L. elettorale. Premio alla lista un azzardo da evitare

Riforma-legge-elettorale“Collegi uninominali, premio di maggioranza alla lista e armonizzazione verso l’alto delle soglie di sbarramento in ingresso tra Camera e Senato”. Questi i punti “centrali” che per il Pd dovranno rappresentare i pilastri della nuova legge elettorale. E’ quanto ha spiegato in commissione Affari costituzionali della Camera il capogruppo dem, Emanuele Fiano, nel prosieguo del giro di ‘consultazioni’ che il presidente Andrea Mazziotti sta svolgendo, prima di delineare una proposta base su cui avviare l’esame nel merito. “Questi sono i punti centrali, sui quali costruire un testo base”, riferisce Fiano.

Il ritorno nell’agenda politica delle legge elettorale per il segretario del Psi Riccardo Nencini è un dato positivo. “Finalmente – ha commentato Nencini – si torna a discutere di legge elettorale. La strada maestra per dare governabilità al Paese è un sistema a collegi uninominali con premio alla coalizione. Siccome nessuno dei partiti è nella condizione di raggiungere da solo il 40%, l’alternativa è consegnare l’Italia all’instabilità permanente. Un gioco d’azzardo da evitare”.

“Dopo l’intervento del Pd in Commissione gli elementi per lavorare al testo base ci sono”. Lo ha detto al termine della riunione della Affari costituzionali, il presidente e relatore, Andrea Mazziotti che, però, non si è sbilanciato nel fare una previsione sui tempi. La commissione si riunirà nuovamente giovedì prossimo, 27 aprile.

Con i punti illustrati oggi dal Pd e ritenuti “centrali”, i dem hanno ufficialmente accantonato – se non cestinato – il Mattarellum (ipotesi di fatto già uscita di scena nelle scorse settimane per la mancanza di ‘numeri’ e la contrarietà di diverse forze politiche) e ora il giro di consultazioni dei partiti che siedono in commissione è terminato. Quello che salta agli occhi è comunque il permanere, nella proposta Pd, del premio alla lista. Un modo per soffocare i partiti alleati del socio di maggioranza della coalizione. Un modo per determinare l’annullamento del pluralismo, in altre parole la continuazione del pensiero veltroniano dell’autosufficienza.

Una proposta che, leggendo la dichiarazione del deputato Pd Dario Ginefra, non si capisce da dove sbuchi. “Apprendiamo da agenzie di stampa – afferma Ginevra – che il Pd avrebbe indicato in Commissione Affari costituzionali, per mezzo del capogruppo Fiano, i ‘punti imprescindibili’ di un testo di legge elettorale alternativo al Mattarellum e che questi sarebbero i collegi uninominali, il premio alla lista e l’armonizzazione delle soglie di Camera e Senato. Tale posizione non è stata oggetto né di una indicazione di partito, né di una decisione di gruppo”. “Premesso che – prosegue – nel merito, due delle tre mozioni congressuali chiedono che la riforma elettorale preveda la reintroduzione del premio di maggioranza alla coalizione, ci interroghiamo sulle modalità con le quali si giunge, su temi cosi’ importanti, ad esprimere la posizione di un gruppo parlamentare. Non vorremmo che il partito a vocazione maggioritaria, possa trasformarsi del tutto in partito a tentazione autoritaria”.

“Dalla posizione assunta oggi dal Pd in commissione – commenta il capogruppo di Ap in commissione Affari costituzionali alla Camera, Dore Misuraca – “emergono un rischio e una certezza: il rischio di lasciare il Paese all’ingovernabilità e la certezza che vogliono rinviare la riforma elettorale”. “E’ chiaro infatti – sottolinea Misuraca – che insistendo sul premio alla lista sanno perfettamente che, al netto della propaganda, nessuna lista arriverà al 40 per cento, e quindi un minuto dopo il voto sarà subito caos istituzionale”.

Non è escluso che il presidente Mazziotti presenti un testo base già la prossima settimana, anche se è plausibile che si entrerà nel vivo della riforma elettorale solo dopo lo svolgimento delle primarie del Pd, il 30 aprile, e quando appunto si conoscerà il nome del nuovo segretario.

L. elettorale, il proporzionale riprende quota

EVIDENZA-CameraIn commissione Affari costituzionali alla Camera si cerca un nuovo sistema elettorale da cui partire e da trasformare nel testo base. Il fronte del “no” al ritorno del vecchio sistema, che funziona in parte sul sistema maggioritario e in parte su quello proporzionale, è ben nutrito. Da Area popolare a Forza Italia, da Mdp a Fratelli d’Italia sono i contrari al ripristino del sistema misto. Tra gli stessi invece prevale la preferenza per il proporzionale, anche se non su tutti gli aspetti (dal premio ai collegi) concordano.

Proprio ieri, in una seduta della commissione Affari costituzionali, anche la Lega si è detta disposta a votare un sistema che ricalchi l’Italicum “corretto”, ovvero così come uscito dalla sentenza di inizio anno della Corte costituzionale. Non è escluso, quindi, che il relatore e presidente Andrea Mazziotti (Ci) presenti già la prossima settimana un testo base (una nuova seduta è prevista per mercoledì 19). La posizione del partito guidato da Matteo Salvini cambia molto le cose. Il voto dei deputati leghisti al Mattarellum avrebbe infatti garantito i voti necessari per adottarlo come testo base (26 voti su 50), ma da quanto emerso nella seduta di ieri molti deputati si stanno orientando verso il proporzionale.

Già in settimana, Mazziotti ha inviato ai deputati delle linee guida da seguire nel dibattito in commissione, per arrivare a un sistema di base condiviso a dal quale avviare la discussione vera e propria. Nove punti chiave. Innanzitutto, quale meccanismo elettorale prediligere: proporzionale (puro o con premio, soglia di sbarramento), maggioritario o forme miste. E ancora: il dibattuto doppio turno unico e il ballottaggio. Altro tema al centro di confronto tra i partiti è quello delle tipologie di candidature: collegi uninominali, plurinominali, liste bloccate, capilista bloccati, preferenze, dimensione dei collegi e soglie di sbarramento nei due rami del Parlamento. Tra i temi anche l’equilibrio di genere, pluricandidature e modalità di determinazione del seggio in caso di elezione del pluricandidato in più collegi (miglior risultato, peggior risultato e sorteggio).

Durante il dibattito di ieri in commissione, il presidente del Misto Pino Pisicchio ha invitato il relatore a proporre il testo base e a puntare sul sistema proporzionale, eliminando “la previsione dei capilista bloccati, rovesciando così la scelta delle candidature dall’alto in basso”.

Anche il deputato di Mdp, Alfredo D’Attorre, ha chiesto di interrompere la “melina” in commissione e di approvare il testo da cui partire. Danilo Toninelli, in rappresentanza del M5s, ha detto di “concordare sull’ipotesi che come testo base venga adottato l’Italicum costituzionalizzato”, dal suo gruppo definito Legalicum.

Legge elettorale, è ancora stallo

urna elettoraleMatteo Renzi oggi scrive che sulla legge elettorale il Pd è in minoranza. E poi spiega: “In questa settimana si è consumato un fatto molto grave a livello istituzionale. I franchi tiratori del Senato, a volte ritornano, hanno scelto per la commissione della legge elettorale un candidato di NCD con l’appoggio di Grillo, Berlusconi, Salvini e della sinistra radicale. Tutti insieme, appassionatamente. Bene. Anzi male. Però questa è banalmente una conseguenza del no al referendum: siamo tornati alla palude”. E, aggiunge Renzi, “purtroppo il Pd può farci ben poco perché è minoranza. Vediamo che cosa proporranno loro e se finalmente ci spiegheranno a cosa sono favorevoli loro: troppo facile dire solo no. Buon lavoro, li giudicheremo dai fatti, senza polemiche”. Insomma Renzi se ne tira fuori. Come se il Pd non avesse l’onere di una proposta. Il partito è però impegnato in una serrata sfida per la segreteria e difficilmente sarà in grado di avere una posizione chiara fino all’elezione della nuova segreteria.

Il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio registra un fattore positivo: “Per la prima volta ci è parso di ascoltare autorevoli voci del partito di maggioranza relativa dichiarare una disponibilità a cancellare i capilista bloccati. La stessa posizione viene espressa da tempo dal Movimento Cinque Stelle. Bene, non siamo più i soli a volerlo! Allora andiamo avanti e votiamo una legge elettorale che rimetta finalmente nelle mani dei cittadini e non dei capibastone la scelta dei rappresentanti”. Sulla stessa posizione, Elisa Simoni, parlamentare Pd e sostenitrice della Mozione Orlando che definisce “interessanti” le “dichiarazioni di Renzi e Orfini sulle legge elettorale, riportate oggi dalla stampa, sulla disponibilità di discutere proposte del M5S. Ricordo a tutto il Pd che dovrebbe essere il nostro partito a rilanciare una proposta sul tema”. “Nel caso dell’Italicum, poi bocciato dalla Consulta – afferma Simoni – questa iniziativa politica non ci e’ mancata, tanto da essere pronti ad approvarla con un voto di fiducia”. Maurizio Turco della lista Pannella chiede l’intervento di Mattarella per scongiurare una legge con capilista bloccati “Il Presidente della Repubblica – afferma – ha opportunamente ed a tempo debito invitato il Parlamento a legiferare per armonizzare le leggi in vigore per le elezioni della Camera e del Senato. Dopo aver avuto per diverse legislature una legge elettorale palesemente anticostituzionale, nonostante i pareri di costituzionalità espressi da Camera, Senato e Presidenza della Repubblica, è evidente il tentativo di avere una legge elettorale che determini una quota non indifferente di eletti a prescindere dagli elettori”. “Siamo sempre più convinti che il miglior sistema sia il collegio uninominale ad un turno, ma saremmo favorevoli anche ad una elezione in due turni purché si salvi il collegio, cioè il contatto tra eletto e territorio a discapito di quello tra eletto e cupole partitocratiche”.

“La legge elettorale – aggiunge Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera – è ferma, c’è una sola ragione, il Partito democratico blocca tutto”. “Che gli italiani lo sappiano, il Partito democratico da mesi sta bloccando la discussione in merito alla legge elettorale in attesa che si celebri il suo congresso prima e le primarie dopo. Prima di quella data, il 30 aprile, il Pd ha bloccato tutto, ha bloccato tutti i lavori in Commissione Affari costituzionale alla Camera, quindi il Pd non si lagni poi se la legge elettorale è in ritardo, perché questo l’hanno provocato loro”. “Io auspico che invece ci sia, già da questa settimana, un incardinamento di un testo base in Commissione”.

Caos al Senato. Cilecca sulle Commissioni

senatoTerremoto nella maggioranza al Senato: l’elezione a presidente della Commissione Affari Costituzionali di Salvatore Torrisi, senatore di Alleanza Popolare, è suonata come uno schiaffo al Partito Democratico che aveva avanzato il nome di Pier Giorgio Pagliari e come un avvertimento al governo guidato da Paolo Gentiloni. Immediata la reazione del Nazareno i cui vertici si apprestano a chiedere un incontro con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. In Commissione Affari Costituzionali del Senato dovrà passare la nuova legge elettorale e questo avvicendamento sfuggito al controllo, evidenzia il momento di tensione che vive la maggioranza. La seconda conseguenza di quanto accaduto in Senato è lo scambio di accuse tra le forze politiche alla ricerca del responsabile di quello che i dem chiamano già un “tradimento”. Il Movimento 5 Stelle sottolinea che Pagliari è stato “impallinato” da un terzo dei voti della maggioranza, 5 su 16. “Noi non abbiamo rotto nessun patto”, avvertono alcuni senatori di Alleanza Popolare: “Non c’è stato alcun accordo, e anche con la presenza di Ala, Pagliari non sarebbe passato. E’ una questione interna al Pd e a quella parte della maggioranza che non ha voluto votare Pagliari”, aggiungono.

Dagli studi di Porta a Porta il Guardasigilli Andrea Orlando parla di un “fatto grave” che non va minimizzato. “Abbiamo avuto – afferma – una saldatura tra forze politiche di maggioranza e opposizione molto diverse. Serve un chiarimento, altrimenti si rischia lo sgretolamento del nostro sistema di alleanze”. “Spero – conclude – non ci sia la crisi. Lo sbocco sarebbero o il voto anticipato o le larghe intese, entrambi pericolose per il Paese e il Pd”. Per Orlando il sospetto è che “ci sia la volontà di andare a votare con la legge elettorale attuale, uscita dalla Consulta, perché ci sono i capilista bloccati”.

Fonti parlamentari dem sottolineano che “con questa mossa, nei fatti, si blocca la legge elettorale”, il più importante dei temi su cui il governo Gentiloni ha ottenuto la fiducia in Parlamento. Le stesse fonti sottolineano come ci si trovi davanti a un “grande accordo di Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Ncd e scissionisti” che ha “fatto a pezzi l’accordo di maggioranza eleggendo Torrisi, uomo di Alfano, contro il candidato Pagliari. Secondo fonti parlamentari, oltre a due senatori di Ala che non hanno partecipato al voto e ad una scheda bianca, sarebbero stati due senatori dem a votare contro l’indicazione del partito. “Oggi sono nate larghe intese in Senato per non fare la legge elettorale”, conferma il senatore renziano Andrea Marcucci: “Mdp, Forza Italia, M5S ed i centristi hanno eletto il loro presidente nella commissione affari costituzionali, con l’obiettivo di consegnare l’Italia al proporzionale”. A tirare direttamente in ballo gli scissionisti di Mdp è la senatrice dem Francesca Puglisi: “Erano talmente contrari al Patto del Nazareno che al Senato hanno votato il candidato di Alfano, a braccetto con Berlusconi e Grillo”.

Accuse che Bersani respinge al mittente: “Basta guardare i numeri e vedere chi ha votato…” dice parlando in Transatlantico. “Non mi piace che il Pd se la prenda con tutto il mondo… Il Pd guardi in casa, piuttosto”, aggiunge l’ex segretario Dem. Il deputato Pd Dario Ginefra sostenitore di Michele Emiliano nella corsa alla Segreteria, parla di “incidente di percorso”. “Ritorniamo a proporre una riunione di maggioranza che verifichi la possibilità di rendere omogenee le leggi elettorali di Camera e Senato per poi andare ad un confronto con le minoranze. L’obiettivo – prosegue Ginefra – deve essere quello di rispondere positivamente all’appello del Presidente della Repubblica e non di approfittare di ogni circostanza utile per tentare di dare una spallata al Governo Gentiloni”.

E mentre i 5 Stelle parlano di un Pd allo sbando, per Quagliariello “il voto per Torrisi non è espressione di alcuna anomala maggioranza, bensì la libera espressione di una Commissione che, lasciata per un tempo troppo lungo senza guida a causa delle controversie interne al partito di maggioranza relativa, ha individuato nella persona che ha riempito una sede vacante elementi di saggezza, equilibrio e rispetto”. “L’alzata di scudi odierna, che è arrivata addirittura a tirare in ballo il governo e persino il capo dello Stato, appare perciò strumentale e puerile. Nel migliore dei casi, palesa un riflesso partitocratico odioso. Nel peggiore – conclude Quagliariello -, una vena di antiparlamentarismo che avrebbe però bisogno di migliori interpreti e soprattutto di più solidi argomenti”.

Chiuse le urne nei circoli. Il Pd verso le primarie

candidati pdChiuse le urne nei circoli, si fa la conta dei voti degli iscritti al Pd. Il dato finale parla di 266.726 votanti, pari al 59,29% dei 449.852 iscritti. Un’affluenza superiore al precedente congresso del Pd, nel 2013, in cui aveva votato il 55,34% degli iscritti. “La partecipazione è stata maggiore – commenta il presidente dem Matteo Orfini – anche se in percentuale questa volta avevamo meno iscritti. Il dato è stato piuttosto omogeneo in tutta Italia, non ci sono state contestazioni particolari. Direi che il bilancio è positivo”.

Ma dietro i dati ufficiali è ancora guerra di cifre dentro il Pd. Se non vi sono dubbi che Renzi tenga saldamente il comando nella corsa a tre per la segreteria, le percentuali ballano a seconda della fonte di riferimento. E balla, soprattutto, il dato dell’affluenza. L’ex premier, stando alla sua mozione, sarebbe vicino al 70%, staccando nettamente Andrea Orlando (che avrebbe il 25% circa) e Michele Emiliano, al quale viene attribuito un risultato intorno al 6,5%, in grado di farlo restare dunque in gara. Dati che i renziani registrano con molta soddisfazione, giudicandoli un risultato incredibile, un vero trionfo. Dati che, pur mantenendo inalterati classifica e distacchi, sono stati contestati dalle altre due mozioni che nel corso della giornata sono giunte a quotare l’ex premier al 62% e il governatore pugliese all’8%, ben oltre la soglia necessaria per andare ai gazebo. A porre fine al rincorrersi di percentuali, a volte dettate piu’ da entusiasmi e scaramanzie che da rilevazioni reali, ci prova in tarda serata l’organizzazione del Pd che, “ufficializza” – a votazioni in corso – i risultati in proiezione: con i dati raccolti dall’organizzazione del Partito che coprono circa 4mila circoli – recita la nota del Nazareno – le tre mozioni hanno ottenuto: Matteo Renzi 68,22% (141.245 voti) – Andrea Orlando 25,42% (52.630 voti) – Michele Emiliano 6,36% (13.168), per una somma totale di voti validi pari a 207.043″.

Altro terreno di scontro tra i tre aspiranti candidati alle primarie è quello dell’affluenza. “L’affluenza al voto degli iscritti al partito per i congressi scrutinati – annuncia il Pd – è del 58,1%, che propone una proiezione finale di votanti compresa tra 235mila e 255mila”. Ma non c’e’ nulla da fare. In netto contrasto con i dati che i comitati di Emiliano e Orlando hanno snocciolato per tutta la giornata, giunge in tarda serata la secca presa di posizione della mozione del Guardasigilli che giudica “non convincenti” le proiezioni Pd quotando l’affluenza ai congressi intorno ai 200.000 votanti e ritoccando vistosamente le percentuali dei tre candidati: Orlando al 29,6%, Renzi al 62,4% ed Emiliano all’8%. Tra l’altro proprio oggi arriva per il governatore pugliese una nuova grana. Infatti la Procura generale della Cassazione ha rivolto una nuova contestazione al governatore della Puglia nell’ambito del procedimento disciplinare a suo carico davanti al Csm.

Se ai fini dell’accesso ai gazebo la lite può considerarsi marginale, altrettanto non si può fare con i dati della partecipazione che hanno una valenza tutta politica. E su questo Orlando recapita un messaggio ben preciso a tutto il Pd in vista delle primarie aperte del 30 aprile: “Mi auguro che quel giorno votino oltre 2 milioni di persone perché sotto questa soglia sarebbe un colpo per tutto il partito”.

Solo dopo la che il Pd avrà scelto il proprio segretario inizierà la vera battaglia sulla legge elettorale. Ma, nell’attesa, le polemiche tra le varie forze politiche non accennano a diminuire. A rigettare la palla in campo ‘avversario’ ci pensano i renziani che con Maria Elena Boschi fanno intendere di voler restare alla finestra in attesa che siano altri a prendere l’iniziativa: “Il Parlamento sta discutendo e mi auguro faccia una proposta”. E dopo i tanti no ricevuti (sul Mattarellum e sull’estensione dell’Italicum al Senato) ora Boschi chiede che “siano altri a fare una proposta”. Trovare però un punto di caduta non è affatto semplice soprattutto perché nessuno vuole scoprire ora le proprie carte, al massimo, ci si limita a delineare i contorni della nuova legge. Argomento che comunque divide coloro che insistono su un sistema maggioritario, come ad esempio Maurizio Martina che punta sulla necessità di “introdurre correttivi maggioritari evitare l’ingovernabilità e un sistema iper-proporzionale”, e chi come Silvio Berlusconi è su tesi opposte. Il leader di Forza Italia aspetterà l’esito della corsa alla guida del Pd prima di riprendere seriamente in mano il “dossier”, ma su un punto non è disposto a scendere a compromessi: la nuova legge per tornare alle urne deve tenere conto di una situazione tripolare. Il Cavaliere apre al “confronto” con i Dem a patto che non si rimetta sul tavolo l’idea di tornare al Mattarellum: “In quel caso – dice in un’intervista al Mattino – il dialogo viene meno”.

Chi boccia invece l’idea di un’estensione dell’Italicum a palazzo Madama è il Guardasigilli Andrea Orlando: “Io auspico da tempo un premio alla lista, ma sarebbe meglio non discutere di modelli ma di punti, come quelli dei collegi e del premio di governabilità. Evitiamo in tutti casi di andare a votare con questa”. La convinzione dello sfidante di Renzi è che debba essere il suo partito ad assumere l’iniziativa ma “non succede perché il congresso pesa e perché una parte del Pd vuole difendere capilista bloccati”.

Non ci va leggero il senatore del Pd Vannino Chiti che parla di “irresponsabilit” e “arroganza”. “Dalle ripetute e autorevoli dichiarazioni dei sostenitori della mozione Renzi – ieri Richetti, oggi Martina – appare chiaro che per la legge elettorale si intende mettere sullo stesso piano Mattarellum e Italicum. Il che ha un significato chiaro, visti i numeri in parlamento: estensione dell’Italicum anche al Senato”. “Cioè non collegi uninominali – aggiunge – scelta da parte dei cittadini dei loro rappresentanti, premio di governabilità, ma estensione dei capilista bloccati, obbligo di un governo con la destra o impossibilità di formare governi. Con altrettanta chiarezza sarà bene sapere che questa strada porterebbe ad una nuova e più profonda rottura nel Pd”.

Legge elettorale, priorità dimenticata

Legge elettoraleIl dibattito, o meglio la sfida, congressuale dei Dem ha due effetti. Il primo quello di alzare i toni all’interno del Pd, il secondo di congelare ogni decisione sui futuri assetti. In primis quello sulla legge elettorale. Infatti i tre candidati indicano strade diverse sul come modificare la legge sul sistema di voto. L’ex presidente del Consiglio Matteo in una intervista a Corriere Live, riportata oggi dal Corriere della Sera si è soffermato proprio sulla legge elettorale. “I numeri per il Mattarellum – ha detto – con il Pd, la Lega e gli altri ci sono. Vogliono un’altra legge? La facciano. Ma corrano, non aspettino il nostro congresso, il giochino del rinvio non lo mettessero in contro al Pd”. Quanto alle alleanze necessarie per superare la soglia del 40 per cento Renzi ha ironizzato: “In passato ci è capitato di fare il 40 per cento, chissà che non ricapiti in futuro. Veramente è più facile prendere il 40 per cento che vincere al Superenalotto”.

“Sono sorpreso che in una sola giornata il ticket proposto segretario Renzi-vice segretario Martina dica due cose diverse su un tema importante come la legge elettorale”, commenta il senatore del Pd Vannino Chiti. “Renzi – aggiunge Chiti – dice al Corriere della Sera che ci sono i numeri per approvare il Mattarellum: se ci sono davvero, avanti tutta! Martina invece con il Quotidiano Nazionale prende atto che i numeri per il Mattarellum non ci sono e apre all’introduzione anche al Senato dell’Italicum, così come rivisto dalla Consulta. Ciò significherebbe non certo i collegi uninominali ma i capolista bloccati anche al Senato. Né Renzi né Martina fanno invece riferimento alla proposta approvata all’unanimità dalla commissione eletta dalla Direzione del Pd, prima del referendum. Pensare di mantenere i capolista bloccati vuol dire chiudere la porta in faccia ai cittadini e preparare un nuovo disastro al centrosinistra. Punti irrinunciabili per noi sono i collegi uninominali di piccole dimensioni per restituire valore alla rappresentanza”.

L’intervista di Martina ha come è primo effetto quello di creare malcontento all’interno dello stesso Pd. Oltre a Chiti anche Antonio Misiani, che appoggia la mozione Orlando, dice la sua: “Viene da pensare che nella cerchia renziana parlavano di Mattarellum ma avevano e hanno in testa solo l’Italicum, o ciò che ne resta. Il punto è che questa strada non ci porterebbe da nessuna parte e, oltretutto, riproporrebbe anche a Palazzo Madama il meccanismo contestatissimo dei capilista bloccati. Il nostro orizzonte deve essere quello di dare al Paese un futuro stabile coalizioni di governo solide”.

Il terzo candidato alla segreteria del Pd Michele Emiliano dice la sua su facebook. “Occorre eliminare i capilista bloccati e restituire il diritto agli italiani di scegliersi i loro deputati. Anche facendo un accordo con il M5S”. “A me Grillo non può dire nulla, non mi può rimproverare nulla: ho sempre rispettato il M5s, gli ho sempre offerto di collaborare con loro, anche sul programma della Regione Puglia. Non è che siamo alleati, ma siamo alleati per l’Italia”,

Intanto un sondaggio di Demopolis agita ancor di più le acque. Secondo l’istituto demoscopico se si votasse oggi per le Politiche, il Movimento 5 Stelle conquisterebbe il 30% dei consensi, superando il Partito Democratico, che – penalizzato dagli eventi delle ultime settimane – otterrebbe il 26%. Distanti appaiono gli altri partiti, con la Lega al 12,8, Forza al 12% e Fratelli d’Italia al 5%. Al 4,6% i Democratici e Progressisti, al 3,2% Alternativa Popolare, al 2,5 Sinistra Italiana. Sotto il 2% le altre liste. In calo l’affluenza stimata che, dopo una ripresa registrata nei mesi scorsi, si riduce oggi al 65%, 10 punti in meno rispetto alle elezioni del 2013. In base alla proiezione odierna effettuata dell’Istituto Demopolis il Movimento di Grillo otterrebbe oggi alla Camera 195 seggi, il Partito Democratico 174. 82 seggi andrebbero a Salvini, 78 a Berlusconi. E con questi numeri, la maggioranza di 316 seggi non sarebbe raggiungibile alla Camera da nessuno schieramento a chiusura delle urne: si tratta di scenario evitabile soltanto con una nuova legge elettorale, auspicata dal Capo dello Stato Sergio Mattarella, ma sempre più in secondo piano nel dibattito politico.

Legge elettorale. Lauricella:
Tempi ancora lunghi

Legge_elettorale_ItalicumSi procede a rilento sulla legge elettorale. Pare non ci sia più tanta fretta di giungere a un’intesa su un nuovo sistema. Alla Commissione Affari Costituzionali sono state presentate ad oggi ben 28 proposte di legge. Sembra improbabile che per il 27 marzo ci sia un testo pronto da presentare in Aula. Ne abbiamo parlato con l’onorevole del Pd Giuseppe Lauricella, professore di diritto costituzionale all’Università di Palermo.

Onorevole Lauricella dopo la sentenza della Consulta che ha modificato in parte l’italicum come si possono armonizzare le due leggi di Camera e Senato? Lei ha presentato una proposta di legge che va in questa direzione. Ci spiega perché?
GIUSEPPE-LAURICELLALa mia proposta di legge, presentata subito dopo l’esito del referendum costituzionale e prima della sentenza della Corte, coincide con i principi fatti salvi dalla Corte stessa. La proposta prevede l’estensione del sistema, già previsto per la Camera, al Senato: eliminazione del ballottaggio, premio di maggioranza, che viene assegnato alla lista che raggiunga il 40 per cento dei voti validi, sia alla Camera che al Senato, su base nazionale. Con tale soluzione, l’omogeneità, richiesta dal Presidente Mattarella e dalla Stessa sentenza della Corte costituzionale, verrebbe garantita. Infatti, se la lista raggiunge il 40 per cento in entrambe le elezioni di Camera e Senato, la maggioranza è omogenea. Se, invece, nessuna lista raggiunge tale risultato, i seggi vengono distribuiti proporzionalmente tra tutte le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento e, pertanto, la maggioranza di governo risulterà omogenea perché formata dalla stessa coalizione in entrambe le Camere. La mia proposta ha il pregio di non rinunciare all’idea maggioritaria e di prevedere il risultato proporzionale quale soluzione residuale.

Le due soglie di sbarramento da lei proposte non rendono farraginoso il sistema elettorale?
Le soglie di sbarramento presenti nei sistemi attualmente in vigore – 3 per cento su base nazionale per l’elezione della Camera e 8 per cento su base regionale per l’elezione del Senato – possono creare una disomogeneità certa. La mia proposta prevede la stessa soglia del 3 per cento, su base nazionale, per la Camera, mentre il 4 per cento, su base regionale, per il Senato. In tal modo, le forze presenti in una Camera corrisponderebbero a quelle del Senato, semplificando, anzi, agevolando il sistema.

Il 40 per cento per il premio di maggioranza non è un po’ troppo alto per poterlo raggiungere?
È alto se si fa riferimento alle forze e alla situazione politica di oggi. A parte il fatto che un sistema elettorale dovrebbe essere pensato per durare nel tempo e, dunque, prescindendo dalle esigenze di parte e contingenti, porre una soglia del 40 per cento per ottenere il premio di maggioranza è ragionevole per due ordini di fattori. In primo luogo, perché offre un livello di legittimazione adeguato in favore della forza politica che dovesse raggiungerla, atteso che persino la Corte costituzionale, nella recente sentenza, ha ritenuto tale misura (correlata al premio del 54 per cento dei seggi) “non manifestamente irragionevole”, quasi a voler dire che sotto tale misura potrebbero sorgere dubbi di costituzionalità. In secondo luogo, perché la possibilità di raggiungere tale soglia, può finire con il favorire la polarizzazione del voto, nel senso del c.d. “voto utile”, facendo aumentare la probabilità di raggiungerla. Non va, comunque, sottaciuta la proposta di prevedere anche il premio alla coalizione. È evidente che, in tale caso, la coalizione verrebbe formata prima delle elezioni, unicamente per avere maggiori possibilità di raggiungere la soglia e vincere le elezioni, con conseguenze già note nel rapporto tra maggioranza e governo. Ma se ciò serve ad agevolare la modifica della legge elettorale, mi sembra il male minore.

C’è anche un altro punto che non trova d’accordo molti parlamentari. I capilista bloccati. Si può intervenire per modificarlo?
Le critiche ai capilista bloccati mi sembrano un’ipocrisia. La stessa Corte ha affermato che tale scelta appartiene al potere che la Costituzione attribuisce ai partiti politici. In ogni caso, l’affidare ai partiti la scelta dei capilista bloccati non mi sembra più “lesiva” rispetto alla scelta dei capilista imposti dai partiti – e, dunque, di fatto, bloccati – fino agli inizi degli anni novanta, o ai candidati dei collegi “sicuri” dei collegi uninominali. I capilista bloccati sono previsti anche nella mia proposta: se non li avessi previsti, nessuno avrebbe preso in considerazione la proposta stessa. Ma il tema c’è e spero si possa risolvere. Ma non con le preferenze. Sembrerò politicamente scorretto, ma pensò che oggi le preferenze possono persino essere criminogene, perché rischiano di favorire non la qualità dei candidati ma la quantità dei detentori dei pacchetti di voti. Ritengo che le preferenze vadano superate, dando rilievo all’offerta politica di ciascuna forza politica, chiamata ad assumersi la responsabilità non solo per la proposta politica ma anche per la formazione delle liste, come, peraltro, è sempre avvenuto, tranne quando si è delegato alle c.d. “parlamentarie” o alla scelta via web. Le liste dovrebbero essere totalmente bloccate, come avviene in molti altri sistemi elettorali esteri, dove non si prevedono voti di preferenze. Sistema, peraltro, costituzionalmente legittimo, come di recente ribadito dalla stessa Corte costituzionale.

Tutto comunque è rinviato a dopo il congresso del PD non crede?
Penso che andrà proprio così. E mi sembra politicamente logico. D’altra parte, visto l’evolversi della situazione, non mi sembra che vi sia più neanche l’urgenza. Invece, spero che vi sia, in tempi ragionevoli, davvero la volontà di correggerla per rispondere all’esigenza di omogeneità manifestata dal Presidente della Repubblica e dalla Corte costituzionale. Diversamente, andremmo a votare con i sistemi vigenti, certamente disomogenei, che condurrebbero all’impossibilità di formare maggioranze omogenee e, dunque, ad un nuovo scioglimento delle Camere. Scenario che nessuno può sperare e che non si può consentire.

A proposito di congresso. Lei si è schierato con Orlando. Perché?
Credo che il Partito democratico abbia bisogno di un segretario che faccia il segretario e si dedichi a tempo pieno al Partito. Non ci possiamo più consentire un segretario che conquisti la segreteria come viatico per guidare il governo. Il Partito quale ponte per accedere al governo. Sarebbe, probabilmente, un colpo letale. Il Partito ha bisogno di essere ripensato, ricostruito, ristrutturato partendo dalla periferia, dal territorio. Tornare ad essere la sede del confronto, del dialogo, per costruire le scelte condivise, dal centro alla periferia. Ripensare alla partecipazione quotidiana e non solo nelle occasioni elettorali. Ecco, in questo senso credo che Orlando sia la scelta adeguata. Renzi avrebbe dovuto pensare ad un altro ticket: Orlando alla segreteria e lui al futuro governo. Il ticket con Martina mi fa sospettare che Renzi continui a non pensare a dedicarsi al Partito ma, piuttosto, a utilizzare il Partito per tornare al governo, lasciando Martina alla guida del Partito.
Dunque, voti Renzi ma ti ritrovi Martina segretario, artatamente legittimato dal ticket. Ma non presentato come segretario. Ecco perché per la segreteria scelgo Orlando, candidato per fare il segretario.

Ida Peritore

Si allungano i tempi per la legge elettorale

urna-elettoraleSlitta l’approdo in aula alla Camera della legge elettorale, inizialmente programmato per il 27 febbraio e subito arrivano le accuse incrociate di voler allungare i tempi. Il presidente della Commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, invierà a breve una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini, per comunicare che la Commissione non terminerà i propri lavori in tempo per quella data. Nella seduta odierna di oggi Mazziotti, che è anche relatore, ha illustrato altre quattro proposte di legge depositate nonché la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Si è quindi deciso di procedere a alcune audizioni su punti precisi della normativa elettorale, che si svolgeranno venerdì della prossima settimana, dato che nel frattempo la Commissione dovrà esaminare il decreto sicurezza. A questo punto la Commissione non riuscirà a concludere i lavoro entro la mattina di lunedì prossimo, 27 febbraio, così da rispettare il calendario. Di qui la lettera di Mazziotti a Boldrini.

L’invito della Corte costituzionale al Parlamento a varare una legge elettorale che favorisca la formazione di maggioranze parlamentari omogenee, deve avere un seguito concreto. altrimenti significherebbe “tradire lo spirito del nostro sistema costituzionale”. Ha detto ancora il relatore alla legge elettorale, Andrea Mazziotti, illustrando in Commissione la sentenza della Consulta sull’Italicum. “A conclusione della sentenza – ha detto Mazziotti – la Corte ha richiamato l’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 sulla legge di riforma, che ha confermato un assetto costituzionale basato sulla parità di posizione e funzioni delle due Camere elettive. In tale contesto, la Corte ha quindi rilevato che ‘la Costituzione, se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non ostacolino, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee’. “Quello della Corte – ha quindi aggiunto Mazziotti – non è un banale commento. E’ un monito all’intero Parlamento: non dare al Paese una legge omogenea e funzionante, magari per meri interessi di partito, significa tradire lo spirito del nostro sistema costituzionale. E di questo – ha concluso – tutti noi dovremo tenere conto”.

Su tutte le furie i 5 Stelle che parlano di melina. “La verità – scrivono in una nota i deputati M5S della commissione Affari costituzionali – è che non vogliono farci votare per arrivare a maturare la pensione a settembre”. La risposta arriva direttamente dal Pd: “Il Pd in queste settimane non ha mai chiesto di far slittare la data di arrivo in Aula della legge elettorale, non ha chiesto audizioni, non ha chiesto il rinvio della discussione. Ha chiesto di far partire la discussione su una proposta di legge a prima firma Nicoletti che ricalca il cosiddetto Mattarellum e si è detto disponibile a lavorare in qualsiasi giorno della settimana. Sono altri gruppi politici di opposizione che, legittimamente, hanno chiesto di attendere il deposito della sentenza della consulta e l’analisi di quella sentenza. Dunque, per il rinvio della data del 27 febbraio, i 5 stelle si rivolgano ad altri”. Lo dichiara il capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali della Camera Emanuele Fiano.

Interviene anche il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio per il quale “occorre mettere in salvo il confronto sulla legge elettorale, sottraendola al conflitto in atto nel Pd, pur comprendendo che, probabilmente, una equilibrata formula elettorale, senza posizioni privilegiate per nessuno, potrebbe aiutare i dibattiti nei partiti. Togliere i capilista bloccati, infatti, non è solo un atto di giustizia nei confronti del popolo sovrano, ma anche una regola che consente una battaglia aperta e leale dei candidati nelle stesse liste”.

Legge elettorale in commissione. Ma la quadra non c’è

Sebbene ufficialmente il calendario dei lavori della Camera preveda che la riforma della legge  elettorale approdi in Aula lunedì 27 febbraio, mai come in questo momento appare alquanto improbabile il rispetto della  tabella di marcia. È vero che oggi la commissione Affari  costituzionali ha avviato formalmente l’iter, con la relazione del presidente e l’incardinamento delle 18 diverse proposte di legge finora presentate, ma è altrettanto vero che tutto resterà ufficialmente congelato fino alle motivazioni della  sentenza della Consulta sull’Italicum.

Il vero nodo adesso è rappresentato dalle  mosse di Matteo Renzi, che dovrebbe sciogliere la riserva sul da farsi alla Direzione di lunedì. Finché, ragionano i componenti dei vari schieramenti politici in commissione Affari  costituzionali, compresi gli stessi deputati del Pd, non  saranno chiare le sorti del partito e del suo segretario, con le possibili dimissioni e l’apertura della fase congressuale,  nulla si muoverà e nessuna trattativa concreta sulla futura legge elettorale potrà arrivare alla quadra. E’ questo il senso dei vari conciliaboli in Transatlantico e nei corridoi del palazzo. “Il documento dei 40 senatori del Pd – osserva un  parlamentare dem – ha messo la pietra tombale sul voto a giugno e ha aperto di fatto il congresso. Renzi sa che al Senato non ha più la maggioranza del gruppo e con quei numeri non si può permettere di portare avanti alcuna proposta sulla legge elettorale, andrebbe in minoranza”, tira le somme la stessa fonte. Insomma, finché non si conosceranno i nuovi equilibri di forza nel Pd, è la convinzione di un esponente di spicco di Forza Italia, la legge elettorale resterà nel congelatore. Questo perché, spiega un deputato di Area popolare, “le  posizioni sul modello di voto all’interno dello stesso Pd sono  molto diverse e prevarrà la linea dell’area che vincerà il congresso”. E un verdiniano chiosa: “Nel pieno della campagna congressuale per conquistarsi lo scettro del Pd si potranno mai  mettere d’accordo le varie anime dem su quale legge elettorale  fare?”.

Al momento solo M5S, Lega e Fratelli d’Italia continuano ad invocare il voto subito. Lo ribadisce anche oggi Beppe Grillo che, in un post in cui attacca governo, Pd e parlamento, chiosa: “bisogna approvare la legge elettorale e andare a votare”. Di tutt’altro avviso la presidente della Camera, Laura Boldrini: “La legge elettorale è importante, ma il Paese lo è di più. Credo sia deludente andare a votare senza aver approvato quello che io chiamo il ‘pacchetto diritti'”. Anche per Massimo D’Alema non c’è alcuna fretta, anzi sarebbe disastroso un ritorno anticipato alle urne. Quanto alla legge elettorale, “il Pd ne ha proposto cinque diverse. E non è la minoranza che rompe le scatole. Lo scontro più aspro è quello che divide l’idea di Franceschini di un premio alle coalizioni e quella di Orfini che lo vuole alla lista”. Per l’ex premier “occorre una legge che offra una chance di governabilità, con un premio ragionevole, alla lista che arriva prima. Ma i capolista bloccati vanno aboliti”.

Il candidato alla segreteria, Roberto Speranza, incontrando altri parlamentari della minoranza dem, ha detto: “Siamo aperti a discutere di coalizione per ricostruire il centrosinistra”. Ma vanno “eliminati i capolista bloccati”. Per Maurizio Lupi “con questa legge elettorale, in questo  momento, la cosa certa è che Area Popolare si presenta da sola”. Tuttavia, per Ap “il premio alla coalizione è meglio del premio alla lista semplicemente perché in questi mesi abbiamo visto finzioni assurde, meglio essere diretti. Ad esempio il listone unico che vogliono fare Salvini e la Meloni, non è meglio fare una coalizione a quel punto? Sbarramento al 3% in entrambe le Camere”. Forza Italia presenterà un suo  testo dopo le motivazioni della Consulta, ma la linea del non voto è già chiara. E oggi, Renato Brunetta ha anticipato i capisaldi della proposta azzurra: sistema a base proporzionale, no al ballottaggio, premio di maggioranza che scatta dal 40% in su e su base nazionale sia alla Camera che al Senato, soglie di sbarramento omologhe per entrambi i rami del Parlamento, capilista bloccati anche a palazzo Madama, no preferenze ma collegi uninominali sul modello del Provincellum: “Abbiamo 12 mesi di tempo perché la legislatura finisce a febbraio del 2018”, ha concluso.

Sinistra Italiana “pensa che sia necessaria una legge di impianto proporzionale che metta al centro il tema della rappresentanza, in equilibrio con il principio di governabilità, e che si eliminino definitivamente i capilista bloccati. Perché non si può arrivare all’ennesimo Parlamento con il 75% di deputati nominati”, ha spiegato il capogruppo Arturo Scotto.

NODI DA SCIOGLIERE

Consultazioni-Camera“Secondo me bisogna sciogliere il nodo della data del referendum e allo stesso tempo capire l’evoluzione della legge elettorale, in questo ordine”. Lo ha affermato il segretario del Psi e Riccardo Nencini, a margine della conferenza di organizzazione della Feneal-Uil. Il referendum in questione è quello promosso dalla Cgil sul lavoro (voucher e appalti). Nencini ha anche escluso che il codice degli appalti possa essere “l’attaccapanni giuridico” attraverso il quale veicolare modifiche sugli appalti, nella direzione richiesta dal sindacato. “Si tratta di fattispecie diverse” ha aggiunto. E sulla legge elettorale Nencini ha aggiunto che “i Socialisti non cambiano spalla al fucile. La strada maestra è un crono-programma così fatto: la maggioranza che sostiene il governo, che è la stessa che sosteneva il governo Renzi, si mette attorno a un tavolo. Anche perché è la stessa coalizione che presumibilmente si presenta alle prossime elezioni con una voce sola agli italiani. Stabilisce come primo passaggio che legge elettorale fare. Secondo, la proposta viene presentata all’intero arco delle forze parlamentari perché le leggi elettorali sono leggi regola, e quindi non devono avere una maggioranza e una minoranza precostituita. Terzo a quel tavolo che sostiene la coalizione si fissa anche un progetto per l’Italia”.

Legge elettorale e durata del governo sono ormai al centro del dibattito politico e stanno diventando una spada di Damocle per l’esecutivo costantemente sotto la minaccia degli umori di chi vorrebbe accelerare la strada verso le urne. A farne le spese il Pd, diviso su posizioni difficilmente conciliabili su diversi fronti. Dalla data del voto, alla legge elettorale al Congresso, solo per citare i temi di maggiore attrito. Insomma nel Pd si cerca la quadratura in vista della direzione del 13 febbraio. A rompere gli indugi e a sposare la testi del “lunga vita al governo Gentiloni” è l’ex segretario del Pd Bersani che nel dibattito interno al suo partito su Congresso e elezioni chiede chiarezza da parte di tutti. “E’ ora che tutti, dico tutti, dicano parole chiare: io sono per il voto nel 2018, perché il governo governi e da qui a giugno si faccia la legge elettorale e a giugno il congresso. Altrimenti – ha aggiunto – se non rimettiamo i piedi a terra, i cittadini non capiscono e andiamo nei guai non solo politici ma anche economici e sociali”. Quanto alla legge elettorale, per Bersani vanno tolti i capilista bloccati. “Io voglio sapere che ne pensa Renzi e che ne pensa Franceschini. Dalla data del voto tutto discende”, insiste Bersani che alla domande su un asse Franceschini-Orlando si indigna. E mentre i centristi, come afferma in una nota il segretario Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc, “passata l’euforia immotivata per il voto anticipato è essenziale ora mettersi al lavoro per individuare correzioni equilibrate alla legge Elettorale” cercando una “convergenza in Parlamento su un sistema proporzionale”, Forza Italia ancora non si pronuncia e attente la sentenza della Corte per scoprire le proprie carte.

Ginevra Matiz