Centrodestra. In bilico le giunte e l’addio di Crosetto

meloni berlusconiMatteo se n’è andato e non ritorna più… o forse sì. Sembrava ormai disfatta certa per l’Alleanza di Centrodestra dopo l’Esecutivo della Lega con i cinquestelle, ma ora a cercare di riparare lo strappo è proprio Matteo Salvini consapevole che in pericolo ci sono le centinaia tra amministrazioni regionali e comunali in cui, soprattutto al nord, la Lega governa insieme a Forza Italia e Fratelli d’Italia. Con una diretta Facebook nel commentare l’incarico a Giuseppe Conte, si è rivolto ai suoi vecchi alleati Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni: “Dico a tutti gli amici del centrodestra, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia, di avere fiducia. Vi assicuro che faremo tutto quello che non siamo riusciti a fare in passato. Certo, anch’io avrei preferito un governo di centrodestra ma il presidente Mattarella non ci ha dato l’incarico. O si tornava a votare o si faceva un governo con i Cinquestelle, inserendo quanto di più possible del nostro programma”. Salvini quindi punta il dito contro il Capo dello Stato, ma la donna dell’Alleanza, Giorgia Meloni, mette i puntini sulle ‘i’ e ribadisce quanto detto negli ultimi mesi: “Io gli avevo detto di chiedere l’incarico per il leader della Lega per poi presentarsi in Parlamento e dar vita a un governo di centrodestra. La coalizione di centrodestra non esiste più, Salvini lo ha tradito”. La delusione è cocente e forte da parte della Leader di Fratelli d’Italia che si ritrova ad affrontare in queste ore un’altra ‘perdita’ importante. Guido Crosetto, colonna portante di FdI, ha annunciato il suo addio alla Camera:
“Mi sono dimesso da parlamentare. Me ne vado con grande dispiacere, come ho scritto nella lettera che dieci giorni fa ho inviato al presidente della Camera”. “La mia decisione – ha precisato Crosetto – è dovuta a motivi personali e non di dissenso sulla linea politica. Mi dispiace perché avrei voluto partecipare e impegnarmi in prima persona in questa fase politica che ritengo sarà molto interessante e importante per il Paese”. Non è il primo addio del deputato di FdI che già nel 2014 aveva annunciato il suo ritiro dall’attività politica. Crosetto è ritornato, alla fine del 2017, su richiesta e sollecitazione di Giorgia Meloni che lo ha convinto a darle una mano ai vertici di Fratelli d’Italia.
Tuttavia Giorgia Meloni lascia un margine al Governo in costruzione: “Se chiedono il voto su cose presenti anche nel programma che abbiamo firmato insieme con Salvini e Berlusconi noi siamo disponibili”.
L’altro alleato, Silvio Berlusconi, fa sapere che Forza Italia ha avuto un atteggiamento “responsabile”, che è stato “determinante” per la formazione del nuovo governo, ma non darà la fiducia all’esecutivo. “Tale governo – sottolinea in una nota il Cavaliere – non potrà però vedere il sostegno di Forza Italia, sia per la partecipazione di una forza politica con noi del tutto incompatibile come il Movimento Cinque Stelle, sia per i programmi già annunciati, gravemente insufficienti a dare una risposta ai bisogni degli italiani”.
Nel frattempo Salvini sta cercando man forte nel suo predecessore Roberto Maroni in ottimi rapporti con il Cavaliere per trovare una soluzione soprattutto per le giunte del Veneto (Luca Zaia) e Lombardia (Attilio Fontana), in cui un addio di FdI e Fi potrebbe far saltare tutto. Inoltre proprio Zaia si trova in queste ore ad affrontare le dure proteste dell’opposizione grillina. Jacopo Berti, capogruppo del M5S in Regione afferma: “Sono un soldato e faccio quel che mi dice il Movimento ma non mi si può chiedere di cambiare radicalmente idea rispetto a tutto ciò che abbiamo detto e fatto in questi anni in Veneto, dove la Lega non è il partito antagonista che vediamo a Roma ma il tassello fondamentale di un sistema di potere che domina la Regione da vent’anni. Può creare dei problemi? Lo capisco e mi dispiace. Ma su Pedemontana, Mose, Banche Popolari, Pfas io non arretro di un centimetro”.

Senza riforma

contrattodigovernoC’è un aspetto che balza agli occhi nel leggere la bozza del contratto di governo “giallo-verde” in costruzione, pur trattandosi ancora di indiscrezioni in attesa di conferma. L’assenza di una vera riforma delle istituzioni capace di inaugurare una nuova fase della Repubblica. La circostanza appare alquanto singolare se si pone mente alle dichiarazioni rilasciate dagli esponenti cinque-stelle all’indomani della vittoria elettorale del 4 marzo, e soprattutto nelle settimane di questa interminabile crisi di governo, che si avvia ad essere la più lunga di sempre (il precedente Amato del giugno 1992 è lì ad un passo). Ebbene, a seguito dei toni entusiastici che annunciavano la nascita di una “terza Repubblica”, come “Repubblica dei cittadini”, ci si sarebbe atteso uno sforzo maggiore nella definizione delle clausole contrattuali in materia. Invece, la seconda (e forse quasi definitiva) bozza, nel paragrafo 19 – rubricato sotto la voce “Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta” – pare limitarsi ad un approccio generico e sintetico, proponendo sostanzialmente la mera riduzione del numero dei parlamentari (400 deputati e 200 senatori), senza aggiungere altro circa i meccanismi di funzionamento della forma di governo, come il bicameralismo paritario, la doppia fiducia, il procedimento legislativo, il ruolo e le funzioni del Governo in Parlamento, e molto altro ancora. Silenzio profondo anche sulla legge elettorale, della quale non v’è traccia nella “quasi-intesa” pur costituendo uno degli snodi cruciali del sistema contro cui si sono spesso scagliati gli anatemi degli attuali contraenti.

In relazione al tipo di Stato, ossia al rapporto tra centro e periferia, ci si limita ad un esplicito favor verso le richieste di regionalismo differenziato ai sensi dell’art. 116, comma terzo, cost., che, come noto, hanno già ispirato i referendum autonomisti in Lombardia e Veneto dello scorso autunno. Adesso si afferma la priorità della questione “per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano”, introducendo un’evidente preferenza verso tale forma di articolazione del regionalismo italiano.

In materia di referendum abrogativo, si propone l’abolizione di qualunque quorum di validità e si incoraggia l’introduzione del referendum propositivo.

Infine, il contratto fissa la volontà di introdurre il “vincolo di mandato popolare” contro le pratiche di trasformismo, senza peraltro specificare modalità e forme di tale vincolo, che se introdotto altererebbe non poco la natura della democrazia rappresentativa, fondata, tra l’altro, proprio sull’assenza del vincolo di mandato imperativo e sulla rappresentanza della “Nazione” e non di singole parti, come recita l’attuale art. 67 cost.

Peraltro, anche volendo prescindere dal merito del testo che, non essendo ancora stato licenziato potrà subire modifiche o cambiare addirittura di senso, non si possono non leggere queste scarne proposte in relazione all’introduzione del c.d. “Comitato di conciliazione”, organismo completamente estraneo all’architettura istituzionale del Paese e composto non solo da membri del Governo (Presidente del Consiglio, Ministro competente per materia e, come uditore, Ministro per l’attuazione del programma), o del Parlamento (capigruppo di entrambi i rami di M5S e Lega), ma anche da soggetti estranei ad essi, come i segretari nazionali dei due partiti che formano l’esecutivo. Un organismo metà istituzionale e metà politico per le cui deliberazioni è addirittura prevista la maggioranza qualificata dei 2/3 dei componenti. Si obietterà che tali forme di consultazione parallela agli organi costituzionali sono sempre esistite (es. vertici di maggioranza tra le forze politiche), e restano legittime a parere di chi scrive, ma anche quando in passato si è dato vita a forme di collaborazione rafforzata e ristretta diverse dalle sedi formali, come nel caso del Consiglio di gabinetto o dei Comitati di Ministri, lo si è fatto restando però sempre all’interno della cornice istituzionale dell’organo Consiglio dei Ministri che, ai sensi dell’art. 92 cost., resta l’unico soggetto titolato all’espressione del potere esecutivo di concerto con il Parlamento, o meglio la propria maggioranza parlamentare.

L’impressione che si ricava, dunque, è che si sia voluta conferire “giuridicità” a momenti di normale confronto politico, ma a legislazione invariata, senza toccare di una virgola l’assetto istituzionale, scegliendo di attuare una “riforma senza riforma”.

Alla luce di queste brevi note, dunque, le parole sulla presunta apertura di una nuova fase della Repubblica appaiono stridenti, e lasciano l’amara sensazione di come anche questa legislatura si avvii, purtroppo, ad un percorso privo di un serio dibattito sulla riforma delle istituzioni, ignorando quanto invece ce ne sarebbe bisogno. Anche e soprattutto se si vuole dar vita ad una nuova Repubblica, con i fatti e non solo a parole.

Vincenzo Iacovissi
Segreteria nazionale PSI
Responsabile Riforme istituzionali

Salvini e Di Maio affondano le borse. Risale lo spread

Borsa-rialzo-Letta

Ancora un governo non c’è. Dopo oltre due mesi di trattative i vincitori delle elezioni non sono ancora astati in grado di raggiungere un accordo per Palazzo Chigi. E gli effetti di questo prolungato stallo si stanno manifestando. Ieri la tirata di orecchie dell’Unione Europa preoccupata per la tenuta dei conti del paese. Un monito che ha lasciato un segno nonostante M5S e Lega abbiano assicurato che la trattativa per il governo è in chiusura. Ieri il contratto di governo era stato pubblicato dall’Huffington Post. “È una versione vecchia che è stata già ampiamente modificata nel corso degli ultimi due incontri del tavolo tecnico” assicurano i vertici dei partiti. Eppure il solo adombrare l’ipotesi delle uscita dall’Euro, ha fatto agitare le acque della borsa ed è bastato per far balzare lo spread Btp-Bund decennali in avvio a 137 punti in una Piazza Affari in affanno che scende di quasi tre punti percentuali.

Ma a pesare sui mercati anche il monito arrivato dall’Europa, che ha richiamato l’Italia al rispetto delle regole del patto di stabilità. A Milano il Ftse Mib ha segnato un calo dello 0,70% a 24.133 punti, mentre Londra ha guadagnato lo 0,20%, Francoforte lo 0,18% e Parigi lo 0,07%. È evidente che le rassicurazioni da parte di Lega e Cinquestelle non sono bastate. Nel Vecchio Continente, così come dall’altra parte dell’Atlantico, le preoccupazioni per il contenuto della bozza di contratto restano forti. In particolare, sono le parti sulla finanza pubblica, elencate a pagina 38 del documento, a scuotere maggiormente le sale operative. Nella bozza, Lega e M5S chiedono alla Banca centrale europea di Mario Draghi di cancellare 250 miliardi di titoli di Stato. “La loro cancellazione vale circa 10 punti percentuali”, si legge nel documento.

Ieri sera Wall Street ha chiuso in calo, con il Dow 30 in flessione dello 0,78% a 24.706 punti e il Nasdaq dello 0,81% a 7.351. A Tokyo il Nikkei 225 ha perso lo 0,44% a 22.717. Sull’indice principale della borsa milanese soffrono i bancari, con ribassi oltre il punto percentuale per Ubi Banca e Banco Bpm. Unicredit cede lo 0,78% e Intesa Sanpaolo lo 0,83%. Male le utility, con ribassi oltre l’1% per Snam, A2A ed Enel. Vendite su Atlantia, Prysmian, Generali, Recordati e Moncler. Corrono, invece, Saipem, in rialzo del 2,44%, e Mediaset, in progresso del 2%.

L’aumento dello spread si è poi accompagnato a quello dei carburanti alla pompa, con il barile che prosegue il cammino verso gli 80 dollari. Stamattina Ip ha aumentato di un centesimo al litro i prezzi consigliati di benzina e diesel. In base alle elaborazioni di Staffetta quotidiana sulle medie dei prezzi praticati e comunicati dai gestori all’Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico, il prezzo medio di benzina self service è di 1,615 euro/litro (+2 millesimi, pompe bianche 1,591), diesel a 1,487 euro/litro (+3, pompe bianche 1,466). Benzina servito a 1,728 euro/litro (+3, pompe bianche 1,632), diesel a 1,603 euro/litro (+3, pompe bianche 1,507). Gpl a 0,635 euro/litro (+1, pompe bianche 0,621), metano a 0,961 euro/kg (-1, pompe bianche 0,952).

Insomma il governo ancora non c’è, ma gli effetti del sodalizio tra Cinque stelle e Lega già si fa sentire.

Governo. Di Maio e Salvini chiedono ancora tempo

quirinale

“Abbiamo chiesto qualche altro giorno per ultimare il programma di governo”. Lo ha detto il capo politico del M5s, Luigi Di Maio, dopo le nuove consultazioni col Presidente della Repubblica. “Nomi non ne facciamo ancora, se parte questo governo parte la Terza Repubblica”, ha aggiunto. Finisce così l’incontro tra il pentastellati e il presidente della Repubblica. Nessun passo avanti concreto per la formazione del governo. Tutto fermo. Evidentemente gli incontri tra i due leader, quello della Lega e quello del M5s, non hanno prodotto i risultati sperati.

“Serve un accordo di governo omogeneo, su alcuni punti importanti ci sono ancora distanze con M5s” ha aggiunto Matteo Salvini: “Non sono appassionato al toto-nomine ma al toto-cose, anche se può sembrare irrituale tutto ciò. Per serietà vi dico che serve tempo per capire se questo governo può partire o se Lega e M5s si salutano”. Salvini ha anche parlato di sforzo enorme per trovare accordo. Ma quello che per il momento salta all’occhio è la stranezza della procedura. Con incontri che hanno ben poco di istituzionale. La ricerca di un accordo per il governo infatti non è ancora passata per il luogo principe della democrazia, ossia il Parlamento. Il tutto avviene quasi nell’ombra: due persone si danno appuntamento e seduti a tavolino stilano i punti sui quali impegnare un eventuale e futuro governo. In una democrazia matura il luogo ove questo accade dovrebbe essere il Parlamento. Ma forse della Terza Repubblica che Di Maio di vanta di avere fondato, le consuetudini sono diverse. Mattarella ha dimostrato di saper avere pazienza. Ne avrà ancora, almeno fino alla conclusione di questo tentativo, ma non all’infinito. I 5 Stelle ribadiscono che il contratto di governo dovrà essere sottoposto a una “votazione online” che stabilirà se l’alleanza di governo può partire o meno. Un altro modo di scavalcare il Parlamento.

Il presidente della Repubblica che dovrà decidere il da farsi. Di Maio e Salvini, che hanno avuto diversi incontri nei giorni scorsi, hanno comunicato al Quirinale di essere pronti a riferire su “tutto” a Mattarella. Ma il nome del possibile presidente del Consiglio non è ancora conosciuto. L’unico elemento per ora certo è che sarà un “politico” e non un tecnico.

Sabato scorso, in un discorso per commemorare lo scomparso presidente della Repubblica Luigi Einaudi, Mattarella ha ricordato le prerogative del Quirinale non solo nella nomina del premier, ma anche nell’imporre il rispetto della copertura finanziaria delle leggi, e ha ricordato la posizione europeista dell’Italia. Parole che suonano come un monito. Le preoccupazione sulla tenuta dei conti infatti sono tutte sul tappeto. Le promesse elettorali dei Cinque Stelle, cominciare dal reddito di cittadinanza, già da sole sono in grado di mandare fuori controlli i conti dello Stato. A queste vanno sommate quelle della Lega che ha battuto il territorio promettendo l’abolizione della Legge Fornero. Le due promesse messe insieme sono un vero e proprio mix esplosivo per i conto dello Stato. A queste va aggiunta una ipotetica flat tax e per completare il giro i fondi da trovare per disinnescare le clausole di salvaguardia.

Intanto è arrivata la riabilitazione del leader di Forza Italia. Infatti il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha cancellato gli effetti della condanna del 2013 a Silvio Berlusconi. “La candidabilità di Berlusconi – ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini – è una buona notizia. Quella del tribunale di Sorveglianza di Milano è una decisione equa che mette il leader di Forza Italia nella condizione di competere al pari degli altri”.

Parlando poi delle alleanze per il governo Nencini ha aggiunto: “La conferma di un legame destinato a stringersi tra Lega e 5Stelle proviene da Vicenza e Siena, città chiamate al voto il prossimo 10 giugno. In nessuno dei due comuni i 5 stelle presentano la loro lista alle comunali proprio come avviene in molti altri piccoli e medi comuni. A pensar male si fa peccato ma molto spesso ci si azzecca”.

“Per quanto mi riguarda – ha aggiunto Maurizio Bolognetti, Segretario di Radicali Lucani – penso che i 5stelle siano solo un manganello, una purga di regime. Li hanno cullati, alimentati e fatti crescere a suon di “spot” negli ultimi dieci anni. Un partito governato da un blog, e un blog governato da non si sa chi. Casaleggio e Associati? Verrebbe da chiedersi associati a chi. Ma si proviamolo questo governo della ruspa spacciato per un cambiamento che non c’è. Intanto, i temi veri, quali ad esempio la qualità della nostra democrazia, la Costituzione scritta sostituita dalla Costituzione materiale, lo Stato di diritto che non c’è, vengono completamente rimossi e un intero popolo viene inebetito a suon di lattucciopiù radiotelevisivo. Conflitto d’interessi? Sì, quello di Grillo, Casaleggio e soci. Da dieci anni gli esponenti fascio pentastellati parlano pretendendo l’assenza di contraddittorio. Il tutto mentre idee, programmi, proposte concretamente riformatrici di un sistema, vengono brutalmente cassate. Cassate voci, storie, lotte. A volte ci si sente come un cammello in una grondaia. Tra un pop-corn e un salatino, un programma di approfondimento che nulla approfondisce e il diritto di un popolo a poter conoscere per deliberare letteralmente assassinato, eccoci a trepidare nell’attesa di non so quale fumata bianca. Il re è nudo, ma chi lo vede, chi può vederlo?”

Il Governo Incognita

Più che un governo giallo-verde quello che sta nascendo è un governo incognita, perché le certezze che accompagneranno questo esecutivo sono davvero poche. A partire dalla maggioranza ‘risicata’ – soprattutto in Senato ­– e atipica che sosterrà il futuro primo ministro. Nelle ultime ore sono circolati insistentemente i nomi di due professori: Sapelli e Conte. Ma poco importa, poiché il presidente incaricato dovrà fare i conti con gli elementi deteriori del parlamentarismo che potrebbero far saltare il banco da un momento all’altro. Insomma, senza la benevolenza di Berlusconi e Meloni il futuro governo avrà vita molto difficile. La riabilitazione dell’ex Cavaliere, poi, rende ancor più incerto lo scacchiere parlamentare in cui, a maggior ragione, potrebbero verificarsi le tradizionali ‘imboscate’.
Inoltre, il futuro premier sarà sicuramente ostaggio di Salvini e Di Maio e, teoricamente, dovrà attuare un programma di governo calato dall’alto, su cui non dovrebbe avere voce in capitolo vista la natura contrattualistica promossa dal MoVimento 5 Stelle. Non bisogna poi dimenticare il ruolo del Colle. Mattarella, pur essendosi mosso con una certa moderazione, potrebbe pesantemente influenzare la nomina dei ministri facendosi garante di una linea marcatamente europeista. E proprio dall’Ue arrivano segnali di grande preoccupazione per la natura del nuovo governo. Ma, ad oggi, non essendo plausibili delle nuove alleanze internazionali e senza l’appoggio del Colle, sembra impossibile attuare dei provvedimenti economici in deficit violando apertamente gli accordi di Maastricht. Le tante promesse elettorali, quindi, potrebbero sciogliersi come neve al sole.
La fragilità e l’eterogeneità della maggioranza leghista-grillina, lo spettro di Silvio Berlusconi, l’imprescindibile vincolo europeo e il possibile interventismo del Presidente della Repubblica configurano uno scenario totalmente incerto. Quello che giurerà tra poche ore sarà – unica certezza di questi giorni – il governo incognita.

L’Italia laboratorio del governo populista

Il governo M5S-Lega è stato ripescato all’ultimo minuto, quando ormai era dato per morto. La giornata cruciale è stata mercoledì 9 maggio. Matteo Salvini ha annunciato a sorpresa: ”Ci provo fino all’ultimo”. Il segretario leghista e Luigi Di Maio si sono incontrati in mattinata alla Camera e hanno chiesto a Sergio Mattarella altre 24 ore di tempo prima di archiviare l’esecutivo tra le due forze populiste. Il presidente della Repubblica ha risposto positivamente alla richiesta e subito il capo politico dei cinquestelle ha fatto un passo avanti decisivo per svelenire lo scontro con Silvio Berlusconi: l’obiettivo è “un governo del cambiamento” solo con la Lega, “non è un veto su Berlusconi”.

A quel punto il presidente di Forza Italia, ha messo da parte la sua ostilità totale in risposta ai veti dei grillini ai suoi danni; ha dato il disco verde in serata con un comunicato stampa: non voterà la fiducia all’esecutivo grillo-leghista ma attuerà una opposizione costruttiva, praticherà una “critica benevolenza. Una specie di astensione benevola”, come ha precisato il forzista Giovanni Toti. Probabilmente deciderà volta per volta se votare sì o no a una legge.

Di Maio e Salvini hanno brindato al matrimonio di governo tra i due populismi in opposizione radicale tra loro fino alle elezioni politiche del 4 marzo. Salvini ha evitato la rottura con Berlusconi anche se è stata minata l’unità del centro-destra. Il Cavaliere è con un piede fuori e uno dentro (e potrà tutelare le sue aziende), non è più per i cinquestelle “il male assoluto” né “un traditore” del popolo. Mattarella ha messo da parte la sua proposta di “un governo di servizio” composto da tecnici, pronta a scattare perché dopo due mesi di incontri e di consultazioni non era emersa nessuna maggioranza politica in Parlamento per sostenere un esecutivo. La legislatura, per ora, è salva. Ma solo per ora.

Non sarà facile l’intesa. Di Maio e Salvini hanno cominciato a discutere di Palazzo Chigi (due candidati per un solo posto), di divisione dei ministeri (il leghista potrebbe andare all’Interno e il cinquestelle agli Esteri) e di programmi. Ci sono alcuni punti di intesa come sull’abolizione della legge Fornero (probabilmente ci sarà un ammorbidimento delle regole per andare prima in pensione), ma i contrasti sono forti su molti punti: il segretario del Carroccio vuole introdurre la flat tax (una unica imposta sul reddito del 15%) invece il capo del M5S intende ridurre le aliquote Irpef, Di Maio ha come cavallo di battaglia il reddito di cittadinanza mentre Salvini ha trionfato chiedendo l’espulsione degli immigrati illegali dall’Italia. Non sarà facile: entro lunedì 14 maggio dovranno illustrare a Mattarella i contenuti del “contratto alla tedesca” per formare il nuovo governo.

Un nodo cruciale è l’atteggiamento verso l’Unione europea e la Nato. Mattarella vigila sull’ancoraggio dell’Italia alle sue tradizionali alleanze occidentali contro le tentazioni di pericolosi strappi. Il presidente della Repubblica ha invitato a mettere da parte le teorie cosiddette “sovraniste” (il nuovo nazionalismo contro l’Europa e l’Alleanza militare atlantica basata sugli Usa) perché sono pronte “a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili”.

I mercati finanziari internazionali e l’Europa, timorosi per l’arrivo di un esecutivo M5S-Lega, vegliano da lontano e da vicino sul laboratorio politico italiano. Le due forze populiste anti sistema, pronte ad entrare nel sistema, fino a poco tempo fa chiedevano un referendum sull’euro e si spingevano fino a reclamare l’uscita dell’Italia dalla Ue e dalla Nato. Da mercoledì la Borsa di Milano perde colpi mentre lo spread (il differenziale tra i buoni del Tesoro decennali italiani e gli analoghi tedeschi) è repentinamente salito fino quasi a quota 140, il livello più alto degli ultimi tre mesi. Non c’è panico, ma cresce la tensione in attesa di esaminare la composizione e i contenuti del programma dell’esecutivo giallo-verde (si temono le ripercussioni sul debito pubblico per i forti aumenti di spesa e per cospicui tagli delle imposte). Per ora i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico della Penisola sono aumentati poco e non sono esplosi come nel novembre del 2011 (Berlusconi fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio per fare largo al tecnico Mario Monti). I mercati e l’Unione europea aspettano di vedere il comportamento sul campo del governo targato M5S-Lega.

L’Italia è il primo importante paese della Ue nel quale stanno per andare al governo due partiti populisti euroscettici: il tandem M5S-Lega. Ora occorrerà vedere i risultati: se saranno positivi o negativi. In tutti e due i casi potrebbero costituire una indicazione per l’Europa, in un senso o nell’altro, adesso e nelle future elezioni.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

LA PROROGA

Mattarella quirinale consultazioni

“Ancora 24 ore”. La richiesta arriva a Sergio Mattarella in tarda mattinata. Mittenti Matteo Salvini e Luigi Di Maio. I due leader chiedono al Capo dello Stato un giorno di tempo per trovare un accordo e dar vita a un governo politico. Mattarella acconsente. Se però anche questo tentativo dovesse fallire, partirebbe subito l’Esecutivo di servizio nominato dal Quirinale. Premier e ministri sono già pronti. Aspettano solo il via libera dal Colle.
Entro domani Salvini e Di Maio dovranno comunicare l’esito del confronto iniziato stamattina alla Camera. La svolta potrebbe essere vicina, considerate le indiscrezioni giunte da più parti. Rispetto ai giorni passati, Salvini tende ad abbassare i toni. “Il voto a luglio non è la mia ambizione – afferma il segretario federale a Radio Capital – benché i sondaggi diano il mio partito in crescita. Non sto facendo pressioni su Berlusconi né su nessuno. Non sta a me forzare, non mi permetto di dare lezioni”.

L’ago della bilancia in questa vicenda è rappresentato proprio da Silvio Berlusconi, che restando sulle barricate rischia di diventare il capro espiatorio della mancata partenza della diciottesima Legislatura. Se, però, il Cavaliere lasciasse andare la Lega, il Governo Salvini-5Stelle sarebbe cosa fatta. Sino ad oggi Berlusconi non ha mollato la presa. Cedere ai grillini dopo che Di Maio non lo ha neanche riconosciuto come interlocutore sarebbe un’umiliazione troppo grande per il vecchio leader.

Da giorni, tuttavia, ad Arcore giungono le chiamate più disparate. Parlamentari appena eletti che non vogliono lasciare la poltrona, vertici delle aziende berlusconiane, l’inner circle del Cavaliere vuole andare all’opposizione, abbandonare la Lega e lasciar naufragare con calma il tandem con il M5s. Giovanni Toti, governatore azzurro della Liguria e da sempre mediatore tra Forza Italia e il Carroccio, assicura a Radio1 che ad un esecutivo Salvini-Di Maio “non parteciperà Forza Italia con un appoggio esterno. Il che non vuol dire che, dopo sei settimane di stallo del Paese, non si possa guardare a questa esperienza di un nostro socio strutturale da vent’anni, con una benevolenza critica”. Una mezza apertura che lascia più di uno spiraglio. In ogni caso la decisione finale sarà esclusivamente di Berlusconi.

A favore della trattativa tra Lega e 5Stelle si sbilanciano anche due pezzi da novanta come Renato Brunetta e Paolo Romani, colonnelli berlusconiani della prima ora. “Forse vale la pena sperimentare un governo giallo-verde. Vediamo cosa può offrire…”, si lascia scappare Romani. E Brunetta rassicura Salvini: anche in caso di appoggio a Di Maio, Forza Italia confermerebbe l’alleanza così da tutelare i governi delle grandi regioni del Nord. “Se vogliono fare il governo, lo facciano. L’alleanza resta perché per noi è un grande valore, ma nessuno ci può chiedere di più”, le parole dell’ex ministro.

Strada spianata, quindi. Sul nome che andrebbe a guidare l’Esecutivo Lega-5Stelle torna a circolare il nome di Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario di Salvini. Anche se non è da escludere la possibilità che per il mandato da premier venga proposta a Mattarella una figura terza, che non abbia connotati così riconoscibili delle due forze vincitrici delle elezioni del 4 marzo. Quel che è certo riguarda l’accelerazione imposta oggi da Salvini e Di Maio che presto potrebbe consegnare nella mani di Mattarella l’accordo tanto sospirato. “Prepariamoci a un governo delle destre” dice sicuro Graziano Delrio, capogruppo Pd a Montecitorio, annunciando “un’opposizione ferma e intelligente” da parte dei dem ad un Esecutivo che “rappresenta un pericolo per l’Italia”.

F.G

VERSO LE URNE

sergio_mattarella_9_csm_lapresse_2017_thumb660x453L’Italia si prepara al voto. Dopo l’ultimo giro di consultazioni al Quirinale, si rafforza sempre di più l’ipotesi di una nuova tornata elettorale prima del previsto. Il primo mese buono potrebbe essere luglio, al più tardi una delle prime domeniche del mese di ottobre. Oppure in primavera. Dipenderà tutto dall’esito del voto di fiducia che chiederà il Governo di servizio nominato da Mattarella. Se non ci sarà un maggioranza, il Paese tornerà subito alle urne.

Certo è che il Capo dello Stato non ha voluto affidare un mandato al buio al centrodestra, senza avere la certezza di una maggioranza, così come richiesto da Salvini. A questo punto era rimasta solo l’eventualità di un incarico di personalità, affidato ad una figura terza, scelta direttamente dal Presidente della Repubblica, che avrebbe traghettato il Paese al voto. E così è andata. Presto si saprà il nome del nuovo premier.

Mattarella ha deciso, dunque, dopo che nella giornata di oggi hanno sfilato al Colle i delegati dei principali movimenti politici. Di Maio, dopo aver “chiuso definitivamente” la settimana scorsa, oggi ha tentato di riaprire il forno con la Lega. Il capo politico grillino si è detto (nuovamente) disponibile ad un accordo con Salvini per un premier di garanzia così da attuare una serie di punti programmatici in comune, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero su tutti. Salvini, però, non ha mai voluto mollare la coalizione di centrodestra e ha risposto picche. “Non voglio tirare a campare. O nelle prossime settimane qualcuno fa un passo indietro come abbiamo fatto noi, oppure si torna alle urne”, ha rilanciato il segretario federale.

Il passo indietro non lo farà sicuramente Berlusconi, che al Quirinale si è presentato insieme a Salvini e Meloni. “Rispetto a un governo del cambiamento Salvini ha scelto ancora una volta Berlusconi”, ha tuonato Di Maio, che prima ha svestito gli abiti istituzionali per tornare a indossare quelli da campagna elettorale, poi ha sfoderato l’evergreen grillino: “Quello che dobbiamo dedurre è di formare non un governo del cambiamento di centrodestra, ma un governo dei voltagabbana, della compravendita dei parlamentari, dei traditori del mandato politico nella migliore delle ipotesi”.

Quelli del Partito Democratico sono gli unici intenzionati a supportare un governo di tregua. “Qui c’è da dare certezze al Paese con un governo che blocchi l’aumento Iva e loro continuano a giocare al gatto e al topo. È davvero incredibile, il Paese non si merita tutto questo”, le parole del segretario reggente Maurizio Martina. Al Nazareno si appellano alla responsabilità, dunque. In realtà i dem sono ben consapevoli che un ritorno alle urne in estate potrebbe assestare un colpo decisivo alla sopravvivenza del Pd.

F.G.

Nettuno, i grillini sfiduciano il loro Sindaco

casto nettunoSarà ricordato come il sindaco più breve di sempre, Angelo Casto, il primo cittadino del Movimento Cinque Stelle di Nettuno, è stato sfiduciato da tredici consiglieri comunali. Un film già visto a Roma con la giunta di Ignazio Marino, caduta sotto i colpi del Pd nel 2015 con lo stesso modus operandi il M5S è andato dal notaio per far cadere il sindaco. Il documento sarà depositato in segretariato e poi il prefetto di Roma avrà tempo 48 ore per nominare un commissario.
“Lavorare per la città di Nettuno è stato appassionante seppur in mezzo a mille difficoltà che talvolta hanno rallentato l’azione mai, però, fermando il pensiero e il progetto per il bene comune, unico caposaldo di ogni iniziativa”. Sono le prime parole di Angelo Casto, sfiduciato dall’opposizione e da quattro consiglieri del 5 Stelle, dopo il terremoto che questa mattina ha portato alla fine della sua legislatura iniziata due anni fa.
“Questa mattina – hanno dichiarato in una nota gli autori della sfiducia – contestualmente a quattro consiglieri della maggioranza, abbiamo presentato le nostre dimissioni dal Consiglio Comunale, che sarà ancora una volta sciolto e commissariato.
Dopo mesi di conflitti, tensioni e divisioni, tutte interne al Movimento 5 Stelle, l’esasperazione per l’arroganza, la prepotenza ed il disinteresse del Sindaco e dei suoi fedeli scudieri portano gli stessi Consiglieri di maggioranza, con grande senso di responsabilità, a staccare la spina all’Amministrazione Comunale più litigiosa e inconcludente mai vista.
L’opposizione – hanno specificato – ha sempre sostenuto a viso aperto le battaglie per difendere gli stessi interessi e i bisogni dei cittadini e, pur nel rispetto delle pulsioni interne al Movimento al governo di Nettuno, ha fatto emergere le contraddizioni e gli errori di una azione amministrativa balbettante e ormai pericolosa per Nettuno”.

Il Rei meglio del reddito di cittadinanza

povertà

Per la Confindustria  il reddito di cittadinanza proposto dal M5S coprirebbe una platea più ampia rispetto al reddito di inclusione (Rei), partito a gennaio, e garantirebbe un beneficio “molto più elevato”, fino a 780 euro mensili per un single contro i 188 euro del Rei. Tuttavia, per il Centro di studi della Confindustria comporterebbe uno ‘spreco ingente’ di risorse pubbliche e rischierebbe di disincentivare la ricerca di lavoro. Secondo il CSC: “affrettarsi a sostituire uno strumento appena partito significherebbe creare incertezza e allungare i tempi di implementazione”.

Per i tecnici dell’associazione di viale dell’Astronomia: “sarebbe più opportuno darsi il tempo per condurre una seria valutazione, specie delle modalità di attivazione al lavoro, e nel frattempo indirizzare le risorse per aumentare platea e beneficio del Rei”. Il Csc ricorda che la povertà è cresciuta molto con la crisi: ci sono 1,6 milioni di famiglie in povertà assoluta per un totale di quasi 5 milioni di individui.

L’indigenza è legata a doppio filo alla bassa partecipazione al mercato del lavoro. Con l’avvio del Rei, da gennaio l’Italia si è dotata di uno strumento universale di contrasto alla povertà su scala nazionale. Tuttavia, è partito con scarsi finanziamenti (2,1 miliardi di euro nel 2018) e si stima che potrà coprire solo la metà della platea. Il reddito di cittadinanza, così come descritto nel Ddl 1148 del 2013, coprirebbe una platea ben più ampia (2,8 milioni di famiglie) e garantirebbe un beneficio fino a 780 euro mensili.

Il Centro Studi di Confindustria ha osservato: “Potrebbe però costare molto (30 miliardi di euro o più secondo varie stime, rispetto ai già elevati 17 miliardi prospettati dal M5S) e comportare uno spreco ingente di risorse pubbliche poiché verrebbe concesso anche a individui che poveri non sono. Per incentivare la partecipazione prevede solo l’obbligo di iscrizione ai centri per l’impiego, strutture che necessitano di una profonda e costosa riforma per poter garantire risultati apprezzabili nel facilitare l’avviamento al lavoro”.

Dunque, sembra che neanche la Confindustria gradisca la politica del M5S.

Salvatore Rondello