Trump, Putin e le nuove relazioni multilaterali

trump putinLe alleanze internazionali, che hanno garantito pace e stabilità per un cinquantennio, sembrano spazzate via dalle misure isolazioniste prese dall’Amministrazione americana, guidata dal Presidente Donald Trump. Ormai nessun commentatore si stupisce, più di tanto, delle affermazioni del tycoon. Alla Cbs News, a proposito del ruolo degli Usa nello scacchiere globale, Trump ha affermato: “penso che abbiamo molti nemici, credo che l’Unione europea sia un nemico per quello che fa a livello commerciale. La Russia è un nemico per certi aspetti, la Cina è un nemico economicamente. Certamente sono nemici, ma questo non significa che siano cattivi. Non significa niente, significa che sono competitivi”.

Leggendo queste dichiarazioni, si comprende il recente attivismo delle Istituzioni europee, i cui massimi rappresentanti, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno incontrato la delegazione cinese e, in seguito, hanno partecipato alla firma dell’Economic Partnership Agreement tra Ue e Giappone.

Entrambi gli avvenimenti rappresentano una forte risposta dell’Europa al protezionismo americano e al “ritrovato feeling” tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Emerge la necessità, da parte dell’Ue, di ritagliarsi uno spazio autonomo dallo storico alleato, che mai come adesso risulta ondivago e contraddittorio nello scacchiere internazionale. Anche per questo, in patria, il presidente Trump viene fortemente criticato dal mondo dell’informazione e, in modo bipartisan, da esponenti democratici e repubblicani.

Le nuove relazioni multilaterali dell’Unione Europea guardano ad Oriente, ai mercati asiatici e alle enormi opportunità offerte dalla Cina e dal Giappone. Dell’Accordo di partenariato economico con il Giappone, firmato il 17 luglio, a Tokyo, si è scritto, anche sul nostro quotidiano, sottolineando come questo sia il più rilevante trattato mai negoziato tra le due aree economiche.

In esso si prevede la graduale eliminazione dei principali dazi sulle importazioni: il Giappone li toglierà sul 94% dei prodotti esportati dall’Unione europea, mentre quest’ultima cancellerà le imposte sul 99% delle merci giapponesi.

Tuttavia, quest’accordo ha suscitato diverse criticità, ad esempio da parte dell’intergruppo “No Ceta”, costituitosi nelle assemblee parlamentari italiane della passata legislatura e formato da esponenti di tutti gli schieramenti, cosi come è stata espressa contrarietà da Greenpeace e da altre organizzazioni sociali.

Secondo i critici, l’accordo tutelerebbe un modesto numero di denominazioni di origine, non proteggendo, sufficientemente, il Made in Italy. Inoltre, si critica il controllo inadeguato che l’Unione Europea sarebbe legittimata a fare sulle importazioni di prodotti alimentari giapponesi, con il rischio della presenza di Ogm.

Infine, si accusa l’accordo di abbassare le tutele sul lavoro, poiché il Giappone non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia specializzata dell’ONU che si occupa di promuovere i diritti umani e la giustizia sociale con una particolare attenzione al tema del lavoro, in tutti i suoi aspetti.

Queste obiezioni dovranno essere affrontate per evitare che gli accordi si rivelino infruttuosi o, peggio ancora, controproducenti per le produzioni locali e i mercati europei.

Per quel che riguarda il ventesimo summit Ue-Cina, si è concordato di sviluppare ulteriormente la partnership strategica, tramite una serie di misure connesse ai “cambiamenti climatici e all’energia pulita”. In conclusione del summit è stata firmata, dai leader Ue e dal premier cinese Li Keqiang, una “dichiarazione congiunta” sui temi che costituiscono la partnership.

Cina e Unione Europea hanno ribadito il sostegno per la risoluzione pacifica della questione nucleare nordcoreana attraverso mezzi diplomatici e per una completa denuclearizzazione della penisola coreana; così come l’impegno a favore della piena attuazione dell’accordo nucleare in Iran.

Di contro, persistono rilevanti differenze sul tema dei diritti umani, ciò nonostante si è deciso di “intensificare gli scambi in seguito al recente dialogo sui diritti umani”.

Sui temi del summit euro-cinese, il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha dichiarato: “nello stesso giorno in cui l’Europa incontra la Cina a Pechino, il presidente americano Trump e il presidente russo Putin si parleranno a Helsinki, siamo tutti consapevoli del fatto che l’architettura del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Ed è nostra responsabilità comune fare che sia un cambiamento per il meglio”.

Tusk ha ricordato, “che il mondo che per decenni abbiamo costruito, a volte con contrasti, ha portato la pace per l’Europa, lo sviluppo della Cina e la fine della Guerra fredda. E’ un dovere comune non distruggere quest’ordine, ma migliorarlo”.

Infine, il Presidente del Consiglio Europeo ha esortato i presidenti di Usa, Russia e Cina ad “avviare congiuntamente il processo di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, al fine di prevenire conflitti e caos”, scongiurando guerre tariffarie a favore di comuni soluzioni basate su regole eque.

Soluzioni comuni che passano dal superamento di rigidità e chiusure nazionalistiche, dall’abbandono dei sovranismi e dalla riscoperta di relazioni internazionali guidate da spirito di leale collaborazione e cooperazione.

In questo senso è preoccupante che il rapporto tra Usa e Ue si stia deteriorando, a causa della mediocrità dell’amministrazione statunitense nell’affrontare le grandi sfide geopolitiche ed emerge la necessità di un rapido cambio di passo in direzione della difesa di un rinnovato multilateralismo.

Paolo D’Aleo

Dazi, la Cina risponde a Trump

usa cinaLa Cina ha introdotto i dazi su 128 prodotti made in Usa, in risposta alle decisioni già adottate dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Lo ha riferito il ministero delle Finanze di Pechino, specificando che i dazi imposti oscillano fra il 15% e il 25%. Tra i prodotti colpiti il vino, la carne di maiale e la frutta importati in Cina dagli USA. Queste tariffe di rappresaglia, che erano state precedentemente annunciate da Pechino e che sono state stimate pari a un valore complessivo di circa 3 miliardi di dollari, sono l’effetto dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio negli Stati Uniti dalla Cina, in vigore da una settimana. Per il momento, Pechino non ha ancora annunciato ritorsioni per le ulteriori misure punitive indicate dal Presidente Trump, per un massimo di 60 miliardi di dollari. Pechino ha chiesto agli Stati Uniti di non decidere altre misure specificando di volere evitare una controversia ma di non avere paura di una guerra commerciale. Donald Trump, invece, ha annunciato di voler rincarare la dose.

Immediata la reazione delle borse che hanno reagito negativamente. Chiusura in ribasso per la borsa di Tokyo, con gli investitori innervositi dalla guerra commerciale, a colpi di dazi all’importazione, tra Usa e Cina. Il Nikkei ha ceduto lo 0,45%, chiudendo a 21.292 punti.

Oggi, avvio in calo anche per le borse europee, sotto pressione per la guerra commerciale tra Usa e Cina: Francoforte cede lo 0,77%, mentre Parigi perde lo 0,49%. Male anche Londra, in ribasso dello 0,71%.

Le altre principali borse di Asia e Pacifico hanno chiuso al ribasso  senza replicare il tonfo di Wall Street a seguito dell’inasprirsi della guerra dei dazi fra Usa e Cina, dopo le contromisure annunciate da Pechino:
Shanghai ha ceduto l’1,33%, Taiwan lo 0,61%, Seul lo 0,23% e Sidney lo 0,13%. In ribasso anche Hong Kong (-0,39%) e Mumbai (-0,18%). Positivi i futures su Wall Street, dopo lo scivolone dell’1,9% delle vigilia e del 2,7% del Nasdaq. Negativi i futures sull’Europa dopo vendite al dettaglio inferiori alle stime in febbraio in Germania ed in attesa degli indici Markit sulla fiducia dei manager del settore manifatturiero in Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e nell’Ue. Piazza Affari, in apertura, ha confermato il calo (Ftse Mib -0,37%).

Però, forse, è il caso di dire che non tutti i dazi vengono per nuocere. Da una analisi della Coldiretti su dati Istat divulgata in occasione dei superdazi cinesi nei confronti di 128 beni importati dagli Stati Uniti, il vino italiano potrebbe avvantaggiarsi della  guerra commerciale tra Usa e Cina dopo che le nostre esportazioni vinicole nel gigante asiatico hanno raggiunto il massimo storico di oltre 130 milioni di euro nel 2017, grazie all’aumento su base annua del 29%.

Secondo la Coldiretti: “Gli Stati Uniti hanno esportato vino in Cina per un valore di 70 milioni di euro in aumento del 33% nel 2017 e si collocano al sesto posto nella lista dei maggiori fornitori, immediatamente dietro all’Italia. Per effetto di una crescita ininterrotta nei consumi la Cina è entrata nella lista dei cinque Paesi che consumano più vino nel mondo ma è in testa alla classifica se si considerano solo i rossi. Un mercato dunque strategico per i viticoltori italiani mentre per quanto riguarda la frutta fresca l’Italia può esportare al momento in Cina solo kiwi e agrumi anche se il lavoro sugli accordi bilaterali per pere e mele è ad uno stadio avanzato e potrebbe aprire opportunità, dopo lo stop alle forniture statunitensi. Si tratta di superare barriere tecniche cinesi che riguardano molti prodotti del Made in Italy come l’erba medica disidratata. In realtà l’estendersi della guerra dei dazi tra i due giganti dell’economia mondiale ai prodotti agroalimentare apre scenari inediti e preoccupanti nel commercio mondiale anche con il rischio di anomali afflussi di prodotti sul mercato comunitario che potrebbero deprimere le quotazioni. Una situazione che va attentamente monitorata per verificare l’opportunità di attivare, nel caso di necessità, misure di intervento straordinarie”.

Le opportunità sorte per l’Italia dalla guerra sui dazi Usa-Cina, in realtà, non riguardano soltanto l’agroalimentare ma tutto il ‘made in Italy’, per aumentare le esportazioni in Cina.

Salvatore Rondello

Made in Italy, non si ferma la fuga delle imprese

Inps

IN CALO GIORNI DI MALATTIA

Nell’ultimo quadrimestre 2017 sono calati del 13% i certificati di malattia nel pubblico impiego e del 10,6% i giorni passati a casa dai dipendenti pubblici rispetto allo stesso periodo del 2016. Sono questi alcuni dei dati registrati dal Polo unico dell’Inps per le visite fiscali dei lavoratori pubblici e privati tra settembre e dicembre scorso. Complessivamente nella Pubblica amministrazione le visite effettuate dal Polo sono ammontate a 144mila. Per quel che riguarda il settore privato, invece, i certificati medici hanno registrato un calo del 2% e i giorni di malattia del 3,3%. A presentare i dati è stato direttamente il presidente Inps, Tito Boeri, nel corso di una recente conferenza stampa.

Il Polo unico per le visite fiscali “ha scoraggiato atteggiamenti opportunistici da parte dei lavoratori” ha detto il presidente Inps, Tito Boeri, rivendicando così la funzione anti-furbetti della nuova attività dell’Istituto nazionale della previdenza sociale, estesa dal maggio scorso ai lavoratori pubblici.

“Si sono fortemente ridotte le certificazioni presentate in vista del fine settimana”, ha spiegato Boeri, ribadendo come nell’ultimo quadrimestre del 2017 i dati registrati siano stati “molto incoraggianti”. “C’è ovviamente ancora molto da imparare – ha precisato – Ci stiamo muovendo su un terreno per la maggior parte inesplorato, ma i dati indicano che l’impegno ha avuto già effetti importanti”.

A livello territoriale il numero dei certificati presentati dai lavoratori pubblici è sceso del 10% al Nord e del 14% al Centro. Il calo maggiore è avvenuto al Sud con il 16% rispetto al -4,6% del privato. Il deciso calo dei giorni di malattia del 10,6% invece è da imputare a una diminuzione dei certificati di breve durata. In termini relativi, infatti, la percentuale di lavoratori con almeno un giorno di malattia sul totale dei lavoratori passa, nel settore pubblico, dal 33% del 2016 al 29% del 2017 con una flessione di 4 punti percentuali mentre il numero dei lavoratori con almeno un giorno di malattia scende nel 2017 dell’11% nel pubblico e del 2% nel privato.

Per quello che concerne il tasso di idoneità il Polo unico dell’Inps ha registrato come ogni 100 visite effettuate nel pubblico il 38% risulti con esito di idoneità contro il 34% nel privato. Quanto al tasso di riduzione della prognosi il monitoraggio Inps certifica un livello basso sia per i lavoratori pubblici (2%) che per quelli privati (4%).

Tornando alla flessione nel numero medio dei certificati dei lavoratori pubblici l’Inps ha registrato come da 7 certificati ogni 10 lavoratori nell’ultimo quadrimestre del 2016 si sia passati a 6 certificati ogni 10 nel 2017 mentre i privati hanno confermato il dato di 4 certificati ogni 10 lavoratori. Le giornate media di malattie infine sono rimaste inalterate nel pubblico, circa 10 giorni di media, con poca differenza dal privato.

Nel settore pubblico la maggior parte delle visite, infine, sono effettuate su richiesta dei datori di lavoro, solo il 10% sono disposte d’ufficio e il tasso di idoneità è molto diverso: 40 ogni 100 visite richieste dal datore di lavoro contro 17 ogni 100 disposte d’ufficio. Un fenomeno, annota ancora l’Inps, che non si verifica per il settore privato per il quale il tasso di idoneità è molto simile nei due casi (35 quelle d’ufficio e 32 per quelle datoriali).

Agenzia delle Entrate

ARRIVANO I CHIARIMENTI SUI PIR

Arrivano i chiarimenti delle Entrate sui piani individuali di risparmio (Pir), dopo le linee guida sul regime di non imponibilità introdotto dalla legge di bilancio 2017 pubblicate ad ottobre scorso dal Mef.

L’Agenzia ricorda innanzitutto che i redditi generati dagli investimenti nei Pir non sono soggetti a imposizione, pertanto non sono tassati come redditi di capitale e diversi di natura finanziaria e non sono soggetti all’imposta di successione. La non imponibilità riguarda le persone fiscalmente residenti in Italia che conseguono redditi di natura finanziaria al di fuori dell’esercizio di un’attività di impresa. Dal punto di vista oggettivo, invece, a essere coinvolti sono i redditi di capitale e i redditi diversi di natura finanziaria. E’ vietato essere titolari di più di un Pir e il limite massimo dell’importo investito non può superare complessivamente il valore di 150mila euro, con un limite annuo di 30mila euro. Inoltre, per poter fruire del regime di non imponibilità, bisogna detenere gli investimenti per almeno 5 anni. Nel documento di prassi, l’Agenzia chiarisce innanzitutto che i derivati sono ammessi nell’ambito del Pir solo a determinate condizioni. Altra precisazione riguarda la possibilità di utilizzare il criterio del costo medio ponderato complessivo in caso di dismissione degli investimenti in alternativa al costo medio annuo previsto dalla normativa specifica.

In caso di dismissione prima del quinquennio o di mancato rispetto delle condizioni previste dalla legge, i redditi percepiti sono soggetti a tassazione secondo le regole ordinarie e senza applicazione delle sanzioni. Se l’attività viene ceduta o rimborsata, è possibile restare nel regime agevolato previsto dal Pir se entro 90 giorni viene effettuato il reinvestimento in altri strumenti finanziari, nel rispetto dei vincoli di investimento previsti dal regime. In caso di mancato reinvestimento, invece, il versamento delle imposte e degli interessi va effettuato entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui cade il termine ultimo per il reinvestimento.

Made in Italy

LA FUGA DELLE IMPRESE

Non si ferma l’ondata di delocalizzazioni da parte di aziende italiane. Fenomeno che ha visto – fra 2009 e 2015 – un aumento del numero delle partecipazioni all’estero delle imprese italiane pari al 12,7%, passando dalle 31.672 unità verso la fine del decennio scorso a quota 35.684.

E’ quanto emerge da un’elaborazione effettuata recentemente dall’Ufficio studi della Cgia su Banca dati Reprint del Politecnico di Milano e dell’Ice, che mostra anche come nel periodo preso in esame il numero di occupati all’estero alle dipendenze di imprese a partecipazione italiana è tuttavia diminuito del 2,9% (una contrazione di poco più di 50.000 unità).

Gli aumenti – Il fatturato, invece, è aumentato dell’8,3% facendo registrare un incremento in termini assoluti del giro di affari di oltre 40 miliardi di euro, toccando nel 2015 i 520,8 miliardi di ricavi per le imprese straniere controllate da aziende italiane.

Dei 35.684 casi registrati nel 2015, oltre 14.400 (pari al 40,5% del totale) sono riconducibili ad aziende del settore del commercio, per lo più costituite da filiali e joint venture commerciali di imprese manifatturiere. L’altro settore più interessato alle partecipazioni all’estero è quello manifatturiero che ha coinvolto oltre 8.200 attività (pari al 23,1% del totale): in particolar modo quelle produttrici di macchinari, apparecchiature meccaniche, metallurgiche e prodotti in metallo.

Stati Uniti – Il principale Paese di destinazione di questi investimenti sono gli Stati Uniti: nel 2015 le partecipazioni italiane nelle aziende statunitensi sono state superiori a 3.300. Di seguito scorgiamo la Francia (2.551 casi), la Romania (2.353), la Spagna (2.251) la Germania (2.228), il Regno Unito (1.991) e la Cina (1.698) .

“Chi pensava che la meta preferita dei nostri investimenti all’estero fosse l’Europa dell’Est – segnala il segretario della Cgia Renato Mason – rimarrà sorpreso. A eccezione della Romania, nelle primissime posizioni scorgiamo i Paesi con i quali i rapporti commerciali sono da sempre fortissimi e con economie tra le più avanzate al mondo”.

Statistiche – “Purtroppo – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, Paolo Zabeo – non ci sono statistiche complete in grado di fotografare con precisione il fenomeno della delocalizzazione produttiva. Infatti, non conosciamo, ad esempio, il numero di imprese che ha chiuso l’attività in Italia per trasferirsi all’estero. Tuttavia, siamo in grado di misurare con gradualità diverse gli investimenti delle aziende italiane nel capitale di imprese straniere ubicate all’estero. Un risultato, come dimostrano i dati riportati in seguito, che non sempre dà luogo ad effetti negativi per la nostra economia”.

Le regioni italiane più interessate agli investimenti all’estero sono la Lombardia (11.637 partecipazioni), il Veneto (5.070), l’Emilia Romagna (4.989) e il Piemonte (3.244). Quasi il 78% del totale delle partecipazioni sono riconducibili a imprese italiane ubicate nelle regioni del Nord Italia che, comunque, ricorda Zabeo, “presentano livelli di disoccupazione quasi fisiologici e sono considerate, a tutti gli effetti, aree con livelli di industrializzazione tra i più elevati d’Europa”.

La fuga – “Infatti – spiega – quando la fuga non è dettata da mere speculazioni di natura opportunistica, queste operazioni di internazionalizzazione rafforzano e rendono più competitive le nostre aziende con ricadute positive anche nei territori di provenienza di queste ultime”.

La Cgia comunque sottolinea come, negli ultimi anni, anche a seguito degli effetti della crisi economica, non sono poche le imprese che hanno ripreso la via di casa. Ovvero, si sono ri-localizzate in Italia. In Veneto ed in Emilia, ad esempio, vanno ricordati i casi Benetton, Bottega Veneta, Fitwell, Geox, Safilo, Piquadro, Wayel, Beghelli, Giesse e Argotractors.

Carlo Pareto

Dazi, continua la guerra tra Usa e Europa

trump dazi

Continua la guerra sui dazi tra Unione Europea e Stati Uniti dopo la decisione del presidente statunitense di imporre tasse doganali  del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio. Una misura definita dal tycoon ‘una necessità per la sicurezza’ degli Stati Uniti che, se applicata anche sull’Ue,  penalizzerebbe soprattutto i grandi esportatori come il nostro Paese.

Si stanno già delineando le prime battaglie da combattere nella guerra sui dazi. Donald Trump, sempre all’attacco, ha minacciato la Ue di tassare le auto europee ed altri prodotti se non verranno abbassate barriere e tariffe. Il presidente Usa, ha detto: “L’Unione europea, Paesi meravigliosi che trattano gli Usa molto male sul commercio, si stanno lamentando delle tariffe su acciaio e alluminio. Se lasciano cadere le loro orribili barriere e tariffe su prodotti Usa in entrata, anche noi lasceremo cadere le nostre. Grande deficit. Altrimenti tassiamo le auto, etc. Giusto!”.

L’avvertimento del tycoon è arrivato nel primo giorno di negoziati a Bruxelles tra Ue e Usa per l’esenzione dai dazi americani su acciaio e alluminio. L’approccio iniziale non è servito per ora a chiarire le prospettive per superare una eventuale guerra commerciale.

La commissaria Ue al Commercio, Cecilia Malmstroem, ha dichiarato: “Giornata di incontri a Bruxelles con il ministro giapponese Seko e il rappresentante Usa al commercio Lighthizer. Ho avuto un confronto franco con gli Usa sul serio problema dei dazi. Essendo, stretto partner sulla sicurezza ed il commercio degli Usa, l’Ue deve essere esclusa dalle misure annunciate. Non c’è ancora alcuna chiarezza sull’esatta procedura Usa per l’esenzione, le discussioni proseguiranno la prossima settimana”.

In una nota della Commissione Ue sull’incontro trilaterale Ue-Usa-Giappone sul mercato dell’acciaio a Bruxelles si legge: “Il commissario europeo per il commercio Cecilia Malmstroem ed il ministro dell’economia del Giappone Hiroshige Seko hanno affrontato con il rappresentante del commercio Usa Robert Lighthizer la questione dei dazi e hanno sottolineato la forte preoccupazione dell’Ue e del Giappone alle misure annunciate da Trump.
Malmstroem e Seko hanno sottolineato a Lighthizer la loro aspettativa che le esportazioni Ue e giapponesi verso gli Usa vengano esentate dall’applicazione dai dazi aggiuntivi, essendo l’Ue ed il Giappone partner di lunga data degli Stati Uniti. Malmstroem si è anche incontrata bilateralmente con Lighthizer per discutere ulteriormente la questione e ottenere ulteriore chiarezza sul processo che riguarda le misure annunciate da Trump. Nel corso dell’incontro i tre hanno affrontato le questioni legate alle pratiche commerciali distorsive che portano a una grave sovraccapacità produttiva globale in settori come l’acciaio, concordando ulteriori passi da compiere in questa cooperazione, come lo sviluppo di norme più severe sui sussidi industriali, il rafforzamento degli obblighi di notifica al Wto e l’intensificazione della condivisione delle informazioni sulle pratiche distorsive negli scambi commerciali”.
La Casa Bianca ha riferito che in una telefonata con Emmanuel Macron, Donald Trump ha discusso sui dazi Usa su acciaio e alluminio, sottolineando che la sua decisione è necessaria e appropriata per proteggere la sicurezza nazionale. I due leader avrebbero discusso modi alternativi per affrontare le preoccupazioni degli Usa. La Casa Bianca non ha precisato se il colloquio è stato in chiave bilaterale o più ampiamente con la Ue, responsabile della politica commerciale dei Paesi membri.

La guerra commerciale con gli Stati Uniti, secondo una analisi condotta dalla Coldiretti sulla base dei dati Istat,  metterebbe a rischio 40,5 miliardi di esportazioni Made in Italy  che hanno raggiunto nel 2017 il record storico grazie ad un aumento del 9,8% rispetto all’anno precedente”.

La Coldiretti, come già riportato in un precedente articolo pubblicato da questo giornale, ha sottolineato: “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il principale mercato di riferimento  per il Made in Italy fuori dall’Unione Europea con un impatto rilevante anche per l’agroalimentare. La nuova strategia Usa ‘America First’ sembra avere fino ad ora i primi effetti in una politica monetaria aggressiva che rischia di  costare caro all’Italia anche in campo alimentare considerato che le esportazioni di cibo e bevande sono aumentare del 6% nel 2017 per un totale di circa 4 miliardi di euro, il massimo di sempre. Gli Usa si collocano al terzo posto tra i principali ‘italian food buyer’ dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna. Il vino risulta essere il prodotto più gettonato dagli statunitensi, davanti a olio, formaggi e pasta”.

Invece, secondo il Codacons, come ha spiegato il presidente, Carlo Rienzi: “La guerra dei dazi che sta per scoppiare tra Stati Uniti ed Europea rischia di determinare una pesante stangata a carico delle famiglie italiane. Il pericolo più che concreto è che a fare le spese dei dazi siano i consumatori finali, attraverso un inevitabile rincaro dei prezzi al dettaglio in numerosissimi settori. Le industrie italiane colpite dagli effetti delle politiche protezionistiche, infatti, dovranno aumentare i prezzi per recuperare i guadagni perduti, ma soprattutto eventuali contromisure da parte dell’Ue determineranno  rincari a cascata  dei listini di una moltitudine di prodotti di largo consumo venduti in Italia e importati dagli Stati Uniti, come succo d’arancia, alcolici e dolciumi vari”.

L’eventuale ritorsione dell’Unione Europea ai dazi statunitensi, secondo le stime di Coldiretti, colpirebbe  328 milioni di euro di importazioni statunitensi annuali in Italia  che riguardano principalmente manufatti in ferro, acciaio e ghisa per 235,3 milioni, barche a vela e a motore da diporto per 31,6 milioni e l’agroalimentare per 29,6 milioni.

La richiesta di escludere l’Unione Europea dalla lista dei Paesi colpiti dai dazi su acciaio e alluminio è accompagnata infatti dalla  minaccia di ricorso al Wto  con il varo di misure di riequilibrio che colpiscono alcuni prodotti importati dagli Usa, che dovranno essere attivate entro un massimo di 90 giorni dall’entrata in vigore dei dazi americani.

In questo contesto di conflitto sui dazi, un notevole interesse merita la richiesta avanzata dalla Coldiretti per riesaminare i dazi Ue imposti alla Russia.

La Coldiretti ha ricordato che a giugno prossimo scadono le misure varate dall’UE nei confronti del Paese guidato da Vladimir Putin sotto la spinta degli Stati Uniti che ora mostrano di avere la memoria corta imponendo dazi a prodotti europei: “Dopo quasi 4 anni i cambiamenti del quadro internazionale impongono un tempestivo ripensamento delle sanzioni economiche decise nei confronti della Russia dall’Unione europea che non può sopportare il moltiplicarsi dei fronti di scontro commerciale. Le sanzioni europee hanno scatenato la rappresaglia della Russia  che ha deciso l’embargo totale per una importante lista di prodotti agroalimentari con il divieto all’ingresso di frutta e verdura, formaggi, carne e salumi ma anche pesce, provenienti da Ue, Usa, Canada, Norvegia e Australia.  Il risultato è stato che per questi prodotti agroalimentari le spedizioni italiane in Russia sono state completamente azzerate e che complessivamente le esportazioni made in Italy sono state di poco inferiori a 8 miliardi nel 2017, circa 3 miliardi in meno del 2013, l’anno precedente all’introduzione delle sanzioni. Un blocco, insomma, che è costato decisamente caro all’Italia, anche perché a questi prodotti si sono aggiunte le tensioni commerciali che hanno ostacolato, di fatto, le esportazioni anche per i prodotti non colpiti direttamente. Alle perdite dirette subite dalle mancate esportazioni italiane in Russia, si sommano poi quelle indirette dovute al danno di immagine e di mercato provocato dalla diffusione sul mercato russo di prodotti di imitazione che non hanno nulla a che fare con il Made in Italy”.

Gli investimenti statunitensi in Europa sono molteplici ed anche molto radicati nel tempo. Per esempio: Ford e General motors. Poi, solo in Italia: Ntv, Kraft, Whirpool, Azienda vinicola Ruffino, Saiwa, Conbipel, Poltrona Frau, etc.

Una domanda potrebbe sorgere spontanea: il capitale statunitense investito in Europa, appartiene, forse, soltanto agli oppositori dell’amministrazione di Donald Trump se verrebbe colpito oppure il Tycoon ha previsto anche i dazi ‘ad personam’ ?

Salvatore Rondello

Protezionismo Usa. Trump contro tutti

trump bandiera

Donald Trump con determinazione continua ad estendere il protezionismo Usa innescando reazioni a catena. Da una analisi della Coldiretti, la guerra commerciale con gli Stati Uniti mette a rischio 40,5 miliardi di esportazioni Made in Italy che hanno raggiunto nel 2017 il record storico grazie ad un aumento del 9,8% rispetto all’anno precedente. L’analisi della Coldiretti, fatta sulla base dei dati Istat, fa riferimento all’ipotesi di dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. A gennaio 2018 c’è stata una brusca inversione di tendenza con un calo dell’1,4% delle esportazioni italiane in Usa. La Coldiretti, in un comunicato, ha sottolineato e precisato: “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il principale mercato di riferimento per il Made in Italy fuori dall’Unione Europea con un impatto rilevante anche per l’agroalimentare. La nuova strategia USA “America First” sembra avere fino ad ora i primi effetti in una politica monetaria aggressiva che rischia di costare caro all’Italia anche in campo alimentare considerato che le esportazioni di cibo e bevande sono aumentare del 6% nel 2017 per un totale di circa 4 miliardi di euro, il massimo di sempre. Gli Usa si collocano al terzo posto tra i principali italian food buyer dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna. Il vino risulta essere il prodotto più gettonato dagli statunitensi, davanti a olio, formaggi e pasta”.

Anche Arinox, l’importantissimo polo industriale del gruppo Arvedi a Riva Trigoso, specializzato nella produzione di laminati di precisione in acciaio inox, rischia di essere gravemente penalizzata dai dazi proposti dal presidente Usa Donald Trump. L’impianto industriale che assieme a Fincantieri è tra i più importanti del polo industriale di Sestri Levante, del Tigullio, della Liguria e dell’Italia, ha lanciato un allarme.

Massimiliano Sacco, AD di Arinox, ha dichiarato al Secolo XIX: “Tra una fallica gara su Twitter a chi ha ‘il bottone nucleare più grosso’ con il ‘Caro Leader’ nordcoreano Kim Jong-Un e l’altra, Donald Trump ne sta combinando parecchie. Misure e provvedimenti politici che fanno discutere, ma anche commerciali, e fra questi vi è anche motivo di preoccupazione per il Tigullio. I dazi su acciaio ed alluminio proposti da Trump avranno forti ripercussioni non solo per l’Italia e l’Europa nel suo complesso, ma anche per noi e per il Tigullio.

Nel suo delirio protezionistico (già, perché tali misure forse Trump non si è ancora accorto che sono assolutamente in linea con le politiche economiche sovietiche d’altri tempi o della Cina comunista), il Presidente USA ha annunciato nuovi dazi rispettivamente del 25 e 10% sulle importazioni di acciaio ed alluminio negli Stati Uniti. Arinox stessa, per cui l’esportazione in America è una importante fetta di mercato, ha inviato una lettera, attraverso uno studio legale in loco, che fa ora parte del dossier con i pareri delle aziende allo studio del ministero del commercio statunitense”.

Se i dazi su acciaio e alluminio annunciati da Trump saranno introdotti così, senza esclusioni, avranno forti ripercussioni non solo per l’Italia e l’Europa, ma anche per il Tigullio. Nel Tigullio che punta sul turismo, ma intanto cerca di tenersi strette le sue industrie, imprenditori e dirigenti d’azienda sono sintonizzati sui canali statunitensi. Massimiliano Sacco è fra questi. Da tempo, con il gruppo Finarvedi di cui Arinox fa parte, è in attesa di conoscere le mosse degli Stati Uniti previste sulle importazioni, volute dal presidente Donald Trump per proteggere e favorire i mercati interni. Due giorni fa, la doccia fredda è arrivata. Dazi del 25 per cento sulle importazioni di acciaio e del 10 per cento sulle importazioni di alluminio. L’amministratore delegato di Arinox ha affermato: “A oggi però non sappiamo se ci sono categorie o nazioni che verranno escluse dal pagamento delle imposte doganali. Ci sono prodotti come l’acciaio al carbonio  che sono già soggette ai dazi, mentre altri, come l’acciaio inox, no. In ogni caso, quelli annunciati da Trump sarebbero in aggiunta alle imposte già esistenti. Da mesi stiamo seguendo la vicenda con molta attenzione”.

Il parere e le richieste di Arinox e di  Finarvedi a proposito dei dazi sono inserite, fra gli altri analoghi, nel dossier di 260 pagine sul tavolo del ministero del commercio statunitense. L’amministratore Sacco ha spiegato: “Ci siamo rivolti a uno studio legale americano, nostro tramite con il ministero del commercio: negli Stati Uniti funziona così. E nel documento che contiene i pareri delle aziende, c’è anche la nostra lettera presentata circa un anno fa. Ci sono due versioni del documento: una pubblica, che tutti possono richiedere e leggere; una privata che contiene dati riservati, da non mostrare per svelarli alla concorrenza. Si attende di conoscere la data in cui entrerebbero in vigore questi dazi, e se vi siano nazioni che da essi potrebbero essere escluse. È chiaro che tali draconiane imposte, esplicitamente volte a scoraggiare le importazioni in USA per favorire la produzione interna (ammesso e non concesso che questo sia l’effetto che avrebbero: anche gran parte degli economisti americani sono al riguardo assai scettici), danneggerebbero gravemente gli introiti di Arinox, e questo può scatenare una reazione a catena che si abbatterebbe sui lavoratori del Tigullio lì impiegati. Altro che nuove assunzioni. Più in generale, poi, il pericolo è anche globale: uno dei rischi è che, scoraggiate da tali dazi, le esportazioni dal sud est asiatico prendano a rimbalzare verso l’Europa. E se l’Europa dovesse cedere ad imporre misure analoghe per affrontare il problema, l’effetto domino protezionistico in totale antitesi a quella globalizzazione del mercato che proprio USA ed Europa hanno cavalcato nei passati decenni potrebbe divenire una spirale incontrollabile”.

I rapporti bilaterali tra Cina e Usa  sono tra i più importanti al mondo e la loro stabilità interessa non soltanto i due Paesi. Lo ha affermato Zhang Yesui, portavoce del Congresso nazionale del popolo. In merito ai dazi che il presidente americano Donald Trump vuole imporre su acciaio ed alluminio. Zhang ha commentato: “Se gli Usa metteranno in atto iniziative contro gli interessi cinesi, allora prenderemo le misure necessarie. La Cina non vuole alcuna guerra commerciale con Usa, ma non ignoreremo le azioni che minacciano i suoi interessi”. Le affermazioni di Zhang sono state fatte dopo che gli Stati Uniti hanno portato i dazi al 25% e al 10%, rispettivamente alle importazioni di acciaio e alluminio, avendo all’apparenza per target proprio Pechino. Il portavoce cinese ha aggiunto: “Cina e Usa hanno sistemi e culture diversi, ma questo non vuol dire necessariamente che debba esserci un conflitto”. Zhang ha messo in guardia da errori di calcolo e di giudizio che potrebbero avere pesanti conseguenze.
Zhang, infine, ha ricordato il dialogo in corso tra le diplomazie dei due Paesi. La scorsa settimana, Liu He, il più stretto advisor economico del presidente Xi Jinping e indicato come prossimo vice premier, si è recato a Washington allo scopo di provare ad allentare le tensioni. Prima di lui, a inizio febbraio, c’è stata la missione del Consigliere di Stato Yang Jiechi, il capo della diplomazia cinese.

Anche su fronte interno, negli USA sono sempre più tesi i rapporti tra Donald Trump e il suo entourage dopo lo scontro sui dazi. A minacciare le dimissioni è stato, secondo quanto riporta il Wall Street Journal, Gary Cohn, il consigliere economico della Casa Bianca. L’ipotesi è stata ventilata da colleghi e amici dell’ex banchiere di Goldman Sachs. Alla vigilia dell’annuncio del tycoon, Cohn avrebbe detto che lascerà il suo incarico se il presidente firmerò il provvedimento.

Per allentare la tensione interna, il presidente americano Donald Trump ha twittato che i dazi doganali sull’acciaio e sull’alluminio potrebbero essere modificati nel caso in cui l’America riuscisse a ottenere un Nafta nuovo e giusto. (accordo nordamericano di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico).

Trump ha scritto: “Abbiamo grandi deficit commerciali sia con il Messico che con il Canada. Il Nafta, che è al momento in fase di rinegoziazione, è un accordo cattivo per gli Usa che prevede massicci spostamenti di aziende e posti di lavoro. Le tariffe sull’acciaio e l’alluminio saranno ritirate solo con un accordo Nafta nuovo e giusto”.

L’attuale presidente degli Stati Uniti non ha ancora capito che il protezionismo è come un’arma a doppio taglio con effetti ‘boomerang’.

Salvatore Rondello

Istat, commercio estero a gonfie vele nel 2017

commercio esteroNel 2017 le esportazioni italiane sono in crescita, rispetto al 2016, del 7,4% in valore e del 3,1% in volume. Lo rileva l’Istat aggiungendo che a crescere sono anche le importazioni con +9% in valore e +2,6% in volume. L’avanzo commerciale raggiunge i 47,5 miliardi (+81 miliardi al netto dell’energia). L’espansione dell’export è da ascrivere a entrambe le aree di sbocco: +8,2% per i paesi extra Ue e +6,7% per i paesi Ue.  Si tratta della crescita più alta mai registrata dal 2011 (quando l’aumento era dell’11,4%) e il  secondo più alto mai registrato dall’inizio delle serie nel  1991.

Nel 2017, rispetto ai principali mercato di sbocco l’Istat rileva la crescita delle esportazioni verso Spagna (+10,2%), Stati Uniti (+9,8%), Svizzera (+8,7%), e  in misura minore, Germania (+6%) e Francia (+4,9%). L’Istituto di statistica segnala inoltre la forte crescita nell’anno delle vendite verso Cina (+22,2%) e Russia (+19,3%).  Nel 2017, tra i settori che contribuiscono in misura più rilevante all’incremento dell’export, sono in evidenza articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+16%), autoveicoli  (+11,3%), sostanze e prodotti chimici (+9%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+8,7%),  prodotti alimentari, bevande e tabacco (+7,5%).

L’Istat segnala anche la crescita delle vendite di prodotti delle altre attività manifatturiere (+5,7%) e macchine e  apparecchi (+5,4%). In particolare, quasi i due terzi delle esportazioni agroalimentare (26,7 miliardi) interessano i Paesi dell’Unione Europea. Ma gli Stati Uniti, con 4,03 miliardi di euro, sono di  gran lunga il principale mercato fuori dai confini comunitari e  il terzo in termini generali, dopo la Germania con 6,89 miliardi  di euro, la Francia con 4,53 miliardi e prima della Gran Bretagna con 3,34 miliardi.

In Cina, fa sapere la Coldiretti, si registrano grandi opportunità di crescita, per ora ferme a 448 milioni di euro, così come in Giappone e in Russia, dove però le esportazioni  restano fortemente limitate dall’embargo. Sono dati che il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, a margine di un convegno alla Camera, ha definito “significativi” per l’Italia che registra però “un  ritardo” rispetto agli altri Paesi europei. “Ieri sono stati pubblicati i dati Eurostat e c’è un ciclo positivo. Il confronto con  l’Europa ci vede però – ha concluso Alleva –  ancora in ritardo”.

A sottolineare il risultato positivo anche il ministro per il Commercio estero Carlo Calenda: “Chiudiamo il 2017 con export +7,4% più di Germania e quasi doppio rispetto alla Francia. Esportiamo 448 mld di beni. Saldo commerciale  di 47,5 mld, secondo più  alto di sempre. C’è chi parla di dazi e chi vara il piano Made  in Italy per aumentare il numero di imprese esportatrici”. vede però ancora in ritardo”.

Parla Oreste Pastorelli:
La mafia nel piatto

mercatoTra la fine del Novecento e i primi anni del Duemila la generazione dei colletti bianchi, che ha preso il potere al termine del periodo stragista e di scontro diretto con lo Stato, ha dato una nuova dimensione all’antico amore della mafia per la campagna. Così, dopo le ecomafie, ecco salire alla ribalta le agromafie. E proprio la cosiddetta “mafia nel piatto” rappresenta l’ultima frontiera di una realtà vista altre volte: occupare tutta la filiera di un settore vitale per l’economia italiana e usarla per i propri fini. E di occupazione si tratta perché questa guerra di conquista inizia dalle campagne, prosegue con la produzione e la distruzione per terminare con la vendita di prodotti alimentari che gran parte degli italiani consumano tutti i giorni, senza sapere che dietro c’è la mafia che non punta alla genuinità ma al guadagno facile grazie alla contraffazione.

Sull’infiltrazione mafiosa nel settore agroalimentare abbiamo intervistato Oreste Pastorelli, deputato e componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo.

Ecomafie e agromafie. Cosa le distingue e cosa le accomuna?
“Da tempo le mafie hanno messo nel proprio mirino sia i beni ambientali che il comparto agricolo. D’altronde, finito il periodo stragista, sono anni ormai che le organizzazioni criminali si sono infiltrate in tutti i livelli del tessuto produttivo italiano producendo fatturati enormi”.

Sono due fenomeni distinti o due facce della stessa medaglia?
“I fenomeni si sviluppano in maniera differente. Riguardo al mondo ambientale, a farla da padrone sono gli ecoreati e lo smaltimento illegale di rifiuti che le organizzazioni mafiose garantiscono a prezzi dimezzati rispetto al ciclo regolare. La spazzatura è diventato un business per la mafia già da un paio di decenni e le situazioni di degrado che viviamo quotidianamente in tante città d’Italia ne sono la prova. Diverso è il discorso relativo all’agroalimentare. Qui il vero affare è la contraffazione dei nostri prodotti d’eccellenza”.

Ci sono dati sui fatturati?
“Il danno prodotto al settore, secondo le ultime stime, si aggira intorno ai 30 miliardi di euro. Il costo di una manovra economica”.

Possiamo parlare di una nuova guerra allo Stato, silenziosa ma dai risvolti commerciali?
“E’ sicuramente una guerra allo Stato perché si froda lo Stato. Il fenomeno della contraffazione alimentare – spesso troppo sottovalutato – è molto pericoloso per la salute delle famiglie, per il danno economico e occupazionale che sta creando”.

Quanto è pericolosa la scalata mafiosa all’intera filiera agroalimentare?
“Prima di tutto, consumare un alimento contraffatto è rischioso perché di provenienza sconosciuta. Il commercio di prodotti contraffatti, poi, danneggia irreversibilmente tante aziende oneste, spesso fiori all’occhiello di interi territori, che a causa di queste truffe sono costrette a chiudere i battenti”.

Per contrastare questa guerra di conquista bastano gli strumenti legislativi, o sono già obsoleti? E quali sono le nuove misure che il Parlamento ha adottato?
“Le forze dell’ordine fanno un lavoro enorme e complicato. Certo, gli strumenti non sono mai sufficienti. Tuttavia in questa legislatura sono state attuate diverse misure innovative rispetto al passato: penso alle norme sui reati ambientali, al collegato agricolo, alle disposizioni contro il caporalato e di contrasto ai fenomeni relativi alla contraffazione”.

Il fenomeno delle agromafie riguarda solo l’Italia o coinvolge altri Stati dell’Unione europea?
“C’è da sottolineare che anche l’Europa dovrebbe fare la propria parte. Troppo spesso, infatti, Bruxelles ha strizzato l’occhio ai paesi del Nord che per ragioni di mercato interno non alzano la guardia su questo tema”.

Visto che siamo il Paese delle eccellenze agroalimentari, praticamente almeno una in ogni città e paese, tutte le regioni sono a rischio?
“Sono tantissime le realtà a rischio e gran parte delle regioni d’Italia. D’altronde le nostre specificità sono numerose e di grande fama”.

Questa presenza può incidere sul Made in Italy, può mettere in pericolo qualità e genuinità di prodotti e marchi storici? Può mettere in pericolo la tenuta di mercati già conquistati?
“Fortunatamente la domanda esterna è elevatissima e le nostre aziende esportano ancora tanto. Il problema è che la frode alimentare copre sempre più prodotti e lo fa con metodi sempre più moderni. Quindi per evitare il collasso occorre tutelare sempre di più il Made in Italy con misure strutturali che possano garantire al consumatore la genuinità del prodotto che acquista”.

Bastano leggi e regolamenti?
“Certamente no. Il nostro Paese necessita di un cambio culturale importante sotto questo profilo. Bisogna insegnare alla gente come comprare, cosa comprare e – soprattutto – cosa consumare”.

In questa legislatura, tu sei componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo. Argomenti che coinvolgono anche la filiera agroalimentare e quello che arriva nei nostri piatti tutti i giorni. Quanto ha pesato l’impegno del partito socialista in queste commissioni?
“Noi socialisti da sempre chiediamo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili, nella messa in sicurezza del territorio e nello sviluppo delle fonti alternative. In questa direzione ci siamo mossi. Abbiamo presentato una proposta di legge che prevede ingenti sgravi fiscali per chi acquista un veicolo elettrico, così come emendamenti – poi inseriti nelle manovre finanziarie – che contenevano il taglio delle emissioni di Co2 per le grandi industrie. Siamo progressisti e seguiremo sempre questo percorso. Allo stesso tempo stiamo combattendo per la difesa del Made in Italy. Con la commissione Anticontraffazione abbiamo analizzato le situazioni più critiche in Italia, non solo nel settore agroalimentare”.

Quale dovrà essere il lavoro del prossimo Parlamento?
“Il lavoro futuro dovrà proseguire su questa strada. Ripartendo dalla legislatura che, più di tutte, ha messo in campo iniziative moderne e concrete per ambiente e agricoltura”.

Antonio Salvatore Sassu

Intervista a Oreste Pastorelli: La mafia nel piatto

AgroalimetareTra la fine del Novecento e i primi anni del Duemila la generazione dei colletti bianchi, che ha preso il potere al termine del periodo stragista e di scontro diretto con lo Stato, ha dato una nuova dimensione all’antico amore della mafia per la campagna. Così, dopo le ecomafie, ecco salire alla ribalta le agromafie. E proprio la cosiddetta “mafia nel piatto” rappresenta l’ultima frontiera di una realtà vista altre volte: occupare tutta la filiera di un settore vitale per l’economia italiana e usarla per i propri fini. E di occupazione si tratta perché questa guerra di conquista inizia dalle campagne, prosegue con la produzione e la distruzione per terminare con la vendita di prodotti alimentari che gran parte degli italiani consumano tutti i giorni, senza sapere che dietro c’è la mafia che non punta alla genuinità ma al guadagno facile grazie alla contraffazione.

Sull’infiltrazione mafiosa nel settore agroalimentare abbiamo intervistato Oreste Pastorelli, deputato e componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo.

Ecomafie e agromafie. Cosa le distingue e cosa le accomuna?
“Da tempo le mafie hanno messo nel proprio mirino sia i beni ambientali che il comparto agricolo. D’altronde, finito il periodo stragista, sono anni ormai che le organizzazioni criminali si sono infiltrate in tutti i livelli del tessuto produttivo italiano producendo fatturati enormi”.

Sono due fenomeni distinti o due facce della stessa medaglia?
“I fenomeni si sviluppano in maniera differente. Riguardo al mondo ambientale, a farla da padrone sono gli ecoreati e lo smaltimento illegale di rifiuti che le organizzazioni mafiose garantiscono a prezzi dimezzati rispetto al ciclo regolare. La spazzatura è diventato un business per la mafia già da un paio di decenni e le situazioni di degrado che viviamo quotidianamente in tante città d’Italia ne sono la prova. Diverso è il discorso relativo all’agroalimentare. Qui il vero affare è la contraffazione dei nostri prodotti d’eccellenza”.

Ci sono dati sui fatturati?
“Il danno prodotto al settore, secondo le ultime stime, si aggira intorno ai 30 miliardi di euro. Il costo di una manovra economica”.

Possiamo parlare di una nuova guerra allo Stato, silenziosa ma dai risvolti commerciali?
“E’ sicuramente una guerra allo Stato perché si froda lo Stato. Il fenomeno della contraffazione alimentare – spesso troppo sottovalutato – è molto pericoloso per la salute delle famiglie, per il danno economico e occupazionale che sta creando”.

Quanto è pericolosa la scalata mafiosa all’intera filiera agroalimentare?
“Prima di tutto, consumare un alimento contraffatto è rischioso perché di provenienza sconosciuta. Il commercio di prodotti contraffatti, poi, danneggia irreversibilmente tante aziende oneste, spesso fiori all’occhiello di interi territori, che a causa di queste truffe sono costrette a chiudere i battenti”.

Per contrastare questa guerra di conquista bastano gli strumenti legislativi, o sono già obsoleti? E quali sono le nuove misure che il Parlamento ha adottato?
“Le forze dell’ordine fanno un lavoro enorme e complicato. Certo, gli strumenti non sono mai sufficienti. Tuttavia in questa legislatura sono state attuate diverse misure innovative rispetto al passato: penso alle norme sui reati ambientali, al collegato agricolo, alle disposizioni contro il caporalato e di contrasto ai fenomeni relativi alla contraffazione”.

Il fenomeno delle agromafie riguarda solo l’Italia o coinvolge altri Stati dell’Unione europea?
“C’è da sottolineare che anche l’Europa dovrebbe fare la propria parte. Troppo spesso, infatti, Bruxelles ha strizzato l’occhio ai paesi del Nord che per ragioni di mercato interno non alzano la guardia su questo tema”.

Visto che siamo il Paese delle eccellenze agroalimentari, praticamente almeno una in ogni città e paese, tutte le regioni sono a rischio?
“Sono tantissime le realtà a rischio e gran parte delle regioni d’Italia. D’altronde le nostre specificità sono numerose e di grande fama”.

Questa presenza può incidere sul Made in Italy, può mettere in pericolo qualità e genuinità di prodotti e marchi storici? Può mettere in pericolo la tenuta di mercati già conquistati?
“Fortunatamente la domanda esterna è elevatissima e le nostre aziende esportano ancora tanto. Il problema è che la frode alimentare copre sempre più prodotti e lo fa con metodi sempre più moderni. Quindi per evitare il collasso occorre tutelare sempre di più il Made in Italy con misure strutturali che possano garantire al consumatore la genuinità del prodotto che acquista”.

Bastano leggi e regolamenti?
“Certamente no. Il nostro Paese necessita di un cambio culturale importante sotto questo profilo. Bisogna insegnare alla gente come comprare, cosa comprare e – soprattutto – cosa consumare”.

In questa legislatura, tu sei componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo. Argomenti che coinvolgono anche la filiera agroalimentare e quello che arriva nei nostri piatti tutti i giorni. Quanto ha pesato l’impegno del partito socialista in queste commissioni?
“Noi socialisti da sempre chiediamo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili, nella messa in sicurezza del territorio e nello sviluppo delle fonti alternative. In questa direzione ci siamo mossi. Abbiamo presentato una proposta di legge che prevede ingenti sgravi fiscali per chi acquista un veicolo elettrico, così come emendamenti – poi inseriti nelle manovre finanziarie – che contenevano il taglio delle emissioni di Co2 per le grandi industrie. Siamo progressisti e seguiremo sempre questo percorso. Allo stesso tempo stiamo combattendo per la difesa del Made in Italy. Con la commissione Anticontraffazione abbiamo analizzato le situazioni più critiche in Italia, non solo nel settore agroalimentare”.

Quale dovrà essere il lavoro del prossimo Parlamento?
“Il lavoro futuro dovrà proseguire su questa strada. Ripartendo dalla legislatura che, più di tutte, ha messo in campo iniziative moderne e concrete per ambiente e agricoltura”.

Antonio Salvatore Sassu

Ambiente, dalle ecomafie alle agromafie

Agromafie

Dall’ambiente all’agroalimentare, da ecomafie ad agrimafie. I tentacoli della Piovra sono sempre in movimento alla conquista di nuovi settori. Che la mafia ami la campagna è cosa nota, meno nota è la nuova frontiera di questo amore, con la generazione dei colletti bianchi che punta a occupare tutta la filiera. Il settore agroalimentare, infatti, rappresenta un terreno privilegiato di investimento della malavita, anche per il riciclaggio del danaro sporco. Questa occupazione rappresenta un pericoloso impatto non solo sul tessuto economico locale e nazionale, ma anche sulla salute dei cittadini e sull’ambiente.

“La mafia nel piatto. Ovvero la penetrazione mafiosa nel settore agroalimentare” è stato anche l’argomento di un recente seminario svoltosi a Tempio, nella appena inaugurata sede sarda dell’Eurispes, che nel marzo scorso ha anche presentato a Roma il quinto rapporto “Agromafie” sui crimini agroalimentari in Italia.

L’Eurispes, Istituto di studi politici, economici e sociali, è un ente privato, fondato nel 1982 da Gian Maria Fara, che ancora oggi ricopre l’incarico di presidente, e opera nel campo della ricerca politica, economica e sociale. Dal 1989 racconta il nostro Paese attraverso il Rapporto Italia. Tra gli altri lavori citiamo il Rapporto nazionale sull’infanzia e adolescenza, il Rapporto sulle eccellenze italiane e il Rapporto sui crimini agroalimentari. Sul fenomeno della penetrazione mafiosa nel settore agroalimentare abbiamo intervistato Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes.

Che cosa si intende per agromafie?
Con il termine “agromafie” si vuole indicare la presenza delle organizzazioni criminali e mafiose all’interno della filiera agroalimentare. Nel 1993/94 insieme con i carabinieri e con Legambiente coniammo il termine “ecomafie” a seguito di una approfondita indagine che denunciava la presenza sempre più massiccia delle mafie nel settore ambientale. Con quella indagine descrivemmo, con largo anticipo, ciò che avveniva nella cosiddetta “Terra dei fuochi”. La costante azione di monitoraggio che l’Eurispes, da sempre, conduce sulla evoluzione e sui percorsi delle attività criminali ci ha fatto scoprire come nel tempo gli ecomafiosi si siano trasformati in agromafiosi.

L’ultima incarnazione della mafia in guanti gialli? O il fenomeno esiste da tempo e solo adesso ne stiamo prendendo coscienza?
Stiamo assistendo alla progressiva trasformazione delle mafie che via via abbandonano l’approccio “militare” e sposano la cultura dei “colletti bianchi”. Insomma, dal kalashnikov all’economia digitale. Non è un fenomeno nuovo ma il frutto di una deriva imboccata dopo il fallimento della strategia delle bombe e dell’attacco alle Istituzioni. Quella deriva fallì grazie alla risposta ferma dello Stato attraverso la magistratura e le forze di polizia e, non da ultimo, l’impegno di parlamento e governo. A fronte di questa reazione le mafie hanno scelto la strategia del silenzio, dell’appeasement. In altre parole, della attività “sottotraccia”.

È un fenomeno limitato, riconducibile a poche zone ben definite, o può colpire (o ha già colpito) quelle regioni a vocazione agroalimentare, in pratica tutta l’Italia?
Le mafie hanno una spiccata vocazione economica; quindi, seguono il percorso dell’economia, della finanza, insomma dei soldi e, dunque, sono presenti là dove è possibile sviluppare con la maggior convenienza gli affari. Quindi tutte le regioni, e in particolare quelle più ricche, rientrano nella loro sfera di azione.

Quali sono i settori più colpiti? O l’interesse della mafia è per tutta la filiera?
Certamente l’interesse è rivolto a tutta la filiera: dalla produzione al trasporto, dalla gestione dei grandi centri di stoccaggio e smistamento sino alla rete di vendita.

Come condiziona il mercato, dalla produzione alla vendita, questa invasione tentacolare in ogni settore agroalimentare?
Il condizionamento si esplica nel controllo della produzione attraverso lo sfruttamento della manodopera e quindi del lavoro nero e del caporalato presente sia nelle regioni del Sud sia in quelle del resto d’Italia. La mafia condiziona la definizione dei prezzi e dei tempi del raccolto. Stabilisce quali debbano essere le aziende impiegate nel trasporto delle merci. Occupa i grandi centri di smistamento. Possiede catene di supermercati utilissimi, tra l’altro, per il riciclaggio. Secondo i nostri calcoli, naturalmente approssimativi per difetto, le mafie sviluppano un giro di affari annuo di almeno 22 miliardi l’anno.

Anche la confisca dei beni dimostra la “passione” per la terra dei mafiosi. Ha dati aggiornati?
I mafiosi conservano un rapporto intenso con la terra: quasi la metà dei beni confiscati è costituito da terreni e aziende agricole (circa 30.000).

Ma chi difende il Made in Italy, le produzioni doc, dop, tutte le eccellenze dell’agroalimentare italiano?
La produzione agroalimentare italiana è, in generale, di alta qualità quando non d’eccellenza, e occorre anche dire che è forse la più sicura al mondo. Le nostre produzioni sono super controllate (Nas dei carabinieri, guardia di finanza, Istituto repressione frodi, Istituto superiore di sanità, Asl, uffici d’igiene, etc.). Cosa che non accade, almeno con la stessa solerzia e intensità negli altri Paesi, anche in quelli dell’Unione. Il problema è dato dalla falsificazione o imitazione dei nostri prodotti nel mondo ovvero quello che è comunemente chiamato Italian sounding che produce un giro d’affari di almeno 60 miliardi di euro l’anno. Fenomeno del quale sono naturalmente protagoniste anche le mafie. Da tempo noi, anche attraverso il Rapporto sulle Agromafie, sollecitiamo l’avvio di un processo che porti alla identità certificata delle singole produzioni utilizzando le tecnologie che vengono oggi già utilizzate, per esempio, per le confezioni dei medicinali.

Come informare in maniera più completa i consumatori sui rischi che si corrono?
Su questo fronte non si fa ancora abbastanza. Bisogna far capire ai consumatori che esiste un rapporto diretto tra prezzo e qualità. Quando vediamo, sullo scaffale del supermercato, una bottiglia di olio “extravergine” di oliva a poco più di tre euro, dobbiamo avere la consapevolezza di trovarci di fronte a un prodotto di scarsissima qualità, di dubbia origine, frutto di una produzione industriale, e di processi chimici al limite del lecito.

Come combattere questo antico ma nuovo fenomeno dell’agromafia? Che provvedimenti dovrebbe prendere il parlamento?
Come dicevo prima, le mafie hanno una chiara vocazione economica. Il loro obiettivo primario è sempre quello dell’arricchimento, quindi, cercheranno in tutti i modi di penetrare in quei settori produttivi o dei servizi che non conoscono crisi. Il settore sanitario e quello della produzione agroalimentare sono tra questi. Crisi o non crisi, nessuno può rinunciare a curarsi e tutti ci metteremo a tavola almeno due volte al giorno. Le leggi ci sono e sono sufficienti. Magistratura e forze dell’ordine sono molto attive su questo fronte. Quel che occorre è non abbassare la guardia e seguire con grande attenzione i percorsi, le alleanze, le trasformazioni e gli obiettivi delle organizzazioni criminali.

In chiusura, due parole sul convegno di Tempio, al quale ha partecipato anche Gian Carlo Caselli, in qualità di presidente dell’Osservatorio sulle agromafie, ed ex procuratore capo di Palermo e Torino. Perché, appunto, questo convegno? Come ha reagito il pubblico? Contate di farne altri anche in altre regioni?
Il convegno di Tempio rientra all’interno di un programma di sensibilizzazione sul problema della penetrazione della criminalità nella filiera dell’agroalimentare ed è stato realizzato nella sala conferenze della nostra sede regionale sarda e ha visto la partecipazione di circa 800 persone e di numerose autorità civili e rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine, come Gian Carlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare fondato cinque anni fa da Eurispes in collaborazione con Coldiretti. Quella è stata la prima presentazione, ne sono previste altre ancora in diverse regioni. L’obiettivo è quello di informare e di dare un contributo di conoscenza che serva a far crescere la sensibilità e l’attenzione su temi, a nostro parere, decisivi. Il pubblico ha reagito in modo fortemente positivo, soprattutto quella parte costituita dai giovani delle scuole presenti. E questo lascia ben sperare.

Antonio Salvatore Sassu

A Bari i 125 anni di storia socialista

camera conferenza stampa tagliata“A ben guardare siamo l’unica forza politica che nasce più o meno nei giorni in cui nasce l’unità d’Italia. A Bari presenteremo una storia degli anni che vanno dall’800 a oggi. Tutte le leggi e tutte le battaglie civili che hanno reso l’Italia più libera portano la firma, nelle piazze e nei Parlamenti, delle tante anime del socialismo italiano. A cominciare dalle otto ore di lavoro, alle prime proposte sul divorzio fino alle prime misure prese in età giolittiana per garantire uno stato sociale. La prima legislatura che protegge i minori porta la firma dei parlamentari socialisti nel primo novecento”. Sono le parole con cui Riccardo Nencini ha aperto la conferenza stampa di presentazione della due giorni di Bari che si aprirà giovedì prossimo in cui i socialisti celebreranno i 125 anni di storia del socialismo italiano. “Non siamo nati ieri. Siamo l’unico partito che rappresenta per intero la storia d’Italia, la storia di un popolo”. Ha detto ancora il Segretario del Psi, Riccardo Nencini.

Alla conferenza stampa, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, hanno partecipato parlamentari e dirigenti del Psi, tra i quali  Pia Locatelli, Oreste Pastorelli, Enrico Buemi, Gian Franco Schietroma, Maria Pisani e Claudio Altini. Storici, rappresentanti del PSE, presidenti di fondazioni e associazioni, Claudio Martelli, Ugo Intini assieme ai tanti amministratori locali ed ai sindaci socialisti saranno impegnati in una due giorni dedicata al riformismo italiano. Ma non sarà appuntamento per parlare del passato. Anzi. Sarà un momento profondo di riflessione sul futuro e l’occasione per fare il punto sul dopo voto delle elezioni amministrative e sulle prossime sfide del centrosinistra. “Nelle radici la bussola per interpretare il futuro – ha sottolineato ancora Nencini – un’altra Europa con una politica fiscale comune ed Eurobond a sostegno dello sviluppo; ius soli ma giuramento di fedeltà alla Costituzione per i migranti che vivono in Italia; incentivi fiscali per le imprese che assumono; valorizzazione del Made in Italy. I socialisti lanceranno dalla Puglia il loro programma: elezioni a scadenza naturale, legge elettorale maggioritaria, un tavolo di tutti i riformisti che si impegni in un Patto con gli Italiani”.

Si parlerà della storia fino ai nostri giorni: “Nel secondo ‘900 la storia è più nota. A cominciare dal voto alle donne fino alle grandi riforme del primo centro sinistra fino a fatti che ormai appartengono alla storia quotidiana che risalgono al governo Craxi dal 1983 al 1987”. Una storia, sottolinea Nencini, fatta di “luci e di ombre” ma anche di grandi sconfitte. E però tutte le grandi innovazioni del ‘900 italiano passano decisamente per quella storia.

Nencini continua parlando del domani. Di quello che i socialisti proporranno all’indomani delle Primarie delle idee che ha raccolto circa 55 mila contributi. L’esito per Nencini è stato “non sorprendente, ma un esito che fa riflettere”. E spiega: “Quando leggo che ci si stupisce ancora di come il centrodestra vinca in città come Genova o Sesto San Giovanni, l’unica sorpresa è la sorpresa”. Non esistono più, spiega Nencini – zone rosse franche. “Anzi è l’esatto contrario. Ha cominciato l’Emilia Romagna parecchi anni fa. La Toscana è stata già ampiamente bucherellata”. “Se ci presentiamo ai cittadini con parole d’ordine ormai superate che non affrontano i temi caldi di questo secolo, non c’è più una zona franca che possa garantire elettoralmente il predominio”.

Il tema della sicurezza, della paura e della fragilità sociale per Nencini sono “temi propri ormai di fasce trasversali della popolazione”. Nencini spiega che con Bari i socialisti provano a “scrivere una sorta di bussola, figlia delle primarie delle idee, che consegniamo alla sinistra riformista. Una bussola fatta di pochi punti: Europa, lavoro, le nostre paure e le nostre insicurezze”.

“Difendiamo fino alla fine la norma dello Ius Soli, ma difendiamo anche la norma del giuramento alla Costituzione italiana” dice Nencin perché “serve un percorso di piena integrazione che permetta di vivere secondo i diritti e i doveri base del nostro Stato. Lo Ius Soli non può essere separato da questo”. In conclusione della conferenza stampa Nencini sottolinea tre questioni: “Si vota nel 2018. Quindi nessuna apertura a chi volesse pensare di anticipare questo termine. Secondo: il nostro auspicio per la legge elettorale è una soluzione non dissimile dal Rosatellum, che aveva un impianto maggioritario con quota proporzionale, immagino che oggi una maggioranza sia possibile anche al Senato”. “Terzo, non pensiamo ad una riedizione dell’Unione, che va da rifondazione a tutto il mondo riformista”. Ma l’alternativa all’Unione non è il nulla, è la saldatura tra pariti, tra forze riformiste, e nel centrosinistra ne sono rimaste veramente poche, e da quelle iniziare a costruire un programma e da lì un patto con gli italiani”.

Un passaggio sul centrodestra: “Ove si presenta unito, vince pressoché ovunque. È una novità rilevantissima. Fino ai giorni precedenti le elezioni questo aspetto era stato sottovalutato da tutti.

E sul centrosinistra aggiunge: “L’altro fattore, ed è l’altra novità, è che il centrosinistra si è presentato nei 4/5 dei comuni (con più di 15000 abitanti ndr), su un asse Pd – Psi, terzo ingrediente liste civiche. Non si trovano liste che fanno riferimento a Pisapia e si trova poco rappresentato il neo partito di Bersani, Articolo 1. È la conferma che non c’è bisogno di rifare l’Unione, anzi sarebbe un errore, ma tenere assieme le forze che si richiamano al socialismo europeo, aperte al mondo dei radicali, aperte alle liste civiche democratiche, continuiamo a pensare che quella sia la strada maestra da seguire. C’è tempo per costruire questo scenario, però prima lo mettiamo in piedi e meglio è”.