BORDERLINE

SALVINI DI MAIO

La manovra è stata confermata, non sono cambiati i saldi e non sono state aggiustate le previsioni di crescita del Pil. E’ questo l’orientamento del governo emerso dal vertice del Consiglio dei ministri iniziato ieri alle ore 20 tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini cui hanno partecipato anche il ministro dell’economia, Giovanni Tria e quello dei rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro.

Che le intenzioni fossero queste lo aveva fatto capire senza mezzi termini Salvini che, già prima di entrare a Palazzo Chigi, ha detto: “Stiamo lavorando a una manovra che prevede più posti di lavoro, più pensioni e meno tasse non per tutti ma per molti italiani. Se va bene all’Europa siamo contenti, sennò tiriamo dritti lo stesso” (scopiazzando, forse involontariamente, una frase di Mussolini).

Nessun arretramento, quindi, neppure dopo le stime del Fondo Monetario Internazionale che prevede un Pil in crescita dell’1% nel 2019 e 2020, un impatto incerto della legge di bilancio sulla crescita dei prossimi due anni e un effetto probabilmente negativo sul medio termine.

Sempre Salvini ha precisato: “Se ci sarà qualcosa da modificare, sarà non in base alle richieste di Bruxelles, ma in base a quello che succede in Italia, ad esempio a causa del maltempo. Stiamo facendo la conta dei danni e rischiano di essere 5 miliardi di euro. Quindi è chiaro che dobbiamo mettere più soldi alla voce investimenti sul territorio. Perché ce lo chiede la situazione. Da tenere presente che per le spese per circostanze eccezionali è ammessa la copertura in deficit sia dall’Europa che dalla Costituzione”.

Il Consiglio dei Ministri, al termine del vertice, ha certificato l’orientamento del governo nella lettera di risposta ai suoi rilievi che la Commissione ha richiesto.

In sintesi la manovra non è cambiata, i saldi sarebbero rimasti invariati. Ma, sono state messe più risorse sul dissesto idrogeologico. Dunque, questo sarebbe il punto di caduta del vertice a Palazzo Chigi.

Poi, Di Maio ha confermato: “La manovra non cambia né nei saldi né nella previsione della crescita, perché è nostra convinzione che è quel che serve al Paese per ripartire ha detto il vicepremier subito dopo il Cdm. Abbiamo detto chiaramente che ci impegnamo a mantenere il 2,4% di deficit, e il Pil all’1,5% ma reddito cittadinanza, riforma Fornero, soldi ai truffati dalle banche restano. E’ una manovra in controtendenza col passato ma non facciamo i furbi sul debito. Non abbiamo aggiunto niente a quello che già leggete nella manovra di bilancio ma c’è l’impegno a mantenere quelli che sono i saldi indicati; quindi non facciamo i furbi sul deficit ma allo stesso tempo manteniamo gli impegni con gli italiani”.

La novità consisterebbe nelle dismissioni. Di Maio, uscendo da Palazzo Chigi, ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è tutelare i gioielli di famiglia ma allo stesso tempo di dismettere tutto quello che non serve dello stato di immobili o di tutti questi beni che sono di secondaria importanza. Deve essere chiara una cosa nel programma di dismissioni non ci sono i gioielli di famiglia: stiamo parlando di immobili, di beni secondari dello Stato e sicuramente la dismissione avrà un effetto positivo per la riduzione del debito. Nella lettera a Bruxelles abbiamo detto che aumentiamo la valorizzazione dei nostri immobili, quindi della dismissione dei nostri immobili. E potremo fare più soldi dal taglio e dalla dismissione di quello che non serve, degli immobili di proprietà dello Stato. La notizia che devo dare agli italiani è che reddito di cittadinanza, pensioni di cittadinanza, superamento della legge Fornero con quota 100, risparmiatori truffati, tutti questi provvedimenti non cambiano. Vanno avanti e creeranno un anno, il 2019, che sarà l’anno del cambiamento”.

Anche le fonti della Lega hanno fatto sapere: “La novità sono proprio le dismissioni, anche immobiliari, che verranno attuate e valgono l’1% del Pil. Per quanto riguarda la lettera di risposta a Bruxelles, sono confermati saldi e crescita come già previsti (2,4 deficit e 1,5 crescita). Nessun arretramento di fronte a Bruxelles, il governo spiega le sue ragioni ma va avanti per la sua strada”. Dopo il Cdm si è confermato anche l’impianto della manovra e l’azione politica del governo, con quota 100 che parte subito. Vengono inoltre confermate le clausole di salvaguardia e i controlli automatici sulla spesa già previsti (monitoraggio conti pubblici ai fini correttivi) e la destinazione dello 0,2% degli investimenti all’idrogeologico.

Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, lanciando un appello, aveva detto: “Bisogna cambiare la manovra, e bisogna fare in fretta, c’è tempo fino a questa sera, il buon senso deve prevalere sui capricci, a volte sull’arroganza che punta a difendere posizioni che sono economicamente indifendibili. Un appello al governo italiano perché modifichi i contenuti della manovra per dare un segnale di cambiamento che permetta di evitare una bocciatura della proposta italiana”.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono tornati a ripetere che ‘i pilastri fondamentali della manovra non cambiano’. Ma in Parlamento intanto sono sfilate le principali istituzioni in audizione e senza eccezione hanno puntato il dito sulle stime di crescita ritenute eccessivamente ottimistiche. Anche perché secondo l’Ufficio parlamentare del bilancio, ed anche Confindustria, una delle misure chiave come la riforma della legge Fornero sulle pensioni darà risultati lontani dalle aspettative. Critiche a cui si aggiunge la voce dei vescovi, che invitano a stare all’erta per salvaguardare il risparmio delle famiglie e la vita delle imprese. Con le nuove regole previdenziali, è l’allarme dei tecnici del Parlamento, l’assegno che si intascherà sarà più leggero: la sforbiciata oscillerebbe dal 5 al 30 per cento.

Dunque, si potrebbe arrivare a prendere fino ad un terzo in meno se si decide di anticipare di 4 anni l’uscita. Il sottosegretario al lavoro, il leghista Claudio Durigon, ha difeso l’operazione assicurando che non ci saranno tagli con questa affermazione: “Chi uscirà con quota 100 avrà una rata pensionistica basata sugli effettivi anni di contributi e non anche sugli anni non lavorati”.

Il presidente dell’Ufficio Parlamentare al Bilancio, Giuseppe Pisauro, ha sottolineato il paradosso: “Ma proprio il rischio di intascare una pensione più light potrebbe far sì che molti vi rinuncino: una conseguenza nei fatti da auspicare, perché altrimenti salterebbero i conti”.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha osservato: “La platea potenziale per il 2019 sarebbe di 437.000 contribuenti attivi e quindi se uscissero tutti si registrerebbe un aumento di spesa lorda per 13 miliardi. Il doppio di quanto quantificato dal governo. Traballa anche il ragionamento per cui la nuova riforma previdenziale garantirebbe il turn over e quindi l’occupazione giovanile: difficile che i benefici siano automatici”.

Non appare più semplice la messa a punto del reddito di cittadinanza, l’altra norma cardine della legge di bilancio. Le difficoltà dell’attuazione del reddito di cittadinanza spaventano anche un sottosegretario ed esponente pentastellato come Stefano Buffagni che ha detto: “Una misura fondamentale, ma deve essere equilibrata”.

Nonostante il governo sembri allontanarsi di nuovo dall’idea di rivedere il quadro macro, insieme all’Upb anche l’Istat, Corte dei Conti e Abi mettono in guardia il governo giallo-verde dal rischio di dover rifare i conti a breve.

L’Istat ha detto: “Un mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica in modo marginale per il 2018, ma in misura più tangibile per gli anni successivi”.

Che d’altro canto lo scenario economico si sia deteriorato rispetto alle previsioni di appena qualche tempo fa, lo ha riconosciuto lo stesso ministro dell’Economia Giovanni Tria, che sarebbe stato tentato dal rivedere i dati del Pil incontrando però il muro della Lega e del M5S.

Intanto, lo spread continua a viaggiare a ritmi sostenuti e chiude in rialzo a 304 punti base restando quindi fonte di preoccupazione per gli interlocutori nazionali e internazionali, Fondo monetario incluso che proprio ieri è stato ricevuto, in delegazione, a Palazzo Chigi.

In una nota del Mef, si legge: “Il tasso di crescita non si negozia: il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, smentisce voci e indiscrezioni apparse sui giornali secondo cui il tasso di crescita dell’Italia sia stato o sia oggetto di dibattito politico. Le previsioni di crescita sono infatti il risultato di valutazione squisitamente tecnica. Per questo non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal Governo”.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, nell’ultima replica del suo discorso davanti alla seduta plenaria del Parlamento europeo, ieri pomeriggio a Strasburgo, ha detto di sperare che si troverà una soluzione alla controversia fra Italia e Ue sulla manovra finanziaria, ma ha anche ricordato che l’Italia ha approvato le regole dell’euro, aggiungendo che ora non si può dire che non siano più importanti.

Angela Merkel ha detto: “Noi vogliamo tendere la mano all’Italia, ma voglio dirlo chiaramente: l’Italia è un membro fondatore dell’Ue e ha partecipato alla decisione di molte regole che ora sono le nostre basi giuridiche. Non si può affermare ora che queste regole non interessano più. E non sono io che lo dico; a dirlo è la Commissione europea, che ha un ruolo importante da svolgere in questo contesto. Spero che si giunga a una soluzione e che lo si faccia nel dialogo con le autorità italiane; è la mia forte speranza, e l’ho detto anche al premier Giuseppe Conte”.

La risposta del governo italiano è stata inviata all’Ue senza modifiche significative sugli effetti economici di pensioni e reddito di cittadinanza nella manovra di bilancio.

Adesso bisognerà attendere la risposta dell’Ue. Intanto, anche oggi, con il rinnovo dei titoli di stato in scadenza, gli italiani dovranno sopportare interessi più alti rispetto allo scorso mese di aprile.

Salvatore Rondello

Manovra, il governo diviso sulla risposta alla Ue

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Il termine per la risposta del governo italiano alla Commissione Ue è in scadenza. Bruxelles vuole spiegazioni sulle deviazioni previste dalla Manovra finanziaria e sugli obiettivi di deficit/Pil e riduzione del debito che porterebbero Roma fuori dai parametri previsti dai trattati comunitari e che hanno portato Bruxelles preventivamente a bocciare il testo. Un Consiglio dei Ministri è previsto alle otto di sera, preceduto da vertici a livello politico. Le audizioni degli organismi tecnici di questi giorni hanno puntato in maniera unanime il dito contro le stime sulla crescita (+1,5% per il governo nel 2019), anche alla luce dei numeri ben diversi prospettati dall’Unione, e non solo da essa, che prevedono una crescita del pil ben più bassa. “Il tasso di crescita non si negozia” ha detto il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, smentendo voci e indiscrezioni apparse sui giornali secondo cui il tasso di crescita dell’Italia sia stato o sia oggetto di dibattito politico. “Le previsioni di crescita sono infatti il risultato di valutazione squisitamente tecnica. Per questo non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal Governo”. Però allo stesso tempo gioca d’anticipo e proponendo la carta della limatura delle stime del Pil 2019, riducendole fino all’1,2% dall’1,5% previsto nella Nota di aggiornamento al Def. Uno 0,3% in meno che renderebbe più credibile la previone dell’esecutivo. Una proposta di se da una parte sembra ricevere una prima apertura dal parte della Lega, dall’altra vede il netto rifiuto del M5S con Luigi Di Maio che non ci pensa proprio a rivedere parametri, misure e percentuali della manovra.

Per il Movimento il testo e il quadro macroeconomico non si cambiano anche a costo di andare allo scontro con la Ue. Da qui si spiegherebbe anche il ‘giallo’ sul vertice non vertice della mattinata a palazzo Chigi. Anche se fonti di entrambi i partiti negano divergenze, ancora una volta si sarebbe consumato un braccio di ferro fra il Movimento e il ministro Tria. I 5 Stelle vogliono lasciare il quadro esattamente com’è, mentre Tria punta a dare un segnale di buona volontà alla Commissione europea soprattutto dopo le ultime previsioni d’autunno della Ue.

Il Pil, ragionano a via Venti Settembre, deve scendere necessariamente, tanto più che questo non comporterebbe nessuna modifica sul fronte deficit in quanto la base di partenza sarebbe il Pil tendenziale previsto allo 0,9 per cento. Tra le altre ipotesi sui cui si ragiona in vista dalla risposta ai rilievi europei sarebbe anche quella di inserire una clausola sulla spesa che garantirebbe la tenuta del rapporto deficit-Pil al 2,4% (intoccabile per Di Maio e i suoi). Soluzione che comunque non basterebbe a soddisfare la Ue che vuole una vera e propria correzione della manovra soprattutto sul fronte delle misure più costose (reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni). Nel menù delle possibilità, ovviamente non contemplate dai due azionisti di maggioranza dell’esecutivo, ci potrebbe essere lo slittamento a fine 2019 di reddito di cittadinanza e ‘quota 100’ per indirizzare i risparmi alla riduzione del disavanzo. Ma la partita è ancora decisamente aperta, tanto che è in programma un vertice per cercare di trovare un accordo e inviare finalmente una risposta all’Europa.

Manovra, iniziata un’altra settimana di passione

salvini di maio

In mattinata, a quanto si apprende da fonti di governo, si è svolto un vertice a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, il vicepremier Matteo Salvini ed il sottosegretario Giorgetti per fare il punto sul decreto fiscale e sulla manovra in vista della lettera di risposta da inviare a Bruxelles. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ed il vicepremier Luigi Di Maio, stranamente, non hanno partecipato.

Nel frattempo, il facente funzioni di presidente dell’Istat, Maurizio Franzini, in audizione davanti alle Commissioni di Camera e Senato sulle misure della manovra, ha dichiarato: “Quattro famiglie su 10 sotto la soglia di povertà (il 40,7%) vivono in case di proprietà, sulle quali una su 5 paga un mutuo medio di 525 euro, mentre il 15,6% in abitazioni in uso o usufrutto gratuito. Il 43,7% vive invece in affitto, quota che è particolarmente elevata nei centri metropolitani (64,1%) e nel Nord del Paese (50,6%). La spesa media effettiva per l’affitto è di 310 euro.

La rinuncia a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa complessivamente riguarda circa 2 milioni di persone (3,3% dell’intera popolazione, mentre, sono oltre 4 milioni le persone che rinunciano per motivi economici. A rinunciare di più sono i più anziani, tra i 45 e 64, e rilevante è l’intreccio tra rinuncia e condizioni economiche. Ipotizzando costanti sia i tassi di fecondità osservati nel 2017 per ordine di nascita, sia la popolazione femminile residente tra i 15 e 49 anni al 1 gennaio 2018, si stima la nascita di circa 51 mila terzi figli nel 2019. Questo numero era intorno ai 53 mila tra il 2013 e 2015 e intorno a 51 mila tra il 2016 e 2017″. La media di figli per donna, per le nate a metà degli anni 70, è stimato nell’1,4% e che a livello nazionale la quota di donne senza figli è in continuo aumento da una generazione all’altra: era di circa una su 10 per le nate nel 1950, è cresciuta a circa 1 su 5 per le nate a metà degli anni 70. Parallelamente aumentano, leggermente, le donne con un solo figlio e crolla il numero di donne con almeno due figli”.

Il vice presidente della Bce, Luis De Guindos, ha detto: “Un effetto contagio dall’Italia è stato finora limitato, ma rimane una possibilità. Sul fronte delle finanze pubbliche, l’Italia è il caso più importante al momento, visto il livello del debito e delle tensioni politiche sui piani di bilancio del governo. Le forti reazioni del mercato agli eventi politici hanno scatenato nuove preoccupazioni sul nesso tra banche e debito sovrano in alcune parti d’Europa. E questo è alla base della richiesta di disciplina fiscale e del rispetto delle regole”.

E’ iniziata un’altra settimana di passione per l’Italia, stretta tra la risposta sulla manovra da inviare alla Commissione europea entro domani, e l’attesa dei mercati per l’esito della trattativa, con lo spread che venerdì si era riposizionato attorno ai 300 punti e nuovi titoli di Stato da collocare tra lunedì e martedì. Se nel fine settimana si era un po’ allentata la tensione Roma-Bruxelles, a riaccendere lo scontro è stato un duro botta e risposta a distanza tra Matteo Salvini e il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, prima sui migranti e poi, inevitabilmente, sulla manovra. L’Italia ha già avuto flessibilità per 30 miliardi e ora deve rispettare le regole, è il messaggio di Juncker, cui il leader leghista ha risposto insolentemente: “Non siamo cocciuti ma lasciateci lavorare”. Salvini si mostra spavaldo anche di fronte all’ipotesi, ormai incombente, dell’apertura di una procedura con queste affermazioni provocatorie: “Ispettori Ue? Manca solo l’ispettore Derrick e il tenente Colombo. I fondamentali non saranno toccati. Ben vengano i consigli ma i diktat saranno rispediti al mittente”.

Il clima incandescente certo non aiuta l’opera di tessitura che Giuseppe Conte, forse, sta cercando di mettere in atto e che potrebbe portare a un incontro, al momento ancora non in agenda, proprio con Juncker. Il premier, prima di partire per Palermo per la conferenza sulla Libia, potrebbe vedere di nuovo il ministro dell’Economia Giovanni Tria, per mettere a punto i dettagli delle (poche) concessioni che l’esecutivo è pronto a fare a Bruxelles: da un lato una revisione al ribasso del Pil, che tenga conto dello scenario che si è deteriorato da settembre a oggi, e che diventerebbe così più vicino alle stime europee (1,2% contro l’1,5% italiano) che pure tengono conto di un effetto espansivo della manovra, anche se meno di quanto ipotizzato dal governo.

Dall’altro lato ci potrebbe essere la promessa di una clausola, forse automatica, di taglio della spesa in caso di sforamento. Nulla di più, almeno per ora. L’azione del governo in queste ore è anche sotto la lente degli ispettori dell’Fmi, in Italia per la consueta missione nell’ambito dell’Article IV, che incontreranno Tria proprio martedì, quando scade il termine per inviare il nuovo Draft Budgetary Plan a Bruxelles. In questo contesto incandescente Piazza Affari da settimane subisce contraccolpi. Il grafico del Ftse All Share è in rosso perenne, con una flessione che da inizio anno ha toccato oltre il 12%. Ancora peggio il Ftse Italia All Share banks, quello delle banche, che perde il 25%. Istituti di credito che rischiano di subire più di altri i contraccolpi dell’instabilità perché sovraesposti al debito pubblico, con oltre 369 miliardi di titoli in portafoglio. E proprio domani il Tesoro tornerà sul mercato offrendo in asta Bot a un anno. Martedì sarà invece la volta dei Btp a 3, 7 e 20 anni. Entrambe fino a 5,5 miliardi. Le ultime emissioni hanno registrato tassi al top da 5 anni.

Domani ci sarà un altro vertice del Consiglio dei Ministri prima di inviare la lettera a Bruxelles sulla manovra. Sembrerebbe che la posizione con l’Ue sia rimasta distante senza nessun sostanziale cambiamento. Il vicepremier Salvini ha minacciato che se l’Ue applicherà le sanzioni all’Italia, non verrà più corrisposto il contributo dell’Italia all’Ue. Affermazioni gravi e dirompenti.

Vilfredo Pareto, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale scrisse: “Al governo delle volpi si sostituirà il governo dei leoni e dopo finiranno per sbranarsi”. Allora, come la storia insegna, le affermazioni di Pareto si avverarono tragicamente.

Speriamo che in futuro questo non avvenga, ma, purtroppo la situazione emersa in Italia non promette niente di buono.

Salvatore Rondello

IL SUICIDIO

tria centeno

Quel che non funziona fra l’Italia e Bruxelles si riassume nella giornata di oggi che vede Mário Centeno a Roma. All’ora di pranzo il presidente dell’Eurogruppo è in via XX Settembre con il ministro dell’Economia Giovanni Tria. All’ora del caffé, a Palazzo Chigi dal premier Giuseppe Conte. Prima del tramonto sarà sulla strada dell’aeroporto, avendo fatto migliaia di miglia aree senza incrociare le due persone con le quali dovrebbe sedersi per fare la differenza nella crisi attuale dell’area euro: i due viceministri che decidono in Italia, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Centeno, ministro delle Finanze del Portogallo, non ha osato chiamare i vicepremier per proporre un incontro perché avrebbe infranto il protocollo: Tria si sarebbe visto messo da parte e delegittimato dalla sua stessa controparte europea. Quanto a Di Maio e Salvini, non hanno mai cercato il tempo di un caffé con Centeno, con il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis o con il commissario agli Affari monetari Pierre Moscovici.

Così, mentre la crisi fra Roma e Bruxelles si è avvitata, le due parti continuano a giocare al buio: ciascuna male informata sul modo nel quale l’altra pensa e si prefigura un finale di partita. In questo la vertenza italiana del 2018 è davvero diversa da quella greca del 2015. Allora Alexis Tsipras scambiava accuse continue con le figure di punta dell’Unione europea, ma almeno le incontrava e poi, da leader, era in grado di decidere per la Grecia. In Italia invece chi parla con gli ambienti europei sui problemi dell’economia non ha potere e chi ha potere non parla con gli ambienti europei. Le parti di sfidano ma non si conoscono. È anche per questo che producono cortocircuiti come quello di ieri, quando Tria ha individuato una ‘défaillance tecnica’ nelle previsioni della Commissione Ue che fissano al 2,9% del prodotto lordo (Pil) il deficit per il 2019.

È probabile che né la Commissione Ue né il Tesoro di Roma abbiano ragione e gli errori di stima di entrambi si spieghino con ragioni politiche. Il governo vede un deficit non oltre il 2,4% del Pil l’anno prossimo sulla base di una crescita complessiva dello 0,9% del prodotto reale e dell’1,8% dei prezzi; questa stima sembra davvero troppo ottimistica perché l’economia e i prezzi molto probabilmente cresceranno meno di quanto dica il governo. La Commissione invece vede un deficit italiano più alto, fino al 2,9% del Pil nel 2019 e al 3,1% nel 2020,  sulla base di una crescita del prodotto reale dell’1,2% l’anno prossimo e dell’1,3% dei prezzi. A un disavanzo tanto più elevato rispetto ai piani del governo i tecnici di Bruxelles arrivano in base a vari fattori tutti credibili: uno 0,1% di deficit in più già nel 2018, che poi si trascinerà all’anno prossimo; un altro 0,15% di deficit in più da interessi sul debito, a causa dell’aumento già avvenuto sul rischio Italia; più un ulteriore 0,1% di deficit in più dovuto alla più bassa crescita del complesso dell’economia in termini reali e dei prezzi. In sostanza Bruxelles vede uno 0,35% in più di deficit ma riesce ad arrotondare fino a 0,50%. Proprio ciò permette di mostrare che il disavanzo salirà al 2,9% nel 2019 (dunque sarà il più alto dell’area euro) e soprattutto sopra il 3,1% nel 2020. Ciò giustificherebbe la necessità di applicare subito una procedura piuttosto aggressiva come previsto dal protocollo dell’Ue.

In sostanza a Roma, per ragioni politiche, si cerca di far apparire artificiosamente un po’ migliore lo stato dei conti; a Bruxelles per ragioni opposte non si fanno sconti. È quasi sicuro che fra pochi giorni l’Ufficio parlamentare di bilancio italiano, che è indipendente da entrambi, correggerà in peggio del stime del Tesoro ma in meglio quelle di Bruxelles. È probabile poi che l’economia si fermi o vada in recessione presto, proprio a causa dell’incertezza creata dal governo, quindi alla fine lo stato dei conti nel 2019 potrebbe rivelarsi anche più preoccupante di come indica oggi la Commissione Ue. Ma questa sfida mostra quanto quello in corso sia un dialogo fra sordi, fra forze che non si capiscono. Oggi la questione dell’Italia è molto più pericolosa e complicata di quanto è successo in Grecia. L’attuale governo Conte va per la sua strada senza ascoltare neanche le valutazioni fatte dalle autorevoli istituzioni economiche dello Stato come l’Istat, la Banca d’Italia o l’Ufficio parlamentare di bilancio.

Proprio oggi, il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Signorini, in audizione davanti alle commissioni bilancio di Camera e Senato sulla manovra, ha detto: “L’aumento dello Spread è già costato al contribuente quasi 1,5 miliardi di interessi in più negli ultimi sei mesi, rispetto a quanto si sarebbe maturato con i tassi che i mercati si aspettavano ad aprile. Il costo sarebbe di oltre 5 miliardi nel 2019 e circa 9 nel 2020, se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati. L’aumento dello spread sovrano si ripercuote sull’intera economia e la crescita dei tassi di interesse sul debito pubblico ha un effetto in qualche modo comparabile a una stretta monetaria, rischiando di vanificare tutto l’impulso espansivo atteso dalla politica di bilancio. Le misure di condono fiscale potrebbero determinare disincentivi all’adempimento regolare degli obblighi tributari; andrebbero quindi considerate con molta attenzione”. Signorini ha anche ricordato che per abbattere lo spread sono importanti i segnali che percepiscono gli investitori.

Dunque, non si tratterebbe di una manovra a favore degli italiani ma contro gli italiani. A questo punto sarebbe doveroso chiedersi perché.

Oggi, durante la conferenza stampa a Roma assieme al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha affermato: “All’ultima riunione dei ministri delle Finanze dell’area euro ci stava un chiaro supporto alla valutazione della Commissione europea sulla manovra dell’Italia e sottolineo anche l’importanza che nell’ambito delle regole, ma anche oltre le regole, deve esserci sulla sostenibilità del Bilancio. È importante che in ogni paese le Politiche siano sane, sostenibili e che i Bilanci pubblici siano orientati in maniera tale da garantire la finanziabilità del debito sul mercato, ha avvertito”.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nella stessa conferenza stampa, ha affermato:  “Per evitare una procedura di infrazione Ue sulla base della lettera delle regole dovremmo fare una manovra di restrizione fiscale violentissima, dovremmo andare a un deficit dello 0,8% del Pil che per una economia in forte rallentamento sarebbe un suicidio, non credo che nemmeno la Commisione Ue se la aspetti”.

A conclusione dell’incontro di Centeno a Roma, le posizioni dell’Italia con Bruxelles sono rimaste ferme. Sembra proprio che il Governo Conte stia provocando l’Ue per la bocciatura della manovra. Ma a chi giova fare una manovra finanziaria irresponsabilmente per farla bocciare dall’Unione europea? Non certo all’Italia e nemmeno agli italiani.

Roma, 09 novembre 2018

Salvatore Rondello

Pensioni, svanite le promesse per il Sud

Pensioni-InpsApparse, scomparse, riapparse, dissolte. Svanita esenzione delle tasse per i pensionati al Sud. Neppure un accenno al sogno fatto balenare agli italiani: le pensioni esentasse nel Mezzogiorno.

Del progetto non c’è traccia nel disegno di legge di Bilancio 2019 del governo penta-leghista all’esame del Parlamento. Eppure c’è di tutto: reddito e pensione di cittadinanza, modifica della legge Fornero per anticipare il pensionamento dei lavoratori, flat tax per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi a partita Iva, risarcimento dei risparmiatori danneggiati dal crac delle banche, pace o condono fiscale (secondo le varie definizioni), incentivi agli investimenti e alle nuove assunzioni. È previsto perfino l’affidamento in concessione gratuita per 20 anni dei terreni incolti alle famiglie che possano vantare la nascita di un terzo figlio nei prossimi tre anni, ma delle pensioni esentasse al Sud nessuna traccia. Nessun riferimento alla proposta lanciata da Salvini a metà agosto: svanita esenzione nella manovra economica.

Matteo Salvini, senatore eletto in Calabria, aveva avanzato l’ipotesi seducente in un tweet su internet: «Proporrò una zona di esenzione fiscale» in alcune delle più belle zone d’Italia perché «ci sono migliaia si pensionati italiani che vanno in Spagna e Portogallo per non pagare la tassa sulle pensioni». Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno in un comizio in Calabria, come aveva rivelato il ‘Corriere della Sera’, già in precedenza aveva delineato l’idea: creare «una zona di esenzione fiscale per i pensionati italiani e stranieri» in «alcune zone del Sud».

Alberto Brambilla, consigliere di Salvini, aveva messo a punto uno studio illustrato da ‘Repubblica’: esenzione decennale delle tasse per i pensionati italiani e stranieri che trasferiscono la propria residenza per almeno sei mesi e un giorno. Le regioni pilota scelte dal progetto erano la Calabria, la Sardegna e la Sicilia. Il piano fa felici insieme i pensionati e il Mezzogiorno: i primi non pagherebbero più un euro di tasse come in Portogallo (in Spagna e, in genere in diversi paesi europei, le imposte sono tagliate ma in parte restano) mentre le disastrate e belle regioni del Sud incasserebbero un fiume di denaro delle “pantere grigie” che creerebbe sviluppo e occupazione.

Brambilla aveva anche quantificato i vantaggi: «Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale».

In sintesi: per ogni pensionato trasferito “al sole” del Sud ci sarebbe un nuovo occupato, in genere giovane, principalmente nei servizi. Brambilla, però, aveva fissato delle condizioni stringenti: i comuni che potranno aderire all’iniziativa dovranno avere meno di 4 mila abitanti e dimostrare uno spopolamento del 20% negli ultimi 10 anni. Inoltre andranno garantiti una serie di servizi ritenuti imprescindibili come la raccolta differenziata e un livello sanitario in linea con quelli «di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia».

La sirena degli assegni previdenziali esentasse è suonata come una melodia per l’esercito di circa 60 mila pensionati italiani che sono emigrati all’estero (7 mila in Portogallo) o con un reddito basso (per vivere dignitosamente) o con un reddito alto (per migliorare le condizioni di vita). E’ suonata come una melodia anche per i pensionati stranieri e per gli aspiranti a staccare la spina dal lavoro, in Italia e all’estero.

Però è seguita la bruciante delusione, alle parole non sono seguiti i fatti: svanita esenzione. Una prima delusione era arrivata dal governo Conte-Salvini-Di Maio la notte del 27 settembre quando, suonando la grancassa mediatica, aveva approvato l’ossatura del disegno di legge di Bilancio decidendo i contenuti del Def (Documento di economica e finanza).

Ai primi di ottobre l’idea, invece, era riapparsa. Salvini aveva precisato ad Agorà, Rai3: «Ci stiamo lavorando…L’ipotesi in campo riguarda detassare le pensioni per alcune regioni del Sud dell’Italia a chi volesse portare la residenza in queste zone».

Poi niente, svanita esenzione. Certo c’è ancora un po’ di tempo per recuperare: il segretario della Lega, tra uno scontro e l’altro con la Ue e l’opposizione, per lo spread che sale vertiginosamente zavorrando pericolosamente la già difficile manovra economica, potrebbe ripescare il progetto della pensione senza imposte entro la fine dell’anno, termine per votare in Parlamento la legge di Bilancio (sempre che il governo sopravviva agli scontri tra Lega e M5S). Ma non c’è alcun segnale della volontà di rispettare l’impegno proclamato su Twitter e poi ad Agorà. Resta solo la speranza.

Per ora non c’è una parola, una sola parola né nel disegno di legge legge di Bilancio né in un provvedimento collegato. Salvini deve fare i conti con le sue troppe, roboanti e costosissime promesse acchiappa voti. Promesse in competizione con quelle, sempre costosissime di Luigi Di Maio, collega cinquestelle di governo e concorrente nelle elezioni europee di maggio.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Manovra, inizia una settimana cruciale

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Oggi è iniziata una settimana cruciale per la manovra sulla finanziaria con l’avvio dell’iter parlamentare e con l’Eurogruppo a Bruxelles dove ha partecipato il ministro Giovanni Tria. Un nuovo vertice di governo si farà forse mercoledì prossimo. Per perfezionare la risposta a Bruxelles sulla manovra, il premier Giuseppe Conte e il ministro Giovanni Tria, dovranno incontrare Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Alcuni contatti ci sono stati già nel weekend, in preparazione dell’Eurogruppo di oggi. Ma i ‘due consoli’ tengono ancora ferma la posizione con la quale rivendicano una linea politica ‘trumpiana’ (nel senso di ‘espansiva’) della manovra ed anche per rassicurare che il 2,4% è il tetto massimo di deficit che l’Italia si impegna a non superare. La priorità di M5S e Lega è quella di evitare altri scossoni forti per portare a casa la manovra, rinviando la definizione su come e quando applicare le misure per le pensioni ed il reddito di cittadinanza. Dopo, ammettono in casa leghista, nessuno scenario è escluso, neanche la rottura dell’accordo ‘prematrimoniale’, il cosiddetto ‘contratto di governo’ firmato da Salvini e Di Maio.

Il leader della Lega ha definito ‘archiviata’ la scelta se trattare o meno, a maggior ragione alla luce della necessità di fare investimenti per mettere al riparo il territorio dal dissesto.

Il leader del M5s ha detto al Financial Times di essere convinto che la manovra italiana, ha scelto di far deficit come Trump negli Usa. Secondo Di Maio ‘sarà una ricetta per l’Ue’. Ma, non si può sbattere la porta in faccia a Bruxelles, anche per i contraccolpi che una scelta di chiusura totale rischia di avere sui mercati. Lo stesso Di Maio ha affermato che la procedura contro l’Italia è inevitabile ma dopo, anche per la pressione delle prossime elezioni europee, si aprirà un ‘dialogo’ e l’Italia ‘non sarà sanzionata’.

La settimana, che vedrà l’avvio in Aula alla Camera dell’iter della legge di bilancio, si presenta con il difficile vertice dell’Eurogruppo nel quale il ministro Giovanni Tria dovrebbe convincere gli altri diciotto partecipanti che la pensano diversamente. Il vertice di oggi a Bruxelles è un passaggio cruciale per capire se, con la sponda di Paesi come Spagna e Portogallo, sia possibile ammorbidire i toni europei. Questo, confidano dal governo, darebbe margini per provare l’assalto al fortino innalzato dai leader di M5S e Lega.

L’unica possibile leva da giocare in Ue, sarebbe la tempistica delle misure più ‘pesanti’ della manovra: mettere quindi per iscritto non solo che il 2,4%, come sostiene Tria, è stato calcolato su una crescita tendenziale più bassa di quella programmata, ma anche che reddito e pensioni partiranno un po’ più in là. Dunque non solo che il 2,4% di deficit è il tetto massimo, ma che si resterà sotto di un decimale o due. Oggi il fronte dei mediatori ha iniziato un duro percorso in salita.

Salvini, nella sua visita alle regioni colpite dal maltempo, ha scelto un atteggiamento da battaglia. Il ministro Costa e il premier Conte hanno annunciato un fondo da oltre 900 milioni su base triennale, in accordo con le Regioni, per la messa in sicurezza del territorio, oltre all’attivazione del fondo di solidarietà europeo e lo sblocco in manovra di 4,2 miliardi di avanzi di amministrazione da usare per investimenti.

Ma, per Salvini non basterebbe ed ha affermato: “Per il territorio servono 40 miliardi”. Poi, c’è chi spinge perché il tema del dissesto compaia nella lettera per Bruxelles in supporto alla scelta di fare deficit. All’interno del governo qualsiasi passaggio è complicato. Si vive un clima di convivenza da ‘separati in casa’. Fonti di governo legati al M5s avanzano il sospetto che Salvini alzi la posta per indebolire il più possibile Di Maio e andare a elezioni alla prima occasione utile. Anche in casa leghista ammettono che i rapporti sono ormai logori. Lo testimonia la trattativa fatta con le armi in pugno su reddito di cittadinanza e pensioni.

Per il M5S, se il reddito di cittadinanza partirà a marzo, allora potrà partire dilazionata anche quota 100. I pentastellati hanno risposto anche alle obiezioni sui costi della misura di chi, come il giornalista Federico Fubini (che però ha citato limitazioni sulla base del reddito familiare), ha fatto notare che i conti non tornano: il reddito sarà dato sulla base dell’Isee del nucleo familiare (se il marito guadagna 100mila euro, la moglie che ha reddito 1000 non può prenderlo perché l’Isee è sopra la soglia di 9360 euro).

Domani inizia ufficialmente, a tre settimane dall’approvazione in Consiglio dei ministri, l’esame parlamentare della legge di bilancio. Sarà un vero e proprio slalom tra voto delle Camere e giudizio europeo, per arrivare al via libera entro fine anno.

L’intreccio è evidente, se si guarda il calendario: la pagella di Bruxelles, con il possibile avvio di una procedura d’infrazione, è in programma a una settimana dal primo test per la legge di bilancio nell’Aula della Camera.

Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’economia, ha criticato il suo successore al dicastero di via XX settembre per aver cambiato linea rispetto alle strategie di crescita del Paese, alimentando il deficit e scoraggiando gli investimenti, che sono l’unico fattore in grado di alimentare una crescita di lungo periodo e di rendere così sostenibile l’enorme debito pubblico italiano.

Padoan, in un recentissimo suo inrvento pubblicato su ‘Inpiù’, ha scritto: “Il ministro Tria ha ufficialmente sposato la linea del ‘più deficit’ come via maestra per contrastare il visibile indebolimento della crescita registrato dai recenti dati Istat sulla crescita zero nel terzo trimestre. Si tratta di una posizione molto lontana da quella che Tria aveva sposato all’inizio del suo mandato e che tendeva a mantenere un atteggiamento prudente sia in termini di livelli che di direzione del deficit. Il punto non è perché il ministro abbia cambiato idea. Siamo tutti liberi di cambiare idea. Il punto è la valutazione su quali siano i fattori che portano alla crescita. Sia chiaro che stiamo parlando della crescita di medio lungo periodo, quella che conta ai fini di una riduzione sostenibile del debito. Il ministro sembra ritenere che ciò che conta è l’impatto sulla domanda aggregata della politica di bilancio (anzi del saldo di bilancio)”.

Secondo Padoan si tratterebbe di una strategia sbagliata ed ha così argomentato: “Quello che conta per la crescita di lungo periodo sono gli investimenti che sostengono domanda e offerta. Gli investimenti dipendono da aspettative di profitto, grado di fiducia, condizioni legate all’ambiente in cui operano le imprese, cioè dalle condizioni strutturali, oltre che dalle condizioni di finanziamento. Certo contano anche le condizioni di domanda, ma sopratutto la domanda attesa. Cito queste cose perché la politica messa in campo, o semplicemente annunciata dal governo in questi mesi ha fatto di tutto per indebolire le condizioni di sostegno agli investimenti, facendo crescere il costo del finanziamento per imprese e famiglie, smantellando misure strutturali introdotte dal governo passato e bloccando investimenti in infrastrutture che pure sono parte di quegli investimenti pubblici su cui si dice di contare molto. Non è una questione di deficit”.

Da oggi in poi, le tappe del percorso da seguire per gli sviluppi dei destini dell’Italia legati alla finanziaria sono i seguenti:

– 5 NOVEMBRE – Sul tavolo dell’Eurogruppo il ‘caso Italia’. Non sono attese decisioni formali ma potrebbe essere messa a punto una dichiarazione. Tria dovrà confrontarsi con 18 colleghi che non la pensano come lui.

– 6 NOVEMBRE – Martedì mattina in commissione Bilancio della Camera partirà l’iter della manovra, con lo stralcio delle norme inammissibili e un ufficio di presidenza che definirà il calendario dei lavori. Le audizioni potrebbero essere programmate tra venerdì 9 e lunedì 12, nei giorni seguenti cadrà il termine per gli emendamenti. Le votazioni dovrebbero partire tra il 20 e il 22 novembre.

– 8 NOVEMBRE – La Commissione pubblicherà le previsioni economiche aggiornate, che terranno già conto dei saldi inseriti dall’Italia in manovra. Daranno quindi un’idea aggiornata degli scostamenti dagli obiettivi e dell’impatto delle misure italiane sulla crescita.

– ENTRO IL 13 NOVEMBRE, LA RISPOSTA A BRUXELLES. Sarebbe il termine ultimo per presentare a Bruxelles una nuova bozza della legge di bilancio e anche la relazione con i ‘fattori rilevanti’ che, secondo l’Italia, giustificano lo scostamento dagli obiettivi, primo step per il rapporto sul debito che potrebbe aprire la strada a una procedura di infrazione. La lettera potrebbe essere inviata da Roma già giovedì 8 novembre.

– 21 NOVEMBRE – La Commissione Ue pubblicherà il parere definitivo sulla legge di bilancio e già in quella occasione potrebbe avviare la procedura di infrazione.

– 29-30 NOVEMBRE – IL VOTO DEI DEPUTATI. A poco meno di un mese dall’avvio in commissione, la manovra è attesa nell’Aula della Camera, per il primo via libera.

– DICEMBRE – Dopo il vaglio di Montecitorio, la manovra approderà prima in commissione Bilancio e poi all’Aula del Senato per la seconda lettura. Il termine ultimo per l’approvazione definitiva del testo è il 31 dicembre.

– NATALE, POSSIBILE CDM. Dopo il via libera alla legge di bilancio, che il governo auspica entro il 22 dicembre, potrebbe essere riunito un Consiglio dei ministri per varare con decreto il ‘reddito di cittadinanza’ e la ‘quota 100’ per le pensioni: “si farà magari a Natale o subito dopo”, ha detto Luigi Di Maio.

– DICEMBRE-GENNAIO 2019, POTREBBE SCATTARE LA PROCEDURA. Possibile apertura della procedura per deficit eccessivo contro l’Italia per violazione delle regole sul debito, basata però sui dati consuntivi 2017. La procedura prevede un monitoraggio dei conti nazionali da parte dell’Ue ancora più stretto, la risoluzione del problema al più presto e, in caso di persistenza della violazione, una multa fino allo 0,2% del Pil.

Intanto, il primo appuntamento, quello odierno, non ha sortito gli effetti sperati dal governo italiano e, all’Eurogruppo, l’Ue è rimasta ferma sulle posizioni già assunte.

Il commissario europeo agli Affari economici, Piere Moscovici, dall’Eurogruppo ha dichiarato: “Sulla manovra dell’Italia attendiamo il 13 novembre e non voglio saltare alle conclusioni. L’Ue ha chiesto alla Penisola di ripresentare il piano di bilancio, attendiamo una risposta e spero che avremo una risposta”. Al tempo stesso Moscovici ha respinto la tesi secondo cui l’impostazione del bilancio italiano, che prevede aumenti della spesa in un contesto di debito già elevato, possa fregiarsi del termine ‘manovra del popolo’.

In tal senso Moscovici ha spiegato: “Semmai sono le regole europee, che prescrivono di ridurre l’indebitamento-Pil ad essere ‘favorevoli al popolo italiano’. Un bilancio che aumentasse il debito sarebbe di gran lunga dannoso per gli italiani, perché il fardello sulle loro spalle sarebbe più pesante. Il costo del servizio del debito è 65 miliardi euro l’anno: 1.000 euro l’anno per ogni italiano. E di solito quelli che pagano di più sono i più poveri e i più deboli. Serve un Bilancio del popolo ma non è quello che alza il debito”.

Anche Centeno e Dombrovskjs hanno sostenuto la posizione di Moscovici e l’attesa è quella delle modifiche al bilancio da inviare alla Commissione Ue entro il prossimo tredici novembre.

Di certo, per i sei mesi di tensioni sullo spread, è arrivato un conto salato alle casse pubbliche. Il brusco aumento dei tassi di interesse sui titoli emessi dal Tesoro da maggio a oggi ha comportato un aggravio della spesa per interessi di circa 6,4 miliardi rispetto ai tassi dell’aprile scorso, solo per quanto riguarda Bot, Ctz e i Btp (escludendo gli indicizzati).

L’incremento di spesa si spalmerà sulle varie scadenze dei Btp pluriennali emessi. Per il solo 2018 la maggiore spesa già scontata sfiora 1,4 miliardi di euro e mancano ancora diversi collocamenti fino a dicembre. Questi sono fatti che parlano da soli.

Salvatore Rondello

Il M5S perde la piazza a Roma, Torino, Salento

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Non era mai successo: il M5S perde la piazza. A Roma, a Torino e nel Salento, per motivi diversi, la protesta di piazza si è diretta per la prima volta contro il Movimento 5 stelle e non contro “i partiti”, “l’establishment”, “il sistema”. Per Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio è uno shock.

Il M5S perde la piazza a Roma. Migliaia di persone hanno manifestato contro Virginia Raggi in piazza del Campidoglio. Uno dei cartelli più garbati ma perentori contro la sindaca della capitale è stato: “Raggi dimettiti”. Tantissime le critiche alla Raggi: strade impraticabili per le buche, autobus in perenne ritardo e che vanno a fuoco, code perenni in auto, vie sporche e cassonetti stracolmi di rifiuti, anche un mese di attesa per avere una carta d’identità dagli uffici comunali, negozi chiusi per la crisi, illegalità e criminalità sempre più diffuse. Il carico da undici sono i guai giudiziari che hanno sconvolto la giunta grillina e hanno colpito la stessa prima cittadina.

La sindaca, eletta trionfalmente nel 2016 sullo slogan “Il vento è cambiato!”, adesso deve fare i conti con la protesta contro il forte degrado della città eterna. Lei non molla e attacca i vecchi partiti in una intervista al ‘Messaggero’: «Il Pd, mascherato e orfano di Mafia capitale, ha provato a strumentalizzare i cittadini, camuffando una manifestazione di partito in una sollevazione». Ma il vero avversario dal quale deve guardarsi è la Lega, compagna del M5S nel governo nazionale. Matteo Salvini, con caute critiche, prende le distanze e si prepara ad espugnare il Campidoglio alla prima occasione con un candidato sindaco leghista.

Il M5S perde la piazza a Torino. Chiara Appendino, sindaca cinquestelle del capoluogo piemontese, non sta molto meglio. L’antica capitale d’Italia e delle automobili Fiat è in rivolta. Il tema dello scontro è la Tav e l’impoverimento della città. La linea ferroviaria dell’alta velocità Torino-Lione da sempre è attaccata dai militanti grillini e la giunta cinquestelle alla fine ha deciso la sospensione della costruzione dell’opera in attesa di uno studio costi-benefici del governo nazionale.

La sindaca, anch’essa eletta trionfalmente due anni fa battendo un pezzo da novanta del Pd come Piero Fassino (già sindaco, segretario dei Ds, ministro nei governi di centro-sinistra), non è stata presente quando è stato congelato il progetto perché in missione a Dubai in cerca di investimenti arabi nella città. L’assenza ha scontentato tutti. Davanti alla sede del comune di Torino i sostenitori “Sì Tav” sono scesi in piazza contrapponendosi ai “No Tav”. Gli imprenditori, i sindacati e tutte le associazioni torinesi hanno contestato alla sindaca il progressivo isolamento e declassamento della metropoli: una delle ultime sconfitte è stata la perdita dell’organizzazione delle Olimpiadi invernali.

Le grandi opere pubbliche sono uno dei talloni di Achille dei cinquestelle: scatta un secco “no” immediato ed identitario per paura della corruzione e per salvaguardare l’ambiente. È anche il caso della Tap, il metanodotto che, attraversando il mare Adriatico, ha per meta la Puglia. Alla fine Luigi Di Maio ha dato il via libera dell’esecutivo penta-leghista alla costruzione per non pagare delle salate penali, ma è scoppiato il finimondo. Il M5S perde la piazza nel Salento. Alcuni sindaci e dei gruppi di militanti grillini della provincia di Lecce sono scesi in piazza: hanno protestato contro la decisione del loro governo, del loro vice presidente del Consiglio e capo politico, bruciando anche delle bandiere cinquestelle.

Sono lontani i tempi di quando Beppe Grillo predicava a colpi di “Vaffa” la rivoluzione contro “i partiti” e “le élite” italiane ed europee, contro le banche e le multinazionali monopolizzando la rete internet e le piazze. Il comico populista con piglio carismatico dominava la piazza: era in piena sintonia con il suo popolo. L’agognata conquista di Palazzo Chigi e di tante giunte comunali, anche di metropoli importanti come Roma e Torino, ha rotto l’incantesimo. Il fondatore dei cinquestelle non deve averla presa bene: è sempre più silenzioso e distaccato dalla sua creatura politica.

Il populismo ha funzionato trionfalmente quando il M5S era all’opposizione antagonista, ma quando di Maio e i sindaci hanno dovuto fare i conti con l’impegno del governo il meccanismo è andato in tilt. Quando i grillini “anti sistema” sono entrati “nel sistema” qualcosa si è spezzato nel rapporto con il loro popolo. Si è riprodotto lo scollamento tra il vertice e la base della società sul quale Grillo aveva scatenato la rivoluzione populista della “decrescita felice”. Adesso la scommessa è di far marciare insieme progresso e rispetto per l’ambiente, sviluppo ed uguaglianza sociale, concorrenzialità e lavoro non precario. Non sarà facile.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Trenord, il dossier Alitalia e il rischio di una nuova Gepi

trenordIl sistema ferroviario lombardo, costruito nel 2011 unificando Ferrovie Nord Milano e Ferrovie dello Stato E dando vita alla società paritetica Trenord, continuerà, almeno fino a tutto il 2019, ad essere fonte di disagi per i cittadini utenti (e di preoccupazione per il management). E dire che il progetto dell’allora governatore Roberto Formigoni aveva un orizzonte strategico valido ancor oggi e fondato sul miglioramento del servizio attraverso la realizzazione di un sistema integrato di trasporto pubblico nell’intero territorio con un sistema unico di tariffazione.

L’ottimismo dell’attuale governatore della Regione Attilio Fontana, che a sua discolpa può invocare di essere stato “convinto” dal’alleanza romana tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio ad abbassare i toni del confronto e a trovare in fretta un’intesa con la nuova dirigenza “grillina” delle Ferrovie dello Stato, non potrà facilmente dare risposte adeguate in tempi brevi.

Dopo gli annunci ripetuti, accompagnati da progetti diversi di modifica negli assetti societari di Trenord, tutto è rimasto al punto di partenza salvo un’intesa fra i soci che ha attribuito al nuovo amministratore delegato Marco Piuri poteri ritenuti adeguati a evitare paralisi decisionali nel governo aziendale. Tutto ciò nella convinzione che prima o poi bisognerà stabilire chi dei due soci comanda, fermo restando che allo stato delle cose la Regione Lombardia ritiene di dover essere in futuro il “socio di riferimento” e che d’altra parte le “nuove” FS non hanno ancora reso esplicito un orientamento al riguardo.

Gli obiettivi minimi che oggi Trenord deve garantire sono la sicurezza, una maggiore puntualità ed evitare la soppressione di corse. Sul primo punto il tragico deragliamento di Pioltello (provocato dall’usura di un giunto del binario e costato tre morti e 46 feriti) ha sollevato proteste e preoccupazioni che si sono aggravate quando è stato reso noto dalla Rete Ferroviaria Italiana (Rfi è la società di Fs responsabile della manutenzione dei binari) che presso la stazione di Arcore solo la prontezza di riflessi di un macchinista, rallentando la corsa del treno ha probabilmente evitato il ripetersi di un altro incidente. Rfi è corsa ai ripari ma il lavoro di manutenzione ordinaria e straordinaria che modernizzerà la rete, con l’installazione di innovativi dispositivi di controllo per evitare rotture improvvise dei giunti, si realizzerà in un arco temporale di cinque anni. Analoghe problematiche si registrano per la gestione dei passaggi a livello.

Su puntualità e fine delle soppressioni di corse la risposta potrebbe venire dall’acquisizione di nuovo materiale rotabile, anche considerato che carrozze e motrici delle FS hanno una anzianità media di 30 anni rispetto ai 10 anni di quelle delle Ferrovie Nord Milano. Per meglio affrontare i disagi del periodo invernale sarebbero disponibili cinque treni in più rispetto ai nove già previsti per ottobre (ma arrivati solo in parte) “dirottati” in Lombardia dalle Ferrovie dello Stato. A questi se ne aggiungerebbero altri 25, anch’essi usati ma in buone condizioni, nei primi sei mesi del 2019.

Infine e, se si riuscirà ad ottenerne la consegna anticipata, 15 ulteriori convogli nuovi da Hitachi entro la fine del 2019. Non è quello che la Regione si aspettava, considerata la richiesta iniziale di Fontana di 40 treni da utilizzare per il periodo invernale e l’incertezza sul rispetto dei tempi di consegna programmati. Con l’aumento dei treni crescerà il fabbisogno di personale che dovrebbe arrivare da FS, ma occorrerà anche costruire un rapporto positivo con tutte le organizzazioni sindacali e i dipendenti del gruppo per superare alcune situazioni di sofferenza. D’altra parte è l’intero sistema a necessitare di un riassetto e di un potenziamento che richiede risorse adeguate. Ma oggi l’obiettivo massimo, disponendo del nuovo materiale rotabile, è di far funzionare al meglio il servizio offerto dalla attuale struttura.

In questo quadro potrebbe rivelarsi utile un nuovo e diverso rapporto con gli utenti, rendendoli partecipi di un progetto in cui vengano condivisi obiettivi e tempi di un progressivo “ritorno alla normalità” del servizio e sia possibile un controllo sui risultati realizzati. Rispetto alle attuali condizioni di Trenord c’è l’impressione che praticare oggi l’obiettivo di una significativa crescita della domanda, prima di ripristinare una situazione di normale funzionamento aziendale, potrebbe mettere in crisi il sistema. Lo stesso biglietto unico integrato per il trasporto pubblico in Lombardia, uno degli obiettivi più importanti per il funzionamento del sistema regionale, registra alcune difficoltà a causa del ritardo nell’avvio del nuovo sistema di bigliettazione elettronico di Trenord che potrebbe essere pronto per fine 2019 o inizio 2020.

Nel quadro generale la sensazione è che, mutatis mutandis, il ruolo egemonico (ambizione per altro legittima e in passato anche dichiarata) che volevano giocare in passato le Ferrovie dello Stato a direzione “renziana” sia rimasto sostanzialmente inalterato con la differenza, non da poco, che mentre con il governo Gentiloni l’interlocutore era un avversario politico, con il governo Conte bisogna fare i conti con un alleato non sempre accomodante.

Nel frattempo le Ferrovie dello Stato, anche qui in continuità con precedenti vicende, rischiano di essere distolte dal “core business” per effetto di alcune sperimentazioni “in corpore vili” che stanno subendo. Ma la differenza è che mentre la fusione FS-Anas (che non si realizzerà più) avrebbe dato vita ad un enorme e discutibile centro di potere politico e finanziario, oggi si privilegia una funzione assistenziale come insegna la vicenda Alitalia, caso più unico che raro di commistione tra ferrovia e trasporto aereo.

Il rischio è di dar vita ad una “grande Gepi” di settore che sarebbe certo utile per il risanamento di aziende in crisi ma che, se affidata alle FS, non prometterebbe nulla di buono, se non di dar vita ad un “lazzaretto” dove parcheggiare imprese riconducibili in senso ampio al concetto di trasporto.

Comunque per il governatore Fontana si tratta di una perdita secca di potere contrattuale su una materia “sensibile” che qualche effetto elettorale potrà anche avere, considerato il peso politico di quasi 800 mila pendolari nelle zone di maggior radicamento della Lega. Del resto la stessa sorte sembra riservata alla “trattativa per l’autonomia” avviata con il passato Governo dalle Regioni del Nord, tra cui Lombardia e Veneto, che ora sembra segnare il passo.

Vi sono certo oggettive difficoltà di merito che rallentano il confronto, ma quello che comincia ad evidenziarsi è un affievolimento oggettivo (e per alcuni aspetti forse inevitabile) dell’impegno del governo sulla “questione settentrionale” complessivamente intesa. Ben altri sono gli argomenti su cui il “governo del cambiamento” si gioca la propria continuità Nella coabitazione improbabile ma inevitabile tra Lega e 5 Stelle i due inquilini devono pagare entrambi dei prezzi per non mettere fine ad un governo che, se dovesse cadere, difficilmente potrebbe tornare in vita. Quindi la parola d’ordine è tener duro, almeno fino alle elezioni europee, a meno che qualche rospo da ingoiare si riveli indigeribile (o avvelenato) per qualcuno degli attuali residenti di Palazzo Chigi.

Walter Galbusera
Fondazione Kuliscioff

Tap, ancora una figuraccia dei Cinque Stelle

tapIl premier Giuseppe Conte ha comunicato ai sindaci pugliesi: “Avanti sulla Tap: l’interruzione dell’opera comporterebbe costi insostenibili”.

Conte, ha anche sottolineato: “Sul gasdotto abbiamo fatto tutto quello che potevamo, non lasciando nulla di intentato. Ora però è arrivato il momento di operare le scelte necessarie e di metterci la faccia. Prometto un’attenzione speciale alle comunità locali perché meritano tutto il sostegno da parte del Governo”.

Il vicepremier Matteo Salvini ha esultato: “Avere l’energia che costerà meno a famiglie e imprese è fondamentale, quindi avanti coi lavori”.

Ma c’è l’ira dei No Tap. Il leader del movimento No Tap, Gianluca Maggiore, dopo il via libera al gasdotto Tap in Salento annunciato dal premier Conte, ha detto: “Una perdita di tempo, una presa in giro per calmare gli animi. E’ chiaro che la nostra battaglia continuerà, come è chiaro che tutti i portavoce locali del M5S che hanno fatto campagna elettorale qui e che sono diventati addirittura ministri grazie ai voti del popolo del movimento No Tap, si devono dimettere adesso”.

In precedenza, il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, aveva fatto sapere: “In data odierna ho trasmesso al premier Giuseppe Conte le valutazioni di legittimità svolte dal Ministero dell’Ambiente sulla Valutazione di impatto ambientale rilasciata dallo scorso governo sul progetto Tap… Anche nei punti contestati non sono emersi profili di illegittimità, indipendentemente dal merito, in quanto la Commissione Via, unico soggetto titolato a pronunciarsi, ha ritenuto ottemperate le prescrizioni. La valutazione fatta dal Ministero dell’Ambiente esula dal mio pensiero personale e dal mio convincimento politico, se l’opera sia giusta o no. Ma nella fase attuale ogni valutazione da parte del Ministero deve essere fatta solo ed esclusivamente sulla base del principio della legittimità degli atti e non sul merito tecnico dei medesimi, in quanto non consentita dall’Ordinamento. Il lavoro è durato ininterrottamente per più giorni, durante i quali sono state esaminate oltre mille pagine di documenti e c’è stata anche una nuova interlocuzione con Ispra su alcuni aspetti delle varie fasi della procedura. È bene sottolineare che parliamo di un procedimento già autorizzato e concluso nel 2014, su cui si è espresso il Consiglio di Stato con sentenza 1392 del 27 marzo 2017, confermandone definitivamente la legittimità. Tuttavia, come è stato detto, abbiamo ascoltato tutte le osservazioni provenienti dal territorio, sia dai portavoce del Movimento 5 Stelle sia dal comune di Melendugno, Abbiamo valutato se tutte le autorizzazioni fossero state emesse a norma di legge”.

In una lunga lettera aperta inviata ai cittadini di Melendugno, il premier Giuseppe Conte ha spiegato che sulla Tap si va avanti: “Interrompere la realizzazione dell’opera comporterebbe costi insostenibili, pari a decine di miliardi di euro. In ballo ci sono numeri che si avvicinano a quelli di una manovra economica. Chi sostiene che lo Stato italiano non sopporterebbe alcun costo o costi modesti non dimostra di possedere le più elementari cognizioni giuridiche. Se il Governo italiano decidesse adesso, in via arbitraria e unilaterale, di venire meno agli impegni sin qui assunti anche in base a provvedimenti legislativi e regolamentari, rimarrebbe senz’altro esposto alle pretese risarcitorie dei vari soggetti coinvolti nella realizzazione dell’opera e che hanno fatto affidamento su di essa. Il Progetto Tap è frutto di un Accordo intergovernativo sottoscritto da tutti e tre questi Paesi il 13 febbraio 2013. Questo Accordo è stato ratificato dall’Italia con la legge n. 153 del 19 dicembre 2013. L’Italia, in virtù di questo Accordo, ha assunto la veste di soggetto investitore, ai sensi dell’allora Trattato sulla Carta dell’Energia (ECT). Il Progetto Tap gode, inoltre, della qualifica di ‘Progetto di interesse comune’ e per questo ricade nell’ambito delle previsioni di cui all’allegato VII del Regolamento europeo n. 1391/2013, che riconosce una corsia preferenziale a questi progetti imponendo agli Stati Membri di adoperarsi per consentirne una più celere realizzazione. Si aggiunga che il decreto legge n. 133 del 12 dicembre 2014 ha riconosciuto al Progetto Tap la natura di ‘progetto strategico’ e quindi opera da realizzare con urgenza ai sensi del d.P.R. n. 327 dell’8 giugno 2001. L’autorizzazione ‘unica’ per la realizzazione del Tap è stata concessa dal Ministro dello Sviluppo Economico il 20 maggio 2015”. Conte è entrato nei dettagli scrivendo: “Possiamo prefigurare che lo Stato italiano rimarrebbe sicuramente esposto alle seguenti pretese risarcitorie: a) del consorzio Tap e dei suoi azionisti (Socar, BP, Snam, Fluxys, Enagas, Axpo) per i costi di costruzione e di mancata attuazione dei relativi contratti e per il mancato guadagno da commisurare all’intera durata della concessione (25 anni); b) delle società importatrici del gas (tra cui: Edison, Shell, Eon e altri ancora) che hanno già comprato il gas a prezzi scontati e che mirerebbero a trasferire allo Stato italiano i maggiori costi di approvvigionamento per i prossimi 25 anni; c) degli shipper di gas che si ritroverebbero a perdere margini per vendite in Turchia anziché in Italia. Le variabili per poter quantificare l’esatto ammontare dei danni sono molteplici e alcuni dati essenziali sono nella esclusiva sfera di controllo delle società coinvolte nel progetto. E’ certo però che, interrompendo il progetto Tap, lo Stato italiano verrebbe coinvolto in un contenzioso lungo e perdente, i cui costi potrebbero aggirarsi, in base a una stima prudenziale, in uno spettro compreso tra i 20 e i 35 miliardi di euro”. Poi ha precisato: “Ingenerosi con M5S, date la colpa a me”.

“Vendiamo l’anima alla Lega”. E’ uno degli sms che rimbalza su alcuni cellulari dei parlamentari M5S più imbestialiti per il via libera del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Le parole del presidente del Consiglio non sono bastate a placare la rabbia dei parlamentari grillini, quelli pugliesi, o meglio i salentini eletti nei territori alle prese con l’opera, ricevuti a Palazzo Chigi nelle settimane scorse. Ma a fremere sono gli eletti da tutto il Paese. Un deputato campano si è lamentato: “Perché il ‘vaffa’ alla Tap era una nostra bandiera, ma la sacrifichiamo all’altare di un governo che ci sta cannibalizzando…”.

E’ stato un fine settimana di passione per il Movimento. Meno di una settimana fa  Beppe Grillo, dal palco di Italia 5 Stelle al Circo Massimo, invitava la politica a “non abbandonare una visione. Vogliamo il gas che passa sotto quei cazzo di ulivi della Puglia o non lo vogliamo?”, chiedeva il fondatore del M5S. E alcuni parlamentari, in queste ore di nervosismo estremo, a quanto si apprende, valutano di tirarlo in ballo, chiedendogli un intervento diretto per salvaguardare il Movimento. Una deputata pugliese ha commentato: “Dopotutto Grillo è il nostro garante. E se è pur vero che ora siamo al governo, è altrettanto vero che questa è una battaglia del M5S”.

Luigi Di Maio, capo politico del M5S e vicepremier, ha detto: “Abbiamo le mani legate. Ci sono venti miliardi di euro da pagare di penali. Più del reddito di cittadinanza e quota 100 messi insieme. Il punto è che le sanzioni le abbiamo scoperte solo dopo due mesi di accesso agli atti, tanto ci è voluto una volta entrati nei ministeri competenti”.

Carlo Calenda, ex ministro del Mise, lo ha attaccato duramente: “Di Maio si sta comportando da imbroglione, come su Ilva. Non esiste una penale perché non c’è un contratto (fra lo Stato e l’azienda Tap) ma, in caso, una eventuale richiesta di risarcimento danni da parte dell’impresa visto che sono stati fatti investimenti a fronte di un’ autorizzazione legale. Di Maio sta facendo una sceneggiata e sta prendendo in giro gli elettori ai quali ha detto una cosa che non poteva mantenere. Anche con il parere dell’Avvocatura di Stato su Ilva che gli dava torto e che ha tenuto segreto, Di Maio ha mentito e in un paese normale un ministro che lo fa due volte si deve dimettere”.

Ma è difficile tenere a bada il malcontento. Un chiarimento tra Di Maio e il gruppo dei parlamentari al momento non è in programma, visto che la partita l’ha condotta e chiusa lo stesso Conte, coinvolgendo gli eletti nelle zone interessate dall’opera: non solo deputati e senatori, ma anche consiglieri regionali e comunali.

Un coinvolgimento che tuttavia non è bastato, se oggi, tra i pugliesi, c’è chi lamenta di aver appreso la linea dalle agenzie di stampa. Una parlamentare pugliese ha detto: “Il ministro Costa ha dichiarato di aver trasmesso le valutazioni sull’opera al premier e di non aver riscontrato profili di illegittimità. Sarebbe stato corretto dare le spiegazioni a noi, prima di apprendere dai lanci di agenzia come sarebbe andata a finire…”.

Ma le proteste sono andate oltre. Durante la manifestazione è stata bruciata una bandiera del Movimento 5Stelle che, prima e durante la campagna elettorale delle politiche era schierato in maniera decisa contro l’infrastruttura e i manifesti con le foto dei leader dei grillini. Come è già accaduto ieri, via social, alcuni aderenti al Movimento hanno distrutto le proprie tessere elettorali. Il movimento No Tap, in una nota, ha scritto: “In questo momento può sembrare che le speranze di veder bloccato il gasdotto Tap siano appese alle iniziative dei parlamentari del movimento 5stelle che hanno ancora a cuore il bene di questo Paese e delle comunità che lo abitano”.

Ma, i No Tap, con le loro proteste non stanno facendo né il bene del Paese e neanche quello dei loro figli. Le proteste vanno fatte quando sono ben fondate. Quelle sulla Tap e sulla Tav sono proteste strampalate.

S. R.

L’ATTACCO

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Parte il secondo round di accuse del Governo italiano verso le istituzioni europee, stavolta contro il numero uno della Bce, Mario Draghi, l’uomo che ha alleggerito il carico del debito dei Paesi più sofferenti della zona Euro (come l’Italia) con il quatitative easing.

Luigi Di Maio ha attaccato Mario Draghi,  dopo il monito lanciato ieri dal presidente della Bce sull’aumento dello spread che sta incidendo sul capitale delle banche italiane. Il vicepremier pentastellato, su Rai2, ospite della trasmissione ‘Nemo’, ha detto: “Mi meraviglia che un italiano a capo della Bce si metta ad avvelenare ulteriormente il clima. Stiamo facendo una manovra mai fatta prima, dalla parte dei deboli e non delle lobby e delle banche. Stiamo mantenendo le promesse e non torniamo indietro”.

Parlando con Enrico Lucci, Di Maio ha spiegato: “Sostenere le banche non significa prendere i soldi agli italiani, lo spread sale perché c’è la paura che noi vogliamo uscire dall’euro e dall’Europa. Ma non è vero non è nel nostro contratto di governo e noi non vogliamo uscire”.

Di Maio, però, forse non sa che, un uomo politico serio, prima di fare promesse elettorali agli elettori avrebbe il dovere di verificarne la praticabilità.

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico ha poi affrontato il capitolo Standard&Poor’s, che dopo la bocciatura di Moody’s la scorsa settimana, potrebbe annunciare stasera prospettive negative sulla tenuta del debito italiano che preludono a un possibile declassamento tra pochi mesi. Di Maio ha affermato: “Non ho paura del giudizio di Standard&Poor’s. La Francia è più indebitata di noi, che abbiamo un debito privato quasi inesistente e questo crea stabilità”.

Infine, Di Maio non ha risparmiato una stilettata all’ex premier, Matteo Renzi. Ha così commentato: “Ci vuole poco a essere meglio di Renzi, ma decideranno i cittadini. Al Circo Massimo c’erano 30mila persone, e se guardate la nostra area bibite, quello era il numero delle persone della Leopolda”.

In soccorso del governo italiano sono arrivate le dichiarazioni del presidente dell’Associazione delle banche russe, Garegin Tosunyan, che, a margine del XI Forum economico eurasiatico di Verona,  ha detto: “Senza dubbio c’è un interesse reciproco tra Russia e Italia, anche sul mercato dei titoli. Ovviamente prima dell’emissione dei titoli è molto importante una valutazione dei rischi, ma è un fatto che la Russia e l’Italia abbiano intenzione di venirsi incontro. Non solo lungo lo spettro dei vari prodotti e dell’energia, ma anche sul mercato finanziario. Lo dimostra il lavoro attivo delle banche italiane sul mercato russo, e l’attivo interesse dei russi verso l’Italia sugli investimenti possibili”.

Oggi, Piazza Affari ha ridotto il calo dopo le notizie sul Pil trimestrale Usa migliore delle stime. L’indice Ftse Mib è sceso dell’1,1% a 18.726 punti, con Eni (+0,51%) unico titolo in rialzo, mentre Intesa cede lo 0,85% e Unicredit l’1,31%. Nonostante lo spread in calo a 308 punti restano pesanti Ubi Banca (-3%), Banco Bpm (-2,6%) e, soprattutto, il Carige (-4,35%). Più cauta Mps (-1,46%), mentre continuano le vendite su Saipem (-5,41%). Fuori dal paniere principale, prosegue la corsa di Astaldi (+4,9%), mentre frena Tiscali (-7%).

Il Tesoro ha venduto tre miliardi di euro del nuovo Ctz novembre 2020 e 996 milioni del Btp indicizzato maggio 2028. I rendimenti in asta sono balzati per entrambi i titoli, raggiungendo il 2,34% per il Btp (+78 centesimi rispetto al collocamento di fine luglio) e l’1,626% per il Ctz (+91 centesimi rispetto a un mese fa).

Oggi c’è molta attesa per il giudizio di Standard & Poor’s sull’Italia. Dopo l’avvertimento di Fitch, che ha espresso dubbi sulla manovra, e la bocciatura di Moody’s della scorsa settimana, l’agenzia di rating statunitense potrebbe annunciare prospettive negative sulla tenuta del debito italiano facendo tornare l’incubo del declassamento. Attualmente il nostro Paese si trova un gradino sopra il livello dei cosiddetti ‘titoli spazzatura’, ovvero alla soglia del ‘non investment grade’, la categoria di imprese e Paesi cioè molto rischiosi per la platea di investitori. Ma quali sarebbero i rischi per l’Italia nel caso di un’ulteriore previsione al ribasso?

Se Standard & Poor’s si esprimesse con una revisione in negativo dell’outlook, cioè le prospettive future, il mercato potrebbe cominciare a riposizionarsi con effetti quasi immediati, anche se non meccanici. In primo luogo, potrebbero cambiare le politiche di investimento dei grandi fondi internazionali, ossia fondi comuni o fondi pensione, che diversificano e mettono un tetto massimo ai titoli più rischiosi.

Ci sarebbe poi da considerare l’effetto scia che il downgrade di un rating sovrano porta con sé. Le agenzie di rating riuniscono i comitati e valutano le implicazioni del declassamento di un Paese sulle società residenti che emettono obbligazioni. Sarebbe, nel caso, quasi scontata una revisione per il settore pubblico (Comuni, pubblica amministrazione), per quello delle partecipate statali e soprattutto per quello delle banche, molto esposti sui titoli governativi.

Quanto allo sguardo delle Authority europee nei nostri confronti non cambierebbe molto. Per le regole della Bce, sia ai fini del QE che ai fini delle operazioni di rifinanziamento con Titoli di Stato come garanzie collaterali (beni offerti in garanzia di un prestito), basta che almeno una delle quattro agenzie mantenga il Paese in area investment grade per continuare le operazioni.

Salvatore Rondello