Un Grillo Qualunque. La storia che potrebbe ripetersi

grillo

Ascoltando e rileggendo le parole di Beppe Grillo, e i contenuti del suo blog, mi viene in mente un parallelismo con una stagione politica lontana, la stagione dell’Uomo Qualunque.

Esistono molte somiglianze tra il Fronte dell’Uomo Qualunque e le espressioni utilizzate, per anni, da Grillo e dal Movimento 5 stelle delle origini. Per intenderci, l’epoca del blog del comico genovese e il movimento di opposizione dura e pura, copia sbiadita dell’attuale compagine pentastellata, guidata dal capo politico Luigi Di Maio, dal profilo governativo e “istituzionale”. A questo punto, bisogna tornare indietro nel tempo: erano gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e per l’Italia fu un periodo di grandi scelte di natura politica, economica e culturale. In quel contesto un movimento fece molto discutere, il Fronte dell’Uomo Qualunque, guidato da Guglielmo Giannini, avvocato napoletano, classe 1891, teatrante, autore di commedie e giornalista.

L’Uomo Qualunque fu il nome di un settimanale, cui il n. 1 apparve a Roma il 27 dicembre 1944, sorto nel segno della protesta e del malessere presente nel Mezzogiorno, nella dolorosa fase di passaggio dal fascismo al post-fascismo. Giannini firmò l’editoriale del primo numero, poi diventato un vero e proprio manifesto del movimento: “Io sono quello che ha venduto tutto per comprare il poco che ha potuto. Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno. Io sono l’Uomo Qualunque”.

Guglielmo Giannini colse gli umori del tempo e li interpretò magistralmente. Utilizzò un linguaggio rozzo e diretto, alternativo al discorso pubblico dominante concentrato sulle virtù della nascente democrazia e su una certa enfasi resistenziale.

Alle elezioni del 1946, il Fronte dell’Uomo Qualunque, portatore di istanze liberal-conservatrici e legate all’antipolitica, ottenne un ottimo risultato, il 5,3% delle preferenze. Tuttavia, il Fronte entrò nella prima legislatura, quella del ’48, per un soffio, e concluse la sua parabola politica nel 1953.

Infatti, le difficoltà arrivarono subito dopo, in Assemblea Costituente, dove il Fronte dell’Uomo Qualunque ha subito vistosi cambiamenti di linea politica, soccombendo nel confronto con i politici del tempo. Il qualunquismo declinò in maniera piuttosto rapida poiché portatore di un fenomeno spontaneo e reazionario che immaginava uno “Stato amministrativo”, proponeva il ritorno al privato, ad una dimensione non pubblica: la sempreverde polemica dell’italiano stritolato dallo Stato.

Il Fronte dell’Uomo Qualunque rappresentava l’italiano medio, «l’uomo qualunque», schiacciato dallo Stato, che gli estorce denaro con le tasse, incurante di tutto il resto. Da questo fenomeno politico è nato il termine qualunquismo. Potremmo dire un grillismo precedente allo stesso Grillo.

Le somiglianze tra il M5S e il Fronte dell’Uomo Qualunque, così come tra Giannini e Grillo sono notevoli: entrambi uomini del mondo dello spettacolo e abili comunicatori. Ognuno di loro è padrone del mezzo comunicativo della propria epoca, tramite l’impiego massiccio della satira: Giannini nella commedia e nella carta stampata, Grillo ha puntato sull’uso della rete, del blog e sui comizi itineranti.

Il lessico dei comizi di Grillo è molto semplice, comprensibile a tutti, gergale e spesso sfocia nella volgarità. In parallelo, il linguaggio degli esponenti del Fronte dell’Uomo Qualunque era sempre irriverente e ironico: ridicolizzavano gli avversari politici storpiandone i nomi: il Partito Comunista Italiano diventa il “Partito Concimista Italiano”, Pietro Calamandrei, uno dei fondatori del Partito d’Azione diventa “Pietro Caccamandrei, così come Ferruccio Parri diventa quindi “Fessuccio Parri”.

Un secondo elemento di somiglianza è rappresentato dal “leaderismo populistico”che si sostanzia in leadership carismatiche: Grillo e Casaleggio per il M5S, Giannini per l’Uomo Qualunque. Ancora, affiorava nelle polemiche di Giannini un rifiuto dei nuovi professionisti della politica: si parlò di «Upp» (Uomini Politici Professionali), contrapponendo loro la folla indistinta d’italiani che volevano solo essere «lasciati in pace»: la tutela del particolare contro la dimensione della politica intesa come azione collettiva e professionalità. Tutto questo richiama direttamente i Vaffa-day organizzati, negli anni di opposizione, da Beppe Grillo e co.

Eventi nei quali il comico genovese attaccava i partiti e tutto l’estabilishment: “Non perdete la capacità di incazzarvi […]. I mass media, portavoce del Sistema, hanno attaccato con una violenza inaudita il Movimento. Le grandi firme, i grandi registi, cantanti pataccari, conduttori e artisti di partito si sono scatenati contro chi li avrebbe spazzati via dalle poltrone del Regime.”

In altri termini, messaggi irrazionali che mirano a colpire la pancia dell’elettore, messaggi di protesta senza proposte chiare e realizzabili.

Entrambi i movimenti rifiutano le etichette di destra e sinistra. Ciò nonostante l’Uomo Qualunque era schierato, effettivamente, su una posizione di destra: contestava il regime fascista ma, nel frattempo, denunciava una presunta rendita di posizione degli antifascisti, additando il Cln come una specie di nuovo totalitarismo; in maniera, per certi versi simile, il M5S alla prima prova di governo stringe un’alleanza programmatica con la Lega di Salvini, formazione politica chiaramente di destra nelle parole d’ordine, nei programmi e nelle alleanze europee (si pensi alla “Internazionale nera”).

La natura di destra viene sistematicamente coperta da esponenti della “sinistra interna” dei 5stelle, del tutto ininfluenti rispetto agli indirizzi politici del governo da essi sostenuto; nella stessa maniera, Giannini e l’Uomo Qualunque recitarono anche professioni di fede antifascista, aperture al Pci e appelli al Partito liberale.

Va riconosciuto sia a Giannini che a Grillo di aver rappresentato, in epoche diverse, un diffuso sentimento di delusione e una quota di genuina rabbia popolare. Dunque, con le dovute differenze, Giannini è stato un precursore, ha aperto una strada, ha dato consistenza al malessere diffuso nel Paese, segnato da una guerra lacerante, ha saputo dare rappresentanza alle inquietudini del ceto medio meridionale nella protesta contro lo Stato oppressore.

Nello stesso modo, la crisi dei partiti politici tradizionali, l’emergere di leadership sempre più personali ha spalancato le porte al qualunquismo contemporaneo, trasformando il M5S, alle ultime elezioni politiche, in un partito pigliatutto. Tuttavia, dopo la vittoria elettorale dei grillini e l’insediamento al governo rimangono le difficoltà dell’azione legislativa e dei meccanismi parlamentari. La storia potrebbe ripetersi nuovamente e i cittadini trarre preziosi insegnamenti dalle vicende di Guglielmo Giannini e dell’Uomo Qualunque.

• Sul sito web della Camera dei Deputati sono disponibili tutti gli interventi in aula, tra il 1946 e il 1953, di Guglielmo Giannini, leader del Fronte dell’Uomo Qualunque.

Paolo D’Aleo

Consob, Mario Nava si dimette per ragioni ‘politiche’

mario navaLe dimissioni di Mario Nava dalla Consob, l’autorità per le società e la Borsa che stava guidando da pochi mesi, sono state sorprendenti. In una nota, il professore, ha scritto: “ La questione è solo politica. La questione legale della mia posizione amministrativa è stata decisa e validata da ben quattro istituzioni, Commissione europea, Presidenza del Consiglio, Presidenza della Repubblica e Corte dei Conti, e non necessita di miei commenti ulteriori. Responsabilmente quindi, senza alcuna vena polemica, e avendo come unico obiettivo l’interesse più alto dell’Italia, rimetto con dispiacere le mie dimissioni da Presidente della Consob”.
Le dimissioni dell’economista bocconiano sono arrivate dopo un lungo pressing della maggioranza di governo che aveva sollevato una questione politica.  Lega e M5S, scioccamente, cantano vittoria. Poco tempo fa il Movimento penta stellato, ha posto, capziosamente, un quesito alla Commissione europea in merito alla posizione di distacco di Nava. Nonostante le risposte della Commissione europea sulla regolarità della nomina di Nava alla presidenza della Consob, la maggioranza governativa ha continuato gli attacchi su un piano politico.
Apprendendo la notizia delle dimissioni di Nava, il vicepremier Luigi Di Maio ha commentato: “Finalmente arriva la presa d’atto da parte del presidente della Consob circa la sua incompatibilità tra il distacco dagli uffici tecnici della Commissione europea e la guida di una Autorithy nazionale come la Consob”. Poi, Di Maio si è complimentato con ‘chi nel Movimento 5 Stelle non ha mai mollato su questa battaglia’. Tra loro la pasionaria pentastellata Carla Ruocco, portavoce alla Camera del M5S ha scritto esultando: “Il Presidente illegittimo di Consob, Mario Nava, ha rassegnato le dimissioni dopo due mesi intensi in cui abbiamo portato il suo caso in commissione Finanze e su tutti i giornali. Un ‘lavoro di pulizia’ che permetterà di garantire ai risparmiatori un efficace ed imparziale controllo del sistema finanziario nazionale”.
Nava, da parte sua, ha spiegato: “Un sacrificio personale, un gesto che, rasserenerà gli animi, dimostrerà quanto tengo personalmente all’indipendenza di questa Autorità al di là dei miei interessi personali, e permetterà al Governo di indicare un Presidente con caratteristiche ad esso più congeniali. La Consob è indipendente ma non può essere isolata, deve poter lavorare non solo con le altre autorità indipendenti, ma anche con le istituzioni politiche”.
Poi, Nava ha anche spiegato: “Ho accettato l’incarico con gioia e entusiasmo. Ora però queste mie caratteristiche e questi obiettivi sembrano essere considerati un insormontabile ostacolo. Il segnale di totale non gradimento politico è chiaro e inequivocabile. Quindi, responsabilmente, senza alcuna vena polemica, e avendo come unico obiettivo l’interesse più alto dell’Italia, rimetto con dispiacere le mie dimissioni da Presidente della Consob”.
Due giorni fa i capigruppo alla Camera e al Senato del M5S, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, e della Lega, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, avevano invitato Nava a rassegnare le dimissioni.
Lega e M5S avevano argomentato: “Nava, sui quotidiani nazionali si è dichiarato certo che non vi sia alcuna irregolarità nel suo operato e nella sua nomina. Eppure, rispondendo a un’interrogazione presentata al Parlamento europeo, il commissario Oettinger ha confermato che l’attuale presidente della Consob rimane soggetto agli stessi doveri e diritti dei funzionari della Commissione in attività di servizio”.
Quindi, avevano bollato il professore ‘incompatibile con la presidenza di un’autorità indipendente italiana’, il cui ruolo è quello di garantire l’ordinato funzionamento del mercato finanziario nazionale.
Ora, con le dimissioni di Nava, si è aperta la partita per sostituire il numero uno della Consob. Mentre Di Maio ha garantito la nomina di ‘un servitore dello stato e non della finanza internazionale, un presidente che possa esercitare pienamente e liberamente il suo ruolo’, il leghista Claudio Borghi ha ringraziato ‘il Dott. Nava per la sensibilità dimostrata con le sue dimissioni’ e poi ha chiosato: “Non si può dirigere un’autorità indipendente mentre si è dipendenti di Bruxelles”.
Il governo gialloverde, con il caso della Consob, contemporaneamente ha attaccato le quattro istituzioni che hanno validato la nomina di Nava: la Commissione europea, la Corte dei Conti, la Presidenza della Repubblica e la Presidenza del Consiglio allora guidata da Gentiloni.
Adesso, la Consob è rimasta senza una guida ed il Governo Conte non ha ancora un nominativo da indicare in sostituzione del prof. Mario Nava per svolgere la funzione di presidente dell’importante istituzione di controllo sul mercato borsistico e finanziario.

In arrivo in cdm il ‘decretone’ per Genova

genova ponte

Venerdì prossimo arriverà nel Consiglio dei ministri il ‘decretone’ per Genova. Il ministro delle infrastrutture e trasporti Danilo Toninelli, in audizione alla commissione Ambiente della Camera, ha annunciato che venerdì prossimo arriverà al Consiglio dei Ministri il ‘decretone’ per Genova precisando che si tratta di un decreto ‘molto importante’ che conterrà ‘un aiuto alle famiglie in tema di mutui e un aiuto alle imprese con agevolazioni fiscali’. Un aiuto alle famiglie offerto dalla società Autostrade, pari a mezzo miliardo di euro, è stato rifiutato dal Governo ed il vicepremier Di Maio disse che ‘non si potevano accettare elemosine’ (l’elemosina corrispondeva a circa 800 mila euro pro capite per i genovesi sfrattati).

Il ministro Toninelli ha spiegato: “Nel decreto non ci sarà solo la parte su Genova, ma anche interventi sulla manutenzione e una parte relativa ai sensori.

Nel decreto per Genova, la ricostruzione del Ponte sarà il primo obiettivo. Partendo dalle regole attuali del Codice degli Appalti, sulla base dell’eccezionalità, potremo affidare direttamente a una società pubblica, pensiamo a Fincantieri, l’appalto per la ricostruzione del Ponte. Sulle concessioni autostradali, intendo dare un segnale di svolta ben preciso:  d’ora in avanti tutti i concessionari saranno vincolati a reinvestire buona parte degli utili nell’ammodernamento delle infrastrutture  che hanno ricevuto in concessione, dovranno rispettare in modo più stringente gli obblighi di manutenzione a loro carico e, più in generale, dovranno comprendere che l’infrastruttura non è una rendita finanziaria, ma un bene pubblico che il Paese. Sul Mose oggi si assiste ad una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato (concessionario Consorzio Venezia Nuova). Inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione”.

Il ministo Toninelli ha anche aggiunto: “Siamo al lavoro, abbiamo lavorato anche stanotte al decreto, che ho definito ‘decretone’, molto importante per far ripartire immediatamente Genova  oltre all’attività per la messa in sicurezza delle opere infrastrutturali. I lavori di ricostruzione del ponte non possono essere affidati ed eseguiti da chi giuridicamente aveva la responsabilità a non farlo crollare. Consentire ad Autostrade per l’Italia di ricostruire il ponte  sarebbe una follia  e sarebbe irrispettoso nei confronti dei familiari delle vittime del crollo del Morandi”. Poi il ministro ha evidenziato: “Su questo il governo è compatto. Inoltre, sulla ricostruzione del ponte deve esserci il progetto, il sigillo dello Stato. E la ricostruzione va affidata a un soggetto a prevalente o totale partecipazione pubblica dotato di adeguate capacità tecniche”. Toninelli ha anche annunciato: “ Nei prossimi giorni convocherò tutti i concessionari delle infrastrutture chiedendo un programma dettagliato degli interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione, con specifica quantificazione delle risorse destinate a realizzare un programma di riammodernamento delle infrastrutture. E’ indifferibile l’esigenza di intervenire su un sistema malato che non ha giustificazione né corrispondenza negli altri Paesi europei. In un’ottica di revisione degli schemi di convenzione risulta altrettanto necessario ristabilire un rapporto fisiologico tra concedente e concessionario anche attraverso l’adozione di misure punitive nei confronti delle società nel caso di ricorsi manifestamente strumentali”.

In realtà, il giorno precedente, il governatore della Liguria, ospite del forum Ambrosetti a Cernobbio, ha lanciato un messaggio imperativo: “Chiediamo al governo di varare subito il decreto per ricostruire il ponte per consentirci di metterci subito al lavoro non appena arriva il dissequestro della Procura”. Un provvedimento che per il governatore deve limitarsi a prevedere la deroga al Codice degli appalti per consentire immediatamente a Fincantieri e all’architetto Renzo Piano di approntare la fase operativa nella quale, ovviamente, saranno coinvolte altre eccellenze italiane. Ma la strategia del Governo non sembrava che andasse nella stessa direzione. Pur confermando a breve l’iniziativa del governo, il vicepremier e leader del M5S, Luigi Di Maio ha confermato la volontà di escludere Autostrade dalla partita.

Di Maio, parlando con i giornalisti alla Fiera del Levante, ha detto: “Io non faccio ricostruire il ponte a chi lo ha fatto crollare. Autostrade avrà nei prossimi giorni un’altra brutta sorpresa. Per quanto ci riguarda, il ponte Morandi lo deve ricostruire un’azienda di Stato come Fincantieri, perché dobbiamo monitorare cosa si farà”.

La differenza dunque è nel ruolo di Autostrade e nella revoca della concessione che prevede che spetti al concessionario il ripristino dell’opera.

Ma per Toti passare per la revoca della concessione rischia di allungare pericolosamente i tempi per la ricostruzione. Così il governatore della Liguria ha lanciato un messaggio anche a Salvini: “Non è il momento delle parole ma dei fatti. Teniamo separate le responsabilità dalla ricostruzione: Autostrade, come impone la concessione, ci mette i soldi ma non si oppone che la ricostruzione del ponte sia affidata a Fincantieri sul progetto di Piano”.

Con riferimento alla Commissione del Mit e al ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli che lo attacca per non aver ancora soddisfatto le richieste delle famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni ha replicato: “Duecento famiglie sono già state sistemate in alloggi e il completamento avverrà nei prossimi giorni. Il ministro credo abbia ben altro di cui occuparsi….”. La conclusione brusca di Toti allude  alle dimissioni dell’ingegner Bruno Santoro, annunciate dal ministero delle Infrastrutture, dalla Commissione ispettiva del Mit che opera per individuare le cause del crollo del Ponte Morandi. Santoro, indagato nell’ambito dell’inchiesta sui fatti del “Morandi”, è stato il terzo componente che lascia la commissione ispettiva aggiungendosi alle dimissioni di fine agosto di altri due indagati: il professore Antonio Brencich e il presidente Roberto Ferrazza, provveditore alle opere pubbliche per il Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, tutte persone nominate dall’attuale governo Conte.

Salvatore Rondello

Il M5S parla, la Commissione europea risponde

commissione-europea

Dopo la presa di posizione della delegazione del M5S al Parlamento europeo, la nomina di Mario Nava a presidente della Consob è tornata d’attualità. In una nota si sostiene: “La Commissione europea conferma i dubbi che il Movimento 5 Stelle ha espresso sulla irregolarità che Mario Nava sia stato nominato Presidente della Consob venendo distaccato dalla Commissione Europea. Nella risposta del Commissario Oettinger all’interrogazione presentata dagli europarlamentari Marco Valli, Fabio Massimo Castaldo e Piernicola Pedicini, emerge che Nava avrebbe potuto essere posto in aspettativa dal suo precedente incarico di alto funzionario europeo, come previsto dalla Statuto Ue e dalla legge italiana”.

Nel mirino dei Parlamentari M5S il fatto che Nava, quando gli venne conferito l’incarico di guidare l’Autorità che vigila sui mercati italiani chiese un comando (distacco) di 3 anni da Bruxelles e non l’aspettativa.

Dal testo della risposta di Oettinger all’interrrogazione dei parlamentari italiani, tuttavia, non sembrano emergere dubbi sulla decisione di porre Nava in distacco, cioè in collocamento fuori ruolo: una fattispecie peraltro prevista dalla legge istitutiva della Consob proprio per i dipendenti della pubblica amministrazione.

Nella sua risposta a nome della Commissione Europea, il commissario Oettinger ha innanzitutto premesso: “Lo statuto prevede disposizioni amministrative che consentono a un funzionario titolare di occupare temporaneamente un impiego fuori della sua istituzione: si tratta del comando nell’interesse del servizio e dell’aspettativa per motivi personali”.

Poi, il Commissario ha spiegato le ragioni che hanno spinto la Commissione ad accettare il distacco di Nava: “In base a tali disposizioni amministrative il funzionario in questione rimane soggetto agli stessi doveri e diritti dei funzionari in attività di servizio presso la Commissione, tra cui l’obbligo di adempiere ai doveri sanciti dal titolo II dello statuto in relazione agli interessi dell’Unione europea. Tenuto conto dell’importanza di potenziare la collaborazione tra la Commissione e gli Stati membri e di rafforzare lo scambio delle migliori pratiche, la Commissione ha deciso di comandare il funzionario in questione presso la CONSOB nell’interesse del servizio”.

Una parte non secondaria in tale decisione, peraltro, è legata anche alle assicurazioni di indipendenza fornite dal precedente Governo italiano a Bruxelles. Oettinger le ha menzionate nella sua risposta: “Nel richiedere il distacco nell’interesse del servizio del funzionario della Commissione in questione, le autorità italiane hanno confermato che tale disposizione amministrativa non avrebbe inciso sulla sua indipendenza in veste di presidente della CONSOB e che si sarebbe mantenuta la conformità al requisito secondo cui il presidente esercita il suo mandato in regime di esclusività e a tempo pieno”.

Anche in questa circostanza, il M5S ha manifestato la scarsa conoscenza delle normative, italiana ed europea, che regolano la pubblica amministrazione.

Salvatore Rondello

La Lega teme il collasso da spread, il M5S no

spreadLo spread può diventare una malattia pericolosa, pericolosissima. Nel novembre 2011 morì il governo di Silvio Berlusconi per collasso da spread. Il differenziale tra i buoni del tesoro decennali italiani e quelli tedeschi esplose fino a 574 punti, portando quasi al crac i conti pubblici nazionali: Berlusconi fu disarcionato da presidente del Consiglio e al suo posto subentrò l’economista Mario Monti alla guida di un governo tecnico.

Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, braccio destro del segretario leghista Matteo Salvini, teme che la storia possa ripetersi, ha paura di un nuovo attacco dello spread con la vendita sui mercati finanziari internazionali di una valanga di titoli del debito pubblico italiano. Il collasso da spread potrebbe arrivare tra fine agosto e i primi di settembre.

Già qualcosa si è visto: lo spread, da quando l’esecutivo di Paolo Gentiloni ha ceduto il passo al governo Conte-Salvini-Di Maio, è aumentato da 120 a 280 punti: circa 5 miliardi di euro in più l’anno da pagare in interessi sui titoli del debito pubblico. Giorgetti a ‘Libero’ ha confidato: «L’attacco me lo aspetto, i mercati sono popolati da affamati fondi speculativi, che scelgono le prede e agiscono». Soprattutto in estate i rischi sono alti «quando ci sono pochi movimenti nelle Borse, un periodo propedeutico a iniziative aggressive nei confronti degli Stati, come è accaduto in Turchia».

Giorgetti teme un attacco politico delle élite internazionali al governo Lega-M5S, il primo esecutivo populista nella storia dell’Europa occidentale: «Il governo populista non è tollerato. La vecchia classe dirigente italiana ed europea vuol fare abortire questo governo per non alimentare precedenti populisti», ma l’orizzonte dell’esecutivo «non sarà di breve termine. L’accordo con il M5S è saldo».

Il 31 agosto e il 7 settembre saranno due date cruciali perché prima Fitch e poi Moody’s si pronunceranno sull’affidabilità del sistema finanziario del Belpaese. A fine mese ci sarà la revisione del rating da parte di Fitch, i primi di settembre sarà la volta di Moody’s. Si teme un declassamento della solvibilità dell’enorme debito pubblico nazionale e, in quel caso, sarebbe un disastro, la bancarotta. Forse per questo motivo sia Giorgetti sia il ministro per le Politiche Europee Paolo Savona sono andati a trovare Mario Draghi. Probabilmente proprio essi, due euroscettici critici sull’euro, sono andati a chiedere aiuto al presidente della Banca Centrale Europea, il primo convinto sostenitore dell’”irreversibilità” della moneta unica del vecchio continente.

Luigi Di Maio, pilastro del governo Conte assieme a Salvini, invece non ha paura del collasso da spread. Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, in una intervista al ‘Corriere della Sera’ si è mostrato fiducioso: «Non credo che avremo un attacco speculativo…Io non vedo il rischio che questo governo sia attaccato, è una speranza delle opposizioni». Ma si tiene pronto a reagire: «Se qualcuno vuole usare i mercati contro il governo, sappia che non siamo ricattabili».

Reddito di cittadinanza, flat tax e modifica della legge Fornero sulle pensioni sono le tre principali promesse sulle quali Di Maio e Salvini hanno vinto le elezioni politiche del 4 marzo, ma sono provvedimenti molto costosi, considerati rischiosi da Bruxelles per l’impatto sui malandati conti pubblici italiani. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo ha usato toni suadenti verso la commissione europea: «I provvedimenti fondamentali del contratto li faremo col massimo rispetto degli equilibri di bilancio». Comunque nel voto europeo di maggio «l’establishment sarà spazzato via da elezioni storiche». Bastone e carota. La partita è aperta tra il governo populista grilloleghista e l’Unione Europea.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Disastro a Genova, prova per il governo Conte

Conte CameraCompra un giornale e parla con voce triste del disastro a Genova: «Qui viene giù un ponte al giorno». Il giornalaio risponde: «Serve manutenzione! Ne fanno poca o per niente!». Un altro cliente tuona: «Servono soldi! Non ci sono i soldi».

La tragedia del Ponte Morandi di Genova ha lasciato il segno anche tra i bagnanti di Villasimius in Sardegna: alle ore 11,36 del 14 agosto si è sbriciolato un tratto provocando 39 morti, una decina di feriti gravi, oltre 600 sfollati. Si temono decine di dispersi. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha proclamato un giorno di lutto nazionale.

Sembra che abbia ceduto uno dei tiranti dell’ardito viadotto progettato dall’ingegner Riccardo Morandi e inaugurato nel 1967 da Giuseppe Saragat, l’allora presidente della Repubblica di un’Italia lanciata nella modernità e alla scoperta del benessere. Si parla disastro a Genova. È crollato un tratto di 215 metri del viadotto autostradale lungo ben 1.182 metri, 35 auto e camion sono piombati nel vuoto da un’altezza di 45 metri. Dei tre piloni di sostegno alti 90 metri uno non esiste più e gli altri due rischiano di fare la stessa fine in tempi rapidi. Qualcuno parla di difetti di progettazione, altri di flussi di traffico enormemente superiori a quelli programmati mezzo secolo fa.

Un bagnante, un ingegnere, ne parla seduto a un tavolino del bar: «Va demolito al più presto perché rischia di crollare anche il tratto rimasto in piedi. Ma non si può usare in maniera mirata l’esplosivo perché sotto ci sono dei palazzi. Va smontato a pezzi e tutte le macerie del tratto che si è già sfaldato vanno rimosse immediatamente perché hanno ostruito l’alveo del Torrente Polcevera e se pioverà rischiamo un altro disastro causato da una rovinosa alluvione».

E non è finita: Genova è spaccata in due, rischia l’isolamento, lo strangolamento economico. Sul Ponte Morandi, snodo cruciale della A10 (assicura i collegamenti con l’Italia centro-meridionale e con la Francia via Ventimiglia), passavano 80 mila auto e camion al giorno. Ora il traffico faticherà a transitare nelle arterie alternative. Di qui la necessità di costruire un nuovo viadotto autostradale al posto del Ponte Morandi da smantellare (se ne discute inutilmente da almeno 10 anni, ma i tanti no hanno sempre bloccato il progetto).  C’è da realizzare un grande piano urbanistico, ingegneristico ed economico per assicurare di nuovo la mobilità civile e produttiva al capoluogo ligure.

Il disastro a Genova ha mille implicazioni. Le infrastrutture stradali da rivedere o da ricostruire, del resto, sono tante in tutta Italia. Per l’usura e la scarsa manutenzione sta cadendo un viadotto l’anno e finora, per fortuna, il numero delle vittime era stato contenuto.

Per alcuni esperti rischia di crollare il 60% dei viadotti in cemento armato con oltre 50 anni di vita: in agguato possono esserci altre stragi se vincerà l’inerzia. Soprattutto il traffico dei Tir e dei camion ha usurato i ponti immaginati mezzo secolo fa per un traffico autostradale molto inferiore a quello di adesso. Gli investimenti nelle infrastrutture stradali come in altre opere pubbliche essenziali (dalle scuole alle bonifiche ambientali) sono una delle grandi sfide del nuovo governo di Giuseppe Conte, nato sull’intesa tra Lega e M5S, in difficoltà per l’opposizione delle forze ecologiste vicine ai cinquestelle.

R.Ru.
(Sfogliaroma)

Dl dignità passa alla Camera. Ora tocca al Senato

di maio caffèIl gruppo parlamentare del M5S ha ‘brindato’ per il via libera definitivo della Camera al  cosiddetto ‘decreto dignità’ targato M5S. Il provvedimento ora è all’esame del Senato. Precariato, burocrazia, gioco d’azzardo e delocalizzazione i punti centrali del dl, con il quale, secondo il ministro Luigi Di Maio, il Movimento ha intenzione di ‘cambiare il Paese’. La deputata penta stellata Tiziana Ciprini, durante la dichiarazione per il voto finle, ha così commentato le novità del testo: “Solo grazie agli sgravi per le assunzioni stabili degli under 35 il decreto creerà 31.200 nuovi posti di lavoro nel 2019, e altrettanti nel 2020. Con il decreto Dignità, in tema di contratti a tempo determinato l’Italia si uniforma con gli altri Paesi europei, riducendone il tempo massimo da 36 a 24 mesi. La possibilità di prorogare il contratto si riduce da 5 a 4 rinnovi. Vengono inoltre reintrodotte le causali per giustificare il ricorso a un contratto a tempo determinato. In Europa la ‘causale’ per il contratto a termine esiste quasi dappertutto. In Germania per esempio esiste una causale attenuata, simile a quella introdotta col decreto dignità, in cui prevediamo in sostanza 12 mesi di prova del lavoratore dove non c’è bisogno di specificare nessuna causale. Ci sembra un tempo più che ragionevole, che permette alle imprese di testare la bontà di un lavoratore e capire se l’incremento del proprio business si consolida. Per i lavoratori occasionali e in somministrazione, cioè coloro che hanno contratti con agenzie interinali, si semplifica l’utilizzo dei ‘Presto’ (ex voucher). Nessun aumento delle categorie che possono usufruirne, ma una semplificazione della normativa, oltre a un maggior margine di tempo per l’utilizzo, da 3 a 10 giorni massimi, garantito all’imprenditore agricolo o turistico. Stop alle delocalizzazioni ‘selvagge’. Con l’approvazione del decreto, chi sceglierà di delocalizzare le aziende dovrà restituire tutto quanto ricevuto e, se delocalizza fuori dall’Unione Europea, dovrà pagare anche una sanzione fino a 4 volte l’aiuto ricevuto. I fondi recuperati dalle pubbliche amministrazioni verranno quindi reinvestiti nel sito produttivo abbandonato per garantire la stabilità occupazionale e il futuro delle comunità locali”.

Alla Camera dei Deputati, il ‘decreto dignità’ è stato approvato per la conversione in legge nella tarda serata di ieri, con 312 sì, 190 no ed un astenuto, al termine di una maratona in Aula iniziata lunedì e che ha visto la partecipazione costante ai lavori da parte del vicepremier Luigi Di Maio dai banchi del governo.

Di Maio, dopo il voto ha detto: “Abbiamo vinto il primo round, ce l’abbiamo fatta, e senza la fiducia. Faccio i complimenti a tutte le opposizioni per il livello del dibattito che hanno portato avanti e anche per lo spirito propositivo”.

Il decreto, che sarebbe scaduto l’11 settembre prossimo, passa ora all’esame del Senato per la decisione finale entro il 10 agosto.

Tra i pochi emendamenti approvati in Aula, l’esenzione dei portuali dalle nuove norme sui contratti in somministrazione, l’introduzione di messaggi anti-ludopatia sui gratta e vinci, l’inasprimento delle sanzioni sul divieto di pubblicità dei giochi.

Nel corso dei lavori delle commissioni, invece, sono state introdotte diverse novità significative, dall’ampliamento dei voucher per alberghi ed agricoltura a diverse correzioni sul capitolo contratti a termine come il regime transitorio e l’esclusione del lavoro domestico dalla stretta sui rinnovi. Confermato poi il bonus assunzione per gli under 35 fino al 2020.

Sul fronte fiscale sono arrivate le compensazioni dei debiti con la Pa per il 2018 ed il rinvio della e-fattura per i benzinai. Sul tema giochi entra l’obbligo di certificazione dell’età con la tessera sanitaria per le slot. Approvati due interventi sulla scuola per i docenti diplomati e per i precari.

Sono rimaste fuori le sigarette elettroniche per le quali era stato proposto un allentamento dei vincoli alla vendita e uno sconto fiscale.

Le principali modifiche al testo del decreto dignità approvate nel corso dell’esame della Camera sono state le seguenti:

VOUCHER – Potranno essere utilizzati i nuovi voucher anche in agricoltura, negli enti locali e nelle strutture alberghiere e ricettive che hanno alle loro dipendenze fino ad 8 lavoratori. La durata di fruibilità dei voucher viene estesa da tre a dieci giorni ma solo per l’agricoltura, per gli alberghi e per gli enti locali;

CONTRATTI A TERMINE E IN SOMMINISTRAZIONE – Se non verranno indicate le causali, dopo 12 mesi il contratto a tempo determinato si trasforma automaticamente in contratto a tempo indeterminato. I contratti a tempo determinato e quelli in somministrazione non possono superare il 30% dei contratti a tempo indeterminato dell’impresa. Le nuove norme del decreto dignità sui contratti a termine non si applicano fino al 31 ottobre alle proroghe dei contratti in essere. I lavoratori portuali sono esentati dalla stretta sui contratti di somministrazione che equipara questa forma contrattuale al contratto a tempo determinato;

BONUS ASSUNZIONI UNDER 35 – Confermati fino al 2020 gli incentivi triennali per l’assunzione con contratto a tutele crescenti degli under 35, introdotti per il 2018 con l’ultima legge di bilancio. La norma prevede uno sconto del 50% dei contributi previdenziali per tre anni dall’assunzione fino ad un massimo di 3.000 euro l’anno;

INDENNITA’ DI CONCILIAZIONE – Sale da un minimo di 3 ad un massimo di 27 mensilità (precedentemente da 2 a 18 mensilità) l’indennità da corrispondere al lavoratore ingiustamente licenziato in caso di conciliazione con l’azienda;

CONTRIBUTIVI PER COLF E BADANTI – Per il lavoro domestico non scatteranno gli aggravi contributivi dello 0,5% previsti dal decreto dignità per i rinnovi dei contratti a termine;

PERDITA DI INCENTIVI – Alzata dal 10% al 50% la soglia di riduzione dei dipendenti oltre la quale le imprese perderanno gli incentivi commisurati ai livelli occupazionali;

SANZIONI PER DELOCALIZZAZIONI – Le sanzioni comminate alle imprese che delocalizzano dopo aver incassato aiuti di Stato andranno al finanziamento di contratti di sviluppo per la riconversione dei siti in disuso a causa della delocalizzazione anche sostenendo l’acquisizione da parte degli ex dipendenti;

BENI SPOSTATI TEMPORANEAMENTE – Non scatta la sanzione del recupero dell’iperammortanto se i beni incentivati per loro natura sono destinati all’uso in più luoghi e vengono spostati temporaneamente, anche all’estero;

ASSUNZIONI REGIONI PER CENTRI IMPIEGO – Per il triennio 2019-2021 una quota delle assunzioni autorizzate delle Regioni, da definire in Conferenza Stato-regioni, sarà ‘dirottata’ per il potenziamento dei centri per l’impiego;

COMPENSAZIONI DEBITI PA PER IL 2018 – I professionisti e le imprese potranno compensare i debiti e i crediti vantati nei confronti della Pubblica amministrazione nel 2018;

SEMPLIFICAZIONI REGISTRI SPESOMETRO – I soggetti obbligati alla comunicazione periodica delle fatture non saranno più obbligati ad annotarle nei registri;

E-FATTURA PER BENZINAI – Rinviata dal 1 luglio prossimo al 1 gennaio 2019 l’entrata in vigore della fattura elettronica per le imprese di distribuzione di carburanti;

USO SLOT SOLO CON LA TESSERA SANITARIA – E’ consentito l’uso delle slot esclusivamente inserendo la tessera sanitaria per impedirne l’uso da parte dei minori. Dal 1 gennaio 2020 dovranno essere eliminate le macchine slot ‘prive di meccanismi idonei ad impedire l’accesso ai giochi da parte dei minori’;

MESSAGGI SU LUDOPATIA NEI GRATTA E VINCI – Saranno riportati messaggi sui tagliandi dei gratta e vinci che avvertono i giocatori sui rischi della ludopatia, sul modello di quelli presenti nei pacchetti di sigarette. I messaggi saranno riportati su entrambi i lati in modo da coprire almeno il 20 per cento della superficie;

ARRIVA IL LOGO ‘NO-SLOT’ – Gli esercizi pubblici ed i circoli privati che non hanno al loro interno slot e macchine per il gioco d’azzardo potranno esporre il logo ‘No-slot’;

SANZIONI PIU’ PESANTI SU PUBBLICITA’ GIOCHI – Via libera all’aumento delle sanzioni per chi viola i divieti sulla pubblicità dei giochi o sulle sponsorizzazioni. La sanzione sale dal 5% al 20% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità e non potrà essere inferiore a 50.000 euro;

PROROGA E CONCORSO PER DOCENTI DIPLOMATI – Proroga fino al giugno 2019 per gli insegnanti della scuola primaria e dell’infanzia con diploma magistrale che dopo una sentenza del Consiglio di Stato non hanno più l’abilitazione all’insegnamento. Nel frattempo verrà bandito un concorso straordinario aperto ai laureati in scienza della formazione e alle insegnanti diplomate magistrali con almeno due anni d’insegnamento negli ultimi 8;

ABROGAZIONE TETTO 36 MESI PER PRECARI SCUOLA – Viene abrogata la norma che prevede la scadenza delle collaborazioni per i precari della scuola (docenti, non docenti, amministrativi e tecnici) che superano i 36 mesi.

Adesso, dopo la Camera, toccherà al Senato il pronunciamento.

Salvatore Rondello

Gaffe a 5 Stelle sul reddito di cittadinanza

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Nel bel mezzo della discussione sul decreto dignità, è arriva un bello scherzetto che mette in imbarazzo i Cinque Stelle e la maggioranza di governo. Lo hanno messo a punto due deputati di Forza Italia, Nino Germanà e Stefania Prestigiacomo che hanno presentato un emendamento che in modo provocatorio introduceva il reddito di cittadinanza, ovvero lo storico cavallo di battaglia del M5S.

Si tratta di un emendamento che il Movimento aveva presentato nella scorsa legislatura e con il quale voleva appunto per introdurre il reddito di cittadinanza. Una provocazione, la definiscono i due parlamentari e un modo per mettere Di Maio e compagni di fronte alla responsabilità delle promesse sparse per anni ai quattro venti: come avrebbero fatto i deputati grillini a votare contro la loro stessa proposta? Ci ha pensato il presidente della Camera, il pentastellato Fico, che ha dichiarato l’emendamento non ammissibile in quanto “completamente estraneo per materia” alla discussione in corso. Che in verità tanto estraneo non era. Il presidente della Camera lo ha rifiutato, adducendo e ribadendo che le politiche che danno dignità sono quelle attive e indirizzate a favorire il lavoro, facendo comunqua una valutazione di merito, cosa non di competenza del Presidente. Inoltre, sembra che l’emendamento sia stato dichiarato incompatibile anche riguardo alle coperture economiche, che non sembrano essere sufficienti. Il bello però, è che le coperture indicate sono le stesse di quelle proposte tempo prima dai Cinque Stelle, e tanto è bastato per scatenare le opposizioni.

“Dopo aver illuso milioni di italiani – commenta sui social la dem Alessia Morani  – hanno ammesso la verità: non hanno i soldi per il reddito di cittadinanza” e “il ministro della disoccupazione Di Maio lo respinge”.  “Capiamo l’imbarazzo del governo davanti a questo emendamento che Fi ha presentato evidentemente a scopo provocatorio – dice Stefania Prestigiacomo – ma è inconcepibile che il ministro Di Maio disconosca un provvedimento sbandierato per 5 anni. Hanno implicitamente ammesso che il loro reddito di cittadinanza appartiene al libro dei sogni”. E Giorgiò Mulè aggiunge: “La misura simbolo della propaganda pentastellata è stata affossata proprio da chi avrebbe dovuto attuarla: il M5s è un ossimoro vivente”.

La Rai e il governo del cambiamento

RAI-Riforma

“Merito” e “capacità”. Tante promesse contro la lottizzazione Rai e delle aziende pubbliche. Lega e M5S da metà giugno si sono scontrati, prima sotto traccia e poi apertamente, declamando contro la lottizzazione ma trattando sulla divisione delle poltrone. Ma alla fine è andata in porto la spartizione. La prima palla ad andare in buca è stata la guida della Cassa depositi e prestiti: Fabrizio Palermo, gradito a Luigi Di Maio, è stato insediato dal governo M5S-Lega come amministratore delegato della “cassaforte” nella quale sono custodite le azioni delle più importanti aziende pubbliche (Eni, Enel, Poste, Telecom, Fincantieri, Terna, Saipem e Italgas).

Poi è arrivato l’accordo sulla lottizzazione Rai: Fabrizio Salini, apprezzato dai cinquestelle, amministratore delegato (la figura è prevista al posto del direttore generale dalla legge di riforma fatta approvare dal governo Renzi nel 2015), Marcello Foa, sostenuto dai leghisti, presidente. Contatti, riunioni informali, vertici di maggioranza e Consigli dei ministri; la strada della divisione delle nomine è stata faticosa è tortuosa. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato al ‘Fatto Quotidiano’ il suo metodo per uscirne indenne: «Il ministro competente fa le proposte, io ne parlo con i due vicepremier, poi le decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore».

E così è andata, ma certamente non è stata cancellata la tanto demonizzata lottizzazione Rai in nome della “candidatura migliore”. Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri del 27 luglio ha difeso le scelte assunte dal “governo del cambiamento” sulle nomine: «Abbiamo appena nominato i vertici della Rai. Oggi inizia una nuova rivoluzione culturale con i due nomi, Marcello Foa presidente e Fabrizio Salini Ad». Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, ha usato parole forti e offensive: queste nomine «il presidente del consiglio e il Cdm hanno ritenuto all’altezza di questa grande sfida per liberarci dei raccomandati e dei parassiti».

Niente male. Matteo Salvini è stato più pacato. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha messo da parte le critiche del passato: «Sono molto soddisfatto, ci sarà spazio per tutte le voci, finalmente. Siamo solo all’inizio».

Strano. Roberto Fico, presidente cinquestelle della Camera, aveva detto basta alle lottizzazioni e aveva messo i partiti fuori della porta: «Deve finire l’era delle appartenenze politiche, dell’influenza del governo sui giornalisti Rai e viceversa. Deve cambiare tutto».

Invece di “cambiare tutto” sono cambiati solo gli autori della spartizione: adesso è stata varata la lottizzazione gialloverde, quella del “governo del cambiamento”. Ma non è detto che la spartizione della Rai decisa dal governo Conte-Di Maio-Salvini vada in porto. Il problema è “il presidente di garanzia”. La legge stabilisce che il presidente dell’azienda radiotelevisiva pubblica sia eletto dalla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai con una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti: M5S e Lega non raggiungono questa soglia e sperano nel soccorso essenziale di Forza Italia per evitare un flop, ma non è per niente scontato il sì dei forzisti. Silvio Berlusconi ha ritenuto le nomine avanzate «un pessimo segnale» perché assunte in maniera unilaterale da parte della maggioranza grilloleghista.

Il centro-sinistra ha sollecitato il presidente di Forza Italia ad evitare un “soccorso azzurro” ed ha annunciato una durissima opposizione. Maurizio Martina ha attaccato: «Va in onda la spartizione tra la Lega e Cinque Stelle». Il segretario del Pd ha ricordato la necessità dei due terzi dei voti per eleggere “il presidente di garanzia” voluto invece solo dai cinquestelle e dai leghisti che «per le poltrone calpestano anche le regole». Insorgono anche i sindacati dei giornalisti. Vittorio Di Trapani (Usigrai), Raffaele Lorusso e Beppe Giulietti (Fnsi) con una lettera aperta ai 7 consiglieri di amministrazione Rai hanno contestato l’indicazione da parte del governo del presidente di viale Mazzini perché «si configura come una palese violazione di legge».

La battaglia si deciderà mercoledì primo agosto. Quando si riunirà la commissione di Vigilanza si vedrà se e come passerà la spallata Salvini-Di Maio sul “presidente di garanzia”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

DUELLO TAV

tunnel tav

“I grillini al governo prigionieri dell’odio che hanno fomentato. Il no alla Tav ci costerà due miliardi di penali e la rinuncia per diversi anni a fondi europei. E l’opera è già in parte realizzata”. E’ il commento del segretario del Psi, già vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti nel governo Gentiloni, alle polemiche delle ultime ore sulla realizzazione della Tav. “Gli italiani – ha aggiunto Nencini – pagheranno la confusione e l’assenza di una linea comune del governo gialloverde su questa e su altre infrastrutture. Peggio della follia”. Il commento di Nencini arriva nel momento in cui cresce lo scontro nel governo e nella maggioranza sulla Tav. Divergenze su opere infrastrutturali strategiche che vedono l’Italia assumere posizioni isolazioniste rispetto all’Europa. Infatti le stesse divergenze venute alla luce sulla Tap nei giorni scorsi, si replicano oggi sulla Tav.

Il vicepremier e ministro dell’interno, Matteo Salvini, ospite di Radio24, sull’ipotesi di blocco dell’opera paventata dal ministro Toninelli, ha detto: “Dal mio punto di vista sulla Tav occorre andare avanti, non tornare indietro. C’è da fare l’analisi costi-benefici: l’opera serve o no, costa di più bloccarla o proseguirla? Sarà questo il ragionamento per ogni opera. La polizia continuerà ad arrestare chi lancia sassi contro i lavoratori”. Secondo quanto riportano stamane da alcuni quotidiani nazionali (Repubblica e La Stampa) il premier Giuseppe Conte sarebbe stato pronto ad annunciare lo stop alla Tav anche per far digerire agli elettori M5S il sì alla Tap, il contestato gasdotto del salento finito al centro di un caso internazionale, con le salatissime penali che comporterebbe far saltare l’opera.

Se questo avvenisse l’Italia rischierebbe una multa da 2 mld di euro e il blocco dei fondi Ue fino al 2023. La Lega da parte sua si è sempre dichiarata contraria allo stop al cantiere. Quindi, dopo aver fermato la ministra del Mezzogiorno contraria alla Tap, in polemica con il presidente della Regione Puglia,  il presidente del Consiglio stava per seguire Di Maio nel bloccare al più presto la Tav dopo che appena pochi giorni fa il ministro delle Infrastrutture  Toninelli  aveva messo in discussione il proseguimento del progetto.
Ora però il vicepremier Matteo Salvini ha replicato inequivocabilmente estendendo il ragionamento alla Tap, alla Pedemontana ed al Terzo Valico. Quindi, con la Tav si è aperto un nuovo fronte nel governo Lega-M5S.
Anche il sottosegretario ai Trasporti, il leghista Edoardo Rixi, ha confermato il sì alla Tav dicendo: “Come Lega siamo favorevoli. Ovviamente se ci sono modifiche che consentono di poter investire in altre infrastrutture, le accogliamo volentieri”.
Toninelli, invece, ha sostenuto: “Rifarsi al Contratto di governo  significa voler ridiscutere integralmente l’infrastruttura in applicazione dell’accordo con la Francia. Senza preclusioni ideologiche, ma  senza subire il ricatto che ci piove in testa  e che scaturisce dalle scandalose scelte precedenti. È questo il principio in base al quale stiamo lavorando. Ecco perché adesso nessuno deve azzardarsi a firmare nulla ai fini dell’avanzamento dell’opera. Lo considereremmo come un atto ostile”. Con queste parole il ministro ha ricordato come proprio nel ‘contratto di governo’ si facesse riferimento all’impegno di ridiscutere integralmente il progetto della Tav Torino-Lione nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia.
Il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, è intervenuto nel dibattito della Tav affermando: “Occorre bloccare questa deriva anti-piemontese e contraria agli interessi del Nord-Ovest e dell’intero Paese. Convocherò entro settembre un incontro di tutte le rappresentanze economiche, sociali, istituzionali e politiche per far risuonare chiare e forti voci della società piemontese a favore dell’opera. E’ indispensabile un moto d’orgoglio che impedisca che la nostra regione venga messa ai margini”.

Da Palazzo Chigi fanno notare che il dossier sulla Tav al momento non è ancora giunto sul tavolo del Presidente del Consiglio, dunque nessuna decisione è stata ancora presa e soprattutto non ci sono state valutazioni al riguardo. Il dossier è in fase di istruttoria presso il ministro competente Toninelli, il quale è impegnato in una valutazione costi-benefici che poi sarà sottoposta e condivisa con il premier e con l’intero governo. Ad ogni modo la soluzione sarà in linea con quella contenuta nel contratto di governo.

Un Portavoce della Commissione Ue, commentando sulla Tav, ha detto: “Non commentiamo le voci sul possibile stop dei lavori della Tav, ma la Lione-Torino è un progetto importante non solo per la Francia e per l’Italia ma per tutta l’Europa, ed è importante che tutte le parti mantengano gli impegni per completarla in tempo. Il co-finanziamento della Ue per questi lavori è il 41%, ovviamente i fondi vanno a lavori che devono essere fatti, non in qualcosa che non viene fatto, questo è logico”.

Stephane Guggino, delegato generale del Comitato francese Transalpine che promuove la linea ad alta velocità Lione-Torino, ha detto: “In Italia c’è tanta confusione.  Stamattina, siamo venuti a sapere delle posizioni italiane. Seguiamo la situazione con grande attenzione, ma onestamente facciamo fatica a vederci chiaro, perché c’è tanta confusione. Lunedì, su radio 1, il ministro Toninelli dice che la Tav va migliorata, ora dicono che la vogliono bloccare. Mi chiedo come sia possibile cambiare idea così nel giro di 4 giorni? Osservo che in seno alla coalizione di governo i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi di Maio, non sono per niente d’accordo. E però a un certo punto, se davvero verrà presa, la decisione di bloccare la Tav dovrà passare da un voto del parlamento: qualcuno dovrà assumersi le proprie responsabilità”.

Gli industriali di Torino sono allibiti dal valzer di posizioni.  Il presidente degli industriali di Torino, Dario Gallina, ha affermato: “Siamo allibiti di fronte al valzer di posizioni sul futuro della Tav, portato avanti dagli esponenti dell’Esecutivo. Siamo fortemente preoccupati dall’inquietante piega che sta prendendo la situazione, a fronte anche delle ultime dichiarazioni del premier Conte, che annuncerebbero uno stop al progetto. Bloccare la Tav sarebbe un gesto autolesionistico, una disgrazia. Tornare indietro non si può e non si deve”.

Il leader del PD, Maurizio Martina, ha affermato: “Il Paese intero pagherà la follia del blocco   due miliardi di euro di penali, il blocco di finanziamenti Ue, 4 mila posti di lavoro a rischio. La follia del governo di bloccare la Torino-Lione la pagherà un paese intero”.

Il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha affermato: “La risposta del Tribunale del Riesame di Torino all’aggressione degli agenti in Val di Susa di pochi giorni fa è la revoca dei domiciliari al leader del centro sociale degli anarco-insurrezionalisti Askatasuna. Che vergogna! Fratelli d’Italia è al fianco degli uomini e delle donne in divisa senza se e senza ma e chiede al Ministro dell’Interno Salvini di dare un segnale inequivocabile: la chiusura dell’Askatasuna”.

Inoltre, sarebbe utile ricordare che la Banca europea per gli investimenti ha supportato l’economia italiana per 38,6 miliardi di euro di nuovi investimenti, nel triennio 2015-2018. Di questa somma poco più del 20%, e cioè 8,3 miliardi, è riferito al piano Juncker, che a dicembre è stato rinnovato fino alla fine del 2020. L’Italia è il paese che ha beneficiato di più dei finanziamenti totali della Bei, che per questo 2018 però vedranno un calo fisiologico a causa della Brexit.
Una parte di questa somma, come già detto, è riferita al piano del presidente della Commissione Ue, che solo in Italia, grazie agli 8,3 miliardi, ha permesso di movimentare un totale di 46,4 miliardi di investimenti. Il nostro è il secondo paese beneficiario di questo programma, appena dietro alla Francia, ed è il primo per gli investimenti a favore di piccole e medie imprese: sono 213 mila quelle sostenute, il numero più alto in Europa.
Certamente, in questa delicata fase economica, l’Italia non può consentirsi di perdere le opportunità di sviluppo che arrivano dall’Europa. La Tav, la Tap e le altre importanti opere infrastrutturali messe in cantiere sono premesse indispensabili per contribuire ad un necessario percorso di sviluppo economico.
Purtroppo, ancora una volta, da alcune forze politiche che formano il governo giallo-verde, sono emerse logiche fideistiche giacobine che si manifestano in controtendenza al miglioramento del benessere sociale ed economico.

Roma, 27 luglio 2018

Salvatore Rondello