La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

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Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

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Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Salvini si ritaglia una Rai al veleno

salvini«Tanti nemici, tanto onore!». Matteo Salvini ha riesumato senza imbarazzo “Molti nemici, molto onore!”, uno dei motti più celebri di Benito Mussolini. Lo slogan non ha portato bene al duce del fascismo e a Gaio Giulio Cesare che lo utilizzò in precedenza, a Salvini potrebbe accadere lo stesso con una Rai al veleno.

Sulla spartizione dei vertici di viale Mazzini, Salvini ha patito la sua prima cocente sconfitta: la nomina da parte del governo grilloleghista di Marcello Foa a “presidente di garanzia” dell’azienda pubblica radiotelevisiva non è stata ratificata dalla commissione parlamentare di Vigilanza.

Foa non ha ottenuto i due terzi dei voti previsti dalla legge. Forza Italia, il Pd e Liberi e Uguali, all’opposizione, non hanno partecipato alla votazione e il candidato leghista è stato bocciato perché i voti leghisti e pentastellati non sono bastati a raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi. Salvini è perfino andato a trovare Silvio Berlusconi ricoverato nell’ospedale milanese San Raffaele per accertamenti, ma il presidente di Forza Italia non ha voluto sentire ragioni. Gli azzurri non hanno sopportato il metodo: il ministro dell’Interno non ha concordato la candidatura ma l’ha semplicemente comunicata a Forza Italia. Il partito dell’ex presidente del Consiglio ha argomentato su Twitter: «Il servizio pubblico non appartiene alla maggioranza o al governo. Appartiene a tutti». I sindacati dei giornalisti, mai teneri con Berlusconi, hanno lanciato critiche analoghe. Fnsi e Usigrai, hanno attaccato immediatamente la nomina come un atto di «totale sudditanza al governo» che però è stata stoppata dal voto negativo in Vigilanza.

È scoppiata la guerra tra i vecchi componenti del centro-destra. Salvini, dopo la bocciatura, ha rinnovato “la fiducia” a Marcello Foa con il rischio di delegittimare l’amministratore delegato e il consiglio di amministrazione della Rai. Il segretario del Carroccio, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha attaccato a testa bassa: «La Lega prende atto che Forza Italia ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento per la Rai, per il taglio dei vitalizi e per altro ancora». Adesso è sospesa a un filo la stessa sorte della coalizione di centro-destra, la storica alleanza elettorale con Berlusconi tessuta prima da Bossi, poi da Maroni e quindi dallo stesso Salvini.

Ma Salvini deve fare i conti anche con Di Maio. Il capo dei cinquestelle, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico con toni pacati ma decisi ha dato l’altolà all’alleato dell’esecutivo gialloverde: «Il governo non può ignorare il voto della Vigilanza». Perciò Foa si può riproporre solo se c’è «un’intesa» altrimenti sono «le forze politiche che siedono in Vigilanza che devono trovare una alternativa». Tra i possibili nomi per un eventuale accordo gira quello di Giovanni Minoli, uno dei volti storici della Rai, ma c’è aria di guerra ad oltranza.

Una Rai al veleno produce posizioni diametralmente diverse tra i due alleati di governo: nessun richiamo “al cambiamento bloccato” gridato dal segretario della Lega ma al rispetto della legge invocato dal capo del M5S. Tra Di Maio e Salvini sono lontani i tempi della grande sintonia, quando un artista di strada li ritrasse su un muro di Roma come due innamorati: stretti in un forte abbraccio coronato da un appassionato bacio sulla bocca. Lo scivolone sulla Rai potrebbe essere fatale al segretario della Lega. Salvini si ritaglia una Rai al veleno.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Lombardia, laboratorio
del neofascismo

fascisti milanoLa Lombardia è tornata ad essere da tempo laboratorio privilegiato del neofascismo. Da Varese a Pavia, da Monza a Cantù e a Como è un fiorire di iniziative e di propaganda.

Milano e i Comuni della Città metropolitana sono stati da tempo scelti dalle organizzazioni neofasciste e neonaziste come luoghi di incontro, di convegni e manifestazioni anche a livello europeo. Il fenomeno sta sempre più assumendo dimensioni che destano profonda preoccupazione in tutti noi.

Il blitz del 29 giugno 2017 a Palazzo Marino da parte di militanti di CasaPound, resisi protagonisti di saluti romani, violenze ed aggressioni, mentre era in corso la seduta del Consiglio Comunale democraticamente eletto dai cittadini, ha costituito un fatto di una gravità senza precedenti. L’assalto a Palazzo Marino e la contestazione al Sindaco Sala hanno rappresentato un salto di qualità nella sfida alle istituzioni nella città Medaglia d’oro della Resistenza.

Un blitz che aveva registrato un suo preambolo il 9 aprile 2017, quando alcuni militanti di CasaPound avevano inscenato una protesta contro l’accoglienza dei migranti durante una seduta del Consiglio Comunale di Monza. Una prova di forza che ha avuto il suo fondamento in quanto accaduto il 29 aprile 2017 al Cimitero maggiore di Milano, quando un migliaio di neofascisti sono andati a commemorare al campo X i caduti della Repubblica di Salò.

Da allora è stato un crescendo di iniziative, manifestazioni, provocazioni neonaziste e neofasciste.

Nella notte tra il 24 e il 25 settembre 2017, al Parco Nord di Milano, è stato devastato da neofascisti il Monumento al Deportato, realizzato su progetto dell’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso, deportato a Mauthausen e dal figlio Alberico.

Nella giornata del 29 aprile, in cui ricorre l’anniversario della sanguinosa uccisione del giovane Sergio Ramelli, vittima di una aggressione squadristica del Cub di medicina di Avanguardia Operaia, e di Enrico Pedenovi, consigliere provinciale dell’Msi, assassinato dal gruppo terrorista Prima Linea, omicidi efferati, da sempre condannati dall’Anpi e dalle forze democratiche, i neofascisti inscenano a Milano manifestazioni di aperta apologia del fascismo. Il 29 aprile di quest’anno, un gruppo di circa 200 appartenenti a CasaPound, Forza Nuova e Lealtà e Azione hanno compiuto un’ignobile parata in piazzale Loreto per ricordare Mussolini e il nefasto e tragico ventennio fascista. La provocazione neofascista conclusasi con saluti romani è avvenuta proprio nel luogo dove sorge il Monumento dedicato ai Quindici Martiri, partigiani e antifascisti, prelevati dal carcere di San Vittore per ordine del capitano della Gestapo Theodor Saevecke e fucilati all’alba del 10 agosto 1944 da un plotone della Muti.

Il giorno prima, il 28 aprile 2018, due donne che, per tutelare il decoro della loro abitazione, avevano provveduto a staccare un manifesto abusivo incollato sul loro edificio, per la sfilata a ricordo di Ramelli e Pedenovi, sono state aggredite da neofascisti. Le due signore hanno dovuto ricorrere alle cure mediche e hanno sporto denuncia alla Questura di Milano. Ricordiamo, infine, la decisione del Comune di Cologno Monzese di organizzare, nei giorni immediatamente precedenti la ricorrenza del 73° anniversario della Liberazione, un campo militare tedesco che avrebbe offeso la memoria dei cittadini di Cologno Monzese che lottarono per la libertà e che furono vittime della deportazione nei lager nazisti. L’intervento dell’Anpi, che si è rivolta al Prefetto di Milano, la dottoressa Lucia Lamorgese, ha evitato questo ulteriore oltraggio.

Il 1° luglio si è verificata un’ulteriore gravissima provocazione nel quartiere di Niguarda: la distruzione della targa dedicata a Gina Galeotti Bianchi, la partigiana Lia, alla quale è intestato il giardino di via Hermada. Gina Galeotti Bianchi è stata la prima caduta dell’insurrezione a Milano contro i nazifascisti. Niguarda fu il primo quartiere ad insorgere, il 24 aprile 1945 e la partigiana Lia mentre era uscita insieme con la staffetta e amica Stellina Vecchio per portare ai partigiani l’ordine di insurrezione, venne colpita e uccisa da una raffica di mitra sparata da un camion carico di soldati tedeschi in fuga. Gina Galeotti Bianchi era incinta e aveva appena riferito a Stellina Vecchio di essere contenta perché “il nostro bambino nascerà in un paese libero”.

In questo quadro si inserisce il provocatorio evento organizzato il 6 e 7 luglio da Lealtà e Azione nella città di Abbiategrasso. La “festa del sole” ad Abbiategrasso è stata promossa dall’organizzazione neonazista e antisemita Lealtà e Azione che si ispira al generale nazista delle Waffen SS Leon Degrelle e a Corneliu Codreanu, fondatore della Guardia di ferro rumena, movimento ultranazionalista e antisemita, protagonista di spaventosi pogrom antiebraici negli anni 30 e 40.

Nonostante il tentativo di Lealtà e Azione di presentarsi sotto una veste dialogante e insospettabile, traspare la vera natura degli organizzatori. Sul manifesto di indizione vi compare l’immagine di un lupo, uno degli emblemi di Lealtà e Azione, con una rosa rossa in bocca, a ricordare lo stemma della X Mas, dove la rosa era posta tra i denti di un teschio al fine di esaltare la bella morte. Infine, immancabile, il concerto nazi rock, con band che inneggiano ai “martiri” della Repubblica di Salò, al suprematismo bianco e ai pogrom degli ebrei. Tra i gruppi che si sono esibiti i “Bullets”, autori dell’inno di Lealtà e Azione, in cui si esalta l’antisemita Corneliu Codreanu (“i valori che cerchiamo/noi li troviamo in Corneliu Zelea Codreanu”).

All’iniziativa, svoltasi in uno spazio pubblico, colpevolmente concesso a Lealtà e Azione dall’amministrazione comunale, hanno partecipato due assessori della Giunta regionale lombarda, esponenti di primo piano di Forza Italia, di Fratelli d’Italia e numerosi parlamentari della Lega.

Ciò che ci ha lasciato profondamente sbalorditi, tra le altre cose, è l’atteggiamento dell’assessore leghista alla cultura della Regione Lombardia che è intervenuto l’11 maggio scorso ad un importante convegno sull’ottantesimo anniversario della emanazione delle famigerate leggi antisemite, alla presenza di Liliana Segre, del Rabbino Capo di Milano Alfonso Arbib, del giornalista Ferruccio de Bortoli, dell’Arcivescovo di Milano, e che con grande disinvoltura e indifferenza ha voluto partecipare alla festa realizzata da una associazione neonazista e antisemita.

L’aspetto più grave e inquietante della manifestazione di Abbiategrasso è rappresentato, appunto, dallo stretto rapporto stabilitosi tra Lealtà e Azione e Lega di Salvini.

Stiamo assistendo in Lombardia, al preoccupante progetto di stabilire tutte le interlocuzioni possibili dell’estrema destra, soprattutto, con la Lega guidata da Salvini. D’altra parte non è una novità quella costituita dal collegamento di realtà neofasciste con la Lega. Lealtà e Azione ha scelto di appoggiare candidati della Lega o candidare propri militanti nel partito di Salvini, alle elezioni del 4 marzo scorso. E ora, i neofascisti lombardi vanno all’incasso “politico”.

Lo scenario che si profila per la nostra regione e a livello nazionale, dove la Lega ha un ruolo determinante nel governo, è preoccupante e inquietante. A livello nazionale i primi passi del governo salviniano fanno felici i neofascisti per i porti chiusi, il fronte anti-Ong, la proposta del censimento dei Rom. Si rivela così la vera natura del fascismo, profondamente razzista sin dalle origini. È sotto gli occhi di tutti che la questione immigrazione diventa terreno di coltura per i germi del fascismo. Ci sono persone a cui si mette in testa che le ideologie nazifasciste e razziste sconfitte dalla Resistenza italiana ed europea siano ancora oggi la risposta alle problematiche attuali, scaricando su chi fugge dalle guerre e dalla fame la responsabilità della crisi della società contemporanea. La discriminazione razziale e l’odio per lo straniero così come la purezza etnica sono risposte tragicamente già date nel secolo appena trascorso.

L’Anpi provinciale di Milano e l’Anpi nazionale hanno aderito all’appello e al presidio unitario svoltosi, con successo, ad Abbiategrasso. Oltre all’Anpi hanno aderito: la senatrice Liliana Segre, Aned, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Comunità Ebraica di Milano, Associazione Italia Israele di Milano, Forum dei Musulmani Laici, Fiap, Anppia, Aicvas, Anpc, Cgil-Cisl-Uil, Acli, Libera, Comunità di Sant’Egidio, Pd, Liberi e Uguali, Partito socialista, Rifondazione comunista, Potere al popolo.

La senatrice Liliana Segre ha rivolto una interrogazione urgente al ministro dell’Interno Salvini con la quale ha chiesto la “revoca delle autorizzazioni, così da scongiurare la realizzazione di una iniziativa di patente carattere anticostituzionale, che offende i valori di fondo della nostra Repubblica e di ogni forma di convivenza civile.” All’appello si è aggiunta una lettera di 22 sindaci, di centrosinistra, ma anche di centrodestra, del territorio sud Milano, con la richiesta di cancellare il raduno neofascista.

Il presidio antifascista ad Abbiategrasso contro la festa di Lealtà e Azione ha visto la partecipazione di oltre 400 persone, alla presenza di Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi, che è intervenuta nel corso della manifestazione.

Da registrare anche la presenza della consigliera regionale lombarda del Movimento 5stelle, Monica Forte, e di numerosi attivisti pentastellati.

L’aspetto forse più interessante e significativo dell’intera vicenda è proprio costituito dall’ampio e unitario fronte antifascista mobilitatosi contro la provocatoria iniziativa di Lealtà e Azione.

Non è più tollerabile che a 73 anni dalla Liberazione dal nazifascismo si ripetano iniziative e vengano concessi spazi pubblici a organizzazioni neofasciste come Lealtà e Azione, CasaPound e Forza Nuova.

Le leggi ci sono (la Scelba e la Mancino), ma vanno applicate. Compito dello Stato è di adoperarsi per contenere e respingere ogni tentativo, oggi purtroppo ricorrente, di esaltazione del fascismo, per far conoscere cosa è stato il fascismo durante il ventennio e negli anni della strategia della tensione. Ci dimostri questo Stato di essere finalmente quello Stato antifascista delineato dalla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza, sciogliendo gruppi dichiaratamente nazifascisti e infliggendo a chi fa apologia di fascismo e diffonde intolleranza e razzismo esemplari condanne.

La mobilitazione unitaria contro le provocazioni neofasciste e neonaziste è fondamentale, ma non basta. Se tutto questo avviene vuol dire che qualche cosa di profondamente grave si è verificato nel nostro tessuto sociale. Il ventre molle del Paese contaminato dal razzismo e dal fascismo non è mai del tutto scomparso. Solo che nel secondo dopoguerra ci si vergognava di tirarlo fuori. Il lutto e la disperazione provocati dal nazifascismo creavano una sorta di pudore intorno a certe tendenze. Il tempo ha cancellato la memoria delle tragedie. Ed ecco ora riaffacciarsi violentemente queste pulsioni razziste e xenofobe. Ma tutto ciò ha una spiegazione ben precisa. Se il fascismo in Italia è stato sconfitto militarmente il 25 aprile 1945, non lo è stato culturalmente, idealmente e storicamente. Riteniamo, infatti, che accanto all’impegno per rinnovare profondamente lo Stato sia essenziale vincere e combattere l’indifferenza che troppe volte si registra di fronte allo svilupparsi e al rifiorire di movimenti neofascisti e razzisti. Nostro compito è quello di continuare a sviluppare una intensa controffensiva di carattere ideale, culturale e storico soprattutto nei confronti dei giovani, per ricordare le tragedie provocate dal nazifascismo nel corso del Novecento e per combattere la sempre più preoccupante deriva xenofoba, razzista e antisemita che sta investendo l’Europa e il nostro Paese.

Roberto Cenati
Presidente del Comitato provinciale Anpi di Milano
(Patriaindipendente.it)

Svolta degli imprenditori, sdoganati Di Maio e Salvini

marchionne berlusconiSorpresa: i populisti non fanno più paura ai cosiddetti “poteri forti” italiani. Sergio Marchionne dall’importante palcoscenico del Salone dell’auto di Ginevra ha annunciato: «Salvini e Di Maio non li conosco, non mi spaventano». Anzi, l’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles, un tempo acceso estimatore di Matteo Renzi, ha rincarato: «Paura del M5S? Ne abbiamo passate di peggio». La svolta politica degli imprenditori italiani è forte. Il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia ha alzato un significativo disco verde verso i cinquestelle: «Sono un partito democratico, non fanno paura».
Il cambio di rotta, con alcune cautele, è totale in nome del realismo. Ma c’è anche chi si oppone come Luca di Montezemolo. L’ex presidente della Fiat, della Ferrari, della Confindustria e dell’Alitalia, si è detto «molto sorpreso nel vedere come esponenti importanti della cosiddetta classe dirigente salgano sul carro del vincitore prima ancora che questo abbia cominciato a muoversi».
Il M5S di Luigi Di Maio e la Lega di Matteo Salvini hanno trionfato nelle elezioni politiche del 4 marzo. Hanno messo da parte le antiche battaglie contro l’establishment, anzi hanno fatto a gara nel partecipare a convegni ed incontri con gli imprenditori e nell’ascoltare i loro problemi. Risultato: la sinistra e il centro-sinistra sono stati addirittura divorati dai due partiti dall’anima antisistema. I pentastellati ottengono il 32,7% dei voti: diventano il primo partito italiano. Il Carroccio vola al 17,4%, sorpassa di 3 punti Forza Italia di Silvio Berlusconi e diventa il principale partito del centro-destra arrivato al 37% dei consensi.
Per il Pd e il centro-sinistra, invece, è un disastro: il primo crolla al 18,7%, la coalizione al 22,8%. Matteo Renzi prima si dimette da segretario del Pd ma congela l’uscita a dopo la formazione del nuovo governo, poi per le proteste decide di formalizzare l’addio lunedì 12 marzo, il giorno della direzione del partito. Anche per la sinistra radicale le elezioni sono una disfatta: Liberi e Uguali prende appena il 3,4%.
Hanno sfondato le promesse elettorali, dirompenti e per molti versi contraddittorie, dei cinquestelle e dei leghisti: il reddito di cittadinanza, l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, la cancellazione dello Jobs Act, il forte taglio delle tasse, il rimpatrio degli immigrati africani ed asiatici, le consistenti assunzioni di agenti di polizia per garantire la sicurezza, la ventilata uscita dell’Italia dall’euro e dalla stessa Unione Europea. Le tante e costosissime promesse e la battaglia euroscettica, anche se ammorbidita, hanno fatto trionfare Di Maio e Salvini.
Il M5S e la Lega hanno sfondato, però non hanno conquistato la maggioranza per governare. Nel Parlamento appena eletto manca una maggioranza politica omogenea per sostenere un nuovo governo. Così è scattata una strana competizione per la conquista di Palazzo Chigi tra i cinquestelle, sempre meno grillini ed antagonisti, e i leghisti, non più con la camicia verde padana di Bossi ma con quella della destra nazionalista di Salvini.
Luigi Di Maio, abbandonata la politica del Vaffa e dell’opposizione ad oltranza di Beppe Grillo, promette “stabilità”, si candida a presidente del Consiglio e punta «al confronto con tutte le forze politiche». Davanti ha due possibili strade: un governo con il Pd o con il Carroccio. La prima strada sembra impraticabile, almeno con un Pd non derenzizzato. Il segretario democratico a termine boccia “gli inciuci” con i populisti e indica al Pd la strada dell’opposizione.
Ma per il giovane capo del M5S anche la seconda strada appare difficile da percorrere, perché Salvini vuole guidare un esecutivo con il centro-destra: «Il governo tocca a noi». Il segretario della Lega parla anche in terza persona per indicare la sua determinazione: «Ho fatto una campagna elettorale in lungo e in largo per Salvini premier».
I cinquestelle e i leghisti insieme raggiungono il 50,1% dei consensi, in termini numerici potrebbe essere possibile un esecutivo dei due populismi. Anzi, possono salire al 54,4% sommando il 4,3% incassato da Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, un altro partito populista di destra. Potrebbe far capolino il governo degli euroscettici. Salvini nei mesi scorsi aveva ipotizzato più volte un accordo con i grillini che ora scarta. Tuttavia anche l’esecutivo dei populismi temperati dalle svolte di governo resta una tentazione ardua da realizzare per gli ostacoli europei. La situazione è fluida, siamo appena all’inizio del braccio di ferro sul nuovo governo post Renzi.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

La guerra nella sinistra la rende irrilevante

sinsitraLa storia si ripete: è guerra nella sinistra e nel centro-sinistra. Anzi, più si avvicina il 4 marzo, la data delle elezioni politiche, più è “guerra totale”. Il Pd accusa Liberi e Uguali di far vincere “la destra” di Forza Italia e della Lega. Liberi e Uguali imputa al Pd di volere l’inciucio e di essere succube della “destra”. Secondo Potere al popolo, l’ultimo nato nel fronte progressista (raccoglie consensi tra gli elettori di Rifondazione Comunista, ex Ds e socialisti), le altre due sinistre praticamente sono un’altra faccia della “destra”.
La guerra fratricida tra le sinistre offusca perfino i diversi programmi e le differenti visioni della società. Piero Fassino è tra i pochi a non farsi prendere la mano: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra». Ma l’ex segretario dei Ds, rimasto nel Pd di Matteo Renzi mentre molti altri hanno preferito la scissione, è tra i pochi a mantenere la calma e a non farsi trascinare dai toni settari.
Le accuse di “tradimento” dei valori della sinistra, in testa l’uguaglianza, prevalgono. Si è innescato un meccanismo di “cupio dissolvi” in nome di una non meglio precisata “purezza” politica. La battaglia è con il vicino di sinistra per conquistare voti, ma gli effetti sono opposti, deleteri. Non fa bene a nessuno alimentare le divisioni e gli scontri permanenti. Più la guerra a sinistra diventa senza quartiere più i sondaggi elettorali si tingono di nero per tutti: il Pd è crollato poco sopra il 20% dei voti, Liberi e Uguali oscilla sul 5-6%, Potere al popolo è posizionato tra l’1% e il 2%.
Il centro-destra di Silvio Berlusconi, unito pur tra non pochi dissensi interni, invece sale: secondo le rilevazioni starebbe poco sotto il 40% mentre il M5S si affermerebbe come il primo partito italiano con il 28%. Non solo. Gruppi neofascisti come Forza Nuova, cavalcando i temi anti immigrati e della sicurezza dopo il terrificante raid razzista di Macerata, avanzano e potrebbero riservare brutte sorprese. Ci sono le premesse di un disastro.
Certo gli indecisi sono ancora tanti e le urne potrebbero dare risultati diversi. Tuttavia l’andamento negativo potrebbe portare la sinistra al peggior risultato della sua storia. Nella Prima Repubblica Pci, Psi e la nuova sinistra (che si fosse chiamata Pdup o Democrazia proletaria) in totale andavano oltre il 40% dei voti. Nella parte iniziale della Seconda Repubblica il Pds-Ds e Rifondazione comunista sommati veleggiavano a ridosso del 35%. Il Pd renziano nelle elezioni europee del 2014 arrivò al trionfale 40,8%, una forza paragonabile solo alla Dc dei tempi d’oro.
In Italia la guerra nella sinistra c’è da sempre, salvo brevi periodi di sereno. La lotta fratricida è sempre stata tra le due diverse anime politiche: la sinistra riformista e quella radicale. C’è chi voleva mettere le briglie al capitalismo, per assicurare libertà ed uguaglianza alle masse popolari, e chi voleva l’abbattimento del sistema, la rivoluzione. Dopo il crollo del comunismo nel 1991 e la scomparsa dell’Unione Sovietica, tutto si è fatto più confuso. La socialdemocrazia non ha ingranato in Europa la marcia trionfale che molti si aspettavano, ma è andata incontro a divisioni e sconfitte; soprattutto in Italia la crisi è stata pesantissima.
L’unità è rimasto un miraggio, ha prevalso la frammentazione. Anche il tentativo di formare un centro-sinistra riformista, dando vita prima all’Ulivo di Romano Prodi e poi al Pd guidato da Walter Veltroni, è fallito. Renzi è sotto il fuoco incrociato degli avversari esterni e interni. Non è detto che sopravviverà al voto del 4 marzo. Se il Pd subirà una disfatta con la discesa al 20% dei voti, il segretario sarà disarcionato e si parla perfino di un possibile ritorno di Veltroni al posto dell’ex “rottamatore”. Se invece il Pd renziano riuscirà a reggere sul 25% incassando anche il 3-4% degli alleati minori di centro-sinistra (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), sarà comunque difficile formare un esecutivo.
La guerra nella sinistra rende ardua una intesa di governo con Liberi e Uguali di Grasso. Sarebbe molto complicato per Renzi riallacciare i rapporti con Bersani, D’Alema, Speranza, Civati, Fassina, usciti dal Pd con uno scambio di accuse laceranti. La guerra civile restringe e non allarga il perimetro della sinistra. Il pericolo è una terribile disfatta generale, le divisioni causano l’irrilevanza.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Macerata. Nencini: “Salvini abbassi i toni”

luca traini“Abbassare i toni è un consiglio che possiamo dare a Salvini. Ma non lo seguirà. È prigioniero dei suoi slogan e i toni violenti sono parte fondativa della Lega”. Così il vice ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Riccardo Nencini promotore della Lista “Insieme”, candidato nel collegio uninominale del Senato di Arezzo e Siena per il centrosinistra, ha detto a margine di un incontro elettorale ad Arezzo commentando i fatti di Macerata. Sabato un 28enne, Luca Traini, ha tentato di uccidere undici persone in piazza solo perché “di pelle scura” a seguito dell’omicidio di Pamela Mastropietro nella stessa città. In seguito il giovane si è autodichiarato fascista ed è stato anche candidato con la Lega Nord nel 2017, ma Matteo Salvini ha stigmatizzato il tentato omicidio di Traini verso gli immigrati sostenendo “ma l’immigrazione è fuori controllo”. Non solo ma oggi il leader della Lega nega anche che in Italia ci sia un allarme fascismo e avverte: “Chi parla di cattivi maestri porta alle Brigate Rosse”. Di tutt’altro avviso il segretario del Psi: “L’Italia vive una stagione non dissimile da quella post prima guerra mondiale”, e ha aggiunto: “Salvini è un leader proposto da Berlusconi per occupare il ministero degli interni. Altroché toni bassi: bisogna urlare agli italiani il pericolo che corriamo. C’è una preoccupante analogia tra Salvini e Amerigo Dumini, l’ispiratore delle squadracce ‘Me ne frego’. E c’è una preoccupante analogia tra la Lega e i grillini, il prodromo di un’intesa grigio-verde successiva al 4 marzo. È quello il nemico da battere”. Poi il senatore socialista conclude: “Liberi e Uguali costruisca col centrosinistra un fronte repubblicano impegno comune a combattere l’estremismo nero, nessun compromesso di governo con Lega e M5S”. Il leader di LeU, Pietro Grasso, ha infatti avvisato: “Se fomenti fascismo e razzismo, uno che spara rischi di trovarlo. Noi siamo contro gli irresponsabili, la solidarietà di Forza Nuova è oltre ogni limite”.

Solidarietà anche da parte di Marina Maurizi, vice-segretario del PSI della provincia di Ancona e candidata nelle Marche della Lista “Insieme”. “Esprimo la mia solidarietà alle vittime dell’assalto razzista di Luca Traini, ai famigliari di Pamela Mastropietro, in nome della quale lo sparatore pretenderebbe di aver agito, e a tutti gli abitanti di Macerata che hanno visto improvvisamente il loro centro cittadino trasformato in un teatro di sparatoria. Si dirà che – ha detto ancora Marina Maurizi – si è trattato del gesto di uno squilibrato, ma, la Storia ce lo insegna, la mano di tanti fanatici folli è stata armata dalla propaganda dell’odio e della violenza. Solo il richiamo alla razionalità e all’umanità può salvarci dal rigurgito del fascismo e della xenofobia”.

 

Bobo Craxi: “LeU è fallita. Voto ai socialisti”

Bobo Craxi

Rivedo Bobo Craxi dopo un po’ di tempo. Sono stati, questi, mesi di incomprensione politica anche profonda, ma la nostra amicizia non è mai venuta meno. D’altronde la nostra è una comunità umana, che ha attraversato negli ultimi venticinque anni vere e proprie tragedie, tentativi generosi di ripartenza, illusioni e delusioni, tragitti non sempre uniformi. Sono legato a lui come sono legato alla nostra storia e il nostro rapporto prescinde dal fatto che sia figlio di Bettino, il leader di cui è segnata la vicenda politica mia e di tanti socialisti in Italia. In genere nei momenti di stanca o di conflitto politico i nostri discorsi si limitavano alla comune passione per la musica e per il calcio. Oggi però Bobo ha voglia di parlare di politica e ne approfitto.

Bobo i tuoi dissensi di questi mesi non hanno generato effetti politici positivi né per i socialisti, né, in particolare, per te. Dunque?
Non posso darti torto. La prospettiva di costruire una sinistra che si allontanasse dalle politiche praticate da Renzi sul piano istituzionale e sul piano economico doveva coincidere anche con l’assunzione dello spirito ideale di una forza ispirata ai valori del socialismo e del laburismo. Mano a mano ci siamo trovati di fronte ad una riunificazione della diaspora comunista con una spruzzatina di società civile, il che non basta mai. In sostanza a un comitato di rielezione elettorale nel quale non ha trovato spazio di legittimazione una parte della nostra diaspora in dissenso con il PSI.

Non credi che allontanandovi dal partito abbiate comunque indebolito entrambi?
È evidente che le divisioni indeboliscono chi le produce e chi le subisce. Io ho pensato che dopo il 5 dicembre fosse necessario per noi avviare una politica più autonoma e di graduale distacco da Renzi. Questo avrebbe in linea ipotetica aumentato anche l’interesse verso un’area socialista che poteva raccogliere, come già avvenne nel passato, segmenti di elettorato della sinistra sbandati ed in cerca di un approdo socialista. Non ho creduto per questa fase nella tua linea laico-socialista non perché ne sia ostile ma perché i soggetti che la compongono sono, come poi si é dimostrato, auto-referenziali. Ho letto ad un certo punto un nostro caro compagno che esaltava le qualità di una coalizione nella quale spiccavano le leadership di Pisapia e Bonino ispirati dal programma dei “meriti e bisogni” Non é rimasto nulla di tutto ciò

Che giudizio esprimi su Liberi e Uguali, che oggi è guidato da Grasso, ma che di fatto ha una trazione ex Pci-Pds?
Grasso è una brava persona ma, come diceva Craxi padre, non si diventa leader a sessant’anni. Viene da un’esperienza professionale di tutto riguardo, non è un giustizialista cronico. Da ragazzo sulle spalle di suo padre assisteva ai comizi di Pietro Nenni, ma è totalmente digiuno delle dinamiche della politica. Non si fa comandare da nessuno, ha infilato nelle liste qualche suo sodale e spera in una soluzione in prospettiva di carattere istituzionale che lo comprenda, ma non ha capito che lui oggi é un capo-partito e contende questo ruolo alla Boldrini, una specie di Santanché di sinistra, nel senso della semplicismo dei suoi ragionamenti. Il gruppo ex-Pci-Pd si è tutelato ma ha perso i suoi riferimenti sociali e ideali. Infatti persino la CGIL osserva molto da lontano questa esperienza elettorale.

Vi sono Socialisti sparsi un po’ ovunque. Ho visto che Stefania è nuovamente candidata in Forza Italia…
Che dire? Non voglio polemizzare pubblicamente con mia sorella con la quale ho da poco ripreso un sereno rapporto. Io considero la destra alleata a Berlusconi pericolosa come lo è in tutta Europa. Berlusconi si illude di domarla, ma populismo e xenofobia ormai sono penetrati nel sentimento di tanti elettori compresi quelli di Forza Italia. Ecco io penso che nella nostra famiglia abbiamo entrambi imparato quali sono i rischi di una nuova forma di totalitarismo. Per questo non mi sarei prestato e non avrei donato la mia persona per una battaglia politica in Lombardia dove la Lega la fa da padrona. Detto questo, auguri.

Pensate voi di Area Socialista di dare una indicazione di voto? E se sì prendete in considerazione la Lista Insieme?
Ci riuniremo nei prossimi giorni. Sarebbe incoerente rimangiarsi tutto. Siamo rimasti iscritti al Partito, io ho rinnovato da poco, e quindi di fronte a candidature socialiste non volteremo la faccia da un’altra parte. Per quanto mi riguarda io ho sempre sostenuto in questi anni coloro che me lo hanno richiesto anche nei momenti più aspri della polemica con Nencini. Ci sono tanti bravi compagni con i quali abbiamo mantenuto un rapporto fraterno. Ci sono state polemiche che in molte fasi sono state eccessive. Dopo il fallimento di Liberi e uguali per i socialisti in queste elezioni sarà bene valutare seriamente l’ipotesi di votare socialista.

 Mauro Del Bue

Contro Matteo Renzi la gara delle “spallate”

renzi bersani

Giù, sempre più giù. Matteo Renzi va sempre più giù nei sondaggi elettorali. Il Pd perde voti verso sinistra, verso destra e verso l’astensione: adesso è dato dalle ultime rilevazioni sul 24% dei voti, sotto il 25% dell’era Bersani, ben lontano dal 30% di un anno fa. Sommando il 4% dei consensi dei possibili alleati minori (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), il centro-sinistra arriverebbe al 28%.

Il M5S, invece, sarebbe nettamente il primo partito italiano con il 27% mentre il centro-destra potrebbe vincere le elezioni politiche del 4 marzo con il 36%. La sinistra di Pietro Grasso, in netta contrapposizione con il segretario democratico, otterrebbe il 6%.

Avversari esterni ed interni, alleati, ex alleati ed ex compagni picchiano duro su Renzi. Il Pd, fino a poco tempo fa il partito egemone del sistema politico italiano, s’indebolisce sempre di più. Lo spartiacque della crisi è stata la disfatta subita da Renzi nel referendum sulla riforma costituzionale, bocciata il 4 dicembre 2016 da quasi il 60% degli italiani.

Da allora sono cominciati i guai: Renzi ha perso la presidenza del Consiglio; ha subito da sinistra la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza; è contestato sia sul piano politico (le scelte “subalterne” al centro-destra di Silvio Berlusconi) sia sul piano personale (la gestione “autocratica” del partito).

L’ex presidente del Consiglio continua a difendere “le riforme strutturali” del suo governo (lavoro, scuola, pubblica amministrazione, fisco) che hanno fatto “ripartire l’Italia”, ma ha perso il magnetismo e la carica innovativa di quattro anni fa. Il segretario del Pd è sotto un fuoco incrociato. Micidiali spallate arrivano dagli ex compagni di partito, ora sostenitori di Liberi e Uguali di Grasso. Massimo D’Alema parla dell’esistenza di «un gruppo di potere» formatosi nel Pd e «il capo è Matteo Renzi». Roberto Speranza nega di nutrire “odio” ma lo accusa di «aver tradito il suo popolo» perché «ha inseguito la destra».

Spallate pericolose partono dai cinquestelle. Luigi Di Maio, il traghettatore del M5S dall’opposizione anti sistema al dialogo con gli imprenditori italiani ed europei, cerca di assestare un colpo mortale distinguendo tra Renzi e il Pd. Il candidato premier cinquestelle avverte: se il M5S non avrà i numeri per governare da solo «la sera del voto faremo un appello. Chi risponderà si siederà con noi per mettere in piedi le priorità di governo». Secondo delle indiscrezioni Di Maio vorrebbe «aprire ai dem senza Renzi» perché il segretario verrebbe fatto fuori dai critici interni dopo l’eventuale sconfitta nelle elezioni politiche del 4 marzo.

Per Renzi sono brutti momenti. È scattata la gara delle “spallate” contro di lui. Oltre agli attacchi di avversari e di ex compagni di partito si vede piovere addosso anche le critiche di Sergio Marchionne, un tempo suo strenuo sostenitore. L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles lo vede in declino: «Renzi mi è sempre piaciuto come persona. Quello che è successo a Renzi non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo non l’ho visto da un po’ di tempo». Carlo De Benedetti invece, anche se tra molti dubbi, non volta le spalle a Renzi. L’ex dominus dell’ Olivetti, della Sorgenia e del gruppo Espresso-Repubblica, avverte: «Sono deluso, ma alla fine, vista l’offerta politica, voterò Pd».

Certo il segretario democratico ha commesso degli errori, si è isolato e adesso paga il prezzo delle sconfitte patite nel referendum e nelle elezioni amministrative degli ultimi anni; sono lontani i tempi di quando ottenne il 40,8% dei voti nelle europee del 2014. Renzi prende atto della realtà e cerca di recuperare: «È vero, il consenso è in calo» ma il Pd «sarà il primo partito, anche se non siamo più ai livelli del 2014». Sembra anche mettere da parte il progetto di tornare ad essere presidente del Consiglio dopo le elezioni: «Non è importante qual è il nome che va a Palazzo Chigi ma che sia del Pd».

Inaspettatamente Carlo Calenda, dopo le dure critiche degli ultimi mesi, torna al suo fianco. Il ministro dello Sviluppo economico prende a prestito il linguaggio del calcio: «Renzi è il nostro centravanti di sfondamento». Subito dopo, però, assegna la stessa maglietta di «centravanti di sfondamento» anche a Paolo Gentiloni, amico di Renzi, attuale ed apprezzato presidente del Consiglio.

(Sfogliaroma.it)

Rodolfo Ruocco

Liberi e Uguali… di Presidenti: aderisce anche Boldrini

boldriniDopo la seconda carica dello Stato arriva anche ‘la Presidenta’. Laura Boldrini ha infatti annunciato alla convention #StoConLaura la sua discesa in campo con “Liberi e uguali”, il nuovo soggetto politico guidato dal presidente del Senato Pietro Grasso. “Dall’inizio della mia esperienza istituzionale abbiamo fatto tanta strada insieme. È stato bello e mi ha dato forza sentirvi al mio fianco nelle battaglie per un futuro in cui stare bene tutti e tutte. Nessuno escluso. Adesso è arrivato il momento di scegliere lungo quale strada proseguire il cammino e proprio con voi voglio condividere questa decisione”. Nel delineare la sua scelta di campo politico, la presidenta della Camera non ha dimenticato di metter in primo piano le donne, il suo cavallo di battaglia da sempre: “Noi donne siamo il 51 per cento della popolazione, dobbiamo esigere rispetto, siamo la maggioranza. Andiamo avanti insieme, non deleghiamo a nessuno il compito di farci largo”. E ancora: “Feminism è parola dell’anno negli Usa: quando lo sarà anche in Italia?”.
Liberi e Uguali si profila così come denunciato da alcuni membri della base di Sinistra Italiana, una “sinistra di palazzo”, tuttavia proprio Laura Boldrini rappresenta quella parte di sinistra che guarda non solo alla parità di genere, ma anche all’accoglienza ai migranti. Tant’è che la Boldrini risulta da sempre la più osteggiata, soprattutto sul web, dagli haters xenofobi.
L’elemento Boldrini poi si incastra bene nella compagine di Liberi e Uguali, rompendo l’egemonia maschile nei vertici della nuova forza, finora guidata da soli uomini, motivo di lamentele da parte delle donne che guardavano a questo nuovo partito, uscito dalla costola del Pd.
A proposito poi dei dem, non mancano ulteriori lamentele in vista del 4 marzo. Pier Ferdinando Casini di “Centristi per l’Europa” e presidente della commissione d’inchiesta sulle banche, a chi gli domanda in Transatlantico a che punto sia il lavoro per la costruzione di una lista di centro alleata del Pd, risponde: “Se vale la pena di fare una cosa dignitosa, si fa. Se bisogna fare la lista civetta del Pd, meglio di no”.

L’utopia e la vanità di Bertinotti sulla sinistra

bertinottiFausto Bertinotti torna a parlare della politica e soprattutto a criticare lo schieramento a sinistra. Dopo aver invitato la sinistra a boicottare le prossime elezioni politiche sostenendo che “saltare un giro sarebbe una manifestazione di grande coraggio politico intellettuale, vale a dire: siamo stati sconfitti in questa vicenda storica, ci ricostruiamo nel rapporto con il popolo e la società”. Oggi l’ex leader di Rifondazione punta il dito contro il neo leader di Liberi e Uguali, Pietro Grasso: “Pietro Grasso e LeU? Se ci fosse una sinistra, forse si sceglierebbe come leader uno che proviene dalla sua storia”. Fausto Bertinotti nell’affermarlo a “Un Giorno da Pecora” su Rai Radio1, corregge però il tiro: “Stimo molto Grasso e gli sono molto amico, ma la sinistra ormai per presentarsi non può usare questo nome e non può candidare una persona che viene dalla sua storia. Questa mimetizzazione è causa ed effetto della sua dipartita”. Grasso non è molto di sinistra? “No, dico semplicemente – ha spiegato – che non appartiene alla storia della sinistra socialista e comunista”.
Bertinotti anche se parla di sinistra è sempre più affascinato dall'”instabilità politica” targata cinquestelle, aveva infatti affermato su Il Manifesto: “Loro sono ’antisistema’ però solo sul versante ’politico’. Ma il sistema è quello capitalistico. In ogni caso: a loro sono interessato perché contribuiscono a battere il partito della stabilità (il Pd, ndr). Scriverò l’elogio dell’instabilità. La stabilità è il nostro nemico, batterla è la condizione per tornare a respirare”. E aveva poi specificato: “Il Pd è il sacerdote della stabilità, il M5S si è costruito all’opposizione del sistema politico, introduce contraddizioni. E se cambiassero linea sui migranti passerei a un atteggiamento anche più coinvolto. Perché loro sono in conflitto con le élite, basso contro alto, esattamente il terreno che dovrebbe praticare la sinistra”.
Ma l’uomo che invoca l’instabilità, lo stesso che si è sempre vantato di aver fatto cadere il Governo Prodi nel 1998, in realtà arriva a scenari ancora più loschi sul futuro dell’Italia e dell’Europa, in una recente intervista a Sussidiario.net Bertinotti arriva a presagire: “Se la politica viene meno al suo compito, ci restano o il neo-autoritarismo o la guerra civile”.