Macron, il sistema francese e le riforme istituzionali

macronProseguono, con il secondo appuntamento, la serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

La stabilità e la coerenza della forma di governo e del sistema elettorale rappresentano degli elementi fondamentali per garantire la funzionalità e un alto rendimento delle democrazie rappresentative.

Oggi, mi occuperò della forma di governo semipresidenziale e del sistema elettorale francese da lungo tempo considerati, da diversi politici e studiosi, Giovanni Sartori in primis, come un modello da seguire per la stabilità e la governabilità.

Il termine semipresidenzialismo fu coniato, nel 1978, dal politologo Maurice Duverger. Venne introdotto in Francia dal generale Charles De Gaulle, con la Costituzione del 1958 che inaugurò, in un contesto di crisi politica e nel pieno della guerra d’Algeria, la Quinta Repubblica.

La forma di governo francese è una repubblica semipresidenziale: un sistema nel quale il Presidente della Repubblica viene eletto direttamente dai cittadini e, forte della legittimità popolare, gode di ampi e reali poteri quali la scelta e la revoca del Primo Ministro, nonché lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, ovviamente, nei limiti costituzionali; il Primo Ministro necessita, insieme all’esecutivo, del voto di fiducia e di una maggioranza nell’Assemblea Nazionale.

Nella Quinta Repubblica, il potere legislativo spetta alle Assemblee Parlamentari. L’Assemblea nazionale ha il compito, con il Senato, di approvare le disposizioni legislative.

Il bicameralismo è differenziato e razionalizzato, l’Assemblea Nazionale ha un ruolo preminente rispetto al Senato. Tra queste funzioni si evidenzia come il primo ministro debba avere la fiducia, o il tacito assenso, dell’Assemblea Nazionale, così come solo i deputati possono presentare una mozione di censura al Governo.

Il potere esecutivo è bicefalo, cioè condiviso tra il capo del Governo e il capo dello Stato. Questa caratteristica del semipresidenzialismo “ad assetto variabile” può comportare la coabitazione: l’elezione di un Presidente della Repubblica di un partito e la vittoria, in termini di seggi, alle elezioni legislative di un partito diverso.

Questa situazione, verificatasi diverse volte, ha comportato il successo o meno di una Presidenza.

A questo proposito, è evidente che esistono differenti margini di azione di cui può disporre il Capo dello Stato: da un verso lo stesso colore politico permette l’esercizio di poteri decisionali in capo al presidente e relega il primo ministro ad un ruolo tendenzialmente secondario (come avviene con l’attuale presidenza di Emmanuel Macron); dall’altro, in caso di coabitazioni di maggioranze non coincidenti, il presidente e il primo ministro tendono a bilanciarsi a vicenda e ad essere rigidamente rispettosi della divisione dei poteri.

Proprio al fine di rendere difficile la coabitazione, dalle elezioni del 2002, il mandato presidenziale è stato ridotto a cinque anni, la durata di una legislatura, e le elezioni presidenziali si svolgono poco prima delle elezioni legislative; in questo modo, sfruttando un cosi breve periodo tra le due elezioni, risulta più difficile che gli elettori scelgano, in maggioranza, schieramenti opposti tra loro.

Il sistema elettorale è fortemente legato a quest’assetto costituzionale.

Si tratta di un maggioritario a doppio turno, sia per le elezioni presidenziali che per le elezioni legislative: se, al primo turno, un candidato ottiene il 50% più uno dei voti nel collegio, si aggiudica il seggio; viceversa, se nessun candidato raggiunge questa percentuale, si tiene un secondo turno in cui partecipano i candidati che hanno ottenuto oltre il 12,5% dei consensi alla prima tornata elettorale.

L’unica eccezione è rappresentata dalle elezioni al Parlamento europeo, dove è utilizzato il sistema proporzionale con sbarramento di lista al 5%.

Durante l’ultima campagna presidenziale nel 2017, Macron ha promesso l’avvio di un’incisiva stagione riformatrice; nell’aprile di quest’anno, il primo ministro francese, Edouard Philippe, ha esposto le linee generali del progetto di riforma istituzionale.

La riforma è suddivisa in tre differenti testi: un progetto di revisione costituzionale, una legge organica e una legge ordinaria.

Su alcune proposte di modifica, come la riforma del Consiglio supremo della magistratura si registra un ampio consenso; viceversa, sulle proposte più pregnanti non è stato trovato un accordo con le forze politiche di minoranza.

Tra queste proposte troviamo: la riduzione del 30 per cento del numero dei senatori e dei deputati (244 senatori rispetto agli attuali 348; 404 deputati contro i 577 odierni). Se passasse la riforma, la Francia sarebbe considerata uno dei paesi d’Europa con il maggior numero di abitanti per parlamentare.

Un’altra proposta divisiva è l’introduzione, dalle prossime elezioni del 2022, di una quota del 15 per cento di deputati eletti con il metodo proporzionale.
La quota proporzionale unita alla riduzione del numero dei parlamentari sono le misure che, secondo i critici, maggiormente minacciano di snaturare il sistema francese, maggioritario e a doppio turno, poiché potrebbe allentare il legame tra l’eletto e il territorio.

Tuttavia sembra una preoccupazione esagerata, almeno rispetto all’introduzione di una quota proporzionale; essa può garantire una maggiore rappresentanza di forze politiche minori, come in questa fase il Partito Socialista francese, e temperare la netta sovra-rappresentazione in termini di seggi della forza di maggioranza relativa.

Un terzo elemento, molto contestato e tacciato di autoritarismo è la limitazione alla quantità degli emendamenti stabilita in base alla dimensione dei gruppi parlamentari, la proposta è stata, successivamente, ritirata.

Poche settimane fa, dopo giorni di paralisi in parlamento, in seguito al “Caso Benalla”, i lavori sul progetto di riforma della Carta fondamentale sono stati rinviati a dopo la pausa estiva.

Questo si spiega con le difficoltà della contingenza politica ma, soprattutto, perché molte delle riforme, per essere approvate, richiedono una revisione della Costituzione, quindi il voto favorevole anche del Senato che ha una maggioranza neogollista.

La modifica del sistema elettorale rientra invece in una legge ordinaria, per la quale ha l’ultima parola l’Assemblea Nazionale, dove En Marche! gode di un’ampia maggioranza.

Tuttavia, per evitare il problema del Senato, l’esecutivo potrebbe organizzare un referendum.

Potrebbe trattarsi di un azzardo: i francesi avrebbero la possibilità di esprimere un dissenso rispetto alla forza di governo, a prescindere dai contenuti della riforma. In qualche maniera, ripetendo quello che è successo in Italia con la vicenda del referendum costituzionale del 2016.

Per tutte queste ragioni, il Presidente della Repubblica non intende sottoporsi a un referendum politico preferendo per il momento tentare la strada parlamentare e trovare un accordo con il Senato.

Resta da capire se la forte personalizzazione, la leaderizzazione e il superamento di forme tradizionali di mediazione con parti sociali e soggetti politici, tratti caratteristici della scalata politica e del modo di governare incarnato da Macron, possano essere compatibili con la necessità di creare un clima di dialogo con le altre forze politiche, trovare accordi e superare in maniera condivisa le numerose criticità emerse.

Paolo D’Aleo

Le leggi elettorali in Europa. Il sistema spagnolo

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Con questo primo articolo si inaugura una serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

Le leggi elettorali contribuiscono a determinare gli equilibri del sistema politico nel tempo. La stabilità e la coerenza dei formati elettorali sono elementi essenziali al fine di garantire un soddisfacente rendimento del regime democratico.

Per questo motivo, da decenni, il legislatore italiano s’interroga su quale sia la formula elettorale migliore e più adatta alla democrazia del nostro Paese.

Dopo le elezioni italiane del 4 marzo e l’avvio della nuova legislatura si porrà, nuovamente, il tema di una riforma della legge elettorale. Una discussione che perdura negli anni, a tratti infinita e caratterizzata da interventi normativi troppo legati alla contingenza del quadro politico e privi di un disegno coerente.

Tuttavia, come osservato da più parti, non è possibile modificare efficacemente il sistema elettorale senza considerare la forma di governo, a esso strettamente posta in relazione.

È questo l’errore principale commesso dal legislatore italiano, l’aver pensato che, mediante la sola modifica del formato elettorale, si potesse garantire stabilità al quadro politico e istituzionale.

Ma la verità è sempre più cocciuta. Non potrà esserci stabilità del sistema politico senza un’incisiva riforma delle istituzioni: razionalizzazione della forma di governo (con strumenti come la sfiducia costruttiva) e il superamento del bicameralismo perfetto.

Dopo queste considerazioni di carattere generale, per nulla scontate e sempre più attuali, mi occuperò, brevemente, dell’esperienza costituzionale e del sistema elettorale spagnolo.

Un sistema che per modalità di funzionamento e per il relativo rendimento politico-istituzionale, è stato oggetto di attenzione e di studio da parte degli stessi “ingegneri istituzionali” che, in Italia, hanno lavorato alle riforme delle leggi elettorali.

Il sistema elettorale iberico è costituzionalizzato. La Costituzione spagnola, all’articolo 68, stabilisce che l’elezione della Camera bassa debba realizzarsi attenendosi a criteri di rappresentanza proporzionale.

Come previsto, dalla Carta e dalla legge elettorale, la maggior parte delle circoscrizioni corrisponde al territorio della provincia; è prevista una soglia di sbarramento al 3% a livello circoscrizionale; le liste sono corte e bloccate, senza preferenze; in media, una circoscrizione elegge sei deputati, realizzando, con un numero così ridotto di seggi, il fenomeno della disproporzionalità che permette di definire il sistema elettorale spagnolo, come un proporzionale corretto.

A questo proposito, l’indice di disproporzionalità, elaborato da Gallagher, con riferimento alla Spagna, è passato da un valore di 10,6 nel 1977 e nel 1979, a un valore pari 4,9 registrato nel 2004, uno dei più alti d’Europa, preceduto soltanto da quello britannico e da quello francese, entrambi, com’è noto, sistemi maggioritari.

Infatti, le caratteristiche strutturali del sistema elettorale spagnolo favoriscono la formazione di partiti che ottengono percentuali superiori al 20 per cento dei consensi sull’intero territorio nazionale o a livello di comunità territoriali e, nello stesso modo, penalizza le percentuali minori.

In altre parole, ricevono un premio in seggi i partiti che hanno un voto diffuso su tutto il territorio statale, sono invece penalizzati i partiti che hanno un voto disperso in molte zone del paese e in nessun territorio un largo consenso. Di contro, chi ha un voto concentrato nelle regioni che rappresenta, ad esempio il Partido Nazionalista Vasco, il PNV, riesce ad avere una percentuale di seggi quasi uguale a quella dei voti.

La forma di governo, adottata nel Paese iberico, è un parlamentarismo razionalizzato: bicameralismo differenziato (prevalenza del Congresso dei deputati, composto da 350 membri, mentre il Senato, composto da 266 membri, con minori poteri, costituisce la Camera di rappresentanza delle autonomie territoriali) e un complesso di regole in grado di garantire la stabilità dell’esecutivo rafforzando, nello stesso tempo, i poteri della figura istituzionale del Presidente del Governo.

Il Capo di Governo per i poteri di cui dispone può essere accostato alla figura del Primo Ministro inglese.

La Spagna è, dunque, una democrazia maggioritaria.

A questo punto, occorre chiedersi perché il legislatore spagnolo abbia scelto un modello orientato alla democrazia maggioritaria.

Le ragioni si trovano nelle vicende storiche: dopo aver vissuto per circa quarant’anni sotto un regime autoritario di matrice fascista, guidato dal generale Franco, la Spagna, si affacciò soltanto nel biennio 1977-78 alla democrazia.

La principale preoccupazione che animò i padri costituenti, durante gli anni della Transizione, fu quella di restaurare una democrazia in grado di garantire la stabilità dei governi.

Si scelse il sistema elettorale proporzionale, invece della formula maggioritaria, perché spinti dal timore di una nuova deriva autoritaria.

Com’è stato ben sottolineato dalla dottrina spagnola, la transizione dalla dittatura alla democrazia, nel suo complesso, si presenta come un evento politico e istituzionale negoziato e tranquillo, tra gli eredi del franchismo e l’opposizione democratica del tempo, aiutati dalle notevoli capacità negoziali del Re.

In sette anni, dalla morte del caudillo Francisco Franco (1975), fino alla prima alternanza di governo con il PSOE (1982), si registrano in Spagna eventi politici e istituzionali che altrove hanno imposto condizioni più favorevoli e tempi più lunghi: pluralismo politico, il riconoscimento di libertà e diritti, l’avvio del processo di decentramento territoriale, l’approvazione di una Costituzione democratica, ispirata alla Costituzione di Bonn e, in ultimo, l’alternanza al governo fra centro-destra e centro-sinistra.

Con riferimento ai partiti politici, è possibile distinguere quattro periodi storici: il primo periodo, dalle elezioni del 1977, si caratterizza per l’instabilità, l’UCD, il partito di Suarez governa con la maggioranza relativa, mentre il PSOE è il principale partito di opposizione; nel 1982 si inaugura un periodo di egemonia del PSOE; nel 1993 con la piena alternanza, si entra nella terza fase, emerge il ruolo centrale delle forze politiche territoriali. I due partiti maggiori non raggiungono la maggioranza necessaria per governare, e sono costretti a chiedere l’appoggio dei partiti espressione delle Comunità Autonome.

Con l’irrompere della crisi economica post 2008 e l’emergere di nuove soggettività politiche di carattere nazionale, come Ciudadanos o Podemos, si sono registrati ulteriori problemi nella formazione di maggioranze coese.

Tuttavia, con le recenti difficoltà politiche, il Congresso dei deputati ha riacquistato centralità, così come le contrattazioni tra i partiti politici: si pensi alle trattative per l’approvazione della mozione di sfiducia costruttiva al governo Rajoy e la successiva formazione dell’esecutivo socialista guidato da Pedro Sanchez, sostenuto dall’appoggio esterno di Podemos e dei partiti nazionalisti e regionalisti.

In questo, si conferma, come lo stesso dato legislativo pare rilevare, la concezione kelseniana della democrazia parlamentare, intesa come l’essenziale ricerca di una sintesi e di un compromesso fra le diverse istanze rappresentate in Parlamento e nella società.

In conclusione, è difficile prevedere se il sistema dei partiti e le Istituzioni spagnole, possano definirsi come consolidati nei loro attuali equilibri. Rimangono aperte grandi questioni quali la fragilità del sistema bipartitico, la mancata soluzione delle istanze federali e delle relative problematiche di funzionalità del Senato. Un sistema che appare fragile ma aperto a cambiamenti progressivi.

Paolo D’Aleo

Il dilemma tra maggioritario o proporzionale

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Questa prima fase della tornata elettorale sembra già offrire elementi e spunti per una qualche riflessione sul sistema di voto, semmai in un prossimo futuro la politica avesse a decidere di riprendere in mano l’argomento, preferibilmente, almeno a mio modesto parere, attraverso provvedimenti legislativi di rango costituzionale, che vadano ad interessare più ampiamente l’impianto istituzionale.

Prendendola un po’ da lontano, ci siamo sentiti dire abbastanza spesso che l’opzione maggioritaria, ed in particolare quella del collegio uninominale, era la strada che garantiva da un lato la governabilità e, dall’altro, permetteva a chi si reca alle urne di poter indicare il candidato di proprio gradimento, nonché espressione e voce del proprio territorio.

Si confrontavano pertanto due linee di pensiero, quella maggioritaria e quella proporzionale, con la prima che pareva riscuotere maggior consenso nella pubblica opinione, specie perché la seconda veniva associata ad una trascorsa stagione di Governi ricordati come poco duraturi, e anche un po’ troppo deboli (pur se non è esattamente così, vedi ad esempio gli anni Ottanta)..

Poi, alla prova dei fatti, abbiamo visto qualcosa di un po’ diverso, ossia candidati dell’uninominale provenienti non di rado da fuori, talché si è perso un pò per strada il non trascurabile parametro della territorialità, che avrebbe dovuto valorizzare la stima e la fiducia guadagnate dal candidato negli anni a livello locale, vale a dire laddove lo stesso è ben conosciuto (legando così elettori ed eletti, ovvero la politica con la comunità sociale).

In aggiunta a ciò, il fatto che un collegio dato per sicuro possa essere ambito anche da un candidato “esterno” al territorio, significa che chi lo presenta, partito o coalizione che sia, conta in qualche modo, ed ancora, sul voto “ideologico”, o sull’effetto “trascinamento” esercitato dalla lista plurinominale bloccata (e pure viceversa, dal momento che non è previsto il voto disgiunto).

Tale meccanismo riduce sensibilmente, o grandemente, i margini di scelta degli elettori, e nel dopo voto pure gli stessi eletti potrebbero non avere molto spazio ed autonomia rispetto alle decisioni del rispettivo Leader – vedi ad esempio quelle in materia di alleanze, che sono tema piuttosto delicato e sentito – atteso che il non “assecondarlo” potrebbe mettere in forse una eventuale ricandidatura.

Ma dobbiamo parimenti tener conto che il “leaderismo”, ormai esteso a tutti i partiti o quasi, non dispiace alla “gente”, apparentemente sempre più attratta dal carisma dell’una o altra personalità politica, quale via per uscire dai problemi dell’oggi, e se i “poteri” fanno capo a colui che guida il partito, egli cercherà comprensibilmente, e legittimamente, di avere una squadra quanto più “fidata” possibile (e la selezione delle candidature rientra giusto in tale logica).

Va altresì considerato che la vigente legge elettorale ha visto la luce dopo un lungo periodo di stallo, e con tempi abbastanza stretti rispetto al concludersi della legislatura, e ciò può aver indotto i partiti “contraenti” a trovare l’intesa su un testo che non per tutti poteva risultare appropriato e convincente (e adesso la sua applicazione dà modo di constatarne e segnalarne funzionamento ed effetti, ivi compresi gli eventuali limiti o difetti).

Partendo da queste premesse, se il Leaderismo ha ragion d’essere- e d’altronde in politica è stato di fatto adottato anche da chi fino a ieri lo criticava – non dovrebbe però restar confinato all’interno dei partiti, pena un intuibile controsenso, bensì estendersi anche agli assetti istituzionali, attraverso forme come il Presidenzialismo, o comunque l’elezione diretta di chi si propone al governo del Paese, con annesse prerogative, tra cui quella di poter sciogliere le Camere.

Il consistente “potenziamento” di detta figura apicale richiederebbe tuttavia adeguati contrappesi, che io immagino traducibili in un ordinamento dove le liste o coalizioni che sostengono il candidato a tale ruolo siano elette in maniera proporzionale con preferenze, e bassa soglia di sbarramento, il che darebbe agli eletti una indubbia forza, derivante dal consenso personale ricevuto, ma senza nondimeno il rischio di pregiudicare o indebolire l’azione del Presidente o Premier, forte a sua volta delle prerogative conferite.

Oltre ad abbinare governabilità e rappresentanza, si avrebbe un rafforzamento della territorialità, e le liste, diversamente dai “listini”, potrebbero ospitare un buon numero di candidati, così che nessuno o quasi abbia a sentirsi escluso, posto che sarebbero poi le preferenze ad avere l’ultima parola, cosicché da questo insieme mi sembrerebbe uscire una entità abbastanza rispondente ed equilibrata, e che ho qui ritenuto di abbozzare in modo più organico rispetto a precedenti occasioni.

Non ho ovviamente alcuna pretesa di aver visto giusto, ma ho semplicemente cercato di attenermi al principio secondo cui, da parte di chi segue le vicende politiche, andrebbero formulate proposte alternative quando si nutrono riserve su un determinato “modello”, elettorale o altro che sia (riserve che ultimamente mi è parso di veder affiorare in più d’uno).

Paolo Bolognesi

Piccole note a margine sulla legge elettorale

Si è parlato piuttosto ampiamente della nuova legge elettorale: il Rosatellum (II). Ne sono stati sottolineati gli evidenti limiti, che la rendono, nel merito, una pessima legge. La quale (ancora una volta, verrebbe da dire) non mette al primo posto gli elettori, i cittadini. Ma, pare più pensata per chi l’ha fatta, rispetto a chi la deve usare.
Una delle “scriminanti” per essa, fu individuata nel fatto di essere migliore della precedente: il Porcelluma di berlusconiana memoria. Il quale non pochi guai ha prodotto alla democrazia e alla qualità politica del nostro paese; non avendo certo bisogno di esaltare ancor di più il lato dell’appartenenza politica, al fine di essere eletti in Parlamento, rispetto alla tanto ricercata (e richiesta) competenza. Senza contare i disastri di un sistema elettorale che “de-territorializzava” il rapporto eletto elettore, rendendolo puramente formale.
Il tutto giocato su un piano inclinato, quanto distorto, che vedeva, da una parte, e per le elezioni locali, sistemi con la preferenza, contrapposti ad un uno nazionale, a liste bloccate. Con il naturale risultato che i partiti perdevano ogni capacità di “guida” nei confronti delle federazioni locali. Anzi, la piramide, in un certo senso si rovesciava, con gli esponenti nazionali “costretti” a stare alle logiche territoriali, non di rado clientelari.
Non si sa, e lo si crede poco, che il Rosatellum sia la risposta sensata a tutto questo. Di certo, è un compromesso al ribasso, frutto di accordi volti, ovviamente, alla sopravvivenza di chi li ha fatti. Ed anticipato da un dibattito oggettivamente anemico, su un argomento di vitale importanza.
Eppure, quella sulla legge elettorale, non è solo una questione “tecnica”, ma anche culturale. E che lo sia, bastava vedere i danni provocati dal Porcellum per capirlo.
Ma, non abbiamo sentito vibrare in parlamento alti discorsi sull’argomento. E questo, il Rosatellum, ne è il risultato.
Gli accordi, le alleanze, e gli apparentamenti politici che ne stanno derivando, portano a fare una piccola riflessione.
In Italia guai a parlare di uninominale. Tranne i radicali, e qualche isolata voce sparsa trasversalmente nelle altre compagini politiche, è un discorso che mai è stato approfondito. Ed anche quando abbiamo introdotto il Mattarellum, ci siamo guadati bene dal renderlo “puro”. Anzi, infondendo in esso dosi di rappresentatività (leggi proporzionale), lo si è relegato nell’ambito delle leggi instabili.
In questo periodo di movimenti elettorali, dovuti all’avvicinarsi delle elezioni politiche, tutti cercano di “massimizzare”. Tradotto, cecano posti (anche legittimamente, per carità).
Molte delle liste costruite intorno al partito (o ai partiti) maggiore, ed in alleanza con esso, sanno che difficilmente raggiungeranno il quorum per avere loro candidati eletti nel proporzionale.
Cercheranno, quindi, spazio nelle liste dei grandi partiti, che possono assicurare un’elezione, altrimenti impossibile, con candidature nei collegi uninominali, più o meno blindati.
Allora, viene da dire, ci si è lamentati che l’uninominale non garantirebbe la “giusta” rappresentatività; che con esso sarebbero sparite le sensibilità politiche, comprese storie certo importanti, ed ora non si è arrivati nient’altro che allo stesso risultato di fatto, senza però i benefici di un sistema chiaro come l’uninominale.
I partiti più grandi, infondo, non fanno altro che concedere un diritto di tribuna. Cosa che è sempre possibile anche in regime di uninominale.
Ma, forse, il problema sta a monte: ovvero, nella mancanza totale di dibattito su un tema di importanza fondamentale per una virtuosa vita democratica.
Si continua a vivacchiare. Come l’Italia, del resto. Perché tutti già sanno che, chiuse le urne, difficilmente ci sarà un vincitore.

La Consulta, nessun conflitto sul Rosatellum

Legge elettrale_consulta

Il Rosatellum è costituzionale. Infatti la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili i conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato sollevati sulla legge elettorale. Nella camera di consiglio di oggi, la Corte costituzionale – riferisce una nota diffusa al termine della camera di consiglio – ha discusso, in sede preliminare di ammissibilità, quattro conflitti di attribuzione riguardanti le procedure di approvazione delle leggi elettorali cosiddette Italicum e Rosatellum. Tre conflitti sono stati presentati da alcuni soggetti che si sono qualificati allo stesso tempo come elettori, soggetti politici, parlamentari e rappresentanti di un gruppo parlamentare (Movimento 5 Stelle). Nessuno dei tre ricorsi individua in modo chiaro e univoco né la qualità in cui i ricorrenti si rivolgono alla Corte né le competenze eventualmente lese nè l’atto impugnato. Tali gravi carenze degli atti introduttivi non mettono la Corte in condizione di deliberare sul merito delle questioni. Perciò ne è stata dichiarata l’inammissibilità.

Il quarto ricorso è stato proposto congiuntamente dal Codacons, da un cittadino elettore e da un senatore contro il Governo, per aver posto la questione di fiducia, alla Camera dei deputati, durante l’iter di approvazione della legge elettorale cd. Rosatellum. Per ragioni analoghe anche tale conflitto è stato dichiarato inammissibile. Inoltre, posto che un senatore non ha titolo per sollevare conflitto contro il Governo, per di più lamentando vizi del procedimento parlamentare seguito presso la Camera dei deputati, nessuno dei ricorrenti è, nel caso di specie, qualificabile quale potere dello Stato.

Ma i ricorrenti non si danno per vinti. Un pool di avvocati si prepara a depositare in Consulta nelle prossime ore – tra domani e giovedì – un altro ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sul Rosatellum. Nel ricorso – su cui si sta ultimando la raccolta firme – i legali si qualificano come esponenti del corpo elettorale e come tale ritengono di poter essere qualificati come potere dello Stato, e agiscono contro le Camere.

Legge elettorale, voti segreti verso quota 50

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Mentre i 5 Stelle chiedono l’intervento di Mattarella sulla legge elettorale, continuano i voti in commissione e alcune fonti affermano che potrebbero essere fino a 48 i voti segreti richiesti sulla legge elettorale. Sono 179 gli emendamenti che al Rosatellum. È prevista una seduta ad oltranza per esaminare tutte le proposte di modifica, dato che il testo deve andare in aula domani alle 11. Le valutazioni sono ancora in corso ma i quasi cinquanta voti segreti possibili sugli emendamenti in materia di minoranze linguistiche potrebbero rendere necessari più voti di fiducia di quelli posti alla Camera, per garantire di approvare in via definitiva la legge senza modifiche questa settimana. “È impensabile che affrontiamo l’Aula senza ricorrere alla fiducia quando ci sono decine di voto segreti” ha detto il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Luciano Pizzetti.

Ma alla vigila dell’arrivo in aula del Rosaltellum, si fanno già i conti. Tutto si giocherà sul numero legale in Aula. Al Senato, infatti, ormai le forze che si oppongono al Rosatellum bis danno per scontato che il governo porrà 5 fiducie, una su ogni articolo della legge elettorale.

La maggioranza di governo, da parte sua, sta lavorando affinché in tutte le votazioni sulla fiducia risulti autosufficiente, senza dover ricorrere al ‘soccorso’ di Forza Italia e Ala. E Pd, Ap, Autonomie e i tre sentori di Idv, che finora hanno votato le fiducie al governo, contano di farcela da soli. Ma si deve tener presente il rischio assenze, quelle ‘senza giustificazione’, a cui potrebbero ricorrere alcuni senatori ‘dissidenti’ dei partiti che sostengono la riforma. È soprattutto sulle assenze dall’Aula al momento del voto, infatti, che si gioca gran parte della partita al Senato. Questo perché Forza Italia e Lega, come hanno già fatto alla Camera, non intendono votare la fiducia, seppure ‘tecnica’.

Ma a palazzo Madama il voto di astensione equivale a voto contrario, per cui l’unica strada sarebbe quella di non partecipare al voto. Ed è proprio delle ‘assenze’ dei due partiti di centrodestra che gli oppositori del Rosatellum bis potrebbero approfittare per tentare il blitz facendo mancare il numero legale. Discorso a parte va fatto per Ala: il gruppo alla Camera non ha votato la fiducia ma ha detto sì in occasione del voto finale. L’intenzione è quella di bissare al Senato. Ma i voti dei verdiniani potrebbero ‘servire’ alla maggioranza qualora i numeri fossero a rischio. Pd e Forza Italia, quindi, stanno facendo di conto per verificare tutte le strade: “Si farà tutto quello che deve essere fatto per far passare la legge”, osserva un esponente di centrodestra. Fonti azzurre, del resto, ricordano che “esistono tantissimi escamotage tecnici per garantire il numero legale”, anche a fronte della possibile scelta delle opposizioni di lasciare l’emiciclo così da mettere a rischio la votazione.

Al Senato il numero legale richiesto è pari alla metà più uno degli aventi diritto al voto. Non entrano nel computo, recita il Regolamento, i senatori assenti per incarico avuto dal Senato o in ragione della loro carica di ministri, così come i sentori in congedo che non possono però essere più di 1/10 del totale dei componenti dell’Assemblea, quindi non più di 32 senatori su 320 (315 eletti più i 5 senatori a vita). Da qui, viene spiegato, la scelta di utilizzare le ‘assenze giustificate’ per abbassare il quorum richiesto per avere il numero legale di presenze in Aula. Inoltre, sempre nel Pd e in Forza Italia si sta anche ragionando su un possibile ‘piano B’, da utilizzare come extrema ratio: qualora la situazione numeri dovesse diventare critica, viene spiegato, alcuni senatori azzurri – insieme ai verdiniani – potrebbero rimanere in Aula e votare contro la fiducia, garantendo così il numero legale ma senza mettere a rischio l’esito favorevole del voto.

Sulla carta, ed escluse le assenze, la legge elettorale con voto di fiducia può contare su 143 voti sicuri della sola maggioranza. Anche se potrebbe venire a mancare il sì di alcuni singoli senatori. È ad esempio da vedere come si comporteranno i 4 ‘critici’ del Pd (Tocci, Chiti, Mucchetti, Micheloni) che hanno presentato emendamenti al Rosatellum bis. Alcuni malumori ci sono anche dentro Ap, così come tra le fila azzurre. Nessun problema di numeri sul voto finale, dove si procederà senza fiducia e a scrutinio palese. Sulla carta il via libera definitivo potrebbe superare i 230: 24 voti di Ap, 98 del Pd, 18 delle Autonomie, 3 dell’Idv, 14 di Ala, 42 di Forza Italia, una 15na di Gal, 12 della Lega, a cui si potrebbero aggiungere alcuni voti dal gruppo Misto e da altre forze come Federazione della Libertà e Udc.

Il Rosatellum verso l’Aula, tra voti segreti e fiducia

senatoLegge elettorale al giro di boa dell’Aula del Senato. Con ogni probabilità il Rosatellum arriverà nell’emiciclo di Palazzo Madama senza mandato al relatore, visto che è stato calendarizzato dalla conferenza dei capigruppo per martedì prossimo, 24 ottobre, senza la formula ‘ove concluso l’esame in commissione’. È possibile quindi che il Governo ponga la questione di fiducia, anche se il dado non è stato ancora tratto in attesa di leggere gli emendamenti che verranno presentati in Aula. Il termine scade lunedì 23 alle ore 13.

Intanto, concluso il giro di audizioni dei costituzionalisti, la prima commissione di palazzo Madama porta avanti il lavoro sulla riforma. Sono 181 le proposte di modifica dei gruppi parlamentari depositate stamattina. Due arrivano anche dal Partito democratico, e sono a prima firma Claudio Micheloni, eletto nella circoscrizione Europa, e Francesco Giacobbe, eletto nella circoscrizione Oceania. Tutte e due riguardano il voto degli italiani all’estero, e chiedono la soppressione della norma, ribattezzata da alcuni ‘salva Verdini’, che consente di eleggere fuori patria anche chi risiede nel territorio italiano.

Facendo i conti sulle richieste dei partiti, M5S ha presentato 69 emendamenti, Sinistra italiana 41 e Mdp 28, il gruppo Misto 12, 13 dal Gal, 7 da ‘Idea’, 4 dalla Lega e 1 dalle Autonomie. Anche Alternativa popolare ha presentato 4 emendamenti. A questi si aggiungono i 2 del Pd. Da lunedì pomeriggio, in attesa dei lavori d’Aula che iniziano il giorno dopo, si comincerà a votare in commissione. Da parte sua il Governo sta a guardare. Alcune proposte di modifica avanzate dal Movimento 5 Stelle, nella commissione presieduta da Salvatore Torrisi, riguardano le minoranze linguistiche. Su questa parte della legge possono chiedere il voto segreto.

La parte sulle minoranze linguistiche, viene però osservato in ambienti della maggioranza di Governo, non è quella dirimente rispetto al complesso delle norme contenute nel Rosatellum. Ma se anche per l’Aula si dovessero presentare proposte di modifica che implicano il voto segreto, questo verrebbe considerato un atteggiamento ostruzionistico. L’indicazione è che si vuole procedere come accaduto nei mesi scorsi sul Tedeschellum, poi affossato, che porterebbe di conseguenza l’utilizzo dello strumento della fiducia.

In commissione ed in Aula, sulla carta, l’accordo trasversale sulla legge supera i numeri che appoggiano il Governo Gentiloni, visto che anche Lega, Forza Italia e Ala si schierano a favore del provvedimento. Per il Carroccio, per FI, e probabilmente anche per i 14 senatori verdiniani, resta però l’incognita della fiducia e dell’atteggiamento da assumere. Il punto è se partecipare al voto per garantire il numero legale, oppure, visto che l’astensione è comunque preclusa perché al Senato equivale a voto contrario, non partecipare. Mossa, quest’ultima, che pero’ aprirebbe alle altre forze di opposizione il varco per tentare il blitz e far mancare il numero legale.

Quanto alle votazioni in Assemblea, se il Governo porrà la questione di fiducia, a Palazzo Madama si sottolinea che con ogni probabilità bisognerà declinarla al plurale: ci sarà infatti più di un voto e c’è chi, dall’opposizione, già ieri sottolineava di almeno 5 fiducie per approvare il testo. In quel caso ci vorrà poi anche un voto finale sul ddl nel suo complesso, che non sarà, da regolamento, a scrutinio segreto. Atteso, in Aula, l’intervento del presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha già avuto modo di criticare la decisione del governo di porre la questione di fiducia. L’obiettivo della forze che sostengono il Rosatellum resta quello di approvare la legge in settimana, possibilmente giovedì 26, e passare poi alla sessione di Bilancio. Fuori dal Palazzo ci sarà la protesta dei 5 Stelle, convocata per mercoledì 25 che potrebbe protrarsi fino al giorno dopo.

Legge elettorale. Il 24 ottobre il testo in Aula al Senato

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Il Rosatellum 2.0 supera i primo voti in Senato, seppur solo sulla sua calendarizzazione, con numeri che tranquillizzano i partiti che sostengono la legge.

Una legge che ha il sostegno pieno dei socialisti. Anzi che riprende la proposta stessa del Psi. La nuova legge elettorale afferma infatti Riccardo Nencini la “ho proposta e condivisa”. “Sono favorevole – aggiunge – ad un sistema che è in parte maggioritario in modo tale da consentire al cittadino di scegliersi direttamente il proprio rappresentante in Parlamento”.

Il testo sarà in Aula già martedì prossimo, con un passaggio rapidissimo in Commissione, che manda su tutte le furie M5s, Mdp e Si, che parlano di “forzatura”. Elemento l’inaspettato annuncio di Ala di non dar per scontato il suo sì, dopo la frenata alla Camera sul ddl Falanga sull’abusivismo.

Che gli oppositori alle legge non volessero arrendersi senza dar battaglia, lo ha dimostrato una lettera che i deputati di M5s hanno scritto alla presidente Laura Boldrini, sostenendo che una correzione da lei fatta nell’ambito del coordinamento formale del testo del Rosatellum (prima di inviarlo al Senato), fosse stata in realtà una correzione sostanziale. Tesi respinta dalla presidente della Camera.

Quando poi a Palazzo Madama, alla conferenza dei capigruppo, il presidente dei senatori Dem Luigi Zanda ha chiesto di calendarizzare il Rosatellum in Aula il 24 ottobre, cioè tra una settimana, sia M5s, che Mdp, con la capigruppo Cecilia Guerra, che Si, con Loredana De Petris, hanno protestato vivacemente. Il calendario è stato approvato con il sostegno del Pd, Psi, Fi, Ap, Lega e Autonomie ma è stato sottoposto al voto d’Aula, non
avendo avuto l’unanimità. Qui i pentastellati hanno chiesto di togliere il Rosatellum dal calendario per inserire la legge sui vitalizi, per la quale, ma anche per la legge elettorale,
avevano tenuto un flash mob durante la conferenza dei capigruppo. L’Aula però ha confermato il calendario con un voto che ha fornito numeri confortanti che i sostenitori del
Rosatellum. Inaspettato però è stato l’annuncio di Ciro Falanga: “Voterò il Rosatellum 2.0 solo se saro’ convinto del testo”, dopo il dispetto alla Camera del rinvio in Commissione della legge sull’abusivismo promossa dallo stesso Falanga. Ala ha voti aggiuntivi rispetto a quelli di Pd, Fi, Lega, Autonomie e Direzione Italia, ma sono sempre 14 voti pesanti anche in vista della legge di Bilancio.

Nel frattempo la Commissione affari costituzionali ha avviato l’esame del Rosatellum 2.0 con l’illustrazione del testo da parte del relatore Salvatore Torrisi, presidente della Commissione e il respingimento, in serata, delle pregiudiziali presentate da M5s, Mdp e Si. Per andare in Aula il 24 ottobre, il cammino della Commissione sarà a passo di carica: discussione generale fino a mercoledì, giovedì audizioni di esperti, venerdì
termine per gli emendamenti e lunedi’ 23 ottobre voto il pomeriggio e la sera.

Nencini: referendum farsa per Veneto e Lombardia

zaia maroni“È un referendum farsa che non serve a nulla se non a spendere denaro pubblico”. Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini riferendosi al referendum della Lega del 22 ottobre che si voterà in Veneto e Lombardia. Il Psi non ha mezzi termini: il referendum è inutile e per questo l’indicazione è di non recarsi al voto. Nencini sabato sarà a Peschiera del Garda per spiegare le ragioni.

Il Psi è per il non voto. Perché?
I referendum è inutile. Ma vi è anche una ragione che prende spunto da quello che sta succedendo in Catalogna. Non si può prestare il fianco a nessuna ipotesi che possa essere considerata un ponte verso il secessionismo.

Si parla di un costo di circa 50 milioni per queste consultazioni…
Il referendum consultivo del 22 ottobre costerà circa 46 milioni di euro che avrebbero potuto essere invece spesi per il sostegno al lavoro e ai cittadini più in difficoltà.

Ma quali possono essere per i cittadini gli effetti di una eventuale vittoria del referendum?
Non cambierebbe assolutamente nulla. La Costituzione è chiara. Non può esserci una diversa ripartizione del carico fiscale e per avere una maggiore dose di autonomia si deve comunque consultare gli enti locali e aprire un tavolo con il governo. Tertium non datur. Insomma alla base del referendum vi è un atto di menzogna. Ho ascoltato e letto più volte sia Zaia che Maroni. Giustificano il referendum pensando che il lombardi e i veneti siano degli allocchi. Perché dicono loro se il referendum avrà successo vi sarà una diversa ripartizione a vantaggio delle due regioni. Ma è falso, la Costituzione non lo consente. La costituzione invece permette maggiore autonomia in alcune materie. Per esempio ambiente e pubblica istruzione.

Cosa servirebbe invece al Paese?
Noi abbiamo bisogno di una profonda riforma delle istituzioni. Perché servono piattaforme istituzionali più forti, più autorevoli per stare nella globalizzazione e della competizione internazionale. Abbiamo bisogno di macro regioni, di città metropolitane i cui vertici siano eletti direttamente dai cittadini. Poi abbiamo bisogno di un numero minore di comuni. E in un momento in cui si pensa alla riforma delle istituzioni non si può elidere la domanda, tanto più se si dà maggiore autonomia e regioni riformate, sull’elezione diretta del capo dello Stato come segno dell’unità del Paese

Parliamo della legge elettorale. Il voto di fiducia ha scaldato molto gli animi. C’è chi parla di deriva autoritaria…
La fiducia sarebbe stata un dito in un occhio se la legge elettorale fosse stata concepita esclusivamente dalla maggioranza di governo. Perché le regole del gioco si scrivono assieme senza una maggioranza e una minoranza precostituite. Le regole vanno scritte nella coralità del Parlamento. Ora vi è una vasta platea. Mancano solo i grillini perché hanno rotto il patto sul tedeschellum prima della pausa estiva. Bisogna stare nel merito. Non guardare il dito ma guardare la luna.

E il merito qual è?
Il merito è che noi sosteniamo da tre Congressi che serve un sistema elettorale che si fondi sulle coalizioni. I partiti a vocazione maggioritaria l’Italia non li ha conosciuti se non nella Dc di De Gasperi. Da questo punto di vista il Rosatellum bis è una legge che consente agli italiani di scegliere la coalizione che deve governare.

Mentre i grillini gridavano sotto Montecitorio al Pantheon vi era chi fino a poco tempo fa era nel Pd…
Molti di loro hanno già votato la fiducia alla legge elettorale. Insomma sotto quel al palco c’è chi la fiducia la ha già votata a suo tempo.

Daniele Unfer

Legge elettorale, il Rosatellum passa alla Camera

tabellone legge elettoraleLa Camera dei deputati, con voto segreto, approva il Rosatellum. I 375 i sì, 215 i contrari. Ha retto quindi l’accordo tra la maggioranza, Forza Italia e Lega. Ora il testo dovrà essere approvato anche dal Senato ove la maggioranza è meno solida. E con la posizione contraria di Mdp il sentiero si fa ancora più stretto. “Il Rosatellum non è perfetto, –  afferma Oreste Pastorelli, deputato del Psi, nel corso delle dichiarazioni di voto finale sulla riforma della legge elettorale – tuttavia è in grado di consegnare ai cittadini una normativa elettorale accettabile e rappresentativa. La nuova proposta, infatti, incoraggia le coalizioni, proprio quello che avevamo indicato noi socialisti già da qualche tempo”. “E’ davvero arrivato il momento – prosegue – che le forze responsabili del Parlamento consegnino al Paese una nuova legge elettorale: a pochi mesi dalla fine della legislatura, infatti, non si può fallire un obiettivo così importante per la democrazia. Il presidente della Repubblica ha più volte richiamato le Camere: dopo il tentativo di giugno, adesso è giunta l’ultima occasione, quella che non può essere mancata. Sarebbe la vittoria dell’irrazionalità a scapito della responsabilità, del populismo a svantaggio della politica”.

Pia Locatelli sottolinea “il passo avanti che è stato fatto sulla parità di genere rispetto alle leggi precedenti”.  “Il testo accoglie le richieste che da anni avanziamo di un maggior equilibrio della rappresentanza di genere nelle istituzioni  prevedendo che nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore al 60% sia nei collegi uninominali sia in quelli plurinominali. Questa regola vale anche per i e le capilista”. “Certo  – aggiunge – noi avremmo voluto una rappresentanza alla pari, quindi 50 e 50, soprattutto  avremmo  voluto che il conteggio della ripartizione delle candidature tra donne e uomini alla Camera fosse a livello circoscrizionale, così come è per il Senato, e non nazionale. In questo modo, infatti, c’è il rischio, anzi la certezza, che alcuni partiti concentreranno le candidature femminili nelle regioni dove sono deboli e quelle maschili nei territorii in cui sono più forti, con la conseguenza di non eleggere nessuna donna”.

Ora gli occhi sono sul Senato. Dove si conta su un iter sprint in commissione Affari costituzionali: appena tre giorni di lavoro già la prossima settimana, in modo da approdare
in Aula subito dopo il 20 ottobre. Se il cammino dovesse procedere senza imprevisti,
l’Aula del Senato potrebbe essere in grado di approvare la nuova legge elettorale anche prima delle elezioni siciliane, che si terranno il primo weekend di novembre. Un obiettivo al quale puntano le forze politiche che vogliono mettere al riparo il Rosatellum da eventuali ripercussioni dovute all’esito del voto regionale. Si tratta ovviamente di un timing che non contempla nuove  modifiche alla legge elettorale. E che secondo molti, fa già intravedere una nuova fiducia al Senato.

Durissimi i commenti di Mdp. Ormai definitivamente fuori dalla maggioranza. D’Alema definisce la legge “antidemocratica e incostituzionale” mentre Bersani parla di una legge come il “cubo di Rubik” e i 5 Stelle si sono ritrovati in sit in davanti al palazzo della Camera dei deputati. Roberto Speranza parla di “pagina nera della storia del nostro Parlamento”. Con la fiducia sul Rosatellum 2.0, aggiunge,  “evapora la discontinuità tra il Governo Gentiloni con quello Renzi, ed evapora così anche il nostro vincolo di fiducia”.

Forza Italia vota a sostegno della legge mantenendo l’impegno preso. “E’ l’unica mediazione possibile” afferma la portavoce azzurra Mara Carfagna. Nella dichirazione di voto finale il capogruppo Renato Brunetta vede nel voto di  oggi “una possibilità di riscatto” per la legislatura. Brunetta sottolinea che “occorre una legge fatta in Parlamento non contro qualcuno ma condivisa dalla maggior parte delle forze politiche. Non esiste una legge che faccia perdere se hai i voti né che ti fa vincere se non li hai”.  Favorevole anche il  voto di Ap. Il Rosatellum 2.0 “non è la legge migliore ma è una buona legge” afferma in Aula Maurizio Lupi annunciando in Aula il sì dei 22 deputati del gruppo. “Abbiamo lavorato insieme a una buona legge elettorale che mette insieme diversi valori. Il collegio uninominale è positivo sul piano del rapporto tra eletto e elettore; il secondo elemento che chiedevamo era la corretta rappresentanza della volontà degli elettori attraverso il proporzionale”

Sulla seconda fiducia i voti a favore sono stati 308 e 81 i contrari. Otto gli astenuti. Le prime due fiducia erano state votate ieri. Per tutto il giorno Pd e Forza Italia hanno fatto i conti in vista del voto finale sul Rosatellum bis. Sono stati calcolati i voti che sarebbero potuti mancare al Pd e stimati dai dem tra i 15 e i 20. I renziani infatti temono imboscate da parte dei nemici del segretario. Tanto che il ministro della Giustizia Orlando ha voluto allontanare da sé i sospetti auspicando “un passo nella direzione dell’approvazione della legge”.

Dentro Forza Italia i riflettori erano puntati sui deputati eletti al sud, dove il malumore permane in quanto convinti di essere i più penalizzati dalla nuova legge elettorale. Fonti azzurre riferivano che le ‘defezioni’ sarebbero state intorno alla decina, ma i più ottimisti parlavano di di 5-6 deputati. Dalla Lega invece nessun dubbio: tutti presenti al voto. Chi ha fatto i conti, pallottoliere alla mano, ha valutato in meno di 100 i franchi tiratori.