Nencini: una coalizone coesa per vincere

Riforma-legge-elettorale“Dico due cose. Cose che i giornalisti italiani omettono di dire continuamente. Ma la fotografia in circa la metà dei comuni italiani è che i sindaci del centro-snistra vanno al ballottaggio su un asse formato da Pd, Psi liste civiche. Campo progressista non esiste, non ha liste proprie, Mdp era in una quindicina di comuni, Scelta civica non c’è e Sinistra italiana c’è raramente e non sempre in alleanza con il centro-sinistra. Questo è il quadro vero. Nei comuni dove noi ci siamo presentati con liste nostre o con liste di area socialista, prendiamo una percentuale del 4,4%”.

Lo afferma Riccardo Nencini, segretario del Partito socialista italiano parlando delle elezioni amministrative e in vista dei ballottaggi di domenica prossima.

Quindi si può dire che nel centro-sinistra dopo il Pd c’è il Psi…
È esattamente così. E direi che aver presentato liste nostre o di area socialista in una cinquantina di comuni, è un buon test.

Un test che dovrà essere utilizzato per le politiche…
È un mio auspicio. Da qui questa nostra pressione continua sul Partito democratico perché ci sia una coalizione coesa. Renzi ha ragione a dire che non deve esserci una nuova Unione. Una nuova Unione con 11 partiti che sono la rappresentazione delle divisioni, non ha senso. Ma una coalizione coesa, Pd, Psi, Radicali, liste civiche democratiche, mondo cattolico democratico, è indispensabile per essere competitivi. Ecco perché serve una legge elettorale maggioritaria. Quindi una sorta di facsimile del Mattarellum.

Ma sappiamo come è andato a finire il tentativo di modificare la legge elettorale. Come procedere?
Vedo due strade. O l’armonizzazione delle due leggi, Camera e Senato, che è il minimo indispensabile giustamente imposto dal presidente della Repubblica, oppure l’approvazione di una legge che abbia una prospettiva lunga. E questa la dà una legge elettorale simile a quella che era stata discussa: il cosiddetto rosatellum, in larga parte maggioritario. Io sono convinto che oggi quella legge avrebbe larga maggioranza anche al Senato.

Mentre Berlusconi rilancia sul sistema tedesco….
Vedo più una di queste due ipotesi. Io spingo perché sia la seconda perché mette gli italiani nelle condizioni di fare scelte definite.

I Cinque stelle sono stati annoverati come i grandi sconfitti di queste elezioni. Un giudizio forse affrettato. Non credi?
È un giudizio affrettato che è stato dato già negli anni passati. Anche in passato alle amministrative i grillini ebbero un pessimo risultato. Ma le amministrative sono diverse delle politiche. Ma se non affrontiamo in modo diverso il tema del lavoro e di un’altra Europa, non siamo in grado di rintuzzare questa onda populista che monta. Quella dei grillini è una Caporetto ma il centrosinistra non ha ancora vinto a Vittorio Veneto.

Accennavi al populismo e una politica per arginarlo. Non è una cosa facile…
Il populismo lo fermi non con un populismo di segno diverso, ma solo affrontando i problemi. E i primi problemi che si presentono sono il lavoro, il lavoro e ancora il lavoro. Il superamento di una fragilità economica in cui sono precipitati i ceti medi e le famiglie più indigenti. Ecco perché parlo di un’altra Europa. Non solo perché debba essere rivisitato il trattato di Dublino sui migranti. Ma perché da lì devono venire le prime risposte che riguardano gli investimenti. Quindi bisogna abbandonare la politica del rigore per lavorare di più sulla politica degli investimenti, dando ad esempio maggiore libertà al patto di stabilità, oppure lavorando sugli Eurobond e su una politica fiscale unitaria. Queste sono le scelte che un’altra Europa deve fare. Ma la condizione che un’altra Europa ci sia, è che accanto a Macron ci sia un’Italia che non venga consegnata a Grillo e a Salvini. In questo caso sarebbe finita l’Europa.

Le primarie delle idee si sono appena concluse. Un tuo giudizio…
Per la prima volta si è parlato di programmi anziché di persone. Mentre spesso si fa il contrario. Ed è un doppio errore. Prima ragione. Siamo di fronte a un mondo che sta cambiando canone. Alla fine dell’800 siamo passati dall’agricoltura all’industria. Ora, tra l’altro in modo molto più veloce, dalla società industriale a quella tecnologica. La globalizzazione obbliga a strumenti di lettura diversi. Ecco perché i programmi sono fondamentali. Poi certo che serve un leader e una coalizione. Ma la domanda è per fare cosa. Quindi serve una sorta di patto con l’Italia e un programma per l’italia.

Daniele Unfer

SCONTRO DI TERRITORIO

ius.soli_Una nuova scossa si preannuncia a Palazzo Madama e si tratta di uno scontro più di Governo che di affinità politiche. In Senato dovrebbe arrivare lo ius soli, la legge sulla cittadinanza, seguita dagli 80 mila emendamenti leghisti contro il Pd e i suoi alleati che invece tentano un rush finale sullo ius soli temperato a pochi mesi dalla chiusura della legislatura. E i Dem si dicono abbastanza ottimisti in merito, “Personalmente ritengo non ci siano rischi sui numeri. Tuttavia, è un tema sul quale non si fanno piccoli calcoli politici: andremo fino in fondo”, afferma il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti,
L’ago della bilancia è ancora al ‘centro’, anche se Angelino Alfano ha appena dato il placet alla Legge, dall’altra parte della barricata restano contrari i Cinque Stelle, Lega, Forza Italia e la destra. Poche ore fa infatti il ministro degli Esteri e leader di Alternativa popolare, Angelino Alfano, ha detto: “Se il provvedimento sullo ius soli arriverà all’esame definitivo del Senato, voteremo sì”, precisando però che “saranno proposti dei correttivi”. L’ex alleato forzista invece continua a dichiararsi contrario e il leader Silvio Berlusconi sottolinea anche non ci può essere alcun automatismo per la concessione della cittadinanza: “Non basta essere nati qui e aver frequentato qualche anno di scuola. Su questi temi i buoni sentimenti e la superficialità non servono”. Mentre Antonio Di Pietro, che più volte ha appoggiato le battaglie del Movimento, prende le distanze dalla posizione assunta dai 5 Stelle: “Mi pare che la loro presa di posizione arrivi dalla pancia. Come quando, finito di mangiare, ti scappa un rutto. Su certe cose non deve ragionare d’istinto. Sullo ius soli non la penso come loro” afferma, come suo solito colorito, l’ex magistrato di Mani pulite.
Gli euroscettici del Movimento questa volta arrivano a chiamare in appello proprio l’Europa da loro da sempre contestata, per il M5S sullo ius soli bisogna “chiedere un orientamento alla Commissione europea e coinvolgere nel dibattito anche il Parlamento Ue e il Consiglio”. Lo chiedono i Cinquestelle in un post sul blog di Beppe Grillo. “Discutere di cittadinanza senza una concertazione a livello europeo è propaganda, è fumo negli occhi”, si legge. “In tutta l’Ue la cittadinanza si acquisisce principalmente attraverso lo ‘ius sanguinis’. In nessuno Stato esiste lo ‘ius soli puro'”.
Il M5s chiama, l’Europa risponde e a una domanda sul dibattito sullo Ius soli in corso in Italia, il commissario europeo Dimitris Avramopoulos ha spiegato che trattandosi di una competenza strettamente nazionale, non ha alcun commento da fare. “Questa è una chiara competenza nazionale, ed è una responsabilità nazionale” decidere a chi concedere la cittadinanza, e secondo quali criteri, ha detto Avramopoulos parlando con alcuni giornalisti a margine di una conferenza stampa. “Noi non giochiamo sul campo di gioco della politica interna”, ha aggiunto il commissario.
Di altro avviso è invece il Presidente del parlamento europeo Antonio Tajani, da un lato dice che “se vogliamo difendere la libertà di circolazione e il libero mercato credo si debba arrivare a una soluzione armonica come anche per il diritto di asilo”, ma per quanto riguarda l’Italia, “siamo in campagna elettorale e forse è meglio rinviare questo dibattito a dopo le elezioni, altrimenti si rischia di strumentalizzare una vicenda molto seria”. “Io ho qualche dubbio sullo ius soli in questo momento, un argomento che deve essere affrontato con grande moderazione e serietà e anche a livello europeo. La legge italiana così come è non mi sembra un granché”.
Ma oltre all’opposizione dei cinquestelle c’è da superare l’ostruzionismo leghista, il presidente del Senato Pietro Grasso, ha infatti ricordato che sul ddl la Lega Nord ha presentato per l’Aula 50 mila emendamenti, “fatti con intenti ostruzionistici. Bisognerà superare questo ostacolo”, e ha prospettato e sperato che la legge venga approvata prima dell’estate.
Insomma si prospetta una battaglia con esiti incerti stavolta, un po’ com’era successo con le Unioni civili, solo che stavolta la Chiesa interviene a favore. Dopo il placet della Cei, un nuovo invito della Chiesa a “riconoscere la cittadinanza” agli stranieri che nascono in Italia. “Il Vaticano ancora non si è espresso sul tema dello ius soli, rispettiamo le decisioni del Governo italiano ma come diceva anche il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino, come Chiesa noi siamo vicini a chi è nella necessità, nella debolezza e a chi ha bisogno di essere protetto” dice il sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Angelo Becciu. Un chiarimento che probabilmente ha sminato il percorso della riforma dal rischio di una rottura con i centristi.

Legge elettorale, dalla fretta all’immobilismo

Italicum, al via l'esame in commissione alla CameraPer ora tutto rinviato a dopo i ballottaggi. La legge elettorale è stata messa in freezer ed è difficile che venga ripresa a breve. In soli pochi giorni si è passati dalla fretta eccessiva alla calma assoluta. L’ufficio di presidenza della Commissione Affari costituzionali, che deve decidere come e se riprendere l’esame della legge elettorale, ha infatti rinviato la propria seduta alla settimana dal 20 al 25 giugno, in attesa di una decisione in merito da parte della Conferenza dei capigruppo.

Alla riunione erano assenti tanto M5S che la Lega. Forza Italia, con Francesco Paolo Sisto, ha chiesto una “pausa di riflessione” fino a dopo i ballottaggi delle amministrative, cioè il 25 giugno. Di contro i partiti centristi che la scorsa settimana si sono impegnati contro la legge elettorale, oggi hanno chiesto di portarla avanti, con Domenico Menorello (Ci) e Gian Luigi Gigli (Des-Cd). Per il Pd Emanuele Fiano ha chiesto di attendere le deliberazioni della Conferenza dei capigruppo che decide quando il testo andrà in Aula. Alfredo D’Attorre (Mdp), pur d’accordo su una breve pausa di riflessione, ha osservato che se il testo non va in aula entro fine luglio, difficilmente esso verrà approvato ai primi di agosto per poterlo inviare al Senato.

Il presidente della Commissione Andrea Mazziotti ha quindi deciso di sospendere l’ufficio di presidenza e riprenderlo nella settimana tra il 20 e il 25, dopo che la Conferenza dei capigruppo avrà deciso se e come portarlo in Aula. “Forza Italia – riferisce Mazziotti – ha chiesto una pausa di riflessione fino a dopo i ballottaggi. M5S e Lega non erano presenti, mentre Mdp ha convenuto sulla pausa di riflessione ma ha posto il tema della necessità di avere l’approvazione in prima lettura entro agosto, prima della pausa estiva”. Infine, “anche le forze centriste hanno detto sì alla pausa di riflessione ma sottolineando la necessità di tentare di riavviare il lavoro sulla legge elettorale”. “Il mio punto di vista – conclude il presidente della commissione – è che la pausa ha senso perché non ci sono le condizioni per lavorare in commissione, ma è chiaro che se i gruppi vogliono davvero procedere devono sollecitare la capigruppo a calendarizzare la legge elettorale per l’Aula a luglio. Una cosa che faranno, hanno annunciato, Mdp e le forze centriste”.

L’impressione dei vari gruppi, tuttavia, è che al momento non ci sono né le condizioni né la volontà delle forze maggiori – leggasi Pd e M5, con qualche distinguo da parte di FI – di riaprire la partita sulla legge elettorale. Discorso diverso per i partiti minori, che preferirebbero evitare un ritorno al voto con il Consultellum al Senato, dove la soglia di sbarramento è all’8%.

Matteo Renzi in una intervista a Repubblica tv afferma che “il voto subito lo chiedevano Lega e M5s. Non solo io non l’ho mai chiesto, ma ho sempre detto che la data delle elezioni sarebbe stata oggetto di una discussione con il presidente del Consiglio Gentiloni e poi prerogativa del presidente della Repubblica. Il tema della data delle elezioni non è quello che ha fatto rompere il patto sulla legge elettorale. Il patto l’ha rotto Grillo” dice ancora Renzi che aggiunge: “Siamo tutti molto tranquilli sul fatto che si vota a scadenza naturale. Su questo non c’è più discussione”. E poi esclude un’altra iniziativa del Pd. Di legge elettorale ha parlato anche il leader di Ap, Angelino Alfano: “La priorità è l’economia e una legge di bilancio che investa su famiglie e imprese e che abbatta il debito pubblico, temi sui quali presenteremo le nostre proposte nei prossimi giorni”. “La legge elettorale viene dopo l’economia. Abbiamo due leggi, per Camera e Senato, che sono legali e applicabili. Noi non abbiamo i numeri in Parlamento per riaprire il confronto, se qualcuno vorrà avanzare delle proposte le valuteremo”.

L’intervento di Pia Locatelli sulla legge elettorale

Intervengo non nel merito della legge elettorale, pur dicendo subito che questa non è la nostra legge, avendo noi socialisti espresso la nostra preferenza per un sistema almeno parzialmente, meglio per buona parte, maggioritario, che è del resto, la stessa preferenza del relatore . Lo faremo nei prossimi giorni. Perché c’è una questione più urgente da affrontare rispetto alla quale condivido la preoccupazione con molte colleghe: il rischio di voto segreto.

Come altre volte in occasione della discussione della legge elettorale, in particolare in tema di rappresentanza di genere, da alcune parti, non posso dire partiti, si minaccia il ricorso al voto segreto invocando la coscienza.

Il testo che è uscito dalla commissione affari costituzionali contiene buoni passi nella direzione di una equilibrata rappresentanza di genere. Lo abbiamo apprezzato e ne diamo atto al relatore.

Ci piace l’alternanza tra i generi nelle liste circoscrizionali, ci piace una percentuale al di sotto della quale nessun genere può essere rappresentato nei collegi uninominali (il 40%) perché è superiore a quella delle donne oggi in parlamento; ci piacciono le capo-listure che tendono all’ equilibrio ma noi chiediamo di completare al meglio un lavoro che è già piuttosto buono. Ad esempio l’inammissibilità delle liste che non rispettano questi vincoli, o un percentuale del 50/50 perché tante sono le donne italiane.

Allora quale è il problema?

Ho già avuto modo di raccontare in occasione di precedenti interventi in quest’aula, non essendo questa la prima volta che discutiamo di legge elettorale, quale è il rischio di un pacchetto non coerente di misure: non è vero che un 40/60 percento di uomini e donne candidate porta automaticamente ad un 40/60 per cento di eletti ed elette. Non è così se non si prevede un equilibrio delle capolisture e soprattutto se non si prevede l’inammissibilità delle liste qualora queste regole non siano rispettate.

Allora noi vogliamo davvero fare passi avanti, e non solo a parole, dette o scritte.

Il fatto è che ci sono colleghi, e credo di poter dire che sono esclusivamente, o quasi, colleghi uomini, che non sono disposti ad accettare le regole che sono state concordate in commissione e sperano di cancellarle e certamente di impedire altri passi in avanti.

E’ legittimo che questi colleghi la pensino in modo diverso e lo capisco benissimo perché ogni donna in più in parlamento è un uomo in meno e difficilmente si cede parte del proprio potere.

Ma non possiamo accettare, come dicono le voci che circolano da ieri in Parlamento, che si invochi il voto segreto, perché il voto segreto ha un senso solo quando si è di fronte a un problema di coscienza.

Qualcuno mi deve spiegare quale questione di coscienza ci sia in una giusta rappresentanza dei due generi.

Il fatto è che molti colleghi si vergognerebbero a votare palesemente contro una misura di giustizia e saprebbero che una parte dell’elettorato non lo perdonerebbe. Allora preferiscono nascondersi dietro l’anonimato e non dire chiaramente che sono contrari a liste e collegi veramente paritari.

Questo Parlamento sempre più femminile evidentemente fa troppa paura. Dimostrateci che non è così.

Germanellum, il maccheronico sistema di Bonn

renzi alfanoNessuno è innamorato del sistema elettorale tedesco, ma probabilmente la spunterà il Germanellum per eleggere il prossimo Parlamento. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord improvvisamente, dopo tanti contrasti che sembravano insanabili, hanno raggiunto una intesa di massima sul Germanellum, nome utilizzato ricorrendo al latino maccheronico (la tradizione la inaugurò il professor Giovanni Sartori chiamando Mattarellum la legge elettorale varata nel 1993). Il Germanellum, ispirato al modello elettorale tedesco, è un progetto di legge basato su due cardini: 1) il meccanismo proporzionale di attribuzione dei seggi alla Camera e al Senato; 2) la soglia di sbarramento elettorale al 5% dei voti. I quattro maggiori partiti italiani la pensano diversamente quasi su tutto, ma hanno un interesse in comune: se si voterà con la soglia del 5% molte forze minori resterebbero fuori del Parlamento e i loro voti andrebbero alle liste elettorali più forti.
Dal 6 giugno l’assemblea dei deputati discute il Germanellum, dopo l’infuocato esame avvenuto nella commissione affari costituzionali di Montecitorio. Il nuovo progetto di legge elettorale per le politiche, salvo sorprese, sancirà l’addio al sistema elettorale maggioritario adottato dalla Seconda Repubblica nel 1994 e il ritorno al proporzionale della Prima (ma quel meccanismo era senza sbarramenti elettorali contro i partiti minori).
L’intesa a sorpresa tra i quattro maggiori partiti italiani è opera di Matteo Renzi. Il segretario del Pd ha avviato un confronto con tutti e alla fine ha spuntato il sì, per motivi diversi, di Beppe Grillo, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Il segretario democratico fino a poche settimane fa era rimasto fedele al sistema maggioritario, invece a fine maggio ha motivato il sì al Germanellum invocando lo stato di necessità: «Non sono un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%», ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».
L’obiettivo è far approvare la riforma elettorale dal Parlamento in tempi rapidi, «entro la prima settimana di luglio». Non sarà facilissimo. Molti militanti e parlamentari cinquestelle contestano il sì al Germanellum. Ma Grillo non vuole sentire ragioni: «I portavoce M5S (i parlamentari n.d.r.) voteranno a favore del testo come deciso dai nostri iscritti».
C’è la rivolta dei partiti minori, ci sono anche le critiche della sinistra orlandiana e dei prodiani del Pd (in testa Enrico Letta e Valter Veltroni), fedeli al sistema maggioritario. Renzi, alle proteste dei partiti più piccoli contro la soglia del 5% che rischiano di non entrare in Parlamento, ha riposto picche: «Lo sbarramento al 5% è un elemento inamovibile del sistema tedesco».
I centristi di Angelino Alfano, i principali alleati di governo del Pd, non l’hanno presa bene, così il governo presieduto da Paolo Gentiloni sta scricchiolando pericolosamente. Però il leader di Area popolare, che alla fine del 2013 aveva lasciato Berlusconi, in conclusione ha accettato «la sfida della soglia del 5%», ha ribadito il sostegno all’esecutivo Gentiloni, ma ha dichiarato «conclusa la collaborazione con il Pd» durata ben quattro anni.
Il sistema elettorale tedesco nacque ben 68 anni fa. La Repubblica federale tedesca nel 1949 adottò il meccanismo elettorale proporzionale con lo sbarramento al 5% con una precisa logica ideologica. L’allora Germania Ovest, nata quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale (si contrapponeva alla Germania Est satellite dei sovietici), volle garantire la massima rappresentanza a tutti i partiti al Bundestag e al Bundesrat con il sistema proporzionale, ma pose la “tagliola” del 5% per impedire l’ingresso in Parlamento delle forze estremiste anti democratiche. E ci riuscì: sia i due partiti neo nazisti di allora (Bonn non aveva una legge contro la ricostituzione del partito nazista), sia i due comunisti non riuscirono a superare la soglia. Non solo. Un partito anche con meno del 5% dei voti poteva e può entrare in Parlamento (prima a Bonn e poi a Berlino) con la vittoria di almeno tre suoi candidati nei rispettivi collegi uninominali elettorali.
La Repubblica federale tedesca nel 1990, dopo il crollo del comunismo, si è allargata ad est anche alle regioni dell’ex Repubblica democratica tedesca e il vecchio sistema elettorale ha retto anche all’impatto della storica riunificazione. In Italia, invece, dalla caduta del fascismo e dalla fine della Seconda guerra mondiale si sono succedute ben quattro leggi elettorali: la prima basata sul proporzionale puro (durante la Prima Repubblica, fino al 1992) e tre imperniate sul maggioritario (nella Seconda Repubblica, dal 1994), seguendo diversi criteri (Mattarellum, Porcellum, Italicum).
La Seconda Repubblica detiene il primato di leggi elettorali diverse. Ma la cosiddetta “religione del maggioritario”, che avrebbe dovuto garantire il bipolarismo (e addirittura il bipartitismo) per assicurare la stabilità politica, ha fatto cilecca.
L’Italicum, addirittura, ha un primato nel primato: non è mai stato applicato in nessuna elezione perché dichiarato incostituzionale in alcuni punti dalla Consulta. L’affondamento è stato uno degli “effetti collaterali” del referendum sulla riforma costituzionale, perso lo scorso 4 dicembre da Matteo Renzi.
Ora è il turno del Germanellum. Qualcosa, però, potrebbe andare storto perché il modello tedesco è rivisto “in salsa italiana”. Sono scoppiate proteste e contestazioni da parte dei partiti minori alla Camera (alfaniani, bersaniani, vendoliani, meloniani). Già sono arrivate alcune “correzioni” contro possibili accuse di incostituzionalità. È stato messo riparo, ad esempio, a un bel problema: i vincitori nei collegi elettorali uninominali, scelti direttamente dal popolo sovrano, rischiavano di restare senza seggio in Parlamento perché scavalcati dai capilista dei listini nelle circoscrizioni con calcolo proporzionale.
Un’altra incognita è il cosiddetto voto disgiunto. Nella Repubblica federale tedesca sono possibili due voti diversi: il primo per un candidato X nel collegio uninominale e un altro per un listino proporzionale appartenente anche a un partito differente. Con il Germanellum invece non è ammesso il voto disgiunto: il candidato nell’uninominale deve appartenere allo stesso partito del listino della circoscrizione proporzionale. Alla Camera la battaglia politica e sui tecnicismi legislativi è appena all’inizio. Quando si concluderà poi il match passerà al Senato. L’imprevisto è sempre in agguato.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

La XVII legislatura
sotto una cattiva stella

Ci sono legislature fortunate e sfortunate, così come gli uomini. La XVII legislatura, l’attuale, sorta dalle elezioni politiche all’inizio del 2013, è sfortunata. Anzi, è sfortunatissima. È nata sotto una cattiva stella. Gli amanti della cabala indicano tutti i guai in quel 17, un numero ritenuto malaugurante.

Probabilmente la XVII legislatura repubblicana non finirà regolarmente all’inizio del 2018, ma qualche mese prima: si potrebbero aprire le urne tra settembre ed ottobre, in autunno. Nessuno ci avrebbe scommesso un euro, ma l’accordo sulla riforma elettorale sembra a portata di mano. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord hanno praticamente raggiunto un’intesa sul cosiddetto “modello tedesco”, un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5% dei voti.

Matteo Renzi sta conducendo il confronto con tutte le forze politiche su come sostituire l’Italicum bocciato dalla Corte costituzionale e il traguardo sembra vicino. Al progetto, ancora da limare, praticamente si oppongono per motivi diversi solo Angelino Alfano e i parlamentari orlandiani del Pd. Il leader dei centristi della maggioranza non vede di buon occhio la soglia di sbarramento del 5%, considerata troppo alta. Invece l’ala del Pd sostenitrice di Andrea Orlando contesta il passaggio dal sistema maggioritario al proporzionale perché, dopo le elezioni, probabilmente porterebbe alla formazione di un governo di grande coalizione tra Renzi e Berlusconi.

Il segretario del Pd, però, va avanti. Da poco riconfermato alla guida del partito dalle elezioni primarie, vorrebbe andare alle urne al più presto per evitare il rischio di un logoramento di consensi (a dicembre dovrà essere approvata una manovra economica pesante, di circa 30 miliardi di euro, e si sono visti poco gli effetti della “ripresina” nei portafogli degli italiani). M5S, Forza Italia e Lega concorderebbero per motivi differenti. Beppe Grillo, in particolare, è pronto ad andare a votare “anche il 10 settembre” e Matteo Salvini preme da mesi per aprire “subito” le urne.

Fortuna, sfortuna. La XVII legislatura ha avuto un parto difficile e quattro anni di vita convulsa. Sin dalla partenza ha pesato l’instabilità politica. Le elezioni legislative all’inizio del 2013 non decretarono né la vittoria del centrosinistra, né del centrodestra, né dell’esordiente M5S, forte del 25% dei voti. È una “non vittoria”, commentò subito Pier Luigi Bersani, perché aveva ottenuto la maggioranza alla Camera ma non al Senato (il premio in seggi, per pochi voti in più rispetto al centrodestra, era scattato a Montecitorio, ma non a Palazzo Madama). I tentativi per formare un nuovo governo furono difficilissimi. L’allora segretario del Pd fallì. Ci riuscì invece l’allora vice segretario del Pd Enrico Letta, ma dovette dare vita ad un governo di grande coalizione con Silvio Berlusconi, l’avversario di sempre.

Letta resse appena un anno e, all’inizio del 2014, subentrò come presidente del Consiglio Matteo Renzi, il nuovo segretario del Pd. Il terremoto è continuato. Nello scorso dicembre è arrivata la terza “botta”. Renzi, dopo la sconfitta subita il 4 dicembre 2016 al referendum sulla riforma costituzionale, si è dimesso, lasciando a Paolo Gentiloni (suo amico e stretto collaboratore) la poltrona di presidente del Consiglio. All’assemblea nazionale del Pd del 19 dicembre indicò immediatamente la rotta la seguire: «Non abbiamo perso, abbiamo straperso», ma «ripartiamo da qui», il 41% di sì raccolti al referendum perso sulla riforma costituzionale.

Ora il braccio di ferro è sulle elezioni politiche anticipate. Alfano attacca: «Non capisco l’impazienza del Pd di portare l’Italia alle urne tre o quattro mesi prima: questa impazienza ha un costo salatissimo». Difensori del sistema maggioritario, 31 senatori orlandiani parlano del rischio «di un salto nel buio”, del pericolo di far scattare «spinte ad attacchi di speculazione finanziari».

Renzi, però, accelera. Alla direzione del Pd ha proposto di approvare il sistema elettorale alla tedesca «entro la prima settimana di luglio». Non è «un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%». ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».. A chi suona l’allarme contro l’apertura anticipate delle urne ha ribattuto: «Succede di andare alle elezioni. Il veto di un piccolo partito non può costituire un blocco».

Sergio Mattarella sembra contrario alle urne anticipate. Ma il presidente della Repubblica difficilmente potrebbe resistere alle pressioni per lo scioglimento anticipato delle Camere, se la richiesta dovesse provenire da larga parte del Parlamento.

A settembre i tedeschi voteranno per le elezioni politiche ed Angela Merkel punta ad essere confermata per la quarta volta cancelliera della Repubblica federale. A Renzi piacerebbe un abbinamento elettorale, evitando di andare alle urne nel 2018 in Italia con il peso di una manovra economica che non si presenta molto popolare.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Genova: Cassimatis presenta la propria lista

cassimatisMarika Cassimatis, ex candidata sindaco del M5s, si presenterà alle elezioni per la carica di sindaco di Genova con la lista ‘Cassimatis Genova’. Lo ha confermato la stessa Cassimatis stamani nel corso di una conferenza stampa. Marika Cassimatis, ex candidata sindaco per il M5s era stata scomunicata da Grillo a favore del candidato Luca Pirondini, nonostante fosse arrivata prima nelle comunarie.

“La lotta continua – ha detto – con coraggio e determinazione. Vogliamo uscire dai tribunali perche’ abbiamo già fatto abbastanza”. “L’ordinanza ci ha dato ragione e quindi siamo contenuti di quello – ha detto Cassimatis -. Abbiamo avuto il 90% di quello che volevamo, far vedere a livello nazionale che c’è un verticismo nel movimento. Abbiamo avuto coraggio, non abbiamo avuto paura di andare contro un potere forte come quello di Casaleggio”. Per ottenere il simbolo, ha detto ancora “ci sarebbero state difficoltà: avremmo comunque dovuto fare ancora delle cause e poi la nostra lista, che ha vinto il 14 marzo, in realtà non era più compatta con quei numeri, perché alcune persone disgustate da quello che era successo si sono disiscritte dal M5s”.

Ora “andiamo avanti, chiudiamo pagina col movimento, ce ne faremo una ragione – ha concluso Cassimatis -. Il nostro simbolo è l’araba fenice che rinasce più forte dalle ceneri, ancora più forte e coraggioso di prima”. “Ho avuto qualche perplessità guardando al programma di Pirondini – ha detto – ed è uno dei motivi per cui abbiamo deciso che la strada con il Movimento era meglio interromperla e intraprenderne un’altra”. Cassimatis ha poi confermato di non aver più sentito Grillo dal giorno del suo ricorso contro la scomunica’. “So che girano voci false di accordi economici con Grillo in cambio del nostro ritiro – ha detto -, voci destituite di ogni fondamento”.

Grillo, sindaco supplente, chiede l’aumento

Grillo-Germanwings-RenziBeppe Grillo si trasforma in sindaco supplente di Roma e bussa a cassa verso il centenario Ordine dei Cavalieri di Malta. Chiede l’aumento dell’affitto per uno stabile utilizzato in via Alessandria a Roma che ospita “una vostra rappresentanza”. Il garante del M5S, con una lettera aperta pubblicata nel suo blog su internet, invita i discendenti dei cavalieri crociati in Terra santa a mettere mano al portafogli: “Sono qui a chiedervi un piccolo aumento della pigione che versate al comune”.

Il comico genovese indossa i panni del sindaco di Roma per reclamare l’aumento: “Possiamo fare il 20%? Capisco che è una percentuale elevata ma l’enorme debito accumulato da Roma Capitale negli ultimi decenni mi fa essere agguerrito sino a vincere questa timidezza ancestrale”. Grillo usa un linguaggio provocatorio ed ironico: “A conti fatti si tratterebbe del venti per cento di 12, cioè 2,4 in più…euro…all’anno. Su base mensile 2,4 euro diviso dodici mensilità sarebbero 20 centesimi in più al mese”.

E’ una incursione davvero strana quella di Grillo. Lui stesso mette in berlina l’esiguità della pigione e degli aumento richiesto per “Palazzo Grillo”, lo stabile della capitale che porta il suo stesso nome concesso in affitto ai Cavalieri di Malta. E’ singolare che il leader carismatico del lanciatissimo M5S (da tutti i sondaggi è dato come il primo partito italiano) si soffermi su una questione così particolare di Roma. La città eterna ha mille problemi molto più importanti: dalla corruzione pubblica alla traballante giunta cinquestelle, al caos nel viaggiano il trasporto pubblico e la nettezza urbana provocando le proteste dei cittadini e dei turisti.

Invece il capo dei pentastellati si mette la fascia tricolore di sindaco di Roma per “punzecchiare” i Cavalieri di Malta sull’aumento della pigione, una competenza di Virginia Raggi. La sindaca grillina della capitale tace. Da dieci mesi non ha pace. Da quando lo scorso giugno è stata eletta in modo trionfale alla guida del Campidoglio ne ha viste di tutti i colori: stretti collaboratori arrestati, dimissioni a catene degli assessori, la giunta in affanno che rischia di cadere nell’immobilismo. Ora la grana maggiore all’orizzonte è quella del nuovo stadio della Roma da costruire a Tor di Valle. Il travagliato accordo raggiunto tra la sindaca e la squadra giallorossa, raggiunto a fine febbraio, rischia di saltare, perché il Campidoglio ancora non ha dato il disco verde al nuovo progetto che modifica quello approvato da Ignazio Marino, il precedente sindaco. I cinquestelle capitolini sono ancora divisi sulla necessità del nuovo stadio e sulla bontà del progetto avanzato da James Pallotta, il presidente della Roma.

Sembra quasi un commissariamento della Raggi da parte di Grillo, sembra quasi la stessa aria che si respirava qualche mese fa. A dicembre quando erano scoppiati gli scandali che avevano coinvolto la giunta comunale, si parlava di commissariamento della sindaca e di sue possibili dimissioni. Virginia Raggi smentì innervosita: “Non sono commissariata e mi sento ancora dentro il M5S”. Davanti ai mille problemi della città assicurava: “Stiamo lavorando”. Però adesso da Grillo arriva un nuovo segnale. E’ un intervento che, per ora, ha il sapore di una supplenza politica su un problema estremamente minore di Roma.

Rodolfo Ruocco
(sfogliaroma.it)

M5S. Il tribunale di Genova “ferma” Grillo

Marika_CassimatisLa corsa alle amministrative di Genova di Grillo viene ‘fermata’ dal tribunale della sua città e adesso il simbolo del Movimento Cinque Stelle rischia di scomparire dalle elezioni amministrative dell’11 giugno. Per il tribunale del capoluogo ligure Marika Cassimatis, già candidata sindaca del M5s nella città ligure, non poteva essere rimossa da Beppe Grillo e sostituita con un altro esponente.
Anche se Beppe Grillo è il capo politico del Movimento “Non ha il potere di veto sulle decisioni delle assemblee telematiche. Tali decisioni anzi sono vincolanti per lui e per gli eletti”, si legge sull’ordinanza del giudice Roberto Braccialini che ha sospeso l’esclusione di Cassimatis. La candidata era stata indicata scelta da una votazione online tra gli aderenti genovesi del Movimento Cinque Stelle, Grillo aveva annullato la decisione e organizzato una nuova votazione, questa volta su scala nazionale, da cui era uscito vincente Luca Pirondini.
“Nonostante non sia particolarmente agevole ricostruire le regole organizzative del Movimento e l’istanza dirigista riconosciuta a Grillo, quest’ultimo non ha un potere di intervento nel procedimento di selezione delle candidature”, si legge ancora. E ancora, “Le assemblee telematiche producono deliberazioni vincolanti per il capo politico e per gli eletti. Grillo ha un ruolo di indirizzo e impulso particolarmente penetrante che però, in materia di candidature locali, non si identifica nel diritto di ultima parola”.
“Per ora sono io il candidato” rivendica l’insegnante di geografia Cassimatis dopo la decisione del tribunale: “Siamo molto contenti per questa vittoria e spero ci sia un incontro di chiarimento con lo staff e con Beppe Grillo”.
Cassimatis, ha già fatto sapere che dopo il riconoscimento del Tribunale non ha alcuna intenzione di sganciarsi dal simbolo sotto il quale è stata eletta, ma Beppe Grillo potrebbe rivolgersi al Tribunale per sottrarle il marchio M5S. A questo punto però Grillo non ha altri candidati da schierare per la sua Genova, a meno che non decida di riaprire le urne, con nuove consultazioni comunarie e raccolta firme.

Ue, manca la cura
contro il rigetto

exit from the eurozone: golden star fallen from a blue wall

Poche persone nelle strade del centro di Roma e molte saracinesche di negozi abbassate. La paura sabato scorso era tanta. Invece è andata bene, niente morti e feriti. Dei tafferugli tra manifestanti e polizia, ma nessun incidente grave. Alle fine della giornata 122 fermati. La festa nella città eterna per i 60 anni dell’unità europea è andata bene, almeno sul fronte dell’ordine pubblico. Sono state pacifiche le contestazioni di destra e di sinistra dell’euro e sono filate lisce quelle in favore dell’Unione europea. Fortunatamente sono stati smentiti i timori della vigilia per le incursioni violente dei black bloc e per i possibili attentati dei terroristi islamici.
I capi di stato e di governo dei 27 paesi dell’Unione europea sono saliti sul Campidoglio e hanno firmato nella sala degli Orazi e dei Curiazi la “nuova dichiarazione di Roma”. La cerimonia è avvenuta nella stessa sala e con la stessa penna usata proprio 60 anni fa dai premier delle 6 nazioni pioniere dell’unità del vecchio continente. Il 25 marzo 1957 diedero vita al Mec (Mercato comune europeo), poi divenuto Cee (Comunità economica europea) e quindi Ue. Si aprì una stagione di pace, di libertà, di benessere dopo la tragedia fratricida della Seconda Guerra Mondiale.
È stata una festa solenne ma triste quella del 25 marzo. Triste perché la Gran Bretagna ha abbandonato la Ue lo scorso 23 giugno con un referendum, infrangendo il mito dell’unità. Triste perché le spinte disgregative dell’Unione europea sono fortissime. L’elenco è lungo: l’invasione di centinaia di migliaia di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa, la disoccupazione di massa e la chiusura delle fabbriche, l’impoverimento e la precarizzazione del ceto medio, l’austerità finanziaria imposta dalla nascita dell’euro, gli egoismi nazionali. Il disagio sociale tra gli europei è altissimo, come la paura del futuro. Così i movimenti nazionalistici e populisti rischiano di causare, più o meno velocemente, la disgregazione della Ue.
Jan Claude Juncker, forse per esorcizzare il pericolo dello sfaldamento, ha proclamato: «Ci sarà un centesimo anniversario della Ue». Il presidente della commissione europea ha cercato d’infondere fiducia nel futuro: «Dobbiamo essere orgogliosi di ciò che siamo riusciti a raggiungere. Abbiamo dotato questo continente di una pace durevole e di una moneta unica. Non pensavamo di essere in grado».
Anche Paolo Gentiloni ha cercato di infondere ottimismo: «Eravamo in 6, ora siamo in 27». Il presidente del Consiglio italiano ha tentato di mettere benzina nel motore dell’unità europea: «Abbiamo imparato la lezione: l’Unione riparte. E ha un orizzonte per farlo nei prossimi dieci anni».
Gli obiettivi sono belli, ma restano un po’ sospesi nel nulla. Non si è parlato dei duri contrasti tra i paesi forti dell’Europa del nord, guidati dalla Germania, e quelli deboli del sud (a Grecia, Italia e Spagna rischia di aggiungersi anche la Francia). Non si è parlato della necessità di mettere da parte l’austerità finanziaria in favore degli investimenti per l’occupazione, non si è discusso di una soluzione all’immigrazione (ora gravante su pochi paesi come l’Italia).
Si è molto parlato del “sogno” dell’Europa unita perseguito e realizzato 60 anni fa da De Gasperi, Schuman e Adenauer, ma senza l’entusiasmo e la concretezza dei tre statisti europei del dopo guerra. Anche Virginia Raggi ha citato “il sogno” dei tre statisti, pronunciando un discorso molto istituzionale. La sindaca cinquestelle della capitale, appena rientrata da una breve e contestata vacanza sulle nevi dell’Alto Adige, ha svolto un intervento molto istituzionale definendo “una avventura straordinaria” l’impresa dell’unità europea. Non ha fatto riferimento alle dure critiche del M5S alla Ue né all’intenzione di Beppe Grillo di varare un referendum contro l’euro.
Scorrendo la “nuova dichiarazione di Roma” firmata dai 27 paesi della Ue, si leggono principi molto giusti come la pace, la sicurezza e il benessere da perseguire a livello europeo ed internazionale, ma non si indica come. Si sottolineano quattro obiettivi di marcia verso questi traguardi. La strada è precisa: «L’Europa è il nostro futuro comune».
Bene, benissimo. Ma occorre anche lavorare per restituire fiducia agli europei nell’unità europea, rigettando ogni ipotesi di divisione e di disgregazione. Se si pensasse di meno al giudizio dei mercati finanziari e di più ai bisogni dei cittadini europei colpiti dalla crisi economica forse sarebbe meglio. Se ad esempio, si realizzasse un grande piano europeo per sostenere la ripresa e l’occupazione, forse i Palazzi di Bruxelles verrebbero guardati come meno ostilità. Se ad esempio venisse realizzato lo Scudo europeo contro la disoccupazione, il progetto lanciato oltre 30 anni fa dall’economista Ezio Tarantelli, forse la situazione migliorerebbe.
Ma per ora non si vede una “grande idea” che possa rilanciare l’unità europea scaldando i cuori dei cittadini del vecchio continente. Non ci resta che incrociare le dita: il voto di aprile per eleggere il presidente della Repubblica francese sarà cruciale. Se vincerà Marine Le Pen saranno guai. La presidente del Fronte nazionale, un partito di estrema destra nazionalista, ha annunciato ai primi di febbraio: chiederà l’uscita della Francia dalla Ue, dall’euro e dalla Nato in caso di vittoria. In tempi rapidi serve una cura contro la crisi di rigetto che rischia di travolgere l’Europa.

Rodolfo Ruocco

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