Mihai Eminescu in un saggio di Manitta

mihai-eminescuConsiderato il più grande poeta romeno del secolo XIX, Mihai Eminescu non ha avuto molta fortuna in Italia. Sul personaggio e sulla sua poetica esistono infatti pochi studi, tra i quali meritano di essere segnalati quelli di Carlo Tagliavini, di Mario Ruffini e di Rosa Del Conte, ai quali si aggiunge ora quello di Giuseppe Manitta: Mihai Eminescu e la «letteratura italiana» (Il Convivio Editrice, Castiglione di Sicilia-Catania 2017, pp. 111), che ha svolto un’encomiabile ricerca sulla presenza dello scrittore romeno nella letteratura italiana e della ricezione della sua opera.

Mihai Eminescu (Eminovici il suo vero cognome), assurto post mortem a simbolo della poesia romena, nacque il 15 gennaio 1850 a Ipoteşti (Moldavia) e morì il 15 giugno 1889 dopo una vita piena di dolori e di sofferenze. Nato in una famiglia numerosa: fu il settimo di undici fratelli spentisi quasi tutti di tubercolosi. Questa malattia, che colpì anche il poeta in tarda età, spiega in parte il suo offuscamento mentale negli ultimi anni di vita.

La ferrea disciplina scolastica, a cui venne sottoposto sin dalle elementari nella scuola tedesca di Cernăuţi  una cittadina della Bucovina allora sotto il dominio austriaco  farà di Eminescu un ribelle, contrario a ogni forma disciplina. La sua prima evasione scolastica risale al 1860, quando egli frequentò il ginnasio tedesco: fu infatti sempre considerato un allievo difficile per la sua vivacità e irrequietezza. Neppure la conoscenza del filologo Aron Pumnul, a cui si sentì legato da un forte legame affettivo, riuscì a inculcargli l’amore per una vita ordinata. Abituato alla libera vita dei campi e insofferente alla disciplina collegiale, Eminescu compì una seconda fuga nel 1863 al seguito di una compagnia teatrale, che seguì in Transilvania divenendo persino il suggeritore di questa troupe. Attratto più dallo spettacolo che dalla scuola, il giovane Eminescu visse alcuni anni di vagabondaggio, le cui tappe furono Sibiu, Blaj e Giurgiu, dove fece i lavori più disparati per sopperire alle necessità più elementari.

Nell’autunno 1865 il giovane ritornò con il proposito di continuare gli studi ginnasiali a Cernăuti, dove venne accolto in casa da Aron Pumnul, ben noto per il suo patriottismo a favore dell’annessione della Transilvania e della Bucovina alla Romania. Ma, per disgrazia del giovanetto, Aron Pumnul morì il 24 gennaio 1866: alla sua memoria il grande poeta romeno dedicò la prima poesia pubblicata in un foglio volante commemorativo. Nello stesso periodo inviò alcune sue poesie sulla rivista Familia diretta da Iosif Vulcan, che non contento della terminazione slava del suo cognome (Eminovici) lo trasformò e lo romenizzò in Eminescu: un fatto che non infastidì il poeta, che da allora firmò così i suoi scritti. Imbattutosi in un’altra compagnia teatrale, quella di Jorgu Caragiale, egli fu ingaggiato come suggeritore e copista. Dopo aver girovagato in diversi paesi della Romania sino al 1868, il padre riuscì a rintracciarlo e lo costrinse a riprendere gli studi. Così il 2 ottobre 1869 si recò a Vienna dove frequentò la facoltà di filosofia dell’Università Rudolfina seguendo le lezioni di Herbart, i corsi di diritto romano e quelli di grammatica italiana del Cattaneo. Ma neppure a Vienna Eminescu riuscì a placare la propria irrequietezza: frequentò come uditore diversi corsi e si abbandonò a una serie di letture disordinate e «forsennate» senza un piano armonico e preordinato. Nel 1872 lasciò Vienna per proseguire i corsi a Berlino grazie al sostegno della società letteraria «Junimea». Alcuni soci compresero infatti la genialità del giovane poeta e si offrirono ad aiutarlo negli studi, oltre a pubblicare nella loro rivista Convorbiri literare le sue poesie (Venere şi Madona, Epigonii, Mortua est).

Nel periodo berlinese Eminescu studiò Kant, di cui tradusse La Critica della ragion pura, e sottopose a una interpretazione personale la filosofia di Schopenhauer e di Hegel. Nonostante una grande passione per la filosofia e un vivo interesse per altre discipline come l’economia e la storia politica, egli non volle conseguire la laurea, forse per non tradire la sua coscienza pervasa da una tensione spirituale e da un afflato etico, alieno ad ogni forma di schematismo culturale e di dogmatismo filosofico.

Al suo ritorno a Iaşi le necessità economiche spinsero Eminescu ad assumere diversi incarichi grazie al sostegno di Titu Maiorescu: fu bibliotecario all’università, ispettore scolastico e poi redattore del “Curierul de Iaşi”, una specie di gazzetta ufficiale della Corte di Appello, sulla quale pubblicò alcune sue novelle (Cezara, La aniversara). Durante la sua permanenza nella cittadina romena, egli allacciò una relazione con Veronica Micle, giovane poetessa che esercitò un grande influsso sulla sua attività poetica.

Ma alla fine del 1877 si trasferì a Bucarest presso la redazione del giornale «Timpul», sulle cui colonne intraprese un’opera di moralizzazione contro gli ambienti politici. La sua attività pubblicistica, diretta soprattutto a difendere le tradizioni culturali della Romania, non fu ben accolta dagli intellettuali asserviti agli interessi del partito governativo, con il quale ebbe feroci polemiche, che lo prostrarono nel fisico e nello spirito. A causa della sua malattia e dei suoi molteplici sforzi mentali, Eminescu trascorse il resto della sua vita in diversi ospedali, alternando momenti di ottenebramento mentale a periodi di lucidità.

Contrario a ogni forma di democrazia liberale, Eminescu fu critico verso la politica di Constantin A. Rosetti, che divenne il suo bersaglio preferito in molteplici attacchi sulla stampa. L’adesione alla teoria organicista dello Stato caratterizzò la sua visione politica, che fu volta ad enfatizzare la ricchezza della nazione come il risultato della civiltà del lavoro, contrapposta a quella della libertà. Anzi il lavoro divenne l’unico veicolo di una cultura pura, capace di far progredire la nazione a condizione che esso fosse il risultato dell’attività dei singoli, distribuita equamente e come tale retribuita.

Convinto della giustezza di questi principi, Eminescu espresse una fiducia ottimistica nel popolo sano, prolifico e lavoratore e invocò uno Stato oligarchico, costituito sulla base della ricchezza ottenuta con il lavoro e con l’istruzione. Concordemente alle idee politiche di I. Slavici, Eminescu auspicò un sistema federale che riunisse il popolo romeno sotto l’impero austriaco. La monarchia asburgica federalista divenne così l’unica via che potesse conciliare tutti i popoli. Contrario alla missione storica della Russia, Eminescu avversò il panslavismo come risultato di un vuoto spirituale e di un ritorno alla barbarie. La sua xenofobia, da alcuni paragonata a J. De Maistre, fu diretta anche a una critica devastante verso gli stranieri, che con il loro tentativo di diventare un ceto medio aspiravano ad impadronirsi delle ricchezze materiali e contaminare il patrimonio culturale del popolo romeno. Eminescu attribuì così ai romeni una purezza quasi mitologica e una vocazione spirituale contraria a ogni ingerenza straniera e ad ogni forma di contaminazione culturale. Egli, accecato dallo sciovinismo, criticò la cultura magiara sia nella sua espressione linguistica sia nella sua incapacità creativa

Di questa intensa attività letteraria, Manitta commenta i saggi più significativi degli studiosi italiani, dei quali stabilisce una linea di continuità tra quello di Marco Antonio Canini fino ai più recenti di Gino Lupi, di Mario Ruffini e di Rosa Del Conte. La ricezione del poeta romeno ricevette infatti un impulso straordinario grazie all’attività di Mario Ruffini e di Rosa Del Conte, l’una volta a diffondere la lirica amorosa e l’altra ad approfondire il valore cosmico e l’attrazione verso l’assoluto. Ma il contributo più significativo riguarda la comparazione poetica tra Leopardi ed Eminescu (pp. 34-72), tra questi e Carducci (pp. 87-103) e il commento della sua opera principale Luceafărul (Lucifero). Di questo testo letterario l’Autore dimostra un’attenta conoscenza per i riferimenti alle varie traduzioni, le cui annotazioni meritano di essere sviluppate in un saggio più esaustivo.

Nunzio Dell’Erba

Elio Gioanola. Quando la poesia indossa la maglia nerazzurra dell’Inter

gioanolaLo storico della letteratura italiana Elio Gioanola, autore di libri e saggi importanti su Leopardi, Manzoni, Pascoli, Pirandello, Pavese, C.E. Gadda ecc., sin dall’infanzia appassionato di calcio, a ottant’anni suonati, in Il cielo è nerazzurro. Storia e passione Inter (Jaca Book, Milano 2016, pp. 188, € 16,00) si è deciso a scrivere di sport e a raccontarci la sua “passione adulta per l’Inter, essendo stato il Torino il primo amore calcistico, purtroppo scomparso a Superga. Avevo sedici anni e per molto tempo sono stato senza una squadra del cuore.[…]Poi è arrivata l’Inter, ormai trent’anni fa, e da allora è rimasta il mio tifo più acceso, al punto che mi sembra di essere stato sempre interista. Forse le passioni tardive sono le più tenaci”. A differenza di Gioanola, che diventa tifoso un po’ per caso a cinquant’anni, il poeta Vittorio Sereni fin da giovane è un interista “perso” al punto da stare fisicamente male per la propria squadra ed essere costretto a disertare il derby dopo un micidiale 4 a 4 del febbraio 1949. Sereni, che si definisce “un tifoso come tanti, spesso portato a chiedersi se l’Inter non occupi una parte troppo grande dei suoi pensieri”, è affascinato dal gioco del calcio inteso come metafora dell’esistenza. Festa popolare dotata di un senso che va oltre il suo significato puramente sportivo. Infatti, nel testo Il fantasma nerazzurro, che rievoca la partita serale di Coppa dei campioni, nel 1964, fra l’Inter e il Borussia, Sereni ci parla dello spettacolo “sbalorditivo della folla compatta attorno a una squadra, sbalorditivo perché in quanti altri casi è dato trovare tanta gente unanime attorno a qualcosa in uno spazio relativamente ristretto, tanto da illuderti che lì si riveli e ti si apra il cuore autentico di un’intera, sterminata città […]?” Spettacolo vibrante, carico di colori e di suoni, come quello che lo spinge a raccontare nella poesia Domenica sportiva, compresa nella terza edizione della raccolta di versi Frontiera, una sfida a San Siro tra l’Inter e la Juventus: “Il verde è sommerso in neroazzurri./ Ma le zebre venute di Piemonte/ sormontano riscosse a un hallalì/ squillato dietro barriere di folla./ Ne fanno un reame bianconero./ La passione fiorisce fazzoletti/ di colore sui petti delle donne. // Giro di meriggio canoro, / ti spezza un trillo estremo./ A porte chiuse sei silenzio d’echi/ nella pioggia che tutto cancella. Sfida che procura al poeta ebbrezza, momenti di gioia che si oppongono alla negatività dell’esistenza, della politica e della storia. Ma, quando l’incanto di suoni e colori viene spezzato dal fischio dell’arbitro, che decreta la fine della partita, il divertimento cede al malumore della festa finita e “un senso amaro di vacuità e quasi di rimorso” – chiosa il poeta – invade l’animo degli spettatori che svuotano le gradinate. Allora lo stadio, come nella poesia Altro compleanno, che chiude la raccolta Stella variabile, quarto e ultimo libro di poesie di Sereni, diventa “un gran catino vuoto”, una costruzione di pietre nel deserto che riflette, come uno specchio, il tempo passato inutilmente. Un simbolo dell’attesa del futuro che non si conosce, dell’impossibilità dell’uomo di formulare programmi o affermare certezze: “A fine luglio quando/ da sotto le pergole di un bar di San Siro/ tra cancellate e fornici si intravede/ un qualche spicchio dello stadio assolato/ quando trasecola il gran catino vuoto/ a specchio del tempo sperperato e pare/ che proprio lì venga a morire un anno/ e non si sa che altro un altro anno prepari/ passiamola questa soglia una volta di più/ sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore/ e un’ardesia propaghi il colore dell’estate”. Spesso, nel “gruppetto di interisti scelti” guidato da Sereni, che nelle domeniche degli anni Settanta si reca allo stadio, ci sono il musicista Gino Negri e i poeti Giovanni Raboni e Maurizio Cucchi. Quest’ultimo ispirato dalla squadra del cuore, scrive i versi della poesia intitolata 53, dove l’inizio della passione calcistica, vissuta dall’autore-bambino come un apprendistato alla vita, si mescola all’amore-nostalgia per il padre e al ricordo degli idoli (il portiere Giorgio Ghezzi e i centravanti Lennart Skoglund, Stefano Nyers e Benito Lorenzi) che hanno contribuito a fare grande la storia del club neroazzurro: “L’uomo era ancora giovane e indossava/ un soprabito grigio molto fine./ Teneva la mano di un bambino/ silenzioso e felice. / Il campo era la quiete e l’avventura, /c’erano il kamikaze, / il Nacka, l’apolide e Veleno. / Era la primavera del ’53, / l’inizio della mia memoria./ Luigi Cucchi/ era l’immenso orgoglio del mio cuore, /ma forse lui non lo sapeva”.

Lorenzo Catania

“Credere, tradire, vivere”. Il rancore di Galli della Loggia per i socialisti

ernesto_galli_della_loggiaIn un libro di dieci anni fa, Edmondo Berselli riferì il rancore nutrito da Galli della Loggia verso l’azionismo torinese, afflitto da pensieri ossessivi e da ubbie ostinate (Venerati maestri. Operetta immorale degli intellettuali d’Italia, Milano 2006, p. 103). Al rancore di ieri si aggiunge ora quello verso i socialisti, tacciati di aver tenuto una «rovinosa posizione politica dopo la Prima guerra mondiale» (p. 30), di aver condotto una «politica suicida» durante l’ascesa al potere del fascismo (p. 44) e di averla perpetrata negli anni della Resistenza e dell’età repubblicana per «una sorta di complesso d’inferiorità» nei confronti dei comunisti (p. 108).

Queste e altre considerazioni si trovano nel volume Credere, tradire, vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica (il Mulino, Bologna 2016, pp. 355) di Ernesto Galli della Loggia, scrittore prolifico, già docente nell’Università di Perugia e ora commentatore politico del «Corriere della Sera». Come si enuncia nel titolo, egli ripercorre infatti la sua esperienza politica in un misto di sentimenti personali e di valutazioni storiche, non sempre esposte con serenità e obiettività. Eppure il libro è presentato il 24 ottobre scorso con una certa compiacenza sul quotidiano milanese da Aldo Grasso, che mette in rilievo il «voltagabbanismo» nella storia d’Italia come leitmotiv principale di un percorso storico che va da Camillo Benso di Cavour a Norberto Bobbio, quasi a giustificare le mutevoli scelte politiche dell’Autore.

Come viene affermato nel libro, le sue opzioni sono quelle di «un coprimario assolutamente di second’ordine» (p. 7), seppure svolgano un ruolo rilevante nell’orientamentro dell’opinione pubblica. Il viaggio prende avvio dalla sua iscrizione «al Partito socialista nel 1961 o 1962» (p. 111) in una sezione frequentata da Alberto Benzoni e da Vincenzo Visco, l’uno vicesindaco nella giunta guidata da Argan e l’altro futuro ministro delle Finanze. Dai primi anni Sessanta si dipana così un percorso politico, che si interseca con l’esperienza del Centro-sinistra, verso cui l’Autore nutre un’ostilità per un entusiasmo giovanile contrario ad ogni forma di compromesso. Egli racconta nel secondo capitolo (pp. 91-116) l’approdo al partito socialista, emblematico per comprendere le scelte di un giovane nato «in un ambiente familiare d’ispirazione liberal-conservatore» (p. 91) e formatosi in una seria scuola romana animata dalla trasmissione della lezione di Machiavelli e di altri scrittori come Leopardi, De Sanctis, Gramsci, Salvemini e Croce (p. 245).

Al filosofo di Pescasseroli dedica gran parte del primo capitolo, là dove ripercorre il suo atteggiamento pubblico verso il fascismo, che dopo le prime e incerte posizioni sfocia nel famoso manifesto degli intellettuali antifascisti pubblicato il 1° maggio 1925 sul periodico «Il Mondo». Si tratta di uno studio riempitivo, poco consono all’autobiografia dell’Autore e privo di contributi originali, nonostante la miriade di saggi pubblicati sull’argomento (Agazzi, Sbarberi, Zeppi, Zunino). Nel saggio l’Autore attribuisce a Croce un fantasioso ruolo «indiscusso […] quale guida dell’antifascismo intellettuale e politico ancora possibile all’interno del Paese» (p. 34) e, alcune pagine più avanti, come «padre indiscusso dell’opposizione al regime e alfiere della libertà» (p. 47), senza tenere presente l’omicidio di Giacomo Matteotti nel 1924 o quello di Carlo e Nello Rosselli nel 1937. Così l’autore considera il sorgere del fascismo non come una reazione alle legittime rivendicazioni dei lavoratori, ma come prodotto di una «crisi politica» determinata da «poco cultura civica», dalle «scarse tradizioni liberali» (p. 49) e aggravata dal «nullismo dei socialisti» e «dalla loro propaganda patriottica» (p. 49). Ne esce un quadro confuso in cui le «diverse anime» del socialismo, caratterizzato nel periodo postbellico dal contrasto tra massimalisti e riformisti, non trovano una sistemazione adeguata «circa la reale natura e l’autonomia consistenza del fascismo» (p. 50).

Nelle sue riflessioni storiche, l’Autore rende ancora più confuso il quadro storico del regime fascista e della mentalità lasciata in eredità nell’età repubblicana, esprimendo frettolosi giudizi su persone ed eventi ed introducendo quesiti ormai chiari per la storiografia contemporanea. Perché considerare esemplare la corrente storiografica di Emilio Gentile e non discutere le sue conclusioni volte a «dare del fascismo italiano l’immagine di un regime piena incarnazione del totalitarismo novecentesco, e quindi in tutto per tutto simile nella sostanza al nazionalsocialismo tedesco e al leninismo-stalinismo sovietico» (p. 61)?
Nel prosieguo del suo racconto autobiografico, Galli della Loggia descrive il suo percorso culturale: la laurea conseguita nel 1966 con Gian Paolo Nitti, l’attività di borsista «nei primi anni Settanta» alla Fondazione Luigi Einaudi sotto la guida di Leo Valiani, «entrambi […] soliti a dispensare il loro sapere con quella generosità calda e immediasta» dei «veri maestri» (p. 97). Proprio nell’ambiente culturale torinese matura un’acredine insolita verso gli azionisti subalpini e la loro «pubblicazione […] trasformatasi a partire dal 1961 da semplice bollettino d’associazione o quasi (“Resistenza – Notiziario Gielle” in un vero e prorio giornale d’intervento politico con il nome Resistenza. Giustizia e Libertà”» (127). Al periodico fondato nel 1947, l’Autore dedica particolare attenzione, dimenticando però che esso dedicò nel 1972 un numero speciale alla Marcia su Roma e nel 1975 con il semplice titolo di «Resistenza» diversi scritti alla memoria di Franco Antonicelli. Ma sottolinea come dalle simpatie verso «i socialisti nenniani» e i radicali si ha verso la metà degli anni Sessanta una «sterzata a sinistra» con il disappunto e il progressivo distacco di Aldo Garosci e di Andrea Casalegno. I nuovi adepti, quasi tutti di origine meridionale (Nicola Tranfaglia, Angelo d’Orsi, Giovanni De Luna), imprimono al periodico un indirizzo velleitario e confuso, che sfocia nel «più insulso estremismo» (p. 135) di fronte agli accadimenti coevi.

Trascorsa la bufera sessantottesca e tramontati gli «astratti furori goscisti», si inaugurò per l’Autore una nuova stagione culturale con la collaborazione al periodico «Mondoperaio» su cui pubblica nel gennaio 1977 un ampio saggio su Antonio Gramsci e il concetto di egemonia (p. 189). L’anno successivo entra a far parte della direzione in un percorso personale contraddittorio che lo porta a votare per il Pci, a collaborare al giornale «Paese Sera» e ad esprimere giudizi lusinghieri su Claudio Martelli e Bettino Craxi, a cui dedica un capitolo con il reboante titolo «Ascesa di un Noske italiano» (pp. 206-233).
Negli anni Ottanta Galli della Loggia dichiarò le sue simpatie verso la cultura politica anglosassone, distaccandosi dal sistema politico tradizionale, di cui non condivideva la «partitocrazia pervasiva» (p. 218). Quella scelta personale e la conseguente denuncia delle tendenze degenerative dei partiti, da cui trae ora un vanto immeritato per essere stato l’iniziatore «prima che l’argomento diventasse di moda» (p. 246), lo spinsero a rassegnare le dimissioni dalla redazione di «Mondoperaio», di cui il periodico pubblicò le sue motivazioni in un fascicolo dell’aprile 1980 (p. 230). Il distacco dalla Sinistra maturò in un ambiente pervaso dalla degenerazione del sistema politico italiano, di cui l’Autore crede di ravvisrae alcuni motivi nella bramosia di potere del Psi e nella corruttela del Pci, l’uno caratterizzato da «leggerezza morale o sete di guadagno» (p. 232) e l’altro per l’«imponente flusso finanziario dall’Unione Sovietica» (p. 237). Un leitmotiv che ritorna più volte nelle riflessioni storiche di Galli della Loggia, che sottolinea come «a partire dal 1974» il Pci si era reso «responsabile del reato di falso in bilancio, non dichiarando mai i poderosi contributi giunti al partito da fonti inconfessabili come l’Unione Sovietica». Gli strali dell’Autore si rivolgono anche contro il Pd’A, considerato – sulla base delle indicazioni fornite alcuni anni fa da Massimiliano Majnoni – beneficiario di sovvenzioni da parte della Baca Commerciale di Raffaele Mattioli.
Diventato «un cane sciolto “genericamente democratico”», Galli della Loggia cominciò a usufruire di grandi privilegi come la collaborazione ai giornali di grande tiratura (p. 247), l’insegnamento in varie università italiane, partecipe e dimentico delle varie dispute accademiche per la gestione delle cattedre universitarie. Dopo la breve esperienza del mensile «Pagina» (1984-85), promosso dall’imprenditore Franco Morganti, l’Autore considera il periodico come il baluardo della democrazia per l’accento posto posto sulla «questione morale» nella ricerca di porre un argine alla corruzione dilagante (p. 267). Riflessioni che descrivono un percorso di vita, che trasforma l’attività pubblicistica e accademica in una fonte di guadagno personale, forse con lo scopo di creare confusione culturale in una Sinistra già divisa da contrasti ideologici e politici.

Nunzio Dell’Erba

Odifreddi e Lucrezio,
in due per un libro

OdifreddiSi fa un gran parlare del libro di Piergiorgio Odifreddi, “Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere”, edito da Rizzoli e pubblicato nell’anno che si chiude. Tra il traduttore (secondo il professor Pietro Melis, per parafrasare Foscolo, “il traduttor del traduttor”) di Lucrezio, e il poeta latino, si staglia non solo il nume tutelare di Epicuro, ma tutta la piacevole carica scientifica e antireligiosa di entrambi. Due autori, pagina su pagina, per un solo libro. Un carico da cento, perché alla traduzione libera del “De rerum natura” sta accorpato il “De Odifreddi natura”. Che sottolinea, amplifica, spiega, corregge le consapevolezze di quell’altro. Su Lucrezio si sa quasi nulla. Alcuni sospettano addirittura che non sia mai esistito e sia solo uno pseudonimo dietro il quale si sarebbe celato addirittura lo stesso Cicerone. Difficile accedere a questa suggestione. Perchè mai Cicerone o un altro suo seguace non avrebbe dovuto firmare siffatto capolavoro? Sei libri in poesia, in endecasillabi che, con spirito didascalico, trattano dell’origine del mondo, della sua composizione, dei principi naturali contrapposti alle superstizioni religiose, dell’animo umano, perfino delle nuvole, delle comete, dei temporali e dei terremoti.

Di tutto questo e di altro colpiscono le intuizioni preveggenti, le affermazioni basate sulla dimostrazione dei concetti, la capacità del genio dell’autore di scrutare sull’insieme delle cose e sull’animo umano. Nessuno prima e soprattutto dopo di lui, saprà mai infondere, coniugata con l’arte della poesia, una così elevata capacità di analisi e di sintesi. Odifreddi non ha solo il merito di averlo riproposto, parliamo di Lucrezio, cioè di una personalità così offuscata e censurata dalla cultura dell’integralismo religioso, per secoli dimenticata (il suo “De rerum natura” fu casualmente rintracciato in un monastero tedesco in pieno Rinascimento), da molti perfino osteggiata. Ma Odifreddi ha soprattutto il merito di aver commentato i sei libri, pagina per pagina, con apprezzamenti, attualizzazioni, esempi, paragoni, anche i più arditi e curiosi. Il libro si apre con l’elogio a Venere. Ma Odifreddi ci allieta con una introduzione in cui, prima ancora di lasciar parlare Lucrezio, fa la rassegna dei lucreziani. Dei suoi seguaci, anche inconsapevoli, come il Botticelli, che nella sua Primavera esalta non solo Venere, ma anche la natura. O, sul piano filosofico, di Machiavelli, Montaigne, Molière, Diderot, perfino di Leopardi e, tra i contemporanei, almeno nel metodo, di Calvino, sul piano scientifico certamente di Maxwell ed Einstein. Un padre per tanti, Lucrezio, anche di coloro che non avevano “paternitas certa”.

Il libro primo (Lucrezio è vissuto nel secolo prima di Cristo) è dedicato agli atomi, che compongono la materia. Egli scopre il vuoto, da non confondere con lo spazio, che è anch’esso composto da atomi. Il vuoto che è indispensabile perché gli atomi si muovano. L’intuizione atomistica (in realtà Lucrezio parla di particelle) è di Democrito, il filosofo greco materialista vissuto quattro secoli prima di Cristo. Anche per Lucrezio nulla si crea, nulla si distrugge. L’infinito è infinito. Non può esistere una fine come se ci fosse un muro in cui gli atomi rimbalzano e tornano indietro. Addirittura Lucrezio elabora per primo la teoria della relatività del tempo. Per lui il tempo non esiste se non in rapporto ai corpi e allo spazio. Quasi newtoniano, commenta Odifreddi, Lucrezio si spinge ai limiti dela scoperta della gravitazione universale. Lasciamo perdere l’aria, l’acqua, il fuoco, che i primi filosofi immaginavano come il principio originario di tutte le cose. Follie. Lucrezio ritiene che tutto sia stato generato dall’aggregazione e disgregazione di atomi diversi che sono infiniti com’è infinito lo spazio. Quel che unisce tutte le cose esistenti.

Nel secondo libro, più specificatamente dedicato alla fisica e alla chimica, Lucrezio, sempre con la supervisione di Odifreddi, intuisce già una scoperta di Galilei della fine del Cinquecento. E cioè che nel vuoto tutto cade alla stessa velocità a prescindere dal peso. La teoria atomistica fu a lungo perseguitata dalla Chiesa in particolare col Concilio di Trento, perché si toglieva di mezzo Dio. E nel terzo libro, quello che parla dell’uomo, Lucrezio innalza l’elogio a Epicuro “che nelle fitte tenebre hai potuto per primo accendere un lume”. Di Epicuro esalta la razionalità nello sconfiggere dogmi, paure, superstizioni. Quelle sulla morte, perché quando arriva non ci siamo più noi, anche se Seneca, ricorda Odifreddi, ci parla “della paura del nulla”, un concetto per noi innaturale, quelle sugli Dei perché non si occupano di noi, se no dovrebbero essere colpevoli di stragi e malefatte.

Libro OdifreddiPerfino sulle inutili paure del dolore, perché se è forte arriva subito la morte, se è debole è sopportabile. L’inferno non esiste, non c’è un Dio così vendicativo da condannarci a un eterno supplizio. Anche l’anima che sopravvive al corpo è per Lucrezio una stupidaggine. Sia l’anima, cioè il soffio vitale, che è incarnato in un organo, come l’apparato nervoso, sia l’animo, che è incarnato nella psiche, se ne vanno col corpo. Non c’è niente di immortale. Nel quarto libro dedicato alla fisiologia e alla psicologia Lucrezio ci parla delle nuvole, dei sensi, degli specchi, dei quali spiega gli effetti ottici, dell’udito, dell’eco, della luce e del suono. La luce che marcia a una velocità molto superiore al suono. Lo dirà anche nel libro successivo a proposito dei lampi e dei tuoni. Ma si intrattiene anche sui sogni, sull’immaginazione. Poi si dilunga sugli organi. Che non sono nati perché esiste una loro funzione. Ma sono le funzioni che sono state create dagli organi. La vista non esisteva prima degli occhi e così l’udito prima delle orecchie. Mentre l’amore nasce da organi sessuali, non a caso nell’adolescenza. Ma per Lucrezio l’amore che genera affanno e angoscia va accuratamente evitato. Meglio godere di molti amori, che soffrire per uno. Su questo Odifreddi ha buon gioco a citare poeti e musicisti del tempo meno remoto. Da Ovidio a Molière, fino al Don Giovanni di Mozart. E pensare, ricorda Odifreddi, che San Girolamo, al quale da’ del pervertito, si inventò un Lucrezio suicida per amore. Una fine da fessi. Nel quinto libro è la volta del macrocosmo. Qui Lucrezio diviene terribilmente attuale. Siamo nell’epoca del Big Bang e del bosone.

Ebbene Lucrezio sostiene che al principio era il caos, c’era solo una massa informe di tutti i tipi di atomi. Poi quelli simili si aggregarono e formarono una nebulosa primitiva, che a sua volta diede origine al cielo, al mare, alle stelle. Poi il sole e la luna, i cui globi ruotano (allora si pensava che la terra fosse immobile) tra la terra e il cielo. Odifreddi commenta che “è scandaloso che l’infantile e sbrigativa mitologia della Genesi che inizia con “lo spirito di Dio che aleggiava sulle acque”, non sia stata sostituita dalla dettagliata descrizione fornita da Lucrezio. La massa informe di particelle che, circa 380mila anni dopo l’esplosione iniziale del Big Bang e poco più di 13 miliardi di anni fa, lasciò la sua impronta nella radiazione cosmica di fondo. I versi di Lucrezio intuiscono l’esistenza e l’evoluzione della nebulosa primitiva che circa 4 miliardi e mezzo di anni fa diede origine al sistema solare”. Trattando poi dell’origine dell’uomo Lucrezio elabora una sorta di evoluzione delle specie che anticipa Darwin. L’ultimo libro è dedicato al meteorologia e alla geologia e tratta dei lampi, dei fulmini, dei tuoni, delle tempeste. Qui colpisce e distrugge tutte le superstizioni e le attribuzioni a volontà divine, spiega scientificamente, razionalmente.

Ci parla dei terremoti, delle pestilenze e ritorna alla morte, all’inutilità della religione. Finisce così, forse come voleva o come è stato costretto. Meravigliosa questa rilettura del “De rerum”. Con musica di Lucrezio e parole di Odifreddi. Come una canzone moderna ci accompagna piacevolmente durante i nostri giorni. Demistificatoria, quanto basta. Anche se… Anche se quel “come stanno le cose” del titolo, che Lucrezio non aveva scritto, rimanda a un sorta di tavola delle nuove certezze. Un po’ troppo cattedratica e risolutiva. Così come i ripetuti elogi di Lucrezio ad Epicuro ci mostrano una nuova fede. I comandamenti del filosofo greco finiscono per creare i confini di una religione. Contestando la vecchia si crea una nuova Bibbia, rischiando di finire da capo. Avesse dato retta a Popper, forse anche Odifreddi sarebbe stato meno granitico. Anche perché, come alcune certezze di Lucrezio vengono giustamente contestate da Odifreddi, non è detto che quelle di Oddifreddi non possano essere contestate da un futuro Lucrezio…

Mauro Del Bue

La “Bottega teatrale” di Gassman rivive al Quirino di Roma con “Omaggio al maestro”

“Omaggio al maestro” è un progetto artistico-teatrale originale e virtuoso, un vero e proprio atto d’amore per ricordare un grande maestro d’arte teatrale e di vita, l’indimenticabile Vittorio Gassman. Il progetto è nato, con dedizione e grande impegno, dalla volontà e dal lavoro unanime e corale di una quarantina di ex-allievi attori che, negli anni tra il 1979 e il 1992, animarono la rinomata Scuola di alta Formazione Teatrale fondata a Firenze da Gassman e diventata celebre con il nome di “Bottega teatrale” che formò abili e luminosi professionisti teatrali e cinematografici, divenuti, nel tempo, noti e amati dal pubblico. Una ventina di ex-allievi della Bottega saranno tutti insieme sul palcoscenico del teatro Quirino a Roma il 18 dicembre alle ore 20.45 con lo spettacolo “Omaggio al maestro”: una messa in scena vibrante e intensa con una scelta di brani e poesie che appartenevano al repertorio del Mattatore, messi in scena in una chiave stilistica dove pezzi di varia natura drammaturgica, dalle liriche di Leopardi a Ferlinghetti, da Ghigo de Chiara a Giuseppe Fava, dalle esplosioni di Gregory Corso a Dante, dove  il “file rouge” che collega tanta eterogeneità è il racconto della vita, dell’umanità nelle varie sfaccettature dell’essere. Continua a leggere