sia la seconda perché mette gli italiani nelle condizioni di fare scelte definite.

I Cinque stelle sono stati annoverati come i grandi sconfitti di queste elezioni. Un giudizio forse affrettato. Non credi?
È un giudizio affrettato che è stato dato già negli anni passati. Anche in passato alle amministrative i grillini ebbero un pessimo risultato. Ma le amministrative sono diverse delle politiche. Ma se non affrontiamo in modo diverso il tema del lavoro e di un’altra Europa, non siamo in grado di rintuzzare questa onda populista che monta. Quella dei grillini è una Caporetto ma il centrosinistra non ha ancora vinto a Vittorio Veneto.

Accennavi al populismo e una politica per arginarlo. Non è una cosa facile…
Il populismo lo fermi non con un populismo di segno diverso, ma solo affrontando i problemi. E i primi problemi che si presentono sono il lavoro, il lavoro e ancora il lavoro. Il superamento di una fragilità economica in cui sono precipitati i ceti medi e le famiglie più indigenti. Ecco perché parlo di un’altra Europa. Non solo perché debba essere rivisitato il trattato di Dublino sui migranti. Ma perché da lì devono venire le prime risposte che riguardano gli investimenti. Quindi bisogna abbandonare la politica del rigore per lavorare di più sulla politica degli investimenti, dando ad esempio maggiore libertà al patto di stabilità, oppure lavorando sugli Eurobond e su una politica fiscale unitaria. Queste sono le scelte che un’altra Europa deve fare. Ma la condizione che un’altra Europa ci sia, è che accanto a Macron ci sia un’Italia che non venga consegnata a Grillo e a Salvini. In questo caso sarebbe finita l’Europa.

Le primarie delle idee si sono appena concluse. Un tuo giudizio…
Per la prima volta si è parlato di programmi anziché di persone. Mentre spesso si fa il contrario. Ed è un doppio errore. Prima ragione. Siamo di fronte a un mondo che sta cambiando canone. Alla fine dell’800 siamo passati dall’agricoltura all’industria. Ora, tra l’altro in modo molto più veloce, dalla società industriale a quella tecnologica. La globalizzazione obbliga a strumenti di lettura diversi. Ecco perché i programmi sono fondamentali. Poi certo che serve un leader e una coalizione. Ma la domanda è per fare cosa. Quindi serve una sorta di patto con l’Italia e un programma per l’italia.

Daniele Unfer

Legge elettorale, dalla fretta all’immobilismo

Italicum, al via l'esame in commissione alla CameraPer ora tutto rinviato a dopo i ballottaggi. La legge elettorale è stata messa in freezer ed è difficile che venga ripresa a breve. In soli pochi giorni si è passati dalla fretta eccessiva alla calma assoluta. L’ufficio di presidenza della Commissione Affari costituzionali, che deve decidere come e se riprendere l’esame della legge elettorale, ha infatti rinviato la propria seduta alla settimana dal 20 al 25 giugno, in attesa di una decisione in merito da parte della Conferenza dei capigruppo.

Alla riunione erano assenti tanto M5S che la Lega. Forza Italia, con Francesco Paolo Sisto, ha chiesto una “pausa di riflessione” fino a dopo i ballottaggi delle amministrative, cioè il 25 giugno. Di contro i partiti centristi che la scorsa settimana si sono impegnati contro la legge elettorale, oggi hanno chiesto di portarla avanti, con Domenico Menorello (Ci) e Gian Luigi Gigli (Des-Cd). Per il Pd Emanuele Fiano ha chiesto di attendere le deliberazioni della Conferenza dei capigruppo che decide quando il testo andrà in Aula. Alfredo D’Attorre (Mdp), pur d’accordo su una breve pausa di riflessione, ha osservato che se il testo non va in aula entro fine luglio, difficilmente esso verrà approvato ai primi di agosto per poterlo inviare al Senato.

Il presidente della Commissione Andrea Mazziotti ha quindi deciso di sospendere l’ufficio di presidenza e riprenderlo nella settimana tra il 20 e il 25, dopo che la Conferenza dei capigruppo avrà deciso se e come portarlo in Aula. “Forza Italia – riferisce Mazziotti – ha chiesto una pausa di riflessione fino a dopo i ballottaggi. M5S e Lega non erano presenti, mentre Mdp ha convenuto sulla pausa di riflessione ma ha posto il tema della necessità di avere l’approvazione in prima lettura entro agosto, prima della pausa estiva”. Infine, “anche le forze centriste hanno detto sì alla pausa di riflessione ma sottolineando la necessità di tentare di riavviare il lavoro sulla legge elettorale”. “Il mio punto di vista – conclude il presidente della commissione – è che la pausa ha senso perché non ci sono le condizioni per lavorare in commissione, ma è chiaro che se i gruppi vogliono davvero procedere devono sollecitare la capigruppo a calendarizzare la legge elettorale per l’Aula a luglio. Una cosa che faranno, hanno annunciato, Mdp e le forze centriste”.

L’impressione dei vari gruppi, tuttavia, è che al momento non ci sono né le condizioni né la volontà delle forze maggiori – leggasi Pd e M5, con qualche distinguo da parte di FI – di riaprire la partita sulla legge elettorale. Discorso diverso per i partiti minori, che preferirebbero evitare un ritorno al voto con il Consultellum al Senato, dove la soglia di sbarramento è all’8%.

Matteo Renzi in una intervista a Repubblica tv afferma che “il voto subito lo chiedevano Lega e M5s. Non solo io non l’ho mai chiesto, ma ho sempre detto che la data delle elezioni sarebbe stata oggetto di una discussione con il presidente del Consiglio Gentiloni e poi prerogativa del presidente della Repubblica. Il tema della data delle elezioni non è quello che ha fatto rompere il patto sulla legge elettorale. Il patto l’ha rotto Grillo” dice ancora Renzi che aggiunge: “Siamo tutti molto tranquilli sul fatto che si vota a scadenza naturale. Su questo non c’è più discussione”. E poi esclude un’altra iniziativa del Pd. Di legge elettorale ha parlato anche il leader di Ap, Angelino Alfano: “La priorità è l’economia e una legge di bilancio che investa su famiglie e imprese e che abbatta il debito pubblico, temi sui quali presenteremo le nostre proposte nei prossimi giorni”. “La legge elettorale viene dopo l’economia. Abbiamo due leggi, per Camera e Senato, che sono legali e applicabili. Noi non abbiamo i numeri in Parlamento per riaprire il confronto, se qualcuno vorrà avanzare delle proposte le valuteremo”.

Amministrative, centrosinistra la prima forza del Paese

Il centrosinistra esce dal primo turno delle elezioni comunali come la prima forza politica del Paese e il suo avversario diretto è il centrodestra, che insegue da presso, mentre il Movimento 5 stelle è molto staccato dai due schieramenti e non supera il 10%. Nel riepilogo che considera i risultati di 141 Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti nelle Regioni a Statuto ordinario, il Pd raccoglie il 16,6% dei voti e i partiti di centrosinistra insieme il 20,2%. Sommando questi suffragi, il valore complessivo è del 36,8%. I partiti di sinistra ottengono il 6,9%. Nel campo opposto, Forza Italia è al 7%, gli altri partiti di centrodestra al 16,9%, la Lega Nord al 7,8% e Fratelli d’Italia al 2,5%. La somma di queste percentuali dà il 34,2% ovvero 2,6 punti in meno del totale del centrosinistra.

VOTI DI LISTA – Pd 16,6%; altri partiti di centrosinistra 20,2%; partiti di sinistra 6,9%; partiti di centro 4,1%; Forza Italia 7%; altri partiti di centrodestra 16,9%; Lega Nord 7,8%; Fratelli d’Italia 2,5%; Movimento 5 stelle 9%; liste civiche 6,7%; altri 2,4%.

Scomponendo i voti di lista per aree geografiche non mancano le sorprese. Ad esempio, M5S al Sud riscuote il 6% dei suffragi e va quindi peggio che nel resto del Paese (10,4% al Nord e 9,6% al Centro) benché nella narrazione grillina il Mezzogiorno sia considerato una roccaforte. La Lega si conferma il partito del Nord, area in cui vale il 12,6%, mentre al Centro i consensi sono il 6,1%, e al Sud il Carroccio non attecchisce, fermandosi allo 0,5% nonostante l’attivismo recente di Salvini nel meridione.

La prima forza nel Sud è costituita dai partiti di centrosinistra, che (Pd escluso) raccolgono il 34,9% dei voti di lista. Il Pd è al 12,5%, mentre conferma il suo radicamento nel Centro, dove raggiunge il 18,8%, a fronte del 17,9% al Nord. Il Sud è anche il bacino più ricco per i partiti di centro, le cui liste riportano il 6,5% con una prestazione ben oltre quelle del Centro (1,9%) e del Nord (3,8%).

Il Sud premia anche i partiti di centrodestra che (FI esclusa) si attestano al 18,9% ovvero qualche punto in più di quanto non riescano a fare al Centro (15,7%) e al Nord (16,4%). Forza Italia, invece, al Sud (6,3%) va peggio che al Nord (7,8%), ma ha il suo tallone d’Achille nel centro, dove pesca il 6%. Nel Centro va bene FdI che incassa il 3,8% mentre al Nord si ferma al 2,6% e al Sud all’1,4%. Anche le liste civiche al Centro (9,7%) si sono rivelate più attrattive che al Nord (5,8%) e al Sud (4,9%).

VOTI A CANDIDATI SINDACO – I candidati sindaco di centrosinistra hanno ottenuto complessivamente in tutta Italia il 37% dei voti, mentre a quelli di centrodestra è andato il 34,3%. I due schieramenti hanno polarizzato i consensi dell’elettorato, lasciando agli altri percentuali a una cifra. I candidati sindaco del Movimento 5 stelle hanno raccolto in totale il 9,5% dei suffragi, quelli dei partiti di sinistra il 6,9%, quelli di liste civiche il 6,7%, quelli dei partiti di centro il 3,1%, tutti gli altri il 2,4%.

ELETTI AL PRIMO TURNO E BALLOTTAGGI – Sono 22 i sindaci di centrosinistra eletti al primo turno, 8 quelli di centrodestra, 4 espressi da liste da civiche, 1 di Fratelli d’Italia, 1 della Lega Nord. Nessuno per M5S e tutti gli altri partiti. Il riepilogo si riferisce a 141 Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti nelle Regioni a Statuto ordinario.

Nei ballottaggi del prossimo 25 giugno i candidati di centrosinistra partono in testa in 45 Comuni, mentre inseguono in 41. Quelli di centrodestra sono risultati primi in 44 Comuni e secondi in 33 Comuni. Un solo candidato M5S è in vantaggio per il secondo turno, mentre 7 sono stati meno votati del loro competitore. La Lega è in testa in 3 ballottaggi e seconda in 5. Fratelli d’Italia ha un candidato in ‘pole’ e 3 in seconda piazza. Appartengono a liste civiche 4 candidati più votati al primo turno e 11 meno votati. I partiti di sinistra sono in corsa con 2 candidati in vantaggio e 3 che devono rimontare.

L’intervento di Pia Locatelli sulla legge elettorale

Intervengo non nel merito della legge elettorale, pur dicendo subito che questa non è la nostra legge, avendo noi socialisti espresso la nostra preferenza per un sistema almeno parzialmente, meglio per buona parte, maggioritario, che è del resto, la stessa preferenza del relatore . Lo faremo nei prossimi giorni. Perché c’è una questione più urgente da affrontare rispetto alla quale condivido la preoccupazione con molte colleghe: il rischio di voto segreto.

Come altre volte in occasione della discussione della legge elettorale, in particolare in tema di rappresentanza di genere, da alcune parti, non posso dire partiti, si minaccia il ricorso al voto segreto invocando la coscienza.

Il testo che è uscito dalla commissione affari costituzionali contiene buoni passi nella direzione di una equilibrata rappresentanza di genere. Lo abbiamo apprezzato e ne diamo atto al relatore.

Ci piace l’alternanza tra i generi nelle liste circoscrizionali, ci piace una percentuale al di sotto della quale nessun genere può essere rappresentato nei collegi uninominali (il 40%) perché è superiore a quella delle donne oggi in parlamento; ci piacciono le capo-listure che tendono all’ equilibrio ma noi chiediamo di completare al meglio un lavoro che è già piuttosto buono. Ad esempio l’inammissibilità delle liste che non rispettano questi vincoli, o un percentuale del 50/50 perché tante sono le donne italiane.

Allora quale è il problema?

Ho già avuto modo di raccontare in occasione di precedenti interventi in quest’aula, non essendo questa la prima volta che discutiamo di legge elettorale, quale è il rischio di un pacchetto non coerente di misure: non è vero che un 40/60 percento di uomini e donne candidate porta automaticamente ad un 40/60 per cento di eletti ed elette. Non è così se non si prevede un equilibrio delle capolisture e soprattutto se non si prevede l’inammissibilità delle liste qualora queste regole non siano rispettate.

Allora noi vogliamo davvero fare passi avanti, e non solo a parole, dette o scritte.

Il fatto è che ci sono colleghi, e credo di poter dire che sono esclusivamente, o quasi, colleghi uomini, che non sono disposti ad accettare le regole che sono state concordate in commissione e sperano di cancellarle e certamente di impedire altri passi in avanti.

E’ legittimo che questi colleghi la pensino in modo diverso e lo capisco benissimo perché ogni donna in più in parlamento è un uomo in meno e difficilmente si cede parte del proprio potere.

Ma non possiamo accettare, come dicono le voci che circolano da ieri in Parlamento, che si invochi il voto segreto, perché il voto segreto ha un senso solo quando si è di fronte a un problema di coscienza.

Qualcuno mi deve spiegare quale questione di coscienza ci sia in una giusta rappresentanza dei due generi.

Il fatto è che molti colleghi si vergognerebbero a votare palesemente contro una misura di giustizia e saprebbero che una parte dell’elettorato non lo perdonerebbe. Allora preferiscono nascondersi dietro l’anonimato e non dire chiaramente che sono contrari a liste e collegi veramente paritari.

Questo Parlamento sempre più femminile evidentemente fa troppa paura. Dimostrateci che non è così.