Turchia, la crisi finanziaria sembra senza fine

turchiaSi è aggravata la crisi finanziaria della Turchia e i mercati finanziari sono spaventati. Il crollo della lira turca sembra senza fine mentre vola il rendimento dei titoli di Stato. Il mercato azionario ha limitato i danni con una flessione intorno al mezzo punto percentuale.

Le vendite a piene mani della valuta turca ha avuto riflessi anche sui bond governativi. La lira turca ha perso in pochissimo tempo, dopo l’apertura dei mercati, il 7% sul dollaro scivolando a 5,97 mentre il cambio con l’euro precipita a 6,84.

Sul reddito fisso il bond governativo a 10 anni ha toccato il massimo storico con il rendimento schizzato al 22,82% rispetto al precedente 18,85%.

Adesso, la Turchia è diventata l’investimento più rischioso al mondo. Il premio richiesto per acquistare titoli di Stato del paese è il più elevato sul pianeta. Dai mercati è considerato più prudente acquistare bond governativi di Egitto, Uganda e Kenya.

La curva dei rendimenti si è invertita. In sostanza il rischio a breve è superiore su quello a lungo termine.

Sui bond governativi con scadenza a un anno il rendimento è volato al 19,95%. Forte pressione anche sul rendimento triennale che è schizzato al 23,53%.

Dal Bollettino trimestrale della Banca dei Regolamenti apprendiamo che alla fine del 2017 le banche italiane erano esposte nei confronti della Turchia per 16,8 miliardi di dollari con ulteriori 5 miliardi di dollari di potenziale esposizione determinati da contratti in derivati, estensione di garanzie e linee di credito.

In totale l’esposizione delle banche estere in Turchia ammonta, sempre a fine 2017, a 264,7 miliardi di dollari che sale a oltre 330 miliardi considerando altre esposizioni potenziali come i derivati (3,6 miliardi di dollari) e estensione garanzie (56 miliardi).

L’esposizione verso la Turchia nel corso del 2017 è aumentata di oltre 20 miliardi di dollari. Quella delle banche italiane è salita di oltre 3 miliardi. Gli istituti spagnoli hanno la leadership con quasi 84 miliardi di dollari, pari a circa un terzo del totale. Sull’esposizione degli istituti iberici pesa Bbva che detiene la Garanti bank, terza banca turca. Infatti sull’esposizione totale spagnola la metà è in valuta locale a differenza delle altre banche estere che hanno una modesta esposizione in lira turca (per le banche italiane solo 264 milioni di dollari).

Rilevanti anche le esposizioni delle banche francesi con oltre 37 miliardi, seguite da quelle della Gran Bretagna con 18,7 miliardi, Stati Uniti con 17,7 miliardi e Germania 17,4 miliardi.

Secondo il Financial Times, la Bce sarebbe preoccupata per l’esposizione di alcune banche dell’area euro verso la Turchia, e il quotidiano cita Bbva, Bnp Paribas e UniCredit. Tra le banche con rilevanti esposizioni figurano anche Ing, Hsbc e Citybank che hanno una presenza diretta nel paese.

Bbva è la banca più esposta nei confronti della Turchia con un totale di attività di 78 miliardi di euro a fine 2017 secondo il bilancio del gruppo spagnolo.

Eppure solo due anni fa, dall’ufficio del presidente Erdogan veniva diffuso un comunicato nel quale il governo turco era interessato a promuovere l’acquisizione di Deutsche Bank.

Il settore bancario turco in ogni caso ha attirato il forte interesse da parte di gruppi esteri ma anche di fondi sovrani in particolare del Medio oriente. Tra le operazioni più recenti il gruppo Abraaj ha rilevato il 10% della turca Fibabanka, mentre il fondo sovrano del Kazakhstan è il principale azionista di Sekerbank dopo il fondo pensione dei dipendenti.

Per quanto riguarda UniCredit, dal bilancio 2017 emerge che il totale di attività denominate in lira turca ammonta a 18,2 miliardi considerando attività, passività e derivati. Sul totale 11,8 miliardi rappresentano finanziamenti alla clientela e 2,4 miliardi sottoforma di titoli di debito.

Esposizioni rilevanti anche per istituti che non fanno parte dell’area euro come il colosso americano Citibank con 9 miliardi. Più consistenti sono le esposizioni di Hsbc che vanta un attivo di 32 miliardi in Turchia e Ing Bank con 12 miliardi.

Il gruppo del Qatar Qnb possiede la Finansbak che detiene asset per 28 miliardi di euro in Turchia, il gruppo Burgan con sede in Kuwait controlla la Burgan Bank con attività per 6 miliardi di euro mentre la russa Sberbank controlla il 99% di Denizbank che vanta asset per 27 miliardi di euro.

Come se non bastasse, il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, commentando la crisi turca con la valuta nazionale in caduta libera, ha scritto su Twitter: “Ho appena autorizzato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio della Turchia, visto che la loro valuta, la lira turca, è scesa rapidamente contro il nostro dollaro forte! L’alluminio sarà ora al 20% e l’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni, al momento!”. Figuriamoci cosa avrebbe potuto fare Trump se i rapporti con la Turchia non fossero stati buoni.

Sui mercati finanziari pesano i timori legati non solo allo stato di salute finanziaria della Turchia, ma anche all’esposizione ad Ankara delle banche europee. Il crollo della lira turca rispetto al dollaro è arrivato con un calo del 12 per cento in un solo giorno.

Nel 2017 l’Italia è stata il quinto partner commerciale della Turchia con 19,8 miliardi di dollari di interscambio totale (+11,1% rispetto al 2016), di cui 11,3 miliardi di dollari in esportazioni e 8,5 miliardi di dollari in importazioni e una quota di mercato del 5,1%. Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri sempre nel 2017, secondo i dati di ‘info mercati esteri’, l’Italia ha fatto investimenti per 124 milioni di dollari, in aumento del 42,5% rispetto al 2016, e ha confermato la propria presenza nel paese con oltre 1.418 aziende.

Nei primi 5 mesi del 2018 l’Italia è diventata il quarto partner commerciale con 9 miliardi di interscambio totale (+17,0%) rispetto ai primi cinque mesi del 2017, di cui 4.814 milioni di import (+14,5%) e 4.231 milioni di export (+20,1%) determinando un saldo negativo per la Turchia di 582 milioni di Usd. Sempre nei primi 5 mesi dell’anno in corso l’Italia si conferma quinto fornitore della Turchia dopo Cina, Russia, Germania e Stati Uniti e il terzo cliente dopo Germania e Regno Unito. Il flusso di vendite è aumentato del 9% rispetto al 2016 e i primi mesi del 2018 sembrano confermare questa ascesa, con un incremento del 6% nei primi due mesi di quest’anno in particolare per i beni di consumo (alimentari e bevande, abbigliamento) e beni di investimento e intermedi (macchinari, metalli, gomma e plastica).

Il confronto fra i primi cinque mesi del 2018 e il 2017 mostra un incremento del deficit commerciale della Turchia con il resto del mondo, cresciuto del 41,4% da Usd 24,9 miliardi a Usd 35,2 miliardi. Le esportazioni sono aumentate del 7,9% passando da Usd 64,3 a Usd 69,3 miliardi, mentre le importazioni hanno registrato una crescita maggiore pari a 17,2%, passando da usd 89,1 a Usd 104,5 miliardi. Nel complesso l’interscambio totale ha registrato un aumento del 13,3%, da Usd 153,4 a Usd 173,8 miliardi.

Il presidente turco, Erdogan, ha invitato i suoi cittadini a non farsi prendere dal panico per il crollo della lira turca sui mercati valutari denunciando campagne contro il suo Paese. Erdogan ha detto: “Ci sono diverse campagne in corso, non prestate loro alcuna attenzione. Non dimenticate questo: se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro diritto, il nostro Allah”.

Il populismo nazionalista e sostanzialmente antidemocratico di Erdogan non ha certamente migliorato la Turchia. Le controriforme strutturali messe in atto da Erdogan per modificare il processo democratico attuato cento anni fa dall’Ataturk, hanno prodotto gli effetti devastanti in atto.

Salvatore Rondello

Finisce prima di nascere il “sultanato” di Erdogan

Turchia-Erdogan-maggioranza-votoArriva la “svolta” per la Turchia, dopo tredici anni il Partito di Erdogan, Akp, non ha più la maggioranza assoluta, ma la vera novità è l’arrivo nel Parlamento di Ankara di un Partito “filocurdo”, Hdp, che è riuscito ad aggiudicarsi il 13% delle preferenze. La Turchia con un Partito che rappresenta non solo una minoranza da anni tenuta ai margini del proprio Paese e che aspetta un riconoscimento costituzionale della propria identità etnica e linguistica, ma è anche un riscatto per quella parte del Paese che aspetta un riconoscimento dei diritti civili si avvicina così al progressismo occidentale. Il Partito di Selahattin Demirtas, ha raccolto consensi non solo dal giovane elettorato di Gezi Park, ma anche dalla parte della società civile a favore dei diritti delle donne e della comunità lgbt. “Temevamo i brogli e dopo le bombe di venerdì non eravamo per nulla tranquilli. Il risultato di questa notte indica chiaramente che c’è una parte del Paese pronta a darci fiducia”, ha detto a La Stampa Ozlem Sezer, dirigente dell’Hdp a Istanbul.

“Si conferma nel voto un fatto positivo, cioè un Paese democratico che sceglie nonostante le difficoltà i suoi rappresentanti”. Afferma Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri. “Noi rispettiamo i risultati elettorali e ci auguriamo che possano essere un contributo nella direzione che ci interessa. Ci interessa – precisa il Ministro – cooperare con la Turchia su diversi scenari di crisi internazionali e sviluppare se è possibile il percorso verso l’associazione con l’Unione europea, nell’interesse dell’Europa e della Turchia”.

A pesare poi sulla mancata conferma di Erdogan sono stati fattori di ordine interno (carcere per i giornalisti), ma soprattutto esterno (l’assedio di Kobane e i carri armati turchi, posizionati alla frontiera fra Turchia e Siria, che non entrarono in azione nonostante che a pochi chilometri di distanza, a Kobane, i peshmerga venivano massacrati dall’Isis). L’Akp ha conquistato solo il 41% dei voti e 259 seggi nel Parlamento, che ne conta 550. Il risultato è ben al di sotto dei 276 seggi necessari ad avere la maggioranza, mentre l’Hdp, che supera la soglia di sbarramento con 79 seggi, proprio lo sbarramento al 10% in Turchia era nato per tenere i curdi fuori dal parlamento. Però ora Erdogan non potrà più cambiare la Costituzione e in più dovrà cercare un’alleanza per poter andare al Governo oppure indire nuove elezioni. Molti prospettano un’alleanza del Partito del Presidente con quello ultranazionalista Mhp, ma ciò porterebbe a un isolamento internazionale per Erdogan già alle prese con le accuse di simpatie Isis, inoltre il leader del partito nazionalista Mhp Devlet Bahceli, dopo il risultato ha detto che ormai è “l’inizio della fine” per l’Akp del presidente Erdogan”.

Il problema di creare un nuovo esecutivo riporta le lancette della storia indietro fino agli anni ’90 quando il Paese non riusciva a darsi un esecutivo stabile e ad accusare il colpo è stato subito il sistema economico finanziario del Paese. I mercati, come è noto, non amano l’instabilità: l’indice principale della Borsa di Istanbul ha aperto con un tonfo dell’8,2%, mentre la lira turca ha perso il 5% toccando il record negativo di 2,8020 sul dollaro, tanto che per frenare la caduta della lira l’istituto centrale turco ha annunciato un taglio dal 4% al 3,5% dei tassi applicati sui depositi in dollari e dal 2% all’1,5% su quelli in euro.

A trarre vantaggio da questa situazione potrebbe essere proprio l’eterno Presidente, facendo ritornare i voti verso la stabilità da lui rappresentata per oltre un decennio.

Maria Teresa Olivieri