Berlusconi ci riprova con il condono edilizio

abusivismo

Silvio Berlusconi torna sul tema migranti e chiarisce che la lega non ci sono differenze: “Noi e la Lega siamo sulla stessa linea”. “Loro usano parole più dure”. E aggiunge: “Noi e la Lega siamo consapevoli che questo problema non si può risolvere con il buonismo e la retorica dell’accoglienza”. E il razzismo non si combatte “solo mettendolo fuori legge, ma rimuovendone le cause. Chi non fa nulla fa il gioco dei razzisti”, conclude il leader di Forza Italia. Un Berlusconi costretto a parlare come Salvini per cercare di pescare anche nel sul spazio elettorale. Ma il leader di Forza Italia no si limita ai migrati. Va oltre si lascia andare in quello che meglio gli riesce: la promessa. Comincia da un nuovo condono edilizio ultra-libertario: “Bisogna cambiare le regole: chi deve costruire una casa o aprire un’attività commerciale, non dovrà più aspettare anni per permessi e licenze – continua l’ex premier – dovrà dichiarare l’inizio dell’attività e assumersi la responsabilità di rispettare le leggi. Solo dopo verranno i controlli”. Un maxi-condono? “Chiamatelo come volete – taglia corto – l’importante è che si cambino queste regole attuali”.

“Nemmeno Utopia somiglia all’Italia futura disegnata da Berlusconi: cancellate le licenze edilizie, taglio verticale delle tasse, rimpatrio di ben 600.000 migranti, maggioranza assoluta al centro destra, sole e mandolino” è la risposta del segretario del Psi Riccardo Nencini promotore della Lista “Insieme”, candidato nel collegio uninominale del Senato di Arezzo e Siena per il centrosinistra. “La verità ha colori un po’ diversi – sottolinea Nencini – La flat tax privilegia l’1% degli italiani che posseggono il 25% della ricchezza, costruire senza una licenza edilizia significa incentivare l’abusivismo, quanto ai rimpatri – conclude – ricordo che la prima sanatoria dei clandestini venne fatta proprio dal governo Berlusconi tra il 2002 e il 2004 (623.000 persone!). Promesse da marinaio, appunto”.

Non meno dura la reazione dei Verdi, con Angelo Bonelli, promotore della lista Insieme, che attacca: “Berlusconi propone una legge per riconoscere l’abusivismo di ‘necessità’, colui che è stato responsabile di ben due condoni edilizi che hanno massacrato coste e territorio del nostro Paese torna a strizzare l’occhio a chi ha violato legge a danno degli italiani onesti e dell’ambiente”. E conclude: “Sono politiche criminogene, l’Italia tornerebbe ad essere il paese che legalizza le illegalità, il paese che premia i disonesti e massacra il territorio”.

Una posizione quella del leader di Forza Italia decisamente ambigua tanto che si potrebbe chiedere a Berlusconi: “Ma te stai con la Merkel come racconti tutti i giorni, o stai, come fa Salvini, con le Pen e vuoi uscire dall’euro?” afferma il segretario del Pd Matteo Renzi. “Questi – continua – stanno insieme ma son divisi su tutto”. E sul condono aggiunge: “Berlusconi propone un condono edilizio. E capisci che mancano tre settimane alle elezioni: lui ormai è prevedibile, il condono edilizio è la proposta che spunta sempre nell’ultimo mese. Sempre quella, la fantasia al potere”, scrive su Facebook il segretario del Partito democratico Matteo Renzi.

A dirsi fortemente contrario al condono è anche un alleato di Barlusconi che apre così un altro fronte nel centro destra. Il leader della lega infatti attacca duramente: “Rilanciare l’edilizia è fondamentale togliendo burocrazia e tagliando tasse folli come l’Imu su capannoni e negozi sfitti. Bisogna anche bloccare le aste giudiziarie al ribasso, che falsano il mercato. Ma dico no, dico fortemente no, a ogni ipotesi di condono per abusi edilizi: il nostro territorio è già troppo cementificato, occorre abbattere tutte le costruzioni abusive, a partire dalle zone più a rischio”.

Una cosa o due sulla responsabilità morale

Salvini

Il leader della Lega, Salvini, ha condannato l’atto terroristico del neofascista che ha sparato sugli immigrati a Macerata – nessun dubbio sulla matrice politica: il neofascista ha fatto il saluto romano, e a casa sua hanno trovato il Mein Kampf. La condanna però è diluita da un commento inquietante: “La responsabilità morale di ogni episodio di violenza che accade in Italia è di quelli che l’hanno riempita di clandestini.” Eccolo, il principio “due pesi, due misure”. Immaginiamo se l’attentatore fosse stato un giovane musulmano, e se un imam o un leader politico islamico, dopo la condanna rituale del tentato massacro, avesse aggiunto: la responsabilità morale della violenza è di chi ci discrimina in Europa, o di chi bombarda i nostri fratelli in Medioriente.

Chi sarebbero, poi, i corresponsabili “morali”, gli innominati? Presumo i politici del governo in carica. Se fosse così, sarebbe un commento gravissimo. In democrazia criticare il governo è più che legittimo: è salutare. L’opposizione esiste proprio per questo. Criminalizzare invece è da irresponsabili: nessuna politica sull’immigrazione, neppure la peggiore, giustifica (o spiega) un atto violento, eversivo di questo genere. E di certo non è il governo attuale ad aver “riempito l’Italia di clandestini”. Chi è il colpevole, allora? Direi tre figure astratte, che non possiamo trascinare in giudizio: la povertà, il sottosviluppo e le guerre. In tutti i tribunali, compreso quello della storia, possono comparire solo persone in carne ed ossa. Chi sono i responsabili dell’immigrazione incontrollata? Elementare, Watson: coloro che sfruttano le risorse altrui, che speculano in borsa causando recessioni, che fanno patti occulti con élite corrotte per far affari d’oro, che vendono armi, che fomentano i conflitti. Oppure quelli che, pur avendone i mezzi o le capacità, non intervengono laddove incancrenisce l’ingiustizia – anche l’omissione è un peccato. Si tratta di uomini d’affari che si mimetizzano nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, delle multinazionali, delle banche d’affari, oppure di leader politici che si nascondono dietro il paravento dell’interesse nazionale ecc. Alla base di questa piramide c’è lo scafista che lucra, vergognosamente, trafficando esseri umani.

Lo pseudo-ragionamento di Salvini purtroppo è molto diffuso, sia a destra che a sinistra. Anch’io sono caduto qualche volta in un cortocircuito logico, travolto dalla rabbia. Dilaga il terrorismo omicida nel Medioriente? Ebbene, la corresponsabilità morale è di quei paesi occidentali che hanno scatenato la guerra in Iraq, alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa. Così ragionavano anche i comunisti in buona fede, durante quell’orgia di sangue passata alla storia come Rivoluzione d’Ottobre: la corresponsabilità morale è dello zar e dei suoi lacchè. La gente, disperata, affamata, ha imbracciato il fucile. Che altro poteva fare? Stessa autoassoluzione, da parte dei nazisti: la Germania era allo stremo, dopo la Prima Guerra mondiale, chi ci impose riparazioni pazzesche deve salire assieme a noi sul banco degli imputati. Fu, questo, uno dei punti della strategia difensiva dei gerarchi nazisti a Norimberga. Su un piano più modesto di efferatezza, i teorici delle Brigate Rosse si discolparono incriminando il capitalismo e lo Stato borghese delle multinazionali, e i collaborazionisti del capitale, e i gruppi eversivi neofascisti. Bisognava pur reagire. Anche dando la morte.

Spesso non si inquadrano i problemi perché si confonde responsabilità morale e responsabilità politica. Sì, a volte si sovrappongono. Ma non sono la stessa cosa. Le accomuna solo un tratto: entrambe sono individuali. Chi causa la miseria e le guerre, o non fa nulla per prevenirle, è corresponsabile politicamente delle condizioni in cui può maturare l’estremismo fanatico (è il caso dei leader delle potenze vincitrice del primo conflitto mondiale). Ma chi teorizza e propaganda un’ideologia violenta quale risposta a quelle condizioni ha una responsabilità in più, più grave ancora: quella morale, appunto (è il caso di Hitler e dei suoi scherani; di Lenin, di Stalin e dei bolscevichi). Costui è il vero corresponsabile delle stragi compiute dai propri seguaci. Ma no!, mi dicono. Che analogie son mai queste? Esci fuori tema, il contesto qui è diverso: parliamo di uno spostato, sedicente fascista, in un’Italia democratica, invasa da stranieri. Certo, il contesto è sempre diverso, quando i paragoni mettono in crisi. Insisto: in tutte le epoche scatta la stessa l’operazione, che dà lo stesso prodotto: a) situazione sociale/economica esplosiva + b) ideologia violenta, fondata sull’odio = c) azione eversivo-criminale. Chi ragiona come Salvini, salta a piè pari un anello della catena: l’ideologia.

L’assoluzione per i crimini di matrice politica è efficace a una condizione: quella di cancellare ogni traccia delle alternative concrete, reali. A quel punto ciò che di malvagio avviene è il risultato di una scelta “obbligata”: siamo schiavi della necessità storica. Grandissima menzogna: la storia è fatta dagli uomini, e quindi può sempre prendere un altro corso. Un solo esempio: immersi nella stessa, identica realtà sociale, posti di fronte agli stessi, identici dilemmi, i menscevichi scelsero un socialismo democratico e dal volto umano – furono spazzati via coscientemente dai bolscevichi, che preferirono una feroce dittatura. Da Freud in poi abbiamo una scusante in più: la follia o le pulsioni inconsce. Un grande filosofo, Ricoeur, ci ha insegnato che il paradigma della nostra epoca è la medicalizzazione della condizione umana. Il che conduce, prima o poi, alla deresponsabilizzazione. Hitler, Goebbels, Eichmann sterminavano ebrei, d’accordo, Ma erano psicopatici. E le altre decine di migliaia di altri nazisti, cos’erano, individui ipnotizzati dai pazzi? Hannah Arendt, in quel capolavoro che è La banalità del male, ci ha insegnato una amara verità: i grandi e i piccoli criminali politici sono fatti della stessa pasta morale. Gli uni hanno bisogno degli altri affinché una follia collettiva – il genocidio, la rivoluzione purificatrice – possa aver luogo. Ogni singolo uomo, nella catena, dà il suo contributo alla macchina della distruzione, la quale non si muoverebbe senza la concatenazione di tante scelte individuali.

Ai cultori delle radici cristiane d’Europa – pullulano, a destra – consiglio di ripassarsi Dante. L’uomo è tale perché è dotato di una facoltà tutta umana che si chiama libero arbitrio. La quale significa capacità congenita di discernere fra il bene e il male. E tutta qui la fonte della moralità. Toglieteci questa libertà ed avrete automi, vittime delle circostanze, irresponsabili non perseguibili. Ne è passata di acqua sotto i ponti, e la Chiesa cattolica ha dovuto fare i conti con la psicanalisi e il marxismo. E così Giovanni Paolo II ha introdotto il concetto di “strutture del peccato”: realtà sociali che inducono al male. Ma ciò non può in alcun modo scalfire la più grande verità che ci ha trasmesso il cristianesimo. Per quanto costretto ed oppresso, l’uomo – creato a immagine e somiglianza di Dio – rimane, essenzialmente, un essere morale, responsabile sia delle sue azioni sia delle sue idee manifestate in pubblico.

Per capire quanto il modo di pensare deterministico sia aberrante, basta un piccolo sforzo: immaginate un kamikaze pronto a farsi esplodere fra civili innocenti; un bolscevico che punta il fucile contro un borghese russo; un nazista che fa altrettanto con un ebreo, uno zingaro, un oppositore politico; un brigatista rosso che spara alle spalle al sindacalista Guido Rossa. Ecco, proviamo, in tutti questi casi, a personificare il contesto quale mandante morale dell’omicidio che sta per compiersi: l’occupazione straniera; la miseria nelle campagne; il revanscismo antigermanico; lo sfruttamento capitalistico. Possiamo spremerci le meningi all’infinito: non c’è alcun collegamento fra una di queste situazioni in cui l’uomo armato si trova e la decisione di premere il grilletto. Se fosse la situazione sociale a spingere, per automatismo, alla violenza politica, non potremmo spiegarci un Gandhi: pur umiliato dai colonialisti britannici, scelse la via maestra della non violenza quale forma di lotta. Solo le idee, quelle tossiche, hanno la capacità di indurci all’omicidio politico. E le idee malefiche non sorgono per abiogenesi: qualcuno le concepisce, le esalta, le propaga, iniettando un veleno nel corpo sociale. E qualcun altro – un essere umano “troppo umano” – sceglie di farsi incantare da queste idee piuttosto che da altre. E, naturalmente, quando viene chiamato a rispondere dei suoi atti malvagi, si giustifica come può: sono state le condizioni sociali, economiche, politiche a indurmi alla disperazione! Oppure si appiglia a una scusante psicologica: è stato un colpo di testa, magari frutto di un contagio collettivo. No, non regge: il pazzo spara a caso: il nazista sapeva ben distinguere fra “ariani” ed ebrei; il terrorista, rosso o nero, li sceglie bene i suoi obiettivi. E le attenuanti, che vengono riconosciute in ogni processo? Quelle riguardano il delitto comune. Il crimine politico, più di ogni altro, è frutto di una libera scelta. Nel caso di Macerata, dunque c’è l’aggravante: la motivazione razzistica. Piantiamocelo in testa: la responsabilità morale fa capo sempre a un individuo senziente, che decide in piena libertà.

Sgombriamo il campo da un abbaglio. Premesso che togliere la vita a un essere umano è il crimine più orribile, c’è una differenza sostanziale fra Jack lo Squartatore e Adolf Eichmann: il primo era pazzo, e non faceva proselitismo; il secondo era normalissimo, e reclutava assassini nel nome di una ideologia razzista. I giornalisti sanno distinguere fra cronaca nera e criminalità politica. Ma molti confondono l’una con l’altra. E infatti su facebook c’è chi giustifica o “spiega” la sparatoria a Macerata come una sorta di “vendetta indiretta”, motivata dall’uccisione di Pamela Mastropietro, una povera ragazza il cui corpo fatto a pezzi è stato rinvenuto nei pressi di Macerata – il sospettato numero uno è un nigeriano, che è in stato di fermo. Non ci siamo proprio. A parte il fatto che, in uno Stato civile, nessuno può farsi giustizia da solo, è evidente l’assurdità del collegamento fra i due fatti: l’omicidio di Pamela – se tale è: gli investigatori stanno indagando – è opera di un folle o di una persona in preda a droghe, la tentata strage è un’azione politica, avente scopo intimidatorio. Il neofascista intendeva uccidere immigrati qualsiasi, colpevoli perché la loro pelle ha lo stesso colore di quella del presunto omicida. Nessun mistero sul movente. Appena arrestato, ha dichiarato: “volevo vendicare Pamela e fare qualcosa contro l’immigrazione perché il fenomeno dell’immigrazione clandestina va stroncato.” Come volevasi dimostrare: costui è moralmente responsabile avendo aderito in scienza e coscienza al nazifascismo. Chiamiamo le cose con il loro nome. Qui il disagio sociale, la psiche disturbata, e quant’altro, non sono attenuanti. E la corresponsabilità morale della tentata strage ricade su tutti i politici che soffiano sul fuoco dell’odio, dell’intolleranza, della xenofobia, per lucrare qualche voto in più.

Edoardo Crisafulli

 

Salvini al centro dello scontro, tra Berlusconi e Bossi

salvini berlusconiSono ore in cui il leader della Lega si ritrova al centro del guado del Centrodestra. Prima l’imbarazzo sulla lugubre iniziativa dei Giovani Padani di Busto Arsizio, in provincia di Varese che ieri hanno bruciato in piazza un fantoccio di Laura Boldrini, poi l’uscita revisionista sul Fascismo.
Nel frattempo non pare abbia funzionato la ricucitura tra il leader della Lega e l’Ex Cavaliere. Ognuno dei due vuole l’ultima parola, ma stavolta Salvini frena proprio sul pupillo del leader azzurro, il moderato e attuale presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, e per non dare nell’occhio di un centrodestra in subbuglio alla fine si è deciso che la scelta del premier è rimandata a dopo il voto.
Tajani premier? Decidono gli italiani, non Berlusconi, ha detto Salvini: “Ieri su Facebook ho pubblicato il programma comune del centrodestra, firmato da tutti (…). Berlusconi si atterrà a quello che abbiamo firmato, e io pure”.
“Tajani – va però all’attacco Giorgia Meloni ad Agorà – sarà il candidato di FI, non è il candidato di FdI. Sto facendo la campagna per poter arrivare io a presidente del Consiglio dei ministri. Gli Italiani sceglieranno la proposta che li convince di più”.
Un’altra gatta da pelare per il leghista è la questione che riguarda il Senatur: Matteo Salvini non chiarisce ancora se Umberto Bossi, il fondatore della Lega che ha criticato apertamente la svolta nazionale del suo successore, correrà per un nuovo mandato in Parlamento. “Bossi – ha ribadito il segretario del Carroccio a Circo Massimo, su Radio Capital – è il padre della Lega. E a lui, come a tutti i candidati, chiederò se c’è condivisione del progetto della Lega, che si presenterà in tutta Italia”. Comunque, assicura, “decideremo entro questa sera”.
Nel frattempo arriva la notizia che mette in forse la stessa segreteria capeggiata da Matteo Salvini. Un ricorso che mette in dubbio la legittimità della nomina di Matteo Salvini e che è stato discusso e ritenuto fondato stamani dal giudice della prima sezione civile del tribunale di Milano, Nicola Di Plotti e Umberto Bossi lunedì potrebbe svegliarsi segretario della Lega Nord. Presentato dieci giorni fa se accolto, con il ricorso saranno automaticamente annullate le primarie dello scorso maggio, Salvini tornerà militante semplice e, come prevede lo statuto, l’incarico di segretario sarà ricoperto da Umberto Bossi che oggi è presidente federale e garante del Carroccio.

Gentiloni, no alleanze post voto con la destra

Immigrati/Migranti, Gentiloni: Ue troppo lenta, serve politica comune

No a un governo di coalizione con il centrodestra, sì alla stabilità. Da Davos, in Svizzera, dove si trova per partecipare ai lavori del World Economic Forum, il presidente del Consiglio spiega il sentimento che circola tra i leader. Molti sperano, dice Paolo Gentiloni, “che l’Italia continui così” e che la spinta di riforme in atto “non venga messa in discussione ma anzi che prosegua”. “Tutti pensano – aggiunge – che l’Italia sia sulla strada giusta e che deve evitare qualsiasi deragliamento”. No, dunque, anche all’ipotesi di un’alleanza con Forza Italia, Lega e FdI se dalle urne non dovesse uscire un vincitore chiaro. “Non sarei interessato”, afferma rispondendo alle domande della Cnbc, anche perché, prevede, “la posizione populista anti Ue non prevarrà e l’Italia manterrà la sua stabilità”.

Gentiloni poi si toglie qualche sassolino dalle scarpe illustrando alcuni numeri sui conti del nostro Paese. “Un anno fa – dice – il Fondo monetario internazionale dava la crescita italiana a un magro 0,7% per il 2017, poi è stata dell’1,6%, il doppio secondo lo stesso Fmi. “C’è ancora molta strada da fare – aggiunger – ma queste sono le nostre riforme” e che “questi sforzi devono continuare: l’Eurozona e l’Italia hanno davanti a sè anni migliori”.

Dopo la due giorni a Bruxelles il leader di Forza Italia torna a parlare dei rapporti con l’Europa. Il leader di Forza Italia si trova nella imbarazzante situazione di dover apparire credibile alla Commissione europea e allo stesso tempo non smentire il suo alleato Salvini che dell’antieuropeismo ha fatto un vessillo da sventolare in campagna elettorale. “Abbiamo intenzione di mantenere gli impegni assunti dall’Italia, immagino e spero che riusciremo a mantenere” anche quello sull’azzeramento del debito entro il 2020 e a non sforare il tetto del 3% del rapporto debito/Pil, sottolinea Silvio Berlusconi replicando alle parole pronunciate ieri dal segretario della Lega, Matteo Salvini. Berlusconi smorza le polemiche affermando di non sentirsi in contrasto con la proposta di Matteo Salvini di sforare il 3% di deficit. “Abbiamo detto la stessa cosa”, dice il Cavaliere intervistato a Radio 24. Insomma per Berlusconi tutto dipenderà “dall’andamento dell’economia”, spiega, ma un eventuale superamento “del 3% non sarà nulla di scandaloso”, infondo, chiosa, “abbiamo detto la stessa cosa”.

Esclude accordi post elettorali con la destra anche Pierluigi Bersani: il popolo di Liberi e uguali “non accetterebbe mai un discorso del genere”. L’ex segretario del Pd non esclude invece la possibilità di un dialogo con il Movimento 5 stelle: “Si parla con tutti ma fare alleanze è un altro discorso. Sono dispostissimo a parlare con loro per capire dove vogliono andare anche perchè non possono pensare di avere il 25% e non portarlo da nessuna parte per altri cinque anni”.

Ginevra Matiz

RIFORMISMO VS POPULISMO

Persone

“Programma interessante quello dei grillini. Con un ma. Per realizzarlo servirebbe il bilancio degli Stati Uniti”. Così Riccardo Nencini, segretario del Psi e promotore della lista “Insieme”, commenta le proposte programmatiche dei 5 Stelle. “Conto almeno 120-130 miliardi di nuove spese e nulla, proprio nulla di puntuale per investimenti in infrastrutture. Quanto a diritti civili, le tenebre. Nemmeno rammentati. Dimenticavo: da dove prendono i soldi per coprire le spese? Assordante silenzio. Basta spararla grossa”.

Con Nencini i temi da affrontare sono diversi. Partiamo dal Congresso della Spd e della decisione di sedersi al tavolo per iniziare le consultazioni con la Merkel. “Nella vicenda tedesca – afferma Nencini – vi sono due fattori che spiccano. Ormai nei sistemi politici europei il bipolarismo è stato sostituito da un tripolarismo. Vi sono partiti che appartengono alla tradizione socialista europea, alla tradizione popolare e altri che, o nella destra o nella estrema sinistra, si richiamano a forme di populismo. La seconda cosa che spicca è che in molti paesi europei ci sono due fronti che si contrappongono, quello democratico repubblicano e un fronte estremista e radicale. Questi sono due fattori costanti. E questo è un problema continentale. Ed è la ragione per la quale creare un baluardo, che non sia soltanto difensivo verso il sovranismo e la demagogia, per mettere in campo una coalizione riformista, non ha alternative. L’errore fatto dalla sinistra massimalista rischia di avere la stessa fragilità di quello fatto nel ‘21. È una posizione miope, quando dovremmo invece tutti alzare il vessillo della difesa dei grandi valori nell’occidente.

Cosa succede il 5 marzo? Il rischio delle grandi intese esiste.
Il 5 marzo vedo due cose. La nascita di una Assemblea costituente per riprendere alcuni dei temi che sono stati bocciati con il No al referendum del 4 dicembre.

Un accordo contro e per arginare qualcuno può avere dei limiti politici. Non servirebbe invece un accordo per costruire qualcosa?
Questo è il secondo punto. Un governo di coalizione, dopo le elezioni lo chiederà Silvio Berlusconi. Perché superata la campagna elettorale si troverà di fronte a punti programmatici cosi diversi tra lui la Lega e la Meloni, da non essere assolutamente compatibili. Sarà lui a trovarsi seduto sul precipizio. I suoi alleati hanno una visione per il futuro dell’Italia che è assolutamente incompatibile con chi appartiene a una forza popolare e che si richiama ai valori del popolarismo europeo.

Quali conseguenze potrebbe avere un abbraccio tra Lega e Movimento 5 Stelle?
Intanto meno libertà sui diritti fondamentali. Parlo di diritti civili e diritti e sociali. Se loro fossero stati al governo non avremmo avuto per esempio il biotestamento. O il divorzio breve. E questi sono solo degli esempi.

Pariamo dei punti qualificanti della lista “Insieme”…
Sono diversi. Vanno dal piano casa alle misure sull’università. Un fondo di mezzo miliardo l’anno per dieci anni per realizzare nuovi alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica per gli italiani che si trovano nella condizione del bisogno. In Italia negli ultimi venti anni è completamente cambiata l’organizzazione del lavoro, bisogna ridisegnare in maniera flessibile il nostro welfare partendo proprio dall’abitazione. Costituire un fondo nazionale per il sostegno all’affitto per permettere di conservare una quota maggiore di reddito non solo ai giovani, ma anche ai pensionati al minimo, alle famiglie monoreddito o che affrontano situazioni di disabilità. Poi l’Università: l’abolizione per tutti senza distinzione delle tasse universitarie, come sostiene qualcuno, è iniqua, agevolerebbe i figli delle persone più ricche. Invece bisogna dare sostegno agli studi dei giovani meritevoli che provengono da famiglie disagiate. Per esempio in Italia solo il 9-10% degli universitari percepisce borsa di studio. 25% in Germania, 30% in Spagna e 40% in Francia.

E per quanto riguarda riforme, economia e ambiente?
Proponiamo l’introduzione in Costituzione del principio di sostenibilità sociale e ambientale. Ma abbiamo presentato proposte anche sull’immigrazione. Chi viene in Italia, per esempio, deve vivere secondo le regole della Costituzione italiana, godere dei nostri diritti, ma rispettare i doveri del paese che li ospita. Accogliere i profughi, ma riaccompagnare fuori dai nostri confini i clandestini. Chi resta deve essere guidato dalle nostre leggi. Il rispetto delle identità deve escludere sempre il ricorso a pratiche in conflitto con i diritti fondamentali dei cittadini (infibulazione, obbligo di velo, poligamia, etc).

Poi?
I punti sono diversi: per esempio le accise sulla benzina. In Italia per il costo della benzina si pagano accise su eventi catastrofici (alluvioni di Toscana e Liguria, terremoto in Emilia), ma continuiamo anche a pagare accise ingiustificate (alluvione di Firenze del 1966, disastro del Vajont del 1963, terremoti in Belice del 1968, Friuli 1976, Irpinia 1980, le missioni militari in Libano dal 1983 e Bosnia del 1996, la crisi di Suez e la guerra in Abissinia). Inoltre sulle accise si paga l’Iva, facendo schizzare ancora il prezzo finale. Proponiamo che gli introiti derivanti dalla tassazione sulla benzina siamo utilizzati per la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, con incentivi a chi investe nel settore delle energie alternative. Infine gioco d’azzardo e pensioni. Alzare quelle minime senza ricorrere al bilancio dello Stato, ma utilizzando una maggiore fiscalità sul gioco d’azzardo. Con gli introiti curare anche le ludopatie.

Sono passati 18 anni dalla morte di Craxi. Come ricordarlo oggi?
Intanto quello che si certifica è che ormai si parla di Craxi con più oggettività. Mettendo in rilievo che Italia con quel Governo entra nel G7 e diventa la quinta potenza mondiale conquistando un ruolo internazionale fortissimo.

Tra l’altro quando si parla del Governo Craxi si dimentica sempre di dire che in quegli anni il debito pubblico scese…
Vero. Se oggi fosse stato in vita, Craxi avrebbe votato il simbolo che voto io, perché torna sulla scheda il simbolo del Partito socialista italiano.

I Radicali con Emma Bonino alla fine hanno sottoscritto l’accordo con il centrosinistra.
Abbiamo lavorato fino all’ultimo momento per fare una lista unitaria ma se non ce l’abbiamo fatta non è dipeso da noi.

Daniele Unfer

Nencini: Fontana vuole istituire assessorato alla razza?

attilio fontanaLa “razza bianca”, la “nostra società” rischiano di essere “cancellate” dal fenomeno dell’immigrazione non controllata. Ne è convinto il candidato alla presidenza della Regione Lombardia, Attilio Fontana che si è così espresso in un’intervista trasmessa ieri mattina da ‘Radio Padania’. Le espressioni del sindaco di Varese hanno subito suscitato l’indignazione generale. ”Il candidato presidente leghista alla regione Lombardia – afferma Riccardo Nencini, segretario del Psi e promotore della lista ‘Insieme’- parla di ‘razza bianca’ proprio come il governatore dell’Alabama sessanta anni fa. Lo dico subito: una cosa è difendere i valori fondamentali del cittadino, dalla parità di genere alle libertà individuali, valori conquistati nelle piazze e in parlamento dalle nostre nonne e dai nostri bisnonni, altro inneggiare alla superiorità del colore della pelle. Non vorrà mica Fontana istituire un assessorato alla razza?”.

“Il primo pensiero che viene in mente sentendo parole di Fontana – aggiunge Angelo Bonelli della lista Insieme – quando lancia l’allarme sulla razza bianca a rischio è ‘che razza di ignorante'”. “Per questo è ancora più grave che Liberi e Uguali non abbia voluto assumersi le responsabilità di fare argine a questa deriva xenofoba molto pericolosa”. “Credo fermamente che chi usa concetti come ‘razza’ o ‘etnia’ a sproposito debba essere rimandato a scuola prima che gli venga affidato un qualsiasi incarico istituzionale. Senza voler dare lezioni è doveroso però ribadire che il concetto di ‘razza bianca’ non esiste e chiunque utilizzi tale concetto non fa altro che strizzare l’occhio a politiche razziste e di apartheid che fortunatamente hanno visto la loro fine molti anni fa, ma di cui ritorniamo sempre più a vederne delle ombre”, sottolinea. “Fontana sta giocando con degli slogan elettorali pericolosi e lesivi dei diritti di uguaglianza. E lui sarebbe il moderato della Lega? Domandiamoci cosa potrà fare Salvini se dovesse arrivare al governo. Siamo ancora in tempo per fermarli: il centrosinistra costruisca un fronte democratico che aiuti l’Italia ad uscire da queste derive xenofobe”, conclude Bonelli.

Matteo Renzi, segretario del Pd, affida a facebook la sua riflessione: “La Lombardia è la più grande regione del Paese: la sua economia traina tutta l’Italia ed è punto di riferimento per l’Europa. Ci aspettavamo un dibattito alto, bello, nobile, sui contenuti. E invece il candidato della destra, leghista, parla di ‘razza bianca’ e di invasioni”. “Noi insieme a Giorgio Gori parliamo di innovazione e capitale umano. Siamo una squadra che sceglie il futuro, non la paura -prosegue il leader Pd-. Altro che farneticanti dichiarazioni sulla ‘razza bianca’: il derby tra rancore e speranza è la vera sfida che caratterizzerà il 4 marzo, in Lombardia come nel resto del Paese”.

Scontro nella Lega. Maroni a Salvini: io Lenin tu Stalin

Salvini-Maroni-675È scontro tra Matteo Salvini e Roberto Maroni. A tre giorni dalla rinuncia a correre per un secondo mandato per Palazzo Lombardia, il governatore sembra non aver affatto gradito la reazione pubblica del segretario leghista che, all’indomani del suo passo indietro, aveva chiarito che se “uno rinuncia alla Regione non potrà fare altro”. In una lunga intervista al ‘Foglio’, Maroni si toglie qualche sassolino dalla scarpa e attacca il ‘capitano’ leghista accusandolo di “metodi stalinisti”. “Non rispondo a insulti – replica Salvini su Facebook -: le polemiche le lascio ad altri”. “Io sono una persona leale. Sosterrò il segretario del mio partito. Lo sosterrò come candidato premier. Ma, da leninista, non posso sopportare di essere trattato con metodi stalinisti e di diventare un bersaglio mediatico solo perché a detta di qualcuno potrei essere un rischio”, si sfoga Maroni.

“Consiglierei al mio segretario non solo di ricordare che fine ha fatto Stalin e che fine ha fatto Lenin ma anche di rileggersi un vecchio testo di Lenin. Ricordate? L’estremismo è la malattia infantile del comunismo. Se solo volessimo aggiornarlo ai nostri giorni dovremmo dire che l’estremismo è la malattia infantile della politica”, attacca. Nella lunga intervista, Maroni non manca di sottolineare le differenze di orientamento politico che lo separano dal suo ex delfino. Le distanze politiche da Salvini sono “uno dei tanti motivi che mi hanno spinto a ragionare su un futuro diverso, lontano da un modo di fare politica, che capisco ma che, le dico la verità, proprio non mi appartiene”.

Per esempio, l’ex ministro del Welfare – promotore ai tempi del libro bianco di Marco Biagi – ‘salva’ il Jobs act renziano. “Io penso che la riforma del lavoro migliore che la politica dovrebbe portare avanti è quella di migliorare la flessibilità prevista dal Jobs Act con alcuni correttivi che erano già contenuti nella legge Biagi, che conteneva un giusto equilibrio tra apertura del mercato e protezione del lavoro”, afferma. “Purtroppo – aggiunge – tutto questo non si può dire perché in campagna elettorale, e vale anche per questa campagna elettorale, da una parte e dall’altra ci sono spesso valutazioni su questi temi che prescindono dal merito, frutto di perversi atteggiamenti ideologici in base ai quali tutto quello che è stato fatto prima di noi deve essere cancellato. Questa non è politica, è propaganda”. “Purtroppo bisogna essere sinceri e dire che la campagna ricca di propaganda è causata anche da una legge elettorale che costringe in un modo o in un altro a essere tutti gli uni contro gli altri: per ottenere un voto in più di un altro partito viene quasi naturale parlare più alla pancia che alla testa. E proprio per questo, ma spero di sbagliarmi, mi sembra di essere tornati al 1994”, conclude Maroni. Malgrado vi fossero voci da mesi, nel partito, la decisione di Maroni ha spiazzato un po’ tutti. E sono insistenti – alimentate anche dalle ricostruzioni di stampa – le letture ‘maliziose’ sul suo gesto: ovvero che sarebbe una mossa anti-Salvini, in accordo con Silvio Berlusconi, per prenotare un’eventuale posto a Palazzo Chigi, anche nell’ipotesi di un governo di larghe intese, nel caso il centrodestra non ottenesse la maggioranza alle politiche.

“La Lega di Salvini è questa. Prendere o lasciare. Come era la Lega di Bossi. C’è spazio per Maroni

così come per tutti. L’importante è rispettare le regole”, è l’avvertimento del capogruppo al Senato, Gian Marco Centinaio. Mentre Salvini non perde occasione pubblica per ribadire che il centrodestra sarà vincente, la Lega si affermerà come primo partito della coalizione e lui si sente “pronto” per governare.

Redazione Avanti!

Ius soli. Buemi, approvarlo prima di fine legislatura

Riforme-SenatoLa legge sul fine vita sembra a un passo. Con l’appoggio del M5S e con i voti del Pd e della sinistra potrebbe farcela a diventare legge prima di fine legislatura. L’accordo c’è, il timore di molti è che non regga. Discorso più complesso per lo ius soli. Il ddl sulla cittadinanza è di quelli a forte richiamo elettorale, il centrodestra è sulle barricate da mesi. “Noi lavoriamo su entrambi i fronti – assicura il ministro e vicesegretario dem Maurizio Martina, intervistato da Repubblica – Non esiste una classifica, ci proviamo fino in fondo. Anche politicamente sono questioni differenti, perché il biotestamento è una materia che ha una sua trasversalità particolare”.

Lo ius soli è uno di quei temi ove la destra ha sempre attinto sfruttando e cavalcando il malcontento, di molti. “Se si tiene conto – afferma il senatore del Pd Luigi Manconi che aggiunge: che ho presentato il mio disegno di legge sul biotestamento il primo giorno dell’attuale legislatura, si capisce bene quanto io tenga all’approvazione di questa normativa. Tanto quanto al provvedimento sullo Ius soli e culturae. Due leggi sacrosante e ragionevolissime. E proprio per questa ragione dico che sento odore di bruciato quando si accavallano strategie e calendari”. “È un dato oggettivo – aggiunge – facilmente verificabile sotto il profilo numerico e politico che la legge sulla cittadinanza ha qualche chance in più di quella sul testamento biologico. L’esito non è certamente scontato, ma può essere perseguito con successo”. “Immediatamente dopo – intendo: immediatamente dopo – si può affrontare il tema delle dichiarazioni anticipate di trattamento. Ma tutto ciò deve avvenire nella massima chiarezza politica – conclude Manconi – adottando comportamenti leali, evitando scivolosi sotterfugi che potrebbero rivelarsi altrettante trappole. Dunque, si calendarizzi per martedì 5 dicembre lo Ius soli, si ponga la fiducia e si vada avanti per ottenere altri risultati che potrebbero salvare il bilancio e l’onore di questa legislatura”.

“Diciamo la verità – aggiunge il senatore socialista Enrico Buemi – la legge di modifica delle norme sulla cittadinanza non è il cosiddetto ius soli; ciò nonostante è un passo importante perché introduce obblighi precisi per quanti iniziano il percorso per arrivare ad essere cittadini italiani”. “L’integrazione – aggiunge Buemi – è fatta di diritti e doveri, solo così può essere efficacemente realizzata”. “I socialisti pensano che questo provvedimento debba essere assolutamente approvato al Senato in via definitiva prima della conclusione della legislatura. Quello che gli italiani, che ragionano, devono sapere è che va anche nella direzione del loro interesse”, conclude il senatore socialista.

E sul  biotestamento Maria Cristina Pisani, portavoce del Psi, torna sulle parole pronunciate dal leader della Lega Matteo Salvini che ieri ha detto che “si occupa dei vivi, non dei morti”.  “Disumano, impietoso, atroce, senza alcun rispetto per tanti che non sono morti ma vorrebbero vivere la malattia in libertà e coscienza. Matteo Salvini dovrebbe chiedere scusa ad ognuno di loro e dovrebbe inchinarsi difronte alla dignità dei malati e delle loro famiglie”. Pisani ha aggiunto: “Il suo intervento è un insulto arrogante e volgare che lascia sgomenti per il disprezzo della sofferenza. Un insulto che diventa violenza nel momento in cui si vuole impedire a donne e uomini liberi di poter decidere della propria morte esprimendo semplicemente la propria volontà. Garantire il diritto alla dignità in un momento così delicato della vita di un uomo e di una donna è un nostro dovere oltre che un loro sacrosanto diritto. Come Psi non ci fermeremo, il testamento biologico – conclude – va approvato entro il termine della legislatura. Non ammettiamo strade diverse”.

Il senatore e sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, presidente di Forza Europa e promotore con Emma Bonino e Riccardo Magi della lista europeista +Europa punta il dito sulla agenda Salvini che è diventata “nei nei fatti” il programma del centrodestra. “No allo ius soli – spiega Della Vedova – ma anche no al biotestamento, contro cui si è duramente scagliato il segretario della Lega ieri, ripreso dal capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta, oggi. No alle liberalizzazioni. No ai trattati commerciali della UE, in nome di un protezionismo autarchico autolesionistico per il paese del Made in Italy. Sì invece alla piazza della CGIL per una controriforma delle pensioni”. “Sull’Europa e sull’euro il segretario della Lega ha già ottenuto l’impegno solenne di Silvio Berlusconi alla doppia moneta. Oggi l’egemonia culturale nel centrodestra è della Lega, all’insegna della chiusura nazionalista, programmaticamente non liberale e non moderata. Una scelta netta – prosegue Della Vedova – che ricalca quella dei nazionalisti e lepenisti antieuropei”.

Vince la Lega, un colpo
a Salvini

Matteo Salvini-Lega

Niente di rivoluzionario dalla Lega. Né la secessione dall’Italia e nemmeno il federalismo ma l’autonomia, il cosiddetto “regionalismo differenziato” previsto dalla Costituzione repubblicana. Il referendum leghista, vittorioso in Veneto e in Lombardia (ma tantissimi voti ci sono stati nella prima regione e molti di meno nella seconda), chiede più poteri allo Stato centrale. Il modello è quello delle regioni a statuto speciale (la Sicilia, la Sardegna, il Trentino-Alto Adige, la Valle d’Aosta, il Friuli-Venezia Giulia) che dispongono di poteri più ampi.

I soldi, il fisco. In particolare Luca Zaia e Roberto Maroni, i presidenti leghisti del Veneto e della Lombardia, guardano al portafoglio: vogliono una quota più alta delle tasse riscosse nei loro territori, i più ricchi d’Italia. L’elegante e compito Zaia (ramo Liga Veneta della Lega Nord) non ne fa mistero e smentisce ogni paragone con il referendum catalano che ha dichiarato l’indipendenza dalla Spagna: «Non abbiamo niente a che vedere con la Catalogna. Vogliamo l’autonomia: più potere, più competenze e il federalismo fiscale, non l’indipendenza. Il treno passa una volta sola e comunque è una pagina storica». E anche Maroni (ramo Lega Lombarda della Lega Nord) fa lo stesso discorso.

Niente a che vedere con la secessione della Catalogna dalla Spagna, una pericolosissima mina vagante con possibili pericolose conseguenze politiche, economiche e persino di violenze e di scontri militari. L’esempio catalano rischia di determinare la frammentazione di molte nazioni europee insidiate da conati indipendentisti. Ma adesso l’Italia del nord sembra immune da questo virus, forse perché immunizzata dalle esperienze del passato.

Le differenze tra il Lombardo-Veneto (come si chiamavano nel 1800 le due regioni ai tempi della dominazione austriaca) e la Catalogna sono abissali. Matteo Salvini ha annunciato, subito dopo aver votato al referendum in Lombardia, la volontà di aprire un confronto e non uno scontro: «Noi da domani trattiamo con il governo centrale». Il segretario della Lega Nord deve fare i conti con una realtà diversa da quella catalana: 1) la grande maggioranza dei lombardi e dei veneti non vuole la secessione; 2) lui stesso ha buttato la vecchia bandiera dell’indipendenza della cosiddetta Padania alzata da Umberto Bossi vent’anni fa ed ha trasformato la Lega da partito del Nord in una forza di destra nazionale; 3) i due referendum tenuti domenica sono consultivi; 4) il Carroccio già governa da anni le due regioni, guidando delle giunte di centro-destra.

L’unico punto di contatto tra il referendum catalano e quelli del lombardo-veneto riguarda il portafoglio: tutti e tre i territori sono i più ricchi e sviluppati dei due paesi, la Spagna e l’Italia. Sia i catalani sia gli abitanti del nord-est del Belpaese vogliono pagare meno tasse e, in ogni caso, chiedono di poter utilizzare gran parte dei ricavi delle loro imposte. Poi, al di là della solidarietà con le regioni centro-meridionali, non mancano le contraddizioni. Un esempio per tutti: i contribuenti di Roma, Napoli, Palermo ma anche quelli di Torino e di Genova hanno visto usare le loro tasse per salvare dal fallimento le banche venete, quelle del ricco nord-est.

Sono lontani i tempi della rivolta padana di Bossi. Il fondatore della Lega Nord, tra espressioni forti (come il ricorso ai Kalashnikov e a “marce su Roma” poi in parte smentite) e comizi dialoganti, nel lontano 15 settembre 1996 proclamò a Venezia la secessione della Padania dall’Italia: «Noi, popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana». Tra lo sventolio delle bandiere del Carroccio nella città lagunare fu annunciata la fine del “colonialismo italiano” sulle regioni settentrionali.

Ma quella dichiarazione di Bossi, come il referendum organizzato in modo un po’ artigianale dalla Lega Nord, non ebbero alcun effetto. Il virus dell’indipendenza non attecchì. Né le popolazioni settentrionali né gli ex alleati del centro-destra seguirono la strada indicata dall’allora segretario del Carroccio. Anzi, successe il contrario. Sia Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia, sia Gianfranco Fini, presidente di An, anche loro due uomini del nord, bocciarono senza appello la dichiarazione d’indipendenza, come il centro-sinistra allora guidato da Romano Prodi.

Così Bossi, isolato, fu costretto a tornare sui propri passi. Dalla secessione ripiegò sulla richiesta del federalismo e così negoziò con Berlusconi. La Lega tornò a formare una coalizione di centro-destra e ritornò al governo con gli esecutivi guidati da Berlusconi (nel 2001 e nel 2008). Lo stesso Bossi divenne ministro. Fu anche varata una riforma costituzionale all’insegna del federalismo politico, ma fu bocciata dagli italiani in un referendum.

Bossi, dopo le sconfitte politiche subì anche dei pesanti guai giudiziari, così perse la segreteria della Lega: prima fu sostituito da Maroni, il vecchio amico di un tempo, e poi da Salvini. La visione e l’identità politica localistica della Lega Nord andò in frantumi: addio a riti indipendentisti come l’elezione di Miss Padania. Anche le camicie verdi padane sono andate fuori moda e adesso Salvini indossa felpe di vari colori sia quando tiene comizi a Milano sia quando li fa a Roma, a Napoli e a Palermo.

Però il Carroccio anche in versione di destra nazionale, anti immigrati e anti euro, raccoglie pochi voti al Sud e molti al Nord. Lo dimostra anche la mobilitazione referendaria in Veneto e Lombardia, le regioni-casseforti di voti. Ed è un colpo alla nuova linea politica di Salvini, il segretario della metamorfosi della Lega Nord in italiana. Adesso Salvini dovrà fare i conti il rinnovato ancoraggio localistico nordista. Dovrà anche fare i conti con lo statuto del Carroccio che parla di Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Sembra quasi la rivincita di Bossi.

Brilla sempre di più la stella di Zaia, il vincitore del referendum nel Veneto. Se il centro-destra vincerà le prossime elezioni politiche all’inizio del 2018 e la Lega Nord si piazzerà bene potrebbe rivendicare un proprio uomo per la presidenza del Consiglio. Sembra che l’elegante Zaia stia pensando proprio a Palazzo Chigi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Referendum, il Partito socialista è per l’astensione

Peschiera del Garda 1

Si è svolta a Peschiera del Garda, presente l’on. Pastorelli, l’assemblea congiunta dei dirigenti PSI del Veneto e della Lombardia e dei comitati socialisti per l’astensione.

Nell’incontro si è fatto il punto della situazione sulle iniziative di promozione dell’astensione al referendum leghista di ottobre, sulle iniziative da portare avanti nell’ultima settimana di campagna referendaria e su cosa fare il giorno successivo al referendum.

I socialisti hanno convenuto sull’opportunità della scelta astensionista. Una scelta coraggiosa poiché destinata a scontrarsi contro la potente campagna referendaria scatenata dalla Lega (fatta in parte con i soldi dei cittadini del Veneto), una scelta difficile ma intellettualmente onesta e non piegata dalla codardia di chi ha preferito “mettersi nella scia” del malcontento sobillato dalle forze del centrodestra.

I socialisti promossero e sostennero la creazione delle Regioni. Regioni che avrebbero dovuto essere strumento di coordinamento delle autonomie locali e non, come purtroppo è accaduto, Enti accentratori di potere a danno degli Enti Locali. Non è un caso che il referendum lanciato dalla Lega ignori gli Enti Locali.

In Parlamento il PSI sta portando avanti una politica di revisione delle autonomie speciali ed è pronto a sostenere le richieste di maggior autonomia che provenissero dalle altre Regioni secondo percorsi costituzionalmente previsti.

Richieste di maggior autonomia che la Lega a parole ha sempre fatto ma che poi, come nel caso del referendum di ottobre, si rivelano per ciò che realmente sono: slogan elettorali!

A Peschiera del Garda invece i socialisti hanno deciso di agire e dal giorno successivo al referendum, in tutti i Consigli comunali di Veneto e Lombardia in cui il PSI è presente, porteranno delle delibere da far votare e da inviare alle Regioni affinchè avviino realmente il processo costituzionale in grado di consentire ai cittadini delle due regioni di amministrare in maniera più efficace le risorse prodotte dai propri territori.

Luca Fantò
Segr. reg. PSI Veneto