BORDERLINE

SALVINI DI MAIO

La manovra è stata confermata, non sono cambiati i saldi e non sono state aggiustate le previsioni di crescita del Pil. E’ questo l’orientamento del governo emerso dal vertice del Consiglio dei ministri iniziato ieri alle ore 20 tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini cui hanno partecipato anche il ministro dell’economia, Giovanni Tria e quello dei rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro.

Che le intenzioni fossero queste lo aveva fatto capire senza mezzi termini Salvini che, già prima di entrare a Palazzo Chigi, ha detto: “Stiamo lavorando a una manovra che prevede più posti di lavoro, più pensioni e meno tasse non per tutti ma per molti italiani. Se va bene all’Europa siamo contenti, sennò tiriamo dritti lo stesso” (scopiazzando, forse involontariamente, una frase di Mussolini).

Nessun arretramento, quindi, neppure dopo le stime del Fondo Monetario Internazionale che prevede un Pil in crescita dell’1% nel 2019 e 2020, un impatto incerto della legge di bilancio sulla crescita dei prossimi due anni e un effetto probabilmente negativo sul medio termine.

Sempre Salvini ha precisato: “Se ci sarà qualcosa da modificare, sarà non in base alle richieste di Bruxelles, ma in base a quello che succede in Italia, ad esempio a causa del maltempo. Stiamo facendo la conta dei danni e rischiano di essere 5 miliardi di euro. Quindi è chiaro che dobbiamo mettere più soldi alla voce investimenti sul territorio. Perché ce lo chiede la situazione. Da tenere presente che per le spese per circostanze eccezionali è ammessa la copertura in deficit sia dall’Europa che dalla Costituzione”.

Il Consiglio dei Ministri, al termine del vertice, ha certificato l’orientamento del governo nella lettera di risposta ai suoi rilievi che la Commissione ha richiesto.

In sintesi la manovra non è cambiata, i saldi sarebbero rimasti invariati. Ma, sono state messe più risorse sul dissesto idrogeologico. Dunque, questo sarebbe il punto di caduta del vertice a Palazzo Chigi.

Poi, Di Maio ha confermato: “La manovra non cambia né nei saldi né nella previsione della crescita, perché è nostra convinzione che è quel che serve al Paese per ripartire ha detto il vicepremier subito dopo il Cdm. Abbiamo detto chiaramente che ci impegnamo a mantenere il 2,4% di deficit, e il Pil all’1,5% ma reddito cittadinanza, riforma Fornero, soldi ai truffati dalle banche restano. E’ una manovra in controtendenza col passato ma non facciamo i furbi sul debito. Non abbiamo aggiunto niente a quello che già leggete nella manovra di bilancio ma c’è l’impegno a mantenere quelli che sono i saldi indicati; quindi non facciamo i furbi sul deficit ma allo stesso tempo manteniamo gli impegni con gli italiani”.

La novità consisterebbe nelle dismissioni. Di Maio, uscendo da Palazzo Chigi, ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è tutelare i gioielli di famiglia ma allo stesso tempo di dismettere tutto quello che non serve dello stato di immobili o di tutti questi beni che sono di secondaria importanza. Deve essere chiara una cosa nel programma di dismissioni non ci sono i gioielli di famiglia: stiamo parlando di immobili, di beni secondari dello Stato e sicuramente la dismissione avrà un effetto positivo per la riduzione del debito. Nella lettera a Bruxelles abbiamo detto che aumentiamo la valorizzazione dei nostri immobili, quindi della dismissione dei nostri immobili. E potremo fare più soldi dal taglio e dalla dismissione di quello che non serve, degli immobili di proprietà dello Stato. La notizia che devo dare agli italiani è che reddito di cittadinanza, pensioni di cittadinanza, superamento della legge Fornero con quota 100, risparmiatori truffati, tutti questi provvedimenti non cambiano. Vanno avanti e creeranno un anno, il 2019, che sarà l’anno del cambiamento”.

Anche le fonti della Lega hanno fatto sapere: “La novità sono proprio le dismissioni, anche immobiliari, che verranno attuate e valgono l’1% del Pil. Per quanto riguarda la lettera di risposta a Bruxelles, sono confermati saldi e crescita come già previsti (2,4 deficit e 1,5 crescita). Nessun arretramento di fronte a Bruxelles, il governo spiega le sue ragioni ma va avanti per la sua strada”. Dopo il Cdm si è confermato anche l’impianto della manovra e l’azione politica del governo, con quota 100 che parte subito. Vengono inoltre confermate le clausole di salvaguardia e i controlli automatici sulla spesa già previsti (monitoraggio conti pubblici ai fini correttivi) e la destinazione dello 0,2% degli investimenti all’idrogeologico.

Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, lanciando un appello, aveva detto: “Bisogna cambiare la manovra, e bisogna fare in fretta, c’è tempo fino a questa sera, il buon senso deve prevalere sui capricci, a volte sull’arroganza che punta a difendere posizioni che sono economicamente indifendibili. Un appello al governo italiano perché modifichi i contenuti della manovra per dare un segnale di cambiamento che permetta di evitare una bocciatura della proposta italiana”.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono tornati a ripetere che ‘i pilastri fondamentali della manovra non cambiano’. Ma in Parlamento intanto sono sfilate le principali istituzioni in audizione e senza eccezione hanno puntato il dito sulle stime di crescita ritenute eccessivamente ottimistiche. Anche perché secondo l’Ufficio parlamentare del bilancio, ed anche Confindustria, una delle misure chiave come la riforma della legge Fornero sulle pensioni darà risultati lontani dalle aspettative. Critiche a cui si aggiunge la voce dei vescovi, che invitano a stare all’erta per salvaguardare il risparmio delle famiglie e la vita delle imprese. Con le nuove regole previdenziali, è l’allarme dei tecnici del Parlamento, l’assegno che si intascherà sarà più leggero: la sforbiciata oscillerebbe dal 5 al 30 per cento.

Dunque, si potrebbe arrivare a prendere fino ad un terzo in meno se si decide di anticipare di 4 anni l’uscita. Il sottosegretario al lavoro, il leghista Claudio Durigon, ha difeso l’operazione assicurando che non ci saranno tagli con questa affermazione: “Chi uscirà con quota 100 avrà una rata pensionistica basata sugli effettivi anni di contributi e non anche sugli anni non lavorati”.

Il presidente dell’Ufficio Parlamentare al Bilancio, Giuseppe Pisauro, ha sottolineato il paradosso: “Ma proprio il rischio di intascare una pensione più light potrebbe far sì che molti vi rinuncino: una conseguenza nei fatti da auspicare, perché altrimenti salterebbero i conti”.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha osservato: “La platea potenziale per il 2019 sarebbe di 437.000 contribuenti attivi e quindi se uscissero tutti si registrerebbe un aumento di spesa lorda per 13 miliardi. Il doppio di quanto quantificato dal governo. Traballa anche il ragionamento per cui la nuova riforma previdenziale garantirebbe il turn over e quindi l’occupazione giovanile: difficile che i benefici siano automatici”.

Non appare più semplice la messa a punto del reddito di cittadinanza, l’altra norma cardine della legge di bilancio. Le difficoltà dell’attuazione del reddito di cittadinanza spaventano anche un sottosegretario ed esponente pentastellato come Stefano Buffagni che ha detto: “Una misura fondamentale, ma deve essere equilibrata”.

Nonostante il governo sembri allontanarsi di nuovo dall’idea di rivedere il quadro macro, insieme all’Upb anche l’Istat, Corte dei Conti e Abi mettono in guardia il governo giallo-verde dal rischio di dover rifare i conti a breve.

L’Istat ha detto: “Un mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica in modo marginale per il 2018, ma in misura più tangibile per gli anni successivi”.

Che d’altro canto lo scenario economico si sia deteriorato rispetto alle previsioni di appena qualche tempo fa, lo ha riconosciuto lo stesso ministro dell’Economia Giovanni Tria, che sarebbe stato tentato dal rivedere i dati del Pil incontrando però il muro della Lega e del M5S.

Intanto, lo spread continua a viaggiare a ritmi sostenuti e chiude in rialzo a 304 punti base restando quindi fonte di preoccupazione per gli interlocutori nazionali e internazionali, Fondo monetario incluso che proprio ieri è stato ricevuto, in delegazione, a Palazzo Chigi.

In una nota del Mef, si legge: “Il tasso di crescita non si negozia: il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, smentisce voci e indiscrezioni apparse sui giornali secondo cui il tasso di crescita dell’Italia sia stato o sia oggetto di dibattito politico. Le previsioni di crescita sono infatti il risultato di valutazione squisitamente tecnica. Per questo non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal Governo”.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, nell’ultima replica del suo discorso davanti alla seduta plenaria del Parlamento europeo, ieri pomeriggio a Strasburgo, ha detto di sperare che si troverà una soluzione alla controversia fra Italia e Ue sulla manovra finanziaria, ma ha anche ricordato che l’Italia ha approvato le regole dell’euro, aggiungendo che ora non si può dire che non siano più importanti.

Angela Merkel ha detto: “Noi vogliamo tendere la mano all’Italia, ma voglio dirlo chiaramente: l’Italia è un membro fondatore dell’Ue e ha partecipato alla decisione di molte regole che ora sono le nostre basi giuridiche. Non si può affermare ora che queste regole non interessano più. E non sono io che lo dico; a dirlo è la Commissione europea, che ha un ruolo importante da svolgere in questo contesto. Spero che si giunga a una soluzione e che lo si faccia nel dialogo con le autorità italiane; è la mia forte speranza, e l’ho detto anche al premier Giuseppe Conte”.

La risposta del governo italiano è stata inviata all’Ue senza modifiche significative sugli effetti economici di pensioni e reddito di cittadinanza nella manovra di bilancio.

Adesso bisognerà attendere la risposta dell’Ue. Intanto, anche oggi, con il rinnovo dei titoli di stato in scadenza, gli italiani dovranno sopportare interessi più alti rispetto allo scorso mese di aprile.

Salvatore Rondello

Manovra, iniziata un’altra settimana di passione

salvini di maio

In mattinata, a quanto si apprende da fonti di governo, si è svolto un vertice a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, il vicepremier Matteo Salvini ed il sottosegretario Giorgetti per fare il punto sul decreto fiscale e sulla manovra in vista della lettera di risposta da inviare a Bruxelles. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ed il vicepremier Luigi Di Maio, stranamente, non hanno partecipato.

Nel frattempo, il facente funzioni di presidente dell’Istat, Maurizio Franzini, in audizione davanti alle Commissioni di Camera e Senato sulle misure della manovra, ha dichiarato: “Quattro famiglie su 10 sotto la soglia di povertà (il 40,7%) vivono in case di proprietà, sulle quali una su 5 paga un mutuo medio di 525 euro, mentre il 15,6% in abitazioni in uso o usufrutto gratuito. Il 43,7% vive invece in affitto, quota che è particolarmente elevata nei centri metropolitani (64,1%) e nel Nord del Paese (50,6%). La spesa media effettiva per l’affitto è di 310 euro.

La rinuncia a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa complessivamente riguarda circa 2 milioni di persone (3,3% dell’intera popolazione, mentre, sono oltre 4 milioni le persone che rinunciano per motivi economici. A rinunciare di più sono i più anziani, tra i 45 e 64, e rilevante è l’intreccio tra rinuncia e condizioni economiche. Ipotizzando costanti sia i tassi di fecondità osservati nel 2017 per ordine di nascita, sia la popolazione femminile residente tra i 15 e 49 anni al 1 gennaio 2018, si stima la nascita di circa 51 mila terzi figli nel 2019. Questo numero era intorno ai 53 mila tra il 2013 e 2015 e intorno a 51 mila tra il 2016 e 2017″. La media di figli per donna, per le nate a metà degli anni 70, è stimato nell’1,4% e che a livello nazionale la quota di donne senza figli è in continuo aumento da una generazione all’altra: era di circa una su 10 per le nate nel 1950, è cresciuta a circa 1 su 5 per le nate a metà degli anni 70. Parallelamente aumentano, leggermente, le donne con un solo figlio e crolla il numero di donne con almeno due figli”.

Il vice presidente della Bce, Luis De Guindos, ha detto: “Un effetto contagio dall’Italia è stato finora limitato, ma rimane una possibilità. Sul fronte delle finanze pubbliche, l’Italia è il caso più importante al momento, visto il livello del debito e delle tensioni politiche sui piani di bilancio del governo. Le forti reazioni del mercato agli eventi politici hanno scatenato nuove preoccupazioni sul nesso tra banche e debito sovrano in alcune parti d’Europa. E questo è alla base della richiesta di disciplina fiscale e del rispetto delle regole”.

E’ iniziata un’altra settimana di passione per l’Italia, stretta tra la risposta sulla manovra da inviare alla Commissione europea entro domani, e l’attesa dei mercati per l’esito della trattativa, con lo spread che venerdì si era riposizionato attorno ai 300 punti e nuovi titoli di Stato da collocare tra lunedì e martedì. Se nel fine settimana si era un po’ allentata la tensione Roma-Bruxelles, a riaccendere lo scontro è stato un duro botta e risposta a distanza tra Matteo Salvini e il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, prima sui migranti e poi, inevitabilmente, sulla manovra. L’Italia ha già avuto flessibilità per 30 miliardi e ora deve rispettare le regole, è il messaggio di Juncker, cui il leader leghista ha risposto insolentemente: “Non siamo cocciuti ma lasciateci lavorare”. Salvini si mostra spavaldo anche di fronte all’ipotesi, ormai incombente, dell’apertura di una procedura con queste affermazioni provocatorie: “Ispettori Ue? Manca solo l’ispettore Derrick e il tenente Colombo. I fondamentali non saranno toccati. Ben vengano i consigli ma i diktat saranno rispediti al mittente”.

Il clima incandescente certo non aiuta l’opera di tessitura che Giuseppe Conte, forse, sta cercando di mettere in atto e che potrebbe portare a un incontro, al momento ancora non in agenda, proprio con Juncker. Il premier, prima di partire per Palermo per la conferenza sulla Libia, potrebbe vedere di nuovo il ministro dell’Economia Giovanni Tria, per mettere a punto i dettagli delle (poche) concessioni che l’esecutivo è pronto a fare a Bruxelles: da un lato una revisione al ribasso del Pil, che tenga conto dello scenario che si è deteriorato da settembre a oggi, e che diventerebbe così più vicino alle stime europee (1,2% contro l’1,5% italiano) che pure tengono conto di un effetto espansivo della manovra, anche se meno di quanto ipotizzato dal governo.

Dall’altro lato ci potrebbe essere la promessa di una clausola, forse automatica, di taglio della spesa in caso di sforamento. Nulla di più, almeno per ora. L’azione del governo in queste ore è anche sotto la lente degli ispettori dell’Fmi, in Italia per la consueta missione nell’ambito dell’Article IV, che incontreranno Tria proprio martedì, quando scade il termine per inviare il nuovo Draft Budgetary Plan a Bruxelles. In questo contesto incandescente Piazza Affari da settimane subisce contraccolpi. Il grafico del Ftse All Share è in rosso perenne, con una flessione che da inizio anno ha toccato oltre il 12%. Ancora peggio il Ftse Italia All Share banks, quello delle banche, che perde il 25%. Istituti di credito che rischiano di subire più di altri i contraccolpi dell’instabilità perché sovraesposti al debito pubblico, con oltre 369 miliardi di titoli in portafoglio. E proprio domani il Tesoro tornerà sul mercato offrendo in asta Bot a un anno. Martedì sarà invece la volta dei Btp a 3, 7 e 20 anni. Entrambe fino a 5,5 miliardi. Le ultime emissioni hanno registrato tassi al top da 5 anni.

Domani ci sarà un altro vertice del Consiglio dei Ministri prima di inviare la lettera a Bruxelles sulla manovra. Sembrerebbe che la posizione con l’Ue sia rimasta distante senza nessun sostanziale cambiamento. Il vicepremier Salvini ha minacciato che se l’Ue applicherà le sanzioni all’Italia, non verrà più corrisposto il contributo dell’Italia all’Ue. Affermazioni gravi e dirompenti.

Vilfredo Pareto, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale scrisse: “Al governo delle volpi si sostituirà il governo dei leoni e dopo finiranno per sbranarsi”. Allora, come la storia insegna, le affermazioni di Pareto si avverarono tragicamente.

Speriamo che in futuro questo non avvenga, ma, purtroppo la situazione emersa in Italia non promette niente di buono.

Salvatore Rondello

IL SUICIDIO

tria centeno

Quel che non funziona fra l’Italia e Bruxelles si riassume nella giornata di oggi che vede Mário Centeno a Roma. All’ora di pranzo il presidente dell’Eurogruppo è in via XX Settembre con il ministro dell’Economia Giovanni Tria. All’ora del caffé, a Palazzo Chigi dal premier Giuseppe Conte. Prima del tramonto sarà sulla strada dell’aeroporto, avendo fatto migliaia di miglia aree senza incrociare le due persone con le quali dovrebbe sedersi per fare la differenza nella crisi attuale dell’area euro: i due viceministri che decidono in Italia, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Centeno, ministro delle Finanze del Portogallo, non ha osato chiamare i vicepremier per proporre un incontro perché avrebbe infranto il protocollo: Tria si sarebbe visto messo da parte e delegittimato dalla sua stessa controparte europea. Quanto a Di Maio e Salvini, non hanno mai cercato il tempo di un caffé con Centeno, con il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis o con il commissario agli Affari monetari Pierre Moscovici.

Così, mentre la crisi fra Roma e Bruxelles si è avvitata, le due parti continuano a giocare al buio: ciascuna male informata sul modo nel quale l’altra pensa e si prefigura un finale di partita. In questo la vertenza italiana del 2018 è davvero diversa da quella greca del 2015. Allora Alexis Tsipras scambiava accuse continue con le figure di punta dell’Unione europea, ma almeno le incontrava e poi, da leader, era in grado di decidere per la Grecia. In Italia invece chi parla con gli ambienti europei sui problemi dell’economia non ha potere e chi ha potere non parla con gli ambienti europei. Le parti di sfidano ma non si conoscono. È anche per questo che producono cortocircuiti come quello di ieri, quando Tria ha individuato una ‘défaillance tecnica’ nelle previsioni della Commissione Ue che fissano al 2,9% del prodotto lordo (Pil) il deficit per il 2019.

È probabile che né la Commissione Ue né il Tesoro di Roma abbiano ragione e gli errori di stima di entrambi si spieghino con ragioni politiche. Il governo vede un deficit non oltre il 2,4% del Pil l’anno prossimo sulla base di una crescita complessiva dello 0,9% del prodotto reale e dell’1,8% dei prezzi; questa stima sembra davvero troppo ottimistica perché l’economia e i prezzi molto probabilmente cresceranno meno di quanto dica il governo. La Commissione invece vede un deficit italiano più alto, fino al 2,9% del Pil nel 2019 e al 3,1% nel 2020,  sulla base di una crescita del prodotto reale dell’1,2% l’anno prossimo e dell’1,3% dei prezzi. A un disavanzo tanto più elevato rispetto ai piani del governo i tecnici di Bruxelles arrivano in base a vari fattori tutti credibili: uno 0,1% di deficit in più già nel 2018, che poi si trascinerà all’anno prossimo; un altro 0,15% di deficit in più da interessi sul debito, a causa dell’aumento già avvenuto sul rischio Italia; più un ulteriore 0,1% di deficit in più dovuto alla più bassa crescita del complesso dell’economia in termini reali e dei prezzi. In sostanza Bruxelles vede uno 0,35% in più di deficit ma riesce ad arrotondare fino a 0,50%. Proprio ciò permette di mostrare che il disavanzo salirà al 2,9% nel 2019 (dunque sarà il più alto dell’area euro) e soprattutto sopra il 3,1% nel 2020. Ciò giustificherebbe la necessità di applicare subito una procedura piuttosto aggressiva come previsto dal protocollo dell’Ue.

In sostanza a Roma, per ragioni politiche, si cerca di far apparire artificiosamente un po’ migliore lo stato dei conti; a Bruxelles per ragioni opposte non si fanno sconti. È quasi sicuro che fra pochi giorni l’Ufficio parlamentare di bilancio italiano, che è indipendente da entrambi, correggerà in peggio del stime del Tesoro ma in meglio quelle di Bruxelles. È probabile poi che l’economia si fermi o vada in recessione presto, proprio a causa dell’incertezza creata dal governo, quindi alla fine lo stato dei conti nel 2019 potrebbe rivelarsi anche più preoccupante di come indica oggi la Commissione Ue. Ma questa sfida mostra quanto quello in corso sia un dialogo fra sordi, fra forze che non si capiscono. Oggi la questione dell’Italia è molto più pericolosa e complicata di quanto è successo in Grecia. L’attuale governo Conte va per la sua strada senza ascoltare neanche le valutazioni fatte dalle autorevoli istituzioni economiche dello Stato come l’Istat, la Banca d’Italia o l’Ufficio parlamentare di bilancio.

Proprio oggi, il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Signorini, in audizione davanti alle commissioni bilancio di Camera e Senato sulla manovra, ha detto: “L’aumento dello Spread è già costato al contribuente quasi 1,5 miliardi di interessi in più negli ultimi sei mesi, rispetto a quanto si sarebbe maturato con i tassi che i mercati si aspettavano ad aprile. Il costo sarebbe di oltre 5 miliardi nel 2019 e circa 9 nel 2020, se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati. L’aumento dello spread sovrano si ripercuote sull’intera economia e la crescita dei tassi di interesse sul debito pubblico ha un effetto in qualche modo comparabile a una stretta monetaria, rischiando di vanificare tutto l’impulso espansivo atteso dalla politica di bilancio. Le misure di condono fiscale potrebbero determinare disincentivi all’adempimento regolare degli obblighi tributari; andrebbero quindi considerate con molta attenzione”. Signorini ha anche ricordato che per abbattere lo spread sono importanti i segnali che percepiscono gli investitori.

Dunque, non si tratterebbe di una manovra a favore degli italiani ma contro gli italiani. A questo punto sarebbe doveroso chiedersi perché.

Oggi, durante la conferenza stampa a Roma assieme al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha affermato: “All’ultima riunione dei ministri delle Finanze dell’area euro ci stava un chiaro supporto alla valutazione della Commissione europea sulla manovra dell’Italia e sottolineo anche l’importanza che nell’ambito delle regole, ma anche oltre le regole, deve esserci sulla sostenibilità del Bilancio. È importante che in ogni paese le Politiche siano sane, sostenibili e che i Bilanci pubblici siano orientati in maniera tale da garantire la finanziabilità del debito sul mercato, ha avvertito”.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nella stessa conferenza stampa, ha affermato:  “Per evitare una procedura di infrazione Ue sulla base della lettera delle regole dovremmo fare una manovra di restrizione fiscale violentissima, dovremmo andare a un deficit dello 0,8% del Pil che per una economia in forte rallentamento sarebbe un suicidio, non credo che nemmeno la Commisione Ue se la aspetti”.

A conclusione dell’incontro di Centeno a Roma, le posizioni dell’Italia con Bruxelles sono rimaste ferme. Sembra proprio che il Governo Conte stia provocando l’Ue per la bocciatura della manovra. Ma a chi giova fare una manovra finanziaria irresponsabilmente per farla bocciare dall’Unione europea? Non certo all’Italia e nemmeno agli italiani.

Roma, 09 novembre 2018

Salvatore Rondello

Il ministro Tria sta dalla parte di Draghi

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Il ministro dell’Economia Giovanni Tria in occasione della festa del quotidiano ‘Il Foglio’ a Firenze, ha detto: “E’ chiaro che lo spread a questo livello è dannoso. Draghi ha detto la realtà come banchiere centrale. Non ha detto niente di strano. Ma come facciamo a farlo scendere? Basta abbassare il deficit al 2,2%. Può contare nei rapporti con Europa, ma i decimali non credo preoccupano i mercati. Ad alimentare lo spread non sono i fondamentali dell’economia o i numeri della manovra, ma l’incertezza politica su dove va il Paese. La domanda che gli investitori si fanno è: vuole rompere con l’Europa o no? Bisogna giudicare i fatti, le cifre. La cifra stanziata per il reddito cittadinanza è di 9 miliardi inferiore ai 10 miliardi degli ottanta euro. La verità è che i mercati avvertono un’incertezza su dove va il Paese. Quanto alla manovra, nessuno può giudicare solo con un trimestre. La spesa pubblica si tiene sotto controllo sempre. La spesa la conosciamo mese per mese, mentre il gettito ha scadenze diverse. E la crescita non si misura in tempi brevi. Non vedo pessimismo sui tassi crescita, viene contestata nostra previsione. Tutti dicono che bisogna abbassare toni, ma c’è bisogno di lucidità di giudizio.

Il precedente governo stimava nel 2019 l’1,4%, noi abbiamo stimato 1,5%. Se non ci sarà crescita così, ci sarà un deficit del 2,8%. E’ un deficit normale in una manovra espansiva. Gli investimenti pubblici sono importanti, la carenza di investimenti pubblici riguarda tanti Paesi in Europa e negli Stati Uniti. Nel bilancio dello Stato ci sono soldi per gli investimenti, ma non riusciamo ad attivarli. Stiamo cercando di superare questa difficoltà. Dobbiamo togliere gli intoppi. Si è distrutta la capacità della pubblica amministrazione di fare progetti. Stiamo cercando di fare una struttura centrale di alto livello per farlo. Devono ripartire i cantieri, non si possono tenere bloccate le opere pubbliche”.

Il ministro dell’Economia, con riferimento ad Alitalia, ha detto: “Abbiamo tre commissari, ma non ho visto ancora un piano industriale. C’è un prestito ponte di 900 milioni che deve essere restituito. Perciò bisogna consultarsi con l’Ue per fare in modo che ogni decisione sul prestito sia presa in accordo con l’Unione e nel rispetto degli impegni presi dall’Italia quando è stato autorizzato il prestito. Occorre evitare la liquidazione di Alitalia in quanto per il nostro Paese è utile avere una compagnia efficiente. Quanto all’ipotesi dell’intervento di Fs nel capitale di Alitalia il consiglio d’amministazione della società del Tesoro farà le sue valutazioni in autonomia”.

Infine, sull’Europa Tria ha detto: “Il vero problema dell’Europa è non avere un centro politico discrezionale. Quello che sta accadendo in Europa non è colpa dell’Italia. Dipende dal fatto che l’Europa non è al passo con il resto del mondo. L’Europa sta perdendo di vista le ragioni dello stare insieme, alcuni Paesi dicono no a qualunque proposta”.

Per adesso, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha confermato il rating sovrano dell’Italia a BBB anche se realisticamente ha rivisto al ribasso le prospettive. L’outlook è infatti sceso a ‘negativo’ dal precedente ‘stabile’. Per ora nessun declassamento, quindi, ma le nuvole nere sono all’orizzonte. L’Italia resta infatti a due gradini dal livello ‘spazzatura’, ma le prospettive negative possono portare a un potenziale declassamento tra qualche mese. Se il presente è più o meno salvo, il futuro dell’Italia per S&P è pieno di incognite. A preoccupare sono soprattutto le deboli prospettive di crescita e le tensioni con l’Europa. E nel mirino dell’agenzia di rating c’è il piano economico del governo che rischia di indebolire la performance di crescita dell’Italia. La manovra messa in piedi dal governo Conte, secondo l’agenzia di rating, rischia di indebolire la crescita dell’economia italiana e per questo l’agenzia S&P ha tagliato le stime sul pil del biennio 2018-19, che dal precedente +1,4% per entrambi gli esercizi ora sono a +1,1% sia per quest’anno che per il prossimo. S&P ritiene inoltre che le politiche fiscali del governo non consentiranno al rapporto debito pil di diminuire. Secondo l’analisi di S&P: “Il debito pubblico dell’Italia rispetto al Pil non continuerà più su una traiettoria discendente”.

Anche per altri autorevoli esperti, la crescita sarebbe inferiore alle attese, il deficit oltre le previsioni, e quindi avverrebbe la fuga degli investitori dal debito. Sono questi gli spettri che aleggiano sull’Italia secondo lo studio fatto dagli economisti Olivier Blanchard e Jeromin Zettelmeyer, ‘The Italian Budget: A Case of Contractionary Fiscal Expansion?’, pubblicato sul sito del Peterson Institute for International Economics.

Gli autorevoli economisti hanno scritto: “L’espansione fiscale annunciata, molto probabilmente, non riuscirà ad aumentare la crescita e potrebbe persino ridurla. Il disavanzo diventerebbe ancora più grande del previsto. I sostenitori del governo rimarrebbero insoddisfatti. Il governo potrebbe tenere il punto, e gli investitori fuggirebbero, causando una seria crisi. Inoltre, è anche possibile che ci sia una fuga dal debito italiano ancor prima dell’effettiva implementazione della manovra a gennaio. Mentre se gli spread restassero elevati ma stabili nei prossimi mesi, ci sarebbe una nuova sfida in attesa: la sfida a superare il rallentamento della crescita i cui semi sarebbero stati piantati dalla manovra espansiva di quest’anno. Questa, più della prospettiva di uno stallo perpetuo con la Commissione Europea, è la reale minaccia per l’Italia nei prossimi due anni”.

Secondo i due economisti: “Gli effetti generalmente espansivi della manovra bocciata dalla Ue verrebbero prevedibilmente annullati dall’impennata nei tassi di interesse. Anche ipotizzando un moltiplicatore particolarmente generoso. Esperti e mercati sono ora attenti a come questo confronto potrebbe evolversi. Il punto ad ogni modo è se la proposta di bilancio possa davvero supportare l’economia italiana, come sperato e sostenuto dal governo. Noi temiamo di no. Anzi, è molto più probabile che le politiche proposte abbiano l’effetto contrario. E questo per l’impatto dello spread. A partire da metà aprile, i rendimenti dei titoli italiani sono cresciuti di circa 160 punti base. Ciò si è verificato in due fasi: in maggio, quando la squadra e il programma della coalizione di governo si stavano delineando, e a fine luglio, quando hanno iniziato a diffondersi le notizie sui contenuti della manovra. La proposta di bilancio dell’esecutivo riconosce questo aumento, ma lo tratta come esogeno, sottintendendo che l’Italia avrebbe fatto fronte a dei tassi di interesse più elevati anche se il governo si fosse attenuto al percorso di consolidamento fiscale annunciato dai suoi predecessori. Ciò non ha senso: l’aumento dei tassi di interesse è una reazione derivante dalle politiche descritte nella proposta di bilancio. A essere onesti, la crescita dei rendimenti riflette un insieme più vasto di preoccupazioni, tra cui i dubbi sulla volontà del governo di restare all’interno dell’Eurozona. Da qui i rischi che la crescita disattenda le attese, basandosi su una previsione di spread che potrebbe essere diversa dalla realtà”.

Ma anche dall’Italia, le analisi economiche rilevate dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre sono preoccupanti.

Per l’Ufficio Studi della Cgia: “Sebbene sia in arrivo la fatturazione elettronica, nel 2019 il numero delle scadenze e degli adempimenti fiscali è infatti destinato ad aumentare fino a sfiorare quota 100, in particolar modo per le realtà produttive di piccola dimensione che intrattengono scambi commerciali con l’estero (import ed export). Nel 2019, infatti, la pressione fiscale italiana è destinata ad attestarsi al 41,8%, stesso livello del 2018 e il numero delle scadenze fiscali, invece, subirà una forte impennata, soprattutto per le piccole imprese che lavorano con partner stranieri. Non per tutti, comunque, sarà così. Anche se in misura quasi impercettibile, i lavoratori autonomi potranno contare su un piccolo alleggerimento. Un’impresa artigiana senza dipendenti, ad esempio, lungo i 12 mesi del 2019 dovrà versare all’erario o inviare la propria documentazione fiscale all’Amministrazione finanziaria 29 volte (una in meno rispetto al 2018), ma una impresa commerciale con 5 dipendenti lo dovrà fare 88 volte e una piccola impresa industriale con 50 dipendenti addirittura 99. E in entrambi questi ultimi due casi, le scadenze aumenteranno di 10 unità a causa degli effetti delle disposizioni previste dalla Legge di Bilancio 2018 che, a partire dall’anno venturo, ha stabilito che entro la fine del mese successivo bisognerà inviare all’Agenzia delle Entrate i dati relativi alle cessioni e all’acquisto di beni e prestazioni di servizi rivolte a soggetti non residenti nel territorio italiano. La riduzione per l’azienda artigiana, invece, è riconducibile al fatto che dall’anno prossimo, con l’introduzione della fatturazione elettronica, verrà abolito lo spesometro. A regime, pertanto, questi lavoratori autonomi risparmieranno due adempimenti. Nel 2019, comunque, ne conteremo solo uno in meno, perché a febbraio dovranno comunque inviare la comunicazione relativa al secondo semestre 2018”.

Secondo l’elaborazione effettuata dall’Ufficio studi della Cgia, tra liquidazioni e versamenti di acconti e saldi di imposta, invii e trasmissioni telematiche all’ Inps e all’Agenzia delle Entrate: “il peso della burocrazia fiscale ha raggiunto livelli inaccettabili costringendo le imprese a sostenere non solo perdite di tempo inammissibili, ma a sobbarcarsi anche dei costi aggiuntivi spesso proibitivi. E a differenza delle altre, le piccolissime imprese sono le più penalizzate. Non potendo contare su uffici amministrativi interni da dedicare anche a queste problematiche, le piccole aziende sono costrette ad esternalizzare queste incombenze, pagando però un conto salato nel momento in cui sono chiamate ad onorare i servizi ricevuti”.

Il coordinatore dell’Ufficio Studi della Cgia, Paolo Zabeo, ha commentato: “Mentre gli imprenditori chiedono da tempo di abbassare il carico tributario e di alleggerire l’oppressione fiscale, la politica, che ad ogni piè sospinto non manca l’occasione per annunciare imminenti sburocratizzazioni e mirabolanti tagli alle tasse, nei fatti sta spingendo il sistema fiscale nella direzione opposta, incrementando le scadenze e, quando va bene, rinviando a tempi migliori la riduzione delle imposte”.

Il segretario della Cgia di Mestre, Renato Mason, ha spiegato: “In linea generale in nessun altro Paese d’Europa viene richiesto uno sforzo fiscale come quello presente in Italia. E nonostante la nostra giustizia civile sia lentissima, la burocrazia abbia raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimanga la peggiore pagatrice d’Europa e il sistema logistico-infrastrutturale registri dei ritardi spaventosi, le nostre imprese continuano a reggere la sfida e a presidiare i mercati internazionali con performance sorprendenti”.

Dovrebbe essere dunque ormai chiaro al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che il gioco dei ‘furbetti del quartierino’ non ha mai retto, come non potrà reggere la finanziaria basata su illusori cambiamenti che non rispondono alla realtà. Non basta dare ragione al Presidente della Bce con le parole, occorrerebbero i fatti.

Salvatore Rondello

INCERTEZZE D’EUROPA

DRAGHI NON MOLLA PRESA, DECISO CONTRO RISCHI DEFLAZIONE

Non è la prima volta che Draghi ha dovuto metterci una pezza. Lo ha fatto con il Quantitative Easing, il massiccio programma di acquisto dei titoli di stato dei paesi membri per aiutarne la sostenibilità del debito. Nel giorno in cui lo spread riprende a salire e tocca quota.

La Bce ha riunito oggi il consiglio direttivo in una fase delicatissima per l’Europa, in piena bufera per lo scontro sulla manovra italiana, incerta sull’esito dei negoziati della Brexit e preoccupata per dati che mostrano un indebolimento complessivo della crescita. Il Consiglio direttivo ha lasciato invariati i tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rispettivamente allo 0,00%, allo 0,25% e al -0,40%. E proprio mentre si contano i giorni prima della fine del Quantitative Easing, la lista dei problemi e delle preoccupazioni sull’eurozona e sull’euro si allunga. Sulla manovra italiana Draghi cerca di tranquillizzare augurandosi che non si arriverà allo scontro. Lo fa in conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo della Banca europea affermando di essere “fiducioso che si troverà un accordo” tra Commissione europea Ue e governo, precisando che questa è una sua opinione personale. Se non altro, ha spiegato perché gli aumenti dei rendimenti sui titoli di Stato italiani peseranno sui costi di finanziamento di imprese e famiglie e al tempo stesso “riducono i margini espansivi” del Bilancio.

Quello che è certo e che l’Italia rimane, in compagnia della Brexit, “fra le incertezze per lo scenario economico dell’Eurozona”. Sulla manovra italiana bocciata da Bruxelles il presidente della Bce Draghi esclude il rischio che la Bce possa essere coinvolta: “Finanziare i deficit non è nel nostro mandato” chiarisce. Quindi precisa: “Abbiamo l’Omt come strumento specifico”, da usare in caso i paesi entrino in un programma, “per il resto siamo in un regime di dominanza monetaria”, non di bilancio. Un intervento della Bce nel dibattito tra Roma e Bruxelles, insomma, è “assolutamente” da escludere: “Non è il nostro compito quello di fare da mediatori” rimarca Draghi. Questa “è una discussione fiscale, non è un ruolo da banchieri centrali”.

L’ex governatore di Bankitalia parla anche dello spread e avverte: “Io non ho la palla di cristallo, 300, 400, certamente questi titoli sono nelle banche e se perdono valore loro impattano sul capitale delle banche”. Certo, “abbassare i toni e non mettere in discussione l’esistenza dell’euro può far ridurre gli spread” è l’indicazione che arriva – con un chiaro riferimento all’Italia – dal presidente della Bce. E a chi gli chiede se i rialzi dello spread italiano possano contagiare altri paesi della zona euro, risponde: “Forse c’è qualche ricaduta ma limitata”. Secondo il presidente della Bce, i rialzi dello spread sui Btp italiani pesano sui costi di finanziamento di imprese e famiglie e “riducono i margini espansivi” del bilancio.

Poi sulla manovra italiana aggiunge: “Non c’è stata una grande discussione sull’Italia, c’era Dombrovskis, gli ho chiesto il permesso di citarlo”, aggiunge, facendo eco al vice presidente dell’esecutivo Ue: “Si devono osservare e applicare le regole, ma anche cercare il dialogo” specifica il presidenre della Bce. Nel corso della conferenza stampa, Draghi mette poi l’accento sull’inflazione. “Nell’area dell’euro l’inflazione sui dodici mesi si è portata lo scorso settembre al 2,1%, dopo il 2,0 di agosto” afferma, aggiungendo che “sulla base dei prezzi correnti dei contratti future sul petrolio, è probabile che l’inflazione complessiva si collochi intorno al livello attuale nella parte restante dell’anno”. “Davanti ad ogni evenienza – sottolinea ancora Draghi – il Consiglio direttivo della Bce è pronto ad adattare i propri strumenti per assicurare che l’inflazione continui a muoversi verso l’obiettivo”.

Infine la crescita dell’Eurozona: la Bce, ha detto Draghi, “regista un certo rallentamento dello slancio ma non una inversione di rotta”. “Una delle spiegazioni arriva dalle situazione specifica dei singoli Paesi”, rimarca, facendo l’esempio delle recenti difficoltà dell’industria automobilistica tedesca. Quindi ammette: “Non è semplice distinguere fattori transitori da fattori permanenti” sottolineando però come i dati e i segnali “non ci bastano per cambiare scenario di base”.

I rischi che circondano le prospettive di crescita dell’area dell’euro possono ancora “considerarsi ampiamente equilibrati. Allo stesso tempo, i rischi relativi al protezionismo, le vulnerabilità nei mercati emergenti e la volatilità dei mercati finanziari rimangono importanti” afferma il presidente della Bce. L’espansione economica, aggiunge Draghi, è “sostenuta dalla domanda interna e da continui miglioramenti nel mercato del lavoro”. Sulla fine del Quantitative Easing, Draghi spiega che alla riunione odierna “non abbiamo parlato di un prolungamento del programma di acquisti, e non abbiamo discusso di cosa fare dopo, abbiamo altri due incontri prima di fine anno”, osservando che alla Bce “pensiamo di avere ancora strumenti che possiamo usare”, come gli Tltro tema che è stato sollevato “da due partecipanti”.

CEFFONE AL POPOLO

balcone di maio governo

“Non era mai capitato a nessuno la bocciatura della manovra economica. Mai! Tutti d’accordo, anche i governi sovranisti alleati di Salvini. E ora? A giorni le agenzie di rating esprimeranno il loro giudizio sulla tenuta del debito italiano. Basta scendere di un livello – scalino ‘spazzatura’ – e l’acquisto dei nostri titoli di stato precipita. Bel casino”. Commenta così Riccardo Nencini, segretario del Psi, la bocciatura da parte della Ue della manovra economica. Nencini prosegue: “Mutui più cari, aumento del debito pro capite, investimenti in calo, fuga dei capitali, spread alle stelle. Meno posti di lavoro. Il governo reagisce attaccando l’Europa. La verità? La manovra non convince nessuno. Il ceffone al popolo lo sta dando il governo” ha concluso Nencini.

Ieri l’Unione europea ha bocciato la manovra del governo e subito dopo si è aperta una crisi istituzionale con la Presidenza della Repubblica. Inoltre sembrerebbe spaccato il centro destra con la Lega e Fratelli d’Italia che attaccano l’Ue e Forza Italia che la difende. Dunque, l’Italia è divisa tra europeisti ed antieuropeisti, ma la posta in palio è molto più alta. Sono in gioco la democrazia, l’Unione europea, le libertà dei popoli ed il loro benessere economico e sociale. L’invito dell’Ue a modificare la finanziaria è stato molto chiaro. Entro tre settimane il governo dovrebbe presentare una nuova proposta, ma già si sa che non ci sarà nessun cambiamento.

La Commissione europea ha scritto: “Le misure incluse nel documento programmatico di bilancio 2019 dell’Italia indicano un chiaro rischio di fare marcia indietro rispetto alle riforme che il Paese aveva adottato. In particolare, la possibilità di pensionamenti anticipati inverte la rotta rispetto a precedenti riforme delle pensioni che sottendono alla sostenibilità a lungo termine del consistente debito pubblico italiano. L’introduzione di un condono fiscale potrebbe scoraggiare il rispetto, già basso, delle norme fiscali, premiando implicitamente i comportamenti che non rispettano le leggi, compensando in gran parte l’effetto positivo del rafforzamento della fatturazione elettronica. Data la dimensione significativa dell’economia italiana nell’area euro, la scelta del governo italiano di aumentare il deficit di bilancio, sebbene debba far fronte alla necessità di affrontare problemi legati alla sostenibilità delle finanze pubbliche, crea rischi di ricadute negative per gli altri Stati membri dell’Eurozona”.

Il leader della Lega e vicepremier, Matteo Salvini, ha già puntualizzato: “La manovra non cambia. Dopo la bocciatura dell’Ue al provvedimento il governo italiano tira dritto. Da Bruxelles possono anche mandare 12 letterine, ma la manovra non cambia”.

Ma anche il sottosegretario all’Economia M5S, Laura Castelli, ha detto: “Non ci sarà nessuna revisione. Quella manovra è ciò che serve. Abbiamo detto la verità sui numeri e non facciamo come i Governi precedenti che sparavano cifre esilaranti per poi ottenere norme catastrofiche. Avete capito dalle dichiarazioni di Conte e di Tria la posizione”.

Salvini ha anche rincarato la dose: “Se insistono a tirare schiaffoni a caso mi verrebbe voglia di dare più soldi agli italiani. Tutte le manovre passate negli anni scorsi a Bruxelles hanno fatto crescere il debito di 300 miliardi di euro. Noi siamo qua per migliorare la vita degli italiani, mi sembra un attacco pregiudiziale, la contestazione principale è che non bisogna toccare la legge Fornero che è nel programma del 90% dei partiti tranne che del Pd: è un attacco all’ economia italiana perchè qualcuno vuole comprare le nostre aziende sottocosto”.

Poi, Salvini, sulla Rai ha detto: “Di Rai non ne parlo io, c’è un presidente ed un amministratore delegato che stanno cercando professionalità interne accantonate da anni anche per ragioni politiche. La Rai merita tanto e da spettatore, quando vedo che ci sono programmi pregiudizialmente schierati a sinistra cambio canale. Siamo il primo governo che ha l’informazione pubblica tutta contro, non faccio il ‘piangina’, tiro diritto ma spero che la Rai sia equilibrata e dia spazio a tante voci”.

Il premier Giuseppe Conte, riferendosi alla sua visita in Russia ha scritto: “Questa mattina all’Expocentre di Mosca ho incontrato gli imprenditori italiani. Donne e uomini preparati e vincenti che portano in alto il made in Italy in Europa e nel mondo. A loro ho ribadito che l’Italia è un Paese che gode di buona salute, i fondamenti della nostra economia sono solidi. Il Governo farà la sua parte per far crescere le imprese italiane. C’è un grande impegno in tal senso, come dimostrano anche le misure contenute nella manovra”.

Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, ospite a Bologna del congresso della Camera del Lavoro, ha detto: “Se il Governo non apre il confronto, penso che dobbiamo essere molto netti e dare una risposta di mobilitazione e di iniziative. Ma dobbiamo essere altrettanto netti tra di noi e dirci che non è scontato, senza un lavoro preparatorio, che le masse ci seguano”.

Le provocazioni e le cadute di stile si ripetono in continuazione. L’eurodeputato leghista Angelo Ciocca, al termine di una conferenza stampa della Commissione a Strasburgo, ha messo la sua scarpa sopra i fogli che Moscovici aveva usato come traccia per il suo discorso sul documento programmatico di bilancio italiano. Il commissario Europeo agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici, ha commentato: “L’episodio della scarpa made in Italy è grottesco. All’inizio si sorride e si banalizza perché è ridicolo, poi ci si abitua ad una sorda violenza simbolica e un giorno ci si risveglia con il fascismo. Restiamo vigili. La democrazia è un tesoro fragile”.

Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier, Matteo Salvini che ha affermato: “Non voglio uscire dall’Europa, non voglio uscire dall’euro, voglio che i miei figli crescano in Europa. Non voglio sbattere le scarpe sui tavoli, però lasciate che gli italiani lavorino”. A chi gli ha chiesto del gesto dell’europarlamentare Ciocca, che ha simbolicamente ‘calpestato’ la relazione dei commissari sulla manovra italiana, Salvini ha tagliato corto: “L’Europa non la cambi con le provocazioni…”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non è la prima volta che richiama il Governo ‘all’equilibrio di bilancio’ ma, martedì 23 ottobre, ha voluto declinarlo in una logica che non è quella dell’«astratto rigore» ma a tutela delle famiglie e del risparmio, in una prospettiva di «equità e con uno sguardo lungo sullo sviluppo». Si può dire che i suoi avvisi stanno diventando una goccia, ripetuti in ogni occasione possibile e con una finalità chiara: evitare che l’Italia vada a sbattere.

Non a caso Mattarella ha parlato della necessità di «scongiurare che il disordine della pubblica finanza produca contraccolpi pesanti anzitutto per le fasce più deboli, per le famiglie che risparmiano pensando ai loro figli, per le imprese che creano lavoro». Un rischio che c’è per una somma di ragioni: per le conseguenze di uno strappo con l’Europa; per l’indicatore dello spread che è tornato a sfiorare quota 320 e che comporta un aggravio di spesa pubblica a danno, di misure che potrebbero andare ai più svantaggiati; per il sistema del credito che è sotto pressione; per le previsioni sul Pil che molti istituti indipendenti danno sotto la quota prevista dal Governo. Insomma, è evidente che ci sono elementi di preoccupazione anche se non drammatici, anche se non di allarme.

Tra l’altro al Colle spetta la firma sulla legge di bilancio che nessuno mette in discussione anche se qualche valutazione inizia a essere fatta. Il punto è che lo stesso Governo (nella lettera alla Ue) dichiara apertamente di aver violato regole Ue che hanno piena copertura in Costituzione e dunque non è escluso che Mattarella possa dire qualcosa nel momento del suo via libera. Se quindi per il Governo la strada che si apre da qui a tre settimane è complicata, lo è pure per il capo dello Stato che ha l’obiettivo di portare verso una ricucitura con l’Europa con mediazioni che allenterebbero la tensione anche sui mercati, vero motivo di timore per il sistema.

Allora, quelle parole di ieri danno una mano a chi nell’Esecutivo vuole usare questo tempo per negoziare, davvero, con Bruxelles. È vero che tutti mostravano la faccia più dura, a cominciare da Di Maio e Salvini, ma nel premier così come in Tria e in una parte della Lega (sensibile alle preoccupazioni del Nord produttivo) e pure in alcuni settori dei 5 Stelle (area Fico) si punta a ritrovare un dialogo. Martedì dopo la bocciatura della Ue non era il giorno giusto per far intravedere cambiamenti sulla manovra, sarebbe stato un cedimento repentino verso Bruxelles, ma davanti ci sono tre settimane di trattativa e di “esame” dei mercati.

Ecco quella di Mattarella è la mano tesa a chi non chiude le porte a correzioni di rotta. Una sponda ai “dialoganti” della maggioranza ma collaborativa con tutto il Governo tant’è che in precedenza aveva subito firmato il decreto fiscale. Un richiamo in “pace” fatto per preparare il terreno a chi volesse cominciare un’opera di disarmo in una guerra con l’Ue dagli esiti incerti.

Ma nel governo giallo-verde c’è veramente qualche anima dialogante? E se invece non ci fosse ? Il governo si aspettava la risposta negativa dell’Ue. Dunque, è legittimo pensare che la manovra è stata volutamente congegnata provocatoriamente per finalità poco chiare ma diverse dalle demagogiche dichiarazioni per accattivarsi il consenso popolare.

Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, intervenendo di fronte alle commissioni Esteri congiunte di Camera e Senato, ha sottolineato: “L’Unione Europea ci riserva una bocciatura sulla manovra e chiede un nuovo documento: ora l’Italia ha tre settimane di tempo per rispondere, con il Governo italiano che esclude comunque un nuovo documento. L’ultima parola spetta ai Parlamenti nazionali, la Commissione può comunque aprire una procedura per disavanzo eccessivo: queste sono le dinamiche istituzionali”.

L’esecutivo Lega-Movimento 5 Stelle è dunque convinto di “essere sulla strada giusta” come è stato confermato dal vice premier Di Maio. Non ci resta che attendere le prossime mosse. Lo scontro avverrà in Parlamento dove attualmente non ci sono i numeri per una modifica. Lascio immaginare ai lettori gli sviluppi ulteriori. Il proscenio è brutto assai.

Salvatore Rondello

BOCCIATI

di maio conte salvini

La Commissione Ue ha deciso bocciare la manovra presentata dal governo italiano. È la prima volta che accade nell’unione. La Ue chiede uno nuovo documento che dovrà essere inviato entro tre settimane a Bruxelles. “È con molto dispiacere che sono qui oggi, per la prima volta la Commissione è costretta a richiedere ad uno Stato di rivedere il suo Documento programmatico di bilancio. Ma non vediamo alternative. Sfortunatamente i chiarimenti ricevuti ieri non erano convincenti”: lo ha detto il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis nella conferenza stampa al termine della riunione dei commissari.

La palla ora ritorna con veemenza al governo italiano. Il governo, ieri, prima di inviare la risposta all’UE, avrebbe potuto snellire la manovra. Nel vertice di governo di ieri sera a Palazzo Chigi erano presenti oltre al premier Giuseppe Conte, i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini ed i ministri Giovanni Tria e Danilo Toninelli.

A tarda serata, dopo aver cenato con il premier Giuseppe Conte ed il vicepremier Luigi Di Maio, Salvini ha affermato: “La bocciatura dell’Ue è pressoché certa ma reddito di cittadinanza e quota 100 non cambiano”.

Due i temi principali affrontati nel vertice di Palazzo Chigi: come reagire alla bocciatura da parte dell’Ue e il tema del condono edilizio per i residenti di Ischia come misura post-sisma. Caldeggiata da Tria, si sarebbe ripresentata la possibilità di snellire il testo, senza eliminare le principali misure, ma scrivendole in modo tale da ridurne l’impatto sul tetto deficit/Pil. Le modalità per attuare le correzione all’ultimo minuto sarebbero state due: ridurre la platea di provvedimenti come quota 100 e reddito di cittadinanza o rinviare la data di decorrenza delle due misure.

Poi, c’è stata la cena a base di tagliatelle durata oltre un’ora e mezza per dissipare le nubi che, in questi giorni, hanno avvolto l’alleanza di governo. L’incontro a cena tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, con il premier Giuseppe Conte nel ruolo di mediatore, sarebbe servito a risolvere, almeno in parte, i nodi rimasti sul tavolo di M5S-Lega dopo aver trovato l’accordo sulla manovra. Ma, a piombare sulla cena è anche la certezza di Salvini sulla bocciatura della manovra dall’Ue.

La tenuta del sistema bancario, sarebbe il punto su cui sono maggiormente concentrati i timori del governo, come effetto di mercati e bocciatura di Bruxelles. Non a caso, solo qualche giorno fa, fonti di governo ipotizzavano un allargamento, da concordare con Abi, del fondo centrale di garanzie delle banche come piano di compensazione per un eventuale precipitare dei titoli in pancia agli istituti italiani.

Il fondo di un miliardo e mezzo destinato alle vittime del sistema bancario, in realtà, alleggerirebbe gli oneri di competenza delle banche per caricarli sugli incolpevoli contribuenti

Ieri l’Italia ha risposto ai rilievi di Bruxelles sulla manovra con la nota lettera del ministro Tria.

Di certo, la cena a tre, non a caso avvenuta senza intermediari, portavoce e sottosegretari, con effetti apparentemente positivi, è servita per tentare di dirimere alcuni nodi chiave dell’alleanza a cominciare dal Dl sicurezza.

L’unico a parlare al termine della cena è stato Salvini che, sminuendo le tensioni, ha detto: “C’è un clima costruttivo, avanti compatti. Capita a tutti di arrabbiarsi quando uno si sente ingiustamente tirato in ballo ma l’incazzatura passa e non ho mai smesso di fidarmi di Conte e Di Maio. A tavola non c’era alcuna manina”.

Salvini è uscito andando verso la sua residenza a Roma, Di Maio e Conte sono usciti in direzione opposta, avviandosi verso Palazzo Chigi a piedi senza rispondere ad alcuna domanda dei cronisti.

Il cosiddetto ‘patto delle tagliatelle’ avrebbe in pancia pure il nodo delle nomine dalla Consob ai servizi fino alla Rai, con Tg1 e seconda Rete che viaggerebbero verso quota M5S e la direzione di Raiuno e quella del Tg2 che dovrebbero andare in capo alla Lega. Degli attriti relativi al decreto fiscale, apparentemente, non c’è traccia.

La manovra non cambiata, almeno per ora, sembrerebbe una sfida provocatoria all’Unione europea, nonostante l’apparente volontà di sedersi a un tavolo per un confronto, anche a oltranza. Il premier Conte ha già spiegato: “Se io oggi di fronte alla lettera dei commissari europei dicessi ‘sì abbiamo sbagliato’, vorrebbe dire che la manovra è azzardata e imprudente. Non è così, è ben articolata”.

A questo punto la palla passa di nuovo alla Commissione europea, braccio esecutivo dell’Ue che controlla e approva i bilanci delle zone dell’euro, che oggi discuterà e deciderà le prossime fasi della procedura per la valutazione della manovra italiana. Il martedì è il giorno in cui l’esecutivo dell’Ue tiene la sua riunione settimanale. La bocciatura da parte del Collegio dei commissari di Strasburgo sembrerebbe praticamente scontata. Nell’ordine del giorno si legge che oggi a Strasburgo si discuterà dell’opinione nel quadro dell’articolo 7 del regolamento Ue 473 del 2013, che stabilisce le disposizioni comuni per il seguito e la valutazione dei progetti di bilancio e per la correzione dei deficit eccessivi negli Stati membri della zona euro.

Il regolamento citato al punto 11 dell’ordine del giorno è quello che prevede la possibilità per la Commissione di chiedere a un Paese membro un nuovo Documento programmatico di bilancio entro due settimane dalla trasmissione del medesimo all’esecutivo europeo, nel caso in cui questo preveda una inosservanza particolarmente grave degli obblighi previsti ai sensi del patto di stabilità. Ciò che potrebbe fare oggi.

Nella lettera recapitata dalla Commissione al ministro dell’Economia Giovanni Tria si scriveva esplicitamente che la deviazione rispetto al percorso concordato con la Commissione, unitamente al mancato rispetto della regola del debito e alla mancata validazione delle previsioni del governo da parte dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio sembrerebbero indicare un ‘mancato rispetto particolarmente serio degli obblighi della politica di bilancio ai sensi del patto di stabilità. Sulla questione è prevista una comunicazione in collegio del vicepresidente Valdis Dombrovskis e dei commissari Pierre Moscovici e Marianne Thyssen. L’ordine del giorno prevede che sulla questione venga diffuso un documento: quindi, fermo restando che il collegio è sempre libero di decidere diversamente, è probabile che la decisione arrivi oggi.

Se dovesse arrivare la quasi certa bocciatura, l’Italia avrebbe a disposizione tre settimane per trovare un accordo su come ridurre il deficit (in sostanza, l’Italia dovrebbe presentare nuovamente un progetto di bilancio modificato). Fino a ora questa opzione, cioè il respingimento da parte di Bruxelles di una manovra nazionale, non è mai stata usata. Se il governo italiano decidesse di non adattare la Finanziaria alle regole europee, potrebbe essere intrapresa contro l’Italia un’azione punitiva.  Potrebbe arrivare cioè la procedura per debito eccessivo. La procedura per i disavanzi eccessivi (Pde) è regolata dall’articolo 126 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Essa sostiene il braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita (Psc) dell’Ue.

I paesi dell’Ue devono dimostrare una solida finanza pubblica e soddisfare due criteri: il loro disavanzo di bilancio non deve superare il 3% del prodotto interno lordo (Pil); il debito pubblico (debito del governo e degli enti pubblici) non deve superare il 60% del Pil.

L’Italia non è certamente la Grecia. Se il primo requisito previsto dal patto di stabilità dell’Ue è soddisfatto dall’Italia, non è certamente soddisfatto il secondo punto, quello del debito pubblico, che nel caso italiano supera il 130% del Pil, ossia più che doppio rispetto al limite posto dall’Ue.

Ma, nel frattempo, con l’Europa incolpevole, dalle elezioni ad oggi, in Italia si sono distrutti l’equivalente di 300 miliardi di euro di risparmi e ricchezza, in svalutazioni su titoli di Stato, azioni e obbligazioni societarie. Lo ha scritto in prima pagina il Sole 24 Ore, sulla base delle stime elaborate dal sociologo Luca Ricolfi della Fondazione David Hume, precisando: “Le perdite calcolate sono ovviamente virtuali, e potrebbero essere riassorbite, o tramutarsi in guadagni, ove la situazione economica e le valutazioni dei mercati nei prossimi mesi o anni dovessero evolvere positivamente”.

Rispetto ai livelli del 28 febbraio 2018, appena prima delle elezioni del 4 marzo, il valore di mercato di obbligazioni (sia societarie che governative) e delle azioni quotate a Piazza Affari è diminuito di 198 miliardi di euro, oltre il 10% del Prodotto interno lordo. Se poi si aggiungono i titoli di Stato detenuti dalla Banca d’Italia e da investitori esteri il passivo potenziale cresce a 304,7 miliardi. Il quotidiano della Confindustria ha affermato: “La ‘spreadonomics’ non perdona i governi non possono affrancarsi dal giudizio degli investitori”.

Ma l’attuale governo, fatto anche di economisti di chiara fama come Giovanni Tria e Paolo Savona, sa benissimo ciò a cui si va incontro con questa finanziaria.

Dunque, sembra sempre più chiara, anche dalle affermazioni di Salvini del ‘dopo cena’, la volontà del governo condotto da Salvini e Di Maio, con Conte garante, per destabilizzare l’Europa attuando una politica antieuropeista dalla quale non possiamo aspettarci certamente un futuro migliore. Il peggioramento si tocca già con mano.

Mi perdonerà il lettore se, scrivendo questo articolo, mi sovvengono ricordi di carducciana memoria , rispetto al ‘cambiamento’ che avanza ‘sferragliando’: ‘Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo rosso e turchino, non si scomodò: tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo e a brucar serio e lento seguitò.’ (dalla poesia ‘Davanti San Guido’).

Salvatore Rondello

Manovra, la “pace fiscale” divide i 5 Stelle

pace fiscaleDopo il botta e risposta di ieri del  presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker,  Matteo Salvini è tornato all’attacco in una intervista alla Tass.  Il ministro dell’Interno ha detto: “Sono sempre più convinto che le lobbies finanziarie a Bruxelles non possono accettare la nostra presenza al governo: questa reazione non mi sorprende, per anni hanno manipolato fantocci mentre adesso sono costretti ad avere a che fare con due movimenti politici verso i quali non possono fare ricatti poiché non devono niente a nessuno, se non difendere gli interessi del loro popolo”. Salvini, oggi in visita inusuale a Mosca, non perde occasione per manifestare il suo antieuropeismo.

Intanto dal presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani è arrivato un appello: “L’Italia è ancora in tempo per fare marcia indietro. Lo faccia rapidamente, nell’interesse degli italiani”. Su una eventuale bocciatura della manovra, Tajani ha detto: “Mi auguro che questo non accada, ma il rischio è forte. Le misure non vanno nella direzione dell’interesse dell’Italia”.

Ma oggi è anche la Francia ad andare all’attacco. Il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, ha detto: “Tutte le decisioni che vengono prese a Berlino, Roma, Parigi o Bruxelles hanno un’incidenza su di noi, gli altri Paesi della zona euro, il ripiegamento su se stessi, decisioni prese senza alcuna considerazione per i partner non porteranno assolutamente da nessuna parte, non faranno che indebolire la zona euro. Valutare la manovra italiana spetta alla Commissione europea, è lei responsabile. L’unica cosa che posso dire, che vorrei spiegare, è che siamo 19 Paesi, siamo tutti sulla stessa barca, siamo all’interno di un’unione monetaria, abbiamo scelto la stessa moneta e nessuno può considerare che la sua sorte non abbia un impatto su quella degli altri. Quando hai la stessa moneta tutte le decisioni prese a Berlino, Roma, Parigi o Bruxelles hanno un’incidenza su tutti gli altri Paesi della zona euro”.

Intanto dopo il colloquio telefonico di ieri con Juncker, il premier Giuseppe Conte si è preparato per il consiglio Ue.

I tagli alla spesa pubblica, la flat tax, il reddito di cittadinanza. Rischiano di essere diversi i nodi che il governo giallo-verde potrebbe aver deciso di non affrontare subito rinviandoli al passaggio alle Camere della manovra e del decreto fiscale, che contiene buona parte delle coperture. Su alcuni temi chiave è stato certamente definito l’impianto, ma i dettagli non si conoscono ancora, nonostante nella notte l’esecutivo abbia inviato il ‘Draft budgetary plan’ a Bruxelles. Le tensioni tra i due partiti di governo continuano a tenere banco come sulla pace fiscale, su cui è stato trovato un accordo in extremis.

Il clima molto teso del governo non aiuta. Si dovrà affrontare l’esame della legge di bilancio in Parlamento, con il ministro dell’Economia spesso in disaccordo con i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, e sempre più spesso sotto il fuoco del Movimento Cinque Stelle. Non è stato un buon viatico ciò che è accaduto su una norma sulla Croce Rossa, poi cancellata dal decreto fiscale, con i pentastellati all’attacco della struttura dei tecnici del Mef colpevoli, secondo loro, di aver provato con una ‘manina’ a favorire l’ente di liquidazione della Croce rossa. Un colpo che alla fine della giornata è stato respinto dallo stesso Tria, il quale ha sottolineato che la norma serviva a pagare il Tfr dei lavoratori e ha puntualizzato che, ‘come sempre’, era stata sottoposta alla presidenza del Consiglio.

In questo clima i nodi si sciolgono a tappe e il Dpb non offre risposte compiute. Si legge ad esempio che l’introduzione di una flat tax del 15% per i redditi fino a 65mila euro nel 2019 è rivolta inizialmente alle sole attività svolte da imprenditori individuali, artigiani e lavoratori autonomi e nel testo non c’è traccia della seconda soglia caldeggiata dai leghisti per i ricavi fino a 100mila euro che, nelle ipotesi circolate, prevedeva una aliquota aggiuntiva del 5%. Che se ne riparlerà, lo ha confermato il sottosegretario all’economia, il leghista Massimo Garavaglia, per il quale: “L’impianto generale è così, poi vediamo perché la legge di bilancio si finisce a Natale e il confronto proseguirà anche con le categorie”.

Per il potenziamento della lotta alla povertà verrebbe introdotto il reddito di cittadinanza che dal primo gennaio 2019 sostituirebbe il reddito di inclusione e sarebbe accompagnato a una riforma dei centri per l’impiego. Dovrebbero beneficiarne i maggiorenni residenti in Italia da almeno 5 anni disoccupati o inoccupati (inclusi pensionati). Nulla si sa ancora di certo sulle modalità per i controlli sugli abusi né sui tempi di messa a regime. Il reddito di cittadinanza vedrebbe la luce in un collegato e i criteri di attuazione sarebbero demandati ad un successivo ‘decreto di natura non regolamentare’ (un decreto è sempre un mezzo di regolamentazione). Il sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri, della Lega, lo ha definito un “primo passo”.

Altro problema spinoso sarà quello di riuscire a mettere nero su bianco per i tagli alla spesa pubblica che il governo ha annunciato di voler fare. Quando si dovrà spiegare dove usare la mannaia è probabile che esplodano ancora una volta le contraddizioni tra le due anime del governo del ‘cambiamento’.

Di Maio ha dichiarato: “La manovra deve vedere il governo con in mano un paio di forbici e che cominci a tagliare tutto quello che non serve”. Lotta che non ha mai dato i risultati sperati. Ciò che, per il momento, si legge nel Dpb è che la revisione della spesa dei ministeri porterà circa 2,43 miliardi di euro nel 2019 (0,14% del Pil) e circa 1 miliardo nel 2020 e nel 2021 (si parla tanto di efficienza ma di fatto si creano le premesse per peggiorare la PA).

Infine, il grande capitolo delle pensioni: dal taglio di quelle d’oro sopra i 4.500 euro netti al mese (da cui si dovrebbe recuperare 1 miliardo in tre anni) alla riforma della Fornero con la quota 100 a cui si potrà accedere con quattro finestre annuali, tutte ancora da costruire.

Dietro l’angolo si profila anche l’ingorgo parlamentare: a completamento della manovra di bilancio, del decreto fiscale e del cosiddetto decreto “deburocratizzazione” approvati ieri dal Consiglio dei ministri. L’esecutivo ha ipotizzato ben 12 disegni di legge collegati. Non ultimo, viste le implicazioni che ha, c’è anche da considerare il decreto su Genova dopo il crollo del Ponte Morandi.

Gli elettori del M5S, da quanto si legge nel fiume di commenti ‘social’, si sentono traditi. Se la prendono con i provvedimenti della ‘pace fiscale’ e denunciano: “Condono e pace fiscale. Sinonimi di una stessa Italia che umilia le persone che hanno sempre rispettato le regole! Altro che cambiamento, radicamento direi!”. Così si lamentano, mentre prendono di mira le parole del leader pentastellato, che solo un mese fa aveva ribadito come il Movimento non fosse ‘disponibile a votare nessun condono’. A finire nel calderone dell’indignazione social è  spuntato anche un post del blog di Grillo targato ottobre 2014, ora di nuovo virale e dal titolo ‘Un altro condono per i soliti furbi’: “Sembrava una denuncia -spiegano gli elettori grillini- e invece era un punto del programma. Puoi chiamarlo come ti pare ma questo è un condono. E io, che le tasse le ho sempre pagate, oggi mi sento un fesso per aver creduto nel Movimento. Il Consiglio dei ministri approva manovra e dl fiscale e tra le norme spunta anche la cosiddetta ‘pace fiscale’ che consentirà a quanti hanno debiti con il fisco di risanarli attraverso alcune agevolazioni. definendo il provvedimento un vero e proprio condono, alla faccia di chi le tasse le paga. Qualcosa di diverso, insomma, dal bisogno di onestà che mi ha spinto a dare fiducia a Di Maio. Ora so – dicono amareggiati – che era soltanto fumo. Il M5S dalla parte degli onesti e dei cittadini più poveri resta così per molti un lontano ricordo: dal momento dell’accordo con la Lega, il sogno è finito: dovevamo fare la guerra, è stata una resa completa”.

Puntano il dito dicendo: “Solo un mese fa Di Maio aveva il coraggio di dire che ‘il M5S non era disponibile a votare nessun condono’. Oggi, vergognosamente, hanno approvato il più grande condono tombale! Il messaggio è chiaro: ‘Caro cittadino che paghi le tasse sei un povero scemo!’. Una misura ingiusta e irrispettosa nei confronti di quanti hanno sempre pagato tutto facendo dei sacrifici enormi, perché onesti lo si deve essere nei fatti e non solo nelle parole e negli annunci elettorali. E’ semplicemente vergognoso, scendere a patti con le richieste della Lega: quanto fatto non è quello per cui vi ho votato ma è il motivo che mi spingerà a non votarvi più”.

Si rivolgono direttamente al capo politico del M5S, il ‘caro Di Maio’ che li ha ‘delusi’, ‘traditi’, che con il Movimento si è ‘preso i voti di quanti davvero credevano nella possibilità di un governo onesto e lontano dai furbi’.

Riassumendo, si chiedono insistentemente: “A questo punto sono tutti uguali, la pace fiscale non è tanto diversa dallo scudo fiscale di Berlusconi. Ma il Mov5Stelle era nato per tagliare gli sprechi e difendere i cittadini onesti? o ricordo male io?”.

Si è così generata una pericolosa spinta verso il qualunquismo. Intanto, il Pd va all’attacco con Maurizio Martina: “La manovra varata dal governo è ingiusta, irresponsabile e pericolosa per i cittadini. Rischia di portarci fuori dall’euro. La manovra è anche una sberla alle imprese e a chi crea lavoro: tagliati gli incentivi di Impresa 4.0, stop ACE e IRI. Risultato: 2 miliardi di tasse in più. Sono ladri di futuro. Un provvedimento che scarica propaganda sui cittadini. È una vergogna, sta mettendo a serio rischio il destino del paese. È una manovra che si caratterizza anche per l’assistenzialismo, ha continuato. È una vergogna ci sono delle misure assistenzialistiche come il reddito di cittadinanza. È una misura improduttiva e ingiusta e mette in discussione la lotta contro la povertà che stiamo portando avanti da anni. Non aspetteremo una eventuale manifestazione di piazza per mobilitarci contro la manovra. Faremo iniziative, già organizzate, e se sarà opportuno non ci sottrarremo ad uno sforzo che porti ad una mobilitazione generale. Quello di cui c’è bisogno è una reazione larga, partecipata, mobilitante perché il Paese non vuole andare verso questa degenerazione. Reazione che si avrà anche nelle aule parlamentari dove, ha spiegato, ci sono le condizioni per un lavoro il più ampio possibile. Naturalmente ci si rivolgerà a tutto il Parlamento”.

Qualcosa si sta svegliando nelle coscienze degli italiani che, però, sembrerebbero spinti all’assenteismo elettorale.

Roma, 17 ottobre 2018

Salvatore Rondello

‘Medicina’ senza numero chiuso, arriva il dietrofront

studentiIl comunicato stampa che presto si trasformerà in tempesta mediatica arriva lunedì notte, qualche minuto dopo la mezzanotte. II Governo abolirà con la manovra il numero chiuso per l’ingresso alla facoltà di Medicina e Chirurgia. Un fulmine a ciel sereno dal quale anche il ministero dell’Istruzione prende le distanza. Circa 12 ore più tardi arriva il dietrofront.
I ministri della Salute e dell’Istruzione smentiscono quanto reso noto da Palazzo Chigi, precisando che l’intenzione è “assicurare l’aumento dei posti disponibili”. Si tratta, comunque “di un percorso da iniziare già quest’anno per gradi”. Cancellazione del numero chiuso, dunque. Ma non subito.
Anche questa iniziativa dell’Esecutivo, quindi, appare priva di basi solide. D’altronde non è difficile immaginare quanti e quali danni potrebbe causare tale misura se applicata repentinamente. Basti pensare che nel 2018 su 67 mila candidati al test di ingresso ne sono passati 10 mila. Se la riforma pentaleghista dovesse diventare realtà le università italiane non avrebbero, ad oggi, la capacità di prendere tutti i candidati.
Senza contare le scuole di specializzazione, che non sarebbero in grado di aumentare i posti disponibili tanto da coprire la maggior parte dei laureati in medicina come avviene oggi. Il rischio, dunque, per un medico neo laureato sarebbe di dover aspettare parecchi anni prima di poter accedere ad una scuola di specializzazione.
Immediata è arrivata la reazione dei camici bianchi. “L’abolizione del numero chiuso senza un congruo aumento delle borse di specializzazione rischia di essere un boomerang – spiega il presidente Acoi, (associazione chirurghi ospedalieri), Pierluigi Marini -. I giovani laureati non potranno accedere ai concorsi pubblici e dovranno per forza cercare lavoro all’estero: assisteremo a una nuova fuga di cervelli all’estero”.
Stesso discorso per il sindacato universitario, che ha criticato l’iniziativa perché “si parla di eliminazione del numero chiuso a medicina: bene l’intenzione, sosteniamo da anni che l’attuale sistema di accesso vada superato. Ma non si dice in quale modo, non si fa un minimo accenno alla copertura economica e agli investimenti che si devono fare per attuare una simile manovra da subito. Così facendo si rischia solo di mandare in tilt le università”.

F.G.

Tria e Savona pronti a cambiare la manovra

tria e savonaLo spread fa paura. La manovra economica del governo Lega-M5S, secondo Giovanni Tria, non è intoccabile. I provvedimenti sulla finanza pubblica potrebbero cambiare sula base di un dialogo con la commissione europea, fortemente critica sull’ossatura della legge di Bilancio 2019 emersa dal Def (Documento di economia e finanza per il triennio 2019-2021).
In particolare potrebbe essere rivista la modifica della legge Fornero, la cosiddetta “quota 100” (la somma tra età e anni di contributi per la pensione anticipata). Giovanni Tria, ministro tecnico dell’Economia, ha fatto un accenno all’ipotesi. Parlando ieri, martedì 9 ottobre, davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha annunciato: con la manovra arriverà una «temporanea ridefinizione delle condizioni del pensionamento». Quella “temporanea ridefinizione” sembrerebbe far riferimento ad una durata limitata ad un solo anno delle modifiche alla legge Fornero. Non solo. Sulla manovra il governo «vedrà l’effetto e in base a quello vedrà come continuare, in quale forma e misura».
Da quando, a maggio, sono partite le trattative tra la Lega e il M5S sul “governo del cambiamento” lo spread è schizzato verso l’alto dai 120-130 punti dell’esecutivo Gentiloni. Dopo qualche arretramento, ha intrapreso una folle corsa: ieri ha oltrepassato quota 310 facendo aumentare gli interessi pagati sui titoli del debito pubblico italiano (il maggior costo sarebbe di 3-5 miliardi di euro l’anno).
Matteo Salvini e Luigi Di Maio, però, non hanno lo stesso atteggiamento di disponibilità con Bruxelles per modificare la manovra economica. Il segretario della Lega e il capo politico del M5S hanno escluso ogni cambiamento sia per ridurre il deficit pubblico fissato al 2,4% del Pil nel 2019 sia per rivedere i provvedimenti centrali: reddito e pensione di cittadinanza, superamento della legge Fornero, flat tax al 15% per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi con partita Iva, risarcimento dei risparmiatori frodati dalle banche, incentivi fiscali per gli investimenti e le nuove assunzioni. Si sono scontrati con la commissione europea che richiede un ripensamento e il rispetto delle regole alla base dell’euro. I due vice presidenti del Consiglio hanno ripetuto: «Non torneremo indietro» e «vanno realizzate le promesse elettorali» altrimenti non ha senso continuare ad andare avanti.
Nel lungo Consiglio dei ministri del 27 settembre, nella notte del Def a Palazzo Chigi, Salvini e Di Maio sono arrivati ai ferri corti con Tria che invocava “gradualità” e l’inviolabilità del limite di un deficit al 2% per rispettare gli impegni europei. Il ministro tecnico dell’Economia sarebbe stato anche a un passo dalle dimissioni.
Da allora lo spread ha ripreso a salire vertiginosamente mentre la Borsa di Milano ha collezionato una pesante caduta delle quotazioni. Ma Salvini e Di Maio tirano dritto: «Non temiamo lo spread» e «gli italiani sono con noi».
Nel governo gialloverde, però, la preoccupazione cresce. Paolo Savona ha avvertito da Porta a porta su Rai1: «Se ci sfugge lo spread deve cambiare la manovra». Il ministro degli Affari europei, già candidato all’Economia da Salvini, resta comunque fiducioso: «Sono abbastanza sicuro che lo spread non arriverà a 400». Nella Lega c’è chi teme «la bomba atomica dei mercati». Particolarmente preoccupato è Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, braccio destro di Salvini, in una intervista a ‘Repubblica’ ha annunciato: «Se qualcosa non funzionerà interverremo». Il governo Conte-Salvini-Di Maio non piace alle élite italiane ed europee ma «ricordiamoci che dobbiamo pur andare sui mercati, a vendere i titoli di Stato. Possibilmente con interessi accettabili. E dobbiamo fare in modo che qualcuno, quei titoli, li compri».
Nel novembre 2011 lo spread divampò fino a 576 punti, le finanze italiane sfiorarono il collasso, Silvio Berlusconi fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio e a Palazzo Chigi fu sostituito dal tecnico Mario Monti. C’è chi teme il ripetersi di quell’evento. I giornali hanno indicato un Piano B da parte del governo Conte per cambiare la legge di Bilancio in Parlamento se lo spread salisse a 400. Tuttavia Di Maio ha smentito tutto. Ha assicurato: «Il Piano B non esiste, non arretriamo». Sulla stessa linea Salvini: «Non ci sono piani B, C e D». Però il segretario del Carroccio ha precisato dopo un vertice tenuto ieri sera a Palazzo Chigi sulla manovra: «Stiamo limando, aggiustando, migliorando su la legge Fornero, pace fiscale e riduzione delle tasse».
Il rischioso braccio di ferro potrebbe durare a lungo. La manovra verrà presentata dal governo il 20 ottobre, poi dovrà essere votata dal Parlamento. Nel frattempo qualcosa è cambiato: il deficit del 2,4%, all’inizio previsto anche per il 2020 e il 2021, è stato ridotto. Bruxelles ha apprezzato, ma non è bastato. Da ieri c’è una difficoltà in più. L’Ufficio parlamentare del bilancio ha bocciato la manovra perché sono troppo ottimistiche le previsioni per il 2019.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma