Genova. Approvato il decreto. Bagarre in Aula

Foto LaPresse

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A tre mesi dal crollo del ponte Morandi, è legge il decreto su Genova e altre emergenze. Il testo è stato approvato dal Senato con 167 voti favorevoli, 49 contrari e 53 astensioni. Il provvedimento era passato alla Camera il primo novembre, dopo una seduta notturna. Ma in Aula, dopo il voto, si è scatenata la bagarre, con la seduta che è stata sospesa per qualche minuto. A generare lo scontro, il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, che ha alzato il pugno in segno di vittoria, scatenando le critiche dell’opposizione. “È inaccettabile e indecente”, attacca la capogruppo di Fi, Annamaria Bernini, “non venga più qui ad alzare i pugni”. Nell’emiciclo scoppia la bagarre, al punto che la presidente Elisabetta Casellati è costretta a sospendere la seduta.

La seduta poi riprende: Casellati rimprovera i senatori Pd che protestano tenendo in alto il fascicolo del provvedimento e Toninelli per “aver gesticolato in maniera poco commendevole”. Mentre il capogruppo dem Andrea Marcucci prima rimprovera Casellati di non “aver mai ripreso Toninelli”, che durante le dichiarazioni di voto si distrae al cellulare e mastica la gomma, e poi le chiede di “chiudere con dignità la seduta di oggi, con un minuto di silenzio per il morti di Genova”. Richiesta che viene accolta da Casellati.

Il capogruppo M5s Stefano Patuanelli, giustifica invece l’atteggiamento di Toninelli come “un piccolo gesto di giubilo, più che tollerabile”.

È giallo sul senatore M5s Gregorio de Falco che non era in Aula quando il dl Genova è andato in votazione. Il senatore, intercettato fuori dall’Aula, ha mostrato sorpresa alla notizia dell’avvenuta votazione: “Hanno votato? Ma la seduta non era sospesa?” ha affermato correndo verso l’Aula. Ma secondo altre agenzie sarebbe stata un’uscita volontaria. “C’erano cose che condividevo e altre che non condividevo, per questo ho scelto di astenermi”, ha detto ai giornalisti di Lapresse che lo hanno sentito durante la sua uscita dall’Aula. Subito dopo il voto, però, ha dichiarato: “E’ vero non ho fatto in tempo a votare: ma tutto sommato meglio così. Evidentemente era destino, il fato…”.

Tra i 5 Stelle Sono 10 i senatori che non hanno preso parte alla votazione. Sono Vittoria Deledda Bogo, Alfonso Ciampolillo, Saverio De Bonis, Gregorio De Falco, Luigi Di Marzio, Elena Fattori, Michele Giarrusso, Cinzia Leone, Paola Nugnes e Mario Turco.

Cosa prevede il decreto

Il provvedimento, innanzitutto, delinea la figura del commissario straordinario per Genova, specificando che rimarrà in carica per 12 mesi rinnovabili per non più di un triennio. Nel decreto, poi, si mette nero su bianco che le spese per la ricostruzione del nuovo ponte saranno a carico di Autostrade. Vengono comunque stanziati 30 milioni l’anno fino al 2029 in caso la società non dovesse rispettare l’impegno o dovesse ritardare i pagamenti.

Nel decreto, tuttavia non si menziona a chi spetterà la ricostruzione del ponte.

Altre misure, poi, istituiscono la zona franca a Genova, a sostegno delle imprese che hanno avuto difficoltà economiche a causa del crollo del ponte.

Specifiche norme riguardano invece la zona portuale e retroportuale.

Sono previsti aiuti e sostegni, anche sul fronte della tassazione, ai cittadini del capoluogo ligure, e in particolare a sostegno di chi ha perso la casa o ha dovuto abbandonarla.

Risorse anche per il trasporto locale (poco più di 40 milioni totali) e per gli autotrasportatori che hanno subito forti disagi in conseguenza del crollo del ponte e delle difficoltà notevoli sulla viabilità.

Un’altra serie di norme si rivolge alle zone terremotate: le regioni del Centro Italia ma soprattutto l’isola di Ischia (articolo 25), dove si dispone che entro 6 mesi i comuni colpiti dal sisma devono chiudere le pendenze ancora aperte rispetto alle richieste di sanatoria presentate in base al condono edilizio del 1985. A differenza di quanto previsto dalla più recente normativa del 2003, che stabiliva lo stop della messa in regola di alcuni edifici, la norma in questione fa sì che quegli immobili o parte di essi possano invece essere condonati.

Infine, il decreto contiene anche una norma relativa allo smaltimento dei fanghi in agricoltura, innalzando i limiti degli idrocarburi, anche se il governo ha spiegato che con questa misura si rimedia a “un danno fatto dai precedenti governi”.

Condono Ischia. Governo battuto: Ira del M5S

aula senato

“Governo in minoranza sul condono di Ischia: battaglia vinta dall’opposizione”. Lo ha affermato il segretario del Psi Riccardo Nencini, al termine dei lavori in Commissione al Senato durante i quali la maggioranza è stata battuta sul condono per Ischia per 23 voti a 22 sul decreto emergenze.

E’ stato approvato l’emendamento all’articolo 25 che disciplina le pratiche di condono edilizio a Ischia. Secondo quanto si apprende, sarebbe risultato decisivo il voto del senatore del M5S Gregorio De Falco. L’ex capitano di fregata ha spiegato: “L’emendamento in questione è stato presentato da Papatheu di Forza Italia ed era analogo a quello che avevo presentato io”. Alla domanda se abbia votato con le opposizioni, De Falco si trincera dietro un no comment.

Intanto l’ira dei vertici M5S si abbatte su di lui, sotto accusa per aver votato con le opposizioni l’emendamento al dl Genova che modifica le norme sul condono edilizio per Ischia su cui il governo aveva dato parere contrario. Per aver mandando giù l’esecutivo, dal vertice dei grillini trapela rabbia e questa sarebbe l’accusa: “Il punto è che sono uscite le rendicontazioni e De Falco non vuole restituire. Vuole farsi cacciare. Questo è il punto. Ma quando uno vota con Forza Italia ha segnato il suo cammino. Prima, però, dovrà restituire i soldi agli alluvionati”.

Questo diktat lascia intendere che per De Falco l’espulsione sia ormai dietro l’angolo. Non solo, nel mirino dei vertici è finita anche Paola Nugnes e gli altri ‘ribelli’ accusati di remare contro. A quanto si apprende, nel Movimento si sta addirittura verificando se il regolamento del Senato consenta di spostarli in Commissioni parlamentari meno decisive.

“Quanto al dl Genova, si va avanti e domani in Aula si porta a casa”, così direbbero gli stessi vertici M5S.

E così, da quanto riferiscono i vertici M5S, i senatori De Falco e Nugnes vanno subito fuori dal gruppo M5S al Senato: sarà il capogruppo Stefano Patuanelli a commutare la sanzione ai due ribelli. Per Nugnes si profila la sospensione, per De Falco l’espulsione dal Movimento. Ma entrambe le sanzioni comporterebbero l’immediata l’uscita dal gruppo al Senato, con probabile passaggio al misto. Solo in un secondo momento arriveranno le sanzioni decise dal collegio dei probiviri, che riguarderanno non solo Nugnes e De Falco ma anche, stavolta per il ‘dossier dl sicurezza’, Elena Fattori, Matteo Mantero e Virginia La Mura.

L’ex premier Matteo Renzi, senatore del Partito democratico, ha commentato: “Il Governo è stato battuto sul condono edilizio. Voglio dire pubblicamente grazie ai senatori Cinque Stelle che hanno avuto il coraggio di votare contro questa schifezza”.

Con l’uscita dei cinque ‘grillini’, la maggioranza di governo al Senato si ridurrebbe ad un solo voto.

S. R.

Atac. Raggi e Media in silenzio prima del Referendum

atacAtac resta in mano al comune di Roma. Fallisce il referendum promosso dai Radicali per la messa a gara del servizio. La consultazione non raggiunge il quorum del 33,3% necessario per la validazione. A poco valgono i risultati derivanti dal voto dal 16,37% degli aventi diritto, che in maggioranza (75%) dicono di sì al cambiamento nella gestione dell’azienda di trasporti indebitata di 1,6 miliardi di euro.

Circa 386.900 cittadini (su 2.364.000) si sono recati alle urne. Il municipio più partecipativo è stato il II, San Lorenzo-Parioli, dove ha votato il 25,25%. Il quartiere di Tor Bella Monaca (VI municipio), invece, ha visto andare al voto solo il 9,3%. Esulta l’amministrazione capitolina, Virginia Raggi in testa: “Atac resta dei cittadini. I Romani vogliono resti pubblica. Ora impegno e sprint finale per rilanciarla con acquisto 600 nuovi bus, corsie preferenziali, più controlli, riammodernamento metro. Attenzione e rispetto per tutti i votanti”.

In realtà Atac sarebbe rimasto comunque un servizio pubblico, anche se i sì ce l’avessero fatta. Il referendum, infatti, proponeva semplicemente di spezzare l’antico legame tra politica e trasporti. L’obiettivo era quello di favorire la concorrenza, affidando il servizio in base alla qualità dei gestori. Senza contare l’aumento di controlli, che in mano ad una azienda privata sarebbero moltiplicati rispetto ad una gestione pubblica. Ma tant’è.

“Il mancato raggiungimento del quorum è una sconfitta per l’amministrazione della democrazia diretta, per una sindaca che ha fatto fatica a dire una parola sul referendum. Nelle condizioni date siamo soddisfatti di come i romani abbiano risposto”, le parole del parlamentare Riccardo Magi, esponente radicale che più si è battuto in questi mesi sulla questione. Le forze politiche e i vari gruppi di interesse si sono divisi sul tema come sempre avviene in questi casi. Il Pd, Forza Italia e gli industriali speravano per la liberalizzazione. Lega, M5s, LeU e sindacati si sono schierati per il no.

“Il voto al referendum sulla messa a gara del servizio pubblico locale è certamente deludente, ma va considerata la poca o nulla informazione data dal Comune ai cittadini, la complessità di una questione che la necessaria sintesi proposta dal quesito non rappresentava appieno e la semplicistica rappresentazione di una scelta tra pubblico e privato, con annessi problemi occupazionali”, precisa Loreto Del Cimmuto, segretario della Federazione Romana Psi. “Ma hanno votato circa 300.000 romani e questo, preso in sé, non è una dato da sottovalutare. È da qui che bisogna ripartire. Ci vuole tempo e un lavoro di lunga lena, perché la sfiducia e il degrado dei servizi generano di per sé un basso livello di controllo sociale e quindi di partecipazione. Una società civile merita una diversa qualità del governo della cosa pubblica, anche perché è chiaro che il trasporto pubblico deve essere governato dal sistema pubblico” precisa Del Cimmuto e spiega: “E il punto è proprio questo: la questione Atac rimane tutta lì, con il suo deficit strutturale e il rischio fallimento, infine prima o poi la gare si dovranno comunque fare”.
“È quindi doveroso lavorare per rafforzare il ruolo regolatore del Comune come autentico garante della qualità del servizio e dei diritti degli utenti, a prescindere da chi gestisce oggi e gestirà domani il servizio”, conclude.

Dopo il referendum, l’auspicio è che ora davvero Atac possa risollevare la testa come promesso dalla sindaca di Roma e dall’assessore ai Trasporti Linda Meleo. Le premesse non sono delle migliori, considerati debiti, vetture vetuste (1300 autobus sono attualmente in riparazione) e scioperi. I cittadini sembrano ormai rassegnati. La situazione economica dell’azienda è vicina al collasso. Il servizio non degno di una metropoli europea. La speranza, però, è l’ultima a morire. Perfino a Roma.

F.G.

SALVINI AL SICURO

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Il decreto sicurezza supera l’esame del Senato. La legge che (tra le altre cose) prevede una stretta sui richiedenti asilo e l’utilizzo del Taser per i poliziotti, passa ora alla Camera. Con il voto di fiducia Palazzo Madama approva così il provvedimento tanto caro a Salvini. Sono stati 163 i voti a favore, 59 i contrari. L’asse Lega-5 Stelle tiene, quindi. Fatta eccezione per cinque dissidenti grillini che hanno abbandonato l’aula al momento del voto. Hanno votato contro Pd, Liberi e Uguali e Autonomie. Forza Italia, pur apprezzando alcune misure inserite nel testo, è rimasta in aula senza votare. Astensione, invece, per Fratelli D’Italia.

Tensione nel Movimento 5 Stelle al momento delle votazioni, quando i senatori dissidenti Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Matteo Mantero, Virginia La Mura ed Elena Fattori hanno abbandonato l’emiciclo. I cinque ribelli, la cui decisione era stata annunciata da tempo, hanno preferito lasciare l’aula pur di evitare un voto contrario che avrebbe definitivamente rotto il rapporto con i vertici grillini. Nonostante questo il capogruppo 5 Stelle al Senato Stefano Patuanelli ci tiene a far sapere di aver segnalato “ai probiviri il comportamento tenuto in Aula dai senatori Gregorio De Falco, Paola Nugnes, Elena Fattori, Matteo Mantero e Virginia La Mura, che hanno avviato un’istruttoria nei loro confronti”. Chi non è d’accordo con la linea dettata dal capo rischia l’espulsione, dunque.

Con l’approvazione del Senato, la Lega incassa un risultato non indifferente. L’accordo sulla prescrizione alla Camera è ancora da trovare. Il Carroccio non sblocca l’impasse. Nonostante ciò il leader leghista porta a casa, ancora una volta, un punto pesante. “Ci stiamo lavorando da questa estate. Sono contento”, esulta. La trattativa ora si sposta a Montecitorio per il ddl Anticorruzione. Tema caldo resta la durata dei processi. Salvini, dopo aver riscosso al Senato, si mostra accogliente verso il partner di Governo: “Sulla prescrizione chiudiamo tra qualche ora. Tra persone ragionevoli si trova sempre una soluzione”.

In attesa dell’accordo definitivo sulla prescrizione, la Lega deve però ricevere le osservazioni del Servizio Bilancio del Senato sul testo approvato oggi. Secondo i tecnici di Palazzo Madama il provvedimento non rispetta i termini di copertura e di legislazione corrente di bilancio. Ci sarebbero decine di milioni di euro che andrebbero ad intaccare i fondi speciali del ministero dell’Interno e di quello dell’Economia. In sostanza si chiedono rassicurazioni sulle spese da effettuare. Uno scherzo per Salvini e Di Maio in confronto allo scontro in atto con la commissione Europea sulla manovra.

F.G.

Pensioni, svanite le promesse per il Sud

Pensioni-InpsApparse, scomparse, riapparse, dissolte. Svanita esenzione delle tasse per i pensionati al Sud. Neppure un accenno al sogno fatto balenare agli italiani: le pensioni esentasse nel Mezzogiorno.

Del progetto non c’è traccia nel disegno di legge di Bilancio 2019 del governo penta-leghista all’esame del Parlamento. Eppure c’è di tutto: reddito e pensione di cittadinanza, modifica della legge Fornero per anticipare il pensionamento dei lavoratori, flat tax per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi a partita Iva, risarcimento dei risparmiatori danneggiati dal crac delle banche, pace o condono fiscale (secondo le varie definizioni), incentivi agli investimenti e alle nuove assunzioni. È previsto perfino l’affidamento in concessione gratuita per 20 anni dei terreni incolti alle famiglie che possano vantare la nascita di un terzo figlio nei prossimi tre anni, ma delle pensioni esentasse al Sud nessuna traccia. Nessun riferimento alla proposta lanciata da Salvini a metà agosto: svanita esenzione nella manovra economica.

Matteo Salvini, senatore eletto in Calabria, aveva avanzato l’ipotesi seducente in un tweet su internet: «Proporrò una zona di esenzione fiscale» in alcune delle più belle zone d’Italia perché «ci sono migliaia si pensionati italiani che vanno in Spagna e Portogallo per non pagare la tassa sulle pensioni». Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno in un comizio in Calabria, come aveva rivelato il ‘Corriere della Sera’, già in precedenza aveva delineato l’idea: creare «una zona di esenzione fiscale per i pensionati italiani e stranieri» in «alcune zone del Sud».

Alberto Brambilla, consigliere di Salvini, aveva messo a punto uno studio illustrato da ‘Repubblica’: esenzione decennale delle tasse per i pensionati italiani e stranieri che trasferiscono la propria residenza per almeno sei mesi e un giorno. Le regioni pilota scelte dal progetto erano la Calabria, la Sardegna e la Sicilia. Il piano fa felici insieme i pensionati e il Mezzogiorno: i primi non pagherebbero più un euro di tasse come in Portogallo (in Spagna e, in genere in diversi paesi europei, le imposte sono tagliate ma in parte restano) mentre le disastrate e belle regioni del Sud incasserebbero un fiume di denaro delle “pantere grigie” che creerebbe sviluppo e occupazione.

Brambilla aveva anche quantificato i vantaggi: «Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale».

In sintesi: per ogni pensionato trasferito “al sole” del Sud ci sarebbe un nuovo occupato, in genere giovane, principalmente nei servizi. Brambilla, però, aveva fissato delle condizioni stringenti: i comuni che potranno aderire all’iniziativa dovranno avere meno di 4 mila abitanti e dimostrare uno spopolamento del 20% negli ultimi 10 anni. Inoltre andranno garantiti una serie di servizi ritenuti imprescindibili come la raccolta differenziata e un livello sanitario in linea con quelli «di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia».

La sirena degli assegni previdenziali esentasse è suonata come una melodia per l’esercito di circa 60 mila pensionati italiani che sono emigrati all’estero (7 mila in Portogallo) o con un reddito basso (per vivere dignitosamente) o con un reddito alto (per migliorare le condizioni di vita). E’ suonata come una melodia anche per i pensionati stranieri e per gli aspiranti a staccare la spina dal lavoro, in Italia e all’estero.

Però è seguita la bruciante delusione, alle parole non sono seguiti i fatti: svanita esenzione. Una prima delusione era arrivata dal governo Conte-Salvini-Di Maio la notte del 27 settembre quando, suonando la grancassa mediatica, aveva approvato l’ossatura del disegno di legge di Bilancio decidendo i contenuti del Def (Documento di economica e finanza).

Ai primi di ottobre l’idea, invece, era riapparsa. Salvini aveva precisato ad Agorà, Rai3: «Ci stiamo lavorando…L’ipotesi in campo riguarda detassare le pensioni per alcune regioni del Sud dell’Italia a chi volesse portare la residenza in queste zone».

Poi niente, svanita esenzione. Certo c’è ancora un po’ di tempo per recuperare: il segretario della Lega, tra uno scontro e l’altro con la Ue e l’opposizione, per lo spread che sale vertiginosamente zavorrando pericolosamente la già difficile manovra economica, potrebbe ripescare il progetto della pensione senza imposte entro la fine dell’anno, termine per votare in Parlamento la legge di Bilancio (sempre che il governo sopravviva agli scontri tra Lega e M5S). Ma non c’è alcun segnale della volontà di rispettare l’impegno proclamato su Twitter e poi ad Agorà. Resta solo la speranza.

Per ora non c’è una parola, una sola parola né nel disegno di legge legge di Bilancio né in un provvedimento collegato. Salvini deve fare i conti con le sue troppe, roboanti e costosissime promesse acchiappa voti. Promesse in competizione con quelle, sempre costosissime di Luigi Di Maio, collega cinquestelle di governo e concorrente nelle elezioni europee di maggio.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Il M5S perde la piazza a Roma, Torino, Salento

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Non era mai successo: il M5S perde la piazza. A Roma, a Torino e nel Salento, per motivi diversi, la protesta di piazza si è diretta per la prima volta contro il Movimento 5 stelle e non contro “i partiti”, “l’establishment”, “il sistema”. Per Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio è uno shock.

Il M5S perde la piazza a Roma. Migliaia di persone hanno manifestato contro Virginia Raggi in piazza del Campidoglio. Uno dei cartelli più garbati ma perentori contro la sindaca della capitale è stato: “Raggi dimettiti”. Tantissime le critiche alla Raggi: strade impraticabili per le buche, autobus in perenne ritardo e che vanno a fuoco, code perenni in auto, vie sporche e cassonetti stracolmi di rifiuti, anche un mese di attesa per avere una carta d’identità dagli uffici comunali, negozi chiusi per la crisi, illegalità e criminalità sempre più diffuse. Il carico da undici sono i guai giudiziari che hanno sconvolto la giunta grillina e hanno colpito la stessa prima cittadina.

La sindaca, eletta trionfalmente nel 2016 sullo slogan “Il vento è cambiato!”, adesso deve fare i conti con la protesta contro il forte degrado della città eterna. Lei non molla e attacca i vecchi partiti in una intervista al ‘Messaggero’: «Il Pd, mascherato e orfano di Mafia capitale, ha provato a strumentalizzare i cittadini, camuffando una manifestazione di partito in una sollevazione». Ma il vero avversario dal quale deve guardarsi è la Lega, compagna del M5S nel governo nazionale. Matteo Salvini, con caute critiche, prende le distanze e si prepara ad espugnare il Campidoglio alla prima occasione con un candidato sindaco leghista.

Il M5S perde la piazza a Torino. Chiara Appendino, sindaca cinquestelle del capoluogo piemontese, non sta molto meglio. L’antica capitale d’Italia e delle automobili Fiat è in rivolta. Il tema dello scontro è la Tav e l’impoverimento della città. La linea ferroviaria dell’alta velocità Torino-Lione da sempre è attaccata dai militanti grillini e la giunta cinquestelle alla fine ha deciso la sospensione della costruzione dell’opera in attesa di uno studio costi-benefici del governo nazionale.

La sindaca, anch’essa eletta trionfalmente due anni fa battendo un pezzo da novanta del Pd come Piero Fassino (già sindaco, segretario dei Ds, ministro nei governi di centro-sinistra), non è stata presente quando è stato congelato il progetto perché in missione a Dubai in cerca di investimenti arabi nella città. L’assenza ha scontentato tutti. Davanti alla sede del comune di Torino i sostenitori “Sì Tav” sono scesi in piazza contrapponendosi ai “No Tav”. Gli imprenditori, i sindacati e tutte le associazioni torinesi hanno contestato alla sindaca il progressivo isolamento e declassamento della metropoli: una delle ultime sconfitte è stata la perdita dell’organizzazione delle Olimpiadi invernali.

Le grandi opere pubbliche sono uno dei talloni di Achille dei cinquestelle: scatta un secco “no” immediato ed identitario per paura della corruzione e per salvaguardare l’ambiente. È anche il caso della Tap, il metanodotto che, attraversando il mare Adriatico, ha per meta la Puglia. Alla fine Luigi Di Maio ha dato il via libera dell’esecutivo penta-leghista alla costruzione per non pagare delle salate penali, ma è scoppiato il finimondo. Il M5S perde la piazza nel Salento. Alcuni sindaci e dei gruppi di militanti grillini della provincia di Lecce sono scesi in piazza: hanno protestato contro la decisione del loro governo, del loro vice presidente del Consiglio e capo politico, bruciando anche delle bandiere cinquestelle.

Sono lontani i tempi di quando Beppe Grillo predicava a colpi di “Vaffa” la rivoluzione contro “i partiti” e “le élite” italiane ed europee, contro le banche e le multinazionali monopolizzando la rete internet e le piazze. Il comico populista con piglio carismatico dominava la piazza: era in piena sintonia con il suo popolo. L’agognata conquista di Palazzo Chigi e di tante giunte comunali, anche di metropoli importanti come Roma e Torino, ha rotto l’incantesimo. Il fondatore dei cinquestelle non deve averla presa bene: è sempre più silenzioso e distaccato dalla sua creatura politica.

Il populismo ha funzionato trionfalmente quando il M5S era all’opposizione antagonista, ma quando di Maio e i sindaci hanno dovuto fare i conti con l’impegno del governo il meccanismo è andato in tilt. Quando i grillini “anti sistema” sono entrati “nel sistema” qualcosa si è spezzato nel rapporto con il loro popolo. Si è riprodotto lo scollamento tra il vertice e la base della società sul quale Grillo aveva scatenato la rivoluzione populista della “decrescita felice”. Adesso la scommessa è di far marciare insieme progresso e rispetto per l’ambiente, sviluppo ed uguaglianza sociale, concorrenzialità e lavoro non precario. Non sarà facile.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Tap, ancora una figuraccia dei Cinque Stelle

tapIl premier Giuseppe Conte ha comunicato ai sindaci pugliesi: “Avanti sulla Tap: l’interruzione dell’opera comporterebbe costi insostenibili”.

Conte, ha anche sottolineato: “Sul gasdotto abbiamo fatto tutto quello che potevamo, non lasciando nulla di intentato. Ora però è arrivato il momento di operare le scelte necessarie e di metterci la faccia. Prometto un’attenzione speciale alle comunità locali perché meritano tutto il sostegno da parte del Governo”.

Il vicepremier Matteo Salvini ha esultato: “Avere l’energia che costerà meno a famiglie e imprese è fondamentale, quindi avanti coi lavori”.

Ma c’è l’ira dei No Tap. Il leader del movimento No Tap, Gianluca Maggiore, dopo il via libera al gasdotto Tap in Salento annunciato dal premier Conte, ha detto: “Una perdita di tempo, una presa in giro per calmare gli animi. E’ chiaro che la nostra battaglia continuerà, come è chiaro che tutti i portavoce locali del M5S che hanno fatto campagna elettorale qui e che sono diventati addirittura ministri grazie ai voti del popolo del movimento No Tap, si devono dimettere adesso”.

In precedenza, il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, aveva fatto sapere: “In data odierna ho trasmesso al premier Giuseppe Conte le valutazioni di legittimità svolte dal Ministero dell’Ambiente sulla Valutazione di impatto ambientale rilasciata dallo scorso governo sul progetto Tap… Anche nei punti contestati non sono emersi profili di illegittimità, indipendentemente dal merito, in quanto la Commissione Via, unico soggetto titolato a pronunciarsi, ha ritenuto ottemperate le prescrizioni. La valutazione fatta dal Ministero dell’Ambiente esula dal mio pensiero personale e dal mio convincimento politico, se l’opera sia giusta o no. Ma nella fase attuale ogni valutazione da parte del Ministero deve essere fatta solo ed esclusivamente sulla base del principio della legittimità degli atti e non sul merito tecnico dei medesimi, in quanto non consentita dall’Ordinamento. Il lavoro è durato ininterrottamente per più giorni, durante i quali sono state esaminate oltre mille pagine di documenti e c’è stata anche una nuova interlocuzione con Ispra su alcuni aspetti delle varie fasi della procedura. È bene sottolineare che parliamo di un procedimento già autorizzato e concluso nel 2014, su cui si è espresso il Consiglio di Stato con sentenza 1392 del 27 marzo 2017, confermandone definitivamente la legittimità. Tuttavia, come è stato detto, abbiamo ascoltato tutte le osservazioni provenienti dal territorio, sia dai portavoce del Movimento 5 Stelle sia dal comune di Melendugno, Abbiamo valutato se tutte le autorizzazioni fossero state emesse a norma di legge”.

In una lunga lettera aperta inviata ai cittadini di Melendugno, il premier Giuseppe Conte ha spiegato che sulla Tap si va avanti: “Interrompere la realizzazione dell’opera comporterebbe costi insostenibili, pari a decine di miliardi di euro. In ballo ci sono numeri che si avvicinano a quelli di una manovra economica. Chi sostiene che lo Stato italiano non sopporterebbe alcun costo o costi modesti non dimostra di possedere le più elementari cognizioni giuridiche. Se il Governo italiano decidesse adesso, in via arbitraria e unilaterale, di venire meno agli impegni sin qui assunti anche in base a provvedimenti legislativi e regolamentari, rimarrebbe senz’altro esposto alle pretese risarcitorie dei vari soggetti coinvolti nella realizzazione dell’opera e che hanno fatto affidamento su di essa. Il Progetto Tap è frutto di un Accordo intergovernativo sottoscritto da tutti e tre questi Paesi il 13 febbraio 2013. Questo Accordo è stato ratificato dall’Italia con la legge n. 153 del 19 dicembre 2013. L’Italia, in virtù di questo Accordo, ha assunto la veste di soggetto investitore, ai sensi dell’allora Trattato sulla Carta dell’Energia (ECT). Il Progetto Tap gode, inoltre, della qualifica di ‘Progetto di interesse comune’ e per questo ricade nell’ambito delle previsioni di cui all’allegato VII del Regolamento europeo n. 1391/2013, che riconosce una corsia preferenziale a questi progetti imponendo agli Stati Membri di adoperarsi per consentirne una più celere realizzazione. Si aggiunga che il decreto legge n. 133 del 12 dicembre 2014 ha riconosciuto al Progetto Tap la natura di ‘progetto strategico’ e quindi opera da realizzare con urgenza ai sensi del d.P.R. n. 327 dell’8 giugno 2001. L’autorizzazione ‘unica’ per la realizzazione del Tap è stata concessa dal Ministro dello Sviluppo Economico il 20 maggio 2015”. Conte è entrato nei dettagli scrivendo: “Possiamo prefigurare che lo Stato italiano rimarrebbe sicuramente esposto alle seguenti pretese risarcitorie: a) del consorzio Tap e dei suoi azionisti (Socar, BP, Snam, Fluxys, Enagas, Axpo) per i costi di costruzione e di mancata attuazione dei relativi contratti e per il mancato guadagno da commisurare all’intera durata della concessione (25 anni); b) delle società importatrici del gas (tra cui: Edison, Shell, Eon e altri ancora) che hanno già comprato il gas a prezzi scontati e che mirerebbero a trasferire allo Stato italiano i maggiori costi di approvvigionamento per i prossimi 25 anni; c) degli shipper di gas che si ritroverebbero a perdere margini per vendite in Turchia anziché in Italia. Le variabili per poter quantificare l’esatto ammontare dei danni sono molteplici e alcuni dati essenziali sono nella esclusiva sfera di controllo delle società coinvolte nel progetto. E’ certo però che, interrompendo il progetto Tap, lo Stato italiano verrebbe coinvolto in un contenzioso lungo e perdente, i cui costi potrebbero aggirarsi, in base a una stima prudenziale, in uno spettro compreso tra i 20 e i 35 miliardi di euro”. Poi ha precisato: “Ingenerosi con M5S, date la colpa a me”.

“Vendiamo l’anima alla Lega”. E’ uno degli sms che rimbalza su alcuni cellulari dei parlamentari M5S più imbestialiti per il via libera del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Le parole del presidente del Consiglio non sono bastate a placare la rabbia dei parlamentari grillini, quelli pugliesi, o meglio i salentini eletti nei territori alle prese con l’opera, ricevuti a Palazzo Chigi nelle settimane scorse. Ma a fremere sono gli eletti da tutto il Paese. Un deputato campano si è lamentato: “Perché il ‘vaffa’ alla Tap era una nostra bandiera, ma la sacrifichiamo all’altare di un governo che ci sta cannibalizzando…”.

E’ stato un fine settimana di passione per il Movimento. Meno di una settimana fa  Beppe Grillo, dal palco di Italia 5 Stelle al Circo Massimo, invitava la politica a “non abbandonare una visione. Vogliamo il gas che passa sotto quei cazzo di ulivi della Puglia o non lo vogliamo?”, chiedeva il fondatore del M5S. E alcuni parlamentari, in queste ore di nervosismo estremo, a quanto si apprende, valutano di tirarlo in ballo, chiedendogli un intervento diretto per salvaguardare il Movimento. Una deputata pugliese ha commentato: “Dopotutto Grillo è il nostro garante. E se è pur vero che ora siamo al governo, è altrettanto vero che questa è una battaglia del M5S”.

Luigi Di Maio, capo politico del M5S e vicepremier, ha detto: “Abbiamo le mani legate. Ci sono venti miliardi di euro da pagare di penali. Più del reddito di cittadinanza e quota 100 messi insieme. Il punto è che le sanzioni le abbiamo scoperte solo dopo due mesi di accesso agli atti, tanto ci è voluto una volta entrati nei ministeri competenti”.

Carlo Calenda, ex ministro del Mise, lo ha attaccato duramente: “Di Maio si sta comportando da imbroglione, come su Ilva. Non esiste una penale perché non c’è un contratto (fra lo Stato e l’azienda Tap) ma, in caso, una eventuale richiesta di risarcimento danni da parte dell’impresa visto che sono stati fatti investimenti a fronte di un’ autorizzazione legale. Di Maio sta facendo una sceneggiata e sta prendendo in giro gli elettori ai quali ha detto una cosa che non poteva mantenere. Anche con il parere dell’Avvocatura di Stato su Ilva che gli dava torto e che ha tenuto segreto, Di Maio ha mentito e in un paese normale un ministro che lo fa due volte si deve dimettere”.

Ma è difficile tenere a bada il malcontento. Un chiarimento tra Di Maio e il gruppo dei parlamentari al momento non è in programma, visto che la partita l’ha condotta e chiusa lo stesso Conte, coinvolgendo gli eletti nelle zone interessate dall’opera: non solo deputati e senatori, ma anche consiglieri regionali e comunali.

Un coinvolgimento che tuttavia non è bastato, se oggi, tra i pugliesi, c’è chi lamenta di aver appreso la linea dalle agenzie di stampa. Una parlamentare pugliese ha detto: “Il ministro Costa ha dichiarato di aver trasmesso le valutazioni sull’opera al premier e di non aver riscontrato profili di illegittimità. Sarebbe stato corretto dare le spiegazioni a noi, prima di apprendere dai lanci di agenzia come sarebbe andata a finire…”.

Ma le proteste sono andate oltre. Durante la manifestazione è stata bruciata una bandiera del Movimento 5Stelle che, prima e durante la campagna elettorale delle politiche era schierato in maniera decisa contro l’infrastruttura e i manifesti con le foto dei leader dei grillini. Come è già accaduto ieri, via social, alcuni aderenti al Movimento hanno distrutto le proprie tessere elettorali. Il movimento No Tap, in una nota, ha scritto: “In questo momento può sembrare che le speranze di veder bloccato il gasdotto Tap siano appese alle iniziative dei parlamentari del movimento 5stelle che hanno ancora a cuore il bene di questo Paese e delle comunità che lo abitano”.

Ma, i No Tap, con le loro proteste non stanno facendo né il bene del Paese e neanche quello dei loro figli. Le proteste vanno fatte quando sono ben fondate. Quelle sulla Tap e sulla Tav sono proteste strampalate.

S. R.

Dl Sicurezza.Torino lo sospende, senatori M5S contro

de falcoNon tutto il Movimento si ‘piega’ all’alleato leghista di Governo. Una piccola fronda di senatori del M5S, capeggiata dall’ex comandante della Marina, Gregorio De Falco, si mette di traverso al decreto sicurezza che si trova all’esame del Senato. “Ci sono alcuni emendamenti irrinunciabili — ha spiegato De Falco — qualcuno incide sul livello di civiltà del Paese e rende la norma costituzionalmente coerente, congrua; e poi ce ne sono altri che servono a raggiungere le finalità dichiarate dal decreto che sono sicurezza e risparmio della spesa”, sottolinea e aggiunge: “Se non dovessero esserci quelle modifiche per me essenziali, io non potrei votare il decreto”.
Stessa posizione per la senatrice Paola Nugnes che commenta così l’auspicio di Salvini – espresso dopo l’accordo trovato sul dl fiscale – che M5s ritiri gli 81 emendamenti al decreto: “Ma che siamo al mercato delle vacche?”. Poi, spiega: “Noi presenteremo gli emendamenti e vedremo la valutazione che ne farà il governo. Purtroppo la visione di Salvini non ha ritrovato l’accordo con la nostra e questo è un dato di fatto. Ma soprattutto questo decreto non persegue gli obiettivi che si è dato. Nella narrativa che viene fatta si raccontano cose che non ci sono nel decreto, come quella che dice che ci adopereremo per i rimpatri e per avere gli accordi… ma queste cose non ci sono nel decreto. Mi chiedo, ma è stato compreso o è successo come per il decreto fiscale? Per questo c’è il dovere di fare un controllo alle Camere. Se il decreto resta così – ribadisce – voto contro, è un dovere istituzionale”. Contrario anche il senatore Nicola Morra.
Resta così la tensione all’Esecutivo, con la Lega che continua a ‘chiedere’ al Movimento, ma mentre i senatori pentastellati hanno ritirato i sette emendamenti presentanti da Gregorio De Falco, Paola Nugnes ed Elena Fattori al ddl Legittima difesa (che dovrebbe essere approvato entro giovedì), non sembrano accettare la mediazione sul fronte del decreto Sicurezza (che sarà in Aula il 5 novembre).
Nel frattempo sul territorio, il dissenso inizia a legare il M5S al Pd. Nella Torino a guida pentastellata, lunedì nel corso del consiglio comunale è stato approvato un ordine del giorno firmato dalla consigliera Pd Elide Tisi per chiedere la sospensione del decreto che potrebbe far uscire molti richiedenti asilo dai programmi di integrazione. In pieno accordo con la sindaca M5s Chiara Appendino e con l’assessora 5 stelle al Welfare Sonia Schellino
“Se chi arriva viene privato della possibilità di accedere al permesso di soggiorno e, allo stesso tempo, non può essere rimpatriato, come si può garantire la sicurezza del territorio?”. Chiedeva la capogruppo M5s Valentina Sganga.

Gas, il Tip e Tap del governo che smentisce se stesso

TAP-Trans-Adriatic-Pipeline

Il M5S si sta accorgendo che la campagna elettorale è una cosa mentre governare è un’altra. Tra la varie promesse vi era anche quella di fermare i lavori della Tap. Il Gasdotto Trans-Adriatico, che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare in Italia permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’area del Mar Caspio in Italia e in Europa. L’idea di bloccare tutto è stata un modo per prendere qualche voto in più dalle regioni interessate dal passaggio dell’infrastruttura. Una promessa sciagurata, perché si trattava di interrompere la realizzazione di un’opera strategica. In campagna elettorale lo hanno detto, promesso e ribadito in tutte le salse possibili: la Tap verrà fermata.  Ora, spiega Barbara Lezzi, ministra per il Sud del governo gialloverde, non è così sicuro che avverrà lo stop. Anzi. “Nelle prossime 24-36 ore – ha detto – prenderemo una decisione, ma il sentiero è molto stretto. Resta un’opera non strategica scelta da un altro governo e agevolata da un altro governo. Abbiamo fatto adesso questa analisi dei costi dall’interno dei ministeri. Questi costi il Paese non può permetterseli e noi non ce la sentiamo di addossarli sui cittadini. Non abbiamo nulla di cui vergognarci, non avevamo a nostra disposizione una serie di dati che forniremo pubblicamente”. È una sconfitta per il governo? “Assolutamente no. Ho vissuto come una sconfitta il trattato del 2013”.

Insomma una ammissione chiara che quella promessa, per fortuna non realizzabile, era stata fatta a vanvera, ossia senza aver studiato la situazione e la normativa. Senza aver fatto i conti con i costi e con i benefici. Insomma una sparata improvvisata per lisciare il pelo agli elettori. Aggiunge Sergio Costa, ministro dell’Ambiente: “Abbiamo le mani legate dal costo troppo alto che dovremmo far pagare al Paese per fermare l’opera, ha osservato, un costo che per senso di responsabilità non possiamo permetterci. Ci saranno verifiche sulle cartografie. Ragioniamo in termini non solo tecnici ma anche di diritto amministrativo per non aprire un contenzioso che darebbe effetti devastanti. Se invece non ci sono profili di illegittimità abbiamo le mani legate non perché non l’abbiamo voluto noi”. Parole che non fanno che confermare le impressioni di improvvisazione. Si è parlato senza sapere. Senza leggere le carte.

Insomma il governo sta per rinunciare. Fermare il progetto costerebbe troppo. È questo l’esito dell’incontro di lunedì 15 ottobre a Palazzo Chigi, incontro a cui hanno preso parte il premier Conte, i ministri Costa e Lezzi e alcuni esponenti della politica salentina a Cinquestelle (consiglieri regionali e comunali), l’area della Puglia maggiormente coinvolta dal progetto. Un incontro molto delicato. “Le conseguenze economiche dell’abbandono del progetto del gasdotto Tap sono tutte da dimostrare”, ha detto ieri sera il sindaco di Melendugno, Marco Potì, dopo l’incontro a Palazzo Chigi. Potì ha riferito il ragionamento esposto dal sottosegretario allo Sviluppo, Andrea Cioffi. “Sono stati calcolati 20 miliardi di penali come costo di abbandoni l’opera si è detto che costa 4,5 miliardi, contrattualizzati con le varie ditte. Al momento è stato realizzato l’80% per 3,5 miliardi, per cui quelli occorrerebbe risarcirli. Inoltre, ci sarebbero eventuali altre penali, relative al mancato utile, ecc., a cui bisogna aggiungere il mancato utile sui flussi del gas per 11,2 miliardi di euro. Inoltre se questo gas non arriva ai clienti con cui hanno fatto i contratti ma si vende sul mercato turco, costerebbe 7 miliardi di euro. Il totale sarebbe 20 miliardi”.

I no tap ovviamente sono sul piede di guerra: “Se non siete in grado di fermare l’opera dimettetevi”. È l’invito rivolto dal portavoce del Movimento No Tap, Gianluca Maggiore, agli esponenti di M5S. La ripresa dei lavori di costruzione dell’opera, fermi da maggio, è prevista a breve. La nave Adhemar de Saint Venant, che svolgerà i primi lavori propedeutici alla realizzazione del gasdotto nel tratto di mare antistante San Foca a Melendugno, si prepara a partire dal porto di Brindisi. A bordo sono in corso le ultime attività tecniche poi, se le condizioni meteomarine lo consentiranno, la nave salperà dalla banchina di Costa Morena, dove si trova ormeggiata da alcuni giorni.

Sicurezza. Mattarella firma ma scrive a Conte

mattarella

Ci risiamo. Nessun passo indietro è previsto. Il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto sicurezza che dovrà ora andare all’esame delle Camere ma il Ministro-Vicepremier Salvini ha già messo le mani avanti: “Non mollo di un millimetro”. Parole già sentite del duo dei vice. La preoccupazione di Salvini viene dal fatto che Mattarella, nell’atto della firma, ha posto dei punti scritti in una lettera inviata al presiedente Conte nella quale ha ricordato gli obblighi costituzionali in materia.

Il nodo sta tutto nella parte del testo secondo il quale il richiedente asilo perde i suoi diritti e può essere rispedito indietro non solo sulla base di una sentenza definitiva o di primo grado, ma a seguito di una semplice denuncia. Un problema che rischia di esporre il testo al rischio di incostituzionalità,  ma sul quale il ministro Matteo Salvini e il governo tutto non hanno voluto fare un passo indietro.  Un ultimo tentativo sembra esserci stato ieri quando lo stesso Salvini si è recato al Quirinale proprio per discutere del testo che oggi è stato firmato dal capo dello Stato e accompagnato da una lettera al premier Giuseppe Conte. La speranza è che in sede di conversione del decreto si possano sanare le anomalie e la battaglia si annuncia durissima visto che anche nel M5S ci sono molte perplessità sul testo.

Resta però da vedere se cambiamenti saranno possibili proprio su questo punto che a Salvini sta particolarmente a cuore e che, sempre secondo il ministro, permetterebbe rimpatri immediati.

“Avverto l’obbligo – si legge nella lettera di Mattarella – di sottolineare che, in materia, come affermato nella Relazione di accompagnamento al decreto, restano fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato, pur se non espressamente richiamati nel testo normativo, e, in particolare, quanto direttamente disposto dall’art. 10 della Costituzione e quanto discende dagli impegni internazionali assunti dall’Italia”. L’articolo 10 cittao da Matteralla afferma che “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici”.