Perché legalizzare la prostituzione non risolve il problema

La scorsa sera il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, intervistato da Radio 2, ha parlato di un tema caro a molti italiani, quello della legalizzazione della prostituzione:
«Abbiamo anche raccolto migliaia di firme per provare a fare un referendum. Ora combatto tra antidroga, antimafia, e altro, ma ritengo che riconoscere quello che è un mestiere, togliendolo dal controllo della mafia e dello sfruttamento, sarebbe opera di civiltà»
Forse lo stesso Ministro dell’Interno non sa che per combattere la prostituzione e il racket di trafficanti e sfruttatori esiste già una legge, la stessa che lui vuole abolire, la contestata Legge Merlin, così come esiste la Convenzione sulla soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione altrui che la stessa Italia ha ratificato.
La legge, entrata in vigore nel settembre 1958, ha introdotto reati come l’induzione, il favoreggiamento e lo sfruttamento a fini di prostituzione: tutt’oggi è grazie a questa legge sacrosanta, che ha riconosciuto gravi violazioni di diritti basilari contro le donne prostitute, che vengono perseguiti i reati di sfruttamento.
L’opera di riapertura delle case vuole rispondere all’esigenza di combattere la prostituzione di strada, a detta di molti motivo di scandalo e di degrado: la soluzione, semplicistica quanto illusoria, è quella di regolarizzare il fenomeno, legalizzando e tassando l’attività sul modello olandese e tedesco. E sarebbe un po’ come prendere la spazzatura e nasconderla sotto la moquette e dire di aver fatto pulizia.
I paesi di riferimento sono la Germania e l’Olanda: non sa il Ministro dell’Interno, che, nonostante in questi paesi, definiti neo-regolamentisti, in cui la prostituzione può svolgersi in locali creati ad hoc, come i bordelli non diminuiscono allo stesso tempo i casi di sfruttamento e di tratta: le vittime cambiano, ma sono sempre soggetti, ragazze e anche ragazzi, a volte anche minori, provenienti dall’Est Europa. Storie di persone che, all’oscuro di tutto, vengono raggirate e portate in questi paesi a lavorare come prostitute: e molte persone vivono in questi locali, ai limiti della segregazione, persone ricattate e costrette a turni massacranti di lavoro.
Un’interessante inchiesta di Presa Diretta ha intervistato le sex workers di un bordello tedesco ed offre testimonianze di sfruttamento: ci fa oltretutto capire cosa significa essere prostituta in un bordello di stato. L’aspetto delle tasse, su cui molti vogliono far leva, appare illusorio: non tutte le ragazze si registrano presso la camera di commercio, i guadagni, non pochi, vengono ottenuti dallo Stato con la tassazione sui locali di prostituzione.,
Le stesse testimonianze delle prostitute di ieri, raccolte nel secondo in un volume a cura di Lina Merlin e Carla Barberis, ci offrono storie di cruda drammaticità. Scrive una di queste donne:
«Ma sempre sono gli altri ad obbligarci a entrare in questi inferni, a ricevere 30-35 uomini al giorno, i vecchi sporcaccioni e i giovani infoiati, e quelli ubriachi, e quelli che gridano, e quelli che vogliono sentir parlare. Quasi tutta questa gente, che paga per 35 averci, come bestie al mercato. Perché, e per quanto dovremo sopportare questa vergogna?»
Oltre all’etica del lavoro, verrebbe poi da chiedersi se una simile legge potrebbe passare il vaglio di costituzionalità, come l’articolo 3 e, soprattutto, l’articolo 41 della Costituzione:
«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.»
Senza dimenticare il primo comma dell’articolo 37:
«La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione».
Attualmente l’Italia, aderendo al modello abolizionista, non criminalizza né la prostituta né il cliente: punisce il reato di sfruttamento, di tratta, di induzione e favoreggiamento e lo fa con pene molte severe. Con questa legge non si vieta ad una donna (o ad un uomo) di prostituirsi, ma si dà piena libertà alla persona di disporre del proprio corpo: questa scelta deve essere totalmente libera da parte della persona e non viene minimamente perseguita.
È chiaro come una legge che vada a stravolgere il testo Merlin andrebbe soprattutto contro le stesse prostitute volontarie: chi lo fa per libera scelta preferisce sicuramente decidere quanti e quali clienti avere ogni giorno, e potrebbe farlo occasionalmente, senza decidere di stare in un locale chiuso.
Ricordiamo poi che lo Stato non pone nessun divieto, come molti vogliono far credere: la prostituzione libera non viene punita dalla legge. In uno scenario come questo è chiaro che eventuali testi di legge, come quello annunciato da Salvini, andrebbero a toccare quelle prostitute non libere, bensì le sfruttate, minacciate e ricattate, che decidono di fare questo mestiere per poter sopravvivere.
Per loro non cambierebbe moltissimo nella sostanza: eccetto il luogo “di lavoro” le persone se costrette prima, non verrebbero di certo liberate come si pensa. Basta che ad ogni persona sia affiancato un protettore, apparentemente incensurato, che potrebbe disporre della sua vita, esattamente come prima.
E facciamo un esempio: se per un’organizzazione criminale gestire una persona su un marciapiede è rischioso, visto i dispositivi di legge, quali benefici potrebbero esserci da un’abolizione della Legge Merlin? Quale nuova legge potrebbe subentrare? Una legge che forse attenua e riduce sensibilmente le pene e i reati di sfruttamento? A chi andrebbe il vantaggio delle nuove case di prostituzione? Alle prostitute o alle organizzazioni criminali che vedrebbero così riconosciuto e favorito il loro traffico?
Ricordiamo che Salvini raccolse nel 2015 firme per chiederne il referendum abrogativo e ricordiamo come, dal 1958 in poi, decine e decine sono stati i progetti di legge presentati in Parlamento (da moltissime forze politiche) per una sua sostanziale modifica e cancellazione. Pochi si ricordano di ascoltare le stesse persone, le prostitute libere, che vivono di questo mestiere: ricordiamo che lo stesso Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, guidato dall’attivista Pia Covre, si è più volte espresso contrario ad una riapertura delle case chiuse, chiedendo però al contempo maggiori controlli in termini di sicurezza sulle prostitute, per evitare stupri, violenze e abusi da parte dei clienti.
La maggiore sicurezza però non può passare per un ritorno al passato, per quelle case di schiavitù, troppo spesso osannate come luoghi di libertà sessuale.
Che la Lega da sempre si sia schierata a favore di un ritorno a quel passato non è certo una novità, così come gran parte dello schieramento di centro-destra negli ultimi anni: ricordiamo innanzitutto che dalla prostituzione di stato passa il futuro di generazioni intere di persone, che un giorno, in assenza di certezze lavorative, potranno considerare quel mestiere un modo per sbarcare il lunario. E parliamo soprattutto di etica del lavoro.
Un modello legislativo quello italiano, che, ancora oggi, non riesce a combattere in modo efficace ed incisivo le organizzazioni criminali: molto spesso mancano le denunce delle vittime, le stesse prostitute vengono ricattate e minacciate di morte, e ciò rende difficile l’accertamento di questi reati. È da qui però che si deve continuare il percorso già intrapreso: a 70 anni dalla Legge Merlin, la sua cancellazione sarebbe una grave sconfitta per i diritti civili e per lo stesso Stato.

Alessio Bardelli

La socialista Merlin,  contro il fascismo e le “case chiuse”

merlinpIl 20 febbraio ricorrono i 60 anni dell’approvazione della cosiddetta “Legge Merlin”, pubblicata “nella Gazzetta Ufficiale” del

4 marzo 1958 come provvedimento legislativo per abolire le case di tolleranza e regolamentare i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. Per l’occasione è ripubblicato il volume La senatrice. Lina Merlin, un “pensiero operante” (Marsilio, Venezia 2017, pp. 204) con la curatela di Anna Maria Zanetti e Lucia Danesin, oltre alle Lettere dalle case chiuse indirizzate alla Merlin, già pubblicate dalle Edizioni Avanti! E ora riproposte come Reprint dalla Fondazione Anna Kuliscioff.

Tenace oppositrice del fascismo, Angelina (Lina) Merlino (Pozzonuovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), è ricordata soprattutto per la legge contro le case di tolleranza, ma la sua attività fu molto vasta per la sua lunga militanza socialista. Iscrittasi nel 1919 al Partito socialista italiano, ella collaborò ai periodici “L’Eco dei Lavoratori” e “La Difesa delle lavoratrici” con articoli sulla questione femminile e sulla prostituzione. Negli anni 1921-22 denunciò le violenze fasciste nel Padovano per essere poi allontanata dall’insegnamento di maestra elementare per il suo rifiuto di prestare giuramento al regime. Il 24 novembre 1926 fu condannata dal Tribunale speciale a cinque anni di confino, che scontò in varie località della Sardegna. Ottenuta una riduzione della pena, nel 1929 ritornò a Padova, ma l’anno successivo si trasferì a Milano, dove visse grazie alle elezioni private di francese. Durante il soggiorno milanese, conobbe l’ex deputato socialista polesano Dante Galliani, che sposò nel 1933, ma – nonostante la perdita del marito tre anni dopo – ella continuò la sua attività antifascista.

Dopo l’8 settembre 1943, Lina Merlin partecipò alla guerra di liberazione come rappresentante del Psi nei cosiddetti “Gruppi di difesa della donna, collaborando attivamente con Ada Gobetti e Laura Conti nell’acquisizione di fondi e vestiario per i partigiani. Dopo la liberazione fu la le fondatrici dell’Unione Donne Italiane (UDI) e fece parte della Direzione del Partito socialista. Durante i lavori della Costituente, la Merlin intervenne più volte sulla questione della rappresentanza e sulla parità di genere, contribuendo alla stesura della prima parte dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Consigliere di Chioggia dal 1951 al 1955, Lina Merlin si impegnò a favore delle popolazioni del Polesine, specialmente dopo la disastrosa alluvione del 1951, su cui pronunciò un interessante discorso al Senato, edito nello stesso anno con il titolo Il dono del Po (Roma 1951), sottolineando la necessità della bonifica integrale del territorio. Proprio nella veste di senatrice, eletta nel 1948, ella cominciò la lotta per regolamentare la prostituzione: del 12 ottobre ’49 è il primo discorso per l’abolizione delle “case chiuse” in una instancabile attività che sfociò nella sua proposta di legge.

La battaglia parlamentare, condotta poi alla Camera per la sua elezione a deputato il 25 maggio 1958, sollevò durante il dibattito aspre polemiche che, già ricordate nel volume La legge del desiderio. Il progetto Merlin e l’Italia degli anni Cinquanta (Carocci, Roma 2006), di Sandro Bellassai, sono riprese da Giovanni De Luna nel suo articolo apparso su “La Stampa” del 13 febbraio. Egli rileva infatti come dalla lettura degli atti si coglie un senso di disorientamento per l’accento quasi ossessivo posto dai deputati sui “risvolti medico-sanitari del fenomeno”. Alcuni deputati intervengono con previsioni e statistiche sulle malattie veneree “nel tentativo di calcolare le probabilità di infezione”, mentre altri si abbandonano a bizzarri calcoli “sul rapporto esistente tra il numero dei coiti quotidianamente sostenibili da una prostituta e quello dei potenziali contagi”. Le diverse posizioni riguardano la prostituzione “regolamentata” rispetto a quella “libera” in uno schieramento politico non sempre omogeneo e incentrato in una visione antiquata del fenomeno e non statistiche “scientificamente rilevate”.

La legge contro le “case chiuse”, che prese il nome della Merlin, entrò in vigore il 20 settembre 1958 con la chiusura dei bordelli e la conclusione dell’inferiorità civile della prostituta. Essa previde la direzione dei mutamenti in atto nella società italiana, spazzando via molti stereotipi e luoghi comuni. E dal settembre di quell’anno i lupanari saranno trasformati in patronati per l’assistenza alle ex prostitute. Si rivelarono un fallimento, ma la legge avvio un processo di liberazione femminile nell’abolizione dello sfruttamento gestito dallo Stato.

Abbandonata la politica attiva, Lina Merlin tornò nel 1974 alla ribalta durante la discussione sull’indissolubilità del matrimonio come membro del Comitato nazionale per il referendum sul divorzio. Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alle sue memorie per la stesura di un un libro, che vide la luce dieci anni dopo la sua morte avvenuta nel 1979.

Quando la Merlin chiuse quelle “case”

merlinpEra il 20 febbraio 1958 quando entrò in vigore legge n. 75 dal titolo “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione”, prima firmataria la senatrice socialista veneta Angelina Merlin detta Lina che darà il nome alla legge.

Approvata con i voti di comunisti, repubblicani e democristiani. Votarono contro liberali, radicali, missini e monarchici. I socialdemocratici furono contrari all’approvazione della legge, mentre alcuni socialisti abbandonarono per protesta il Partito. Si contarono 385 sì all’abolizione contro 115 no.

Pietro Nenni fu riluttante fino alla fine minacciando di rendere pubblici i nomi dei socialisti che possedevano bordelli. Celebre il commento di Benedetto Croce: “Eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male”.

Scattata la mezzanotte chiusero 560 case chiuse, dove lavoravano 2.700 prostitute. Ogni prestazione costava da un minimo di 200 lire (5 minuti in una “casa” di terza categoria) fino a 4.000 (un’ora in una “casa” di lusso), cioè in moneta attuale da 2,4 a 48 euro. Ogni ragazza incontrava da 30 a 50 clienti al giorno. Lo Stato su questo ricavato incamerava una percentuale (circa 100 milioni di lire di allora, pari a 1,1 milioni di euro attuali) in cambio di alcuni controlli soprattutto sanitari. Questo fu lo snodo cruciale. Nel 1949 l’Onu aveva impegnato gli Stati membri a punire chi traeva guadagno dalla prostituzione altrui. E lo Stato italiano che era entrato nelle Nazioni Unite nel 1955, rischiava di finire sotto accusa.

Quella degli anni Cinquanta era un Italia divisa tra mogli e mamme con la moralità ineccepibile e case chiuse e prostitute. Insomma, vizi privati e pubbliche virtù, una contraddizione che un paio di decenni dopo le femministe fecero esplodere con un famoso slogan: “Non più puttane, non più madonne, finalmente siamo donne”. Una legge nata per “abolire la regolamentazione della prostituzione, difendere la libertà personale di chi si prostituisce e pervenire ad una più efficace lotta nei confronti di ogni forma di parassitismo”.

La legge Merlin era la fotocopia della legge “Loi Richard” varata in Francia nel 1946 per iniziativa di due personaggi molto diversi: Marcel Roclore, deputato repubblicano (di destra), e Marthe Richard, una donna controversa, ex-prostituta, ex-spia ed ex-pilota di aerei, che nel dopoguerra era stata eletta consigliere comunale a Parigi. La Richard aveva prodotto un decreto locale che Roclore aveva poi trasformato in legge nazionale.

I suoi omologhi francesi ebbero molto più successo della Lina nazionale. Marthe Richard si dedicò ad attività culturali, ricevendo un premio di letteratura erotica e Marcel Roclore diventò Ministro della Salute.

Lina Merlin invece venne esclusa dal Psi dalle liste dei candidati alle elezioni nel 1963. Lei polemizzò con la destra e la sinistra definendoli “fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinisimo” e strappò la tessera del partito.

Per molti fu una conquista di civiltà. Per altri una legge ipocrita. Per i movimenti femminili una vittoria. Per la polizia un problema, perché la prostituzione non sparì ma si riversò nelle strade. Ciò non toglie che pur creando un vuoto ambiguo, la legge rappresentò un segno di civiltà e la Merlin in quella battaglia ci mise tutta la sua passione.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Tempi di crisi, il fisco bussa alla porta delle escort

Ddl-prostituzioneE poi dicono che l’Agenzia delle Entrate non riesce a scovare gli evasori, i soldi occultati sotto il materasso. Anzi, in questo caso sopra e non metaforicamente parlando. Perché alla “signorina” che esercita la più antica professione del mondo, la commissione tributaria di Savona ha fatto pervenire il conto. E la “signorina” che normalmente i conti li presentava a fine prestazione, probabilmente dopo un attimo di stupore è stata costretta a prendere atto che questa volta a pagare dovrà essere lei. La Guardia di Finanza è stata metodica: incasso minimo cento euro al giorno, incasso minimo mensile tremila. Rigorosamente in nero per un reddito che da 36 mila euro del 2010 è salito a 40 mila e cinquecento nel 2011 per scendere leggermente a poco meno di 40 mila nel 2012. In tempi di “furbetti del cartellino”, la “signorina” era, invece, estremamente metodica nel “timbrarlo” e si concedeva anche poche festività. La commissione tributaria ha stabilito che, al di là del fatto che la professione in Italia non venga riconosciuta (anzi) né regolamentata, resta però un dato: per quanto poco commendevole, sempre di attività professionale si tratta e come tale prevede a fronte di una prestazione una controprestazione (corrispettivo) economico. Per giunta, poi, anche la corte di Giustizia europea considera le escort “lavoratrici autonome”.
Morale: da oggi in poi la “signorine” farebbero bene a dotarsi di ricevuta fiscale e di “libro mastro” che, peraltro, potrebbe assumere caratteri piuttosto pruriginosi al momento della descrizione della prestazione. Potrebbe venir fuori una bella pubblicazione dal titolo: “Diario economico-confidenziale delle marchette”.

dal blog della Fondazione Nenni


per saperne di più:
La legge Merlin. Pia Locatelli per Mondoperaio
Merlin. 57 anni dopo si parla di riforma
Prostituzione, Merlin ancora una buona legge

Merlin. 57 anni dopo
si parla di riforma

Efebal-prostituzione

La nota trans-escort Efe Bal

“Addio Merlin – Prostituzione tra diritto penale e tabù”. Questo il titolo del convegno organizzato oggi a Montecitorio per discutere del tema della prostituzione e per presentare il “manifesto” di un’iniziativa bipartisan che sembra aver messo d’accordo circa 70 parlamentari – tra deputati e senatori di diverso colore politico – dal Pd a Forza Italia, passando per il Nuovo Centro Destra e i fuoriusciti dal MoVimento5Stelle. L’intento è quello di riformare la legge n.75 del 20 febbraio 1958 – più nota come legge Merlin (dal cognome della senatrice socialista Lina Merlin, ndr) – che decretò la chiusura senza appello delle case di tolleranza su tutto il suolo nazionale, vietando al contempo non tanto la prostituzione in sé, quanto il favoreggiamento e lo sfruttamento della stessa. Il documento presentato oggi – e sostenuto dal presidente della commissione Sanità della Camera, Pierpaolo Vargiu (Scelta Civica) e dalla vicepresidente della commissione Lavoro di Palazzo Madama, Maria Spilabotte (Pd) – si basa su alcune proposte di legge – di diversi schieramenti politici – che si sono impantanate tra le pieghe delle legislature succedutesi nel corso degli anni. Fermamente contraria all’iniziativa Pia Locatelli, deputata Psi e presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne. Continua a leggere

Prostituzione, un Ddl per regolamentare le “schiave del sesso”

Prostitute Imprenditrici

Iscrizione alla Camera di Commercio con tanto di partita Iva, patentino, certificato di qualità e anche cooperative in cui riunirsi per esercitare insieme, nello stesso edificio, la professione più antica del mondo. Ancora: depenalizzazione della prostituzione volontaria e donne impresarie di se stesse. Sono queste le proposte avanzate dalla senatrice del Pd  Maria Spilabotte in un ddl a sua firma. “Per me il primo passo è superare la Legge Merlin – spiega la parlamentare – che ora va sostituita con una legge al passo con i tempi, a partire da un presupposto imprescindibile: una divisione netta tra prostituzione volontaria, che rientra nella sfera della libera e piena disponibilità del proprio corpo, e prostituzione coatta, dietro la quale ci sono le organizzazioni internazionali dedite alla tratta delle donne, specie minori, i cartelli mafiosi, il malaffare”. Continua a leggere