Sulla legge elettorale è in corso un dibattito surreale. Si ha l’impressione che l’obiettivo sia non toccare nulla. Ci sono in giro troppi Bertoldo che non troveranno mai l’albero a cui impiccarsi. Prima ancora di conoscere quale sarà la nuova cornice istituzionale italiana – sistema presidenziale, semipresidenzialismo, centralità parlamentare e così via – si ritiene necessario fissare norme elettorali come se queste fossero del tutto autonome rispetto al sistema ancora da definire.
Molto meglio condividere ritocchi minimi all’attuale legge elettorale tali da consentirci di andare al voto qualora il governo dovesse cadere rapidamente. E non lo auguro a nessuno. Quando poi le riforme costituzionali saranno diventate legge, a quel punto verificheremo la loro compatibilità con la legge elettorale. Su quest’ultima, c’è una unica priorità: restituire agli elettori la possibilità di scegliere il proprio rappresentante in parlamento.

Il premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale del 2005, detta “porcellum”, viene ‘bocciato’ dalla Corte di Cassazione che nell’ordinanza depositata oggi ha disposto la trasmissione degli atti alla Consulta. I giudici di piazza Cavour sul premio di maggioranza previsto per la Camera ritengono che sia “un meccanismo premiale che da un lato, incentivando il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, contraddice l’esigenza di assicurare governabilità e, dall’altro, provoca una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio e’ in grado di eleggere gli organi di garanzia che restano in carica per un tempo più lungo della legislatura”. 



Da mesi ormai si discute, senza costrutto, della nuova legge elettorale. Alla nascita del Governo Monti si disse che mentre i tecnici avevano il compito di concentrarsi sulla gestione ordinaria e salvarci dal precipizio, i politici di professione e i parlamentari si sarebbero occupati di riscrivere le regole del gioco e delle riforme istituzionali. E questa necessità nasceva anche dalle istanze di un milione e duecentomila firme a sostegno di un referendum abrogativo della attuale legge elettorale, referendum poi bocciato dalla Consulta nel gennaio scorso. E’ dunque innegabile che dagli elettori venga una forte richiesta di cambiamento. Il “porcellum”, infatti, non consentendo di esprimere le preferenze, allontana la politica dal territorio e favorisce la selezione di una classe dirigente mediocre e cortigiana. Ebbene, in circa dieci mesi e nonostante i ripetuti appelli del Presidente Napolitano, tra i quali anche quello di arrivare ad una conta in Parlamento in mancanza di un accordo complessivo tra le tre forze parlamentari attualmente più forti, non si è arrivati ancora ad elaborare una proposta condivisa. 
Niente di fatto per l’intesa sulla riforma legge elettorale. Il “comitato ristretto” dei senatori che ha ripreso le trattative per raggiungere l’accordo, non è riuscito ad arrivare ad un testo e, addirittura, sono tornati i distinguo su preferenze o collegi uninominali. Nonostante i risultati non siano stati proprio dei migliori, al termine della riunione in Senato, sia Pd che Pdl si sono mostrati ottimisti e speranzosi. Infatti, tanto il relatore Enzo Bianco (Pd), quanto il vicecapogruppo del Pdl, Gaetano Quagliariello, hanno persino ipotizzato un via libera del Senato al testo entro la fine di settembre, per «chiudere alla Camera entro ottobre e – ha detto Bianco – avere poi due mesi per ridisegnare i collegi».
Riprende il dialogo nella maggioranza ‘Abc’ sulla riforma della legge elettorale e i partiti d’opposizione, Lega e Idv, sospettano “l’inciucio” per tagliare fuori “i piccoli”. Al termine della seduta di ieri del Comitato ristretto della commissione Affari costituzionali sul tavolo della trattativa c’erano due bozze: quella a firma Gaetano Quagliariello, fatta propria dal relatore del Pdl Lucio Malan e quella, appoggiata dal partito di Pierluigi Bersani, messa a punto dall’altro relatore Enzo Bianco (Pd).