“La spirale della vita”, in memoria delle vittime di mafia

fontana della vita

PALERMO – Una grande installazione a forma di spirale, in memoria di tutte le vittime di mafia. È l’ultimo lavoro dell’artista veneziano Gianfranco Meggiato. Un’opera inserita nel programma di I-design tra i collaterali di Manifesta 12 e in Palermo Capitale Italiana della Cultura e a cura di Daniela Brignone. Dal 19 luglio, giorno in cui ricorre il 26esimo anniversario della strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, l’installazione sarà visibile e visitabile in piazza Bologni a pochi passi da Palazzo Belmonte Riso – sede del Polo Museale Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo – e dal No Mafia Memorial, la nuova istituzione culturale nata a Palermo per custodire la memoria dell’antimafia ed essere al contempo un luogo di incontro ed elaborazione sui diritti umani.

“La Spirale della vita”, l’opera creata utilizzando come materia prima 2000 sacchi militari, ha un diametro di 10 metri e rappresenta la prima installazione temporanea di grandi dimensioni realizzata a Palermo in memoria delle vittime di Cosa Nostra. Tra i patrocinatori dell’evento oltre al Comune e al Museo Riso ci sono il No Mafia Memorial presieduto da Umberto Santino, il Centro Paolo Borsellino presieduto da Rita Borsellino, il Marca (Museo delle Arti di Catanzaro) e la Fondazione Rocco Guglielmo.
Su progetto di Dario Scarpati, esperto di accessibilità museale, l’opera è concepita per consentire l’ingresso alle persone con disabilità motoria e agli ipovedenti in autonomia, grazie alla presenza di guide in braille, coniugando così gli aspetti legati all’arte e all’accessibilità. L’installazione sarà accompagnata da un catalogo pubblicato da Editoriale Giorgio Mondadori, con interventi istituzionali e saggi della curatrice Daniela Brignone e del critico Luca Nannipieri.

“Solo il libero pensiero, l’acquisizione di consapevolezza e non le armi – sottolinea l’artista Gianfranco Meggiato – possono salvare l’uomo da se stesso. L’uomo non ha bisogno di sovrastrutture ma, direttamente, con l’umiltà dell’apprendista, dovrà percorrere il proprio individuale labirinto per arrivare alla conoscenza”. Un progetto dal valore fortemente simbolico che parte dalla forma della spirale come rappresentazione del flusso vitale: quel percorso tortuoso che ognuno intraprende alla nascita, a volte tormentato da prove e fatiche, che conduce alla contemplazione e alla consapevolezza della verità e della giustizia. Valori rappresentati dall’imponente scultura – alta 4 metri – posta come punto di arrivo al centro dell’opera. Un’esperienza immersiva e multisensoriale che risulterà ancora più intensa per il visitatore che sarà investito dall’odore sprigionato dai sacchi di juta”.

“L’opera di Meggiato simboleggia la rinascita di un pensiero e di una coscienza che risveglia valori sopiti – dice la curatrice Daniela Brignone – Partendo dalla storia egli riscrive idealmente il futuro di un territorio, ridando un senso alla lotta per la libertà individuale. Attraverso l’espressione artistica, Meggiato traccia un percorso iniziatico, sospeso spazialmente e temporalmente, per ridestare gli animi dall’indifferenza al fine di intravedere la luce. La Spirale della vita coniuga così il valore dell’arte e della cultura a quelli dell’umanità”.

Scrive sul catalogo il critico d’arte Luca Nannipieri: “L’arte moltiplica la vita, anche quando affronta la materia più brutale dell’Italia democratica: i morti ammazzati per mafia. L’opera forse più civile di Gianfranco Meggiato dimostra che l’arte non è lontana dalle tragedie della storia. Le centinaia di vittime della mafia, trascritte una ad una sui sacchi militari, custodiscono questa spirale che culmina nella grande scultura di Meggiato, per testimoniare che l’arte è memoria della vita: è innalzamento della vita sulle macerie della morte. Se l’arte fosse soltanto estetica, sarebbe perdutamente ornamento, decorazione, cioè cosa superflua. In verità Meggiato dimostra, con quest’installazione, che l’arte è anche interrogazione viva sulle problematiche più brucianti e drammatiche del presente”.

“Il Polo Museale d’Arte Moderna e Contemporanea – dice la Direttrice del Polo Museale, Valeria Patrizia Li Vigni – ha aderito con entusiasmo all’ iniziativa di Daniela Brignone, inserita tra gli eventi collaterali di Manifesta 12, perché ben si allinea con gli obiettivi del Riso.  Il concetto di arte pubblica, condivisa e sociale, il lavorare in rete e fare sistema sono i principi perseguiti dal Riso e presenti nel progetto che vede la realizzazione dell’opera di Gianfranco Meggiato, artista di fama internazionale, a piazza Bologni.  Spazio esterno condiviso dal Riso, dal No Mafia Memorial e da I-design che dà luogo a un’opera concepita come percorso labirintico accessibile a tutti, simbolo del cammino impervio della vita. Si tratta del secondo evento del Riso inserito nei programmi di Manifesta 12 per la sezione Educational, dopo la mostra  “Breaking Myth” realizzata con lo SCAD University di Atlanta al Museo d’Aumale di Terrasini, altra sede del Polo Museale”.

GIANFRANCO MEGGIATO
Gianfranco Meggiato nasce il 26 agosto 1963 a Venezia. Nella sua opera guarda ai grandi maestri del 900: Brancusi per la sua ricerca dell’essenzialità, Moore per il rapporto interno-esterno delle sue maternità e Calder per l’apertura allo spazio delle sue opere. Lo spazio entra nelle opere di Meggiato e il vuoto diviene importante quanto il pieno. L’artista modella le sue sculture ispirandosi al tessuto biomorfo e al labirinto, che simboleggia il tortuoso percorso dell’uomo teso a trovare se stesso e a svelare la propria preziosa sfera interiore. Meggiato inventa così il concetto di “introscultura“ in cui lo sguardo dell’osservatore viene attirato verso l’interiorità dell’opera, non limitandosi alle superfici esterne. “A livello formale lo spazio e la luce non delimitano l’opera, scivolandole addosso come fosse un tuttotondo, ma penetrano al suo interno avvolgendone i reticoli e i grovigli arrivando ad illuminare la sfera centrale quale ideale punto di arrivo”.

A partire dal 1998 Meggiato partecipa ad esposizioni in Italia e all’estero, tra cui in USA, Canada, Gran Bretagna, Danimarca, Germania, Belgio, Olanda, Francia, Austria, Svizzera, Spagna, Portogallo, Principato di Monaco, Ucraina, Russia, India, Cina, Emirati Arabi, Kuwait, Corea del Sud, Singapore, Taipei, Australia. Nel 2007 le sue sculture monumentali sono presenti all’OPEN10 di Venezia – Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni. Tra il 2007 e il 2009 gli vengono dedicate diverse mostre personali: dal Museo degli Strumenti Musicali di Roma, al Palazzo del Senato a Milano e al Museo Correr (Biblioteca Marciana) a Venezia.
Nel 2009 partecipa alla mostra di sculture monumentali “Plaza” di Milano, (ventesimo anniversario del crollo del Muro di Berlino) mentre nel 2010 installa una sfera monumentale sul Breath Building GEOX a Milano ed è invitato ad una mostra personale all’ UBS BANK di Lugano.

Nel 2011 e 2013 è alla Biennale di Venezia nei padiglioni nazionali. Nel 2012 in occasione di Art Bre a Cap Martin la sua Sfera Enigma viene presentata al Principe Alberto di Monaco e successivamente esposta sul porto di Montecarlo. Nel 2014 il Lu.C.C.A. Center of Contemporary Art ospita una personale dell’artista e lo invita a partecipare alla collettiva ”Inquieto Novecento”: Vedova, Vasarely, Christo, Cattelan, Hirst e la genesi del terzo millennio. Nel dicembre 2016 espone una scultura monumentale: Sfera Sirio diam. 2 metri nel parco Bayfront di Miami.

A febbraio 2017, nel complesso monumentale della Misericordia a Venezia, viene inaugurata una grande mostra antologica con più di 50 opere. Sempre nello stesso anno, a giugno, il museo MARCA di Catanzaro inaugura una grande mostra dedicata al suo lavoro in quattro location della città: Museo Marca, Scolacium, Musmi (Museo Militare) e Marca Open con ”Il Giardino delle Muse Silenti” una installazione di grandi dimensioni con otto opere monumentali all’interno di un labirinto. Ad Ottobre 2017 a Gianfranco Meggiato viene conferito il prestigioso premio ICOMOS-UNESCO ”per aver magistralmente coniugato l’antico e il contemporaneo in installazioni scultoree di grande potere evocativo e valenza estetica” Sempre nello stesso mese, in occasione di Pistoia capitale della cultura, Meggiato viene invitato ad esporre in piazza duomo con una sua installazione: Il Mio Pensiero Libero-Le Muse Silenti.

In memoria di Aldo Moro e Peppino Impastato

impastato-moro-corniceIl 9 maggio è la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi. Sono passati 40 anni da quando nello stesso giorno, il 9 maggio 1978, sono stati trovati morti Aldo Moro e Peppino Impastato. Il primo ucciso dai terroristi che volevano abbattere lo Stato e l’altro dalla mafia che si presentava come Stato alternativo.

Di Aldo Moro sono fissate nella memoria collettiva le immagini del corpo fatto ritrovare nel bagagliaio di una R4 rossa a pochi passi dalle sedi dei due partiti popolari italiani del dopoguerra, la DC e il PCI. Di Peppino Impastato furono ritrovati soltanto brandelli del corpo, dilaniato dall’esplosivo, sparsi nel raggio di decine di metri.

Aldo Moro è stato il politico che più di tutti ha cercato di costruire un ponte tra cattolici e comunisti, che ha consentito di approvare riforme importanti per i diritti nel lavoro, nella scuola e nella sanità. Peppino Impastato si è ribellato al sistema mafioso, che abitava a 100 passi di distanza, che permeava la sua famiglia e il suo paese (Cinisi), denunciando gli interessi economici perseguiti dai clan con la connivenza di apparati dello Stato.

Aldo Moro fu tra coloro che scrissero la Costituzione e fu il primo firmatario dell’Ordine del giorno approvato all’unanimità l’11 dicembre del 1947 in cui si dice: “L’Assemblea Costituente esprime il voto che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado”. Nel 1958, quando Moro fu nominato Ministro dell’Istruzione, mantenne la promessa Costituzionale e istituì l’insegnamento obbligatorio dell’Educazione Civica nelle scuole medie e superiori. Peppino Impastato è nato nel gennaio del 1948 insieme alla Costituzione della Repubblica Italiana. Nel 1967 partecipò alla “Marcia della protesta e della speranza”, organizzata da Danilo Dolci, dalla Valle del Belice a Palermo, così descritta: “gruppi di giovani, con cartelli inneggianti alla pace e allo sviluppo sociale ed economico della nostra terra, confluiscono con incredibile continuità nella fiumana immensa dei manifestanti”.

Aldo Moro trascorse le ultime settimane di vita in un cubicolo di 2 metri quadrati, senza spazio per camminare. Fu ucciso per una sentenza pronunciata da un sedicente “tribunale del popolo”, che intendeva colpire il cuore dello Stato. Peppino Impastato non sopportava le ingiustizie, soprattutto quelle autorizzate dallo Stato. Negli anni ’70 fu in prima linea nelle lotte contro la speculazione edilizia, l’apertura di cave da riempire di rifiuti, la realizzazione di un villaggio turistico su un terreno demaniale, la costruzione di una nuova pista dell’aeroporto. L’art. 9 della Costituzione stabilisce che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Aldo Moro nelle lettere scritte dalla “prigione del popolo” mise a nudo la logica aberrante del potere, con il suo “assurdo e incredibile comportamento”, a tal punto di arrivare a chiedere alla moglie di “rifiutare eventuale medaglia”, essendo ben consapevole della fine. Peppino Impastato contrastò le collusioni della politica con la mafia, con grande creatività, organizzando un carnevale alternativo, con una sfilata di cloni che dileggiavano i potenti del paese e con la trasmissione radiofonica “Onda pazza”, in cui si raccontavano in modo dissacrante le storie di “mafiopoli”.

Il funerale di Aldo Moro venne celebrato senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la sua vita. Al funerale di Peppino Impastato parteciparono migliaia di giovani compagni, nell’indifferenza della gente del paese di Cinisi, nascosta dietro l’omertà delle finestre chiuse. Nelle prime indagini si ipotizzò che Peppino Impastato fosse saltato in aria mentre stava compiendo un attentato. In nome del popolo italiano furono i giudici Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto a riconoscere la matrice mafiosa dell’omicidio di Peppino Impastato.

Aldo Moro fu rapito mentre si stava recando in Parlamento, il giorno della presentazione del nuovo Governo, sostenuto da un’alleanza innovativa, che si era “tanto impegnato a costruire”. Il 6 maggio 1978 il gruppo politico di Peppino Impastato, con riferimento ad Aldo Moro, diffuse nel paese di Cinisi un volantino in cui si leggeva: “Di fronte alla possibilità, che trapela dal modo in cui si conclude il comunicato delle B.R., che l’assurda condanna a morte non sia stata ancora eseguita, rivolgiamo un ultimo appello alla trattativa in nome della vita e per la difesa del diritto a lottare delle masse popolari”. Peppino Impastato, candidato nella lista di Democrazia Proletaria, alle elezioni del 14 maggio 1978 fu eletto consigliere comunale da morto.

Le immagini di Aldo Moro e di Peppino Impastato, persone molto diverse, per una coincidenza di data, per un destino che li accomuna, tendono ad avvicinarsi. Tutti noi siamo in debito verso entrambi, uomini coerenti e attenti al nuovo che avanza, assetati di giustizia e con la voglia di cambiare, ognuno nel proprio contesto, al di fuori e dentro le istituzioni.

Aldo Moro scrisse che commemorare significa “non solo ricordare insieme, ma ricordare rendendo nuovamente attuale” e parlò della necessità di “pulire il futuro”.

Oggi sarebbe un segno dei tempi se un Comune italiano intitolasse una via ad “Aldo Moro e Peppino Impastato”, uniti nella memoria. Facile immaginare che quella strada ogni anno il 9 maggio sarebbe inondata da tanti giovani, per rendere vive le vittime della violenza, per promettere impegno e dare gambe a quelle speranze che Aldo Moro e Peppino Impastato hanno cercato di realizzare.

Rocco Artifoni
Pressenza

Foggia. Iorio, Antimafia è impegno per la vita civile

foggia liberaSta sfilando per le vie di Foggia il corteo per la ventitreesima ‘Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie’, alla quale partecipano migliaia di persone. La manifestazione è promossa da Libera e Foggia è la piazza principale della Giornata che si terrà contemporaneamente in altri quattromila luoghi in Italia, Europa e America Latina. Apre il corteo un lungo striscione con la scritta ‘Liberi Tutti, Diritti e saperi contro mafie e disuguaglianze’ della Rete della conoscenza.
“Libera e Don Ciotti quest’anno hanno scelto Foggia. Una città e una provincia da sempre asfissiata dalla criminalità organizzata. Un appuntamento fondamentale per la vita civile e democratica del Paese”. Questo il commento di Luigi Iorio, membro della segreteria nazionale del Psi, durante il corteo di ‘Libera’, dal tema “Terra, solchi di verità e giustizia” che accompagna la giornata della Memoria e dell’Impegno contro le mafie, che quest’anno si tiene a Foggia. “Una ricorrenza nazionale, quella del 21 marzo di tutti gli anni, ormai riconosciuta per legge, che ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie e rinnova in nome di quelle vittime l’impegno nella lotta alla criminalità organizzata”. “Perché la mafia ammazza, violenta i territori, soffoca con le estorsioni le attività commerciali. Come affermava Peppino Impastato ‘La mafia è una montagna di merda’”, ha concluso Iorio.
Migliaia gli studenti, ci sono tutte le scuole di Foggia. I ragazzi agitano anche una lunga bandiera della Pace. Il corteo guidato da don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, ha sfilato per le vie della città e dal palco di piazza Cavour sono stati letti i nomi delle 970 vittime innocenti delle mafie. “Qui piove ma oggi c’è lo stesso la primavera: ci sono migliaia e migliaia di giovani, adulti e associazioni che stanno camminando insieme” ha dichiarato don Ciotti. “Il cambiamento – ha rilevato – ha bisogno di tutti. Noi lo chiediamo alla politica, alle istituzioni, ma dobbiamo chiederlo anche a noi come cittadini: abbiamo bisogno di cittadini responsabili – ha concluso – non di cittadini a intermittenza a seconda delle emozioni e dei momenti”.
Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto manifestare la sua vicinanza a tutti i parenti delle vittime: “Desidero riaffermare la mia vicinanza a quanti, con passione civile e profondo senso di solidarietà, sono riuniti a Foggia e in tante altre città per testimoniare come il cuore dell’Italia sia con chi cerca verità e giustizia, con chi rifiuta la violenza e l’intimidazione, con chi vuole costruire una vita sociale libera dal giogo criminale”.

Un muro dedicato alle vittime di mafia a “La Tela” di Rescaldina

Mercoledì 21 marzo gli alunni di seconda media di Rescaldina (MI) celebrano la “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. Iniziativa promossa da La Tela in collaborazione con il Comune e le scuole cittadine

5295_locandina21MARZOLa Tela di Rescaldina (MI) celebra la 23esima “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” con i ragazzi delle scuole secondarie di primo grado: mercoledì 21 marzo oltre 120 ragazzi di seconda media scriveranno i nomi delle 950 vittime di mafia sui muri dell’osteria del “buon essere”, un luogo simbolo della lotta alle mafie, che sorge in uno stabile sottratto alla criminalità organizzata. L’iniziativa, organizzata da La Tela in collaborazione con l’amministrazione comunale, Libera, Avviso Pubblico e le scuole cittadine, fa seguito alla manifestazione dell’anno scorso quando, sempre in occasione del 21 marzo, i ragazzi delle medie furono chiamati a realizzare un murales.

«Paolo Borsellino ha detto che “la lotta alla mafia non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che arrivi a coinvolgere tutti, specialmente le giovani generazioni. Solo loro le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. E noi abbiamo voluto fare nostre le sue parole rivolgendoci ai giovani», premette Giovanni Arzuffi portavoce della cooperativa Arcadia che insieme con altre associazioni gestisce La Tela. «L’idea da cui siamo partiti è quella del colore; il colore come strumento per combattere il bianco dell’omertà. Ai ragazzi di seconda media mettiamo a disposizione circa 70 mq di muro bianco dove andare a scrivere con pennarelli colorati uno per uno tutti i nomi delle 950 vittime di mafia. Un piccolo gesto che non solamente va a rafforzare l’impegno sociale de La Tela e a ricordare dove e perché è nata; ma soprattutto una testimonianza che rimarrà in futuro e che speriamo aiuti i giovani a reagire davanti ad ogni atteggiamento e comportamento mafioso». Aggiunge: «Andremo a realizzare una sorta di “muro della memoria” quale segno di un impegno concreto che parte proprio dalle giovani generazioni per costruire un futuro migliore».

All’iniziativa hanno aderito oltre 120 alunni di seconda media dei plessi “Ottolini” di Rescaldina e “Raimondi” di Rescalda. Il programma prevede alle 10 l’arrivo del primo gruppo di studenti delle scuole di Rescalda. Mentre alcuni leggeranno i nomi delle vittime, gli altri si alterneranno nel comporre il murales di nomi. Alle 14.30 arriveranno le classi del plesso di Rescaldina: ripeteranno la lettura dei nomi e completeranno il muro con tutti i 950 nomi.

La Tela è un bene sequestrato alla criminalità organizzata, affidato al Comune di Rescaldina e gestito dalla Cooperativa ARCADIA insieme con altre associazioni del territorio. È diventato ristorante e centro di aggregazione e di promozione sociale e culturale.

Riina. Martelli. Morte Falcone gli si è ritorta contro

riinaIl ‘capo dei capi’ della Mafia, è morto nella notte a Parma. Aveva appena compiuto 87 anni ed era ricoverato in coma farmacologico nel reparto detenuti dell’ospedale del capoluogo emiliano, dopo il secondo intervento chirurgico nel giro di pochi giorni. Arrestato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza, Riina era considerato ancora il boss indiscusso di Cosa nostra, malgrado da allora sia rimasto rinchiuso in carcere in regime di 41 bis per scontare i 26 ergastoli a cui era stato condannato. Il legale di Riina, Luca Cianferoni, raggiunto telefonicamente ha chiesto il massimo riserbo. Riina era malato da anni, ma negli ultimi mesi le sue condizioni si erano aggravate tanto da indurre i legali a chiedere a luglio un differimento di pena per motivi di salute. Il tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva però respinto la richiesta finché ieri il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss.

Riina non si era mai pentito per le decine di omicidi compiuti (il primo a Corleone negli anni ’50) e le tante stragi da lui ordinate, tra cui gli attentati del 1992 in cui furono uccisi Falcone e Borsellino e quelli del 1993, nella penisola. Fu suo l’ordine di scatenare un’offensiva armata contro lo Stato nei primi anni ’90. Riina era ancora imputato nell’ultimo processo a suo carico, quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, che lo vede accusato di minaccia a Corpo politico dello Stato.

“Penso di aver tenuto fede a quella promessa che feci il giorno dell’assassinio di Falcone: in una dichiarazione ai media italiani e stranieri, ricordo la Cnn, dissi ‘dimostreremo che assassinando Falcone Cosa nostra ha fatto il peggiore affare, e cosi è stato”. Ha commentato Claudio Martelli, ministro della Giustizia ai tempi della cattura di Toto’ Riina. Secondo l’ex Guardasigilli, “la guerra militare con la mafia è vinta”, mentre rimane da condurre la lotta contro la “mafiosità”.

“Gli omicidi di Falcone e Borsellino – ha detto aggiunto Claudio Martelli parlando a Radio Anch’io su Rai Radio1 – furono un colpo al cuore. La mafia perforò il meccanismo di protezione dei magistrati. Falcone in particolare fu protetto come le più alte cariche dello Stato. Purtroppo però i frequenti viaggi a Palermo nell’ultima parte della sua vita e l’uso sistematico dei servizi di scorta furono un errore. La smagliatura fu quella. Bastò controllare gli spostamenti della scorta”. “Il giorno della cattura di Riina fu la fine di un lungo incubo. Ancora oggi non si è trovata una spiegazione su come Totò Riina abbia trovato rifugio a Palermo, abbia potuto viaggiare e così via. Ci sono state delle omertà. Lo Stato non si è rivelato efficace. Sono stato Ministro della Giustizia per 2 anni: abbiamo toccato il punto più basso con gli attentati a Falcone e Borsellino e il punto più alto subito dopo con la reazione e l’arresto di più di mille latitanti fino a Riina e poi Provenzano”

“La morte di un uomo dovrebbe portare al silenzio ed alla riflessione. E’ difficile, però in questo caso” ha affermato il Presidente del PSI Carlo Vizzini. “Non pensare in questi momenti alla tante vite spente ferocemente in tanti anni dal boss duro e glaciale ed anche al dolore di tutte le loro famiglie. A coloro che vorrebbero succedergli – ha concluso Vizzini che è stato relatore dell’ultima modifica del 41bis e delle confische dei beni – prima o poi saranno anche loro assicurati alla giustizia e finiranno al carcere duro con la confisca dei beni”.

Il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, ha definito folle la sua guerra allo Stato. “Lo Stato ha sconfitto l’idea folle di Riina e altri esponenti mafiosi di fare la guerra allo Stato e vincerla. Lo Stato ha vinto continuando a rispettare la legge e la Costituzione”. “L’attacco allo Stato – ha aggiunto – è stato il più grosso errore strategico di Riina e ha avuto ripercussioni pesantissime su Cosa Nostra, di cui alcuni mafiosi si sono ben resi conto”. “C’e’ da chiedersi, e da chiedere agli uomini di Cosa Nostra, se valga la pena finire in carcere o venire ammazzati, fare questa vita e imporla ai propri familiari, o se non sia meglio piuttosto decidere di intraprendere un’altra strada”. E’ la riflessione, del procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi. E sulla mafia ha aggiunto: “Muore Riina ma non finisce Cosa Nostra. Scompare quello che tuttora, nonostante la detenzione, era il capo della mafia, e si apre una nuova stagione. Ma Cosa Nostra non è finita”.

Ambiente, dalle ecomafie alle agromafie

Agromafie

Dall’ambiente all’agroalimentare, da ecomafie ad agrimafie. I tentacoli della Piovra sono sempre in movimento alla conquista di nuovi settori. Che la mafia ami la campagna è cosa nota, meno nota è la nuova frontiera di questo amore, con la generazione dei colletti bianchi che punta a occupare tutta la filiera. Il settore agroalimentare, infatti, rappresenta un terreno privilegiato di investimento della malavita, anche per il riciclaggio del danaro sporco. Questa occupazione rappresenta un pericoloso impatto non solo sul tessuto economico locale e nazionale, ma anche sulla salute dei cittadini e sull’ambiente.

“La mafia nel piatto. Ovvero la penetrazione mafiosa nel settore agroalimentare” è stato anche l’argomento di un recente seminario svoltosi a Tempio, nella appena inaugurata sede sarda dell’Eurispes, che nel marzo scorso ha anche presentato a Roma il quinto rapporto “Agromafie” sui crimini agroalimentari in Italia.

L’Eurispes, Istituto di studi politici, economici e sociali, è un ente privato, fondato nel 1982 da Gian Maria Fara, che ancora oggi ricopre l’incarico di presidente, e opera nel campo della ricerca politica, economica e sociale. Dal 1989 racconta il nostro Paese attraverso il Rapporto Italia. Tra gli altri lavori citiamo il Rapporto nazionale sull’infanzia e adolescenza, il Rapporto sulle eccellenze italiane e il Rapporto sui crimini agroalimentari. Sul fenomeno della penetrazione mafiosa nel settore agroalimentare abbiamo intervistato Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes.

Che cosa si intende per agromafie?
Con il termine “agromafie” si vuole indicare la presenza delle organizzazioni criminali e mafiose all’interno della filiera agroalimentare. Nel 1993/94 insieme con i carabinieri e con Legambiente coniammo il termine “ecomafie” a seguito di una approfondita indagine che denunciava la presenza sempre più massiccia delle mafie nel settore ambientale. Con quella indagine descrivemmo, con largo anticipo, ciò che avveniva nella cosiddetta “Terra dei fuochi”. La costante azione di monitoraggio che l’Eurispes, da sempre, conduce sulla evoluzione e sui percorsi delle attività criminali ci ha fatto scoprire come nel tempo gli ecomafiosi si siano trasformati in agromafiosi.

L’ultima incarnazione della mafia in guanti gialli? O il fenomeno esiste da tempo e solo adesso ne stiamo prendendo coscienza?
Stiamo assistendo alla progressiva trasformazione delle mafie che via via abbandonano l’approccio “militare” e sposano la cultura dei “colletti bianchi”. Insomma, dal kalashnikov all’economia digitale. Non è un fenomeno nuovo ma il frutto di una deriva imboccata dopo il fallimento della strategia delle bombe e dell’attacco alle Istituzioni. Quella deriva fallì grazie alla risposta ferma dello Stato attraverso la magistratura e le forze di polizia e, non da ultimo, l’impegno di parlamento e governo. A fronte di questa reazione le mafie hanno scelto la strategia del silenzio, dell’appeasement. In altre parole, della attività “sottotraccia”.

È un fenomeno limitato, riconducibile a poche zone ben definite, o può colpire (o ha già colpito) quelle regioni a vocazione agroalimentare, in pratica tutta l’Italia?
Le mafie hanno una spiccata vocazione economica; quindi, seguono il percorso dell’economia, della finanza, insomma dei soldi e, dunque, sono presenti là dove è possibile sviluppare con la maggior convenienza gli affari. Quindi tutte le regioni, e in particolare quelle più ricche, rientrano nella loro sfera di azione.

Quali sono i settori più colpiti? O l’interesse della mafia è per tutta la filiera?
Certamente l’interesse è rivolto a tutta la filiera: dalla produzione al trasporto, dalla gestione dei grandi centri di stoccaggio e smistamento sino alla rete di vendita.

Come condiziona il mercato, dalla produzione alla vendita, questa invasione tentacolare in ogni settore agroalimentare?
Il condizionamento si esplica nel controllo della produzione attraverso lo sfruttamento della manodopera e quindi del lavoro nero e del caporalato presente sia nelle regioni del Sud sia in quelle del resto d’Italia. La mafia condiziona la definizione dei prezzi e dei tempi del raccolto. Stabilisce quali debbano essere le aziende impiegate nel trasporto delle merci. Occupa i grandi centri di smistamento. Possiede catene di supermercati utilissimi, tra l’altro, per il riciclaggio. Secondo i nostri calcoli, naturalmente approssimativi per difetto, le mafie sviluppano un giro di affari annuo di almeno 22 miliardi l’anno.

Anche la confisca dei beni dimostra la “passione” per la terra dei mafiosi. Ha dati aggiornati?
I mafiosi conservano un rapporto intenso con la terra: quasi la metà dei beni confiscati è costituito da terreni e aziende agricole (circa 30.000).

Ma chi difende il Made in Italy, le produzioni doc, dop, tutte le eccellenze dell’agroalimentare italiano?
La produzione agroalimentare italiana è, in generale, di alta qualità quando non d’eccellenza, e occorre anche dire che è forse la più sicura al mondo. Le nostre produzioni sono super controllate (Nas dei carabinieri, guardia di finanza, Istituto repressione frodi, Istituto superiore di sanità, Asl, uffici d’igiene, etc.). Cosa che non accade, almeno con la stessa solerzia e intensità negli altri Paesi, anche in quelli dell’Unione. Il problema è dato dalla falsificazione o imitazione dei nostri prodotti nel mondo ovvero quello che è comunemente chiamato Italian sounding che produce un giro d’affari di almeno 60 miliardi di euro l’anno. Fenomeno del quale sono naturalmente protagoniste anche le mafie. Da tempo noi, anche attraverso il Rapporto sulle Agromafie, sollecitiamo l’avvio di un processo che porti alla identità certificata delle singole produzioni utilizzando le tecnologie che vengono oggi già utilizzate, per esempio, per le confezioni dei medicinali.

Come informare in maniera più completa i consumatori sui rischi che si corrono?
Su questo fronte non si fa ancora abbastanza. Bisogna far capire ai consumatori che esiste un rapporto diretto tra prezzo e qualità. Quando vediamo, sullo scaffale del supermercato, una bottiglia di olio “extravergine” di oliva a poco più di tre euro, dobbiamo avere la consapevolezza di trovarci di fronte a un prodotto di scarsissima qualità, di dubbia origine, frutto di una produzione industriale, e di processi chimici al limite del lecito.

Come combattere questo antico ma nuovo fenomeno dell’agromafia? Che provvedimenti dovrebbe prendere il parlamento?
Come dicevo prima, le mafie hanno una chiara vocazione economica. Il loro obiettivo primario è sempre quello dell’arricchimento, quindi, cercheranno in tutti i modi di penetrare in quei settori produttivi o dei servizi che non conoscono crisi. Il settore sanitario e quello della produzione agroalimentare sono tra questi. Crisi o non crisi, nessuno può rinunciare a curarsi e tutti ci metteremo a tavola almeno due volte al giorno. Le leggi ci sono e sono sufficienti. Magistratura e forze dell’ordine sono molto attive su questo fronte. Quel che occorre è non abbassare la guardia e seguire con grande attenzione i percorsi, le alleanze, le trasformazioni e gli obiettivi delle organizzazioni criminali.

In chiusura, due parole sul convegno di Tempio, al quale ha partecipato anche Gian Carlo Caselli, in qualità di presidente dell’Osservatorio sulle agromafie, ed ex procuratore capo di Palermo e Torino. Perché, appunto, questo convegno? Come ha reagito il pubblico? Contate di farne altri anche in altre regioni?
Il convegno di Tempio rientra all’interno di un programma di sensibilizzazione sul problema della penetrazione della criminalità nella filiera dell’agroalimentare ed è stato realizzato nella sala conferenze della nostra sede regionale sarda e ha visto la partecipazione di circa 800 persone e di numerose autorità civili e rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine, come Gian Carlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare fondato cinque anni fa da Eurispes in collaborazione con Coldiretti. Quella è stata la prima presentazione, ne sono previste altre ancora in diverse regioni. L’obiettivo è quello di informare e di dare un contributo di conoscenza che serva a far crescere la sensibilità e l’attenzione su temi, a nostro parere, decisivi. Il pubblico ha reagito in modo fortemente positivo, soprattutto quella parte costituita dai giovani delle scuole presenti. E questo lascia ben sperare.

Antonio Salvatore Sassu

25 anni fa l’ultimo viaggio di Falcone

Mafia: strage Capaci; ergastolo per 2 boss

Venticinque anni fa moriva Giovanni Falcone. Ucciso dalla mafia. Era il 23 maggio 1992, stava rientrando a Palermo, da Roma, insieme alla sua scorta. A pochi chilometri dalla sua città, il viaggio è finito per sempre. Quasi mezza tonnellata di tritolo li hanno fatto saltare in aria l’autostrada all’altezza dello svincolo di Capaci. Oggi è stata una giornata di celebrazioni. A Palermo i cortei partiti nel pomeriggio dall’aula bunker del carcere Ucciardone e da via D’Amelio sono arrivati all’albero Falcone in via Notarbartolo. Gli studenti hanno aspettato sotto l’abitazione del giudice Falcone fino alle 17,58, ora della strage di Capaci, hanno osservato un minuto di silenzio. Nel frattempo, musica, bandiere, cartelloni e palloncini colorati. “Nel ’92 non c’eravamo – dicono i ragazzi – ma oggi ci siamo e ci saremo”. Energie in marcia contro il grigiore della criminalità.

In testa al corteo, lo striscione “Palermo chiama Italia… la scuola risponde #23 maggio”, dal titolo dell’iniziativa promossa da Miur e Fondazione Falcone per commemorare le vittime delle stragi. Ai balconi, decine di lenzuoli bianchi appesi dai cittadini palermitani.

In mattinata dall’aula bunker, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina. “Il risultato, così importante, del maxiprocesso – ha detto – non fu dovuto a una concomitanza di circostanze favorevoli ma all’impegno, alla determinazione, al coraggio anzitutto dei suoi ideatori; e di chi lo condusse”.

Il magistrato è stato ricordato anche alla Camera dei deputati. Per i socialisti è intervenuto Oreste Pastorelli. “Noi socialisti – ha detto il deputato del Psi nel suo intervento – siamo particolarmente affezionati alla figura di Giovanni Falcone e fin da subito gli abbiamo riconosciuto nell’opera di contrasto alla mafia una grande capacità innovativa. La sintonia con questo magistrato, fu forse determinata dall’osservare quanto fosse fitta la schiera dei suoi oppositori e quanto fosse pericolosa la marea montante delle dicerie che avrebbe alla fine portato al suo isolamento rendendolo vittima predestinata e indifesa”.

“Claudio Martelli – ha ricordato Pastorelli – lo volle con sé al ministero di Giustizia, ma la simpatia, certamente umana, era una simpatia tutta politica, nel senso alto della parola. Avevamo capito che quel magistrato stava stracciando un copione che risultava utile a tanti, ma non a combattere la mafia. Falcone e Borsellino avevano deciso che Cosa Nostra andava combattuta con metodi moderni, che bisognava seguire la traccia dei soldi, una traccia che non puzzava, ma che avrebbe portato prove inoppugnabili in tribunale. Invece, al cosiddetto ‘terzo livello’, non ci credevano per niente perché – spiegavano – è la mafia che comanda gli altri poteri e non viceversa. Oggi – ha concluso Pastorelli – li richiamiamo alla memoria a 25 anni dagli attentati in cui persero la vita. Li ricordiamo con affetto e riconoscenza”.

Martelli, “crasti” socialisti che fecero guerra alla mafia

martelli falconeSi celebra oggi la XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
Migliaia di persone, circa 25mila, a Locri stanno sfilando per ricordare le vittime innocenti della mafia, ma anche, dopo l’ennesima sfida delle cosche, per ribadire una volta di più il no a ogni forma di criminalità e di sopraffazione.
In testa al corteo ci sono i familiari delle vittime che reggono due striscioni di Libera con lo slogan della Giornata di quest’anno: “Luoghi di speranza, testimoni di bellezza”. Dietro di loro una grande bandiera della pace portata da ragazzi migranti minorenni giunti in Calabria a bordo di barconi nei mesi scorsi. A seguire i gonfaloni, le autorità e migliaia di persone giunte da tutta Italia.
“Oggi a Locri siamo tutti sbirri. Ricorderemo tanti nomi di esponenti delle forze dell’ordine che hanno perso la vita e nessuno li può etichettare e insultare”, ha commentato don Luigi Ciotti dopo le scritte offensive comparse ieri a Locri.
“Ci vuole una rivoluzione culturale, etica e sociale – ha detto don Ciotti – che ancora manca nel nostro Paese perché non è possibile che da secoli ancora parliamo di mafia”.
La sfida che la ‘ndrangheta ha lanciato allo Stato nelle scorse ore per mano di ignoti hanno attaccato il presidente di Libera don Ciotti, promotore della Giornata della memoria e dell’impegno contro le mafie, vergando con una bomboletta spray su tre muri cittadini scelti non a caso, frasi come “Don Ciotti sbirro, più lavoro meno sbirri”, “Don Ciotti sbirro, siete tutti sbirri”, “Don Ciotti sbirro e più sbirro il Sindaco”. Sono comparse sui muri del Vescovado, dove don Ciotti è ospitato in questi giorni; su quelli di una scuola media e di un centro di aggregazione giovanile. Messaggi in stile tipicamente ‘ndranghetista, ne è convinto il procuratore antimafia di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho.
Tuttavia a iniziare una guerra contro il veleno mafioso che attanagliava l’Italia e in particolar modo la Sicilia, che ha negli anni scosso l’opinione pubblica fino a far parlare e disinnescare l’omertà della mafia, furono due giudici siciliani che hanno dedicato la loro vita alla lotta contro la mafia: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ma se il nome di Giovanni Falcone è ormai scolpito nella coscienza collettiva italiana, così non è per Claudio Martelli, che da Guardasigilli diventa il principale sostenitore del magistrato Giovanni Falcone, che viene da lui chiamato al Ministero a dirigere la Direzione Generale degli Affari Penali. In quel periodo Martelli e Falcone lavorarono al progetto della Superprocura antimafia. La vicinanza di Giovanni Falcone a Claudio Martelli costò al magistrato siciliano violenti attacchi da parte del PCI/PDS e del sindaco di Palermo Leoluca Orlando: quest’ultimo sferrò un attacco personale a Falcone durante il programma televisivo “Samarcanda”, accusandolo di “tenere nei cassetti i dossier”. La nomina di Falcone all’UAP fu peraltro valutata negativamente dall’Associazione Nazionale Magistrati.
La cosiddetta “superprocura” scatena la reazione della magistratura organizzata e dell’opposizione di sinistra, un fuoco di sbarramento che si intensifica quando Martelli propone nell’incarico proprio Falcone. “Solitaria eccezione, e per questo ancora più coraggiosa, fu il sostegno esplicito che ricevemmo da Gerardo Chiaromonte, consapevole dell’avversione di gran parte del suo partito nei confronti di Falcone”. Questi è accusato di non offrire garanzie di indipendenza, in quanto legato al ministero. Il Csm infatti nomina procuratore nazionale Agostino Cordova, ma Martelli si oppone, blocca la procedura e, forte di un precedente pronunciamento della Corte costituzionale, impone Falcone stesso.
Nonostante tutte le iniziative e le lotte portate avanti, le risposte dello Stato che diresse contro i boss, Martelli sembra soffrire di una condanna della memoria: è stato il ministro della Giustizia che più di ogni altro ha rischiato e si è battuto contro la mafia e la criminalità organizzata; è stato anche – non c’è possibilità di equivoco su questo – l’uomo politico operativamente e umanamente più vicino a Falcone. Eppure verrà ricordato, dai più, come un partitocrate di dubbia onestà.
Nella memoria vengono ricordati più alcuni pentiti come Angelo Siino, Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza che lamentarono – nelle loro confessioni di un decennio dopo – che “quei quattro “crasti” socialisti (…) prima si erano presi i nostri voti, nell’87, e poi ci avevano fatto la guerra”. L’addebito fu risolutamente respinto da Martelli, che si è sempre riconosciuto solo nella seconda parte della frase, quella per cui lui stesso dice di sé: “sono io uno di quei “crasti” (cornuti) socialisti che hanno fatto la guerra alla mafia”.
Pochi invece sanno che nel mirino della mafia era finito anche Claudio Martelli, insieme a Maurizio Costanzo. Inizialmente il giudice Falcone doveva essere ammazzato in un ristorante che frequentava a Roma mentre Martelli in via Arenula, dove c’era la sede del ministero di Grazia e Giustizia. Una volta a Roma, il commando iniziò a fare dei sopralluoghi facendo però confusione e scambiando il ristorante “Il Matriciano” per “La Carbonara”, dove Falcone era solito andare.
Claudio Martelli nelle sue azioni a sostegno di uno Stato che si batte contro le cosche è stato però fatto ‘fuori’ dallo stato stesso e dalla politica. “Io e Scotti fummo rimossi perché avevamo esagerato”. Aveva affermato l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, durante la deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia, spiegando la decisione di spostare lui e Vincenzo Scotti dai dicasteri della Giustizia e del Viminale a luglio del 1992. “Io mi impuntai”, aveva detto ricordando il suo rifiuto di lasciare via Arenula. Secondo il teste c’era una chiara intenzione politica di punire l’azione antimafia sua e di Scotti: lo scioglimento di diversi Comuni, alla legislazione antiracket, a quella sui pentiti. Il particolare confermerebbe i sospetti dei magistrati che vedono al cambio al vertice del Viminale non una semplice decisione politica ma un segnale lanciato dallo Stato a Cosa nostra.

Il Grande Vecchio.
La P1, la P2 e la P38

Facciamo un’altra interessante conversazione con il grande Gianfranco Carpeoro. Questa volta la nostra chiacchierata ci porta nel torbido mondo della P2, della meno nota P1, della mafia e dell’ ostilità, del resto ricambiata, di questa zona grigia nei confronti del Psi di Craxi e del Partito radicale di Marco Pannella

massoneriaBettino Craxi parlando del “Grande Vecchio” a un certo punto dichiarò che era il caso di cercarlo tra coloro che avevano fatto politica giovanile in area socialista. Esiste una connessione tra i militanti della fu FGSI ed il terrorismo rosso?

Ma sa ce n’erano tanti. Quand’ero ragazzo c’era il “Gruppo Astolabio” che operava a Cosenza e che faceva capo a Franco Piperno. Ci scrivevo anch’io su quel giornale, si chiamava “Gruppo Astrolabio” perché faceva parte della corte di Giacomo Mancini. Li ho visti passare tutti: Lanfranco Pace, Franco Piperno (entrambi ex militanti di Potere Operaio n.d.r.), ce n’erano tanti insomma. Bettino Craxi è vero che inizialmente indicò il “Grande Vecchio” come qualcuno che aveva fatto politica giovanile in area socialista, come è vero che ci fu una connessione tra FGSI e il “partito armato” ma è anche vero che in seguito tornò sui suoi passi dicendo che il “Grane Vecchio” non era mai esistito. Senza contare che poi è intervenuta sui gruppi armati la “sovragestione”, cioè il cambio dei vertici delle BR fu funzionale alla gestione Santovito (Giuseppe Santovito, generale dell’esercito il cui nome fu trovato negli elenchi della P2 n.d.r.) che doveva realizzare gli scopi di quella tremenda organizzazione che fu “Stay Behind”, il cui obiettivo era impedire che i partiti comunisti prendessero il potere e quindi considerare la lotta armata ideologicamente schierata a sinistra  come il miglior strumento di lotta anticomunista. Il mondo era diviso in aree di influenza. Il  motivo per cui l’Unione Sovietica aveva potuto mandare i carri armati a Praga nel ’68 fu lo stesso per cui il Pci non poteva raggiungere il potere in Italia.

Stiamo parlando quindi di una sovragestione di marca atlantista, non sovietica?

Ma certo, le Br del resto hanno fatto comodo agli Americani, non ai Russi. C’entra la P1, è sempre lei. La P2 era solo uno strumento per altro limitato  il cui anello di collegamento era Gelli ed era uno strumento che metteva in fila politici di secondo piano, tutti i vice.

In Italia proprio su questi fatti, dal 2002 al 2006, ha indagato la commissione parlamentare “Mitrokhin”, il cui presidente era il senatore Paolo Guzzanti. Che ne pensa dei risultati prodotti da quell’esperienza?

A tal proposito la commissione “Mitrokhin” azzeccò la metà delle cose, non le cose intere. Nel senso che la grande connessione tra servizi segreti non l’ha azzeccata, ha portato a casa il minimo sindacale perché poi si è rivelata uno zero. Questo perché il potere era determinato affinché su queste inchieste non si andasse troppo a fondo. C’era una specie di saldatura per la quale i problemi gestiti a livello  d’intelligence  dovevano rimanere un affare dell’intelligence.

Cosa può dirmi in merito alla P1?

Il GOI non ha mai mostrato i provvedimenti relativi  alla P1: la bolla di riconoscimento, quando è stata ricostituita… nessuno ha mai messo il GOI alle strette sul problema delle logge Propaganda.

Perché si chiamava Propaganda? Perché dovevano entrarci personaggi di primo piano il cui livello doveva fare propaganda alla Massoneria, in questo senso doveva essere un emblema della dottrina massonica. Quindi la loggia Propaganda nasce con lo scopo opposto dall’essere segreta, perché non avrebbe molto senso fare propaganda attraverso una loggia segreta.

Nel mio libro (Dalla Massoneria al terrorismo, rEvoluzione Edizioni, 2016. N.d.r.) tra le righe indico anche chi era il Venerabile della P1, cioè Eugenio Cefis.

Probabilmente la Propaganda vera e propria è nata subito dopo la guerra, dopodiché la Propaganda 2 la ritroviamo operante ufficialmente dal 1970 , nonostante poi in realtà tutte le fonti riportano che Gelli ci entrò nel 1967. È probabile a questo punto che Gelli, affiliato alla Massoneria nel 1962,  nel ’67 entra nella P1 e dal 1970 iniziano le attività della P2. Una carriera garantita da uno sponsor potente quale era il Maestro Aggiunto Roberto Ascarelli (Avvocato, uomo di spicco della comunità ebraica romana,  vicino politicamente al Partito radicale di Pannunzio e in seguito aderente al PSDI, n.d.r.) che lo fa entrare prima nella loggia (riservata n.d.r.) “Hod” e poi lo sposta nella loggia Propaganda.

Sembra quasi che la “sovragestione”, per dirla con Lei, abbia scelto la forma della loggia massonica per operare in Italia

È una forma che hanno adoperato dappertutto. Pensi che anche per far fuori Salvador Allende hanno utilizzato la Massoneria, perché Augusto Pinochet era membro della stessa loggia del leader socialista cileno (Pinochet era “Primo Sorvegliante” della Gran Loggia del Cile n.d.r.). Non è una particolarità italiana.

La P1 vive e lotta insieme (o meglio contro) a noi?

Secondo me si ed è il motivo per cui si è messo su il teatrino della P3 della P4 e molto probabilmente su alcune cose riesce ad influire e su altre no. Sicuramente con la globalizzazione è molto meno potente di prima. Tutto in Italia è meno potente di prima

Quindi anche la Mafia?

Chi domina sono ormai i rapporti internazionali non quelli nazionali, nella misura in cui la Mafia è entrata negli uffici affari riservati delle grandi banche europee e mondiali sicuramente si muove anche usando il canale della finanza. Ma voglio dire è un contesto di estrema debolezza perché è tutto il Paese ad essere debole

Cioè Lei dice che nel contesto in cui stiamo vivendo anche la parte peggiore del Paese si è indebolito

Precisamente. Ci rifletta: domani mattina Draghi si alza, chiude i rubinetti e noi siamo di nuovo nei guai

La Mafia ha un’origine di società segreta ma anche di cultura esoterica? Mi vengono in mente i tre leggendari cavalieri che si narra abbiano fondato la ‘Ndrangheta: Osso, Malosso e Carcagnosso

Guardi, sicuramente le strutture mafiose, ndranghetiste e camorriste, hanno dovuto “schiavizzare” delle persone nel loro esercito,  hanno dovuto avvalersi anche di argomenti di questo tipo. I capi bastone hanno avuto bisogno anche di argomentazioni religiose/esoteriche anche per poter attirare persone a sé. Ma non è il legame più importante

E qual è il più importante?

La gestione del potere sicuramente. E per gestire il potere devo avere 1000 picciotti che mi obbediscono perché pensano di dovere la vita a Santa Rosalia e Santa Rita, allora uso queste credenze. Non è l’aspetto fondamentale però. Poi l’origine di queste organizzazioni è molto meno misteriosa di quello che sembra: gli esseri umani si associano per raggiungere uno scopo, in questo caso il potere.

Le risulta che il vecchio PSI abbia mai avuto rapporti con queste realtà?

La Mafia in meridione tende ad avere rapporti con chi gli serve: che sia un massone, un politico, un giornalista, una suora… nel periodo di cui stiamo parlando la Mafia era siciliana par exellence. Ebbene, mi citi un solo Siciliano che ha fatto carriera all’interno del PSI. Non gliene viene in mente nessuno vero? Sa perché? Perché Craxi ha sempre ostacolato la crescita del partito in Sicilia tanto è vero che il cartello siciliano lo hanno fatto assieme democristiani e comunisti. La “rete” di Orlando era questo.

Martelli da Guardasigilli nel ’91 chiamò Falcone al ministero per tradurre l’esperienza del Pool di Palermo in leggi dello Stato…

L’unico partito che ha cercato di non avere rapporti con la Mafia è stato il Partito socialista, vale a dire l’unico partito senza referenti siciliani

…E i radicali

Ma i radicali sono una storia a parte. Pannella tra le righe lo diceva che esisteva la P1. Quando diceva “la P2 e la P38” si riferiva ad Eugenio Cefis, il quale  aveva l’abitudine di girare armato. Pannella riusciva a dire queste cose solo perché nessuno le capiva, Cefis sapeva che una frase del genere poteva capirla solo lui e quindi lasciava correre. Marco non era furbo per fregare il prossimo ma lo era sufficientemente per difendersi

Pannella godeva di qualche protezione?

La sua purezza ero lo scudo più resistente che si potesse avere. Era totalmente avulso rispetto al sistema. Non lo potevi colpire sui soldi, non lo potevi colpire sul malaffare, non lo potevi colpire in nulla. Anzi se lo avessero colpito sarebbe diventato pericolosissimo. Era la volta buona che i Radicali prendevano il 50% dei voti.

Sarebbe stato certamente un altro Paese. Come lo sarebbe stato se i tre politici che hanno incentrato la propria attività politica al servizio del concetto di Autonomia, sia del Paese rispetto alla logica dei blocchi e sia  nella politica interna, non avessero fatto una fine prematura. Mi riferisco al già citato Bettino Craxi, ad Aldo Moro e ad Enrico Berlinguer. Della fine di  Moro e Craxi bene o male si è sempre discusso pubblicamente, mentre sulla morte di Enrico Berlinguer solo da poco tempo gira, quasi sussurrata, una tesi complottista. Che ne pensa?

No è morto di emorragia cerebrale, non c’è spazio per nessuna dietrologia. Anche perché Berlinguer in realtà era doppio: con la mano destra prendeva i soldi del PCUS e con l’altra faceva segno di no. Berlinguer prima di morire fa con Craxi il cosiddetto “incontro delle Frattocchie” nel quale stendono il piano per cui il Pci avrebbe dovuto essere riconosciuto dai socialisti, così da garantire ai comunisti la rimozione del veto per l’entrata nl PSE. Il problema è che poi Berlinguer e il Partito comunista non solo non si attennero minimamente a quanto fu deciso con Craxi in quell’incontro ma anzi fecero tutto l’opposto (nell’ottica della chiusura dell’esperienza comunista così da compiere “un ritorno a casa”, cioè all’unità precedente alla scissione del 1921. n.d.r.) . La solita “doppiezza togliattiana”. Del resto Craxi fu fatto fuori non per motivi inerenti alla sua persona, ma piuttosto relativamente allo spazio che occupava. Era l’ostacolo alla legittimazione definitiva del Partito comunista

La Sicilia letteraria
e la mafia raccontate
da Luciano Bianciardi

bianciardi_luciano1Nella corrispondenza con i lettori che lo scrittore Luciano Bianciardi tenne dal 1970 al 1971, anno della sua morte, sul “Guerin Sportivo”, diretto allora da Gianni Brera – oggi leggibile nel godibilissimo volume Il fuorigioco mi sta antipatico (Stampa Alternativa, Roma), si leggono alcune notazioni su scrittori e poeti quali Verga, Pirandello e Quasimodo, ma anche sulla mafia.

E questo perché il “Guerin Sportivo” era un settimanale di sport e di varia umanità, teso a contrastare in maniera spregiudicata ed eretica il dilagante conformismo della cultura italiana di quel tempo. A proposito di Quasimodo, sulla scia del giudizio un po’ snobistico di Edoardo Sanguineti, che nella sua Poesia italiana del Novecento aveva scritto che “il suo più vero contributo originale alla poesia del nostro secolo non è da riconoscersi nella produzione creativa, ma nelle traduzioni dai lirici greci”, Bianciardi ripete che il poeta siciliano fu un ottimo traduttore di testi poetici ma non un grandissimo poeta. Meglio di Quasimodo, i poeti Montale e Ungaretti avrebbero meritato il premio Nobel. Secondo Bianciardi,  anche Luigi Pirandello aveva vinto il Nobel immeritatamente. Senza mezzi termini lo scrittore maremmano dichiara che a lui Pirandello non piace, perché “ha una tematica fissa, uggiosa, scontata, falsamente europea, sostanzialmente siciliana e provinciale”, che si può riassumere in poche righe.
Per Bianciardi, Pirandello è “un monotono autore provinciale che fu scambiato per pensatore profondo da un’Italia altrettanto provinciale”.Bianciardi lamenta perciò il fatto che a Stoccolma hanno premiato Carducci, Deledda, Pirandello e Quasimodo, ma hanno ignorato Giovanni Verga, “scrittore di livello mondiale”. Forse perché allievo del “venerato maestro” Luigi Russo e perché l’ autore dei Malavoglia ha un po’ a che fare con il tema essenziale della migliore narrativa di Bianciardi, costituito dal passaggio traumatico dalla vita di provincia a quella della metropoli, che produce uomini destinati a uno scacco esistenziale, l’autore di La vita agra, che si definisce “un anarchico conservatore”, nutre una passione viscerale per l’arte del conservatore Verga, legato alla piccola nobiltà agraria, che nel 1912 si dichiara favorevole a una politica “nazionalista” dopo avere inneggiato nel 1898 al generale Bava Beccaris massacratore del popolo milanese in rivolta. Scrive Bianciardi sul “Guerin Sportivo”: “I miei maestri si chiamano così: Giovanni Verga, catanese. Seguo invano le sue tracce da quando avevo diciotto anni. Carlo Emilio Gadda milanese”.
Nel dialogo sulle pagine  del “Guerin Sportivo” Bianciardi, stimolato dai lettori della sua rubrica che, dopo l’ assassinio del procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione, gli chiedono di chiarire i supposti rapporti della magistratura con la mafia e di dire che cosa sia esattamente la mafia, si sofferma più volte a parlare dell’ argomento, nel periodo storico in cui ministri e cardinali negano l’ esistenza del fenomeno mafioso o sottovalutano i suoi effetti devastanti nel mondo politico ed economico della penisola. “La mafia – scrive Bianciardi – non fu inventata a Palermo. La mafia è una componente sociale eterna. Dovunque una minoranza si dispone a difesa dei propri privilegi, o alla conquista di privilegi che ancora non ha, e agisce dentro un contesto sociale estraneo, e si dà le sue regole e le sue leggi occulte, e un codice d’ onore che va rispettato, pena la vita, lì è la mafia”. E ancora: “Dove è carente lo Stato, lì gli uomini inventano uno Stato per proprio conto, e vi amministrano la giustizia, a modo loro. Il fenomeno mafioso esiste dappertutto, in ogni paese. Si accentua in Sicilia, isola occupata, volta a volta, da greci, arabi, normanni, angioini, aragonesi, italiani, tedeschi, americani e infine turisti. Un’ isola che non ha mai avuto un governo efficiente, ma solo oppressivo. Così si governano da soli, e regolano i conti alla maniera che abbiamo visto. Certo che i magistrati hanno rapporti con la mafia. Tutti, in Sicilia, hanno rapporti con la mafia”.

Sollecitato a definire meglio le caratteristiche e le sfere di influenza della mafia di quegli anni e i suoi legami con il potere, Bianciardi ribadisce che “la mafia è kantianamente, una ‘categoria dello spirito’. Sorge ed esiste dovunque vi sia una carenza comunitaria, dovunque occorra fare ‘giustizia’ da soli. Quella siciliana è la più forte e la più dura, perché la Sicilia è il pezzo d’Italia più sfottuto nei secoli. Un tempo stava di casa a Corleone, ed era una conventicola che governava i contadini.[…] Ora predomina a Palermo, dove controlla l’ edilizia ben più fruttuosa. Ma ha le sue propaggini, ovviamente, a Roma”. Infine, a un lettore che mitizza l’ operato del prefetto Mori, considerato come un uomo abile e coraggioso che era riuscito a sconfiggere la mafia durante il fascismo, mentre la commissione parlamentare presieduta dall’ onorevole Cattanei si era arresa di fronte al pericolo di compromettere importanti personaggi politici, Bianciardi, scettico sulla lotta alla mafia affidata alle commissioni parlamentari o basata solo sulle misure di polizia, distante da quegli storici che, seppure con molte cautele, danno un giudizio nel complesso positivo sui risultati dell’ operazione Mori, risponde così: “Il prefetto Mori, nonostante il dispiego di forze, non risolse la faccenda della mafia, tanto vero che nel 1943 gli americani sbarcarono in Sicilia con il beneplacito e l’appoggio della mafia, siciliana e americana. Segno che questa mafia continuava a prosperare di qua e di là dell’ Atlantico”.

Bianciardi, autore insieme a Carlo Cassola del libro-inchiesta I minatori della Maremma e di opere di contenuto risorgimentale in cui presentava un’immagine inedita della storia d’Italia, non era un mafiologo, anche se nel 1957 aveva tradotto per la Feltrinelli il best seller dello scrittore scozzese Gavin Maxwell, GodProtect me from my Friends (Dagli amici mi guardi Iddio: vita e morte di Salvatore Giuliano). E tuttavia le sue opinioni sulla mafia, per quanto non aggiornate, ci trasmettono una verità semplice quanto drammatica: se nel nostro Paese non si migliorano le sorti di tanti uomini, donne e giovani condannati alla marginalità sociale, all’inadempienza scolastica, al lavoro precoce e privo di serie prospettive, a una condizione di invivibilità e insicurezza, che in definitiva incoraggiano la pratica di comportamenti trasgressivi e criminali, fra non molto tempo cesseremo di essere una nazione.

Lorenzo Catania