La storia di Adrano ripresa (malamente) a scopo elettorale

adrano

Ho ascoltato un discorso sulla Storia di Adrano da un designato Assessore alla cultura della città etnea nella contesa elettorale che si concluderà il 24 giugno prossimo. Il discorso, che circola come video sui social network, è stato pronunciato il 17 giugno verso le 20:30 dal noto otorinolaringoiatra Antonio Politi con la finalità di riscuotere il consenso per la sua coalizione di Centro-destra. Nondimeno esso contiene presentazioni storiche poco chiare e valutazioni personali non sempre conformi alla realtà storica. Ammiro quelli che si interessano alla storia locale per un legame affettivo inscindibile tra persone e luoghi della loro infanzia e giovinezza. Ma durante l’ascolto mi sono chiesto per quale motivo un chirurgo di fama europea si inoltra in territori così lontani dalla sua professione e dai suoi impegni medico-scientifici.

Il discorso, visualizzato più di 4190 volte, nuoce alla conoscenza della storia di Adrano per le diverse omissioni, contraddizioni e incongruenze. Encomiabile il suo appello iniziale, là dove l’oratore medico dice: «La prima cosa che farò, consiglierò ai professori di insegnare la storia di Adrano per dare quell’orgoglio, quell’identità di essere Adraniti». Ma mi sono chiesto su quale testo i giovani devono studiare la storia della cittadina etnea, se non esiste nessun libro che inquadri la sua storia?

I due volumi dell’ex senatore comunista Pietro Maccarrone, su La battaglia di Adrano (1988-89) sono impregnati di luoghi comuni e inficiati da una visione vetero-marxista che la rende una storia poco seria e attendibile. Tuttavia le sue disquisizioni storiche dimostrano uno sforzo interpretativo: il Risorgimento è presentato come un fenomeno storico sorto per realizzare l’indipendenza nazionale che si conclude con lo sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia. I suoi seguaci, contrariamente a quanto sostiene l’oratore, furono accolti da una sparuta minoranza di Adraniti, che non manifestarono alcuna simpatia verso i garibaldini. La loro marcia verso Catania fu ignorata dalla popolazione e dalle autorità cittadine, che per l’occasione non esposero alcuna bandiera negli edifici pubblici.

Su una popolazione di 13.161 abitanti, rilevata dal censimento del 1861 e segnalata da Gaetano Branca nel suo «Dizionario geografico universale» (Torino 1865, p. 6), Adernò – diventata nel 1929 Adrano – si presentava sullo scenario unitario con gravi difficoltà economiche per la miseria diffusa tra la popolazione contadina e per la collusione tra il nuovo governo italiano e i baroni ex borbonici diventati fedeli della Corona sabauda. Che cosa trova di così strano il medico adranita, se la popolazione si trovò ex abrupto «sotto uno Stato sabaudo» monarchico autoritario non dissimile a quello borbonico?
Il patriota Benedetto Guzzardi Moncada (nato il 23 febbraio 1841), considerato astrattamente «fondatore del benemerito Circolo Operai», fu massone, venerabile della loggia di Catania e autore dell’opuscolo Le cinque giornate di Adernò in settembre ed ottobre 1866 (Catania 1866, pp. 23). Di quelle tragiche giornate e della popolazione in preda al panico per «l’annunzio dello sviluppo del Morbo Asiatico» (p. 4), l’oratore svolge considerazioni superficiali e compie omissioni storiche rilevanti. La tassa sul macinato, istituita a decorrere dal 1° gennaio 1868, non c’entra nulla con la rivolta sociale di Adrano, scoppiata per altre cause connesse all’annuncio del colera e alle lotte intestine dei notabili locali «in questa terra Italiana» (p. 5) dove un’intera famiglia «massacrata (?)», quella di Domenico Crucillà, fu uccisa dai carabinieri in una casa di campagna ubicata nella cosiddetta contrada Camerone (p. 21).

Da quel triste episodio, meglio inquadrato da Antonino Sanfilippo in un altro opuscolo del medesimo anno, l’oratore compie «un volo pindarico» sul ruolo svolto da Agatino Chiavaro (1885-1938), definito «un mezzo gangster … che aveva un’idea moderna della città» per avere istituito il centro dei pompieri e avviato i bagni pubblici. Egli passa poi alla presentazione del canonico Vincenzo Bascetta (1879-1959), «che sposò le idee rivoluzionarie del Cristianesimo sociale di Luigi Sturzo». Così sembra ignorare che il Partito popolare non sorse come partito rivoluzionario, ma come organizzazione politica volta a salvaguardare l’integrità della famiglia, l’unità sindacale, la riforma tributaria ed altri aspetti della vita sociale come la tutela dell’emigrazione e lo «sviluppo commerciale del Paese».

Il noto otorino dimentica anche di dire che Chiavaro e Bascetta sono due Personaggi diametralmente opposti, perché il primo si arricchì durante il suo soggiorno a New Orleans con proventi illeciti come affiliato all’associazione criminale «Mano nera»: una notizia riportata nel libro Novecento Siciliano. Da Garibaldi a Mussolini (Edizioni del Prisma, Catania 2008, p. 222) da Pietro Castiglione che riporta una diceria popolare conforma alla realtà; il secondo fu un grande amico dei braccianti, che applicò la lezione di Sturzo sul piano concreto con l’istituzione di cooperative e di banche per incoraggiare la piccola proprietà rurale.

Sull’«azione sociale e politica» di Vincenzo Bascetta esiste la biografia di Giuseppe e Pietro Scarvaglieri (Edizioni Dehoniane, Napoli 1979, pp. 179), senza dubbio un’opera innovativa e pionieristica che rende giustizia al seguace di Sturzo, vittima di violenza da parte del sindaco e poi podestà adranita. Il 16 marzo 1924 Chiavaro partecipò infatti alla sparatoria contro il sacerdote, impadronendosi con la violenza dell’amministrazione comunale, dando vita al periodo più fosco per la comunità adranita: altro che «grande sindaco» e protagonista «di cose straordinarie per quell’epoca». Una rilettura del libro dei fratelli Scarvaglieri, certamente salutare per coloro che esaltano il futuro podestà adranita per la descrizione puntuale della sparatoria e il successivo isolamento di Padre Bascetta (p. 123). Ma le malefatte del fascista adranita emersero nel gennaio 1928 con l’arresto «per concussione, peculato, minacce ed abuso di autorità» tanto da costringere lo stesso Mussolini ad intervenire per revocargli tre anni dopo «le onorificenze di cavaliere e ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia», come si legge in un documento ufficiale coevo.

Sulle comparazioni assurde tra il «grande» Giorgio Almirante ed «il gigante della politica» Enrico Berlinguer è meglio sorvolare per le imprecisioni compiute dal noto otorino, che in un passaggio del suo discorso dice che a scrivere «Don Camillo e Peppone» sarebbe stato un certo Giovanni Ungaretti. Rimane prezioso il suo invito alla stesura di una storia di Adrano, che attende ancora uno storico vero nella convinzione che possa contribuire alla crescita civile dei cittadini, vittime della delinquenza e della nefasta politica di una destra conservatrice poco sensibile ai valori culturali e alle necessità della popolazione.

Nunzio Dell’Erba

La meritocrazia non può
essere un disvalore

Ho ascoltato con grande attenzione papa Francesco nel suo intervento a Genova, un intervento ricco di spunti, di indicazioni, di proposte: una riflessione sui valori cattolici applicati all’economia e al mondo delle imprese e del lavoro, ispirata a criteri di giustizia e di equità. Don Luigi Sturzo parlava di un’economia senza etica che diventa diseconomia, in molti parlano di una logica del profitto a tutti i costi che sacrifica valori e morale, che aumenta le distanze tra i pochi che hanno molto e i troppi che hanno poco o niente. Francesco, simbolicamente, ha scelto Genova, vertice basso del triangolo industriale italiano, per parlare del mondo del lavoro. E lo ha fatto, ancora una volta, facendo rumore, toccando le coscienze. Quanta differenza, tra le parole del papa, oggi unico governante in grado di comunicare con semplicità, rispetto al silenzio di Taormina, dove i grandi (o presunti tali) della terra, non riescono a trovare accordi e a rasserenare l’opinione pubblica mondiale su tanti dei problemi contemporanei (immigrazione, crisi economica, terrorismo, ambiente)! Eppure, tra le parole del papa, c’è qualcosa che mi sento di mettere in discussione, ed è la sua riflessione, critica, sul tema della meritocrazia. Il papa ha detto che «la tanto osannata meritocrazia, una parola bella perché usa il merito, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza» e inoltre che «il talento non è un dono secondo questa interpretazione, è un merito, non un dono». E poi ancora «il mondo economico leggerà i diversi talenti come meriti. E alla fine quando due bambini nati uno accanto all’altro con talenti diversi andranno in pensione la diseguaglianza si sarà moltiplicata».

Infine il papa ritiene che in quest’ottica «il povero è considerato un demeritevole e se la povertà è colpa del povero i ricchi sono esentati dall’aiutarli. È la vecchia logica degli amici di Giobbe, che volevano convincerlo che le sue disgrazie fossero colpa sua. No la verità è nella parabola del figliol prodigo: il fratello rimasto a casa pensa che l’altro si sia meritato la sua disgrazia, ma il padre pensa che nessun figlio si merita le ghiande dei porci».

Le tesi del papa dovrebbero essere, a mio avviso, oggetto di approfondimento e di riflessione. E provo in breve a offrire un contributo. In primis, mi pare esagerato parlare di legittimazione etica della diseguaglianza. La meritocrazia, proprio perché dovrebbe derivare dalla capacità di lavoro, di conoscenza, di approfondimento, di mediazione, dovrebbe essere considerata più come un valore che come un disvalore. Come una questione di riscatto e, proprio perché costruita con fatica e sacrificio, dovrebbe essere profondamente legata a una concezione etica dell’impegno e della mobilità sociale. Non accettare che un sistema, che una progressione di carriera e l’occupazione di ruoli importanti, debbano essere basati sul merito significa, di fatto, legittimare la ricerca del sotterfugio, della fuga dalle responsabilità; significa sostenere che un sistema consociativo, dove pesino più le “cordate” che le qualità, sia un sistema più equo, quasi più “etico” di quello basato sul merito. Non ritenere la meritocrazia una speranza auspicabile, a mio avviso, non solo non annulla le differenze sociali, ma rende meno giustizia alle prospettive di riscatto sociale, che spesso sono state foriere di una maggiore condivisione, in senso cristiano, del progresso. Sul fatto poi, che sia la meritocrazia a far considerare la povertà come un demerito, trovo che si possa giungere al rischio di una banalizzazione pesante del tema “povertà”, connessa spesso più all’avidità e alla sete di potere di vertici che all’applicazione di un concetto basato sul merito. Quali sarebbero le proposte per la riduzione delle differenze? Una totale equiparazione dei salari? Una società piò meno regolamentata? Il governo di un gruppo di illuminati scelti da chi? Non dimentichiamoci che, nelle democrazie occidentali, è stato spesso il merito a consentire l’accesso a ruoli e incarichi di guida e di prestigio anche a persone provenienti dai ceti più poveri e meno abbienti, aumentando il valore dell’esempio e dei risultati legati alla fatica e al sacrificio. Ecco perché ritengo le parole del pontefice forse troppo fuori contesto per poter essere condivise.

Lo so e ne sono consapevole: sono troppo piccolo e in basso per poter esprimere un giudizio sui concetti espressi dal papa. D’altronde, questa è la democrazia. Per questo mi piaceva condividere una riflessione. Per una volta, caro Francesco, non sono pienamente d’accordo con te.

Leonardo Raito

Matteotti, un riformista scomodo

Il 90° anniversario della morte di Giacomo Matteotti è stato celebrato nel 2014 con una serie di convegni, promossi dai sindacati (Cisl, Cgil, Uil) e dalle Fondazioni Bruno Buozzi e Giuseppe Di Vittorio. Le relazioni sono ora pubblicate nel volume collettaneo Giacomo Matteotti. Un riformista rivoluzionario (Donzelli, Roma 2015,  pp. 182) con la prefazione del segretario generale della Cgil Susanna Camusso e l’introduzione di Edmondo Montali. Scopo dei convegni, che si sono tenuti in varie città come Milano, Napoli, Fratta polesine, Ferrara, è stato quello di tenere viva la memoria di Matteotti e di ricordarlo per il suo contributo all’emancipazione dei lavoratori.

  Il volume, diviso in una parte strettamente storica e in un’altra più discorsiva, vuole fornire un quadro generale dell’attività politica di Matteotti, che è analizzata dai relatori sotto diverse angolazioni tematiche. Il saggio di Massimo Salvadori traccia l’itinerario politico del socialista veneto, che nella natìa Fratta Polesine si avvicina agli ideali socialisti per combattere i soprusi del padronato agricolo su influsso del fratello Matteo. La sua maturazione politica si compie nelle campagne del Polesine, si sviluppa nella collaborazione al settimanale «La Lotta» e nelle posizioni contro la guerra di Libia e l’intervento italiano nel conflitto bellico. Un impegno costante che che gli permette di diventare deputato nel 1919, nel 1921 e nel 1924: tre date fatidiche per la nascita dei Fasci di combattimento, del Pcd’I e l’assassinio del socialista veneto avvenuto il 10 giugno per opera della cosiddetta Čeka squadrista.

    Nella sua relazione Claudio Besana, che analizza la reazione dei cattolici e del Vaticano riguardo al delitto Matteotti, sottolinea come essi assumano posizioni contrastanti, che vanno dall’atteggiamento di Stefano Cavazzoni a quello di Luigi Sturzo, l’uno favorevole all’esecutivo guidato da Benito Mussolini e l’altro contrario all’ingresso dei cattolici nella compagine governativa. Favorevole alla protesta aventiniana, l’ex segretario del Partito popolare promuove un accordo con i socialisti riformisti, che il 1° luglio 1924 avviano un tentativo di intesa con l’intervista rilasciata da Filippo Turati al quotidiano «Il Popolo». Il fallimento della collaborazione, se viene favorita da esponenti di primo piano come Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, è contrastata dalle gerarchie ecclesiastiche, contrarie a questa prospettiva per una serie di motivazioni rese note da «La Civiltà Cattolica». La rivista dei Gesuiti ritiene inopportuna la collaborazione con i socialisti per la loro tradizione laica e per il merito riconosciuto al fascismo di avere salvato l’Italia dal bolscevismo. Dopo il delitto Matteotti il pontefice assume, secondo l’autore, «un atteggiamento di neutralità rispetto a ogni forza politica in campo, di riassorbire nelle associazioni confessionali le organizzazioni economiche e sociali e di trattare direttamente con Mussolini» (p. 28). Una posizione che si pone in netto contrasto con la scelta pontificia, volta ad appoggiare il fascismo e a risolvere la questione romana su basi nuove e convenienti per la Chiesa cattolica.

    Nella sua relazione Nicola De Janni propone invece una lettura distorta della storia del Partito socialista, incapace nel 1919 di «elaborare una politica vincente» (p. 32) e di impedire le due scissioni consumate con la costituzione del Pcd’I e del Psu. L’insuccesso dell’Aventino parlamentare, l’attribuzione incerta a Mussolini «come il mandante del delitto Matteotti», l’affare Sinclair gli appaiono come episodi «gonfiati ad arte» da una Sinistra incapace di comprendere gli «accordi politici con forze moderate cui il capo del governo stava pensando» (p. 32). Nulla di più falso su questi episodi, già da tempo chiariti dagli storici e dai biografi di Matteotti: dal 10 giugno 1924, data del suo assassinio, la bibliografia (Pietro Nenni, Roberto Marvasi, Giuseppe Rossini, Antonio G. Casanova, Stefano Caretti, Mauro Canali) è cospicua e perviene alla conclusione delle responsabilità di Mussolini e dell’esistenza di una pista «affaristica» nel delitto. Quelle «rapide fortune», ricordate dal periodico «Echi e Commenti» e riprese Nenni in un opuscolo del 1929, prosperano «all’ombra di palazzo Chigi e del Viminale» e si intersecano con un mondo affaristico connesso ai notabili della finanza, ai capitani di industria, ai faccendieri arricchitisi con le forniture militari a fattura gonfiata o con il mercato nero.

    Mauro Canali ha infatti sottolineato la solidità della pista petrolifera sulla base del ritrovamento del testamento di Dumini, in cui lo squadrista toscano confessa di avere ricevuto l’ordine di uccidere Matteotti per il timore che questi potesse denunciare i loschi affari fioriti intorno alla stipulazione della «convenzione Sinclair» (Delitto Matteotti, in «Dizionario del fascismo», I, Einaudi, Torino 2002, p. 412). Riccardo Mandelli, in un interessante volume Decreti sporchi. La lobby del gioco d’azzardo e il delitto Matteotti (Giorgio Pozzi editore, Ravenna 2015, pp. 140), ha tracciato un quadro nitido della serie di «affari sporchi», su cui Matteotti stava indagando per denunciare le collusioni tra autorità governative, il traffico dei residuati bellici, gioco d’azzardo e concessioni petroliferi.

     Su questo scenario, non sempre nitido nelle altre relazioni di Mario Isnenghi e di Aldino Monti, si sviluppano una serie di considerazioni prive di agganci con i risultati storiografici più maturi. Isnenghi considera Matteotti un «simbolo d’una eroica disfatta», che sprigiona con la sua morte un mito difficilmente gestibile per il neutralismo assunto durante la Grande Guerra oppure per il tradimento subìto da Mussolini, suo compagno di partito (pp. 35 e 36). Monti esprime una serie di giudizi erronei sul deputato socialista, la cui personalità gli appare «non priva di alterigia personale» (p. 59) e lo «stile politico ai limiti della provacazione». Un ritratto lontano della realtà, che denota una scarsa conoscenza della sua attività politica, caratterizzata da dogmatismo ideologico e «non immune da un linguaggio radicale e violento» (p. 69). In una serie di passaggi sulla storia del Psi il relatore ignora il ruolo politico svolto da Matteotti nei congressi socialisti di Reggio Emilia (1912) e di Ancona (1914), credendo che egli si avvicini a Turati solo negli anni 1920-21 e affermando che le sue posizioni siano inficiate da «un’intransigenza morale, spesso moralistica» (p. 74). I rapporti tra Turati e Matteotti risalgono invece agli anni della stesura dell’opera  La recidiva (1910, p. 104) e si sviluppano durante la guerra libica durante la «manifestazione antipatriottica» organizzata a Fratta Polesine con la presenza di Argentina Altobelli, mentre il suo primo articolo sulla turatiana «Critica Sociale» risale al 1915 (si veda G. Matteotti e f.t., Polemiche in libertà. Dal punto di vista del nostro partito, 1915, XXV, p. 40).

    Nella sua relazione Adolfo Pepe ritiene invece il delitto Matteotti un fatto sconvolgente, che colpisce «gli uomini del mondo liberale» (p. 84), tra i quali ricorda Benedetto Croce e Luigi Albertini, dimenticando che gli orrori della dittatura fascista si ripercuotono soprattutto sui socialisti riformisti come Claudio Treves o Filippo Turati e sui fratelli Rosselli, gli uni costretti all’esilio e gli altri uccisi dai cagoulards francesi. «L’importanza di ricordare Matteotti» – come sostiene il curatore nella sua introduzione –  si è tradotta in una serie di relazioni frettolose, che poco aggiungono alla conoscenza del deputato socialista.

Nunzio Dell’Erba

La Questione Meridionale
‘scomparsa’ e dimenticata

SudMariano D’Antonio, professore di Economia dello sviluppo presso l’Università di Roma, nel saggio a più voci da lui curato e di recente pubblicazione, “Chi ha cancellato la questione meridionale?”, afferma, in apertura dell’Introduzione, che il “Mezzogiorno come problema degli italiani, dell’intera nazione, in larga misura è uscito dalla scena” Quindi prosegue, notando che gli addetti ai lavori, “quelli che una volta si chiamavano i meridionalisti, fanno fatica a presentare i loro argomenti a difesa delle popolazioni che vivono miseramente nei territori più poveri del Paese”, dove il reddito medio per abitante è inferiore di un terso rispetto a quello delle regioni più ricche, la povertà è più diffusa, la disoccupazione, in particolare quella giovanile, è più alta che nel resto dell’Italia. Eppure – continua D’Antonio – nell’opinione pubblica italiana e nei centri decisionali “della politica, delle strategie d’impresa, del sistema bancario, dei sindacati, il Mezzogiorno non fa più notizia”, quasi che si “possa parlare delle scomparsa se non della fine della questione meridionale”.

Una volta, dopo l’avvento della Repubblica, non era così, in quanto la questione meridionale era divenuta una questione della politica nazionale, il cui obiettivo era quello di perseguire la fuoriuscita delle regioni del Mezzogiorno dalla condizione di arretratezza nella quale versavano sin dal raggiungimento dell’Unità nazionale. Se il problema del Mezzogiorno è stato rimosso dall’agenda della politica nazionale, allora – si chiede D’Antonio – “chi è stato a cancellarla? Chi è, chi ne sono i responsabili? E come si possono contrastare per riportare la questione meridionale al centro della discussione politica italiana?”

Alla prima domanda, D’Antonio risponde che non c’è un responsabile e che la “scomparsa” è semplicemente l’effetto della crisi esplosa a partire dal 2009; effetto, questo, che può essere letto in due modi alternativi, a seconda che lo si consideri dal punto di vista delle “regioni forti”, oppure da quello delle “regioni deboli”. Alla diversa valutazione dell’effetto della crisi sono da ricondursi le polemiche che si sono accese in Italia a cavallo degli anni della crisi; tipiche sono le controversie sul problema del “residuo fiscale” (differenza tra entrate e spese del settore pubblico registrata a livello regionale) ed a quello dell’”opportunismo sociale” nella produzione della “prova dei mezzi” per l’accesso ai sussidi ed a servizi erogati dagli enti locali.

Nel caso del residuo fiscale, il segno positivo della differenza tra entrate ed uscite del settore pubblico delle regioni economicamente avanzate è servito a compensare, attraverso la ridistribuzione fiscale del reddito, il segno negativo delle regioni arretrate, per assicurare gli standard minimi dei servizi pubblici forniti a tutti cittadini. E’ stato difficile contenere le proteste delle regioni più avanzate; ciò perché non è bastato il richiamo all’unità nazionale e alla solidarietà, in quanto sarebbe stato necessario dimostrare che gli esiti della ridistribuzione venivano saggiamente utilizzati per riscattare dall’arretratezza le regioni meridionali, scoraggiando tutti i possibili comportamenti opportunistici delle loro popolazioni.

La corretta utilizzazione dei residui fiscali in funzione del superamento dell’arretratezza avrebbe, tra l’altro, dovuto impedire il diffondersi di pratiche irregolari, spesso illegali, per acquisire il diritto all’accesso ai sussidi ed ai servizi pubblici locali; comportamenti, questi, che sono valsi, da un lato, a diffondere ed a radicare i molti pregiudizi nei confronti delle genti meridionali e, dall’altro lato, ad impedire la formazione di quel particolare fattore di crescita e sviluppo costituito dal capitale sociale, ovvero da quel mix di senso civico, di rispetto del principio di legalità nei comportamento pubblici e di legittimazione delle istituzioni; fattori universalmente considerati come pre-condizioni irrinunciabili per il funzionamento efficiente ed efficace dell’organizzazione di un dato sistema sociale a livello di tutte le sue articolazioni territoriali.

La mancata formazione di un adeguato capitale sociale all’interno delle regioni meridionali ha costituito la causa prima del fallimento delle politiche meridionalistiche; di ciò si è avuta prova dopo la fine dell’intervento straordinario all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. Il nuovo indirizzo che si è voluto dare alla politica meridionalistica, osserva D’Antonio, intendeva fare leva “sulle iniziative locali, sulle intese tra istituzioni e forze produttive, che partendo dalla mobilitazione delle risorse esistenti nei territori potessero dare impulso alle forze economiche”.

La spinta che ci si attendeva potesse venire dal basso si è esaurita dopo pochi anni; se sono fallite, sia le strategie di sviluppo governate dal centro, che quelle governate a livello locale, diventa inevitabile chiedersi: cos’è mancato perché tutte le politiche fallissero? Quali fattori rilevanti non sono stati considerati? “La risposta immediata – afferma D’Antonio -, forse la più facile, che ancora oggi circola tra gli osservatori, in particolare tra gli economisti, è che le risorse, specie i finanziamenti pubblici, non sono state sufficienti allo scopo da raggiungere”. Questa risposta pare inadeguata allo steso D’Antonio, perché manca di considerare la persistenza della relazione perversa, alla quale non è mai stata riservata la dovuta considerazione, che ha sempre reso inefficienti le politiche meridionalistiche: ovvero, la relazione che intercorre tra la mancata formazione del capitale sociale nelle regioni deboli e l’insuccesso delle politiche meridionalistiche. Lo scarso capitale sociale è sempre stato, nello stesso tempo, effetto e causa della bassa crescita: quest’ultima ha ostacolato la formazione del capitale sociale, la cui bassa disponibilità si è riverberata negativamente sulla riduzione dell’arretratezza.

Senza negare l’esistenza e la persistenza dei molti pregiudizi formulati ai danni delle popolazioni delle regioni meridionali, conclude D’Antonio, occorre riconoscere che i fallimenti delle politiche meridionalistiche sono da ricondursi ai meridionali, che, coi loro comportamenti opportunistici, hanno affievolito o annullato la cooperazione reciproca e quella con le istituzioni pubbliche.

Lo scoramento di D’Antonio può esser capito e giustificato, sol che si percorra brevemente la storia della politica meridionalistica dal dopoguerra in poi. L’idea che il problema del Mezzogiorno dovesse essere risolto nell’ambito dell’intera nazione italiana era condivisa dalla generalità dei più autorevoli rappresentanti del meridionalismo post-bellico, quali Luigi Sturzo, Guido Dorso, Manlio Rossi-Doria, Emilio Sereni ed altri ancora. Questi hanno sempre sostenuto che il problema dovesse essere risolto in presenza di un esteso autonomismo per tutte le regioni, col sostegno della solidarietà dell’intera nazione italiana, intesa come “patrimonio” dal quale attingere le necessarie risorse culturali, politiche ed economiche.

Per i moderni meridionalisti, come per tutti quelli che li avevano preceduti, risolvere la Questione meridionale significava dare forma e sostanza all’unità nazionale attraverso la costruzione della nuova Italia che ci si attendeva dovesse nascere dopo il 1945. Quest’idea centrale è stata smarrita con il prevalere della logica di un intervento straordinario realizzato in assenza delle pre-condizioni necessarie per garantirne il successo; con tale forma di intervento, le regioni meridionali sono state estraniate e deresponsabilizzate rispetto ad ogni processo decisionale riguardante gli obiettivi da perseguire e le forme più convenienti di impiego dei mezzi utilizzati allo scopo.

In tal modo, l’esclusione delle società civili meridionali dalla progettazione del proprio futuro ha determinato forme di intervento fondate solo sulla “manipolazione degli aggregati economici”, nella presunzione che le pre-condizioni mancanti si creassero spontaneamente. Tutto ciò è accaduto nell’ipotesi, dimostratasi infondata, che il miglioramento del reddito disponibile, indotto dalla manipolazione dei soli aggregati economici, sarebbe bastato a provocare, in tempi rapidi, l’adeguamento spontaneo delle regioni meridionali alla logica di funzionamento di un nuovo e dinamico sistema economico.

L’idea che alla base della rimozione dei vincoli dello stato di arretratezza dovessero esserci solo consistenti investimenti, coi quali finanziare “processi forti” di industrializzazione, ha però condotto alla istituzionalizzazione di politiche di intervento che hanno favorito, come afferma D’Antonio, la diffusione nelle regioni meridionali di un esteso opportunismo e di una diffusa corruzione ambientale. La reazione ai risultati non soddisfacenti della politica adottata, fondata sull’assunzione dell’ipotesi che per promuovere la crescita e lo sviluppo delle regioni meridionali fosse stata sufficiente la sola manipolazione delle variabili economiche, ha condotto all’abolizione dell’intervento straordinario ed alla condivisione della necessità di affidare il futuro delle regioni del Sud dell’Italia all’autogoverno delle risorse disponibili da parte delle stesse regioni e all’autonoma valutazione delle opportunità perseguibili.

L’approccio alla crescita ed allo sviluppo delle regioni meridionali, secondo questa prospettiva, non ha sortito esiti positivi, al pari dell’ipotesi opposta precedentemente sperimentata. A questo punto non resta che la fatidica domanda: che fare allora? Il Mezzogiorno è destinato a non avere un futuro? Con D’Antonio, si potrebbe essere tentati di suggerire di abbandonare il Mezzogiorno a se stesso, quasi che la diminuzione dei trasferimenti pubblici fosse la condizione necessaria per motivare i meridionali a dare origine alla formazione del capitale sociale mancante, senza il quale nessun cumulo di investimenti pubblici può produrre il miracolo di indurre autonomamente un processo di crescita e sviluppo.

Un possibile programma realistico di azione per i meridionali potrebbe consistere nel rimuovere, come suggerisce D’Antonio, indipendentemente dalle risorse pubbliche, i due “grandi buchi neri” che hanno bloccato la crescita e lo sviluppo delle regioni meridionali: l’inefficienza delle istituzioni locali, da un lato, e la mancanza di capitale sociale, dall’altro lato. Ma come “colmare” questi “buchi neri? La risposta non può prescindere dalla considerazione che, fino ad oggi, tutto ciò che è stato pensato e realizzato, per la rimozione dello stato di arretratezza delle regioni del Sud, è stato “calato dall’alto”.

Per il futuro, perciò, la partecipazione alla formulazione delle proposte di crescita e sviluppo dovrebbe essere intesa come momento centrale di auto-formazione ed auto-realizzazione delle popolazioni meridionali; tutto ciò dovrebbe concorrere a rafforzare la loro capacità di auto-organizzarsi, accrescendo la loro volontà di cambiare la situazione attuale. In ultima istanza, il nuovo approccio alla crescita ed allo sviluppo delle regioni meridionali dovrebbe concorrere a formare ciò che da sempre è mancato: la formazione di un’autonoma soggettività meridionale. A tal fine, occorrerà pensare, da un lato, a come realizzare la trasformazione in senso federale dell’organizzazione istituzionale dello Stato italiano; dall’altro lato, a come assicurare le condizioni di equità distributiva largamente condivise all’interno delle singole regioni.

Gianfranco Sabattini