Next Gen Atp Finals 2: titolo a Tsitsipas, ma non è il solo premiato

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Due dei più attesi appuntamenti dell’anno, gli ultimi della stagione: le Next Gen Atp Finals di Milano e le Atp Finals di Londra. Le prime al via dal 6 al 10 novembre, nel capoluogo meneghino almeno fino al 2020. Dal 2021 la sede, infatti, potrebbe cambiare e diventare Torino, che già si è candidata ufficialmente; ma il nome della location lo conosceremo solamente nel marzo prossimo. Le seconde dall’11 al 18 novembre successivi, alla 02 Arena di Londra. E non si può non parlare di questi eventi senza parlare di vincitori e titoli. Infatti sono stati anche consegnati dall’Atp i primi riconoscimenti ad alcuni atleti. Vediamo quali. Il tennista dell’anno è stato eletto Novak Djokovic, il premio per la sportività è andato a Rafael Nadal, cui è stato assegnato il noto “Stefan Edberg Sportsmanship Award”; quello per l’atleta più apprezzato dai colleghi e dai fan a Roger Federer. Non è un caso; se un campione è per sempre, Federer lo è anche per la sua umanità e semplicità, genuinità, perché non ha dimenticato il suo passato da raccattapalle e si considera ancora uno di loro, quando stringeva la mano ai campioni di allora, sognando di essere un giorno lui al loro posto. Per questo al torneo di Basilea ha consegnato una medaglia a ciascuno di loro, schierati sulla linea di fondocampo, e si è fermato a parlare con loro. Inoltre, quando vince quel torneo, offre loro una pizza da mangiare tutti insieme. Sia Nole che Federer sono entrambi impegnati alle Atp Finals di Londra. Intanto, del suo successo meritato e strepitoso, Novak deve ringraziare il suo coach Marian Vajda, oltre che alla sua tempra e tenacia; infatti proprio Vajda è stato premiato dall’Atp come miglior allenatore dell’anno per questo 2018. Se il miglior torneo dell’anno è stato letto dai giocatori Indian Wells, mentre la miglior coppia di doppio quella di Brya e Sock, altri due premi ci portano alle Next Gen Atp Finals. Il greco Stefanos Tsitsipas è stato riconosciuto quale il tennista che ha fatto i migliori e maggiori progressi nell’anno, mentre l’australiano Alex De Minaur quale l’atleta emergente più di rilievo. E sono stati proprio loro a contendersi il titolo della seconda edizione delle Next Gen Atp Finals di Milano. E forse la X di ‘Next’ rimanda proprio al pareggio che c’è stato, come sulla schedina di calcio, tra i due, che hanno vinto entrambi e dato uno spettacolo memorabile. Se a Londra è sceso subito in campo nella prima giornata Kevin Anderson, che ha regalato emozioni sia per il fatto di battere l’austriaco Dominic Thiem per 6/3 7/6(10) che per aver cantato “tanti auguri” alla moglie Kelsey per il suo compleanno, non meno hanno fatto i giovani a Milano. A partire proprio da Stefanos Tsitsipas. Favorito, ha strameritato la vittoria. Ha giocato in maniera impeccabile, con grande maturità e concentrazione, ma soprattutto con tanta voglia di vincere. Infatti, curioso un episodio che lo lega al coaching: più volte ha rifiutato di mettere le cuffiette per parlare con il padre/allenatore Apostolos, preferendo concentrarsi e cavarsela da solo nel trovare la strategia giusta e più adatta. Proprio nella semifinale contro Rublev, vinta al quinto set, non appena ha visto che stava per perdere il comando del gioco, ha perso il controllo al cambio campo ed è scattato in un moto di rabbia, per cui – prima – ha picchiato forte con il pugno della mano sugli asciugamani di fianco alla panchina, poi ha preso la cuffietta e l’ha scaraventata più volte, sbattendola e fracassandola in mille pezzi, ferendosi anche a un dito della mano, che ha dovuto farsi medicare. L’ira giovanile e una collera che sa di sete di vittoria. Ma non è questa l’immagine cui vogliamo legare le Next Gen Atp Finals, bensì quella di Stefanos sorridente e raggiante tra i ball-boys; oppure l’abbraccio sincero tra i due finalisti. Questa edizione era partita come una sfida principale tra Tsitsipas e Rublev, poi si è trasformata sempre più in una lotta acerrima tra Stefanos e Alex De Minaur. Il russo, infatti, è riuscito ad arrivare solamente terzo, quarto un solido Munar. Per Rublev era l’ultima edizione, lo scorso anno si qualificò secondo e l’anno prossimo non potrà partecipare per l’età. Sicuramente dell’edizione 2018 rimarranno i tuffi in rovesciata alla Boris Becker a rete di De Minaur e di Liam Caruana; per l’italiano la soddisfazione di aver giocato un primo set impeccabile alla pari contro Rublev, perso per nove punti a 7 al tie break. E poi ancora, ne resteranno i passanti di dritto inside out di Alex e di Stefanos, ma anche di Andrey, o quelli di rovescio inside in di Tsitsipas e De Minaur. Questi giovani sembrano davvero aver raccolto l’eredità dei big del passato. Stefanos ha un gioco a metà tra quello di Borg e di McEnroe, che ricorda anche nel look (per la fascia e il taglio di capelli, oltre che per il fisico longilineo). Ora dovrà scegliere che cosa fare il prossimo anno, se tornare a difendere il titolo qui a Milano o volare a Londra. La stessa cosa che accadde ad Alexander Zverev, protagonista quest’anno alle Atp Finals alla 02 Arena, in un incontro in cui ha giocato due tiebreak sensazionali e perfetti contro Marin Cilic, aggiudicandoseli entrambi meritatamente. Non è un caso che anche i campioni di ieri si interessino a quelli di oggi: Ivan Lendl, ad esempio, sta allenando proprio il tedesco già da un po’. E, a proposito di allenatori, molti sostengono che, per un’ulteriore crescita agonistica e professionale (in cui ha già ha fatto registrare progressi straordinari) di Stefanos, occorra che venga anche lui affiancato da un altro allenatore – ‘specialista’ del settore -, che aiuti il padre Apostolos a seguire il figlio, dando suggerimenti tecnici ulteriori aggiuntivi, che potrebbero rivelarsi preziosi e fondamentali alla sua definita maturazione.

Sicuramente alle Next Gen Atp Finals di match belli ce ne sono stati molti; ma forse, dopo la finale in cui De Minaur ha avuto diversi match point – tutti annullati egregiamente da un Tsitsipas che si è dimostrato in questo molto maturo -, le partite più entusiasmanti sono state proprio quelle delle semifinali; di meglio il pubblico non poteva chiedere: entrambe terminate al quinto set e in perfetto equilibrio. Se la finale ha avuto ben due tie-break e si è conclusa a favore del greco per 2/4 4/1 4/3 4/3, altrettanti ce ne sono stati nello scontro di semifinale appunto tra lui e Rublev, finito col punteggio di 4/3 3/4 4/0 2/4 4/3. Molti erano pronti a scommettere che quella sarebbe stata la vera finale, ed effettivamente il vincitore è uscito da lì; ma Alex De Minaur ha stupito davvero tutti, con la sua versatilità e completezza. Ha dinamicità, incisività di gioco, estrema precisione, potenza, velocità, non sbaglia un colpo; gli riesce tutto e tira fuori dal suo cilindro tiri da manuale che è raro vedere spesso, che riescono a pochi. Come del resto ha fatto Stefanos. Altri cinque set e due tiebreak nel match tra l’australiano e lo spagnolo Munar. 3/4 4/1 4/1 3/4 4/2; bravo De Minaur a riacciuffare il match, onore al merito a Jaume di non aver mai mollato, aver sempre lottato, di aver dato tutto e di aver giocato i tie-break in maniera notevole. Forse ha avuto un leggero crollo e calo fisico proprio solo nell’ultimo set, accusando un po’ di stanchezza; mentre Alex ha saputo rientrare nel match alla grande, ritrovando la concentrazione e l’attitudine aggressiva giuste, insomma il suo miglior tennis. Chi ha brillato è stato anche Taylor Fritz, artefice di un match strepitoso contro Rublev, di certo non facile, anche se lo ha perso; il russo, infatti, è riuscito a portarlo a casa in maniera magistrale per: 4/2 1/4 3/4 4/3 4/2, rigirando la partita e riprendendo le redini di un incontro duro e difficile, contro un avversario ostico che non intendeva cedere un centimetro di campo e che gli metteva molta pressione con i suoi colpi. Fritz è un giocatore completo in grado di dominare in campo e ci sono voluti tutta la grinta, la tenacia e il mordente di Andrey per venire a capo dello scontro tra i due.

La Federation Cup. Per quanto riguarda, invece, il tennis femminile, segnaliamo una nota sulla finale di Federation Cup, giocatasi a Praga. Con Petra Kvitova sugli spalti a sostenere la sua squadra, ma senza giocare, la Repubblica Ceca ha battuto gli Stati Uniti per 3-0. Grazie alle vittorie dei tre singolari. Ad aggiudicarsele sono state: Barbora Strykova, che ha sconfitto Sofia Kenin per 6/7 6/1 6/4; Katerina Siniakova, che ha battuto prima Alison Riske (per 6/3 7/6) e poi (nel match successivo di seconda giornata) Sofia Kenin per 7/5 5/7 7/5. Quest’ultima ha perso un match davvero in maniera incredibile, avendo avuto più occasioni per vincerlo e non sfruttando e realizzando tutte le chance a sua disposizione, spesso in vantaggio e avanti nel punteggio (con alcuni match points a suo favore). Al termine abbiamo visto la giovanissima tennista statunitense 19enne in lacrime, amareggiata per lo scarso rendimento in Federation Cup e per non aver ‘salvato’ il suo team. Ma forse è stata una responsabilità troppo grande per una tennista così giovane appunto. Del resto, sicuramente, per lei rimarrà un’esperienza altamente formativa. D’altronde per gli Usa non c’erano molte alternative: con Madison Keys fuori per l’infortunio al ginocchio che l’ha costretta al ritiro al Wta di Zhuhai; senza le sorelle Williams, forse la soluzione alternativa sarebbe stato proprio rifar scendere in campo la Riske, oppure puntare a coinvolgere la Mattek-Sands. Ad ogni modo questo ci dà l’opportunità di parlare di ‘next gen’ al femminile. Infatti la Kenin non era la sola ‘teen’ del gruppo. Tra le ‘giovanissime’ vi erano anche la stessa Siniakova, 22 anni, anni da “next generation’ appunto, che ha dimostrato una grande capacità di disimpegnarsi nel duro compito impegnato di ‘guida’ della sua squadra. La Riske è ancora giovane, pur avendo già 28 anni. Ma, a proposito di talenti ‘made next gen’, non possiamo non annoverare la Barty in primis. Dopo il successo al torneo già citato di Zhuhai, l’australiana si dimostra una vera ‘aussie’, proprio come lo è Alex De Minaur. E non è solo la giovane età a farne un talento ‘next gen’. 19 anni per lui – come per la Kenin -, 22 per lei, entrambi hanno un gioco molto dinamico e vivace, brillante. Di Alex abbiamo già detto, un’ultima nota conclusiva la volgiamo dedicare ad Ashleigh. Trionfatrice in Cina, a premiare la tennista vincitrice è stata proprio Steffi Graf. La tedesca ha consegnato dei fiori, una mascotte di pelouche e la coppa alla prima classificata e il piatto alla finalista. Messa vicino alla Barty per la foto di rito, ci ha fatto venire in mente che forse l’Australia ha trovato una giocatrice che è la nuova Graf australiana, invece che tedesca, più di quanto lo possano essere la Kerber e la Goerges per la Germania. Il gioco della Graf, come quello della Barty, è infatti a tratti molo similare: fatto di back e attacco soprattutto. Di certo la tennista di Ipswich è da tenere in considerazione proprio per la nazionale australiana di Federation Cup, così come il giovane talento di Sydney, Alex De Minaur appunto, per la Coppa Davis. Tutti e due sono perfettamente in grado e all’altezza di farsi portabandiera della loro nazione.

Barbara Conti

Brexit, manifestazione per un nuovo referendum

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Si è svolta sabato, a Londra, un’importante manifestazione per chiedere un secondo referendum sulla Brexit.

Il corteo, organizzato in risposta all’appello di “People’s Vote” (un movimento per un “nuovo voto popolare”, che riunisce diverse associazioni pro Ue), ha coinvolto decine di migliaia di persone, venute da ogni parte del Regno Unito, muovendosi da Hyde Park sino alla piazza del Parlamento, nel centro della capitale britannica.

Tra i manifestanti numerosi deputati dei partiti laburisti, libdem, dello Snp (partito indipendentista scozzese) e conservatori “critici”; si è registrata anche la presenza di molti cittadini europei, rappresentati in particolare da “The3Million”, un movimento nato in difesa dei circa tre milioni e mezzo di europei che vivono nel Regno Unito.

La marcia è stata chiamata #PeoplesVoteMarch, da stamattina l’hastag su Twitter è trend topic, l’argomento del giorno più di tendenza.

Dal palco della piazza del Parlamento si sono alternati diversi interventi, tra i più apprezzati quello del sindaco di Londra, il laburista Sadiq Khan.

Negli scorsi mesi si sono registrate numerose manifestazioni di cittadini (l’ultima nel giugno scorso aveva richiamato circa 100 mila persone), per chiedere una svolta politica e una revisione del progetto di uscita dall’UE, considerando che a pochi mesi dalla Brexit, prevista per il 29 marzo 2019, i negoziati tra Londra e Bruxelles sono ancora in fase di stallo.

Rimangono aperte, in particolare, le questioni economiche relative ai movimenti di capitali e di persone, e lo spinoso tema del confine con l’isola d’Irlanda.

L’opinione pubblica britannica dal referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea del 2016, sembra aver cambiato sensibilità sul tema.

Diversi istituti di sondaggi danno oggi il Remain come l’opzione preferita dalla maggioranza dei cittadini.

Tanti giovani, che nel 2016 non avevano l’età per partecipare alla consultazione referendaria, rappresentano, in percentuale, i maggiori sostenitori della prospettiva europea e oggi lo hanno dimostrato con una massiccia presenza alla marcia.

I sostenitori di un nuovo voto referendario ritengono che i britannici, che hanno votato per il 52% a favore dell’uscita dall’Ue nel referendum, avrebbero votato diversamente se fossero stati messi a conoscenza delle reali problematiche che la Brexit avrebbe portato con se.

Tuttavia, sarà molto difficile che si concretizzi una retromarcia da parte della premier Theresa May e della maggioranza del partito conservatore.

Il Primo Ministro, sostenitrice del Leave (a differenza di David Cameron, ex capo del governo che si è dimesso dopo la sconfitta referendaria), è da sempre contraria alla possibilità di riportare i cittadini alle urne per conoscere l’opinione popolare rispetto ai negoziati, con le istituzioni comunitarie, che nei mesi non hanno portato grandi risultati. In questo senso la May ha dichiarato che “non ci sarà nessun secondo referendum, la gente ha votato”.

Di contro, gli organizzatori di The People’s vote, ritengono la manifestazione di oggi “la marcia più grande, più chiassosa e più importante che ci sia mai stata”, segno di come la sensibilità dell’opinione pubblica britannica stia cambiando a favore di una prospettiva europea per il Regno Unito.

Tutto dipenderà da come proseguiranno, da qui a Marzo, le trattative tra l’UE e il governo presieduto dalla May.

Se si dovessero incontrare ostacoli non superabili, potrebbe aprirsi una stagione nuova: una crisi nel governo Tory, elezioni anticipate e la possibile vittoria dei laburisti, guidati da Jeremy Corbyn.

A breve, tutti questi eventi potrebbero portare a dei cambiamenti rilevanti nella “questione Brexit”.

Paolo D’Aleo

Londra chiude un occhio su pena di morte in Usa

pena di morte

Nessuna modifica della posizione di principio della Gran Bretagna contro la pena di morte e della politica generale nel caso di cittadini britannici estradati negli Stati Uniti. Ma nel caso di due jhadisti inglesi, le autorità londinesi fanno sapere ai colleghi americani che possono farne ciò che vogliono, anche metterli a morte.

Fa scalpore quanto rivelato dal quotidiano conservatore “Daily Telegraph” che avrebbe avuto accesso alla documentazione inviata all’Avvocato generale statunitense Jeff Sessions dal neo ministro dell’Interno britannico, Sajid Javid. I documenti riguardano Alexanda Kotey e El Shafee Elsheikh, entrambi di Londra, unici sopravvissuti della cellula dello Stato islamico in Iraq e Siria (Isis) nota come ‘Jihadi Beatles’ per il loro accento inglese. I due sono ritenuti responsabili dei rapimenti e delle esecuzioni a sangue freddo di tre cittadini statunitensi e di due britannici. I drammatici, terrificanti video delle esecuzioni furono ampiamente diffusi dai media di tutto il mondo.

I due sono stati catturati nei mesi scorsi dai miliziani curdi mentre tentavano di fuggire dalla Siria dopo la sconfitta dell’Isis e ora potrebbero finire nella contestata prigione statunitense di Guantanamo Bay dove potrebbero essere processati da una corte militare Usa col rischio di essere condannati a morte.

In una lettera, il ministro inglese Javid sembrerebbe rinunciare a chiedere garanzie perché i due non vengano condannati a morte, una questione di principio normalmente sollevata quando cittadini britannici vengono estradati in un paese in cui è in vigore la pena capitale. “Sono del parere che ci siano ragioni importanti per non richiedere assicurazioni sulla pena di morte in questo caso specifico, quindi non sarà chiesta alcuna garanzia”, ha scritto Javid secondo quanto riporta il Daily Telegraph.

Una vicenda imbarazzante che ha costretto l’esecutivo britannico a far fronte a una serie di interrogazioni alla Camera dei Comuni, dove la ministra ombra dell’Interno laburista, Diane Abbott, ha condannato l’accaduto come un cedimento sui diritti umani “ripugnante e vergognoso”. Diane Foley, sorella del primo ostaggio statunitense decapitato dall’Isis nel 2014, il giornalista James Foley, ha riferito alla Bbc di essere contraria alla condanna a morte dei due uomini. “Credo li renderebbe solo martiri per la loro distorta ideologia”, ha riferito all’emittente britannica.

“Rifiutando di chiedere garanzie su questo caso, il Ministro degli Interni sta lasciando la porta spalancata alle accuse di ipocrisia e doppi standard”, sostiene Amnesty International. E in effetti, la decisione del governo inglese sembrerebbe aprire proprio a un doppio binario sulla tutela dei diritti umani, per cui in alcuni casi, i più infamanti e terribili, si è disposti anche a venir meno a principi, convenzioni internazionali, impegni e battaglie abolizioniste. Ma i diritti umani non sono un’opzione à la carte, esercitabile quando è più comodo e prestigioso. Chiudere un occhio qua e là, scaricare le ‘cause’, abbandonare i diritti sono un drammatico segnale di quanto “i governi stiano vergognosamente facendo arretrare le lancette dell’orologio a scapito di decenni di conquiste per le quali si era lottato duramente”, come ha recentemente denunciato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Intanto la madre di El Shafee Elsheikh ha promosso un’azione legale per impedire la condivisioni di informazioni tra i due governi senza che ci sia l’assicurazione degli USA che non verrà decretata la pena di morte. Il caso è stato sottoposto a un giudice britannico e la cooperazione sospesa in attesa di un responso. Si tratterebbe di “una pausa di breve durata” ma il governo britannico resta fiducioso di aver “agito nel pieno rispetto della legge”, ha fatto sapere un portavoce.

Massimo Persotti

Il Bluesman Mike Sponza presenta l’album di inediti “MADE IN THE SIXTIES”

mike sponzaLunedì 16 luglio MIKE SPONZA presenta live al MONDADORI MEGASTORE di Piazza Duomo a Milano (alle ore 18.30 – ingresso gratuito) il suo nuovo album di inediti, “MADE IN THE SIXTIES”, già disponibile nei punti vendita tradizionali, in digital download e sulle principali piattaforme streaming (distribuito da Self). Per l’occasione sarà accompagnato da due membri della sua band: Roberto Maffioli al basso e Moreno Buttinar alla batteria.

Il disco, che è uscito anche in vinile, è un personale omaggio del bluesman italiano agli anni Sessanta. In queste dieci tracce, una per ogni anno del decennio, Mike Sponza racconta sia la parte scintillante che la parte più buia di questo periodo storico, parlando, tra gli altri argomenti, della guerra fredda e della crisi cubana, dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, della svolta artistica di Bob Dylan e del movimento studentesco del ‘68.

“MADE IN THE SIXTIES” è stato anticipato in radio dal singolo “BLUES FOR THE SIXTIES”, il cui video è online al seguente link: https://youtu.be/izuUYc2gL3M.

«Un album dedicato agli anni ’60 – dice Mike Sponza – una decade per me molto affascinante sotto molti profili e su cui c’è molto da dire… è anche il periodo in cui sono nato e da un po’ di tempo pensavo di realizzare un disco su quel decennio. Dieci canzoni. Una per ogni anno. Dieci storie ispirate da eventi, fatti, persone, culture, idee, che si intrecciano per guardare gli anni Sessanta in una duplice prospettiva: il lato glamour e swinging da un lato, il lato buio e problematico dall’altro. Dieci anni controversi che hanno cambiato la cultura giovanile per sempre, il tutto filtrato con linguaggi musicali diversi: dal rock al latin, dal pop all’acustico, dal soul al rock’n’roll».

Questa la tracklist dell’album: “1960 – Made In The Sixties”, “1961 – Cold, Cold, Cold”, “1962 – A Young Londoner’s Point Of View On Cuban Crisis”, “1963 – Day Of The Assassin”, “1964 – Glamour Puss”, “1965 – Even Dylan Was Turning Electric”, “1966 – Spanish Child”, “1967 – Good Lovin’”, “1968 – Just The Beginning”, “1969 – Blues For The Sixties”.

Sabato 7 luglio è iniziato in Germania il “MADE IN THE SIXTIES Summer Tour 2018”, queste le prossime date:

sabato 21 luglio al Porto San Rocco di Muggia (Trieste – Italia);

martedì 24 luglio al Jazz Is Back! – Festival di Groznjan (Croazia);

martedì 31 luglio in Piazza Verdi di Trieste (Italia);

venerdì 3 agosto al Kastav Blues Festival di Kastav (Croazia);

sabato 4 agosto al Dolomiti Blues&Soul Festival di San Vito Di Cadore (Belluno – Italia);

giovedì 23 agosto al Makarska Jazz Festival di Makarska (Croazia);

venerdì 24 agosto al Porto San Rocco di Muggia (Trieste – Italia);

giovedì 6 settembre al Soundtracks Festival di Parabiago (Milano – Italia);

venerdì 7 settembre al Mannheim Banhof Blues di Mannheim (Germania);

sabato 8 settembre al Topos di Leverkusen (Germania).

MIKE SPONZA esordisce nel 1997 con l’album “News for You” prodotto da Guido Toffoletti, con cui Mike ha registrato 3 album. Nel 2003 ha pubblicato “Mike Sponza”, il suo omonimo album da solista. Nel 2005 lancia il concept discografico “Kakanic Blues”, primo album realizzato con l’ensemble “Mike Sponza & Central Europe Blues Convention”, che comprende alcuni tra i principali esponenti della scena blues/jazz del Centro Europa. Nel 2006 Mike pubblica il dvd “Live In Italy” con la formazione centroeuropea e il leggendario chitarrista californiano Carl Verheyen. Nel 2008 esce il disco “Kakanic Blues 2.0”, che coinvolge ben 25 musicisti da 12 stati europei. Tra il 2011 ed il 2012 Mike pubblica “Continental Shuffle”, un doppio in cui raggruppa quasi 40 musicisti alle prese con brani originali interpretati in sorta di “song crossing” reciproco. La collaborazione con Bob Margolin, leggendario membro della Muddy Waters Band, si è concretizzata dutante il tour che ha totalizzato sold out in Francia, Germania, Olanda, Belgio, Danimarca, Ungheria, Slovenia, Serbia, Croazia e Austria. Margolin ha poi scelto la Mike Sponza Blues Convention per la produzione del suo nuovo album ufficiale pubblicato negli Stati Uniti per la Vizztone Record e distribuito in tutto il mondo da marzo 2012 (decima posizione nelle Blues Charts USA), con il quale ha ricevuto la nomination ai BMA ’12 come migliore artista di blues tradizionale. Nel 2013 esce “Mike Sponza & Orchestra”, album e dvd realizzati dal vivo con l’Orchestra Sinfonica della RTV Slovenia: brani originali di Mike arrangiati per un ensemble di 40 elementi. Il 2016 è l’anno di “Ergo Sum”, non solo un album blues, ma un progetto rivoluzionario e originalein cui la lingua e la cultura latina incontrano il blues. Nell’album, prodotto negli Abbey Road Studios di Londra, suona con Mike Sponza anche Dana Gillespie, dalla carriera artistica tanto lunga quanto prestigiosa, ricordata in particolare per la sua interpretazione della Maddalena in Jesus Christ Superstar e la sua unione artistica e sentimentale con David Bowie (è di Dana la voce in Ziggy Stardust). Negli ultimi anni Mike Sponza ha inoltre collaborato con Georgie Fame, Pete Brown, Lucky Peterson, Louisiana Red.

Sergio Marchionne lancia la Jeep e molla la Fiat

marchionne

La metamorfosi della Fiat Chrysler Automobiles si avvicina. Anzi è già cominciata. Alti profitti, debito ridotto, azioni sugli scudi in Borsa. Sergio Marchionne decanta i successi ottenuti dal gruppo automobilistico italo-americano nel 2017 e scommette sul bis nel 2018. L’amministratore delegato del gruppo automobilistico di proprietà della famiglia Agnelli il 13 aprile è stato prodigo di promesse all’assemblea degli azionisti tenuta ad Amsterdam: «Il futuro è roseo. Fca ha chiuso un altro anno di risultati straordinari». Su come realizzare questo “futuro roseo” ha dato appuntamento al primo giugno, quando illustrerà il piano industriale 2018-2022 della multinazionale al centro di Balocco, uno dei principali circuiti di collaudo del gruppo in provincia di Vercelli.

Ma arrivano le “gelate” a raffreddare gli entusiasmi: dopo anni di boom, a marzo le vendite di auto di Fca in Italia sono calate del 12,9% rispetto a un anno fa, un dato ben peggiore di quello generale di meno 5,75%. Brutta aria anche in Europa: meno 8% rispetto a un calo del 5,2% accusato dall’insieme delle case automobilistiche. E non è una novità: il trend negativo in Italia e in Europa è iniziato già lo scorso autunno per la multinazionale a cavallo dell’oceano Atlantico. Sono crollate le vendite del marchio Fiat, un tempo la testa e il cuore del gruppo, mentre sono aumentate quelle di Jeep e di Alfa Romeo.

Marcia bene, invece, il mercato degli Stati Uniti. Fca nel paese nord americano ha registrato a marzo una crescita del 13,6%, al di sopra delle previsioni, trainata soprattutto da Jeep e anche qui Fiat va male. Nel gruppo, in sintesi, viaggiano a pieno ritmo i marchi premium e arretrano quelli commerciali, i modelli delle vetture di massa. Marchionne, del resto, da anni è convinto della necessità di puntare sui brand di qualità sui quali i profitti sono maggiori, non a caso gli investimenti sono andati soprattutto su Jeep, Ferrari, Maserati e Alfa Romeo.

Si profila una profonda metamorfosi del gruppo: la Fca in futuro sarà a predominio Jeep mentre la Fiat sarà fortemente ridimensionata. Marchionne ha anticipato il ruolo centrale del marchio americano, simbolo dei fuoristrada per antonomasia, previsto nel prossimo piano industriale. Ha spiegato i motivi: ha un fascino globale, «diventerà il più grande brand del gruppo. È un marchio eccezionale su cui dobbiamo puntare». Invece «la Fiat sarà meno importante in Europa». Praticamente resteranno solo i modelli 500 e Panda che avranno delle nuove versioni entro il 2020. L’amministratore delegato italo-canadese ha messo da parte i sentimenti: «Abbiamo bisogno di fare spazio ai marchi più potenti. Non sto uccidendo la Fiat, credo che abbia un grande futuro in America Latina, e che in Europa possa contare sulla forza della 500. Ma non dobbiamo essere emotivi: la rilevanza di Fiat per il pubblico è diminuita».

È una svolta clamorosa. La Fiat, fino a qualche anno fa, era stata al centro dell’impero automobilistico degli Agnelli. Le vetture Fiat progressivamente usciranno dalla produzione senza essere rimpiazzate, probabilmente i nuovi modelli della 500 e della Panda saranno prodotti in Polonia. C’è chi teme per la sorte di Pomigliano D’Arco, Melfi, Cassino, Grugliasco, Mirafiori. Marchionne, però, conferma il progetto della “piena occupazione” negli stabilimenti italiani entro il 2018. Punta a produrre in Italia solo auto di alta gamma: Alfa, Maserati, Jeep oltre alle Ferrari. Ha annunciato: «Per la piena occupazione in Italia dobbiamo completare lo sviluppo dell’Alfa Romeo e della Maserati. È un atto dovuto, fa parte del piano da presentare a giugno». Certo mancano all’appello i nuovi modelli della casa del Biscione e di quella del Tridente. Finora l’Alfa ha avuto due sole nuove vetture su cui puntare: la Stelvio e la Giulia, macchine che stanno andando bene. L’uomo in maglione nero ha riconosciuto il problema: «Alfa è un lavoro incompiuto, nonostante il successo avuto con i due modelli, ma resta ancora un grande impegno ed altri prodotti da fare». Si parla, in particolare, del lancio di altri due suv da affiancare a Stelvio.

Si vedrà in giugno a Balocco. Sarà la prova di appello. Marchionne è riuscito nel capolavoro di fondere Fiat e Chrysler, due case sull’orlo del fallimento, e dalla somma di due debolezze è nato un gruppo in salute e competitivo. Però la capitale della multinazionale non è più Torino, il baricentro delle decisioni e della produzione si é spostato a Detroit, la sede legale è stata trasferita ad Amsterdam e quella fiscale a Londra, le azioni sono quotate a New York e a Milano. Molti lavoratori in Italia sono ancora in cassa integrazione, i pochi futuri modelli Fiat, le 500 e Panda, finiranno probabilmente in Polonia. La Lancia, un tempo un marchio prestigioso di auto di alta qualità (il mito della spider B24 Aurelia è stato immortalato da Vittorio Gassman nel film “Il sorpasso”) è ora su un binario morto e produce una sola macchina: la Ypsilon, un modello che tira forte.

L’Alfa Romeo viaggia forte: nel 2017 ha venduto oltre 150 mila auto, il 62% in più rispetto all’anno precedente. Ma siamo ancora lontani dall’obiettivo di 400 mila vetture programmato da Marchionne per dare lavoro e certezze ai lavoratori e alle fabbriche italiane. Se il quadrilatero Alfa, Maserati, Ferrari e Jeep non avrà un robusto insediamento di progettazione e produttivo in Italia sarà la fine. John Elkann, il nipote di Gianni Agnelli, loda Sergio Marchionne e lo appoggia incondizionatamente. Il presidente del gruppo nel 2010, subito dopo l’acquisto della Chrysler, disse a ‘Repubblica’: «Sogno una Fiat grande in Italia e nel mondo». Assicurò di volere «una Fiat più grande, di una grandezza che non sarà mai a scapito dell’Italia, con il cuore e la testa a Torino». Non è andata esattamente così: Torino non è più “il cuore” e “la testa” di Fca. Ma senza investimenti e nuovi modelli Alfa, Maserati, Ferrari e Jeep né Torino né il Belpaese avranno più l’industria dell’auto, né in versione utilitarie né in quella fuoriserie.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Il Condannato – Cronaca di un sequestro. Il Doc di Ezio Mauro su Aldo Moro

EZIO MAURO R4 2Roma, Bruxelles e Londra. Sono le tre grandi città in cui sarà presentato Il Condannato – Cronaca di un sequestro, il film documentario di Ezio Mauro con la regia di Simona Ercolani e Cristian Di Mattia trasmesso per la prima volta su Rai3, senza interruzioni pubblicitarie, venerdì 16 marzo in prima serata in occasione del quarantennale della strage di via Fani e del rapimento di Aldo Moro.

Dopo aver riscosso il consenso del pubblico con una media di share del 6.9% e ben 1.674.000 telespettatori, il film prodotto da Stand by Me e Rai Cinema, in collaborazione con La Repubblica, è ora protagonista di altre quattro importanti iniziative, in Italia e all’estero, in memoria dell’anniversario del sequestro e della morte dell’allora presidente della Democrazia Cristiana.

Si inizia domani, mercoledì 18 aprile alle 11.00 con la proiezione del film documentario presso l’Auditorium del MAXXI di Roma, a ingresso gratuito fino a esaurimento posti, nell’ambito del progetto 55 giorni di Aldo Moro organizzato dal museo. La proiezione sarà preceduta da un incontro di presentazione introdotto dal Presidente della Fondazione Maxxi Giovanna Melandri a cui parteciperanno l’autore Ezio Mauro e Simona Ercolani, regista.

Il 2 maggio alle 18.00 il film sarà poi proiettato a Bruxelles, nella sede del Parlamento europeo, dove ad Aldo Moro è stata recentemente intitolata una sala. L’evento, ospitato dall’onorevole Simona Bonafè, membro del Parlamento Europeo, vedrà la partecipazione del presidente di Rai Cinema Nicola Claudio che insieme ad Ezio Mauro e Simona Ercolani presenteranno il film documentario.

Il giorno dopo, il 3 maggio alle 18.00, sarà la volta di Londra, nella sede dell’Istituto di cultura italiano, dove saranno presenti anche Ezio Mauro e Simona Ercolani.

Infine il 7 maggio, il documentario tornerà a Roma per essere presentato presso il Ministero dell’istruzione con una proiezione dedicata alle scuole superiori organizzata in memoria di Aldo Moro, a pochi giorni di distanza dal 40esimo anniversario dalla sua morte avvenuta il 9 maggio 1978.

Il film documentario Il Condannato – Cronaca di un sequestro è la cronaca dei 55 giorni che sconvolsero il paese del 1978: dal sequestro del Presidente della Democrazia Cristiana, avvenuto il 16 marzo in via Fani, in un feroce agguato dove furono uccisi gli agenti della sua scorta (i carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e i tre poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) fino alla drammatica conclusione in via Caetani, il 9 maggio 1978, dove venne rinvenuto il corpo senza vita di Aldo Moro in una Renault 4 rossa.

Ezio Mauro comincia il suo racconto dal giorno precedente a quel fatidico 16 marzo 1978. Le Brigate Rosse, l’organizzazione terroristica di estrema sinistra costituitasi nel 1970, sono ormai agli ultimi preparativi del rapimento, mentre Aldo Moro si prepara alla cruciale giornata politica che lo aspetta l’indomani in Parlamento. Il suo progetto politico sta per compiersi con la fiducia al Governo di solidarietà nazionale presieduto da Giulio Andreotti. Sono gli ultimi frammenti di vita da uomo libero del più importante uomo politico italiano. Dopo ci sarà solo il buio della “prigione del popolo”. 55 giorni attraversati dalla schizofrenia di un paese posto di fronte alla decisione più difficile di sempre: trattare o non trattare con i terroristi.

Ezio Mauro racconta gli eventi di quei mesi attraversando Roma: da via Mario Fani, luogo del rapimento, fino al covo delle Brigate Rosse di via Camillo Montalcini, sede della ‘prigione del popolo’, dove venne segregato l’Onorevole Moro. La ricostruzione vede la sua drammatica conclusione nel centro storico capitolino, tra la sede della Democrazia Cristiana a Piazza del Gesù, e quella del PCI in via delle Botteghe Oscure: via Michelangelo Caetani, dove viene rinvenuto il corpo senza vita del presidente della Democrazia Cristiana.

Il racconto di Ezio Mauro è impreziosito da materiali di repertorio unici. Le lettere autentiche scritte dal Presidente, i comunicati originali delle BR, le armi usate dai brigatisti per eseguire la sentenza e le automobili diventate simbolo della vicenda: la Fiat 130 in cui viaggiava Moro il giorno del sequestro, l’Alfetta della scorta crivellata dai colpi e la Renault 4 rossa. Inoltre, foto d’epoca selezionate da vari archivi fotografici e il repertorio video dell’Archivio del Movimento Operaio, fino ai servizi originali dei telegiornali Rai scelti grazie a un attento lavoro di ricerca e documentazione.

Nel film documentario si alternano tre tipologie di interviste: le interviste on location ai testimoni diretti degli eventi più significativi; le conversazioni di Ezio Mauro con quattro dei protagonisti più importanti del caso Moro come il figlio Giovanni, Nicola Rana segretario particolare di Moro per quasi 25 anni, il Sostituto Procuratore Luciano Infelisi che ha guidato le indagini, oltre alla ex-brigatista Adriana Faranda, che partecipò al sequestro facendo da “postina” per le lettere di Moro e i comunicati delle BR. Ci sono poi le testimonianze di personaggi che attraverso i loro ricordi forniscono dettagli storici e umani di quei 55 giorni, come l’ex Presidente Giorgio Napolitano ai tempi Senatore del PCI e primo comunista italiano a essere invitato e accolto negli USA; Claudio Signorile che prese parte alle trattative del PSI con le Brigate Rosse; Giovanni Ricci figlio di Domenico, autista di Aldo Moro, morto nell’agguato del 16 marzo 1978; Luigi Zanda nel ’78 Segretario-portavoce di Francesco Cossiga, l’uomo più vicino al Ministro dell’Interno; Giuseppe Pisanu nel ’78 Deputato DC e Capo della Segreteria politica nazionale della DC, guidata da Benigno Zaccagnini e molti altri.

Una cronaca rigorosa e coinvolgente di quei giorni del 1978 per rivivere una delle pagine più dolorose della storia italiana. Una storia firmata da Ezio Mauro con la regia di Simona Ercolani e Cristian Di Mattia, prodotta da Stand by Me e Rai Cinema, in collaborazione con La Repubblica.

Città-globali e nuove forme di disuguaglianza

città globaleLa maggioranza della popolazione del mondo oggi vive nelle città, per cui si può dire che il modo di vivere urbano permea di sé e condiziona l’intera vita umana sul pianeta. La globalizzazione, col suo flusso di idee, uomini e capitali ha attribuito alle città una dimensione planetaria, dando origine alle città-globali (o città-mondo).

Le attività prevalenti nelle città-globali sono quelle finanziarie e di servizio, che si concentrano nei luoghi in cui più facilmente possono essere riunite e organizzate le competenze necessarie per produrre i servizi che a quelle attività fanno capo, piuttosto che badare al colore della pelle e ai Paesi d’origine dei portatori di quelle competenze.

Le città in cui vivono coloro che lavorano nel mondo della finanza e dei servizi si modellano in funzione dei loro bisogni; ma, in quegli stessi luoghi, cresce il numero di quelli che lavorano, in condizioni marginali, per consentire lo svolgimento delle attività finanziarie e di servizio. Le città-globali hanno aumentato la loro popolazione e contemporaneamente hanno subito una riduzione drastica delle attività reali che, sino alla metà del secolo scorso, costituivano la ragione della loro crescita; nella fase attuale dell’evoluzione dell’economia-mondo, le produzioni materiali utili al “mantenimento” delle città-globali sono state delocalizzate altrove, rendendo le economie dei Paesi emergenti fornitrici di tutto ciò di cui le città-globali abbisognano.

Inoltre, queste città tendono a diventare autonome, organizzandosi nella forma di “città-Stato”, ostacolando la tradizionale funzione regolativa del vivere insieme dello Stato-nazione e arrivando in alcuni casi a sostituirlo, non solo nella formulazione delle politiche più convenienti per l’intera nazione, ma anche nello stabilire le linee di politica estera, valutate più convenienti rispetto alle reti di relazioni che esse, le città-globali, hanno costruito con le altre città sparse per il mondo; nel loro insieme, esse costituiscono il sistema dei “nodi” sottostanti il regolare svolgimento del processo di globalizzazione delle economie nazionali.

Le città-globali hanno, inoltre, formato il proprio anche il management urbano, per strutturare la forma della città, al fine di renderla attraente di risorse e di funzioni esterne, nonché di investimenti infrastrutturali, materiali e immateriali; il nuovo management urbano ha provveduto anche a privatizzare gran parte del patrimonio e dei sevizi urbani e acquisito il diretto controllo del mercato immobiliare, verso il quale viene indirizzata preferibilmente la ricchezza finanziaria degli operatori localizzati nelle mega-città.

Le città-globali sono importanti, nell’attuale fase dell’evoluzione del modo capitalistico di produrre, perché esse assicurano coesione all’economia mondiale; al riguardo, va tenuto presente che non avrebbe senso pensare che la globalizzazione delle economie nazionali si sia affermata solo perché sono cresciti i traffici internazionali. Le modalità di svolgimento dei traffici mercantili e finanziari attuali non sono la conseguenza di una pura e semplici lievitazione quantitativa dei traffici, come è accaduto nelle prime fasi in cui si è consolidato ed espanso il commercio internazionale; oggi, l’aumento dei traffici, connesso all’espansione del processo di globalizzazione, corrisponde a un mutamento radicale del regime di governo dell’economia internazionale, tenuta insieme dal sistema dei “nodi” espressi da tutte le città-globali del mondo.

Il mutato regime è riconducibile al fatto che la ridistribuzione spaziale delle attività produttive, che è alla base della globalizzazione, può risultare compatibile con uno stabile funzionamento dei mercati, soltanto grazie alla fruizione di molti servizi essenziali, tra i quali sono imprescindibili quelli resi dalle istituzioni finanziarie globali. Inoltre, come si è detto, le città-globali sono i luoghi nei quali sono localizzati i centri che provvedono ad offrire i servizi avanzati di cui abbisognano le imprese per essere connesse all’interno dei mercati internazionali.

L’erosione causata dall’economia globalizzata, ai danni delle pubbliche amministrazioni operanti quando l’economia internazionale si riduceva solo al commercio internazionale, ha comportato che le attività produttive di servizi speciali (finanziari e non), necessari alla coesione della nuova economia internazionale, si siano concentrate nelle città-globali. Esse, quindi, sono il risultato di una combinazione della dispersione spaziale delle attività economiche e della loro integrazione unitaria all’interno delle città-globali.

Un’analisi dell’impatto che la globalizzazione ha esercitato sulla riorganizzazione delle grandi città del mondo è offerta, tra i molti, da Anthony King con riferimento alla città di Londra. L’autore, docente presso la Columbia University di New York, in “Global cities. Post-imperialism and the internationalization of London”, descrive le tendenze evolutive che hanno caratterizzato la città di Londra; tendenze che hanno assunto il valore di paradigma, ovvero di modello di riferimento per valutare effetti positivi e negativi che le grandi città hanno causato sulla vita sociale dei Paesi ai quali appartengono.

Alla fine del diciassettesimo secolo, Londra era la maggiore città d’Europa e la sua struttura economica era, per la maggior parte, fondata sul commercio, piuttosto che sulle attività di trasformazione industriale. La conseguenza della prevalente attività commerciale è stata la costruzione della struttura portuale di Londra che, all’inizio del diciottesimo secolo, occupava circa un quarto della propria popolazione. L’espansione del commercio ha creato i presupposti per la crescente importanza della “City of London” e della sua trasformazione in una delle basi della rivoluzione industriale e, all’inizio del XIX secolo, nel centro di riferimento mondiale per le attività finanziarie.

Dopo il 1815, la combinazione degli effetti della rivoluzione industriale e di quelli della sconfitta di ogni forma di opposizione all’egemonia mondiale del Regno Unito ha avuto come esito l’emersione di una nuova forma di governance dell’economia mondiale, che ha imposto la costituzione di un centro direzionale cui demandare la funzione di regolatore i flussi degli scambi internazionali. Questo funzione, a partire dalla metà del diciannovesimo secolo, è stata svolta dalla “City”, potenziandosi con l’espansione della sua attività d’investimento all’interno del vasto impero britannico. L’importanza e il ruolo egemonico della “City” è durato per tutta la seconda metà del XIX secolo e per i primi anni del XX; le due guerre mondiali hanno segnato il suo ridimensionamento, durato lungo i primi decenni successivi al 1945.

La “City” ha però incominciato a ricuperare il suo ruolo internazionale a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso ed ha continuato a consolidarlo via via che è iniziato ad allargarsi e ad approfondirsi il processo di globalizzazione delle economie nazionali. La “City” ha potuto così ricuperare la propria antica funzione, specializzandosi nelle conduzione di attività finanziarie e di servizio, riuscendo a sostituire la dipendenza dalla sterlina con un suo più largo inserimento nel mercato internazionale dei capitali. In tal modo, la “City” ha potuto riproporre la sua internazionalizzazione, attraverso due vie: da un lato, concorrendo a rinforzare il grado di internazionalizzazione dell’economia del proprio Paese e, dall’altro lato, specializzandosi, più di ogni altro centro operativo del mondo, nella produzione di servizi per il mercato internazionale. In tal modo, essa ha potuto assicurarsi ritorni in termini di reddito, direttamente proporzionali alla crescita economica di tutti gli altri Paesi integrati nell’economia mondiale.

La crescita del volume degli scambi internazionali è stata considerata il miglior viatico per una continua espansione del ruolo della “City” nel mondo e per il continuo miglioramento delle sue fortune economiche e di quello delle istituzioni che in essa si sono concentrate. E’ per questa via che la “City” ha potuto identificarsi in un quartiere di Londra che non dipende dall’amministrazione comunale, in quanto costituisce una realtà a parte.

Si tratta di un’entità istituzionale a sé stante, espressa dalla “City of London Corporation”, che ha un suo sindaco, un suo organo consiliare composto da 100 membri, suoi magistrati e proprie forze dell’ordine. L’elezione dei consiglieri è prerogativa dei pochi residenti e dei rappresentanti delle molte istituzioni economiche presenti nell’area d’insediamento. Secondo molti osservatori, si tratta del più grande paradiso fiscale del pianeta che, se per un verso ha contribuito a rilanciare l’economia inglese, per un altro verso ha originato molti effetti negativi.

Questi ultimi sono derivati dal generale spostamento dell’attività economica verso un’economia di servizi e dal declino dell’industria manifatturiera. Il nuovo tipo di attività economiche prevalenti ha rimodellato l’offerta dei posti di lavoro; la nuova offerta ha risentito in maniera crescente del fatto che buona parte del processo produttivo, che tradizionalmente era svolto in fabbrica, si sia diviso, grazie all’avvento dell’informatica, tra i centri che forniscono i servizi altamente specializzati, da un lato, e un centro direttivo responsabile dell’organizzazione della loro produzione e distribuzione, dall’altro. In conseguenza di ciò, la nuova forma assunta dalla crescita economica, man mano che il processo di globalizzazione si è espanso ed approfondito, ha trasformato le caratteristiche del mercato del lavoro, il cui funzionamento è divenuto sempre più complesso, a causa, oltre che della presenza della crescente forza lavoro disoccupata, anche di quella di consistenti quote di manodopera immigrata.

La trasformazione dell’economia del Regno Unito in un’economia dominata dalla produzione di servizi ha avuto, inoltre, un impatto negativo sul piano distributivo; molte indagini compiute al riguardo, hanno rilevato che, a differenza di quanto è avvenuto nei residui comparti produttivi manifatturieri, le rimunerazioni sono cresciute solo in quelli produttivi di servizi; coloro che hanno condotto le rilevazioni concordano sul fatto che il venir meno della centralità delle attività manifatturiere ha posto fine al funzionamento del meccanismo distributivo fondato sul grande patto tra capitale e lavoro di keynesiana memoria. Sin tanto che le attività manifatturiere hanno avuto un peso rilevante nel processo di crescita, la distribuzione del prodotto sociale è avvenuta secondo una dinamica che vedeva coinvolti anche i comparti delle attività più periferiche dell’economia. Il meccanismo equitativo sul piano distributivo è stato interrotto dall’egemonia acquisita dai nuovi comparti produttivi specializzati solo nella produzione servizi.

Quanto è accaduto nel Regno Unito, con l’avvento della città-globale di Londra, non è che lo specchio di quanto è avvenuto in tutti gli altri Paesi in cui è prevalsa la tendenza a fondare la crescita sullo sviluppo delle attività produttrici di servizi, in funzione della dinamica del mercato globale. Non casualmente, l’attuale situazione economica e sociale attuale, oltre che politica, vissuta dal Regno Unito, presenta i sintomi di un altro grande sistema economico, quello degli Stati Uniti d’America, che ha privilegiato per lungo tempo la produzione di servizi a scapito delle attività manifatturiere.

Vien fatto di pensare che anche Theresa May, come Trump negli USA, debba correre ai ripari per riequilibrare una situazione economica ampiamente squilibrata, pensando che con provvedimenti protezionistici possa essere ricuperata la stabilità economica e sociale che il “corpus” ingombrante della città-globale di Londra è valso a sacrificare. Forse la stessa Brexit è, in parte, da ricondursi all’esigenza dell’intero Regno Unito di porre rimedio ai pesanti squilibri economici dei quali esso soffriva da tempo, dopo il ridimensionamento della vecchia “City”, per aver privilegiato la continua crescita dei comparti produttivi di servizi a scapito dei quelli manifatturieri. Anche il malcontento degli scozzesi e dei gallesi (a parte i cittadini dell’Ulster, prevalentemente preoccupati di conservare la propria separazione da quelli dell’Eire) non è estraneo ai guasti causati dalle scelte economiche e politiche degli inglesi; ne è spia il fatto che scozzesi e gallesi siano sempre stati, e continuino ad esserlo, molto critici riguardo alla fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Gianfranco Sabattini

Brexit: “Fatti progressi, ma ancora non sufficienti”

Europarlamento

I mercati reagiscono con cautela sulla piazza di Londra, mentre la sterlina vola di fronte alla prospettiva d’un accordo sul conto di divorzio fra Londra e Bruxelles, da 50 miliardi di euro o giù di lì, e d’una possibile prima schiarita nei negoziati sulla Brexit. Ma nel mondo politico britannico partono già siluri incrociati contro il governo Tory di Theresa May, destinata a finire sotto il fuoco sia dei filo-Ue, sia degli euroscettici.

Fra i primi si fa sentire subito Tom Brake, responsabile del dossier Brexit per i LibDem, secondo il quale “45 miliardi di sterline saranno il prezzo che il Paese dovrà pagare per colpa dei ministri (brexiteers) Johnson e Gove e la loro illusoria visione di un nuovo Impero Britannico post Brexit”. Parole a cui fanno eco diversi deputati laburisti, sullo sfondo delle prime interpellanze “urgenti” nei confronti del governo ai Comuni, o ancora i messaggi di Open Britain, combattiva piattaforma che raduna sostenitori di ‘Remain’ sconfitti al referendum del giugno 2016. La sintesi di Jonathan Freedland, commentatore liberal del Guardian, è che alla fine della fiera si tratterà di “un imperdonabile spreco di denaro” pubblico per il Regno.

Considerazione che, per ragioni opposte, fa peraltro pure l’ex leader euroscettico dell’Ukip Nigel Farage, definendo “una svendita del tutto inaccettabile” il versamento di “una somma di tale entità in cambio di nient’altro che d’una promessa senza garanzie di una soluzione decente” futura sulle relazioni commerciali. “Io ho sempre detto che nessun accordo era meglio di un cattivo accordo – insiste Farage, invocando l’abbandono del negoziato – e questo, non sbagliamoci, è un cattivo accordo: anzi, non è neppure un accordo”. Per l’Ue, è la conclusione polemica di Farage, “Natale sta arrivando in anticipo”.

E mentre il commissario Ue all’Agricoltura, l’irlandese Phil Hogan, risponendo alle domande dei giornalisti afferma che “così come ci sono stati movimenti in queste ultime 24 ore sulla questione del regolamento finanziario, nei prossimi giorni qualcosa si muoverà anche sulla questione delle frontiere irlandesi”, l’Europarlamento chiede a Barnier, “dei progressi supplementari” sulla Brexit. In una lettera a Michel Barnier, capo-negoziatore per l’Unione Europea sulla Brexit, i leader del Parlamento europeo infatti affermano che nei negoziati con il Regno Unito ci sono stati progressi, ma non sufficienti per decidere di passare alla seconda fase sulle relazioni future e il periodo transitorio. Nella lettera firmata dal coordinatore per la Brexit dell’Assemblea di Strasburgo, Guy Verhofstadt, l’Europarlamento sottolinea che i progressi non sono sufficienti né sui diritti dei cittadini, né sulla frontiera tra Repubblica di Irlanda e Irlanda del Nord.

Luigi Grassi

PAURA A LONDRA

londra3Torna il terrore a Londra: un ordigno rudimentale è esploso su un convoglio della metropolitana nella stazione di Parsons Green causando 22 feriti, tra cui anche bambini, per fortuna nessuno grave. La Polizia ha subito riconosciuto che si ètrattato di un attentato, il quinto quest’anno in Gran Bretagna. Un secondo ordigno sarebbe stato disinnescato dagli artificieri mentre si dà la caccia a un uomo in fuga che sarebbe armato di coltello.

L’attacco è avvenuto alle 8,20 del mattino lungo la linea verde del Tube, la District Line, tra le più trafficate della capitale britannica, in una carrozza affollata di pendolari. La premier, Theresa May, ha convocato una riunione del comitato di emergenza Cobra. Il ministro degli Esteri, Boris Johnson, ha invitato a mantenere “la calma” e a non cedere al panico. Il sindaco, Sadiq Khan, ha assicurato che Londra, come ha dimostrato più volte nel passato, non si farà intimidire e sconfiggerà il terrorismo.

L’ordigno era nascosto in un secchio all’interno di una busta per surgelati, con lucine di Natale che erano state collegate a una batteria nella parte superiore: è esploso solo parzialmente, provocando una fiammata, ma ha provocato il panico e la fuga precipitosa. Testimoni hanno descritto “una palla di fuoco” all’interno del vagone, i feriti hanno riportato ustioni al volto, alle gambe, ad alcuni hanno preso fuoco i capelli.

L’inchiesta viene coordinata da Scotland Yard ed è stata affidata all’antiterrorismo, con la collaborazione di centinaia di inquirenti, ma anche degli uomini dell’MI5, i servizi segreti. L’intera zona è stata isolata mentre i servizi di emergenza invitavano i londinesi a evitare l’area. La polizia ha chiesto a tutti di scaricare video o foto relativi all’attacco e ai momenti precedenti e successivi su un sito dedicato. “Potete fare la differenza”, è il messaggio lanciato su Twitter dagli inquirenti specializzati. La polizia ha anche invitato i cittadini a segnalare ogni comportamento sospetto e a chiamare il 999 in caso di emergenza.

Dall’altro capo dell’Atlantico, è arrivata la reazione del presidente americano, Donald Trump, che ha parlato di “un altro terrorista ‘sfigato'”. “Sono persone malate e dementi che erano già tenute d’occhio da Scotland Yard””, ha osservato polemicamente il presidente americano, “bisogna essere più attivi!”. Il “terrorismo”, ha aggiunto, “deve essere affrontato in maniera molto più dura” ha aggiunto, “Internet è il loro terreno di reclutamento che dobbiamo smantellare e utilizzare meglio”. Il presidente statunitense ha aggiunto che i terroristi “sono persone malate e pazze”.

SANGUE SU SANGUE

LONDRA

Due attacchi nel giro di poche ore. Uno a Londra nella notte e un secondo a Parigi nel primo pomeriggio sugli Champs-Elysees dove un uomo con la propria aiuto si è diretto volontariamente contro un furgone della gendarmeria. L’automobile era carica di bombole di gas ed è esplosa. Un atto “deliberato” contro i gendarmi, affermano fonti: “È terrorismo” e l’inchiesta è stata affidata alla procura antiterrorismo e alla DGSI, i servizi. L’uomo che si è deliberatamente diretto contro il furgone di gendarmi è stato estratto dalla sua auto ed è morto successivamente. L’uomo è già conosciuto alle forze dell’ordine. Nato nel 1985 ed è schedato S, sigla riservata per i sospetti radicalizzati.

A Londra una persona è morta e una decina sono rimaste ferite, tre delle quali sono gravi, a causa di un furgone, piombato su un gruppo di fedeli musulmani, che avevano da poco lasciato la moschea al termine delle preghiere del Ramadan. È accaduto a Seven Sisters Road, vicino a Finsbury Park, a nord di Londra, in una zona dove ci sono almeno quattro moschee.

La polizia ha arrestato un uomo, Darren Osborne, 47enne. Il viceministro Ben Wallace citato dalla radio 4 della Bbc ha affermato che l’aggressore non era noto ai servizi di sicurezza britannici.

Quello di Finsbury Park è stato “un attacco terroristico”: ha detto un portavoce di Scotland Yard, dando la conferma ufficiale. “La lotta al terrorismo continua”, ha aggiunto il portavoce, che ha chiesto alla popolazione londinese di collaborare qualora abbia informazioni. Il portavoce ha confermato che il terrorista ha agito da solo, non c’era nessun altro nel furgone, e ha chiesto ai “londinesi di unirsi contro coloro che vogliono dividerci”.

“A tempo debito sarà sottoposto a una perizia psichiatrica”, ha fatto sapere ancora la polizia. Al momento non ci sono altri sospetti, ha aggiunto Scotland Yard, ma l’inchiesta va avanti. Il furgone, affittato in Galles, è piombato sulla folla di fedeli poco dopo passata la mezzanotte, intorno alle 12:20 ora locale, al termine del ‘taraweeh’, le preghiere che si fanno a tarda notte durante il mese sacro del Ramadan. Un gruppo di persone si era radunato per prestare soccorso a una fermata di autobus a una persona anziana, un uomo caduto a terra, forse per l’eccessivo caldo. “Ero lì. L’uomo respirava a fatica, stavamo cercando di aiutarlo”, ha raccontato un testimone, “poi è arrivato questo furgone, ci è arrivato dritto sopra e ci ha travolti. Poi l’uomo è uscito dal veicolo ed è venuto verso di me. Sono riuscito a bloccarlo a terra e tirava pugni, urlando: ‘Uccidetemi, uccidetemi. Ucciderò tutti i musulmani”. No, non è stato un incidente”. Secondo testimoni, l’uomo sarebbe stato protetto dal linciaggio da un imam accorso sul posto.

Il premier, Theresa May, ha riferito che la polizia sta trattando l’accaduto come “un potenziale attacco terroristico”. May ha annunciato una riunione del comitato di emergenza Cobra. Il leader laburista, Jeremy Corbyn, si è detto solidale con la comunità colpita (Islington North è proprio la circoscrizione elettorale in cui viene eletto in Parlamento). Il Consiglio Musulmano della Gran Bretagna ha parlato di “violenta manifestazione” di islamofobia e ha chiesto misure di protezione rafforzate per le moschee.

Il sindaco di Londra, il musulmano Sadiq Khan, invece ha parlato di “orribile attentato terroristico”: “Se l’accaduto appare come un attacco contro una particolare comunità, esattamente come i terribili attentati di Manchester, Westminster e London Bridge, altresì si tratta di un attacco contro tutti i nostri valori condivisi di tolleranza, libertà e rispetto”. Un appello alla calma” è stato rivolto dal Muslim Welfare House, il centro islamico situato proprio a Seven Sisters Road.

La moschea di Finsbury Park era diventata tristemente famosa una decina di anni fa per i sermoni incendiari dell’imam egiziano, Abu Hamza, che nel 2005 è stato condannato all’ergastolo. Intanto i siti web jihadisti, dando notizia dell’accaduto, stanno spronando alla reazione: “Musulmani, dovete svegliare la guerra nelle strade”; e si interrogano sul perché la polizia sarebbe intervenuta in ritardo. In Gran Bretagna, in questi anni, “c’è stata troppa tolleranza nei confronti dell’estremismo” ha  detto la premier Theresa May. Un attacco che ha definito “ripugnante esattamente come gli altri atti di terrorismo che hanno colpito il Regno Unito, dalla strage di Manchester del 22 maggio all’attentato di London Bridge e Borough Market del 3 giugno”. E poi ha affermato che la lotta la terrorismo andrà avanti: “Non ci fermeremo davanti a nulla.

Nel pomeriggio la premier conservatrice Theresa May è arrivata alla moschea di Finsbury Park. Sul posto è arrivato anche il leader laburista, Jeremy Corbyn, per partecipare a una preghiera collettiva per le vittime. Presenti anche leader religiosi cristiani, ebrei e di varie fedi, accanto ai responsabili islamici della moschea.

Scotland Yard, ha assicurato la comandante della polizia nella capitale britannica, Cressida Dick, si impegna a “proteggere i musulmani” nei loro luoghi di preghiera a Londra, rafforzando la sorveglianza fin dai “prossimi giorni”. Dick ha definito l’accaduto “un terribile, terribile attacco” e ha ribadito che esso appare “chiaramente un attacco terroristico”. E poi la polemica tutta politica: Basta tagli a Scotland Yard. Il sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan, se la prende con i pesanti tagli per la sicurezza fatti dei Tory. “Lo vado dicendo da 13 mesi – ha sottolineato Khan – che sono preoccupato per le risorse alla Met Police”. “Il mio messaggio al governo è: i vostri piani per ulteriori tagli da 400 milioni di sterline non sono sostenibili”, ha concluso il sindaco.