IL GRANDE BLUFF

di maio

Alla fine anche i due vicepremier si devono arrendere all’evidenza. Per realizzare le promesse sbandierate in campagna elettorale c’è un solo sistema, sforare il tetto del deficit e quindi andare ben oltre l’1,6%, limite indicato dalla Ue e che il ministro Tria vuole assolutamente rispettare. Un punto essenziale questo sul quale si sta accendendo lo scontro interno all’esecutivo con il ministro Di Maio che ha addirittura detto di pretendere i soldi per il reddito di cittadinanza tanto caro ai pentastellati.  Al momento Tria si “limita” al ribadire che non si torna indietro su quanto deciso a Palazzo Chigi, ovvero che il deficit resti “murato” a quel’1,6% considerato l’argine giusto per non “irritare i mercati”. Reggerà? Ma c’è da chiedersi se reggerà il ministro delle finanze già al centro del malumori del vicepremier giallo-verde che in nome delle promesse elettorali è pronto a mandare all’aria il conti dello Stato.

“Ho piena fiducia nel ministro dell’Economia Giovanni Tria – si è affrettato a dire Di Maio – per quello che sta facendo e ho piena fiducia nel gioco di squadra che stiamo facendo come governo”. Dopo questa assicurazione di facciata Di Maio ha ribadito le priorità del governo: flat tax, reddito di cittadinanza e superamento della legge Fornero. “Le metteremo nella legge di Bilancio”. Sul come fare la ricetta è molto semplice: “Si attinge ad un po’ di deficit per poi far rientrare il debito l’anno dopo o tra due anni, tenendo i conti in ordine e senza alcuna manovra distruttiva dell’economia”.

In sostanza si scarica sul domani. Magari immaginando un voto che non arrivi tra cinque anni ma molto prima. Dipenderà molto dal risultato delle europee. Insomma il costo delle promesse ci allontanerà ancora di più dall’Europa pregiudicando un rapporto già compromesso dalla spregiudicatezza con cui Salvini ha affrontato il dossier immigrazione nei primi mesi dell’esecutivo.

Eppure i primi elementi di preoccupazione già ci sono. Come i dati Istat sul fatturato e ordinativi dell’industria in rallentamento e un conseguenza gap di crescita tra Italia e resto d’Europa. Anche il premier Giuseppe Conte, in un’intervista a “La Verità”, ha confermato che le misure saranno in manovra. Così come la pace fiscale (oggi i condoni si chiamano così) che, parole del presidente del Consiglio, “è imprescindibile”.  Intanto, contro l’intenzione di Tria di mantenere il deficit all’1,6% si schiera anche la sua viceministra, ovvero la pentastellata Laura Castelli, che ovviamente si schiera con il suo capo partito: “Vorrebbe dire non fare quasi niente, a meno che non si facciano solo tagli”, ha detto su Radio Capital. Parole che involontariamente smascherano senza appello il grande bluff di chi sta al governo mettendo in risalto la verità, ossia la non realizzabilità delle promesse fatte in campagna elettorale.

La finanziaria divide il governo

Conte CameraFervono i lavori in corso nel cantiere della Legge di Bilancio  che approderà nel Consiglio dei ministri a metà ottobre.  Il fulcro dovrebbe reggere la flat tax, il reddito di cittadinanza, e la legge Fornero. Inoltre, dovrebbe contenere la riedizione del piano Industria 4.0, la pace fiscale e il parziale riordino della giungla delle detrazioni/deduzioni fiscali. Gli interventi che potrebbero entrare nella manovra 2019 sono continuamente oggetto di diverse valutazioni che producono effetti ballerini in corso d’opera.

Nella prima manovra targata Lega e M5S dovrebbero comunque esserci almeno un avvio di flat tax, reddito di cittadinanza e riordino della Fornero, i tre cavalli di battaglia che hanno caratterizzato la campagna elettorale dei due partiti, poi inseriti nel contratto di governo. L’entità degli interventi  dipenderà tuttavia dagli spazi di bilancio che si creano nel negoziato con Bruxelles e dalle risorse della revisione della spesa.

Sul fronte della tassa piatta, per le partite Iva con ricavi fino a 65mila euro (circa 2 milioni) si dovrebbe introdurre un regime forfettario al 15% (comprende tutti i tributi, anche l’Iva) e il 20% sui ricavi tra i 65mila e i 100mila euro. Sul tavolo anche l’opzione di un taglio delle accise, la cedolare secca sulla locazione degli immobili commerciali, l’Ires al 15% per le società che reinvestono gli utili. Si ragiona anche su un taglio dell’Irpef, dal 23 all 22%, ma i commercialisti mettono in guardia contro i risultati esigui di un simile intervento: in base ai calcoli del Consiglio della categoria costerebbe intorno ai 4 miliardi con un vantaggio economico per il contribuente tra i 7 e i 12,5 euro al mese. E’ possibile comunque che la riduzione Irpef slitti al 2020.

Per finanziare il reddito di cittadinanza, servirebbero almeno 10 mld di euro, dei quali 2 mld solo per potenziare i centri per l’impiego. Ma la spesa potrebbe calare includendo in questa misura il Rei, il reddito di inclusione varato dai governi del Pd per gli indigenti e Garanzia Giovani. Per reperire altre risorse si ragionerebbe anche alla possibile abolizione della Naspi, l’assegno di protezione temporanea della disoccupazione, e resta sul tavolo l’ipotesi di cancellare il bonus da 80 euro. La posta in ballo è ghiotta visto che la misura voluta dall’ex premier Matteo Renzi libererebbe circa 9 mld di euro, ma si teme un forte contraccolpo di impopolarità, quindi è una strada che almeno in questo primo anno di bilancio si cercherà di non percorrere.

Sul fronte previdenziale si lavora a due fascicoli: la quota 100 cara alla Lega e le pensioni di cittadinanza volute dai Cinque stelle. Sul primo versante si stanno valutando i ritocchi alla Fornero riducendo l’età di ritiro dal lavoro con l’introduzione di quota 100: il vicepremier Salvini punta a 62 anni di età e 38 di contributi, mentre al Tesoro si lavora su 64 anni e 36 di contributi. La seconda misura consiste nell’allineamento graduale dell’assegno dei pensionati indigenti (in totale 4,5 milioni) a quota 780 euro mensili, valore appunto che l’Istat considera come soglia di povertà. Per avviare l’intervento si ragionerebbe sul taglio delle pensioni d’oro, quelle superiori ai 4mila euro non giustificati dai versamenti contributivi, che porterebbero però una cifra esigua, circa qualche centinaio di milioni di euro.

Nella manovra il governo dovrebbe anche disinnescare 12,5 mld di rialzi dell’Iva che scattano in automatico in caso di mancato adempimento degli impegni di bilancio.

Il governo sta studiando anche diverse declinazioni di pace fiscale: sul fronte leghista si punta ad un intervento di più ampio respiro sulla falsa riga del tombale di Tremonti del 2002, sul fronte M5S si opta per introdurre uno sconto molto vantaggioso per erodere l’enorme mole di cartelle di difficile riscossione.

Si andrebbe verso la riconferma delle decontribuzioni al 100% per le assunzioni stabili al Sud.

La nuova legge di Bilancio dovrebbe, inoltre, contenere una riedizione del piano Industria 4.0 estendono gli incentivi all’innovazione alle pmi.

Il governo giallo-verde starebbe accarezzando l’idea di sfoltire la selva delle 799 agevolazioni-detrazioni fiscali, pari nel 2016 a 313 mld di euro (l’8% del pil, percentuale che ha fatto schizzare l’Italia in cima alla classifica Ue per ‘sconti’ in relazione al prodotto interno lordo, e al secondo posto nel mondo). Capitolo altamente impopolare al quale mettere mano, nel taglio delle tax expenditures si sono già cimentati senza successo diversi governi del passato.

Su questo argomento si sta molto impegnando il ministro dell’Economia. Invece, con   riferimento alle pensioni per badanti, Giovanni Tria, nel corso di un convegno sul Mediterraneo promosso a Napoli dal CNR, ha detto: “Regolare i conti delle nostre pensioni future lucrando sulle badanti o cose di questo tipo non mi pare un approccio volto a risolvere i veri problemi. I maggiori ostacoli arrivano dall’egoismo dei paesi europei. Loro pagano contributi che non vengono riscossi dall’Inps”.

Sul condono fiscale ci sarebbe l’opposizione del M5S. In proposito, il vice premier Luigi Di Maio ha detto: “Il  Movimento 5 Stelle non è disponibile a votare nessun condono. Se stiamo parlando di pace fiscale, di saldo e stralcio siamo d’accordo, ma se parliamo di condoni non siamo d’accordo. Abbiamo già visto per anni i Governi Renzi fare scudi fiscali che hanno creato solamente deterrenti a comportarsi bene e hanno fatto sempre pensare che in questo Paese  una via d’uscita all’evasione  ci potesse essere”.

Poi, il vicepremier Di Maio ha aggiunto: “Per quanto riguarda la legge di bilancio, attualmente sotto la lente del governo, i prossimi giorni saranno decisivi e importanti, ma non di scontro, perché ognuno in questo Governo ha tanta voglia di fare bene”.

Sul reddito di cittadinanza, invece Di Maio chiarisce: “Qui  bisogna mantenere le promesse, altrimenti è inutile che stiamo al governo. Abbiamo priorità, e non solo il reddito di cittadinanza. Ci sono temi importanti che abbiamo portato avanti per una vita e che bisogna affrontare come ad esempio il taglio agli sprechi”.

Secondo il ministro: “Questa deve essere una legge di bilancio che vede il Governo con in mano un paio di forbici a tagliare tutto quello che non serve. L’ho promesso agli imprenditori e ai cittadini. Non ci dovranno essere più sprechi in questo Paese: non abbiamo interessi loschi in questa legge di bilancio. Sarà la prima legge di bilancio che metterà al centro i cittadini e che lascerà un po’ a casa quei personaggi che hanno mangiato sulla pelle degli italiani e sulle loro tasche”.

Mentre, sulle pensioni il ministro del lavoro ha precisato: “Dev’essere chiaro che  vogliamo mantenere ogni promessa, compresa quella sulla pensione di cittadinanza, precisa il ministro del Lavoro. E’ di Alberto Brambilla, esperto di previdenza vicino alla Lega, che ha bocciato in un’intervista le pensioni minime”. Su Brambilla, Di Maio ha detto : “Parla a titolo personale. Superare la Fornero significa svecchiare la pubblica amministrazione mettendo nuove energie nella macchina della Pa. Quindi la riforma delle Pensioni è al centro”.

Sull’altra questione in merito al commissario per la ricostruzione del  Ponte di Genova, invece, ha assicurato: “Stiamo lavorando, non stiamo litigando. Ci serve una persona preparata e onesta  perché questa persona agirà in deroga su tante cose quindi per quanto mi riguarda dovremo trovare una persona preparata”.

Per Alberto Brambilla, l’ipotesi di un sostegno delle aziende al vaglio del Governo in manovra, è in questi termini: “Quota cento per le pensioni, rilanciando l’opzione 62 + 38 e compensando l’aumento della platea facendo operare i fondi di solidarietà ed i fondi esubero”. Esperto di previdenza, vicino alla Lega, su questo tema si confronta con Matteo Salvini, non spesso, ma come dice, ‘almeno settimanalmente’.

Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, interpellato a margine delle ‘giornate del lavoro’ della Cgil a Lecce, ha spiegato: “All’interno della maggioranza Matteo Salvini ha ipotizzato che quota cento 64 con 36 fosse riduttivo ed ha rilanciato 62 con 38. Ovviamente la platea aumenta e conseguentemente è probabile che quel completamento, che peraltro è nel programma della Lega ed era anche nel programma del Centrodestra cioè quello di far operare i fondi di solidarietà e fondi esubero, sul modello di quanto già accade con grande successo nel settore del credito e delle assicurazioni, possa essere un complemento alla riforma in modo tale da consentire quella flessibilità che si voleva reintrodurre. Questo è lo stato dell’arte: si sta lavorando sul fronte fondi di solidarietà e fondi esubero che potrebbero dare una mano a tutto il sistema”.

E’ così, ed entro questi limiti, che va inquadrata l’indiscrezione che sul tavolo del Governo ci sia la possibile soluzione di varare quota cento a 62 anni con un sostegno delle aziende? A questa domanda Brambilla ha risposto: “Si, non direttamente. Nel senso che abbiamo una ape social in questo momento, ha determinate caratteristiche, più o meno queste caratteristiche coincidono con quelle dei fondi esubero e di solidarietà di banche, assicurazioni, Poste che ormai ha finito di operare ma più o meno era quello, e quindi diventa una necessità barra una soddisfazione di obiettivi sia da parte delle aziende sia da parte delle parti sociali in generale. Quindi è una ipotesi che si sta cercando di percorrere”.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, intervenendo alla sessantottesima sessione del Comitato Regionale per l’Europa dell’Oms, in svolgimento a Roma, ha detto: “Come da decreto è previsto che il commissario sia nominato con decreto del presidente del Consiglio entro 10 giorni dall’entrata in vigore del decreto per Genova. Alto, bello, biondo, occhi blu? Vediamo, aspettiamo ancora. Non abbiamo ancora l’identikit preciso ma sarà sicuramente colui che ci garantirà di realizzare il ponte quanto prima: ci interessa il risultato.  Vogliamo stare vicino ai nostri medici e professionisti che sono eccellenze mondiali e rimettere al centro il merito e la trasparenza: il nome di Li Bassi per l’Agenzia del farmaco è un segnale chiaro perché parliamo di uno di quei cervelli in fuga che vogliamo riportare a casa.   Lavoreremo per colmare le disuguaglianze nell’accesso al sistema sanitario e contrastare la povertà e le forme di emarginazione sociale. Misure come il reddito di cittadinanza che il governo si è impegnato a varare, potranno essere utili per reagire a questo. L’Italia è seconda in Europa per aspettativa di vita: qui si vive di più, siamo il paese della bella vita. E noi vogliamo rilanciare e preservare il sistema sanitario perché il diritto alla salute garantito a tutti resti un pilastro del nostro vivere comune. Sosteniamo l’obiettivo della copertura sanitaria universale come obiettivo dell’Oms. Il diritto a essere curati è da garantire a tutti. Questo ci impegna a lavorare intensamente e non a caso anche nel contratto di governo è puntualmente precisato che è prioritario tutelare l’attuale modello di gestione del servizio sanitario nazionale, salvaguardando lo stato di salute del Paese, con uniformità dei livelli essenziali di assistenza. Uno dei primi passi è l’adozione di un piano nazionale della cronicità e un piano nazionale della prevenzione, di portata quinquennale”.

Il ministro della salute Giulia Grillo, ha detto: “Il mio impegno è produrre interventi concreti: finora la sanità in Italia ha subito molti tagli e la mappa della salute nel nostro paese è piena di luci e ombre e le diseguaglianze sono troppe; tuttavia il nostro sistema sanitario nazionale con un modello universalistico resta un punto di riferimento per tutto il mondo”.

All’apertura della 68/ma riunione del comitato regionale dell’Oms Europa, svoltosi per la prima volta a Roma, all’avvio dei lavori, nel suo intervento, il ministro Grillo ha detto: “Il diritto alla salute è per tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito o alla carta d’identità di provenienza. L’impegno dell’Italia a essere un soggetto attivo nelle politiche sanitarie a fianco dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: l’Ue non è un’idea astratta ma un impegno quotidiano e pragmatico”.

Nel frattempo, Matteo Salvini ha incontrato Silvio Berlusconi ad Arcore. Antonio Tajani, vice presidente di Forza Italia, ha affermato: “Non si è parlato di Rai, non c’è nessuno accordo sui nomi. A noi interessa il metodo: se il centrodestra esiste, serve un metodo diverso. Ma ieri non si è presa nessuna decisione, ci sarà un incontro anche con Meloni per un quadro complessivo. A noi interessa l’alternativa al governo M5s, lavoriamo per un governo di centrodestra che è l’unico che può risolvere i problemi degli italiani, a cominciare dalla disoccupazione giovanile che non si risolve certo col reddito di cittadinanza”.

Poi, il Presidente del Parlamento Europeo ha detto: “Sono pronto a scommettere che questo governo non durerà 5 anni. È impossibile che Lega e M5s che hanno identità diverse possano andare avanti a lungo, solo per interessi di potere. Troppo diversi, si vedono già i contrasti tutti i giorni: Tav, Tap, litigano ogni giorno. È un accordo contro natura e durerà poco.  Per questo vogliamo che la Lega torni a casa, torni ad essere parte integrante del centrodestra a livello nazionale. Perché è impossibile governare il paese con una coppia contro natura. Riemergerà il centrodestra, lo vedremo alle prossime regionali, ma serve un accordo politico complessivo sul centrodestra”. Per Tajani: “E’ impossibile che Toninelli resti al governo dopo i pasticci che ha fatto sulla vicenda del ponte Morandi crollato a Genova”.

Nonostante le dichiarazioni di facciata fatta dalle due componenti governative, di fatto sono aperti i giochi di competitività elettorale per le prossime elezioni europee. Lega e M5S continuano a fare promesse di principio ma mai ben definite nei dettagli attuativi. Nel frattempo i fatti sono silenti oppure esprimono cose poco piacevoli. Comunque è chiara la natura dicotomica del Governo Conte con tendenziale mutazione tricotomica.

Salvatore Rondello

Con quota 100 alcune categorie a rischio

Inps-crollo nuove pensioniLa riforma delle pensioni, cioè della legge Fornero, è argomento di stretta attualità che coinvolge milioni di lavoratori e che andrebbe trattato con grande prudenza. Dal governo stanno piovendo promesse di cambiamento con la cosiddetta “quota 100” (somma tra età e anni di contributi versati uguale a 100) al centro di quasi tutti i ragionamenti. Ma non c’è ancora una proposta di legge in Parlamento, e non si sa quando sarà presentata. Sulla riforma della Fornero, Cgil, Cisl e Uil, hanno chiesto al ministro del Lavoro di aprire un tavolo di confronto, già da tempo e in diverse occasioni.

Richiesta che, pochi giorni fa, è stata reiterata da Domenico Proietti, segretario confederale Uil, che ha espresso la preoccupazione dei tre sindacati confederali riguardo una riforma che, se mal gestita, potrebbe creare conseguenze sociali devastanti.

Sempre sulle pensioni, la Uil ha presentato nei giorni uno studio, realizzato dal Servizio politiche previdenziali, che analizza alcuni effetti negativi della quota 100 sull’Ape sociale. Sulla riforma delle pensioni abbiamo intervistato Domenico Proietti, partendo proprio dallo studio sugli effetti negativi messi in risalto da questo studio targato Uil.

Questa riforma s’ha o non s’ha da fare? La legge Fornero va cambiata? Perché? E, soprattutto come? Quale è la posizione della Uil?
La Legge Fornero va assolutamente cambiata, poiché non è stata l’espressione di una riforma previdenziale, quanto piuttosto il risultato di una gigantesca operazione di cassa fatta sul sistema previdenziale italiano. Nello specifico, si è trattato di una misura che ha irrigidito il sistema pensionistico al fine di perseguire una sostenibilità finanziaria dei conti pubblici, raggiunta prendendo indebitamente risorse dalle pensioni ed incidendo negativamente sulla sostenibilità sociale del sistema previdenziale. La UIL si è data da fare, ha lavorato concretamente con proposte precise per cambiare la Legge Fornero, infatti, al fine di migliorare il nostro sistema previdenziale abbiamo sostenuto con forza e sosteniamo tuttora l’introduzione di una reale flessibilità in materia pensionistica. La flessibilità è una grande risorsa, perché consente di usufruire del trattamento previdenziale con requisiti d’accesso anagrafici e contributivi poco rigidi, che possano adattarsi meglio alle esigenze del singolo, poiché il lavoratore deve avere la facoltà di scegliere quando smettere la propria attività lavorativa ed andare in pensione. Inoltre, la flessibilità permette uno sblocco del turnover sul lavoro, garantendo dinamismo e stimolando le assunzioni dei giovani, così da fronteggiare il fenomeno della disoccupazione giovanile.

Con una quota 100 fissa e uguale per tutti e senza alcun vincolo, che fine farebbe l’Ape sociale?
Sta prendendo forma la quota 100, la misura principale per riformare il sistema pensionistico che il Governo intende inserire in Legge di Bilancio 2019. Questo strumento consente al lavoratore di ritirarsi dal lavoro quando la somma degli anni di età e quelli dei contributi versati restituisce come risultato 100. Se si dovesse concedere il pensionamento con Quota 100 senza vincolo alcuno e con 41 anni di contribuzione, senza penalizzazioni, sarebbe una scelta efficace, perché si tratta di due soluzioni utili per continuare a modificare la legge Fornero. Tuttavia, tali provvedimenti devono aggiungersi e non sostituirsi alle importanti misure realizzate negli ultimi anni, soprattutto con riferimento all’Ape Sociale, il cui presupposto è tutelare quei lavoratori che si trovano in grande difficoltà.

Quali sono le categorie di lavoratori che si troverebbero in difficoltà nel caso di quota 100 uguale per tutti?
Quota 100, come già sostenuto, si tratta di una misura efficace, ma, se realizzata con eccessivi vincoli contributivi e con stringenti limitazioni, peggiorerebbe la situazione di alcune categorie di lavoratori, comportando un ritardo di accesso alle pensioni, fino a 4 anni, nel caso di disoccupati e delle lavoratrici madri che dovranno attendere la pensione di vecchiaia a 67 anni. Tale ritardo sarebbe ulteriormente aggravato dall’introduzione di requisiti elevati come l’età minima necessaria a 64 anni o un’anzianità contributiva che non tiene pienamente conto di tutti i contributi maturati dai lavoratori. Attualmente, può accedere all’Ape sociale chi si trova in stato di disoccupazione, chi assiste un familiare disabile ed inoltre quei lavoratori con gravi disabilità possono, a partire dallo scorso anno, accedere a tale misura con “quota 93”, quindi un notevole anticipo rispetto ad un’ipotetica “quota 100”, mentre coloro che svolgono mansioni gravose possono accedere all’Ape sociale con “quota 99”, già dall’età di 63 anni. Sulla base di ciò, “quota 100”, se non fosse strutturata con attenzione, potrebbe danneggiare i risultati positivi raggiunti negli ultimi due anni, che sono stati necessari per introdurre alcuni principi di flessibilità nel nostro sistema pensionistico. Per la UIL, l’unico modo di cambiare realmente la legge Fornero, è estendere l’accesso alla pensione intorno ai 63 anni per tutti i lavoratori e per tutte le lavoratrici, senza vincoli, né limitazioni.

Quali sono le proposte che la Uil porterà all’attenzione del ministro del Lavoro, quando si terrà il tanto atteso incontro assieme a Cgil e Cisl?
La UIL chiede al Ministro del Lavoro di Maio di aprire presto un tavolo di confronto con le Parti Sociali, per trovare soluzioni efficaci e scelte mirate che tutelino i lavoratori: il vero punto di forza del Paese. Come UIL abbiamo a cuore i lavoratori tutti e il futuro previdenziale dell’Italia. È fondamentale reintrodurre una reale flessibilità, intorno ai 63 anni, per tutti i lavoratori senza paletti o vincoli che ne limitino la portata e senza penalizzazioni, poiché, in un sistema contributivo come il nostro è implicito l’incentivo alla permanenza al lavoro. Inoltre, si deve agire tempestivamente per introdurre dei meccanismi che garantiscano pensioni future e dignitose ai giovani lavoratori, che, in questi anni, a causa della precarietà del lavoro, hanno avuto buchi di contribuzione. Si devono eliminare le disparità di genere che penalizzano e colpiscono prevalentemente le donne e per questo la UIL chiede di introdurre misure vantaggiose al superamento di questo gap, che è attualmente presente nel nostro sistema previdenziale. In aggiunta, è opportuno riconoscere l’importante ruolo della maternità, estendendo a tutte le lavoratrici la possibilità di anticipo della pensione, che oggi spetta solo a chi appartiene interamente al sistema contributivo. Si deve poi valorizzare il lavoro di cura, attraverso l’introduzione di meccanismi che gli garantiscano rilievo ai fini previdenziali, prevedendo maggiorazioni contributive e contribuzione figurativa, anche nei periodi di cura svolti al di fuori del rapporto di lavoro. Oltre a ciò, va restituito pieno potere di acquisto alle pensioni in essere con il ripristino della piena indicizzazione e con un significativo taglio delle tasse che gravano prevalentemente sui pensionati. In aggiunta, come UIL, da sempre, proponiamo di separare la spesa previdenziale da quella assistenziale, per avere una percezione più autentica del costo delle pensioni sul nostro bilancio. Inoltre, è bene riaccendere i riflettori sulla Previdenza complementare, con una buona campagna istituzionale di informazione e comunicazione, chiedendo all’Esecutivo di attribuirle importanza ed incentivandola, perché solo in tal senso si può diffondere la cultura della Previdenza complementare. In conclusione, se si vuole far progredire il nostro Paese sul piano previdenziale, fiscale, lavoristico, economico vanno assicurati due elementi imprescindibili: equità e giustizia, che costituiscono i principi guida a cui ispirarsi, poiché pongono le basi del potenziale innovativo, sociale ed economico dell’Italia. Sono proposte importanti per restituire ed attribuire nuovamente equità al sistema previdenziale del Paese e, sulla base di ciò, appare necessario un immediato confronto con il Governo.

Antonio Salvatore Sassu

Pensioni, un bonus part-time per chi resta a lavoro

Anziano-Al-LavoroDopo le grandi promesse elettorali sulla fine della Legge Fornero il Governo Gialloverde si è detto pronto ad accelerare sul tema delle pensioni, così come dichiarato dal Ministro del lavoro, Luigi Di Maio, che sostiene di aver incontrato a tal proposito il Presidente dell’Inps, Tito Boeri.
Le nuove misure, come ribadito da Di Maio, saranno incluse nella prossima Legge di Bilancio 2019, anche se ancora nulla sembra certo o scontato per il momento emerge che i requisiti per andare in pensione subiranno una variazione al rialzo con l’aumento di 5 mesi già previsto dalla legge Fornero. Mentre l’altra novità per il 2019 è quella che riguarda gli importi: gli assegni pensionistici subiranno infatti una lieve flessione.
È solo una delle conseguenze dell’allungamento dell’aspettativa di vita e dell’invecchiamento della popolazione italiana. Tanto che è lo stesso Stato a incentivare per far rimandare la pensione ai lavoratori: tra queste misure ad hoc il bonus part time, introdotto dalla Legge di Stabilità del 2016 e rivolto a coloro che una volta raggiunta l’età per la pensione di vecchiaia (66 anni e 7 mesi e 20 di contributi) o per quella anticipata (42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, uno in meno per le donne) decidono di restare a lavoro per un massimo di 3 anni passando però da un orario di lavoro full-time ad uno part-time. Ma è un bonus che può essere richiesto esclusivamente dai lavoratori del settore privato. Inoltre l’incentivo riguarda lo stipendio che viene integrato nella misura pari alla contribuzione persa con il passaggio all’orario part-time: quindi alla retribuzione prevista per l’orario ridotto bisogna aggiungere il 33% di quella precedentemente riconosciuta. Come anticipato, invece, l’INPS accredita i contributi sul 100% della retribuzione, quindi anche l’importo futuro dell’assegno previdenziale ne beneficerà. Beneficiando del bonus part-time è possibile ridurre l’orario di lavoro da un minimo del 40% ad un massimo del 60%; qualsiasi decisione in merito, però, dovrà essere presa in accordo con il datore di lavoro.
A evitare invece che restino a lavoro gli ottuagenari ci ha pensato la Cassazione che con la sentenza 20089, pubblicata il 30 luglio, ha stabilito che per rimanere a lavoro fino a 70 anni occorre una motivazione valida, non ordinaria, e che l’amministrazione sia d’accordo nel concedere la proroga. In caso contrario, l’uscita dal lavoro, attraverso la pensione di vecchiaia, scatta in modo automatico per raggiunti limiti d’età. E questo avviene, indistintamente, sia nel settore pubblico sia in quello privato.
Tuttavia sembra che il nuovo Governo abbia annunciato di voler accelerare sulla riforma del sistema pensionistico con l’introduzione di misure eque e soddisfacenti per promuovere l’uscita dal lavoro, mentre a partire da gennaio 2019 scatta l’adeguamento dell’età per andare in pensione all’aspettativa di vita.
Intanto, i sindacati, alla luce degli ultimi sviluppi del dibattito sulle pensioni hanno scritto una lettera al ministro Di Maio, chiedendo che venga fatta chiarezza proprio sulle questioni che stanno facendo discutere di più i lavoratori come la situazione relativa all’Ape Social e gli interventi a favore dei precoci.

Flat tax per partite Iva, Salvini tenta l’affondo

salviniIl fisco è una carta magica per acchiappare voti. Le partite Iva si avviano a fare da battistrada per la flat tax. Matteo Salvini finora si è impegnato quasi esclusivamente sul fronte della battaglia contro l’immigrazione illegale, raccogliendo vasti consensi nell’opinione pubblica nonostante i modi muscolari e sbrigativi. Ma il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno sa benissimo che non può dimenticare il varo della flat tax (tassa piatta in italiano), della pace fiscale e della revisione della legge Fornero sulle pensioni, le promesse seducenti sulle quali ha vinto le elezioni politiche del 4 marzo.

Salvini all’inizio di luglio ha confermato gli impegni sulle pensioni e per tagliare le imposte: «Entro il 2018 daremo segnali concreti sulla flat tax, sulla Fornero e sulla pace fiscale».

Probabilmente, però, darà la precedenza a un anticipo della flat tax per i lavoratori autonomi. Nel governo Lega-M5S si sta lavorando a un decreto legge da approvare prima di Ferragosto (altrimenti sarà rinviato in autunno con la legge di Bilancio) per permettere alle partite Iva con ricavi fino a 100 mila euro l’anno di accedere a un nuovo regime forfettario con un’imposta al 15%. Una vasta platea di circa 1.000.000 di piccoli imprenditori e professionisti, il ceto medio produttivo affascinato dalla Lega, incrocia le dita perché taglierebbe della metà le imposte. Il sottosegretario leghista all’Economia Massimo Bitonci, guardando alle partite Iva, al ‘Sole 24 Ore’ ha annunciato: «Garantirà un prelievo strutturale del 15%, ulteriormente ridotto al 5% per le start up».

La pace fiscale, altro tema magnetico per gli italiani tartassati dalle troppe tasse, è invece destinata a slittare al 2019 e riguarda cartelle esattoriali non pagate, liti fiscali, sanzioni e multe. C’è una doccia fredda per i contribuenti: saranno escluse la rottamazione uno e la rottamazione bis. Bitonci ha avvertito: «Chi non salda i conti con le definizioni agevolate in atto non sarà ripescato con la nuova pace fiscale».

La pace fiscale, un condono è l’accusa del Pd, è una mossa importante per l’esecutivo di Giuseppe Conte: con i previsti 50-60 miliardi di euro di incassi potrebbe coprire buona parte delle spese per la flat tax (bandiera di Salvini), per il reddito di cittadinanza (cavallo di battaglia di Luigi Di Maio) e per modificare la legge Fornero (battaglia cara ad entrambi) per andare in pensione prima, introducendo la cosiddetta quota 100, da raggiungere sommando età anagrafica (64 anni) e anni di contributi previdenziali (36). I tre provvedimenti potrebbero costare 70-100 miliardi di euro: una meta da raggiungere tra introiti da pace fiscale-condono ed aumento del deficit pubblico entro il limite del 3% nel rapporto con il Pil (Prodotto interno lordo).

Il percorso, però, è difficile per tre motivi: 1) secondo l’opposizione di centro-sinistra la pace fiscale-condono frutterebbe solo 7 miliardi; 2) non è certamente scontato il sì dell’Unione europea all’aumento del deficit pubblico italiano che invece avrebbe dovuto essere azzerato; 3) i mercati finanziari internazionali potrebbero reagire male, con una pericolosa crescita dello spread, a delle coperture delle spese ritenute inadeguate.

Un altolà è arrivato anche dall’interno del governo, da Giovanni Tria, un tecnico stimato dal presidente della Repubblica Mattarella e dal presidente della Banca centrale europea Draghi. Il ministro dell’Economia ha più volte precisato: reddito di cittadinanza, modifiche alla Fornero e flat tax (cavallo di battaglia anche di Silvio Berlusconi) saranno introdotti «compatibilmente con gli spazi finanziari» e rispettando le coperture di spesa. L’esecutivo inoltre agirà «mantenendo l’impegno sulla riduzione del debito». Di qui le scintille nel “governo del cambiamento”. Tria è un ministro sempre meno amato da Salvini e da Di Maio, l’altro vice presidente del Consiglio grillino. Per molti sarebbe con un piede fuori dal governo.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Come funziona la Naspi per chi vuole continuare a lavorare

Naspi Inps

COME FUNZIONA PER I PENSIONATI

Ci sono pensionati che per diversi motivi decidono di continuare a lavorare. Ad esempio, ce ne sono alcuni che hanno ottenuto il riconoscimento della pensione in età diciamo non molto avanzata (il che era abbastanza frequente prima dell’approvazione della Legge Fornero) e per questo hanno deciso di continuare a lavorare così da avere una rendita ulteriore a fine mese. Lavorando i pensionati continuano a corrispondere i contributi previdenziali all’Inps che in un secondo momento gli potrebbero essere utili per incrementare l’importo del trattamento pensionistico già percepito. A tal proposito ci si chiede spesso se un pensionato, che continua a lavorare in caso di licenziamento, ha diritto o meno all’indennità di disoccupazione Naspi Inps. Ricordiamo infatti che questa spetta a coloro che hanno perso il lavoro per cause indipendenti dalla loro volontà e che negli ultimi 4 anni hanno maturato almeno 13 settimane contributive (oltre ad aver lavorato per almeno 30 giorni effettivi nell’ultimo anno).

Quindi qualora il pensionato soddisfi queste condizioni potrebbe richiedere la Naspi all’Inps? La risposta purtroppo è negativa dal momento che la Legge Fornero ha stabilito che il diritto all’indennità di disoccupazione si estingue una volta raggiunti i requisiti per la pensione. Per lo stesso motivo non possono richiedere l’indennità di disoccupazione coloro che lasciano il lavoro al comimento dell’età pensionabile per il periodo che va dall’interruzione dell’attività lavorativa alla liquidazione del primo assegno previdenziale. Lo stesso vale per i Co.co.co. in pensione, ai quali non spetta la Dis-Coll. Ciò non dimeno, è importante, però, sottolineare che questo non vale per tutti i trattamenti previdenziali, ma solamente per quelli diretti come la pensione di vecchiaia e anticipata. Possono infatti richiedere la Naspi Inps, coloro che perdono il lavoro per cause indipendenti dalla loro volontà sebbene siano titolari al contempo di una pensione di reversibilità o di invalidità civile.

Previdenza

SENZA RIFORMA IN PENSIONE PIÙ TARDI

È ancora tutto da decidere il futuro delle pensioni. Il governo sta vagliando l’ipotesi di una riforma con la possibilità di introdurre fin dal 2019 una quota 100 che consenta ai lavoratori di andare in pensione al raggiungimento dei 64 anni di età con 36 di contributi.

La quota 100, infatti, è quello strumento che consente di andare in pensione una volta che la somma dell’età anagrafica e degli anni dei contributi versati dà come risultato 100. Nel caso del governo Lega-Movimento 5 Stelle, però, è stato deciso di prevedere una soglia minima anagrafica (64 anni appunto).

Solo dal 2020, invece, dovrebbe essere estesa a tutti la quota 41, lo strumento con il quale si potrà andare in pensione indipendentemente dall’età anagrafica al raggiungimento di 41 anni di contributi.

In attesa della riforma, però, i requisiti per la pensione subiranno una variazione al rialzo a partire dal 1° gennaio 2019, visto l’adeguamento con le aspettative di vita rilevate dall’Inps, aumentate di 5 mesi, stabilito dalla Legge Fornero.

Come da una nota pubblicata da Money.it, l’adeguamento porterà ad un innalzamento dei requisiti previdenziali per tutti i trattamenti oggi a disposizione per smettere di lavorare.

Nel dettaglio, per la prestazione di vecchiaia contributiva sarà richiesta un’età pari a 71 anni, oltre a 5 anni di contributi. Per la pensione di vecchiaia ordinaria, invece, l’età pensionabile è aumentata di 3 mesi, diventando così pari a 67 anni per tutti, mentre il requisito contributivo è rimasto invariato (20 anni).

Gli stessi anni di contribuzione sono richiesti anche per la pensione anticipata contributiva per cui, invece, l’età anagrafica diventa 64 anni visto l’incremento di 3 mesi.

Per quanto attiene la pensione anticipata ordinaria, invece, bisogna fare una distinzione tra uomini e donne. I primi potranno accedervi una volta maturati 43 anni e 3 mesi di contributi, mentre per le seconde basteranno 42 anni e 3 mesi. In entrambi i casi non è previsto alcun requisito anagrafico.

Da segnalarea, poi, un innalzamento di 5 mesi della quota 41 per lavoratori precoci, per i quali dal 1° gennaio 2019 saranno necessari 41 anni e 5 mesi di età per andare in quiescenza.

Infine, l’aumento delle condizioni prefigurate per il trattamento di vecchiaia comporterà anche una variazione per l’Ape Volontario, poiché questo può essere richiesto quando ci si trova a meno di 3 anni e 7 mesi dal raggiungimento dei requisiti per la pensione. Quindi, dal 1° gennaio, non si potrà accedere al prestito pensionistico con meno di 63 anni e 3 mesi di età.

Da assistenza a Welfare

PREVIDENZA: PER CASSE PRIORITÀ ESIGENZE ISCRITTI

Le casse previdenziali degli ordini professionali vanno incontro alle esigenze degli iscritti, tenendo presente anche le nuove competenze professionali. E’ quanto emerso dal dibattito ‘Assistiamoci: le nuove frontiere del welfare’, tenutosi recentemente a Milano, in occasione del Festival del lavoro, organizzato dall’ordine del Consiglio nazionale dei Consulenti del lavoro.

“Da anni -ha detto Alessandro Visparelli, presidente dell’Enpacl, Ente nazionale di previdenza e assistenza dei consulenti del lavoro- cerchiamo di mettere a disposizione dei colleghi diverse iniziative, che vanno dall’assistenza (polizza, sanitaria, integrativa) ai provvedimenti straordinari per i consulenti delle zone terremotate. Diamo, inoltre, un assegno di 6.000 euro all’anno a tutti gli orfani dei colleghi e minori di età”. “Abbiamo anche risorse destinate al welfare attivo -ha ricordato- quindi a sostegno e sviluppo della categoria, andando a finanziare iniziative per acquisto attrezzature, di cui ci facciamo carico degli interessi. L’Enpacl ha anche finanziato importanti iniziative di formazione per spingere i colleghi ad occuparsi di nuove attività professionali; quest’anno abbiamo finanziato un progetto che prevede la formazione di 500 colleghi che si occuperanno della consulenza-pianificazione previdenziale. Ma i progetti sono rivolti anche ai giovani, ad esempio, per la sicurezza sul lavoro. Stiamo poi sperimentando il passaggio degli studi professionali dagli ‘anziani’ che stanno terminando l’attività, a favore dei giovani che fanno sempre più fatica a entrare nel mondo del lavoro, con garanzia Confidi per acquistare lo studio dei colleghi. Poi l’Ente, gratuitamente, offre un contributo proporzionato al finanziamento ottenuto, pari al 12%”.

Un’attività pensionistica che punta sul welfare è anche la strada scelta dalla Cassa nazionale di previdenza e assistenza dei dottori commercialisti. “Noi -ha spiegato il presidente Walter Anedda- pensiamo ad un welfare strategico e attivo che accompagna il professionista nel momento in cui comincia la sua attività professionale, durante il suo percorso e anche nel momento in cui va in pensione. In generale, le casse possono davvero essere di supporto per chi oggi avvia l’attività professionale. Avviare un’attività professionale significa fare investimenti e, quindi, risorse che i giovani spesso non hanno a disposizione. Piano piano tutte le categorie professionali si stanno attivando per attuare strumenti validi che sono immediatamente disponibili”.

L’Enpab, la cassa di previdenza e assistenza a favore dei biologi, sta cercando di diversificare l’assistenza agli iscritti, in base alla professionalità. “Abbiamo superato -ha sottolineato, Tiziana Stallone, presidente Enpab- i 15mila iscritti, il 50% dei quali è under 50 e il 42% è nutrizionista. Abbiamo cercato di parlare la stessa lingua dei nostri iscritti, infatti siamo entrati nelle università e abbiamo accolto le loro esigenze e il desiderio di essere sempre più rappresentati nel sistema accreditato privato”.

“Abbiamo ideato la ‘work-up’ professionale -ha proseguito Stallone-: il progetto rappresenta un’altra fase di evoluzione del welfare attivo tramite l’intervento legato al sostegno e alla promozione della libera professione come necessaria condizione per un incremento dei redditi professionali e, quindi, per contributi previdenziali più consistenti, necessari per migliorare le prestazioni. La partnership nata tra Enpab e la Clinica Santa Famiglia di Roma , unica struttura in Italia mono specialistica di Ostetricia e Ginecologia che, con progetti specifici, va nella direzione del benessere”.

“La ‘work-up’ -ha affermato la presidente Stallone- dedicata a ‘Nutrizione e fertilità’, ha accolto 8 biologi liberi professionisti presso le strutture della clinica e li sosterrà in un percorso di formazione intensiva tramite l’esposizione di casi pratici e la condivisione di metodiche e protocolli di lavoro per la durata complessiva di un anno. Questo tipo di formazione mira all’acquisizione di newskills e alla formazione sul campo, un importante momento di confronto con altri professionisti. Così l’ente di previdenza dà la possibilità di accorciare la distanza tra il mondo della formazione e quello del lavoro”.

Carlo Pareto

La Corte dei Conti smonta le promesse del Governo

corte-dei-conti

La Corte dei Conti ha presentato oggi il ‘Rapporto 2018 sul coordinamento della finanza pubblica’. Nel Rapporto, la magistratura contabile ritiene “auspicabile una riforma strutturale del sistema fiscale” puntando il dito contro “l’onere improprio che viene caricato sui redditi medi e medio-bassi, in particolare i contribuenti tra i 28 e i 55mila euro, che vedono al contempo il massimo balzo di aliquota legale (+11 punti) e la massima riduzione sul totale delle detrazioni (-28 punti)”.

Per la Corte dei Conti, la strada da seguire è quella di accelerare sul fronte della riduzione del debito pubblico. Nel Rapporto si legge: “E’ necessario affrettarsi a ridurre, ed in prospettiva a rimuovere, l’inevitabile pressione che un elevato debito pubblico pone sui tassi d’interesse e sulla complessiva stabilità finanziaria del Paese. Si tratta di un passo reso oggi più urgente anche proprio per le nuove proiezioni circa gli effetti di lungo periodo delle tendenze demografiche”.

Per la magistratura contabile, il triennio 2018-2020 si presenta come “un’eccezionale finestra per la riduzione del debito: il congiunto operare della ripresa dell’inflazione e del permanere del costo medio del debito su livelli particolarmente bassi, dovrebbe garantire, diversamente dal passato, un differenziale favorevole tra crescita economica e costo del debito. Di tale situazione, dunque, si dovrebbe approfittare per rendere più spedito il processo di riduzione del rapporto debito/Pil”.

La Corte dei Conti, senza citare direttamente il contenuto del ‘contratto di governo’, ha avvisato: “Per il reddito di cittadinanza servono risorse straordinarie. Appare evidente che l’obiettivo di aiutare una congrua quota di poveri assoluti (il tasso effettivo di coinvolgimento è in tutte le realtà internazionali sempre significativamente inferiore al 100%) richiederà un importante sforzo finanziario supplementare, rispetto a risorse che pure sono cresciute in misura incoraggiante”.

L’altolà della Corte dei Conti è arrivato anche sulle ulteriori revisioni della legge Fornero affermando: “Sono stretti, se non del tutto esauriti, gli spazi per ulteriori attenuazioni degli effetti correttivi della legge 214/2011, a meno di un ripensamento complessivo del sistema”. Così la magistratura contabile ha messo in guardia il legislatore: “E’ cruciale non creare debito pensionistico aggiuntivo”.

La Corte dei Conti ha fatto il seguente ragionamento: “Nei prossimi anni il bilancio pubblico sarà fortemente condizionato dall’invecchiamento della popolazione e dalle modifiche della struttura demografica. Il fenomeno potrebbe avere effetti sulla spesa per la protezione sociale (previdenza, assistenza, sanità) più acuti di quanto finora atteso. Solo nel 2017 la spesa per prestazioni sociali in denaro è cresciuta dell’1,7%. Sono cresciute dell’1,2% le prestazioni pensionistiche, del 3,4% le altre prestazioni sociali. Nelle ultime proiezioni contenute nel Def 2018, il rapporto spesa per pensioni/Pil aumenta tra i 2 e i 2,5 punti percentuali al 2040. L’effetto sul rapporto debito pubblico/Pil risulterebbe marcato; un aumento di circa 30 punti nel 2070. E’, dunque, essenziale preservare i miglioramenti di fondo che il sistema previdenziale ha realizzato in questi decenni. Dunque, ogni elemento di possibile flessibilizzazione dell’attuale sistema dovrebbe contemplare compensazioni in grado di salvaguardare la sostenibilità finanziaria di lungo periodo”.

Visto che nel Rapporto 2018 c’è ben poco di fattibile sui contenuti programmatici del governo Conte, è doveroso porsi una domanda: terrà conto il governo giallo-verde delle indicazioni della Corte dei Conti o si aprirà un altro conflitto istituzionale?

Salvatore Rondello

Quota 100 aumenta spesa, più pensioni e meno lavoratori. La nuova carta dei diritti Rider

Boeri (Inps) al Festival del Lavoro
QUOTA CENTO AUMENTA SPESA, PIÙ PENSIONATI E MENO LAVORATORI
Quota 100 per il sistema delle pensioni “aumenta di molto la spesa pensionistica, ha effetti destinati a trascinarsi nel tempo e peggiora il rapporto tra pensionati e lavoratori”. Lo ha detto il presidente dell’Inps, Tito Boeri, al Festival del Lavoro a Milano sull’impatto della proposta di riforma delle pensioni con ‘quota 100’. “Avremo un milione di pensionati in più come effetto di queste misure, ma avremo anche meno lavoratori perché aumenterebbero le tasse sul prelievo pensionistico”, ha spiegato. “Secondo le stime più recenti del Fmi, attualmente abbiamo due pensionati per ogni tre lavoratori, nel giro di venti anni avremo un lavoratore per ogni pensionato”, ha precisato. Boeri è quindi intervenuto sul possibile taglio alle pensioni d’oro: “Ragionare sul fatto che queste aree di privilegio possano essere ridotte è meritorio”, ma “bisogna intervenire sopra un importo e noi parlavamo da 5mila euro in su”. Boeri ha spiegato che per alcune categorie, “come per i politici, che queste regole se le erano dati da soli, c’erano delle deviazioni significative”. Gli interventi che il governo potrebbe attuare sono necessari, ha avvertito, “nel momento in cui c’è un debito pubblico molto alto e si vuole abbassare la pressione fiscale sul lavoro per rilanciare l’economia”.
Un’altra questione è rappresentata dai migranti. Un azzeramento dei flussi migratori è un problema “serissimo”, ha messo in guardia, per il sistema pensionistico italiano. “Avere più immigrati regolari ci permetterebbe fin da subito di avere dei significativi flussi contributivi di ingresso nel nostro mercato del lavoro”, ha detto il presidente dell’Inps. “Gli scenari più preoccupanti per quanto riguarda la nostra spesa pensionistica futura sono quelli che prevedono una forte riduzione dei flussi migratori. Questa riduzione è in atto e i flussi cominciano a non essere più sufficienti per compensare il calo della popolazione autoctona”, ha spiegato Boeri. Le proiezioni demografiche, ha chiarito, “ci dicono che anche nel giro di pochi anni, se i flussi dovessero ridursi ulteriormente o addirittura azzerarsi, perderemmo città intere di popolazione italiana”. Un problema “molto serio per il nostro sistema pensionistico, che è in grado di adeguarsi all’allungamento della vita media ma non al fatto che diminuiscono le coorti di contribuenti”, ha ribadito. La classe dirigente, ha rimarcato, “deve spiegare questo problema, che è un problema demografico dell’immediato”. Il presidente dell’Inps ha sottolineato che, “volenti o nolenti, l’immigrazione è qualcosa che può darci il modo per gestire questa difficile transizione demografica: se gli italiani ricominciano a fare figli, cosa che tutti auspichiamo, ci vorranno vent’anni prima che i nuovi nati inizino a pagare i contributi”.
Infine, Boeri ha toccato il tema dei vitalizi: “Secondo le nostre stime, con una serie di interventi sui vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali si potevano ottenere anche fino a 200 milioni di euro, che non sono niente a cospetto del nostro debito pubblico ma sono cifre importanti. Con la situazione del nostro debito pubblico dobbiamo stare attenti ai milioni ed è giusto fare così”. Un intervento “simbolico non vuol dire secondario: i simboli contano tantissimo e chi chiede dei sacrifici alle famiglie deve dare il buon esempio”, ha spiegato.

Pensioni
BOERI, CALO MIGRANTI PROBLEMA SERISSIMO
Un azzeramento dei flussi migratori è un problema “serissimo” per il sistema pensionistico italiano. “Avere più immigrati regolari ci permetterebbe fin da subito di avere dei significativi flussi contributivi di ingresso nel nostro mercato del lavoro”. Lo ha detto presidente dell’Inps, Tito Boeri, al Festival del Lavoro a Milano. “Gli scenari più preoccupanti per quanto riguarda la nostra spesa pensionistica futura sono quelli che prevedono una forte riduzione dei flussi migratori. Questa riduzione è in atto e i flussi cominciano a non essere più sufficienti per compensare il calo della popolazione autoctona”, ha spiegato Boeri.
Le proiezioni demografiche “ci dicono che anche nel giro di pochi anni, se i flussi dovessero ridursi ulteriormente o addirittura azzerarsi, perderemmo città intere di popolazione italiana”. Un problema “molto serio per il nostro sistema pensionistico, che è in grado di adeguarsi all’allungamento della vita media ma non al fatto che diminuiscono le coorti di contribuenti”. La classe dirigente “deve spiegare questo problema, che è un problema demografico dell’immediato”.
Il presidente dell’Inps ha sottolineato che, “volenti o nolenti, l’immigrazione è qualcosa che può darci il modo per gestire questa difficile transizione demografica. Se gli italiani ricominciano a fare figli, cosa che tutti auspichiamo, ci vorranno vent’anni prima che i nuovi nati inizino a pagare i contributi”.
La replica di Salvini – A stretto giro la replica del vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che ha così commentato: “Secondo Boeri, presidente dell’Inps, la ‘riduzione dei flussi migratori’ è preoccupante, perché sono gli immigrati a pagare le pensioni degli italiani…..E la legge Fornero non si tocca. Ma basta!!!”.
Pensioni d’oro – Boeri ha poi commentato il possibile taglio da parte del governo delle pensioni d’oro. “Ragionare sul fatto che queste aree di privilegio possano essere ridotte è meritorio”, ha detto, ma “bisogna intervenire sopra un importo e noi parlavamo da 5mila euro in su”.
Quota 100 – Quanto all’impatto della proposta di riforma delle pensioni con ‘quota 100’, Boeri ha evidenziato che quota 100 per il sistema delle pensioni “aumenta di molto la spesa pensionistica, ha effetti destinati a trascinarsi nel tempo e peggiora il rapporto tra pensionati e lavoratori”. “Avremo un milione di pensionati in più come effetto di queste misure, ma avremo anche meno lavoratori perché aumenterebbero le tasse sul prelievo pensionistico – ha spiegato – Secondo le stime più recenti del Fmi, attualmente abbiamo due pensionati per ogni tre lavoratori, nel giro di venti anni avremo un lavoratore per ogni pensionato”.
Vitalizi – Boeri ha parlato anche dei vitalizi. “Secondo le nostre stime, con una serie di interventi sui vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali si potevano ottenere anche fino a 200 milioni di euro, che non sono niente a cospetto del nostro debito pubblico ma sono cifre importanti – ha detto il presidente dell’Inps – Con la situazione del nostro debito pubblico dobbiamo stare attenti ai milioni ed è giusto fare così”. Un intervento “simbolico non vuol dire secondario. I simboli contano tantissimo e chi chiede dei sacrifici alle famiglie deve dare il buon esempio”, ha concluso.

Paga ore e contributi
CARTA DIRITTI RIDER
Paga oraria con, in più, “un quid legato alle prestazioni”, pagamento dei contributi Inps e Inail e cancellazione degli algoritmi di reputazione. Sono alcuni dei contenuti della Carta per i riders preparata da Foodora in vista dell’incontro con il ministro del lavoro, Luigi Di Maio, il 2 luglio. L’ha annunciata l’amministratore delegato di Foodora, Gianluca Cocco, al Festival del Lavoro, a Milano. La Carta, ha spiegato, è già stata firmata da altre realtà del settore.
“Questo business – ha poi aggiunto – si basa molo sulla flessibilità, che permette ai rider di decidere quando, se lavorare e se accettare la consegna”. A fine maggio a Bologna era stato messo sul tavolo il primo accordo metropolitano in Europa sui temi della gig economy, la ‘Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano’, firmata però solo da due piccole realtà (Sgnam e Mymenu), i giganti del delivery come Just Eat, Glovo, Deliveroo e Foodora non avevano aderito aspettando un confronto a livello nazionale.

Stipendi
BOLZANO AL TOP, RAGUSA ULTIMA
A Bolzano i lavoratori dipendenti hanno la busta paga più ‘pesante’ del Paese, nel 2018: il salario medio è pari a “1.500 euro”, in crescita rispetto ai 1.476 dell’ultima rilevazione. A seguire Varese (con 1.459 euro, rispetto ai 1.471 del 2017) e Bologna con 1.446 euro (1.424 l’anno prima). Lo si legge nel Rapporto 2018 sulle province italiane dell’Osservatorio dei consulenti del lavoro. Male il Sud: ultima Ragusa “con 1.059 euro” (1.070 nel 2017), e la prima provincia con stipendi medi più alti è al 56° posto dove, con 1.288 euro, c’è Benevento.
Analizzando il ‘gap’ di genere più elevato sul fronte delle buste paga dei dipendenti, i consulenti del lavoro osservano che lo si riscontra in provincia di Ancona (-9,7%), mentre quello più basso è in provincia di Viterbo (-40,4%). In generale, inoltre, senza distinzione fra uomini e donne, si scopre che nel 2018 lo stipendio del lavoratore siciliano è “inferiore del 30% (441 euro) rispetto a quello del collega di Bolzano”.

Carlo Pareto

Pensioni, la relazione annuale arriva in Parlamento

Inps-Pensioni sindacalisti

L’Inps ha presentato in Parlamento la relazione sui dati aggiornati delle pensioni. Sono oltre 5,5 milioni i  pensionati che percepiscono un assegno lordo sotto i mille euro al mese. Si tratta di poco meno del 40% dell’intera platea di pensionati che attualmente sono oltre 15milioni 477mila. Per quasi 3,5 milioni, invece, il reddito pensionistico oscilla tra i 1.000 e i 1.500 euro (il 22,3% del totale) mentre rappresentano il 18,1 (circa 2,8 mln) quelli con una pensione tra i 1.500 e i 1.900 euro. Solo il 10,8% (pari a 1,6 milioni) percepisce assegni tra 2mila e 2.500; sono poi 875mila (solo il 5,75) quelli che denunciano un reddito da pensione tra i 2.500 e i 2.900 euro. Soltanto 1milione e 113mila pensionati, infine, dichiarano un reddito pensionistico da 3mila euro e oltre.

Nella distribuzione territoriale dei pensionati , il 47,1% risiede al Nord contro il 19,5% di quelli che abitano al Centro e il 31% di quelli che risiedono nel Mezzogiorno, mentre sono il 2,4% (circa 371mila) quelli che percepiscono la pensione all’estero.

Al Nord come al Centro l’importo medio mensile lordo si aggira sui 1.600 euro, che scendono a 1.300 al Sud. I pensionati residenti all’estero denunciano assegni medi di 316 euro.

Raggruppati per sesso, complessivamente i pensionati Inps maschi sono il 47% del totale, le femmine il 53%, mentre resta immutato il gap di reddito: l’importo medio mensile per gli uomini si aggira sui 1.788 euro contro i 1.271 delle donne.

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, illustrando la relazione annuale in Parlamento, ha detto: “Riformare la legge Fornero sulle pensioni introducendo “quota 100”, così come propone il contratto di governo Lega-M5S, porterebbe da subito a un aumento di circa 750mila pensionati in più. Ripristinando le pensioni di anzianità con quota cento o 41 anni di contributi si avrebbero subito circa 750mila pensionati in più. Ripristinare le pensioni di anzianità significa ridurre il reddito netto dei lavoratori”.

Proseguendo, Boeri ha ricordato: “In un sistema pensionistico a ripartizione, i contributi di chi lavora servono ogni anno a pagare le pensioni di chi si è ritirato dalla vita attiva. Oggi abbiamo circa due pensionati per ogni tre lavoratori. Questo rapporto è destinato a salire nei prossimi anni”. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, a legislazione invariata, a partire dal 2045 l’Italia avrebbe addirittura un solo lavoratore per ogni pensionato.

Il presidente dell’Inps ha aggiunto: “Oggi un reddito pensionistico vale l’83% del salario medio. In queste condizioni, con un solo lavoratore per pensionato, 4 euro su 5 guadagnati col proprio lavoro andrebbero a pagare la pensione a chi si è ritirato dalla vita attiva. Il passaggio al sistema contributivo, con regole pensionistiche meno generose, serve proprio a evitare che questo avvenga. Ogni abbassamento dell’età pensionabile comporta anche riduzione dell’occupazione perché il prelievo contributivo aumenta e il lavoro costa di più”.

Nella relazione sul rapporto annuale, il presidente dell’Inps ha ribadito: “Gli immigrati che lavorano restano cruciali per la sostenibilità del sistema pensionistico. Le previsioni sulla spesa indicano che anche innalzando l’età del ritiro, ipotizzando aumenti del tasso di attività delle donne che oggi tendono ad avere tassi di partecipazione al mercato del lavoro più bassi, incrementi plausibili e non scontati della produttività per mantenere il rapporto tra chi percepisce una pensione e chi lavora su livelli sostenibili è cruciale il numero di immigrati che lavoreranno nel nostro Paese. E la domanda di lavoro immigrato in Italia è forte perché sono tanti i lavori per i quali non si trovano lavoratori alle condizioni che le famiglie possono permettersi nell’assistenza alle persone non-autosufficienti. Tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere. A cominciare dai lavori domestici. La domanda di colf e badanti delle famiglie italiane è in costante aumento alla luce anche dell’incremento tendenziale del numero di persone non-autosufficienti. Tuttavia, in mancanza di decreti sui flussi con quote per colf e badanti, l’ultimo nel 2011, il numero di lavoratori domestici extra-comunitari iscritti alla gestione Inps tende inesorabilmente a ridursi, non compensato (o compensato in minima parte) dall’aumento dei lavoratori comunitari o italiani che non hanno problemi coi visti. Ma non appena c’è un provvedimento di regolarizzazione del lavoro nero (come nel 2008-9 o nel 2012), il numero di colf e badanti extracomunitarie si impenna, a dimostrazione del fatto che questi lavori continuano a essere richiesti, ma vengono svolti senza versare i contributi sociali.

Quando si pongono, infatti, forti restrizioni all’immigrazione regolare, aumenta l’immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell’immigrazione regolare, quella illegale aumenta tra il 3-5%. Negli Stati Uniti il boom degli illegali sia cominciato nel ‘64 quando è stato chiuso il Bracero program e come il fenomeno sia invece iniziato a calare quando ha cominciato a essere pienamente messo in atto l’Immigration Reform and Control Act, che ha regolarizzato milioni di lavoratori messicani”.

L’Inps ha anche segnalato che eventuali politiche di recupero della bassa natalità italiana, ovvero dei tassi di occupazione femminili e maschili potranno correggere gli squilibri demografici nel lungo periodo ma non potranno da sole arginare la riduzione delle classi di popolazione in età lavorativa prevista per il prossimo ventennio.

La relazione annuale dell’Inps è arrivata in Parlamento nel momento cruciale del dibattito sulle modifiche che l’attuale Governo vorrebbe apportare alla ‘legge Fornero’.

Salvatore Rondello

Salvini, l’uomo forte vuole espugnare la Ue

salvini pontidaPugno di ferro con Bruxelles, con i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo, con i mafiosi, con gli assassini e gli stupratori. Matteo Salvini ha assicurato tra le ovazioni all’assemblea della Lega a Pontida: «La pacchia è finita». Promesse latte e miele, invece, per gli aspiranti pensionati: va cancellata la legge Fornero perché è «ingiusta e disumana». L’altolà dell’Unione europea sul deficit dei conti pubblici italiani è respinto con un afflato populista: «Prima viene la felicità dei popoli».

Salvini s’immerge nel bagno di folla di Pontida in una triplice veste: segretario del Carroccio, vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno. L’ha sparata grossa: «Si rassegnino i compagni: l’Italia che noi governeremo per i prossimi 30 anni, è un’Italia che non ha paura di niente». È vero che l’opposizione di centro-sinistra e quella di Forza Italia è muta e irrilevante davanti all’esecutivo Lega-M5S, ma la certezza di Salvini di poter governare per «i prossimi 30 anni» è un po’ troppo avventata. Stesso discorso vale per la confermata promessa di «cancellare» la Fornero, quando basterebbe rispettare almeno la proposta di correggere il provvedimento introducendo anche il pensionamento alla cosiddetta “quota 100” (somma tra età e anni di contributi).

Per ora le popolarissime promesse, determinanti per il successo nelle elezioni politiche, continuano a prosperare, ma non si vedono le realizzazioni concrete. Gli immigrati continuano a sbarcare in gran parte in Italia: con Bruxelles non è stato spuntato alcun risultato sostanziale (se c’è una riduzione dei flussi si deve agli accordi con la Libia dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti). Manca “la cancellazione”, o “il superamento”, o “la correzione” (secondo le varie promesse) della legge Fornero. Non si vede la flat tax. Non c’è traccia del reddito di cittadinanza, mentre questo progetto era al centro della campagna elettorale dei cinquestelle.

Salvini, comunque, viaggia con il vento in poppa. Punta al tris: vuole vincere le elezioni europee del 2019 dopo aver trionfato in quelle politiche di marzo e nelle comunali di giugno. I sondaggi gli danno ragione: la Lega sarebbe schizzata a oltre il 30% dei voti dal 17% ottenuto alle politiche.

Il boom ha tante ragioni. Salvini è abile nella comunicazione, ha saputo cogliere le paure degli italiani verso gli immigrati. La scomparsa delle opposizioni, incapaci di proporre una alternativa credibile, gli ha spianato la strada. Giancarlo Giorgetti, braccio destro di Salvini, l’ha capito e lo ha detto a Pontida. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha illustrato una tesi fino a poco tempo fa impensabile: «Non abbiamo più opposizione qui perché il popolo è con noi». Salvini ha vinto in Italia mentre in Francia Emmanuel Macron ha sconfitto l’anno scorso la sua alleata Marine Le Pen.

Adesso, secondo Salvini, la vera opposizione da battere è l’Europa delle multinazionali e della finanza. Ha annunciato: le elezioni europee del 2019 saranno «un referendum fra noi e le élite europee». Il disegno è di portare al successo la destra sovranista e nazionalista europea: «Facciamo cadere il muro di Bruxelles». Ha delineato una grande alleanza delle destre europee: «Io penso a una Lega delle Leghe d’Europa che mette insieme tutti i movimenti liberi e sovrani, che vogliono difendere la propria gente e i propri confini».

È una seria minaccia anche per il Partito popolare europeo di Angela Merkel. Non si sa come andrà a finire. Molto dipenderà dalla capacità delle forze di centro-sinistra e progressiste di dare una risposta alle paure, all’impoverimento del ceto medio e della classe lavoratrice.

Per ora c’è da fare i conti con la politica muscolare, dell’uomo forte, lanciata da Salvini. C’è qualcuno anche nel Carroccio che nutre dei dubbi. Umberto Bossi, critico con Salvini, non si è fatto vedere alla 32° edizione di Pontida. Non è andato all’annuale raduno leghista nemmeno Roberto Maroni. I due ex segretari della Lega hanno dato forfait per la prima volta. Non è un buon segno.

La linea di Salvini per ora paga, ma se non arriveranno i risultati con il reddito di cittadinanza, il taglio delle tasse e la modifica della Fornero, il vento potrebbe cambiare in fretta. Molto in fretta.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)