Alla Bottega di Libera il saggio su padre Puglisi

pino puglisiAppuntamento giovedì 27 settembre, alle ore 17 e 30, presso la Bottega I Sapori ed i Saperi della Legalità di Libera, a piazza Castelnuovo 13, a Palermo, per la presentazione del saggio della giornalista Federica Raccuglia, “L’uomo del dialogo contro la mafia. La storia di padre Pino Puglisi”, prefazione di mons. Giancarlo Maria Bregantini, Edizioni La Zisa.

Insieme all’autrice, interverranno: Gregorio Porcaro, collaboratore di padre Pino Puglisi e coordinatore regionale di Libera; Giampiero Tre Re, teologo; e Pino Martinez, storico collaboratore e amico di don Pino Puglisi e componente del Comitato Intercondominiale di Brancaccio. Modererà l’incontro Davide Romano, giornalista ed editore.

Il libro: Federica Raccuglia, “L’uomo del dialogo contro la mafia. La storia di padre Pino Puglisi”, Prefazione di mons. Giancarlo Maria Bregantini, Edizioni La Zisa, pp. 200, euro 15,00

La vicenda di padre Pino Puglisi, nel tempo, è stata fonte di studi, inchieste, romanzi, film; tutte produzioni necessarie per mantenerne vivido il ricordo, per trasmettere un prezioso modello di vita alle nuove generazioni. Questo saggio si va a inserire nell’insieme di tale produzione creandosi uno spazio particolare. La vicenda di don Pino viene ripercorsa in modo dettagliato grazie a vari contributi originali, testimonianze e interviste. Il leitmotiv teorico è la riflessione linguistico-pedagogica su padre Puglisi, il quale ha tentato di dialogare con la mafia utilizzando un codice a essa sconosciuto: la parola. Codice intraducibile per individui che hanno scelto di abitare un mondo in cui le sole cornici interpretative sono intimidazione, violenza e morte. Secondo Lev Semënovič Vygotskij, la parola nasce prima del pensiero, il bambino impara a nominare le cose prima di conoscerle, ed è proprio il linguaggio a determinare la sua conoscenza e coscienza del mondo. Padre Puglisi ha dato la vita per la fede in questo principio, per le parole prima di tutto.

Federica Raccuglia è nata nel 1990 a Palermo. Giornalista pubblicista, scrive per “Si24.it” e “Il Giornale di Sicilia”. Cura diversi uffici stampa e conduce un programma di attualità e intrattenimento sulla web tv “Feel Rouge tv”. Nel 2012 ha conseguito la laurea triennale in “Giornalismo per uffici stampa” all’Università degli Studi di Palermo e nel 2014 la laurea magistrale in “Scienze dell’Informazione, della Comu­nicazione e dell’Editoria” presso l’Università degli Studi di Tor Vergata.

Lombardia, laboratorio
del neofascismo

fascisti milanoLa Lombardia è tornata ad essere da tempo laboratorio privilegiato del neofascismo. Da Varese a Pavia, da Monza a Cantù e a Como è un fiorire di iniziative e di propaganda.

Milano e i Comuni della Città metropolitana sono stati da tempo scelti dalle organizzazioni neofasciste e neonaziste come luoghi di incontro, di convegni e manifestazioni anche a livello europeo. Il fenomeno sta sempre più assumendo dimensioni che destano profonda preoccupazione in tutti noi.

Il blitz del 29 giugno 2017 a Palazzo Marino da parte di militanti di CasaPound, resisi protagonisti di saluti romani, violenze ed aggressioni, mentre era in corso la seduta del Consiglio Comunale democraticamente eletto dai cittadini, ha costituito un fatto di una gravità senza precedenti. L’assalto a Palazzo Marino e la contestazione al Sindaco Sala hanno rappresentato un salto di qualità nella sfida alle istituzioni nella città Medaglia d’oro della Resistenza.

Un blitz che aveva registrato un suo preambolo il 9 aprile 2017, quando alcuni militanti di CasaPound avevano inscenato una protesta contro l’accoglienza dei migranti durante una seduta del Consiglio Comunale di Monza. Una prova di forza che ha avuto il suo fondamento in quanto accaduto il 29 aprile 2017 al Cimitero maggiore di Milano, quando un migliaio di neofascisti sono andati a commemorare al campo X i caduti della Repubblica di Salò.

Da allora è stato un crescendo di iniziative, manifestazioni, provocazioni neonaziste e neofasciste.

Nella notte tra il 24 e il 25 settembre 2017, al Parco Nord di Milano, è stato devastato da neofascisti il Monumento al Deportato, realizzato su progetto dell’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso, deportato a Mauthausen e dal figlio Alberico.

Nella giornata del 29 aprile, in cui ricorre l’anniversario della sanguinosa uccisione del giovane Sergio Ramelli, vittima di una aggressione squadristica del Cub di medicina di Avanguardia Operaia, e di Enrico Pedenovi, consigliere provinciale dell’Msi, assassinato dal gruppo terrorista Prima Linea, omicidi efferati, da sempre condannati dall’Anpi e dalle forze democratiche, i neofascisti inscenano a Milano manifestazioni di aperta apologia del fascismo. Il 29 aprile di quest’anno, un gruppo di circa 200 appartenenti a CasaPound, Forza Nuova e Lealtà e Azione hanno compiuto un’ignobile parata in piazzale Loreto per ricordare Mussolini e il nefasto e tragico ventennio fascista. La provocazione neofascista conclusasi con saluti romani è avvenuta proprio nel luogo dove sorge il Monumento dedicato ai Quindici Martiri, partigiani e antifascisti, prelevati dal carcere di San Vittore per ordine del capitano della Gestapo Theodor Saevecke e fucilati all’alba del 10 agosto 1944 da un plotone della Muti.

Il giorno prima, il 28 aprile 2018, due donne che, per tutelare il decoro della loro abitazione, avevano provveduto a staccare un manifesto abusivo incollato sul loro edificio, per la sfilata a ricordo di Ramelli e Pedenovi, sono state aggredite da neofascisti. Le due signore hanno dovuto ricorrere alle cure mediche e hanno sporto denuncia alla Questura di Milano. Ricordiamo, infine, la decisione del Comune di Cologno Monzese di organizzare, nei giorni immediatamente precedenti la ricorrenza del 73° anniversario della Liberazione, un campo militare tedesco che avrebbe offeso la memoria dei cittadini di Cologno Monzese che lottarono per la libertà e che furono vittime della deportazione nei lager nazisti. L’intervento dell’Anpi, che si è rivolta al Prefetto di Milano, la dottoressa Lucia Lamorgese, ha evitato questo ulteriore oltraggio.

Il 1° luglio si è verificata un’ulteriore gravissima provocazione nel quartiere di Niguarda: la distruzione della targa dedicata a Gina Galeotti Bianchi, la partigiana Lia, alla quale è intestato il giardino di via Hermada. Gina Galeotti Bianchi è stata la prima caduta dell’insurrezione a Milano contro i nazifascisti. Niguarda fu il primo quartiere ad insorgere, il 24 aprile 1945 e la partigiana Lia mentre era uscita insieme con la staffetta e amica Stellina Vecchio per portare ai partigiani l’ordine di insurrezione, venne colpita e uccisa da una raffica di mitra sparata da un camion carico di soldati tedeschi in fuga. Gina Galeotti Bianchi era incinta e aveva appena riferito a Stellina Vecchio di essere contenta perché “il nostro bambino nascerà in un paese libero”.

In questo quadro si inserisce il provocatorio evento organizzato il 6 e 7 luglio da Lealtà e Azione nella città di Abbiategrasso. La “festa del sole” ad Abbiategrasso è stata promossa dall’organizzazione neonazista e antisemita Lealtà e Azione che si ispira al generale nazista delle Waffen SS Leon Degrelle e a Corneliu Codreanu, fondatore della Guardia di ferro rumena, movimento ultranazionalista e antisemita, protagonista di spaventosi pogrom antiebraici negli anni 30 e 40.

Nonostante il tentativo di Lealtà e Azione di presentarsi sotto una veste dialogante e insospettabile, traspare la vera natura degli organizzatori. Sul manifesto di indizione vi compare l’immagine di un lupo, uno degli emblemi di Lealtà e Azione, con una rosa rossa in bocca, a ricordare lo stemma della X Mas, dove la rosa era posta tra i denti di un teschio al fine di esaltare la bella morte. Infine, immancabile, il concerto nazi rock, con band che inneggiano ai “martiri” della Repubblica di Salò, al suprematismo bianco e ai pogrom degli ebrei. Tra i gruppi che si sono esibiti i “Bullets”, autori dell’inno di Lealtà e Azione, in cui si esalta l’antisemita Corneliu Codreanu (“i valori che cerchiamo/noi li troviamo in Corneliu Zelea Codreanu”).

All’iniziativa, svoltasi in uno spazio pubblico, colpevolmente concesso a Lealtà e Azione dall’amministrazione comunale, hanno partecipato due assessori della Giunta regionale lombarda, esponenti di primo piano di Forza Italia, di Fratelli d’Italia e numerosi parlamentari della Lega.

Ciò che ci ha lasciato profondamente sbalorditi, tra le altre cose, è l’atteggiamento dell’assessore leghista alla cultura della Regione Lombardia che è intervenuto l’11 maggio scorso ad un importante convegno sull’ottantesimo anniversario della emanazione delle famigerate leggi antisemite, alla presenza di Liliana Segre, del Rabbino Capo di Milano Alfonso Arbib, del giornalista Ferruccio de Bortoli, dell’Arcivescovo di Milano, e che con grande disinvoltura e indifferenza ha voluto partecipare alla festa realizzata da una associazione neonazista e antisemita.

L’aspetto più grave e inquietante della manifestazione di Abbiategrasso è rappresentato, appunto, dallo stretto rapporto stabilitosi tra Lealtà e Azione e Lega di Salvini.

Stiamo assistendo in Lombardia, al preoccupante progetto di stabilire tutte le interlocuzioni possibili dell’estrema destra, soprattutto, con la Lega guidata da Salvini. D’altra parte non è una novità quella costituita dal collegamento di realtà neofasciste con la Lega. Lealtà e Azione ha scelto di appoggiare candidati della Lega o candidare propri militanti nel partito di Salvini, alle elezioni del 4 marzo scorso. E ora, i neofascisti lombardi vanno all’incasso “politico”.

Lo scenario che si profila per la nostra regione e a livello nazionale, dove la Lega ha un ruolo determinante nel governo, è preoccupante e inquietante. A livello nazionale i primi passi del governo salviniano fanno felici i neofascisti per i porti chiusi, il fronte anti-Ong, la proposta del censimento dei Rom. Si rivela così la vera natura del fascismo, profondamente razzista sin dalle origini. È sotto gli occhi di tutti che la questione immigrazione diventa terreno di coltura per i germi del fascismo. Ci sono persone a cui si mette in testa che le ideologie nazifasciste e razziste sconfitte dalla Resistenza italiana ed europea siano ancora oggi la risposta alle problematiche attuali, scaricando su chi fugge dalle guerre e dalla fame la responsabilità della crisi della società contemporanea. La discriminazione razziale e l’odio per lo straniero così come la purezza etnica sono risposte tragicamente già date nel secolo appena trascorso.

L’Anpi provinciale di Milano e l’Anpi nazionale hanno aderito all’appello e al presidio unitario svoltosi, con successo, ad Abbiategrasso. Oltre all’Anpi hanno aderito: la senatrice Liliana Segre, Aned, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Comunità Ebraica di Milano, Associazione Italia Israele di Milano, Forum dei Musulmani Laici, Fiap, Anppia, Aicvas, Anpc, Cgil-Cisl-Uil, Acli, Libera, Comunità di Sant’Egidio, Pd, Liberi e Uguali, Partito socialista, Rifondazione comunista, Potere al popolo.

La senatrice Liliana Segre ha rivolto una interrogazione urgente al ministro dell’Interno Salvini con la quale ha chiesto la “revoca delle autorizzazioni, così da scongiurare la realizzazione di una iniziativa di patente carattere anticostituzionale, che offende i valori di fondo della nostra Repubblica e di ogni forma di convivenza civile.” All’appello si è aggiunta una lettera di 22 sindaci, di centrosinistra, ma anche di centrodestra, del territorio sud Milano, con la richiesta di cancellare il raduno neofascista.

Il presidio antifascista ad Abbiategrasso contro la festa di Lealtà e Azione ha visto la partecipazione di oltre 400 persone, alla presenza di Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi, che è intervenuta nel corso della manifestazione.

Da registrare anche la presenza della consigliera regionale lombarda del Movimento 5stelle, Monica Forte, e di numerosi attivisti pentastellati.

L’aspetto forse più interessante e significativo dell’intera vicenda è proprio costituito dall’ampio e unitario fronte antifascista mobilitatosi contro la provocatoria iniziativa di Lealtà e Azione.

Non è più tollerabile che a 73 anni dalla Liberazione dal nazifascismo si ripetano iniziative e vengano concessi spazi pubblici a organizzazioni neofasciste come Lealtà e Azione, CasaPound e Forza Nuova.

Le leggi ci sono (la Scelba e la Mancino), ma vanno applicate. Compito dello Stato è di adoperarsi per contenere e respingere ogni tentativo, oggi purtroppo ricorrente, di esaltazione del fascismo, per far conoscere cosa è stato il fascismo durante il ventennio e negli anni della strategia della tensione. Ci dimostri questo Stato di essere finalmente quello Stato antifascista delineato dalla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza, sciogliendo gruppi dichiaratamente nazifascisti e infliggendo a chi fa apologia di fascismo e diffonde intolleranza e razzismo esemplari condanne.

La mobilitazione unitaria contro le provocazioni neofasciste e neonaziste è fondamentale, ma non basta. Se tutto questo avviene vuol dire che qualche cosa di profondamente grave si è verificato nel nostro tessuto sociale. Il ventre molle del Paese contaminato dal razzismo e dal fascismo non è mai del tutto scomparso. Solo che nel secondo dopoguerra ci si vergognava di tirarlo fuori. Il lutto e la disperazione provocati dal nazifascismo creavano una sorta di pudore intorno a certe tendenze. Il tempo ha cancellato la memoria delle tragedie. Ed ecco ora riaffacciarsi violentemente queste pulsioni razziste e xenofobe. Ma tutto ciò ha una spiegazione ben precisa. Se il fascismo in Italia è stato sconfitto militarmente il 25 aprile 1945, non lo è stato culturalmente, idealmente e storicamente. Riteniamo, infatti, che accanto all’impegno per rinnovare profondamente lo Stato sia essenziale vincere e combattere l’indifferenza che troppe volte si registra di fronte allo svilupparsi e al rifiorire di movimenti neofascisti e razzisti. Nostro compito è quello di continuare a sviluppare una intensa controffensiva di carattere ideale, culturale e storico soprattutto nei confronti dei giovani, per ricordare le tragedie provocate dal nazifascismo nel corso del Novecento e per combattere la sempre più preoccupante deriva xenofoba, razzista e antisemita che sta investendo l’Europa e il nostro Paese.

Roberto Cenati
Presidente del Comitato provinciale Anpi di Milano
(Patriaindipendente.it)

Foggia. Iorio, Antimafia è impegno per la vita civile

foggia liberaSta sfilando per le vie di Foggia il corteo per la ventitreesima ‘Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie’, alla quale partecipano migliaia di persone. La manifestazione è promossa da Libera e Foggia è la piazza principale della Giornata che si terrà contemporaneamente in altri quattromila luoghi in Italia, Europa e America Latina. Apre il corteo un lungo striscione con la scritta ‘Liberi Tutti, Diritti e saperi contro mafie e disuguaglianze’ della Rete della conoscenza.
“Libera e Don Ciotti quest’anno hanno scelto Foggia. Una città e una provincia da sempre asfissiata dalla criminalità organizzata. Un appuntamento fondamentale per la vita civile e democratica del Paese”. Questo il commento di Luigi Iorio, membro della segreteria nazionale del Psi, durante il corteo di ‘Libera’, dal tema “Terra, solchi di verità e giustizia” che accompagna la giornata della Memoria e dell’Impegno contro le mafie, che quest’anno si tiene a Foggia. “Una ricorrenza nazionale, quella del 21 marzo di tutti gli anni, ormai riconosciuta per legge, che ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie e rinnova in nome di quelle vittime l’impegno nella lotta alla criminalità organizzata”. “Perché la mafia ammazza, violenta i territori, soffoca con le estorsioni le attività commerciali. Come affermava Peppino Impastato ‘La mafia è una montagna di merda’”, ha concluso Iorio.
Migliaia gli studenti, ci sono tutte le scuole di Foggia. I ragazzi agitano anche una lunga bandiera della Pace. Il corteo guidato da don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, ha sfilato per le vie della città e dal palco di piazza Cavour sono stati letti i nomi delle 970 vittime innocenti delle mafie. “Qui piove ma oggi c’è lo stesso la primavera: ci sono migliaia e migliaia di giovani, adulti e associazioni che stanno camminando insieme” ha dichiarato don Ciotti. “Il cambiamento – ha rilevato – ha bisogno di tutti. Noi lo chiediamo alla politica, alle istituzioni, ma dobbiamo chiederlo anche a noi come cittadini: abbiamo bisogno di cittadini responsabili – ha concluso – non di cittadini a intermittenza a seconda delle emozioni e dei momenti”.
Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto manifestare la sua vicinanza a tutti i parenti delle vittime: “Desidero riaffermare la mia vicinanza a quanti, con passione civile e profondo senso di solidarietà, sono riuniti a Foggia e in tante altre città per testimoniare come il cuore dell’Italia sia con chi cerca verità e giustizia, con chi rifiuta la violenza e l’intimidazione, con chi vuole costruire una vita sociale libera dal giogo criminale”.

Intimidazioni a “Libera”. Solidarietà del Psi

liberaEnnesimo atto intimidatorio in Calabria, questa volta rivolto a don Ennio Stamile, coordinatore regionale di Libera per la Calabria. Mentre cenava in un ristorante di Cetraro, qualcuno ha legato allo specchietto retrovisore esterno della sua auto un sacchetto contenente la carcassa di un capretto. “Un gesto che vorrebbe minare l’attività di chi ogni giorno si impegna sul proprio territorio – affermano congiuntamente i referenti regionali di Libera – per accompagnare e sostenere il riscatto di comunità intere nei confronti della criminalità organizzata. Esprimiamo la nostra solidarietà a don Ennio anche quali membri del Consiglio Nazionale, come pure da cittadini, sentendoci chiamati a un maggiore impegno e a una maggiore responsabilità nelle nostre regioni per portare avanti le nostre attività e sensibilizzare le nostre comunità, le Istituzioni e tutti i cittadini. Quelli stessi che credono di poter essere vero motore di cambiamento culturale per il nostro Paese contro ogni forma di illegalità, corruzione e prevaricazione”.

Solidarietà a Don Ennio è arrivata da don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera: “Siamo vicini a don Ennio e andiamo avanti, senza paura e senza alcuna esitazione consapevoli che il nostro impegno non subirà alcun cedimento”. “Ancora un grave atto intimidatorio – sottolinea don Ciotti – che sollecita le nostre coscienze ad essere più vigili e che ci richiama a sentire sempre prepotente dentro di noi il morso del più, del dare e impegnarci di più”. Secondo il presidente di Libera, “la strada da percorrere nella lotta alla criminalità organizzata, alle illegalità è ancora lunga dove ognuno, la politica, le istituzioni, i cittadini sono chiamati a fare la propria parte”. “Resistere vuol dire esserci, fare, assumerci la nostra quota di responsabilità. Perché il problema più grave – ammonisce don Ciotti – non è tanto chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare”.

Hanno espresso indignazione anche i Socialisti di Cetraro “per il vergognoso atto intimidatorio” ai danni di Don Ennio Stamile, referente Regionale di “Libera” e già Parroco della Chiesa Matrice di Cetraro, e manifestano in primo luogo solidarietà umana e vicinanza a Don Ennio, respingendo senza mezzi termini il tentativo di condizionare la vita democratica della comunità attraverso l’incessante ripetersi di pericolose azioni delinquenziali. “Il tentativo intimidatorio nei confronti di Don Ennio Stamile – afferma Marco Occhiuzzi Segretario del Psi di Cetraro – è di una gravità estrema, perché colpisce una persona esemplare, un simbolo riconosciuto nell’intera Calabria per il suo impegno concreto e senza remore nella lotta al malaffare. I Socialisti, oltre a chiedere a tutte le forze politiche, sociali ed economiche della nostra comunità di fare fronte comune contro questa pericolosa deriva delinquenziali che si registra in Città, ribadiscono la necessità di una maggiore tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, attraverso una più tangibile presenza delle forze dell’ordine sul territorio, ed auspicano l’attivazione di una azione di tipo giudiziario che ponga freno a questa situazione non più tollerabile per una società civile”.

Beni confiscati alla Mafia, l’evoluzione normativa

I beni confiscati alla criminalità organizzata:
evoluzione normativa, attuazione pratica e prospettive future

I puntata

terra-liberaLa tematica dei beni confiscati alla criminalità organizzata è oggi di grande attualità, soprattutto in un territorio come quello calabro che vanta, purtroppo, un posto di rilievo su base nazionale per numero di beni confiscati sottratti alle cosche di ndrangheta.

Scopo del presente approfondimento (di cui oggi si propone la prima puntata) che non ha la pretesa di assurgere a studio scientifico, bensì l’obiettivo di sollecitare una riflessione a 360° sulla materia trattata, è quello di tracciare un excursus, sia normativo che pratico, sull’evoluzione del concetto stesso di confisca dei beni ai “mafiosi” e sul suo impatto economico, sociale e culturale nei territori interessati, oltre che di immaginare, da qui ai prossimi anni, la direzione in cui verrà utilizzato il vasto patrimonio acquisito.

Nell’elaborazione di questo testo, ci si è riferiti a fonti documentali autorevoli tra cui “Libera, Associazione Nomi e Numeri contro le mafie”, Fondazione “Tertio Millennio Onlus”, Lorenzo Frigerio, Giornalista della Fondazione “Libera Informazione”, “Fondazione con il Sud”, “Avvenire.it”, ed altri.

Dedico questo piccolo opuscolo alla memoria di mio nonno, Pasquale De Zerbi, che fu uomo dai grandi ideali socialisti, in nome di questi fuoriuscito in Francia durante il regime fascista, Sindaco antifascista subito dopo la seconda guerra mondiale a Oppido Mamertina e più volte Segretario della Sezione oppidese del PSI negli anni ’60-’70, grande amico di Giacomo Mancini e Gaetano Cingari. Di lui tutti ricordano la difesa dei più deboli, il rigore morale, il rispetto delle regole e la serietà ed onestà intellettuale.

Prima puntata: evoluzione normativa
Il primo atto normativo in materia risale al 1965 quando, con Legge n. 675, recante “Disposizioni contro la mafia”, dopo la strage di Ciaculli (PA), comincia ad essere disciplinato l’istituto della confisca, da destinare, da parte dell’A.G. competente, alle persone e/o ai loro familiari definitivamente riconosciuti, a seguito di indagini anche patrimoniali e finanziarie, come appartenenti alle organizzazioni criminali di tipo mafioso, prevedendo tuttavia la possibilità che il Tribunale disponga la confisca anche come misura cautelare, ossia con l’applicazione della misura di prevenzione quando non sia dimostrata la legittima provenienza dei beni.

Ma è soltanto negli anni Ottanta che la materia viene disciplinata in maniera approfondita e con il precipuo obiettivo di colpire il cuore delle organizzazioni mafiose, controllandone pienamente il potere ed il patrimonio economico. Infatti, a meno di cinque mesi dall’omicidio del suo promotore, Pio La Torre, allora Segretario del PCI siciliano, assassinato dalla mafia, il 13.09.1982 viene approvata la Legge n. 646/1982 detta “Rognoni – La Torre”, che introduce per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano il reato di “associazione mafiosa” (articolo 416 – bis) e stabilisce la confisca dei beni rinvenuti nella proprietà diretta o indiretta dell’indiziato, nonché il loro preventivo sequestro, in caso di rischio di vendita o sottrazione degli stessi. La legge dispone inoltre la possibilità di effettuare indagini patrimoniali a tutto tondo non soltanto sugli indiziati, ma anche sulle persone fisiche o giuridiche dei cui patrimoni gli indiziati potevano disporre.

Alcuni anni dopo, il Decreto Legge n. 230/1989, di modifica della Legge n. 575/1965, prevede la figura dell’amministratore del bene, nominato dal Tribunale con lo stesso provvedimento con cui dispone il sequestro, con il ruolo di custodire il bene medesimo e relazionare periodicamente sul suo utilizzo, segnalando all’A.G. eventuali altri beni da sequestrare e di cui è venuto a conoscenza, nonché di disporre di somme di denaro ricavate dalla gestione di altri beni sequestrati per pagare eventuali spese di gestione del bene stesso. Il decreto dispone inoltre che i beni confiscati siano devoluti allo Stato e le somme di denaro sequestrate versate all’Ufficio del Registro.

A distanza di un anno dall’emanazione del suddetto D.L., la Legge n. 55/1990, allarga il ventaglio dei possibili destinatari delle misure patrimoniali, includendo alcune classi di soggetti a pericolosità sociale come gli indiziati di appartenere ad associazioni di narcotraffico o dedite a usura ed estorsione, e consente il sequestro e la confisca dei beni nei casi in cui la misura di sorveglianza speciale non sia applicabile, ad esempio nei casi in cui il soggetto sia assente o residente all’estero.

Il decreto legge n. 356/1992 stabilisce la temporanea sospensione dell’amministrazione dei beni utilizzabili per svolgere attività economiche se queste possono agevolare l’attività dei soggetti sottoposti a una misura di prevenzione personale o a procedimenti penali per delitti di associazione mafiosa, sequestro ed estorsione, con l’intento di ampliare le azioni di contrasto all’ingresso delle mafie nel mondo economico.

Ma è soltanto dopo l’era delle così dette stragi di mafia degli anni Novanta, che il Legislatore decide di dare una svolta in chiave rivoluzionaria rispetto al passato, prevedendo non soltanto la confisca ai mafiosi del loro patrimonio mobiliare, immobiliare e finanziario, ma anche il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati, anche sotto la forte spinta delle associazioni di promozione della legalità ed antimafia.

Nasce il 7 marzo 1996 la Legge n. 109, recante “Disposizioni in materia di gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati. Modifiche alla legge 31 maggio 1965, n. 575, e all’articolo 3 della legge 23 luglio 19941, n. 223. Abrogazione dell’articolo 4 del decreto-legge 14 giugno 1989, n. 230, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1989, n. 282”. La Legge snellisce le procedure di assegnazione del bene, istituisce presso le Prefetture un Fondo con somme di denaro ricavate dalla vendita di beni mobili e titoli per il finanziamento ai progetti relativi alla gestione degli immobili confiscati e prevede il riutilizzo per il finanziamento di progetti relativi alla promozione di una cultura imprenditoriale, all’inclusione sociale, alla prevenzione delle condizioni di disagio e di emarginazione e al risanamento di quartieri urbani degradati. Questa Legge segna un momento determinante nella storia della lotta alla mafia, perché introduce, nello stesso concetto di confisca, non soltanto il principio secondo cui la mafia, in quanto illegale, va perseguita con il metodo della privazione di ogni forma di potere economico ai suoi adepti, ma anche e soprattutto l’idea che i beni che i mafiosi hanno illegalmente ottenuto, o dei quali si sono serviti per scopi illeciti, debbano essere riutilizzati per finalità antitetiche a quelle che ne hanno determinato la confisca. Insomma, una sorta di dantesca legge del contrappasso, che servisse sia da monito per coloro che, nel futuro, avessero voluto affiliarsi alle cosche mafiose, affinché sapessero a cosa sarebbero andati incontro, sia per le popolazioni ed i cittadini dei luoghi di confisca, affinché tutti i giorni potessero comprendere che la logica dell’illegalità e della mafia, alla fine, soggiace sempre a quella della giustizia e della legalità. Riutilizzo dei beni confiscati, dunque, per farne centri di accoglienza per ex detenuti, sedi di caserme o di uffici giudiziari, centri antiviolenza, tutti quasi sempre intitolati a soggetti simbolo della lotta e del contrasto alle mafie.

Da qui in poi, è stata una fase di sperimentazione ed applicazione pratica della normativa che, naturalmente ed inevitabilmente, ha portato a far emergere da un lato i suoi punti di forza, raggiungendo importanti obiettivi nella lotta alle cosche, private ora dei loro patrimoni e, quindi del potere economico che gli aveva consentito, negli anni precedenti, di espandersi anche a livello internazionale ed anche in assenza dei boss che si trovavano detenuti, ma dall’altro anche molte criticità e falle, soprattutto nella fase amministrativa ed organizzativa di acquisizione, gestione, destinazione e consegna dei beni. La norma, infatti prevede un iter specifico che segue immediatamente dopo il decreto di confisca che, a sua volta, diventa definitivo, dopo la fase del sequestro, e solo dopo che la condanna sia stata anch’essa definitiva. Queste criticità hanno portato, nel biennio 1999-2000, alla creazione dell’ufficio del Commissario Straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, con l’obiettivo sostanziale di omogeneizzare l’iter procedimentale dalla confisca alla consegna del bene, anche attraverso delle intese con le autorità giudiziarie competenti.

Stefania Bruno

Martelli, “crasti” socialisti che fecero guerra alla mafia

martelli falconeSi celebra oggi la XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Migliaia di persone, circa 25mila, a Locri stanno sfilando per ricordare le vittime innocenti della mafia, ma anche, dopo l’ennesima sfida delle cosche, per ribadire una volta di più il no a ogni forma di criminalità e di sopraffazione.
In testa al corteo ci sono i familiari delle vittime che reggono due striscioni di Libera con lo slogan della Giornata di quest’anno: “Luoghi di speranza, testimoni di bellezza”. Dietro di loro una grande bandiera della pace portata da ragazzi migranti minorenni giunti in Calabria a bordo di barconi nei mesi scorsi. A seguire i gonfaloni, le autorità e migliaia di persone giunte da tutta Italia.
“Oggi a Locri siamo tutti sbirri. Ricorderemo tanti nomi di esponenti delle forze dell’ordine che hanno perso la vita e nessuno li può etichettare e insultare”, ha commentato don Luigi Ciotti dopo le scritte offensive comparse ieri a Locri.
“Ci vuole una rivoluzione culturale, etica e sociale – ha detto don Ciotti – che ancora manca nel nostro Paese perché non è possibile che da secoli ancora parliamo di mafia”.
La sfida che la ‘ndrangheta ha lanciato allo Stato nelle scorse ore per mano di ignoti hanno attaccato il presidente di Libera don Ciotti, promotore della Giornata della memoria e dell’impegno contro le mafie, vergando con una bomboletta spray su tre muri cittadini scelti non a caso, frasi come “Don Ciotti sbirro, più lavoro meno sbirri”, “Don Ciotti sbirro, siete tutti sbirri”, “Don Ciotti sbirro e più sbirro il Sindaco”. Sono comparse sui muri del Vescovado, dove don Ciotti è ospitato in questi giorni; su quelli di una scuola media e di un centro di aggregazione giovanile. Messaggi in stile tipicamente ‘ndranghetista, ne è convinto il procuratore antimafia di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho.
Tuttavia a iniziare una guerra contro il veleno mafioso che attanagliava l’Italia e in particolar modo la Sicilia, che ha negli anni scosso l’opinione pubblica fino a far parlare e disinnescare l’omertà della mafia, furono due giudici siciliani che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro la mafia: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ma se il nome di Giovanni Falcone è ormai scolpito nella coscienza collettiva italiana, così non è per Claudio Martelli, che da Guardasigilli diventa il principale sostenitore del magistrato Giovanni Falcone, che viene da lui chiamato al Ministero a dirigere la Direzione Generale degli Affari Penali. In quel periodo Martelli e Falcone lavorarono al progetto della Superprocura antimafia. La vicinanza di Giovanni Falcone a Claudio Martelli costò al magistrato siciliano violenti attacchi da parte del PCI/PDS e del sindaco di Palermo Leoluca Orlando: quest’ultimo sferrò un attacco personale a Falcone durante il programma televisivo “Samarcanda”, accusandolo di “tenere nei cassetti i dossier”. La nomina di Falcone all’UAP fu peraltro valutata negativamente dall’Associazione Nazionale Magistrati.
La cosiddetta “superprocura” scatena la reazione della magistratura organizzata e dell’opposizione di sinistra, un fuoco di sbarramento che si intensifica quando Martelli propone nell’incarico proprio Falcone. “Solitaria eccezione, e per questo ancora più coraggiosa, fu il sostegno esplicito che ricevemmo da Gerardo Chiaromonte, consapevole dell’avversione di gran parte del suo partito nei confronti di Falcone”. Questi è accusato di non offrire garanzie di indipendenza, in quanto legato al ministero. Il Csm infatti nomina procuratore nazionale Agostino Cordova, ma Martelli si oppone, blocca la procedura e, forte di un precedente pronunciamento della Corte costituzionale, impone Falcone stesso.
Nonostante tutte le iniziative e le lotte portate avanti, le risposte dello Stato che diresse contro i boss, Martelli sembra soffrire di una condanna della memoria: è stato il ministro della Giustizia che più di ogni altro ha rischiato e si è battuto contro la mafia e la criminalità organizzata; è stato anche – non c’è possibilità di equivoco su questo – l’uomo politico operativamente e umanamente più vicino a Falcone. Eppure verrà ricordato, dai più, come un partitocrate di dubbia onestà.
Nella memoria vengono ricordati più alcuni pentiti come Angelo Siino, Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza che lamentarono – nelle loro confessioni di un decennio dopo – che “quei quattro “crasti” socialisti (…) prima si erano presi i nostri voti, nell’87, e poi ci avevano fatto la guerra”. L’addebito fu risolutamente respinto da Martelli, che si è sempre riconosciuto solo nella seconda parte della frase, quella per cui lui stesso dice di sé: “sono io uno di quei “crasti” (cornuti) socialisti che hanno fatto la guerra alla mafia”.
Pochi invece sanno che nel mirino della mafia era finito anche Claudio Martelli, insieme a Maurizio Costanzo. Inizialmente il giudice Falcone doveva essere ammazzato in un ristorante che frequentava a Roma mentre Martelli in via Arenula, dove c’era la sede del ministero di Grazia e Giustizia. Una volta a Roma, il commando iniziò a fare dei sopralluoghi facendo però confusione e scambiando il ristorante “Il Matriciano” per “La Carbonara”, dove Falcone era solito andare.
Claudio Martelli nelle sue azioni a sostegno di uno Stato che si batte contro le cosche è stato però fatto ‘fuori’ dallo stato stesso e dalla politica. “Io e Scotti fummo rimossi perché avevamo esagerato”. Aveva affermato l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, durante la deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia, spiegando la decisione di spostare lui e Vincenzo Scotti dai dicasteri della Giustizia e del Viminale a luglio del 1992. “Io mi impuntai”, aveva detto ricordando il suo rifiuto di lasciare via Arenula. Secondo il teste c’era una chiara intenzione politica di punire l’azione antimafia sua e di Scotti: lo scioglimento di diversi Comuni, alla legislazione antiracket, a quella sui pentiti. Il particolare confermerebbe i sospetti dei magistrati che vedono al cambio al vertice del Viminale non una semplice decisione politica ma un segnale lanciato dallo Stato a Cosa nostra.

Appello di Libera, Legambiente e sindacati per leggi contro le mafie

mafiaApprovare rapidamente leggi per rafforzare la prevenzione e il contrasto alle mafie e alla corruzione. Avviso Pubblico, Libera, Legambiente e i sindacati rivolgono un Appello al Governo e al Parlamento.
Approvare le misure riguardanti gli amministratori locali minacciati e intimiditi, le modifiche alla normativa in materia di beni e aziende confiscate alle mafie, la riforma della prescrizione dei processi, le misure di contrasto alla criminalità nel settore del gioco d’azzardo e quelle a favore dei testimoni di giustizia, e riconoscere ufficialmente il 21 marzo come Giornata nazionale della memoria in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Sono queste le richieste dell’Appello, sottoscritto dalle associazioni Avviso Pubblico, Libera, Legambiente e da tutti i sindacati (Cgil, Cisl e Uil), e inviato ai capigruppo di Camera e Senato delle varie forze politiche, ai Presidenti del Senato e della Camera, al Presidente della Repubblica e ai presidenti delle Commissioni Antimafia, Giustizia e Affari costituzionali.
Si tratta di progetti di legge per molti dei quali l’iter è già in uno stato avanzato di discussione e in attesa di approvazione.
Con l’approssimarsi della fine della legislatura, approvare questi provvedimenti sarebbe un modo concreto per rafforzare la prevenzione e il contrasto alle mafie e alla corruzione nonché una via per accrescere la credibilità delle istituzioni verso i cittadini.
Si eviterebbe di disperdere inoltre l’importante lavoro svolto durante questa legislatura dalle Camere e dal Senato, proprio mentre assistiamo ad un’aumentata e pericolosa pervasività e presenza dei mafiosi e dei corrotti nella vita politica ed economica del Paese, con danni ingenti per la democrazia e lo sviluppo dell’Italia.
Avviso Pubblico, Libera, Legambiente e i sindacati si rendono disponibili ad ogni forma di collaborazione possibile con altre associazioni e realtà, lasciando aperta la possibilità di sostenere e sottoscrivere l’Appello a tutti coloro che hanno a cuore il raggiungimento di questi obiettivi.
In questa legislatura il Parlamento ha approvato alcuni importanti provvedimenti di legge in materia di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata e mafiosa e alla corruzione. Tra questi, ricordiamo quelli sullo scambio elettorale politico-mafioso, sulla corruzione e falso in bilancio, sui reati ambientali, sul caporalato e sul nuovo codice dei contratti e degli appalti, nonché alcuni decreti attuativi di atti normativi europei in materia. Tuttavia, non possiamo non evidenziare che alcune di queste riforme sono ancora incomplete. Inoltre, sono in attesa di approvazione altri importanti progetti di legge per molti dei quali l’iter è già in uno stato avanzato. Con la possibile fine anticipata della legislatura, vi è il rischio concreto che tutto questo importante lavoro possa essere disperso, mentre assistiamo ad un’aumentata e pericolosa pervasività e presenza dei mafiosi e dei corrotti nella vita politica ed economica del Paese, con danni ingenti per la democrazia e lo sviluppo dell’Italia.
Al fine di evitare questa situazione riteniamo importante che, prima dell’indizione delle prossime elezioni politiche, il Parlamento approvi in via definitiva alcuni importanti provvedimenti, tra i quali:

• le misure riguardanti gli amministratori locali minacciati ed intimiditi (AC 3891, Disposizioni in materia di contrasto al fenomeno delle intimidazioni ai danni degli amministratori locali);
• il riconoscimento ufficiale del 21 marzo come Giornata nazionale della memoria in ricordo delle vittime delle mafie (AC 3683, Istituzione della Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime delle mafie);
• le modifiche alla normativa in materia di beni e aziende confiscate alle mafie, stralciando eventualmente questa parte dal complesso disegno di riforma del codice antimafia (AS 2134 e abbinati. Modifiche al codice antimafia, al codice penale e al codice di procedura penale. Delega al governo per la tutela del lavoro nelle aziende sequestrate e confiscate);
• la riforma della prescrizione dei processi (AS 2067, Modifiche al codice penale e al codice di procedura penale per il rafforzamento delle garanzie difensive e la durata ragionevole dei processi nonché all’ordinamento penitenziario per l’effettività rieducativa della pena);
• le misure di contrasto della criminalità nel settore del gioco d’azzardo, secondo le proposte elaborate dalla Commissione antimafia (Doc. XXIII, n. 18);
• le misure a favore dei testimoni di giustizia, secondo le proposte contenute nelle Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia (AC 3500).

Confidiamo che questo appello venga accolto rapidamente da tutte le forze politiche presenti in Parlamento e nel Governo e sia così possibile approvare prima della fine della legislatura i provvedimenti sopra citati. Sarebbe questo un modo concreto per rafforzare la prevenzione e il contrasto alle mafie e alla corruzione nonché una via per accrescere la credibilità delle istituzioni verso i cittadini.
Le associazioni e le altre realtà proponenti e firmatarie di questo appello si rendono fin da ora disponibili ad ogni forma di collaborazione possibile, finalizzata al raggiungimento degli obiettivi sopra esposti.

Avviso Pubblico, Libera, Legambiente, Cgil, Cisl, Uil

‘Buona scuola’? Dal modello
aziendale a quello clientelare

La buona scuola-Renzi-Di LelloAttualmente in Parlamento e da parte dei soggetti coinvolti è oggetto di valutazione, auspicabilmente attenta, un disegno di legge complessivo sulla realtà dell’istruzione. Esso in parte riprende l’impostazione del progetto “La buona scuola” con la relativa consultazione – di fatto un mero questionario chiuso, aperto peraltro non solo al personale della scuola, ma anche ad altri “portatori di interesse” – e la contestuale mobilitazione di docenti e studenti che ne derivarono (ottobre-dicembre 2014).

Il ddl, nella sua non lineare gestazione (frutto, evidentemente, della difficile sintesi di diversi interessi rappresentati in seno alla maggioranza di governo), ha alcuni aspetti positivi, poiché riprende alcune questioni centrali della concreta realtà scolastica: lo stesso interesse del legislatore in termini non solo di “contenimento delle spese” (tagli diretti e indiretti), ma di una riconosciuta centralità strategica per il futuro del Paese. Da qui lo stanziamento di fondi aggiuntivi per il personale dopo anni (dal 2008, la famigerata operazione estiva Tremonti-Gelmini) di progressivo impoverimento, il riconoscimento del problema dell’elevato numero di alunni per classe (uno dei più funesti fra i tagli indiretti), infine l’accoglimento di una proposta ormai datata dei movimenti dei precari e di qualche sindacato, quale la creazione di un organico funzionale pluriennale, che, nel dare maggiori possibilità lavorative in un settore ad alto tasso di precariato (quello dei docenti), intende dare risposte anche a diffuse richieste di efficienza (ad es., per la gestione celere delle supplenze) e di potenziamento dell’offerta formativa (progetti di qualità, corsi di recupero e così via). Infine, grazie ad una certa mobilitazione dei docenti, sono stati salvaguardati gli scatti di anzianità (legati al numero di anni di servizio), mentre è stata accantonata la proposta degli scatti di competenza (basati su criteri fumosi ad ampio tasso di discrezionalità dei Dirigenti scolastici).

Nondimeno si rilevano forti elementi di criticità, maggiori degli aspetti positivi (tralasciando il tema delle assunzioni, peraltro legate ad una sentenza storica della Corte di giustizia dell’UE, novembre 2014, e alle innumerevoli cause pendenti: si tratta pertanto di un atto dovuto e di una sorta di accordo stragiudiziale di massa), che riguardano il testo del ddl e le sue conseguenze nel caso venisse approvato in questa forma dal Parlamento. Queste note critiche vanno a illustrare alcuni aspetti con l’intenzione di contribuire ad informare e anche a modificare larghe parti del testo.

1) Il governo ha affidato un progetto ambizioso – riformare per l’ennesima volta la scuola – alla via legislativa, ancorché non per decreto o legge finanziaria, previa sola parvenza di consultazione on-line, anziché affidarsi a strumenti certo più lenti e complessi, ossia la discussione con le parti sociali (i sindacati e i movimenti rappresentativi) nei luoghi deputati. Si tratta di un modello decisionista ormai consolidato ma non per questo accettabile, perché apre la strada ad un conflitto per via delle pesanti e non condivise modifiche a tutti i livelli, soprattutto giuridico, che investirebbero il personale della scuola.

2) Il modello di scuola quale si configura dal ddl riprende in larga parte proposte da tempo proprie del centro-destra (proposta di legge Aprea che neppure il governo Berlusconi nel 2008-2011 volle o seppe approvare), di area confindustriale liberista (Fondazione Agnelli) e di lobby interne alla dirigenza scolastica (l’ANP, uno dei sindacati più oltranzisti e perciò mediatizzati dei presidi): di fatto un miscuglio tutto interno ad un modello socio-economico neoliberista, già verificatosi come fallimentare nel corso degli ultimi 15 anni (dall’Argentina alla Grecia), che ha nell’OCSE il proprio riferimento sovranazionale. Ricordo che anche sulla scuole in generale sui servizi finora pubblici pende il famigerato TTIP, che, qualora ratificato, comporterebbe un’ulteriore ridefinizione in senso mercantilistico.

3)  Esso prevede il superamento degli organi collegiali a favore di una gerarchizzazione del personale, con al vertice il dirigente scolastico, la cui funzione, come esplicita già l’art. 2 del ddl, “è rafforzata […] per garantire una immediata e celere gestione delle risorse umane [etc.]”. è inutile insistere su quale modello di società è prefigurato in un simile obiettivo (la partecipazione democratica come ostacolo alla celerità dei decisori), mentre su questa nuova figura dirigenziale occorrerà tornare.

4) Con la scuola dell’autonomia, come noto istituita dalla riforma di Luigi Berlinguer e dei governi social-liberisti di fine Novecento, si sono verificate due svolte di grande rilievo: una sostanziale equiparazione fra scuole statali e private come servizio pubblico; l’introduzione di termini e pratiche di matrice aziendale, quali la concorrenza fra istituti e il correlato rafforzamento del ruolo del Dirigente scolastico (DS). Tale processo – progressivo incremento di poteri e responsabilità dei DS e proporzionale declino degli organi collegiali interni – è stato sviluppato per l’intera area del settore pubblico dalla “crociata” anti-statali intrapresa da Renato Brunetta. Ora tale processo nella scuola giungerebbe al suo esito estremo: il DS come “dominus” che decide non solo il proprio staff di collaboratori (i vicari, ex vicepresidi, e i responsabili di settori, come già di fatto avviene) ma anche il proprio progetto di scuola per un triennio e l’organico, con un coinvolgimento del collegio dei docenti solo formale e passivo: il suo parere, infatti, è solo sentito (mero valore consultivo anziché vincolante), ha valore di mera ratifica a posteriori (art. 2, c. 9). La democrazia dei postumi.

5) Il reclutamento dei neoassunti e la mobilità dei docenti già di ruolo cambiano profondamente: non sono più affidati allo strumento di graduatorie pubbliche (e perciò verificabili e contestabili), ma alla piena discrezionalità del DS. Tale mutamento, pur derivante da una concezione aziendalista della scuola, merita qualche approfondimento. Quale modello italico può fungere da paragone? Indubbiamente il mondo accademico può costituire un punto di confronto nel reclutamento affidato non già a dati oggettivi (punteggi di varia natura), ma elementi inevitabilmente di natura clientelare e nepotistica, ossia concorsi formalmente ineccepibili ma sostanzialmente sordidi, con esiti già prestabiliti da accordi fra feudatari. Non è allora un caso che gli ultimi tre governi abbiano affidato il dicastero del MIUR ad altrettanti ex-rettori di università né lo è che ex-rettori e altri feudatari accademici siano molto più presenti nelle liste elettorali dei “nominati” e negli eletti rispetto ai docenti e educatori.

6) È difficile ipotizzare che i DS si comporteranno in modo difforme dai loro omologhi del baronato accademico, forse anche con un di più “vernacolare” o strapaesano (come talvolta avviene già oggi per l’affidamento dei PON in orario extracurriculare). Potendo scegliere senza criteri impugnabili, opteranno su docenti loro collegati da vincoli familiari (nel ddl non si fa riferimento a divieti per esempio entro il quarto grado di parentela), di consorteria e clientela (un DS del Rotary o dell’Opus dei o del PD avrebbe interesse a chiamare un docente affiliato e con ciò fidelizzato). Anche in presenza di divieti espliciti è difficile non ipotizzare forme di triangolazione, già in atto nelle università italiche, del tipo “tu chiama mia nipote e io chiamo tua cugina”. La discrezionalità si allarga poi perché non vi sono esplicitati vincoli di disciplina (un DS di un liceo classico chiama un docente di greco) ma si apre a infinite soluzioni (un DS di un liceo classico chiama un docente di arte però per affidargli un corso pomeridiano di violino: cfr. artt. 2, c. 13; 3 c. 1). L’eccessiva discrezionalità diventa la porta di una potenziale arbitrarietà per via della rafforzata facoltà per il DS di poter “dispensare dal servizio” i docenti al termine dell’anno di prova (art. 9, c. 5): immaginiamo casi di incompatibilità ambientale se non autentico mobbing verso docenti neo-assunti e poi via via verso il resto del corpo docente, quello refrattario a forme di servilismo o estraneo a clientele. Quali strumenti di tutela per la parte “debole”? Nessuna è prevista dal ddl e si resterebbe in attesa di successivi decreti legislativi, indicati su ben 14 tematiche previste (art. 21). Eppure fino ad oggi la normativa, più saggiamente, prevedeva in caso negativo la reiterazione dell’anno di prova. L’efficientismo – questo epigono del futurismo burocratico – al potere non consente la sfortuna di quanti (a me è capitato proprio nell’anno di prova!) di avere un DS ottuso al punto di negarmi di fruire di un giorno di permesso (riconosciuto dal CCNL vigente) per tenere una relazione in convegno internazionale (il “merito” in Italia è sempre altra cosa!). Come il governo intenda la figura del docente è rivelato da un sublime lapsus (art. 9, c. 1) in cui si dice che il personale docente ed educativo neoassunto è “sottoposto” al periodo di formazione. Chi vuol intendere, intenda.

7) Concorrenza esasperata fra istituti (art. 2 c. 10: pubblicità dei piani triennali per “una valutazione comparativa degli studenti e delle famiglie”), possibilità di usufruire di sponsorizzazioni (ossia incremento delle disuguaglianze fra istituti di territori diversi e di ordine differente: fra un liceo classico di Torino e un professionale di Enna chi riceverà di più?), pratiche clientelari di reclutamento dei docenti, i quali tenderanno a essere sempre più proni verso le direttive del DS divenuto “dominus”, il coinvolgimento di famiglie e alunni nella valutazione dei docenti: questo non può non essere definito aziendalismo. Fedeltà all’azienda (la propria scuola), indifferenza verso il resto del mondo: il federalismo scolastico all’italiana, l’esasperato particolarismo. La fine della scuola pubblica come strumento principale, insieme alla famiglia e al lavoro, di riduzione delle disuguaglianze e di promozione integrale della persona (ex art. 3, c. 2 della Costituzione: il suo estensore, per gli smemorati, è stato Lelio Basso).

8) Il crescente coinvolgimento di famiglie e alunni nella valutazione dei docenti non va demonizzato, certo. Da studente ho assistito (e talvolta subito!) a non pochi episodi censurabili di ingiustizie di docenti o di semplice inadempienza nel proprio lavoro (in tre anni il nostro docente di storia e filosofia ha svolto una sola lezione, non soddisfacente, su Kant). L’idea che famiglie e alunni possano valutare un docente e di fatto decretarne la continuità in una scuola o meno appare mutuata dal principio della “customary satisfaction”. Immaginiamo che cosa farà un docente in una situazione del genere: voti gonfiati e fine della libertà di insegnamento. Su circa trenta classi gestite in questi anni di insegnamento ho avuto due esperienze negative, proprio legate alle ingerenze e meschinità di genitori scontenti dei voti e alla cattiva volontà di alunni che contestavano le particolari scelte della mia didattica: che cosa dovrò fare in futuro in situazioni analoghe? Sarò ricattabile sia in quanto suddito del DS sia in quanto valutato da potenziali “clienti insoddisfatti”. Dovrò cedere. Manterrò forse la mia sede di lavoro, ma avrò perduto la dignità professionale e soprattutto avrò contribuito al degrado del sistema scolastico.

9) Mentre questo parlamento non riesce ad approvare norme efficaci sulla corruzione, introduce il clientelismo anche nella gestione delle scuole. Che però svolgeranno progetti di educazione alla legalità con Libera. Chiamo don Ciotti per fare pubblicità all’istituto, chiamo un mio “cliens” come docente perché mi fa più comodo.

10)  L’art. 7 c. 1 indica come criterio per la gestione del DS il “buon andamento”: principio extragiuridico (tipo la “bona fides”), che pur ripreso dall’art. 97 della Costituzione diviene nella neolingua liberista sinonimo di efficientismo, fra l’altro ignorando (“pour cause”) che nel succitato articolo esso è associato a quello di “imparzialità dell’amministrazione”. Dimentica quello del rispetto di altri principi costituzionali – i grandi assenti di questa riforma, che mai cita la carta fondamentale – fra cui quello di imparzialità e di libertà di insegnamento. Non può essere semplice dimenticanza.

11)  Ne discende che anche le lievi modifiche venute dal partito di maggioranza sugli strapoteri del DS non possono essere accolte, giacché una volta introdotto il principio legislativo del DS come “dominus” nella selezione dei docenti e con un ruolo inevitabilmente condizionante nella valutazione degli stessi non vi saranno argini nella concreta vita scolastica: se avrai un DS corretto, bene, se ne avrai uno affetto da manie di grandezza, malissimo. “Com’è misera la vita negli abusi di potere” sarà il leit-motiv di tante sofferenze e nuovi soprusi. Ne discende la proposta di sopprimere l’intero art. 7 del ddl e di riformularlo secondo un diverso principio: il riconosciuto ruolo del DS come “coordinatore della didattica”, la cui intrinseca e estrinseca libertà di svolgimento non può essere ridimensionata, e come “primus inter pares”, docente con un ruolo più faticoso, con minori incombenze burocratiche, e pertanto meglio retribuito.

12)  Un caso personale: l’art. 8 c. 9 stabilisce che quanti sono già stati assunti a tempo indeterminato perdono ogni altro diritto (su altra classe di concorso o altro ordine di scuola). Peccato che come me altri colleghi siano vincitori di concorso (in particolare l’ultimo del 2012) su più classi di concorso ma siano stati nel frattempo assunti su un’altra, magari meno confacente ai propri percorsi professionali[1]. Il venir meno di un diritto maturato in sede concorsuale prefigura un’ondata di ricorsi. La scuola sta diventando una sorta di foro permanente: le cause si accrescono per via della continua modificazione delle procedure e delle norme. Plurimae reformationes in corruptissima re publica – parafrasando Tacito. Un ginepraio di cui possono disinteressarsi solo coloro che la scuola non la vivono. Si esce da scuola e ci si reca dal proprio legale. Per far valere i propri diritti conculcati dallo stesso stato per cui si lavora.

13)  Ho già dovuto rinunciare alla professione di studioso in sede universitaria italica a causa dei limiti di legalità sostanziale e di insostenibilità delle regole di ingaggio di quel mondo basato su clientelismo, competizione sleale e altre porcherie simili. Ritengo quel mondo accademico irriformabile, anzi ‘sciascianamente’ irredimibile. Ritengo il mondo scolastico un baluardo (parziale, incompiuto, chiaroscurale) di ogni speranza di una società meno iniqua e diseguale. L’idea che anche il mondo della scuola possa assumere simili fattezze e nefandezze e che pertanto anche il mio attuale lavoro, quello di docente, mi venga espropriato rappresenta un’ipotesi contro cui occorre mobilitarsi. Non solo per noi stessi. L’idea che i miei figli vengano educati e formati da docenti assunti su base clientelare non è accettabile.

14)  La distopia di una scuola basata sul clientelismo e sulle gerarchie è un tassello del processo più generale di smantellamento dell’assetto costituzionale. Pertanto la mobilitazione contro questo ddl assume valore generale: è analoga a quella sui referendum del 2011 sull’acqua bene pubblico, contro la corruzione e le mafie. Non contro generiche “caste” (le quali continuano a proliferare) occorre lottare ma contro quel processo che con buona approssimazione ci pare possa essere denominato di “rifeudalizzazione liberista”. Tutto il contrario di quel principio di emancipazione democratica e di promozione integrale della persona umana che ritroviamo in quell’art. 3 c. 2 della Costituzione succitato.

Gaetano Colantuono
docente negli istituti secondari e storico delle religioni (già borsista dell’Accademia Nazionale dei Lincei, 2012)

[1] Su questo punto rinvio ai puntuali rilievi pubblicati da Orizzonte scuola (consultato il 18.03.2015).

Sanremo 2015:
quanto è social la 65esima
edizione del Festival

sanremo 2015La 65esima edizione del Festival di Sanremo, presentato per il primo anno da Carlo Conti, sembra decisamente voler definitivamente mostrare un segno di cambiamento e di novità. All’epoca dei nuovi mezzi di comunicazione, in cui la fanno da padroni Facebook, Twitter e Youtube, la kermesse canora di musica italiana per eccellenza non poteva che adeguarsi. E così, quest’operazione di restyling inizia, prima, col lancio di un nuovo motto quasi a sostituzione del “vecchio” (senza nessun tono dispregiativo) e tradizionale “perché Sanremo è Sanremo”, rimpiazzato da quello nuovo pubblicitario “perché tutti cantano Sanremo”.  E, poi, parafrasando questo slogan, si potrebbe dire che “perché tutti sono sui social network e cantano Sanremo da lì”. Cantanti in primis compresi.

Ed ecco dunque che, dal Gruppo L’Espresso (che emblematicamente si adegua abbandonando per un attimo la politica, tra satira e pamphlet vari, per dedicarsi anch’esso al Festival) e da un gruppo di ricercatori del CNR di Pisa, nasce un nuovo indice di classificazione (il Socialscore di Tvzap) per poter stabilire quali siano i big più social dei 20 in gara a Sanremo, ovvero quelli che sono più attivi e connessi in Rete, sui loro profili e pertanto più a stretto contatto coi fans. Inutile dire che è indiscutibile quanto l’approccio “digitale” possa avvicinare le star della musica ai loro sostenitori. Che il Festival di Sanremo a breve si trasformi ne “Il social di Sanremo”?

In cima a tutti gli artisti presenti sul palco dell’Ariston spicca Moreno Donadoni, reduce dal successo del film d’animazione che ha doppiato (insieme a Flavio Insinna), “Big Hero 6”, e dall’ultima edizione di “Amici” in cui era a capo della squadra bianca; qui si è contraddistinto per essersi un po’ attaccato simpaticamente con Miguel Bosé, che guidava il gruppo dei blu. Dunque, citando il titolo della sua canzone, è proprio il caso di dire con lui che “oggi ti parlo così” in modo social. Ed è ovvio che cantanti usciti dai talent siano più gettonati da questo punto di vista. Non a caso al secondo posto troviamo un’altra artista uscita questa volta da “X-Factor”, Chiara Galiazzo.

COMBO SANREMO

I 20 big in gara nella 65esima edizione del Festival di Sanremo

A sorpresa deve condividere la posizione di “argento” con Nek, che ritorna al Festival dopo quasi 20 anni e che al Festival porterà il brano “Fatti avanti amore”. Per completare il podio, terza classificata è Anna Tatangelo, che si dimostra davvero “Libera” (come si chiama la sua canzone per Sanremo 2015), soprattutto di osare, di sperimentare e di cimentarsi in esperienze diverse. Non aveva davvero bisogno dei social per rimanere una personalità attiva tra i consensi del pubblico. L’avevamo vista già più volte quest’estate al Coca cola Summer Festival, in cui interpretava la canzone “Muchacha”, scritta per lei da Francesco Silvestre dei Modà ed autore medesimo del brano sanremese. Precedentemente, nel 2013, insieme al suo compagno Gigi D’Alessio, aveva condotto in prima serata su Canale 5 il varietà “Questi siamo noi”. La canzone “Libera” anticiperà l’uscita, il 12 febbraio prossimo, dell’album omonimo.

Qui a Sanremo Anna è di casa: sul palco dell’Ariston si è esibita con i brani “Doppiamente Fragili” nel 2002, “Volere volare” nel 2003, “Ragazza di periferia” nel 2005, “Essere una donna” nel 2006, “Il mio amico” nel 2008 e”Bastardo” nel 2011. Così come giunge direttamente da Sanremo 2013 e con un testo sempre di Kekko dei Modà, Annalisa (nona), che tra l’altro ha duettato nell’album di Moreno “Incredibile” nel brano “Ferire per amare” e come lui è stata impegnata, nel dicembre scorso, come protagonista nel film Babbo Natale non arriva da Nord. Dunque Nali (2011) non è vero che “Non so ballare” (2013), ma “Risplende” (2015), citando i titoli dei suoi album.

E Sanremo servirà anche per lanciare il suo nuovo disco a Gianluca Grignani (ottavo secondo Socialscore di Tvzap), che dal 21 marzo partirà per un tour estivo nei teatri, che inizierà dal Trentino. Scendendo nella classifica, sono ancora artisti usciti e lanciati dai talent a trionfare; come il vincitore dell’ultima edizione di X-Factor Lorenzo Fragola, quinto. Solo ottavo anche il gruppo nato e partito da “Ti lascio una canzone” di Antonella Clerici, Il Volo: il che sorprende negativamente dato il riscontro positivo, il successo che ha avuto, la simpatia che ha infuso nel pubblico e la calorosa accoglienza che riscuote in ogni parte del mondo in cui vada; forse troppo riservati e timidi e giovani per spopolare tra i network. Così come, visto il proselito di fan che hanno, è decisamente scarna la sedicesima postazione per i “Dear Jack”, che hanno inondato le radio e sono giunti finalisti all’ultima edizione di “Amici”. E se sia Marco Masini (12esimo) che Alex Britti (15esimo) sono bassi in classifica, ultimo posto è ricoperto da Raf, che solamente di recente è tornato in rotazione nelle radio con vecchi successi: che Sanremo sia per loro un nuovo inizio?

A proposito di vip più social, infine, due note. Tra i conduttori, sicuramente le co-presentatrici Emma e Arisa sono state meno social di quello che si pensasse, soprattutto riguardo a Sanremo. Vedremo se incrementeranno i loro contributi dall’Ariston, ma sono state abbastanza discrete nell’autopromozione della loro conduzione. Tra gli ospiti, invece, sicuramente i più social in assoluto di tutti sono i “Braccialetti Rossi” (persino più di Biagio Antonacci), che presenteranno la seconda serie della loro fiction sabato 14: i numeri che li riguardano di consensi e proseliti sui social network sono strabilianti, costringendoli ad aprire nuove pagine ed account in continuazione per cercare di stare dietro a fans che li conclamano insistentemente.

Barbara Conti 

Voto di scambio. Di Lello: la legge che voleva Falcone

ULISSE-beni mafia-INTDovrebbe mettere tutti d’accordo il ddl volto a reprimere il reato di “voto di scambio mafioso”, eppure la modifica dell’articolo 416 ter sta portando a veri e propri scontri in aula. A dettare legge stavolta è più la confusione generale su un reato ben radicato nel nostro Paese: da una parte le polemiche sulla riduzione della pena (per il reato di scambio politico mafioso la pena non sarà più dai 7 ai 12 anni di carcere, ma passerà da 4 a 10 anni), dall’altra il riconoscimento di una norma volta a contrastare lo scambio tra politica e mafia. Continua a leggere