Pensioni. La quota 100 mette in allarme la pubblica amministrazione

Quota 100

RIFORMA IRRAGIUNGIBILE PER LE DONNE

La riforma delle pensioni 2019, è stato detto dal presidente dell’Inps Tito Boeri, è maschilista. E a parte il numero uno dell’Inps non sono mancati altri commenti sulla Quota 100 che hanno evidenziato come si tratti di una misura che non favorisce certo le donne, visto che per loro raggiungere un’anzianità contributiva di 38 anni è tutt’altro che semplice. Orietta Armiliato, sulla pagina Facebook del Comitato Opzione donna social, ha al riguardo evidenziato: “Le Donne non sono e non vogliono essere spettatrici idiote del destino della loro pensione e dunque scrivono, partecipano, condividono il loro dissenso e lo disseminano ovunque. Si passano la voce, si documentano, si attivano e comprendono perfettamente che questa non è una manovra per donne, e dunque chiedono ai membri delle commissioni ed al Governo di inserire emendamenti in nostro favore nella Legge di Bilancio”.

Armiliato, a proposito della misura principale della riforma delle pensioni, ha sottolineato: “Quota 100 è irraggiungibile per le lavoratrici, sono tanti, troppi gli anni di contribuzione che sono richiesti dal provvedimento che stanno per proporre a meno che, non venga finalmente valorizzato e riconosciuto il ‘lavoro di cura’ che tutte le donne indistintamente per radicata convenzione socio-culturale (e opportunismo di comodo…) svolgono, lavorando di fatto h 24 per 365 giorni l’anno e 366 giorni ogni quattro anni fuori e dentro casa, a vantaggio di tutta la comunità”. Su questo fronte, però, non sembra che verrà fatto molto, anche se la richiesta avanzata dal Cods è parte integrante della piattaforma unitaria sindacale relativa alla previdenza.

Probabile nuova governance all’Istituto di previdenza

BRAMBILLA VERSO LA PRESIDENZA INPS

Novità in arrivo per l’Inps. A quanto ha appreso e diffuso l’Adnkronos il governo si accinge a modificare la governance dell’Istituto di previdenza reintroducendo il Cda al posto dell’attuale assetto commissariale che concentra gran parte dei poteri nelle mani del presidente. La misura sarà inserita nella manovra di bilancio assieme alla riforma Fornero attraverso un ddl collegato o un decreto legge.

L’accordo raggiunto tra Lega e M5S, sempre secondo quanto diramato dall’Adnkronos, prevedrebbe anche una accelerazione del ricambio al vertice dell’Inps dove l’attuale presidente Tito Boeri, nominato dal governo Renzi e in rotta con il vicepremier Matteo Salvini che più volte ne ha chiesto le dimissioni, verrebbe fatto decadere con l’entrata in vigore delle nuove norme sulla governance. L’accelerazione dell’esecutivo sarebbe arrivata anche a seguito delle ultime uscite del numero uno dell’Inps, sempre critico sulle scelte dell’esecutivo in materia previdenziale. Al suo posto, sempre stando alle stesse fonti, andrebbe Alberto Brambilla, da sempre vicino alla Lega e sottosegretario al Lavoro nei governi Berlusconi. Brambilla sarebbe comunque affiancato, oltre che dal ricostituito Cda, da un direttore generale indicato dal M5S.

Pensioni

QUOTA 100, STATALI IN ALLARME

La quota 100 nel pubblico impiego desta preoccupazione non solo nei sindacati ma anche nel ministro per la Pa Giulia Bongiorno che ha annunciato di voler emanare una norma ad hoc temendo esodi negli uffici. “Si deve garantire la continuità dell’azione amministrativa – ha recentemente detto Bongiorno ad ‘Agorà’ su Raitre – si valuterà che tipo di convenienza avrà il dipendente a usufruirne o meno. Perché non è detto che poi tutti ne usufruiranno” e andrà stabilito se dovranno dare “un preavviso”.

A stretto giro i sindacati hanno di riflesso parlato di possibili “penalizzazioni” e “disparità” per gli statali. Per Antonio Foccillo, segretario confederale Uil, la quota 100 potrebbe essere “l’ennesima norma che crea differenze tra pubblico e privato in quanto costringerà molti impiegati pubblici a rimanere più a lungo rispetto ai privati e sembra addirittura contraddire l’idea del turn over al 100% contenuta nel ddl concretezza” ha sostenuto Foccillo all’Adnkronos nel commentare l’approvazione del provvedimento al Cdm della scorsa settimana.

Per Serena Sorrentino, segretaria generale Fp Cgil invece, “le modifiche che si paventano sulle pensioni, ancorché non essere la cancellazione della legge Fornero, rischiano di non affrontare la penalizzazione che si determina nel pubblico impiego data dalla minore entità dell’assegno previdenziale, in virtù dell’anticipo di uscita rispetto al requisito ad oggi in essere per l’anzianità contributiva e l’erogazione del trattamento di fine rapporto dopo 27 mesi dal pensionamento”.

Comunque, ha ulteriormente aggiunto Sorrentino “se una quota di dipendenti deciderà di accedere a quota 100, l’effetto di esodo previsto nei prossimi tre anni si aggraverà. Per questo servono misure urgenti e straordinarie per lo scorrimento rapido delle graduatorie in essere, procedure concorsuali tempestive e stabilizzazione dei precari” ha sottolineato la sindacalista apprezzando la volontà di Bongiorno che ha annunciato una norma ad hoc anche per formulare concorsi rapidi ed omogenei, e laddove nel ddl concretezza per le assunzioni a tempo indeterminato si fa riferimento ai vincitori di concorso e allo scorrimento delle graduatorie nel limite massimo dell’80% delle facoltà di assunzione maturate per ogni anno.

La questione delle pensioni rappresenta in ogni caso “un aspetto delicato e dovrà essere oggetto di un confronto con i sindacati” ha dichiarato all’AdnKronos il segretario confederale della Cisl Ignazio Ganga. Va definito come la “quota 100 si può calare nel comparto pubblico – ha continuato – quindi invitiamo il ministro ad aprire un confronto rispetto alla materia previdenziale e a non fare l’errore di penalizzare i lavoratori pubblici”. Anche perché ha rimarcato Ganga “deve essere incentivato un sistema di relazioni sindacali partecipativo, le cui caratteristiche sono state definite nei nuovi contratti, per renderle più snelle ed efficaci”.

Inail

INORTUNI, AUMENTANO I MORTI SUL LAVORO

Aumentano i morti sul lavoro nei primi nove mesi del 2018. Da gennaio a settembre di quest’anno le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail sono state 834, 65 in più rispetto alle 769 denunciate nello stesso periodo del 2017 (+8,5%). L’aumento dei casi mortali è dovuto soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto in confronto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che causano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. I casi di infortunio denunciati all’Inail, invece, sono stati 469.008, in diminuzione dello 0,5% rispetto all’analogo lasso di tempo del 2017.

Decessi – I dati rilevati al 30 settembre evidenziano, a livello nazionale, un incremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, che sono passati da 551 a 581 (+5,4%), sia di quelli occorsi in itinere, in aumento del 16,1% (da 218 a 253). Nei primi nove mesi di quest’anno si è registrato un rialzo di 67 casi mortali (da 648 a 715) nella gestione Industria e servizi e di cinque casi in Agricoltura (da 100 a 105), a fronte di un decremento di sette casi nel Conto Stato (da 21 a 14).

Incidenti ‘plurimi’. L’ascesa dei casi mortali è dovuta soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto rispetto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che provocano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. Nel solo mese di agosto, infatti, si è contato lo stesso numero di vittime (36) in incidenti plurimi dell’intero periodo gennaio-settembre 2017. Tra gli eventi di quest’anno con il bilancio più tragico si ricordano, in particolare, il crollo del ponte Morandi a Genova e gli incidenti stradali avvenuti a Lesina e a Foggia, in cui hanno perso la vita numerosi braccianti. Allargando l’analisi dei dati ai primi nove mesi, nel 2018 tra gennaio e settembre si sono verificati in totale 18 incidenti plurimi che sono costati la vita a 66 lavoratori, in confronto ai 12 incidenti plurimi del 2017, che hanno determinato 36 morti.

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una crescita di 40 casi mortali nel Nord-Ovest (da 183 a 223), di 15 nel Nord-Est (da 196 a 211) e di 14 al Sud (da 165 a 179). Modeste flessioni si riscontrano, invece, al Centro (da 158 a 156) e nelle Isole (da 67 a 65). A livello regionale spiccano i 20 casi in più del Veneto (da 70 a 90) e i 19 in più della Lombardia (da 94 a 113). Cali significativi si riscontrano, invece, in Abruzzo (da 38 a 22) e nelle Marche (da 28 a 15). L’aumento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato prevalentemente alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati 64 in più (da 696 a 760), mentre quella femminile ha contato un decesso in più (da 73 a 74). L’incremento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani (da 649 a 698), sia quelle dei lavoratori extracomunitari (da 84 a 97) e comunitari (da 36 a 39).

Analisi per età. Dall’analisi per classi di età emerge come quasi una morte su due abbia coinvolto lavoratori di età compresa tra i 50 e i 64 anni, con un rialzo tra i due periodi di 67 casi (da 322 a 389). In progresso anche le denunce che hanno riguardato gli under 34 (da 132 a 154) e gli over 65 (da 59 a 62). In discesa, invece, le morti dei lavoratori tra i 35 e i 49 anni (da 256 a 229).

Infortuni – I casi di infortunio denunciati all’Inail sono stati 469.008, in flessione dello 0,5% rispetto al medesimo periodo del 2017. I dati rilevati allo scorso 30 settembre hanno evidenziato, a livello nazionale, un ridimensionamento dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 401.474 a 398.759 (-0,7%), mentre quelli in itinere, avvenuti cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, hanno fatto osservare un balzo pari allo 0,3%, da 70.044 a 70.249. Tra gennaio e settembre il numero degli infortuni denunciati è calato dello 0,5% nella gestione Industria e servizi (dai 375.499 del 2017 ai 373.670 casi del 2018), del 2,4% in Agricoltura (da 25.219 a 24.610) e del -0,1% nel Conto Stato (da 70.800 a 70.728).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una sostanziale stabilità delle denunce di infortunio sul lavoro nel Nord-Ovest (-0,01%), una diminuzione al Centro(-2,0%), al Sud (-0,5%) e nelle Isole (-3,1%), e una lieve ascesa nel Nord-Est (+0,4%). Tra le regioni con le maggiori flessioni percentuali si segnalano la Provincia autonoma di Trento (-9,2%), la Valle d’Aosta (-5,0%) e l’Abruzzo (-4,1%), mentre gli incrementi maggiori sono quelli rilevati in Friuli Venezia Giulia (+4,1%), nella Provincia autonoma di Bolzano (+4,0%) e in Molise (+2,4%).

I lavoratori. Il decremento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato quasi esclusivamente alla componente femminile, che riscontra una caduta pari all’1,5% (da 167.631 a 165.145), rispetto al -0,01% di quella maschile (da 303.887 a 303.863). La discesa ha interessato gli infortuni dei lavoratori italiani (-1,7%) e di quelli comunitari (-0,4%), mentre per i lavoratori extracomunitari l’incremento è stato dell’8,0%. Dall’analisi per classi di età emergono decrementi per i lavoratori delle fasce 30-44 anni (-4,1%) e 45-59 anni (-1,4%). Viceversa, le classi fino a 29 anni e 60-69 anni registrano un aumento pari, rispettivamente, al +3,5% e al +5,2%.

Malattia – Dopo la diminuzione riscontrata nel corso di tutto il 2017, in controtendenza in confronto al costante aumento degli anni precedenti, nei primi nove mesi di quest’anno le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail sono tornate a lievitare, anche se a un ritmo sempre più decrescente nelle diverse rilevazioni mensili. Al 30 settembre scorso la crescita si è attestata al +1,8% (pari a 771 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2017, da 43.312 a 44.083). Si tratta della variazione più bassa osservata quest’anno: a gennaio, infatti, l’aumento riscontrato era stato pari al +14,8%, a febbraio al +10,3%, a marzo al +5,8%, ad aprile al +5,5%, a maggio al +3,1%, a giugno al +2,5%, a luglio al +3,5% e ad agosto al 2,3%. L’incremento ha interessato in particolare l’Agricoltura, con un salto percentuale pari al 5,2% (da 8.397 a 8.831), e l’Industria e servizi, le cui denunce di malattia professionale sono schizzate dell’1,0% (da 34.387 a 34.739), mentre nel Conto Stato il numero delle patologie denunciate è diminuito del 2,8% (da 528 a 513).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale evidenzia aumenti delle denunce al Centro (+809), dove si concentra oltre un terzo del totale dei casi protocollati dall’Istituto, al Sud (+385 casi), dove le tecnopatie denunciate sono quasi un quarto del totale, e nel Nord-Ovest (+120). In calo, invece, il dato del Nord-Est (-233) e delle Isole (-310). In ottica di genere si rilevano 850 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori (da 31.412 a 32.262, pari al +2,7%) e 79 in meno per le lavoratrici (da 11.900 a 11.821, per una diminuzione dello 0,7%). L’innalzamento ha riguardato le denunce dei lavoratori italiani, passate da 40.494 a 41.237 (+1,8%) e quelle dei lavoratori comunitari, da 834 a 910 (+9,1%), mentre le denunce dei lavoratori extracomunitari sono calate del 2,4% (da 1.984 a 1.936).

Patologie. Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (26.732 casi), con quelle del sistema nervoso (5.065) e dell’orecchio (3.369), nei primi nove mesi di quest’anno hanno continuato a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate e sono pari a circa l’80% del totale. Seguono le denunce di patologie del sistema respiratorio (1.973) e dei tumori (1.753).

Carlo Pareto

Pensioni, svanite le promesse per il Sud

Pensioni-InpsApparse, scomparse, riapparse, dissolte. Svanita esenzione delle tasse per i pensionati al Sud. Neppure un accenno al sogno fatto balenare agli italiani: le pensioni esentasse nel Mezzogiorno.

Del progetto non c’è traccia nel disegno di legge di Bilancio 2019 del governo penta-leghista all’esame del Parlamento. Eppure c’è di tutto: reddito e pensione di cittadinanza, modifica della legge Fornero per anticipare il pensionamento dei lavoratori, flat tax per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi a partita Iva, risarcimento dei risparmiatori danneggiati dal crac delle banche, pace o condono fiscale (secondo le varie definizioni), incentivi agli investimenti e alle nuove assunzioni. È previsto perfino l’affidamento in concessione gratuita per 20 anni dei terreni incolti alle famiglie che possano vantare la nascita di un terzo figlio nei prossimi tre anni, ma delle pensioni esentasse al Sud nessuna traccia. Nessun riferimento alla proposta lanciata da Salvini a metà agosto: svanita esenzione nella manovra economica.

Matteo Salvini, senatore eletto in Calabria, aveva avanzato l’ipotesi seducente in un tweet su internet: «Proporrò una zona di esenzione fiscale» in alcune delle più belle zone d’Italia perché «ci sono migliaia si pensionati italiani che vanno in Spagna e Portogallo per non pagare la tassa sulle pensioni». Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno in un comizio in Calabria, come aveva rivelato il ‘Corriere della Sera’, già in precedenza aveva delineato l’idea: creare «una zona di esenzione fiscale per i pensionati italiani e stranieri» in «alcune zone del Sud».

Alberto Brambilla, consigliere di Salvini, aveva messo a punto uno studio illustrato da ‘Repubblica’: esenzione decennale delle tasse per i pensionati italiani e stranieri che trasferiscono la propria residenza per almeno sei mesi e un giorno. Le regioni pilota scelte dal progetto erano la Calabria, la Sardegna e la Sicilia. Il piano fa felici insieme i pensionati e il Mezzogiorno: i primi non pagherebbero più un euro di tasse come in Portogallo (in Spagna e, in genere in diversi paesi europei, le imposte sono tagliate ma in parte restano) mentre le disastrate e belle regioni del Sud incasserebbero un fiume di denaro delle “pantere grigie” che creerebbe sviluppo e occupazione.

Brambilla aveva anche quantificato i vantaggi: «Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale».

In sintesi: per ogni pensionato trasferito “al sole” del Sud ci sarebbe un nuovo occupato, in genere giovane, principalmente nei servizi. Brambilla, però, aveva fissato delle condizioni stringenti: i comuni che potranno aderire all’iniziativa dovranno avere meno di 4 mila abitanti e dimostrare uno spopolamento del 20% negli ultimi 10 anni. Inoltre andranno garantiti una serie di servizi ritenuti imprescindibili come la raccolta differenziata e un livello sanitario in linea con quelli «di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia».

La sirena degli assegni previdenziali esentasse è suonata come una melodia per l’esercito di circa 60 mila pensionati italiani che sono emigrati all’estero (7 mila in Portogallo) o con un reddito basso (per vivere dignitosamente) o con un reddito alto (per migliorare le condizioni di vita). E’ suonata come una melodia anche per i pensionati stranieri e per gli aspiranti a staccare la spina dal lavoro, in Italia e all’estero.

Però è seguita la bruciante delusione, alle parole non sono seguiti i fatti: svanita esenzione. Una prima delusione era arrivata dal governo Conte-Salvini-Di Maio la notte del 27 settembre quando, suonando la grancassa mediatica, aveva approvato l’ossatura del disegno di legge di Bilancio decidendo i contenuti del Def (Documento di economica e finanza).

Ai primi di ottobre l’idea, invece, era riapparsa. Salvini aveva precisato ad Agorà, Rai3: «Ci stiamo lavorando…L’ipotesi in campo riguarda detassare le pensioni per alcune regioni del Sud dell’Italia a chi volesse portare la residenza in queste zone».

Poi niente, svanita esenzione. Certo c’è ancora un po’ di tempo per recuperare: il segretario della Lega, tra uno scontro e l’altro con la Ue e l’opposizione, per lo spread che sale vertiginosamente zavorrando pericolosamente la già difficile manovra economica, potrebbe ripescare il progetto della pensione senza imposte entro la fine dell’anno, termine per votare in Parlamento la legge di Bilancio (sempre che il governo sopravviva agli scontri tra Lega e M5S). Ma non c’è alcun segnale della volontà di rispettare l’impegno proclamato su Twitter e poi ad Agorà. Resta solo la speranza.

Per ora non c’è una parola, una sola parola né nel disegno di legge legge di Bilancio né in un provvedimento collegato. Salvini deve fare i conti con le sue troppe, roboanti e costosissime promesse acchiappa voti. Promesse in competizione con quelle, sempre costosissime di Luigi Di Maio, collega cinquestelle di governo e concorrente nelle elezioni europee di maggio.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Arriva la manovra a rischio recessione

tria conte

L’Italia è ancora nel bel mezzo del caos provocato da una manovra finanziaria confusa e che continua a cambiare nei suoi contenuti. L’ultimo atto (in ordine di tempo) è arrivato ieri quando il premier Conte e il ministro dell’Economia Tria hanno messo a punto una nuova bozza con alcune novità non indifferenti. Le modalità sembrerebbero quelle dell’assalto alla diligenza, che si ripetono anche nel governo del ‘cambiamento’.

Da una parte c’è lo scorporo dei provvedimenti sul reddito di cittadinanza e sulla revisione della legge Fornero i cui fondi sono stanziati attraverso un ‘collegato’ alla legge di Bilancio che dovrà essere votato separatamente. Vale a dire che occorrerà più tempo prima che i due provvedimenti vedano la luce e dunque, al fine della stabilità dei conti pubblici, ciò equivale a una boccata d’ossigeno in più.

Dall’altra parte si è venuti a conoscenza di una nuova flat tax al 15% per le lezioni private e ripetizioni degli insegnanti, del fatto che la sterilizzazione piena dell’Iva varrà solo per il 2019 e dunque si richiederanno nuovi interventi per il 2020 e 2021, dello stanziamento di 4,3 miliardi per i rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, dell’estensione della cedolare secca al 21% applicabile agli immobili commerciali non superiori a 600 mq, fino alla voce delle ‘politiche per la famiglia’ per cui si incrementa di 100 milioni il fondo relativo; arriva poi una misura che assegna la metà dei ‘terreni incolti’ della Banca dati Ismea a famiglie con un terzo figlio in arrivo nel prossimo triennio o giovani imprenditori agricoli che garantiscano una quota del 30% della loro società a quei nuclei. Ed altre misure ancora che continueranno ad aggiungersi fino a che la legge di Bilancio 2019 non verrà definitivamente approvata dal parlamento.

In questo contesto, non stupisce che i tedeschi, cioé coloro che sono maggiormente preoccupati per la sostenibilità del debito pubblico italiano arrivato alla soglia dei 2250 miliardi, cerchino di suggerire delle misure che impediscano in un futuro una distribuzione dell’onere di questo debito tra i vari paesi aderenti all’euro. Ma la proposta arrivata da Karsten Wendorff, un anziano capo finanziario della Bundesbank, è sinceramente inaccettabile. Prevede che tutti gli italiani titolari di un po’ di risparmio vengano obbligati a versare il 20% del proprio patrimonio in un fondo di solidarietà a garanzia del ripagamento del debito pubblico. Una sorta di prelievo forzoso ma di entità enorme e tale da rendere inutile qualsiasi intervento da parte del fondo Esm, cioé quello che dovrebbe intervenire qualora un paese europeo abbia un problema di sostenibilità del proprio debito.

La proposta fa capire il livello di nervosismo che serpeggia in Europa riguardo la situazione italiana, anche se già molte volte è stato affrontato il problema del debito pubblico italiano troppo alto e della necessità di un suo abbattimento. La proposta tedesca deriverebbe dalla consapevolezza che, a fronte del debito pubblico, l’Italia ha un forte risparmio privato, attivi nell’ordine dei 4000 miliardi, a cui si aggiungono le proprietà immobiliari per altri 3000 miliardi circa (sottostimati). Dunque, dal punto di vista patrimoniale l’Italia è solvibile ma si tratta di capire come trasferire, senza danni o penalizzazioni per chi è detentore di tale ricchezza, una parte di questo risparmio in investimenti a sostegno del debito pubblico e in rimborso dello stesso. Le soluzioni potrebbero essere molte, ma un prelievo forzoso in un fondo di solidarietà assomiglierebbe a una punizione nei confronti dei cittadini più virtuosi, cioé quelli che nella loro vita hanno risparmiato di più, che si troverebbero a dover pagare per le inefficienze pubbliche degli ultimi trent’anni e per le politiche sbagliate e poco lungimiranti dei governi e dei politici che si sono susseguiti dalla fine degli anni ’80 ad oggi. Insomma una provocazione che rischierebbe di sfociare in rivolte di piazza. Finora, ci sono state le rivolte elettorali che hanno portato all’attuale governo.

Salvini, Di Maio, Conte, Tria, sono comunque avvertiti: i tedeschi sono fermamente contrari, e non da ora, alla socializzazione del debito pubblico italiano, sebbene in un’area di moneta comune si potrebbe pensare anche a questo. E potrebbero essere contrari anche a ulteriori manovre messe in atto dalla Bce, come l’Operation twist, cioé l’allungamento delle scadenze dei titoli di Stato italiani acquistati negli ultimi tre anni dalla banca centrale, in modo da rendere più morbido il post Quantitative easing. Una modalità che il banchiere centrale Mario Draghi starebbe studiando.

Il fatto più pericoloso che si potrebbe palesare da qui a qualche settimana sarebbe una frenata della crescita del Pil italiano che potrebbe risultare pari a zero nel terzo trimestre 2018 fino a diventare negativa nel quarto trimestre. Diversi centri studi economici lo stanno già mettendo in evidenza, attribuendo la responsabilità del rallentamento a una sorta di ‘credit crunch’ che si sta manifestando da maggio 2018 in poi, cioé da quando è cominciato a salire lo spread a causa dell’incertezza politica e dell’eventualità di una uscita dall’euro da parte dell’Italia. Se questa interpretazione fosse confermata dai dati consuntivi dell’Istat in uscita a novembre sarebbe una vera e propria doccia fredda per tutti e confermerebbe che le previsioni di crescita per il 2019 previste dal governo, pari all’1,5%, sarebbero difficilmente raggiungibili.

Questo sarebbe l’attuale quadro economico. A ciò si potrebbero aggiungere le tensioni internazionali sui dazi commerciali che stanno avendo un loro effetto sulle esportazioni delle aziende europee soprattutto verso la Cina, così come la stretta monetaria che sta mettendo in pratica la Federal reserve americana dopo anni di liquidità a pioggia immessa sui mercati finanziari.

Non si tratta allarmare ed evocare tempeste, ma cercare di evitare di entrare in una spirale negativa formata da spread al rialzo, stretta al credito da parte delle banche, contrazione dell’economia reale. E’ proprio ciò che non serve all’Italia in questo momento, ma, il governo gialloverde, ancora, non sembra rendersi conto dei potenziali danni di una spirale di questo tipo. Però, lo sanno benissimo Giovanni Tria e Paolo Savona, i due autorevoli economisti nel governo.

Salvatore Rondello

CEFFONE AL POPOLO

balcone di maio governo

“Non era mai capitato a nessuno la bocciatura della manovra economica. Mai! Tutti d’accordo, anche i governi sovranisti alleati di Salvini. E ora? A giorni le agenzie di rating esprimeranno il loro giudizio sulla tenuta del debito italiano. Basta scendere di un livello – scalino ‘spazzatura’ – e l’acquisto dei nostri titoli di stato precipita. Bel casino”. Commenta così Riccardo Nencini, segretario del Psi, la bocciatura da parte della Ue della manovra economica. Nencini prosegue: “Mutui più cari, aumento del debito pro capite, investimenti in calo, fuga dei capitali, spread alle stelle. Meno posti di lavoro. Il governo reagisce attaccando l’Europa. La verità? La manovra non convince nessuno. Il ceffone al popolo lo sta dando il governo” ha concluso Nencini.

Ieri l’Unione europea ha bocciato la manovra del governo e subito dopo si è aperta una crisi istituzionale con la Presidenza della Repubblica. Inoltre sembrerebbe spaccato il centro destra con la Lega e Fratelli d’Italia che attaccano l’Ue e Forza Italia che la difende. Dunque, l’Italia è divisa tra europeisti ed antieuropeisti, ma la posta in palio è molto più alta. Sono in gioco la democrazia, l’Unione europea, le libertà dei popoli ed il loro benessere economico e sociale. L’invito dell’Ue a modificare la finanziaria è stato molto chiaro. Entro tre settimane il governo dovrebbe presentare una nuova proposta, ma già si sa che non ci sarà nessun cambiamento.

La Commissione europea ha scritto: “Le misure incluse nel documento programmatico di bilancio 2019 dell’Italia indicano un chiaro rischio di fare marcia indietro rispetto alle riforme che il Paese aveva adottato. In particolare, la possibilità di pensionamenti anticipati inverte la rotta rispetto a precedenti riforme delle pensioni che sottendono alla sostenibilità a lungo termine del consistente debito pubblico italiano. L’introduzione di un condono fiscale potrebbe scoraggiare il rispetto, già basso, delle norme fiscali, premiando implicitamente i comportamenti che non rispettano le leggi, compensando in gran parte l’effetto positivo del rafforzamento della fatturazione elettronica. Data la dimensione significativa dell’economia italiana nell’area euro, la scelta del governo italiano di aumentare il deficit di bilancio, sebbene debba far fronte alla necessità di affrontare problemi legati alla sostenibilità delle finanze pubbliche, crea rischi di ricadute negative per gli altri Stati membri dell’Eurozona”.

Il leader della Lega e vicepremier, Matteo Salvini, ha già puntualizzato: “La manovra non cambia. Dopo la bocciatura dell’Ue al provvedimento il governo italiano tira dritto. Da Bruxelles possono anche mandare 12 letterine, ma la manovra non cambia”.

Ma anche il sottosegretario all’Economia M5S, Laura Castelli, ha detto: “Non ci sarà nessuna revisione. Quella manovra è ciò che serve. Abbiamo detto la verità sui numeri e non facciamo come i Governi precedenti che sparavano cifre esilaranti per poi ottenere norme catastrofiche. Avete capito dalle dichiarazioni di Conte e di Tria la posizione”.

Salvini ha anche rincarato la dose: “Se insistono a tirare schiaffoni a caso mi verrebbe voglia di dare più soldi agli italiani. Tutte le manovre passate negli anni scorsi a Bruxelles hanno fatto crescere il debito di 300 miliardi di euro. Noi siamo qua per migliorare la vita degli italiani, mi sembra un attacco pregiudiziale, la contestazione principale è che non bisogna toccare la legge Fornero che è nel programma del 90% dei partiti tranne che del Pd: è un attacco all’ economia italiana perchè qualcuno vuole comprare le nostre aziende sottocosto”.

Poi, Salvini, sulla Rai ha detto: “Di Rai non ne parlo io, c’è un presidente ed un amministratore delegato che stanno cercando professionalità interne accantonate da anni anche per ragioni politiche. La Rai merita tanto e da spettatore, quando vedo che ci sono programmi pregiudizialmente schierati a sinistra cambio canale. Siamo il primo governo che ha l’informazione pubblica tutta contro, non faccio il ‘piangina’, tiro diritto ma spero che la Rai sia equilibrata e dia spazio a tante voci”.

Il premier Giuseppe Conte, riferendosi alla sua visita in Russia ha scritto: “Questa mattina all’Expocentre di Mosca ho incontrato gli imprenditori italiani. Donne e uomini preparati e vincenti che portano in alto il made in Italy in Europa e nel mondo. A loro ho ribadito che l’Italia è un Paese che gode di buona salute, i fondamenti della nostra economia sono solidi. Il Governo farà la sua parte per far crescere le imprese italiane. C’è un grande impegno in tal senso, come dimostrano anche le misure contenute nella manovra”.

Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, ospite a Bologna del congresso della Camera del Lavoro, ha detto: “Se il Governo non apre il confronto, penso che dobbiamo essere molto netti e dare una risposta di mobilitazione e di iniziative. Ma dobbiamo essere altrettanto netti tra di noi e dirci che non è scontato, senza un lavoro preparatorio, che le masse ci seguano”.

Le provocazioni e le cadute di stile si ripetono in continuazione. L’eurodeputato leghista Angelo Ciocca, al termine di una conferenza stampa della Commissione a Strasburgo, ha messo la sua scarpa sopra i fogli che Moscovici aveva usato come traccia per il suo discorso sul documento programmatico di bilancio italiano. Il commissario Europeo agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici, ha commentato: “L’episodio della scarpa made in Italy è grottesco. All’inizio si sorride e si banalizza perché è ridicolo, poi ci si abitua ad una sorda violenza simbolica e un giorno ci si risveglia con il fascismo. Restiamo vigili. La democrazia è un tesoro fragile”.

Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier, Matteo Salvini che ha affermato: “Non voglio uscire dall’Europa, non voglio uscire dall’euro, voglio che i miei figli crescano in Europa. Non voglio sbattere le scarpe sui tavoli, però lasciate che gli italiani lavorino”. A chi gli ha chiesto del gesto dell’europarlamentare Ciocca, che ha simbolicamente ‘calpestato’ la relazione dei commissari sulla manovra italiana, Salvini ha tagliato corto: “L’Europa non la cambi con le provocazioni…”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non è la prima volta che richiama il Governo ‘all’equilibrio di bilancio’ ma, martedì 23 ottobre, ha voluto declinarlo in una logica che non è quella dell’«astratto rigore» ma a tutela delle famiglie e del risparmio, in una prospettiva di «equità e con uno sguardo lungo sullo sviluppo». Si può dire che i suoi avvisi stanno diventando una goccia, ripetuti in ogni occasione possibile e con una finalità chiara: evitare che l’Italia vada a sbattere.

Non a caso Mattarella ha parlato della necessità di «scongiurare che il disordine della pubblica finanza produca contraccolpi pesanti anzitutto per le fasce più deboli, per le famiglie che risparmiano pensando ai loro figli, per le imprese che creano lavoro». Un rischio che c’è per una somma di ragioni: per le conseguenze di uno strappo con l’Europa; per l’indicatore dello spread che è tornato a sfiorare quota 320 e che comporta un aggravio di spesa pubblica a danno, di misure che potrebbero andare ai più svantaggiati; per il sistema del credito che è sotto pressione; per le previsioni sul Pil che molti istituti indipendenti danno sotto la quota prevista dal Governo. Insomma, è evidente che ci sono elementi di preoccupazione anche se non drammatici, anche se non di allarme.

Tra l’altro al Colle spetta la firma sulla legge di bilancio che nessuno mette in discussione anche se qualche valutazione inizia a essere fatta. Il punto è che lo stesso Governo (nella lettera alla Ue) dichiara apertamente di aver violato regole Ue che hanno piena copertura in Costituzione e dunque non è escluso che Mattarella possa dire qualcosa nel momento del suo via libera. Se quindi per il Governo la strada che si apre da qui a tre settimane è complicata, lo è pure per il capo dello Stato che ha l’obiettivo di portare verso una ricucitura con l’Europa con mediazioni che allenterebbero la tensione anche sui mercati, vero motivo di timore per il sistema.

Allora, quelle parole di ieri danno una mano a chi nell’Esecutivo vuole usare questo tempo per negoziare, davvero, con Bruxelles. È vero che tutti mostravano la faccia più dura, a cominciare da Di Maio e Salvini, ma nel premier così come in Tria e in una parte della Lega (sensibile alle preoccupazioni del Nord produttivo) e pure in alcuni settori dei 5 Stelle (area Fico) si punta a ritrovare un dialogo. Martedì dopo la bocciatura della Ue non era il giorno giusto per far intravedere cambiamenti sulla manovra, sarebbe stato un cedimento repentino verso Bruxelles, ma davanti ci sono tre settimane di trattativa e di “esame” dei mercati.

Ecco quella di Mattarella è la mano tesa a chi non chiude le porte a correzioni di rotta. Una sponda ai “dialoganti” della maggioranza ma collaborativa con tutto il Governo tant’è che in precedenza aveva subito firmato il decreto fiscale. Un richiamo in “pace” fatto per preparare il terreno a chi volesse cominciare un’opera di disarmo in una guerra con l’Ue dagli esiti incerti.

Ma nel governo giallo-verde c’è veramente qualche anima dialogante? E se invece non ci fosse ? Il governo si aspettava la risposta negativa dell’Ue. Dunque, è legittimo pensare che la manovra è stata volutamente congegnata provocatoriamente per finalità poco chiare ma diverse dalle demagogiche dichiarazioni per accattivarsi il consenso popolare.

Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, intervenendo di fronte alle commissioni Esteri congiunte di Camera e Senato, ha sottolineato: “L’Unione Europea ci riserva una bocciatura sulla manovra e chiede un nuovo documento: ora l’Italia ha tre settimane di tempo per rispondere, con il Governo italiano che esclude comunque un nuovo documento. L’ultima parola spetta ai Parlamenti nazionali, la Commissione può comunque aprire una procedura per disavanzo eccessivo: queste sono le dinamiche istituzionali”.

L’esecutivo Lega-Movimento 5 Stelle è dunque convinto di “essere sulla strada giusta” come è stato confermato dal vice premier Di Maio. Non ci resta che attendere le prossime mosse. Lo scontro avverrà in Parlamento dove attualmente non ci sono i numeri per una modifica. Lascio immaginare ai lettori gli sviluppi ulteriori. Il proscenio è brutto assai.

Salvatore Rondello

Tria e Savona pronti a cambiare la manovra

tria e savonaLo spread fa paura. La manovra economica del governo Lega-M5S, secondo Giovanni Tria, non è intoccabile. I provvedimenti sulla finanza pubblica potrebbero cambiare sula base di un dialogo con la commissione europea, fortemente critica sull’ossatura della legge di Bilancio 2019 emersa dal Def (Documento di economia e finanza per il triennio 2019-2021).
In particolare potrebbe essere rivista la modifica della legge Fornero, la cosiddetta “quota 100” (la somma tra età e anni di contributi per la pensione anticipata). Giovanni Tria, ministro tecnico dell’Economia, ha fatto un accenno all’ipotesi. Parlando ieri, martedì 9 ottobre, davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha annunciato: con la manovra arriverà una «temporanea ridefinizione delle condizioni del pensionamento». Quella “temporanea ridefinizione” sembrerebbe far riferimento ad una durata limitata ad un solo anno delle modifiche alla legge Fornero. Non solo. Sulla manovra il governo «vedrà l’effetto e in base a quello vedrà come continuare, in quale forma e misura».
Da quando, a maggio, sono partite le trattative tra la Lega e il M5S sul “governo del cambiamento” lo spread è schizzato verso l’alto dai 120-130 punti dell’esecutivo Gentiloni. Dopo qualche arretramento, ha intrapreso una folle corsa: ieri ha oltrepassato quota 310 facendo aumentare gli interessi pagati sui titoli del debito pubblico italiano (il maggior costo sarebbe di 3-5 miliardi di euro l’anno).
Matteo Salvini e Luigi Di Maio, però, non hanno lo stesso atteggiamento di disponibilità con Bruxelles per modificare la manovra economica. Il segretario della Lega e il capo politico del M5S hanno escluso ogni cambiamento sia per ridurre il deficit pubblico fissato al 2,4% del Pil nel 2019 sia per rivedere i provvedimenti centrali: reddito e pensione di cittadinanza, superamento della legge Fornero, flat tax al 15% per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi con partita Iva, risarcimento dei risparmiatori frodati dalle banche, incentivi fiscali per gli investimenti e le nuove assunzioni. Si sono scontrati con la commissione europea che richiede un ripensamento e il rispetto delle regole alla base dell’euro. I due vice presidenti del Consiglio hanno ripetuto: «Non torneremo indietro» e «vanno realizzate le promesse elettorali» altrimenti non ha senso continuare ad andare avanti.
Nel lungo Consiglio dei ministri del 27 settembre, nella notte del Def a Palazzo Chigi, Salvini e Di Maio sono arrivati ai ferri corti con Tria che invocava “gradualità” e l’inviolabilità del limite di un deficit al 2% per rispettare gli impegni europei. Il ministro tecnico dell’Economia sarebbe stato anche a un passo dalle dimissioni.
Da allora lo spread ha ripreso a salire vertiginosamente mentre la Borsa di Milano ha collezionato una pesante caduta delle quotazioni. Ma Salvini e Di Maio tirano dritto: «Non temiamo lo spread» e «gli italiani sono con noi».
Nel governo gialloverde, però, la preoccupazione cresce. Paolo Savona ha avvertito da Porta a porta su Rai1: «Se ci sfugge lo spread deve cambiare la manovra». Il ministro degli Affari europei, già candidato all’Economia da Salvini, resta comunque fiducioso: «Sono abbastanza sicuro che lo spread non arriverà a 400». Nella Lega c’è chi teme «la bomba atomica dei mercati». Particolarmente preoccupato è Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, braccio destro di Salvini, in una intervista a ‘Repubblica’ ha annunciato: «Se qualcosa non funzionerà interverremo». Il governo Conte-Salvini-Di Maio non piace alle élite italiane ed europee ma «ricordiamoci che dobbiamo pur andare sui mercati, a vendere i titoli di Stato. Possibilmente con interessi accettabili. E dobbiamo fare in modo che qualcuno, quei titoli, li compri».
Nel novembre 2011 lo spread divampò fino a 576 punti, le finanze italiane sfiorarono il collasso, Silvio Berlusconi fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio e a Palazzo Chigi fu sostituito dal tecnico Mario Monti. C’è chi teme il ripetersi di quell’evento. I giornali hanno indicato un Piano B da parte del governo Conte per cambiare la legge di Bilancio in Parlamento se lo spread salisse a 400. Tuttavia Di Maio ha smentito tutto. Ha assicurato: «Il Piano B non esiste, non arretriamo». Sulla stessa linea Salvini: «Non ci sono piani B, C e D». Però il segretario del Carroccio ha precisato dopo un vertice tenuto ieri sera a Palazzo Chigi sulla manovra: «Stiamo limando, aggiustando, migliorando su la legge Fornero, pace fiscale e riduzione delle tasse».
Il rischioso braccio di ferro potrebbe durare a lungo. La manovra verrà presentata dal governo il 20 ottobre, poi dovrà essere votata dal Parlamento. Nel frattempo qualcosa è cambiato: il deficit del 2,4%, all’inizio previsto anche per il 2020 e il 2021, è stato ridotto. Bruxelles ha apprezzato, ma non è bastato. Da ieri c’è una difficoltà in più. L’Ufficio parlamentare del bilancio ha bocciato la manovra perché sono troppo ottimistiche le previsioni per il 2019.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

GUERRA DI CIFRE

pallette

È guerra di cifre sul Def. Lega e Cinque Stelle sembrano parlare di cose diverse, di documenti diversi. Ognuno ha i suoi conti e i sui numeri nel cassetto nel giorno della presentazione del Def in Parlamento. “Immagino abbiano bisogno di fare le verifiche dei numeri, perché ieri hanno cambiato il deficit” commenta il sottosegretario pentastellato alla presidenza Stefano Buffagni. “Certo è un lavoro non facilissimo, ci auguriamo arrivi stasera alle Camere” afferma interrogato sui tempi di arrivo della Nota di aggiornamento al Def. Un documento che i due vicepresidenti del consiglio avevano definito con enfasi immodificabile. Invece i cambiamenti si sono susseguiti più volte. In nottata Lega e M5s hanno specificato che le misure della prossima manovra partiranno a inizio 2019 e saranno finanziate con 20 miliardi di euro: 10 per il reddito di cittadinanza, 7 per riformare la Fornero, 2 per la flat tax e 1 per assunzioni straordinarie. Il rapporto deficit/pil sarà fissato al 2,4% nel 2019, al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021.

Secondo il ministro dell’Interno Matteo Salvini, intervenuto a Radio Anch’io, i numeri della manovra dovrebbero essere leggermente diversi rispetto a quanto illustrato. Il vicepremier ha detto che “ci saranno 16 miliardi per i due interventi principali, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero”. Alla domanda se ci fossero 10 miliardi per il reddito, come era stato annunciato, ha risposto che “se la matematica non è un’opinione, se ce ne sono 7-8 per la Fornero, ce ne sono 8 per il reddito”, e non 10 come precedentemente proposto. “Non faremo marcia indietro sulla manovra se lo spread continua a salire”, ha precisato Salvini aggiungendo che “se tagli le tasse aiuti la crescita, noi puntiamo a un’Italia che non cresce dello zero virgola, ma del 2, del 2,5%”.

La pace fiscale “non è nella manovra, sarà in un decreto ad hoc”. Lo ha spiegato Salvini sottolineando come il provvedimento non premierà “i furbi ma quelli che non ce l’hanno fatta, che hanno fatto la dichiarazione dei redditi e non sono riusciti a pagare tutto quel che hanno voluto o dovuto: chi scommette del suo, chi è partita iva, rappresentante del commercio ad esempio, si alza la mattina non ha garanzie, non ha maternità, non ha ferie. Se lei avesse la cartella esattoriale di 10mila euro perché si è rotto una gamba e non è riuscito a vendere camicie, io o la rovino e le tengo cartella sul groppone per tutta la vita, costretto a pagare in nero, oppure la convoco e le chiedo: quanto mi può dare, mi dà 2mila euro?”.

Ma il punto dolente è il reddito di cittadinanza. Dopo le varie precisazioni dei due vicepremier, fonti M5s ribadiscono che per il reddito di cittadinanza le risorse sono pari a 10 mld, 9 per il reddito e 1 per i centri per l’impiego e non 8 come aveva detto questa mattina il ministro dell’Interno Matteo Salvini. E, ospite di Mattino 5, anche il sottosegretario Stefano Buffagni ribadisce lo stesso concetto commentando: “Ho qui la tabella. Salvini? Era mattino presto forse era confuso…”. Non si fa attendere la risposta della Lega:.”Dispiace che esponenti degli alleati di governo vadano in giro con tabelle non ufficiali e che sono mere simulazioni. Confermiamo che la quota 100 per le pensioni partirà al massimo entro il mese di febbraio, anche se faremo di tutto per renderla operativa già dal 1 gennaio 2019, e che prevede una spesa di 7 miliardi di euro per il prossimo anno” precisa  il viceministro all’economia Massimo Garavaglia sulle ipotesi che circolano sulla nota di aggiornamento al Def che farà da cornice alla prossima manovra.

In mezzo ai due duellanti il presidente del Consiglio non sa da che parte stare. Il reddito di cittadinanza “contribuirà a sollevare dalla soglia della povertà oltre 5 milioni di persone” ha affermato elencando gli obiettivi della misura contenuta nella manovra le cui risorse a copertura sono tutte da stabilire. . Gli riponde a stretto giro il sottosegretario agli affari regionali Stefano Buffagni: “Per il reddito di cittadinanza le risorse sono pari a 10 miliardi, 9 per il reddito e 1 per i centri per l’impiego. È quanto ribadiscono fonti del M5s replicando al vicepremier Salvini. Ospite di Mattino cinque, anche il sottosegretario Stefano Buffagni ribadisce lo stesso concetto commentando: “Ho qui la tabella. Salvini? Era mattino presto forse era confuso…”.

Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, in un’intervista rilasciata a Radio Radicale, ha cercato di fare chiarezza: “Ho visto che in queste ore ci sono un po’ di dibattiti su quanto ci sia per il reddito di cittadinanza e quanto ci sia per la Fornero. La misura che abbiamo messo in piedi prevede che tutta la platea abbia il reddito di cittadinanza e che si superi la legge Fornero, che si permetta con quota 100 vera di andare in pensione. Quindi si sta semplicemente giocando sui numeri ma ci sono i soldi per tutte le misure che abbiamo appena detto”.

Intanto fonti della commissione Ue hanno smentito che sia “già pronta” una lettera di bocciatura della manovra italiana da parte della Commissione europea, come riportato da alcuni organi di stampa. La Commissione redigerà la sua valutazione solo quando riceverà la bozza della legge di Bilancio a metà ottobre e il focus sarà sui dati relativi al 2018 e sugli obiettivi per il 2019.

Luigi Di Maio teme l’assassinio del M5S

di maioAccuse feroci, insulti, offese. Luigi Di Maio teme brutte sorprese elettorali alle europee di maggio. Così spara a cannonate contro il ”sistema”, i “vecchi partiti”, i “tecnocrati”, l’”establishment” italiano ed europeo. In particolare mira contro il malconcio Pd. Matteo Renzi, ex segretario democratico, è «un assassino politico» perché nel 2015 fece approvate il Jobs act, la riforma del mercato del lavoro. Maurizio Martina, attuale segretario del Pd, è tra «gli assassini politici dei diritti degli italiani» dopo la difesa di Renzi e l’attacco alla politica fatta con “odio” e “rancore”.
Il capo politico del M5S ha abbandonato i toni pacati e rassicuranti della campagna elettorale delle elezioni politiche del 4 marzo, vinte con un trionfale 32% dei voti. Da quando è diventato vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha imboccato sempre di più la strada delle accuse infuocate ad avversari politici vicini e lontani. Durante la campagna elettorale per le politiche incontrava diplomatici europei e americani, imprenditori e lavoratori assicurando: «Il M5S sarà garante della stabilità contro il caos». Adesso ha di nuovo imboccato la strada della rivoluzione populista, la vecchia strada del sanguinoso insulto, dell’offesa lacerante, cavalli di battaglia del travolgente successo di Beppe Grillo. Manca l’ironia del grande comico genovese, fondatore e guru dei cinquestelle, ideatore della politica del “vaffa..”, ma la dirompente impostazione populista è analoga.
Però le differenze sono molte: Grillo si scagliava a testa bassa contro un Pd potente, al governo, guidato prima da Pierluigi Bersani e poi da Renzi. Di Maio se la prende con un Pd in stato comatoso, sconfitto, lacerato, in cerca di un nuovo segretario, incapace perfino di realizzare una efficace opposizione all’esecutivo penta-leghista.
Il nervosismo del ministro cinquestelle, comunque, si può spiegare: l’agognata conquista del governo invece di accrescere i consensi li fa perdere al partito fondato da Grillo. Di Maio teme un bagno elettorale alle europee così picchia duro contro il Pd in disfacimento e contro Bruxelles, per cercare di rispondere con la radicalizzazione alla prorompente avanzata leghista e alle critiche interne (per ora sommerse) tra i grillini in stato di allarme.
Di qui l’audace “Manovra del Popolo” con il deficit pubblico alzato al 2,4% del Pil per tre anni per cancellare “la povertà”. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo punta a mantenere nel 2019, almeno in parte, le costose promesse elettorali introducendo il reddito e la pensione di cittadinanza, la modifica della legge Fornero sulle pensioni, il risarcimento dei risparmiatori colpiti dal crac delle banche.
I mercati non l’hanno presa bene, lo spread si è impennato fino ad oltre 300 punti (dai 120-130 del governo Gentiloni) facendo aumentare pericolosamente gli interessi sui titoli del debito pubblico italiano. Si è sfiorata la tragedia anche in Borsa. Solo la mediazione del ministro dell’Economia, il tecnico Giovanni Tria, con la soluzione di ridurre il deficit nel 2020 e nel 2021, ha riportato un po’ di calma e lo spread è ridisceso sotto quota 300.
Di Maio teme il collasso finanziario e cerca di scaricare le responsabilità sugli altri. Ha accusato la Commissione europea di giocare “a fare terrorismo sui mercati”. Ha accusato i giornali, il Pd e Forza Italia di provocare “terrorismo mediatico per fare schizzare lo spread sperando in un altro colpo di Stato finanziario”. Ma se lo spread metterà a rischio la credibilità economica dell’Italia sarà difficile uscire dalle contraddizioni. In testa una: l’uomo che assicurava di voler garantire la stabilità politica ed economica causerebbe una perniciosa instabilità.
Il nuovo attivismo bellicoso di Di Maio, però, non riesce ad invertire le tendenze elettorali: secondo i sondaggi la Lega sarebbe sempre il primo partito italiano con il 32% dei voti (dal 17% delle politiche) mentre il M5S stazionerebbe al 29 (dal 32%).
L’irritazione e i contrasti con il collega di governo Matteo Salvini, in maniera prudente, ogni tanto emergono. Cautamente si è lamentato: «Quando non siamo d’accordo discutiamo un po’ tra di noi, visto che l’opposizione non è granché». Di Maio teme la concorrenza leghista e batte i pugni sul tavolo per recuperare i consensi drenati da Salvini in favore del Carroccio. Interviste e dichiarazioni del giovane ministro del Lavoro piovono su giornali, televisioni, radio, internet.
È già campagna elettorale permanente per le elezioni europee. L’avversario da tenere d’occhio non è tanto il Pd di Martina o Forza Italia di Berlusconi, due forze in caduta libera, ma il Carroccio del collega di governo Salvini in forte ascesa. Di Maio sembra temere l’assassinio del M5S. Potrebbero arrivare perfino le elezioni politiche anticipate.

Rodolfo Ruocco

SfogliaRoma

Quota 100, allarme nel comparto sanità

Sanità-Legge stabilitàIl sindacato dei medici Anaao-Assomed, responsabilmente, ha lanciato un allarme per l’introduzione di quota cento per il pensionamento.

Come è ormai noto, il Governo si appresta a riformare la Legge Fornero introducendo la quota 100. L’uscita interesserà, in pochissimo tempo, 25 mila persone che lavorano nella sanità tra medici e dirigenti sanitari, cioè i nati tra il 1954 e il 1957. Aggiungendosi alle 45 mila uscite previste dalla Legge Fornero, ci sarà un esodo dagli ospedali di circa 70 mila tra medici e dirigenti medici. L’allarme è stato lanciato dal sindacato dei medici Anaao Assomed dopo aver fatto un’analisi delle ricadute della riforma delle pensioni sul Servizio sanitario nazionale.

In un comunicato diffuso dal sindacato dei medici si legge: “Non basteranno i giovani neo specialisti a sostituirli, ma soprattutto è a rischio la qualità generale del sistema, perché i processi previdenziali sarebbero così rapidi e drastici da impedire il trasferimento di esperienze e di pratica clinica. Superato lo scalone previdenziale creato dalla Legge Fornero i medici e i dirigenti sanitari abbandonano il lavoro con una età media di 65 anni, grazie anche ai riscatti degli anni di laurea e specializzazione. La riforma determinerà in un solo anno l’acquisizione del diritto al pensionamento di ben 4 scaglioni, diritto che verrà largamente esercitato visto il crescente disagio lavorativo per la massiccia riduzione delle dotazioni organiche. Il Conto annuale dello Stato mostra che dal 2010 al 2016 i medici e i dirigenti sanitari in servizio sono diminuiti di oltre 7.000 unità. Questo ha permesso alle Regioni una riduzione delle spese per il personale che limitatamente al 2016 ammonta a circa 600 milioni di euro. Diversi miliardi, se il calcolo viene effettuato dal 2010 ad oggi”.

Negare il diritto alla salute è come negare il diritto alla vita. La sanità è un servizio essenziale che andrebbe migliorato e non peggiorato.

Roma, 03 ottobre 2018

Salvatore Rondello

Pensioni. Quota 100, ecco le ultime indiscrezioni

Pensioni-Inps

La Quota 100 è una proposta di revisione parziale della Riforma delle Pensioni introdotta nel 2011 durante il Governo Monti dall’allora Ministro del Lavoro Elsa Fornero, da cui ha preso il nome. La sua introduzione, annunciata dai vicepremier Salvini e Di Maio per il 2019, permetterà l’uscita anticipata dal mondo del lavoro (rispetto alla Legge Fornero) per tutti coloro che possono vantare un’anzianità assicurativa che, sommata all’età anagrafica, risulti 100. Si ipotizza una soglia minima di età di 62 anni.

Ad esempio, il prossimo anno un lavoratore con 38 anni di contributi e 62 di età potrebbe andare il pensione cinque anni prima rispetto alla Riforma pensioni Fornero (che richiede almeno 67 anni).

L’obiettivo di cancellare l’odiato provvedimento Fornero, motore della manovra Salva-Italia messa a punto dal governo Monti nel 2011, a questo punto è sempre più vicino.

In buona sostanza, la quota 100 secca, così come pare configurarsi secondo le ultime indiscrezioni trapelate, varrà solo per chi cessa dal lavoro avendo maturato 62 anni di età e 38 di contributi mentre se si esce con un requisito anagrafico più elevato la quota sale (101 con 63 anni più 38, 102 con 64 anni più 38 e così via. L’intero intervento prefigurato sulle pensioni dovrebbe costare circa otto miliardi l’anno prossimo e nove il successivo con un incremento abbastanza limitato atteso che la gran parte delle persone dovrebbero uscire nel corso del 2019. Potranno andare in quiescenza prima dei 62 anni i precoci con 41 anni di contributi e tutti coloro che hanno 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi le donne) con il blocco all’adeguamento dell’aspettativa di vita per i trattamenti anticipati rispetto alla vecchiaia che avrebbe dovuto scattare nel 2019. Dovrebbe essere inoltre prevista la proroga dell’opzione donna con l’accesso anticipato alla pensione delle lavoratrici a fronte del ricalcolo interamente contributivo dell’assegno previdenziale per gli anni di lavoro. Non dovrebbero invece essere previste (stando sempre a quanto si è appreso da fonti vicino all’esecutivo) particolari penalizzazioni per chi anticipa l’uscita. Con il pacchetto delle nuove norme sulla previdenza (che potrebbero includere anche qualche aggiustamento sull’Ape sociale che al momento scade a fine anno) dovrebbero lasciare l’attività lavorativa in base ai conti fatti dal Governo circa 420 mila interessati. Negli auspici di Palazzo Chigi, questo massiccio esodo dovrebbe promuovere un maxi-ricambio generazionale sui luoghi di lavoro.

Carlo Pareto

Avviso Ue alla Manovra, ma Salvini “tiriamo dritto”

pierremoscovici-465x390Ieri notte il Consiglio dei ministri ha approvato la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, su proposta del presidente Giuseppe Conte.
Dal reddito e pensione di cittadinanza, alla prima fase della flat tax e al superamento della legge Fornero, sono alcuni dei principali punti del provvedimento.
Verrebbero stanziati 10 miliardi di euro per il reddito di cittadinanza. Il provvedimento riguarderà  sei milioni e mezzo di persone. Contestualmente all’introduzione del reddito di cittadinanza è prevista anche la riforma e il potenziamento dei Centri per l’impiego. Il rischio è che chi prenderà il reddito di cittadinanza, poi vada anche a fare lavori in nero.
Via libera anche alla pensione di cittadinanza. La misura prevede l’innalzamento della minima a 780 euro.
Nella manovra c’è poi il superamento della legge Fornero con l’introduzione della quota 100 per andare in pensione. Il provvedimento dovrebbe riguardare almeno 400.000 persone. La misura mirerebbe a introdurre una modalità di pensionamento anticipato per favorire l’assunzione di lavoratori giovani. Ci saranno più pensionati ma con una prestazione pensionistica più bassa. Mentre, non si prevedono nuove assunzioni di giovani poiché molti dei lavoratori che andranno in pensione sono in esodo (e quindi già fuori dal mercato del lavoro). Per i lavoratori esodati, i datori di lavoro si sono impegnati a versare i contributi pensionistici all’Inps fino al raggiungimento del pensionamento (quindi se il pensionamento arriva prima, il datore di lavoro non verserà più i contributi, ma la prestazione pensionistica per il lavoratore sarà più bassa).
Viene avviata la prima fase dell’introduzione della flat tax tramite l’innalzamento delle soglie minime per il regime semplificato di imposizione su piccole imprese, professionisti e artigiani. Il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha annunciato: “Tasse abbassate al 15% per più di un milione di lavoratori italiani”.
Tra le priorità figura anche la ‘pace fiscale’. Secondo quanto riportato in una bozza del Def il provvedimento dovrebbe riguardare i contribuenti con cartelle esattoriali e liti fiscali anche pendenti fino al secondo grado e di importo fino a 100mila euro. Ma non si comprende se è un premio agli evasori o una penalizzazione per chi si è visto arrivare tasse non dovute messe a ruolo per la riscossione.
Sono stati previsti risarcimenti in arrivo per i risparmiatori danneggiati dalle crisi bancarie. Il vicepremier Luigi Di Maio ha annunciato che per ‘i truffati delle banche’ è stato istituito un fondo ad hoc di 1,5 miliardi. Quindi, i truffati verrebbero risarciti con i soldi di onesti contribuenti, mentre i ‘poveri truffatori’ si terranno i soldi dei truffati.
Tra le altre misure ci sono la cancellazione degli aumenti dell’Iva previsti per il 2019 e il taglio dell’imposta sugli utili d’impresa (Ires) per le aziende che reinvestono i profitti e assumono lavoratori aggiuntivi. La nota di aggiornamento al Def prevede poi un programma di manutenzione straordinaria della rete viaria e di collegamenti a seguito del crollo del ponte Morandi a Genova, per il quale, in considerazione delle caratteristiche di eccezionalità e urgenza degli interventi programmati, si intende chiedere alla Commissione europea il riconoscimento della flessibilità di bilancio. Importo finora stimato non superiore al miliardo di euro.
Dalla Commissione europea, sui propositi di aumento del deficit, al 2,4 per cento del Pil, decisi ieri dalla maggioranza di governo in Italia, sono arrivati i primi segnali negativi.
Pierre Moscovici, il commissario europeo agli Affari economici, intervistato da due radio francesi ed alla Tv francese Bfm, ha affermato: “Si tratta di un Bilancio che sembra spingersi oltre i limiti delle nostre regole comuni. Fare politiche di bilancio espansive, quando si ha un debito molto elevato come quello italiano, è pericoloso, e finirà per ritorcersi contro il governo che ha fatto questa scelta politica. E, alla fine, il conto lo pagherà il popolo”. Così, Moscovici ha avvertito l’Italia all’indomani dell’approvazione della nota di aggiornamento al Def da parte del Cdm che ha esteso al 2,4% il rapporto deficit/Pil.
Pierre Moscovici ha anche aggiunto: “Se gli italiani continueranno a indebitarsi che cosa succede? Succede che i tassi di interesse aumentano, il servizio del debito, cioè i rimborsi, diventa più oneroso, e tutti gli euro destinati al servizio del debito, gli italiani non si ingannino, è un euro in meno per le autostrade, un euro in meno per le scuole, un euro in meno per la giustizia sociale. Quando si è indebitati si è inchiodati e non si può agire, non ci sono più margini per i servizi pubblici. È per questo che non è un burocrate di Bruxelles che parla: sono convinto che non sia nell’interesse degli italiani. Non ho niente contro gli italiani ma si possono benissimo fare delle misure sociali, riducendo il deficit. Come? Facendo delle scelte, tagliando spese che non sono efficaci, e ce ne sono. E aumentando le spese che preparano l’avvenire, che sono per la giustizia sociale. Non mi pronuncio sul contenuto del bilancio italiano, ma ci sono delle regole”.
Secondo Moscovici: “La manovra di bilancio dell’Italia, per come si profila dal documento finanziario, ora pare essere ‘fuori dalle strisce’ delle nostre regole comuni. E’ un bilancio in cui l’Italia, che ha un debito al 132%, sceglie l’espansione e il rilancio. L’Italia è la culla della democrazia, ma c’è una frase latina che dice ‘pacta sunt servanda’. Le regole vanno rispettate e non sono regole stupide: hanno un obiettivo comune a tutta la zona euro. Se il debito pubblico aumenta, allora creiamo una situazione instabile nel momento in cui la congiuntura cambia. Non abbiamo interesse ad una crisi tra la Commissione e l’Italia,  nessuno ha interesse a una cosa del genere, perché l’Italia è un Paese importante della zona euro. Ma non abbiamo nemmeno interesse a che l’Italia non rispetti le regole e che non riduca il suo debito pubblico, che resta esplosivo. Ci sono delle regole. Le regole devono fare in modo che il debito pubblico non aumenti. Dunque, ora ci sono delle procedure. Il 15 ottobre il bilancio italiano arriverà nel mio ufficio e i miei servizi lo valuteranno. E poi, dopo il 15 ottobre, risponderemo. Ci sono diverse possibilità:  la prima è dire ok, va bene; la seconda è chiedere delle correzioni e la terza è che proprio non va, e il bilancio viene respinto. E’ una possibilità prevista dai testi, che non si è mai verificata”. Parlando quindi delle sanzioni da irrogare all’Italia in caso di bocciatura della Manovra, Moscovici ha sottolineato: “Sono possibili, sono previste nei trattati, ma è una cosa che prende molto tempo, non sono nello spirito delle sanzioni, non lo sono mai stato. Non sono un burocrate”.
Le parole del commissario Moscovici sono state commentate immediatamente dal vicepremier Di Maio: “Considero l’intervento di Moscovici interlocutorio. Le preoccupazioni sono legittime ma il Governo si è impegnato a mantenere il 2,4% per tre anni e vi posso assicurare che ripagheremo il debito, e il debito scenderà”.
A margine del Comitato per la sicurezza in prefettura a Milano, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha assicurato: “Se l’Ue dovesse bocciare la manovra ‘noi tiriamo avanti’ (Mussolini diceva: ‘noi tireremo dritto’). Pensiamo di lavorare bene per la crescita del paese e per ridare fiducia, speranza, energia e lavoro. E quindi, sono felice di quello che abbiamo fatto in questi quattro mesi e di quello che faremo nei prossimi quattro anni. Dobbiamo abbattere i muri della precarietà, della sfiducia e della disoccupazione in Italia. Questa manovra, riducendo le tasse ai piccoli e aumentando le pensioni di invalidità, è un passo in avanti verso la civiltà: sono convinto che analisti e mercati capiranno che stiamo lavorando per il bene del Paese. Non sono assolutamente preoccupato. Tria non è mai stato in bilico, è un membro del governo, di un governo che in maniera compatta, piano piano, con intelligenza e responsabilità, sta mantenendo uno per uno tutti gli impegni presi”.
Ma le affermazioni trionfalistiche di Salvini e Di Maio non sono molto condivise dal mercato finanziario. All’indomani dell’approvazione della nota di aggiornamento al Def da parte del Cdm, che ha esteso al 2,4% il rapporto deficit/Pil, lo spread, dopo un avvio stabile a 237 punti base, raggiunge i 272 punti base con il rendimento al 3,196%. La reazione sui titoli di Stato dell’Italia è altrettanto netta. Su queste emissioni i rendimenti si muovono in direzione specularmente opposta al prezzo e, per questo, sono come una cartina tornasole delle tensioni nei mercati. Sulle principali scadenze di Btp si registrano aumenti dei rendimenti tra i 25 e i 36 punti base. Secondo la piattaforma Mts i rendimenti dei Btp decennali hanno raggiunto il 3,16 per cento, 25 punti base in più rispetto alla chiusura di ieri con lo spread in allargamento a 267 punti base. Il rialzo più forte, 36 punti base si è registrato sui Btp a 5 anni, con tassi al 2,30 per cento e un differenziale che schizza a 235 punti base. Sui Btp a 2 anni i rendimenti aumentano di 29 punti base, all’1,11 per cento e il divario si allarga a 159 punti base.
Piazza Affari, in mattinata, è scivolata sotto la soglia dei due punti percentuali: l’indice Ftse Mib è sceso sotto quota 3% a 20.849 punti.
Le raffiche di sospensioni in Borsa hanno colpito i titoli bancari. A finire in asta di volatilità sono stati: Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. Sospesi anche Unipol e Banca Generali. Riammessa invece Ubi, che al momento lascia sul terreno il 7,97%.
Le Borse europee avevano aperto in calo la seduta odierna di contrattazioni, sulla scia della situazione italiana. Le principali piazze del Vecchio continente registravano perdite che raggiungevano il mezzo punto percentuale: Parigi -0,51%, Francoforte -0,53%, Londra -0,18% e Bruxelles -0,34%.
Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, da Torino per le celebrazioni dei 120 anni dell’Istituto, ha commentato:  “Come giudicare un governo che si pone l’obiettivo esplicito di aumentare di mezzo milione i pensionati? È un esecutivo non previdente. Si dice che questo servirà a liberare posti di lavoro per i giovani, ma non c’è nessuna garanzia che questo avvenga. Le imprese di fronte all’incertezza tenderanno a ridurre gli organici e tenderanno a gestire così gli esuberi. Nella storia del nostro paese non c’è mai stata la sostituzione dei pensionati con i giovani”.

L’ex ministro Elsa Fornero, all’indomani dell’aggiornamento del Def, ha detto: “È triste vedere tutta questa esultanza nel momento in cui si caricano i giovani di nuovi debiti. Vedere l’esultanza candida e disarmante di chi carica il debito sulle spalle degli altri lo trovo un po’ penoso”.
Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a margine del World Manufacturing Forum, commentando la nota di aggiornamento del Def per la legge di Bilancio, ha detto: “Non è tanto importante lo sforamento di un punto ma i risultati che ne deriveranno grazie all’uso di risorse in termini intelligenti per il Paese. Adesso vediamo nel merito, il punto è: se questa manovra genererà dei risultati di minor debito pubblico e di più occupazione determina uno ‘story telling’ diverso nel quale si può fare più debito pubblico purchè questo abbia un’attenzione a crescita economica, occupazione e meno debito”.
Finora c’è stato il silenzio del presidente Sergio Mattarella e del ministro del Tesoro Giovanni Tria.
L’altra faccia della vittoria della linea del M5S e della Lega, dei festeggiamenti in piazza dei ministri e dei parlamentari penta stellati, è fatta di bisbigli, preoccupazioni, e della grande attesa per la risposta, di Borse, Europa e spread. Con un punto fermo, che emerge in serata: il ministro del Tesoro Giovanni Tria resta al suo posto, ben sapendo che, nella sua scelta, può contare sulla piena sponda del capo dello Stato. Fonti del Quirinale smentiscono con decisione che tra Mattarella e Tria ci siano stati contatti anche se è risaputo che il Quirinale è sempre stato contrario alle dimissioni del titolare del Mef. Poco dopo l’intesa raggiunta sul 2,4% del deficit/Pil, c’è stata una telefonata tra Mattarella e il premier Giuseppe Conte, fatta negli stessi momenti in cui Luigi Di Maio e i ministri M5S si affacciano dal balcone di Palazzo Chigi per celebrare il loro ‘trionfo’, acclamati dai parlamentari penta stellati che si sono spostati con tanto di bandiera a 5 Stelle, davanti Palazzo Chigi. Di Maio, brandendo il pugno dal balcone della sede del governo, ha urlato: “Ce l’abbiamo fatta”. Poi i ministri del Movimento sono scesi in piazza, assicurando che Tria non è in discussione. Hanno definito il ruolo di Conte ‘importantissimo’. Di fronte al timore della reazione dei mercati, Di Maio ha sottolineato: “Spiegheremo che ci sono così tanti investimenti in più che faranno crescere l’economia: saremo credibili”.
Secondo fonti del governo: “Proprio la previsione del più consistente piano di investimenti pubblici che sia mai stato realizzato in Italia, come ha spiegato Conte dopo il Cdm, sarebbe stato un tassello importante nel convincere Tria. Tanto che, in Cdm, l’ok alla previsione del 2,4% del deficit/Pil per tre anni è arrivato all’unanimità”. Quest’ultimo dato piace molto alla Lega. Anche se Matteo Salvini sceglie di non metterci la faccia e lascia la piazza al M5S, forse temendo la reazione dell’elettorato del Nord, forse decidendo di assumere un atteggiamento più attendista in vista della reazione dei mercati. E, a quanto raccontano fonti di governo, ancor più prudente sarebbe stata la linea di Giancarlo Giorgetti nel corso del vertice della manovra, con il sottosegretario che avrebbe caldeggiato, invano, di non superare il tetto del 2,1%. Ma così non è stato e ora, il primo e il 2 ottobre, toccherà a Tria spiegarlo prima all’Eurogruppo e poi all’Ecofin.
Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha così commentato la manovra e l’aggiornamento al Def: “E’ una manovra contro il popolo. Una finanziaria che impoverisce il Nord senza aiutare il Sud, con molto assistenzialismo e pochi investimenti per la crescita. Danneggia il risparmio, fa aumentare il costo del mutui e dei prestiti a famiglie e imprese”.
Il segretario del PD, Maurizio Martina, dopo l’accordo sul Def non nascondendo la preoccupazione del suo partito per lo sforamento del deficit al 2,4%, ha dichiarato a Radio Capital: “Di fronte all’irresponsabilità di questo Governo non possiamo non alzare la voce. Vorrei un governo che si rendesse conto delle scelte che compie. Non possiamo non scendere in piazza davanti a chi sta mettendo il Paese a rischio, La mobilitazione nazionale è  prevista per domenica a Roma dove arriveranno da tutta Italia 200 pullman, 6 treni e tante persone che vogliono costruire assieme a noi l’alternativa. La manovra ha messo 100 miliardi di deficit sulle spalle dei giovani. Sono ladri di futuro. È Una manovra pericolosa e ingiusta. In questi anni abbiamo fatto un lavoro di ricostruzione dell’Italia dopo la più grande crisi dal dopoguerra, per mettere in sicurezza i conti del paese. Per tutelare contribuenti, famiglie e imprese italiane. Il voto del 4 marzo non consente a chi governa oggi di poter fare tutto”.
Anche l’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, intervenuto a Uno Mattina, ha dichiarato: “Questa è una manovra irresponsabile. Avere il 2,4% di rapporto deficit/Pil significa produrre un’inversione a U nella finanza pubblica. Il debito comincerà ad aumentare e ci sarà una perdita di ricchezza dovuta a scelte sbagliate. Sono molto preoccupato”.
Il professor Marcello Messori, docente di Economia alla Luiss e direttore della ‘Luiss School of European Political Economy’, ha spiegato cosa potrebbe accadere con il 2,4% del rapporto deficit/Pil. In una analisi pubblicata nei mesi scorsi il professor Messori ha scritto: “Sarebbe un fattore di profonda instabilità per la nostra economia. Il 2,4-2,5% è il valore che avevo calcolato se fossero stati attuati tutti i punti del programma, seppure in modo graduale e moderato, senza alcun intervento di riduzione di altre spese. Quindi senza far scattare le clausole di salvaguardia aumentando l’Iva, e quindi la pressione fiscale, e senza alcuna attenuazione del trasferimento degli 80 euro dei governi precedenti. Si tratta di una percentuale che, prima ancora di contrastare con le regole europee, contrasta con gli obiettivi che almeno una delle componenti della coalizione ha sempre affermato: cioè, che la legge di bilancio avrebbe dovuto garantire uno sviluppo sostenibile ed equilibrato del nostro Paese, in grado di rilanciare gli investimenti e di attenuare le disuguaglianze in termini di distribuzione del reddito e della ricchezza, per ridurre le aree di povertà. Il 2,4%, renderebbe difficilmente sostenibile in un’ottica di medio periodo il debito pubblico italiano. E questo determinerebbe un aumento degli spread e quindi dei tassi di interesse; fatto che indebolisce il settore bancario che detiene molti titoli del debito pubblico nei propri bilanci perché, con tassi di interesse più alti, diminuisce il prezzo dei titoli stessi e le banche potrebbero avere problemi nel rispettare le regole patrimoniali internazionali, trovandosi davanti all’alternativa: o ricapitalizziamo o riduciamo il credito. Ma, visto che ricapitalizzare in questo momento è difficile, ci sarà una riduzione dei finanziamenti all’economia reale. Quindi il denaro costerà più caro e ci sarà meno liquidità e questo creerà molta incertezza che si propagherà al settore reale e si ridurranno gli investimenti. Proprio l’opposto di quanto si persegue a parole. L’idea che aumentando la spesa pubblica si aumenti automaticamente il tasso di crescita dell’economia è vero se, e soltanto se, l’aumento della spesa pubblica è efficiente e non ha conseguenze sul resto dell’economia”.
Secondo il professore Marcello Messori: “Invece, queste conseguenze ci sarebbero e sarebbero negative. Il ragionamento per il quale sia sufficiente aumentare la spesa pubblica per far crescere l’economia, purtroppo, non è così. Dipende molto dalla qualità della spesa. Inoltre, anche se riuscissimo ad effettuare un’allocazione efficiente della spesa pubblica, innanzitutto ci sarebbe uno sfasamento temporale perché, prima che produca effetti, ce ne sarebbe uno immediato di instabilità. C’è quindi un rischio serio che gli effetti negativi creino tali e tanti problemi da impedire la possibilità di aspettarsi effetti positivi nel medio periodo. E’ tutto molto più complicato di quanto non faccia presumere l’automatismo ‘più spesa più crescita’. Ma non è che dobbiamo non eccedere la soglia del 2% perché ce lo chiede l’Europa, non la dobbiamo infrangere perché non è compatibile con la stabilità della nostra economia. E rendere più instabile un’economia significa punire le fasce più deboli della popolazione”.
Anche Omero, nell’Odissea, con Ulisse che volendo sfidare le leggi della natura si infranse e naufragò nel tentativo di superare le ‘colonne d’Ercole’, avvisò l’umanità sui pericoli che si corrono quando si sfidano le leggi della natura. Adesso, il governo Conte, con Di Maio e Salvini motivati da scopi elettorali, con il decreto approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri, ha sfidato le leggi economiche e rischia di far infrangere il Paese: a naufragare per primi saranno le fasce più deboli della popolazione che non possiedono neanche un salvagente.