Catalogna: prove di dialogo con il Governo spagnolo

Pedro SanchezIl 9 luglio a Madrid, presso il Palazzo della Moncloa si è tenuto il primo incontro tra il premier socialista Pedro Sanchez e il governatore della Catalogna Quim Torra. Durante la riunione, durata oltre due ore, i leader hanno concordato di “ristabilire” le relazioni tra la regione autonoma e il governo centrale, totalmente interrotte con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questa norma costituzionale si può attivare quando una Comunità Autonoma non adempia agli obblighi costituzionali e legali, tra cui la garanzia di unità del Paese.

Come si può ben immaginare, trattandosi di uno strumento legislativo delicato e anche asimmetrico, la sua attuazione dovrebbe presupporre un’estrema prudenza politica e un’attenta analisi operativa, poichè lo Stato assume su di sé il massimo livello della forza coercitiva a discapito della Comunità Autonoma.

Tuttavia, le vicende degli scorsi mesi hanno ampiamente superato il livello di allerta: l’indizione e lo svolgimento del referendum indipendentista in Catalogna, il primo ottobre 2017, hanno comportato un grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i poteri dello Stato; la successiva violenta repressione delle forze dell’ordine nella giornata elettorale; la messa in stato d’accusa dei rappresentanti istituzionali catalani; il mandato di arresto europeo per l’allora presidente della Generalitat Puigdemont; le recenti elezioni in Catalogna e la nuova vittoria del fronte indipendentista.

Anche il governo centrale ha vissuto un rivolgimento, con l’approvazione della mozione di sfiducia al governo Rajoy, da parte del Congresso dei deputati e, come previsto dalla Carta costituzionale iberica, l’elezione di Pedro Sanchez, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) a nuovo Capo del Governo.

Pedro Sanchez, osteggiato dal gruppo dirigente storico (come la governatrice dell’Andalusia, Susana Diaz, sua sfidante alle ultime primarie del dicembre 2016), è tornato a guidare il Partito con il consenso della base socialista che gli ha riconosciuto coerenza nel contrastare il governo del Partido Popular e la scelta operata dal partito socialista di concedere “un’astensione benevola” al governo Rajoy, atto a cui rispose dimettendosi da segretario nazionale.

Tornando all’oggi, il nuovo esecutivo è un monocolore socialista, un governo di minoranza retto in Parlamento dall’appoggio esterno di Podemos e degli indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi.

Pedro Sánchez è consapevole che la questione catalana sia la sfida più grande del suo mandato e un tema sensibile che può portare alla fine anticipata della legislatura. Per affrontare il problema, il Presidente del Governo è fiducioso che la nuova strategia del dialogo e della distensione possano portare al “disarmo” politico dei separatisti radicali che puntano ad una nuova escalation di tensione.

Il governo socialista confida nel fatto che non prevarrà nel movimento indipendentista la linea dura del secessionismo, rappresentata dal “fuggitivo” Carles Puigdemont e dal nuovo presidente della Generalitat, Quim Torra (“il circolo di Berlino”).

Tuttavia, durante l’incontro di ieri, Sánchez e Torra hanno condiviso la necessità di riattivare la Commissione bilaterale Stato-Generalitat, prevista dallo statuto della Catalogna ma non più convocata dal luglio del 2011.

Hanno concordato, inoltre, l’urgenza di ripristinare canali di dialogo tra i due soggetti istituzionali, fissando un nuovo incontro a Barcellona che probabilmente si terrà in autunno.

La mossa compiuta dall’esecutivo socialista può aprire una nuova stagione nei rapporti tra il governo centrale e le diverse autonomie di cui si compone lo Stato Spagnolo.

Sembrano superate le rigidità del governo conservatore di Rajoy che in nome dell’unità nazionale ha preferito utilizzare la ragione della forza rispetto al dialogo. In questa maniera ha ottenuto l’effetto contrario, rafforzando il consenso dei settori più radicali dell’indipendentismo catalano.

All’opposto, il tentativo di Sanchez si poggia sulla necessità di dialogare con le forze più moderate, in modo da raggiungere un accordo che dia maggiore autonomia alla Catalogna ma all’interno di un quadro di rinnovata unità nazionale.

In altre parole, la soluzione che Sanchez propone, con l’intento di scoraggiare la rivendicazione all’indipendenza della Catalogna è una riforma della Costituzione in senso plurinazionale.

La Spagna è una “nazione di nazioni” composta da Comunità autonome e governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979 con la quale si è inteso disegnare un ordinamento di tipo regionale, tendente al federalismo, in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Come Zapatero, anche il PSOE di Sánchez vede nella ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, l’opzione politica più efficace per costruire una nuova egemonia socialista insieme ad alcuni partiti della sinistra radicale, come Podemos, e con l’apporto dei nazionalisti.

Il nuovo stile del PSOE dà ossigeno alla direzione di CER o PDeCAT, indipendentisti catalani pragmatici, che vogliono riprendere il dialogo con il Governo per chiudere le ferite politiche e riparare le fratture sociali.

Da questi settori si fa notare come nonostante “i gesti e le minacce” di Torra, che come detto rappresenta l’ala più radicale, nessuno dei leader separatisti abbia infranto la legge. Anzi, il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha messo in chiaro che non violeranno nuovamente la legge. Sperano, inoltre, che l’attivazione delle commissioni bilaterali tra lo Stato e il Governo consentano una normalizzazione delle relazioni. Tutto questo avviene mentre proseguono i processi alle massime cariche catalane responsabili dei passaggi che hanno comportato l’attivazione dell’art.155 Cost.

Di contro, dal governo spagnolo spiegano che il Presidente manterrà un atteggiamento di ascolto e dialogo, senza offrire al momento netti cambi di rotta sostanziali. Questo atteggiamento prudente si spiega con la necessità di verificare le reali intenzioni del governo catalano: non è chiaro se le sfide quotidiane lanciate da Torra siano una strategia di comunicazione per il proprio elettorato o nascondano la volontà di proseguire sulla strada dell’indipendenza.

Di fatto, Pedro Sánchez tiene aperti tutti gli scenari prima di una possibile evoluzione negativa del processo. Fonti del governo assicurano che se la Generalitat dovesse andare alla prova di forza, allora ci si richiamerà allo stato di diritto, come avvenuto nel 2017. È evidente come tale scenario sia il peggiore anche perché potrebbe determinare la caduta dell’esecutivo.

Per questo motivi continuerà il dialogo e si proporrà un rafforzamento delle Comunità Autonome. In questo senso, vanno lette le recenti nomine della catalana Meritxell Batet come ministro della Politica Territoriale e Funzione Pubblica e della basca, Isabel Celaá come portavoce del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Istruzione.

Paolo D’Aleo

Spagna, ore cruciali per il governo Rajoy

parlamento spagnaOre cruciali per il governo spagnolo. Inizia infatti a Madrid, nel Congresso dei deputati, il dibattito sulla mozione di sfiducia presentata contro il capo del governo Mariano Rajoy dal leader socialista Pedro Sanchez che potrebbe fare cadere il premier del Partido Popular. Il voto finale è incerto. Si terrà venerdì. L’esito potrebbe dipendere da come si orienteranno i 5 deputati del partito nazionalista basco Pnv.  Intanto la direzione del Pnv basco ha comunicato al premier spagnolo che i suoi 5 deputati voteranno domani per la sfiducia. Lo riferisce la tv pubblica Tve. I 5 voti del Pnv sono considerati decisivi per fare vincere o perdere la mozione di sfiducia presentata dal leader socialista Pedro Sanchez contro il premier.

Intanto la Borsa di Madrid ha aperto in positivo, con una crescita dello 0,6%. Se la mozione di sfiducia otterrà l’appoggio di 176 deputati su 350 Rajoy cadrà e sarà sostituito automaticamente alla Moncloa da Sanchez. “Si dimetta signor Rajoy, la sua permanenza alla guida del governo è dannosa per il nostro Paese e un peso per il suo partito” ha affermato il leader socialista Pedro Sanchez nel dibattito sulla sfiducia. “È disposto a dimettersi qui e ora? Si dimetta e tutto finirà, potrà lasciare la presidenza del governo per sua decisione. O rimarrà afferrato alla poltrona?”. “Il suo tempo è finito – ha aggiunto – il Paese non ne può più del serial di corruzione che segna un’epoca sulla quale occorre voltar pagina”.

“Ci sono stati corrotti nel Partido Popular, è vero, ma il Pp non è un partito corrotto”. Si è difeso il premier spagnolo Mariano Rajoy. Il primo ministro ha affermato che “la corruzione è da tutte le parti”. “Se non si è in condizioni per dare lezioni, è meglio stare zitti” ha denunciato, “siete forse Suor Teresa di Calcutta?”.

Catalogna, 13 rinvii a giudizio per ribellione

catalognaSono tredici i leader nazionalisti catalani rinviati a giudizio per ribellione – reato che prevede fino a 30 anni di carcere. Tanti sono infatti il leader nazionalistici rinviati a giudizio da Pablo Llarena, giudice del Tribunale supremo spagnolo. A finire sul banco degli imputati ci sono il leader Carles Puigdemont, l’attuale candidato alla presidenza della Generalitat Jordi Turull, Oriol Junqueras, e, tra gli altri, Marta Rovira, segretaria generale dell’Erc, che oggi non si e’ presentata in aula e ha dichiarato di “scegliere la dura strada dell’esilio”.

La segretaria generale del partito indipendentista Sinistra Repubblicana di Catalogna (Erc), Marta Rovira, ha deciso di non presentarsi davanti al giudice della Corte suprema di Madrid e di andare quindi in “esilio”. Lo ha annunciato con una lettera alla radio Rac1. Rovira e’ attualmente indagata per i reati di ribellione e atti sovversivi per il referendum del primo di ottobre 2017, dal giudice Pablo Llarena del Tribunal Supremo. Il 19 febbraio 2018, dopo essere stata interrogata per due ore, le e’ stata accordata la liberta’ su cauzione.

Nel frattempo il candidato separatista Jordi Turull non è riuscito a farsi eleggere alla guida della Catalogna: all’esponente di Junts per Catalaunya (JxCat) sono mancati i quattro voti del partito movimentista Cup, che si e’ astenuto. Al primo turno di votazione, ha ottenuto 64 voti su 135. Contro di lui si sono schierati Ciudadanos, socialisti e popolari. Alla seconda votazione, che si terrà sabato, a Turull basterebbe una maggioranza semplice per essere eletto, ma deve prima comparire davanti a un giudice che potrebbe rimandarlo in carcere.

Steven Forti: in Catalogna gioco pericoloso

Catalogna

Steven Forti risiede da diversi anni a Barcellona, è ricercatore presso l’Instituto de Història Contemporânea dell’Universidade Nova a Lisbona, ed insegna Storia contemporanea all’Universitat Autònoma di Barcellona. Si è occupato del massimalismo socialista e di Nicola Bombacci, e, tra gli altri, ha firmato insieme a Giacomo Russo Spena, un volume su Ada Colau. Scrive per diverse testate e conduce un programma in una storica radio libera barceloneta. Lo abbiamo incontrato per valutare alcuni aspetti del profondo dissidio Madrid-Barcellona.

Steven Forti, il gioco delle parti tra governo centrale spagnolo e quello catalano di Carles Puigdemont sta evolvendo nelle ultime settimane verso sviluppi imprevedibili. Una china molto seria, con l’avvio della procedura di applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sarà votata venerdì in Senato, e che potrebbe portare alla sospensione più o meno integrale dell’autonomia di Barcellona. Quali le prospettive nell’immediato?
Era ovvio che il Premier Rajoy pensasse ad un’unica strada obbligata, ed arrivare ad applicare l’articolo 155. E quindi, risolversi a portare la questione in Consiglio dei Ministri era qualcosa di risaputo e non sorprendente. Lo si era capito nelle ultime settimane. Inoltre, vi è stato anche uno scambio di lettere tra governo regionale e quello centrale sulla questione che è apparso un po’ ottocentesco, dove però si lasciava intendere verso quale direzione il Presidente del Governo potesse andare.
Dal momento che il capo dell’esecutivo, Puigdemont, in due occasioni ha risposto in modo non chiaro su quello che era realmente accaduto il 10 ottobre nel Parlamento catalano, si rendeva evidente che, a quel punto, il Partido Popular al potere non poteva fare altrimenti. E questo, a causa delle posizioni su cui i due governi sono ambedue arroccati da tempo, del tutto schiavi delle loro – chiamiamole così – strategie.

Una vicenda di specchi, giochi e contromosse dove ancora non si ha chiarezza sullo sbocco finale, in cui si inseriscono due discorsi di Felipe VI, forse inevitabilmente, ma nettamente sbilanciati sulla posizione del “centro”, di Madrid.
I discorsi del Re sono molto rilevanti. E credo sia interessante tenere presenti insieme due cose: innanzitutto il recentissimo discorso del 19 ottobre in occasione della consegna dei premi Principe de Asturias, in cui il sovrano ha ribadito che la Catalogna è e sarà sempre parte della Spagna. Ciò si ricollega a quanto Felipe VI aveva affermato nell’altro discorso del 3 ottobre. Questo naturalmente rafforza il governo dei Popolari, legandoli strettamente l’uno all’altro.
Peraltro, pur essendo un esecutivo di minoranza, Rajoy ha la maggioranza assoluta al Senato. In più ha l’appoggio al cento per cento di Ciudadanos ed anche il sicuro sostegno dei Socialisti di Pedro Sánchez, per quanto vi siano alcune divergenze al loro interno su come applicare l’articolo 155. Infatti, la federazione catalana e quella delle Baleari sono molto critiche della linea della dirigenza del Psoe e vorrebbero che non ci fosse il “sì” all’articolo 155. Comunque sia, Sánchez e i socialisti su questo hanno posizioni coincidenti con i Popolari, non intendendo mettere in discussione l’unità della Spagna. Altra cosa importante: l’articolo 155 non è applicabile fino al momento del voto dell’aula del Senato di venerdì. Ma il discorso del Re, soprattutto quello del 3 ottobre, è stato importante anche per un’altra cosa: ha chiuso la strada a qualunque possibilità di intervento o mediazione internazionale. Ed ha avuto successo in questo.

Il Premier ha assunto una posizione nettamente di chiusura, una linea “spagnolista” a tutto tondo, dopo una opaca gestione della vicenda fino alle rudezze ai seggi da parte della Guardia Civil, il giorno del voto referendario. Un punto di non ritorno da parte del governo centrale che avocherà a sé tutte le competenze o Rajoy poi graduerà le opzioni – nonostante la bozza presentata sia estremamente rigida, cosa che ha spiazzato i socialisti – con una linea più soft?
Il discorso di Rajoy dell’altro giorno è stato molto duro e le conseguenze saranno serie: sebbene non si sospenderà formalmente l’autonomia catalana, salteranno le competenze locali sulla polizia, sulla tv pubblica catalana, poi si sospenderebbe il Presidente e gli assessori catalani, con l’intervento, di fatto, di una serie di commissari governativi, fino alla convocazione di nuove elezioni nella regione nel giro di sei mesi.  Il testo appena uscito è molto più pesante di quanto ci si attendesse.
Adesso c’è un margine di tempo di alcuni giorni per discutere, sebbene la bozza di mozione si collochi su una linea severa.  In Senato non ci saranno problemi: il Partido Popular ha la maggioranza assoluta e la mozione passerà senza problemi, con il sostegno aperto di Ciudadanos e socialisti, pur con i loro settori dubbiosi.

Un gioco estremamente pericoloso, dove ognuno fa le sue mosse.
Sì, tutto appare come una partita di poker, quasi una roulette russa. Il conflitto tra Barcellona e il centro madrileno si è andato intensificando moltissimo negli ultimi cinque anni e ancor di più nelle ultime settimane. Avviare la procedura dell’articolo 155 la vedo come una strategia del governo di Rajoy per obbligare il governo Puigdemont a fare comunque una mossa.
Ossia, a Madrid si vorrebbe che l’esecutivo catalano convocasse immediatamente nuove elezioni, il che vorrebbe dire convocare e svolgere legali elezioni regionali in Catalogna. Questo sarebbe come ritornare implicitamente dentro la legalità spagnola, dal momento che per convocarle ci si deve basare sulla legge nazionale spagnola, e non sulla legge approvata il mese scorso dal Parlamento catalano sul Referendum e la cosiddetta Transitorietà giuridica.
Questa ipotesi sarebbe e potrebbe essere perlomeno la soluzione per uscire da una incredibile impasse, che veramente potrebbe condurre verso il peggio. Purtroppo che accada ciò appare molto difficile: ci sono tensioni molto forti nella eterogenea compagine indipendentista, che comprende il governo di minoranza della coalizione Junts pel Sí, formato dai Democratici catalani (aderenti ai Liberali europei dell’Alde, dopo la rottura della alleanza con i democristiani e il crack di Convergencia i Unió, NdR) e da Esquerra Republicana de Catalunya, e che è appoggiato dalla Cup (il cartello anticapitalista di sinistra radicale).

Quale valutazione, invece, sulla condotta del Presidente regionale di Barcellona? Il leader ed i catalanisti pro indipendenza sono ormai prigionieri della retorica?
Bisognerà capire cosa accadrà nei prossimi giorni. Il governo catalano pare non abbia alcuna volontà di orientarsi verso nuove elezioni. Qui giocano a questa tattica suicida di azione/reazione: ossia provocare una reazione dello Stato spagnolo per poi cercare di avere un appoggio maggiore e più esteso da parte della società catalana al loro progetto.
Così come abbiamo visto il 1° ottobre, quando è sceso in strada non solo lo zoccolo duro indipendentista, o anche nella manifestazione dell’altro giorno per la libertà dei due dirigenti indipendentisti incarcerati lunedì scorso, Jordi Cuixart e Jordi Sànchez. Infatti, appoggiano queste manifestazioni persone che sono del tutto contrarie al governo del PP e, comunque gente che vuole difendere l’autonomia catalana, ma che non è direttamente pro-indipedenza.
Dunque, ripeto, il governo catalano di fatto ha una strategia suicida, dove dietro non c’è un vero progetto. Si vede che non ha chiaro né cosa fare, né come farlo. Sono degli irresponsabili.
D’alta parte il governo conservatore di Madrid sta facendo degli errori di calcolo molto gravi. La mozione è pesante, e la cosa contribuirà a far peggiorare le cose.
Tornando alla strategia del governo catalano, ci potrebbe essere la volontà – e vedremo in che termini e se poi accadrà davvero nelle prossime ore e giorni – di dichiarare unilateralmente l’indipendenza. Adesso c’è un dibattito interno, anche se non traspare chiaramente nella compagine indipendentista sul se e come farlo: con una dichiarazione in Parlamento regionale prima dell’applicazione dell’articolo 155? Con una dichiarazione istituzionale? Con un voto parlamentare? Questo scenario provocherebbe evidentemente un’altra reazione da parte del governo di Madrid, che poi alimenterebbe questo circolo improduttivo, dove le cose peggiorano sempre più.

Ormai non c’è più spazio per un recupero meditato di alcuni elementi delle miniriforme del tempo precedente all’agitazione indipendentista, per un diverso assetto statale, insieme a semplici modifiche dello Statuto regionale, non è così? La crescente spinta separatista e il nazionalismo madrileno hanno vanificato le tappe precedenti?
Sulla possibilità di avvio di una riforma istituzionale e dello Statuto, non credo vi sarà spazio in questi pochi giorni per una ipotesi che richiede dinamiche e tempi più rallentati.
Posso sbagliarmi, perché tutto cambia molto rapidamente, ma ritengo che, adesso, centrale è capire se in tutto questo ‘gioco’ il governo catalano intende muovere lui il primo passo, e dichiarare l’indipendenza e, se sì come; oppure orientarsi a convocare elezioni regionali e di che tipo, magari definendole “costituenti” o “plebiscitarie”.
Oppure dichiarando esplicitamente: “No, noi ora convochiamo elezioni costituenti perché non vogliamo essere più dentro la Costituzione e lo Stato spagnolo, ma seguiamo le leggi che abbiamo varato a settembre, le leggi di Transitorietà giuridica e di indizione del Referendum di autodeterminazione”. E peraltro sempre accettando come dati per buoni i risultati di questa consultazione. A questo punto, si vedrà che cosa farà il governo centrale e quale sarà la gradualità che deciderà di adottare nell’applicazione pratica dell’articolo 155.

La sindaca di Barcellona, Ada Colau, che proviene dai movimenti popolari dal basso, ha una posizione equilibrata e ragionevole. Quali i punti rilevanti di Barcelona en Comú e quelli di Pablo Iglesias con Podemos, peraltro sempre stabili ad un terzo posto nei sondaggi nazionali?
La Colau spinge per un vero dialogo. La sua posizione è: no al 155, no alla dichiarazione unilaterale di indipendenza; sì al dialogo reale ed ad una riforma vera e profonda del sistema spagnolo; ancora, un sì ad un referendum legale e vincolante concordato con lo Stato centrale.
La sindaca è favorevole, poi, a nuove elezioni in Catalogna ma a certe condizioni. Ha chiesto a tutti la massima calma, di cercare di ragionare politicamente. Aggiungendo che, in ogni caso, non dovranno essere elezioni convocate dallo Stato dopo l’applicazione dell’articolo 155, né portate avanti in un clima di così grande tensione. Anche Podemos è, sostanzialmente, sulla stessa linea d’onda.

Inés Arrimadas, la leader di Ciudadanos, i giovani liberal-centristi di C’s, ha ancora oggi sostenuto una alleanza trasversale antindipendentista.
Sì, la Arrimadas, in realtà, da tempo ripete la necessità di una sorta di fronte unionista, che più propriamente definirei il gruppo dei partiti non indipendentisti: PP, Psoe e Ciudadanos. Per lei, è poi molto conveniente farlo, perché il suo partito è il più forte in Catalogna, avendo più voti, e, anche se dovranno discutere, è la candidata naturale a guidarlo. Peraltro, i sondaggi di oggi la confortano: in Catalogna, con la sua linea molto dura verso i separatisti, C’s perderebbe solo qualche seggio a favore dei socialisti, mentre a livello nazionale ne guadagnerebbe molti a spese dei Popolari.

Intanto, si va precisando il calendario e si corre in direzione di un terreno inesplorato. E tutto accadrà questa settimana…
Sì, sono oramai giorni chiave per la Catalogna e la Spagna: martedì si forma la Commissione senatoriale per l’esame della proposta governativa, giovedì questa sarà votata, tra mercoledì e giovedì si vocifera della possibile apparizione del leader Puigdemont in Commissione. Il quale medita addirittura di presentarsi a in aula a Madrid venerdì, durante il voto in Senato. Giovedì peraltro, ci sarà soprattutto la incognita totale: la sessione del Parlamento di Barcellona, in cui forse si proclamerà la dichiarazione unilaterale di indipendenza.
Le ultime notizie, infine, sono che il PP nelle scorse ore, pur riconfermando di voler sottoporre alla Commissione un testo molto duro per l’applicazione dell’articolo 155, ha però lasciato una porta aperta: i Popolari potrebbero addivenire ad un 155 “light” qualora non vi fosse la dichiarazione di indipendenza e, forse, nemmeno la sua applicazione pratica. Ma solo, però, se Puigdemont decidesse di indire le nuove elezioni catalane in un quadro legale.

Roberto Pagano

Catalogna chiede aiuto del Psoe per sfiduciare Governo

ada colauMadrid continua con il pugno duro verso una Barcellona che non vuole chinare il capo. “A ogni azione illegale seguirà una risposta legale”, hanno dichiarato fonti governative, che hanno poi precisato che un dialogo con i catalani sarà possibile “solo dopo nuove elezioni”. Il governo di Rajoy ha anche fatto sapere di considerare “fuori discussione” una possibile mediazione internazionale nella crisi tra Madrid e Barcellona. Nel frattempo si continua a buttare benzina sul fuoco da parte catalana: la Candidatura d’Unitat Popular (Cup), il partito della sinistra indipendentista catalana, sostiene che alla plenaria del Parlament di Barcellona lunedì, si “proclamerà l’indipendenza e la Repubblica catalana”. È quanto afferma la deputata Mireia Boya ma riconoscendo che non c’è accordo tra i partiti indipendentisti su questo punto. Per il momento però dal Parlamento catalano sembrano tutti concordare su un punto: il discorso del re Felipe VI alla nazione è stato insoddisfacente e di chiusura. Secondo il sovrano, in Catalogna “c’è stata una slealtà inaccettabile verso lo Stato” e, rivolto direttamente alle autorità indipendentiste, ha scandito: “C’è l’impegno della corona nei confronti della Costituzione e della democrazia e il mio impegno per l’unità della Spagna”. Ma per i catalani si tratta di un affronto. “Per come si stanno mettendo le cose adesso la questione è repubblica o repubblica”. Nel suo discorso sulla situazione in Catalogna, il sovrano si è fatto “portavoce della strategia di Soraya Saenz Santamaria e di Mariano Rajoy”, ha dichiarato il portavoce del governo catalano Jordi Turull. I catalani dimenticano che se continuano ad aizzare la Corona potrebbe scattare l’intervento del re e ciò potrebbe aprire la strada all’applicazione, da parte del governo di Madrid, dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che consente, in caso di via libera da parte del senato, la sospensione parziale o totale delle competenze del governo catalano. Il governo spagnolo potrebbe così prendere il controllo della polizia regionale catalana, convocare elezioni anticipate e anche esautorare il presidente.
Nel frattempo il Psoe continua a tentare una mediazione, vista da alcuni come un temporeggiamento di comodo, e a chiedere al Governo un dialogo tra Madrid e Barcellona. I socialisti non vogliono l’applicazione dell’articolo 155, ma allo stesso tempo si richiamano alla legalità e alla Costituzione spagnola. Pressato da Rajoy e Pablo Iglesias per il momento Pedro Sanchez sostiene ciò che ha fatto la capogruppo del Psoe al Congresso dei deputati di Madrid, Margarita Robles, ha chiesto che il parlamento censuri la vicepremier spagnola, Soraya de Santamaria, considerata la responsabile della strategia del governo in Catalogna e delle violenze della polizia domenica. Ma anche su questo punto non tutti i socialisti del Psoe sembrano concordare. Alcuni deputati hanno lamentato che la questione non era stata discussa nel gruppo parlamentare. Da parte catalana invece si punta proprio sui socialisti: Ada Colau, sindaca di Barcellona, sta cercando di sfiduciare il Governo dei popolari. Un nuovo governo potrebbe trattare con la Catalogna le condizioni per un referendum concordato nella legalità, la sindaca ha infatti fatto “un appello alla responsabilità” del Partito socialista. Ha invitato personalmente Pedro Sánchez, leader del Psoe, il quale ha risposto: “Non posso, per ora”.

Perché è illegale il referendum catalano

catalogna“La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Questo recita l’articolo 2 della costituzione spagnola. Non la carta del governo spagnolo o di Madrid, ma di tutti gli spagnoli. La base dell’incostituzionalità (ed illegalità) del Referendum Catalano sta proprio qui. Non c’è da discutere se sia giusto o sbagliato, c’è da prendere atto della situazione. Nel percorso post-Franco la costituzione del 1978 è stata frutto di una stesura “democratica” e la sua approvazione è passata da un referendum popolare. Non parliamo di un testo dittatoriale od imposto con la forza, ma di una scelta del popolo spagnolo.

Tanto basta per dichiarare illegittimo il referendum del primo ottobre. Se così non fosse la stabilità di ogni ordinamento democratico potrebbe essere minata da qualsiasi movimento populista (o meno) che abbia un grande seguito. Se per superare la costituzione fosse sufficiente un referendum (per giunta limitato ad una singola regione), allora molti atti incostituzionali sarebbero legittimati. Chi approva questo tentativo di secessione, riempiendosi la bocca con “autodeterminazione dei popoli” o “democrazia”, va proprio contro questi stessi concetti. Un popolo che si dà delle regole limita il suo raggio d’azione alle stesse, imponendosi di rispettarle per vivere in una società civile. Questo non significa che i referendum secessionisti siano illegittimi in senso assoluto, ma che debbano rientrare entro gli schemi di legge eventualmente previsti dalle singole costituzioni. Si pensi a quello del Quebec nel 1995 o al tentativo scozzese nel 2014. In entrambi i casi furono seguiti gli iter di legge, rispettando i principi democratici dei singoli paesi. Aspetto che pare non stare troppo a cuore ai leader indipendentisti spagnoli. Il governo catalano, in barba alla costituzione ed al buonsenso, ha persino indetto un referendum senza quorum e a indipendenza automatica in caso di vittoria dei secessionisti.

Ma oltre al “tecnicismo” costituzionale, la scelta della secessione risulta persino sconveniente. In un mondo che va verso la globalizzazione estrema, la divisione non può che far male. I dati del “Registro Mercantil” (“Registro delle Imprese” spagnolo) parlano di 8000 imprese fuggite dalla Catalogna (a partire dal 2008) a causa del rischio di secessione e per la pressione fiscale crescente. Questi dati portano la regione al secondo posto per fuga di società, subito dietro alle Canarie. Gli ultimi due anni sono stati ancora peggiori. Nel 2016 sono stati persi capitali per 1,3 miliardi di euro, mentre i primi 8 mesi del 2017 hanno registrato la migrazione di 414,6 milioni. Numeri che dovrebbero far allarmare la classe politica catalana, ma che evidentemente non bastano per far comprendere il rischio della secessione.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Catalogna. Barcellona sfida Rajoy con una nuova legge

epa06026311 Catalonain regional president Carles Puigdemont during the regional cabinet meeting held in Barcelona, Spain, 12 June 2017. The Catalan Government will hold a referendum on their independence from central government on 01 October under the question 'Do you want Catalonia to be an independent state in the form of a republic?'. The planned vote will be held with the total opposition from the central government of the conservative Popular Party (PP), which has consistently appealed to the Constitutional Court to block the referendum. EPA/ALEJANDRO GARCIA

Carles Puigdemont EPA/ALEJANDRO GARCIA

Si intensifica il braccio di ferro spagnolo sull’indipendenza catalana. Da parte di Madrid si continua a dichiarare ‘illegale’ il referendum già dichiarato fuorilegge da precedenti sentenze della consulta.
Il procuratore capo di Madrid José Manuel Maza ha ordinato alla polizia spagnola di indagare su ogni azione “volta alla tenuta del referendum illegale”. Sono iniziate perquisizioni in tipografie sospettate di produrre materiale per il voto. Da parte di Barcellona intanto si continua dritti verso ‘la secessione’: il parlamento catalano ha approvato questa notte per iniziativa della maggioranza assoluta secessionista la legge di ‘rottura’ con Madrid che entrerà in vigore se il ‘sì’ vincerà al referendum di autodeterminazione del 1 ottobre, dichiarato “illegale” da Madrid. La minoranza ‘unionista’ è uscita dall’aula al momento del voto. La legge sulla Transitorietà giuridica e la fondazione della repubblica deve costituire la base giuridica nella transizione verso un futuro stato indipendente catalano se e quando uscirà dalla Spagna.
Nel frattempo il Governo di Rajoy sembra più che deciso a impedire questo referendum ad ogni costo.
La Guardia Civil spagnola ha rafforzato la propria presenza in Catalogna e la notte scorsa è stato annullato il trasferimento di 200 agenti in altre regioni. Uno dei primi obiettivi della polizia spagnola sarà cercare di trovare e sequestrare le 6mila urne che Puigdemont, presidente della Generalitat de Catalunya. ha detto di avere già. Puigdemont e il vice-president Oriol Junqueras hanno confermato che andranno avanti, pronti a uscire dalla legalità spagnola in nome della “legittimità catalana”.
Oltre 560 dei 948 sindaci catalani hanno già sfidato la Corte costituzionale spagnola, che ha sospeso ieri la convocazione del referendum di indipendenza catalano del primo ottobre, sottoscrivendo il decreto di convocazione e schierandosi al fianco del governo di Barcellona. Nella sentenza di sospensione la consulta spagnola ieri ha diffidato ‘personalmente’ i 947 sindaci catalani dal cooperare all’organizzazione del voto. Il presidente catalano Carles Puigdemont ha chiesto ai 948 sindaci di confermare entro questa sera la disponibilità dei locali usati abitualmente come seggi elettorali per il 1 ottobre. Oltre 7mila volontari si sono già proposti per contribuire all’organizzazione del voto.

Rapporto UNFPA, il futuro
è nelle bambine

aidosDieci bambine di dieci anni, dieci diversi Paesi del mondo, dieci vite piene di opportunità da seguire per 15 anni per vedere che ne sarà di loro e verificare se la nuova Agenda 2030 e i suoi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, pensati per non lasciare indietro nessuna bambina e ragazza, sarà un successo, un fallimento o un tentativo da perseguire e migliorare. Questa la sfida lanciata dall’UNFPA, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, nel Rapporto annuale sullo stato della popolazione, presentato oggi in contemporanea mondiale in oltre 100 città tra cui Londra, Parigi, Madrid, Ginevra, Stoccolma, Berlino, Washington, New York, Bangkok, Johannesburg, Città del Messico e Roma dove il lancio è stato affidato a Aidos, Associazione italiana donne per lo sviluppo, che dal 1981 lavora nei paesi in via di sviluppo, in Italia e nelle sedi internazionali per promuovere e tutelare i diritti, la dignità e la libertà di scelta delle donne del Sud del mondo.

“Solitamente – ha detto la Presidente di Aidos Maria Grazia Panunzi – il Rapporto UNFPA, oltre a denunciare situazioni e problematiche complesse legate ai fenomeni demografici, dà delle chiavi di lettura che aiutano a comprendere meglio la realtà e i fenomeni che riguardano donne e ragazze”. Ma in particolar modo quest’anno, prosegue Panunzi, “ci dà una possibilità in più: immaginare come sarà il mondo tra 15 anni, ossia nel 2030, quando la comunità internazionale dovrà verificare il raggiungimento o meno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che compongono l’Agenda 2030, adottata ormai lo scorso anno, dall’assemblea generale delle Nazioni Unite e che ricordiamo ha una sua peculiare ambizione, ovvero l’essere universale.”

Il Rapporto fornisce gli ultimi dati demografici che fanno emergere il più alto numero di popolazione giovanile della storia: ben 1,8 miliardi di giovani, dei quali 125 milioni hanno 10 anni di età. Di questi, le bambine sono oltre 60 milioni. Ogni giorno circa 47.700 ragazze con meno di 17 anni si sposano e circa 9 bambine su 10 abitano in regioni poco sviluppate sono escluse dalla scuola. Dieci anni è l’età chiave, quella in cui la vita cambia, quella in cui si ha la prima possibilità di costruire il proprio futuro. Ma non per tutte ci sono scelte e non per tutte ci sono le stesse opportunità.

A soli 10 anni ci sono bambine costrette a sposarsi e ad abbandonare la scuola a causa di gravidanze precoci. A soli 10 anni le bambine sono proprietà di qualcuno che le usa come merce da vendere e comprare. A soli dieci anni sono spesso vittime di infibulazione e mutilazioni genitali. A soli dieci anni cominciano a lavorare per contribuire al mantenimento della famiglia. Impedire a una bambina un passaggio sicuro e sano dall’adolescenza all’età adulta è una violazione dei loro diritti umani, da qui l’appello a tutti Paesi a contribuire al raggiungimento dei nuovi obiettivi, in vista di una effettiva parità di genere, di un reale empowerment delle donne e di un futuro condiviso dell’umanità che sia davvero sostenibile.

Da qui l’impegno per alcuni azioni da portare avanti come stabilire l’uguaglianza di diritti per le ragazze, con una prassi giuridica coerente, fissare a 18 anni l’età minima per il matrimonio, offrire alle ragazze un’istruzione di qualità che sostenga la parità di genere, istituire un check-up per la loro salute mentale e fisica e garantire un’educazione sessuale. E, soprattutto, colmare la lacuna di investimenti a favore delle adolescenti.

“Queste bambine sono il volto del nostro futuro – spiega Mariarosa Cutillo, Chief of Strategic Partnerships di Unfpa – La piega che le loro vite prenderanno dipenderà dalle potenzialità che potranno esprimere se noi, organizzazioni internazionali e non governative, attori pubblici e privati e soprattutto i governi del mondo, le metteremo in condizioni di farlo. La loro storia misurerà l’efficacia dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Non avremo una seconda opportunità. È un appuntamento che non  possiamo mancare”.

Cecilia Sanmarco

Spagna. Una Catalogna “amara” per Rajoy

Rajoy CatalognaSembrano non finire mai i problemi politici in Spagna… e per Rajoy.
“Purtroppo non è andata bene. Non c’è vocazione a raggiungere un accordo tra Rajoy e il governo catalano”. Le parole di Carles Puigdemont, presidente della Generalitat di Catalogna, sono chiarissime, nella conferenza stampa dopo il suo primo incontro ufficiale, oggi a Madrid, con il premier spagnolo.

A Rajoy il President Puigdemont ha chiesto di poter organizzare un “referendum vincolante” sull’indipendenza delle regione autonoma, e la risposta del premier non ha suscitato nessuna sorpresa: è arrivato l’ennesimo nettissimo no.
Nella seguitissima conferenza stampa, alternando spagnolo e catalano, Puigdemont ha definito “cordiale e amichevole” l’incontro, ma ha detto che le rispettive posizioni rimangono “agli antipodi” in quanto c’è “un profondo disaccordo di fondo sul progetto politico di uno stato indipendente di Catalogna all’interno dell’Unione Europea”.

Contrario all’indipendenza della Catalogna. Rajoy, ma lieto che sia iniziato un dialogo tra Madrid e Barcellona, ha ricordato che il suo governo ancora in carica “è sempre più convinto che la Catalogna faccia parte della Spagna e del fatto che l’immensa maggioranza degli spagnoli condivida questa visione, perché vogliamo continuare a rimanere insieme e difenderemo questa posizione politica e personale”.

Rajoy al termine dell’incontro ha confermato che Puigdemont ha inoltre anticipato alcuni temi del suo programma politico, come il referendum vincolante, “ho detto che non sono d’accordo. Ha mantenuto la sua posizione ed io ho mantenuto la mia” ha affermato nella conferenza stampa il presidente del governo.

Nulla di nuovo sotto il cielo piovoso di Madrid, tranne che alla Moncloa il palazzo del governo le bandiere erano tre, quella spagnola, europea e catalana.

Sara Pasquot

Il rebus Catalogna
pesa su tutta la Spagna

spagUn nuovo giorno è trascorso e la Catalogna è ancora senza governo, e dovrà passare anche questa notte perché la situazione si possa sbloccare.
La nuova bocciatura di Artur Mas come governatore della Catalogna, decisa dalla dirigenza del movimento indipendentista della Cup, rende quasi inevitabile il ritorno alle urne, a nuove elezioni regionali; unica alternativa potrebbe essere la candidatura in extremis del leader di Esquerra Republicana, Oriol Junqueras, come leader della coalizione indipendentista Junts pel Sì (JpS), soluzione suggerita dalla stessa Cup, che appare tuttavia improbabile anche perché non è ancora chiaro quale appoggio avrebbe da parte dei partner conservatori orfani di Mas.
“Sono molto tranquillo e deciso a continuare a battermi” ripete Artur Mas “per andare avanti e tener testa a Madrid, che ha sempre cercato di fermare l’avanzata di questo Paese. Sono determinato anche a tener testa a coloro che hanno reso le cose troppo difficili.”
È però Oriol Junqueras a chiedere di non fermare la negoziazione fino all’ultimo minuto disponibile, senza “farsi distrarre” con nuove elezioni, evitando di rispondere alla domanda se il presidente Mas a questo punto possa ritirarsi dalla corsa dopo il veto posto dalla CUP. Di questo tenore sono le dichiarazioni rilasciate al termine della riunione dell’esecutivo nazionale di ERC e Junqueras ha aggiunto che i leader della CUP e Junts pel Sí (CDC y ERC) devono rimanere seduti al tavolo delle trattative per continuare il dialogo piuttosto che lanciarsi in dispute sterili sulle elezioni anticipate.

A questo punto, lo stallo catalano riporta l’orologio indietro di due mesi anche a Madrid: se un governo indipendentista per quanto precario avrebbe potuto costituire uno stimolo alla formazione di un esecutivo, magari di grande coalizione, ora i veti incrociati fra i conservatori del Pp, i socialisti del Psoe e Podemos potrebbero convincere i due principali partiti a ritentare la sorte elettorale scaricando le responsabilità di un mancato accordo sui rivali. Una decisione azzardata, dato che non è detto che l’elettorato la apprezzi, ma allo stesso tempo quasi obbligata visto che il Pp è rimasto da solo – ogni esecutivo di minoranza verrebbe bocciato dalla “maggioranza negativa” di Psoe, Podemos e Ciudadanos – e il Psoe, dopo il deludente risultato delle politiche, è ora alle prese con una pesante faida interna che potrebbe risolversi con un congresso straordinario ancor prima del voto – e un nuovo candidato (candidata?) premier al posto di Pedro Sanchez.

Sara Pasquot