Commissioni. Un ex Mediaset presidente Vigilanza Rai

RaiLa Rai in mano a un ex di Madiaset con il silenzio assenso dei Cinque Stelle che non battono ciglio, loro che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Sono stati così eletti dalle Camere i quattro consiglieri di amministrazione della Rai di nomina parlamentare. L’Aula del Senato ha eletto Rita Borioni (101 voti), componente uscente e riconfermata in quota Pd, e Beatrice Coletti (133), manager televisivo, candidata scelta dal M5s. Alla Camera sono stati eletti Igor De Biasio e Gianpaolo Rossi. De Biasio, in quota Lega e sostenuto dalla maggioranza, ha ottenuto 312 voti, mentre Rossi, intellettuale vicino a FdI, ne ha incassati 166. In commissione di vigilanza era stato eletto presidente Alberto Barachini, parlamentare di Forza Italia, con 22 voti, un voto in più del quorum  che era di 21. L’elezione di Barachini è arrivata al terzo scrutinio dopo le prime due votazioni andate a vuoto.

Sul profilo di Barachini, giornalista neoeletto senatore, mantiene qualche riserva M5s, come ha spiegato il senatore Gianluigi Paragone, che a caldo si è augurato che questi non faccia “gli interessi di Mediaset, ma quelli degli italiani”. Da parte sua, Barachini ha chiesto ai colleghi, in particolare di M5s (che comunque avevano votato scheda bianca), di essere “valutato sul merito” e ha aggiunto di volere “una Rai imparziale e radicata sul territorio”.

Per quanto riguarda l’altra commissione rimasta ancora senza vertice, il Copasir, è stato eletto presidente Lorenzo Guerini. L’esponente del Pd ha ottenuto 8 voti e una scheda bianca. Un assente (Elio Vito). Il Copasir inizierà il suo lavoro in concreto la prossima settimana, martedì riuniremo l’Ufficio di presidenza e tutti insieme decideremo quali saranno i temi all’attenzione del Comitato”, ha spiegato Guerini ai cronisti alla Camera che gli chiedevano se il Copasir metterà subito all’Odg la questione migranti.

“Voglio ringraziare tutti i parlamentari, in particolare il Pd per aver indicato il mio nome per la presidenza – ha poi detto il neo presidente del Copasir -. L’avvio dei lavori delle commissioni di garanzia e delle Giunte è un passaggio fondamentale per i lavori del Parlamento”.

Ciò che sta succedendo su Commissioni di garanzia e Copasir è “incredibile”. È il commento di Luigi Bersani di Leu. “Le famose opposizioni – parlo di Pd e Forza Italia – attribuiscono la presidenza della Vigilanza Rai a un uomo Mediaset. Siamo al dadaismo puro, e non voglio neanche parlare di altro. In altri tempi una cosa così avrebbe suscitato il finimondo. Tanto valeva aspettare qualche mese, se si risolvono i problemi di Berlusconi, metterci direttamente lui e tanti saluti. Questa sarebbe l’opposizione”. Rimane invece ancora in stallo il rinnovo dei vertici della Cassa Depositi e Prestiti.

Cdp, Rai e Copasir. Domani inizia la ‘lottizzazione’

bossi_bianche_gallarate_ansaA quaranta giorni dal nuovo Esecutivo ancora nessuna legge emanata, ma nel campo delle cariche pubbliche è già tutto pronto sul tavolo per domani. Una giornata intera in cui si stabiliranno le nuove poltrone pubbliche ad emanazione del Governo: assemblea Cdp, presidenza del Copasir (la commissione parlamentare di garanzia sui servizi segreti), commissione di vigilanza sulla Rai e voto in Parlamento per l’elezione di 4 consiglieri del Cda di Viale Mazzini che per la prima volta – dopo la riforma Renzi – saranno eletti da deputati e senatori (due per ciascuna delle Camere).
Mentre sul versante delle nomine per le ‘minoranze’ sembra ormai cosa fatta: alla guida del Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica dovrebbe andare il dem Lorenzo Guerini e la vigilanza Rai ai Forzisti (Maurizio Gasparri o Alberto Barachini), nulla di fatto invece per il Copasir e il Cda di Viale Mazzini. Per il suolo di presidente della Cdp a Matteo Salvini piacerebbe Marcello Sala, ex Sea e liquidatore della banca della Lega Credieuronord. Il ministro dell’Economia Tria, tuttavia, preferirebbe un nome di maggiore esperienza come quello di Dario Scannapieco (ex Tesoro e ore vicepresidente Bei), i grillini più movimentisti vorrebbero invece Fabrizio Palermo, attuale Cfo della Cassa.
L’accordo non ancora raggiunto su Cassa Depositi e Prestiti è legato a quello mancato sul Cda di Viale Mazzini. La maggioranza gialloverde non ha ancora raggiunto l’intesa e gli iscritti di Rousseau saranno chiamati a votare per scegliere il nome del candidato pentastellato. Cinque i nomi, tra i 200 curricula giunti in Parlamento, che i vertici del Movimento propongono ai militanti: Paolo Cellini, Beatrice Coletti, Paolo Favale, Claudia Mazzola, Enrico Ventrice. Depennati dunque giornalisti più noti come Michele Santoro e Giovanni Minoli.
Per la presidenza della Tv di Stato invece cresce l’ipotesi di insediare Giovanna Bianchi Clerici, la giornalista varese voluta dalla Lega, al vertice in sostituzione di un’altra donna, Monica Maggioni.

Commissioni parlamentari. La maggioranza fa il pieno

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Così diversi che hanno fatto il pieno. Lega e 5 Stelle hanno incassato tutto quello che potevano e, come previsto, hanno fatto man bassa delle presidenze delle 28 commissioni permanenti di Camera e Senato. Restano da assegnare le presidenze delle commissioni di garanzia, ossia la commissione sui servizi segreti (Copasir) e quella sulla Vigilanza Rai che solitamente sono destinate alle opposizioni. Un accordo tra Pd e Fi, prevede la presidenza del Copasir per i democratici con Lorenzo Guerini e quella della Vigilanza Rai per gli azzurri (i candidati sono Paolo Romani o Maurizio Gasparri). Tuttavia da parte della maggioranza giallo-verde si era ventilata nei giorni scorsi l’ipotesi di affidare la presidenza del Copasir al piccolo alleato del centrodestra Fratelli d’Italia, che non fa parte del governo ma che nel voto di fiducia si è astenuto, lasciando così il Pd fuori da tutti i vertici delle commissioni.

La tensione è dunque altissima in vista dell’elezione prevista per la prossima settimana, tanto che nel Pd minacciano fuoco e fiamme se il Copasir dovesse andare a Fratelli d’Italia. Sarebbe per altro un precedente assoluto, dal momento che la presidenza della commissione sui servizi segreti è sempre stata attribuita all’opposizione non per prassi ma per legge: lo prevede infatti la legge istitutiva del Copasir stesso.

La carica dei nuovi e quella dei leghisti anti-euro nelle commissioni che si occuperanno della manovra finanziaria, il primo banco di prova del governo. Dunque le presidenze delle commissioni parlamentari rispecchiano l’andamento del nuovo esecutivo gialloverde. Su 28 neopresidenti ben dieci sono alla loro prima esperienza in Parlamento. Alcuni erano stati indicati come possibili ministri da Luigi Di Maio e poi non essendoci riusciti sono stati ricompensati con la poltrona più alta dalla commissione in cui siedono. Altri parlamentari sarebbero dovuti diventare viceministri o sottosegretari, ma anche in questo caso, non avendola spuntata, ecco il dirottamento sulle presidenze. Ed è il caso dei leghisti Claudio Borghi (Bilancio) e Alberto Bagnai (Finanze), troppo estremisti per stare nella squadra dell’esecutivo ma funzionali per questo incarico.

La suddivisione tra le due forze di maggioranza è stata quasi scientifica sulla base del ‘peso’ numerico dei gruppi parlamentari. Altro che Cencelli. Alla Camera nove presidenze sono andate ai 5Stelle e cinque alla Lega. Stesso discorso al Senato: otto per i grillini e sei per la Lega. Di conseguenza alcune commissioni vedono la presidenza M5s sia per Montecitorio sia per palazzo Madama. È il caso di due commissioni di peso, soprattutto in questa particolare fase politica in cui i grillini soffrono l’esuberanza di Matteo Salvini sul tema immigrazione, e si tratta della commissione Affari esteri che ha come presidenti Marta Grande e Vito Petrocelli, rispettivamente alla Camera e al Senato, e Politiche Ue con Sergio Battelli ed Ettore Antonio Licheri. Quest’ultimo è alla sua prima legislatura, vincitore in un collegio uninominale in Sardegna.

Negli organi che si occupano dei temi economici c’è stata un’equa suddivisione degli incarichi, ma la Lega ha schierato due fedelissimi del segretario che non hanno mai nascosto le loro idee in contrasto con la moneta unica. Alla Bilancio della Camera è stato eletto presidente il leghista Claudio Borghi, alla sua prima legislatura ma molto vicino ai vertici. Il suo nome circolava per un incarico nel sottogoverno. Il suo corrispettivo al Senato è il grillino Daniele Pesco che lo scorso anno con l’attuale sottosegretario Alessio Villarosa ha lavorato sul dossier banche. In commissione Finanze della Camera ce l’ha fatta Carla Ruocco, anima critica M5s che sarebbe dovuta diventare viceministro all’Economia. Alberto Bagnai, alla sua prima legislatura, ma da molto tempo vicino alle idee della Lega, è invece il numero uno in commissione Finanze a Palazzo Madama.

Per quanto riguarda le commissioni Affari costituzionali e Giustizia si è scelto di affidare nello stesso ramo del Parlamento le presidenze allo stesso colore politico. Ai grillini sono andate quelle della Camera con Giuseppe Brescia e Giulia Sarti, mentre ai leghisti quelle del Senato con Stefano Borghesi e Andrea Ostellari, quest’ultimo alla sua prima esperienza in Parlamento.

I 5Stelle hanno puntato, quasi per dovere, su coloro che erano stati annunciati in pompa magna ministri prima del voto del 4 marzo. Quindi il senatore Mauro Coltorti è diventato presidente della commissione Trasporti e Pierpaolo Sileri, che doveva diventare ministro della Salute, è ora presidente della commissione Igiene e sanità. La Lega invece in commissione Ambiente ha scelto il deputato 31enne Alessandro Benvenuto, tra i più giovani eletti in questa legislatura. Anche lui alla sua prima esperienza alla Camera e già, come tanti altri, nel rispetto del nuovo mood, ricopre un ruolo tra i più importanti nella vita parlamentare.

IL REBUS

APRE GOVERNO

Sempre più in alto mare la soluzione per la formazione di un governo. Si allontano ancora di più le ipotesi di intesa tra centrodestra e M5S e allo stesso tempo si riscalda il clima nel Pd in attesa della direzione di giovedì. I Cinquestelle ormai chiudono a ogni intesa con chiunque e pensano che l’unica strada possibile sia quella del voto. “Non resta che tornare subito alle urne” dice Di Maio “noi non abbiamo alcun problema nel farlo perché ci sostengono i cittadini con le piccole donazioni. Altri invece si oppongono perché, tra prestiti e fideiussioni, magari hanno qualche problemino con i soldi. Ma l’Italia non può rimanere bloccata per i guai finanziari di un partito. Al voto”.

“Non rispondo a insulti e sciocchezze su soldi e poltrone – è la replica del leader della Lega Matteo Salvini – per noi lealtà e coerenza valgono più dei ministeri. Voglio dare un governo agli italiani, se i grillini preferiscono litigare lo faremo da soli. Bloccare anche la partenza dei lavori delle commissioni parlamentari è da irresponsabili”. Insomma dopo la discussione su un possibile accordo per il governo, i due sono passati agli insulti.

La strada è stretta per il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Nonostante il richiamo al senso di responsabilità e all’invito a lasciare da parte le istanze personali a favore del bene comune, le forze politiche restano ferme sulle loro posizioni. Nessun passo in avanti, nessuna apertura o convergenza a distanza di oltre 50 giorni dall’esito del voto che non ha individuato una maggioranza atta a guidare il Paese. Il leader della Lega, Matteo Salvini, da settimane infatti continua a ribadire che non ci sarà alcun accordo se non verrà coinvolto nelle ‘trattative’ l’intero centrodestra. Il neo governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga sottolinea: “Ci siamo presentati con una coalizione di centrodestra, non cambiamo le carte in tavola”. E il leader del Carroccio invita nuovamente i grillini a sedersi ad un tavolo, a parlare di cose concrete. Ma dal movimento 5 Stelle arriva il gelo con le parole di di Maio: “La Lega è piegata al cav. Si torni subito al voto”.

Ma nel centrosinistra la situazione non è meno complessa. Il segretario del PSI, Riccardo Nencini, ha annunciato un sondaggio, lanciato sul sito del Partito Socialista, per conoscere le opinioni della base socialista riguardo ad un possibile accordo con i pentastellati. “In un momento così delicato per la vita istituzionale e politica del Paese – ha detto Nencini – abbiamo deciso di rivolgerci alla comunità socialista e alla base del partito per sondare gli umori in vista di una scelta decisiva che deve necessariamente essere collegiale e aperta”. Il sondaggio, che è  “aperto” e dunque rivolto agli elettori del centrosinistra, chiede di esprimersi in merito al coinvolgimento della coalizione di centrosinistra nell’eventuale accordo di governo con il M5S. “Renderemo noti i risultati domani stesso”, ha sottolineato Nencini, che invita militanti e simpatizzanti ad esprimere in massa il proprio parere.

In mattinata i renziani hanno preparato un documento in vista della direzione ove si mette in guardia per i pericoli che potrebbero arrivare da una conta interna. Il documento è sottoscritto già da un numero considerevole di parlamentari dem (77 su 105 tra i deputati e 39 su 52 tra i senatori) compresi i capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Il documento, definito con la regia del coordinatore Lorenzo Guerini, è stato già ribattezzato ‘La nuova pace di Lodi’, dal patto del 1454 che mise fine alla guerra tra Venezia e Milano.

Intanto, però, l’area del Pd che appoggia Maurizio Martina, in sostanza tutti i non renziani, non ha dubbi e ha pronto l’ordine del giorno da votare domani in Direzione sull’appoggio al reggente dem: “Domani si vota la fiducia a Martina”. “Il passaggio è delicato, sono aperte le consultazioni e il Pd che fa, manda al Quirinale i ‘teleguidati’ come Orfini e Marcucci?”, si spiega da parte dei sostenitori di Martina.

Il tutto mentre infiamma la polemica sul sito ‘senzadime.it’, con la mappatura delle posizioni dei componenti della Direzione Pd sulla trattativa con i Cinque Stelle.

Nel testo preparato dai renziani i firmatari premettono che “proveniamo da storie e percorsi diversi” e “non sappiamo se il prossimo congresso ci vedrà sulle stesse posizioni o se, del tutto legittimamente, sosterremo candidati diversi. Pensiamo tuttavia che tre punti chiave ci uniscano in modo forte”. I punti sono, appunto, il no alle “conte interne”. Poi, il fatto che “lo stallo creato dal voto del 4 marzo sia frutto dell’irresponsabilità del centrodestra e del M5S”.

Terzo punto, “crediamo che il Pd debba essere pronto a confrontarsi con tutti, ma partendo dal rispetto dell’esito del voto: per questo non voteremo la fiducia a un governo guidato da Salvini o Di Maio. Significherebbe infatti venire meno al mandato degli elettori democratici. E’ utile invece impegnarci a un lavoro comune, insieme a tutte le altre forze politiche, per riscrivere insieme le regole del nostro sistema

politico-istituzionale”. Infine, un appello “l’intera comunità del Pd” perché “sappia affrontare i passaggi difficili di questa stagione politica in modo coraggioso e il più possibile unitario”. Guerini, promotore del documento, spiega: “Questo vuole essere un appello a trovare l’unità e a rifiutare la tentazione di una conta in direzione. Nulla più. La parte più importante del documento per me è questa”. “Dopodiché è chiaro che in questo spirito il documento deve essere ed è assolutamente aperto al contributo di tutti, senza nessuna chiusura o reticenza. Lo sforzo che vorrei tutti mettessimo in campo è solo questo: lavorare per non dividerci, per ricercare invece le ragioni e la forza della nostra unità”, conclude.

Andrea Orlando sulla sua pagina Facebook commenta così l’iniziativa: “La conta promossa dai capigruppo per non fare la conta ancora non si era mai vista”. Mentre Graziano Delrio precisa: “Nessuna conta interna, ma un appello all’unità. Il documento proposto da Lorenzo Guerini vuole essere una base di discussione e non una ulteriore occasione di divisione”. “Uniti siamo tutto – aggiunge -, divisi siamo nulla”.

L’ex premier Matteo Renzi intanto si augura che la direzione di chiuda senza strappi e definisce il documento di Guerini come una iniziativa che mira all’unità del partito.

Governo, un’intesa piena di ostacoli

Camera Deputati

Si parte alla ricerca di una maggioranza in grado di sostenere un governo. Le consultazioni al Quirinale inizieranno mercoledì 4 marzo. Ma il primo giro rischia di andare a vuoto. Perché la via di un’intesa giallo-verde è irta di ostacoli, a partire dalla volontà di Salvini di includere Forza Italia. Il M5s prova a rilanciare la propria iniziativa convocando già per domani un incontro “sui programmi” dei capigruppo di tutti i partiti. Ma il Pd, corteggiato dai grillini e agitato dalle sue divisioni, si tira fuori: “Non avranno i nostri voti”, dice Matteo Renzi.

In attesa dell’avvio delle consultazioni, inizia in confronto tra i gruppi parlamentari. Il primo incontro è alla Camera tra i capigruppo di M5s con Forza Italia. Danilo Toninelli e Giulia Grillo hanno incontrato Anna Maria Bernini e Maria Stella Gelmini. “E’ stato un incontro molto utile: abbiamo ascoltato le loro proposte e abbiamo presentato le nostre. Andremo avanti con un confronto parlamentare continuativo al livello dei capigruppo”, ha detto la Bernini al termine. I pentastellati hanno incontrato poi LeU. “Noi abbiamo detto che non ci sottraiamo al dialogo e al confronto sulle cose concrete anzi vediamo positivamente il fatto che si esca da una fase in cui si parla di poltrone. Sul confronto parlamentare diamo la nostra totale disponibilità”. hanno detto lasciando la riunione che si è tenuta alla Camera con i capigruppo M5s i rappresentanti di Leu, Loredana De Petris e Federico Fornaro.

Nel frattempo, Matteo Salvini, frena sul reddito di cittadinanza. “Dopo 5 anni di propaganda ora scoprono che si sono sbagliati. Per anni hanno promesso soldi, illudendo le persone e speculando sulla pelle di chi non ce la fa. Passata la festa, gabbato lo santo. Vergogna”. E’ questo il retweet con cui l’account Lega-Salvini Premier rilancia un’intervista in cui l’esponente Pd Michele Anzaldi critica, in maniera dura, il reddito di cittadinanza portato avanti dal M5S.

Anche Salvini prova a spingere sull’acceleratore: “O parte un governo o si va subito al voto. Non ci sto a tirare a campare, discutere per un anno di legge elettorale sarebbe devastante”. Il leader della Lega assicura che il centrodestra è “granitico”, anche se al primo giro di consultazioni ognuno si presenterà per proprio conto. E aggiunge che con il M5s “c’è un dialogo”: un governo è possibile. I Cinque stelle proseguono in realtà un corteggiamento sotto traccia al Pd. Ma Salvini, che fa sapere che non accetterebbe un incarico “al buio” senza avere prima un accordo, mostra di non crederci: “Voglio veder Di Maio trovare 90 voti in giro che si convincono…”.

Il leader della Lega esclude un esecutivo con i Dem, ma assicura che M5s non ha l’esclusiva dei contatti: “Sento tutti i pezzi del Pd”. L’accenno di Salvini ai “pezzi” del Pd non è casuale, perché dietro l’unità sulla linea dell’opposizione, il partito democratico sembra diviso in due, tra renziani e orfiniani che rifiutano ogni dialogo e il correntone “governista” che non vuole l’Aventino.

Intanto Renzi cerca di compattare il proprio partito: “La situazione politica è chiara: il Pd starà all’opposizione. E stando all’opposizione potrà dare un aiuto al Paese portando un clima di civiltà e rispetto del Governo che nei nostri confronti purtroppo non c’è stato. L’opposizione si può fare bene. Chi ha vinto le elezioni si metterà d’accordo, prima o poi: del resto Cinque Stelle e Centrodestra stanno facendo accordi in tutti i passaggi istituzionali”. E ancora: “Quando eravamo al Governo noi, questa fase delicata della democrazia parlamentare si chiamava ‘accaparramento di poltrone’. Ora che c’è un accordo che va da Berlusconi a Di Maio, passando per Salvini, per i centristi, per la Meloni (cinque forze, un nuovo pentapartito) si chiama ‘rappresentanza istituzionale’. Quelli che quando c’eravamo noi gridavano nei talk contro gli inciuci, oggi vanno in tv a spiegare la necessità degli accordi che smentivano con forza prima delle elezioni. Guardiamo il positivo, amici. Il vocabolario della politica migliora: si passa dagli insulti ai toni istituzionali. E nelle aule del Parlamento il clima è molto più tranquillo”.

Comune nel partito democratico cresce la tensione. Il mal di pancia è ben visibile nella diatriba sollevata in particolare da Dario Franceschini (poi sposata da Andrea Orlando) su una questione formale. Ovvero se convocare i gruppi Pd di Camera e Senato prima del quattro marzo (come invocato dai ministri della Giustizia e dei Beni Culturali) per chiarire la linea politica dem quando i partiti saranno ricevuti al Colle per discutere sul governo. Oppure se convocare la riunione dei gruppi dei due rami del Parlamento solo all’indomani delle consultazioni col Quirinale, come replica Lorenzo Guerini. Il segretario reggente Maurizio Martina sta mediando tra le varie anime dem, anche se la sua idea è di convocare i Gruppi e la direzione all’indomani delle consultazioni al Quirinale per un confronto interno. E, soprattutto, per fare il punto della situazione.

UNA POLTRONA PER DUE

montecitorio presidenzaLo slogan del disinteresse verso le poltrone è stato sparpagliato ai quattro venti per tutta la campagna elettorale. Ora è un punto diventato dirimente E sul quale potrebbe nascere il primo contatto per un governo griglio-verde, che fondi cioè le proprie fortune, sulla saldatura tra Lega e Cinque Stelle. Si tratti di voglia di potere o meno, la guida delle Camere diventa uno punto di snodo per sbrogliare la complicata matassa post elettorale. La demagogia però resta tutta: se sono i 5 Stelle o Lega a chiederne la guida, ovviamente con tutti i diritti, è lecito. Ma quando lo hanno fatto altri era sete di potere.

Alla prima seduta delle nuove Camere mancano tre giorni. Solo in quel momento si avrà il l’avvio ufficiale alla XVIII legislatura. Secondo i due regolamenti, a presiedere la prima riunione dell’Aula di Montecitorio sarà Roberto Giachetti del Pd, mentre l’Assemblea di palazzo Madama sarà diretta dal senatore a vita e presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Venerdì 23 marzo, quindi, inizierà la legislatura con il primo passaggio fondamentale per la nascita del nuovo governo: l’elezione dei successori di Pietro Grasso e Laura Boldrini. Solo dopo, infatti, il presidente della Repubblica potrà avviare le consultazioni. E mentre proseguono le trattative tra i partiti per tentare una possibile convergenza, continuano a rincorrersi i nomi dei ‘papabili’ candidati: per la Camera restano in pole Riccardo Fraccaro, Roberto Fico e Emilio Carelli, tutti M5s. È stato proprio il leader pentastellato, Luigi Di Maio, a rivendicare il ruolo per il Movimento. Tra i nomi in circolazione anche quello dello stesso Di Maio, che nella scorsa legislatura è stato vice presidente di Montecitorio, ma fonti pentastellate escludono al momento tale possibilità. Anche la Lega punta allo scranno più alto della Camera, e il nome è quello di Giancarlo Giorgetti, uno dei fedelissimi di Matteo Salvini e che, stando alle indiscrezioni, potrebbe contare anche sui voti del Pd o quantomeno a una non ‘belligeranza’ da parte dei dem.

Per il Senato, invece, circolano i nomi del capogruppo di FI Paolo Romani, sul quale tuttavia ‘pesa’ il veto dei 5 stelle (“no condannati o imputati”, ha ribadito anche oggi Di Maio). La Lega punterebbe su Roberto Calderoli o Giulia Bongiorno, nome che però farebbe storcere il naso agli azzurri. Per i 5 stelle si fanno i nomi di Danilo Toninelli e l’ex Questore di palazzo Madama Laura Bottici. In assenza di un precedente accordo tra le forze politiche, visti i numeri e soprattutto l’assenza di una maggioranza certa, anzi impossibile, che basti una sola votazione per eleggere i nuovi presidenti. L’ipotesi, alla luce anche dei diversi regolamenti, è che il successore di Grasso potrà vedere la luce già nella giornata di sabato, mentre non è possibile fare previsioni sui tempi necessari per l’elezione del successore di Boldrini e potrebbero anche volerci votazioni ad oltranza prima di avere un risultato.

Comunque le trattative vanno avanti con Di Maio che cerca di tenere distinte le questioni governo-camere: “L’elezione dei presidenti delle Camere non è una partita per il governo ma è una partita per l’abolizione dei vitalizi” ha affermato ritirando fuori uno dei temi di campagna elettorale il cui nesso è poco chiaro. “In questa settimana probabilmente – ha aggiunto – eleggeremo uno dei presidenti delle Camere e saremo decisivi per l’elezione di entrambi. Abbiamo chiesto la presidenza della Camera perché qui ci sono più vitalizi da tagliare, più regolamenti da modificare”.

Per il momento non c’è stato ancora alcun confronto sui nomi dei candidati per le presidenze delle Camere. E probabilmente, i nomi che proporrà M5s saranno messi sul tavolo solo domani sera o più probabilmente giovedì. Così ribadiscono i vertici M5s alla vigilia del nuovo giro di contatti dei capigruppo in pectore 5 stelle, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, con gli altri partiti sulle presidenze delle Camere. Il M5s smentisce i rumors di queste ore che danno già per acquisito il nome per la presidenza in particolare di Montecitorio sulla quale continuano a puntare i pentastellati.

Intanto Matteo Salvini e Silvio Berlusconi si sono incontrati stamane ad Arcore per cercare una soluzione comune sui nomi da presentare per la presidenza delle Camere e per presentarsi così con una strategia definita al vertice in programma domani a Roma, cui prenderà parte anche la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Tra le possibilità per uscire dall’impasse con il Movimento 5 stelle, che rivendica lo scranno più altro di Montecitorio, vi sarebbe l’idea di avanzare una proposta comune del centrodestra per la guida di palazzo Madama. I due leader di Forza Italia e Lega avrebbero affrontato anche il nodo del candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Friuli.

In mattinata si sono incontrate anche le delegazione di Forza Italia con i 5 Stelle e in precedenza i capigruppo pentastellati Giulia Grillo e Danilo Toninelli hanno incontrato il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina, e il coordinatore Lorenzo Guerini che si sono detti in attesa di conoscere le proposte che siano di “garanzia”.

Dopo le elezioni caos per il nuovo Governo

Il Movimento 5 stelle canta vittoria e la Lega si proclama guida della coalizione del centrodestra, mentre il Partito democratico fa i conti con una sconfitta che a notte fonda, a poche ore dall’inizio dello spoglio, il vice segretario Maurizio Martina ha dipinto come “molto evidente e molto netta” parlando di “un dato al di sotto delle aspettative”. Spetterà al segretario Matteo Renzi, che ancora non ha parlato, “fare le valutazioni più compiute sull’esito del voto”.

Lo scenario al momento non vede nessuna maggioranzelezionia con un paese bloccato nella impossibilità di fare un governo. Questo il quadro che si palesa dopo le elezioni politiche e a cui il presidente Mattarella dovrà mettere mano nelle prossime settimane. Il centrosinistra è ancora sotto choc. I sondaggi non erano favorevoli ma una disfatta di queste proporzioni non la immaginava nessuno. Le forze cosiddette anti-sistema sono maggioranza nel Paese. Una maggioranza che però non sembra in grado di produrre un governo. Il segretario del Pd Matteo Renzi è il grande sconfitto. L’onda che ha messo fine al suo governo all’indomani del referendum del 4 dicembre non ha finito la sua corsa e ora la minoranza interna del Pd chiede un suo passo indietro.

A trionfare sono Cinque Stelle e la Lega. Il timore è quello di un sodalizio che saldi i due in una saldatura anti-sistema che darebbe una maggioranza parlamentare ai populismi. Ma Salvini la ha escluso. Anche per un calcolo di convenienza ora che è diventano il primo azionista del centro destra. Nel pomeriggio di lunedì i leader della Lega e Forza Italia si sono incontrati e hanno rivendicato per la coalizione di centro destra il mandato per governare.

Intanto continuano al Nazareno le riunioni e i confronti tra i big del partito e Matteo Renzi sul da farsi dopo la sconfitta alle elezioni politiche. “Le decisioni da prendere sono delicate e non c’è unanimità di visione”, riferiscono fonti del Nazareno. Sul tavolo ci sono le dimissioni del segretario, un gesto considerato ormai doveroso dalla minoranza interna, e la personalità da indicare per traghettare il partito verso un nuovo congresso. Nonostante questo, stando a quanto si apprende da fonti vicine al ministro Orlando, nessun contatto ci sarebbe stato, al momento, tra il Guardasigilli e il segretario dem. All’ultimo piano della sede nazionale del Pd sono presenti, oltre a Renzi, Ettore Rosato, Lorenzo Guerini, Matteo Orfini, Maurizio Martina.

Proprio Martina, vicesegretario del partito, si è presentato in nottata in sala stampa assieme al presidente del partito, Matteo Orfini, ed ha definito il risultato delle elezioni “una sconfitta netta”. Altri indicano nello stesso Orfini il possibile reggente. Di questa sconfitta Renzi ha preso atto e chiarirà in conferenza stampa – prevista inizialmente per le 17 e ora a rischio slittamento – quale siano le sue intenzioni. L’ipotesi più accreditata e’ che il segretario possa mettere a disposizione il suo incarico, affidando alla direzione il compito di decidere se accettare le dimissioni e, quindi, rimandare all’assemblea del partito il compito di eleggere un eventuale traghettatore. I nomi che circolano vanno dal vice di Renzi, il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, al ministro Graziano Delrio. ma c’è anche chi, nella minoranza, chiede un cambio di rotta più netto che coinvolga l’intero gruppo dirigente.

La tornata elettorale vedeva anche il voto per le regionali in Lombardia e Lazio. In Lombardia è in vantaggio Attilio Fontana del centrodestra. Mentre nel Lazio Nicola Zingaretti (31,8%), secondo i dati definitivi di Swg per La7, strappa per un soffio la presidenza del Lazio a Stefano Parisi del centro destra (30,9%).

Insieme: “O condivisione o rivalutiamo posizione”

insieme“Lamentiamo che nonostante le nostre ripetute richieste non è mai esistito un tavolo di coalizione per lavorare in modo condiviso sul programma e sulle candidature. Noi di ‘Insieme’ siamo stati i primi a chiudere le nostre liste sul proporzionale alla Camera e in Senato e non vogliamo che venga messa a rischio la loro presentazione per ritardi che non ci riguardano”. Così in una nota i promotori della Lista Insieme Giulio Santagata, Riccardo Nencini e Angelo Bonelli. “Per evitare questa situazione – aggiungono gli esponenti della lista Ulivista – chiediamo con urgenza la convocazione di tutte le forze della coalizione per l’identificazione dei candidati migliori che possano rappresentare il valore del centrosinistra. Allo stato dell’arte stiamo rivalutando la nostra posizione e la nostra presenza, rivendichiamo di essere una forza politica autonoma che vuole dare un contributo e un valore aggiunto alla coalizione. Da questo momento non accetteremo più questo atteggiamento di chiusura”.

Una dichiarazione che viene dalle resistente e chiusure con cui il Pd sta conducendo le trattative di coalizione. Tanto che nello stesso partito democratico le acque sono decisamente agitate e le minoranze sul piede di guerra. Da fonti parlamentari della minoranza si parla di veti “assolutamente inaccettabili”. “Renzi vuole decidere non solo il numero ma anche i nomi da inserire nelle liste”. Sono tentativi, a detta delle stesse fonti, di “epurazione”. Parole negate dal coordinatore del Pd Lorenzo Guerini che in nota smentisce “che il segretario del Pd abbia posto veti sui nomi della minoranza. Stiamo semplicemente lavorando tutti assieme per individuare le candidature che possano avere sul territorio maggiori possibilità di vittoria”.

Nel pomeriggio si è svolto un incontro tra il segretario e il Orlando, ma il confronto vero è probabilmente rimandato alla direzione, rinviata più volte nel corso della giornata,  prevista in tarda serata. Molto dura anche la posizione di Beatrice Lorenzin di Civica Popolare partito alleato con il Pd nella coalizione di centro sinistra. “Noi siamo sversatori di sangue”. Nel forum a Repubblica tv, rivendica che “puntiamo a prendere il 3 per cento ma dobbiamo essere messi nelle condizioni di poterlo fare”. “Altrimenti, valuteremo se restare nell’alleanza. Se creiamo problemi, la politica si fa in tanti modi”, avverte. “Stiamo ragionando”, dice ancora la ministra della Salute quanto alle trattative in corso con il Pd pur non nascondendo che “ora mi sembra tutto all’aria, al Nazareno”. “Abbiamo fatto un accordo iniziale – puntualizza – che prevedeva una rappresentanza dignitosa in tutta Italia e doveva tenere conto della distribuzione territoriale, perché – chiarisce ancora – non siamo una lista civetta”.

IL RITORNO DEL CAVALIERE

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I sondaggi avevano ampiamente previsto le difficoltà del centrosinistra. In Sicilia lo spoglio per le elezioni Regionali è ancora in corso ma il candidato del centrodestra Nello Musumeci attualmente mantiene il primo posto nella corsa, seguito da Giancarlo Cancelleri. Sono state scrutinate oltre la metà delle sezioni, il dato è di 3.207 su 5.300, il candidato del centrodestra, ha il 39,2%, il candidato del M5s Giancarlo Cancelleri 34,9%. Seguono Fabrizio Micari con il 18,9%, Claudio Fava con il 6,2 e Salvo La Rosa, con lo 0,72 %. A vincere è però “partito del non voto”: solo il 46,76% ha votato per l’elezione del presidente della Regione e dell’Assemblea, mentre il 53,23% ha disertato le urne. Rispetto al 2012 quando aveva votato il 47,41%, il dato dell’affluenza è in calo dello 0,65%.

L’effetto non è arrivato smorzato nelle stanze del Nazareno. Parla chiaro il Presidente del Pd, Matteo Orfini. Su Fb non nasconde le difficoltà, dopo un primo grossolano tentativo del Pdi siciliano di accollare la colpa della delusione elettorale a Pietro Grasso reo di essere uscito dal Pd dopo l’approvazione della legge elettorale. “In Sicilia e nel Municipio X di Roma – afferma Orgini – il Pd arriva terzo. Sono oggettivamente due sconfitte. E quando si perde si deve riflettere e capire gli errori per correggerli. Ma anche distinguere le legittime strumentalizzazioni politiche dai numeri e dalla storia di queste due elezioni”. “In Sicilia – prosegue Orfini – vincemmo con Crocetta perché la destra si divise. Oggi la destra è di nuovo unita e vince. Il Pd ha provato a lavorare sullo schema di una coalizione larga, guidata da una personalità della società civile. Non siamo riusciti fino in fondo a raggiungere questo obiettivo perché Mdp e Sinistra Italiana hanno scelto di candidare Fava con il solo obiettivo di far perdere il Pd e vincere la destra. E perché anche parte del mondo moderato rispetto a cinque anni fa ha scelto la destra”. E sulle elezioni del decimo Municipio di Roma aggiunge: “Il Pd è il secondo partito con circa il 14 per cento. Si e’ votato dopo lo scioglimento per mafia e dopo l’interruzione di un’amministrazione da noi guidata. A far dimettere l’allora Presidente fui io, quando non era indagato (o almeno non era noto che lo fosse). Successivamente fu arrestato e poi condannato in primo grado. Capite bene che con queste premesse il Pd sarebbe potuto scomparire”.

“Ma dove è la novità? – si difendono i renziani – la scorsa volta si è vinto con il 13 per cento del Pd, con l’11 dell’Udc e il 6 della sinistra di Crocetta e perchè la destra era divisa”. Una lettura che sembra un pò assolutoria ma è in realtà mirata a sostenere che “siamo in partita se c’è una coalizione”. E soprattutto ad evitare lo scontro interno e a convincere Dario Franceschini, Orlando e Michele Emiliano a non andare all’attacco del segretario condannando il Pd a sconfitta certa alle elezioni del 2018 a favore del centrodestra o di M5S. I dirigenti del Pd, però, non sembrano intenzionati a fare sconti al leader. “La sconfitta è pesante ed è l’ultima di una serie di risultati presi sotto gamba”, è l’analisi diffusa. Ora o Renzi dimostra di voler decidere insieme su tutto, a partire dalla definizione delle liste elettorali, e di impegnarsi davvero a costruire “senza veti” una coalizione o, come dice un big della minoranza, “parte il cinema”.

I big Pd non vorrebbero dare per perso fino all’ultimo anche un confronto con Mdp, ipotesi che Renzi vede remota “non per colpa sua”, dicono i suoi. Il leader è pronto, attraverso il coordinatore Lorenzo Guerini, ad aprire da domani il confronto con i possibili alleati. Mettendo sul piatto anche la disponibilità a primarie di coalizione se qualcuno le chiedesse. “Per il centrosinistra serve un nuovo inizio. Il Pd è pronto a confrontarsi senza veti con tutte le forze progressiste, europeiste, moderate, interessate a costruire unità e non divisione”, ribadisce, ancora a urne aperte, Maurizio Martina. Un messaggio rivolto oltre ma soprattutto dentro il Pd per scongiurare un tutti contro tutti e per invitare i dem a concentrarsi sui veri rivali: i grillini.

Intanto si prepara la resa dei conti. La direzione del Pd è convocata per il 13 pomeriggio. Il leader del Pd si chiude nel silenzio. “Evitiamo qualsiasi dichiarazione, facciamo domani il confronto, o quello che sarà” si limita a dire Matteo Renzi entrando nella sede fiorentina della Stanford University dove tiene un corso rivolto agli studenti americani.

Psi, il nostro impegno sul territorio

orvieto_1Nella Sala dei Quattrocento del Palazzo del Capitano del Popolo ad Orvieto, nei giorni 8 e 9 settembre, si è svolto un importante Forum degli amministratori socialisti dal titolo “Servire i cittadini”. Durante il Forum sono stati affrontati temi politici di grande attualità: riforme istituzionali, sviluppo del sud, accoglienza degli immigrati, governo degli enti locali, le città storiche ed il lavoro nei servizi. Non è neanche mancato il confronto sulle prossime elezioni regionali in Sicilia. I compiti di moderazione dei lavori sono stati brillantemente svolti dai compagni Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta.

Gli interventi sono stati tutti interessanti e di altissimo livello. Ognuno ha dato il proprio contributo. Qualche intervento ha segnalato le carenze delle infrastrutture per il sud: trasporti ferroviari, strade, aeroporti e servizi portuali da migliorare. Il tutto dovrebbe essere funzionale ad un progetto di sviluppo per il sud che attualmente manca. Sono stati segnalati i problemi della rete idrica del Paese: vetusta e ridotta ad un colabrodo con ingente dispersione di acqua. Sono stati segnalati le problematiche delle Regioni che non riescono a spendere tutti i contributi che ricevono dall’Unione Europea e dopo sono costretti a restituire la parte non utilizzata.

Intervenendo sulle riforme degli enti locali, Cesare Pinelli ha sottolineato che il dimensionamento degli enti territoriali deve essere funzionale ai compiti da svolgere. Sulla ridefinizione della geografia politica del territorio, ha avvertito sui problemi che potrebbero presentarsi successivamente. Per un migliore governo del territorio, ha invitato gli amministratori ad un maggiore dialogo nel coordinamento tra sindaci e prefetti.

Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria del PD, nel suo intervento ha sottolineato come la presenza del fenomeno dell’immigrazione rende più complesso e difficile la governabilità degli enti locali. Ritiene necessario far crescere le virtù sociali. Complimentandosi per il convegno e per i lavori ha dichiarato che “senza la presenza dei socialisti non è possibile costruire un programma riformista per il Paese”. Infine concludendo ha ribadito “l’impegno ad un lavoro comune per lo sviluppo del nostro sistema democratico”.

Nelli, il sindaco di Città Reale, ha fatto presente le problematiche dei paesi terremotati dove il 75% degli edifici è stato dichiarato inagibile, dove ci sono anche problemi di comunicazione con la telefonia mobile. Ha detto anche che il PSI è stato vicino alle popolazioni dei terremotati grazie anche all’opera di Oreste Pastorelli. In conclusione ha citato una frase del vescovo di Rieti: “Il terremoto ha fatto crollare i campanili, noi dobbiamo fa crollare i campanilismi”.

I lavori del giorno 8 si sono svolti attorno alle tavole tematiche, mentre a quelli del giorno 9 si è dato spazio a tematiche generali con interventi liberi.

Bruno Zanardi, con il suo intervento, ha illustrato un importante lavoro sulle linee guida per la conservazione del patrimonio storico e artistico in rapporto all’ambiente, collegandosi all’ex comma 5 art. 29 del Codice dei beni culturali (D.Lgs 42/04). Dalla sua esperienza nella Commissione sul nuovo codice del restauro e della conservazione preventiva, ritiene indispensabile la catalogazione del patrimonio artistico come insieme indissolubile valutando il rapporto inscindibile tra patrimonio artistico e ambiente.

Francesco Rispoli, assessore allo sviluppo sostenibile del comune di Ischia, ha ricordato la necessità di far crescere il tasso di etica della responsabilità tra gli amministratori degli enti locali tenendo presente l’esigenza di costruire un mondo migliore per il futuro. Nel suo intervento, ha anche avanzato la proposta per le isole campane di farle diventare patrimonio dell’umanità. Andando oltre ha anche avanzato la proposta di un progetto per mettere insieme i borghi marinari di tutto il mediterraneo. Guardando al futuro, in conclusione, si è dichiarato favorevole alle riforme migliorative per il futuro rispetto alle condizioni attuali.

Per Pisani occorre dare più nobiltà all’impegno politico. Soffermandosi sulla tematica dell’immigrazione quale modello di società solidale, ha detto che “c’è un futuro da costruire”.

Enrico Buemi, sottolineando l’importanza dell’incontro, ha ricordato l’utilità dell’azione politica del PSI nella politica italiana, spronando al coraggio delle azioni nella verità delle cose. Nel suo intervento ha proposto: la riduzione delle regioni ridefinendo i confini; la riduzione e la riqualificazione delle province, la riduzione dei comuni. Rivisitando le riforme recenti che hanno prodotto più danni che bene, ritiene troppo numerose le città metropolitane. Per Buemi è necessaria una maggiore trasparenza e facilità di accesso agli atti amministrativi in itinere. Favorevole alla riduzione del numero dei consiglieri comunali, ha ricordato che può essere pericoloso incrinare il solido architrave delle tradizioni amministrative del paese. Soffermandosi sui contenziosi e sui conflitti di competenze, ritiene che le cause derivano da leggi fatte male. Preoccupazione ha manifestato per tutte le azioni politiche che mettono in pericolo lo stato di diritto del paese. In conclusione, ha ricordato l’azione dei socialisti al Senato dove hanno presentato numerosi disegni di legge.

Mauro del Bue è intervenuto toccando diversi punti. Ha manifestato preoccupazione per la tendenza a sottrarre potere ai cittadini limitando l’esercizio della democrazia politica. Il traghettamento verso forme sempre più oligarchiche limita il funzionamento della democrazia nel Paese. Sull’abolizione delle province: “non è possibile perché sono previste dalla Costituzione”. Mentre sull’aggregazione dei Comuni: “potrebbe essere avanzata come proposta politica del P.S.I.”. Poi, ha denunciato le proposte politiche destabilizzanti e confusionarie avanzate da altri partiti politici come la Lega Nord e M5S. Ha avvertito la necessità di una maggiore autonomia politica dei socialisti che si possono distinguere muovendosi sui binari del Socialismo liberale e dell’ecosocialismo. Alcune critiche le ha espresse sul fallimento della spending review, sulla gestione delle zone terremotate affidate al Governo espropriando gli enti locali del loro ruolo per la gestione del territorio, e sul problema degli immigrati che in Libia vengono trattenuti in dei campi lagher gestiti dai libici anziché essere affidati all’ONU che dovrebbe tutelare i diritti umanitari. Un breve flash l’ha fatto sulle prossime elezioni siciliane dove la candidatura di Fava fatta dai partiti politici di sinistra, non incontrerebbe il sostegno di altri gruppi politici vicini alla stessa area politica.

Anche per Oreste Pastorelli il forum di Orvieto è di vitale importanza per il PSI. Ha sottolineato la presenza di un popolo socialista vero e non falso che lavora sul territorio con dignità e sacrificio. Bisognerebbe guardare più spesso e con maggiore attenzione all’attività dei socialisti in Parlamento ed al Governo per il territorio. Per Pastorelli le notizie propinate al pubblico dai media non sempre sono veritiere e pertanto andrebbero verificate. Pastorelli ha segnalato un PSI in crescita come è possibile notare dall’incremento significativo del 60% di preferenze nella scelta del 2 per mille come risulta dalle dichiarazioni dei redditi degli italiani.

Fabrizio Cicchitto, intervenendo per AP, ha fatto una analisi del quadro politico attuale. Preoccupazioni ha espresso per l’appuntamento elettorale di fine legislatura al quale ci si arriva con risorse di bilancio scarse. Ritiene necessario il confronto con il PD sulla crescita e sull’occupazione giovanile. Dal cuneo fiscale potrebbe arrivare una risposta positiva sia al mondo imprenditoriale che ai giovani. Attualmente l’insoddisfazione dei giovani, per Cicchitto, si riversa sul movimento dei grillini. Inoltre, ha detto che non va sottovalutato l’attuale centro destra caratterizzato dagli aspetti peggiori. Non sono mancate le critiche alle spese fuori controllo, irresponsabili ed eticamente inaccettabili delle regioni che vedrebbe ridotte soltanto a sei. Per le elezioni, secondo Cicchitto, è comune il dilemma se avere il coraggio di andare avanti da soli o di accordarsi con il PD. Ritiene impraticabile la preoccupazioni per il profilarsi di una nuova geografia politica nel territorio e nel Paese.

Carlo Vizzini, intervenendo dopo Cicchitto, ha sottolineato la grande importanza dell’incontro. Guardando la platea ha detto che “la politica si fa nel territorio stando vicino alle persone. La politica fatta senza il contatto con la base e con il territorio è deleteria per la democrazia”. Poi ha ricordato che le regioni previste dalla costituzione varata nel 1948, sono state realizzate nel 1970 e che l’autonomia fiscale dei comuni è stata sostituita da una centralizzazione del sistema fiscale. Inoltre, ha anche ricordato che l’amministrazione dello Stato è “organizzata sulla base delle province”. La sostituzione delle province lascerebbe in uno stato di abbandono e di degrado le rispettive competenze tra cui le strade e le scuole. Poi, riferendosi alle elezioni siciliane ha sottolineato l’importanza che hanno poiché la Sicilia è una regione con cinque milioni di abitanti. Per Vizzini in Sicilia non c’è la presenza del centro destra che è sostituito dalla presenza della sola destra. Il Presidente del PSI ha fatto presente che la Sicilia oggi ha un ruolo in più: “è diventata il portale dell’immigrazione da un continente ad un altro continente e pertanto dovrebbe essere tenuta in maggiore considerazione dall’Europa intera fatta con significativi riconoscimenti e non con semplici elemosine”.

Matteo Ricci, responsabile degli enti locali del PD, ha detto: “Bisogna relazionarsi con le realtà dove è stato fatto buon governo negli enti locali”. Per Ricci, sulle riforme degli Enti locali bisogna ripartire dal 4 dicembre scorso quando gli italiani hanno bocciato le modifiche della Costituzione. Riferendosi alle province ha detto che di fatto sono state abolite da quando sono stati tagliati i contributi alle stesse. Adesso, invece andrebbero rifinanziate per far funzionare le scuole e per la manutenzione delle strade. Riferendosi alle regioni ha insistito sul loro ruolo di pianificazione delle politiche per il territorio. Mentre sugli accorpamenti degli enti locali, regioni incluse, li ritiene necessari per tagliare i costi di gestione che gravano sugli enti locali: “vanno individuati bacini omogenei”. Per Ricci, una grande partita politica si gioca sulla politica di contenimento dell’immigrazione. In attesa della riforma della legge elettorale, ha auspicato un ritorno al 40% dei voti elettorali per i riformisti.

E’ seguito l’intervento di Germani, sindaco di Orvieto, il quale dopo i convenevoli per aver ospitato l’evento, ha manifestato la necessità di una maggiore vicinanza dei partiti per supportare meglio l’amministrazione dei comuni e delle città.

Luigi Covatta, prima di dare la parola a Nencini per la conclusione dei lavori, ha ricordato che nello stesso luogo, circa dieci anni fa, Veltroni dichiarò conclusa l’esperienza politica precedente. Adesso che le coalizioni non sono più drogate da premi di maggioranza, l’area riformista dovrebbe pensare ad un nuovo equilibrio.

Riccardo Nencini, nel suo intervento conclusivo, ha ricordato che da tre anni non avveniva un confronto come quello di Orvieto con la presenza di tutte le componenti politiche dell’attuale governo. Poi ha proseguito: “Accogliamo l’appello lanciato da Lorenzo Guerini per proseguire un’alleanza stretta, competitiva e coesa, tra le due forze della sinistra riformista, PD e PSI. Stringiamo insieme un ‘patto con gli italiani’ per le prossime elezioni politiche e lo leghiamo a un programma concreto che venga incontro alle esigenze di chi si trova nella condizione del bisogno”. Il segretario del PSI ha anche aggiunto: “In Italia i partiti a vocazione maggioritaria non esistono. L’ipotesi di una coalizione coesa è la strada maestra, non rieditando l’Unione ma facendo i conti con chi c’è. Protagonisti di un autentico patto con gli Italiani dovranno essere le forze che si richiamano al socialismo europeo, i cattolici democratici, la sinistra civica”. Concludendo ha detto: “L’accordo non va fatto solo per le elezioni nazionali, ma anche per le elezioni amministrative”.

Dopo questo importante forum, il cammino dei socialisti deve proseguire per far crescere il PSI. Le premesse sono buone, ma vanno sviluppate e coltivate costantemente stando bene attenti ad evitare le riforme peggiorative dello stato attuale.

Salvatore Rondello