La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

di-maio-755x515

Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

Primo articolo – Segue

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Vaccini, ora inventano l’obbligo flessibile

vaccini-

La circolare Grillo non potrà valere all’inizio di quest’anno scolastico, ma a settembre sui banchi verrà applicata la legge Lorenzin. In attesa dell’eventuale varo definitivo del Milleproroghe. Lo affermano i presidi, che oggi, con una delegazione guidata dal presidente Antonio Giannelli, hanno avuto un incontro al Ministero della Salute.

Pressapochismo al governo. La norma sui vaccini è un esempio chiaro di quanto le idee siano confuse. Il ministro della Salute si trova in mezzo ai vortici causati dalla linea ondeggiate di Lega e 5 Stelle che negli ultimi mesi hanno sempre sparato contro i vaccini accarezzando il pelo ai no vax. Ma ora sono al governo. E non devono solo abbaiare alla luna ma anche produrre soluzioni razionali e non per farsi belli davanti a qualche elettore.

E sulla salute non si scherza. Per ora, incapaci di soluzioni razionali e concrete,  cercano di temporeggiare. Il decreto del Ministro Grillo ne è un esempio. “Abbiamo depositato ieri – ha detto – la proposta di legge della maggioranza in cui spingeremo per il metodo della raccomandazione che è quello che noi prediligiamo da un punto di vista politico, nel quale prevederemo delle misure flessibili di obbligo sui territori, e quindi anche nelle regioni e nei comuni dove ci sono tassi più bassi di copertura vaccinale o emergenze epidemiche. Sebbene mi prendano in giro su questo punto, l’idea di un obbligo flessibile a seconda dei territori è l’idea più sensata”.

Ma la critica dei presidi continua: “L’Associazione nazionale presidi – affermano in una nota – è totalmente apartitica, abbiamo criticato i governi di tutti i colori, noi ci orientiamo e diamo giudizi secondo la nostra coscienza e la conoscenza dell’organizzazione scolastica per tutelare la salute pubblica e il diritto all’istruzione”. Il presidente dell’Anp, Antonello Giannelli, replica così al ministro della Salute.

Per quanto riguarda la circolare congiunta Bussetti-Grillo che estende l’autocertificazione per i vaccini all’anno scolastico 2018-2019, Giannelli ha osservato: “Conveniamo sulle buone intenzioni di semplificare la vita dei genitori,  ma temiamo che si risolva in una complicazione. Nell’anno scolastico 2017-2018 l’autocertificazione era prevista dalla legge in via temporanea perché c’era un’enorme quantità di vaccini da somministrare, ma adesso il grosso è stato fatto, non ci saranno più lunghi tempi di attesa e non bisogna disperdere il lavoro fatto. L’autocertificazione in questa situazione ha l’unica ratio che un genitore non ci va proprio alla asl, e questo è fuori legge”.

I presidi ricordano che al momento resta in vigore il decreto Lorenzin con stabilisce che da 0 a 6 anni non si entra in classe senza le vaccinazioni obbligatorie. “Invito genitori ad andare alla asl, a fare vaccinare i loro figli perché lo dice la legge e l’ha ripetuto ieri anche il presidente del Consiglio Conte e a consegnare alla scuola il certificato rilasciato dalla struttura sanitaria”. Ma che succede se un genitore di un bambino sotto i 6 anni arriva a scuola a settembre portando soltanto un’autocertificazione? “Il preside farà i suoi controlli contattando la asl – conferma Giannelli – e se qualcosa non va non ammetteremo il bambino in classe”. Giannelli, comunque, da’ atto al ministro Grillo che l’incontro avvenuto ieri al dicastero è stato “cordiale e proficuo”: “c’è stata una grande disponibilità dell’amministrazione sanitaria ad ascoltarci e a trovare insieme soluzioni”.  Autocertificazione non utilizzabile in sanità La circolare Grillo-Bussetti, che prevede l’autocertificazione per i vaccini, “non solo confligge con la vigente normativa sulla certificazione delle vaccinazioni obbligatorie, ma contrasta con il DPR 445/2000 che recita ‘I certificati medici, sanitari … non possono essere sostituiti da altro documento”. Lo afferma il Collegio dei professori universitari di pediatria. Posizione sostenuta anche dai presidi: l’autocertificazione non è “utilizzabile in campo sanitario se non a seguito di espressa previsione legislativa”.

Edoardo Gianelli

Fassino, Ds superstite del Pd renziano in crisi

Tenace, meticoloso, sensibile, iroso. Piero Fassino pare destinato a restare sempre da solo in trincea. Nel 2001 prese sulle sue spalle i malandati Ds. Walter Veltroni si era dimesso da segretario per fare il sindaco di Roma e Massimo D’Alema si era dedicato alla politica internazionale dopo le sconfitte elettorali patite da presidente del Consiglio. Fassino divenne segretario, si prese le critiche dei massimalisti girotondini, e “pedalò”. Rimise in sesto il partito e lo portò alla fusione con la Margherita di Francesco Rutelli. Così nel 2007 nacque il Pd, la speranza del centro-sinistra. Veltroni rispuntò: lasciò il Campidoglio e divenne il primo segretario dei democratici.

Ora la storia si ripete. Fassino è praticamente rimasto l’unico esponente del gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds a restare nel Pd con il segretario Matteo Renzi. D’Alema si è candidato come senatore nel Salento per Liberi e uguali, la lista di sinistra guidata da Pietro Grasso. Veltroni è restato nei democratici ma è defilato, si dedica a scrivere libri e a fare il regista. Fabio Mussi, Claudio Petruccioli, Livia Turco, Cesare Salvi sono scomparsi dai radar della politica (Marcello Stefanini è morto oltre 20 anni fa). Fassino è l’unico superstite ex Ds del Pd renziano. In particolare è il solo superstite del gruppo dei quarantenni berlingueriani artefici nel 1989-1991 della difficile metamorfosi del Pci nel Pds, il cambiamento di nome e di identità del partito realizzato da Achille Occhetto dopo il crollo del comunismo.

Fassino, invece, è restato nel Pd e si è candidato in Emilia, la regione “rossa” nella quale avrà una sfida più o meno complicata e ravvicinata con l’emiliano Pier Luigi Bersani, candidato invece per Liberi e Uguali, anche lui uscito dal Pd da sinistra contestando la “subalternità” di Matteo Renzi alle “proposte della destra”. Fassino è prezioso per Renzi: è l’unico uomo nel partito in grado di tamponare l’emorragia di voti di sinistra verso Liberi e Uguali, verso l’astensione e verso la protesta grillina. L’ex sindaco di Torino, ex ministro della Giustizia e del Commercio estero, ha fatto di tutto prima per evitare la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza e poi per costruire una alleanza di centro-sinistra con la quale affrontare le elezioni politiche del 4 marzo. Ma la sinistra di Liberi e Uguali ha bocciato ogni tipo d’intesa. L’incarico di mediatore, affidatogli da Renzi, è fallito nell’obiettivo di un grande accordo di centro-sinistra: comunque è nata una “piccola coalizione” con il Pd da una parte e dall’altra Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin. Una “piccola intesa” che potrebbe salvare l’onore del Pd renziano, dato dagli ultimi sondaggi in caduta intorno al 23% dei voti (si sommerebbe il 4% degli alleati minori).

Fassino, 68 anni, piemontese di Avigliana, ha una storia personale e familiare profondamente radicata a sinistra. Proviene da una famiglia socialista ed antifascista, suo nonno fu tra i fondatori del Psi, lui a 20 anni si iscrisse al Pci. Fu a lungo segretario della federazione comunista di Torino. Ha sempre avuto un’impostazione di sinistra riformista, anche quando si trattava di affrontare i problemi di Mirafiori e del colosso Fiat guidato da Gianni Agnelli. Un suo maestro fu il dirigente sindacale Aventino Pace che amava ripetere: «Quando in fabbrica c’è un problema o lo risolvi tu o lo risolve il padrone».

Adesso si sta impegnando nella campagna elettorale in Emilia, lontano dal suo Piemonte: «A Torino un lungo ciclo è giunto al termine. C’è una nuova generazione». È combattivo ma non vuole guerre a sinistra: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra».

È alto e magro: 1,92 centimetri di altezza per un peso di 66 chili. È molto sensibile al fascino femminile. Ha raccontato che il nervosismo gli blocca l’appetito: «Quando sono sotto stress perdo interesse per i sapori, sedermi a tavola diventa soltanto un atto che cerco di impormi, mi dimentico di mangiare». Ha raccontato: «Quanti pasti ho saltato quando il Pci si è sciolto nell’89 alla Bolognina, quando i Ds si sono uniti al Pd nel 2007, quando abbiamo perso alle elezioni del 2008…». Gli succedeva lo stesso a scuola da ragazzo: gli passava la fame quando doveva affrontare una interrogazione impegnativa alle medie o al liceo dai gesuiti. Ora il blocco allo stomaco si ripeterà in questa difficile campagna elettorale nella quale i suoi compagni di una vita sono diventati competitori e avversari.

Ma è tenace. Nel 2001 riuscì a salvare i Ds dalla disgregazione lanciando lo slogan «O si cambia o si muore». Adesso per il Pd renziano si presenta un rischio analogo, anzi maggiore, di sfaldamento.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Contro Matteo Renzi la gara delle “spallate”

renzi bersani

Giù, sempre più giù. Matteo Renzi va sempre più giù nei sondaggi elettorali. Il Pd perde voti verso sinistra, verso destra e verso l’astensione: adesso è dato dalle ultime rilevazioni sul 24% dei voti, sotto il 25% dell’era Bersani, ben lontano dal 30% di un anno fa. Sommando il 4% dei consensi dei possibili alleati minori (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), il centro-sinistra arriverebbe al 28%.

Il M5S, invece, sarebbe nettamente il primo partito italiano con il 27% mentre il centro-destra potrebbe vincere le elezioni politiche del 4 marzo con il 36%. La sinistra di Pietro Grasso, in netta contrapposizione con il segretario democratico, otterrebbe il 6%.

Avversari esterni ed interni, alleati, ex alleati ed ex compagni picchiano duro su Renzi. Il Pd, fino a poco tempo fa il partito egemone del sistema politico italiano, s’indebolisce sempre di più. Lo spartiacque della crisi è stata la disfatta subita da Renzi nel referendum sulla riforma costituzionale, bocciata il 4 dicembre 2016 da quasi il 60% degli italiani.

Da allora sono cominciati i guai: Renzi ha perso la presidenza del Consiglio; ha subito da sinistra la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza; è contestato sia sul piano politico (le scelte “subalterne” al centro-destra di Silvio Berlusconi) sia sul piano personale (la gestione “autocratica” del partito).

L’ex presidente del Consiglio continua a difendere “le riforme strutturali” del suo governo (lavoro, scuola, pubblica amministrazione, fisco) che hanno fatto “ripartire l’Italia”, ma ha perso il magnetismo e la carica innovativa di quattro anni fa. Il segretario del Pd è sotto un fuoco incrociato. Micidiali spallate arrivano dagli ex compagni di partito, ora sostenitori di Liberi e Uguali di Grasso. Massimo D’Alema parla dell’esistenza di «un gruppo di potere» formatosi nel Pd e «il capo è Matteo Renzi». Roberto Speranza nega di nutrire “odio” ma lo accusa di «aver tradito il suo popolo» perché «ha inseguito la destra».

Spallate pericolose partono dai cinquestelle. Luigi Di Maio, il traghettatore del M5S dall’opposizione anti sistema al dialogo con gli imprenditori italiani ed europei, cerca di assestare un colpo mortale distinguendo tra Renzi e il Pd. Il candidato premier cinquestelle avverte: se il M5S non avrà i numeri per governare da solo «la sera del voto faremo un appello. Chi risponderà si siederà con noi per mettere in piedi le priorità di governo». Secondo delle indiscrezioni Di Maio vorrebbe «aprire ai dem senza Renzi» perché il segretario verrebbe fatto fuori dai critici interni dopo l’eventuale sconfitta nelle elezioni politiche del 4 marzo.

Per Renzi sono brutti momenti. È scattata la gara delle “spallate” contro di lui. Oltre agli attacchi di avversari e di ex compagni di partito si vede piovere addosso anche le critiche di Sergio Marchionne, un tempo suo strenuo sostenitore. L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles lo vede in declino: «Renzi mi è sempre piaciuto come persona. Quello che è successo a Renzi non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo non l’ho visto da un po’ di tempo». Carlo De Benedetti invece, anche se tra molti dubbi, non volta le spalle a Renzi. L’ex dominus dell’ Olivetti, della Sorgenia e del gruppo Espresso-Repubblica, avverte: «Sono deluso, ma alla fine, vista l’offerta politica, voterò Pd».

Certo il segretario democratico ha commesso degli errori, si è isolato e adesso paga il prezzo delle sconfitte patite nel referendum e nelle elezioni amministrative degli ultimi anni; sono lontani i tempi di quando ottenne il 40,8% dei voti nelle europee del 2014. Renzi prende atto della realtà e cerca di recuperare: «È vero, il consenso è in calo» ma il Pd «sarà il primo partito, anche se non siamo più ai livelli del 2014». Sembra anche mettere da parte il progetto di tornare ad essere presidente del Consiglio dopo le elezioni: «Non è importante qual è il nome che va a Palazzo Chigi ma che sia del Pd».

Inaspettatamente Carlo Calenda, dopo le dure critiche degli ultimi mesi, torna al suo fianco. Il ministro dello Sviluppo economico prende a prestito il linguaggio del calcio: «Renzi è il nostro centravanti di sfondamento». Subito dopo, però, assegna la stessa maglietta di «centravanti di sfondamento» anche a Paolo Gentiloni, amico di Renzi, attuale ed apprezzato presidente del Consiglio.

(Sfogliaroma.it)

Rodolfo Ruocco

Gentiloni bis, anti Renzi con l’appoggio di Renzi

gentiloni-uscita

Mite, sgusciante, determinato. Spunta un Gentiloni bis all’orizzonte. Paolo Gentiloni punta al governo bis nella prossima legislatura. Il presidente del Consiglio ha tirato un bilancio positivo del suo esecutivo in pista da un anno: “L’Italia si è rimessa in moto dopo la più grave crisi del dopoguerra”. Nella conferenza stampa di fine anno ha indicato i maggiori, difficili, obiettivi realizzati: economia in ripresa (un milione di posti di lavoro recuperati, dimezzato il deficit pubblico); diritti civili conquistati (importanti leggi come il bio testamento e le unioni civili hanno tagliato il traguardo); riduzione del 70% degli sbarchi degli immigrati.

Non ha messo solo la sua firma sotto questi successi, ma li ha intestati all’impegno degli italiani e anche ai due presidenti del Consiglio che l’hanno preceduto dal 2013 al 2016: “Da Letta a Renzi a me, abbiamo dimostrato che c’è una sinistra di governo a disposizione del Paese”. Dunque se l’Italia ha schivato il baratro del fallimento economico il merito, ci tiene a sottolinearlo Gentiloni, è merito di tutto il centro-sinistra basato sul Pd.

Tuttavia il presidente del Consiglio non pensa solo al passato. Adesso l’attenzione è tutta rivolta alle prossime elezioni politiche. Il presidente della Repubblica ha sciolto le Camere ponendo fine alla XVII legislatura, si voterà il 4 marzo. La situazione si profila molto difficile. Il Pd negli ultimi tre anni ha subito tre diverse scissioni da sinistra: prima se ne sono andati Cofferati e Civati; poi Fassina; quindi Bersani, D’Alema, Speranza e Rossi (hanno creato la lista elettorale Liberi e uguali guidata da Grasso).

Le scissioni e le politiche per combattere la Grande crisi economica hanno fatto perdere consensi al Pd: dalla vetta del 40,8% dei voti ottenuti nelle elezioni europee del 2014 il partito guidato da Renzi ha subito un crollo. Ora i sondaggi elettorali gli assegnano circa il 25% dei voti, con gli alleati di centro-sinistra (Psi di Nencini, Verdi di Bonelli, prodiani, radicali di Emma Bonino, centristi di Casini e di Lorenzin) arriverebbe al 30%. Il primo partito, invece, sarebbe il M5S con qualche frazione di punto in più sul Pd mentre la coalizione di centro-destra di Berlusconi viaggerebbe attorno al 35%-38%.

Vincere le elezioni è una ardua scommessa. La sfida elettorale potrebbe concludersi senza un vincitore: centro-sinistra a guida Renzi, sinistra di Grasso, centro-destra di Berlusconi e cinquestelle di Di Maio potrebbero essere quattro sconfitti. Di qui l’ipotesi Gentiloni bis. In molti guardano proprio al presidente del Consiglio per dirigere un possibile governo di “grande” o “piccola” coalizione perché amico ma autonomo da Renzi. Sia Berlusconi, sia di Di Maio, sia Grasso sarebbero pronti ad una intesa post elettorale con il Pd ma senza Renzi.

Il tema è bollente. Gentiloni ha dribblato le domande dei giornalisti su un secondo incarico di governo dopo le elezioni, ma ha aggiunto: “Non tireremo i remi in barca” e “siamo in grado di gestire la situazione dopo il voto”. Ha parlato anche dei temi della prossima legislatura: dovrà “proseguire questa crescita economica e in più lavorare sulla ricucitura delle relazioni sociali, sulla creazione di nuovi posti di lavoro, sulla riduzione delle disuguaglianze”. Ha tratteggiato quasi il programma del prossimo governo, un Gentiloni bis.

Renzi non ha mai nascosto l’obiettivo di tornare a Palazzo Chigi, ma adesso sembra dare il disco verde. L’ex presidente del Consiglio è fortemente indebolito dalle scissioni, dalla disfatta al referendum costituzionale dell’anno scorso e dalle sconfitte nelle elezioni amministrative degli ultimi tre anni. Sotto assedio, anche se con poco entusiasmo, sembra dare il disco verde a un possibile nuovo mandato da presidente del Consiglio a Gentiloni, suo amico e suo ex ministro degli Esteri. Il via libera all’ipotesi sembra arrivare da Renzi con una intervista a ‘La Stampa’: “Spero in un governo guidato da un premier Pd”. Sul rebus presidente del Consiglio in precedenza aveva sempre risposto in maniera diplomatica con un “lo decidono gli elettori”.

Certo bisognerà vedere i risultati elettorali, che potrebbero essere ben diversi dagli attuali sondaggi. Poi la decisione passerà nella mani di Sergio Mattarella. Se nel nuovo Parlamento ci sarà una maggioranza politica omogenea, la soluzione sarà abbastanza facile. Ma se dalle urne emergerà l’ingovernabilità, sarà cruciale il ruolo del presidente della Repubblica. Si potrebbe tornare a votare oppure un secondo mandato di governo a Gentiloni potrebbe trovare una maggioranza in Parlamento. Un fatto è sicuro: Renzi non si opporrebbe a quella che all’inizio appariva come una manovra dei suoi avversari. Un Gentiloni bis sarebbe una soluzione anti Renzi con l’appoggio di Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Fedeli, sui vaccini nessuna proroga

Vaccini-Rosolia-morbilloNessuna proroga per la presentazione a scuola della documentazione che attesta l’avvenuta vaccinazione degli iscritti: per le famiglie dei bambini della scuola dell’infanzia, delle sezioni primavera e del nido la scadenza è il 10 settembre ed è requisito di accesso al servizio. La conferma arriva dalla ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, che rassicura sulle indicazioni contenute nelle circolari emanate dopo l’approvazione della legge sull’obbligo vaccinale. Si va avanti, dunque. Anche se c’è “un po’ di preoccupazione”, ammette la titolare del dicastero di viale Trastevere, per il carico burocratico che ricade sugli istituti scolastici. Entro il 10 settembre i genitori degli iscritti ai servizi 0-6 anni (comprese le scuole private non paritarie) dovranno dimostrare, anche con autocertificazione, che i loro figli sono stati vaccinati. Su questa data, ha assicurato la ministra ai microfoni di Radio24, “non credo ci saranno proroghe”.
La scadenza per gli altri gradi di scuola è il 31 ottobre. Gli istituti scolastici sono al lavoro per raccogliere la documentazione. “A oggi – ha affermato Fedeli – la situazione è difficile da verificare, lo vedremo di più nei prossimi giorni. Stiamo avvertendo un lavoro fatto tra uffici scolastici regionali e provinciali con gli enti locali e con il servizio sanitario locale per facilitare l’acquisizione della documentazione ai genitori. Questo è l’elemento più importante su cui abbiamo lavorato da subito come Miur. Vediamo a lato del 10 settembre in che condizioni saremo”. “È un’estate complicata – ha aggiunto – ma sono ottimista. Durante il dibattito, anche acceso e contrastato, sui Vaccini si è diffusa una maggiore consapevolezza sulla loro importanza. Sono più preoccupata per il carico burocratico”, che ricade sulle scuole – ha spiegato – che “per il fatto di trovare molti genitori che non vogliono vaccinare i propri figli”: “c’erano famiglie che non facevano ai figli i Vaccini consigliati anche per ragioni di costo”.

L’accesso all’istruzione 0-6 anni, ha ricordato ancora Fedeli, potrà avvenire anche con la sola prenotazione alla vaccinazione. In questo caso, ha sottolineato, “non è responsabilità del genitore: può succedere che ci sia stata la richiesta ma la struttura sanitaria abbia dato appuntamento fra due mesi”. “Chi invece non ha fatto le vaccinazioni e non le ha richieste, non entra nella scuola 0-6, mentre nella scuola dell’obbligo sì”. “Se un genitore non ha fatto vaccinare il proprio figlio e continua a mantenere un atteggiamento contrario – ha concluso Fedeli – il lavoro più importante da fare come istruzione è proprio motivarlo, coinvolgerlo e convincerlo sull’importanza del vaccino per il proprio figlio e per il bene della comunità”.

Ad accogliere invece il dissenso di esponenti di associazioni contrarie all’obbligo vaccinale è il governatore della Puglia, Michele Emiliano, che ha offerto il sostegno della Regione nei ricorsi che questi faranno contro la legge, consentendo così una valutazione della costituzionalità del provvedimento.

Il Codacons punta il dito contro la legge Lorenzin che ”ha provocato una confusione davvero senza precedenti, gettando nel caos le amministrazioni pubbliche e creando disagi e difficolta’ a famiglie, insegnanti e alla stessa istruzione pubblica”. Il Codacons sottolinea come “in questo vero e proprio marasma ogni Regione sta cercando, in ordine sparso, di fare quello che puo’ per adeguarsi a un provvedimento intempestivo e pasticciato, elaborato (evidentemente) senza tenere nella minima considerazione l’applicabilità concreta delle misure che contiene”.

Unioni civili, Alfano tira la corda

AlfanoHa retto, nel primo giorno di discussione in Aula, l’asse Pd-M5S-Sel. Ma dopo le pregiudiziali di costituzionalità sulle unioni civili il dibattito entra nel vivo. Il voto contrario alle pregiudiziali, con il Pd compatto, non nasconde tuttavia lo scontro ancora apertissimo sullo snodo chiave della stepchild adoption con Ap che, per voce del suo leader Angelino Alfano, ne ha chiesto lo stralcio. Si profila insomma la possibilità di maggioranze diverse sul testo. Ma se il capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda considera la proposta di Alfano “un sensibile passo avanti” sottolineando come sulle adozioni “occorra avere prudenza” ma, al tempo stesso, “seguire le indicazioni” di Consulta e Corti europee, dalla maggioranza dei senatori Dem traspare la volontà ad andare sulla stepchild adoption.

Da una parte quindi i centristi potrebbero tirarsi fuori e dall’altra il M5s sostituirli. Una possibilità che il segretario del Psi Riccardo Nencini definisce “grave”. “La legge sulle unioni civili va spogliata da ogni ideologismo. Conferirà diritti elementari a un’Italia che già esiste e che ha sofferto a lungo. Il fatto grave non consiste in chi la voterà pur non essendo maggioranza. È grave che chi e’ in maggioranza non la voti”.

Punta i piedi il ministro dell’Interno Angelino Alfano: se Pd e M5S voteranno insieme il provvedimento “sarà un fatto grave, negativo e traumatico. Se Renzi se lo risparmia fa il bene dell’Italia”. E poi ha sottolineato che “noi non minacciamo crisi, non credo sarebbe una mossa intelligente”. Ma anche senza minacciare la crisi di governo, Alfano ha comunque fatto capire potrebbero esserci conseguenze sul referendum sulle riforme, il prossimo ottobre. Alfano ha infatti chiesto esplicitamente lo stralcio dell’articolo 5, ovvero della cosiddetta stepchild adoption. Durissime le parole del Ministro Ncd Lorenzin che ha definito la “donna ancora schiava, ieri come oggi, costretta a cedere ai padroni i propri neonati per non vederli mai più”. E ancora: “Siamo nell’ultraprostituzione, e senza ipocrisia va denunciato ogni tentativo di regolamentazione che, in un regime di negoziazione del prezzo della gestazione e della vita stessa della mamma e del bambino, sarebbe illusoria”. Parole che arrivano all’indomani delle nomine che da Palazzo Chigi hanno premiano il partito del Ministro degli interni.

Oggi si sono riuniti i capigruppo. L’orientamento è quello di contenere il numero di voti segreti e di garantire “un dibattito nel merito del provvedimento e degli emendamenti”,  ha affermato il presidente dei senatori Pd Luigi Zanda. La volontà di “contingentare” il numero di scrutini segreti è stata confermata, dopo la riunione, anche dal capogruppo leghista Gian Marco Centinaio.

Ginevra Matiz

Emendamento NCD:
più soldi alle scuole private

Un emendamente del NCD assegna altri soldi alle scuole private. “Su questo i socialisti si distingueranno dalla maggioranza”, ha detto il segretario del PSI, Riccardo Nencini.


Ocse-boccia-scuola

Pantalone è al verde, ma non per tutti. Mentre si discute la legge di stabilità per il prossimo triennio e si fanno i conti con gli imprevisti – il terrorismo dopo l’immigrazione – da Governo si fa sapere che i cordoni della borsa sono strettissimi, che non ci sono soli per nessuno, per la sanità come per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, ma per le scuole private arriva l’eccezione.

Già lo si era visto con l’approvazione della legge 107, cosiddetta della ‘Buona scuola’, che c’era un occhio di riguardo per gli istituti scolastici privati con tanti saluti per la norma costituzionale che ne vieta il finanziamento con lo stanziamento di 497 milioni di euro nei confronti delle scuole paritarie e oggi in Commissione Bilancio del Senato è passato un emendamento che ha concesso altri 25 milioni in più di finanziamenti.

Manco a dirlo, la firma dell’emendamento è di un esponente del NCD, che si sta dimostrando capace di ottenere dalla maggioranza regali di notevole impatto come quello sulla soglia ammessa per il contante salito da mille a tremila euro – un regalo agli evasori – oppure il boicottaggio della fecondazione eterologa da parte della ministra Lorenzin e il blocco della legge sulle Unioni Civili, ma anche la riapertura del capitolo ‘Ponte sullo Stretto’ e l’abolizione delle tasse sulla prima casa. In questo caso la paternità è del sottosegretario al Ministero dell’Istruzione, Gabriele Toccafondi, che sottolinea il grande passo compiuto dal governo verso una reale parità scolastica perché, a suo dire, la scuola italiana deve poggiarsi su due gambe, una rappresentata dalla scuola pubblica statale e l’altra dalla paritaria, “a cui sono iscritti ‘oltre un milione di ragazzi’”.

“Si tratta di un emendamento – ha dichiarato il segreteraio del PSI, Riccardo Nencini – sul quale i socialisti si distingueranno dalla maggioranza. La priorità sono i finanziamenti alla scuola pubblica e quindi alle private che sul territorio colmano l’assenza o la carenza di istituti di insegnamento pubblico”.

Dall’opposizione è stato fatto notare come il governo Renzi abbia, ancora una volta, compiuto una scelta ‘tipica di un governo di destra’. ‘Non è vero che i soldi non ci sono: i soldi ci sono ma Renzi, come sottolineato dall’estrema sinistra, ha deciso di darli ai ricchi’. Certo chi manda un figlio a studiare in una scuola privata, difficilmente ha problemi per arrivare a fine mese e così facendo il governo trasferisce soldi di tutti nelle tasche di chi ha meno bisogno di altri.

Comunque anche in questa situazione qualche notizia positiva per la scuola c’è perché dall’anno scolastico 2016/2017 saranno disponibili dopo la firma del decreto che modifica i criteri per l’assegnazione del Fondo di Funzionamento delle scuole che passa dai 111 milioni degli anni precedenti a oltre 230. Con le nuove regole le quote saranno destinate in modo più mirato e specifico alle varie tipologie di indirizzi scolastici. Il decreto fa aumentare la quota per alunno assegnato alla scuola: per le primarie lo stanziamento passa da 8 a 20 euro, per gli Istituti tecnici da 24 a 36. Con 100 milioni all’anno ci sono anche incentivi e incrementi per l’alternanza scuola-lavoro e i nuovi criteri entreranno a regime già a partire dal mese di gennaio 2016.

Naturalmente è un po’ come svuotare il mare col cucchiaino perché in alcuni casi le risorse sono di molto inferiori alle necessità. È il caso ad esempio degli istituti tecnici e professionali che devono sostenere anche i costi dei laboratori e che sovente chiedono alle famiglie ben più di 100 euro a studente sotto forma di contributo scolastico, più del doppio di quanto prenderanno con i nuovi criteri di assegnazione del Fondo di Funzionamento.
Armando Marchio

Fecondazione eterologa, violata la privacy dei donatori

Fecondazione assistita-Pia LocatelliA un settore del Parlamento la sentenza della Consulta sulla legge 40 dell’anno scorso non piace proprio, soprattutto nella parte che definisce ‘illeggittimi’ gli articoli relativi al divieto di fecondazione eterologa e nello stesso governo non mancano le manovre per svuotare la sentenza dei suoi effetti concreti. Ma non solo parole, anche fatti, perché – come ha denunciato questa mattina in una conferenza stampa alla Camera, l’associazione Luca Coscioni – sono state commesse delle gravissime irregolarità violando la segretezza dei dati personali dei donatori, un altro modo per impedire surrettiziamente una pratica medica a coppie altrimenti costrette – 4 mila l’anno – ad andare all’estero per avere un figlio.

Da sx, Marco Cappato, Pia Locatelli, Filomena, Gallo, Gianni Baldini, Angioletto  Calandrini

Da sx: Marco Cappato, Pia Locatelli, Filomena, Gallo, Gianni Baldini, Angioletto Calandrini

Nella conferenza stampa, cui hanno partecipato la deputata socialista Pia Locatelli, già prima firmataria di un’interrogazione sulla questione dei registri dei donatori, Filomena Gallo dell’Associazione Coscioni, gli avvocati Gianni Baldini e Angioletto Calandrini, il presidente di Radicali italiani, Marco Cappato, il senatore del PD Sergio Lo Giudice e la deputata, sempre PD, Laura Puppato, è stato rivelato come da marzo 2015 fino a luglio, i dati dei donatori richiesti dal registro del Centro Nazionale Trapianti (CNT), sono stati inviati con un comunissimo fax, ovvero in chiaro, alla portata di tutti. Solo successivamente, dopo le proteste, il Garante per la protezione dei dati personali, ha assicurato che dal primo luglio questi dati viaggiano con un codice criptato. Il Garante della Privacy – ha spiegato Filomena Gallo – “ha confermato che questo comportamento non è conforme alla legge che tutela i dati personali”. E di questo comportamento, una volta tanto, si può anche indicare un colpevole nella persona di Nanni Costa, responsabile del CNT, “da sostituire” subito come chiede Marco Cappato anche perché la diffusione di quei dati espone i donatori a “possibili ricatti criminali anche nel futuro”. Un aspetto non secondario della vicenda come ha sottolineato l’avvocato Calandrini, perché ha pesanti riflessi sulla tutela dei diritti civili e gli eventuali danni al donatore.

Vale la pena ricordare che i dati raccolti dal CNT, sono numerosi e assai approfonditi, e comprendono non solo quelli anagrafici, ma anche quelli fiscali, professionali, sanitari ecc., insomma una ‘fotografia’ estremamente nitida e dettagliata del donatore che dovrebbe, per legge, essere custodita con grandissima attenzione.

Ma a questo elemento che già di per sé costituisce “un sabotaggio” della sentenza della Corte sulla Legge 40, si unisce l’ostruzionismo operato in maniera subdola non solo, ad esempio, con ticket costosissimi come fa la Regione Lombardia del leghista Maroni, ma anche col permanere nei regolamenti di attuazione della Legge 40 di un norme in grado di impedire di fatto la pratica medica della fecondazione eterologa. “Il ministero della salute – ha spiega Filomena Gallo – ha reiterato nel regolamento un codicillo che prevede che i donatori debbano non solo sottoporsi ai normali esami di screening medico, ma produrre anche una ‘consulenza genetica scritta’”. Insomma serve che un genetista – in Italia sono molto pochi – “accerti che il cariotipo del donatore è essenzialmente immune da qualunque patologia genetica … ben sapendo che i portatori sani ne hanno comunque una media di cinque ciascuno”. Una richiesta che ha anche un costo elevato, di circa 2 mila euro e che sostanzialmente affina e completa il boicottaggio sistematico di questa pratica medica.

Alla fine la sensazione, rileva il senatore Lo Giudice, è che si voglia reagire così alla sconfitta politica subita con la sentenza della Consulta. Il contrario esatto di quello che “prometteva la ministra Lorenzin – ricorda Laura Puppato sfogliando i suoi appunti – che nel luglio dell’anno scorso giurava di voler ‘realizzare subito e bene un regolamento per la fecondazione eterologa’”.

“Nel maggio scorso – puntualizza Pia Locatelli – avevamo presentato un’interrogazione alla ministra Lorenzin per chiedere il rispetto dell’anonimato dei donatori, messo a rischio con la creazione del registro nazionale non presso i centri di procreazione medicalmente assistita, bensì presso il Centro Nazionale trapianti. La Ministra, forse male informata, ci aveva dato assicurazioni sul rispetto della privacy: oggi la conferma che i nostri timori erano fondati. La violazione c’è stata, come ha confermato il garante della Privacy e in forma gravissima. A questo punto interrogheremo nuovamente alla Ministra per sapere quali provvedimenti intende prendere dopo questi fatti. Nonostante le sentenze che di fatto hanno smantellato quasi completamente la legge 40, continuano a sussistere paletti e regolamentazioni volti di fatto a bloccare la fecondazione eterologa. Così e senza la garanzia dell’anonimato – ha concluso– la fecondazione eterologa non può funzionare”.

Armando Marchio

Francia. Valls: un asse con i Repubblicani contro Le Pen

manuel-valls-2In Francia, Manuel Valls (nella foto) lancia uno spiazzante spunto d’intesa per un patto elettorale che possa arginare l’ascesa di Marine Le Pen e del suo Front National. L’idea del Primo Ministro francese è quella di una larga e duratura alleanza dei socialisti con Les Républicains, il partito di centro-destra fondato da Sarkozy come successore dell’UMP. Secondo Valls, un patto elettorale in vista delle elezioni regionali di dicembre potrebbe mettere i bastoni tra le ruote all’estrema destra, specie nelle regioni dove la fiamma tricolore è più forte (in primis Provenza-Alpi-Costa Azzurra e Nord-Passo di Calais-Piccardia).

Le motivazioni sono diverse. Innanzitutto, stando ai recenti sondaggi, unirsi con i repubblicani potrebbe creare un polo costituzionale da opporre all’anti-politica portata avanti dalla Le Pen. Inoltre, garantirebbe sia al PS che a LR di ottenere un certo numero di seggi, specie in caso di secondo turno. Tuttavia la proposta è stata accolta con una certa perplessità sia da parte degli ex-UMP che dal canto degli stessi socialisti, in particolare dal segretario del PS Jean-Christophe Cambadélis.

Non mancano certo le analogie con la situazione italiana, basti pensare alla Lorenzin e al suo desiderio di un’unione tra PD e i centristi al fine di battere il Movimento 5 Stelle nella corsa al Campidoglio.
Ma la soluzione, in un caso come nell’altro, non è certo quella di creare un’accozzaglia utile soltanto alla Le Pen o al Grillo del momento. E Cambadélis, intervistato a riguardo da Radio France Internationale, lo ha capito. E invita pertanto i socialisti francesi a non indossare i boxer sopra i pantaloni, concentrandosi sul primo turno e a fare le cose con ordine, battendo il FN con la forza degli argomenti e senza cadere nelle sue trappole.

E poi, tra l’altro, la politica non è una scienza esatta. Se un’alleanza PS-LR non dovesse dare i risultati sperati potrebbe essere la fine per entrambi, fornendo alla Le Pen un graditissimo assist.

Giuseppe Guarino