Legge elettorale. Lauricella:
Tempi ancora lunghi

Legge_elettorale_ItalicumSi procede a rilento sulla legge elettorale. Pare non ci sia più tanta fretta di giungere a un’intesa su un nuovo sistema. Alla Commissione Affari Costituzionali sono state presentate ad oggi ben 28 proposte di legge. Sembra improbabile che per il 27 marzo ci sia un testo pronto da presentare in Aula. Ne abbiamo parlato con l’onorevole del Pd Giuseppe Lauricella, professore di diritto costituzionale all’Università di Palermo.

Onorevole Lauricella dopo la sentenza della Consulta che ha modificato in parte l’italicum come si possono armonizzare le due leggi di Camera e Senato? Lei ha presentato una proposta di legge che va in questa direzione. Ci spiega perché?
GIUSEPPE-LAURICELLALa mia proposta di legge, presentata subito dopo l’esito del referendum costituzionale e prima della sentenza della Corte, coincide con i principi fatti salvi dalla Corte stessa. La proposta prevede l’estensione del sistema, già previsto per la Camera, al Senato: eliminazione del ballottaggio, premio di maggioranza, che viene assegnato alla lista che raggiunga il 40 per cento dei voti validi, sia alla Camera che al Senato, su base nazionale. Con tale soluzione, l’omogeneità, richiesta dal Presidente Mattarella e dalla Stessa sentenza della Corte costituzionale, verrebbe garantita. Infatti, se la lista raggiunge il 40 per cento in entrambe le elezioni di Camera e Senato, la maggioranza è omogenea. Se, invece, nessuna lista raggiunge tale risultato, i seggi vengono distribuiti proporzionalmente tra tutte le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento e, pertanto, la maggioranza di governo risulterà omogenea perché formata dalla stessa coalizione in entrambe le Camere. La mia proposta ha il pregio di non rinunciare all’idea maggioritaria e di prevedere il risultato proporzionale quale soluzione residuale.

Le due soglie di sbarramento da lei proposte non rendono farraginoso il sistema elettorale?
Le soglie di sbarramento presenti nei sistemi attualmente in vigore – 3 per cento su base nazionale per l’elezione della Camera e 8 per cento su base regionale per l’elezione del Senato – possono creare una disomogeneità certa. La mia proposta prevede la stessa soglia del 3 per cento, su base nazionale, per la Camera, mentre il 4 per cento, su base regionale, per il Senato. In tal modo, le forze presenti in una Camera corrisponderebbero a quelle del Senato, semplificando, anzi, agevolando il sistema.

Il 40 per cento per il premio di maggioranza non è un po’ troppo alto per poterlo raggiungere?
È alto se si fa riferimento alle forze e alla situazione politica di oggi. A parte il fatto che un sistema elettorale dovrebbe essere pensato per durare nel tempo e, dunque, prescindendo dalle esigenze di parte e contingenti, porre una soglia del 40 per cento per ottenere il premio di maggioranza è ragionevole per due ordini di fattori. In primo luogo, perché offre un livello di legittimazione adeguato in favore della forza politica che dovesse raggiungerla, atteso che persino la Corte costituzionale, nella recente sentenza, ha ritenuto tale misura (correlata al premio del 54 per cento dei seggi) “non manifestamente irragionevole”, quasi a voler dire che sotto tale misura potrebbero sorgere dubbi di costituzionalità. In secondo luogo, perché la possibilità di raggiungere tale soglia, può finire con il favorire la polarizzazione del voto, nel senso del c.d. “voto utile”, facendo aumentare la probabilità di raggiungerla. Non va, comunque, sottaciuta la proposta di prevedere anche il premio alla coalizione. È evidente che, in tale caso, la coalizione verrebbe formata prima delle elezioni, unicamente per avere maggiori possibilità di raggiungere la soglia e vincere le elezioni, con conseguenze già note nel rapporto tra maggioranza e governo. Ma se ciò serve ad agevolare la modifica della legge elettorale, mi sembra il male minore.

C’è anche un altro punto che non trova d’accordo molti parlamentari. I capilista bloccati. Si può intervenire per modificarlo?
Le critiche ai capilista bloccati mi sembrano un’ipocrisia. La stessa Corte ha affermato che tale scelta appartiene al potere che la Costituzione attribuisce ai partiti politici. In ogni caso, l’affidare ai partiti la scelta dei capilista bloccati non mi sembra più “lesiva” rispetto alla scelta dei capilista imposti dai partiti – e, dunque, di fatto, bloccati – fino agli inizi degli anni novanta, o ai candidati dei collegi “sicuri” dei collegi uninominali. I capilista bloccati sono previsti anche nella mia proposta: se non li avessi previsti, nessuno avrebbe preso in considerazione la proposta stessa. Ma il tema c’è e spero si possa risolvere. Ma non con le preferenze. Sembrerò politicamente scorretto, ma pensò che oggi le preferenze possono persino essere criminogene, perché rischiano di favorire non la qualità dei candidati ma la quantità dei detentori dei pacchetti di voti. Ritengo che le preferenze vadano superate, dando rilievo all’offerta politica di ciascuna forza politica, chiamata ad assumersi la responsabilità non solo per la proposta politica ma anche per la formazione delle liste, come, peraltro, è sempre avvenuto, tranne quando si è delegato alle c.d. “parlamentarie” o alla scelta via web. Le liste dovrebbero essere totalmente bloccate, come avviene in molti altri sistemi elettorali esteri, dove non si prevedono voti di preferenze. Sistema, peraltro, costituzionalmente legittimo, come di recente ribadito dalla stessa Corte costituzionale.

Tutto comunque è rinviato a dopo il congresso del PD non crede?
Penso che andrà proprio così. E mi sembra politicamente logico. D’altra parte, visto l’evolversi della situazione, non mi sembra che vi sia più neanche l’urgenza. Invece, spero che vi sia, in tempi ragionevoli, davvero la volontà di correggerla per rispondere all’esigenza di omogeneità manifestata dal Presidente della Repubblica e dalla Corte costituzionale. Diversamente, andremmo a votare con i sistemi vigenti, certamente disomogenei, che condurrebbero all’impossibilità di formare maggioranze omogenee e, dunque, ad un nuovo scioglimento delle Camere. Scenario che nessuno può sperare e che non si può consentire.

A proposito di congresso. Lei si è schierato con Orlando. Perché?
Credo che il Partito democratico abbia bisogno di un segretario che faccia il segretario e si dedichi a tempo pieno al Partito. Non ci possiamo più consentire un segretario che conquisti la segreteria come viatico per guidare il governo. Il Partito quale ponte per accedere al governo. Sarebbe, probabilmente, un colpo letale. Il Partito ha bisogno di essere ripensato, ricostruito, ristrutturato partendo dalla periferia, dal territorio. Tornare ad essere la sede del confronto, del dialogo, per costruire le scelte condivise, dal centro alla periferia. Ripensare alla partecipazione quotidiana e non solo nelle occasioni elettorali. Ecco, in questo senso credo che Orlando sia la scelta adeguata. Renzi avrebbe dovuto pensare ad un altro ticket: Orlando alla segreteria e lui al futuro governo. Il ticket con Martina mi fa sospettare che Renzi continui a non pensare a dedicarsi al Partito ma, piuttosto, a utilizzare il Partito per tornare al governo, lasciando Martina alla guida del Partito.
Dunque, voti Renzi ma ti ritrovi Martina segretario, artatamente legittimato dal ticket. Ma non presentato come segretario. Ecco perché per la segreteria scelgo Orlando, candidato per fare il segretario.

Ida Peritore

Si allungano i tempi per la legge elettorale

urna-elettoraleSlitta l’approdo in aula alla Camera della legge elettorale, inizialmente programmato per il 27 febbraio e subito arrivano le accuse incrociate di voler allungare i tempi. Il presidente della Commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, invierà a breve una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini, per comunicare che la Commissione non terminerà i propri lavori in tempo per quella data. Nella seduta odierna di oggi Mazziotti, che è anche relatore, ha illustrato altre quattro proposte di legge depositate nonché la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Si è quindi deciso di procedere a alcune audizioni su punti precisi della normativa elettorale, che si svolgeranno venerdì della prossima settimana, dato che nel frattempo la Commissione dovrà esaminare il decreto sicurezza. A questo punto la Commissione non riuscirà a concludere i lavoro entro la mattina di lunedì prossimo, 27 febbraio, così da rispettare il calendario. Di qui la lettera di Mazziotti a Boldrini.

L’invito della Corte costituzionale al Parlamento a varare una legge elettorale che favorisca la formazione di maggioranze parlamentari omogenee, deve avere un seguito concreto. altrimenti significherebbe “tradire lo spirito del nostro sistema costituzionale”. Ha detto ancora il relatore alla legge elettorale, Andrea Mazziotti, illustrando in Commissione la sentenza della Consulta sull’Italicum. “A conclusione della sentenza – ha detto Mazziotti – la Corte ha richiamato l’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 sulla legge di riforma, che ha confermato un assetto costituzionale basato sulla parità di posizione e funzioni delle due Camere elettive. In tale contesto, la Corte ha quindi rilevato che ‘la Costituzione, se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non ostacolino, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee’. “Quello della Corte – ha quindi aggiunto Mazziotti – non è un banale commento. E’ un monito all’intero Parlamento: non dare al Paese una legge omogenea e funzionante, magari per meri interessi di partito, significa tradire lo spirito del nostro sistema costituzionale. E di questo – ha concluso – tutti noi dovremo tenere conto”.

Su tutte le furie i 5 Stelle che parlano di melina. “La verità – scrivono in una nota i deputati M5S della commissione Affari costituzionali – è che non vogliono farci votare per arrivare a maturare la pensione a settembre”. La risposta arriva direttamente dal Pd: “Il Pd in queste settimane non ha mai chiesto di far slittare la data di arrivo in Aula della legge elettorale, non ha chiesto audizioni, non ha chiesto il rinvio della discussione. Ha chiesto di far partire la discussione su una proposta di legge a prima firma Nicoletti che ricalca il cosiddetto Mattarellum e si è detto disponibile a lavorare in qualsiasi giorno della settimana. Sono altri gruppi politici di opposizione che, legittimamente, hanno chiesto di attendere il deposito della sentenza della consulta e l’analisi di quella sentenza. Dunque, per il rinvio della data del 27 febbraio, i 5 stelle si rivolgano ad altri”. Lo dichiara il capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali della Camera Emanuele Fiano.

Interviene anche il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio per il quale “occorre mettere in salvo il confronto sulla legge elettorale, sottraendola al conflitto in atto nel Pd, pur comprendendo che, probabilmente, una equilibrata formula elettorale, senza posizioni privilegiate per nessuno, potrebbe aiutare i dibattiti nei partiti. Togliere i capilista bloccati, infatti, non è solo un atto di giustizia nei confronti del popolo sovrano, ma anche una regola che consente una battaglia aperta e leale dei candidati nelle stesse liste”.

Legge elettorale in commissione. Ma la quadra non c’è

Sebbene ufficialmente il calendario dei lavori della Camera preveda che la riforma della legge  elettorale approdi in Aula lunedì 27 febbraio, mai come in questo momento appare alquanto improbabile il rispetto della  tabella di marcia. È vero che oggi la commissione Affari  costituzionali ha avviato formalmente l’iter, con la relazione del presidente e l’incardinamento delle 18 diverse proposte di legge finora presentate, ma è altrettanto vero che tutto resterà ufficialmente congelato fino alle motivazioni della  sentenza della Consulta sull’Italicum.

Il vero nodo adesso è rappresentato dalle  mosse di Matteo Renzi, che dovrebbe sciogliere la riserva sul da farsi alla Direzione di lunedì. Finché, ragionano i componenti dei vari schieramenti politici in commissione Affari  costituzionali, compresi gli stessi deputati del Pd, non  saranno chiare le sorti del partito e del suo segretario, con le possibili dimissioni e l’apertura della fase congressuale,  nulla si muoverà e nessuna trattativa concreta sulla futura legge elettorale potrà arrivare alla quadra. E’ questo il senso dei vari conciliaboli in Transatlantico e nei corridoi del palazzo. “Il documento dei 40 senatori del Pd – osserva un  parlamentare dem – ha messo la pietra tombale sul voto a giugno e ha aperto di fatto il congresso. Renzi sa che al Senato non ha più la maggioranza del gruppo e con quei numeri non si può permettere di portare avanti alcuna proposta sulla legge elettorale, andrebbe in minoranza”, tira le somme la stessa fonte. Insomma, finché non si conosceranno i nuovi equilibri di forza nel Pd, è la convinzione di un esponente di spicco di Forza Italia, la legge elettorale resterà nel congelatore. Questo perché, spiega un deputato di Area popolare, “le  posizioni sul modello di voto all’interno dello stesso Pd sono  molto diverse e prevarrà la linea dell’area che vincerà il congresso”. E un verdiniano chiosa: “Nel pieno della campagna congressuale per conquistarsi lo scettro del Pd si potranno mai  mettere d’accordo le varie anime dem su quale legge elettorale  fare?”.

Al momento solo M5S, Lega e Fratelli d’Italia continuano ad invocare il voto subito. Lo ribadisce anche oggi Beppe Grillo che, in un post in cui attacca governo, Pd e parlamento, chiosa: “bisogna approvare la legge elettorale e andare a votare”. Di tutt’altro avviso la presidente della Camera, Laura Boldrini: “La legge elettorale è importante, ma il Paese lo è di più. Credo sia deludente andare a votare senza aver approvato quello che io chiamo il ‘pacchetto diritti'”. Anche per Massimo D’Alema non c’è alcuna fretta, anzi sarebbe disastroso un ritorno anticipato alle urne. Quanto alla legge elettorale, “il Pd ne ha proposto cinque diverse. E non è la minoranza che rompe le scatole. Lo scontro più aspro è quello che divide l’idea di Franceschini di un premio alle coalizioni e quella di Orfini che lo vuole alla lista”. Per l’ex premier “occorre una legge che offra una chance di governabilità, con un premio ragionevole, alla lista che arriva prima. Ma i capolista bloccati vanno aboliti”.

Il candidato alla segreteria, Roberto Speranza, incontrando altri parlamentari della minoranza dem, ha detto: “Siamo aperti a discutere di coalizione per ricostruire il centrosinistra”. Ma vanno “eliminati i capolista bloccati”. Per Maurizio Lupi “con questa legge elettorale, in questo  momento, la cosa certa è che Area Popolare si presenta da sola”. Tuttavia, per Ap “il premio alla coalizione è meglio del premio alla lista semplicemente perché in questi mesi abbiamo visto finzioni assurde, meglio essere diretti. Ad esempio il listone unico che vogliono fare Salvini e la Meloni, non è meglio fare una coalizione a quel punto? Sbarramento al 3% in entrambe le Camere”. Forza Italia presenterà un suo  testo dopo le motivazioni della Consulta, ma la linea del non voto è già chiara. E oggi, Renato Brunetta ha anticipato i capisaldi della proposta azzurra: sistema a base proporzionale, no al ballottaggio, premio di maggioranza che scatta dal 40% in su e su base nazionale sia alla Camera che al Senato, soglie di sbarramento omologhe per entrambi i rami del Parlamento, capilista bloccati anche a palazzo Madama, no preferenze ma collegi uninominali sul modello del Provincellum: “Abbiamo 12 mesi di tempo perché la legislatura finisce a febbraio del 2018”, ha concluso.

Sinistra Italiana “pensa che sia necessaria una legge di impianto proporzionale che metta al centro il tema della rappresentanza, in equilibrio con il principio di governabilità, e che si eliminino definitivamente i capilista bloccati. Perché non si può arrivare all’ennesimo Parlamento con il 75% di deputati nominati”, ha spiegato il capogruppo Arturo Scotto.

NODI DA SCIOGLIERE

Consultazioni-Camera“Secondo me bisogna sciogliere il nodo della data del referendum e allo stesso tempo capire l’evoluzione della legge elettorale, in questo ordine”. Lo ha affermato il segretario del Psi e Riccardo Nencini, a margine della conferenza di organizzazione della Feneal-Uil. Il referendum in questione è quello promosso dalla Cgil sul lavoro (voucher e appalti). Nencini ha anche escluso che il codice degli appalti possa essere “l’attaccapanni giuridico” attraverso il quale veicolare modifiche sugli appalti, nella direzione richiesta dal sindacato. “Si tratta di fattispecie diverse” ha aggiunto. E sulla legge elettorale Nencini ha aggiunto che “i Socialisti non cambiano spalla al fucile. La strada maestra è un crono-programma così fatto: la maggioranza che sostiene il governo, che è la stessa che sosteneva il governo Renzi, si mette attorno a un tavolo. Anche perché è la stessa coalizione che presumibilmente si presenta alle prossime elezioni con una voce sola agli italiani. Stabilisce come primo passaggio che legge elettorale fare. Secondo, la proposta viene presentata all’intero arco delle forze parlamentari perché le leggi elettorali sono leggi regola, e quindi non devono avere una maggioranza e una minoranza precostituita. Terzo a quel tavolo che sostiene la coalizione si fissa anche un progetto per l’Italia”.

Legge elettorale e durata del governo sono ormai al centro del dibattito politico e stanno diventando una spada di Damocle per l’esecutivo costantemente sotto la minaccia degli umori di chi vorrebbe accelerare la strada verso le urne. A farne le spese il Pd, diviso su posizioni difficilmente conciliabili su diversi fronti. Dalla data del voto, alla legge elettorale al Congresso, solo per citare i temi di maggiore attrito. Insomma nel Pd si cerca la quadratura in vista della direzione del 13 febbraio. A rompere gli indugi e a sposare la testi del “lunga vita al governo Gentiloni” è l’ex segretario del Pd Bersani che nel dibattito interno al suo partito su Congresso e elezioni chiede chiarezza da parte di tutti. “E’ ora che tutti, dico tutti, dicano parole chiare: io sono per il voto nel 2018, perché il governo governi e da qui a giugno si faccia la legge elettorale e a giugno il congresso. Altrimenti – ha aggiunto – se non rimettiamo i piedi a terra, i cittadini non capiscono e andiamo nei guai non solo politici ma anche economici e sociali”. Quanto alla legge elettorale, per Bersani vanno tolti i capilista bloccati. “Io voglio sapere che ne pensa Renzi e che ne pensa Franceschini. Dalla data del voto tutto discende”, insiste Bersani che alla domande su un asse Franceschini-Orlando si indigna. E mentre i centristi, come afferma in una nota il segretario Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc, “passata l’euforia immotivata per il voto anticipato è essenziale ora mettersi al lavoro per individuare correzioni equilibrate alla legge Elettorale” cercando una “convergenza in Parlamento su un sistema proporzionale”, Forza Italia ancora non si pronuncia e attente la sentenza della Corte per scoprire le proprie carte.

Ginevra Matiz

Nencini: “Da Orfini idea medievale della parità”

On. Matteo OrfiniAncora toni alti, scontri e polemiche all’interno del partito democratico. Questa volta è stato Michele Emiliano a polemizzare con il segretario del partito. Il governatore della Puglia ha osservato che se Renzi non lascia la guida del Nazareno è perché vuole compilare lui le liste elettorali. “Il segretario non si dimette – ha detto Emiliano – perché ha un sacco di soldati e salmerie da collocare, ha da salvaguardare un sacco di persone. E se dovesse perdere la possibilità di fare le liste – ha aggiunto Emiliano – non so se quei sondaggi sarebbero uguali perché questi sondaggi sono cosi’ adesso che il segretario ha il potere di fare le liste e quindi tiene insieme tutte le infinite correnti del Pd”. A stretto giro è giunta la replica dura dei renziani che traducono il pensiero del segretario: “Emiliano se proprio si sente un leader – ha attaccato Ernesto Carbone, della segreteria – dovrebbe credere un po’ di più in se stesso e candidarsi alle primarie anziché battere ritirata al primo sondaggio letto dando poi la colpa a Matteo Renzi”.

Poi l’affondo più netto, direttamente dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini:”Non passa giorno senza che Emiliano provi ad aprire fronti nel partito alla cui guida, ‘suo malgrado’, vorrebbe candidarsi. Ogni giorno un attacco frontale al segretario e al partito. La dialettica è assicurata nel pd e la polemica, anche aspra, può essere a volte utile. Ma in questi giorni – ha concluso Guerini – sta assumendo livelli pericolosi, nel solco di esperienze già fatte in passato di tentativi di indebolire il leader di turno”.

Altro tema caldo che riguarda  tutti i partiti e non è esclusivo di un singolo, è la legge elettorale. Matteo Orfini, presidente del Pd, in una intervista a la Stampa si è detto “radicalmente in dissenso con la proposta di Franceschini” che ieri aveva proposto primarie di coalizione, per evitare la scissione nel Pd, e premio di maggioranza alla coalizione e non più alla lista come punto di mediazione con Forza Italia e Ncd sulla legge elettorale. Con il premio di maggioranza alla coalizione “si rischierebbe di mettere completamente in crisi la vocazione maggioritaria del Pd: se si torna alle coalizioni, allora si rischia di tornare anche a Ds e Margherita”.

Orfini è il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini “pensa di trattare gli alleati come ascari: utili alle maggioranze parlamentari, dannosi nelle alleanze elettorali. Un’idea medievale della parità e della dignità. Proprio da archeologo. Applicando la teoria orfiniana, il centrosinistra perderebbe anche le città. Lavorerà mica per Grillo?”. “Ricordo a Orfini – ha aggiunto Nencini – che si tratta di condizioni completamente differenti. l’Ulivo era composto da una decina di partiti alleati con Rifondazione, decisiva nella caduta dei due Governi Prodi (nel 2008, a dire il vero, non da sola)”. “La coalizione che ha sostenuto dalla nascita i due ultimi governi – ha proseguito Nencini – non è in nulla paragonabile all’Ulivo: i partiti nazionali sono solo quattro (PD, Scelta Civica, PSI, NCD) mentre gli eredi di Rinfondazione Comunista sono sempre stati, e stabilmente, all’opposizione. Quanto a Pisapia, leggo che un futuro governo riformista vorrebbe sostenerlo, non abbatterlo. È paradossale – ha proseguito Nencini – che Orfini metta in guardia da un rischio che in questi anni non si è mai manifestato tacendo invece le divisioni nei gruppi parlamentari del PD che spesso hanno creato difficoltà al governo. Ha forse dimenticato le dichiarazioni di Bersani sulla valutazione di volta in volta degli atti dell’esecutivo Gentiloni?”.

Nencini ha poi esortato a “parlare meno di legge elettorale e di approvare misure necessarie agli italiani. Giacciono in parlamento provvedimenti che vanno portati a termine entro questa legislatura. Dal codice della strada al reddito di inclusione, dal testamento biologico al ‘correttivo’ al nuovo Codice Appalti”. Nencini ha fatto un appello a Laura Boldrini e Piero Grasso affinché questi provvedimenti arrivino fino in fondo: “Mi rivolgo ai presidenti di Camera e Senato perché le conferenze dei Capigruppo calendarizzino quanto prima proposte e disegni di legge in dirittura d’arrivo”.

Ginevra Matiz

Consulta e legge elettorale:
ora decida la politica

Spesso, nel linguaggio comune, prendendo a prestito una frase di Nietzsche sulla filosofia del suo tempo, si usa dire che “il rimedio è stato peggiore del male”. E’ quanto si potrebbe affermare a proposito della pronunzia della Corte costituzionale sull’Italicum. Il Giudice delle leggi, invero, è sembrato più esprimersi in termini di equità politica per non scontentare nessuna delle parti in causa, sia sostenitori che oppositori della legge elettorale voluta al tempo da Renzi e dalla sua maggioranza, che non in aderenza ai principi costituzionali in materia di rappresentanza elettorale.

Rimangono i capilista bloccati, le candidature plurime e un inaccettabile premio di maggioranza; sparisce il ballottaggio e la facoltà di scegliere a seguito dell’elezione in più collegi: in pratica, la possibilità del capolista candidato in più collegi di decidere secondo le proprie convenienze politiche, in quale di questi collegi risultare eletto, a prescindere dai voti ottenuti e consentendo, di fatto, l’elezione dei secondi candidati dei collegi non prescelti, circostanza che avrebbe creato una disparità tra gli elettori. Sarà invece un sorteggio a decidere il collegio di elezione. Ne esce una diversa legge elettorale, con la sconfitta del modello fondato sul maggioritario puro, che è ancorato alla rappresentanza politica di diverse e specifiche constituency nazionali, legata cioè ad una determinata esperienza storico-sociale del Paese, come nel Westminster system in Gran Bretagna.

Come scrive la Corte “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Quindi il sistema elettorale “modificato” dalla sentenza della Corte costituzionale, può funzionare senza la necessità di interventi legislativi. Questo è un principio che la Consulta ha sempre affermato, in quanto “non è possibile che un organo costituzionale sia lasciato nell’impossibilità di operare”, come nel caso del Parlamento. Ciò si era già verificato con la sentenza del 2014 sulla legge elettorale del 2005, al punto che la legge residua (attualmente valida per il Senato, in quanto l’Italicum ha riformato solo la legge della Camera poiché in combinato disposto, di fatto, con la riforma costituzionale, poi bocciata dai cittadini) viene chiamata nel linguaggio pubblicistico “Consultellum”, cioè la legge della Consulta.

Il punto è che la “nuova legge elettorale”, generata dalla sentenza della Corte costituzionale, non appare in grado di garantire né il necessario pluralismo politico-culturale in Parlamento né, imponendo alleanze “spurie” in Parlamento, esiti di governabilità. Alle forze politiche, quindi, il compito di approvare una legge elettorale che si muova lungo direttrici, e che dovrebbe essere, quindi, di tipo proporzionale, con una soglia bassa di sbarramento e l’obbligo di dichiarare preventivamente l’eventuale adesione ad una coalizione elettorale.

Come dire che la politica si deve riappropriare della funzione decisionale, senza delegare nessun a risolvere i problemi, elemento costitutivo questo delle democrazie liberali.

Maurizio Ballistreri

UNA SINISTRA NUOVA

APERTURA-Nencini-Bandiera-PSI

“Partiamo da un punto: la legge elettorale deve essere rivisitata intanto dalla coalizione di governo poi bisogna cercare un accordo con il Parlamento. Non si può fare una legge elettorale in accordo con la Lega e Grillo a discapito della maggioranza che ha retto fino ad ora il Governo Renzi e il governo Gentiloni. Da qui bisogna partire, dopo che è nota la sentenza della Consulta sull’Italicum. Però non possiamo passare, come diceva Renzi, da una legge che consenta di avere il governo il giorno stesso delle elezioni, a una legge che il giorno stesso in cui le urne si chiudono, dice che non si avrà sicuramente un governo. E la strada maestra per favorire le coalizioni è il Mattarellum”. Non ha dubbi il segretario del Psi Riccardo Nencini: “Per sboccare l’empasse sulle elezioni bisogna scompaginare il gioco. Dopo che la Corte avrà reso note le motivazioni della sentenza, la coalizione che sostiene il governo deve presentare una proposta. Penso sia una mossa indispensabile anche per siglare una tregua nel Pd.

Da Franceschini sono arrivare aperture per delle modifiche tra le quali il premio di maggioranza alla Coalizione…
Il Mattarellum è la strada maestra, quella che propone Franceschini è l’alternativa. Ma contestualmente bisogna preparare un progetto e una strategia per i prossimi anni su dei punti ben precisi.

Quali?
Una sinistra nuova che si preoccupi di migranti e multiculturalismo con un approccio nuovo basato sui diritti fondamentali delle persone. Sì all’accoglienza ma fine dell’età del buonismo. Chi vive in Italia deve giurare sulla nostra Costituzione, godere dei nostri diritti e vivere secondo i nostri doveri. Secondo, è fondamentale l’allargamento della torta della produzione della ricchezza e contestualmente rivedere  la redistribuzione della ricchezza in maniera equa. Per questo chiederemo un congresso straordinario del Pse, per riscrivere la cornice in cui ci muoviamo tra stati a sovranità limitata e mondo del lavoro in crisi.

Il tentativo del governo Renzi di cambiare la Costituzione si è fermato con il voto del 4 dicembre scorso. Questo è un Paese irriformabile?
La prossima legislatura dovrebbe essere aperta con una Assemblea costituente che metta mano alle riforme istituzionali. I socialisti già in questa legislatura proposero la Costituente, ma rimasero inascoltati. Probabilmente ora la situazione sarebbe diversa.

Non si sa che legge elettorale ci sarà, tantomeno quando si voterà. Ma comunque non oltre il 2018. Come si sta organizzando il Psi?
La raggiunta unità al Consiglio Nazionale della scorsa settimana è un fatto assolutamente positivo e da valorizzare. I Socialisti, oltre 20mila iscritti, 105 federazioni provinciali, 93 tra sindaci parlamentari e consiglieri regionali, andranno al Congresso Nazionale il 18 e 19 marzo. Il nostro è rimasto l’unico partito del Novecento. Il fatto è che l’idea è giusta. È un’idea che ha reso l’Italia più libera e civile e oggi c’è bisogno di lavorare a questa storia.

Daniele Unfer

Italicum, ancora fumata nera dalla Consulta

Legge elettrale_consultaLa decisione della Corte costituzionale sull’Italicum arriverà mercoledì in tarda mattinata intorno. Lo ha comunicato il segretario generale della Corte Carlo Visconti al termine dell’udienza pubblica e poco dopo l’inizio della Camera di Consiglio che si aggiornerà a domani. Si chiude così la possibilità di avere una decisione già al primo giorno di lavoro della Consulta.

I ricorsi presentati e sui la Corte dovrà decidere, riguardano vari punti della legge e, in particolare il premio di maggioranza, il ballottaggio, i capilista bloccati, le multicandidature e il divieto di apparentamento tra il primo e il secondo turno. In mattinata hanno esposto le loro tesi gli avvocati ‘anti Italicum’. Poi l’arringa dell’Avvocatura dello Stato a difesa della legge elettorale. Le pareti si sono dilungate nella spiegazione delle loro ragioni tanto che il presidente della Corte  Paolo Grossi li ha esortati  a non abusare della “pazienza della Corte”.

Un commento è arrivato dal Giudice emerito della Corte Costituzionale, intervistato a Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24 Sabino Cassese per il quale l’errore che la Corte Costituzionale potrebbe commettere è quello di “non fare una sentenza auto applicativa, cioè quello di fare una sentenza che lascia dei vuoti e quindi distruggere una parete dell’edificio costringendo il parlamento a dovere intervenire”. Invece per il costituzionalista De Siervo siamo al “secondo tempo di un film iniziato con il Porcellum quando la Corte fu costretta a intervenire per l’incapacità della politica di correggere se stessa”. La questione di costituzionalità su una legge mai applicata, aggiunge, potrebbe essere un “precedente”. “Il problema ora è serissimo. Aggirando questo paletto, inserendo cioè il giudizio preventivo, si creerebbe un enorme precedente destinato ad ampliare le competenze della Corte”.

Per il padre del porcellum, il leghista Calderoli “una legge prevista per un sistema sostanzialmente monocamerale  appare irragionevole, irrazionale e incostituzionale in un sistema di bicameralismo paritario quale quello vigente. Una bocciatura in toto della legge elettorale darebbe risposte anche sulla auto applicabilità di una legge elettorale alla Camera, e sulla coerenza con il sistema del voto del Senato, dato che tornerebbe a vivere sia per la Camera che per il Senato il cosiddetto consultellum”.

Legge elettorale. In attesa della Consulta

Latinorum elettorale“A sinistra, è tempo di una coalizione che tenga assieme il mondo riformista. Per evitare pericolosi scivoloni verso una destra demagogica e per giocare un ruolo forte in Europa”. È quanto ha affermato Riccardo Nencini, Segretario del PSI. Secondo Nencini infatti “va evitata ad ogni costo la frammentazione di cui stanno dando prova la sinistra francese e spagnola. Bisogna fare in fretta. Discussione su legge elettorale e coalizione di governo possono procedere assieme. Noi faremo la nostra parte sul fronte laico, verde, con i movimenti civici, e guardiamo con attenzione al lavoro di Pisapia. Sia Renzi ad assumere l’iniziativa. Né qui né altrove – ha concluso Nencini – esistono partiti a vocazione maggioritaria. Esistono buone alleanze”. Così il segretario del Psi alla vigilia della sentenza della Consulta dal cui dipenderà l’esito della discussione sulla legge elettorale. O meglio dopo la quale i partiti dovranno scoprire le carte.

La decisione di domani sulla legge elettorale “è sicuramente un momento importante e decisivo, svolta”. Ma “dovremo poi però attendere le motivazioni delle decisioni per poter creare leggi elettorali sempre più omogenee, come richiesto anche dal presidente Mattarella”, ha detto il presidente del Senato Pietro Grasso. Mentre dal partito del votosubito si fanno sentire Lega e Movimento 5 Stelle. “Io spero soltanto che domani la Consulta ci fornisca una legge per andare a votare il prima possibile, perché se questo Parlamento si mette di nuovo a lavorare su una legge elettorale finiamo nel 2019 non nel 2018” ha detto Luigi Di Maio. Stesso concetto arriva da Salvini.

Ma il presidente del Consiglio Gentiloni ha fatto capire chiaramente che non ritiene affatto il suo un governo a termine con il solo scopo di tirare avanti finché il Parlamento non abbia approvato una nuova legge. Altro punto è quale legge. Il presidente di Fi, Silvio Berlusconi, in un’intervista a La Stampa ha detto la sua. “E’ fondamentale che la nuova legge elettorale consenta la massima corrispondenza fra il voto espresso dai cittadini e la maggioranza parlamentare. Ogni distorsione in senso maggioritario, in uno scenario tripolare come l’attuale, porterebbe al governo una minoranza contro il parere dei due terzi degli elettori”. E ancora: “Ritengo che le preferenze siano il peggior sistema possibile per garantire una effettiva rappresentanza degli elettori. I candidati devono piuttosto essere proposti agli elettori in piccole circoscrizioni, in modo che i cittadini sappiano con chi hanno a che fare e dove cercarli dopo l’elezione”.

Il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio risponde indirettamente di pentastellati: “Si illude chi pensa che la politica potrà fare solo ‘copia e incolla’ della sentenza per andare al voto con quel che resterà dell’Italicum. Il coordinamento tra i sistemi elettorali tra Camera e Senato si renderà necessario per evitare una distonia tra i risultati. E nel coordinamento necessario andrebbe messa anche una legge costituzionale che consenta il voto dei diciottenni al Senato: il voto riservato ai venticinquenni è un’anacronismo del tutto privo di senso che sottrae a 4 milioni e mezzo di italiani il diritto che la Costituzione riconosce alla Camera”. “A chi obietta che ci vorrebbe tempo per la procedura di riforma costituzionale – conclude Pisicchio – ricorderemmo che la riforma dell’art.81, nell’era Monti, è stata fatta in soli sei mesi e non tutti erano a battere le mani in Parlamento. Andrebbe fatta una verifica tra i gruppi politici e, se c’è la condivisione sul tema che tutti dicono di avere, si può procedere velocemente”.

La minoranza del Pd vede di buon occhio il Mattarellum. Il sistema di voto in vigore fino al 2006 e sostituito dal Porcellum. “Il Mattarellum – afferma Roberto Speranza – può essere una base positiva di partenza”. “Dobbiamo trovare i numeri nella discussione politica. Perché è inimmaginabile ricorrere a strumenti come la fiducia. Si usi il Mattarellum come base di partenza poi vedremo nella discussione parlamentare dove si arriva”.

Legge elettorale. In attesa della Consulta

Legge elettrale_consultaDopo la pausa natalizia Matteo Renzi torna al Nazareno per riprendere in mano i principali dossier. Tanti i temi sul tavolo, a partire dalla legge elettorale. Su cui, però, il Pd non imprimerà accelerazioni. Per ora. Due sono gli obiettivi del leader Pd nelle prossime settimane: riorganizzare la segreteria del partito con innesti nuovi e prendere in mano il pallino della legge elettorale pur nella consapevolezza di una realtà politica abbastanza chiara, cioè che difficilmente qualcosa si muoverà veramente tra i partiti prima della riunione della Consulta sull’Italicum il 24 gennaio.

Il governo conferma la linea di non voler giocare in prima persona la partita. Oggi nell’incontro con i capigruppo e i ministre Boschi e Finocchiaro, Gentiloni ha ribadito che l’esecutivo faciliterà la ricerca di intese politiche che nasceranno tra i partiti. Il ministro per i rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro  non ha avuto né ha in agenda incontri a breve con capigruppo o leader politici.

Insomma la matassa è molto complicata al momento e anche l’intenzione dichiarata del Pd di aprire un tavolo con i partiti per un confronto sulla legge elettorale si scontra con la contrarietà di Fi e M5S. E, secondo fonti anche dem, ha soprattutto valore tattico per non far abbassare la guardia sul tema. I partiti non scopriranno le proprie carte prima della sentenza della Consulta che stabilirà che cosa sia salvabile e che cosa non lo sia dell’Italicum. In base alla decisione dei giudici della Corte Costituzionale, sarà chiaro a tutti il campo da gioco: al Pd se insistere su un Italicum magari rivisto oppure provare la via del Mattarellum.

“Dobbiamo prendere atto che, nonostante i nostri inviti reiterati agli altri partiti a sedersi a un tavolo sulla legge elettorale, la risposta è stata un no e quindi non ci resta che attendere la sentenza della Consulta” attesa per il 24 gennaio ha affermato il capogruppo Pd Ettore Rosato parlando con i cronisti alla Camera. “Il Mattarellum è la proposta approvata all’unanimità dall’assemblea Pd e non la archiviamo” .

Mentre il ballottaggio è un altro dei punti della discussione. “Il ballottaggio – ha detto Lorenzo Guerini in una intervista al Quotidiano Nazionale – è, da sempre, una bandiera del Pd. Se la Consulta dovesse decidere di non abolirlo, la nostra proposta di legge elettorale non potrà prescinderne”. “La nostra proposta è stata, da subito, molto chiara. Confronto immediato con tutti i partiti per arrivare rapidamente a un’intesa politica sulla nuova legge elettorale. Abbiamo proposto il Mattarellum” che “coniuga rappresentanza e governabilità” e “siamo interessati e disponibili al confronto con tutti e siamo consapevoli che, senza il Pd, non si fa alcuna nuova legge elettorale”.