Trump, Putin e le nuove relazioni multilaterali

trump putinLe alleanze internazionali, che hanno garantito pace e stabilità per un cinquantennio, sembrano spazzate via dalle misure isolazioniste prese dall’Amministrazione americana, guidata dal Presidente Donald Trump. Ormai nessun commentatore si stupisce, più di tanto, delle affermazioni del tycoon. Alla Cbs News, a proposito del ruolo degli Usa nello scacchiere globale, Trump ha affermato: “penso che abbiamo molti nemici, credo che l’Unione europea sia un nemico per quello che fa a livello commerciale. La Russia è un nemico per certi aspetti, la Cina è un nemico economicamente. Certamente sono nemici, ma questo non significa che siano cattivi. Non significa niente, significa che sono competitivi”.

Leggendo queste dichiarazioni, si comprende il recente attivismo delle Istituzioni europee, i cui massimi rappresentanti, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno incontrato la delegazione cinese e, in seguito, hanno partecipato alla firma dell’Economic Partnership Agreement tra Ue e Giappone.

Entrambi gli avvenimenti rappresentano una forte risposta dell’Europa al protezionismo americano e al “ritrovato feeling” tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Emerge la necessità, da parte dell’Ue, di ritagliarsi uno spazio autonomo dallo storico alleato, che mai come adesso risulta ondivago e contraddittorio nello scacchiere internazionale. Anche per questo, in patria, il presidente Trump viene fortemente criticato dal mondo dell’informazione e, in modo bipartisan, da esponenti democratici e repubblicani.

Le nuove relazioni multilaterali dell’Unione Europea guardano ad Oriente, ai mercati asiatici e alle enormi opportunità offerte dalla Cina e dal Giappone. Dell’Accordo di partenariato economico con il Giappone, firmato il 17 luglio, a Tokyo, si è scritto, anche sul nostro quotidiano, sottolineando come questo sia il più rilevante trattato mai negoziato tra le due aree economiche.

In esso si prevede la graduale eliminazione dei principali dazi sulle importazioni: il Giappone li toglierà sul 94% dei prodotti esportati dall’Unione europea, mentre quest’ultima cancellerà le imposte sul 99% delle merci giapponesi.

Tuttavia, quest’accordo ha suscitato diverse criticità, ad esempio da parte dell’intergruppo “No Ceta”, costituitosi nelle assemblee parlamentari italiane della passata legislatura e formato da esponenti di tutti gli schieramenti, cosi come è stata espressa contrarietà da Greenpeace e da altre organizzazioni sociali.

Secondo i critici, l’accordo tutelerebbe un modesto numero di denominazioni di origine, non proteggendo, sufficientemente, il Made in Italy. Inoltre, si critica il controllo inadeguato che l’Unione Europea sarebbe legittimata a fare sulle importazioni di prodotti alimentari giapponesi, con il rischio della presenza di Ogm.

Infine, si accusa l’accordo di abbassare le tutele sul lavoro, poiché il Giappone non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia specializzata dell’ONU che si occupa di promuovere i diritti umani e la giustizia sociale con una particolare attenzione al tema del lavoro, in tutti i suoi aspetti.

Queste obiezioni dovranno essere affrontate per evitare che gli accordi si rivelino infruttuosi o, peggio ancora, controproducenti per le produzioni locali e i mercati europei.

Per quel che riguarda il ventesimo summit Ue-Cina, si è concordato di sviluppare ulteriormente la partnership strategica, tramite una serie di misure connesse ai “cambiamenti climatici e all’energia pulita”. In conclusione del summit è stata firmata, dai leader Ue e dal premier cinese Li Keqiang, una “dichiarazione congiunta” sui temi che costituiscono la partnership.

Cina e Unione Europea hanno ribadito il sostegno per la risoluzione pacifica della questione nucleare nordcoreana attraverso mezzi diplomatici e per una completa denuclearizzazione della penisola coreana; così come l’impegno a favore della piena attuazione dell’accordo nucleare in Iran.

Di contro, persistono rilevanti differenze sul tema dei diritti umani, ciò nonostante si è deciso di “intensificare gli scambi in seguito al recente dialogo sui diritti umani”.

Sui temi del summit euro-cinese, il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha dichiarato: “nello stesso giorno in cui l’Europa incontra la Cina a Pechino, il presidente americano Trump e il presidente russo Putin si parleranno a Helsinki, siamo tutti consapevoli del fatto che l’architettura del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Ed è nostra responsabilità comune fare che sia un cambiamento per il meglio”.

Tusk ha ricordato, “che il mondo che per decenni abbiamo costruito, a volte con contrasti, ha portato la pace per l’Europa, lo sviluppo della Cina e la fine della Guerra fredda. E’ un dovere comune non distruggere quest’ordine, ma migliorarlo”.

Infine, il Presidente del Consiglio Europeo ha esortato i presidenti di Usa, Russia e Cina ad “avviare congiuntamente il processo di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, al fine di prevenire conflitti e caos”, scongiurando guerre tariffarie a favore di comuni soluzioni basate su regole eque.

Soluzioni comuni che passano dal superamento di rigidità e chiusure nazionalistiche, dall’abbandono dei sovranismi e dalla riscoperta di relazioni internazionali guidate da spirito di leale collaborazione e cooperazione.

In questo senso è preoccupante che il rapporto tra Usa e Ue si stia deteriorando, a causa della mediocrità dell’amministrazione statunitense nell’affrontare le grandi sfide geopolitiche ed emerge la necessità di un rapido cambio di passo in direzione della difesa di un rinnovato multilateralismo.

Paolo D’Aleo

Cina: pil 2017 al ribasso.
Solo + 6,5%

economia-cinaLi Keqiang, nel suo quarto discorso basato sul Work Report del Governo fatto davanti al Parlamento cinese riunito in seduta comune, con un discorso molto realistico, ha pronunciato le previsioni di crescita economica per il 2017. Per il premier cinese l’obiettivo di crescita si fermerebbe a +6,5% con una ottimistica possibilità di raggiungere cifre più alte.

Nel quadro generale dominato dall’incertezza economica e politica, la Cina è alle prese con problemi strutturali irrisolti.

Durante una affollata conferenza stampa, dalla portavoce della Sessione Plenaria del Parlamento, Fu Ying, si è appreso dell’aumento del 7% del budget della Difesa, in flessione ma pur sempre in misura consistente. Anche se l’incremento della spesa non è stato a due cifre come il ritmo mantenuto nell’ultimo quarto di secolo. Per Fu Ying è comunque una cifra adeguata e idonea a proteggere gli interessi cinesi.

Successivamente il primo ministro Li Keqiang, durante il suo discorso in Parlamento, ha promesso un maggiore sostegno per l’esercito compreso il rafforzamento delle difese marittime ed aeree. Anche se nel Work Report era assente il dettaglio della spesa militare, il premier cinese ha sottolineato ampiamente la salvaguardia della difesa e della sovranità. Il capitolo di spesa della difesa non è stato incluso in bilancio con le stesse modalità praticate fino all’anno scorso, nonostante le promesse di trasparenza sullo stesso argomento. Li Keqiang ha sostenuto che comunque la riforma della difesa verrà proseguita. Sono note le dispute territoriali nel Mar Cinese Orientale, nel Mar Cinese Meridionale e sul fronte Taiwan che la Cina rivendica come propria in nome del principio dell’Unica e sola Cina. Da questi motivi e da un senso di insicurezza nasce l’obiettivo di rafforzare la difesa per mare e per terra in nome della salvaguardia della stabilità e della pace internazionale.

Lo scorso anno, la cifra in bilancio stanziata per la difesa è stata pari a 954,35 miliardi di yuan (138,4 miliardi di dollari Usa). La cifra fu ampiamente analizzata nonostante la sproporzione esistente con gli Usa che spendono quattro volte rispetto alla Cina. Per il 2017 Donald Trump sta pensando ad un aumento del 10 per cento della spesa militare statunitense.

I dettagli della spesa militare cinese sono stati affidati al documento di budget diffuso in occasione del rituale Discorso alla Nazione del 5 marzo del premier Li Keqiang nella Great Hall of People. Ma la percentuale di incremento della spesa per la difesa cinese nel 2017 era già cosa nota: quell’incremento del 7% pari all’1,3% dell’intero output cinese.

La spesa cinese raddoppierà comunque tra il 2010 e il 2020, raggiungendo i 233 miliardi di dollari Usa all’anno. Se nel piano ci sono i salari delle truppe, ai quali vanno sottratti quelli dei 300mila addetti tagliati da Xi Jinping con la riforma, restano fuori le voci per acquisto di armi, ad esempio.

La Cina sta adottando una politica di modernizzazione che canalizza la spesa verso determinati obiettivi, in primis sulla Marina, considerata un asset strategico per la difesa della sovranità di diritti e interessi cinesi nei Mari del Sud della Cina, dalle dispute con i vicini e dalle interferenze statunitensi, basti pensare che la corazzata americana Vinson ha appena finito di pattugliare l’area, sfidando l’irritazione di Pechino.

La politica estera ha fatto la parte del leone nella conferenza stampa, dal corridoio pachistano che inquieta l’India (e che minaccia di non partecipare al Summit Brics che si terrà in Cina) al ruolo della Cina nella governance mondiale. A qualche giornalista che chiedeva lumi al riguardo, Fu Ying ha risposto con una dose di senso umoristico: “Capisco, siete preoccupati che la Cina possa diventare un Paese di livello mondiale”.

Di fatto, c’è più di una spina nel fianco cinese, dal Thaad, il sistema di difesa satellitare che vede la Corea in primo piano, a proposito del quale il generale di Nanchino Wang Hongguang, all’inaugurazione della Conferenza consultativa, ha detto : “Se il Thaad dovesse minacciare Taiwan, la Cina invaderà l’Isola per difenderla”. C’è anche la Spada della Corea del Nord. Pyongyang non perde occasione per tirar dentro Pechino nelle sue manovre da guerra fredda.

Nella notte di sabato i cronisti sono stati buttati giù dal letto per andare a incontrare dalla strada, da dietro le inferriate dell’ambasciata nordcoreana a Pechino alle 3, il presunto assalitore (poi scagionato) di Kim Jong Nam, fratello di Kim Jong Un, un chimico nordcoreano che rifiuta ogni attribuzione di responsabilità. Intanto, i malesi l’hanno detenuto. Una volta scagionato e sulla via di casa, ha fatto tappa a Pechino dove ha urlato la sua innocenza sull’attacco in aeroporto del 13 febbraio a Kuala Lumpur.

In tutto questo marasma il petroliere Rex Tillerson, ottimo amico di Vladimir Putin, nominato ministro degli Esteri da Donald Trump, prepara per la fine del mese una visita in tutta l’Asia, dalla Corea, al Giappone alla Cina. In vista di un possibile incontro tra Xi Jinping e Trump, negli Usa, in aprile.

L’incontro tra i due premier sarà molto probabilmente di grande importanza storica considerato che Donald Trump è fautore di una politica protezionista mentre Xi Jinping è sostenitore della globalizzazione.

Salvatore Rondello

Crolla la Borsa cinese. Al via il quantitative easing

cinaDopo il lunedì nero che ha portato al “profondo rosso” della seconda economia mondiale, parte il quatitative easing cinese. La Banca Centrale cinese Pboc (People’s Bank of China) ha risposto varando una serie di misure espansive, ha tagliato il coefficiente di riserva per le banche (di 50 punti base) e i tassi su depositi e prestiti a un anno, di 25 punti base ciascuno a 4,6 per cento e 1,75 per cento, rispettivamente. La turbolenza era stata avvistata già da tempo, ma sia e autorità che la stampa di Pechino hanno sempre negato.

Anche oggi il premier Li Keqiang ha ribadito che lo yuan resterà in un range ragionevole e che non ci sono le basi per un deprezzamento continuato della valuta cinese, ma la moneta cinese è stata svalutata questa mattina con l’immissione nel mercato di 150 miliardi di yuan.

“Onestamente è il segnale che c’è un po’ di panico”, commenta Andrew Polk, economista di Conference Board di base a Pechino. “Tentano di affrontare alcuni problemi reali e di superare il clima di mercato degli ultimi due giorni”, afferma l’economista.

Redazione Avanti!

Debito greco. Domani a Bruxelles l’atto finale

Grecia-debito-UE“No a ricatti e ultimatum”. Così il primo ministro greco, Tsipras ha ribadito la sua posizione alla vigilia della riunione dell’Eurogruppo, fissata per domani pomeriggio – la quinta in dieci giorni – nel tentativo di siglare un’intesa sul piano di riforme di Atene. Intanto la Cancelliera tedesca, Merkel ha esortato Tsipras ad accettare l’offerta delle istituzioni creditrici. Nel frattempo il governo cinese si è dimostrato disponibile ad aiutare la Grecia, senza precisare come e a quali condizioni.

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