Manovra. Il governo al punto di partenza

conte salvini dimaio

Si sono incontrati ieri sera Conte e Juncker per parlare della manovra italiana modificata. Un portavoce della Commissione Ue ha fatto sapere: “Buoni progressi nell’incontro Juncker-Conte: la Commissione ora valuterà la proposta ricevuta questo pomeriggio dall’Italia. Il lavoro proseguirà nei prossimi giorni”.

Il premier Giuseppe Conte, al termine dell’incontro con Juncker, ha detto: “Abbiamo anticipato la nostra proposta a Bruxelles. Abbiamo illustrato la nostra proposta che mi consente di dire che non tradiamo affatto la fiducia degli italiani, rispettiamo gli impegni presi in particolare sulle riforme che hanno maggiore impatto sociale. Da 2,4 scesi a 2,04. Reddito e quota 100 restano. Confidiamo di portare a casa una soluzione positiva con l’Ue. Reddito di cittadinanza e quota 100 partiranno nei tempi previsti. Calerà il deficit strutturale e la crescita sarà superiore alle nostre attese. La nostra proposta ci consente di dire che non tradiamo la fiducia degli italiani e che rispettiamo gli impegni presi con le misure che hanno maggiore impatto come quota 100 e reddito di cittadinanza”.

Soddisfatto dell’incontro Conte-Juncker è stato il ministro del Tesoro, Giovanni Tria. Intanto, dal vertice avvenuto successivamente, tra il premier Giuseppe Conte e i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, a quanto si apprende, nella riunione il premier avrebbe aggiornato i leader di Lega e M5S sulle novità della trattativa con l’Ue per la manovra dopo l’incontro con Jean Claude Juncker.

Dopo l’incontro a Bruxelles, fonti Ue hanno spiegato che serviranno alcuni giorni di lavoro tecnico per arrivare ad una conclusione della trattativa con l’Italia sulla base della proposta portata dal premier Giuseppe Conte a Jean Claude Juncker.

Fonti della maggioranza governativa hanno comunicato che la proposta di Conte, stata inviata solo poche ore prima dell’arrivo del premier a Bruxelles e sarà ora vagliata attentamente dai tecnici europei.

Il ministro dell’economia Giovanni Tria sarà  a Bruxelles anche domani per proseguire il negoziato con la Ue a livello tecnico.

Però, già a luglio il governo conosceva i limiti entro cui avrebbe potuto muoversi per rispettare le regole europee di bilancio. Invece, ha fatto strumentalmente una manovra provocatoria all’Ue con lo scopo di mantenere viva la propaganda elettorale di Lega e M5S. Adesso Di Maio e Salvini cosa diranno agli italiani? Certamente non diranno mai il prezzo che gli italiani hanno complessivamente pagato per questo loro grave atto di irresponsabilità governativa verso il Paese.

Salvatore Rondello

Manovra, una proposta “nero su bianco” per Bruxelles

Conte-Juncker

Il governo ha messo a punto una proposta “nero su bianco” sui saldi della manovra da portare oggi pomeriggio a Bruxelles all’incontro tra il premier Giuseppe Conte e il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker. Lo si apprende da fonti di Palazzo Chigi.

Lo spread sui Btp decennali è crollato dopo che sono circolate le voci per portare il deficit al 2%. Se fosse stato fatto dall’inizio, gli italiani avrebbero potuto risparmiare qualche miliardo di euro di interessi. Secondo le fonti di Palazzo Chigi, il premier Conte ed il ministro Tria andranno all’incontro con la Commissione europea convinti di avere buone motivazioni per trovare un accordo sulla manovra. La decisione sui saldi di bilancio sarebbe stata presa in una riunione prima del Consiglio dei ministri. Le stesse fonti si definiscono ottimiste sulla validità della proposta italiana.

Il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in una conferenza stampa a Gerusalemme, ha detto: “Sono assolutamente fiducioso che a Bruxelles prevalga il buonsenso. Inizio ad essere stufo di qualcuno che possa sfondare o infrangere i limiti mentre con l’Italia c’è la lente di ingrandimento sullo 0,1. Vogliamo incominciare ad onorare gli impegni presi con gli italiani. Ma se mi dovessi rendere conto di un pregiudizio contro l’Italia mentre per altri si chiudono gli occhi allora la musica cambierà”.

Oggi dovrebbe esserci l’incontro tra il premier Giuseppe Conte e il presidente della commissione Europea Jean Claude Juncker. Sul fronte del dialogo sulla manovra, all’Italia è arrivato un aiuto insperato: quello della Francia con lo sforamento chiesto da Emmanuel Macron.

Ma dall’Ue arriva subito uno stop. Il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, intervistato dal Parisien, riterrebbe che un eventuale sforamento, oltre il 3% del rapporto tra deficit e Pil, dopo l’annuncio delle misure del presidente Emmanuel Macron per smorzare la rabbia dei gilet gialli, ‘può essere preso in considerazione’, anche se in modo ‘limitato, temporaneo ed eccezionale’.

Per Moscovici la situazione francese non può essere paragonata a quella italiana. Alla domanda di ‘Le Parisien’ su un trattamento di favore alla Francia rispetto all’Italia sui conti pubblici, Moscovici ha smentito con forza: “Non c’è nessuna indulgenza, sono le nostre regole, soltanto le nostre regole. Soprattutto non facciamo come se ci fosse da una parte una severità eccessiva e dall’altra non so quale lassismo. Il paragone con l’Italia è allettante ma sbagliato perché sono due situazioni totalmente diverse. La Commissione europea sorveglia il debito italiano da tanti anni, cosa che invece non ha mai fatto per la Francia”.

Il governo è, intanto, ancora al lavoro sui numeri. Lunedì sera a Palazzo Chigi si è raggiunta un’intesa di massima, tra i rappresentanti dei due partiti, a tagliare il fondo per quota 100 e reddito di cittadinanza di 3,5 miliardi. Soldi che potrebbero ridurre il deficit al 2,2%, cui si sommerebbe un altro 0,2% di taglio derivante da quasi 2 miliardi di dismissioni immobiliari, magari attraverso Cassa depositi e prestiti, più altre misure di spending review.

La Lega preme per rafforzare la Web Tax, su cui M5s frena. E per rafforzare la discesa nel 2020 e nel 2021 c’è anche l’idea di far scattare del tutto gli aumenti Iva (ora parzialmente disinnescati), rinviando alla prossima manovra un eventuale blocco.

Ma niente viene dato per acquisito. Tant’è che viene subito smentita l’ipotesi avanzata dall’economista vicino alla Lega Alberto Brambilla di avviare la riforma delle pensioni con ‘quota 104’ nel 2019, per poi scendere a ‘quota 100’.

Resta la tensione nella maggioranza giallo-verde anche se il vicepremier Salvini ha smentito le voci di voto anticipato. Matteo Salvini ha così risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle recenti tensioni con l’alleato di governo: “’Onestamente no. Non ho sentito Di Maio. Rientro a Roma oggi pomeriggio e occuparmi dello 0,1 per cento di deficit e di tutta la discussione italiana lo farò da oggi pomeriggio”. Salvini ha poi smentito che la Lega sia tentata dal voto anticipato con la seguente battuta: “L’ennesima balla giornalistica. Non so più in che lingua dirlo”.

È stato ufficialmente fissato per domani alle 14 il termine per presentare gli emendamenti alla manovra in Commissione Bilancio del Senato. Lo si apprende dalla stessa Commissione, convocata ininterrottamente da oggi a domenica sera per l’esame della legge di bilancio. L’obiettivo al momento è quello di portare il testo in Aula a Palazzo Madama tra il 18 e il 19 dicembre. I tempi sono però strettamente legati all’andamento della trattativa sui saldi con la Commissione europea.

Sta per arrivare la notte di Natale, ma per la prima volta nella storia, i parlamentari non sanno ancora il contenuto della manovra da discutere in Aula. Se questo è il cambiamento promesso agli italiani dal governo giallo-verde, possiamo affermare che non ci piace e non piace nemmeno agli italiani.

Salvatore Rondello

La gara disperata nel moribondo Pd

congresso pd

Ha perso tutto, tutto quello che poteva perdere l’ha perso. Pd la gara disperata. Negli ultimi tre anni il Pd ha perso il referendum costituzionale e le elezioni comunali, regionali e politiche. Nel voto politico del 4 marzo, in particolare, è precipitato ad appena il 18% dei consensi (dal 33% del 2008, il 25% del 2013 e il 40,8% del 2014). Da forza egemone del centro-sinistra e del governo è stato messo all’opposizione dalla Lega e dal M5S, gli avversari populisti.

Adesso il partito, a nove mesi dal disastro delle elezioni politiche, appena ha provato a rialzare la testa convocando il congresso nazionale è rimpiombato nel caos: Marco Minniti, uno dei sette candidati a segretario, molto quotato a vincere la sfida, si è fatto da parte. L’ex ministro dell’Interno si è improvvisamente ritirato dalla corsa lasciando campo libero a Nicola Zingaretti, ora super favorito.

Minniti ha gettato la spugna perché, a sorpresa, si è trovato in una contraddizione insanabile: era il candidato renziano in gara mentre Matteo Renzi era entrato nel possibile tunnel della scissione del Pd. Così ha lasciato il campo  per “salvare” il partito dalla distruzione.

 Pd la gara disperata. Il partito fondato nel 2007 da Walter Veltroni con l’impostazione della “vocazione maggioritaria” è diventato una piccola forza senza alleati che non riesce neppure a realizzare un’opposizione minima nel Parlamento e nel paese al “governo del cambiamento”.

Il Pd guidato, via via, da Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Orfini, Renzi e Martina ha accusato una crisi sempre più drammatica: il suo elettorato di sinistra e di centro-sinistra si è sentito tradito. È considerato succube delle èlite, dei grandi imprenditori e banchieri (da Carlo De Benetti a Giovanni Bazoli) che hanno fatto il tifo per la sua nascita. Per questo gli elettori gli hanno voltato le spalle in massa astenendosi dalle urne o votando per i populisti, in particolare per i grillini. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, in competizione politica ed elettorale tra loro in vista delle europee di maggio, non gli fanno toccare palla: svolgono sia i ruoli del governo sia quelli dell’opposizione. Sia per il capo politico del M5S sia per il segretario della Lega “l’opposizione non esiste”.

Pd la gara disperata. Il Pd, il maggiore partito della sinistra, già nel marasma, ora è catatonico, è in coma profondo. Prima si è dimesso da segretario Matteo Renzi, poi il successore Maurizio Martina, adesso ha lasciato Minniti mentre era appena cominciata la corsa verso le elezioni primarie del 3 marzo.

C’è chi, come Carlo Calenda, considera talmente compromessa la situazione che vuole perfino chiudere bottega e cambiare nome al Pd. Tra i 6 candidati alla segreteria adesso spiccano due nomi: Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, che si è ricandidato. Tutti e due vengono dalla storia del Pci-Pds-Ds e sono riformisti. Puntano il dito contro l’errore di aver trascurato il problema delle crescenti “disuguaglianze sociali”. Il primo è più attento al principio di “uguaglianza”, il secondo fa più attenzione al valore della “sicurezza” (sociale ed economica). Sia il presidente della regione Lazio sia l’ex ministro dell’Agricoltura, però, partono dal presupposto di dare una risposta alla “paura”, di soddisfare le richieste di “protezione” degli italiani per recuperare il rapporto perduto con l’elettorato e la base di sinistra e di centro-sinistra. Entrambi sono contrari ad un accordo con il M5S, ma il no di Zingaretti è meno netto. Sfumature.

Tutti e due vogliono una totale rottura con il passato e un rinnovamento profondo del Pd. Anche Martina, che in passato è stato più vicino di Zingaretti a Renzi, sta facendo una campagna congressuale molto distante dall’ex segretario ed ex presidente del Consiglio un tempo potentissimo. I due antagonisti cercano perfino di evitare di nominare Renzi, passato in breve tempo da riverito protagonista ad appestato della politica italiana. L’ex segretario ed ex presidente del Consiglio si fa sentire il meno possibile ma conta ancora molto. Ha polemizzato con Minniti: «Chiedetemi tutto ma non di fare il piccolo burattinaio al congresso». Entro gennaio, secondo il tam-tam di Montecitorio, potrebbe fondare un suo partito liberaldemocratico sul modello francese di Emmanuel Macron ma lui ha smentito: una scissione «non è all’ordine del giorno, e non ci sto lavorando». Le voci impazzano. Secondo qualcuno Renzi potrebbe addirittura ricandidarsi alla segreteria.

Pd la gara disperata. Zingaretti, Martina e gli altri quattro candidati alla guida del patito si sono lanciati in un lavoro difficilissimo. Ci potrebbe essere anche un nuovo giocatore. I renziani, in maggioranza assoluta nei gruppi parlamentari, sono rimasti senza un candidato alla segreteria: potrebbero decidere di far scendere un loro nome in pista, l’ultima data utile è il 12 dicembre. Per adesso non c’è una alternativa credibile al populismo e nemmeno si intravede all’orizzonte. Per ora non ci sono parole e programmi che possano risvegliare l’interesse e l’entusiasmo dell’elettorato frammentato e deluso di sinistra. Chiunque vincerà per prima cosa avrà davanti il problema di ricostruire un Pd sommerso dalle macerie.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Il Corsera lancia “il partito del Pil”

Pil

Anni fa “la casta”, adesso “il partito del Pil”. È una fucina di slogan ‘Il Corriere della Sera’. Con “la casta” il ‘Corsera’ indicò al pubblico ludibrio e diede una spallata ai partiti italiani dipinti come autoreferenziali, inefficienti e corrotti. Anche sbandierando l’attacco alla “casta”, termine usato in India per indicare la classe sociale dominante e privilegiata, scoppiò in Italia la rivolta popolare alimentata dalla crisi economica e dalla corruzione pubblica. Su questa linea, via via, si è arrivati alla cosiddetta Terza Repubblica: alla trionfale vittoria dei partiti populisti, M5S e Lega, nelle elezioni politiche del 4 marzo.

Ora è la volta della campagna sul “partito del Pil”. Il giornale di via Solferino a Milano, storicamente espressione della grande borghesia italiana, ha usato per la prima volta questa definizione lo scorso giugno in un articolo di Dario Di Vico per indicare le critiche degli imprenditori italiani contro “il governo del cambiamento”, il primo esecutivo populista dell’Europa occidentale. Poi il maggiore giornale italiano ne ha fatto un cavallo di battaglia e alla fine anche gli altri quotidiani del Belpaese, compreso ‘il manifesto’, hanno pubblicato pezzi sul “partito del Pil”.

Progressivamente sono cresciute d’intensità le accuse contro il ministero composto dai cinquestelle e dai leghisti per le scelte assistenzialiste e anti produttive. La pioggia di cattive notizie degli ultimi sei mesi sul fronte economico ha alimentato lo scontento e la paura. Il calo dell’occupazione, dei consumi, della produzione industriale e del reddito nazionale (il Pil) e il parallelo aumento dello spread fino a quasi 340 punti hanno fatto temere una nuova recessione: sarebbe addirittura la terza in appena dieci anni. È circolata perfino l’ipotesi di un’imposta patrimoniale, più volte smentita dal governo.

Così adesso c’è la rivolta del “partito del Pil”, del partito della crescita economica contro quello della “decrescita felice” (era un motto dei grillini). Gli imprenditori italiani lunedì 3 dicembre hanno fatto sentire la loro protesta a Torino. Per la prima volta ben 12 associazioni imprenditoriali (industria, commercio, servizi, grandi e piccole aziende) hanno fatto sentire la loro voce dall’ex Officina grandi riparazioni per i treni di tutto il mondo. Il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia ha avvertito: «In questa sala è rappresentato il 65% del Pil nostrano». Ha usato toni rudi contro i ministri Salvini e Di Maio, poco sensibili al pericolo della salita dello spread: «Noi siamo quelli che non se ne fregano dello spread». Ha insistito sulla crescita economica, ha sollecitato il governo M5S-Lega a trovare in tempi rapidissimi un accordo con Bruxelles per evitare le sanzioni innescate dalla violazione delle regole sull’euro per deficit-debito pubblico eccessivo.

Il rischio è forte per Luigi Di Maio e, soprattutto, per Matteo Salvini che potrebbe perdere i tanti voti e consensi raccolti tra gli imprenditori. Il 13 dicembre la protesta proseguirà a Milano: vedrà protagoniste le aziende del nord Italia, il cuore del bacino elettorale leghista. L’obiettivo è sempre quello di modificare la legge di Bilancio del governo all’esame della Camera e di evitare la guerra con Bruxelles (da fine settembre si è aperto un durissimo braccio di ferro sulle scelte economiche).

Conte è fiducioso su una intesa con la Ue, in «una soluzione condivisa che possa evitare l’infrazione» del Patto di stabilità per l’euro. Il deficit della manovra 2019 è fissato dal governo al 2,4% del Pil e Bruxelles chiede una riduzione attorno al 2%, tagliando le spese per il reddito di cittadinanza e per rivedere la legge Fornero sulle pensioni (due provvedimenti centrali nelle promesse del M5S e del Carroccio). Il deficit scenderà sotto il 2%? Il presidente del Consiglio si è limitato a rispondere: «Non sto lavorando a questo obiettivo». È fiducioso su un compromesso anche il commissario europeo per gli Affari monetari Pierre Moscovici: c’è «un passo nella giusta direzione» da parte del governo Italiano ma le distanze restano.

Ci sono degli spiragli, il clima non è più di scontro, tuttavia la mediazione è difficile. “Il partito del Pil” lanciato dal ‘Corsera’, comunque, è diventato una posizione forte sul piano politico e culturale. Il presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi negli anni Ottanta diceva: «Se vuoi sapere cosa pensa la borghesia italiana leggi ‘Il Corriere della Sera’».

È apparso alla finestra “il partito del Pil”. Però Vincenzo Boccia, almeno per ora, nega ogni implicazione politica: «Il partito del Pil non esiste, partiti noi non ne facciamo, già ce ne sono troppi e non ci mettiamo anche noi».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Di Maio a ruota libera ripete lo stesso ritornello

di maio occhiata

Nella sede dell’Agenzia ANSA, nell’ambito dei Forum, è iniziato un ciclo di interviste con i leader del mondo politico. Il primo incontro è stato fatto con Luigi Di Maio, vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. Nel corso dell’intervista, Luigi Di Maio ha detto: “Adesso portiamo a casa la manovra evitando la procedura di infrazione e mantenendo le promesse. Il governo M5s-Lega ha presentato una nuova ricetta economica in controtendenza con il passato dell’Italia con il presente degli altri paesi europei. Questo crea attriti e discussioni”.

Sulle recenti vicende di cronaca che lo riguardano personalmente, Di Maio ha detto: “Credo sia giustissimo fare le pulci anche ai familiari del vicepremier,  non solo a lui, controllare fino all’ultimo dettaglio della famiglia. Però parliamo di un fatto di dieci anni fa: va bene che venga fuori la notizia, ho conosciuto cose di mio padre che non conoscevo e mi aiuterà nel rapporto con lui. La ditta di famiglia l’ho chiusa perché da un anno già non lavorava, l’abbiamo messa in liquidazione per questo”.

Tornando poi sui problemi della finanziaria, il ministro ha ribadito: “In Senato nella seconda lettura della legge bilancio che sarà intorno al 16-18 dicembre, verrà inserita la norma sulle pensioni d’oro quindi il taglio entra al Senato. Penso di essere ancora contento dei risultati di quella sera: quota 100 per superare la Fornero, reddito di cittadinanza e pensione di cittadinanza, che partirà a febbraio. A fine marzo partirà il reddito, con sgravio contributivo pari al reddito e quota 100 che partirà tra febbraio e marzo. Per quello abbiamo gioito e lo farei ancora, quelle misure sono ancora nella legge di bilancio”.

Per quanto riguarda i problemi che stanno sul tavolo del ministero del Lavoro e dello Sviluppo economico, Di Maio ha assicurato:  “Su Alitalia in questo momento c’é una proposta vincolante di Ferrovie che presuppone tre mesi di ‘due diligence’ e l’analisi dei dati per un piano industriale assieme a un partner. Il prestito ponte va rinviato per consentire a Fs di scrivere il piano industriale entro il 31 gennaio. La restituzione del prestito dovrebbe essere fissata tra maggio e giugno, ma se l’Antitrust fa prima con il suo parere possiamo anticipare. Abbiamo disponibilità anche inattese da varie parti del mondo, possiamo fare una Newco anche a due miliardi, senza stare sempre sulla soglia di galleggiamento come ha sempre fatto Alitalia”.

Sul problema delle telecomunicazioni, ha così risposto: “Quello che abbiamo fatto getterà le basi per avere un player unico per la connettività e la rete. Abbiamo sempre parlato di strategicità della rete e che come governo rispetteremo quello che abbiamo detto, ma sarà Tim a decidere cosa fare con la sua rete e quindi con la questione della rete unica da creare. Nell’epoca delle autostrade digitali come quelle materiali, lo Stato deve essere protagonista, se si può aver un player unico per tutti i cittadini siamo ancora più contenti, ma deciderà Tim”.

Poi Di Maio ha proseguito sulle questioni di lavoro: “Opzione Donna è nel pacchetto pensioni e ieri sera il congedo di paternità obbligatorio è passato da 4 a 5 giorni. Potremo migliorare la qualità della vita degli italiani e specie della parte più debole con questo pacchetto welfare. Riusciremo a finanziare le misure perché potrebbero servire meno soldi di quelli stanziati quando abbiamo scritto la manovra. La trattativa la porterà avanti il premier, ma nella legge di bilancio tutte le misure sono in un pacchetto che si porterà a casa. Si può trattare con l’Europa, ma senza tradire le promesse agli italiani. Le platee delle misure non cambieranno. In legge di bilancio abbiamo introdotto un bonus malus sulle auto che permette di pagare meno tasse e avere meno aggravi in base a quanto fa di emissioni la macchina. Le auto elettriche costeranno di meno e finalmente le portiamo sul mercato, dove finora hanno avuto una quota irrisoria. Ci saranno fino a 6 mila euro di incentivi per l’acquisto di un’auto elettrica”.

Di Maio ha concluso l’intervista con il solito ritornello: “Il 4 marzo abbiamo vinto elezioni poi ci sono voluti 100 giorni per formare il governo, in 6 mesi abbiamo portato a casa risultati con un gioco di squadra e con Conte come punta avanzata”.

Con la palla al piede e senza avversari preparati, per il governo giallo-verde non dovrebbe essere difficile vincere la partita, a meno che non avvengano scontri accidentali tra i compagni di squadra.

Saro

Manovra. Ok di Parigi e Berlino, ma c’è spettro Grecia

pierremoscovici-465x390Dopo la tempesta, scoppia improvvisamente il sereno tra Francia e Italia anche se non scompare lo spettro Grecia. La tempesta, e che tempesta, per ora sembra passata. In particolare sembra finita la guerra d’insulti tra Pierre Moscovici, francese, commissario europeo agli Affari monetari, ex ministro socialista delle Finanze all’epoca del presidente Hollande e Matteo Salvini, segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

Moscovici ha cambiato registro: è impegnato per evitare una procedura d’infrazione all’Italia per la violazione delle regole alla base dell’euro. Riconosce all’esecutivo grillo-leghista «una attitudine costruttiva» e che gli ultimi incontri «sono stati positivi». Porte aperte, dunque, a un compromesso su come cambiare la manovra economica italiana bocciata dalla commissione europea per l’eccessivo deficit pubblico.

Salvini ha immediatamente raccolto la palla del dialogo per raggiungere una mediazione: «Faremo di tutto perché la procedura di infrazione non ci sia», la manovra «uscirà dal Parlamento diversa da come è entrata». Il segretario della Lega, grande azionista del governo populista assieme al cinquestelle Luigi Di Maio, si mostra disponibile a ridurre “i numeretti” dei conti pubblici 2019: «Non è una questione di decimali». Il riferimento è alla possibilità di ridurre il deficit fissato al 2,4% del Pil, una cifra bocciata da Bruxelles perché ritenuta troppo alta. E lo spread il 26 novembre è sceso finalmente sotto quota 300 punti.

Sembravamo a un passo da lo spettro Grecia, il paese devastato da una spaventosa crisi dopo la bocciatura dei suoi conti da parte della Ue.I toni sono dialoganti, costruttivi, da trattativa ad oltranza per raggiungere una mediazione. Niente a che vedere con gli scontri e perfino gli insulti di appena qualche giorno fa. Moscovici il 22 novembre, dopo la bocciatura Ue della legge di Bilancio, avvertiva duro: ci può essere un negoziato per «un accordo sulle regole» ma «non può esserci una trattativa da mercanti di tappeti». Salvini replicava bellicoso: «Moscovici continua ad insultare l’Italia. Ora basta, la pazienza è finita».

Lo scontro coinvolgeva perfino il Natale. Il segretario leghista ironizzava sulla lettera della Ue di critica all’Italia: «Aspetto quella di Babbo Natale». Ribadiva: «La manovra non si cambia». E minacciava: «Gliela mandiamo noi la letterina all’Europa, dicendo che ci ha rotto le scatole». Il commissario europeo ribatteva stizzito: «Non sono Babbo Natale».

Lo scontro ai primi di settembre era stato ancora più furente. L’ex ministro delle Finanze francese, senza nominarlo, fece partire un attacco feroce contro Salvini: «C’è un clima che assomiglia molto agli anni ’30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c’è Hitler, forse dei piccoli Mussolini…». Il ministro dell’Interno replicò: «Si sciacqui la bocca prima di insultare l’Italia, gli italiani e il loro legittimo governo». La tensione altissima faceva ricomparire lo spettro Grecia.

Moscovici, invece, adesso a sorpresa si sta spendendo per arrivare ad un compromesso con l’Italia. Scavando vengono fuori i motivi: la Francia è scossa da violenti scontri di piazza, i suoi conti pubblici e la sua economia sono in affanno, le banche di Parigi potrebbero esplodere se una crisi dell’Italia innescasse anche quella dell’euro. Macron ha avuto pesanti scontri con Salvini, ergendosi a campione degli europeisti contro i populisti euroscettici della Ue. E ora sta riflettendo sul futuro: «Dobbiamo dar vita a un nuovo contratto sociale e ricostruire la fiducia nelle nostre società».

Anche Angela Merkel è mobilitata per evitare una rottura tra Ue e Italia: «Spero in un buon esito dei negoziati». La cancelliera tedesca ha inviato in missione nel nostro paese il suo vice e ministro delle Finanze, il socialdemocratico Olaf Scholz, con l’incarico di facilitare una mediazione.

Tuttavia tutto resta appeso a un filo. Salvini ha ribadito il 29 novembre a Porta a Porta, Rai Uno, la possibilità di tagliare il deficit dal 2,4% al 2,2%: «Mica è scritto nei Comandamenti della Bibbia che bisogna fare il 2,4%». Tuttavia potrebbe non bastare.

Il vice presidente della commissione europea, Valdis Dombrovskis, è stato perentorio con ‘La Stampa’: una riduzione del deficit dal 2,4% al 2,2% «non è sufficiente». I vertici si susseguono a Palazzo Chigi tra Conte, Salvini, Di Maio, Tria e per ora la manovra economica non è stata cambiata. Sembra che Luigi Di Maio non voglia rinunciare alla trincea del 2,4%. Riappare il pericolo della rottura con la Ue. L’Italia rischia di finire nel tritacarne dello spread a 400-500 punti. Può ricomparire lo spettro Grecia.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Presa di distanza di Salvini dalla Lega delle origini

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Nella giornata di ieri, Matteo Salvini, tramite i suoi legali, ha querelato l’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito, imputato per appropriazione indebita assieme al Senatùr Umberto Bossi e al figlio Renzo, detto ‘Il Trota’. Per il reato di appropriazione indebita, alla luce della modifica del codice penale introdotta con il governo Gentiloni, non è più possibile, da parte dei magistrati, procedere d’ufficio.

Dunque, la denuncia di parte, depositata presso la cancelleria della Corte d’Appello di Milano, era necessaria per celebrare il processo sui fondi del partito indebitamente usati per spese di natura personale (la cartella «Family»).

Quella che si svolgerà a Milano sarà la seconda tranche del processo sui fondi della Lega, facendo seguito alla sentenza d’appello del Tribunale di Genova che ha confermato la confisca alla Lega di ben 49 milioni di euro e condannato per la maxi truffa dei rimborsi elettorali, Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito.

La decisione di procedere con la querela nei confronti di Belsito, e non di Bossi, può risultare, ad una prima impressione, come il tentativo di tenere fuori, dalla delicata questione processuale, il fondatore del Carroccio.

In realtà, con questa mossa legale, l’attuale “Lega-Salvini premier” abbandona la vecchia barca della “Lega Nord per l’indipendenza della padania”, guidata da Bossi.

A questo proposito, si noti come l’art. 123 del codice penale estenda, a tutti coloro che hanno commesso il reato, gli effetti della querela.

Il 14 gennaio, i giudici del processo decideranno se l’atto contro l’ex tesoriere può essere esteso anche ai coimputati del processo milanese, o se saranno stracciate le posizioni di Umberto e Renzo Bossi.

Inoltre, è importante ripetere che se la Lega non avesse presentato la denuncia, il processo non si sarebbe svolto, facendo cadere le condanne inflitte in primo grado all’ex tesoriere, al Senatùr e a suo figlio (pene che vanno dai 2 e sei mesi per Belsito, ai 2 anni e tre mesi di Umberto Bossi, e 1 anno e sei mesi a Renzo Bossi).

Dunque, la manovra di Salvini rappresenta una chiara presa di distanza, di natura politica e anche personale, nei confronti della Lega delle origini e del suo fondatore e leader indiscusso per diversi lustri.

Una Lega Nord che negli anni di Tangentopoli ha cavalcato le pulsioni giustizialiste che covavano nella società italiana, indignandosi per il finanziamento illegale ai partiti di quell’epoca.

Un finanziamento che proveniva da soggetti privati ed era rivolto, principalmente, al sostegno delle costose attività politiche, nazionali e internazionali, dei partiti della prima Repubblica.

Si ricorderanno gli sventolii delle manette, i linciaggi di piazza con le monetine, le carcerazioni preventive, il clima di paura e di profonda delegittimazione umana di un’intera classe dirigente.

Immaginiamo che cosa sarebbe successo se si fosse parlato d’ingenti finanziamenti pubblici (circa 49 milioni di euro, non derivanti da finanziatori privati) utilizzati per meri fini personali e privati.

Per questi motivi, Salvini ha la necessità e l’urgenza di smarcarsi dalla vecchia Lega Nord e dare l’impressione, soprattutto comunicativa, di voltare pagina.

In un tempo di antipolitica, nel rapporto con l’opinione pubblica, una notizia del genere potrebbe aprire una crisi profonda del leghismo in salsa salviniana.

Paolo D’Aleo

Global Compact, l’Italia si isola nell’Onu

matteo salviniL’Italia sospende l’adesione al Global Compact sull’immigrazione, il patto firmato da oltre 190 Paesi il 19 settembre 2016 e ribattezzato “Dichiarazione di New York“. Inoltre l’Italia non parteciperà nemmeno al summit Onu di Marrakech, in Marocco, che tra il 10 e l’11 dicembre adotterà il documento. Supportato con forza da Barack Obama, appoggiato da Paolo Gentiloni che lo scorso luglio ne aveva sottolineato l’importanza, ma già respinto da Donald Trump e dai paesi di Visegrad, il Global compact mira all’individuazione di procedure e alla definizione di impegni condivisi da parte della comunità internazionale sull’emergenza immigrazione.
Oggi ha annunciato la sospensione italiana Matteo Salvini in Aula, suscitando l’ira dell’opposizione e andando di fatto a contraddire quanto aveva detto il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.
“Il vero presidente del Consiglio è Salvini e ha smentito il ministro degli Esteri e il premier sull’adesione dell’Italia al Global compact for migration. Moavero e Conte avevano ribadito all’Onu che l’Italia avrebbe firmato l’11 dicembre. Ora Salvini cambia la linea del governo e si rimette al Parlamento. È un cambio di posizione sostanziale che fa ulteriormente perdere credibilità all’Italia, dopo la brutta figura sulla manovra”, afferma il capogruppo dem Graziano Delrio.
“È una scelta, noi – ha risposto il capo del Viminale – avremmo potuto fare le scelte che hanno fatto altri governi prima del nostro. A differenza di qualcun altro che ha messo decine e decine di fiducie senza far parlare nessuno, su questo lascerà che sia il Parlamento a pronunciarsi. Se poi a voi non interessa è un vostro problema: Lega, Fdi, M5S e Fi ne discuteranno. Se voi siete ostili a questo approccio il problema è solo del Pd”, ha concluso Salvini.
Una decisione che non è stata ben accolta dal Palazzo di Vetro. L’inviata speciale delle Nazioni unite per le migrazioni internazionali, Louise Arbour, si è scagliata contro i Paesi che hanno deciso di ritirarsi dal Global Compact per le migrazioni sicure, ordinate e regolari defindendo la decisione un “rimorso del compratore”, visto che l’accordo non vincolante l’avevano inizialmente approvato.
E se da un lato l’imbarazzo del decisionismo di Salvini imbarazza gli alleati cinquestelle, dall’altro però FdI sono già pronti a schierarsi. “Salvini ha detto di essere contrario al Global compact ma che si rimetterà al volere del Parlamento. Allora, se si votasse in libertà, M5S e Pd direbbero di sì e questo significherebbe sconfessare tutte le politiche fatte finora sull’immigrazione”. Conclusione: “O l’Italia dice no o Salvini prenda in considerazione l’ipotesi di dire basta a questo governo”.

Decreto sicurezza: il governo pone la fiducia

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Il governo ha posto la fiducia sul decreto sicurezza. La maggioranza teme imboscate i mal di pancia interni e porre la questione di fiducia è stato l’unico modo per non incorrere in incidenti. La morale è che il governo non si fida più della maggioranza che lo sostiene. Le due componenti viaggiano su binari separati, ognuna con il suo pezzo di programma da portare a temine. E ognuno che non si fida dell’altro. Tanto che si è deciso di utilizza ancora una volta lo strumento che, quando le forze di governo, erano opposizione, attaccavano e definivano antidemocratico.

Il dl sicurezza dovrà essere convertito in legge entro il 3 dicembre, pena la sua decadenza automatica, la maggioranza bicefala. Nel corso della discussione, a segnare di chi fosse la paternità del provvedimento, i banchi della Lega erano al gran completo, mentre quelli dei Cinquestelle apparivano pressoché vuoti.  Una maggioranza formata da due pezzi distinti e una spartizione ormai conclamata dei rispettivi ambiti di competenza.

L’annuncio della richiesta di fiducia è stato salutato nell’Aula di Montecitorio da un applauso fragoroso della Lega e del M5S, mentre dai banchi del Pd si urlava ‘vergogna, vergogna!’. E così il leader leghista si prepara a passare all’incasso sul fronte della sicurezza, a lui molto caro. Dopo la fiducia espressa da Palazzo Madama il 7 novembre, questo provvedimento verrà così approvato definitivamente in piena ‘zona Cesarini’. Del resto l’aveva detto chiaro, Salvini, che se non avesse portato a casa questa riforma avrebbe fatto saltare il banco.

Intanto per il gioco dei pesi e contrappesi del governo gialloverde, questa settimana andrà avanti il ddl anticorruzione, norma ‘bandiera’ dei 5 stelle, che torna in primo piano dopo il capitombolo della maggioranza a Montecitorio, dove la settimana scorsa un plotone di franchi tiratori ha edulcorato il reato di peculato provocando un feroce scontro interno alla maggioranza.

Sondaggi. La Lega sale ancora, scende il M5S

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La prossima primavera sarà un momento cruciale per l’Europa. Dalle prossime elezioni europee uscirà il nuovo Parlamento europeo e la nuova commissione che potrebbero per la prima volta essere guidate da una maggioranza sovranista. In questa sfida i partiti sovranisti che vogliono distruggere l’Europa si affronteranno con socialisti, popolari, macroniani, verdi e liberali. Insomma un tipo di Europa contro un altro tipo di Europa. In Italia la prossima primavera vedrà anche il rinnovo di diverse assemblee regionali.

E i sondaggi già cercano di fare delle previsioni. Secondo il sondaggio realizzato a cadenza settimanale dall’istituto Swg per il TgLa7, il partito di Matteo Salvini al 19 novembre vede aumentare il proprio consenso di un punto percentuale rispetto a sette giorni prima, a fronte di un calo sempre di un punto per i Cinque Stelle. Si ampia così il distacco tra gli alleati di governo. La Lega si conferma così di gran lunga la prima forza politica d’Italia con una percentuale di consenso pari a 32,7, mentre il Movimento guidato da Luigi Di Maio non supera quota 26,4 per cento. I due alleati di governo insieme sfiorano comunque il 60 per cento. Il Partito democratico ha perso 0,6 punti nell’ultima settimana, con un potenziale di voti pari al 17,5 per cento. Il Partito Democratico aveva rialzato la china nelle scorse settimane, ma l’ultima rilevazione di SWG fa segnare nuovamente un segno meno nonostante l’avvio dell’iter congressuale per la scelta del nuovo segretario. Forza Italia non supera l’8 per cento, mentre Fratelli d’Italia è stabile al 3,5 per cento.

Continua quindi il calo del Movimento 5 Stelle nonostante il movimentismo di Di Maio. Se da un lato l’alleanza di governo gode di numeri robusti l’altro dato interessante è che, insieme, i tre partiti di centrodestra (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia) al momento sono attestati al 44%. Il centrodestra unito al momento, secondo le percentuali del sondaggio, sarebbe la prima coalizione. A indebolire i grillini i recenti dissapori all’interno del Movimento sul decreto Sicurezza, ma anche le scorie del condono Ischia. I Pentastellati da quando sono al governo hanno visto calare in maniera progressiva la propria popolarità, stando ai sondaggi. Al contrario Salvini, li ha aumentati.