L’ACCORDO

libia

Molto importante è la notizia che apprendiamo adesso, alle ore 19,16 sull’esito della riunione odierna dell’Usmil: le milizie libiche che si stanno scontrando a Tripoli hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. La Missione di supporto delle Nazione Unite in Libia (Unsmil), in un tweet, ha confermato che sotto l’egida dell’inviato dell’Onu, Ghassan Salamè, è stato raggiunto un accordo. Auspichiamo che sia un accordo pacificatore di lunga durata.

Dopo che gli  eventi in Libia sembravano precipitati nel caos, con gli scontri di stamattina tra milizie rivali a Tripoli che hanno costretto il governo di Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, a proclamare lo stato di emergenza. Si paventavano dei  risvolti negativi anche per l’Italia. I principali rischi in gioco sono: immigrazione, energia e intervento militare.

Raffale Marchetti, esperto in relazioni internazionali e docente alla Luiss di Roma, in un’intervista, ha spiegato elencando alcuni rischi possibili per il nostro Paese: “La situazione si è deteriorata in questi ultimi giorni ma può ancora rientrare e stabilizzarsi. La crisi libica potrebbe far saltare gli accordi sui migranti, avere delle ricadute sul settore energetico e, nel peggiore degli scenari, richiedere un intervento militare sul territorio. C’è poi anche il pericolo di un ritorno dello  spettro del terrorismo in quanto, in un paese destabilizzato è facile che attecchiscano gruppi terroristici. Con la crisi in Libia è in ballo la questione dei flussi migratori. A stento siamo riusciti a instaurare un rapporto di cooperazione con il governo di Tripoli. Se questo cadesse i flussi ricomincerebbero. Il rischio è che gli sbarchi nel nostro Paese, diminuiti di oltre l’80% rispetto al 2017, potrebbero tornare ai livelli precedenti. Inoltre, l’Italia dovrebbe trovare un nuovo interlocutore e avviare nuovi negoziati, dando così inizio ad un processo lungo e complesso. L’instabilità libica potrebbe avere degli effetti negativi anche sul fabbisogno energetico italiano. L’Italia importa parte delle risorse naturali dalla Libia. Se la situazione dovesse complicarsi anche le risorse verrebbero messe in discussione  con ricadute finanziarie ed economiche sul nostro Paese. L’Italia ha delle scorte energetiche ma, nel caso in cui la crisi libica dovesse prolungarsi, dovrebbe trovare delle fonti alternative. Il governo italiano, riferisce una nota di palazzo Chigi, continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione in Libia e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché  l’invito a cessare immediatamente le ostilità. Per il momento quindi è  esclusa l’ipotesi di interventi militari sul territorio. Tuttavia, se la crisi libica diventasse una guerra vera e propria a livello internazionale, immaginando uno scenario estremo, l’Italia non potrebbe tirarsi indietro ma dovrebbe partecipare al conflitto”.

Mentre è in corso di redazione questo articolo, la situazione in Libia sta precipitando e necessita di azioni immediate.

Un   incendio è scoppiato presso la sede dell’ambasciata Usa  a  Tripoli, che si trova sulla via per l’aeroporto dove il conflitto armato è più aspro. La notizia è stata diffusa sul portale di notizie libico ‘Al Wasat’, che cita il portavoce dell’apparato libico per il soccorso e le emergenze, Osama Ali. Testimoni oculari hanno riferito ad Ali di un incendio presso la sede dell’ambasciata. Il portavoce ha aggiunto che  la Protezione civile non è riuscita a raggiungere l’area a causa del fuoco intenso. La notizia è stata confermata dalla National Safety Authority libica, che ha fatto sapere che i camion dei pompieri si sono diretti sul posto per domare le fiamme, la cui origine è ancora non precisata.

Il numero delle vittime a Tripoli, sarebbe salito ad almeno 50 morti, tra cui civili. Sarebbe questo il bilancio parziale delle vittime degli scontri tra gruppi rivali a Tripoli. Ad aggiornare il bilancio è stato il ministero della Sanità libico, spiegando che ai morti si aggiungono anche almeno 138 feriti. Un bilancio con cifre in aumento con il passare del tempo. E’ stata prevista per oggi alle 14, ora locale, la riunione convocata dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) con tutte le milizie protagoniste degli scontri per un dialogo urgente sulla situazione della sicurezza.

Prima, il portavoce della Commissione Ue, Maja Kocijanic, rispondendo alle domande sulle accuse dell’Italia alla Francia, ha detto: “I Paesi membri dell’Unione Europea mantengono una posizione unita sulla Libia. L’Alto rappresentante Federica Mogherini ha avuto ieri un colloquio telefonico con il rappresentante dell’Onu per la Libia, Ghassam Salamé, ribadendo il pieno sostegno dell’Ue, concordato da tutti i Paesi membri, per arrivare ad una soluzione duratura della crisi in Libia, nella convinzione che solo un processo politico può portare ad una soluzione stabile, complessiva e sostenibile della crisi. I Paesi membri discutono regolarmente della crisi in Libia nel contesto di questi sforzi e mantengono una posizione unita su questo”.

A quanto si apprende da qualche agenzia stampa,  Salamé dovrebbe riferire domani al Consiglio di sicurezza dell’Onu sugli ultimi sviluppi della situazione a Tripoli in collegamento dalla capitale.

Questo pomeriggio alle 17 si è svolto un vertice sulla Libia presieduto dal premier Giuseppe Conte. Alla riunione, precedentemente concordata sul tema dei migranti, parteciperanno tutti i ministri interessati per affrontare le problematiche dell’attuale situazione a Tripoli. Nel frattempo l’ambasciata italiana a Tripoli è rimasta aperta. Al momento, non ci sono stati problemi per i 430 italiani che si trovano in Libia e le attività dell’Eni non sono state coinvolte. Intanto, il ministro Moavero ha confermato la disponibilità a riferire in Parlamento sulla crisi libica.

Gli eventi in Libia che stavano precipitando hanno necessitato di decisioni su un piano internazionale affrontate con molta tempestività. E’ stato presa con urgenza una decisione comune in sede Onu: innanzitutto ci sono vite umane da salvare oltre agli equilibri internazionali.

Salvatore Rondello

Conte in ginocchio da Trump

conte trump

È stato accolto alla Casa Bianca alle 12 (le 18 in Italia) il premier italiano Giuseppe Conte, volato a Washington per incontrare il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Una visita che giunge ad appena due mesi dall’insediamento del nuovo governo, dopo il primo incontro avvenuto nel G7 in Canada il 9 giugno scorso. Nel faccia a faccia con il capo dell’amministrazione americana,  sono state affrontate le principali questioni che stanno a cuore all’Italia: Libia, ruolo italiano nel Mediterraneo anche sul fronte sicurezza e migranti, politica commerciale alla luce delle recenti tensioni legate al rischio di una ‘guerra dei dazi’ tra le due sponde dell’Atlantico.

Sull’onda del ‘feeling’ di simpatia creatosi tra i due leader: Conte ha ribadito a Trump che considera l’invito, e la sua tempistica, un importante segno di attenzione e di amicizia degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia e della sua persona. Il premier, secondo alcune fonti di palazzo Chigi, ha ricordato che ci sono numerosi aspetti che accomunano il governo italiano e l’amministrazione Trump, non da ultimo il segno del cambiamento che entrambi rappresentano, rispetto all’establishment, e rispetto ad un certo modo di dar voce ai propri cittadini e di rappresentarli.

Conte si è presentato dunque nella capitale consapevole del ruolo di facilitatore che l’Italia può assumere nei rapporti, non semplici in questa fase, tra Usa ed Europa, forte del ruolo di primaria importanza che l’amministrazione Trump riconosce all’Italia nel processo di stabilizzazione della Libia. E fra i tre dossier principali, due attengono direttamente o indirettamente proprio alla Libia.

L’Italia, infatti, conta sull’appoggio degli Usa per la Conferenza sulla Libia che si terrà nel nostro Paese, come annunciato dallo stesso Conte un mese fa al vertice Nato, e che può rappresentare un passaggio cruciale nel processo di messa a punto delle condizioni politiche, legali e di sicurezza indispensabili per lo svolgimento delle prossime elezioni politiche e presidenziali libiche.

Conte è andato a Washington anche con l’obiettivo di ottenere il sostegno di Trump a una cabina di regia permanente tra Usa e Italia per il Mediterraneo  in chiave di lotta al terrorismo, maggiore sicurezza, immigrazione e soprattutto Libia. Con questa cabina di regia, tramite l’opera dei ministeri degli Esteri e della Difesa, l’Italia assumerebbe un ruolo di punto di riferimento, in Europa, per la Libia e di interlocutore privilegiato con gli Usa.

L’idea è che Italia e Usa possano insieme farsi promotori e fautori della stabilizzazione del paese nord africano. Infine la questione degli scambi commerciali e della guerra dei dazi: l’obiettivo di Conte è stato quello di avere da Trump garanzie che gli interessi delle aziende italiane non vengano toccati, con particolare riferimento ai prodotti dell’agroalimentare. Per questo l’Italia si dichiara soddisfatta dell’accordo raggiunto tra Trump e Junker e ne auspica una rapida attuazione.

Il primo ministro Giuseppe Conte è stato ricevuto alla Casa Bianca con una calorosa stretta di mano dal presidente americano Donald Trump.  Il presidente Usa ha detto: “Grazie Giuseppe per essere qui”.  Il premier italiano ha risposto: “E’ un grande onore essere qui”.

Al termine dell’incontro alla Casa Bianca, secondo alcune fonti di palazzo Chigi, il Presidente americano ha dato il suo via libera sulle tre questioni cruciali poste da Giuseppe Conte. In particolare, il primo è che l’Italia conta sull’appoggio degli USA per la Conferenza sulla Libia che si terrà nel nostro Paese, come annunciato dallo stesso Conte un mese fa al vertice NATO, e che può rappresentare un passaggio cruciale nel processo di messa a punto delle condizioni politiche, legali e di sicurezza indispensabili per lo svolgimento delle prossime elezioni politiche e presidenziali libiche. Quindi è stato ottenuto il sostegno di Trump ad una ‘cabina di regia permanente’ tra USA e Italia per il Mediterraneo allargato in chiave di lotta al terrorismo, maggiore sicurezza, immigrazione e soprattutto la Libia. Con questa cabina di regia, da attuarsi attraverso i reciproci ministeri degli Esteri e della Difesa, l’Italia assumerebbe un ruolo di punto di riferimento, in Europa, per la Libia e di interlocutore privilegiato con gli Usa. L’idea è che Italia e USA possano insieme farsi promotori e fautori della stabilizzazione del paese nord africano. Infine, via libera sul tema degli scambi commerciali e dazi: l’obiettivo di Conte è stato quello di avere da Trump garanzie che gli interessi delle aziende italiane non vengano toccati, con particolare riferimento ai prodotti dell’agroalimentare. Per questo l’Italia si è dichiarata soddisfatta dell’accordo raggiunto tra Trump e Junker e ne auspica una rapida attuazione. Anche su questo tema via libera di Trump.

Donald Trump, ricevendo alla Casa Bianca il premier Giuseppe Conte, ha detto: “Conte sta facendo un lavoro fantastico.  Sono molto d’accordo con quello che state facendo sull’immigrazione legale e illegale. Sono d’accordo con la vostra gestione dei confini.   Molti altri Paesi in Europa dovrebbero seguire l’esempio dell’Italia sull’immigrazione e su una posizione dura ai confini. Congratulazioni per la grande vittoria elettorale.  Con Conte siamo d’accordo  che un regime brutale come quello in Iran non dovrà mai entrare in possesso di armi nucleari.  L’Italia è un grande Paese per investire. Conte farà un ottimo lavoro, sa come promuovere e vendere i prodotti italiani. Si arriverà a delle cifre record. Con Conte parleremo di dazi e di commercio: abbiamo un  deficit con l’Italia di 31 miliardi di dollari.  Abbiamo molto di cui parlare a proposito di commercio e a proposito delle nostre forze armate. State ordinando aerei, molti aerei. Gli Stati Uniti hanno un deficit molto grande, come al solito, con l’Italia. E sono sicuro che lo raddrizzeremo molto velocemente”.

Ai giornalisti che gli hanno chiesto sull’Iran, Trump ha risposto: “Io sono disposto a incontrare chiunque, bisogna parlare. Se vogliono incontrarmi io sono disponibile  a incontrarli in qualsiasi momento, senza condizioni.  Le  sanzioni alla Russia  rimarranno così come sono”.  Trump ha appoggiato la realizzazione del gasdotto Tap: “Voglio un qualcosa di competitivo e spero il primo ministro riuscirà a farlo e a completarlo”. Nessun accenno sulla Tav.

Conte, nella conferenza stampa all’Ambasciata italiana a Washington, ha affermato: “Con questo proficuo incontro abbiamo compiuto un ulteriore passo in avanti per aggiornare la nostra cooperazione: siamo due governi del cambiamento,  tante cose ci uniscono.  Con la cabina di regia in Libia c’è quasi un gemellaggio tra Usa e Italia: L’America riconosce il nostro ruolo di interlocutore privilegiato.  Stiamo organizzando con il presidente Trump la conferenza sulla Libia. Affronteremo e discuteremo con tutti gli stakeholders il problema della stabilizzazione del paese in modo da consentire alla Libia di pervenire alle elezioni democratiche in un quadro di stabilità. Ho illustrato a Trump l’approccio innovativo sul tema dei migranti, un approccio che non lascia senza lasciare tutto il peso sui paesi di primo approdi. Il presidente Trump sta apprezzando questo approccio italiano che sta dando i suoi frutti.  Ho espresso al presidente Trump mia soddisfazione per intesa Usa-Ue: è fondamentale per avere un rapporto commerciale più equo.  Siamo d’accordo io e Trump sulla necessità di diversificare le fonti energetiche. Sia al G7 sia alla Nato abbiamo avuto proficuo scambio di posizioni: tutte le posizioni di riforma sono le benvenute.  Gli Usa esprimono l’esigenza di riequilibrare la spesa, posizioni tutte ragionevoli, negozieremo. Da avvocato, posso dire che Trump è un ottimo negoziatore, un grandissimo difensore degli interessi americani. Sono invidioso dei numeri della crescita americana, ma sono anche ambizioso di fare tanto, più di quello che si è fatto in passato. Stiamo preparando alcune riforme strutturali, non vorrei che venisse messa da parte la riforma fiscale, che costituisce una leva per la crescita economica. Sulla Nato c’è stata una posizione chiara di Trump che io condivido: l’ esigenza di riequilibrare la spesa che in questo momento è squilibrata. Sono posizioni ragionevoli che io tengo in gran conto. Dobbiamo negoziare per trovare il punto di equilibrio.  L’immigrazione è anche un problema di sicurezza. Attraverso le rotte dell’immigrazione possono arrivare foreign fighters, terroristi che minacciano l’Europa. Sappiamo che le sanzioni non possono scomparire da un momento all’altro ma ci auguriamo che non colpiscano la società civile. Il premier risponde alla rigidità Usa sulle sanzioni alla Russia con alcune considerazioni che riguardano anche il ruolo di Mosca e il suo peso specifico nel quadro dei negoziati sulle crisi internazionali.  L’ Italia è perfettamente consapevole che il  Tap è un’opera strategica. Ma ci sono inquietudini nelle comunità locali sulla realizzazione del gasdotto ed è mia intenzione incontrarle. Trump mi ha dato le garanzie che mi aspettavo. E cioè lavorare con tutta l’Europa per superare questa fase. Bisogna intervenire per riformare le condizioni esistenti, ma in questo contesto, negoziando si possono trovare soluzioni. La cosa importante è che l’Italia sia al centro di questo confronto”.

L’incontro, sembrerebbe un successo italiano, ma bisognerà verificare gli sviluppi. Intanto, Trump ha presentato un conto da 31 miliardi di dollari per il disavanzo della bilancia commerciale che verrebbe saldato con la spesa per l’ammodernamento dell’esercito italiano. Quindi una maggiore spesa militare a carico del bilancio dello stato sarebbe giustificata dal ruolo di coordinamento nel Mediterraneo e sulla Libia in particolare. Così, gli Usa, si sono garantiti, grazie all’Italia, il controllo nell’area mediterranea e, allo stesso tempo, un interlocutore privilegiato in seno all’Unione Europea.

Salvatore Rondello

Buemi, Salvini non conosce centri accoglienza libici

migranti libia tortura“Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici porti sicuri. C’è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia Costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro”. È quanto afferma il ministro dell’Interno Matteo Salvini in una conferenza stampa a Mosca, dove si trova per assistere alla finale dei Mondiali, indicando quale sarà l’obiettivo dell’Italia nell’incontro di dopodomani per ridiscutere la missione Sophia.
“Affermare che la Libia sia porto sicuro per il rimpatrio di coloro che vengono recuperati in mare è ridicolo oltre che una stupidaggine”, così Enrico Buemi, responsabile Giustizia del Psi e Senatore nella XVII Legislatura, ha commentato le recenti dichiarazioni del Ministro dell’Interno Salvini. “Questo non solo perché manca il controllo sul territorio da parte di un’organizzazione statale certa libica ma anche perché è assolutamente incerto che su quel territorio siano applicati trattamenti rispettosi del diritto umanitario internazionale”, ha continuato Buemi. “Consiglierei a Salvini, invece di perdere tempo con partite di calcio, di andare a visitare i centri di accoglienza libici senza preavviso, magari fermandosi qualche giorno, e verificando sulla propria pelle il trattamento umanitario riservato, con la cautela di non farsi accompagnare né da membri dei servizi segreti italiani né da forze di polizia libiche, cosicché la verifica sarà più naturale e reale”, ha concluso Buemi.
Contro le dichiarazioni di Salvini arriva la risposta europea. “Nessuna operazione europea e nessuna imbarcazione europea” riporta i migranti salvati in mare in Libia, perché “non consideriamo che sia un paese sicuro”. Lo dice la portavoce della Commissione, Natasha Bertaud, rispondendo ai giornalisti che chiedevano un commento della Commissione sulle parole del ministro degli Interni italiano. Salvini però insiste e replica su Twitter: “L’Unione Europea vuole continuare ad agevolare lo sporco lavoro degli scafisti? Non lo farà in mio nome, o si cambia o saremo costretti a muoverci da soli”. Ma stavolta interviene anche l’italiana Lady Pesc, Federica Mogherini, che spiega al Vicepremier: “La decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c’è una decisione politica da prendere”.

QUESTIONE DI DIRITTO

diciottiQuello dei migranti resta il tema preferito del (vice)premier Matteo Salvini. Dopo il braccio di ferro tra il ministro Toninelli e il ministro degli interni arriverà oggi a Trapani la nave Diciotti della Guardia Costiera con a bordo i 67 migranti salvati dal rimorchiatore italiano Vos Thalassa davanti alla Libia. Non vi è giorno che non batta sullo stesso tasto creando tensioni anche all’interno del governo tanto da condizionare l’intero esecutivo. Matteo Salvini continua infatti a ribadire la linea dura: “Prima di concedere qualsiasi autorizzazione – ha detto –  attendo di sapere nomi, cognomi e nazionalità dei violenti dirottatori che dovranno scendere dalla Diciotti in manette. Se su quella nave c’è gente che ha minacciato e aggredito non saranno persone che finiranno in albergo ma in galera – dice – quindi non darò autorizzazione allo sbarco fino a che non avrò garanzia che delinquenti, perché non sono profughi, che hanno dirottato una nave con violenza, finiscano per qualche tempo in galera e poi riportati nel loro paese”.

“Le minacce sul fronte Sud per quanto riguarda il terrorismo sono molto significative” ha detto oggi il premier Giuseppe Conte al suo arrivo al vertice Nato a Bruxelles, sottolineando l’importanza del rafforzamento dell’hub Nato di Napoli. “Dalla stessa immigrazione – ha detto – potrebbero arrivare rischi e pericoli di foreign fighter”. “L’incontro con Salvini” di stamattina “è andato molto bene, ci siamo aggiornati. A breve assumeremo iniziative italiane per dare continuità alle conclusioni del vertice Ue di giugno” ha precisato Conte.

In sostanza Conte ha preso la comanda da Salvini su cosa dire in tema di immigrazione. “Con Conte – ha detto Salvini – c’è una linea comune: rafforzare la sicurezza dei cittadini cittadini italiani ponendo al centro del Vertice il fatto che non possiamo essere lasciati soli”.

Infine Salvini ha parlato insieme al presidente del Consiglio del principio della condivisione da impostare con gli altri Paesi Ue sui flussi migratori. Il problema è che Salvini sta stringendo alleanze con quei Paesi i cui interessi sono opposti a quelli italiani. Un principio che piace all’Ungheria di Orban è ovviamente in contrasto con quelli utili al nostro Paese. Di conseguenza danno doppio. “La gestione del tema dei migranti – ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini ospite alla trasmissione Coffee Break de La 7- è senza dubbio un tema delicato, ma nell’impostazione di questo governo c’è un punto debole e cioè’ che senza dubbio la questione va risolta a livello comunitario. Invece Salvini e Di Maio stanno scegliendo gli alleati sbagliati, perché se ti allei con chi non vuole la modifica del regolamento di Dublino e con i partiti del patto di Visegrád metti l’Italia in una posizione scomoda”.

“Abbiamo un nuovo Duce?” Si è chiede Enrico Buemi Responsabile Giustizia del Psi e Senatore nella XVII Legislatura dopo le ultime dichiarazioni di Matteo Salvini sui migranti. “Sarebbe utile – ha proseguito – che il Ministro degli interni Salvini rinfrescasse le sue conoscenze in materia di diritto costituzionale e di separazione dei poteri. L’insistenza con cui ripropone indicazioni precise di arresti di individui e negazione di accessi a mezzi navali, anche italiani, rappresenta una palese violazione delle autonomie dei singoli poteri e un’ingerenza politica-amministrativa ormai inaccettabile nei ministeri non di sua competenza”, ha sottolineato Buemi.

“Il persistere di tale comportamento non può non richiamare l’attenzione  dell’autorità competente in particolare quella giudiziaria per l’incitamento a comportamenti illegittimi, quali l’istigazione all’odio razziale e, d’altro canto, sarà necessario che qualcuno lo richiami alle proprie competenze impedendogli l’ingerenza ripetuta in quelle altrui e impedendogli di usurpare addirittura il ruolo del Presidente del Consiglio, anima bella ma impercettibile, e dei colleghi dei vari ministeri ai quali sottrae responsabilità e ruolo”, ha concluso il Senatore socialista.

Migranti, la proposta di Salvini respinta dalla Libia

salvini libia

Stabilire “una formula globale per far fronte al fenomeno” dei migranti irregolari “che tenga conto dei suoi vari aspetti di sicurezza, economico e umanitario”, attribuendo “la massima importanza alla messa in sicurezza dei confini meridionali attraverso programmi di addestramento delle forze libiche e l’attenzione allo sviluppo locale”. E’ quanto hanno concordato il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il presidente del Consiglio presidenziale del governo di concordia nazionale libico, Fayez al-Serraj, che si sono incontrati a Tripoli presso la sede del Consiglio.

Un accordo trovato dopo il no di Tripoli alla proposta di Salvini di campi per i migranti in Libia. “Hotspot dell’accoglienza in Italia? Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perché i flussi della morte non verrebbero interrotti. Noi abbiamo proposto centri di accoglienza posti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia” aveva scritto in un tweet Salvini. Ma lo stop di Tripoli è arrivato subito: “Rifiutiamo categoricamente la presenza di campi per migranti in Libia. Questo non è accettato dai libici né è consentito dalla legge libica”, ha dichiarato il vice premier libico, Ahmed Maitig.

A margine della conferenza congiunta a Tripoli, Salvini ha poi detto che “proteggere le frontiere esterne, europee e libiche, è obiettivo comune di entrambi i nostri popoli e governi. Come fermare le navi delle Ong, che aiutano il traffico di esseri umani, è priorità di entrambi i governi”.

In presenza dell’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Perrone, di alcuni funzionari del governo italiano, del ministro degli Esteri del governo di concordia nazionale libico Mohammed Siala, di quello dell’Interno Abdul Salam Ashour, del suo vice Mohammed al-Marhani, del comandante della Guarda costiera libica Abdullah Toumia e del capo dell’apparato per la lotta all’immigrazione irregolare Mohammad Bishr, la riunione ha preso in esame “le vie per sviluppare la cooperazione multisettoriale, tra cui la lotta all’immigrazione irregolare e alle reti del traffico di esseri umani” si legge in un comunicato dell’ufficio stampa di Serraj pubblicato su Facebook.

“La Libia è un Paese amico dell’Italia e il mio impegno sarà massimo per definire una più stretta collaborazione per contrastare l’immigrazione illegale ma anche per realizzare iniziative comuni in materia economica e culturale”, ha detto ancora Salvini. “Questo Paese rappresenta un’opportunità di sviluppo – ha aggiunto –. Saremo vicini alle autorità libiche anche con i necessari supporti tecnici ed economici per garantire insieme la sicurezza nel Mediterraneo e rafforzare la cooperazione investigativa e più in generale la collaborazione in tema di sicurezza”. Inoltre, “aspetto al più presto il ministro Ashour a Roma” ha concluso il ministro.

Le forze di Haftar riconquistano la mezzaluna

haftarIl generale Ahmed al-Mesmari, portavoce dell’Armata Nazionale Libica (ANL) guidata da Haftar, ha annunciato la riconquista della regione della Mezzaluna del petrolio, ma operazioni militari sono ancora in corso per combattere i gruppi rivali, che si sono rifugiati nel deserto a sud.

Questa nuova fase è iniziata il 14 giugno quando i gruppi armati diretti da Ibrahim Jadhran hanno attaccato due siti petroliferi in questa regione del nord-est libico, sotto il controllo dell’ANL.

Ibrahim Jadhran, la cui tribù Al-Magharba è storicamente insediata nella regione, comanda una milizia chiamata “Guardie delle installazioni petrolifere” (GIP). Egli è riuscito a bloccare le esportazioni da questa regione, riporta Jeune Afrique, per due anni prima di essere stato cacciato nel 2016 dall’ANL. Jadhran, secondo fonti vicine ad Haftar, avrebbe stretto un’alleanza con milizie islamiste e al suo fianco ci sarebbero più di 1.000 mercenari ciadiani.

L’ANL ha fatto sapere ieri di essere tornata in possesso dei terminali di Ras Lanouf e d’al-Sedra, due importanti porti da cui il petrolio libico viene portato all’estero. Più tardi però gli scontri sono scoppiati nella zona residenziale di Ras Lanouf, che comprende anche un aeroporto, una raffineria e un complesso petrolchimico.

Secondo l’ospedale D’Ajdabiya, a est della regione, l’ANL ha perso sedici uomini, mentre non è ancora stato possibile ottenere un bilancio dei morti dell’altra parte.

La Compagnia Nazionale del Petrolio (NOC) ha dichiarato che i combattimenti intorno ai terminali petroliferi di Ras Lanouf e al-Sedra hanno provocato perdite catastrofiche, sottolineando che la produzione da un milione di barili al giorno è scesa a 450.000. Un altro portavoce dell’ANL, Khalifa al-Abidi, ha fatto sapere Giovedì sera che le forze leali al maresciallo Haftar metteranno in sicurezza la zona per restituire le installazioni al NOC affinché possa riprendere la produzione e la riparazione dei danni il prima possibile.

Simone Sorrente

22enne morto di fame. Sindaco di Pozzallo: “Tornati ai campi lager”

migrantiÈ morto di fame un migrante eritreo arrivato ieri a Pozzallo, a bordo della nave della organizzazione non governativa spagnola Proactiva Open Arms. Segen, questo il suo nome, era stato ricoverato ieri mattina dopo il suo arrivo all’ospedale Maggiore di Modica, ma non c’è stato nulla da fare.
Ha fatto però in tempo a raccontare come aveva vissuto prima di riuscire a salire su quel gommone e ad assaporare per poche ore la salvezza: 19 mesi bloccato nell’inferno della Libia, in uno di quei centri di detenzione che assomigliano tanto a lager, con poco cibo e tante botte.
“Una pena enorme – dice il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna – Ieri abbiamo assistito a uno sbarco tragico, abbiamo visto una situazione impressionante di denutrizione non solo nel ragazzo che purtroppo non ce l’ha fatta, ma anche nei suoi compagni di viaggio. Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti. Gente disperata, malnutrita: è stato terribile. Cinquantotto dei migranti approdati presentavano casi di scabbia e sono già in cura, ma quello che davvero ha lasciato a bocca aperta erano le loro condizioni fisiche: scheletri, uomini, donne e bambini senza un filo di adipe, solo un mucchio di ossa”.

Morte nel Mediterraneo e “Far West” a Macerata

Immigrati-naufragioStando a quanto riportato da Olivia Headon, portavoce dell’Oim, l’Organizzazione internazionale sui migranti, il numero delle vittime nel naufragio d’ un barcone lungo le coste libiche  è ancora incerto: 8 dei cadaveri rinvenuti sulle coste della Libia sarebbero pakistani, e 2 libici, mentre in totale  risultano dispersi 90 migranti, in gran parte pakistani.
L’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia (AMSI) commenta, attraverso la voce del Presidente, prof. Foad Aodi, che parla anche per le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e  per la Confederazione Internazionale Unione Medica Euromediterranea (UMEM, di cui  è fondatore): “Basta con la catena di morte nel Mediterraneo. Quel che ci auguriamo,  come medici d’ origine straniera, ma, ancora prima, come cittadini europei aventi rispetto per la vita, è che i Governi, italiano, libico e sovranazionale, lavorino su piu’ fronti, per incrementare i servizi socio sanitari su ambo le Sponde. Sollecitiamo l’urgenza d’ una legge Europea per regolare l’immigrazione”, prosegue,  “che trascenda i personalismi, i colori e i partiti (specialmente in questa campagna elettorale in Italia). Urge una legge salvavita. Le sole armi che abbiamo “in mano” per contrastare l’immigrazione irregolare sono la prevenzione e l’ unione, senza fare allarmismo e senza divulgare notizie infondate su terrorismo e immigrazione. Siamo al corrente, in realtà,  solo del 30-35% dei decessi nel Mediterraneo; dei molti che muoiono a inizio del viaggio o prima di intraprenderlo, in Libia, e che sono sottoposti a torture e violenze, non abbiamo alcuna notizia. Amsi e Umem invitano a una maggiore cooperazione, per contrastare il dramma comune dell’immigrazione irregolare, contro la violenza sulle donne e la scomparsa dei minori non accompagnati (oltre 20 mila nell’ultimo anno)”.
“No alla giustizia fai da te, no al razzismo e le discriminazioni. Siamo angosciati per questa pericolosa atmosfera che riguarda l’immigrazione e i cittadini di origine straniera in Italia”, sottolinea ancora, con forza, il Presidente delle Co-mai, commentando la sparatoria di Macerata ed esprimendo “solidarietà ai 6 feriti”, tutti stranieri. Aodi auspica che “la giustizia faccia il suo percorso”, e  manifesta la preoccupazione delle Co-mai per “la strumentalizzazione politica eccessiva che crea allarmismi e fobie nei confronti dei cittadini di colore o di diverse religioni, in particolar modo in questa fase pre-elettorale.
Alcuni partiti – incalza – attaccano immigrati, musulmani, arabi, donne con il velo, altri invece non parlano più di immigrazione e integrazione per paura di perdere voti”. Invitiamo tutte le forze politiche a una maggiore responsabilità nelle loro dichiarazioni”, conclude Aodi, richiamando alla responsabilità anche i mass-media. 
 
Fabrizio Federici
Fabrizio Federici

Le missioni internazionali e il controllo delle frontiere

missioni estereLa partecipazione italiana alle missioni internazionali è ormai un impegno costante per il nostro paese. Per il 2018 è prevista la partecipazione a 42 missioni per un costo di 1 miliardo e 504 milioni di euro. Si tratta di un’ampia gamma di attività che varia molto sia per tipo di missione sia da un punto di vista finanziario. Rispetto al 2017 si è registrato un costo aggiuntivo del 5,4% dovuto principalmente all’avvio di nuove operazioni. Visto che nel fondo missioni, previsto dalla legge 145/2016, attualmente è stanziata una cifra non sufficiente a coprire il costo per tutto il 2018 (la copertura del fondo è di 995,7 milioni di euro), il parlamento al momento ha autorizzato le missioni solo fino a settembre.
L’autorizzazione parlamentare avvenuta il 17 gennaio, ormai a camere sciolte, ha seguito la nuova procedura prevista dalla legge n. 145/2016. In passato le missioni internazionali erano approvate con il cosiddetto «decreto missioni», uno strumento non adatto a regolare una materia come questa. Seguendo la nuova procedura le camere hanno autorizzato le missioni con apposite risoluzioni.
Il senato le ha votate in commissione, e nel resoconto non è specificato come si sono espressi i diversi gruppi. L’unico dato che emerge dal documento è che mentre le risoluzioni presentate dal Partito democratico (Pd) sono state adottate, quella presentata dal Movimento 5 stelle (M5s) è stata respinta.

Alla camera invece le risoluzioni sono state approvate in aula ed è quindi possibile ricostruire più dettagliatamente la dinamica del voto. La risoluzione presentata dalla maggioranza è stata approvata tramite 6 diverse votazioni (votazioni n. 1,2,3,4,5,6). Rispetto a queste i gruppi di opposizione si sono comportati di volta in volta in maniera diversa.

Intanto si è notata una distinzione nella coalizione di centro destra, infatti mentre Forza italia (Fi) e Fratelli d’Italia (Fdi) si sono espressi favorevolmente in tutte le votazioni, la lega si è astenuta. Il M5s e Liberi e uguali (Leu) invece hanno votato in maniera diversa a seconda dei casi. Comunque entrambe queste formazioni si sono espresse negativamente nella prima votazione, che riguardava anche l’avvio delle due nuove principali missioni in Libia e Niger. Al contrario nel secondo voto, che riguardava la maggior parte delle missioni già in corso, si sono espressi in maniera favorevole. Le opposizioni hanno anche presentato 3 risoluzioni, una di Leu (votaizone n. 7) e due del M5s (votazioni n. 8 e 9) che però sono state respinte.

La tempistica dell’approvazione non è stata casuale, infatti la nuova legge stabilisce che il governo presenti alle camere la relazione sulle missioni entro il 31 dicembre. Si trattava quindi dell’ultima possibilità per il parlamento di trattare la questione in questa legislatura. Se da un lato era necessario rifinanziare le missioni in corso, dall’altro M5s e Leu hanno sostenuto che fosse inopportuno, a camere sciolte, impegnare il futuro parlamento su nuove missioni, e hanno votato di conseguenza.

Sono 6 le nuove missioni che partiranno nel 2018, 5 delle quali in Africa. Per la durata fin ora autorizzata, ovvero fino a settembre 2018, il costo delle nuove operazioni ammonta a circa 83 milioni di euro, di cui il 78% riguarda Libia e Niger. Proprio questi due paesi sono stati anche i beneficiari della maggior parte delle risorse del fondo Africa che attualmente gli assegna circa 108 milioni di euro.Screenshot 2018-01-25 18.36.25

L’attenzione italiana per Libia e Niger è strettamente legata al controllo delle rotte migratorie. Non a caso sia le missioni internazionali sia i programmi previsti nel fondo Africa convergono sugli stessi obiettivi. Per entrambi i paesi una parte importante dei finanziamenti del fondo Africa riguarda il controllo frontiere, i rimpatri e l’assistenza a rifugiati. Allo stesso tempo la missione internazionale in Libia ha tra i suoi obiettivi il controllo e il contrasto dell’immigrazione illegale, mentre quella in Niger punta tra le altre cose, a concorre all’attività di sorveglianza delle frontiere.

Openpolis

Petrolio in volo. Nuovo record da due anni e mezzo

Petrolio-inflazioneDopo l’esplosione di un oleodotto in Libia, ieri il prezzo del petrolio ha subito un’impennata, fino a raggiungere il suo livello più alto in due anni e mezzo. A New York  il prezzo greggio è schizzato al 2,5% sfiorando i 60 dollari al barile, il livello più alto dal giugno 2015. Nel 2016 il prezzo dell’oro nero ha toccato un minimo di 26 dollari al barile fino ad aumentare lentamente dopo che il gruppo Opec ha accettato di limitare la produzione, concordando a novembre di estendere i tagli fino alla fine del 2018.

L’esplosione di ieri nel nord-est di Maradah, in Cirenaica, potrebbe ridurre la produzione da 70mila a 100mila barili al giorno, ha detto la National Oil Corporation, compagnia nazionale libica del petrolio, confermando in una nota l’esplosione da cui si è poi propagato un incendio. La Waha ha immediatamente dirottato la produzione sulla linea Samah.

Il petrolio nel Wti viaggia a 59,60 dollari al barile dopo che ieri sera é risalito a 60 dollari per la prima volta da fine giugno del 2015. L’esplosione dell’oleodotto libico per un attacco terroristico, ha spinto le quotazioni. Il Brent è oscillato attorno a 66,4 dollari al barile dopo aver superato ieri sera quota 67 dollari.

E’ stato un commando di uomini armati a causare l’esplosione dell’oleodotto in Libia che porta al terminale di Al Sider (Sidra), in Cirenaica. Secondo fonti militari libiche, i terroristi sono arrivati sul posto a bordo di due vetture e hanno minato l’impianto con gli esplosivi. Non ci sono ancora rivendicazioni. Le immagini riprese a distanza mostrano una enorme colonna di fumo nero. Si calcola che l’export petrolifero libico si ridurrà nell’immediato di 90.000 barili al giorno. Lo ha annunciato la compagnia nazionale libica del petrolio (Noc, National Oil Corporation). La notizia, data da fonti militari libiche sull’esplosione provocata da un commando di terroristi, è stata confermata dalla compagnia petrolifera libica.

La notizia ha fatto volare il petrolio a New York, dove le quotazioni sono salite dell’1,49% per arrivare fino a 59,34 dollari.

L’oleodotto colpito appartiene alla compagnia Waha, una sussidiaria della compagnia nazionale petrolifera (Noc) che dichiara di produrre 260.000 barili al giorno. Dopo l’esplosione ha immediatamente interrotto l’estrazione di petrolio. L’attentato, con molta probabilità potrebbe essere opera dell’Isis, secondo le ipotesi avanzate dalle forze di sicurezza a guardia degli impianti petroliferi libici. I miliziani dello Stato islamico sarebbero ancora attivi nella zona.

Il barile di Brent ha guadagnato l’1.73% sul mercato di Londra portandosi a 66,38 dollari, mentre a New York il Wti si è innalzato dell’1,68% portandosi 59,45 dollari. La Waha Oil, con l’esplosione ha diminuito la produzione che è crollata a 60.000-70.000 barili al giorno dai 260.000 della produzione regolare. Waha è una joint venture fra la libica National Oil Corp, Hess, Marathon Oil e ConocoPhillips.

Il terminale di Al Sider è sotto il controllo politico-militare del generale Khalifa Haftar e non è lontano da un altro terminale strategico, quello di Ras Lanuf. Insieme, i due siti sono i principali terminali del greggio libico.

La deflagrazione è avvenuta, con maggiore precisione, a circa 30 chilometri a nord-ovest di Marada. Molto presumibilmente gli attentatori potrebbero far parte delle Brigate di difesa di Bengasi.

Quest’ultimo fatto ha ridotto ulteriormente l’offerta di petrolio greggio sui mercati.

Per comprendere meglio lo scenario che si prospetta attorno all’oro nero, bisogna ricordare alcuni dei principali eventi dell’anno relativi al mercato degli energetici e provare a capire cosa potremmo attenderci nel 2018.

Senza dubbio, l’evento più importante del 2017 è stato l’aumento del prezzo del  greggio. Analisti e osservatori dei mercati non si trovano d’accordo su cosa possa esserci dietro all’impennata del riferimento WTI passato dal minimo di 44 dollari al barile nell’estate 2017 al massimo di quasi 60 dollari al barile a dicembre. Tra i fattori che hanno contribuito troviamo: i tagli alla produzione OPEC; la stabile crescita della domanda globale; la vacillante produzione da parte dell’ex gigante del greggio, il Venezuela; le interruzioni alla produzione e alla distribuzione causate dagli uragani nel sud-est degli Stati Uniti; la chiusura degli  oleodotti  nel nord degli Stati Uniti, in  Libia e nel Mare del Nord.

Il mercato del greggio probabilmente resterà volatile anche nel 2018. Persiste un eccesso di greggio e la domanda da parte di paesi come Cina e Stati Uniti è ancora essenziale per impedire ai prezzi di crollare. Probabilmente continueremo a vedere eventi che avranno un impatto significativo sul mercato del greggio.

La notizia più importante per i titoli petroliferi quest’anno è stata sicuramente la decisione  di Royal Dutch Shell di vendere circa 30 miliardi di dollari di asset della produzione e di concentrare le attività future sulla produzione dei derivati piuttosto che sulle trivellazioni. Nell’anno in corso, Shell ha venduto o ha cercato di vendere 587 milioni di dollari di asset in Gabon, 1,23 milioni di dollari di asset del gas in Irlanda, 500 milioni di dollari di asset del gas in Tunisia e un miliardo di dollari di asset in Nuova Zelanda. Parte di questa strategia di cessione deriva dalla necessità di eliminare gli ‘asset non strategici’ dal bilancio di Shell. Tuttavia, l’Amministratore Delegato di Shell ha spiegato il cambiamento come una risposta alla crescita del mercato dei veicoli elettrici ed alle previsioni di un ‘picco della domanda di greggio’.

La decisione di Shell di investire meno nello sviluppo di asset nella produzione è emblematica di una diversa presa di posizione tra le principali compagnie petrolifere che persisterà nel 2018. Alcune compagnie petrolifere (compresa Shell) stanno investendo meno nello sviluppo di asset e più nel cercare profitto dal settore petrolchimico, dalle rinnovabili o dalla raffinazione. Altre compagnie, come Aramco, stanno continuando o espandendo gli investimenti nello sviluppo di asset nella produzione. I colossi che scelgono di vendere gli asset della produzione vedranno un aumento dei prezzi dei titoli a breve termine. Tuttavia, non è chiaro se gli asset dei derivati e delle rinnovabili renderanno il tipo di profitti che queste compagnie hanno di solito avuto con la produzione e la vendita di greggio nei periodi di prezzi alti. Dobbiamo aspettarci un aumento della differenza nella presa di posizione nel 2018.

Quest’anno, i veicoli elettrici sono stati sotto i riflettori.  Molti paesi hanno emesso mandati finalizzati a diminuire la vendita dei tradizionali veicoli a benzina spingendo la popolazione ad acquistare veicoli elettrici. Le principali case automobilistiche come Volvo e Toyota  si stanno impegnando nella produzione di nuovi modelli di auto elettriche. Allo stesso tempo, la compagnia di veicoli elettrici Tesla sta incontrando degli ostacoli nel lancio della sua Model 3, l’auto elettrica per le masse.

Nonostante le previsioni ottimiste che mostrano un tasso maggiore di adozione di veicoli elettrici, il futuro delle auto elettriche è incerto. Stanno già sorgendo problemi in India sulle auto elettriche ed i consumatori stanno scoprendo i costi sociali ed ambientali dell’estrazione del litio e dello smaltimento delle batterie. A meno di una svolta tecnologica significativa, molti acquirenti di auto, nel 2018, scopriranno che i veicoli elettrici non valgono il loro costo.

Il divieto sulle esportazioni di greggio USA è stato eliminato alla fine del 2015. Solo nel 2017 si è notato un evidente aumento delle esportazioni di greggio statunitensi. Ad ottobre, gli Stati Uniti hanno esportato circa 2 milioni di barili al giorno, un quantitativo persino superiore a quanto ha prodotto il Venezuela nello stesso mese. Il mercato delle esportazioni USA può ancora crescere all’interno della sua infrastruttura esistente. Nel 2018, le esportazioni di greggio USA potrebbero contribuire a diminuire lo squilibrio commerciale americano con la Cina. A  novembre, gli Stati Uniti hanno esportato la quantità record di 289.000 barili al giorno in Cina. La cifra rappresenta solo una piccola frazione dei 9 milioni di barili al giorno che la Cina ha importato in quel mese, ma i produttori petroliferi statunitensi possono espandersi.

La produzione di greggio in Venezuela ha continuato a scendere nel 2017 fino al punto da non poter più produrre greggio sufficiente a soddisfare il consumo nazionale, figuriamoci i clienti esteri. I problemi con il settore petrolifero venezuelano si sono accumulati negli ultimi anni, ma il 2018 potrebbe rappresentare il punto di svolta. Se il Venezuela dovesse essere inadempiente ai pagamenti del prestito, la PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale, potrebbe essere inadempiente nei confronti dei suoi creditori. Uno dei suoi creditori è il colosso petrolifero russo Rosneft. D’altra parte, una rivoluzione o un colpo di stato in Venezuela potrebbe deporre il Presidente Nicholas Maduro ed il nuovo governo potrebbe cambiare completamente il settore petrolifero del paese.

Il mercato del greggio nel 2018 potrebbe essere influenzato dalla situazione già esistente ma anche da altri eventi che potrebbero aggiungersi. Certamente i petrolieri cercheranno di continuare a massimizzare i loro profitti.

Salvatore Rondello