Visite fiscali. Cosa devono fare i lavoratori in caso di malattia

Visite fiscali

ARRIVA UNA GUIDA DELL’INPS

Cosa devono fare i lavoratori in caso di malattia? Per risolvere dubbi e domande arriva una guida sulla certificazione telematica e sulle visite mediche di controllo. Un vademecum con cui l’Inps vuole rispondere alle richieste più frequenti di dipendenti, pubblici e privati, indicando i passi da seguire quando, causa malattia, si è impossibilitati ad andare al lavoro.

“La prima cosa da fare – ricorda l’istituto – è contattare il proprio medico curante che ha il compito di redigere e trasmettere il certificato in via telematica all’Inps. Certificato e attestato cartacei (l’attestato indica solo la prognosi, ossia il giorno di inizio e di fine presunta della malattia; il certificato indica la prognosi e la diagnosi, ossia la causa della malattia) sono accettati solo quando non sia tecnicamente possibile la trasmissione telematica”.

Il lavoratore, si legge, “deve prendere nota del numero di protocollo del certificato e controllare l’esattezza dei dati anagrafici e dell’indirizzo di reperibilità per la visita medica inseriti”. Inoltre, può “verificare la corretta trasmissione del certificato tramite l’apposito servizio sul sito Inps, inserendo le proprie credenziali (codice fiscale e Pin o Spid per consultare il certificato; codice fiscale e numero di protocollo per consultare l’attestato)”.

Reperibilità – Nel certificato, “il medico deve inserire (solo se ricorrono) l’indicazione dell’evento traumatico e la segnalazione delle agevolazioni per cui il lavoratore, privato o pubblico, sarà esonerato dall’obbligo del rispetto della reperibilità”. Per quanto attiene le fasce per le visite fiscali di controllo, possono essere disposte d’ufficio dall’Istituto o su richiesta dei datori di lavoro per i propri dipendenti. La reperibilità cambia tra privato e pubblico: i lavoratori privati sono tenuti a essere reperibili nelle fasce 10-12 e 17-19. Per quelli pubblici, nelle fasce 9-13 e 15-18.

Assenza – Infine, “se il lavoratore risulta assente alla visita domiciliare, viene invitato a recarsi, in una data specifica, (generalmente il giorno dopo), presso gli ambulatori della struttura territoriale Inps di competenza. E’ comunque tenuto a presentare una giustificazione valida per l’assenza per non incorrere in eventuali azioni disciplinari da parte del datore di lavoro”.

Dipendenti pubblici

TORNANO I BUONI PASTO

Buone notizie per i buoni pasto degli statali. Il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno ha annunciato che dal 6 agosto torneranno ad essere erogati da un nuovo fornitore. “Come promesso, il servizio di erogazione dei buoni pasto per i dipendenti pubblici riprenderà il prossimo 6 agosto” ha reso noto Bongiorno, aggiungendo che è stato individuato il nuovo fornitore. “Un ottimo risultato raggiunto in poco tempo, in sinergia con le strutture competenti del Ministero dell’Economia e di Consip” ha aggiunto il ministro.

Dopo la disdetta della convenzione con Qui!Group, il ministero si era messo al lavoro per risolvere la situazione prima possibile evitando di danneggiare ulteriormente i dipendenti pubblici. Il caos sui buoni pasto è esploso dopo che la Consip ha annunciato la risoluzione della convenzione con la società Qui!Group “per reiterato, grave e rilevante inadempimento delle obbligazioni contrattuali”. Tra i disservizi contestati al fornitore la mancata spendibilità dei buoni emessi ed il mancato rimborso degli stessi alle imprese esercenti. Da qui la chiusura dell’accordo con il fornitore di Qui!Ticket.

Previdenza

PENSIONE, COSA DOBBIAMO ATTENDERCI

Pensione, si cambia. Dal prossimo anno ogni biennio si provvederà ad adeguare i requisiti per la pensione con le aspettative di vita. Dal 1° gennaio 2019 l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni (71 per l’opzione contributiva), mentre per la pensione anticipata saranno necessari 43 anni e 3 mesi di contributi per gli uomini. Per le donne 42 anni e 3 mesi.

Tuttavia non faremo in tempo a metabolizzare questo cambiamento che ci sarà un nuovo adeguamento: nel 2021, infatti, l’età pensionabile per la pensione di vecchiaia salirà di altri 3 mesi, arrivando a 67 anni e 3 mesi.

D’altronde i miglioramenti nel campo della medicina e della farmacologia hanno fatto sì che la speranza di vita si allungasse, attivando un processo costante nel tempo: secondo le previsioni dell’Istat, infatti, ogni biennio le aspettative di vita dovrebbero crescere di circa 2 o 3 mesi, comportando così un aumento dell’età pensionabile.

Quindi è vero che in futuro vivremo di più, ma è anche vero che la maggior parte del tempo la passeremo lavorando. Con la crescita costante dell’età pensionabile (sempre che le previsioni dell’Istat siano confermate), infatti, in futuro non si potrà andare in pensione prima dei 70 anni.

Lo conferma una interessante, recente infografica realizzata da Money.it in cui sono indicati i cambiamenti che interverranno sul fronte previdenziale nei prossimi anni. Come possiamo vedere dall’immagine, dal 2021 in poi l’età pensionabile aumenterà di 2 mesi ogni biennio, superando i 68 anni nel 2031 e i 69 nel 2043. Un giovane di 20 anni, che oggi probabilmente ha appena iniziato a lavorare (oppure a studiare in un corso universitario), dovrebbe quindi attendere il 2069 per andare in pensione, alla veneranda età di 71 anni e 3 mesi.

Tutti disoccupati, così 600mila famiglie

SUD: RAPPORTO SVIMEZ

Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. Così la Svimez che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”. E definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors'”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Nel 2019 “si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. E’ quanto prevede la Svimez, nelle anticipazioni del Rapporto di quest’anno. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo” nel giro di due anni (dal +1,4% dello scorso anno al +0,7% del prossimo).

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. E’ questo il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire.

La Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, nelle anticipazioni del Rapporto 2018 lancia l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

Carlo Pareto

Inps, come funziona la pensione di cittadinanza

Inps

COME COMUNICARE LA MALATTIA

L’Inps è un ente pubblico che si occupa dei lavoratori dipendenti/autonomi e dei pensionati. Relativamente agli occupati del settore pubblico/privato, chi si ammala è obbligato a comunicare l’insorgenza dell’evento all’Inps. Ai lavoratori, infatti, inidonei temporaneamente a svolgere l’attività lavorativa a causa di una malattia (come l’influenza o la frattura di un arto) viene riconosciuta un’indennità economica dall’Inps. Nella fattispecie l’Istituto si fa carico di una parte della retribuzione che spetta al lavoratore dipendente nel corso della sua assenza dal posto di lavoro. L’importo ed il periodo temporale coperto da questa assistenza economica varia in funzione di alcuni parametri. Innanzitutto viene considerato il settore lavorativo di appartenenza (agricoltura, industria e terziario o lavoratori marittimi). Ma rileva pure la tipologia di accordo contrattuale (tempo determinato o indeterminato). E si tiene conto anche di ulteriori specifiche posizioni professionali (apprendisti, disoccupati, lavoratori sospesi o autonomi iscritti alla gestione separata). Le predette categorie di lavoratori vengono comunque accomunate dall’iter procedurale seguito per notificare l’assenza dal posto di lavoro. Vediamo brevemente come bisogna comunicare la malattia all’Inps.

Occorrente: Certificato medico; Dati anagrafici; Indirizzo di domicilio; Pec o fax o raccomandata a/r (eventuale); Certificato di ricovero e dimissioni (eventuale).

L’azione di partenza che il lavoratore ammalato deve compiere è quella di recarsi a visita dal proprio medico di famiglia, per richiedere il rilascio del certificato di malattia. Il compito di inoltrare all’Inps tale referto in modalità telematica compete direttamente al professionista. Durante questa fase iniziale, il lavoratore deve prestare molta attenzione nel comunicare al proprio medico ogni suo dato anagrafico corretto e l’indirizzo preciso del domicilio presso cui è degente. Quest’ultima informazione servirà per controllare l’effettiva indisposizione del lavoratore attraverso un’eventuale visita fiscale. Che potrà essere disposta in determinate fasce orarie ed ha l’obiettivo di verificare la reale incapacità lavorativa temporanea dell’ammalato. Se durante il periodo di malattia si rende necessario il cambiamento dell’indirizzo per la reperibilità, il lavoratore è espressamente tenuto a comunicare all’Inps di appartenenza l’avvenuta modifica tramite Pec, fax o raccomandata con ricevuta di ritorno (a/r).

Dopo aver inviato la comunicazione online della malattia all’Inps, il lavoratore infermo non avrà più l’obbligo di far giungere il referto sanitario al proprio datore di lavoro. Quest’ultimo ha difatti la possibilità di visionare tale attestazione legale ricorrendo agli appositi servizi informatici resi specificamente disponibili dall’Inps.

Nell’ipotesi in cui il medico di famiglia si trova nell’impossibilità di eseguire la trasmissione obbligatoria della comunicazione telematica attestante la temporanea incapacità lavorativa, l’ammalato dovrà far pervenire il referto di malattia all’Inps ed il relativo attestato al datore di lavoro entro 48 ore dal rilascio.

Nel caso, invece, si tratti di un ricovero in ospedale o di un accesso al pronto soccorso, l’attestazione sanitaria di ricovero e dimissione rilasciata dalla struttura ospedaliera purtroppo difficilmente viene inoltrata telematicamente. Di conseguenza tali eventi si dovranno comunicare in modo cartaceo, anche se trascorsi oltre 2 giorni dal rilascio. Ad ogni modo la comunicazione andrà effettuata prima del termine di prescrizione della prestazione sanitaria.

Sempre con riferimento ai certificati di malattia riguardanti la giornata passata in ospedale o al pronto soccorso, giova fare una importante precisazione. Vengono considerati efficaci dall’Inps soltanto le attestazioni contenenti precipue tipologie di elementi. Quelli in particolare attinenti alle informazioni anagrafiche relative al lavoratore ammalato, alla data di rilascio, alla firma leggibile dello specialista e alla diagnosi medica comportante la temporanea incapacità lavorativa.

Se la malattia insorge in un Paese straniero, occorre distinguere tra due procedure alternative. Qualora ci si trovasse in uno Stato appartenente all’Unione Europea, bisogna applicare le medesime leggi esistenti nel Paese di residenza del lavoratore ammalato. Se l’evento si manifesta all’interno di un Paese extracomunitario che non ha stipulato con l’Italia degli accordi ad hoc in materia, la competenza è dell’Ambasciata italiana. Tale rappresentanza diplomatica dovrà pertanto farsi carico delle azioni necessarie per legalizzare il certificato di malattia.

In conclusione, si consiglia quindi, di non dimenticare mai: di prestare molta attenzione all’esattezza delle informazioni e dei dati inseriti nel certificato medico; e di comunicare l’eventuale modifica relativa all’indirizzo di domicilio con un congruo anticipo.

Pensione di cittadinanza

COME FUNZIONA

Nel contratto del ‘Governo del cambiamento’, sottoscritto da Movimento 5 Stelle e Lega, c’è la pensione di cittadinanza, lo strumento con il quale si farà in modo che nessun pensionato si trovi a vivere in condizioni di povertà. L’importo di riferimento per questa interessante misura è di 780 euro. Ciò significa che qualora il pensionato si trovi al di sotto della soglia di povertà avrà diritto a un’integrazione della pensione fino al raggiungimento del suddetto importo. Quindi chi ha problemi economici e ad esempio percepisce un assegno di soli 400 euro, che non gli permette di vivere una vita dignitosa, beneficerà di un incremento di 380 euro, così da arrivare ai 780 euro suddetti. L’importo di riferimento dovrebbe subire un incremento a seconda del numero di familiari a carico ad esempio per la coppia si sale a 1.170 euro. Questo aspetto però non è stato approfondito dal testo del contratto di Governo, quindi per saperne di più dovremo attendere la sua attuazione.

Naturalmente la pensione di cittadinanza non sarà riconosciuta a tutti coloro che percepiscono una pensione inferiore all’importo minimo prestabilito, ma solo a chi ha un reddito e un patrimonio insufficiente per vivere una vita dignitosa e di conseguenza si trova in una condizione di povertà. Uno strumento senza dubbio ambizioso come tra l’altro lo è l’introduzione del reddito di cittadinanza ma allo stesso tempo oneroso. Per quanto riguarda il reddito e la pensione di cittadinanza una buona parte del finanziamento dovrebbe arrivare dall’Europa. Come si legge nel contratto di governo, infatti, M5S e Lega contano di avviare un dialogo nelle sedi comunitarie per chiedere l’applicazione del provvedimento A8-0292/2017 con cui il Parlamento europeo garantisce l’utilizzo del 20% del Fondo Sociale Europeo per l’istituzione del reddito di cittadinanza (che comprende anche la pensione) anche in Italia, unico Paese dell’UE insieme alla Grecia a non aver ancora adottato uno strumento simile per il contrasto alla povertà.

Inail

MALATTIA PROFESSIONALE

Per malattia professionale s’intende quella patologia strettamente connessa al tipo di lavoro e all’influenza negativa che esercita sulla propria vita in termini salutari. A differenza dell’infortunio che ha effetto immediato sul lavoratore, la malattia professionale si manifesta con il passare del tempo, e agisce sull’organismo in modo lento e progressivo.

Si parla di malattia professionale quando si è esposti ad agenti pericolosi o tossici che a lungo andare possono compromettere la salute sica dell’individuo.

Si pensi ad esempio all’operaio edile che lavora in magazzini dove vi è un continuo rumore assordante derivato dalle macchine utilizzate. Col passare del tempo, l’esposizione a questi rumori continui, potrebbe far emergere problemi di sordità, strettamente connessi al contatto prolungato con l’ambiente lavorativo. Ecco che si parla di Ipoacusia, malattia che comporta un indebolimento acustico graduale con reali conseguenze per tutto l’apparato uditivo.

Da cosa può essere provocata una malattia professionale

– Rischio ambientale: come inalare sostanze tossiche in modo continuo, oppure essere esposti a rumori meccanici o essere esposti a radiazioni

– Atti ripetuti: frequenti movimenti che caratterizzano la lavorazione e provocano a lungo termine dolori muscolo/scheletrici che comportano limitazioni a livello articolare.

Chi può richiedere la malattia professionale

I lavoratori più colpiti dalle conseguenze salutari derivanti l’ambiente

lavorativo, sono quelli facente parte del settore agricolo e industriale. Ad essi, dopo aver accertato la malattia professionale, spetta un’indennità riconosciuta dall’Inps attraverso riabilitazioni di carattere economico, sanitario e riabilitativo.

La tutela dell’Inail è prevista sia per i lavoratori pubblici che privati ed è estesa sia per le categorie autonome come gli artigiani o gli agricoltori diretti.

Cosa si deve fare per denunciare la malattia professionale

1. Avvertire il medico curante, che dopo un’analisi approfondita del disagio salutare e delle cause derivate, emette un certificato di malattia professionale che dovrà essere portato al proprio datore di lavoro entro 15 giorni dall’emissione del referto.

2. Consultare le tabelle formulate dall’Inps dove sono indicate le malattie professionali riconosciute e controllare tutti i dettagli presenti, come nome della malattia, derivazione, indennizzo. Le tabelle prefigurate si dividono per i due settori, industriale e agricolo e sono presenti all”indirizzo ufficiale dell’Inail.

3. Dopo aver consegnato il certificato al datore di lavoro, quest’ultimo ha tempo 5 giorni per inoltrarlo all’Inail in modalità telematica, attraverso una apposita procedura attiva sul sito Inail che offre il modo di descrivere minuziosamente la situazione lavorativa, come il luogo di lavoro, le possibili esposizioni, l’orario di durata delle mansioni…ecc..

4. L’Inail, a seguito dell’invio della documentazione completa da parte del datore di lavoro, invita il lavoratore a presentarsi presso una delle proprie sedi per effettuare una visita medica di controllo. Se impossibilitati ad eseguire questi step, è possibile scaricare il modulo direttamente dalla pagina web dell’Inail per avviare l’iter di certificazione della malattia.

Carlo Pareto

Quando si può licenziare per malattia. Inps, sostegno al reddito per chi perde il lavoro

Lavoro
QUANDO SI PUÒ LICENZIARE PER MALATTIA

Il lavoratore dipendente malato non può essere licenziato. A stabilirlo è la legge, che prefigura solo due casi nei quali è possibile attuare l’allontanamento in caso di malattia: quando l’assenza supera la durata massima fissata dal contratto collettivo o se, nonostante l’assenza sia inferiore a tale limite, essa comporti un grave pregiudizio per l’organizzazione aziendale. La prima causa, come ricorda il portale “laleggepertutti.it”, è detta ‘superamento del comporto’ e trova nella legge una previsione espressa; la seconda, invece, discente direttamente della recente interpretazione dei giudici.
Il codice civile stabilisce che l’azienda debba conservare il posto di lavoro del dipendente in malattia, nei limiti del ‘comporto’, un periodo determinato dalla legge, dai contratti collettivi o, in mancanza, dagli usi. Fondamentalmente, non si può licenziare il lavoratore malato a causa della sua malattia e dell’assenza prorogata. Si può però licenziare il dipendente malato, anche durante il periodo in cui è a casa, per altri motivi non legati alla malattia come ad esempio una crisi aziendale o la ristrutturazione interna (il cosiddetto licenziamento per giustificato motivo oggettivo) o ancora, una grave colpa da questi commessa (cosiddetto licenziamento disciplinare). Come nell’ipotesi del dipendente in malattia che non si fa puntualmente trovare a casa al momento delle visite fiscali del medico dell’Inps.
L’assenza per malattia può protrarsi per un periodo massimo che di norma è disciplinato dai contratti collettivi. Superata tale soglia è possibile il licenziamento. L’unico caso in cui al dipendente viene permesso di superare il periodo di comporto è quando la malattia si è verificata a causa del datore di lavoro, per non aver questi garantito un ambiente salubre e privo di rischi (infortunio sul lavoro, mancata predisposizione delle misure di sicurezza, ma anche uno scivolone dalle scale, un infarto derivato da una condotta mobbizzante, ecc.).
Per calcolare il ‘comporto’, ossia l’arco temporale superato il quale l’azienda può licenziare il dipendente, bisogna fare riferimento all’anno di calendario o l’anno solare, in base a quanto normato dai contratti collettivi. Per ‘anno di calendario’ si deve intendere il lasso di tempo compreso tra il 1° gennaio e il 31 dicembre di ogni anno, mentre per ‘anno solare’ si deve intendere un periodo di 365 giorni decorrenti dal primo evento morboso, dall’inizio della malattia (se continuativa) o a ritroso dalla data di licenziamento.
La durata del comporto per gli impiegati è prefissata dalla legge ed è di 3 mesi quando l’anzianità di servizio non supera i dieci anni, e di 6 mesi quando tale anzianità va oltre i dieci anni. Per gli operai, invece, la durata del periodo di comporto è stabilita dalla contrattazione collettiva. Il periodo di comporto può essere interrotto per effetto della richiesta del lavoratore di godere delle ferie maturate. La richiesta deve essere scritta, indicare il momento dal quale si intende convertire l’assenza per malattia in assenza per ferie ed essere tempestivamente presentata al datore di lavoro, prima che il periodo di comporto sia definitivamente scaduto e il datore di lavoro abbia diritto di recedere dal rapporto.
Scaduto il comporto, il datore può licenziare il dipendente senza provare l’esistenza di una giusta causa o un giustificato motivo. Tuttavia, è vietato licenziare il dipendente per superamento del comporto se la sua malattia è stata provocata o aggravata dalla nocività insita nelle modalità di esercizio delle mansioni o comunque esistente nell’ambiente di lavoro. Al riguardo, la recente giurisprudenza intervenuta in materia sta sostenendo la possibilità per l’azienda di licenziare il dipendente assente per malattia ancor prima del superamento del comporto, quando l’indisposizione del lavoratore provoca un grave danno all’organizzazione del lavoro.
È quello che si definisce ‘licenziamento per scarso rendimento’. Esistono già diversi precedenti in tal senso. In sostanza, secondo le ultime pronunce giudiziarie emanate sull’argomento, tutte le volte in cui la presenza sporadica del lavoratore finisce per danneggiare i meccanismi produttivi e le catene di montaggio, costringendo l’azienda a bloccarsi o, per evitare ciò, ad assumere un sostituto, è possibile il licenziamento di chi non ha ancora esaurito tutti i giorni del comporto.
Ma attenzione, il licenziamento del malato cronico, di chi, cioè, presta servizio a singhiozzo, fra lunghe assenze e brevi ritorni, è lecito solo quando questi rende un’attività esigua per quantità e qualità e dunque non utilizzabile dall’azienda. In tale fattispecie il licenziamento è legittimo. Quando le reiterate assenze per malattia determinano uno scarso rendimento viene infatti violato l’obbligo della diligente collaborazione a cui il lavoratore si obbliga.

Previdenza Inps
LE MISURE ATTUALI DI SOSTEGNO AL REDDITO PER CHI PERDE IL LAVORO

Diversi sono i sostegni al reddito tuttora in vigore che si collegano alla perdita di lavoro. Vediamo quali sono i principali:
Naspi (Nuova Prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego) è il sussidio di disoccupazione erogato dall’Inps. Per ottenerlo occorre aver lavorato almeno 13 settimane negli ultimi 4 anni e 30 giorni di lavoro effettivo nell’anno in cui si è perso il posto. La Naspi può essere richiesta da dipendenti pubblici a termine e lavoratori subordinati del settore privato. Vale per chi perde il lavoro involontariamente o per chi si licenzia per giusta causa. L’importo massimo per il 2018 non può superare i 1.300 euro al mese e l’assegno dura fino a un massimo di 24 mesi.
Dis-Coll è la prestazione rivolta a collaboratori a progetto, occasionali, coordinati e continuativi, dottorati di ricerca, borsisti ecc. che hanno perduto involontariamente il lavoro o che si sono dimessi per giusta causa. Anche in questo caso l’importo massimo è di 1.300 euro al mese, ma la durata massima è pari a 6 mesi.
Disoccupazione agricola, riservata ai lavoratori dell’agricoltura, offre un’indennità pari al 40% della retribuzione del lavoratore o della lavoratrice che ha perso il lavoro. Si collega alla stagionalità insita nel lavoro agricolo. Per fare domanda basta compilarla in via telematica sul sito Inps.
Questi contributi si collegano a un precedente periodo di lavoro. Si tratta pertanto di schemi cosiddetti “assicurativi”, in cui si versa un “premio” durante i mesi di lavoro e si percepisce in cambio un “risarcimento” nei periodi in cui il lavoro finisce. Diversi sono invece gli strumenti improntati al reddito di cittadinanza, in cui è la condizione di povertà o di disagio a dare diritto a un sostegno

Fisco a cittadini
ECCO COME LO STATO USA LE TUE TASSE

“Gentile Mario Rossi…ecco come lo Stato utilizza le tue tasse”. E’ arrivata a metà aprile, con la stagione delle dichiarazioni, una pagina informativa personalizzata nel ”cassetto” dell’Agenzia delle Entrate con la quale circa 30 milioni di contribuenti hanno potuto conoscere come sono state utilizzate le proprie imposte versate nell’anno precedente. Nell’informativa è compresa una tabella ed un grafico che riporta le principali voci, dall’istruzione al debito pubblico. Anche così i cittadini non saranno solo contribuenti, ha spiegato il direttore delle Entrate Ruffini.
I cittadini che hanno presentato la dichiarazione dei redditi nel 2017 – aveva annunciato l’Agenzia delle Entrate – potranno conoscere come sono state distribuite le imposte relative al 2016, accedendo al proprio cassetto fiscale o nella dichiarazione precompilata, in pratica attraverso l’accesso telematico alle proprie pagine fiscali che già molti cittadini hanno. “Nella speranza di fare cosa gradita, – viene riportato nella breve introduzione alla pagina – Agenzia delle entrate desidera fornirti alcune informazioni con l’obiettivo di essere ancora meglio al servizio tuo e dell’intera comunità.
(…) Contribuire alla propria comunità è essenziale, – viene concluso – ma riteniamo lo sia anche avere la consapevolezza, per rispetto del cittadino prima ancora che del contribuente, di come vengano utilizzate le risorse fiscali” E’ proprio questa la filosofia che ispirare il progetto che – ha ricordato l’Agenzia – rientra nel percorso tracciato dal direttore dell’Agenzia, Ernesto Maria Ruffini, per “migliorare il senso di partecipazione dei cittadini troppo spesso considerati soltanto contribuenti”. I soggetti potenzialmente interessati all’operazione sono circa 30 milioni.
Ci sono i circa 20 milioni che compilato il modello 730 direttamente o tramite intermediari e altri 10 milioni che invece dichiarano attraverso il modello Redditi.
La novità è scattata di fatto dalla metà di aprile, con l’avvio della stagione delle dichiarazioni dei redditi. “Accedendo al proprio cassetto fiscale o consultando la dichiarazione precompilata via web – hanno spiegato alle Entrate – si può conoscere come sono state distribuite le risorse fiscali in un quadro sintetico che contiene le principali voci di spesa”.
In pratica è possibile scoprire come le proprio imposte versate – dall’Irpef alle varie addizionali, dalla cedolare sugli affitti al contributo di solidarietà – vengono ”spacchettate” nelle diverse voci del bilancio della pubblica amministrazione: sanità pubblica, previdenza, istruzione, sicurezza, ordine pubblico, trasporti, cultura, protezione del territorio, ma anche la quota parte del debito pubblico o come si contribuisce al bilancio dell’Unione europea, oltre ai servizi generali delle pubbliche amministrazioni.
Ecco allora che un Mario Rossi che ha versato 10 mila euro di imposta saprà sui redditi del 2016, che 2.125 euro sono stati destinati alla voce previdenza e assistenza, 1.934 euro sono andati alla sanità, 1.090 euro all’istruzione, 882 euro a difesa, ordine pubblico e sicurezza, 832 ai servizi erogati dalla Pubblica Amministrazione e così via.
Tutte le principali voci di spesa dello Stato sono, quindi, riassunte in una tabella e in un “grafico a torta” attraverso i quali il contribuente potrà verificare concretamente il percorso compiuto dalle imposte in base alla propria dichiarazione dei redditi 2017.
L’accesso a questa nuova ‘pagina’ segue lo schema che il fisco utilizza già per la dichiarazione precompilata. Servirà la password a tutela della riservatezza. Si può usare per questo sia lo Spid, il sistema pubblico di identità digitale che consente di utilizzare le stesse credenziali per tutti i servizi on line delle amministrazioni pubbliche oppure, in alternativa, le password e il pin dei servizi dell’Agenzia delle Entrate, della carta nazionale dei servizi, dell’Inps o del portale NoiPa (quelle dei dipendenti pubblici). Ma si potrà anche chiedere di saperlo tramite un intermediario: un Caf o un professionista abilitato. Come dire, sono tante le strade possibili per questa nuova ”consapevolezza fiscale”.

Carlo Pareto

Inps. Diminuiscono i pensionati ma la spesa sale

Inps

NUOVE VISITE FISCALI 2018

Con decreto n.206 del 17 ottobre 2017, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n.302 del 29 dicembre 2017, è entrato in vigore, dal 13 gennaio 2018, il nuovo regolamento sulle visite fiscali, e sulle modalità di accertamento delle assenze dal servizio.

Visite fiscali con controlli a ripetizione, soprattutto a ridosso del fine settimana o in prossimità delle feste. Incentivi economici ai medici per spingerli a effettuare più accertamenti nelle zone d’Italia meno battute.

E’ saltato invece, almeno per ora, l’armonizzazione tra il settore pubblico e quello privato che avrebbe parificato le fasce di reperibilità. La riforma Madia non si è infatti adeguata alle osservazioni del Consiglio di Stato e ha lasciato invariate le vecchie fasce orarie peri i controlli per l’accertamento delle assenze dal lavoro per malattia.

Per visita fiscale si intende l’accertamento sanitario, cioè una visita medica, che viene effettuata da parte di un medico dell’Inps nei confronti del lavoratore, quando è assente per malattia.

La visita fiscale può essere effettuata:

– su richiesta del datore di lavoro pubblico, fin dal primo giorno di assenza dal servizio attraverso il canale telematico messo a disposizione dall’Inps;

– su disposizione dell’Inps.

La richiesta può essere presentata fin dal primo giorno di assenza del lavoratore.

Il lavoratore è tenuto a rendersi reperibile, per la visita fiscale, in determinati orari; in particolare, le fasce di reperibilità per la visita fiscale sono le seguenti: dipendenti statali e degli enti locali devono essere reperibili per l’intera settimana, festivi compresi, nelle fasce orarie dalle 9 alle 13, e dalle 15 alle 18.

Anche i lavoratori del settore privato devono essere reperibili tutta la settimana, compresi sabati e domeniche, ma le fasce orarie sono differenti e vanno dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19.

Durante le fasce di reperibilità, sin dal primo giorno in cui si ammala, il lavoratore in malattia deve restare a disposizione del medico fiscale. Al verificarsi della malattia, il dipendente è tenuto a comunicare la malattia al datore di lavoro e a recarsi dal proprio medico curante perché rediga ed invii all’Inps in tempo reale il certificato telematico.

Se il lavoratore si reca dal medico il giorno successivo alla malattia e la visita è ambulatoriale, perde il primo giorno di malattia; lo stesso accade nel caso in cui la visita non sia ambulatoriale, ma il lavoratore si presenti alla visita medica con oltre un giorno di ritardo dal verificarsi della patologia.

Chi non si presenta alla visita fiscale perde il 100% della retribuzione per i primi 10 giorni (a meno che entro 10 giorni non si presenti alla visita ambulatoriale, nel qual caso, a partire dal giorno della visita, la retribuzione viene ripristinata, ovviamente se viene effettivamente riscontrata la malattia); il 50% della retribuzione, per i giorni successivi al decimo; tutta la retribuzione, se non si presenta nemmeno al terzo controllo con licenziamento con o senza preavviso.

Modalità di svolgimento della visita fiscale
Il medico, subito dopo l’effettuazione della visita ed utilizzando una specifica modalità telematica approntata dall’Inps, redige il relativo verbale, che viene messo a disposizione del dipendente tramite un apposito servizio telematico; reso disponibile al datore di lavoro tramite un ambito dedicato del portale dell’Istituto previdenziale.

L’esito della visita, però, viene comunicato dal medico al dipendente seduta stante. E se quest’ultimo non concordi con la decisione assunta in merito dal medico, può contestarlo. Il medico, da parte sua, preso atto del dissenso espresso, invita il dipendente ad una successiva visita ambulatoriale, nel primo giorno utile.

Esonero dalle visite fiscali
Il dipendente è esonerato dalla visita fiscale solo in alcune ipotesi, come una malattia nelle quali è a rischio la vita del lavoratore, un infortunio sul lavoro, patologie per causa di servizio, una gravidanza a rischio, patologie collegate all’invalidità riconosciuta, se almeno pari al 67%, il ricovero ospedaliero o presso altra struttura sanitaria.

Se il medico curante riscontra una delle cause di esonero elencate, o se decida, in base ad altre serie motivazioni, di escludere il lavoratore dalla visita, deve contrassegnare il certificato telematico col codice E.

Se il dipendente malato, durante le fasce di reperibilità, deve assentarsi, è giustificato solo se l’assenza è dovuta a cause di forza maggiore o per sottrarre sé o un familiare da un pericolo grave, se l’interessato deve sottoporsi a visite mediche specialistiche o generiche, analisi, cure o terapie.

Non sono considerati casi giustificati di assenza al controllo del medico fiscale ipotesi quali malfunzionamento del campanello, breve assenza per compiere delle commissioni, o non essersi potuti alzare dal letto, in quanto vale il principio per cui il lavoratore è tenuto a mettere in atto ogni accorgimento possibile per consentire l’accesso al personale sanitario.

Polo unico Inps
Dal 1° settembre 2017 è entrato in vigore il Polo unici per le Visite Mediche di Controllo (VMC)  che attribuisce all’Inps la competenza esclusiva ad effettuare visite fiscali sia su richiesta dei datori di lavoro (pubblici e privati), sia d’ufficio.

Il decreto legislativo 27 maggio 2017, n. 75 dispone l’armonizzazione della disciplina dei settori pubblico e privato per quanto concerne le fasce orarie di reperibilità entro le quali possono essere effettuate le visite di controllo e la definizione delle modalità per lo svolgimento degli accertamenti medico legali.

Nel rispetto della normativa sulla privacy e il trattamento di dati sensibili, le informazioni e i giudizi medico legali – anche qualora conseguenti a visite disposte su iniziativa dell’Istituto – saranno messi a disposizione del datore di lavoro pubblico, comprese le assenze al domicilio, la mancata presentazione a visita ambulatoriale nonché il giudizio medico sulle giustificazioni di assenza per motivazioni medico-sanitarie.

Lavoratore assente alla visita fiscale
In caso di mancata effettuazione della visita per assenza del lavoratore all’indirizzo indicato, va data immediata comunicazione motivata al datore di lavoro che l’ha richiesta. Il medico fiscale rilascia apposito invito a visita ambulatoriale per il primo giorno utile presso l’Ufficio medico legale dell’Inps competente per territorio.

Qualora il dipendente non accetti l’esito della visita fiscale, il medico è tenuto ad informarlo del fatto che deve eccepire il dissenso seduta stante. Il dissenso va annotato sul verbale (sottoscritto dal dipendente) e contestualmente lo stesso va invitato a sottoporsi a visita fiscale, nel primo giorno utile, presso l’Ufficio medico legale dell’INPS competente per territorio, per il giudizio definitivo. In caso di rifiuto a firmare, il medico fiscale informa tempestivamente l’Inps e predispone invito a visita ambulatoriale.

Rientro anticipato al lavoro dalla malattia
Inoltre, in caso di ripresa dell’attività lavorativa, per guarigione anticipata rispetto al periodo di prognosi indicato nel certificato di malattia, il dipendente deve esibire certificato sostitutivo, che va richiesto allo stesso medico che ha redatto la certificazione originaria, ovvero a un altro in caso di assenza o impedimento di questi.

Ma spesa sale

PENSIONI, MENO ASSEGNI

La cura dimagrante applicata al sistema previdenziale sta dando i suoi frutti: nel 2016 i pensionati gestiti dall’Inps sono scesi a quota 16,1 milioni, contro i 16,8 milioni del 2008. In termini assoluti si tratta di 715.047 persone in meno, che corrisponde a una riduzione del 4,3%. Nello stesso periodo, però, la spesa per gli assegni è aumentata di 41,2 miliardi, passando da 241,2 miliardi a 282,4 miliardi (+22,3%). I dati contenuti nelle tabelle dell’Istat, ed elaborati dall’Adnkronos, mostrano tutto il peso economico del sistema pensionistico italiano.

La crescita della spesa sarebbe ulteriormente lievitata senza la riforma Fornero; si stima che in questi anni siano stati ‘risparmiati’ 15-16 miliardi l’anno, a cui però bisogna aggiungere i costi dei diversi interventi compensativi (dalle salvaguardie degli esodati all’ape). Il sistema pensionistico costa sempre di più a causa dell’incremento degli assegni, che in media sono aumentati del 22,3%, passando da 14.373 euro del 2008 a 17.580 euro del 2016 (+3.207 euro).

La differenza tra gli assegni rosa e blu è sempre stata causa di discussioni sul sistema previdenziale che non riesce a colmare le lacune tra i due sessi. E anche se negli anni sta diminuendo resta comunque elevata: i pensionati Inps sono passati da 17.139 euro l’anno a 20.697 euro, con un incremento del 20,8% (+3.558 euro), mentre le donne sono passate da 11.907 euro a 14.780 euro, con un incremento del 24,2% (+2.873 euro).

La crescita più marcata dei redditi delle pensionate, rispetto ai redditi dei pensionati, ha consentito di ridurre lo squilibrio, che resta comunque a elevato: se nel 2008 gli uomini percepivano un assegno del 44% più elevato, nel 2016 la differenza si è ridotta al 40%. E anche se il numero di donne a riposo è maggiore rispetto agli uomini, 8,4 milioni contro 7,6 milioni, la spesa pensionistica è comunque destinata in misura maggiore ai maschi, che ricevono il 56,2% dei 241,2 miliardi distribuiti nel 2016.

Carlo Pareto

Inps. Sono circa 5,8 milioni i pensionati con meno di mille euro al mese

Malattia

ARRIVA L’AUTOCERTIFICAZIONE PER I PRIMI 3 GIORNI DI MALATTIA

Il Ddl Romani che permette l”autodichiarazione’ per i primi tre giorni di assenza dal lavoro per malattia incassa il sostegno della Federazione degli Ordini dei medici. Quella di “autogiustificare i primi tre giorni di assenza per malattia dal lavoro” è una proposta che la Fnomceo – su impulso del presidente dell’Ordine di Piacenza, Augusto Pagani – porta avanti “da quattro anni e che è stata, lo scorso dicembre, oggetto di un Ordine del giorno approvato all’unanimità dal Consiglio nazionale, che ha dato mandato alla presidente Chersevani e a tutto il Comitato centrale di sollecitare una revisione, in tal senso, della legge Brunetta”, ricostruisce la stessa Federazione.

“E gli appelli non sembrano essere rimasti inascoltati: è stato infatti assegnato alla Commissione Affari costituzionali del Senato il Ddl presentato da Maurizio Romani, vicepresidente della Commissione Igiene e sanità. Se sarà approvato – spiega la Fnomceo – in presenza di un disturbo che il lavoratore ritiene invalidante ma passeggero, sarà lui stesso, sotto la sua esclusiva responsabilità, a comunicarlo al medico, che si farà semplice tramite per la trasmissione telematica all’Inps e al datore di lavoro. Il Ddl incide poi, ridimensionandole, sulle pene ai medici, anche per porre rimedio ad alcune contraddizioni ed eccezioni di incostituzionalità rilevate nella legge Brunetta”.

La Fnomceo esprime, dunque, “vivo apprezzamento e sostiene il Ddl – ha sottolineato Maurizio Scassola, vicepresidente della Federazione -. Ci sono disturbi come il mal di testa o lievi gastroenteriti, la cui diagnosi non può che essere fatta sulla base di sintomi clinicamente non obiettivabili. Il medico, in questi casi, deve limitarsi, all’interno del rapporto di fiducia che lo lega al paziente, a prendere atto di quanto lamentato. Riteniamo che un’auto-attestazione potrebbe essere utile, prima ancora che a sollevare il medico, a responsabilizzare il paziente come del resto già avviene, con ottimi risultati, in molti Paesi anglosassoni. Auspichiamo dunque un iter rapido e l’approvazione entro fine legislatura”.

Boeri

PENSIONE, PER 6 MILIONI E’ SOTTO I MILLE EURO

Sono circa 5,8 milioni i pensionati che non arrivano a 1.000 euro al mese. Lo certifica l’Inps nel Rapporto annuale, presentato recentemente dal presidente Tito Boeri. Nel dettaglio, al 31 dicembre 2016, sono 1,68 milioni quelli che percepiscono un assegno sotto i 500 euro al mese, il 10,8% del totale, e 4,15 milioni quelli che si fermano a 999 euro mese, il 26,7%.

Il 21,8% invece, circa 3,38 milioni di pensionati, non supera quota 1.500 mentre il 17,9%, circa 2,78 milioni, percepisce assegni fino a 1999 euro al mese. Sono invece il 10,6%, circa 1,6 milioni, quelli che possono godere di una pensione poco sotto i 2.500 euro mentre a percepire assegni di poco meno di 3000 euro è il 5,4% del totale dei pensionati, 845mila persone. Il 6,8% infine, poco più di 1 milione di pensionati, riceve una pensione oltre i 3mila euro al mese.

Per Boeri l’unica strada possibile per mettere i giovani in condizione di poter accedere a una pensione dignitosa è “fiscalizzare una componente dei contributi previdenziali all’inizio della carriera lavorativa per chi viene assunto con un contratto a tempo indeterminato”. Ed è certamente migliore “di molte di quelle proposte nella cosiddetta fase due del confronto governo-sindacati sulla previdenza”.

Boeri ha ribadito la necessità di non bloccare gli automatismi per l’accesso all’età pensionabile legati alle aspettative di vita. “Bloccare l’adeguamento dell’età pensionabile agli andamenti demografici non è affatto una misura a favore dei giovani – ha rimarcato – scarica sui nostri figli e sui figli dei nostri figli i costi di questo mancato adeguamento”.

Lavoro – Il Rei, il Reddito di Inserimento che prenderà forma nel 2018, non è sufficiente a coprire l’intera platea degli indigenti in Italia. E’ un primo passo ma va modificato. E’ questa la richiesta che è arrivata dal presidente Inps per il quale “manca ancora in Italia uno strumento universalistico” a sostegno della disoccupazione e della indigenza. Due le modifiche da apportare: ai criteri di accesso al beneficio e all’importo corrisposto.

Jobs Act – Lo stop all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del contratto a tutele crescenti “ha rimosso il tappo alla crescita delle imprese sopra la soglia dei 15 dipendenti” ha affermato Boeri che plaude così all’effetto prodotto dal Jobs act. “C’è stata un’impennata nel numero di imprese over 15: dalle 8mila al mese di fine 2014 alle 12mila con il contratto a tutele crescenti”, ha detto annotando come “questa crescita porta vantaggi sul piano della formazione permanente”.

Contratto – Sì a un salario minimo in Italia per garantire “il duplice vantaggio di un decentramento della contrattazione e di uno zoccolo retributivo minimo per quel crescente numero di lavoratori che sfugge alle maglie della contrattazione”. E’ questo l’sms che il presidente dell’Inps ha inviato al tavolo di confronto tra Confindustria e sindacati che hanno ripreso a dialogare sul modello contrattuale. Soprattutto ai sindacati che sono, ha affermato ancora, “paradossalmente i maggiori detrattori del salario minimo temendo che tolga spazio alla contrattazione”.

Sulla drammatica vicenda di Torino

LE PRECISAZIONI DELL’INPS

L’Inps esprime l’auspicio di una completa e pronta guarigione della signora Concetta Iolanda Candido, il cui dramma, che si è consumato ieri presso l’Agenzia complessa di Torino Nord, ha colpito profondamente i vertici e tutti i dipendenti dell’Istituto. Il pensiero e la solidarietà dell’Inps vanno alla donna e alla sua famiglia, che in queste ore stanno affrontando momenti terribili. La signora Candido era stata licenziata il 13 gennaio scorso e il 24 gennaio aveva presentato domanda di Naspi. Alla data di cessazione del rapporto di lavoro, però, la lavoratrice era in malattia e questo ha impedito la liquidazione della prestazione.

Per la normativa vigente, infatti, se alla data di cessazione del rapporto di lavoro vi è in corso un periodo di malattia, per avere diritto alla Naspi occorre riacquistare la capacità lavorativa, sia pure in maniera residua.

Il riacquisto della capacità lavorativa deve essere certificato dal medico che ha attestato la malattia. Questo certificato non era allegato alla domanda di Naspi ed è stato richiesto alla signora il 27 aprile dall’agenzia Inps di Torino Nord.

La richiesta del certificato e di altra documentazione mancante è stata anche inviata il 10 maggio al

Patronato che seguiva la pratica. Il certificato medico è stato redatto il 25 maggio dal medico curante, che ha attestato il riacquisto della capacità lavorativa dalla medesima data. Il certificato è stato presentato all’Inps il 26 maggio e confermato l’8 giugno dal medico di sede.

La Naspi è stata così liquidata ed è stato disposto il primo pagamento per il periodo dal 1° al 15 giugno, con valuta del 26 giugno sull’IBAN fornito e regolarmente verificato. La Naspi della signora Candido decorre pertanto dal 1° giugno 2017 per un totale di 683 giorni, con pagamento previsto fino al 27 aprile 2019.

Perdere il posto di lavoro è un’esperienza devastante dal punto di vista economico e soprattutto sociale e può condurre chiunque a uno stato di fragilità ed a tragedie come quella vissuta ieri. Il ruolo sociale dell’Inps responsabilizza ogni giorno chi lavora al servizio dei cittadini e sempre più sarà profuso ogni sforzo perché l’utenza sappia di potersi rivolgere all’Istituto con fiducia, certa di ottenere la garanzia del massimo impegno.

Garanzia giovani

A 510MILA PROPOSTA ALMENO UNA MISURA DI PROGRAMMA

Prosegue la crescita del numero dei giovani presi in carico e di quello dei giovani ai quali è stata offerta un’opportunità concreta tra quelle previste da Garanzia Giovani. Il report settimanale sull’attuazione del programma evidenzia, infatti, che, al 28 giugno, i presi in carico sono 956.388, 2.541 in più rispetto alla settimana scorsa, con un incremento del 66,4% rispetto al 31 dicembre 2015, data che segna la conclusione della “fase 1” del programma; tra questi, sono 510.151 quelli cui è stata proposta almeno una misura del programma, 954 in più rispetto alla settimana scorsa, con un incremento, rispetto al 31 dicembre 2015, del 100,6%.

Aumenta anche il numero dei giovani che si registrano: sempre al 28 giugno, gli utenti complessivamente registrati sono 1.379.106, 3.267 in più rispetto a una settimana fa, con un incremento del 50,8% rispetto al 31 dicembre 2015. I giovani registrati al netto delle cancellazioni oggi sono 1.185.759, pari all’86% del totale dei registrati, con un incremento del 50,5% rispetto al 31 dicembre 2015.

Rispetto al 31 Dicembre 2015 l’incidenza dei giovani registrati al netto delle cancellazioni sul totale dei registrati passa dall’86,2% all’86% (-0,2%); l’incidenza dei giovani presi in carico sui giovani registrati al netto delle cancellazioni passa dal 73% all’80,7% (+7,7%); l’incidenza dei soggetti cui è stata proposta una misura del programma sui giovani presi in carico passa dal 44,2% al 53,3% (+9,1%).

Quanto a “Crescere in Digitale”, progetto promosso dal Ministero del Lavoro insieme con Google ed Unioncamere, a 94 settimane dal lancio sono 99.393 i giovani iscritti attraverso la piattaforma www.crescereindigitale.it. Le imprese che hanno aderito al progetto sono 6.222, disponibili ad accogliere 8.880 tirocinanti. Da sottolineare che le imprese che decideranno di assumere il giovane al termine del tirocinio potranno beneficiare di incentivi fino a 8.060 euro.

Carlo Pareto

‘Bomba’ ad orologeria
nei Campi Flegrei

ex discarica DifrabiUna “bomba” ad orologeria ubicata nel cuore dei Campi Flegrei, tra il vulcano Astroni ed il cratere Senga. Questo rappresenta oggi l’area dell’ex Difrabi, meglio conosciuta come discarica di Pianura-Pisani. L’indagine, riaperta in tempi recenti dalla Procura della Repubblica di Napoli, ha ritenuto sussistente il reato di disastro ambientale per i veleni presenti nel sito. Nella zona, a quanto sembra, si muore di cancro con una percentuale maggiore rispetto al resto dei territori confinanti. Le statistiche allegate agli atti dell’inchiesta sui veleni inghiottiti dall’ex discarica parlano chiaro: tra i maschi sono più alti i decessi per tumore dello stomaco e per linfomi Hodgkin, tra le donne invece, ci sono dati anomali di decessi per tumore del fegato. In entrambi i sessi sono aumentate le morti per tumore della laringe, per leucemie, per malattie epatiche e risulta incrementata anche la mortalità per malformazioni congenite nel primo anno di vita. Insomma la “bomba” ad orologeria di Pianura sta ancora ticchettando.

E non preoccupa solo gli abitanti del quartiere e della cittadina confinante, Quarto, ma tutta l’area flegrea, perché l’attività illecita di sversamento di rifiuti tossici all’interno della discarica (già attiva negli anni ’50), potrebbe aver compromesso la falda acquifera presente ad una superficie di circa 100 metri di profondità; tutto questo favorito dalla permeabilità del territorio di conformazione vulcanica. Nel provvedimento stilato dal Gip si evidenzia la preoccupazione di una situazione d’inquinamento che non interessa solo l’area della discarica, ma si estende addirittura fino alla fascia costiera di Pozzuoli. Che il problema della discarica di Pianura preoccupasse anche le zone circostanti è documentato nelle denunce dei comitati cittadini. Nel 2008, quando si paventava la possibilità di riaprire la discarica, furono i cittadini della vicina località “San Martino” a segnalare l’inadeguatezza di riaprire un sito di accumulo rifiuti, in una zona dove oggi, a pochi metri si trovano campi di equitazione, vigne, frutteti, insediamenti residenziali, scuole, piscine, centri commerciali, ecc. Senza dimenticare il sito archeologico della necropoli di San Vito e l’oasi ecologica del Wwf Astroni.

Ma nel corso degli anni, cosa ha determinato tutto questo? In primis la cattiva gestione e la mancata messa in sicurezza dello sversatoio che ha provocato la continua infiltrazione di acqua piovana e che continua a produrre biogas a contatto con i rifiuti. Questo fenomeno pericoloso è destinato pertanto ad accentuarsi con il tempo. L’inquinamento ambientale causato dal biogas e dal percolato può continuare ancora per decine di anni. Ma anche la raccolta di rifiuti tossici, la Difrabi, secondo un documento dei tecnici della Provincia di Napoli reso pubblico nel 2008, avrebbe assorbito 113mila chili di polveri di amianto bricchettate, 48mila tonnellate di rifiuti industriali speciali, 380mila tonnellate di rifiuti speciali generici in gran parte provenienti dalle regioni del Nord; le stesse che pochi anni fa negarono le loro discariche per aiutare Napoli ad uscire dall’emergenza spazzatura. In poche parole, la discarica di Pianura – Pisani, è ancora una “bomba” che andrebbe disinnescata con una radicale bonifica, ordinata negli anni scorsi dal Ministero dell’Ambiente, ma fino ad oggi, neanche cominciata.

Rosario Scavetta

Farmaci e pazienti orfani: progressi e ostacoli

farmaco orfano“Farmaci orfani, ricerca & sviluppo ‘Made in Italy’: il punto su progressi ed ostacoli”. È il titolo del convegno tenutosi ieri mattina presso la sala del consiglio della Camera di Commercio di Roma, in occasione della prima edizione dell’’Orphan Drug Day‘. La conferenza, promossa dall’Osservatorio Malattie Rare (OMaR), è stata moderata dalla dott.ssa Ilaria Ciancaleoni Bartoli, giornalista e direttrice responsabile dell’Osservatorio. L’ OMaR è la prima agenzia giornalistica italiana interamente dedicata alle malattie e ai tumori rari. Lo scopo che si propone è quello di aumentare la sensibilità della pubblica opinione su malattie e tumori rari, e quindi sulla ricerca, le sperimentazioni in corso, i servizi, le agevolazioni e l’assistenza, a livello nazionale e territoriale, di cui i malati possono usufruire. I farmaci cosiddetti “orfani” sono quelli destinati alla cura delle malattie rare. Le aziende farmaceutiche, di solito, sono infatti  restie a sviluppare questi farmaci secondo le normali condizioni di mercato, poiché i capitali investiti per la ricerca e lo sviluppo dei prodotti non vengono recuperati attraverso le vendite a causa della scarsa domanda.

IL PRIMO ORPHAN DRUG DAY  – La senatrice Laura Bianconi, membro della Commissione Igiene e Sanità del Senato, ha aperto i lavori affermando che “le malattie rare aiutano e cambiano il modo di fare medicina; ci sono milioni di pazienti che spesso e volentieri arrivano ad una diagnosi molto tardi e che non trovano, di fronte ad una diagnosi, una cura: tali pazienti hanno come un baratro di fronte a loro. Il fatto di essere così rari li fa diventare orfani. Orfani di una cura. Orfani di un’accoglienza”. “La cosa che più mi preoccupa e terrorizza – ha precisato – è pensare che il piccolo numero di pazienti, insieme a tanti altri piccoli numeri, non facciano un grande numero di pazienti: stiamo parlando di milioni di pazienti, che però sono incasellati in piccoli casi e anche a loro però va data la massima attenzione”. La senatrice Bianconi  ha poi lanciato un appello alle ditte farmaceutiche che producono farmaci per malattie rare: “Mi rivolgo a voi che producete farmaci che le nessuna grande multinazionale si sognerebbe di fare perché poco remunerativi. Non pensiate che non vi sia un attacco alla diligenza; nell’ultima legge di stabilità infatti c’era un emendamento che aveva escluso dal cosiddetto pay-back di sforamento delle regioni i farmaci orfani. Tutto questo un anno prima. L’anno scorso l’attacco alla diligenza è stato sferrato tentando di eliminare quello che per qualcuno è stato visto come un privilegio. Hanno pensato infatti  che non si poteva giustificare ciò a  qualcuno che in Italia non c’è e che non capisce che qui si possa vivere in solidarietà su queste cose. Per cui si è tentato di eliminare questo privilegio. Siamo intervenuti, e ringrazio i parlamentari che hanno fatto fronda, per limitare l’impatto dell’eliminazione di questa norma che a mio avviso è non solo legittima, ma doverosa in uno stato, come il nostro, dove il concetto di sanità è solidaristico e universalistico. Quello che succede in Francia o in America ci interessa relativamente. Noi infatti – ha precisato la senatrice – viviamo in uno stato dove il servizio sanitario nazionale non lascia per strada nessuno.

Chi ha più bisogno deve poter avere l’aiuto degli altri, dei più grandi. Normalmente si dice che i più grandi devono aiutare i più piccoli. Attenzione perché o fate massa critica e vi fare sentire, cambiando anche la vostra cultura di lobby, e lo dico come lobby sana e non una brutta lobby, oppure presto o tardi qualcuno di più grande potrebbe dire perché questi debbono avere dei privilegi che altri non hanno”.  “Cerchiamo insieme – ha concluso – di vegliare attentamente perché nessuno, nella notte della legge di stabilità, metta in campo quelle azioni che potrebbero penalizzare il vostro operato e di conseguenza la salvaguardia dei pazienti di malattie rare”.

Il professor Emilio Coletti, dell’unità operativa di Farmacologia Clinica dell’Ospedale Sacco di Milano, ha poi tenuto una lectio magistralis sulla “peculiarità della ricerca e sviluppo dei farmaci orfani”. Il convegno è quindi proseguito con gli interventi dei rappresentanti delle case farmaceutiche Chiesi, Shire, Celgene e Dompè, che hanno illustrato i risultati di alcune terapie e sperimentazioni (terapia cellulare per la rigenerazione della cornea, tumori rari e mieloma multiplo, ricerca sui farmaci orfani in collaborazione con Tigem, terapia per la retinite pigmentosa) .

LA LEGISLAZIONE SUI FARMACI ORFANI  – Al fine di stimolare la ricerca e lo sviluppo nel settore dei farmaci orfani, le istituzioni pubbliche hanno adottato degli incentivi per la sanità e le industrie biotecnologiche. Da quando la designazione di farmaco “orfano” è stata introdotta, prima nel 1983 negli Stati Uniti (Orphan Drug Act) e poi anche in Europa (Regolamento CE n. 141/2000 e successivamente con il Regolamento CE n. 847/2000)  lo status di “orfano” è stato concesso a migliaia di molecole e terapie. In Europa le designazioni orfane sono state ben 1163: questo vuol dire che in questo settore c’è una forte ricerca, che ha portato ad individuare queste molecole e a cominciare un lungo iter.

Un percorso che, per le malattie rare, i cui meccanismi spesso sono meno noti che per patologie più comuni, parte proprio da una ricerca di base sulla patologia, perché è solo comprendendone il meccanismo che si può intervenire. Questo tipo di ricerca, anche quando non porta ad avere un farmaco, è comunque utile perché apre la strada a nuove ipotesi terapeutiche. Si tratta ovviamente di una ricerca dai tempi particolarmente lunghi e dai costi elevati, se si considera per esempio che su 1163 molecole che hanno ottenuto dall’Ema (European Medicines Agency) lo status “orfano” solo 93, cioè l’8%, hanno ad oggi avuto l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC). L’altro 92% è ancora per strada, oppure ha tradito le promesse fallendo.

Pier Paolo Palozzi

Inps. Indennità antitubercolari 2015

Sono tutele previdenziali di natura economica corrisposte dall’Inps ai lavoratori ed ai loro familiari (coniuge, figli, fratelli, sorelle, genitori ed assimilati) affetti da tubercolosi, a determinate condizioni sempre che l’assicurato possa far valere almeno un anno di contribuzione nell’arco dell’intera vita lavorativa. Le prestazioni in questione comprendono: l’indennità giornaliera, erogata durante il periodo delle cure, qualora l’interessato non abbia diritto alla retribuzione completa; l’indennità post sanatoriale, pagata alla fine del ricovero o della cura ambulatoriale, che abbiano avuto una durata non inferiore a sessanta giorni, per non meno di due anni: nel caso della cura ambulatoriale, l’assicurato non deve aver prestato attività lavorativa per almeno sessanta giorni, anche non continuativi; l’assegno di cura o di sostentamento, di durata biennale, per gli assistiti la cui capacità di guadagno in occupazioni confacenti alle loro attitudini, sia ridotta a meno della metà per effetto o in relazione alla malattia tubercolare e che non percepiscano una normale retribuzione continuativa ed a tempo pieno; tale assegno è rinnovabile di biennio in biennio, senza limiti temporali, in presenza dei predetti requisiti; l’assegno natalizio, infine, qualora l’assistito fruisca di prestazione antitubercolare, sanitaria o economica, anche per un solo giorno, nel mese di dicembre. Dall’inizio dell’anno queste provvidenze numerarie corrisposte direttamente dall’Inps ai soggetti assistiti dal servizio sanitario nazionale sono state aumentate (come previsto dalla legge n. 419/1975) della stessa percentuale (0,3%) con la quale sono stati adeguati in via provvisoria i trattamenti previdenziali al costo della vita. Pertanto, per effetto delle variazioni percentuali determinate dagli articoli 1 e 2 del Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 20/11/2014, pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale n. 280 del 2/12/2014, pari rispettivamente al 1,1% dal 1° gennaio 2014 (in luogo della misura provvisoria del 1,2% di cui al Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 20/11/2013) e allo 0,3% dal 1° gennaio 2015 (in via provvisoria), sono state stabilite, per il 2015, le nuove indennità.

Questi di seguito indicati gli importi giornalieri in vigore  dall’inizio del corrente anno: Ips/assicurati, euro 21,92 (£. 42.443), Ips/familiari (nella misura ridotta del 50%) euro 10,96 (£. 21.222); Ig/assicurati euro 13,15 (£. 25.462), Ig/familiari euro 6,58 (£. 12.741); Acs euro 88,45 (£. 171.263). Importante, nei periodi di titolarità  del trattamento economico di cui si tratta i soggetti interessati hanno diritto agli assegni familiari e ai contributi figurativi utili per la pensione. Va infine precisato che gli eventuali aggiornamenti degli appannaggi in pagamento vengono effettuati d’ufficio. E’ utile ricordare, inoltre, che in base alla disposizione di legge n. 88/1987 (il provvedimento legislativo che ha riordinato la materia), i datori di lavoro sono tenuti ad anticipare, per conto dell’Istituto assicuratore, le indennità tubercolari ai propri dipendenti, in analogia a quanto avviene per le prestazioni economiche di malattia comune.

Per la relativa procedura di conguaglio effettuata attraverso la denuncia contributiva mensile, occorre che le aziende coinvolte espongano l’importo delle indennità giornaliere erogate nel rigo appositamente prefigurato del modello Uniemens. Per ogni opportunità, giova infine rammentare che l’aggiornamento in questione viene operato, sempre a decorrere dal primo gennaio 2015, anche sulle indennità giornaliere in corso di godimento a quest’ultima data, spettanti agli assicurati contro la tubercolosi in misura pari all’indennità di malattia per i primi 180 giorni di assistenza ai sensi dell’art. 1 comma 1, della legge 14 dicembre 1970, n. 1088. In ogni caso, se la prestazione numeraria di malattia da mettere in pagamento dovesse risultare inferiore all’indennità giornaliera prevista nella misura fissa di euro 13,15, deve essere corrisposta quest’ultima.

Lavoro. Per l’attività tipica si paga a Inarcassa

L’ingegnere o l’architetto libero professionista che fa l’amministratore di condominio, deve versare i contributi previdenziali a Inarcassa. Se invece svolge l’attività tipica ma lavora anche come consulente commerciale, si deve iscrivere alla gestione separata dell’Inps. Queste sono alcune delle casistiche contenute nella circolare 72/2015 dell’Inps, con cui l’istituto di previdenza riassume le regole per l’iscrizione e gli obblighi contributivi alla Cassa nazionale di previdenza e assistenza per gli ingegneri e architetti liberi professionisti o, in alternativa, alla gestione separata. In base allo statuto di Inarcassa, architetti e ingegneri che lavorano come dipendenti non possono iscriversi alla Cassa, adempimento obbligatorio, invece, per chi esercita la libera professione con continuità ed è iscritto all’albo professionale, è titolare di partita Iva e non è iscritto ad altra forma di previdenza obbligatoria. Negli anni scorsi, però, l’Inps riteneva si dovessero iscrivere alla gestione separata anche professionisti iscritti all’albo e con una Cassa di previdenza di settore.

Ora, anche alla luce della norma di interpretazione autentica contenuta nel decreto legge 98/2011 e alle sentenze di Cassazione, sono state individuate le attività che ricadono sotto la “competenza” di Inarcassa o della gestione separata dell’Inps. Nella prima ipotesi si contano per esempio il consulente e programmatore informatico e il project manager nel settore Ict, nella seconda il consulente finanziario e l’orientatore professionale. «È una circolare fortemente voluta da noi – ha affermato Paola Muratorio, presidente di Inarcassa – per la quale abbiamo lavorato con Inps che è stata veramente collaborativa. È importante che ci sia chiarezza contributiva e riteniamo che la circolare risponda in modo esaustivo a questa necessità. Gli esempi riportati nascono da casi reali».

L’Inail scrive a un milione e mezzo di famiglie 

Per tutelarsi contro gli infortuni più gravi che possono derivare dal lavoro svolto in ambito domestico bastano meno di 13 euro: lo ricorda l’Inail con una lettera indirizzata a oltre un milione e mezzo di famiglie italiane nell’ambito di una campagna di sensibilizzazione sull’obbligo assicurativo per chi si occupa – in via esclusiva, gratuitamente e senza subordinazione – della cura della casa e del nucleo familiare.

Allegato il bollettino postale precompilato. La lettera – firmata congiuntamente dal direttore dell’Inail, Giuseppe Lucibello, e dal presidente del comitato amministratore del Fondo autonomo speciale per l’assicurazione contro gli infortuni domestici, Federica Rossi Gasparrini – ha l’obiettivo di informare i potenziali soggetti tenuti all’obbligo assicurativo e di fornire loro ogni chiarimento necessario per adempiere a quanto previsto dalla legge 493/1999. Nella comunicazione sono contenute tutte le informazioni utili sulle prestazioni garantite in caso di infortunio, sulle modalità di pagamento del premio tramite l’allegato bollettino postale precompilato, nonché sull’esonero dal pagamento per i soggetti in possesso dei requisiti di legge.

Per l’esenzione basta una semplice autocertificazione. L’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni che derivano dal lavoro svolto in ambito domestico è obbligatoria ai sensi della legge 493/1999 e il suo costo è pari a 12,91 euro. Per chi ha un reddito personale fino a 4.648,11 euro – e fa parte di un nucleo familiare il cui reddito complessivo non superi i 9.296,22 euro – è prevista l’esenzione: in tal caso basta redigere una semplice autocertificazione e il costo della polizza è interamente a carico dello Stato. A essere interessati alla sottoscrizione della polizza sono tutte le donne e gli uomini tra i 18 e 65 anni che si occupano della cura della casa e del nucleo familiare in via esclusiva, gratuitamente e senza subordinazione.

Riconosciuta una rendita mensile per invalidità permanente pari o superiori al 27%. Per i soggetti che hanno attivato l’assicurazione, in caso di infortunio grave nello svolgimento del lavoro di “casalingo/a”, è garantita una rendita mensile a vita. Tale rendita è riconosciuta anche quando l’invalidità permanente subita è pari o superiore al 27% e il suo importo mensile può oscillare dai 186,18 euro (invalidità del 27%) ai 1.292,90 euro (invalidità al 100%). In caso di infortunio mortale è prevista una rendita ai superstiti in possesso dei requisiti stabiliti dalla legge.

Eternit. Il 12 maggio udienza preliminare per processo bis

A poco più di sei mesi dalla sentenza della Cassazione che ha annullato per prescrizione la condanna inflitta in primo e secondo grado all’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny per il disastro ambientale provocato dagli stabilimenti italiani della Eternit, il 12 maggio a Torino si terrà l’udienza preliminare del nuovo processo per le morti provocate dalla multinazionale dell’amianto.

All’imputato contestate anche diverse aggravanti. In questo caso i pubblici ministeri Raffaele Guariniello e Gianfranco Colace contestano a Schmidheiny il reato di omicidio volontario, con le aggravanti di aver commesso il fatto per ‘‘mero fine di lucro’’ e ‘‘con mezzo insidioso’’, perché avrebbe omesso l’ informazione sui rischi a lavoratori e cittadini e promosso, al contrario, una ‘‘sistematica e prolungata’’ opera di disinformazione. Il nuovo filone di indagine riguarda le morti per malattie amianto-correlate di 258 persone, tra operai e residenti, avvenute fino al 2014 nelle zone in cui sorgevano gli impianti Eternit di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli.

La documentazione di ogni singolo caso allegata agli atti. La documentazione allegata all’atto di chiusura dell’inchiesta bis sulla multinazionale dell’amianto comprende anche le consulenze fatte sulle analisi, caso per caso, dei mesoteliomi di cui si ammalarono le vittime, oltre a numerose testimonianze. La procura ha configurato l’omicidio volontario perché ritiene che l’imputato, nonostante fosse al corrente della pericolosità dell’amianto, avrebbe “somministrato” comunque fibre della sostanza.

Il capo di imputazione risponde all’obiezione della Corte Suprema. Il nuovo capo di imputazione di omicidio volontario pluriaggravato accoglie anche a una delle obiezioni formulate dai giudici della Corte Suprema, che nelle motivazioni della sentenza dello scorso 19 novembre avevano sottolineato come l’imputazione di disastro ambientale a carico di Schmidheiny non fosse la più adatta da applicare per il rinvio a giudizio, dal momento che la condanna massima sarebbe stata troppo bassa: “Colui che dolosamente provoca, con la condotta produttiva di disastro, plurimi omicidi, ovverosia, in sostanza, una strage”, si legge infatti nel documento depositato il 23 febbraio, verrebbe punito soltanto con 12 anni di carcere e questo è “insostenibile dal punto di vista sistematico, oltre che contrario al buon senso”.

Carlo Pareto

 

Eutanasia, perché non si può discuterne con serenità

CONFRONTO-Eutanasia-NONel dibattito svoltosi di recente a Cagliari sul tema del “fine vita” per iniziativa del Comitato del “Mese dei Diritti Umani”, si è molto discusso sulle carenze legislative che impediscono in Italia la pratica dell’eutanasia. Il problema, tuttavia, è molto più generale, in quanto la libertà dei singoli di decidere autonomamente sugli aspetti più intimi e profondi della propria esistenza investe una problematica più estesa, che va ben al di là di quella riguardante i “malati terminali” e coloro che sono tenuti in vita artificialmente, a volte anche dopo aver perso ogni capacità di decisione autonoma.

Sul problema del fine vita esistono in Italia solo sentenze di organi giurisdizionali, non prive di difficoltà interpretative. Come in tutto il mondo, il dibattito che riguarda la legalizzazione o meno dell’eutanasia è ancora aperto ed è anche molto lacerante sul piano della vita pubblica; fatta eccezione per l’Olanda e la Svizzera, che consentono la pratica dell’assistenza a favore di chi decide di porre fine alla propria vita, il tema “sensibile” della “buona morte” è oggetto in Italia di approfonditi e radicali confronti tra le due subculture prevalenti, quella cristiano-cattolica e quella laica.

Secondo i cattolici, l’eutanasia è inaccettabile, in quanto violazione del quinto comandamento che vieta l’omicidio, ovvero del comandamento secondo il quale solo Dio è arbitro del destino dell’uomo, nel senso che così come Egli gli ha dato la vita, Egli solo può togliergliela. Sull’argomento, la cultura religiosa ufficiale non ammette “negoziazioni”, considerando l’eutanasia come l’esito utilitaristico intrinseco al materialismo del quale sarebbe vittima l’organizzazione delle singole società moderne.

Per la subcultura religiosa, l’eutanasia rappresenterebbe la “soluzione economica” dei problemi che affliggono le persone in corrispondenza ad uno stadio terminale irreversibile della propria esistenza, oppure non più autosufficienti. Vi sarebbero motivazioni inconfessabili, alla base della pretesa di legalizzare la libertà dei singoli di scegliere discrezionalmente la “buona morte; tali motivazioni riguarderebbero sostanzialmente l’ipotetica inutilità sociale dei malati terminali.

Con la legalizzazione dell’eutanasia, ad esserne colpito sarebbe, per la cultura religiosa, il legame sociale nel suo insieme; ciò perché la presunta “buona morte” non sarebbe ispirata dalla compassione e dall’amore per il prossimo, in quanto, una volta autorizzata, essa non sarebbe praticata per il presunto “nobile fine” di porre termine al dolore, ma solo per sgravare la società da “pesi” divenuti inutili. La legalizzazione dell’eutanasia, perciò, varrebbe solo a nascondere una regressione culturale e una dissoluzione del sentimento di appartenenza. L’umanità deve pertanto tenersi lontana dalla trappola del materialismo utilitarista del quale è portatrice la cultura laica.

Il “fronte religioso” non è tuttavia monolitico; alcuni importanti teologi cattolici, come Hans Kung e Vito Mancuso, sono favorevoli all’eutanasia. Il nuovo libro di Hans Kung “Morire felici? Lasciare la vita senza paura”, rilancia il dibattito sulla “dolce morte”; secondo il teologo tedesco, dal “diritto alla vita non deriva affatto il dovere alla vita”, mentre “l’autodeterminazione fa parte della dignità umana”. L’aiuto a morire, perciò, deve essere inteso come estremo aiuto a vivere, nella consapevolezza che, se la vita è un dono di Dio, si deve anche accettare la possibilità di poter restituire gentilmente il dono ricevuto. Anche secondo Vito Mancuso, l’alleggerimento della sofferenza e il rispetto della libera autodeterminazione della coscienza, con senso di solidarietà e di vicinanza umana, costituisce il duplice punto di vista a partire dal quale occorre disporre la mente di fronte al grave e urgente problema dell’eutanasia o suicidio assistito.

Se la posizione ufficiale della Chiesa cattolica è per una condanna dell’eutanasia, diversa è la visione della subcultura laica. I sostenitori laici della buona morte, pur avendo al riguardo opinioni diverse sul piano etico e politico, condividono alcuni principi di libertà, propri della tradizione dello Stato costituzionale democratico. Il pensiero laico, partendo dalla divisione tra Chiesa e Stato, avanza la pretesa di affermare, all’interno dell’organizzazione della società civile, la piena libertà di scelta dei cittadini riguardo all’opzione personale di ricorrere, in presenza di particolari condizioni esistenziali, al suicidio assistito.

Se all’interno di una società democratica costituzionalmente bene ordinata non fosse garantita la libertà dei singoli individui sugli aspetti più intimi e profondi della propria vita da una legislazione che legalizza l’eutanasia, una specifica opinione culturale di una parte della società civile (quella religiosa) si trasformerebbe nella volontà della comunità nel suo complesso, in contrasto con il pluralismo della tradizione giuridica dello Stato costituzionale. Quest’argomentazione è sostenuta, in Italia, dagli estensori del ‘Manifesto di bioetica laica’; il Manifesto, infatti, difende i principi generali di autonomia e di pluralismo religioso nelle scelte significative che riguardano la vita e la morte dei componenti della società civile.

Per il primo di tali principi, ogni individuo ha pari dignità, e non devono esservi autorità superiori che possano arrogarsi il diritto di scegliere per lui, in tutte le questioni riguardanti la sua salute e la sua vita; ciò significa che la sfera delle decisioni individuali su problemi come quello del fine vita deve essere allargata ben al di là di quanto oggi non accada. Per il secondo principio, invece, quello del pluralismo, deve essere garantito il rispetto di tutte le convinzioni religiose e laiche; ciò significa che, quando sono in gioco scelte difficili, come quella del fine vita, il problema da risolvere per il religioso e per il laico non è quello di imporre una visione “superiore”, ma di garantire che gli individui possano decidere per proprio conto, evitando che siano conculcati i loro valori e le loro credenze.

Ad ogni individuo, quindi, all’interno di uno Stato costituzionale bene ordinato, deve essere garantito il diritto di considerare le scelte personali più intime come assi centrali della propria dignità ed autonomia decisionale. Questo diritto deve essere considerato in termini ben più generali rispetto al diritto dello Stato di esercitare ogni e qualsiasi forma di controllo, riguardo al tempo e al modo in cui ognuno può decidere sulla propria buona morte.

In Italia, la Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo; ciò significa che lo Stato trova i diritti fondamentali della persona come preesistenti a sé; pertanto, lo Stato non deve creare tali diritti, ma deve semplicemente dichiararli, evidenziando l’inviolabilità di ogni membro della comunità. Ciò implica anche che lo Stato, attraverso la sovranità della legge, non possa imporre alcuna uniforme concezione generale riguardo alla salvaguardia della dignità personale, ma debba solo limitarsi a regolare le modalità con cui le persone possono dare esse stesse disposizioni per essere assistite nel “momento finale”, oppure debba estendere la facoltà di decidere, in vece loro, ai familiari o alle persone intime.

La tolleranza – come afferma Ronald Dworkin in ‘I diritti presi sul serio’ – deve essere considerato il prezzo che ognuno è chiamato a pagare per la sua avventura nella libertà”, dato che “nessuna vita è buona se vissuta contro le proprie convinzioni”; ciò significa che, per ciascun individuo, è importante il come si muore, il ricordo che vuol lasciare di se stesso, il giudizio negativo su una sua dipendenza totale dall’aiuto altrui, il rifiuto di una vita totalmente artificiale, la previsione di dolori intollerabili nella fase terminale ed altro ancora. Per molti – ancora secondo Dworkin – vale la speranza che “la loro morte esprima […] i valori che reputano i più importanti della loro vita”: come c’è una ragione per vivere, c’è una ragione per morire, onde evitare “una vita vegetale”.

L’impossibilità di pervenire alla soluzione condivisa del problema del fine vita è riconducibile, in Italia, all’intolleranza di chi considera dogmaticamente la vita “un dono sacro” nei confronti di chi la considera, senza la necessità di dogmi, semplicemente inviolabile. Le dispute tra le due subculture, quella religiosa e quella laica, influenzano tutto il discorso pubblico sul fine vita e la difficoltà di pervenire ad una regolazione condivisa è aggravata dall’incoerenza dei cosiddetti “atei devoti”; la presenza trasversale di questo in tutte le forze politiche aggroviglia, per basse ragioni elettorali, il discorso, impedendo che su un argomento tanto delicato qual è quello della buona morte possa calare finalmente un velo pietoso, per porre fine al confronto infinito tra le pretese delle due subculture prevalenti; confronto, questo, sinora prolungatosi a spese di chi non può porre rimedio alle proprie sofferenze avvalendosi del diritto pre-politico del quale dispone.

Gianfranco Sabattini

 

 

Inps, indennità
di accompagnamento

L’indennità di accompagnamento, o assegno di accompagnamento, è un sostegno economico statale pagato dall’Inps, previsto dalla legge 11.2.1980 n.18 per le persone dichiarate totalmente invalide. Tale provvidenza ha la natura giuridica di contributo forfettario per il rimborso delle spese conseguenti all’oggettiva situazione di invalidità, non è assimilabile ad alcuna forma di reddito ed è esente da imposte. L’indennità di accompagnamento è a totale carico dello Stato ed è dovuta per il solo titolo della minorazione, indipendentemente dal reddito del beneficiario o del suo nucleo familiare. Viene erogato a tutti i cittadini italiani o Ue residenti in Italia, ai cittadini extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo.

L’importo corrisposto viene annualmente aggiornato con apposito decreto del Ministero dell’Interno. Il diritto alla corresponsione decorre dal primo giorno del mese successivo a quello in cui è stata presentata la domanda. Nel 2015 l’importo dovuto è pari a 508,55 euro per 12 mensilità. L’assegno di accompagnamento si ottiene trasmettendo telematicamente la domanda per l’accertamento dell’invalidità alla Commissione medica presso la competente sede territoriale dell’Inps, allegando, sempre con modalità online, formale certificazione medica comprovante la minorazione o menomazione con diagnosi chiara e precisa e la eventuale dichiarazione esplicita dello stato del dichiarante, che deve essere definito “persona impossibilitata a deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore” oppure che è “persona che necessita di assistenza continua non essendo in grado di compiere da solo gli atti quotidiani della vita”. Per avere diritto a questo trattamento economico assistenziale, non collegato a limiti di reddito o alla composizione del nucleo familiare, il certificato di invalidità deve quindi avere indicato il codice 05 o 06.

L’indennità non è cumulabile con altri trattamenti simili (è possibile scegliere il sussidio più conveniente), non è subordinata a limiti di reddito o di età, non è reversibile, non è incompatibile con lo svolgimento di attività lavorativa e spetta anche in caso di ricovero a pagamento in strutture residenziali. La sussistenza dei requisiti, il non essere ricoverato in strutture residenziali oppure l’essere ricoverato gratuitamente o a pagamento deve essere auto-dichiarata ogni anno, attraverso un’autocertificazione sul modulo prestampato Icric01, inviato dall’Inps al domicilio. Il modello deve essere restituito compilato – in via automatizzata in rete – di norma entro il 31 marzo di ogni anno, alla struttura periferica dell’Istituto di riferimento. In caso di ricovero a pagamento, è necessario allegare al documento un’ulteriore autocertificazione (anch’essa redatta in modalità telematica), attestante il nome e l’indirizzo della struttura di ricovero e l’ammontare della retta pagata. Importante: l’indennità di accompagnamento spetta anche: ai ciechi assoluti; alle persone che sono sottoposte a chemioterapia o a altre terapie in regime di day hospital e che non possono recarsi da sole all’ospedale (sentenza Corte di Cassazione numero 1705 del 1999); ai bambini minorenni, incapaci di camminare senza l’aiuto di una persona e bisognosi di assistenza continua (sentenza della Corte di Cassazione numero 1377 del 2003); alle persone affette dal morbo di Alzheimer e dalla sindrome di Down; alle persone affette da epilessia, sia a coloro che subiscono attacchi quotidiani, sia a coloro che abbiano solo di tanto in tanto le cosiddette “crisi di assenza”; a coloro che, pur capaci di compiere materialmente gli atti elementari della vita quotidiana (mangiare, vestirsi, pulirsi), necessitano di accompagnatore perché sono incapaci (in ragione di gravi disturbi della sfera intellettiva e cognitiva, addebitabili a forme avanzate di stati patologici) di rendersi conto della portata dei singoli atti che vanno a compiere e dei modi e dei tempi in cui gli stessi devono essere compiuti” (sentenza n.1268 del 2005).

Cig 2014 – 6% rispetto al 2013 

Dall’analisi dei dati annuali sugli interventi di cassa integrazione, i valori cumulati relativi al periodo gennaio-dicembre 2014 ci mostrano che nel corso dell’anno appena terminato sono state autorizzate 1.111,8 milioni di ore, il 5,97% in meno rispetto al 2013, nel quale sono state autorizzate complessivamente 1.182,3 milioni di ore di cassa integrazione. Per quanto concerne i dati mensili, nel mese di dicembre 2014 le ore di cassa integrazione globalmente autorizzate sono state 89,4 milioni, con una diminuzione del -4,95% in confronto ai 94,1 milioni di ore registrate nel mese di dicembre 2013.

I dati destagionalizzati evidenziano invece una variazione congiunturale pari a 11,3% rispetto al precedente mese di novembre 2014. Passando alle singole tipologie di intervento, le ore di cassa integrazione ordinaria (Cigo) autorizzate a dicembre 2014 sono state 17,6 milioni: dal raffronto con i 23,6 milioni di ore autorizzate nel mese di dicembre 2013 risulta pertanto una flessione tendenziale pari al -25,52%. In particolare, la variazione tendenziale risulta del -26,6% nel settore Industria e del -21,9% nel comparto Edilizia. In confronto al precedente mese di novembre, le variazioni congiunturali calcolate sui dati destagionalizzati registrano un decremento pari a -1,5%. Il numero di ore di cassa integrazione straordinaria (Cigs) autorizzate sempre a dicembre 2014 è stato pari a 38,9 milioni, il -16,0% rispetto all’analogo mese del 2013, nel corso del quale sono state autorizzate 46,3 milioni di ore. La variazione congiunturale in confronto a novembre, calcolata sui dati destagionalizzati, risulta pari al 13,6%.

Infine, per quanto attiene gli interventi in deroga (Cigd), nel mese di dicembre 2014 sono state autorizzate 33,0 milioni di ore, con un rialzo del +36,16% rispetto ai 24,2 milioni di ore autorizzate a dicembre 2013.
In questo caso, i dati destagionalizzati mostrano un’ascesa del 18,7% in confronto al mese di novembre 2014. Si noti che gli interventi in deroga risentono dei fermi amministrativi per carenza di stanziamenti. Prima di fornire i dati relativi alla disoccupazione involontaria, si ricorda ancora una volta che dal 1° gennaio 2013 sono entrate in vigore le nuove prestazioni ASpI e mini ASpI. Pertanto, le domande che si riferiscono a licenziamenti avvenuti entro il 31 dicembre 2012 continuano ad essere classificate come disoccupazione ordinaria, mentre per quelli avvenuti dopo il 31 dicembre 2012 le stesse istanze sono classificate come ASpI e mini ASpI.

Nel mese di novembre 2014 sono state inoltrate 136.609 richieste di ASpI, 47.413 domande di mini ASpI, 732 istanze tra disoccupazione ordinaria e speciale edile e 13.781 richieste di mobilità, per un totale di 198.535 domande,  il -10,5% rispetto alle 221.781 istanze trasmesse nel mese di novembre 2013. Alla sintesi dei dati qui fornita, l’Istituto ha opportunamente allegato un file più completo, che offre un “focus” sulla diversa tipologia di interventi, un’analisi per ramo di attività economica e un’analisi per regione ed area geografica.

Tessile e abbigliamento, nel quinquennio 2009-2013 incidenti in calo di oltre un terzo 

Nel quinquennio 2009-2013 gli infortuni avvenuti in occasione di lavoro nei comparti del tessile e abbigliamento indennizzati dall’Inail sono diminuiti del 36% (da 3.896 a 2.488), mentre i casi mortali sono passati dai tre del 2009 agli 11 del 2013, sette dei quali hanno riguardato le due lavoratrici e i cinque lavoratori di nazionalità cinese che hanno perso la vita nel rogo di un laboratorio di Prato utilizzato anche come dormitorio. Lo scrive nel suo ultimo numero del 2014 il periodico statistico Dati Inail, che ha dedicato un approfondimento all’andamento infortunistico in questo settore produttivo, che nel nostro Paese dà lavoro a circa 272mila addetti, più del 60% dei quali sono donne, in oltre 60mila imprese.

Al Nord due eventi su tre. Il rapporto tra gli infortuni gravi, che comportano inabilità permanente e morte, e il totale di quelli indennizzati risulta lievemente maggiore (6,3%) rispetto alla media dell’intero comparto manifatturiero (5,3%). Due eventi su tre (1.657 casi nel 2013) si sono verificati al Nord, mentre il resto è suddiviso tra Centro (22,7%) e Mezzogiorno (10,8%), con oltre il 62% degli infortuni concentrato in sole tre regioni: Lombardia (34,2%), Toscana (16,5%) e Veneto (11,5%). Questa distribuzione territoriale riflette l’organizzazione della produzione del comparto, gestita prevalentemente da imprese altamente specializzate di piccola e media dimensione che operano in distretti industriali come quelli di Como (tessuti di seta), Biella, Prato e Vicenza (filati e tessuti di lana), Castel Goffredo (calze da donna), Carpi e Treviso (maglieria), Empoli (abbigliamento in pelle) e Pesaro (jeans).

L’85% delle malattie è al femminile. La classe di età più a rischio è quella intermedia 35-49 anni (1.153 casi), in cui gli infortuni sono comunque in calo del 38% rispetto al 2009. Le parti del corpo più colpite sono le mani (34,6%), la colonna vertebrale (8,6%) e la caviglia (7,6%), mentre circa la metà delle morti vede coinvolta la parete toracica. Per la natura della lesione, contusione (28,9%), ferita (24,5%) e lussazione (22,9%) rappresentano circa i tre quarti dei casi indennizzati. Alta è la percentuale (85%) delle malattie professionali indennizzate che hanno riguardato le donne (142 casi), l’88% delle quali dovute al sovraccarico biomeccanico dell’arto superiore (101 casi).

I pericoli della movimentazione manuale. Al comparto tessile e dell’abbigliamento, spiega Dati Inail, sono collegate le lavanderie industriali che, a differenza di quelle a secco, esercitano la propria attività per conto di comunità (ospedali, alberghi, ristoranti…) o imprese e usano occasionalmente i solventi. Tra i rischi tipici delle lavanderie industriali spicca l’insorgenza di disturbi muscoloscheletrici dovuti, soprattutto, alla movimentazione manuale di carichi, a posture incongrue e a movimenti ripetuti. Lo scarico della biancheria sporca, per esempio, implica il sollevamento di sacchi, a loro volta caricati su carrelli da spingere a mano, e anche la riconsegna della biancheria pulita prevede l’uso di carrelli, cui segue il carico di sacchi su furgoni. Molte mansioni, inoltre, costringono a stare in piedi per più di quattro ore, affaticando schiena e gambe, mentre la stiratura con il ferro, ma anche con pressa o mangano, costringe a posizioni scomode il collo, le spalle e le braccia.

Le misure per prevenirli. Alcune misure per prevenire questo tipo di disturbi nelle lavanderie industriali riguardano la movimentazione dei carrelli e dei sacchi, che oltre il peso limite raccomandato, pari a 25 chilogrammi per gli uomini e a 15 per le donne, andrebbe eseguita in coppia. L’ideale, però, è minimizzare il trasporto manuale ricorrendo a nastri trasportatori sopraelevati ai quali si agganciano i sacchi. Il sovraccarico biomeccanico di arti e dorso, inoltre, può essere contrastato utilizzando pavimenti antiaffaticamento, indossando calzature adatte, sospendendo i ferri da stiro per alleggerirli e riorganizzando l’attività con il turnover del personale e adeguati tempi di recupero.

Carlo Pareto