Maduro moltiplica 34 volte il salario minimo

Venezuelan President Maduro arrives at a military parade to commemorate the first anniversary of the death of Venezuela's late president Chavez in CaracasMaduro non sa più cosa inventarsi pur di restare al potere in Venezuela. In un discorso televisivo in cui ha illustrato la riforma monetaria che farà entrare in circolazione da lunedì una nuova moneta che sarà ancorata al Petro, la criptomoneta creata dal governo venezuelano all’inizio dell’anno che gli Stati Uniti hanno vietato per le operazioni finanziarie, Nicola Maduro ha detto: “Voglio che il Paese si riprenda ed ho la formula, fidatemi di me. Il petro sarà il meccanismo di ancoraggio per ottenere l’equilibrio valutario della moneta, del salario e del prezzo”.

Il presidente venezuelano ha varato questa misura nel mezzo di una spirale inflazionaria che secondo il Fondo Monetario quest’anno potrà raggiungere il milione per cento. Con la conversione l’attuale moneta venezuelana, il Bolivar fuerte, perderà cinque zeri diventando Bolivar soberano. Un Petro avrà il valore di 3600 Bolivar nuovi.

Insieme alla riforma monetaria, Maduro ha annunciato un nuovo aumento del salario minimo del 3000 per cento, vale a dire che sarà moltiplicato 34 volte, senza però precisare quando entrerà in vigore questo aumento che sarebbe il quinto dell’anno.

Rivolgendosi agli imprenditori privati che accusa di condurre una guerra economica contro il popolo venezuelano, Maduro ha aggiunto: “Voi avete dollarizzato i prezzi, io petrolizzo i salari”.

Vietata dagli Stati Uniti, la moneta virtuale agganciata alle riserve petrolifere venezuelane viene considerata una finzione dagli analisti economici. Che considerano anche la formula presentata ieri da Maduro per uscire dalla crisi destinata ad aumentare ulteriormente l’iperinflazione.

Il Venezuela di Maduro è un classico esempio dei disastri prodotti nei Paesi governati dai populismi dittatoriali. Purtroppo, anche l’Italia sembra avviarsi pericolosamente verso derive giustizialiste con un Governo che anziché pensare a governare sembrerebbe volersi sostituire alla magistratura.

S.R.

Frontiere e Orizzonti

È necessario che esista in noi – affinché noi possiamo trarne alimento di speranza nella costruzione dell’avvenire – la ferma fede che un giorno, quando l’Europa si farà e i popoli si riconosceranno nella pace e nella concordia, le frontiere saranno segni convenzionali e non diaframmi, e i singoli gruppi etnici potranno esprimere in piena libertà il proprio genio, conformemente a ciò che sentono e venerano come Patria dello spirito”: così Giuseppe Saragat in occasione dell’udienza concessa all’Associazione dei profughi giuliano-dalmati nel 1967, significativamente citato da Sergio Mattarella in occasione del convegno che abbiamo promosso a trent’anni dalla scomparsa del quarto presidente della Repubblica di cui diamo conto nelle pagine che seguono. Anche in quel caso, benché parlasse ad una platea che invece delle frontiere faceva gran conto, Saragat non rinunciava a testimoniare le proprie convinzioni: così come, con la stessa concessione dell’udienza, non aveva rinunciato a sfidare un’opinione “di sinistra” che già dopo la guerra aveva vergognosamente negato solidarietà a quei profughi, colpevoli di essere scappati dal paradiso comunista del maresciallo Tito. L’Europa tuttavia non si è ancora fatta, e le frontiere tornano ad essere diaframmi. Da allora, per la verità, non sono mancati i passi avanti nel cammino verso l’unità europea: a cominciare da quell’Atto unico imposto da Craxi alla Thatcher nel 1985 al Consiglio europeo di Milano, dal quale sono derivati il Trattato di Maastricht e quello di Schengen. Ma paradossalmente è stata proprio la caduta di un’altra frontiera – di quella cortina di ferro che Churchill nel 1947 aveva visto calare fra Est ed Ovest – a rendere tutto più complicato. È infatti innegabile che fino al 1989 la Comunità europea era cresciuta al riparo di quel confine: e che neanche in questo caso aver cambiato nome, diventando Unione, è bastato poi all’Europa per acquisire una soggettività politica all’altezza delle sfide del terzo millennio. Ed ecco quindi tornare i diaframmi: da quello caricaturalmente provinciale cui allude il governo austriaco quando minaccia di concedere la doppia cittadinanza ai sudtirolesi, a quelli più odiosi con cui i paesi dell’Est pretendono di proteggersi dai flussi migratori. Ma ecco soprattutto nascere un diaframma del tutto inedito, come quello che Trump intende erigere fra le due sponde dell’Atlantico, nel momento in cui individua l’Unione europea come un nemico degli Stati Uniti e la Nato come una combriccola di scrocconi. Anche nel Mediterraneo, peraltro, non manca chi pensa di poter dividere il mare a fette, stravolgendo le leggi scritte e non scritte che per millenni hanno garantito la libertà e la sicurezza dei naviganti, oltre che lo sviluppo della civiltà occidentale. E pazienza se poi si sfiora il paradosso negando l’approdo nei porti italiani alle stesse navi della nostra Marina militare, o dirottandole per rifornire di cibo e medicinali imbarcazioni costrette a raggiungere porti lontani: sta scritto nel Contratto, e tanto basta. Nel Contratto, per giunta, sta scritto anche che bisogna introdurre il reddito di cittadinanza e ridurre il precariato: e pazienza, anche qui, se per farlo non si trova niente di meglio che riesumare i lavori socialmente utili, cioè la più produttiva fabbrica di precari mai concepita. Per non parlare della pretesa di impedire la delocalizzazione delle imprese per via amministrativa invece di implementare le misure avviate con Industria 4.0., o dello stallo in cui restano le politiche attive del lavoro, finora impantanate in un conflitto fra Stato e regioni la cui soluzione potrebbe non essere gradita ai governatori leghisti. Si dirà (e si dice, magari con piglio polemico) che quello che manca ai nuovi governanti è la competenza. Non è così. Quello che manca è la cultura di governo, che è un’altra cosa. Per governare, ha scritto De Rita nell’introduzione al Mese del sociale di quest’anno, bisogna innanzitutto “avere una visione e una cultura della lunga durata”: anche se “può apparire quasi provocatorio” parlarne “in una società come l’attuale dove domina il presentismo (l’appiattimento all’oggi senza alcuna scansione di passato e futuro)”. In secondo luogo, secondo De Rita, governare significa “provvedere ad un incardinamento della politica nei processi reali in corso”. Infine occorre “elaborare una strategia di coinvolgimento dei tanti e sempre più articolati soggetti sociali”.

L’esatto opposto, cioè, dell’orizzonte che si era dato il sistema politico nato a metà degli anni ’90 del secolo scorso ed ora in via di disfacimento: che aveva rinunciato alla visione in nome della “fine delle ideologie” (espressione sintetica per accomunare tutte le culture di lunga durata all’ideologia marxista, effettivamente arrivata al capolinea); che prescindeva dai processi reali in corso (a cominciare da quelli prodotti dalla globalizzazione); che ignorava l’incipiente scomposizione della società novecentesca. È meglio prendere sul serio, quindi, quanti parlano di terza Repubblica: tanto sul serio da evitare gli errori che si fecero quando si pose in opera la seconda, e da accettare la sfida che i nuovi governanti portano su questo terreno, invece di confidare nella loro pur conclamata incompetenza (o nel loro spregiudicato avventurismo sul piano delle relazioni internazionali, che vede in campo ben altri protagonisti rispetto a Salvini). Solo così l’opposizione potrà uscire dall’afasia che l’ha colpita dopo il 4 marzo: non certo portando in gita una segreteria a Torbellamonaca, o studiando il modo di riportare Berlusconi in Parlamento con un’elezione suppletiva. Della destra non ci occupiamo. Per quanto riguarda la sinistra, è difficile non condividere quello che ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere del 27 giugno: quella a cui assistiamo è la fine di una storia “cominciata male, in modo ambiguo e pasticciato, 25 anni fa: una forte matrice comunista mai rivisitata e indagata ma semplicemente rimossa, un vantato innesto con un cattolicesimo politico di tutte le tinte, e infine la costruzione di un Pantheon di presunti antenati messi insieme come un mazzo di carte”. Si potrebbe aggiungere che quella che stiamo vivendo è anche la fine della storia dei “compagni di scuola”, per riprendere il titolo di un bel saggio di Andrea Romano sugli eredi del Pci: i quali avevano pensato che cambiare le regole del gioco avrebbe loro risparmiato una riflessione sulla propria identità. Questo, probabilmente, è il vizio d’origine dello stesso Partito democratico: aver confuso la “vocazione maggioritaria” con il sistema elettorale maggioritario, che garantiva comunque una rendita di posizione, vincenti o perdenti che si fosse, a prescindere dalla capacità di esercitare un autentico potere di coalizione, ed a prescindere soprattutto dalla capacità di difendere le proprie politiche di governo anche dall’opposizione, come stiamo vedendo in queste settimane. All’orizzonte ci sono le elezioni europee dell’anno venturo: quelle in cui, non solo in Italia, si deciderà della stessa sopravvivenza dell’Unione. L’occasione ideale per mettere in campo culture politiche di lunga durata, in assenza delle quali resteremo in balia dei Salvini e dei Di Maio: e potremo scegliere se cercare protezione da Putin o assumere come modello sociale quello instaurato da Maduro in Venezuela. Una rivista è una rivista, non è un partito. Ma mi auguro che la sua presenza nel dibattito pubblico possa aiutare la nascita, qui in Italia, di quel partito dei riformisti che non nacque al Lingotto una decina d’anni fa.

Luigi Covatta
Mondoperaio rivista 

Venezuela, militanti chavisti assaltano il Parlamento

venezuela

Saranno puniti i responsabili delle “barbarie” commesse al Parlamento, teatro ieri di un violento assalto e sequestro da parte di un gruppo di sostenitori del presidente contestato, Nicolas Maduro. Il monito arriva dal presidente del Tribunale Supremo di Giustizia venezuelano, Maikel Moreno, che denuncia “atti di violenza utilizzati come arma politica, che favoriscono solo chi ha interessi antidemocratici”. In un comunicato ufficiale Moreno assicura ai venezuelani che “i tribunali della repubblica puniranno severamente atti del genere”, sottolineando che “il futuro del paese non sarà tra le mani dei violenti: abbiamo la responsabilità di opporci all’idea sistematica di quanti utilizzano l’aggressione e l’indebolimento dei diritti fondamentali come arma di protesta”. Il massimo responsabile del potere giudiziario ha insistito sulla “necessita’ di un dialogo e di allacciare canali di contatto in grado di contenere la violenza”.

Ieri il Parlamento, controllato dall’opposizione, è stato invaso da un centinaio di manifestanti favorevoli a Maduro, che per nove ore hanno sequestrato deputati, lavoratori e giornalisti, 350 persone in tutto secondo fonti locali. Violenze fisiche e verbali da parte dei manifestanti che hanno ferito una ventina di persone, di cui sette parlamentari.

A Caracas la tensione rimane alta dopo l’assalto di ieri, verificatosi nel giorno in cui il Parlamento riunito in sessione ha varato la convocazione di un referendum popolare per il prossimo 16 luglio. I venezuelani dovrebbero essere chiamati a pronunciarsi sulla sorte dell’Assemblea Nazionale Costituente, voluta dal governo Maduro per stilare una nuova legge fondamentale, che dovrebbe essere eletta il 30 luglio. Un referendum che si presenta come un vero e proprio plebiscito sulla persona di Maduro. Inoltre il 5 luglio, come ogni anno, il Parlamento commemorava l’indipendenza del Venezuela dalla Spagna, risalente al 1811. I manifestanti hanno invece giustificato la loro azione come reazione ai “blocchi delle strade” firmati dall’opposizione dal mese di aprile.

“Non sono e non sarò in alcun modo complice di fatti violenti (?) Condanno questo attacco e decreto formalmente l’apertura di un’inchiesta per fare giustizia” ha dichiarato il presidente Maduro, eletto nel 2013, durante la commemorazione ufficiale, civile e militare, dell’indipendenza nazionale. L’opposizione antichavista ritiene invece le forze governative responsabili per l’assalto e puntano il dito sulla Guardia Nazionale Bolivariana (Gnb) per non aver bloccato l’accesso dei manifestanti all’interno della sede del Parlamento. Pur condannando “atti barbari inaccettabili”, il ministro della Difesa, Vladimir Padrino è tornato ad accusare l’opposizione di aver commesso atti “terroristici, tra cui linciaggi, blocco di vie pubbliche, istigazione alla ribellione” nella repressione delle proteste. Da tre mesi il Venezuela, in piena crisi economica, è il teatro di una grave crisi politica scaturita dal braccio di ferro istituzionale tra il potere esecutivo e legislativo. Vincitrice delle elezioni legislative del dicembre 2015, l’opposizione maggioritaria in Parlamento accusa il governo Maduro di convertire il paese in una ditattura. L’esecutivo del presidente chavista bolla gli ‘avversari’ di “golpisti”. Finora nelle proteste di piazza hanno perso la vita almeno 91 persone.

Il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, ha condannato l’attacco. In un breve messaggio su Twitter, Tajani ha definito l’Assemblea Nazionale venezuelana “un simbolo della democrazia”, e ha aggiunto che “il Parlamento Europeo chiede elezioni subito” per risolvere la grave crisi politica nel paese sudamericano.

“Quello che sta avvenendo in Venezuela – ha aggiunto Fabrizio Cicchitto – è di una gravità straordinaria. E’ evidente che da parte di Maduro c’è un attacco al Parlamento nel quadro di una operazione golpista che intende annullare con la violenza l’orientamento della larga maggioranza dei venezuelani”.

Anche i governi di Colombia, Messico, Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay, Perù e Cile hanno condannato quello che l’ambasciatore britannico a Caracas, John Saville, ha definito “il grottesco attacco” lanciato oggi da militanti chavisti contro il Parlamento venezuelano. I quattro membri fondatori del Mercosur – Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay – hanno diffuso da Montevideo un comunicato congiunto nel quale sottolineano che “questi fatti, preceduti da un intervento di alte autorità del Potere Esecutivo, senza l’accordo delle autorità legislative, costituiscono una prevaricazione dell’Esecutivo su un altro potere dello Stato, inammissibile nel quadro delle istituzioni democratiche”. Juan Manuel Santos, presidente colombiano e Nobel per la pace, ha respinto l’assalto al Parlamento di Caracas, sottolineando che è necessaria “una soluzione negoziata e pacifica”. “La crisi umanitaria e politica in Venezuela deve essere superata rispettando i diritti umani e le istituzioni democratiche”, ha commentato il suo collega peruviano, Pedro Pablo Kuczynski. Il ministero degli Esteri messicano ha diffuso una dichiarazione nella quale ha affermato che “la polarizzazione in Venezuela non può continuare, e la violenza non può diventare un ricorso quotidiano”.

Intervista a Martelli:
la vittoria del riformismo

Claudio Martelli-Psi“Paragonare la realtà di oggi a quella che ha attraversato tre diversi secoli (fine ‘800, il ‘900 e poi il nostro secolo) è un po’ azzardato. Detto questo, già tra il partito socialista delle origini e quello della Repubblica, le distanza sono molto grandi. E una storia gloriosa, meravigliosa, ma anche molto travagliata, all’insegna delle divisioni”. Lo afferma Claudio Martelli in una intervista all’Avanti!. “Forse – continua Martelli – l’insegnamento maggiore e più coerente, rimane quello della grande stagione riformista di Turati, di Treves di Mondolfo che viene dopo la fase iniziale all’insegna insurrezionale e anarchica di Andrea Costa. Nel riformismo si tende poi a sottolineare il ruolo di Turati, però è sbagliato non ricordare un altro gigante del riformismo come fu Camillo Prampolini. In realtà anche quella stagione si chiude abbastanza presto. Nel congresso del 1912 i riformisti soccombono con l’affermazione dei massimalisti nelle cui fila spicca la figura del futuro direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. E già avevano subito una scissione, quella di Bissolati, che riteneva che bisognava rompere gli indugi e allearsi con la parte avanzata della borghesia e dei liberali giolittiaini. Insomma il Psi è sempre stato un partito tumultuoso e per questo un partito libero. Io non sono tanto convinto della definizione di eretici, una definizione che presuppone che dall’altra parte ci fossero gli ortodossi.

E chi sarebbero stati gli ortodossi?
Appunto. C’era il partito delle borghesia. Ma oltre a questo in sostanza c’era un grande calderone in cui si muovevano filoni diversi, personalità rivali, tendenze nazionalistiche schiettamente reazionarie e monarchiche. E altre di impronta cavouriana e certamente più capaci di interpretare le esigenze di modernizzazione.

A Bari si parla non solo del passato ma anche del futuro. Parlare di riformismo oggi ha ancora senso?
Come metodo il riformismo non ha vinto. Ha stravinto. Al punto da contagiare altre tradizioni politiche che hanno fatto proprio il metodo delle riforme graduali. Oggi il campo sembra dominato piuttosto dalle forze di ispirazione liberale e in alcuni casi da forze di ispirazione nazionalista, populista. Penso da una parte all’esempio di Macron e dall’altra parte a quello di Theresa May, i conservatori inglesi, la Brexit, o America first di Trump. Lo scenario in Europa è più mosso. Al socialismo di Corbyn tutti sarebbero portati a dire di sì. Era socialista anche Sanders che sfidò la Clinton. Ma si chiamano socialisti anche Maduro e Chaves in America latina. Francamente non ci vedo nulla in comune. Anche la Spd è socialista ma ormai è alleata non so più da quanti anni e subordinata a Angela Merkel. Insomma non è una fase storica in cui i socialisti esprimano una visione innovativa e un primato politico come fu quella degli anni ‘80 con il socialismo mediterraneo di Mitterrand, di Craxi, di Gonzalez, di Soares. O come anche alla fine degli anni ‘90, incarnato nella figura di Blair e dal nuovo centro di Gerhard Schroeder. Lo stesso riformismo socialista ha assunto significati diversi perché un conto è il riformismo delle origini che creò tutto ciò che conta ancora oggi nella storia del mondo del lavoro, come il sindacato, le cooperative, l’educazione delle masse. Quello è il grande riformismo storico. Poi vi è stata una grande stagione riformista. Con gli anni ‘60 avvenne grazie ai socialisti con il primo centrosinistra. Con i socialisti uniti, Nenni e Saragat. La strategia delle riforme, la scuola, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni. Poi nel campo dei diritti civili non si possono dimenticare le lotte e le conquiste degli anni settanta. Infine vi è stato il solido tentativo di creare finalmente in Italia una grande socialdemocrazia.

E per i futuro?
Secondo me finché il partito socialista si occupa di redistribuire attraverso la leva fiscale la ricchezza, difficilmente tornerà a guidare una società dell’occidente. Perché qui il problema dominante non è quello della ridistribuzione, è quello della produzione, della creazione di ricchezza. Nel mondo globalizzato questo è il primum vivere. Se non si ha una risposta, una ricetta, una strategia per assicurare che tu, forza politica che ti chiami socialista, sei in grado di garantire un di più di prosperità e poi di distribuirla meglio, difficilmente conquisterai la maggioranza dei consensi. Poi in Italia la situazione della sinistra è un po’ disperante. Il Partito democratico non ha risolto il problema della sua identità. L’identità originaria dei due elementi che si sono fusi in qualche modo ancora riaffiora nei momenti di crisi e di tensione. E in ogni caso non sembra in grado di assicurare una chiara matrice. Lì si avverte l’assenza nel progetto originario di una robusta corrente socialista e laica. È mancata all’origine e la mancanza si sente ancora oggi. Io non so dare consigli ai compagni socialisti: forse la cosa più utile è quella di incalzare in modo critico e costruttivo il Partito democratico.

In queste settimane il dibattito politico nel centrosinistra è riassumibile in due parole: coalizione o partito unico?
Secondo me, a occhio, si capisce che il calcolo di Prodi sia quello di puntate a una alleanza ampia e plurale. Però non è che questo progetto non sia stato già sperimentato. Quindi i critici non hanno torto. Le elezioni Prodi le ha vinte ma alla prova di governo la sua maggioranza si è sbriciolata. Renzi quando vuole dare al suo partito una impronta maggioritaria continua sulla intuizione di Veltroni. Però non si può farlo senza formare una classe dirigente del proprio partito. Non può esserci un rapporto esclusivo tra un capo e la base. Non parlo tanto degli iscritti ma della base elettorale. Adesso vedo che tutti si richiamano ai due milioni di voti presi alla primarie. Quello può andar bene per governare un partito. Non per parlare a un Paese.

Ma è la base per governare un partito maggioritario?
Io non credo, non è una base sufficiente, occorre una classe dirigente e occorre anche una vasta e ramificata rete di rapporti con i cosiddetti corpi intermedi. Con i sindacati o pezzi di sindacati, di mondo economico, sociale, culturale. E soprattutto occorre una capacità di essere presenti nel mondo giovanile. Strano per un leader così giovane, ma questa parte di mondo proprio non c’è. Difatti come si sa i giovani votano 5 Stelle mentre il Partito democratico è un partito di ultracinquantenni. E questa struttura va modificata. Il Partito socialista penso che possa avere questa funzione. Poi so che altri compagni hanno fatto scelte diverse. Che si collocano sul versante di questa sinistra in formazione che francamente non so dove stia. C’è in Puglia, a Milano si è visto qualcosa. Ma parliamo di porzioni molto modeste. Dove si è presentata insieme al Pd poi, a Genova e La Spezia, i risultati non sono stati buoni. C’è chi sostiene che il problema sia nella leadership di Renzi che non attrae più. Lui tante volte dà l’impressione di aver bruciato un bel capitale politico. Succede a tutti di sbagliare, però come dice il proverbio, sbagliare è umano, ma continuare negli errori diventa diabolico.

Daniele Unfer

VITTORIA RIFORMISTA

Claudio Martelli-intervista“Paragonare la realtà di oggi a quella che ha attraversato tre diversi secoli (fine ‘800, il ‘900 e poi il nostro secolo) è un po’ azzardato. Detto questo, già tra il partito socialista delle origini e quello della Repubblica, le distanza sono molto grandi. E una storia gloriosa, meravigliosa, ma anche molto travagliata, all’insegna delle divisioni”. Lo afferma Claudio Martelli in una intervista all’Avanti!. “Forse – continua Martelli – l’insegnamento maggiore e più coerente, rimane quello della grande stagione riformista di Turati, di Treves di Mondolfo che viene dopo la fase iniziale all’insegna insurrezionale e anarchica di Andrea Costa. Nel riformismo si tende poi a sottolineare il ruolo di Turati, però è sbagliato non ricordare un altro gigante del riformismo come fu Camillo Prampolini. In realtà anche quella stagione si chiude abbastanza presto. Nel congresso del 1912 i riformisti soccombono con l’affermazione dei massimalisti nelle cui fila spicca la figura del futuro direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. E già avevano subito una scissione, quella di Bissolati, che riteneva che bisognava rompere gli indugi e allearsi con la parte avanzata della borghesia e dei liberali giolittiaini. Insomma il Psi è sempre stato un partito tumultuoso e per questo un partito libero. Io non sono tanto convinto della definizione di eretici, una definizione che presuppone che dall’altra parte ci fossero gli ortodossi.

E chi sarebbero stati gli ortodossi?
Appunto. C’era il partito delle borghesia. Ma oltre a questo in sostanza c’era un grande calderone in cui si muovevano filoni diversi, personalità rivali, tendenze nazionalistiche schiettamente reazionarie e monarchiche. E altre di impronta cavouriana e certamente più capaci di interpretare le esigenze di modernizzazione.

A Bari si parla non solo del passato ma anche del futuro. Parlare di riformismo oggi ha ancora senso?
Come metodo il riformismo non ha vinto. Ha stravinto. Al punto da contagiare altre tradizioni politiche che hanno fatto proprio il metodo delle riforme graduali. Oggi il campo sembra dominato piuttosto dalle forze di ispirazione liberale e in alcuni casi da forze di ispirazione nazionalista, populista. Penso da una parte all’esempio di Macron e dall’altra parte a quello di Theresa May, i conservatori inglesi, la Brexit, o America first di Trump. Lo scenario in Europa è più mosso. Al socialismo di Corbyn tutti sarebbero portati a dire di sì. Era socialista anche Sanders che sfidò la Clinton. Ma si chiamano socialisti anche Maduro e Chaves in America latina. Francamente non ci vedo nulla in comune. Anche la Spd è socialista ma ormai è alleata non so più da quanti anni e subordinata a Angela Merkel. Insomma non è una fase storica in cui i socialisti esprimano una visione innovativa e un primato politico come fu quella degli anni ‘80 con il socialismo mediterraneo di Mitterrand, di Craxi, di Gonzalez, di Soares. O come anche alla fine degli anni ‘90, incarnato nella figura di Blair e dal nuovo centro di Gerhard Schroeder. Lo stesso riformismo socialista ha assunto significati diversi perché un conto è il riformismo delle origini che creò tutto ciò che conta ancora oggi nella storia del mondo del lavoro, come il sindacato, le cooperative, l’educazione delle masse. Quello è il grande riformismo storico. Poi vi è stata una grande stagione riformista. Con gli anni ‘60 avvenne grazie ai socialisti con il primo centrosinistra. Con i socialisti uniti, Nenni e Saragat. La strategia delle riforme, la scuola, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni. Poi nel campo dei diritti civili non si possono dimenticare le lotte e le conquiste degli anni settanta. Infine vi è stato il solido tentativo di creare finalmente in Italia una grande socialdemocrazia.

E per i futuro?
Secondo me finché il partito socialista si occupa di redistribuire attraverso la leva fiscale la ricchezza, difficilmente tornerà a guidare una società dell’occidente. Perché qui il problema dominante non è quello della ridistribuzione, è quello della produzione, della creazione di ricchezza. Nel mondo globalizzato questo è il primum vivere. Se non si ha una risposta, una ricetta, una strategia per assicurare che tu, forza politica che ti chiami socialista, sei in grado di garantire un di più di prosperità e poi di distribuirla meglio, difficilmente conquisterai la maggioranza dei consensi. Poi in Italia la situazione della sinistra è un po’ disperante. Il Partito democratico non ha risolto il problema della sua identità. L’identità originaria dei due elementi che si sono fusi in qualche modo ancora riaffiora nei momenti di crisi e di tensione. E in ogni caso non sembra in grado di assicurare una chiara matrice. Lì si avverte l’assenza nel progetto originario di una robusta corrente socialista e laica. È mancata all’origine e la mancanza si sente ancora oggi. Io non so dare consigli ai compagni socialisti: forse la cosa più utile è quella di incalzare in modo critico e costruttivo il Partito democratico.

In queste settimane il dibattito politico nel centrosinistra è riassumibile in due parole: coalizione o partito unico?
Secondo me, a occhio, si capisce che il calcolo di Prodi sia quello di puntate a una alleanza ampia e plurale. Però non è che questo progetto non sia stato già sperimentato. Quindi i critici non hanno torto. Le elezioni Prodi le ha vinte ma alla prova di governo la sua maggioranza si è sbriciolata. Renzi quando vuole dare al suo partito una impronta maggioritaria continua sulla intuizione di Veltroni. Però non si può farlo senza formare una classe dirigente del proprio partito. Non può esserci un rapporto esclusivo tra un capo e la base. Non parlo tanto degli iscritti ma della base elettorale. Adesso vedo che tutti si richiamano ai due milioni di voti presi alla primarie. Quello può andar bene per governare un partito. Non per parlare a un Paese.

Ma è la base per governare un partito maggioritario?
Io non credo, non è una base sufficiente, occorre una classe dirigente e occorre anche una vasta e ramificata rete di rapporti con i cosiddetti corpi intermedi. Con i sindacati o pezzi di sindacati, di mondo economico, sociale, culturale. E soprattutto occorre una capacità di essere presenti nel mondo giovanile. Strano per un leader così giovane, ma questa parte di mondo proprio non c’è. Difatti come si sa i giovani votano 5 Stelle mentre il Partito democratico è un partito di ultracinquantenni. E questa struttura va modificata. Il Partito socialista penso che possa avere questa funzione. Poi so che altri compagni hanno fatto scelte diverse. Che si collocano sul versante di questa sinistra in formazione che francamente non so dove stia. C’è in Puglia, a Milano si è visto qualcosa. Ma parliamo di porzioni molto modeste. Dove si è presentata insieme al Pd poi, a Genova e La Spezia, i risultati non sono stati buoni. C’è chi sostiene che il problema sia nella leadership di Renzi che non attrae più. Lui tante volte dà l’impressione di aver bruciato un bel capitale politico. Succede a tutti di sbagliare, però come dice il proverbio, sbagliare è umano, ma continuare negli errori diventa diabolico.

Daniele Unfer

Venezuela. Nuova rivolta contro il regime “bolivariano”

Venezuelan President Maduro arrives at a military parade to commemorate the first anniversary of the death of Venezuela's late president Chavez in CaracasLo hanno chiamato attacco terroristico, l’apparizione di un elicottero della Polizia Scientifica al ministero degli Interni e poi al palazzo della Corte Suprema venezuelana. Forse un’operazione mal studiata, forse un altro tentativo di intimidazione nei confronti del governo chavista di Maduro.

Dall’elicottero sarebbero partiti alcuni colpi di arma da fuoco e quattro granate, che non hanno provocato né feriti né morti. A guidare l’azione è stato uno degli agenti della Polizia Scientifica, il capo delle operazioni aeree Oscar Rodriguez.

Parte da Instagram questa nuova rivolta contro il regime “bolivariano”, da dove Rodriguez denuncia le mancanze del governo e la necessità di ribellarsi nei suoi confronti. Parla di una coalizione apartitica e patriottica tra militari, agenti di polizia e civili, pronta a scalzare il governo “criminale” di Maduro. Rodriguez è una sorta di Rambo venezuelano, membro delle Brigate di Azione Speciali, che nella sua carriera ha anche recitato nel film d’azione “Muerta Suspendida”.

Nel frattempo, però, le dichiarazioni del governo non si sono fatte attendere, sebbene sembrino prive di conseguenze immediate al di là di semplici misure precauzionali volte a garantire la sicurezza dei principali centri istituzionali. Il ministro della Comunicazione Ernesto Villegas ha definito l’attacco una “offensiva insurrezionale dell’estrema destra”.

D’altro avviso invece le minoranze politiche. Il leader del partito d’opposizione socialista Acción Democrática, Henry Ramos Allup, ha così twittato: “Inutile sorvolare il Tribunale Supremo di Giustizia. Magistrate e magistrati roditori si sono rifugiati al sicuro nelle fogne”, minimizzando sull’episodio.

Il vero tentativo di golpe, secondo i vertici di Acción Democrática, sarebbe invece avvenuto proprio ad opera della Corte Suprema, che ha recentemente attribuito al presidente Maduro poteri esclusivi in materia fiscale. Anche il coordinatore generale de La Fuerza es la Unión, coalizione dei gruppi di opposizioni provenienti dalla politica e dalla società civile, ha dichiarato che “questo – quello fiscale, ndr – è il vero colpo di stato di questa sera. Ed è avvenuto senza elicottero”.

Giuseppe Guarino

Il Venezuela lascia l’Organizzazione Stati Americani

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Venezuelani in fila per il pane

Il caos regna sovrano nel Paese del Sud America governato da Maduro che ieri ha annunciato di voler avviare le pratiche per ritirarsi dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), un’organizzazione internazionale che comprende 35 stati delle Americhe. Dal 19 aprile, ogni giorno, c’è una manifestazione diversa. Le più grandi sono a Caracas, centro del potere politico del Paese, ma anche in piccoli paesini rurali, altri due giovani sono morti negli scontri di piazza. Le due nuove vittime sono Christian Ochoa, un ventuduenne ferito da spari di arma da fuoco lunedì scorso a Valencia, capitale dello stato di Carabobo (nel centro-nord del Paese) e Juan Pablo Pernalete, un ventenne raggiunto in faccia da un lacrimogeno a Caracas. E mentre nelle strade continuano le proteste contro il Presidente, il capo della diplomazia venezuelana Delcy Rodriguez ha annunciato: “Domani presenteremo una protesta davanti l’Osa e lanceremo un processo che richiederà 24 mesi” per fare uscire il Paese da questo organismo regionale che ha base a Washington. L’Osa, il cui segretario generale Luis Almagro aveva definito Maduro “un dittatore”, si è riunita ieri per convocare un mini-summit dei ministri degli Affari esteri della regione sulla crisi regionale, senza precisarne la data. Rodriguez aveva già minacciato di portare il Venezuela fuori dall’organizzazione nel caso in cui il summit fosse stato convocato. “L’Osa ha insistito con le sue azioni intrusive contro la sovranità della nostra patria e dunque procederemo a ritirarci da questa organizzazione”, ha detto la ministra degli Esteri del Venezuela Delcy Rodriguez aggiungendo che “la nostra dottrina storica è segnata dalla diplomazia bolivariana della pace, e questo non c’entra niente con l’Osa”.
Ma il Paese è ormai al collasso, se dal punto di vista politico l’opposizione sta cercando di dimostrare la violazione della Costituzione e dei diritti civili, dal punto di vista economico la situazione è degenerata. Le rivolte della popolazione riguardano soprattutto la mancanza di cibo, primo fra tutti il pane e non c’è propaganda governativa che tenga. Per contenere l’inflazione, il governo aveva deciso di imporre un tetto al prezzo di alcuni alimenti di prima necessità, tra cui il pane, ma in questo modo ha messo in difficoltà i panettieri. Molti hanno chiuso e quelli ancora aperti sono stati letteralmente presi d’assalto con file di cinque, sei o sette ore per comprare un massimo di due forme di pane a persona. Ora per risolvere il problema delle code è stato chiuso il rifornimento della farina. Non c’è farina, non c’è pane e non ci sono code. E lo stesso è successo con il latte, con il riso e non solo.

Nel frattempo è arrivata la condanna del Parlamento europeo per la brutale oppressione esercitata dalle forze di sicurezza venezuelane e dai gruppi armati irregolari contro le proteste pacifiche in Venezuela. Circa 30 persone sono morte e molte altre sono state ferite e arrestate mentre protestavano contro il governo del presidente Nicolás Maduro.

In una risoluzione adottata oggi, gli eurodeputati hanno invitato le autorità venezuelane a risolvere urgentemente la questione degli aiuti umanitari nel Paese, carente di alimenti e medicine. “Vediamo giovani studenti uccisi per le strade mentre protestano, persone disperate in cerca di cibo, bambini che muoiono negli ospedali a causa della mancanza di medicine e gli oppositori politici che non possono candidarsi alle elezioni o che vengono mandati in prigione. Vediamo un popolo in ginocchio a causa di un regime che non rispetta la democrazia, lo stato di diritto e, allo stesso tempo, isola il paese dalle organizzazioni internazionali”, ha commentato il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani.

Venezuela, i domiciliari all’oppositore Rosales

rosalesEnnesima mossa del governo venezuelano, che ieri notte ha liberato l’ex candidato alla presidenza e già governatore dello stato di Zulia e sindaco di Maracaibo, Manuel Rosales.
Arrestato dall’intellighenzia del paese sudamericano un anno fa per un supposto arricchimento illecito, Rosales è stato per anni l’uomo più in vista dell’opposizione e dei socialisti di Acción Democratica, fondando poi il partito socialdemocratico Un Nuevo Tiempo. A pronunciare la sua accusa, subito accolta dai tribunali, fu direttamente Hugo Chávez nel mezzo delle elezioni regionali del 2008. Dopo essere stato in esilio forzato a Lima e a Panama, Rosales è tornato in Venezuela nella campagna elettorale delle ultime elezioni parlamentari, quando fu catturato dalla polizia politica all’atterraggio in aeroporto.
La cosa, se da un lato fa piacere alle opposizioni, dall’altro rischia di essere una nuova carta gettata sul tavolo dal presidente Maduro, una sorta di mossa elettorale in vista del referendum revocatorio, che probabilmente si terrà nei primi mesi del 2017.
L’uscita dal carcere di Rosales segue quella dell’attivista di un altro partito di opposizione di centro-sinistra, Francisco Márquez di Voluntad Popular, arrestato durante i lavori preparatori della consultazione revocatoria.
Entrambi sono stati liberati in seguito alla visita a sorpresa dell’ex capo di governo spagnolo Zapatero, in viaggio a Caracas lo scorso fine settimana, e che sta svolgendo funzioni da mediatore nel controverso e spinoso dialogo tra il Presidente e le opposizioni.
Per Rosales sono stati ammessi gli arresti domiciliari, mentre per quanto riguarda Márquez il regime ha scelto di rilasciarlo soltanto a condizione che lasci il paese. A riguardo, il militante di Voluntad Popular ha scritto una lettera aperta nella quale dichiara che “la mia uscita dal carcere non mi ha dato la libertà, ma un esilio forzato”.

Giuseppe Guarino

Venezuela, Maduro
e il referendum revocativo

Che la democrazia venezuelana fosse malata non c’erano dubbi. Dopo le aggressioni che si susseguono da giorni nei confronti di rappresentanti e militanti delle opposizioni, l’obiettivo dei partiti alternativi a quello di governo (tra i quali Acción Democratica del Presidente dell’Assemblea Henry Ramos Allup, aderente all’Internazionale Socialista) è di mandare a casa il presidente Maduro, sfruttando uno strumento previsto dalla costituzione “bolivariana” di Hugo Chavez: il referendum revocativo del mandato presidenziale.

Ora arriva anche l’ufficialità da parte della Corte Suprema del paese sudamericano: affinché il referendum possa tenersi, occorre che l’opposizione raccolga le firme in tutti e 23 gli stati della federazione, per un totale del 20% dell’elettorato attivo venezuelano distribuito territorialmente. Sarà dunque necessaria una campagna più capillare e dispendiosa, con il rischio di allungare notevolmente tempi già dilatati. Se inizialmente infatti l’opposizione mirava a tenere il referendum prima della fine dell’anno, ora il termine ultimo è quello del 10 gennaio 2017.

Si tratta di una data spaventosamente vicina ma che piace molto al presidente e agli chavisti: qualora il referendum dovesse tenersi dopo il termine del 10 gennaio, Maduro sarebbe sì costretto alle dimissioni ma non si tornerebbe subito alle urne. Ci sarebbe invece un passaggio di consegne, con il vice-presidente Jorge Arreaza che terminerebbe gli ultimi due anni del mandato dall’alto della carica presidenziale, rimandando tutto al 2019.

Uno scenario per nulla piacevole e che, soprattutto, manterrebbe gli chavisti al potere con il rischio di ripercussioni nei confronti di chi ha firmato, fatto campagna elettorale o votato per il referendum.

Lo sa bene Ramos Allup, che nei recenti discorsi ha tuonato contro il governo, che avrebbe “l’idiozia impressa nei cromosomi, bloccata nel midollo, sono idioti incorreggibili. Non hanno capito che con la violazione sistematica della Costituzione e l’ignoranza dei poteri costituzionali dell’Assemblea sono chiuse tutte le strade a livello internazionale perché i paesi stranieri non sono stupidi e sanno che questo governo sta vivendo i suoi ultimi giorni”. Maduro, secondo il leader socialista, è un “vagabondo”, un “delinquente”.

Per quanto riguarda la raccolta firme e la recente decisione della Corte Suprema venezuelana, Ramos Allup si è detto pronto a tutto pur di far sì che il referendum sia attivato.

“Siamo pronti a ricorrere all’Organizzazione degli Stati Americani – ha dichiarato, dicendosi tra l’altro per nulla intimorito dalle minacce di arresto per alto tradimento – non alla Nato o al G7. Andremo dunque da un organismo del quale il Venezuela è parte, e lo faremo con l’intenzione di consegnare una relazione dettagliata e chiedere l’applicazione immediata della Carta Democratica, perché qui c’è una grave alterazione dell’ordine democratico e una grave violazione della Costituzione”.

Giuseppe Guarino

Maduro e la democrazia
a colpi di ‘minacce’

adAncora minacce ai partiti di opposizione nel Venezuela di Maduro.
A rivelarlo è il leader di Azione Democratica, Henry Ramos Allup. Su Twitter, il presidente dell’Assemblea Nazionale ha rivelato che le sedi del partito, aderente all’Internazionale Socialista, sono state attaccate a Barcelona e a Puerto La Cruz, nello stato di Anzoátegui. A colpire sarebbero stati dei gruppi legati al Partido Socialista Unido de Venezuela, ossia al presidente Maduro e al defunto Hugo Chavez.

“L’atto vandalico eseguito all’alba da bande armate legate al PSUV – ha scritto su Twitter Ramos Allup – è stato messo in atto per sabotare il nostro tour”.
Allegate al tweet due fotografie nella quale si vedono le facciate degli edifici, coperte da graffiti e scritte in rosso inneggianti a Chavez e che appellano come “fascista” e “golpista” la sinistra democratica venezuelana.

Le intimidazioni, frequenti in Venezuela, hanno avuto luogo durante la quattro giorni di raccolta firme per il referendum revocatorio nei confronti del presidente Maduro, fortemente promossa da Azione Democratica.
I sondaggi sono palesemente avversi al governo in carica, che si vedrebbe così rimosso dal potere per la prima volta dopo 17 anni di incontrastato dominio (se si eccettuano i pochi giorni del golpe fallito del 2002).

Attualmente, non c’è una data, sebbene le opposizioni sperano che la consultazione revocatoria del mandato presidenziale – un istituto previsto dalla costituzione “bolivariana” voluta da Hugo Chavez nel 1999 – possa tenersi entro fine anno.

Giuseppe Guarino