Banche Venete. Ok al dl, ma è bagarre in Aula

banche venete bagarreUn altro decreto approvato con la fiducia. L’Aula del Senato ha votato la fiducia al dl Banche con 148 sì, 91 no e nessun astenuto. Con il via libera di Palazzo Madama al testo giunto dalla Camera il decreto diventa legge. I presenti erano 241, i votanti 239, la maggioranza 120.
Saranno liquidate la Pop Vicenza e Veneto Banca e la vendita a Intesa Sanpaolo, al prezzo simbolico di un euro, di tutti gli attivi, azzerate azioni e obbligazioni subordinate dei due istituti secondo la procedura di burden sharing, cioè condivisione degli oneri. Inoltre lo Stato sostiene nell’immediato un onere di quasi 5 miliardi a sostegno della banca guidata da Carlo Messina ma, considerando anche le garanzie, impegna per l’operazione circa 17 miliardi.
Ma la legge non è piaciuta all’opposizione, la capogruppo di Sinistra italiana al Senato, Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto, intervenendo in Aula, ha accusato il Governo: “Questo decreto sulle banche è solo l’ennesimo regalo alla finanza a spese dei contribuenti. Non è frutto di un vero dibattito e neppure di un tentativo di affrontare strutturalmente il problema: è un blitz deciso nella riunione del cda di Banca Intesa”.
Azione dimostrativa del M5s invece a Montecitorio dove i deputati hanno lanciato finte banconote da 500 euro urlando “Ladri! Vergogna!” rivolti verso i banchi del Pd.
Dura la reazione a Palazzo Madama della senatrice M5S, Barbara Lezzi: “Sono certa che per la questione delle banche popolari venete ci sia stato un accordo pregresso, molto vecchio, che ha fatto arrivare in piena emergenza la situazione delle banche, proprio per poterle regalare a Banca Intesa. Non c’è altra spiegazione e la procura dovrebbe approfondire i legami esistenti tra il Pd e Banca Intesa, perche’ si ripetono negli anni”. È la denuncia fatta in Aula, durante il suo intervento sul decreto banche venete, dalla senatrice M5S Barbara Lezzi. “Quello che so, avendo ascoltato le associazioni delle persone truffate, è che queste persone non avranno neanche ristoro e ciò a causa del Pd – continua – che ha deciso scientemente e coscientemente di cedere la sovranità parlamentare a Banca Intesa. Quando è stato emanato questo decreto, Banca Intesa ha fatto un comunicato stampa in cui si diceva che non deve essere toccato, altrimenti salta l’accordo. Questa è una gravissima violazione delle prerogative parlamentari”. “È gravissimo. C’è una banca che entra in Parlamento e ordina ai parlamentari del Pd di piegarsi alle sue volontà”, conclude.
Ma dal Pd è arrivato l’annuncio della querela, ad annunciarlo sono i senatori veneti del Pd Laura Puppato e Giorgio Santini: “Abbiamo deciso di querelare per diffamazione la senatrice M5s Barbara Lezzi per le gravi e offensive accuse che ci ha rivolto nel corso del suo intervento nell’Aula di Palazzo Madama sul dl banche, riferendo fatti e informazioni completamente falsi. Un intervento, peraltro, fatto a uso e consumo dei social media, dove di solito vengono postati i video dei parlamentari pentastellati”.

IL COLLE HA FIRMATO

mattarella 4È l’Ufficio Stampa del Quirinale a darne notizia: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato la legge per l’Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario. La firma è arrivata dopo l’incalzante richiamo del deputato forzista Renato Brunetta che aveva fatto notare ieri come fossero già due anni che il Paese aspettasse una commissione per fare luce sulle condotte del passato che hanno portato ai recenti dissesti degli istituti finanziari. Dal momento della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, passeranno altri 15 giorni per l’entrata in vigore del provvedimento. A quel punto i presidenti di Camera e Senato nomineranno i venti senatori e venti deputati, in proporzione al numero dei componenti dei gruppi, che faranno parte della commissione bicamerale.
“Lo dico in chiaro: se fosse stato assunto alla fine della scorsa legislatura il provvedimento sulle banche avrebbe avuto ben altra forza. L’Italia è arrivata in ritardo. La norma si giustifica con la protezione dei risparmiatori e con la volontà di mantenere aperto un canale di credito per le imprese”, ha detto il segretario del Psi, Riccardo Nencini, commentando il provvedimento sulle Banche oggi alla Camera. Nencini prosegue: “Ma a una condizione: che la Commissione d’Inchiesta si dia un tempo limite certo per concludere i lavori e approfondisca davvero genesi e responsabilità del dissesto. Abbiamo proposto la commissione d’inchiesta per primi più di un anno fa. Ora basta traccheggiare”, ha concluso.
Ottimista invece Brunetta che subito dopo l’ok del Colle il Capogruppo alla Camera di Forza Italia ha affermato: “Tutto e bene quel che finisce bene. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario italiani può partire da subito”.
“Chiedo alla presidente della Camera, Laura Boldrini, e al presidente del Senato, Pietro Grasso – ha aggiunto Brunetta – di avviare subito il processo di designazione dei membri da parte dei gruppi parlamentari, in maniera tale che la Commissione possa insediarsi prima della pausa estiva, in modo da cominciare a lavorare già dal mese di agosto, e poi nei mesi che ci separano da qui alla scadenza naturale della legislatura”.
“Cinque, sei mesi di lavoro possono contribuire a far chiarezza e a dare agli italiani tutte le indicazioni in merito alle responsabilità dei disastri che si sono succeduti in questi anni sul sistema bancario italiano. Vogliamo trasparenza, verità e giustizia”, ha concluso. La Commissione sarà composta da 40 parlamentari, 20 deputati e 20 senatori, nominati dai presidenti delle Camere. Di fatto saranno i singoli partiti a indicare, entro 7 giorni, i propri commissari, rispettando il vincolo che impone la legge di istituzione della Commissione: i commissari dovranno dichiarare di non aver ricoperto incarichi di amministrazione e controllo negli istituti oggetto dell’inchiesta. La prima incombenza sarà indicare il presidente e proprio la Presidenza della Commissione è stata richiesta a gran voce dal M5S che riprende le parole di Brunetta: “Il capogruppo Fi a Montecitorio, Renato Brunetta, afferma che ‘in un Paese normale le commissioni d’inchiesta parlamentare vengono affidate alle opposizioni’. Siccome noi non siamo un Paese normale, la presidenza se la prenderà il Partito democratico. Questa è la storia di questa legislatura, questa è la storia di questo partito, sedicente democratico. E questa sarà anche la storia della Commissione d’inchiesta sulle Banche”. “Ora che il capo dello Stato ha firmato il testo per l’istituzione della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario, il M5s chiede ai presidenti delle Camere di convocare immediatamente un ufficio di presidenza per la nomina dei 40 membri dell’organismo bicamerale”. Lo dicono i parlamentari M5s.“In ragione della nostra forza parlamentare e della nostra totale distanza da qualsivoglia scandalo bancario,chiediamo naturalmente la presidenza della commissione Il tempo stringe e i cittadini hanno diritto a un barlume di chiarezza e di verità”. Anche da Sinistra italiana arriva la richiesta della presidenza della Commissione per l’opposizione. Dopo il via libera del Quirinale al nuovo organismo, osserva Giovanni Paglia della commissione Finanze di Montecitorio, “è fondamentale che entro luglio sia messo nelle condizioni di lavorare. Non ci aspettiamo un impegno rituale, ma un lavoro focalizzato sugli scandali di questi mesi: le due venete, Mps, Etruria, Carife, Chieti e Marche”. Secondo il parlamentare “la maggioranza farà di tutto per perdere tempo su questioni irrilevanti” e per questo motivo il gruppo “chiede da subito con forza che la presidenza sia affidata all’opposizione”.
I punti su cui dovrà indagare la Commissione sono molto ampi: dalla verifica della gestione degli istituti in crisi o finiti sotto l’ombrello pubblico, come Mps e probabilmente le due venete. Ma si indagherà anche sulle banche finite in risoluzione, come le vecchie Banca Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti. Fronte caldissimo, quest’ultimo, visto che le opposizioni vogliono andare all’attacco della sottosegretaria Pd Maria Elena Boschi per la vicenda di Banca Etruria. Inoltre la Commissione potrà indagare su modalità e strumenti adottati dagli istituti per la raccolta, con particolare attenzione alla “correttezza” della vendita di prodotti alla clientela retail, soprattutto di obbligazioni, ma anche sui modelli di gestione e sui criteri adottati per la remunerazione dei manager.

La sinistra di Roma
contro la sinistra di Milano

Si predica l’unità e si pratica lo scontro. La sinistra di Roma contro la sinistra di Milano. La fotografia delle due sinistre è emersa con forza sabato primo luglio. La sinistra di Renzi contro quella di Pisapia-Bersani. A Milano si è riunita la sinistra renziana, a Roma quella antirenziana.

Ad aprire il match è stato in mattinata Matteo Renzi, seduto tra Maurizio Martina e Matteo Orfini, due ex Ds suoi decisi sostenitori nel Pd. All’assemblea nazionale dei circoli democratici nel capoluogo lombardo ha fatto un discorso tutto all’attacco: «Sono pronto a ragionare con tutti, ad ascoltare chiunque, ma sui temi del futuro dell’Italia non ci fermiamo davanti a nessuno». I suoi strali sono rivolti soprattutto a chi ha lasciato il Pd: Bersani, D’Alema, Speranza, Fassina, Civati (gli ex esponenti della sinistra del partito che avevano votato “no” al referendum sulla riforma costituzionale del suo governo). Ma non risparmia nemmeno Giuliano Pisapia, con il quale era in sintonia, che pure aveva incoraggiato a creare Campo progressista, una nuova aggregazione di forze di centrosinistra.

Il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio vinse trionfalmente le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti, ma poi ha perso le altre competizioni elettorali (comunali del 2016 e di giugno 2017, referendum costituzionale del 4 dicembre). E sono cominciati i guai. È scattata una serie di scissioni a catena.

Adesso pesano le accuse della sinistra di Roma di essere il responsabile delle sconfitte del centrosinistra e i ‘no’ a una ricandidatura alla presidenza del Consiglio in nome di una “forte discontinuità” politica. Il segretario dei democratici sprona i suoi a Milano: «Non è un attacco contro di me, ma è un attacco contro il Pd. Ma così attaccano l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Basta con lo sguardo rivolto al “passato” e con la “nostalgia” di ciò che è stato. Conclusione svolta davanti alla sinistra di Milano: fuori del Pd «non c’è la rivoluzione socialista, marxista, leninista» ma «la sconfitta della sinistra» e la vittoria del M5S e della Lega Nord.

Il discorso meno teso della sinistra di Roma verso Renzi lo fa Pisapia. L’ex sindaco di Milano lancia “Insieme”, parlando a Roma in piazza Santi Apostoli, un tempo la piazza dei comizi di Romano Prodi e dell’Ulivo. È un inno all’unità: «Uscire dai problemi da soli è avarizia, assieme è politica. Da soli non si va da nessuna parte». Lo slogan della manifestazione è: «Nessuno è escluso».

Sono presenti Bersani, D’Alema, Speranza (Mdp). Civati (Possibile), Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Bonelli (Verdi), Tabacci (Centro democratico), i redattori dell’”Unità” che ha chiuso i battenti. Delinea il traguardo: «Oggi nasce la nuova casa comune del centrosinistra. Senza dimenticare il passato, ma radicalmente innovativo». Insiste sulla necessità di superare i laceranti contrasti: «Non c’è altra strada insieme. L’altra strada della divisione, di non essere ancorati a principi rischia di dare il nostro Paese alla destra, al populismo, alla demagogia». Ma insieme con Renzi è un’impresa difficile: c’è una “mancanza di autocritica”, anche dopo “la sonora sconfitta” nelle elezioni comunali di giugno.

Chi attacca frontalmente Renzi a piazza Santi Apostoli, applaudito dai militanti, è Bersani. L’ex segretario democratico chiede una «radicale discontinuità» e «non per rancore, nostalgia, antipatia ma perché abbiamo un pensiero radicalmente diverso». Boccia la gestione leaderista del partito e le scelte politiche del governo soprattutto sul lavoro. Usa parole pesanti come pietre: «Basta camarille, gigli magici, arroganza. Non se ne può più».

La sinistra di Roma e la sinistra di Milano parlano lingue diverse, le distanze aumentano, viaggiano ormai in rotta di collisione. È difficile immaginare, per ora, una collaborazione. Sarà arduo, forse impossibile costruire una intesa elettorale per le politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Tutti contro Renzi.
Il Cav vince ballottaggi

Berlusconi-Renzi-CapalbioLe elezioni comunali fanno sorridere Silvio Berlusconi e incupire Matteo Renzi. Nei ballottaggi per i sindaci di domenica 25 giugno il centro-destra sottrae 12 capoluoghi di provincia al centro-sinistra. La coalizione Berlusconi-Salvini-Meloni espugna tradizionali “roccaforti rosse”: Genova, La Spezia, L’Aquila, Piacenza, Pistoia, Rieti. Cade dopo 70 anni perfino Sesto San Giovanni, un comune alle porte di Milano, un tempo noto come la “Stalingrado d’Italia” per il voto operaio compatto in favore delle sinistre.

Un anno fa il Pd aveva perso già due grandi città: Roma e Torino, ma in questo caso la vittoria era andata al M5S. Il centro-sinistra si deve accontentare dei sindaci di Padova, Taranto, Lecce e Lucca (al primo turno Leoluca Orlando aveva trionfato a Palermo).

È una brutta sconfitta. Renzi, però, cerca di smorzare l’impatto della botta: i risultati complessivi delle elezioni comunali «sono a macchia di leopardo. Nel numero totale dei sindaci vittoriosi siamo avanti noi del Pd». Anzi, tra le polemiche, su Twitter ha tirato un bilancio sul voto nei comuni sopra i 15 mila abitanti: il centro-sinistra in testa con 67 sindaci, secondo il centro-destra con 59, terzo il M5S con 8. Comunque ha riconosciuto: «Poteva andare meglio: il risultato non è un granché. Ci fanno male alcune sconfitte, a cominciare da Genova e L’Aquila».

Hanno fatto la differenza i voti dei cinquestelle, praticamente fuori da tutti i ballottaggi importanti (hanno partecipato e vinto a Carrara e Guidonia). Si è ripetuto il meccanismo di “tutti contro Renzi”. Gli elettori grillini in genere o hanno votato per il candidato sindaco del centro-destra, oppure non hanno partecipato alle elezioni comunali. Non a caso gli astenuti al secondo turno di domenica sono stati una enormità: l’affluenza alle urne ha riguardato meno della metà del corpo elettorale, il 46,03%, il 13% in meno rispetto al primo turno di due settimane fa.

Il meccanismo è ormai collaudato: quando c’è un ballottaggio, il centro-destra e i pentastellati votano sempre insieme contro il Pd. È successo domenica scorsa in molte città come Genova (i cinquestelle hanno votato e fatto vincere il candidato del centro-destra), è accaduto un anno fa a Roma e a Torino (in questi casi i berlusconiani hanno decretato la vittoria di due grilline), si è verificato due anni fa in Liguria (l’ha spuntata come governatore regionale il berlusconiano Toti, grazie ai consensi del M5S). Ad inaugurare il meccanismo è stata cinque anni fa Parma: fu eletto sindaco Federico Pizzarotti, contrapposto a un candidato del centro-sinistra, grazie ai voti moderati (unica differenza: in quel momento Renzi non guidava il Pd). E domenica Pizzarotti, dopo la rottura con il M5S, è stato rieletto sindaco con una lista civica.

Berlusconi può essere soddisfatto. Le elezioni comunali sono una sua vittoria: gli italiani «ci hanno dato il mandato di cambiare il futuro delle nostre città» ed è una responsabilità «della quale sono pronto a fami carico, con Forza Italia e tutta la coalizione». Il Cavaliere parla delle elezioni comunali, ma in realtà pensa alle politiche, punta a rientrare a Palazzo Chigi.

Il presidente di Forza Italia, 80 anni suonati, si è impegnato a fondo nella campagna elettorale: ha attaccato Renzi e il governo Gentiloni. Ha rialzato la bandiera antica del taglio drastico delle tasse e quella nuova della difesa degli animali. Soprattutto ha attaccato Beppe Grillo sul piano etico: è «un buon comico, col vizio di farsi pagare in nero».

Tuttavia Grillo non si dà per vinto. Anche il garante dei cinquestelle ha davanti il traguardo delle politiche. Ha usato una citazione di un film di Al Pacino: «Da qui al governo è questione di pochi metri». Non si è lamentato del risultato elettorale: «Ogni maledetta elezione il M5S continua a crescere».

Chi è in difficoltà è Renzi. Il segretario del Pd è sotto assedio. Il Cavaliere, Grillo, Andrea Orlando (sinistra Pd) cercano di stingerlo alle corde. Indebolito dalla scissione a sinistra dei bersaniani, deve ripensare la sua strategia in vista delle elezioni politiche, sia che si svolgano regolarmente nella primavera del 2018 sia che si scivoli verso il voto anticipato a novembre. Non ha funzionato il corteggiamento degli elettori delusi del centro-destra e cinquestelle, il cosiddetto Partito della nazione ipotizzato dall’ex sindaco di Firenze, tanto contestato prima da Pier Luigi Bersani e ora da Andrea Orlando. Il leader di una delle sinistre del Pd imputa al segretario la responsabilità della sconfitta elettorale: «Il Pd è isolato politicamente e socialmente perde quasi ovunque. Cambiare linea. Ricostruire il centrosinistra subito».

Renzi ha più fronti sui quali combattere. Probabilmente cercherà di lavorare sui contenuti, rilanciando la battaglia per il taglio delle aliquote Irpef (l’imposta sui redditi delle persone fisiche), una misura prevista nel 2018 dal cronoprogramma di riforme, formulato quando era presidente del Consiglio. Ma gli ostacoli, all’interno e all’esterno del governo e del Pd, sono tanti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Nencini: una coalizone coesa per vincere

Riforma-legge-elettorale“Dico due cose. Cose che i giornalisti italiani omettono di dire continuamente. Ma la fotografia in circa la metà dei comuni italiani è che i sindaci del centro-snistra vanno al ballottaggio su un asse formato da Pd, Psi liste civiche. Campo progressista non esiste, non ha liste proprie, Mdp era in una quindicina di comuni, Scelta civica non c’è e Sinistra italiana c’è raramente e non sempre in alleanza con il centro-sinistra. Questo è il quadro vero. Nei comuni dove noi ci siamo presentati con liste nostre o con liste di area socialista, prendiamo una percentuale del 4,4%”.

Lo afferma Riccardo Nencini, segretario del Partito socialista italiano parlando delle elezioni amministrative e in vista dei ballottaggi di domenica prossima.

Quindi si può dire che nel centro-sinistra dopo il Pd c’è il Psi…
È esattamente così. E direi che aver presentato liste nostre o di area socialista in una cinquantina di comuni, è un buon test.

Un test che dovrà essere utilizzato per le politiche…
È un mio auspicio. Da qui questa nostra pressione continua sul Partito democratico perché ci sia una coalizione coesa. Renzi ha ragione a dire che non deve esserci una nuova Unione. Una nuova Unione con 11 partiti che sono la rappresentazione delle divisioni, non ha senso. Ma una coalizione coesa, Pd, Psi, Radicali, liste civiche democratiche, mondo cattolico democratico, è indispensabile per essere competitivi. Ecco perché serve una legge elettorale maggioritaria. Quindi una sorta di facsimile del Mattarellum.

Ma sappiamo come è andato a finire il tentativo di modificare la legge elettorale. Come procedere?
Vedo due strade. O l’armonizzazione delle due leggi, Camera e Senato, che è il minimo indispensabile giustamente imposto dal presidente della Repubblica, oppure l’approvazione di una legge che abbia una prospettiva lunga. E questa la dà una legge elettorale simile a quella che era stata discussa: il cosiddetto rosatellum, in larga parte maggioritario. Io sono convinto che oggi quella legge avrebbe larga maggioranza anche al Senato.

Mentre Berlusconi rilancia sul sistema tedesco….
Vedo più una di queste due ipotesi. Io spingo perché sia la seconda perché mette gli italiani nelle condizioni di fare scelte definite.

I Cinque stelle sono stati annoverati come i grandi sconfitti di queste elezioni. Un giudizio forse affrettato. Non credi?
È un giudizio affrettato che è stato dato già negli anni passati. Anche in passato alle amministrative i grillini ebbero un pessimo risultato. Ma le amministrative sono diverse delle politiche. Ma se non affrontiamo in modo diverso il tema del lavoro e di un’altra Europa, non siamo in grado di rintuzzare questa onda populista che monta. Quella dei grillini è una Caporetto ma il centrosinistra non ha ancora vinto a Vittorio Veneto.

Accennavi al populismo e una politica per arginarlo. Non è una cosa facile…
Il populismo lo fermi non con un populismo di segno diverso, ma solo affrontando i problemi. E i primi problemi che si presentono sono il lavoro, il lavoro e ancora il lavoro. Il superamento di una fragilità economica in cui sono precipitati i ceti medi e le famiglie più indigenti. Ecco perché parlo di un’altra Europa. Non solo perché debba essere rivisitato il trattato di Dublino sui migranti. Ma perché da lì devono venire le prime risposte che riguardano gli investimenti. Quindi bisogna abbandonare la politica del rigore per lavorare di più sulla politica degli investimenti, dando ad esempio maggiore libertà al patto di stabilità, oppure lavorando sugli Eurobond e su una politica fiscale unitaria. Queste sono le scelte che un’altra Europa deve fare. Ma la condizione che un’altra Europa ci sia, è che accanto a Macron ci sia un’Italia che non venga consegnata a Grillo e a Salvini. In questo caso sarebbe finita l’Europa.

Le primarie delle idee si sono appena concluse. Un tuo giudizio…
Per la prima volta si è parlato di programmi anziché di persone. Mentre spesso si fa il contrario. Ed è un doppio errore. Prima ragione. Siamo di fronte a un mondo che sta cambiando canone. Alla fine dell’800 siamo passati dall’agricoltura all’industria. Ora, tra l’altro in modo molto più veloce, dalla società industriale a quella tecnologica. La globalizzazione obbliga a strumenti di lettura diversi. Ecco perché i programmi sono fondamentali. Poi certo che serve un leader e una coalizione. Ma la domanda è per fare cosa. Quindi serve una sorta di patto con l’Italia e un programma per l’italia.

Daniele Unfer

SCONTRO DI TERRITORIO

ius.soli_Una nuova scossa si preannuncia a Palazzo Madama e si tratta di uno scontro più di Governo che di affinità politiche. In Senato dovrebbe arrivare lo ius soli, la legge sulla cittadinanza, seguita dagli 80 mila emendamenti leghisti contro il Pd e i suoi alleati che invece tentano un rush finale sullo ius soli temperato a pochi mesi dalla chiusura della legislatura. E i Dem si dicono abbastanza ottimisti in merito, “Personalmente ritengo non ci siano rischi sui numeri. Tuttavia, è un tema sul quale non si fanno piccoli calcoli politici: andremo fino in fondo”, afferma il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti,
L’ago della bilancia è ancora al ‘centro’, anche se Angelino Alfano ha appena dato il placet alla Legge, dall’altra parte della barricata restano contrari i Cinque Stelle, Lega, Forza Italia e la destra. Poche ore fa infatti il ministro degli Esteri e leader di Alternativa popolare, Angelino Alfano, ha detto: “Se il provvedimento sullo ius soli arriverà all’esame definitivo del Senato, voteremo sì”, precisando però che “saranno proposti dei correttivi”. L’ex alleato forzista invece continua a dichiararsi contrario e il leader Silvio Berlusconi sottolinea anche non ci può essere alcun automatismo per la concessione della cittadinanza: “Non basta essere nati qui e aver frequentato qualche anno di scuola. Su questi temi i buoni sentimenti e la superficialità non servono”. Mentre Antonio Di Pietro, che più volte ha appoggiato le battaglie del Movimento, prende le distanze dalla posizione assunta dai 5 Stelle: “Mi pare che la loro presa di posizione arrivi dalla pancia. Come quando, finito di mangiare, ti scappa un rutto. Su certe cose non deve ragionare d’istinto. Sullo ius soli non la penso come loro” afferma, come suo solito colorito, l’ex magistrato di Mani pulite.
Gli euroscettici del Movimento questa volta arrivano a chiamare in appello proprio l’Europa da loro da sempre contestata, per il M5S sullo ius soli bisogna “chiedere un orientamento alla Commissione europea e coinvolgere nel dibattito anche il Parlamento Ue e il Consiglio”. Lo chiedono i Cinquestelle in un post sul blog di Beppe Grillo. “Discutere di cittadinanza senza una concertazione a livello europeo è propaganda, è fumo negli occhi”, si legge. “In tutta l’Ue la cittadinanza si acquisisce principalmente attraverso lo ‘ius sanguinis’. In nessuno Stato esiste lo ‘ius soli puro'”.
Il M5s chiama, l’Europa risponde e a una domanda sul dibattito sullo Ius soli in corso in Italia, il commissario europeo Dimitris Avramopoulos ha spiegato che trattandosi di una competenza strettamente nazionale, non ha alcun commento da fare. “Questa è una chiara competenza nazionale, ed è una responsabilità nazionale” decidere a chi concedere la cittadinanza, e secondo quali criteri, ha detto Avramopoulos parlando con alcuni giornalisti a margine di una conferenza stampa. “Noi non giochiamo sul campo di gioco della politica interna”, ha aggiunto il commissario.
Di altro avviso è invece il Presidente del parlamento europeo Antonio Tajani, da un lato dice che “se vogliamo difendere la libertà di circolazione e il libero mercato credo si debba arrivare a una soluzione armonica come anche per il diritto di asilo”, ma per quanto riguarda l’Italia, “siamo in campagna elettorale e forse è meglio rinviare questo dibattito a dopo le elezioni, altrimenti si rischia di strumentalizzare una vicenda molto seria”. “Io ho qualche dubbio sullo ius soli in questo momento, un argomento che deve essere affrontato con grande moderazione e serietà e anche a livello europeo. La legge italiana così come è non mi sembra un granché”.
Ma oltre all’opposizione dei cinquestelle c’è da superare l’ostruzionismo leghista, il presidente del Senato Pietro Grasso, ha infatti ricordato che sul ddl la Lega Nord ha presentato per l’Aula 50 mila emendamenti, “fatti con intenti ostruzionistici. Bisognerà superare questo ostacolo”, e ha prospettato e sperato che la legge venga approvata prima dell’estate.
Insomma si prospetta una battaglia con esiti incerti stavolta, un po’ com’era successo con le Unioni civili, solo che stavolta la Chiesa interviene a favore. Dopo il placet della Cei, un nuovo invito della Chiesa a “riconoscere la cittadinanza” agli stranieri che nascono in Italia. “Il Vaticano ancora non si è espresso sul tema dello ius soli, rispettiamo le decisioni del Governo italiano ma come diceva anche il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino, come Chiesa noi siamo vicini a chi è nella necessità, nella debolezza e a chi ha bisogno di essere protetto” dice il sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Angelo Becciu. Un chiarimento che probabilmente ha sminato il percorso della riforma dal rischio di una rottura con i centristi.

Legge elettorale, dalla fretta all’immobilismo

Italicum, al via l'esame in commissione alla CameraPer ora tutto rinviato a dopo i ballottaggi. La legge elettorale è stata messa in freezer ed è difficile che venga ripresa a breve. In soli pochi giorni si è passati dalla fretta eccessiva alla calma assoluta. L’ufficio di presidenza della Commissione Affari costituzionali, che deve decidere come e se riprendere l’esame della legge elettorale, ha infatti rinviato la propria seduta alla settimana dal 20 al 25 giugno, in attesa di una decisione in merito da parte della Conferenza dei capigruppo.

Alla riunione erano assenti tanto M5S che la Lega. Forza Italia, con Francesco Paolo Sisto, ha chiesto una “pausa di riflessione” fino a dopo i ballottaggi delle amministrative, cioè il 25 giugno. Di contro i partiti centristi che la scorsa settimana si sono impegnati contro la legge elettorale, oggi hanno chiesto di portarla avanti, con Domenico Menorello (Ci) e Gian Luigi Gigli (Des-Cd). Per il Pd Emanuele Fiano ha chiesto di attendere le deliberazioni della Conferenza dei capigruppo che decide quando il testo andrà in Aula. Alfredo D’Attorre (Mdp), pur d’accordo su una breve pausa di riflessione, ha osservato che se il testo non va in aula entro fine luglio, difficilmente esso verrà approvato ai primi di agosto per poterlo inviare al Senato.

Il presidente della Commissione Andrea Mazziotti ha quindi deciso di sospendere l’ufficio di presidenza e riprenderlo nella settimana tra il 20 e il 25, dopo che la Conferenza dei capigruppo avrà deciso se e come portarlo in Aula. “Forza Italia – riferisce Mazziotti – ha chiesto una pausa di riflessione fino a dopo i ballottaggi. M5S e Lega non erano presenti, mentre Mdp ha convenuto sulla pausa di riflessione ma ha posto il tema della necessità di avere l’approvazione in prima lettura entro agosto, prima della pausa estiva”. Infine, “anche le forze centriste hanno detto sì alla pausa di riflessione ma sottolineando la necessità di tentare di riavviare il lavoro sulla legge elettorale”. “Il mio punto di vista – conclude il presidente della commissione – è che la pausa ha senso perché non ci sono le condizioni per lavorare in commissione, ma è chiaro che se i gruppi vogliono davvero procedere devono sollecitare la capigruppo a calendarizzare la legge elettorale per l’Aula a luglio. Una cosa che faranno, hanno annunciato, Mdp e le forze centriste”.

L’impressione dei vari gruppi, tuttavia, è che al momento non ci sono né le condizioni né la volontà delle forze maggiori – leggasi Pd e M5, con qualche distinguo da parte di FI – di riaprire la partita sulla legge elettorale. Discorso diverso per i partiti minori, che preferirebbero evitare un ritorno al voto con il Consultellum al Senato, dove la soglia di sbarramento è all’8%.

Matteo Renzi in una intervista a Repubblica tv afferma che “il voto subito lo chiedevano Lega e M5s. Non solo io non l’ho mai chiesto, ma ho sempre detto che la data delle elezioni sarebbe stata oggetto di una discussione con il presidente del Consiglio Gentiloni e poi prerogativa del presidente della Repubblica. Il tema della data delle elezioni non è quello che ha fatto rompere il patto sulla legge elettorale. Il patto l’ha rotto Grillo” dice ancora Renzi che aggiunge: “Siamo tutti molto tranquilli sul fatto che si vota a scadenza naturale. Su questo non c’è più discussione”. E poi esclude un’altra iniziativa del Pd. Di legge elettorale ha parlato anche il leader di Ap, Angelino Alfano: “La priorità è l’economia e una legge di bilancio che investa su famiglie e imprese e che abbatta il debito pubblico, temi sui quali presenteremo le nostre proposte nei prossimi giorni”. “La legge elettorale viene dopo l’economia. Abbiamo due leggi, per Camera e Senato, che sono legali e applicabili. Noi non abbiamo i numeri in Parlamento per riaprire il confronto, se qualcuno vorrà avanzare delle proposte le valuteremo”.

L’intervento di Pia Locatelli sulla legge elettorale

Intervengo non nel merito della legge elettorale, pur dicendo subito che questa non è la nostra legge, avendo noi socialisti espresso la nostra preferenza per un sistema almeno parzialmente, meglio per buona parte, maggioritario, che è del resto, la stessa preferenza del relatore . Lo faremo nei prossimi giorni. Perché c’è una questione più urgente da affrontare rispetto alla quale condivido la preoccupazione con molte colleghe: il rischio di voto segreto.

Come altre volte in occasione della discussione della legge elettorale, in particolare in tema di rappresentanza di genere, da alcune parti, non posso dire partiti, si minaccia il ricorso al voto segreto invocando la coscienza.

Il testo che è uscito dalla commissione affari costituzionali contiene buoni passi nella direzione di una equilibrata rappresentanza di genere. Lo abbiamo apprezzato e ne diamo atto al relatore.

Ci piace l’alternanza tra i generi nelle liste circoscrizionali, ci piace una percentuale al di sotto della quale nessun genere può essere rappresentato nei collegi uninominali (il 40%) perché è superiore a quella delle donne oggi in parlamento; ci piacciono le capo-listure che tendono all’ equilibrio ma noi chiediamo di completare al meglio un lavoro che è già piuttosto buono. Ad esempio l’inammissibilità delle liste che non rispettano questi vincoli, o un percentuale del 50/50 perché tante sono le donne italiane.

Allora quale è il problema?

Ho già avuto modo di raccontare in occasione di precedenti interventi in quest’aula, non essendo questa la prima volta che discutiamo di legge elettorale, quale è il rischio di un pacchetto non coerente di misure: non è vero che un 40/60 percento di uomini e donne candidate porta automaticamente ad un 40/60 per cento di eletti ed elette. Non è così se non si prevede un equilibrio delle capolisture e soprattutto se non si prevede l’inammissibilità delle liste qualora queste regole non siano rispettate.

Allora noi vogliamo davvero fare passi avanti, e non solo a parole, dette o scritte.

Il fatto è che ci sono colleghi, e credo di poter dire che sono esclusivamente, o quasi, colleghi uomini, che non sono disposti ad accettare le regole che sono state concordate in commissione e sperano di cancellarle e certamente di impedire altri passi in avanti.

E’ legittimo che questi colleghi la pensino in modo diverso e lo capisco benissimo perché ogni donna in più in parlamento è un uomo in meno e difficilmente si cede parte del proprio potere.

Ma non possiamo accettare, come dicono le voci che circolano da ieri in Parlamento, che si invochi il voto segreto, perché il voto segreto ha un senso solo quando si è di fronte a un problema di coscienza.

Qualcuno mi deve spiegare quale questione di coscienza ci sia in una giusta rappresentanza dei due generi.

Il fatto è che molti colleghi si vergognerebbero a votare palesemente contro una misura di giustizia e saprebbero che una parte dell’elettorato non lo perdonerebbe. Allora preferiscono nascondersi dietro l’anonimato e non dire chiaramente che sono contrari a liste e collegi veramente paritari.

Questo Parlamento sempre più femminile evidentemente fa troppa paura. Dimostrateci che non è così.

Germanellum, il maccheronico sistema di Bonn

renzi alfanoNessuno è innamorato del sistema elettorale tedesco, ma probabilmente la spunterà il Germanellum per eleggere il prossimo Parlamento. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord improvvisamente, dopo tanti contrasti che sembravano insanabili, hanno raggiunto una intesa di massima sul Germanellum, nome utilizzato ricorrendo al latino maccheronico (la tradizione la inaugurò il professor Giovanni Sartori chiamando Mattarellum la legge elettorale varata nel 1993). Il Germanellum, ispirato al modello elettorale tedesco, è un progetto di legge basato su due cardini: 1) il meccanismo proporzionale di attribuzione dei seggi alla Camera e al Senato; 2) la soglia di sbarramento elettorale al 5% dei voti. I quattro maggiori partiti italiani la pensano diversamente quasi su tutto, ma hanno un interesse in comune: se si voterà con la soglia del 5% molte forze minori resterebbero fuori del Parlamento e i loro voti andrebbero alle liste elettorali più forti.
Dal 6 giugno l’assemblea dei deputati discute il Germanellum, dopo l’infuocato esame avvenuto nella commissione affari costituzionali di Montecitorio. Il nuovo progetto di legge elettorale per le politiche, salvo sorprese, sancirà l’addio al sistema elettorale maggioritario adottato dalla Seconda Repubblica nel 1994 e il ritorno al proporzionale della Prima (ma quel meccanismo era senza sbarramenti elettorali contro i partiti minori).
L’intesa a sorpresa tra i quattro maggiori partiti italiani è opera di Matteo Renzi. Il segretario del Pd ha avviato un confronto con tutti e alla fine ha spuntato il sì, per motivi diversi, di Beppe Grillo, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Il segretario democratico fino a poche settimane fa era rimasto fedele al sistema maggioritario, invece a fine maggio ha motivato il sì al Germanellum invocando lo stato di necessità: «Non sono un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%», ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».
L’obiettivo è far approvare la riforma elettorale dal Parlamento in tempi rapidi, «entro la prima settimana di luglio». Non sarà facilissimo. Molti militanti e parlamentari cinquestelle contestano il sì al Germanellum. Ma Grillo non vuole sentire ragioni: «I portavoce M5S (i parlamentari n.d.r.) voteranno a favore del testo come deciso dai nostri iscritti».
C’è la rivolta dei partiti minori, ci sono anche le critiche della sinistra orlandiana e dei prodiani del Pd (in testa Enrico Letta e Valter Veltroni), fedeli al sistema maggioritario. Renzi, alle proteste dei partiti più piccoli contro la soglia del 5% che rischiano di non entrare in Parlamento, ha riposto picche: «Lo sbarramento al 5% è un elemento inamovibile del sistema tedesco».
I centristi di Angelino Alfano, i principali alleati di governo del Pd, non l’hanno presa bene, così il governo presieduto da Paolo Gentiloni sta scricchiolando pericolosamente. Però il leader di Area popolare, che alla fine del 2013 aveva lasciato Berlusconi, in conclusione ha accettato «la sfida della soglia del 5%», ha ribadito il sostegno all’esecutivo Gentiloni, ma ha dichiarato «conclusa la collaborazione con il Pd» durata ben quattro anni.
Il sistema elettorale tedesco nacque ben 68 anni fa. La Repubblica federale tedesca nel 1949 adottò il meccanismo elettorale proporzionale con lo sbarramento al 5% con una precisa logica ideologica. L’allora Germania Ovest, nata quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale (si contrapponeva alla Germania Est satellite dei sovietici), volle garantire la massima rappresentanza a tutti i partiti al Bundestag e al Bundesrat con il sistema proporzionale, ma pose la “tagliola” del 5% per impedire l’ingresso in Parlamento delle forze estremiste anti democratiche. E ci riuscì: sia i due partiti neo nazisti di allora (Bonn non aveva una legge contro la ricostituzione del partito nazista), sia i due comunisti non riuscirono a superare la soglia. Non solo. Un partito anche con meno del 5% dei voti poteva e può entrare in Parlamento (prima a Bonn e poi a Berlino) con la vittoria di almeno tre suoi candidati nei rispettivi collegi uninominali elettorali.
La Repubblica federale tedesca nel 1990, dopo il crollo del comunismo, si è allargata ad est anche alle regioni dell’ex Repubblica democratica tedesca e il vecchio sistema elettorale ha retto anche all’impatto della storica riunificazione. In Italia, invece, dalla caduta del fascismo e dalla fine della Seconda guerra mondiale si sono succedute ben quattro leggi elettorali: la prima basata sul proporzionale puro (durante la Prima Repubblica, fino al 1992) e tre imperniate sul maggioritario (nella Seconda Repubblica, dal 1994), seguendo diversi criteri (Mattarellum, Porcellum, Italicum).
La Seconda Repubblica detiene il primato di leggi elettorali diverse. Ma la cosiddetta “religione del maggioritario”, che avrebbe dovuto garantire il bipolarismo (e addirittura il bipartitismo) per assicurare la stabilità politica, ha fatto cilecca.
L’Italicum, addirittura, ha un primato nel primato: non è mai stato applicato in nessuna elezione perché dichiarato incostituzionale in alcuni punti dalla Consulta. L’affondamento è stato uno degli “effetti collaterali” del referendum sulla riforma costituzionale, perso lo scorso 4 dicembre da Matteo Renzi.
Ora è il turno del Germanellum. Qualcosa, però, potrebbe andare storto perché il modello tedesco è rivisto “in salsa italiana”. Sono scoppiate proteste e contestazioni da parte dei partiti minori alla Camera (alfaniani, bersaniani, vendoliani, meloniani). Già sono arrivate alcune “correzioni” contro possibili accuse di incostituzionalità. È stato messo riparo, ad esempio, a un bel problema: i vincitori nei collegi elettorali uninominali, scelti direttamente dal popolo sovrano, rischiavano di restare senza seggio in Parlamento perché scavalcati dai capilista dei listini nelle circoscrizioni con calcolo proporzionale.
Un’altra incognita è il cosiddetto voto disgiunto. Nella Repubblica federale tedesca sono possibili due voti diversi: il primo per un candidato X nel collegio uninominale e un altro per un listino proporzionale appartenente anche a un partito differente. Con il Germanellum invece non è ammesso il voto disgiunto: il candidato nell’uninominale deve appartenere allo stesso partito del listino della circoscrizione proporzionale. Alla Camera la battaglia politica e sui tecnicismi legislativi è appena all’inizio. Quando si concluderà poi il match passerà al Senato. L’imprevisto è sempre in agguato.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

La XVII legislatura
sotto una cattiva stella

Ci sono legislature fortunate e sfortunate, così come gli uomini. La XVII legislatura, l’attuale, sorta dalle elezioni politiche all’inizio del 2013, è sfortunata. Anzi, è sfortunatissima. È nata sotto una cattiva stella. Gli amanti della cabala indicano tutti i guai in quel 17, un numero ritenuto malaugurante.

Probabilmente la XVII legislatura repubblicana non finirà regolarmente all’inizio del 2018, ma qualche mese prima: si potrebbero aprire le urne tra settembre ed ottobre, in autunno. Nessuno ci avrebbe scommesso un euro, ma l’accordo sulla riforma elettorale sembra a portata di mano. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord hanno praticamente raggiunto un’intesa sul cosiddetto “modello tedesco”, un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5% dei voti.

Matteo Renzi sta conducendo il confronto con tutte le forze politiche su come sostituire l’Italicum bocciato dalla Corte costituzionale e il traguardo sembra vicino. Al progetto, ancora da limare, praticamente si oppongono per motivi diversi solo Angelino Alfano e i parlamentari orlandiani del Pd. Il leader dei centristi della maggioranza non vede di buon occhio la soglia di sbarramento del 5%, considerata troppo alta. Invece l’ala del Pd sostenitrice di Andrea Orlando contesta il passaggio dal sistema maggioritario al proporzionale perché, dopo le elezioni, probabilmente porterebbe alla formazione di un governo di grande coalizione tra Renzi e Berlusconi.

Il segretario del Pd, però, va avanti. Da poco riconfermato alla guida del partito dalle elezioni primarie, vorrebbe andare alle urne al più presto per evitare il rischio di un logoramento di consensi (a dicembre dovrà essere approvata una manovra economica pesante, di circa 30 miliardi di euro, e si sono visti poco gli effetti della “ripresina” nei portafogli degli italiani). M5S, Forza Italia e Lega concorderebbero per motivi differenti. Beppe Grillo, in particolare, è pronto ad andare a votare “anche il 10 settembre” e Matteo Salvini preme da mesi per aprire “subito” le urne.

Fortuna, sfortuna. La XVII legislatura ha avuto un parto difficile e quattro anni di vita convulsa. Sin dalla partenza ha pesato l’instabilità politica. Le elezioni legislative all’inizio del 2013 non decretarono né la vittoria del centrosinistra, né del centrodestra, né dell’esordiente M5S, forte del 25% dei voti. È una “non vittoria”, commentò subito Pier Luigi Bersani, perché aveva ottenuto la maggioranza alla Camera ma non al Senato (il premio in seggi, per pochi voti in più rispetto al centrodestra, era scattato a Montecitorio, ma non a Palazzo Madama). I tentativi per formare un nuovo governo furono difficilissimi. L’allora segretario del Pd fallì. Ci riuscì invece l’allora vice segretario del Pd Enrico Letta, ma dovette dare vita ad un governo di grande coalizione con Silvio Berlusconi, l’avversario di sempre.

Letta resse appena un anno e, all’inizio del 2014, subentrò come presidente del Consiglio Matteo Renzi, il nuovo segretario del Pd. Il terremoto è continuato. Nello scorso dicembre è arrivata la terza “botta”. Renzi, dopo la sconfitta subita il 4 dicembre 2016 al referendum sulla riforma costituzionale, si è dimesso, lasciando a Paolo Gentiloni (suo amico e stretto collaboratore) la poltrona di presidente del Consiglio. All’assemblea nazionale del Pd del 19 dicembre indicò immediatamente la rotta la seguire: «Non abbiamo perso, abbiamo straperso», ma «ripartiamo da qui», il 41% di sì raccolti al referendum perso sulla riforma costituzionale.

Ora il braccio di ferro è sulle elezioni politiche anticipate. Alfano attacca: «Non capisco l’impazienza del Pd di portare l’Italia alle urne tre o quattro mesi prima: questa impazienza ha un costo salatissimo». Difensori del sistema maggioritario, 31 senatori orlandiani parlano del rischio «di un salto nel buio”, del pericolo di far scattare «spinte ad attacchi di speculazione finanziari».

Renzi, però, accelera. Alla direzione del Pd ha proposto di approvare il sistema elettorale alla tedesca «entro la prima settimana di luglio». Non è «un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%». ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».. A chi suona l’allarme contro l’apertura anticipate delle urne ha ribattuto: «Succede di andare alle elezioni. Il veto di un piccolo partito non può costituire un blocco».

Sergio Mattarella sembra contrario alle urne anticipate. Ma il presidente della Repubblica difficilmente potrebbe resistere alle pressioni per lo scioglimento anticipato delle Camere, se la richiesta dovesse provenire da larga parte del Parlamento.

A settembre i tedeschi voteranno per le elezioni politiche ed Angela Merkel punta ad essere confermata per la quarta volta cancelliera della Repubblica federale. A Renzi piacerebbe un abbinamento elettorale, evitando di andare alle urne nel 2018 in Italia con il peso di una manovra economica che non si presenta molto popolare.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)