Il declino relativo degli Stati Uniti e i pericoli dell’isolazionismo

donald trumpIl nuovo equilibrio mondiale tra le grandi potenze economiche del mondo sta preoccupando l’opinione pubblica americana, spingendola all’”isolazionismo”, al quale gli Stati Uniti hanno sempre teso, ritirandosi entro i confini della loro “Isola” ogni volta che si sono convinti che l’”American way of life” fosse minacciata da forze esterne. È questo il fondamento dell’ideologia sulla quale Donald Trump ha costruito le proprie fortune elettorali.

Il nuovo presedente ha utilizzato, infatti, con successo il mito dell’isolazionismo, le cui conseguenze non sono certo neutrali e ininfluenti per il resto del mondo; soprattutto, per quella parte dei Paesi occidentali che, per ragioni storiche, devono muoversi nel mercato internazionale avvalendosi dell’area valutaria costruita dagli USA dopo la fine del secondo conflitto mondiale. È, questa, la tesi che Manlio Graziano, docente di Geopolitica alla Sorbona, sostiene nel suo recente volume “L’Isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti”.

Per capire le ragioni del pericolo, per il resto del mondo del successo elettorale di Trump e della sua propensione a ridimensionare gli impegni internazionali dell’America, è necessaria, secondo Graziano, un’analisi geopolitica, che evidenzi le cause remote delle scelte americane attuali; ciò, al fine di indurre il resto del mondo a sperare, nell’interesse di tutti, che il trumpismo abbia il “fiato corto”.

“Gli Stati Uniti – afferma Graziano – sono oggi attanagliati da una nuova psicologia di inquietudine e di frustrazione. La crisi del 2008 ha messo in chiaro che gli americani non potranno più permettersi di vivere, in futuro, come avevano vissuto nel passato”; si tratta di un’inquietudine comune a tutte quelle potenze che, dopo aver dominato per secoli, sul piano politico ed economico, molti altri Paesi, assistono improvvisamente al fatto che la loro posizione dominante è contestata da altre potenze emergenti, interessate ad accrescere sulla scena mondiale la loro visibilità.

L’inquietudine, però, si manifesta in termini più cogenti per gli USA, “la cui breve storia è stata contrassegnata dalla promessa, quasi sempre mantenuta, di un miglioramento costante delle condizioni di vita della maggior parte dei suoi cittadini”. L’intento di Graziano è quello di fornire, da un punto di vista geopolitico, una “griglia di lettura” di quanto sta ora accadendo nella società americana, per valutare le possibili ricadute politiche ed economiche globali, iscrivendole, però, nella “continuità geopolitica degli Stati Uniti”.

Il libro di Graziano traccia la storia dei tre momenti essenziali dell’esperienza degli USA, comprendendo l’intero ciclo che va dall’ascesa (con la descrizione di tutte le condizioni che hanno condotto alla formazione dello Stato-nazione americano) alla maturità e al declino di quell’esperienza. Prescindendo dal momento originario, caratterizzato dalla particolare forma assunta dallo Stato americano, tanto diversa da quella degli Stati-nazione europei, è essenziale capire, secondo Graziano, come si è affermata la sua maturità che, iniziata con la guerra civile, è culminata con “l’intervento militare americano nei due oceani, la loro sottomissione, e lo spodestamento di Londra come potenza egemone mondiale”. È, questo, un epilogo della maturità dell’esperienza vissuta dagli Stati Uniti cui sono riconducibili i prodromi del suo declino attuale.

La fine della Seconda Guerra mondiale ha permesso agli Stati Uniti – afferma Graziano – “di realizzare il vecchio sogno di Woodrow Wilson di costruire un nuovo ordine mondiale modellato sui principi e soprattutto sugli interessi americani”. Ciò ha comportato che gli USA si esponessero sulla scena internazionale, più di quanto avevano fatto dopo la Grande Guerra, in quanto il loro benessere veniva a dipendere dalla loro capacità di riuscire a mantenere quell’esposizione; un’esposizione non solo economica, perché la crescita interna dipendeva dal coinvolgimento internazionale, ma anche strategica, perché “le scelte compiute durante la guerra avevano creato nuovi equilibri che avrebbero retto solo se gli americani avessero mantenuto la loro presenza sui diversi scacchieri”.

A Tal fine, a partire già da prima che finisse la guerra, sono stati creati diversi organismi, strumentali ad assicurare consistenza alla posizione dominante raggiunta: con la Conferenza di Bretton Woods e la creazione delle Nazioni Unite si è dato vita a diverse istituzioni, il cui scopo è stato quello di riorganizzare il sistema economico e finanziario mondiale, perché gli Stati Uniti potessero approfondire e conservare la posizione dominante raggiunta. In tal modo, sono state gettate le basi “di quello che sarà chiamato molto più tardi – afferma Graziano – il ‘Washington Consensus’, cioè un modello economico e di sviluppo ispirato da Washington nell’interesse di Washington”.

In altri termini, all’interno del mercato economico e finanziario facente capo agli USA, le nuove istituzioni hanno creato le condizioni perché i Paesi che avessero deciso di iniziare la propria ricostruzione materiale ed economica, integrandosi in quel mercato, fossero costretti a conformarsi ai requisiti di convertibilità monetaria e di libera competizione posti dagli americani; requisiti, questi, nuovi per gli stessi USA, un Paese caratterizzato da forti propensioni protezionistiche, a meno di brevi periodi della loro storia. Con il libero scambio e la libera competizione internazionale posti a fondamento della ricostruzione del mercato mondiale, gli USA hanno inteso anche contrastare tutte le posizioni colonialistiche che impedivano di aprire il mercato mondiale all’esportazione dei loro prodotti e dei loro capitali.

Inoltre, con i nuovi organismi posti alla base della ricostruzione del mercato mondiale, gli USA hanno potuto infliggere una doppia sconfitta al Paese leader tra quelli coloniali, la Gran Bretagna; da un lato, perché con il libero scambio è stata resa obsoleta la clausola della “preferenza imperiale”; dall’altro lato, perché con il sistema dei cambi fissi centrato sul dollaro (convertibile in oro a 35 dollari l’oncia) è stata “messa a tacere” la pretesa di Londra di creare un sistema monetario mondiale “fondato su un’unità di riserva neutra, non legata ad alcun Paese”. In tal modo, per gli USA è stato possibile organizzare e rilanciare l’economia mondiale, imperniata sul dollaro e non più attorno alla sterlina, come accadeva sino al più immediato passato.

Dopo l’apoteosi del dopoguerra, come si è detto, è iniziato il declino che, per quanto sia stato lento e pressoché invisibile agli inizi, ha subito un’accelerazione “in conseguenza dei miracoli giapponese e tedesco”, finché il carattere multipolare dell’ordine mondiale si è definitivamente imposto agli inizi degli anni Settanta. Si è trattato, però, secondo Graziano, di un “declino relativo”; ciò perché, durante il suo manifestarsi, gli USA hanno continuato a veder crescere il loro prodotto reale. L’indebolimento della loro posizione rispetto ai competitori si è configurato nel differente ritmo della crescita, tra il 1945 e il 2016, del prodotto interno lordo: mentre il PIL americano è cresciuto di sette volte e mezzo, quello mondiale è cresciuto di circa venti volte.

Per un giudizio più comprensivo del declino relativo degli USA, occorre tener conto, secondo Graziano, che esso si è verificato nell’arco di due periodi successivi molto diversi tra loro: il periodo della Guerra Fredda e quello successivo, caratterizzato dal crollo dell’URSS. Durante il primo periodo, gli USA sono stati impegnati in un duro confronto con l’Unione Sovietica, limitato però al solo piano ideologico; per cui, a dispetto di quello che le ideologie contrapposte intendevano far credere, Mosca ha svolto un ruolo di “stampella” in pro del consolidamento dell’egemonia globale degli USA. Infatti, sino agli anni Settanta, l’Unione Sovietica è stata uno dei due pilastri che hanno sorretto la struttura dell’ordine globale creatosi dopo la Seconda Guerra mondiale.

Il suo rapido crollo – afferma Graziano – ha mandato in “frantumi” quegli equilibri, per cui “il peso politico delle potenze che erano state tenute in scacco dal contrappeso russo” (in primo luogo la Germania, il Giappone e la Cina) è aumentato rapidamente. Ciò ha comportato che, nello spazio di pochi mesi, tutte le potenze vecchie e nuove si siano trovate “in territorio sconosciuto”. Ma gli Usa non hanno saputo approfittare della situazione di vuoto di potere globale, mancando di espandere e consolidare la propria egemonia.

L’incertezza che ha caratterizzato la posizione di Washington dopo il crollo dell’URSS veniva da lontano: la decisione di Richard Nixon di abbandonare la parità tra dollaro e oro stabilita a Bretton Woods, la recessione provocata degli shock petroliferi e dalla crisi dei mercati delle materie prime degli anni Settanta, il problema del debito dei paesi arretrati e il crollo di fiducia seguito alla fine della guerra in Vietnam hanno indotto l’opinione pubblica americana, e con essa la classe politica del Paese, a convincersi che l’epoca del dominio quasi totale della scena mondiale dell’America era sulla via del declino.

Stando cos’ le cose, è da considerarsi mal riposto, secondo Graziano, l’ottimismo che, nell’ultimo decennio del secolo scorso, l’America sembrava trarre da un periodo in cui la propria economia risultava in espansione (con una disoccupazione in calo, un mercato immobiliare florido e un prestigio internazionale accresciuto dalla vittoria sull’”impero del male”), Quell’ottimismo, infatti, appena iniziato il nuovo secolo, è venuto meno; prima, per via degli effetti negativi provocati sui mercati finanziari dallo scoppio della bolla speculativa “dot com” (sviluppatasi tra il 1997 e il 2000); successivamente, per l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle (che è valso a rimuovere la convinzione degli americani dell’inviolabilità del loro suolo).

Ma non basta; tutti gli avvenimenti negativi che sono accaduti tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo hanno segnato solo la “calma che precede la tempesta”; nel 2008 è sopraggiunto lo sconquasso provocato dai prestiti sub-prime che, dopo aver squilibrato profondamente l’economia americana, si è abbattuto sulle restanti economie di mercato del mondo intero. Il 2008 è stato un punto di svolta riguardo alla capacità degli USA di poter continuare a difendere la propria primazia economica globale; in quell’anno, infatti, l’U.S. National Intelligence Council (NIC), nel suo rapporto quadriennale diretto al presidente in carica (Barack Obama), scriveva che, dato il declino relativo della loro potenza economica, gli Stati Uniti non potevano più avere “la stessa flessibilità nelle scelta tra le tante opzioni politiche” della quale potevano disporre nel passato.

Il presidente Obama, sulla base del rapporto del NIC, ha potuto iniziare la politica di riduzione della “sovraesposizione imperiale” degli USA, mediante una riduzione delle spese federali (retrenchment), non tanto per definire nuove priorità, quanto per stabilire – sostiene Graziano – “quali ‘obblighi’ avrebbero dovuto essere sacrificati a quelle priorità. Non si trattava tanto di una scelta, quanto della presa d’atto di un’inaggirabile necessità”; in altre parole, la nuova politica degli Stati Uniti doveva essere fondata sul riconoscimento che tutto doveva essere ridimensionato, perché gli impegni tradizionali che avevano fatto degli USA i “gendarmi del mondo” erano andati ben al di là delle loro possibilità.

La strategia di Obama, è consistita nella individuazione degli impegni periferici che gli USA dovevano abbandonare, rinsaldando antiche alleanze e inaugurandone di nuove, al fine di contenere le spinte espansive del competitore in ascesa, la Cina, giudicato il più “pericoloso”. Il successore di Obama, Donald Trump, ha però abbandonato la strategia del “retrenchment”, pensando di poter perseguire gli stessi obiettivi adottandone un’altra, “molto più affine alla tradizione ideologica americana”: l’isolazionismo, che “nell’era della globalizzazione e del declino relativo” non può che essere per gli USA – conclude Graziano. “un suicidio per paura di morire”.

Delle due facce dell’isolazionaismo, il protezionismo e il ritiro dagli impegni internazionali, resta da valutare quale tra esse potrebbe portare per prima alla rovina gli Stati Uniti; un evento di tal fatta sarebbe portatore di instabilità e crisi inimmaginabili, sia sul pieno economico che politico, per tutte le economie integrate nel mercato internazionale. Perché tutto ciò non accada, c’è solo da fare affidamento sul fatto che Donald Trump non rappresenti l’insieme della classe politica americana e, quel che più conta, che la “burocrazia imperiale” della quale gli USA dispongono, faccia valere la propria visione realistica degli “affari internazionali”, con cui evitare il possibile “salto nel buio” cui è esposto il mondo dai possibili esiti dell’isolazionismo trumpiano.

Gianfranco Sabattini

I seminari di Reset-Dialogues sui populismi

Populismo-web-300x225-480x360L’Associazione Internazionale Reset-Dialogues on Civilisations inaugura a Venezia l’edizione 2017 di Reset-DoC Seminars, i dialoghi filosofici Est-Ovest svoltisi per un decennio a Istanbul.
L’incontro internazionale si terrà dall’8 al 10 giugno alla Fondazione Giorgio Cini – Isola di San Giorgio, ed è organizzato in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari, la Fondazione Giorgio Cini e l’università turca Bilgi University. I seminari, che si svolgeranno in lingua inglese, sono gratuiti e aperti a tutti, previa registrazione sul sito resetdoc.org, entro il 31 maggio.
La conferenza sarà preceduta e accompagnata da una Summer school che inizierà il 5 giugno e che permetterà agli studenti di ottenere 6 crediti formativi (tutte le informazioni sul sito di ResetDOC, resetdoc.org).
Titolo di quest’anno “The Upsurge of Populism and the Decline of Diversity Capital”, ovvero la crescita dei populismi che hanno incrinato la solidità di valori quali la diversità, la tolleranza, il pluralismo. Il voto francese ha interrotto una montante marea xenofoba e antieuropeista, ma una tendenza autoritaria si è fatta strada in questi decenni minacciando i fondamenti delle democrazie occidentali. Nuove forme di arroganza, chiusura e polarizzazione nel discorso politico stanno mettendo in discussione il modello plurale della costruzione democratica impensabile senza il pluralismo culturale, la moderazione nei conflitti politici, la capacità di dialogo, la mediazione e il contenimento dei contrasti.
Dopo un lungo periodo di globalizzazione economica e di espansione del cosmopolitismo culturale tra le fasce più liberali della popolazione, nella sfera pubblica e nella società, stiamo forse vivendo una fase di declino di quello che possiamo chiamare “capitale di diversità” delle democrazie occidentali? La loro capacità deliberativa è a rischio? Con il fallimento delle Primavere Arabe e l’affermarsi di regimi autoritari che hanno spezzato le speranze di molti e le promesse per un futuro democratico e pluralista, con la crisi dei rifugiati e le ondate migratorie che continuano ad investire l’Europa, dopo la Brexit e le elezioni statunitensi, il mondo occidentale invece di aprirsi alla promozione del pluralismo e contribuire a combattere i radicalismi, sta forse tornando a nuove forme di chiusura e di ripiegamento su sé stesso?
Diversi gli autori internazionali chiamati a discutere su questi interrogativi. Alla lezione magistrale di apertura di Michael Sandel (Populism, Nationalism, and the Future of Liberalism) seguiranno gli interventi di Kiku Adatto, Giuliano Amato, Lisa Anderson, Albena Azmanova, Akeel Bilgrami, Murat Borovali, Giancarlo Bosetti, Cemil Boyraz, Michele Bugliesi, Giorgio Cesarale, Lucio Cortella, Hamid Dabashi, Sara De Vido, Alessandro Ferrara, Pasquale Ferrara, Nina zu Fürstenberg, Manlio Graziano, Amr Hamzawi, Volker Kaul, Jonathan Laurence, Tiziana Lippiello, Stephen Macedo, Yves Mény, Lea Nocera, Claus Offe, Nancy Okail, David Rasmussen, Carol Rovane, Adam Adatto Sandel, Luigi Tarca, Roberto Toscano.reset-doc-logo_0
È possibile registrarsi a singole sessioni del programma scrivendo a seminars2017@resetdoc.org

Fondazione Giorgio Cini si trova sull’Isola di San Giorgio ed è raggiungibile con il vaporetto della linea Actv 2 con fermata San Giorgio.


PROGRAMMA

dal 5 all’8 giugno (mattina)
Ca’ Dolfin, Aula Magna Silvio Trentin, Università Ca’ Foscari,
calle Saoneria – Dorsoduro 3825/E – 30123 Venezia
Lunedì, 5 giugno
Volker Kaul: Populism and Identity
Sara de Vido: Refugee Laws in Europe: Closing or Opening Borders?
Tre workshop a scelta:
(1) Populism and Identity (Volker Kaul)
(2) Political-Economic Resources of Populism (Cemil Boyraz)
(3) Global Authoritarianism (Manlio Graziano)
Martedì, 6 giugno
Lea Nocera: Trajectories of Populism in Turkey
Manlio Graziano: The Geopolitical Roots of the Decline of the West
Tre workshop a scelta:
(1) Populism and Identity (Volker Kaul)
(2) Political-Economic Resources of Populism (Cemil Boyraz)
(3) Global Authoritarianism (Manlio Graziano)
Mercoledì, 7 giugno
Stephen Macedo: Liberal Nationalism?
Cemil Boyraz: Political-Economic Sources of Populism Today
Tre workshop a scelta:
(1) Populism and Identity (Volker Kaul)
(2) Political-Economic Resources of Populism (Cemil Boyraz)
(3) Global Authoritarianism (Manlio Graziano)
 dall’8 (pomeriggio) al 10 giugno
Fondazione Giorgio Cini
Venezia – Isola di San Giorgio Maggiore 30100
Questa parte dei seminari, che si svolgeranno in lingua inglese,
sono gratuiti e aperti a tutti, previa registrazione sul sito resetdoc.org,

Giovedì, 8 giugno
14.30
Michael Sandel: Populism, Nationalism, and the Future of Liberalism
Tiziana Lippiello: The Paradigms of Religious and Philosophical Plurality: The Return
of “the Sacred” in the Globalized World and the Chinese Example
Alessandro Ferrara: Political Liberalism, Indigenous Unreasonability and PostLiberal
Democracy
Cemil Boyraz: Neoliberal Populism at Work: The Foundation of “Public Relations
and Communication” Centers in Turkey
Venerdì, 9 giugno
9.30
Luigi Tarca: The Right to be Right: Recognizing the Reasons of Those who are
Wrong
Adam Adatto Sandel: What is an Open Mind?
Yves Mény: Back to ‘Basics’: Populist Primitivism in Modern Societies
Akeel Bilgrami: What is this ‘Populism’?
14.30
Murat Borovalı: Ad Hominem Argumentation in Politics
Stephen Macedo: Liberalism, Social Solidarity, and Diversity in a Globalizing
World
16.00
ROUNDTABLE: Populism in Europe and the United States
Giuliano Amato, Lisa Anderson, Akeel Bilgrani, Manlio Graziano, Michael Sandel
Chair: Roberto Toscano
Sabato, 10 giugno
9.30
Albena Azmanova: The Populist Catharsis
Claus Offe: Referendum vs. Institutionalized Deliberation
Hamid Dabashi: Are there any People in Populism?
14.00
Amr Hamzawy: Egypt’s Blend of Religious and Nationalistic Populism
Lisa Anderson: Bread, Dignity and Social Justice: Populism in the Arab World
16.00
ROUNDTABLE: Global Authoritarianism and the Future of Democracy
Hamid Dabashi, Jonathan Laurence, Claus Offe, Nancy Okail, David Rasmussen
Chair: Pasquale Ferrara