Si allungano i tempi per la legge elettorale

urna-elettoraleSlitta l’approdo in aula alla Camera della legge elettorale, inizialmente programmato per il 27 febbraio e subito arrivano le accuse incrociate di voler allungare i tempi. Il presidente della Commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, invierà a breve una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini, per comunicare che la Commissione non terminerà i propri lavori in tempo per quella data. Nella seduta odierna di oggi Mazziotti, che è anche relatore, ha illustrato altre quattro proposte di legge depositate nonché la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Si è quindi deciso di procedere a alcune audizioni su punti precisi della normativa elettorale, che si svolgeranno venerdì della prossima settimana, dato che nel frattempo la Commissione dovrà esaminare il decreto sicurezza. A questo punto la Commissione non riuscirà a concludere i lavoro entro la mattina di lunedì prossimo, 27 febbraio, così da rispettare il calendario. Di qui la lettera di Mazziotti a Boldrini.

L’invito della Corte costituzionale al Parlamento a varare una legge elettorale che favorisca la formazione di maggioranze parlamentari omogenee, deve avere un seguito concreto. altrimenti significherebbe “tradire lo spirito del nostro sistema costituzionale”. Ha detto ancora il relatore alla legge elettorale, Andrea Mazziotti, illustrando in Commissione la sentenza della Consulta sull’Italicum. “A conclusione della sentenza – ha detto Mazziotti – la Corte ha richiamato l’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 sulla legge di riforma, che ha confermato un assetto costituzionale basato sulla parità di posizione e funzioni delle due Camere elettive. In tale contesto, la Corte ha quindi rilevato che ‘la Costituzione, se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non ostacolino, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee’. “Quello della Corte – ha quindi aggiunto Mazziotti – non è un banale commento. E’ un monito all’intero Parlamento: non dare al Paese una legge omogenea e funzionante, magari per meri interessi di partito, significa tradire lo spirito del nostro sistema costituzionale. E di questo – ha concluso – tutti noi dovremo tenere conto”.

Su tutte le furie i 5 Stelle che parlano di melina. “La verità – scrivono in una nota i deputati M5S della commissione Affari costituzionali – è che non vogliono farci votare per arrivare a maturare la pensione a settembre”. La risposta arriva direttamente dal Pd: “Il Pd in queste settimane non ha mai chiesto di far slittare la data di arrivo in Aula della legge elettorale, non ha chiesto audizioni, non ha chiesto il rinvio della discussione. Ha chiesto di far partire la discussione su una proposta di legge a prima firma Nicoletti che ricalca il cosiddetto Mattarellum e si è detto disponibile a lavorare in qualsiasi giorno della settimana. Sono altri gruppi politici di opposizione che, legittimamente, hanno chiesto di attendere il deposito della sentenza della consulta e l’analisi di quella sentenza. Dunque, per il rinvio della data del 27 febbraio, i 5 stelle si rivolgano ad altri”. Lo dichiara il capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali della Camera Emanuele Fiano.

Interviene anche il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio per il quale “occorre mettere in salvo il confronto sulla legge elettorale, sottraendola al conflitto in atto nel Pd, pur comprendendo che, probabilmente, una equilibrata formula elettorale, senza posizioni privilegiate per nessuno, potrebbe aiutare i dibattiti nei partiti. Togliere i capilista bloccati, infatti, non è solo un atto di giustizia nei confronti del popolo sovrano, ma anche una regola che consente una battaglia aperta e leale dei candidati nelle stesse liste”.

Roma, la giunta Raggi sempre più impantanata

raggi-xTarda, eccome se tarda, ogni barlume di iniziativa e proposta progettuale in grado di restituire respiro e speranza alla città. L’ultimo grido di allarme è arrivato dall’Associazione degli industriali del Lazio, che denuncia un’assenza di progettualità e di un vuoto operativo su tutti i settori: dai rifiuti alla mobilità all’immagine della città. Direi anche e forse soprattutto della città metropolitana. Ma se domani si dovesse votare, per il centro-sinistra non si porrebbe solo il problema di trovare un candidato sindaco, ma anche quello di una proposta e una formula politica nuova e credibile. Considerando che nel 2018 si voterà di certo per la Regione.

La giunta Raggi è infatti sempre più impantanata nel groviglio delle indagini giudiziarie e delle guerre tra fazioni. Le immaginiamo, le notti insonni della Sindaca. Tra interrogatori notturni e l’incubo del commissariamento da parte del partito-azienda, non deve essere un bel vivere rischiare di passare alla storia come il più macabro scherzo che la politica ha riservato a Roma e ai romani. Quindi, anche se il nostro iper-garantismo è messo a dura prova, noi continuiamo a metterla sul piano politico, lasciando alla coscienza della Sindaca e dei suoi tutori  la libertà di decidere quando trarre alcune conclusioni. Sempre che non intervenga la magistratura.

E sul pian politico non possiamo non denunciare innanzitutto la scarsa cultura istituzionale dei grillini, che si traduce inevitabilmente anche in scarsa cultura democratica. Pensare, come fa qualcuno da quelle parti, che si possa cambiare tranquillamente cavallo isolando la Raggi per puntare su un vice-sindaco, significa spernacchiare il voto dei romani, le leggi e l’ordinamento degli enti locali. Anche lo stadio della Roma subisce un duro colpo d’arresto. Forse persino a ragione, se i rilievi su cubature, rischio idrogeologico e mobilità hanno qualche fondamento. Ma è un fatto che di strategie e programmi di rilancio della città nemmeno l’ombra. Non ci sono idee sullo sviluppo e l’identità della città, sul risanamento delle aziende, su come far funzionare un welfare messo a dura prova  dall’estendersi dell’area del bisogno e dell’emarginazione sociale, sulla paralisi dei municipi, dove si riproducono in scala ridotta gli scontri e le divisioni del Campidoglio. Fino a quando? Sarà la magistratura o sarà l’orgoglio dei romani a mettere uno stop definitivo? Con cosa si sta misurando nel frattempo il centro-sinistra?

Qui la risposta è altrettanto desolante. Vedremo cosa succederà nel PD romano, che si accinge ad uscire dalla lunga fase del commissariamento, ma credo che, esattamente come sul piano nazionale, il tema sia quello di come ricostruire un campo di sinistra largo, articolato,plurale e, soprattutto, aperto alle forze sane della città. Direi persino oltre i partiti storici. Altre strade non si vedono. Qui non c’è un tema di legge elettorale. Quella c’è  e premia un sindaco e una coalizione. Una coalizione però tutta da ri-costruire, anche in vista delle regionali. Anche  noi socialisti andremo a congresso e non sarà un congresso rituale. Siamo piccoli, ma anche noi abbiamo l’obbligo e  l’onore di avanzare proposte e contenuti programmatici, ed è quello che faremo continuando pervicacemente nella convinzione di riuscire a dare corpo organizzativo e politico a quell’area laico socialista che al centro-sinistra manca come il pane.

Legge elettorale. In attesa della Consulta

Latinorum elettorale“A sinistra, è tempo di una coalizione che tenga assieme il mondo riformista. Per evitare pericolosi scivoloni verso una destra demagogica e per giocare un ruolo forte in Europa”. È quanto ha affermato Riccardo Nencini, Segretario del PSI. Secondo Nencini infatti “va evitata ad ogni costo la frammentazione di cui stanno dando prova la sinistra francese e spagnola. Bisogna fare in fretta. Discussione su legge elettorale e coalizione di governo possono procedere assieme. Noi faremo la nostra parte sul fronte laico, verde, con i movimenti civici, e guardiamo con attenzione al lavoro di Pisapia. Sia Renzi ad assumere l’iniziativa. Né qui né altrove – ha concluso Nencini – esistono partiti a vocazione maggioritaria. Esistono buone alleanze”. Così il segretario del Psi alla vigilia della sentenza della Consulta dal cui dipenderà l’esito della discussione sulla legge elettorale. O meglio dopo la quale i partiti dovranno scoprire le carte.

La decisione di domani sulla legge elettorale “è sicuramente un momento importante e decisivo, svolta”. Ma “dovremo poi però attendere le motivazioni delle decisioni per poter creare leggi elettorali sempre più omogenee, come richiesto anche dal presidente Mattarella”, ha detto il presidente del Senato Pietro Grasso. Mentre dal partito del votosubito si fanno sentire Lega e Movimento 5 Stelle. “Io spero soltanto che domani la Consulta ci fornisca una legge per andare a votare il prima possibile, perché se questo Parlamento si mette di nuovo a lavorare su una legge elettorale finiamo nel 2019 non nel 2018” ha detto Luigi Di Maio. Stesso concetto arriva da Salvini.

Ma il presidente del Consiglio Gentiloni ha fatto capire chiaramente che non ritiene affatto il suo un governo a termine con il solo scopo di tirare avanti finché il Parlamento non abbia approvato una nuova legge. Altro punto è quale legge. Il presidente di Fi, Silvio Berlusconi, in un’intervista a La Stampa ha detto la sua. “E’ fondamentale che la nuova legge elettorale consenta la massima corrispondenza fra il voto espresso dai cittadini e la maggioranza parlamentare. Ogni distorsione in senso maggioritario, in uno scenario tripolare come l’attuale, porterebbe al governo una minoranza contro il parere dei due terzi degli elettori”. E ancora: “Ritengo che le preferenze siano il peggior sistema possibile per garantire una effettiva rappresentanza degli elettori. I candidati devono piuttosto essere proposti agli elettori in piccole circoscrizioni, in modo che i cittadini sappiano con chi hanno a che fare e dove cercarli dopo l’elezione”.

Il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio risponde indirettamente di pentastellati: “Si illude chi pensa che la politica potrà fare solo ‘copia e incolla’ della sentenza per andare al voto con quel che resterà dell’Italicum. Il coordinamento tra i sistemi elettorali tra Camera e Senato si renderà necessario per evitare una distonia tra i risultati. E nel coordinamento necessario andrebbe messa anche una legge costituzionale che consenta il voto dei diciottenni al Senato: il voto riservato ai venticinquenni è un’anacronismo del tutto privo di senso che sottrae a 4 milioni e mezzo di italiani il diritto che la Costituzione riconosce alla Camera”. “A chi obietta che ci vorrebbe tempo per la procedura di riforma costituzionale – conclude Pisicchio – ricorderemmo che la riforma dell’art.81, nell’era Monti, è stata fatta in soli sei mesi e non tutti erano a battere le mani in Parlamento. Andrebbe fatta una verifica tra i gruppi politici e, se c’è la condivisione sul tema che tutti dicono di avere, si può procedere velocemente”.

La minoranza del Pd vede di buon occhio il Mattarellum. Il sistema di voto in vigore fino al 2006 e sostituito dal Porcellum. “Il Mattarellum – afferma Roberto Speranza – può essere una base positiva di partenza”. “Dobbiamo trovare i numeri nella discussione politica. Perché è inimmaginabile ricorrere a strumenti come la fiducia. Si usi il Mattarellum come base di partenza poi vedremo nella discussione parlamentare dove si arriva”.

La politica senza cultura

Illuminante quel che succede nel Partito Cinque Stelle. Le incursioni e i contorcimenti di Grillo – mentre cercava un porto sicuro per la sua creatura ibrida in quel di Bruxelles – hanno messo in subbuglio gli europarlamentari pentastellati. A tal punto che uno di loro è fuggito a destra (dagli euroscettici) e l’altro si è accasato a sinistra (con i verdi). L’ambiguità e l’indecisione del leader maximo hanno finito per sparigliare le carte, e il gioco ora si fa interessante.
Sbaglia chi snobba le acrobazie dei dirigenti del partito Cinque Stelle, o ne ricava occasione per risate, come se assistessimo a una farsa in un teatrino di provincia. Questa formazione politica raccoglie il 30% dei consensi, e quindi potrebbe candidarsi al Governo nazionale. Ma c’è un’altra ragione, più profonda, che ci deve far riflettere: i malesseri di questo Partito “pigliatutto” sono spie della grave malattia che infetta la politica italiana. Non è la corruzione; è l’assenza totale di idee e progetti. Parlo di idee e progetti seri, coerenti, fattibili. Un programma politico rabberciato e confuso, chiunque è in grado di metterlo assieme. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte, e via. Una bella manciata di moralismo/giustizialismo, un pizzico di idee teoricamente giuste ma irrealizzabili nell’immediato (il reddito di cittadinanza, per esempio), il tutto condito da proposte le più disparate, vaghe ma non troppo, popolari soprattutto, e voilà il minestrone è servito. Che il piatto risulti immangiabile o indigesto, poco importa: il profumo alletta milioni di italiani stufi delle pietanze tradizionali, e affamati di Onestà.
Da quasi vent’anni stiamo subendo gli effetti collaterali di una politica senza cultura, all’insegna della tabula rasa, della damnatio memoriae, del nuovismo. Una politica che, alla fin della fiera, è un navigare a vista senza bussola. L’Italia attraversa una crisi politica devastante perché, delegittimate le ideologie assolute (il che è stato un bene), si è pensato che dovessero scomparire assieme a quelle anche le culture politiche (questa invece è stata una iattura). E’ ben vero che, dopo Tangentopoli, ha prevalso – soprattutto a sinistra – una politica di mera “testimonianza”, cioè simbolica (quanto comunista era Rifondazione comunista?), quella che gli anglo-americani chiamano “identity politics”. Una politica spesso parolaia, inconcludente, che ha mostrato la corda, logorando l’immagine dei partiti tradizionali/identitari. Su questo problema – l’uso furbesco di un “logo” di prestigio per far incetta di voti – bisognava riflettere, e porvi rimedio. Ma la via maestra sarebbe stata quella di rinnovare i partiti rimanendo ben piantati nell’alveo della tradizione politica italiana ed europea. Così non è stato. Il mondo cambia, tutto scorre – panta rei. E, per Bacco, anche i partiti devono cambiare. Ma c’è modo e modo. Guardate cosa fecero i laburisti inglesi dopo 17 anni di vita grama all’opposizione. Proposero un leader giovane, Blair, ed escogitarono un approccio innovativo, il “New Labour”. Che il nuovo corso blairiano sia riuscito o abbia fallito, non ci interessa ora. Il punto è che gli inglesi presero le mosse da una cultura centenaria, quella laburista, e tentarono di rivisitarla, di reinventarla. Mica hanno partorito un partito nuovo di zecca, con un nome fantasioso. In Italia s’è fatto l’esatto opposto (Forza Italia, PDL, Italia dei Valori, Cinque Stelle ecc.). Come se cambiando l’etichetta, il prodotto fosse di per sé originale, di qualità, e, soprattutto, vendibile all’elettore-consumatore.
Morale della favola: in Italia, stiamo pagando tutti il prezzo di una follia che è stata anzitutto culturale, una follia messa scientemente in atto ben prima della comparsa dei Cinque Stelle, e cioè la distruzione sistematica dei partiti storici ad opera di chi aveva militato per decenni in quegli stessi partiti. E così culture politiche antiche, blasonate sono state inghiottite da un buco nero. Ecco come, di punto in bianco, è nato lo stesso PD. Teniamo questo a mente: in Italia il nesso politica e cultura è sempre stato saldissimo, fin dalla fondazione del primo partito politico di “massa”, il partito dei lavoratori, nel 1892. L’unica eccezione è stata il Partito nazionale fascista, come capì subito Gramsci (“Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri…”). Tutti gli altri partiti italiani – pre- e post-bellici – avevano un chiaro imprinting filosofico, un solido retroterra culturale: il partito liberale (liberalismo, cultura illuministica), il repubblicano (ideali risorgimentali e democratici), il socialista (marxismo), il social-democratico (marxismo revisionistico), la democrazia cristiana (cristianesimo sociale) ecc. Ogni leader di partito un tempo doveva confrontarsi con i classici del pensiero politico e filosofico. Guai, oggi, a parlare di illuminismo, di liberalismo, di socialismo: bizzarrie dei nostalgici di un passato che fu; roba che puzza di muffa, buona solo per qualche seminario accademico. Avanti tutta verso un radioso avvenire senza ideali! Ecco che si delinea un mondo perfetto per teste vuote e anime in pena.
Badate bene: nella “Seconda Repubblica” sono state annullate le identità e le culture politiche, non già i vecchi modi di far politica. Né è stata rinnovata la classe dirigente, transitata armi e bagagli dalla Prima Repubblica. Sicché il paradosso è che questo giacobinismo culturale, nocivo in sommo grado per la società civile, non ha rinnovato un bel nulla. Ha distrutto il vecchio – la parte migliore di esso, peraltro – senza costruire il nuovo. E’ stato – perdonatemi l’immagine forte – una chemioterapia impazzita che ha ucciso le cellule sane e lasciato in vita quelle malate: laddove non ci sono sapere, riflessione critica, idealità radicate in una tradizione di pensiero, il cancro della corruzione prolifera. Il moralismo senza cultura non è una risposta; l’onestà non è un programma politico. Il politico onesto, non avendo più una stella polare che lo orienti, cambia idea e posizione come una bandiera al vento. E’ così che la politica, depotenziata, è divenuta sempre più fiacca e imbelle. Ne hanno tratto vantaggio i poteri forti dell’economia, che ora spadroneggiano. Anche la regressione psico-politica che osserviamo – la lotta politica concepita come attacco personale, insulto, sfogo nevrotico, sfoggio della più crassa ignoranza – è dovuta a questo stato di cose.
L’ingenuo presupposto dei “rinnovatori” era il seguente: tempi nuovi generano problemi così inediti e inimmaginabili che le vecchie culture sono del tutto inadeguate non dico a risolverli ma addirittura a comprenderli. A conti fatti, poi, si è scoperto che l’essere umano può mutare pelle come i serpenti, ma non muta natura: i nostri primordiali istinti si ribellano a ogni tentativo di “mutazione antropologica”. I problemi delle comunità umane sono quelli di sempre: il rapporto problematico fra diritti e doveri (ancora attuali, su questo, le polemiche ottocentesche fra Mazzini e i marxisti; molto simili a quelle, in Inghilterra, fra Coleridge e i fautori a oltranza della Rivoluzione francese), il tema delle libertà (il fondamentalismo, religioso o laico, è una costante della nostra storia; così come lo è quello della concentrazione monopolistica del potere, politico o economico – Bobbio, in quell’opera straordinaria che è Politica e cultura, pubblicata per la prima volta nel 1955, squaderna riflessioni attualissime, che forse tali rimarranno per sempre: il politico di sinistra deve sforzarsi di conciliare la libertà liberale (intesa come non impedimento), la libertà democratica (autonomia della volontà) e la libertà socialista (potere di fare, realizzare in concreto); la questione della giustizia sociale e della coesistenza fra popoli e culture diverse (qui tutto il filone del marxismo revisionistico e del socialismo liberale ha ancora una sua validità); il problema della guerra, dello sfruttamento degli esseri umani e della distruzione del pianeta (viene subito in mente il cosmopolitismo illuministico, e l’ecologismo novecentesco). Problematiche ricorrenti si ripresentano ciclicamente, pur in forme e con intensità diverse, e noi ci siamo incaponiti a volerle affrontare ignorando gli insegnamenti della storia e tutto ciò che teorici e uomini d’azione hanno pensato o fatto prima di noi. Certo, ci sono novità assolute, all’alba di questo 21esimo secolo, quelle legate alle nuove tecnologie: l’automazione e le nuove tipologie di lavoro; la rivoluzione digitale e internet. Ma anche in questi casi le lezioni del passato possono far accendere qualche lampadina (un mondo robotizzato non vuole forse dire che vanno ripensati i diritti dei lavoratori e lo stesso Welfare? La presenza di potentati economici di nuovo tipo non chiama in causa la vecchia legislazione anti-Trust? La comunicazione, spesso debordante, su internet e le nuove forme di mobbing telematico non hanno già riproposto il tema antichissimo dei limiti da porre alla libertà di espressione?).

Edoardo Crisafulli

M5S. Lo schiaffo di Alde che non vuole l’alleanza

grillo-guy-755x515Colpo di scena sul fronte delle alleanze europee, dopo ore di battibecchi sull’entrata dei pentastellati nell’eurogruppo di Alde in Europa, è proprio la contro parte a non volere più l’accordo.
“Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa” ha dichiarato l’ex premier belga e capogruppo dell’Alde, Guy Verhofstadt, aggiungendo che “non c’è abbastanza terreno comune per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di unirsi al gruppo Alde”. “Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave”.
Prima dello stop ufficiale al Movimento, erano arrivate le parole delle eurodeputate francesi del Mouvement Démocrate (gruppo Alde) Sylvie Goulard e Marielle De Sarnez, che si erano dette contrarie a un eventuale ingresso del M5S nel gruppo. “Non c’è ancora una decisione del gruppo Alde – aveva detto Goulard – se ho capito bene anche Beppe Grillo è a favore della democrazia, quindi un po’ di democrazia anche dall’altra parte non fa male. Inoltre, non sono a favore perché non vedo come si può fare un compromesso tra persone che sono su posizioni così diverse”. “Vedremo – osservava ancora – sinora ci sono delegazioni nazionali, come Francia, Finlandia, Svezia e Danimarca, una parte dei tedeschi…io non ho l’impressione che sarà così facile. Può darsi che capiti, ma può darsi che non capiti”.
L’accordo sembrava certo, anzi, addirittura sottoscritto già il 4 gennaio. Tra i temi principali, sottolineati ieri nel post di Beppe Grillo, c’erano la “riforma dell’eurozona” oltre che “i diritti e libertà”. Inoltre stamattina sul blog di Grillo già le decisioni prese dopo il voto dei pentastellati: “hanno partecipato alla votazione 40.654 iscritti certificati. Ha votato per il passaggio all’Alde il 78,5% dei votanti pari a 31.914 iscritti, 6.444 hanno votato per la permanenza nell’Efdd e 2.296 per confluire nei non iscritti”. Il gruppo del Movimento 5 Stelle si iscriverà, dunque, ad Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, presieduto dal belga Guy Verhofstadt nel Parlamento europeo, lasciando il gruppo creato a inizio mandato con l’Ukip di Nigel Farage e altri raggruppamenti minori.

Dal M5 Stelle addio
alla “purezza”

Grillo-Germanwings-RenziLa svolta è arrivata a sorpresa con l’avvio del 2017. Niente sanzioni automatiche del M5S verso un suo eletto inquisito dalla magistratura. La novità è annunciata al punto 4 del “Codice di comportamento del MoVimento 5 Stelle in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie”. Più esattamente: “La ricezione, da parte del portavoce, di ‘informazioni di garanzia’ o di un ‘avviso di conclusione delle indagini’ non comporta alcuna automatica valutazione di gravità dei comportamenti potenzialmente tenuti dal portavoce stesso”. Il “Codice di comportamento” composto da 6 punti è pubblicato dal 2 gennaio sul blog di Beppe Grillo e diverrà operativo quando si concluderanno le votazioni online degli iscritti pentastellati, possibili dal 3 gennaio.

No, dunque, ad autosospensioni, sospensioni ed espulsioni automatiche per un avviso di garanzia giunto a un amministratore locale o a un parlamentare. Se passerà il “sì” alla ratifica del “Codice di comportamento”, come è quasi certo visto l’imprimatur di Grillo, si affermerà una svolta garantista di rilievo. Le leggi italiane e delle democrazie occidentali stabiliscono che ogni imputato è da considerarsi innocente fino all’arrivo di una sentenza di condanna definitiva. Non è raro, infatti, un errore giudiziario o la comparsa di elementi nuovi di giudizio; così una sentenza in Corte di assise di appello o in Corte di cassazione può essere addirittura opposta a quella in primo grado del Tribunale.

Il M5S, e il suo garante Grillo, adesso fanno i conti con gli effetti dello straordinario successo politico ed elettorale. I grillini, a poco più di 7 anni dalla fondazione, possono contare su molti deputati e senatori (nonostante i circa 30 parlamentari espulsi o che hanno detto addio) e tanti sindaci, anche di città importanti come Roma e Torino. Tuttavia la conquista di un rilevante ruolo politico ha portato anche dei guai giudiziari per alcuni sindaci come nel caso di Livorno, Parma e Quarto. Senza il “Codice di comportamento”, il sindaco di Livorno non è stato estromesso dai cinquestelle, mentre gli altri due sì.

Ma una tegola giudiziaria, un avviso di garanzia, potrebbe arrivare anche a Virginia Raggi, dopo la tempesta degli arresti, degli avvisi di garanzia e delle dimissioni a catena piombate sulla sua amministrazione. Per il M5S le dimissioni, la caduta di Virginia Raggi, la perdita della capitale per via giudiziaria sarebbe un bruttissimo colpo. Oltretutto i romani sono infuriati per le carenze del trasporto urbano e della raccolta dei rifiuti. Il fondatore del M5S alcuni giorni fa, pur rimproverando degli “errori”, ha difeso la sua sindaca anche dalle pesanti critiche partite da una parte dei cinquestelle della città: «Roma va avanti con Virginia Raggi sindaco del Movimento 5 stelle». Sarà uno coincidenza, ma il blog  di Grillo, in apertura, pubblica proprio un articolo firmato dalla sindaca di Roma dal titolo “#LaFestaDiRoma unica al mondo: il 2017 inizia alla grande”. E accanto all’articolo della Raggi, in posizione meno evidente, c’è la notizia del varo del “Codice di comportamento”.

La presunzione di innocenza è una norma, un principio fondamentale di uno Stato di diritto e di una democrazia, ma non sempre questa “stella polare” ha retto alle temperie della storia. I venti delle rivoluzioni, che spirano dei momenti di crisi politica, economica e sociale, alle volte hanno messo in discussione le conquiste di civiltà dando spazio alle tendenze forcaiole, alla presunzione di colpevolezza verso classi dirigenti ritenute corrotte e da abbattere. Il “cappio” agitato al posto di tesi politiche contrapposte, alle volte ha azzerato senza tanti complimenti in un clima violento le vecchie classi politiche, arrivando in alcuni casi all’instaurazione di terribili dittature.

Gli esempi di sanguinose dittature di destra, sinistra e teocratiche, artefici di campi di sterminio e di gulag nei quali rinchiudere gli oppositori, purtroppo non mancano nelle storia antica e recente dell’umanità. Anche alcune rivoluzioni nate nei sacri principi di libertà, uguaglianza e democrazia poi hanno subito tragiche involuzioni totalitarie. È successo, in particolare, quando le rivoluzioni hanno alzato la bandiera della moralità in chiave di “purezza” dei comportamenti. La “purezza”, in troppi casi, inciampando anche nel codice penale, ha portato all’orrore dello Stato etico, motore delle peggiori dittature come fascismo e comunismo.

Le vere rivoluzioni sono quelle riformiste, democratiche, rispettose della legalità, che hanno cambiato e cambiano la società, la rendono più giusta ed egualitaria ricorrendo allo strumento delle libere elezioni.

Rodolfo Ruocco

L’M5 Stelle raccontato
dal primo grillino pentito

Grillo-espulsioni-Artini-PinnaL’Italia del movimentismo gridato è la nazione dei proclami della Lega, i riti delle ampolle, Pontida. La Penisola delle dirette dal tribunale di Milano, i giudici in copertina, il primo piano dell’ex potente con la bava alla bocca. Oggi è la patria della rabbia. Il Bel Paese di Beppe Grillo che guadagna a nuoto lo stretto di Messina

Il dato incontrovertibile è che il movimento di Beppe Grillo incarna l’inappagato, storico, irrisolto malcontento italico. Da nord a sud. Alla prova dei fatti però, si rivela inadeguato e antidemocratico. Non c’è spazio per chi dissente dal capo. I tanti Pizzarotti e Venturino sono subito bollati come traditori, pericolosi controrivoluzionari, rinnegati alla Kautsky.
Volutamente, il libro rivela un tono lieve e un registro surreale. Come la storia che narra. Il luogo del riscontro è la Sicilia, ancora una volta metafora dell’Italia. A parlare è un pentito. Non svela però strutture inedite e inviolate. Rivela invece una complessità inesistente. È un racconto in prima persona. Una lunga intervista che non può essere confinata tra le pagine di un giornale.

libro-venturinoIl mio interlocutore è un politico, un ex attore ed è siciliano. Ovvio quindi che nel suo racconto si possa annidare l’artificio politico, la finzione teatrale e l’opacità siciliana. Il sospetto iniziale, per il lettore, è che le dichiarazioni di Venturino siano frutto di revanchismo. Lo sfogo di chi è stato bollato di revisionismo. In realtà, l’intento è stato quello di indagare la realtà offline dei Cinque stelle. Fotografare, come bracconieri, il dietro le quinte della scenografia digitale del Movimento. Venturino consegna il ritratto di un’organizzazione vittima di una sorta di nevrosi paralizzante.

Questo libretto è un prontuario senza pretese. È dedicato in particolar modo ai giovani lettori. Quelli infervorati, pochi. Soprattutto ai disillusi, tanti. Forse, gioverà ricordare loro l’insegnamento di Pietro Nenni. Il vecchio socialista esortava a dedicarsi alla politica con adeguato distacco dai sentimenti ma, soprattutto, senza il pericoloso ricorso ai risentimenti. La conclusione è che il potere è sempre altrove. Come ammoniva, con lucida disperazione, Leonardo Sciascia.

Concetto Prestifilippo

Mps e il comportamento sconsiderato del M5 Stelle

monte-paschi-bancaLa crisi finanziaria internazionale di una decina di anni fa, in un sistema globalizzato,  non poteva non coinvolgere anche il sistema bancario italiano, fragile come il sistema economico e delle imprese del nostro paese. Mentre i governi di USA, Gran Bretagna, Germania e degli altri paesi europei hanno  aiutato le Banche, in Italia ci occupavamo del “bunga, bunga di Berlusconi” ed abbiamo perso il momento migliore per risanare il sistema bancario. Oggi con le regole Europee l’intervento di Stato per salvare le Banche è più difficile.

Il M5S da tempo propone la nazionalizzazione del MPS, ma adesso che la antica  Banca ex-Senese  è in piena fase di ricapitalizzazione, lo stesso movimento, con una conferenza stampa alla Camera dei deputati, tenuta dal mitico DI.BI. On. Di Battista ed altri, ha di fatto con un atteggiamento scandalistico e demagogico tentato di far saltare il piano industriale di ricapitalizzazione; “sconsigliando” gli investitori delle obbligazioni subordinate a non trasformarle in azioni. Circa 40.000 investitori per oltre 2 miliardi d i euro. Citando anche Berlinguer il M5S ha impersonificato la politica del tanto peggio tanto meglio di comunista memoria degli anni ’70 e, come  i fascisti negli anni ’20, del ‘900. Incitando di fatto gli investitori a boicottare la conversione da obbligazioni in azioni puntano in realtà al fallimento del MPS.

Quello che hanno detto in conferenza stampa i pentastellati  è, a Siena, praticamente di dominio pubblico: la vicenda suicidio del Dott. Rossi, segretario dell’ex- Presidente MPS Avv.Mussari; il placet di Banca d’Italia per l’acquisizione di Banca  Antonveneta  nel 2007 con Draghi direttore di Banca Italia; i contributi a fondo perduto della Fondazione  MPS a vari circoli ricreativi ed enti  locali tra cui il Circolo del Tennis di cui è socio  Amato; i vari ”servi” di JP Morgan e Golden Sachs.

 Un attacco ad orologeria di propaganda  politica  adesso che la Banca MPS è nella fase delicata della ricapitalizzazione di 5 miliardi. Dato che ne erano a conoscenza da tempo perché l’hanno detto oggi? E perché  non dopo l’avvenuta ricapitalizzazione? Cosi mettono in fibrillazione il mercato forse sperando in un fallimento del MPS per calcolo elettorale, mettendo a rischio posti di lavoro, oltre 25 mila dipendenti e allarmando anche i risparmiatori correntisti.

Una brutta vicenda  degli ultimi 20 anni è certo questa della Banca  MPS che ha precisi responsabili politici, dato che  in questo periodo gli amministratori sono stati principalmente del PDS-DS-PD locali che non hanno saputo garantire l’autonomia storica della banca senese dai potentati romani. Spetterà alla magistratura verificare le eventuali irregolarità, ci sono già processi in corso.

Detto ciò oggi dobbiamo salvaguardare l’interesse della banca che è quello di realizzare, anche se fosse necessario  un interventi pubblico, la ricapitalizzazione. Penso che l’intervento a gamba tesa del M5S sia molto dannoso e strumentale in questo momento.

Giorgio Del Ciondolo
Consiglio Nazionale  PSI

RISIKO SENZA FINE

campidoglioL’assessore alla crescita culturale Luca Bergamo è il nuovo vicesindaco di Roma. La maggioranza M5S in Campidoglio ha condiviso la scelta della sindaca Virginia Raggi di offrire a Bergamo il posto che era di Daniele Frongia, dimessosi dopo le polemiche seguite all’arresto di Raffaele Marra, già capo del Dipartimento del personale.

Intanto il Sindaco mette la mani avanti: “Se mi arriverà un avviso di garanzia? Valuterò”. “Non sono commissariata – ha detto ancora – e mi sento ancora dentro M5S”, ha precisato la sindaca della Capitale all’inizio di un’altra ‘calda giornata’ alla fine della quale potrebbe arrivare la designazione del nuovo vicesindaco. Infatti sulla nomina di Massimo Colomban è arrivata un’altra doccia fredda: Non ha il tempo e la disponibilità per assumere il ruolo di Vice-Sindaco in Roma Capitale. “Come imprenditore e tecnico – ha spiegato- ho infatti assunto il ruolo di ‘assessore alla riorganizzazione delle Partecipate e quindi preferisco completare questo compito, prima di assumere altri impegni gravosi e/o politici”.

Massimo Colomban, attuale assessore alle Partecipate e considerato vicino alla Casaleggio, era il nome sul quale Raggi puntava per colmare il vuoto lasciato da Daniele Frongia, costretto a rassegnare le dimissioni dietro richiesta del direttorio M5S sulla scia dell’arresto di Raffaele Marra. Colomban ha fatto sapere di essere “onorato, ma non sarò vicesindaco”. Insomma la sindaca dopo sei mesi e oltre dal suo insediamento al Campidoglio, si ritrova ancora al punto di partenza. Con le caselle da riempire e una squadra che non ha mai lavorato e pieno regime. Orfana del vice Daniele Frongia e del capo segreteria Salvatore Romeo e alla ricerca di un vice.

Restano poi da assegnare i posti di assessore all’Ambiente e di capo di gabinetto, attualmente ricoperto dalla vice vicaria Virginia Proverbio. Inoltre è vacante il ruolo di capo del Dipartimento Personale (23 mila i dipendenti comunali) dopo l’arresto di Marra per corruzione. Per quest’ultimo si pensa alla dirigente capitolina Gabriella Acerbi. Manca inoltre il capo segreteria al posto di Romeo e a breve si libererà anche il posto del direttore generale di Ama (Stefano Bina scade il 31 dicembre). Infine resta vacante la poltrona di dg di Atac (potrebbe non essere assegnata). Tra le sei e le sette caselle in totale. Senza contare lo spostamento di Renato Marra, fratello di Raffaele, dirigente dei vigili urbani di recente promosso alla Direzione turismo, una nomina al vaglio dell’Authority anticorruzione. Un risiko senza fine per una sindaca osservata speciale.

Intanto il Comune pensa alla neve dotando Roma Capitale di un piano per affrontare ogni emergenza legata a caduta di neve, formazione di ghiaccio e grande freddo con un’ordinanza firmata dalla sindaca.

Campidoglio. Luca Bergamo nuovo vicesindaco

Roma-mafia-CampidoglioL’assessore alla crescita culturale Luca Bergamo è il nuovo vicesindaco di Roma. La maggioranza M5S in Campidoglio ha condiviso la scelta della sindaca Virginia Raggi di offrire a Bergamo il posto che era di Daniele Frongia, dimessosi dopo le polemiche seguite all’arresto di Raffaele Marra, già capo del Dipartimento del personale.

Intanto il Sindaco mette la mani avanti: “Se mi arriverà un avviso di garanzia? Valuterò”. “Non sono commissariata – ha detto ancora – e mi sento ancora dentro M5S”, ha precisato la sindaca della Capitale all’inizio di un’altra ‘calda giornata’ alla fine della quale potrebbe arrivare la designazione del nuovo vicesindaco. Infatti sulla nomina di Massimo Colomban è arrivata un’altra doccia fredda: Non ha il tempo e la disponibilità per assumere il ruolo di Vice-Sindaco in Roma Capitale. “Come imprenditore e tecnico – ha spiegato- ho infatti assunto il ruolo di ‘assessore alla riorganizzazione delle Partecipate e quindi preferisco completare questo compito, prima di assumere altri impegni gravosi e/o politici”.

Massimo Colomban, attuale assessore alle Partecipate e considerato vicino alla Casaleggio, era il nome sul quale Raggi puntava per colmare il vuoto lasciato da Daniele Frongia, costretto a rassegnare le dimissioni dietro richiesta del direttorio M5S sulla scia dell’arresto di Raffaele Marra. Colomban ha fatto sapere di essere “onorato, ma non sarò vicesindaco”. Insomma la sindaca dopo sei mesi e oltre dal suo insediamento al Campidoglio, si ritrova ancora al punto di partenza. Con le caselle da riempire e una squadra che non ha mai lavorato e pieno regime. Orfana del vice Daniele Frongia e del capo segreteria Salvatore Romeo e alla ricerca di un vice.

Restano poi da assegnare i posti di assessore all’Ambiente e di capo di gabinetto, attualmente ricoperto dalla vice vicaria Virginia Proverbio. Inoltre è vacante il ruolo di capo del Dipartimento Personale (23 mila i dipendenti comunali) dopo l’arresto di Marra per corruzione. Per quest’ultimo si pensa alla dirigente capitolina Gabriella Acerbi. Manca inoltre il capo segreteria al posto di Romeo e a breve si libererà anche il posto del direttore generale di Ama (Stefano Bina scade il 31 dicembre). Infine resta vacante la poltrona di dg di Atac (potrebbe non essere assegnata). Tra le sei e le sette caselle in totale. Senza contare lo spostamento di Renato Marra, fratello di Raffaele, dirigente dei vigili urbani di recente promosso alla Direzione turismo, una nomina al vaglio dell’Authority anticorruzione. Un risiko senza fine per una sindaca osservata speciale.

Intanto il Comune pensa alla neve dotando Roma Capitale di un piano per affrontare ogni emergenza legata a caduta di neve, formazione di ghiaccio e grande freddo con un’ordinanza firmata dalla sindaca.