Mentre il Pd si divide, il Centrodestra si ricompatta

centro-destraIl partito democratico come nella migliore tradizione della sinistra democratica ha finito con lo spaccarsi portando a malumori e malintesi nell’elettorato dem, al contrario sul versante opposto, quello di destra si intravedono alleanze, in previsione di prossime consultazioni elettorali.
Nel frattempo stamattina al Nazareno c’è stata la prima riunione della commissione congresso votata ieri dalla Direzione Pd. Nel corso della riunione il vicesegretario del Partito democratico, Lorenzo Guerini, è stato eletto all’unanimità presidente della commissione per il Congresso. La commissione ha inoltre deliberato la partecipazione ai suoi lavori, senza diritto di voto, di Gianni Dal Moro, presidente della commissione nazionale di garanzia, e di Mattia Zunino, segretario dei Giovani democratici, e tornerà a riunirsi per procedere con la formulazione delle regole congressuali.
Se la sinistra si ritrova ancora una volta divisa e amareggiata, a destra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia stanno costruendo le basi per trovare l’intesa.
Uno dei principali scogli da superare è la sentenza di Strasburgo sull’eleggibilità di Berlusconi, e con le modifiche alla legge elettorale il centrodestra ha la possibilità di presentarsi in coalizione e non più solo con un partito o lista. Il progetto sarebbe quello così di non indicare prima del voto un candidato presidente del Consiglio facendo di fatto le primarie il giorno stesso delle elezioni.
Secondo quanto riporta Affariitaliani.it nella coalizione dovrebbero esserci sei forze politiche: Forza Italia (con Berlusconi candidato se arriverà una buona notizia dalla Corte di Giustizia Ue), la Lega (che potrebbe diventare Lega dei Popoli per presentarsi in modo uniforme da Nord a Sud), Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, i Conservatori Riformisti di Raffaele Fitto, i Sovranisti di Alemanno e Storace e una lista moderata e più centrista che dovrebbe costruirsi intorno a Gianfranco Rotondi, al movimento dell’ex Ncd Gaetano Quagliariello e con l’apporto dell’ex ministro della Difesa Mario Mauro.
Nel frattempo circolano voci di un un già designato delfino per l’ex Cavaliere, ma nel Carroccio. L’asso nella manica di Berlusconi e del centrodestra sarebbe il leghista Luca Zaia, giovane (per la politica italiana), amato nella sua Regione, stimato dagli avversari e il governatore più votato d’Italia. Inoltre Zaia può vantare già di aver sconfitto il centrosinistra con quando doppiò a sorpresa con oltre il 60 per cento dei voti il partito democratico nel 2010.
Sulla questione delle alleanze e del centrismo, a destra come a sinistra, è intervenuto anche Fabrizio Cicchitto che ha richiamato la necessità di un nuovo centro non subalterno né al centrosinistra e né al centrodestra. “Oggi la stabilità politica e la tenuta del paese sono affidate a due istituzioni, la presidenza della Repubblica guidata con saggezza e intelligenza da Sergio Mattarella e il governo che Paolo Gentiloni sta dirigendo con grande capacità politica e senso della mediazione”, ha affermato Cicchitto, capogruppo NCD, che sulla spaccatura a destra esprime preoccupazione “di fronte a questa drammatica crisi del Pd e al fatto che nel centrodestra non è ancora chiaro se Berlusconi e Forza Italia si richiudono nell’alleanza subalterna all’area sovranista e lepenista guidata da Salvini e dalla Meloni oppure se intendono giocare il ruolo autonomo di una area moderata che fa riferimento al PPE, è indispensabile, anche se tardivo, che le forze centriste facciano finalmente sentire la loro voce”.
“Esse – spiega Il presidente Commissione Esteri Camera dei deputati – in primo luogo l’NCD, hanno il merito di aver impedito l’interruzione immediata della legislatura nel 2013 e il demerito di non essersi finora aggregate e di avere sviluppato una forte iniziativa politica e programmatica”.

IL FRENO DI NAPOLITANO

Renzi le elezioni le vuole proprio. Tanto che non esita a cercare la sponda di Lega e Movimento 5 Stelle. Con loro infatti ha trovato un accordo sul calendario per intavolare l’inizio della discussione sulla legge elettorale a fine febbraio. Alla determinazione di Renzi risponde Pier Luigi Bersani: “Se Renzi forza, rifiutando il Congresso e una qualunque altra forma di confronto e di contendibilità della linea politica e della leadership per andare al voto, è finito il Pd. E non nasce la cosa 3 di D’Alema, di Bersani o di altri, ma un soggetto ulivista, largo plurale, democratico”. “Non incontro Renzi, parlo in pubblico. E mi piacerebbe farlo nel Pd, dove è preoccupante il restringimento degli spazi democratici”, ha detto ancora Bersani. Che ha aggiunto: “Il governo deve governare. Gentiloni vuole governare? Un presidente del Consiglio giura sulla Costituzione, non facciamo vedere un autolicenziamento in streaming alla direzione del Pd”.

Chi cerca di porre un freno è l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. “Nei paesi civili – ha detto – alle elezioni si va a scadenza naturale e a noi manca ancora un anno. In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate”. Napolitano ha poi aggiunto: “Bisognerebbe andare a votare o alla scadenza naturale della legislatura o quando mancano le condizioni per continuare ad andare avanti. Non si fa certo per il calcolo tattico di qualcuno…”. Per togliere la fiducia a un governo deve accadere qualcosa”, ha ribadito l’ex presidente della Repubblica, conversando con i giornalisti a Palazzo Madama. “Non si fa certo per calcolo tattico di qualcuno”, ha sottolineato riferendosi, pur senza citarlo, all’ex premier Renzi.

Parole che hanno subito illuminato la fervida fantasia di Salvini che ha replicato con i modi che gli sono più consoni: “Nei Paesi civili chi tradisce il proprio Popolo viene processato, non viene mantenuto a vita come parlamentare, presidente e senatore”. Un attacco che il segretario del Psi Riccardo Nencini ha definito “scriteriato”. “Se c’è un traditore – ha aggiunto – quello è proprio Salvini, addirittura da quando lavorava per anteporre gli interessi della fantomatica Padania all’Italia”.

Le parole di Salvini sono definite rivoltanti anche dal presidente dice della commissione Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto: “Quello che dice Salvini su Napolitano è rivoltante e  dovrebbe far riflettere chi addirittura fa con lui intese istituzionali e parlamentari”.  Salvini conosce i propri elettori. E sa cosa dire per farli contenti. Parlare alla pancia serve a pescare consensi, anche quando si rimesta nel torbido di affermazioni poco eleganti. “Per il Pd – dice Lorenzo Guerini  – sono inaccettabili e offensive le parole di Salvini contro il presidente Napolitano”. Mentre per Vannino Chiti “ci sarebbe da stupirsi il giorno in cui Salvini facesse affermazioni dotate di equilibrio e di saggezza. Anche in questi difficili tempi la rozzezza e la violenza verbale non sono una virtù. Le ingiurie contro il presidente Napolitano sono ricorrenti e gratuite, ma non per questo si può far finta di niente. A Napolitano vanno la mia stima e la massima solidarietà”.

“Un arruffapopolo inconcludente” lo ha invece definito Maurizio Lupi, presidente dei deputati di Area popolare. “Nei paesi civili chi accusa di tradimento un capo dello Stato e lo vuole portare a processo dovrebbe provare quello che dice, o imparare a misurare le parole. Sempre che voglia fare il leader politico e aspirare a guidare il paese”. Le parole spesso vengono sparate al vento senza riflettere troppo, ma chi vuole votare subito dovrà sedersi al tavolo con Salvini per trovare una intesa.

L’invito di Napolitano: “Votare a fine legislatura”

Napolitano-dimissioni-RenziRenzi le elezioni le vuole proprio. Tanto che non esita a cercare la sponda di Lega e Movimento 5 Stelle. Con loro infatti ha trovato un accordo sul calendario per intavolare l’inizio della discussione sulla legge elettorale a fine febbraio. Alla determinazione di Renzi risponde Pier Luigi Bersani: “Se Renzi forza, rifiutando il Congresso e una qualunque altra forma di confronto e di contendibilità della linea politica e della leadership per andare al voto, è finito il Pd. E non nasce la cosa 3 di D’Alema, di Bersani o di altri, ma un soggetto ulivista, largo plurale, democratico”. “Non incontro Renzi, parlo in pubblico. E mi piacerebbe farlo nel Pd, dove è preoccupante il restringimento degli spazi democratici”, ha detto ancora Bersani.

Chi cerca di porre un freno è l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. “Nei paesi civili – ha detto – alle elezioni si va a scadenza naturale e a noi manca ancora un anno. In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate”. Napolitano ha poi aggiunto: “Bisognerebbe andare a votare o alla scadenza naturale della legislatura o quando mancano le condizioni per continuare ad andare avanti. Non si fa certo per il calcolo tattico di qualcuno…”. Per togliere la fiducia a un governo deve accadere qualcosa”, ha ribadito l’ex presidente della Repubblica, conversando con i giornalisti a Palazzo Madama. “Non si fa certo per calcolo tattico di qualcuno”, ha sottolineato riferendosi, pur senza citarlo, all’ex premier Renzi.

Parole che hanno subito illuminato la fervida fantasia di Salvini che ha replicato con i modi che gli sono più consoni: “Nei Paesi civili chi tradisce il proprio Popolo viene processato, non viene mantenuto a vita come parlamentare, presidente e senatore”. Un attacco che il segretario del Psi Riccardo Nencini ha definito “scriteriato”. “Se c’è un traditore – ha aggiunto – quello è proprio Salvini, addirittura da quando lavorava per anteporre gli interessi della fantomatica Padania all’Italia”.

Le parole di Salvini sono definite rivoltanti anche dal presidente dice della commissione Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto: “Quello che dice Salvini su Napolitano è rivoltante e  dovrebbe far riflettere chi addirittura fa con lui intese istituzionali e parlamentari”.  Salvini conosce i propri elettori. E sa cosa dire per farli contenti. Parlare alla pancia serve a pescare consensi, anche quando si rimesta nel torbido di affermazioni poco eleganti. “Per il Pd – dice Lorenzo Guerini  – sono inaccettabili e offensive le parole di Salvini contro il presidente Napolitano”. Mentre per Vannino Chiti “ci sarebbe da stupirsi il giorno in cui Salvini facesse affermazioni dotate di equilibrio e di saggezza. Anche in questi difficili tempi la rozzezza e la violenza verbale non sono una virtù. Le ingiurie contro il presidente Napolitano sono ricorrenti e gratuite, ma non per questo si può far finta di niente. A Napolitano vanno la mia stima e la massima solidarietà”.

“Un arruffapopolo inconcludente” lo ha invece definito Maurizio Lupi, presidente dei deputati di Area popolare. “Nei paesi civili chi accusa di tradimento un capo dello Stato e lo vuole portare a processo dovrebbe provare quello che dice, o imparare a misurare le parole. Sempre che voglia fare il leader politico e aspirare a guidare il paese”. Le parole spesso vengono sparate al vento senza riflettere troppo, ma chi vuole votare subito dovrà sedersi al tavolo con Salvini per trovare una intesa.

Craxi. Nencini: Con il fascioleghismo nulla a che fare

ALDO ANIASI E BETTINO CRAXI DURANTE UN COMIZIO DEL PARTITO SOCIALISTA IN PIAZZA DUOMO (Mimmo Carulli, MILANO - 1992-04-02) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

“L’opposizione di Salvini a dedicare una via di Milano a Craxi mi riempie di orgoglio. Con il fascioleghismo il socialismo umanitario non ha proprio niente a che fare”. Lo ha detto il segretario del Psi Riccardo Nencini ripondedo alle parole del leghista Salvini che intervenendo a ‘Radio Padania’, ha ribadito la sua contrarietà a questa ipotesi.

“Apprezzo l’apertura di Sala e l’iniziativa assunta da Forza Italia. Io – ha continuato Nencini – sarò a Milano proprio martedì pomeriggio per ricordarlo”.”È tempo che la storia prevalga sulla cronaca per consentire una visione più oggettiva dei fatti e dei protagonisti – ha aggiunto Nencini -. Possiamo discutere di tutto ma solo mettendo in salvo una verità. Craxi fu uno statista a tutto tondo e quell’Italia era la quinta potenza mondiale. Ce lo ha ricordato qualche mese fa De Rita: l’idea che Craxi aveva dell’Italia era quella giusta. Forte innovazione, riforme costituzionali, una sinistra non marxista, libertaria e umanitaria, alleanza tra merito e bisogno. Fummo sconfitti ma avevamo ragione. Non siamo – ha concluso Nencini – ancora a discutere di quelle stesse cose?”

Nel giorno del 17° anniversario della morte del leader socialista Bettino Craxi Nencini aveva affermato che “siccome la storia si rievoca anche attraverso le strade e le piazze, e siccome il riformismo socialista ha reso l’Italia più civile e più libera, un luogo dedicato a Craxi, a Milano, è la cosa giusta da fare”. Nello stesso giorno in cui il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha aperto il dibattito all’ipotesi di dedicare un luogo della città all’ex leader socialista che con Milano aveva un rapporto speciale.

Giuseppe Sala è il primo sindaco di Milano a prendere posizione: “E’ un argomento che ha suscitato tante polemiche. Io sono favorevole a riaprire il dibattito, senza dare un giudizio che è ancora complesso”. “È un argomento che ha suscitato tante polemiche. Io sono favorevole a riaprire il dibattito, senza dare un giudizio che è ancora complesso” ha detto il sindaco. “Milano è pronta o no? Non lo so, bisogna ascoltare la città. Certamente è giusto interrogarsi per capirlo. Quindi ben venga il dibattito”. Dall’avviso di garanzia sono passati 25 anni. Dalla sua morte ad Hammamet per le complicazioni di un diabete 17. Magari è l’ora di iniziarne a discutere seriamente. Giuseppe Sala ne è convinto ma chiede che siano i milanesi ad esprimersi.

A far da sponda al sindaco nella sua apertura su Craxi, la visita ad Hammamet sulla tomba del leader socialista del ministro degli Esteri Angelino Alfano, il primo di un governo di centrosinistra. La visita di Angelino Alfano incassa il plauso di Bobo Craxi il figlio di Bettino: “Il suo è un gesto politico nobile di cui non posso che essergli grato”. L’ex socialista Maurizio Sacconi condivide: “Visita altamente simbolica”. Così come Fabrizio Cicchitto presidente della commissione Esteri e anche lui ex socialista: “Craxi personalità consegnata alla storia”.

Anche il guardasigilli Andrea Orlando è favorevole all’ipoteso lanciata dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. Per Orlando Craxi è stata “una figura importante e controversa della sinistra che commise errori ma fu portatrice di grandi innovazioni e che propose un’ipotesi di modernizzazione del Paese”.

“Credo che questa discussione consenta di legare la sua figura non soltanto agli errori, che pure ci furono – ha aggiunto il ministro – ma anche ad un’idea di innovazione che Craxi propose ad un paese che da molto tempo non vedeva un’idea di trasformazione della politica”.

Il 1992 socialista diario di Mauro Del Bue

Inizia Tangentopoli, le elezioni, nuove stragi di mafia, Scalfaro presidente
Terza puntata

Mario Chiesa e Bettino Craxi

Mario Chiesa e Bettino Craxi

L’arresto di un ‘mariuolo’

E’ ormai tempo di pensare alle elezioni di primavera. Ma in che contesto, con la Lega che a Brescia a novembre sbaraglia il campo e diventa il primo partito, mentre il Psi perde alcuni punti scivolando al 10%? Emerge una forte preoccupazione. Sempre a novembre, come responsabile nazionale dell’ambiente del Psi, organizzo un importante convegno nazionale sulla questione dei rifiuti (1) a Carpi, con la presenza del ministro Giorgio Ruffolo e del commissario europeo Carlo Ripa di Meana. C’è anche Chicco Testa, responsabile ambiente del Pds e anche il presidente della regione Enrico Boselli, oltre ai migliori tecnici del settore, tra i quali Corrado Clini, Walter Ganapini, Giovanni Ferro.
Ruberti approva la concessione di due corsi di laurea (Tecnologie dell’alimentazione da Parma e Ingegneria gestionale da Bologna) e a dicembre promuoviamo il convegno sull’università a Reggio Emilia (2). Nella mia relazione metto in evidenza il ruolo dei socialisti, nell’aver ottenuto quel forte riconoscimento. Se finalmente si poteva parlare di Università a Reggio era per quel trasferimento adottato dal piano del ministro Ruberti. E il presidente del Consorzio per l’Università (Cospure) Giuseppe Gherpelli me lo riconobbe con una lettera molto affettuosa. C’è anche il ministro, al convegno che si svolge alla sala della Camera di commercio, col rettore di Parma Nicola Occhiocupo e il presidente della Provincia Ascanio Bertani in prima fila. Tra gli ospiti illustri anche l’on. Beniamino Andreatta, accompagnato dall’on. Pierluigi Castagnetti.
Muore Walter Chiari a 67 anni, Michael Gorbaciov si dimette e trasferisce il potere a Eltsin e i primi di gennaio parto per gli Usa assieme a Chicco Testa e alle nostre rispettive metà, invitati a visionare alcuni impianti di rifiuti all’avanguardia. Le elezioni vengono anticipate di qualche mese e si voterà ai primi giorni di aprile. Cambia il mondo e cambia anche l’Europa. A febbraio è firmato il trattato di Maastricht, dopo che le reti Mediaset avevano iniziato a trasmettere i telegiornali. Il Parlamento approva. E adesso in tanti si mangiano le mani. Abbiamo sei nuove province: Biella, Crotone, Lodi, Lecco, Prato e Rimini. Se ne sentiva davvero l’esigenza… Muore il premier israeliano Begin e a Milano, il 17 febbraio, viene arrestato Mario Chiesa. Sembra uno dei tanti arresti di un politico locale per corruzione. E invece… E invece non si capisce subito che il vento è cambiato. Non si intuisce che la Lega è il primo effetto del cambiamento dell’atteggiamento popolare rispetto alla politica dopo la caduta del muro e la fine del comunismo e della contrapposizione ideologica tra Ovest ed Est. Oltretutto anche l’Urss non c’è più. L’arresto di Chiesa è quello di un presidente socialista di una casa di riposo (il Pio Albergo Trivulzio) milanese che aveva chiesto e ottenuto una tangente ed era stato preso con le mani nel sacco. A Milano (si parlava di rito ambrosiano) tutti sapevano che le tangenti giravano copiose e in tutte le direzioni, che gli imprenditori spesso erano chiamati a versare parte del contante appena si apriva la pratica e il resto alla fine. I partiti avevano accordi tra loro per la spartizione del bottino. D’altronde questo rito lo avevo ben presente a Pavia dove mi era stato descritto nei minimi particolari. Ed ero rimasto impressionato da questa normativa da tutti (ripeto da tutti) sottoscritta per la spartizione, con vere e proprie percentuali differenziate tra partiti di maggioranza e di minoranza. Un vero e proprio prontuario del quale credo fossero bene a conoscenza anche i magistrati, oltre che la stampa. E del quale nessuno parlava. Che i partiti si finanziassero anche in modo irregolare lo sapeva Nenni quando esplose il caso Mancini. Lo scrisse nei suoi diari affermando testualmente, a proposito del caso Mancini che esplose nel 1971: “Estrema (è) la difficoltà del caso (che) rientra nell’annoso problema del finanziamento dei partiti. C’è in questo una responsabilità collettiva che riguarda l’entità di ciò che si spende, il triplo, per quanto riguarda il nostro partito “ (3). Nenni da inquisire secondo le regole del 1992…
Anche durante la segreteria Craxi lo sapevano tutti, a tal punto che quando il Psi apri una sede per l’amministrazione del partito in via Tomacelli tutti sapevano benissimo chi la frequentasse e di cosa trattasse chi vi entrava e cosa portasse, spesso in borse tutt’altro che segretate. Compresi i molti cooperatori reggiani che conoscevano benissimo Vincenzo Balzamo, che spesso mi invitava a salutarli facendo nomi e cognomi. Il presidente della Coopsette era, ad esempio, uno dei frequentatori più assidui. L’ipocrita silenzio può generare un’altrettanto ipocrita condanna. In nome di una morale che non si è mai praticata. Come esisteva nella liturgia comunista la doppia verità, così nel sistema politico italiano tutto esisteva la doppia morale.
Quando Mario Chiesa venne arrestato sembrava un arresto qualsiasi e Antonio Di Pietro non lo conosceva nessuno. Anzi lo conoscevano bene i socialisti di Milano come un amico del sindaco Paolo Pillitteri anche se di prevalente orientamento democristiano.
Intanto anche a Reggio Emilia, come da altre parti d’Italia, ma in misura assai più significativa, un gruppo di ex comunisti si staccava dal partito e formava un raggruppamento, il Mur (Movimento per l’unità riformista), che si collocava a fianco del Psi. A Reggio aderirono l’ex capogruppo del Pci-Pds in Consiglio provinciale Franco Cefalota, il consigliere provinciale Anna Catellani e Giuseppe Corradini, già segretario della Lega ambiente di Reggio. Fino all’ultimo era pronto anche il passaggio di Enrico Manicardi, già vice presidente della Provincia, che all’ultimo momento si tirò indietro. Con il segretario del Psi reggiano Germano Artioli ci recammo a Milano a incontrare Craxi assieme a Cefalota, la Catellani e Corradini. Fu un incontro molto cordiale, Craxi apprezzò e si mise a parlare come faceva spesso in modo dialogante, amabile, incuriosito, altalenando ragionamenti politici e battute spiritose. La segretaria di Craxi, la Enza, gli fece squillare il telefono per avvisarlo che era arrivata una persona. E Craxi disse secco: “Fallo attendere”. Dopo qualche decina di minuti uscimmo e intravvedemmo nel salotto la persona che stava sostando in attesa d’essere ricevuto. Era Silvio Berlusconi. Credo che Cefalota, la Catellani e Corradini abbiano avuto netta la sensazione di essere diventate persone molto importanti. Tutto calcolato…

Le elezioni del 1992 e quell’erosione del Psi al Nord

La nostra lista (oltre alla mia ricandidatura come capolista del collegio ed era la prima volta, visto che Giulio Ferrarini, capolista nel 1987, vi compariva come numero due e Paolo Cristoni era stato inserito in ordine alfabetico) vedeva la presenza di Francesco Benaglia, medico di Guastalla, della giovane imprenditrice di Bibbiano Luana Brini, del sindaco di Castelnovo Monti Ferruccio Silvetti, e anche di Beppe Corradini del Movimento per l’unità riformista. Al Senato candidammo a Reggio-Guastalla William Reverberi (si era fatto avanti anche Carlo Baldi, ma la sinistra socialista aveva preteso il collegio per sé) mentre il collegio Sassuolo-montagna andò a un socialista modenese. Per me la sfida era di mantenere la prima posizione anche all’arrivo. Non vedevo soverchi problemi di riconferma, ma partire ed arrivare primo, considerato che non era mai avvenuto che un socialista di Reggio superasse un socialista di Parma, questo mi sembrava davvero impresa improba e tuttavia affascinante.
Durante la campagna elettorale, a marzo, viene ucciso in Sicilia Salvo Lima, mentre Gabriele Salvatores vince l’Oscar con “Mediterraneo” e a Campagnola si svolgono i funerali delle vittime del Cavòn, una drammatica vicenda del dopoguerra ritornata d’attualità dopo il Chi sa parli di Otello Montanari, e si tiene una messa. Bettino Craxi punta tutto sul suo programma di rilancio dell’Italia e in particolare sulla nuove infrastrutture che avrebbero dovuto essere realizzate. Gioca se stesso come argomento elettorale come se fosse ancora il 1987. Allora il Psi ottenne un successo dopo quattro anni di governo. Nel 1992, e dopo cinque anni di presidenze democristiane, e dopo quel che era successo nel mondo e anche in Italia, Craxi ritenne di ottenere un altro successo proponendo di girare le lancette dell’orologio indietro di nove anni. Mi pareva assai complicato e quando vidi affissi sui muri di Milano quei manifesti assai datati che paragonavano gli ultimi cinque anni ai precedenti quattro mi venne spontaneo qualche dubbio di troppo. Il tempo non s’era fermato. Anzi aveva scandito una delle più sconvolgenti novità del secolo. E il Psi apparve in quella campagna elettorale, per la prima volta, un partito fermo, che non fiutava l’aria nuova o non sapeva (o non poteva) intercettarla.
Così quando Claudio Martelli venne a Reggio per un affollatissimo comizio elettorale al teatro Ariosto mi venne spontaneo pronunciare quella frase che poi mi venne rimproverata: “Se nel Psi non ci fosse Claudio Martelli bisognerebbe inventarlo” (4). Martelli sapeva attingere dalla nuova situazione nuovi stimoli per il popolo socialista, mentre Craxi, che poi mi recai ad ascoltare a Parma (gli era morto il papà da poco tempo), mi pareva troppo rivolto al passato. Insomma non eravamo noi il partito della grande riforma delle istituzioni, non eravamo noi il partito dei ceti emergenti del nord Italia, non eravamo noi il partito del presidenzialismo, ma anche del federalismo? E adesso dovevamo trasformarci in una sorta di partito della conservazione dell’esistente? Possibile non comprendere che la storia s’era improvvisamente sbloccata, che il mondo e non solo l’Italia non erano più come prima e che non bastava una promessa di ritornare alla presidenza del Consiglio perché essa venisse mantenuta intatta dopo cinque anni di cambiamenti sconvolgenti?
Fu una campagna elettorale con una notevole partecipazione ai nostri incontri e comizi (pochissimi) e cene (moltissime). Consideriamo il fatto che la campagna elettorale si svolse a marzo in un clima tutt’altro che mite e dunque furono organizzate quasi tutte al chiuso le iniziativa promosse in giro per il collegio. Mi erano rimaste le vecchie alleanze del 1987, con la maggioranza dei socialisti di Piacenza, con la minoranza di Parma e di Modena, mentre a Reggio avevo tenuto unito il partito che speravo, come avvenne, mi votasse compatto. Quando conclusi, accompagnato da Nicola Fangareggi, la kermesse elettorale con un duplice discorso a Rolo e a Luzzara, i socialisti della bassa mi chiesero un pronostico ed io (pensavo d’essere prudente) dissi che avremmo impattato il risultato del 1987. Non fu così e, anche se di poco (lo 0,7%), si registrò una lieve erosione, che fu il risultato di un’incursione, questa neppure tanto lieve, della Lega nel Nord Italia. La Lega diventava un partito di massa in tutto il Nord e in particolare in Lombardia, Piemonte e Veneto. Complessivamente incassava un 8,2%. Considerando che si era presentata solo nel Nord in queste zone era ormai diventata una forza superiore al 20% dei voti. Il Psi teneva bene al Centro ed avanzava al Sud, ma al Nord la perdita si aggirava sul 3-4%. In Lombardia il Psi perse il 5% e quattro deputati. In Emilia il Psi arretrò del 2% con punte massime a Piacenza e a Parma dove la Lega si affermò in modo più vistoso. Anche a Reggio Emilia il Psi subì un regresso passando dall’11,8% del 1987 al 10,05% del 1992. E la Lega, una forza senza iscritti e senza sedi, con due consiglieri comunali nel comune capoluogo che non riuscivano nemmeno a parlare (uno dei quali era d’origine francese) e un altro sconosciuto in Provincia, ci superava di quaranta voti col 10,06%. C’era di che essere soddisfatti, però, se si guardava in casa d’altri. La Dc a livello nazionale scendeva infatti al 29,6% (aveva il 34,4%), il Pds raggranellava solo il 16% (il Pci aveva il 26,6% e Rifondazione si portava a casa il 5,6%), mentre gli unici partiti che avanzavano lievemente erano il Pri col 4,4% e il Pli col 2,9% (rispettivamente dello 0,7% e dello 0,8%). In regresso di mezzo punto il Msi col 5,4%, fermi i Verdi e il Psdi (2,8 e 2.7%), entrava in Parlamento per la prima volta “La Rete” di Orlando, mentre la Lista Pannella, con l’1,2%, eleggeva sette deputati.
A Reggio la Lega volava dunque oltre il 10%, mentre il Pds raschiava il barile del vecchio Pci raggranellando il 37,7% (il Pci aveva il 49,7%), Rifondazione conseguì un ottimo 7,7% (alla somma dei due partiti mancava più del 4% per raggiungere il dato del Pci del 1987), la Dc conseguiva il 21% (contro il 26,1%), il Psdi solo l’1,4%, il Pri il 3,2% (con un aumento di più di un punto sul 1987), poco o quasi nulla gli altri partiti, compreso un Msi sceso sotto il 2%.
La mia soddisfazione fu ricavata dall’andamento del conteggio delle preferenze. Un mare. Solo nella provincia di Reggio quasi diecimila (e si votava con la preferenza unica e scrivendo per la prima volta il cognome). Bene anche a Piacenza e a Modena, a Parma un po’ meno del 1987. Complessivamente ottenni 15.500 preferenze, duemila in più del 1987 quando le preferenze erano quattro. E sopravanzai Ferrarini, arrivando primo degli eletti. Il nostro calo nel collegio ci vide privati del terzo deputato e Paolo Cristoni non rientrò così a Montecitorio.
Oltre a me vennero eletti alla Camera Elena Montecchi e Nilde Iotti, (Pds), Pierluigi Castgnetti (Dc), Franco Dosi (Lega), parmigiano, ma nato a Poviglio. Al Senato Franco Bonferroni (Dc), Fausto Giovanelli (Pds), sostituito alla segreteria da Lino Zanichelli che cedette la vice presidenza della Provincia a Maino Marchi. Anche Renzo Lusetti venne rieletto nel collegio demitiano di Salerno. L’elezione di Giovanelli aveva destato qualche commento sapido, perchè dicono vi abbia contribuito uno scontro (non solo verbale) che il segretario del Pds ebbe con Lorenzo Capitani dopo una riunione. Qualcuno lo definì: un calcio al… Senato.

Per Occhetto è “desolante” l’apertura di Craxi

Dalle elezioni s’era affacciata una speranza. Il Psi, il Pds e il Psdi insieme, i partiti potenzialmente socialisti, avevano conseguito circa il 32% e sarebbero stati il primo partito d’Italia, più forte della stessa Dc, scivolata sotto il 30%. Perché non giocare questa carta all’inizio di questa legislatura? Credevo che questa fosse la via giusta, storicamente, politicamente. Che fosse l’unico modo per dare un valore alle elezioni e per renderle produttive. Che non si dovesse più indugiare.
Nella Direzione del Psi, che si svolge il 15 aprile, Martelli convince Craxi a lanciare qualche segnale al Pds. E Craxi parla di un programma comune e di una comune politica. Si tratta di segnali espliciti, formulati forse anche un po’ controvoglia. Ma la risposta immediata di Occhetto, che definisce la relazione di Craxi “desolante” (5), irrigidisce tutti. Quel “desolante” era come un getto d’acqua fredda, gelida, sulle nostre speranze di ricongiunzione. E ricordo che Formica, e devo dire anch’io, che ci eravamo esposti con Martelli, Raffaelli e altri, in una politica di apertura al Pds, reagimmo chiedendo la sospensione dei contatti. Craxi freddamente aggiunse che il documento avrebbe dovuto avanzare l’idea di un incontro ai partiti della tradizionale maggioranza per costituire il nuovo governo. Sogghignò come per dire. “Vi avevo avvertito”. E così andò.
Subito dopo aver commentato il dato elettorale si verificano due avvenimenti, almeno uno dei quali imprevisto. Cossiga si dimette anticipatamente, un mese prima, senza fornire motivazioni convincenti (e Craxi, che aveva puntato tutto su di lui per ricevere l’incarico di formare il governo, resta spiazzato) e a fine maggio, dopo la guerra tra Croazia e Serbia, e dopo che la Slovenia aveva conquistato senza versare sangue la sua indipendenza, è strage in Bosnia. A Reggio scrivo un appello affinché i pacifisti non si sentano frastornati perché nel campo di guerra manca l’America. E chiedo che si mobilitino contro le carneficine (6).
Tangentopoli riprende intanto con forza dopo la pausa elettorale e sembra, il suo, un percorso pianificato nei modi e anche nei tempi. Pietro Longo, già segretario del Psdi e ministro, è arrestato per una condanna definitiva di due anni e sei mesi per tangente e i primi di giugno partono avvisi di garanzia agli ex sindaci socialisti di Milano Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri, poi vengono arrestati per corruzione Mario Lodigiani, il segretario della Dc lombarda Gianstefano Frigerio e l’ex senatore Dc Augusto Rezzonico. Poi è la volta del segretario amministrativo della Dc Franco Citaristi. I magistrati di Milano si costituiscono in pool e nasce “Mani pulite” col mito del piemme Di Pietro, l’implacabile capitano coraggioso che con la sciabola purificatrice degli arresti a catena (utilizzando impropriamente l’arma del carcere preventivo ai fini di confessione dei reati) combatte la santa battaglia contro la corruzione. Ricordo di avere pranzato a Roma un paio di volte in quei giorni con Carlo Tognoli e di averlo trovato più che preoccupato, alquanto seccato e deluso. Era da tutti sempre stato considerato un bravo sindaco, una brava persona, e si sentiva in dovere di reagire, ma non sapeva come. “Non sono una verginella, “mi confessò, “ma non sono certo un corrotto” (7). Era come se d’improvviso fosse crollato il muro d’Italia, quello che aveva consentito ai partiti e agli uomini politici di coprirsi con una sorta di immunità, peraltro da tutti accettata e salvaguardata. Adesso, con la svolta giudiziaria che veniva a dispiegarsi subito dopo il voto, un’altra onda emergeva fortissima, non l’onda socialista che s’era già infranta nel mare del Nord, ma un’onda altissima, quasi uno tsunami che iniziava a travolgere tutto e tutti, in un crescendo di insoddisfazione, eccitazione, irritazione popolare, amplificato, ma anche assecondato e perfino alimentato, da poteri forti del mondo dell’informazione. In prima fila in questa battaglia contro il sistema politico si schierano “L’Indipendente” di Vittorio Feltri, che sposa le tesi leghiste e naturalmente la stessa Lega con Bossi, Miglio e le decine di nuovi parlamentari che s’arruolano nel nuovo partito antisistema. Anzi la Lega ne rivendica, e giustamente, la primogenitura. Poi ci sono i telegiornali Mediaset di Berlusconi, con Brosio perennemente installato di fianco alla Procura di Milano ad attendere Di Pietro come un eroe televisivo, un divo del cinema o dello sport, mentre anche il Msi si mobilita e decine di militanti di estrema destra circondano la sede della Direzione del Psi di via del Corso. Sull’altro lato parte a testa bassa il partito di Leoluca Orlando “La Rete”, con Nando Dalla Chiesa che parla addirittura di nuova resistenza. “La Repubblica” scalfariana asseconda questa linea, la interpreta, la condisce e impreziosisce con un’idea di radicalismo chic anticraxiano e Occhetto e D’Alema trovano nella crisi del sistema la dimostrazione che il nuovo inizio non era solo per loro.

La strage di Capaci e l’elezione di Scalfaro

Intanto Bossi, per sfidare il potere corrotto di Roma, proclama a Pontida la Repubblica del Nord e le Camere sono convocate permanentemente per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Restiamo a Roma per giorni e si parte con candidati bandiera, poi si pensa a Forlani, la Dc lo espone (è il suo candidato ufficiale) e Craxi lo sostiene, ma il “coniglio mannaro” non ce la fa per pochi voti (qualche franco tiratore democristiano e socialista). Io stesso intravvedo il sottosegretario alla presidenza di Andreotti, il fidatissimo Nino Cristofori, che non vota Forlani perché, dopo aver fatto verificare a tutti la scheda col suo nome, al momento della chiama la mette in tasca estraendo dal pacco dei giornali un’altra scheda che deposita nell’urna. Ma dov’è il Caf se Forlani e Andreotti si bloccano a vicenda sulla presidenza della Repubblica? Ma dov’era il Caf se i tre, compreso Craxi, sapevano che dovevano dividersi solo due poltrone?
Un catafalco, un nero catafalco scalfariano viene deposto sull’urna per fare in modo che i parlamentari possano votare senza essere riconosciuti, ma l’affronto andreottiano a Forlani era già avvenuto. D’ora in avanti anche chi non vuole votare o vuole cambiare la scheda lo può fare senza essere riconosciuto. Dai vari cilindri escono nuovi conigli. Si pensa a Vassalli, a Valiani, al vecchio De Martino, ma per finta. In silenzio s’avanza sornione Andreotti. Il giornalista del “Corriere” Paolo Franchi, che incontro in Transatlantico, mi rivela che i conti di Andreotti lo vedono vincente anche col voto di parte dei neo comunisti e dei leghisti. Ne dubito. Poi sabato 23 maggio ritorniamo a casa per un giorno di sosta e la sera la tv annuncia la strage di Capaci. Il dramma s’abbatte sull’elezione del presidente, già così contrastata e problematica. Sono uccisi Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti di scorta. Una strage per punire Andreotti, dopo l’omicidio di Lima, per sbarrargli la strada nella corsa presidenziale? Paura, sgomento, senso di responsabilità in azione. Giovanni Falcone era stato chiamato a Roma al ministero della Giustizia da Claudio Martelli e i due erano diventati collaboratori e amici. Falcone s’era preso bordate di critiche e attacchi pubblici da parte di alcuni esponenti di Magistratura democratica e Leoluca Orlando aveva definito un auto-attentato quello verificatosi all’Addauria nella casa affittata dal magistrato per le vacanze. Adesso tutti celebrano Falcone come il paladino della lotta alla mafia. La morte spesso santifica e purifica non solo i morti, ma anche i vivi. Ritorniamo a Roma la domenica mattina e sappiamo che dobbiamo far presto e che non si può più tergiversare. Sembrano solo due in candidati papabili: i presidenti della Camera (Oscar Luigi Scalfaro) e del Senato (Giovanni Spadolini). Craxi fa finta di lasciarci liberi. Al gruppo socialista della Camera, quando viene avanzata il nome Scalfaro, tutti pensano che solo lui sia il vero candidato (il primo a sostenerlo era stato Pannella). Solo Rino Formica si oppone perché, dice, “Scalfaro ci porterà alla fase precedente la breccia di Porta pia” (8). Scalfaro è democristiano e lascia aperta la porta alla presidenza socialista del governo, Spadolini invece avrebbe probabilmente chiuso ogni possibilità. E Scalfaro era anche stato ministro degli Interni del governo Craxi e ci si poteva fidare, dicevano. Al lunedì Scalfaro è presidente della Repubblica, coi voti della stragrande maggioranza dei grandi elettori. Dicevano che avesse preso l’impegno di affidare immediatamente l’incarico di formare il governo a Craxi. Non sarà così. E il clamoroso dietrofront sarà determinato dalle notizie provenienti dalla Procura milanese, su quel che si era ormai definita la caccia al cinghialone (la definizione era di Vittorio Feltri).
Scalfaro promise e non mantenne e chiamò Craxi per spiegarne i motivi e Craxi ebbe netta la sensazione di essere finito tra le maglie della giustizia milanese. Aveva definito “mariuolo” Mario Chiesa, ma costui aveva parlato e confessato e indicato nomi e cognomi ai magistrati. Ricordo che Craxi annunciò che c’era un anno di tempo. Per fare cosa? Per nominare un’altro socialista presidente del Consiglio, per sistemare le questioni relative all’inchiesta Mani pulite, per riordinare e rinnovare il Psi? In realtà l’anno che ci aspettava sarà crudele e orribile.

Note

1) Il problema dei rifiuti o il rifiuto del problema? Le proposte socialiste per lo sviluppo economico e la difesa dell’ambiente, Carpi, 9 novembre 1991.

2) Vedi L’Università a Reggio Emilia, relazione dell’on. Mauro Del Bue, Direzione nazionale del Psi, sala Convegni della Camera di comemr4cio, 14 dicembre 1991, Reggio Emilia 1992, anche in M. Del Bue, Scrivere politica, Reggio Emilia 1992, pp. 195-205.

3) P. Nenni “I conti con la storia”, diari, anno 1971, p. 354.
4) Ricordo dell’autore.

5) M. Pini, Craxi, una vita, un’era politica, Cles (Trento) 2006, p. 453.

6) Sangue in Bosnia e sonno a Reggio, in Gazzetta di Reggio, 31 maggio 1992.

7) Ricordo dell’autore.

8) Ibidem.

Mauro Del Bue

Introduzione
Prima puntata
Seconda puntata

Effetto Parisi
panico nel centrodestra

Berlusconi-Alfano-Elezione-PresidenteIl centro destra si prepara a rivedere i propri assetti. Le alleanze fino ad ora in essere, amministrative comprese, sembrano messe in discussione. A settembre si riaprono i giochi con muovi ingressi in uno scenario che sembra congelato, incapace di evoluzione e avvitato su se stesso. Le amministrative di maggio non hanno gettato l’allarme solo nel centrosinistra, ma, e in modo molto maggiore, nel centrodestra. Hanno stoppato la Lega nella sua Opa sulla coalizione determinando l’incapacità di Salvini di creare un partito con ambizioni che vadano oltre la politica dell’urlo e dell’insulto. La bambola gonfiabile portata sul palco ne è la conferma.

La discesa in campo di Parisi sponsorizzato da Berlusconi ha gettato tutti nel panico. A cominciare dai centristi di Ap che ancora devono decidere da che parte stare. Il leader Angelino Alfano conversando con i cronisti al Senato a proposito del futuro del suo partito e di una possibile alleanza con FI ha affermato che “sembrano nascere delle nuove condizioni per creare un’importante aggregazione dei moderati, liberali e popolari anche se dobbiamo intenderci su programmi, denominazione del partito, perché nessuno dei soggetti che partecipa può imporre il proprio nome, e sulla leadership che, come dissi quando ero ancora nel Pdl, dovrebbe essere scelta sulla base delle primarie”. Un segnale appunto a Berlusconi che in una eventuale alleanza la leadership è tutt’altro che decisa. Fatto sta, che un azionista di governo, parla di alleanze con un partito di opposizione. E se la legge elettorale non dovesse cambiare per Ncd potrebbe valere la logica del tanto peggio tanto meglio, avendo con l’Italicum così come concepito oggi, il destino segnato.

Intanto la Lega stoppa qualsiasi alleanza: “Se qualcuno – afferma Salvini – pensa di coinvolgere me o la Lega in un’alleanza con Verdini, Alfano, Cicchitto, Tosi, Passera eccetera, ha sbagliato indirizzo. Per me il discrimine della prossima alleanza sarà la politica estera: chi vuole la Merkel, difende a spada tratta l’euro o tifa Hillary Clinton non può stare con la Lega. Se Parisi è un riorganizzatore di Forza Italia va bene, ma se qualcuno pensa di far digerire alla Lega alleanze indigeste, io non ci sto”. Ma non dice a che cosa ci sta.

Ginevra Matiz

Tortura, per la maggioranza il reato può attendere

G8-Bolzaneto-risarcimentiIeri la maggioranza al Senato ha ricordato a modo suo la ‘macelleria messicana’ nella scuola Diaz al termine degli scontri sul G8 di Genova, affossando di nuovo il reato di tortura che aspetta di essere riconosciuto nel codice penale dal 1988. Lo stop è stato voluto dal ministro dell’interno Alfano sia per lisciare il pelo ai fautori delle ‘maniere forti’, che non mancano tra le forze dell’ordine, sia per segnalare ancora una volta al Presidente del Consiglio, la sua capacità di interdizione politica, ovvero il potere di far ‘ballare’ il Governo nel momento in cui altri, Renato Schifani, mollano la barchetta del Ap-Ncd sulla via di un ritorno all’ovile forzista.

Nei fatti ieri il Senato ha deciso di sospendere sine die l’esame del ddl per introdurre nel codice penale il reato di tortura, un provvedimento già in ritardo di quasi 30 anni visto che la Convenzione di New York contro la tortura risale al 1984 e che il nostro Paese l’ha firmata 28 anni fa e che soltanto in questa legislatura è già passato per tre letture tra Camera e Senato.

Il 7 aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per i fatti avvenuti nella Caserma Bolzaneto e nella scuola Diaz durante il G8 di Genova. In quella scuola, dopo l’irruzione delle forze dell’ordine nella notte del 21 luglio 2001, utilizzando anche prova false per giustificare l’aggressione, avvennero fatti gravissimi ai danni di ragazzi inermi che non avevano alcuna responsabilità negli incidenti avvenuti durante le proteste. Furono ore terribili di sopraffazione e violenza gratuita che un ufficiale di polizia definì una “macelleria messicana” utilizzando un’espressione usata dalla stampa per descrivere i fatti della rivoluzione messicana e nel ’45 da Ferruccio Parri per condannare Piazzale Loreto. Il giorno dopo il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, con uno dei suoi consueti tweet, si impegnò a far approvare in Parlamento il ‘reato di torturà, esaudendo così una promessa del nostro Paese alle Nazioni Unite risalente al 1988.

Quando qualche settimana fa il ddl era tornato in discussione al Senato, il relatore, il socialista Enrico Buemi, aveva detto: “C’è bisogno di dare all’Italia una legge in questo campo”. E invece siamo alla nuova frenata di ieri.

Dopo l’avvertimento di Alfano che il testo, anche se approvato a Palazzo Madama, si sarebbe dovuto comunque riscrivere alla Camera, l’intero centrodestra, da FI alla Lega, da Cor ad Ala, passando per la componente “Idea” di Gaetano Quagliariello, chiedeva che il provvedimento scomparisse dall’ordine del giorno dei lavori “almeno fino a dopo l’estate”. I senatori Dem, già in una riunione di fine mattinata avevano preso atto che la maggioranza era spaccata, soprattutto dopo la decisione di Renato Schifani di dimettersi da capogruppo di Ap-Ncd.

Duri i commenti dell’opposizione. I senatori di Sel e del M5S con Loredana De Petris e Peppe De Cristofaro che invitano i Dem a “vergognarsi” per la decisione di “affossare di fatto il reato di tortura”, mentre accusano il centrodestra di aver “strumentalizzato le stragi di questi giorni”, visto che la richiesta di sospendere l’esame del ddl “è stata fatta subito dopo la commemorazione delle vittime di Nizza” quando si è affermato che in un momento in cui la “minaccia al terrorismo è così alta” non si può “inibire l’operato delle forze dell’ordine”. Ma è dal primo firmatario del testo Luigi Manconi (Pd) che arriva il “j’accuse” più aspro: “Un Senato inqualificabile e infingardo ha preso una decisione inqualificabile e infingarda: ha stabilito che fosse troppo presto approvare un provvedimento che attende di essere accolto nel nostro ordinamento dal 1988”.

Per l’associazione Antigone “l’esito della seduta è vergognoso,”. “Per questo ci appelliamo al presidente del Consiglio Renzi e al ministro della Giustizia Orlando affinché si assumano in prima persona l’impegno di far approvare questa legge.”

EFFETTO BREXIT

Economia effetto BrexitAlmeno a livello di previsioni, gli effetti della Brexit cominciano a farsi avvertire e non sono piacevoli. La Gran Bretagna ha perso subito la tripla ‘A’ degli istituti di rating, si aspetta una caduta del Pil che potrebbe arrivare subito a un meno 2% mentre la Banca d’Inghilterra si prepara a intervenire per fare qualche trasfusione di liquidi alla sterlina, che continua a perdere terreno nei confronti delle altre valute. E tutto questo in un panorama contrassegnato da una fortissima incertezza politica interna perché la successione a David Cameron al n.10 di Dowing Street, si preannuncia complicata anche se l’uscita di scena dell’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, paladino della Brexit assieme al leader antieuropeo dell’Ukip, Nigel Farage, potrebbe far sperare in un vertice dei Tory, e quindi in un futuro premier, su posizioni meno radicali.
Il dopo-Brexit preoccupa tutti e per questo a Londra prevale la voglia di prendere tempo e ritardare il più possibile l’applicazione dell’art.50 del Trattato di Lisbona per negoziare l’uscita dall’Ue. Uno dei candidati favoriti alla guida dei conservatori, l’attuale ministro della Giustizia, Michael Gove, d’accordo con la rivale Theresa May, ha spiegato che per il divorzio formale se ne parlerà nel 2017, e non a settembre appena sostituito Cameron.
“Metterò fine alla libera circolazione” delle persone ha assicurato ancora Gove spiegando il suo programma per poi aggiungere:“Introdurrò un sistema di punti all’australiana e ridurrò i numeri” degli immigrati. Tra l’altro Gove, sempre in accordo con May, ha anche annunciato che non si faranno elezioni anticipate, ma si arriverà al 2020 per dare tempo al nuovo premier di attuare un programma di governo aggiornato sul dopo-Brexit.
Easyjet intanto avrebbe aperto colloqui con le autorità del settore aviazione Ue in merito al trasferimento della sua sede al di fuori della Gran Bretagna e al ricollocamento dei suoi nuovi aerei fuori dal territorio britannico. L’indiscrezione è stata smentita dalla casa di Luton che però ha confermato di aver richiesto una licenza per operare con i suoi aerei in Europa. Le cose potrebbero insomma precipitare, ma Londra cercano di tirarla per le lunghe e di ignorare la risoluzione con cui l’altro ieri, a larghissima maggioranza, il Parlamento europeo ha raccomandato di fare il più in fretta possibile, non per ripicca, ma per evitare ulteriori danni da incertezza all’economia europea.

Malström, prima uscite, poi negoziamo su commercio
Ma a Bruxelles non la vedono così facile. La Gran Bretagna non potrà avviare negoziati per un accordo di libero scambio con l’Ue prima dell’uscita dall’Unione, ha avvertito Cecilia Malström, Commissaria Ue per il Commercio. “Prima si esce, poi si tratta”, ha detto a Bbc Newsnight perché dopo la Brexit, il Regno Unito diventerebbe “un Paese terzo” e quindi le pratiche commerciali sarebbero svolte in base alle regole del Wto (World Trade Organitation) sino al completamento di un nuovo accordo. Insomma appena avrà avviato le pratiche, la Gran Bretagna non sarà più un partner europeo al pari degli altri 27 membri dell’Ue, perdendo non solo le ‘regole’ europee, ma anche i vantaggi della partnership.

Gentiloni, mi auguro si adotti modello norvegese
“Sento molto parlare del modello norvegese: mi auguro – ha spiegato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, in un’intervista a ‘La Stampa’ – che si prenda quella strada, significherebbe mantenere rapporti simili a quelli di oggi. Ma sia chiaro che comporterebbe un’accettazione di regole sulla libertà di circolazione delle persone che non mi paiono in linea con quanto sostenuto in campagna elettorale dai promotori del Leave”. “Occorre essere chiari su cosa vuol dire stare in Europa e su questo la riunione informale dei 27 a Bruxelles è stata chiara: se vuoi il mercato unico devi accettare le libertà fondamentali dell’Unione”.Quanto alla possibilità di un dietrofront, il titolare della Farnesina premette: “Non spetta a me dirlo. Questo può dipendere solo dal parlamento e dai cittadini britannici”. Ma fa notare come “precedenti in Europa non mancano: né di referendum smentiti da decisioni parlamentari, né di referendum contraddetti da altri referendum. Possiamo persino auspicare uno scenario del genere, ma non staremo fermi ad attenderlo”.

Angela Merkel e David Cameron

Angela Merkel e David Cameron

I guai per l’Italia
Per il nostro Paese, già fanalino di coda della pur timida ripresa europea, il futuro si presenta tutt’altro che allegro. L’ufficio studi di Confindustria ha ridotto drasticamente le stime del Pil rispetto alle previsioni di dicembre per tenere conto dell’effetto Brexit e aggiungendo anche che un uletriore colpo potrebbe arrivare dalla vittoria del No al referendum costituzionale di ottobre, visto che il Presidente del Consiglio ha annunciato, in questa eventualità, le sue dimissioni, ovvero un’ulteriore carico di instabilità per il sitema Italia.

Nel report del CsC (Centro studi di Confindustria) il Pil per il 2016 scende a +0,8% rispetto al +1,4% e per il 2017 a +0,6% rispetto al +1,3%. Il target indicato dal Governo nella legge finanziaria, era rispettivamente del +1,2% e del +1,4%.
Quanto all’effetto del No che si andrebbe a sommare alla Brexi, “è stato quantificato per il triennio 2017-2019” in un calo “dello 0,7% nel 2017 e dell’1,2% nel 2018, salendo dello 0,2% nel 2019. In totale si riduce dell’1,7%, mentre nello scenario di base sarebbe salito del 2,3%; quindi la differenza è di 4 punti percentuali”.
Sempre secondo Confindustria, che sostiene il Governo renzi e la sua riforma costituzionale, con la vittoria del No, nel triennio gli investimenti scenderebbero complessivamente del 12,1% contro il +5,6% altrimenti atteso, si perderebbero 258.000 posti di lavoro anziché acquistarne 319.000, il deficit/Pil salirebbe al 4% nel 2018 e il debito supererebbe il 144% del Pil nel 2019.
Comunque senza tener conto degli effetti del voto di ottobre, il Centro studi di Confindustria peggiora la previsione del deficit/Pil per quest’anno (2,5% dal 2,3% stimato a dicembre) e per il prossimo (2,3% da 1,6%). Quanto al Pil, il debito in percentuale è stimato al 133,4% quest’anno (dal precedente 132,1%) e al 134% per il 2017 (da 130,6%). È già il più grande d’Europa ed è destinato a salire soprattutto se ci verrà concessa più ‘flessibilità’, ovvero la possibilità di fare altri debiti per finanziare il bilancio statale.

M5s e Lega: possibile l’uscita dall’euro
In una situazione che si preannuncia insomma abbastanza complicata per usare un eufemismo, Luigi Di Maio, componente del direttorio del M5s, oggi ha spiegato che “se non si dovesse riuscire a ridiscutere con l’Unione europea alcuni trattati, come fiscal compact e altri, proporremo un consultivo non vincolante sulla politica monetaria. Non sulla permanenza nella Ue” “cioè – ha aggiunto – sull’euro, sulla permanenza o meno in esso. Questa non sarebbe più, se lo dovessero decidere i cittadini, la moneta in Italia”.
A ruota gli ha fatto eco il leader della Lega, Matteo Salvini. “Noi abbiamo iniziato a sostenerlo sei mesi fa. Io vado oltre. Non serve un referendum perché sarebbe un massacro per l’economia. Io dico che, se la Lega va al governo, noi usciamo. Altrimenti se fai tre mesi di campagna sul referendum sull’Euro, c’è gente come Soros che ti massacra”.

Renzi e Delrio: l’Italicum sta bene così

Renzi DelrioSecondo alcuni commentatori, le recenti dichiarazioni, dirette o riportate (vedi ieri) del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, più che una presa di posizione sulla materia incandescente della legge elettorale – in vigore da oggi – e del referendum di ottobre, erano un ballon d’essai, una prova per saggiare le reazioni di alleati e oppositori, interni ed esterni.

Tra le reazioni utili si citano le dichiarazioni dei pentastellati in direzione del mantenimento dell’Italicum per loro assai più conveniente di qualunque altra possibile legge elettorale, e di autorevoli esponenti vicini a Berlusconi come Gianni Letta e Felice Confalonieri per la riapertura del Patto del Nazareno. Comunque sia oggi Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ribadito la posizione di Renzi spiegando che anche a volerla cambiare, sarebbe assai difficile trovare i numeri per farlo, non mettendo ovviamente nel conto Forza Italia.
“L’Italicum è un’ottima legge che garantisce governabilità. Se qualcuno vuole cambiarla e proporre una legge migliore, lo faccia. Ma a pochi mesi dal referendum, mi pare un esercizio molto complicato trovare una maggioranza”. “Per me – aggiunge – si può discutere di tutto, ma faccio presente che questa legge è stata confezionata dopo numerose riunioni e passaggi parlamentari. Garantisce governabilità e aiuta a capire chi si assume la responsabilità. Per noi è il miglior punto di equilibrio”. Delrio difende punto per punto le caratteristiche della legge elettorale: “Il premio alla lista è nella logica della semplificazione dei partiti e del no al ricatto dei piccoli”. Quanto all’idea che il Movimento cinque stelle possa essere avvantaggiato da un simile sistema il ministro osserva che “siamo sempre stati contrari a leggi ad personam o ad utilitatem del partito: bisogna avere senso delle istituzioni, anche quando le cose non convengono del tutto”.

Intanto i sondaggi continuano a indicare una crescita continua dei consensi per il Movimento di Grillo e una parallela discesa per quelli al Pd. Inoltre Luigi Di Maio avrebbe superato, quanto a popolarità, anche lo stesso Matteo Renzi. Insomma un quadro che confermerebbe in pieno le previsioni di una vittoria del M5s con una legge elettorale che sembra a questo punto confezionato più per Grillo che non per Renzi.

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Le recenti elezioni amministrative – scrive il quotidiano La Repubblica pubblicando un sondaggio Demos – hanno lasciato il segno. In caso di elezioni politiche Demos attribuisce al MoVimento oltre il 32% dei voti, il 5% in piu’ rispetto all’ultima rilevazione condotta ad aprile, mentre il Pd si fermerebbe al 30,2% in leggero rialzo rispetto a due mesi fa (30,1%) ma con un distacco maggiore rispetto ai grillini. Male Lega e Forza Italia, entrambe poco sotto il 12%, mentre tutti gli altri partiti ‘arrancano’ per toccare quota 5% (tranne Sinistra italiana che si attesta al 5,4%).
Una fotografia che “il Pd e il M5s intercetterebbero, insieme – spiega Ilvo Diamanti sul quotidiano romano – quasi i due terzi dei voti mentre il rimanente terzo degli elettori appare diviso e frammentato”. Ma la nota più interessante riguarda le ‘proiezioni’ in caso di ballottaggi che vedrebbe i Cinquestelle vincere staccando largamente gli inseguitori del Pd prevalendo di quasi dieci punti.

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Per quanto riguarda la fiducia sui leader il gradino più alto viene occupato da Luigi Di Maio (con il 41%), seguito da Renzi (stabile al 40%) e dal rieletto de Magistris (sempre 40%) con Beppe Grillo che li tallona con il suo 38%. Salvini (36%), Berlusconi (32%) e Alfano (28%) chiudono la speciale classifica rispecchiano il periodo di ‘magra’ del centrodestra.

“Si può anche cadere nel burrone perché si deve completare la corsa. Il suicidio – come scrive il Direttore nel suo fondo di oggi – in politica è arte rara. Ma non inconsueta. Il centro-destra approvò il Porcellum e perse le elezioni del 2006 che col Mattarellum avrebbe vinto”.

PRATICHE DI DIVORZIO

Juncker FarageAAA, cercasi strategia comune per un divorzio che potrebbe non essere neppure consensuale. Il dopo-Brexit si annuncia complicato per la politica nel Vecchio Continente. Al vertice di Berlino, oggi e domani, la partita per trovare una linea unitaria dei 27 in risposta al referendum britannico, non è semplice e anche il pre-vertice a tre di ieri, tra Merkel, Hollande e Renzi, non ha portato a una schiarita decisa e condivisa.

Dietro le parole di circostanza dei leader nelle conferenze stampa, si delinea sempre più chiaramente l’esistenza di due partiti. C’è quello dei ‘frenatori’, degli attendisti che vorrebbe rinviare quanto più possibile l’apertura della pratica ufficiale del divorzio di Londra, che schiera in prima linea la Cancelliera Angela Merkel, il presidente del Consiglio, Donald Tusk, alcuni governi dell’Europa del nord. Contro c’è il Parlamento europeo che reclama l’attivazione ‘immediata’ della procedura per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, i governi ‘mediterranei’, e chi ritiene che perdere tempo, dare l’impressione che si possa lasciare l’Ue senza pagare ‘dazio’, anzi ricontrattando misure favorevoli agli scambi commerciali senza condividere le regole sociali, non farebbe che dare nuova energia al partito degli euroscettici. Peggio, convincerebbe altre fette di opinione pubblica europea che contano solo le Banche, gli ‘affari’ e tutto il resto può anche restare in un angolo.

“L’Unione Europea – ha detto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk – è pronta ad avviare la procedura di divorzio anche oggi”, ma, sulla base dei Trattati è la Gran Bretagna che “deve avviare questo processo, questo è l’unico modo per farlo e questo significa che dobbiamo essere pazienti”. Insomma aspettare, lasciando che sia Londra a scegliere il come e il quando.

I tempi sembrano inevitabilmente allungarsi – la domanda deve vessere presentata dal premier inglese, ma Cameron è dimissionario e ha detto che lo farà il suo successore – e sul fondo si agitano questioni concretissime. L’interscambio della Germania con la Gran Bretagna, per esempio, è dell’8% e dunque la Brexit mette in ballo una fetta consistente del Pil tedesco. Poi c’è il rapporto con i Paesi del nord Europa, Polonia in testa, che consentono alla Merkel di amplificare il suo potere tra i 27 e sullo sfondo le elezioni politiche che si terranno l’anno prossimo.

Insomma, pare di capire da quanto avvenuto finora, a Berlino non c’è tutta questa fretta di avviare le pratiche del divorzio. Un comportamento speculare a quello britannico dove, a cominciare dal ‘falco’ euroscettico Nigel Farage, leader dell’Ukip, c’è davvero poca voglia di rinunciare ai vantaggi certi di oggi per quelli incerti, più che altro promessi, di domani.

Sul fronte opposto Italia e la Francia, spingono perché la situazione si chiarisca presto, esortando Londra a iniziare prima possibile la procedura ufficiale della Brexit, mossa che in base all’art.50 del Trattato di Lisbona, deve essere fatta dal Paese che vuole andarsene.

La Germania sembra invece voler procedere con più cautela e starebbe preparando un piano in tre punti per assicurare la coesione dei Paesi dell’Unione europea.

La vicenda ha poi anche aspetti curiosi come il semestre di presidenza di turno dell’Unione che toccherebbe nella seconda metà dell’anno prossimo al successore di David Cameron al n.10 di Dowing Street. E Cameron nel frattempo ha spiegato ai suoi concittadini che sì, stanno lasciando l’Europa, il progetto dell’Europa unita, ma che non bisogna voltargli le spalle perché ‘questi Paesi sono i nostri vicini, i nostri amici, i nostri alleati, i nostri partner e mi auguro possiamo trovare il modo di mantenere contatti il più possibile stretti in termini di commercio, cooperazione e sicurezza in quanto ciò che va bene per noi va bene anche per loro’.
Per ora l’unica decisione certa è la data di un altro vertice, straordinario, a settembre a Bratislava.

Ma se a Berlino si naviga a vista, al Parlamento europeo almeno il dibattito è stato più trasparente.
Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker – criticato dai principali commentatori tedeschi per come ha gestito il negoziato con Cameron e la partita del referendum – ha detto, d’accordo con la Merkel, stop ai colloqui informali con Londra prima della formalizzazione del risultato del voto popolare, ovvero della richiesta di uscita. “L’ora è grave” – ha dichiarato – ma “io sono allergico alle incertezze” e quindi “vorrei che la Gran Bretagna rispettasse la volontà del popolo britannico senza nascondersi dietro giochi a porte chiuse”. “Sono sorpreso di vedere che io, proprio io che in Gran Bretagna vengo dipinto come tecnocrate, eurocrate e robot, voglio trarre le conseguenze del voto. E loro no?”.

Il Parlamento, in seduta plenaria straordinaria, ha chiesto “un’implementazione rapida e coerente della procedura di revoca” dell’appartenenza della Gran Bretagna alla Ue in conseguenza della decisione del popolo britannico nel referendum. La risoluzione bipartisan è stata approvata a larghissima maggioranza con 395 voti a favore, 200 contrari e 71 astenuti.
Contro questa risoluzione ha votato il Movimento 5 stelle insieme agli europarlamentari di Nigel Farage, di Alexis Tsipras e della Lega di Matteo Salvini.

“Bisogna rispettare il voto” del referendum e “bisogna trarre le conseguenze” e “vorrei che il Regno Unito chiarisse, non domani mattina, ma chiarisse la propria posizione”. Juncker ha sottolieato di non volere che “si affermasse l’idea di negoziati segreti a porte chiuse” con i rappresentanti di Londra tanto che, sottolinea, “ho vietato ai commissari di discutere con i rappresentanti del governo britannico”. “No notification – ha scandito – No negotiation”. “Non è ammissibile che ora il governo britannico cerchi di avere contatti informali” con la Commissione”. “Dobbiamo costruire un nuovo rapporto con la Gran Bretagna, ma siamo noi a dettare l’agenda, non chi vuole uscire”.

La seduta ha avuto anche un contorno divertente quando Farage si è trovato a tu per tu con Juncker davanti ai giornalisti. “Ho sempre pensato che non bisogna lasciare le nazioni ai nazionalisti, che sono antieuropei e antipatrioti”, ha detto Juncker e poi si è rivolto a Farage dicendosi stupito di trovarlo lì visto che aveva appena votato perché la Gran Bretagna lasciasse l’Unione. “Lei ha detto di essersi sbagliato sui dati di bilancio” ma avendolo ammesso solo dopo il referendum “ha mentito”. Ed ha chiuso affermando, “questa è l’ultima volta che ci parliamo in questa sede”.

L’arrivo di Farage all’Europarlamento è stato accompagnato da fischi e polemiche e lui ha ringraziato ironicamente per “la calorosa accoglienza”. Poi ha spiegato di non aver nessuna intenzione di lasciare subito il suo seggio: “Non intendo dimettermi – ha detto – fino a quando il lavoro sarà fatto”. “Abbiamo vinto la guerra ora dobbiamo vincere la pace”.

Anche la famiglia del Pse si è riunita in un prevertice e il suo presidente, Serghei Stanishev, ha auspicato una veloce sostituzione di Cameron di moto tale che il nuovo premier britannico possa avviare subito la partica di divorzio perché bisogna guardare avanti e non c’è tempo da perdere dopo il ‘terremoto politico’ che ha investito l’Europa.
“Se i nostri partner europei – ha detto il segretario del Pd, Matteo Renzi, – accetteranno l’idea della scommessa e di un’Europa più capace di valori, intesi come valori sociali, un’Europa con l’anima e non solo che guarda al portafoglio, penso che lo shock della Brexit potrebbe essere paradossalmente persino un fatto positivo”. “Adesso la vera commessa è riuscire a recuperare quel sentimento di appartenenza che è emerso nei giorni dopo il referendum. C’è bisogno – ha aggiunto – di un’Europa che sia più capace di valori, non solo di quelli economici e finanziari. Dobbiamo parlare di Europa sociale, del volontariato, degli asili nido, delle scuole, dei musei, dell’innovazione. L’Europa è questa, non solo procedure, burocrazia, vincoli e parametri”.