Cronaca di un fallimento annunciato

Spiace dover sottolineare un altro svarione del governo gialloverde fasciogrillino che è pur sempre il Governo della Nazione.
Nonostante i roboanti annunci sulla Conferenza sulla Libia e sull’assegnazione da parte del nostro maggiore alleati di una presunta “cabina di regia” delle operazioni per una mediazione fra le fazioni in lotta nella vicina ed amica nazione mediterranea essa, prevista a Palermo fra Lunedì e Martedì si trasformerà in un flop politico e diplomatico.
Non solo le annunciate presenze di Trump e Putin non sono alle viste, con buona pace di Conte che pensava di bissare lo storico incontro di Pratica di Mare, non solo hanno annunciato forfait i leader europei più interessati ad una soluzione di pace ovvero Angela Merkel e Macron; ma persino l’attore principale delle questioni libiche non pare affatto intenzionato a mettere piede a Palermo visto il così gran numero di assenze.
Così il Generale Haftar da cui dipende una parte importante del territorio libico, la personalità politica centrale per una possibile soluzione condivisa non intende soddisfare la “mediazione” italiana.
Isolati in Europa, snobbati dai protettori mondiali e ignorati persino dai libici.
Mai Palazzo Chigi è apparso così sprovveduto in materia di politica estera; mai la Farnesina ha incassato così tante umiliazioni in un periodo così breve.
Anche questo è lo specchio deformato del nostro paese, che è assai meglio dei suoi governanti pro-tempore.

Bobo Craxi

UNIONE ALLO SBANDO

aquarius

La nave Aquarius mette ancora a nudo le contraddizioni dell’Unione Europea. Dopo l’Italia qualche settimana fa, oggi è stata la Francia a respingere l’imbarcazione di cui è responsabile la Ong Sos Mediterranée. A bordo 58 persone provenienti dall’Africa salvate a largo della Libia nella notte di giovedì scorso. Saranno accolti da Portogallo, Francia e Spagna che a metà pomeriggio hanno raggiunto un accordo per l’accoglienza dei migranti.

In principio era stata la Francia a negare l’approdo nel porto di Marsiglia. Il governo transalpino aveva chiesto prima l’intervento maltese e poi aveva auspicato l’attracco in un porto italiano. Una pessima figura per Macron (che alla fine ha dovuto cedere alla ripartizione), dopo le dichiarazioni al vetriolo contro l’Italia del giugno scorso. Una pessima figura anche per l’Unione Europea che, mentre i volontari a bordo di Aquarius avvertivano delle condizioni di pericolo in cui versa la nave, a Bruxelles non si interessavano minimamente al problema.

“La situazione legale dell’Aquarius 2 è questa: è una nave senza bandiera europea, e ha operato in un’area di ricerca e salvataggio libica”, ha spiegato con chiarezza Natasha Bertaud, portavoce della commissione Europea. La vicenda Aquarius, dunque, “non impegna la responsabilità europea. Nessuno Stato membro si è fatto avanti per aiutare”. Discorso chiuso, quindi. Alle persone in fuga dall’Africa ci penseranno Portogallo, Francia e Spagna. E dovranno farlo di propria iniziativa grazie ad un accordo trilaterale.

Intanto sull’Aquarius gli operatori attendono notizie. “La scelta è indifferente – ha affermato Alessandro Porro di Sos Mediterranee – abbiamo la necessità di sbarcare le persone in un porto che sia sicuro e questo naturalmente esclude la Libia. Stiamo navigando verso Malta non perché ci fermeremo lì ma perché le condizioni meteo stanno peggiorando, ci aspettiamo onde alte cinque metri e stiamo cercando riparo in una zona migliore”.

Sulle politiche migratorie l’Unione Europea è ormai allo sbando. Non esiste una visione comune. Ogni imbarcazione che arriva dall’Africa causa ignobili rimpalli di responsabilità tra nazioni. Davvero un brutto spettacolo che non fa altro che incrinare i rapporti diplomatici tra stati membri e rafforzare il consenso delle forze populiste.

F.G.

Vertice sui Migranti. Europa ancora divisa

Italian Prime Minister Giuseppe Conte talks with Foreign Minister Enzo Moavero Milanesi during his first session at the Lower House of the Parliament in RomeL’Italia, con il pressing del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, insiste nel chiedere una risposta europea alla gestione dei flussi migratori del Mediterraneo. Ma perché questa risposta arrivi, se arriverà, bisogna aspettare ancora. Di certo non c’è nulla di decisivo, né sulla questione dei porti di sbarco delle missioni europee, né sulla riforma del regolamento di Dublino sull’asilo. Dal vertice informale dei leader dell’Ue in programma oggi e domani a Salisburgo potrebbe arrivare qualche risposta. All’appuntamento, gli Stati del Vecchio Continente si presentano ancora una volta divisi.

Delle questioni poste in discussione, nel recente incontro a Roma, Conte ne ha parlato con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il cui Paese ha fino a dicembre la presidenza di turno dell’Unione. Kurz, dopo avere incontrato Merkel e Macron, a Roma ha fatto l’ultima tappa del suo tour organizzato per tastare il polso dei diversi Paesi in vista del vertice. Conte lo ha incalzato: “Se non vogliamo un altro caso Diciotti abbiamo bisogno di una risposta europea”. Conte ha anche ribadito al premier austriaco la posizione fortemente contraria dell’Italia su un’altra questione: quella dei doppi passaporti che Vienna vorrebbe per i cittadini altoatesini di lingua tedesca e ladina. Sulle migrazioni, il premier italiano ha ribadito la richiesta di più investimenti in Nord Africa e di rivedere le missioni europee, per far sì che anche i porti di altri Paesi rivieraschi siano coinvolti negli sbarchi. Kurz ha sottolineato ancora una volta la necessità di rafforzare quanto prima Frontex, l’agenzia Ue per il controllo delle frontiere, come propone la Commissione europea, anche se l’idea ha già suscitato perplessità in vari Stati membri. Nel blocco dei Paesi Visegrad, ad esempio, nel mirino delle critiche c’è sia il rafforzamento del mandato dell’agenzia perché svolga compiti all’interno dei Paesi, sia il fatto di destinarle più finanziamenti. La Repubblica Ceca ha già dichiarato: “Meglio dare i fondi direttamente agli Stati”.

I capi di Stato e di governo dell’Ue parleranno del punto specifico di Frontex in una discussione ad hoc prevista per domani durante il vertice in Austria. Gli altri dossier relativi al nodo delle migrazioni saranno invece affrontati già stasera a cena. Ma secondo fonti europee non c’è da attendersi alcuna svolta o passo in avanti. L’unica speranza potrebbe essere quella di recuperare un clima costruttivo, come ha chiesto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il quale ha ammonito: “La crisi rimarrà irrisolvibile finché ci sarà qualcuno che non vuole risolverla e che di fatto la usa per i propri tornaconti di consenso”. Nei palazzi delle istituzioni europee è palpabile il fastidio nei confronti di certe prese di posizioni muscolari contro l’Ue. Anche il ministro degli Esteri, Moavero, volato a Bruxelle per una riunione del Consiglio Affari Generali, ammettendo che il clima non sia dei migliori per una soluzione condivisa, sui migranti ha detto: “Siamo molto divisi, anche aspramente. Ma si tratta di una questione reale, politica e concreta, con un’incidenza sui flussi elettorali”. Un tema, insomma, su cui potrebbe giocarsi una buona fetta di campagna elettorale per le europee in calendario la prossima primavera.

In concomitanza dell’incontro di Salisburgo, l’Unione Africana ha espresso ‘sconcerto’ per le frasi del vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’Organizzazione Africana, in un comunicato ha scritto: “Nella recente conferenza a Vienna ha paragonato gli immigrati africani agli schiavi. L’Unione Africana chiede al vice premier italiano di ritirare la sua sprezzante affermazione sui migranti africani”. Già nei giorni scorsi il ministro aveva tuttavia precisato il senso della sua frase spiegando di non aver mai definito schiavi i migranti.

L’ufficio stampa del ministro Salvini aveva scritto: “E’ necessario smentire seccamente alcune ricostruzioni della stampa internazionale, secondo le quali il ministro Salvini avrebbe definito ‘schiavi’ gli immigrati africani. Come è facilmente verificabile dai numerosi video e dalle dichiarazioni del ministro, Salvini non ha mai insultato gli africani, ma anzi ha censurato l’idea di farli arrivare in Europa per costringerli a lavorare e/o a vivere in condizioni così degradate da ricordare, appunto, la schiavitù. Esattamente il contrario di quanto riportato da alcuni organi di informazione stranieri”.

Criticando la posizione del vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini sulla questione dei migranti, nel comunicato dell’Organizzazione Africana si legge anche: “L’Unione Africana invita l’Italia a seguire l’esempio e sostenere altri Paesi membri dell’Unione europea, come la Spagna, che hanno dato sostegno e protezione ai migranti in difficoltà, indipendentemente dalla loro origine e status legale, prima che il loro status per l’ammissione venisse determinato. L’emigrazione dall’Italia, negli ultimi due secoli, è stata il più importante caso di migrazione di massa nella Storia moderna dell’Europa, poiché dal 1861 al 1976 oltre 26 milioni di persone hanno lasciato il Paese e l’Italia ha beneficiato grandemente di questa gigantesca diaspora attraverso le rimesse e il commercio”.

Domani sapremo come si concluderà il summit europeo a Salisburgo. Ma sembrerebbe che non ci saranno passi avanti nella UE per regolamentare un fenomeno che è sempre esistito tra i diversi popoli della terra e che l’Italia aveva ottimamente risolto con la legge ‘Martelli’.

Salvatore Rondello

Libia, ambasciata aperta e smentito intervento italiano

The tricolor flag is flown back to the Italian Embassy in Tripoli today, September 2, 2011 ANSA/CIRO FUSCO

The tricolor flag is flown back to the Italian Embassy in Tripoli today, September 2, 2011
ANSA/CIRO FUSCO

L’ambasciata italiana rimane aperta, ma una parte del personale che vi lavora e alcuni italiani che lavorano nella città sono stati evacuati. “Siamo pronti ad ogni evenienza, reagiamo in modo flessibile”, spiegano fonti della Farnesina.
Fonti della ministero della Difesa hanno assicurato che i militari italiani nel paese stanno bene e in sicurezza e che nessun problema è riscontrato all’ospedale da campo a Misurata. La ministra Elisabetta Trenta sta seguendo costantemente l’evolversi dei fatti, anche perché proprio stamattina sono caduti diversi colpi di mortaio e sono avvenuti violenti scontri nella zona di Alhadba Alkhadra, poco distante dalla sede diplomatica di Roma.
Nel frattempo una nota di Palazzo Chigi smentisce categoricamente “la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia. L”Italia – si legge – continua a seguire con attenzione l”evolversi della situazione sul terreno e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché l”invito a cessare immediatamente le ostilità assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito”. Rassicurazioni arrivano anche dall’Eni che fa sapere tramite un portavoce del gruppo italiano aggiungendo che in Libia lavora solo personale locale: “Al momento l’attività si svolge regolarmente e non c’è personale espatriato a Tripoli”.
La situazione però è nel caos e nella capitale gli scontri tra le milizie proseguono da ormai oltre una settimana e il tentativo del premier Fayez al-Sarraj, che proprio per fermare le violenze ha dichiarato lo stato di emergenza, non ha sortito effetto. Il governo di Accordo Nazionale della Libia, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, è sotto assedio. La Settima Brigata, che riunisce tribù vicine all’ex regime di Gheddafi e ora legate al maresciallo Khalifa Haftar, avanzano verso il centro della città. Secondo alcune indiscrezioni, proprio il Generale della Cirenaica, avrebbe l’appoggio dei francesi. “La Francia, storicamente, agisce fuori dai propri confini perseguendo gli interessi nazionali, anche andando contro, come in questo caso, a quelli della coalizione di cui fa parte – spiega Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali, su Il Fatto Quotidiano – un atteggiamento più spregiudicato che l’Italia, invece, non ha mai avuto”.
Ma in realtà l’uomo forte di Bengasi non ha mai fatto mistero di voler riprendere il controllo della Libia contro la Comunità internazionale, rappresentata in quel territorio dall’Italia. Il Generale non sembra aver gradito la recente missione a Tripoli del ministro Salvini. In quell’occasione, il titolare del Viminale ha fatto una apertura di credito totale a Serraj e ai suoi uomini, promettendo mezzi alla Guardia costiera fedele al governo di Tripoli, e garantendo che una parte delle risorse finanziarie del Africa Fund Ue. Mentre Macron pochi mesi prima aveva dato maggior credito all’uomo della Cirenaica che nel vertice di Parigi del 29 maggio, aveva invitato sia il presidente al Sarraj sia il Generale Haftar dando lo stesso ‘valore’ ad entrambi e alle loro istituzioni.

Macron, il sistema francese e le riforme istituzionali

macronProseguono, con il secondo appuntamento, la serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

La stabilità e la coerenza della forma di governo e del sistema elettorale rappresentano degli elementi fondamentali per garantire la funzionalità e un alto rendimento delle democrazie rappresentative.

Oggi, mi occuperò della forma di governo semipresidenziale e del sistema elettorale francese da lungo tempo considerati, da diversi politici e studiosi, Giovanni Sartori in primis, come un modello da seguire per la stabilità e la governabilità.

Il termine semipresidenzialismo fu coniato, nel 1978, dal politologo Maurice Duverger. Venne introdotto in Francia dal generale Charles De Gaulle, con la Costituzione del 1958 che inaugurò, in un contesto di crisi politica e nel pieno della guerra d’Algeria, la Quinta Repubblica.

La forma di governo francese è una repubblica semipresidenziale: un sistema nel quale il Presidente della Repubblica viene eletto direttamente dai cittadini e, forte della legittimità popolare, gode di ampi e reali poteri quali la scelta e la revoca del Primo Ministro, nonché lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, ovviamente, nei limiti costituzionali; il Primo Ministro necessita, insieme all’esecutivo, del voto di fiducia e di una maggioranza nell’Assemblea Nazionale.

Nella Quinta Repubblica, il potere legislativo spetta alle Assemblee Parlamentari. L’Assemblea nazionale ha il compito, con il Senato, di approvare le disposizioni legislative.

Il bicameralismo è differenziato e razionalizzato, l’Assemblea Nazionale ha un ruolo preminente rispetto al Senato. Tra queste funzioni si evidenzia come il primo ministro debba avere la fiducia, o il tacito assenso, dell’Assemblea Nazionale, così come solo i deputati possono presentare una mozione di censura al Governo.

Il potere esecutivo è bicefalo, cioè condiviso tra il capo del Governo e il capo dello Stato. Questa caratteristica del semipresidenzialismo “ad assetto variabile” può comportare la coabitazione: l’elezione di un Presidente della Repubblica di un partito e la vittoria, in termini di seggi, alle elezioni legislative di un partito diverso.

Questa situazione, verificatasi diverse volte, ha comportato il successo o meno di una Presidenza.

A questo proposito, è evidente che esistono differenti margini di azione di cui può disporre il Capo dello Stato: da un verso lo stesso colore politico permette l’esercizio di poteri decisionali in capo al presidente e relega il primo ministro ad un ruolo tendenzialmente secondario (come avviene con l’attuale presidenza di Emmanuel Macron); dall’altro, in caso di coabitazioni di maggioranze non coincidenti, il presidente e il primo ministro tendono a bilanciarsi a vicenda e ad essere rigidamente rispettosi della divisione dei poteri.

Proprio al fine di rendere difficile la coabitazione, dalle elezioni del 2002, il mandato presidenziale è stato ridotto a cinque anni, la durata di una legislatura, e le elezioni presidenziali si svolgono poco prima delle elezioni legislative; in questo modo, sfruttando un cosi breve periodo tra le due elezioni, risulta più difficile che gli elettori scelgano, in maggioranza, schieramenti opposti tra loro.

Il sistema elettorale è fortemente legato a quest’assetto costituzionale.

Si tratta di un maggioritario a doppio turno, sia per le elezioni presidenziali che per le elezioni legislative: se, al primo turno, un candidato ottiene il 50% più uno dei voti nel collegio, si aggiudica il seggio; viceversa, se nessun candidato raggiunge questa percentuale, si tiene un secondo turno in cui partecipano i candidati che hanno ottenuto oltre il 12,5% dei consensi alla prima tornata elettorale.

L’unica eccezione è rappresentata dalle elezioni al Parlamento europeo, dove è utilizzato il sistema proporzionale con sbarramento di lista al 5%.

Durante l’ultima campagna presidenziale nel 2017, Macron ha promesso l’avvio di un’incisiva stagione riformatrice; nell’aprile di quest’anno, il primo ministro francese, Edouard Philippe, ha esposto le linee generali del progetto di riforma istituzionale.

La riforma è suddivisa in tre differenti testi: un progetto di revisione costituzionale, una legge organica e una legge ordinaria.

Su alcune proposte di modifica, come la riforma del Consiglio supremo della magistratura si registra un ampio consenso; viceversa, sulle proposte più pregnanti non è stato trovato un accordo con le forze politiche di minoranza.

Tra queste proposte troviamo: la riduzione del 30 per cento del numero dei senatori e dei deputati (244 senatori rispetto agli attuali 348; 404 deputati contro i 577 odierni). Se passasse la riforma, la Francia sarebbe considerata uno dei paesi d’Europa con il maggior numero di abitanti per parlamentare.

Un’altra proposta divisiva è l’introduzione, dalle prossime elezioni del 2022, di una quota del 15 per cento di deputati eletti con il metodo proporzionale.
La quota proporzionale unita alla riduzione del numero dei parlamentari sono le misure che, secondo i critici, maggiormente minacciano di snaturare il sistema francese, maggioritario e a doppio turno, poiché potrebbe allentare il legame tra l’eletto e il territorio.

Tuttavia sembra una preoccupazione esagerata, almeno rispetto all’introduzione di una quota proporzionale; essa può garantire una maggiore rappresentanza di forze politiche minori, come in questa fase il Partito Socialista francese, e temperare la netta sovra-rappresentazione in termini di seggi della forza di maggioranza relativa.

Un terzo elemento, molto contestato e tacciato di autoritarismo è la limitazione alla quantità degli emendamenti stabilita in base alla dimensione dei gruppi parlamentari, la proposta è stata, successivamente, ritirata.

Poche settimane fa, dopo giorni di paralisi in parlamento, in seguito al “Caso Benalla”, i lavori sul progetto di riforma della Carta fondamentale sono stati rinviati a dopo la pausa estiva.

Questo si spiega con le difficoltà della contingenza politica ma, soprattutto, perché molte delle riforme, per essere approvate, richiedono una revisione della Costituzione, quindi il voto favorevole anche del Senato che ha una maggioranza neogollista.

La modifica del sistema elettorale rientra invece in una legge ordinaria, per la quale ha l’ultima parola l’Assemblea Nazionale, dove En Marche! gode di un’ampia maggioranza.

Tuttavia, per evitare il problema del Senato, l’esecutivo potrebbe organizzare un referendum.

Potrebbe trattarsi di un azzardo: i francesi avrebbero la possibilità di esprimere un dissenso rispetto alla forza di governo, a prescindere dai contenuti della riforma. In qualche maniera, ripetendo quello che è successo in Italia con la vicenda del referendum costituzionale del 2016.

Per tutte queste ragioni, il Presidente della Repubblica non intende sottoporsi a un referendum politico preferendo per il momento tentare la strada parlamentare e trovare un accordo con il Senato.

Resta da capire se la forte personalizzazione, la leaderizzazione e il superamento di forme tradizionali di mediazione con parti sociali e soggetti politici, tratti caratteristici della scalata politica e del modo di governare incarnato da Macron, possano essere compatibili con la necessità di creare un clima di dialogo con le altre forze politiche, trovare accordi e superare in maniera condivisa le numerose criticità emerse.

Paolo D’Aleo

Tav. La Francia aspetta una risposta ufficiale

tav le maireIl ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, incontrando i giornalisti nella sede dell’Ambasciata di Francia a Roma, al termine degli incontri con il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio ed il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha detto: “Siamo pronti ad aprire delle discussioni con il governo italiano sul tema della Tav  ma aspettiamo di avere una posizione ufficiale del governo italiano. Comprendiamo perfettamente che ci possano essere dei dibattiti all’interno del governo italiano su temi che sono difficili: in palio sono questioni finanziarie molto importanti, questioni in termini di trasporto molto importanti. Sulla Torino-Lione, quindi, spetta alla parte italiana presentarci le sue decisioni. Aspettiamo che la parte italiana prenda decisioni definitive. E’ giusto che ci sia un dibattito all’interno del governo italiano. Siamo pazienti, aspettiamo di vedere quali saranno le decisioni prese dall’Italia in questo ambito. Siamo consci delle posizioni rispettive all’interno del governo italiano. Il ministro Di Maio è stato più misurato e più didattico nelle sue parole: mi ha spiegato quali erano i punti di blocco e il perché dei suoi interrogativi su questo progetto. Rispetto perfettamente questi interrogativi, sono legittimi. Gli interrogativi del ministro Di Maio sulla Torino – Lione sono legittimi. È un progetto che ha un costo di diversi miliardi di euro. Quindi è un progetto a cui bisogna garantire la redditività al contribuente. C’è sempre qualcuno che paga. Sono ministro dell’Economia francese e quindi guardo all’interesse economico del progetto ma devo anche guardare all’interesse finanziario e al costo finanziario. C’è un sostegno finanziario dell’Ue ma è garantito finora fino al 2020. A un certo punto anche il contribuente dovrà partecipare: devo quindi garantire al contribuente francese la redditività del progetto. Gli interrogativi di Di Maio non mi sconvolgono. Sono legittimi e dobbiamo parlarne insieme. La discussione è aperta e deve essere aperta”.
Il ministro dei Trasporti e Infrastrutture, Danilo Toninelli, a margine di un’audizione alla Camera ha così commentato le parole del ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire sul fatto di essere pazienti in attesa di una posizione del Governo italiano sulla Tav: “Lo giudico molto positivamente. Stiamo copiando positivamente quello che ha fatto il Governo francese un anno fa. Noi stiamo replicando. È una pazienza produttiva e costruttiva”.
Poco tempo prima, il ministro Toninelli, intervistato dalla trasmissione Agorà Estate, rispondendo ad una domanda ha affermato: “Lo sa quanto costa un chilometro di Tav? Sessanta milioni In Italia contro i venti milioni francesi. I Foietta e i Chiamparino dovrebbero rispondere a questa domanda: il differenziale di 40 milioni chi se l’è preso?”.
Toninelli, nel corso della trasmissione, ha ricordato di essere vincolato dal Contratto di governo che richiede di ridiscutere il progetto nell’ambito degli accordi con la Francia dicendo: “Per questo ho sentito immediatamente la mia omologa francese che appena si è insediato Macron ha fatto una verifica sull’opera: ha impiegato da giugno a febbraio, io ci metterò un po’ di meno. Non vado ad incontrarmi con Foietta finché non ho i dati scientifici: di cosa parliamo? Sarei obbligato ad ascoltare esclusivamente i suoi. Noi abbiamo un contratto di governo, a cui io sono vincolato, che dice: ridiscutere integralmente l’opera nel rispetto degli accordi con la Francia. Questo sto facendo”.
Piero Fassino ha così commentato le affermazioni del ministro Toninelli: “Mi auguro che, contrariamente a quanto ha dichiarato, il Ministro Toninelli incontri al più presto il commissario Tav Foietta. Libero il Ministro di acquisire informazioni da più fonti, ma il buon senso e la ragione dicono che per acquisire informazioni si parte da chi se ne occupa, che certamente dispone di informazioni più complete di altri; e da un incontro con Foietta il Ministro acquisirà conoscenze indispensabili per le decisioni che intende assumere”.
Il ministro delle Infrastrutture, con il suo atteggiamento, ha dimostrato di non fidarsi del Commissario Foietta. Ma, al di là dei personalismi, è importante sapere quale politica per le infrastrutture intende portare avanti l’attuale governo.
Ieri, nel corso di una audizione in Commissione Lavori pubblici al Senato, il ministro Toninelli ha dichiarato: “La cifra del nostro lavoro non sarà continuare a foraggiare grandi opere mastodontiche e dispendiose, ma dotare il Paese di una rete di tante piccole opere diffuse, che servano realmente ai cittadini. Penso alla manutenzione dei ponti e delle strade, alla creazione di varianti autostradali, alla riqualificazione del tessuto urbano”.
Davanti ai commissari del Senato, Toninelli ha parlato di  fallimento della Legge Obiettivo affermando: “Un modo di intendere le grandi opere contro il quale per molto tempo è parso non ci fosse alcuna alternativa, un programma di pianificazione di opere pubbliche che è stato al centro dell’agenda anche del Governo precedente. In 15 anni, la Legge Obiettivo ha realizzato circa il 15% del programma iniziale, impiegando appena un terzo degli investimenti previsti. Il suo fallimento definitivo è stato accettato solo dopo l’ennesima sequela di scandali che ne hanno dimostrato la permeabilità rispetto alla corruzione, alla speculazione e all’infiltrazione delle attività criminali. Rispetto a questo fallimento, un Governo del cambiamento deve porsi in necessaria e decisa discontinuità: per farlo, partire da posizioni preconcette non solo non è necessario ma sarebbe deleterio. Questo Governo non può che proseguire nel solco di smantellare un modello che è già fallito e che è stato definito ‘criminogeno’. I timori paventati riguardo ai possibili effetti negativi che potrebbero derivare dall’analisi costi-benefici sulla Tav non hanno alcun fondamento, in quanto l’analisi sarà condotta nell’ambito della situazione di contesto e del quadro normativo vigente. Si tratta di un programma di elementare razionalità. Ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia è un piano del tutto analogo a quanto portato avanti dal Governo francese all’esito delle elezioni del 2017, avviando un piano di revisione delle infrastrutture sulla base della situazione di contesto e in particolare in relazione alla valutazione eminentemente politica del nuovo Governo dello stato delle finanze pubbliche. Non vi è pertanto alcuna ragione per la quale l’Italia, a prescindere dall’esito dell’analogo lavoro svolto in Francia, in applicazione del programma concordato dall’attuale maggioranza parlamentare, non ridiscuta integralmente il progetto, pur nell’applicazione dell’accordo tra i due Paesi e all’esito di una nuova valutazione complessiva di costi e benefici alla luce della situazione attuale”.
Le pesanti accuse di Toninelli ai governi precedenti meriterebbero autorevoli risposte.
Oggi, senza avere ancora ultimato l’analisi costi benefici, il ministro Toninelli si è dichiarato possibilista lodando l’intervento della Francia che, attraverso il loro ministro dell’Economia, Le Maire, ha sollecitato una risposta ufficiale dell’Italia sul proseguimento ineluttabile per il completamento della Tav Torino-Lione.

MONDO ARMATO

TRUMPIn una conferenza stampa fuori programma dopo rumors che avevano riferito di una sua minaccia a sfilarsi dall’Alleanza, il presidente americano si è detto contento dell’accordo raggiunto con i leader alleati. Ma da Fracia e Italia è arrivata subito la smentita: “Da noi nessuna spesa aggiuntiva”.

“Sono molto felice del risultato raggiunto. Molti Paesi si sono impegnati a spendere di più”, così ha detto Donald Trump in una conferenza lampo non programmata, a margine del summit Nato a Bruxelles. “Ho detto agli alleati – ha proseguito – che non ero contento delle spese della difesa. Gli Usa pagano il 90% e non è giusto, ma oggi abbiamo una Nato più forte di due giorni fa perché tutti si sono impegnati ad aumentare le spese della difesa. E anche velocemente”.

Lo ha minacciato o no, di uscire dalla Nato, è ancora un mistero, nonostante il presidente lituano e quello francese abbiano smentito. “Potrei farlo – ha rimarcato rispondendo alle domande dei giornalisti – ma probabilmente non è più necessario, perché dagli alleati sono arrivati 33 miliardi in più, un aumento degli impegni di spesa come mai prima”. Il premier italiano Giuseppe Conte, al termine del vertice Nato, ha però escluso spese aggiuntive: “L’Italia ha ereditato degli impegni di spesa per quanto riguarda il contributo alla Nato che noi non abbiamo alterato. Conte, tuttavia, ha fatto notare che “il problema posto dal presidente Trump esiste. Nel momento in cui gli Usa dicono che loro contribuiscono alle spese in modo eccessivamente gravoso rispetto agli altri altri Paesi è la realtà. Non possiamo dire che il problema non esiste, anche perché la Nato ha conosciuto un’evoluzione nel corso del tempo”. Conte infine smentisce l’ipotesi di uscita degli Usa dalla Nato: “Le mie orecchie non hanno ascoltato Trump minacciare l’uscita dalla Nato. Se poi ha fatto dichiarazioni a latere non lo so…”.

La sessione avrebbe dovuto avere come focus l’Afghanistan, l’Ucraina e la Georgia. Ma Trump è ritornato sui temi a lui più cari, twittando in prima mattinata contro la Germania, l’Europa, le spese Nato e il nodo commercio. “I presidenti” americani, twitta, “hanno provato per anni senza successo a far pagare di più la Germania e le altre nazioni ricche della Nato per la loro protezione dalla Russia” ma questi “pagano solo una frazione del costo”, invece “gli Usa pagano decine di miliardi di dollari in eccesso per sussidiare l’Europa, e perdono un sacco sul commercio!”. E prosegue: “Tutte le nazioni Nato devono rispettare il loro impegno del 2%, e questo deve alla fine salire al 4%!””, ribadendo quello che aveva già detto ieri.

Nuovo attacco alla Germania anche sul Nord Stream 2: “E per di più, la Germania ha appena iniziato a pagare la Russia, il Paese da cui vuole protezione, miliardi di dollari per i suoi bisogni energetici che derivano da un nuovo gasdotto dalla Russia. Non è accettabile!”. Macron lo ha però smentito sostenendo che non c’è stato nessun accordo.

Il nuovo numero di “K metro 0”, informazione e dibattito sui temi europei

europa“Crediamo che all’Europa servano meno “lobbisti” e più “politici”: i cittadini hanno il diritto di sapere quello che fanno i loro rappresentanti a Bruxelles, per cui occorre una maggiore comunicazione diretta da e verso i cittadini europei, anche in vista delle prossime elezioni 2019”.
Con queste parole l’editore Nizar Ramadan apre il terzo numero di “Kmetro0”, periodico cartaceo diffuso in questi giorni in tutte le sedi istituzionali e produttive del network nazionale ed europeo: un magazine dedicato a creare dibattito e riflessione “su ciò che accade nel nostro continente, sia al suo interno che nell’espressione politica che l’Unione Europea riveste, nel contesto delle altre grandi aree economiche del mondo”.

Tra gli argomenti portanti di questo numero, alcuni contributi per mettere a fuoco il tema “Migrazione – problema del secolo”, di Alessandro Cardulli, al di fuori della cronaca e delle demagogie, tra la mancanza d’ una vera politica di accoglienza europea e la necessità di fornire strumenti di conoscenza utili. Oltre a un dovuto riscontro dall’ultimo vertice di Bruxelles, “Kmetro0” ospita un report sui dati dei flussi migratori, un articolo sull’incontro di Macron col Pontefice, un’ intervista al Portavoce di Amnesty International in Italia e il parere del Responsabile del Forum Immigrazione del Partito Democratico.
Un’ intervista a Beatrice Covassi, Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, ci aiuta a monitorare lo stato di salute della costruzione europea a livello sociale, politico, economico, normativo e culturale. E per capire “da dentro” cosa sta succedendo in alcuni Paesi dell’area euro, diversi approfondimenti: dalla Francia, l’intervista all’ex ministro del Commercio, del consumo e turismo, Frederic Lefebvre; dalla Grecia, una prospettiva senza sconti sull’approccio locale alla cura dimagrante imposta in questi anni alla spesa pubblica; dall’Italia, un doveroso aggiornamento sul nuovo governo Conte e sulla linea del ministro del tesoro Tria; dalla Spagna, il nuovo equilibrio politico e la rotta europeista, guardando anche all’“eredità” di Rajoy; dalla Polonia, i segnali di crescita evidenziati dalle dichiarazioni del viceministro Marek Magierowski.

Meritano le due pagine dello Speciale di questo numero le analisi del think tank “Laboratorio Europa”, il gruppo di esperti promosso da Eurispes, il qualificato ente di ricerca presieduto da Gian Maria Fara, per fornire proposte “evolutive” alla costruzione comunitaria. “Kmetro0” ospita la sintesi di alcune di queste, relative alla costituzione del pilastro sociale comune, alla condivisione di un “nuovo contratto sui vantaggi”, a più efficaci politiche di investimenti in infrastrutture e cofinanziamenti, a un mercato bancario e finanziario unico.

Fabrizio Federici

EUROPA INCERTA

consiglio europeo

Nonostante il precedente incontro informale a sedici, si annuncia piuttosto difficile il Consiglio dell’Ue che si svolgerà oggi e domani a Bruxelles. L’Italia si presenta al vertice europeo compatta e pronta a giocarsi la carta estrema del veto se non verrà messo nero su bianco che tutti i Paesi dovranno condividere la responsabilità dei salvataggi in mare dei migranti. Il ‘modello Lifeline’ non dovrà restare un unicum, ma diventare un caso spartiacque. Del resto, il premier Giuseppe Conte, riferendo in Parlamento prima di partire per Bruxelles, lo ha detto chiaramente: “Sui migranti sono in gioco i valori dell’Europa unita”.

A poche ore dall’inizio del vertice, anche Angela Merkel, parlando al Bundestag, ha detto: “La migrazione potrebbe diventare una questione esistenziale dell’Europa. O la gestiamo o nessuno crederà più al nostro sistema di valori”. Poi ha aggiunto: “L’Italia ha diritto a che il fondo fiduciario per il Nordafrica venga finanziato meglio. E qui mancano i soldi. E questo va migliorato. Non possiamo lasciare soli i Paesi in cui si verifica la maggior parte degli arrivi. Questo è il nodo centrale del regolamento di Dublino 3”. La cancelliera ha anche sottolineato: “Chi chiede asilo non può scegliersi il Paese in cui chiederlo”. La Merkel ha fatto appello a delle soluzioni multilaterali e non unilaterali da parte dei Paesi membri.

Il governo italiano ha mostrato i muscoli, dunque, e per ridimensionare l’allarme-populismo più volte lanciato da diversi leader europei, Macron in testa, ha precisato subito: “Se i 27 non dimostrano solidarietà e condivisione, salta tutto. L’Italia farà la sua parte. L’esecutivo gialloverde, nonostante le differenze emerse in più occasioni nella sua compagine, questa volta arriva a Bruxelles compatto e pronto a parlare con una voce sola, ferma e risoluta”. Lo ha scandito chiaramente Conte in Parlamento, prima alla Camera e poi al Senato. Conte ha aggiunto: “Il vertice arriva in un momento in cui è sempre più evidente l’urgenza di rispondere agli aspetti reali della vita del cittadino con proposte concrete, senza tentennamenti e paure”. Anche Matteo Salvini ha ribadito: “Abbiamo finalmente una proposta italiana. Sarà il Consiglio europeo dove l’Italia va a sottoporre agli altri le sue proposte, non a commentare quelle degli altri. Questo è un cambiamento radicale mai vissuto negli ultimi anni”. Uniti dunque sugli obiettivi, mentre resta il doppio binario sulla comunicazione, quello più pacato e incline alla trattativa di Conte e quello più bellicoso del leader del Carroccio dall’altra. Anche oggi, Salvini è tornato ad attaccare il presidente francese dicendo: “Macron fa il matto perché è ai minimi della popolarità nel suo Paese. La carezza al Papa è una cosa che non si è mai vista”. Poi, in un’intervista alla Cnn, Salvini ha detto: “Macron parla di valori, ma è lui stesso il primo a non riconoscerli e perciò non ha lezioni da dare all’Italia”.

L’obiettivo di fondo dell’Italia è quello di aggirare il regolamento di Dublino, definito da Conte inadeguato, visto che è ormai chiaro, come hanno sottolineato fonti europee, che da questo vertice non usciranno novità su una sua riforma.

Non potendolo cambiare subito, la strategia è quella di superarlo di fatto, com’è successo oggi a Malta. Alzando il tiro, prima di tutto con la minaccia del veto, ma anche su altri dossier, come quello russo, con la decisione dell’Italia di chiedere il ripristino dei finanziamenti delle piccole e medie imprese da parte della Bei. E mostrandosi al contempo pronta, come in tutte le trattative, ad allentare la presa su alcuni temi cruciali per i partner europei, come i movimenti secondari, sui quali la Merkel si gioca il governo. Ma anche sui centri chiusi per migranti, a patto che vengano creati pure in altri paesi, come Spagna e Grecia. Una trattativa serrata nella quale le concessioni, nell’idea del governo, dovranno essere adeguatamente bilanciate con aperture anche su altri dossier, partendo dal bilancio Ue e dall’utilizzo dei fondi sociali europei da destinare al reddito di cittadinanza.

Se sui diversi temi in aula, dopo l’intervento di Conte, le critiche al governo non sono mancate, sulla necessità di superare il regolamento di Dublino l’accusa è stata piuttosto quella di aver scoperto l’acqua calda.

Matteo Renzi, parlando con i giornalisti al Senato, ha detto: “Io lo dicevo nel 2015 che andava cambiato il regolamento e proponevo la ricollocazione dei migranti. Allora Lega e 5 Stelle in Europa votarono contro queste scelte”.

Intanto, al suo primo vertice europeo, Conte si presenta annunciando l’incontro del 30 luglio a Washington con Donald Trump.

Il governo gialloverde ha deciso di affidare la replica, dopo il dibattito alla Camera e al Senato, a Paolo Savona, il ministro più temuto dall’Europa e dai mercati, che, parlando in Parlamento per la prima volta dalla sua nomina, ha assicurato: “Il governo sta scrivendo una nuova storia, conducendo una battaglia civile”.

Il messaggio agli italiani è chiaro: questo governo sta riuscendo dove altri governi hanno fallito. Presto sapremo le conclusioni del summit della Ue. Inoltre, le dodici motovedette donate dall’Italia alla Libia, come ha dichiarato Salvini, serviranno a fermare la scandalosa e disumana emigrazione di massa afro-asiatica?

Salvatore Rondello

Pittella: “Il Psi può dare un contributo al Pd”

“La disfatta elettorale del 4 marzo è stata causata anche da ragioni che vanno oltre i confini italiani. Una globalizzazione non governata, le politiche di austerità, il nodo migranti. Bisogna ora preparare una risposta forte”. Gianni Pittella, senatore del Partito Democratico, già Capogruppo S&D al Parlamento Europeo, risponde a un’intervista dell’Avanti! sulla debacle elettorale del 4 marzo, sulla crisi che attraversa il PSE, sulla possibile unità dei socialisti e sulla fase istituzionale di stallo per la formazione del Governo. “Sarebbe un errore gravissimo se il Pd uscisse dal PSE: bisogna invece allargare i confini alle associazioni che si battono per i diritti civili, ai movimenti anti-austerity e ai movimenti contro Orban e Kaczyński”. Sull’unità dei socialisti aggiunge: “Nel Pd dovrebbero esserci più socialisti e più idee socialiste, mi batterò per questo. Il Psi di Nencini può avere un ruolo importante nel Pd”.

pittellaSenatore Pittella, il 4 marzo gli italiani hanno fatto una scelta precisa. Hanno ‘premiato’ le forze euroscettiche e populiste. Si dice che la sinistra non sia riuscita a interpretare il disagio, i ‘nuovi bisogni’ e che ci sia stato uno scollamento con il suo elettorato storico, la base. Perché? Dove hanno sbagliato il Pd e il centrosinistra?

Quello che è avvenuto nel nostro Paese è già accaduto in precedenza in altre parti del mondo, purtroppo il 4 marzo non abbiamo assistito a fenomeno soltanto italiano. Penso agli Usa, dove c’è Trump, un presidente che nessuno immaginava potesse vincere le elezioni, penso all’esito inaspettato del referendum sulla Brexit nel Regno Unito, penso a Le Pen in Francia che prende percentuali enormi di consenso mentre il Partito socialista francese quasi scompare. Ci sono almeno tre cause che hanno portato alla disfatta del centrosinistra in Italia e non solo.

La prima, una globalizzazione non governata che ha portato grandi vantaggi per alcuni e grandi svantaggi per altri. E gli svantaggiati non sono stati difesi dalle forze progressiste e socialiste non solo italiane, ma europee e mondiali. Seconda, la politica di austerità ha pesato tantissimo, ha creato disoccupazione e un preoccupante crollo imprenditoriale. A tutto questo non c’è stata una capacità di reazione. Soltanto il governo Renzi e il governo Gentiloni sono riusciti, insieme a noi, a mitigare le politiche di austerità applicando l’alleggerimento e la flessibilità del patto di stabilità. Ma non siamo stati capiti. La terza questione è quella dei migranti, che è una questione che incide sul ‘sentiment’ dei cittadini: noi non possiamo rinunciare ai nostri principi, ai nostri valori di accoglienza e solidarietà. Bisogna prendere atto che nella gente c’è un sentimento negativo, perché si tende a identificare nel migrante un potenziale attentatore alla sicurezza, che viene messa in discussione da molti episodi che coincidono, nell’immaginario collettivo, con l’ondata migratoria che c’è stata verso l’Italia e altri paesi del mondo.

Su queste tre questioni bisogna preparare una risposta forte, che sia più ‘appetibile’ per i cittadini. Lo ribadisco: senza mai rinunciare ai nostri valori e alle nostre idee.

Lei faceva riferimento a chi è stato svantaggiato dagli effetti di una globalizzazione non governata, che non sono stati difesi dalle forze progressiste e socialiste anche europee. È un dato di fatto che il Pse stia attraversando una crisi profondissima. Qualcuno, nel Pd, qualche settimana fa paventava l’uscita del Partito Democratico dal PSE per ‘guardare’ a Macron. È questa la risposta giusta?

No, sarebbe un errore gravissimo. Perché il problema di fondo è dare risposte a quelle questioni urgenti di cui parlavo prima. E la risposta non è nell’area liberal che sposa, sul piano economico, ricette liberiste. Con Macron, con il quale ci sono punti di convergenza, si può discutere di europeismo e dell’idea di una più forte integrazione europea. Ci sono però punti divergenti sulle questioni sociali e del welfare, come l’attenzione alle fasce più deboli della società che è la funzione primaria che svolge la sinistra progressista. Quindi, collaborazione sì, senza mai smarrire il nostro campo, la nostra bussola: il campo socialista.

Quel campo dunque va allargato?

Certamente. Non possiamo rimanere chiusi nei recinti storici della ortodossia socialista. Quel campo può sicuramente contenere altre esperienze: penso ai movimenti anti austerity che ci sono in Europa, ai tanti movimenti per la difesa dei diritti civili, penso ai movimenti per battere Jarosław Kaczyński in Polonia e Viktor Orbán in Ungheria. Ci stono tante aree a cui possiamo aprire il nostro Partito socialista europeo ma quello che non possiamo fare è andarcene noi.

Allargare il campo socialista in Europa dunque. E in Italia? Pochi giorni fa si sono riuniti “Lab Dem”, “D&S Democratici e Socialisti” e la Fondazione Saragat per un ‘percorso comune’ nel nome dei valori socialisti. La settimana scorsa il segretario del Psi Nencini si è fatto promotore di un appello a tutti i socialisti dove emergeva la necessità di dar vita ad una “concentrazione repubblicana” socialista, laica, democratica. Continua dunque la diaspora socialista o può davvero nascere un nuovo soggetto politico per combattere destre e populismi?

Io parlo per me naturalmente. Il mio partito è il Partito Democratico. Ma vorrei che fosse più socialista e vorrei che ci fossero più socialisti e più idee socialiste. Quello è il partito nel quale io voglio continuare a lavorare e a battermi per queste ragioni. E lo farò sul tema di un rinnovato socialismo. Oggi più che ieri serve quella grande idea di socialismo, che si traduce nei valori di libertà, equità, uguaglianza. I compagni socialisti nel Psi di Nencini potrebbero svolgere un ruolo importante nel Pd. Non vuole essere naturalmente una interferenza la mia, poiché sono scelte che devono essere maturate in maniera autonoma. Con Tommaso Nannicini, la Fondazione Saragat, Lab Dem vogliamo dire che nel Pd c’è un punto di riferimento autenticamente socialista che vuole e può dialogare con chi sta dentro il Pd e chi sta fuori il Pd ma condivide l’impianto e l’idea di rilanciare una proposta socialista. Per l’Italia e per l’Europa.

Cosa pensa di questa fase di stallo politico e istituzionale e della possibile nascita di un governo giallo-verde?

I cittadini hanno consegnato – seppure a metà – la vittoria a M5S, a Salvini e al centrodestra. È giusto dunque che provino a fare un Governo ma facciano presto per il bene del paese. È una vergogna quello che sta succedendo in queste ore. Continuano a ripetere che sono i campioni della trasparenza e invece stanno conducendo trattative opache, tra l’altro con procedure ai limiti del rispetto Costituzionale e del Presidente della Repubblica. Facciano in fretta, il Paese ha bisogno di un governo. Noi faremo un’opposizione attenta ai singoli dossier e alle singole proposte. Per il bene dell’Italia.