L’utopia e la vanità di Bertinotti sulla sinistra

bertinottiFausto Bertinotti torna a parlare della politica e soprattutto a criticare lo schieramento a sinistra. Dopo aver invitato la sinistra a boicottare le prossime elezioni politiche sostenendo che “saltare un giro sarebbe una manifestazione di grande coraggio politico intellettuale, vale a dire: siamo stati sconfitti in questa vicenda storica, ci ricostruiamo nel rapporto con il popolo e la società”. Oggi l’ex leader di Rifondazione punta il dito contro il neo leader di Liberi e Uguali, Pietro Grasso: “Pietro Grasso e LeU? Se ci fosse una sinistra, forse si sceglierebbe come leader uno che proviene dalla sua storia”. Fausto Bertinotti nell’affermarlo a “Un Giorno da Pecora” su Rai Radio1, corregge però il tiro: “Stimo molto Grasso e gli sono molto amico, ma la sinistra ormai per presentarsi non può usare questo nome e non può candidare una persona che viene dalla sua storia. Questa mimetizzazione è causa ed effetto della sua dipartita”. Grasso non è molto di sinistra? “No, dico semplicemente – ha spiegato – che non appartiene alla storia della sinistra socialista e comunista”.
Bertinotti anche se parla di sinistra è sempre più affascinato dall'”instabilità politica” targata cinquestelle, aveva infatti affermato su Il Manifesto: “Loro sono ’antisistema’ però solo sul versante ’politico’. Ma il sistema è quello capitalistico. In ogni caso: a loro sono interessato perché contribuiscono a battere il partito della stabilità (il Pd, ndr). Scriverò l’elogio dell’instabilità. La stabilità è il nostro nemico, batterla è la condizione per tornare a respirare”. E aveva poi specificato: “Il Pd è il sacerdote della stabilità, il M5S si è costruito all’opposizione del sistema politico, introduce contraddizioni. E se cambiassero linea sui migranti passerei a un atteggiamento anche più coinvolto. Perché loro sono in conflitto con le élite, basso contro alto, esattamente il terreno che dovrebbe praticare la sinistra”.
Ma l’uomo che invoca l’instabilità, lo stesso che si è sempre vantato di aver fatto cadere il Governo Prodi nel 1998, in realtà arriva a scenari ancora più loschi sul futuro dell’Italia e dell’Europa, in una recente intervista a Sussidiario.net Bertinotti arriva a presagire: “Se la politica viene meno al suo compito, ci restano o il neo-autoritarismo o la guerra civile”.

Liberi e Uguali. La sinistra cancella “sinistra” dalla lista

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso a Firenze in una foto del 2010 ANSA/MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

Il nome in politica, come nella vita, è importante: indica un programma, una identità, un profilo di società. La sinistra alla sinistra del Pd alla fine ha scelto il nome con cui presentarsi alle elezioni politiche: “Liberi e uguali”. La decisione, non scontata, è stata ufficializzata da Pietro Grasso. Il presidente del Senato ha accettato ieri, tra gli applausi dei 1.500 delegati e militanti di sinistra, di correre come candidato presidente del Consiglio: «Io ci sono, noi riaccenderemo la speranza». E ha ufficializzato la scelta del nome della lista elettorale: la battaglia sarà perché tutti «siano liberi e uguali, liberi e uguali». Così ha indicato il nome della lista elettorale, Liberi e uguali, appunto.
Le tre sinistre, che hanno proposto la candidatura a Grasso e organizzato l’assemblea all’Atlantico Live a Roma, hanno tirato un sospiro di sollievo, forse tra non troppo entusiasmo. Movimento democratico e progressista, Mdp in sigla (Speranza, Bersani, D’Alema), Sinistra italiana, acronimo Si (Fratoianni e Fassina) e Possibile (Civati), alla fine sono riusciti a trovare una soluzione in tempo utile: una manciata di mesi prima delle elezioni politiche della prossima primavera, appena 4 mesi prima del possibile appuntamento con le urne da molti atteso a marzo.
All’inizio il candidato premier prescelto era stato Giuliano Pisapia, “il federatore” come l’aveva definito Pier Luigi Bersani, alfiere di «un nuovo centrosinistra largo». Ma i tanti “no” pronunciati da Fratoianni, Fassina e Civati, hanno ostacolato la marcia dell’ex sindaco di Milano, cammino bloccato infine dallo scontro con Massimo D’Alema e dallo scoglio su una possibile alleanza con Matteo Renzi.
Di qui il ricorso alla carta di Grasso, uscito poco tempo fa dal Pd dichiarando: «Ero, e sono rimasto, un ragazzo di sinistra». Le scelte di sinistra sul lavoro, sui diritti civili, sugli immigrati, sul rinnovamento dell’Italia hanno determinato una forte sintonia. Sia l’ex magistrato, sia la sinistra radicale, sia gli ex Pd hanno contestato Renzi per la “subalternità” alle proposte sociali, economiche ed istituzionali della destra.
Così era naturale aspettarsi un nome della lista caratterizzato dalla parola sinistra o socialista, invece non è avvenuto. Sembra che la discussione su quale nome scegliere sia stata dura, ma alla fine è prevalsa la decisione di adottare Liberi e uguali.
È prevalso l’orientamento di corteggiare il ceto medio allergico alla parola sinistra e, tanto più, a quella socialista. Sulla scomparsa della parola sinistra D’Alema ha dato una spiegazione ai giornalisti:«Vogliamo rivolgerci a tutti gli italiani. Non vogliamo rinchiuderci nel recinto della sinistra». I rapporti con il Pd si profilano concorrenziali e di sfida. Renzi si è domandato «se comanderà Grasso o D’Alema». Ritiene «che un elettore di sinistra farà fatica» a votare per la sinistra radicale in un collegio perché ci sarebbe il rischio di far vincere Berlusconi e Salvini.

Anche Riccardo Nencini ha indicato il pericolo di “un danno” per “l’intero centrosinistra”. In questo modo “il rischio in alcuni collegi del Sud e del Nord per la vittoria del centrosinistra proviene da casa sua, non da fuori”, e anche in Toscana “certo non è un aiuto”. Nencini non si dice stupito del fatto che sul nuovo movimento ci sia “l’ombra” di D’Alema e Bersani ma è convinto che Liberi e Uguali non danneggerà “un tentativo che proprio questa settimana metteremo in campo, Socialisti, Verdi e Pisapia, quanto alla costruzione di una sinistra riformista alleata del Pd e non solo per le prossime elezioni politiche”.

Adesso la parola passerà agli elettori. Alle urne si vedrà quanti elettori di sinistra e progressisti delusi, Liberi e uguali riuscirà a raccogliere. D’Alema si aspetta «un risultato a due cifre». Gli ultimi sondaggi elettorali, però, danno solo il 5-6% dei voti alla lista unitaria delle tre sinistre. Il Pd, invece, sarebbe testa a testa con il M5S intorno al 25-26%, mentre il centro-destra otterrebbe il 35%. Ma da ora al voto molto potrebbe cambiare.

Rodolfo Rucco

Di Maio e Di Battista, 
M5S a due normalità

di-battista-di-maioBasta urla. Non incutere più paura. Il M5S normale. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, in modi diversi, lanciano in pista un Movimento rassicurante, tranquillo, di governo, non più rivoluzionario e anti sistema.

I giovani Di Maio, 31 anni, e Di Battista, 39 anni, hanno fatto partire la strategia di corteggiamento dei ceti moderati, sia pure con stili molto diversi. Il traguardo sono le elezioni politiche della prossima primavera. Con qualche mese di anticipo è scattato Di Maio. L’attività è frenetica, all’estero e in Italia, tra gli imprenditori nazionali e quelli internazionali.

Ha puntato sul presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, il più europeista tra i capi di Stato della Ue. In una lettera aperta ha paragonato i cinquestelle alla sua “formazione giovanissima” che ha sconfitto i partiti tradizionali francesi. Ha assicurato: “Il Movimento 5 Stelle non ha nulla a che fare con certe formazioni xenofobe e antagoniste che crescono un po’ ovunque in Europa”.

Di Maio ha messo da parte le più importanti e vittoriose battaglie populiste d’opposizione realizzate da Beppe Grillo negli ultimi anni a colpi di “vaff..” e di sberleffi: l’addio all’euro e alla stessa Unione europea, gli attacchi alle banche e alle grandi imprese multinazionali, il no all’”invasione” dell’Italia da parte degli immigrati.

Alla convention del M5S di Milano ha teorizzato: “Nessuno ci crede più che siamo il male dell’Italia”. Ha attaccato i partiti tradizionali usando i loro stessi slogan: il M5S è “l’unica forza politica che può assicurare la stabilità al Paese”. I cinquestelle sono diventati una grande forza politica con cui fare i conti: hanno conquistato i sindaci di molti importanti città italiane come Roma e Torino (in queste metropoli, però, i risultati non sono certo entusiasmanti) e i sondaggi elettorali li danno testa a testa con il Pd nella sfida a primo partito italiano con circa il 27% dei voti.

Di Maio e Di Battista, la rivoluzione liberale non riuscita a Berlusconi sembra essere riproposta in chiave pentastellata. Sulla forte ascesa del M5S Di Maio, al di là di errori e gaffe, tenta di sfondare con la doppia qualifica di candidato premier e di “capo politico” dei cinquestelle.

Due diverse normalità: istituzionale quella del vice presidente della Camera, movimentista quella di Di Battista. Dibbà, com’è chiamato affettuosamente da amici e compagni, ha annunciato che non si ricandiderà alla Camera per motivi personali: “Voglio dedicarmi a mio figlio”. A La7 ha parlato del percorso, piuttosto intimo, di terapia di coppia intrapreso con la compagna Sahra per affrontare meglio la gravidanza improvvisa: “E’ stato un viaggio bellissimo”. Roba da confessione da diario serale.

Spiega l’addio alla Camera in un libro appena dato alle stampe con la Rizzoli: “Meglio liberi. Lettera a mio figlio sul coraggio di cambiare”. Parla delle battaglie in piazza (anche nel suo caso non mancano errori e gaffe) e soprattutto del figlio Andrea nato da poco. Racconta molti episodi intimi come questo: “L’ho pulito con cura; i suoi angelici escrementi erano piuttosto appiccicosi la prima settimana ma era roba di mio figlio, sangue del mio sangue e non ho provato disgusto”. E’ un gesto di padre affettuoso ma certamente non si tratta di un’impresa eroica. Ma questi comportamenti personalissimi, apparentemente lontani dalla politica, sono un aspetto della nuova normalità del M5S, vogliono fare breccia sui lettori e su gli elettori.

Di Maio e Di Battista, il M5S cambia pelle. Le urla di “tutti a casa!” di Grillo, i suoi insulti (Berlusconi “psiconano”, Renzi “ebetino di Firenze”, Napolitano “salma”, Bersani “Gargamella”) sembrano il passato populista archiviato. Ma su queste “spallate”, facendo leva sulla protesta dei disoccupati, dei precari e delle vittime della crisi economica, il comico genovese ha fondato e portato al trionfo il M5S. Quando a settembre ha ceduto a Di Maio lo scettro di “capo” dei cinquestelle ha avvertito: “Vado in pensione ma starò sempre con voi”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Di Battista diventa “riserva” del M5S

di battistaIl Corriere della Sera ospita il quotidiano commento del buonista a tempo pieno Massimo Gramellini in cui egli questa volta, con generoso slancio, si avventura nella seguente affermazione (riferendosi all’annunciato ritiro di Alessandro Di Battista dalla politica): «Sarò ingenuo, ma la decisione del parlatore seriale Alessandro Di Battista di lasciare il Palazzo mi sembra sincera». E prosegue, il Gramellini, con uno sperticato elogio del Nostro, paragonandolo addirittura al “Che” Guevara e al suo animo nobile d’artista. Poi si scaglia contro coloro che hanno osato mettere in dubbio la sincerità del Di Battista medesimo, affermando che attribuiscono al romantico grillino i loro maligni pensieri.
Ebbene, sarò un malpensante ma questa storiuncola del ritiro dal Palazzo può avere diverse letture, oltre a quella benevola ed elogiativa messa su da Gramellini per la testata di Urbano Cairo.
Ciò perché era chiarissimo fin dall’inizio che, una volta designato – da chi di dovere – Luigi Di Maio quale candidato principe del M5S, rimaneva da trovare urgentemente una sistemazione all’altro gallo del pollaio, ossia il Di Battista, pena sussulti e scontri interni al MoVimento. Tanto più che fra qualche mese ci sarà da sistemare altri galletti, come ad esempio Roberto Fico o Roberta Lombardi, una volta che questi dovranno lasciare le loro attuali poltrone istituzionali.
Ora Di Battista, evidentemente, deve aver rifiutato tutte le soluzioni di ripiego propostegli da Casaleggio e da Grillo, per cui alla fine si è giunti alla trovata geniale di saltare un giro, con enormi vantaggi per tutti i big del M5S. Ovvio che lo si fa ma non lo si dice, per cui si è tirata fuori la favoletta del nobile e romantico gesto del ritiro definitivo dalla Politica.
La mossa di far saltare un giro al Dibba – geniale, ripeto – presenta innumerevoli vantaggi: 1) libera, per il momento, Di Maio dalla scomoda presenza del Di Battista e non costringe quest’ultimo a dargli forzatamente una mano; 2) evita al Dibba di apparire come una ruota di scorta, intaccando il suo indubbio prestigio presso le masse adoranti; 3) crea con il Di Battista una “riserva” del MoVimento, intatta nella sua immagine vincente, se Di Maio dovesse fallire; 4) in ogni caso crea una “riserva” del MoVimento per quando il Di Maio dovesse esaurire naturalmente il suo ciclo; 5) evita per ora al M5S di affrontare la spinosa questione del doppio mandato, in quanto il Di Battista ritirandosi mantiene intatte le sue chance di presentarsi per una seconda elezione al Parlamento; 6) evita lotte interne al MoVimento e perciò facilita chi comanda veramente la baracca, ossia Casaleggio e Grillo; 7) crea un evento di grande efficacia propagandistica, opportunamente sostenuta da testate amiche del M5S.

Ebbene, che si vuole di più?

Giorgio Mendicini
SfogliaRoma

Centro sinistra, muro contro muro. Mdp e Si si sfilano

++ C.sinistra:Bersani,porta aperta ma Fassino sottovaluta ++Ora è ufficiale. Mdp e Sinistra Italiana-Possibile non entreranno nella coalizione di centro sinistra. È l’esito dell’incontro tra la delegazione del Pd composta da Maurizio Martina, Piero Fassino, Cesare Damiano e quella della Sinistra, composta da Giulio Marcon e Cecilia Guerra. “Non abbiamo dato una disponibilità a una trattativa in quanto le differenze sono su temi di fondo sulla vita delle persone. Mi riferisco in particolare al lavoro, alla sanità universale e al no a una compagna elettorale su meno tasse per tutti”. Lo dice Maria Cecilia Guerra, capogruppo Mdp, al termine dell’incontro con la delegazione Dem. “Il tempo è scaduto, non ci sono margini per nessuna intesa”, ha aggiunto Giulio Marcon di S-Possibile. “Il 3 dicembre faremo la nostra assemblea con Grasso che è il nostro leader”, annuncia Giulio Marcon capogruppo di Sinistra Italiana Possibile al termine della riunione con la delegazione Pd. Un annuncio, quello di Marcon, corretto nel giro di poche ore e derubricato ad auspicio personale. “Sul ruolo di Grasso – ha detto Marcon – il mio  era solo un auspicio. Non voglio tirare per la giacchetta il presidente del Senato che farà le scelte che riterrà più opportune quando lo deciderà. È evidente che per il prestigio istituzionale e il ruolo che ricopre sarebbe un ottimo leader per la nuova sinistra che stiamo costruendo”. Tanto che il portavoce del presidente del Senato Alessio Pasquini, rispondendo ai giornalisti a proposito delle dichiarazioni di Marcon ha precisato: “Come già ripetuto in altre occasioni il presidente Piero Grasso non ha sciolto alcuna riserva in merito al suo futuro. Notizie e dichiarazioni in un senso o nell’altro vanno lette come auspici dei singoli e non interpretano il suo pensiero né le sue decisioni. Quando queste saranno prese sarà lui stesso a comunicarlo”.

“Ci siamo presentati – è il rammarico di Piero Fassino – con una proposta di misure che potevano diventare una base di partenza. Misure integrative sul jobs act per rendere più conveniente il contratto a tempo indeterminato, misure integrative di maggiore tutela in caso di licenziamento, raddoppio dei fondi per il reddito di inclusione. Abbiamo proposto l’aumento delle risorse per il fondo sanitario nazionale e l’avvio del superamento del superticket. La stabilizzazione e allargamento dell’anticipo pensionistico a 63 anni per chi ha svolto lavori usuranti. Come una serie misure che vanno dalla decarbonizzazione al consumo di suolo che vanno nella direzione di caratterizzare l’alleanza di centro sinistra dal punto di vista ambientale”. Queste le proposte che Piero Fassino ha portato al tavolo di confronto con Mdp e Sinistra italiana che si è tenuto questa mattina per sondare un’alleanza in chiave elettorale. “Secondo me – aggiunge Maurizio Martina, vicesegretario del Pd – è un errore e sinceramente penso che di fronte alla disponibilità concreta che abbiamo dimostrato anche oggi con questo confronto, si è risposto con un muro. Noi continuiamo a lavorare per un centrosinistra aperto, plurale, largo e competitivo nella sfida con la destra e il M5S”.

Sorpresa Sicilia, torna Berlusconi

berlusconiLa Sicilia è la terra delle sorprese, può succedere di tutto. Può anche essere il palcoscenico del ritorno alla ribalta politica di Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia, del Pdl e della Fininvest. L’imprenditore che nel lontano 1994, contro ogni previsione, vinse le elezioni politiche, divenne presidente del Consiglio e fu tra i fondatori della poco brillante Seconda Repubblica.
Adesso gli occhi sono puntati sulla Sicilia: ieri si è votato per le regionali e oggi c’è lo scrutinio. La Trinacria è la terra delle sorprese e dell’assurdo. Pietrangelo Buttafuoco ha rivelato al Corriere della Sera: la Regione siciliana, in barba ai suoi giganteschi debiti, può permettersi perfino il lusso di comprare una feroce orca marina e metterla a pensione nei mari del nord Europa. Il giornalista catanese tra il serio e l’ironico ha commentato: «Non si ha idea di quanto costi allevare un’orca». Buttafuoco non ha precisato le caratteristiche dell’aggressivo predatore degli oceani (i maschi possono arrivare fino a una lunghezza di 9 metri e a 10 tonnellate di peso) battente bandiera della Trinacria, ma sembra che l’orca sia destinata al parco marino di Sciacca finora mai realizzato.
Chiunque vincerà le elezioni regionali siciliane, centro-destra o cinquestelle (secondo le proiezioni è un testa a testa), dovrà fare i conti con problemi enormi e surreali, di tutti i tipi. C’è anche il costosissimo paradosso delle guardie forestali: sono circa 25 mila i dipendenti (a tempo pieno o parziale) della regione Sicilia più gli 800 con poteri di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria inquadrati nei ranghi dell’arma dei carabinieri. Un esercito se si pensa alle guardie forestali delle altre regioni: il Piemonte, ad esempio, ne ha appena 400 con una superficie boschiva certo non inferiore alla Sicilia.
In realtà la regione di Archimede anche in questo modo cerca di dare una risposta all’altissima e perenne disoccupazione, una risposta più di tipo assistenziale che economica. Non solo. Puntualmente ogni estate le fiamme riducono in cenere buona parte dei boschi siciliani e, più di una volta, i piromani arrestati erano delle guardie forestali in cerca di un nuovo incarico o di poter effettuare degli straordinari per guadagnare qualcosa in più.
Povertà, malessere sociale e illegalità (in molti casi guidata dalla mafia) costituiscono una miscela esplosiva, pericolosa. Con il voto di ieri gli elettori siciliani hanno premiato le opposizioni e punito il centro-sinistra che ha guidato negli ultimi cinque anni Palazzo dei Normanni a Palermo. Il centro-sinistra ha pagato anche l’autogol della divisione: da una parte una lista centrata sul Pd e dall’altra quella basata sul tandem Mdp-Si. Soprattutto Matteo Renzi è il grande sconfitto, forse non a caso il segretario del Pd ha tenuto un basso profilo nelle elezioni siciliane.
Silvio Berlusconi ha smentito tutte le previsioni. Dato per morto sul piano politico per le tante sconfitte, per i pesanti guai giudiziari e per la seria malattia al cuore, è invece ritornato in campo da trionfatore. Il presidente di Forza Italia, 81 anni suonati, ha battuto in lungo e in largo la Sicilia ed è riuscito e ricomporre i contrasti con Matteo Salvini (Lega) e con Giorgia Meloni (FdI), riunificando il centro-destra.
Beppe Grillo può essere soddisfatto. Ha raddoppiato i voti raccolti cinque anni fa quando superò a nuoto lo Stretto di Messina e la sua voce nella campagna elettorale nell’isola è stata molto più forte e decisiva di quella del giovane Luigi Di Maio, eletto nelle primarie online “capo” del M5S e candidato premier nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.
Certo ci sono due “piccoli problemi” (si fa per dire) da risolvere. Primo problema: il già basso numero dei votanti cala ancora al 46,76% degli elettori rispetto al 47,41% delle regionali del 2012. La maggioranza degli elettori, ben il 53,23% ha disertato le urne. Secondo problema: è probabile che il vincitore (centro-destra o cinquestelle) non avrà la maggioranza dei 70 consiglieri regionali e dovrà ricorrere ad una alleanza per governare. Sarebbe un bel rebus. Stamattina è cominciato lo scrutinio dei voti ed entro stasera si dovrebbe sapere chi ha vinto, con quanti consensi e se sarà in grado di formare una giunta autonoma o dovrà cercare alleanze per governare.

Rodolfo Ruocco

Sfoglia Roma

Sicilia. Dai 5Stelle campagna elettorale al vetriolo

angelo-parisiAngelo Parisi, futuro assessore ai Rifiuti di una ipotetica giunta grillina, minaccia su Twitter di “bruciare vivo” il dem Ettore Rosato, autore della nuova legge elettorale. Insorge il Pd, a cominciare dal segretario Matteo Renzi. Persino la presidente della Camera Laura Boldrini bolla l’accaduto come “inaccettabile”. Così, dopo la bufera scoppiata in Rete, Parisi si scusa pubblicamente: “Non sono un hater, mi dispiace”. Ma il M5s lo difende.

La vicenda è stata raccontata dal quotidiano La Stampa. Ecco i fatti: il giovane ingegnere ambientale Angelo Parisi viene scelto dal candidato M5s alla presidenza della Regione Sicilia, Giancarlo Cancelleri, come assessore ai Rifiuti e all’Energia in caso di vittoria dei pentastellati alle elezioni regionali siciliane. Cancelleri però non sa che uno dei passatempi preferiti di Parisi è quello di riversare astio e insulti sui social network. Tenicamente lo si definisce un ‘hater’, ossia ‘odiatore’ di professione. Tra le varie cose pubblicate l’aspirante assessore aveva espresso il suo pensiero sul capogruppo dem Ettore Rosato. In particolare scriveva: “Rosato facciamo un patto, se questa legge sarà cassata dalla Consulta, noi ti bruceremo vivo, ok?”. Pronta la replica dello stesso Rosato, che su Facebook denuncia: “Non sono uno che si impressiona, mai. Neanche quando leggo fiumi di odio contro di noi sui social. Ma la frase ‘Ettore Rosato, noi ti bruceremo vivo’, mi fa male. Per la mia famiglia e per i miei figli, naturalmente. E perché non l’ha scritta uno qualsiasi. Ma un signore a cui il candidato 5 stelle Cancelleri vuole far fare l’assessore ai rifiuti in caso di vittoria”.

Poco dopo sono arrivate le scuse di Parisi: “Quando sbaglio so riconoscerlo, per questo oggi sento di dover chiedere scusa per il mio tweet dei giorni scorsi rivolto a Ettore Rosato. Quel linguaggio e quei toni non mi appartengono e mi dispiace essere andato oltre i limiti in un momento. Non sono un hater, sono un cittadino che ha a cuore la democrazia e le istituzioni.

“Nell’esprimere la solidarietà mia personale, delle senatrici e dei senatori del gruppo del Pd al presidente Ettore Rosato, noto con grande stupore – fa notare il capogruppo del Pd a Palazzo Madama Luigi Zanda – che il Movimento 5 stelle e il candidato Cancellieri non hanno preso alcuna netta e convincente distanza dalla raffica di violentissimi e inaccettabili tweet di Parisi”.  “E’ stupefacente e vergognoso che Cancellieri abbia definito un tweet che minaccia di morte Ettore Rosato un semplice ‘tweet infelice’ e abbia addirittura dichiarato di voler confermare Parisi come assessore. Nessun partito o movimento di un Paese democratico si comporterebbe così. Per chi realmente crede nella democrazia, c’è una sola reazione possibile: condannare, allontanare e negare ogni tipo di incarico pubblico a chiunque usi toni squadristi e parole che incoraggiano all’uccisione dell’avversario”, conclude.

Edoardo Gianelli

Bankitalia. Mattarella firma. Visco confermato

Bankitalia-debito pubblico

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto di nomina di Ignazio Visco a Governatore della Banca d’Italia. Lo rende noto il Quirinale in un comunicato. La nomina è stata fatta “su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, acquisito il parere favorevole del Consiglio Superiore della Banca d’Italia”. Un cosiglio dei ministri che si è svolto a ranghi ridotti per le vistose assenze di Graziano Delrio, Maria Elena Boschi, Luca Lotti e Maurizio Martina. Ossia dei ministri dell’area renziana. Una assenza che non poteva passare inosservata. Solamente due settimane fa infatti, i deputati PD, sostenuti dal segretario Matteo Renzi, avevano approvato una mozione con cui chiedevano al governo di non confermare Visco e di nominare al suo posto “la figura più idonea a garantire nuova fiducia”. I ministri Lotti e Martina erano assenti per impegni pregressi. Mentre Boschi e Del Rio perché malati.

La conferma di Visco aveva suscitato diverse polemiche. L’attuale governatore, nominato nel 2011 dall’ultimo governo Berlusconi, è stato spesso accusato di aver fatto poco per contrastare la crisi del settore bancario e di avere un rapporto troppo stretto con l’establishment bancario. Insomma avrebbe peccato di avere “vigilato” in modo non adeguato. Durante il mandato di Visco sono avvenute tutte le principali crisi bancarie degli ultimi anni: da Monte dei Paschi a Vento Banca e Popolare di Vicenza.

Renzi ha ripetuto anche di essere contrario a una riconferma di Visco, ma il governo aveva fatto capire in diverse occasione che avrebbe mantenuto ferma la sua scelta. La conferma di Ignazio Visco, a detta di Renzi, non ha incrinato il rapporto di Matteo Renzi con Paolo Gentiloni. E poi un augurio di buon lavoro a Visco: “Sulla banca d’Italia – afferma Renzi – ci sono state delle opinioni diverse anche al nostro interno. Io le ho espresse in modo molto sereno e chiaro. Oggi si è fatta una scelta diversa e noi auguriamo buon lavoro al governatore nuovamente nominato. Per noi la discussione è terminata con le modalità previste dalle istituzioni. Buon lavoro al governatore Visco”.

Ma quanto successo pesa e ha lascito il segno anche all’interno del Pd marcando la divisione con chi non si sente perfettamente in linea con la segreteria del partito. Pensati le critiche del dem Franco Monaco: “Essendo Grasso uomo delle istituzioni, lo capisco perfettamente: il PD è irriconoscibile soprattutto per la sua deriva, già vistosa nel referendum costituzionale, verso l’antipolitica: da “partito della Costituzione” (come sta scritto nella sua Carta fondativa) a partito che che destabilizza le istituzioni. Da ultimo con lo strappo delle fiducie sulla legge elettorale e con l’attacco a Visco, con le conseguenti tensioni con Quirinale e Palazzo Chigi. Al punto da prendere lezioni dal partito di Berlusconi sul rispetto per l’autonomia di Bankitalia. Chi lo avrebbe mai immaginato?”.

L’opposizione non è stata a guardare e ha puntato il tiro: “Boschi e Delrio – osservano i deputati M5S – si sono assentati contemporaneamente per motivi di salute. Ma è singolare il ‘virus’ improvviso che sembra aver colpito i ministri renziani doc nel momento in cui il Cdm conferma Ignazio Visco alla poltrona di governatore di Bankitalia”. E da Forza Italia Brunetta aggiunge che “Renzi è un irresponsabile che non ha alcun rispetto per le istituzioni e punta unicamente alla propria immagine e a quella del Partito democratico. Incredibile il fatto che i ministri renziani non abbiamo partecipato al Cdm di oggi. Non sono ministri di Renzi, sono prima di tutto ministri della Repubblica e dopo, semmai, ministri di Gentiloni”.

FIDUCIA E PROTESTE

senatoL’obiettivo delle forze che sostengono la legge elettorale è assicurare a tutti e 5 i voti di fiducia, il numero legale in Aula. La prima fiducia al “Rosatellum” è passata con 150 sì, 61 no e nessun astenuto. I presenti sono stati 219 e i votanti 211. Sì anche al secondo voto di fiducia con 151 sì, 61 no e nessun astenuto. I presenti sono stati 220, i votanti 212. Per quanto riguarda la terza votazione il numero legale è stato raggiunto solamente grazie all’apporto dei senatori di Ala. In questo caso i sì sono stati 148, 61 i no. Nessun astenuto. I presenti sono stati 217, i votanti 209. Via libera anche alla quarta fiducia con 150 voti a favore, 60 i no. Nessun astenuto. I presenti sono stati 217, i votanti 210. Mentre l’Aula del Senato, dopo aver respinto un emendamento presentato all’articolo 5 del “Rosatellum”, approva l’articolo 5 ma senza fiducia, con voto elettronico.

È da giorni che la maggioranza, ma anche Forza Italia e Lega, fanno di conto per blindare il Rosatellum bis e assicurare i voti necessari perché le votazioni scorrano via senza intoppi. Il problema è sempre lo stesso: garantire il numero legale, visto che M5S, Sinistra italiana e Mdp potrebbero ‘giocare’ sul numero delle presenze e delle assenze nell’emiciclo per tentare di affossare la legge.

L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che non ha partecipato alla prima fiducia e non parteciperà neanche alla seconda, nel suo atteso intervento ha assicurato il suo sostegno alla legge elettorale con il suo sì al voto finale. Ma non sono mancate le critiche, sia di merito che di metodo. Il suo voto a favore è dettato della necessità della stabilità. Ha parlato anche di pressioni indebite sul presidente del Consiglio. “Mi pronuncio – ha detto – con tutte le problematicità e le riserve che ho cercato di motivare, per la fiducia al Governo Gentiloni, per salvaguardare il valore della stabilità, per consentire, anche in questo scorcio di legislatura, continuità nell’azione per le riforme e per una più coerente integrazione europea”.

Già nella mattinata il M5S, che ha manifestato al Pantheon contro il Rosatellum, e Mdp non hanno partecipato al voto per approvare il verbale d’Aula, votazione che si svolge all’inizio della seduta. Le presenze necessarie per assicurare il numero legale sono di 133 senatori. Salito a 143 nella seconda. Quorum che vale per la prima ‘chiama’ ma che sembra destinato a salire di alcune unità in quelle successive visto che alcuni assenti potrebbero essere chiamati a votare qualora i numeri fossero a rischio.

Da stamattina maggioranza, governo e le forze di centrodestra che sostengono la riforma, pallottoliere alla mano, stanno decidendo come regolarsi per centrare l’obiettivo: e, al momento, la scelta propenderebbe anche verso assenze ‘mirate’ e ‘strategiche’ tra le fila di Forza Italia e Lega. Anche il gruppo di Ala giocherà un ruolo fondamentale: i 14 senatori verdiniani potrebbero restare in Aula e votare la fiducia al governo, una fiducia ‘tecnica’ o ‘di scopo’, come l’hanno definita gli stessi verdiniani, che però solo in 12 garantirebbero il loro sì.

Il numero legale, da regolamento, è assicurato dalla presenza della metà più uno degli aventi diritto. A questo numero, bisogna sottrarre i sentori che risultano assenti per congedo o missione. Ovvero, in missione possono essere i ministri o chi ha ricevuto un incarico istituzionale da palazzo Madama. In congedo invece sono i sentori che hanno ottenuto un permesso. Ciò non toglie che anche questi possano all’ultimo momento decidere di partecipare al voto. Dopo la prima votazione di oggi sul verbale, risultano essere in tutto 56 gli assenti ‘giustificati’. I senatori in congedo, sempre da regolamento, non possono essere più di 1/10 dei componenti dell’Assemblea, e dunque non più di 32.

E mentre l’iter legge prosegue il Psi ha lanciato la sua protesta sui sondaggi apparsi ultimamente in quanto tra le “società – si legge in un comunicato stampa apparso sul sito istituzionale del partito – che si occupano di sondaggi politico elettorali ce ne sono alcune che non solo non riportano pubblicamente la percentuale di consenso del partito indicata dai cittadini interpellati sull’intenzione di voto, ma omettono persino di annoverare il Psi tra le opzioni di scelta a disposizione dell’interlocutore”. “il Partito Socialista Italiano – continua il comunicato – è una realtà politica radicata nel Paese, con una sua rappresentanza nel Parlamento, nel Governo e nelle amministrazioni regionali e locali. Alla luce di questa notizia, giunta attraverso un militante del partito intervistato telefonicamente, la Direzione del Psi provvederà immediatamente a chiedere conto alle principali società di sondaggi politici di questo atteggiamento gravissimo e inammissibile che lede il partito e inganna i cittadini”.

Cannabis. Pastorelli: “Occasione persa”

Fabbrica-militare-cannabisArriva l’Ok dell’Aula della Camera alla proposta di legge sulla coltivazione e la somministrazione della Cannabis ad uso medico. I voti a favore sono stati 317, 40 i
contrari, 13 gli astenuti. Il testo passa al Senato. Contro hanno votato i deputati di Fi e Lega, mentre Direzione Italia si è astenuta. Nonostante la buona notizia la pdl è un’occasione persa, come fanno i deputati progressisti dai banchi dell’Aula, così come dichiarato anche dal deputato socialista Oreste Pastorelli. “In questa legislatura abbiamo svolto un lavoro trasversale con oltre 220 parlamentari per arrivare a un testo che mirava a regolarizzare l’uso della cannabis, togliendo in via definitiva le droghe leggere dal monopolio delle organizzazioni criminali e consentendo il controllo del consumo senza per questo incentivarlo. Dopo tanto lavoro la sfida è persa, così come è persa l’occasione di accogliere le richieste dei circa 67 mila cittadini che hanno firmato la legge popolare promossa dall’Associazione Coscioni”, afferma Pastorelli, deputato del Psi, nel corso delle dichiarazioni di voto sulla pdl cannabis della quale il parlamentare socialista è cofirmatario. “Rimane un provvedimento mite – prosegue – che prevede l’utilizzo della cannabis per i soli scopi terapeutici e che avrà un’efficacia limitata. Tutto questo di certo non ridurrà il consumo della cannabis da parte delle popolazione: si continuerà a utilizzare quella illegale di qualità incontrollata e senza dubbio più nociva”. “Oggi la Camera vota un testo sfigurato, che ha bocciato persino la liceità della coltivazione personale a uso terapeutico. Resta il rammarico per l’occasione mancata, ma riconosciamo che almeno sul fronte dell’utilizzo medico si è compiuto un piccolissimo passo in avanti”, ha concluso il deputato socialista.
“Ritengo comunque un risultato importante l’aver portato a casa almeno uno degli obiettivi che ci eravamo prefissati: la disciplina della coltivazione e somministrazione della cannabis per uso terapeutico”, afferma invece la deputata Pd Vincenza Bruno Bossio. Tuttavia come fanno notare da Alternativa popolare, l’uso terapeutico della cannabis è già regolamentato. “Alternativa popolare è convintamente a favore dell’uso terapeutico della cannabis. Questo deve essere chiaro, a scanso di equivoci”, afferma il capogruppo di Ap in commissione Affari sociali alla Camera, Rosanna Scopelliti che precisa: “Ma questa è una materia già regolamentata dal Ministero della Salute, con uno specifico e apposito decreto ministeriale aggiornato nel 2015. Uno strumento che sta funzionando. E in merito Ap condivide pienamente l’azione portata avanti del ministro Lorenzin. Evidentemente, però, per qualcuno non era sufficiente. Riteniamo sbagliato, dunque, il modo con il quale si è proceduto, sollecitando il Parlamento a intervenire su una materia già disciplinata”. Non solo, ma come fanno notare i cinquestelle che hanno votato con l'”amaro in bocca”, la pdl non prevede la coltivazione da parte dei pazienti per il loro esclusivo uso personale. Lo annuncia nell’Aula della Camera Vittorio Ferraresi, M5S, in dichiarazione di voto per il suo gruppo.
Tuttavia la “Maggioranza schiacciante”  per l’ok alla pdl “non lascia alibi ad una rapida approvazione al Senato. Questa legislatura si chiude con una promessa, ovvero con un impegno affinché le cose mancanti si concretizzino”. Lo afferma il deputato di Sinistra Italiana-Possibile Daniele Farina.