Cannabis. Pastorelli: “Occasione persa”

Fabbrica-militare-cannabisArriva l’Ok dell’Aula della Camera alla proposta di legge sulla coltivazione e la somministrazione della Cannabis ad uso medico. I voti a favore sono stati 317, 40 i
contrari, 13 gli astenuti. Il testo passa al Senato. Contro hanno votato i deputati di Fi e Lega, mentre Direzione Italia si è astenuta. Nonostante la buona notizia la pdl è un’occasione persa, come fanno i deputati progressisti dai banchi dell’Aula, così come dichiarato anche dal deputato socialista Oreste Pastorelli. “In questa legislatura abbiamo svolto un lavoro trasversale con oltre 220 parlamentari per arrivare a un testo che mirava a regolarizzare l’uso della cannabis, togliendo in via definitiva le droghe leggere dal monopolio delle organizzazioni criminali e consentendo il controllo del consumo senza per questo incentivarlo. Dopo tanto lavoro la sfida è persa, così come è persa l’occasione di accogliere le richieste dei circa 67 mila cittadini che hanno firmato la legge popolare promossa dall’Associazione Coscioni”, afferma Pastorelli, deputato del Psi, nel corso delle dichiarazioni di voto sulla pdl cannabis della quale il parlamentare socialista è cofirmatario. “Rimane un provvedimento mite – prosegue – che prevede l’utilizzo della cannabis per i soli scopi terapeutici e che avrà un’efficacia limitata. Tutto questo di certo non ridurrà il consumo della cannabis da parte delle popolazione: si continuerà a utilizzare quella illegale di qualità incontrollata e senza dubbio più nociva”. “Oggi la Camera vota un testo sfigurato, che ha bocciato persino la liceità della coltivazione personale a uso terapeutico. Resta il rammarico per l’occasione mancata, ma riconosciamo che almeno sul fronte dell’utilizzo medico si è compiuto un piccolissimo passo in avanti”, ha concluso il deputato socialista.
“Ritengo comunque un risultato importante l’aver portato a casa almeno uno degli obiettivi che ci eravamo prefissati: la disciplina della coltivazione e somministrazione della cannabis per uso terapeutico”, afferma invece la deputata Pd Vincenza Bruno Bossio. Tuttavia come fanno notare da Alternativa popolare, l’uso terapeutico della cannabis è già regolamentato. “Alternativa popolare è convintamente a favore dell’uso terapeutico della cannabis. Questo deve essere chiaro, a scanso di equivoci”, afferma il capogruppo di Ap in commissione Affari sociali alla Camera, Rosanna Scopelliti che precisa: “Ma questa è una materia già regolamentata dal Ministero della Salute, con uno specifico e apposito decreto ministeriale aggiornato nel 2015. Uno strumento che sta funzionando. E in merito Ap condivide pienamente l’azione portata avanti del ministro Lorenzin. Evidentemente, però, per qualcuno non era sufficiente. Riteniamo sbagliato, dunque, il modo con il quale si è proceduto, sollecitando il Parlamento a intervenire su una materia già disciplinata”. Non solo, ma come fanno notare i cinquestelle che hanno votato con l'”amaro in bocca”, la pdl non prevede la coltivazione da parte dei pazienti per il loro esclusivo uso personale. Lo annuncia nell’Aula della Camera Vittorio Ferraresi, M5S, in dichiarazione di voto per il suo gruppo.
Tuttavia la “Maggioranza schiacciante”  per l’ok alla pdl “non lascia alibi ad una rapida approvazione al Senato. Questa legislatura si chiude con una promessa, ovvero con un impegno affinché le cose mancanti si concretizzino”. Lo afferma il deputato di Sinistra Italiana-Possibile Daniele Farina.

M5S, Lombardi-Raggi il tandem delle rivali

lombardi raggiLo slogan di Roberta Lombardi è già pronto: “Il Lazio è #LaNostraRegioneDiVita”. La deputata è stata eletta candidata del M5S alla presidenza della regione Lazio nelle elezioni del prossimo anno. Nelle elezioni online dei cinquestelle non ha ottenuto certo un risultato trionfale: ha vinto con 2.952 voti contro i 2.605 di Davide Barillari e i 954 di Valentina Corrado.
È stata un successo di misura, è il segnale di una spaccatura dei pentastellati romani sul suo nome. I cinquestelle di Roma si dividono tra i sostenitori di Roberta Lombardi, 44 anni, ex capogruppo alla Camera, e i seguaci di Virginia Raggi, 39 anni, sindaca della capitale. Sabato 14 ottobre al Parco della Pace c’era un clima di freddezza tra le due nella manifestazione del M5S a Marino, un paese vicino la capitale, per annunciare il risultato delle “regionarie” per il Lazio. È dovuto intervenire Beppe Grillo per riportare la pace nel Parco della Pace. Ha preso la sindaca di Roma e l’ha portata nelle braccia della Lombardi, quindi ha disteso le sue braccia sulle spalle di entrambe invitando i cineoperatori dei telegiornali e i fotografi a riprendere la scena e a scattare le foto. A quel punto sono apparsi i sorrisi, i baci e gli abbracci tra le due donne forti dei cinquestelle nella città eterna.
La Lombardi ha cantato un inno all’unità interna: «Siamo una squadra». E ancora: «Siamo tutti in campo, siamo una squadra». Ha indicato gli obiettivi, parlando degli avversari esterni e, forse, di quelli interni: «Noi non ci siamo mai arresi, io non mi sono mai arresa. Ora ci aspetta una battaglia importante, certamente alla nostra portata, ma comunque difficile, che è quella di riprenderci la nostra regione». Ha sottolineato «l’importanza di lavorare con umiltà, per distinguere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per riconoscere i propri errori».
La deputata cinquestelle dovrà affrontare una campagna elettorale difficile: dovrà battere Nicola Zingaretti, stimato governatore di centro-sinistra del Lazio, e, probabilmente Sergio Pirozzi, sindaco della città terremotata di Amatrice, il nome sul quale convergerebbe il centro-destra. Ma la Lombardi, oltre alla battaglia con il centro-sinistra e con il centro-destra, probabilmente pensava anche a una disfida interna quando ha indicato le necessità di «riconoscere i propri errori».
La destinataria del discorso sembra essere Virgina Raggi, da sempre la sua rivale interna nella metropoli. La sindaca di Roma guida una giunta grillina traballante che quasi ogni mese perde un assessore (l’ultimo è stato Massimo Colomban con il mandato alla Riorganizzazione delle Partecipate del comune), alle prese con i conti in profondo rosso e con i pessimi servizi forniti dalle aziende municipalizzate.
Lo scontro tra la Lombardi e la Raggi divampò quando a metà dicembre fu arrestato per corruzione Raffaele Marra, alla guida del personale del Campidoglio, ex vice capo di gabinetto della sindaca. Già prima la deputata aveva violentemente attaccato lo stretto collaboratore della Raggi definendolo su Facebook «il virus che ha infettato il Movimento 5 Stelle».
La Raggi chiese scusa al M5S per gli errori, ma poi è arrivata anche sulla sua testa una tegola giudiziaria: la magistratura ha chiesto il suo rinvio a giudizio per falso. I problemi giudiziari e i disservizi pubblici (in testa autobus e rifiuti) hanno prodotto una miscela esplosiva che ha fatto calare i consensi dei romani verso la sindaca e il M5S. Roberta Lombardi cercherà di “scalare” la presidenza della regione Lazio nonostante la riduzione dei consensi targata Raggi. Le opposizioni in Campidoglio hanno scatenato una guerra contro “l’incapacità” dei cinquestelle di governare.
Grillo l’ha buttata tra il serio e il faceto nella manifestazione a Marino: «Non so dove stiamo andando. C’è una seconda generazione che è un po’ meno entusiasta della prima. Forse non vinceremo, ma so che sta per arrivare un altro mondo. Lo sento nelle mie farneticazioni notturne». Il comico genovese certo non ha svolto un discorso ottimistico e d’attacco.

Leo Sansone
Sfoglia Roma

Sicilia: tribunale sospende Regionarie M5S

GIANCARLO-CANCELLERI

Le Regionarie del M5S che hanno portato alla candidatura di Giancarlo Cancelleri per le elezioni siciliane del prossimo 5 novembre prossimo, sono state sospese dal tribunale di Palermo. L’ha deciso il giudice della prima sezione civile, Claudia Spiga, dopo il ricorso presentato dall’attivista Mauro Giulivi, escluso per non aver sottoscritto in tempo il Codice etico. Il tribunale conferma così la decisione presa lo scorso 12 settembre in via cautelare.

La decisione del giudice blocca il risultato del primo turno di votazione “limitatamente ai candidati della provincia di Palermo”, tra i quali sarebbe rientrato Giulivi se non fosse stato escluso, e sospende anche il risultato della seconda votazione, i cui esiti furono ufficializzati dallo staff il 9 luglio con l’investitura di Cancelleri nel ruolo di candidato governatore per il Movimento cinque stelle. In pratica, il giudice afferma che bisogna ripetere le Regionarie che riguardano Palermo e quelle che hanno eletto Cancelleri.

Grillo va subito all’accatto di giornalisti giudici e tira dritto. “Cancelleri era, è e sarà il candidato presidente del MS5″. Questo il titolo di un post del blog di Beppe Grillo firmato da Giancarlo Cancelleri in cui si spiega come per indire nuove Regionarie “siamo fuori tempo massimo”. “La scadenza per presentare il simbolo è questo sabato 23 settembre e dobbiamo inoltre raccogliere 3.600 firme per la presentazione della lista. Per questo motivo il M5S sarà presente alle regionali siciliane con il sottoscritto, Giancarlo Cancelleri, candidato alla Presidenza della Sicilia”, si legge.

Nel provvedimento del giudice si legge ancora che il Movimento 5 Stelle non ha presentato ancora le liste e quindi la candidatura di Giancarlo Cancelleri e quindi la domanda di sospensione delle regionarie dell’attivista Mauro Giulivi può essere accolta. “L’impugnativa – scrive ancora il giudice Claudia Spiga – non è soggetta a termini di decadenza”. “Nella specie – prosegue il giudice – gli effetti degli atti di individuazione dei candidati non possono dirsi definitivamente esauriti, essendo pacifico che ancora non risulta proposta la candidatura ufficiale con la presentazione e deposito delle liste dei candidati”. Insomma una esclusione che per il giudice lede il diritto.

Ironizza il segretario del Psi Riccardo Nencini: “Un bagno nella buona politica quello dei Cinque Stelle. Confusione sul candidato in Sicilia e intervento dei giudici, primarie tarocche per scegliere il candidato premier, codice d’onore ferreo, vale per quasi tutti. Il nuovo che avanza. E si ergono ancora a censori…” conclude.

Cernobbio, Grillo tace su Luigi Di Maio

grillo e di maioIl M5S si interroga e si divide sulla svolta di Cernobbio. Davide Casaleggio approva e Beppe Grillo tace. Alla vigilia delle primarie online per scegliere il candidato premier per le elezioni politiche, le discussioni ufficiali e ufficiose sono accese. Cernobbio sì, Cernobbio no, Cernobbio non pervenuto. La svolta governativa di Luigi Di Maio a Cernobbio è piaciuta soprattutto a Casaleggio junior.
C’è grande sintonia tra i due. Casaleggio, in una intervista al ‘Corriere della Sera’, ha promosso a pieni voti la sortita del giovane vice presidente della Camera nel pensatoio lacustre dei grandi imprenditori italiani ed europei con l’obiettivo di Palazzo Chigi: il M5S “oggi è la prima forza politica italiana e ha tutte le carte in regola per andare al governo del Paese”.
Basta, dunque, con la linea dell’opposizione ad oltranza e totale. Il giovane imprenditore specialista di internet, il secondo uomo forte dei cinquestelle dopo Grillo, non vede dissensi interni sull’abbandono della tradizionale impostazione dell’opposizione populista e anti-sistema: “Ho letto molte ricostruzioni fatte sui giornali, basate sul nulla”. Il presidente della Casaleggio Associati approva anche il dialogo con i banchieri e i grandi imprenditori italiani e stranieri incontrati al seminario di Cernobbio da Di Maio; un tempo visti invece come i grandi nemici, gli oligarchi capitalisti sfruttatori di lavoratori e proletari. Dà una spiegazione interclassista: “Le persone oneste e di buona volontà che vogliono cambiare il Paese si trovano in tutti gli strati sociali e in tutte le categorie”.
E’ un chiaro segnale: il figlio di Gianroberto, cofondatore del M5S con Grillo, appoggerà Di Maio nelle elezioni primarie online (il risultato sarà annunciato nella manifestazione del 22-24 settembre a Rimini). Probabilmente Di Maio sarà incoronato candidato dei cinquestelle a presidente del Consiglio. Per ora in pista c’è solo lui. Roberto Fico e Nicola Morra, esponenti dell’ala ortodossa contraria alla svolta di Cernobbio: finora non hanno deciso di gareggiare e non è detto che lo facciano per i rapporti di forza sfavorevoli. Alessandro Di Battista, invece, non ha escluso di candidarsi, ma è un amico di Di Maio e vicino alla sua linea dialogante con i grandi imprenditori, sull’Unione europea e sull’euro. Si profila il possibile rischio di una corsa in solitaria per l’uomo della svolta di Cernobbio.
Il vice presidente della Camera ha capovolto la tradizionale linea populista e anti-sistema di Grillo, inaugurata trionfalmente giusto dieci anni fa con il primo Vaffa…Day a Bologna. Di Maio a Cernobbio ha assicurato: “Non vogliamo un’Italia populista, estremista e anti-europeista. Il nostro obiettivo è creare e non distruggere”. L’obiettivo è uguale a quello di Davide Casaleggio: “Vogliamo governare questo Paese”.
Grillo, al contrario di Casaleggio, è sibillino. Il garante del M5S, ricordando sul suo blog la protesta del 2007 a Bologna, dieci anni di difficoltà e di successi travolgenti, di fatto ha dato il disco verde alla svolta governativa: “Siamo ancora qua, più forti di prima e forse a un passo da un altro traguardo storico”. Tuttavia il comico genovese non ha mai pronunciato la parola Cernobbio, il simbolo dei detestati “poteri forti” italiani ed europei, né ha rinnegato le sue accuse ai grandi gruppi industriali e finanziari. Non ha rettificato i suoi attacchi alla Ue, né la richiesta di un referendum per far uscire l’Italia dall’euro, né ha messo in soffitta le sue fiere rivendicazioni di essere “un populista”.
Una dimenticanza? Forse. Ma sarebbe una dimenticanza che il capo carismatico dei cinquestelle potrebbe recuperare velocemente mentre si avvicinano due appuntamenti importanti: il 5 novembre ci saranno le elezioni regionali siciliane e in primavera è previsto il voto per le politiche. Se la scelta moderata, quella di non mettere paura all’elettorato dovesse fallire, allora riprenderebbe vigore la linea di sfondamento a colpi di “Vaffa…”, quella degli sberleffi e delle invettive di “tutti a casa! Arrendetevi!”. In più c’è l’incognita delle tante città amministrate dal M5S. Molti sindaci grillini, anche in città importanti come Roma e Torino, non stanno mietendo grandi successi e i consensi calano.
Ma situazione si è complicata anche in Sicilia. Una ordinanza del tribunale di Palermo ha sospeso le “Regionarie” del M5S, dopo le contestazioni di Mauro Giulini, l’ex attivista escluso dal voto online sulle candidature siciliane dei pentastellati. Il vertice del M5S si è detto sicuro di partecipare “al voto come previsto” seguendo le decisioni dei magistrati. Certo è politicamente insostenibile escludere dalle elezioni regionali siciliane una forza importante come i cinquestelle, tuttavia quando si intromettono le carte bollate ogni sorpresa è possibile. Nelle elezioni comunali di Genova dello scorso giugno scoppiò un caso analogo e alla fine fu eletto sindaco un uomo del centro-destra.

Rodolfo Ruocco
Sfoglia Roma

Luigi Di Maio capovolge
la linea di Grillo

grillo-dimaioPacato, dialogante, pragmatico. Luigi Di Maio, 31 anni, vice presidente della Camera, accelera nel tessere la sua “tela governativa”. Indica la strada del M5S “partito di governo” e non più di “opposizione anti-sistema”.

Il candidato in pectore cinquestelle a presidente del Consiglio capovolge la vecchia impostazione dei cinquestelle: “Non vogliamo un’Italia populista, estremista o anti-europeista. Il nostro obiettivo è creare e non distruggere”. Addirittura si ispira al premier conservatore della destra europeista spagnola Mariano Rajoy: “Il mio modello è il governo Rajoy”. Questa volta, per perseguire il suo progetto, è andato anche nella “tana del lupo” per illustrare la svolta, domenica 3 settembre è intervenuto al Forum Ambrosetti di Cernobbio sul lago di Como, il tradizionale appuntamento annuale delle classi dirigenti italiane, europee ed americane. Ha corteggiato i ‘poteri forti’: “Noi vogliamo una Italia smart nation, che investa nelle nuove tecnologie sia nel pubblico sia nel privato e quindi che cominci a creare lavoro e valore in questo settore”.

Addio agli attacchi agli oligopoli capitalisti, all’Europa e alla moneta unica. Di Maio, anzi, si mette tra i sostenitori dell’Unione europea e precisa: il referendum per abolire l’euro è solo una “extrema ratio” perché “noi non vogliamo distruggere, ma cambiare” la valuta unica europea.

E’ un preciso messaggio lanciato ai banchieri e ai grandi imprenditori italiani ed esteri, di casa nei seminari tenuti a Cernobbio, e visti dall’ala oltranzista del M5S come “i grandi nemici” del popolo sfruttato e impoverito dalla Grande crisi economica internazionale del 2008.

Di Maio ha operato lo “strappo” nonostante le tante critiche e i molteplici altolà dell’ala intransigente dei cinquestelle. Solo pochi giorni fa Ferdinando Imposimato, ex magistrato, uno dei candidati dal M5S a presidente della Repubblica, aveva condannato la scelta del vice presidente della Camera: “Che tristezza che il candidato premier M5S Luigi Di Maio si sieda a Cernobbio con un esponente della Trilatarale, che voleva la riforma della Costituzione. Il dialogo con i nemici della democrazia non è tollerabile. E’ la fine dell’alternanza”.

Di Maio, giacca, cravatta, cortese, niente insulti, sta perseguendo con tenacia, tra non pochi attacchi dall’interno del movimento pentastellato, il suo disegno di lasciare l’opposizione totale anti-sistema per approdare al governo nazionale dopo aver conquistato i sindaci di tante e importanti città italiane.

Negli ultimi due anni ha incontrato in Italia e nei suoi viaggi negli Usa e nella capitali europee diplomatici, politici, imprenditori, finanzieri di tutte le più importanti nazioni. La sua popolarità sta aumentando sempre di più. Gli ultimi sondaggi lo danno testa a testa con Matteo Renzi nelle preferenze degli italiani,per Palazzo Chigi. E precede Paolo Gentiloni, Silvio Berlusconi ed Angelino Alfano.

Tuttavia da qui alle elezioni politiche all’inizio dell’anno prossimo, la strada è ancora lunga. Può succedere di tutto. L’ala dei cinquestelle dei “puri e duri”, fedele al partito anti-sistema e anti-casta portato a uno strepitoso successo da Beppe Grillo, è mobilitata contro di Maio. Le insidie, poi, potrebbero arrivare anche da più vicino. Alessandro Di Battista non dà per scontata la candidatura di Di Maio alla presidenza del Consiglio. Il giovane deputato cinquestelle ha avvertito alla Festa del Fatto Quotidiano a Marina di Pietrasanta: “Io non credo che ci sarà un solo candidato”. E non è escluso che un altro candidato possa essere proprio Di Battista.

Poi sono sempre in agguato possibili “scivoloni”, tipo quello su Raffaele Marra nominato capo del personale del comune di Roma e poi finito in manette per gravi reati. Oppure ci sono gaffe come quella nella quale paragonò Matteo Renzi a “Pinochet in Venezuela”, mentre il generale golpista realizzò una sanguinosa dittatura nel Cile, un altro paese del Sud America. Di Maio fece immediatamente una rettifica per correggere l’errore, ma la caduta fece epoca.

Grillo finora l’ha sostenuto, anche se si infuriò per i suoi errori. Il garante del M5S per un periodo mise da parte Di Maio, poi gli confermò la sua fiducia. Ora il capo carismatico dei cinquestelle si dovrà pronunciare sulla svolta che capovolge la sua classica linea politica: l’attacco ai partiti tradizionali tradizionali, alla classe dirigente e ai grandi imprenditori italiani colpevoli del “fallimento” dell’Italia. Le accuse di “colpo di Stato”, di “golpettino furbo” e la rivendicazione del populismo (“Sono fiero di essere populista”) si sono sprecate per anni.

Si sono sprecate, ma da un po’ di tempo le urla anti-casta e anti-sistema non si sentono più. Né si sentono più gli insulti, le roboanti manifestazioni di piazza a colpi di “vaffa…”. Né, tantomeno, si ode più la minaccia di promuovere un referendum per far uscire l’Italia dall’euro. Forse in Grillo sta prevalendo la linea meno dura, quella di vincere “senza mettere paura” all’elettorato moderato. Comunque, adesso il vice presidente della Camera sta navigando con il vento a poppa.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Banche Venete. Ok al dl, ma è bagarre in Aula

banche venete bagarreUn altro decreto approvato con la fiducia. L’Aula del Senato ha votato la fiducia al dl Banche con 148 sì, 91 no e nessun astenuto. Con il via libera di Palazzo Madama al testo giunto dalla Camera il decreto diventa legge. I presenti erano 241, i votanti 239, la maggioranza 120.
Saranno liquidate la Pop Vicenza e Veneto Banca e la vendita a Intesa Sanpaolo, al prezzo simbolico di un euro, di tutti gli attivi, azzerate azioni e obbligazioni subordinate dei due istituti secondo la procedura di burden sharing, cioè condivisione degli oneri. Inoltre lo Stato sostiene nell’immediato un onere di quasi 5 miliardi a sostegno della banca guidata da Carlo Messina ma, considerando anche le garanzie, impegna per l’operazione circa 17 miliardi.
Ma la legge non è piaciuta all’opposizione, la capogruppo di Sinistra italiana al Senato, Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto, intervenendo in Aula, ha accusato il Governo: “Questo decreto sulle banche è solo l’ennesimo regalo alla finanza a spese dei contribuenti. Non è frutto di un vero dibattito e neppure di un tentativo di affrontare strutturalmente il problema: è un blitz deciso nella riunione del cda di Banca Intesa”.
Azione dimostrativa del M5s invece a Montecitorio dove i deputati hanno lanciato finte banconote da 500 euro urlando “Ladri! Vergogna!” rivolti verso i banchi del Pd.
Dura la reazione a Palazzo Madama della senatrice M5S, Barbara Lezzi: “Sono certa che per la questione delle banche popolari venete ci sia stato un accordo pregresso, molto vecchio, che ha fatto arrivare in piena emergenza la situazione delle banche, proprio per poterle regalare a Banca Intesa. Non c’è altra spiegazione e la procura dovrebbe approfondire i legami esistenti tra il Pd e Banca Intesa, perche’ si ripetono negli anni”. È la denuncia fatta in Aula, durante il suo intervento sul decreto banche venete, dalla senatrice M5S Barbara Lezzi. “Quello che so, avendo ascoltato le associazioni delle persone truffate, è che queste persone non avranno neanche ristoro e ciò a causa del Pd – continua – che ha deciso scientemente e coscientemente di cedere la sovranità parlamentare a Banca Intesa. Quando è stato emanato questo decreto, Banca Intesa ha fatto un comunicato stampa in cui si diceva che non deve essere toccato, altrimenti salta l’accordo. Questa è una gravissima violazione delle prerogative parlamentari”. “È gravissimo. C’è una banca che entra in Parlamento e ordina ai parlamentari del Pd di piegarsi alle sue volontà”, conclude.
Ma dal Pd è arrivato l’annuncio della querela, ad annunciarlo sono i senatori veneti del Pd Laura Puppato e Giorgio Santini: “Abbiamo deciso di querelare per diffamazione la senatrice M5s Barbara Lezzi per le gravi e offensive accuse che ci ha rivolto nel corso del suo intervento nell’Aula di Palazzo Madama sul dl banche, riferendo fatti e informazioni completamente falsi. Un intervento, peraltro, fatto a uso e consumo dei social media, dove di solito vengono postati i video dei parlamentari pentastellati”.

IL COLLE HA FIRMATO

mattarella 4È l’Ufficio Stampa del Quirinale a darne notizia: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato la legge per l’Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario. La firma è arrivata dopo l’incalzante richiamo del deputato forzista Renato Brunetta che aveva fatto notare ieri come fossero già due anni che il Paese aspettasse una commissione per fare luce sulle condotte del passato che hanno portato ai recenti dissesti degli istituti finanziari. Dal momento della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, passeranno altri 15 giorni per l’entrata in vigore del provvedimento. A quel punto i presidenti di Camera e Senato nomineranno i venti senatori e venti deputati, in proporzione al numero dei componenti dei gruppi, che faranno parte della commissione bicamerale.
“Lo dico in chiaro: se fosse stato assunto alla fine della scorsa legislatura il provvedimento sulle banche avrebbe avuto ben altra forza. L’Italia è arrivata in ritardo. La norma si giustifica con la protezione dei risparmiatori e con la volontà di mantenere aperto un canale di credito per le imprese”, ha detto il segretario del Psi, Riccardo Nencini, commentando il provvedimento sulle Banche oggi alla Camera. Nencini prosegue: “Ma a una condizione: che la Commissione d’Inchiesta si dia un tempo limite certo per concludere i lavori e approfondisca davvero genesi e responsabilità del dissesto. Abbiamo proposto la commissione d’inchiesta per primi più di un anno fa. Ora basta traccheggiare”, ha concluso.
Ottimista invece Brunetta che subito dopo l’ok del Colle il Capogruppo alla Camera di Forza Italia ha affermato: “Tutto e bene quel che finisce bene. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario italiani può partire da subito”.
“Chiedo alla presidente della Camera, Laura Boldrini, e al presidente del Senato, Pietro Grasso – ha aggiunto Brunetta – di avviare subito il processo di designazione dei membri da parte dei gruppi parlamentari, in maniera tale che la Commissione possa insediarsi prima della pausa estiva, in modo da cominciare a lavorare già dal mese di agosto, e poi nei mesi che ci separano da qui alla scadenza naturale della legislatura”.
“Cinque, sei mesi di lavoro possono contribuire a far chiarezza e a dare agli italiani tutte le indicazioni in merito alle responsabilità dei disastri che si sono succeduti in questi anni sul sistema bancario italiano. Vogliamo trasparenza, verità e giustizia”, ha concluso. La Commissione sarà composta da 40 parlamentari, 20 deputati e 20 senatori, nominati dai presidenti delle Camere. Di fatto saranno i singoli partiti a indicare, entro 7 giorni, i propri commissari, rispettando il vincolo che impone la legge di istituzione della Commissione: i commissari dovranno dichiarare di non aver ricoperto incarichi di amministrazione e controllo negli istituti oggetto dell’inchiesta. La prima incombenza sarà indicare il presidente e proprio la Presidenza della Commissione è stata richiesta a gran voce dal M5S che riprende le parole di Brunetta: “Il capogruppo Fi a Montecitorio, Renato Brunetta, afferma che ‘in un Paese normale le commissioni d’inchiesta parlamentare vengono affidate alle opposizioni’. Siccome noi non siamo un Paese normale, la presidenza se la prenderà il Partito democratico. Questa è la storia di questa legislatura, questa è la storia di questo partito, sedicente democratico. E questa sarà anche la storia della Commissione d’inchiesta sulle Banche”. “Ora che il capo dello Stato ha firmato il testo per l’istituzione della Commissione d’inchiesta sul sistema bancario, il M5s chiede ai presidenti delle Camere di convocare immediatamente un ufficio di presidenza per la nomina dei 40 membri dell’organismo bicamerale”. Lo dicono i parlamentari M5s.“In ragione della nostra forza parlamentare e della nostra totale distanza da qualsivoglia scandalo bancario,chiediamo naturalmente la presidenza della commissione Il tempo stringe e i cittadini hanno diritto a un barlume di chiarezza e di verità”. Anche da Sinistra italiana arriva la richiesta della presidenza della Commissione per l’opposizione. Dopo il via libera del Quirinale al nuovo organismo, osserva Giovanni Paglia della commissione Finanze di Montecitorio, “è fondamentale che entro luglio sia messo nelle condizioni di lavorare. Non ci aspettiamo un impegno rituale, ma un lavoro focalizzato sugli scandali di questi mesi: le due venete, Mps, Etruria, Carife, Chieti e Marche”. Secondo il parlamentare “la maggioranza farà di tutto per perdere tempo su questioni irrilevanti” e per questo motivo il gruppo “chiede da subito con forza che la presidenza sia affidata all’opposizione”.
I punti su cui dovrà indagare la Commissione sono molto ampi: dalla verifica della gestione degli istituti in crisi o finiti sotto l’ombrello pubblico, come Mps e probabilmente le due venete. Ma si indagherà anche sulle banche finite in risoluzione, come le vecchie Banca Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti. Fronte caldissimo, quest’ultimo, visto che le opposizioni vogliono andare all’attacco della sottosegretaria Pd Maria Elena Boschi per la vicenda di Banca Etruria. Inoltre la Commissione potrà indagare su modalità e strumenti adottati dagli istituti per la raccolta, con particolare attenzione alla “correttezza” della vendita di prodotti alla clientela retail, soprattutto di obbligazioni, ma anche sui modelli di gestione e sui criteri adottati per la remunerazione dei manager.

La sinistra di Roma
contro la sinistra di Milano

Si predica l’unità e si pratica lo scontro. La sinistra di Roma contro la sinistra di Milano. La fotografia delle due sinistre è emersa con forza sabato primo luglio. La sinistra di Renzi contro quella di Pisapia-Bersani. A Milano si è riunita la sinistra renziana, a Roma quella antirenziana.

Ad aprire il match è stato in mattinata Matteo Renzi, seduto tra Maurizio Martina e Matteo Orfini, due ex Ds suoi decisi sostenitori nel Pd. All’assemblea nazionale dei circoli democratici nel capoluogo lombardo ha fatto un discorso tutto all’attacco: «Sono pronto a ragionare con tutti, ad ascoltare chiunque, ma sui temi del futuro dell’Italia non ci fermiamo davanti a nessuno». I suoi strali sono rivolti soprattutto a chi ha lasciato il Pd: Bersani, D’Alema, Speranza, Fassina, Civati (gli ex esponenti della sinistra del partito che avevano votato “no” al referendum sulla riforma costituzionale del suo governo). Ma non risparmia nemmeno Giuliano Pisapia, con il quale era in sintonia, che pure aveva incoraggiato a creare Campo progressista, una nuova aggregazione di forze di centrosinistra.

Il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio vinse trionfalmente le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti, ma poi ha perso le altre competizioni elettorali (comunali del 2016 e di giugno 2017, referendum costituzionale del 4 dicembre). E sono cominciati i guai. È scattata una serie di scissioni a catena.

Adesso pesano le accuse della sinistra di Roma di essere il responsabile delle sconfitte del centrosinistra e i ‘no’ a una ricandidatura alla presidenza del Consiglio in nome di una “forte discontinuità” politica. Il segretario dei democratici sprona i suoi a Milano: «Non è un attacco contro di me, ma è un attacco contro il Pd. Ma così attaccano l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Basta con lo sguardo rivolto al “passato” e con la “nostalgia” di ciò che è stato. Conclusione svolta davanti alla sinistra di Milano: fuori del Pd «non c’è la rivoluzione socialista, marxista, leninista» ma «la sconfitta della sinistra» e la vittoria del M5S e della Lega Nord.

Il discorso meno teso della sinistra di Roma verso Renzi lo fa Pisapia. L’ex sindaco di Milano lancia “Insieme”, parlando a Roma in piazza Santi Apostoli, un tempo la piazza dei comizi di Romano Prodi e dell’Ulivo. È un inno all’unità: «Uscire dai problemi da soli è avarizia, assieme è politica. Da soli non si va da nessuna parte». Lo slogan della manifestazione è: «Nessuno è escluso».

Sono presenti Bersani, D’Alema, Speranza (Mdp). Civati (Possibile), Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Bonelli (Verdi), Tabacci (Centro democratico), i redattori dell’”Unità” che ha chiuso i battenti. Delinea il traguardo: «Oggi nasce la nuova casa comune del centrosinistra. Senza dimenticare il passato, ma radicalmente innovativo». Insiste sulla necessità di superare i laceranti contrasti: «Non c’è altra strada insieme. L’altra strada della divisione, di non essere ancorati a principi rischia di dare il nostro Paese alla destra, al populismo, alla demagogia». Ma insieme con Renzi è un’impresa difficile: c’è una “mancanza di autocritica”, anche dopo “la sonora sconfitta” nelle elezioni comunali di giugno.

Chi attacca frontalmente Renzi a piazza Santi Apostoli, applaudito dai militanti, è Bersani. L’ex segretario democratico chiede una «radicale discontinuità» e «non per rancore, nostalgia, antipatia ma perché abbiamo un pensiero radicalmente diverso». Boccia la gestione leaderista del partito e le scelte politiche del governo soprattutto sul lavoro. Usa parole pesanti come pietre: «Basta camarille, gigli magici, arroganza. Non se ne può più».

La sinistra di Roma e la sinistra di Milano parlano lingue diverse, le distanze aumentano, viaggiano ormai in rotta di collisione. È difficile immaginare, per ora, una collaborazione. Sarà arduo, forse impossibile costruire una intesa elettorale per le politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Tutti contro Renzi.
Il Cav vince ballottaggi

Berlusconi-Renzi-CapalbioLe elezioni comunali fanno sorridere Silvio Berlusconi e incupire Matteo Renzi. Nei ballottaggi per i sindaci di domenica 25 giugno il centro-destra sottrae 12 capoluoghi di provincia al centro-sinistra. La coalizione Berlusconi-Salvini-Meloni espugna tradizionali “roccaforti rosse”: Genova, La Spezia, L’Aquila, Piacenza, Pistoia, Rieti. Cade dopo 70 anni perfino Sesto San Giovanni, un comune alle porte di Milano, un tempo noto come la “Stalingrado d’Italia” per il voto operaio compatto in favore delle sinistre.

Un anno fa il Pd aveva perso già due grandi città: Roma e Torino, ma in questo caso la vittoria era andata al M5S. Il centro-sinistra si deve accontentare dei sindaci di Padova, Taranto, Lecce e Lucca (al primo turno Leoluca Orlando aveva trionfato a Palermo).

È una brutta sconfitta. Renzi, però, cerca di smorzare l’impatto della botta: i risultati complessivi delle elezioni comunali «sono a macchia di leopardo. Nel numero totale dei sindaci vittoriosi siamo avanti noi del Pd». Anzi, tra le polemiche, su Twitter ha tirato un bilancio sul voto nei comuni sopra i 15 mila abitanti: il centro-sinistra in testa con 67 sindaci, secondo il centro-destra con 59, terzo il M5S con 8. Comunque ha riconosciuto: «Poteva andare meglio: il risultato non è un granché. Ci fanno male alcune sconfitte, a cominciare da Genova e L’Aquila».

Hanno fatto la differenza i voti dei cinquestelle, praticamente fuori da tutti i ballottaggi importanti (hanno partecipato e vinto a Carrara e Guidonia). Si è ripetuto il meccanismo di “tutti contro Renzi”. Gli elettori grillini in genere o hanno votato per il candidato sindaco del centro-destra, oppure non hanno partecipato alle elezioni comunali. Non a caso gli astenuti al secondo turno di domenica sono stati una enormità: l’affluenza alle urne ha riguardato meno della metà del corpo elettorale, il 46,03%, il 13% in meno rispetto al primo turno di due settimane fa.

Il meccanismo è ormai collaudato: quando c’è un ballottaggio, il centro-destra e i pentastellati votano sempre insieme contro il Pd. È successo domenica scorsa in molte città come Genova (i cinquestelle hanno votato e fatto vincere il candidato del centro-destra), è accaduto un anno fa a Roma e a Torino (in questi casi i berlusconiani hanno decretato la vittoria di due grilline), si è verificato due anni fa in Liguria (l’ha spuntata come governatore regionale il berlusconiano Toti, grazie ai consensi del M5S). Ad inaugurare il meccanismo è stata cinque anni fa Parma: fu eletto sindaco Federico Pizzarotti, contrapposto a un candidato del centro-sinistra, grazie ai voti moderati (unica differenza: in quel momento Renzi non guidava il Pd). E domenica Pizzarotti, dopo la rottura con il M5S, è stato rieletto sindaco con una lista civica.

Berlusconi può essere soddisfatto. Le elezioni comunali sono una sua vittoria: gli italiani «ci hanno dato il mandato di cambiare il futuro delle nostre città» ed è una responsabilità «della quale sono pronto a fami carico, con Forza Italia e tutta la coalizione». Il Cavaliere parla delle elezioni comunali, ma in realtà pensa alle politiche, punta a rientrare a Palazzo Chigi.

Il presidente di Forza Italia, 80 anni suonati, si è impegnato a fondo nella campagna elettorale: ha attaccato Renzi e il governo Gentiloni. Ha rialzato la bandiera antica del taglio drastico delle tasse e quella nuova della difesa degli animali. Soprattutto ha attaccato Beppe Grillo sul piano etico: è «un buon comico, col vizio di farsi pagare in nero».

Tuttavia Grillo non si dà per vinto. Anche il garante dei cinquestelle ha davanti il traguardo delle politiche. Ha usato una citazione di un film di Al Pacino: «Da qui al governo è questione di pochi metri». Non si è lamentato del risultato elettorale: «Ogni maledetta elezione il M5S continua a crescere».

Chi è in difficoltà è Renzi. Il segretario del Pd è sotto assedio. Il Cavaliere, Grillo, Andrea Orlando (sinistra Pd) cercano di stingerlo alle corde. Indebolito dalla scissione a sinistra dei bersaniani, deve ripensare la sua strategia in vista delle elezioni politiche, sia che si svolgano regolarmente nella primavera del 2018 sia che si scivoli verso il voto anticipato a novembre. Non ha funzionato il corteggiamento degli elettori delusi del centro-destra e cinquestelle, il cosiddetto Partito della nazione ipotizzato dall’ex sindaco di Firenze, tanto contestato prima da Pier Luigi Bersani e ora da Andrea Orlando. Il leader di una delle sinistre del Pd imputa al segretario la responsabilità della sconfitta elettorale: «Il Pd è isolato politicamente e socialmente perde quasi ovunque. Cambiare linea. Ricostruire il centrosinistra subito».

Renzi ha più fronti sui quali combattere. Probabilmente cercherà di lavorare sui contenuti, rilanciando la battaglia per il taglio delle aliquote Irpef (l’imposta sui redditi delle persone fisiche), una misura prevista nel 2018 dal cronoprogramma di riforme, formulato quando era presidente del Consiglio. Ma gli ostacoli, all’interno e all’esterno del governo e del Pd, sono tanti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Nencini: una coalizone coesa per vincere

Riforma-legge-elettorale“Dico due cose. Cose che i giornalisti italiani omettono di dire continuamente. Ma la fotografia in circa la metà dei comuni italiani è che i sindaci del centro-snistra vanno al ballottaggio su un asse formato da Pd, Psi liste civiche. Campo progressista non esiste, non ha liste proprie, Mdp era in una quindicina di comuni, Scelta civica non c’è e Sinistra italiana c’è raramente e non sempre in alleanza con il centro-sinistra. Questo è il quadro vero. Nei comuni dove noi ci siamo presentati con liste nostre o con liste di area socialista, prendiamo una percentuale del 4,4%”.

Lo afferma Riccardo Nencini, segretario del Partito socialista italiano parlando delle elezioni amministrative e in vista dei ballottaggi di domenica prossima.

Quindi si può dire che nel centro-sinistra dopo il Pd c’è il Psi…
È esattamente così. E direi che aver presentato liste nostre o di area socialista in una cinquantina di comuni, è un buon test.

Un test che dovrà essere utilizzato per le politiche…
È un mio auspicio. Da qui questa nostra pressione continua sul Partito democratico perché ci sia una coalizione coesa. Renzi ha ragione a dire che non deve esserci una nuova Unione. Una nuova Unione con 11 partiti che sono la rappresentazione delle divisioni, non ha senso. Ma una coalizione coesa, Pd, Psi, Radicali, liste civiche democratiche, mondo cattolico democratico, è indispensabile per essere competitivi. Ecco perché serve una legge elettorale maggioritaria. Quindi una sorta di facsimile del Mattarellum.

Ma sappiamo come è andato a finire il tentativo di modificare la legge elettorale. Come procedere?
Vedo due strade. O l’armonizzazione delle due leggi, Camera e Senato, che è il minimo indispensabile giustamente imposto dal presidente della Repubblica, oppure l’approvazione di una legge che abbia una prospettiva lunga. E questa la dà una legge elettorale simile a quella che era stata discussa: il cosiddetto rosatellum, in larga parte maggioritario. Io sono convinto che oggi quella legge avrebbe larga maggioranza anche al Senato.

Mentre Berlusconi rilancia sul sistema tedesco….
Vedo più una di queste due ipotesi. Io spingo perché sia la seconda perché mette gli italiani nelle condizioni di fare scelte definite.

I Cinque stelle sono stati annoverati come i grandi sconfitti di queste elezioni. Un giudizio forse affrettato. Non credi?
È un giudizio affrettato che è stato dato già negli anni passati. Anche in passato alle amministrative i grillini ebbero un pessimo risultato. Ma le amministrative sono diverse delle politiche. Ma se non affrontiamo in modo diverso il tema del lavoro e di un’altra Europa, non siamo in grado di rintuzzare questa onda populista che monta. Quella dei grillini è una Caporetto ma il centrosinistra non ha ancora vinto a Vittorio Veneto.

Accennavi al populismo e una politica per arginarlo. Non è una cosa facile…
Il populismo lo fermi non con un populismo di segno diverso, ma solo affrontando i problemi. E i primi problemi che si presentono sono il lavoro, il lavoro e ancora il lavoro. Il superamento di una fragilità economica in cui sono precipitati i ceti medi e le famiglie più indigenti. Ecco perché parlo di un’altra Europa. Non solo perché debba essere rivisitato il trattato di Dublino sui migranti. Ma perché da lì devono venire le prime risposte che riguardano gli investimenti. Quindi bisogna abbandonare la politica del rigore per lavorare di più sulla politica degli investimenti, dando ad esempio maggiore libertà al patto di stabilità, oppure lavorando sugli Eurobond e su una politica fiscale unitaria. Queste sono le scelte che un’altra Europa deve fare. Ma la condizione che un’altra Europa ci sia, è che accanto a Macron ci sia un’Italia che non venga consegnata a Grillo e a Salvini. In questo caso sarebbe finita l’Europa.

Le primarie delle idee si sono appena concluse. Un tuo giudizio…
Per la prima volta si è parlato di programmi anziché di persone. Mentre spesso si fa il contrario. Ed è un doppio errore. Prima ragione. Siamo di fronte a un mondo che sta cambiando canone. Alla fine dell’800 siamo passati dall’agricoltura all’industria. Ora, tra l’altro in modo molto più veloce, dalla società industriale a quella tecnologica. La globalizzazione obbliga a strumenti di lettura diversi. Ecco perché i programmi sono fondamentali. Poi certo che serve un leader e una coalizione. Ma la domanda è per fare cosa. Quindi serve una sorta di patto con l’Italia e un programma per l’italia.

Daniele Unfer