Ultima Punto. Paura per le fabbriche della Fca in Italia

mike manleyUltima Punto, Fiat Chrysler Automobiles ha detto addio a una delle sue auto di maggior successo. Alla Fiat del 1993, scossa da Tangentopoli, serviva un po’ di ottimismo. Gianni Agnelli scommise sulla Punto, una utilitaria per il ceto medio, e fu un enorme successo. La matita di Giorgetto Giugiaro disegnò un modello che fece centro: in 25 anni sono state vendute oltre 9 milioni e mezzo di auto; nel 1997 la Punto riuscì a battere perfino la Golf, la perla del gigante Volkswagen.
Nei primi giorni di agosto l’epoca della Punto è finita, l’ultima vettura è uscita dalle linee di montaggio della Fiat Chyrsler Automobiles di Melfi, andando definitivamente fuori produzione. Massimo Capano, un operaio di Melfi, commosso ha scattato “una foto di gruppo” e ha salutato su Facebook l’ultima Punto (per le cronache di colore bianco) uscita dallo stabilimento lucano. Adesso c’è paura per il futuro, per la sorte della fabbrica e dell’occupazione. Capano ha indicato «un pizzico di preoccupazione» perché «purtroppo Marchionne non c’è più», di qui la speranza che Mike Manley «abbia la stessa considerazione nei nostri confronti e non un interesse diverso».
L’uscita di scena dell’ultima Punto apre dei seri problemi occupazionali a Melfi, lo stesso discorso vale per Mirafiori con l’uscita dalla produzione a luglio dell’Alfa Romeo Mito, un’altra utilitaria del gruppo italo-americano. Non si tratta certo di novità. Marchionne, nel piano industriale 2018-2022 illustrato il primo giugno a Balocco, aveva confermato la doppia strategia di sviluppo: 1) lasciare gradualmente il mercato delle utilitarie puntando sui modelli premium Jeep, Ram, Alfa Romeo e Maserati con maggiori margini di profitto; 2) imboccare la strada delle nuove tecnologie delle auto elettriche (arriveranno perfino alla Ferrari) e di quelle senza pilota.
È una riconversione produttiva da mettere i brividi, soprattutto per la sorte degli impianti italiani. Marchionne, però, poco prima di morire aveva ribadito gli impegni a «mantenere la capacità produttiva in Italia, senza chiudere alcuna fabbrica e non mandando nessuno a casa». Anzi aveva promesso «la piena occupazione» in Italia entro il 2018 puntando sulle Alfa Romeo, le Maserati e le Jeep (costruite a Cassino, Mirafiori, Grugliasco e Melfi).

Marchionne, però, è morto improvvisamente per una terribile malattia lo scorso 25 luglio ed è stato immediatamente sostituito come amministratore delegato del gruppo da Mike Manley, un ingegnere britannico di 54 anni trapiantato negli Stati Uniti d’America. Forse è stato preferito da John Elkann, il capo della famiglia Agnelli proprietaria di Fca, perché è stato l’artefice dello straordinario successo di Jeep e Ram, ma la scelta non è piaciuta ad Alfredo Altavilla, subito dimessosi da responsabile del settore Europa della multinazionale. Non solo. Elkann ha scelto un nuovo vertice composto tutto da top manager stranieri, di qui l’aumento delle preoccupazioni per la sorte degli stabilimenti italiani. A molti è sembrato un disinteresse o, comunque, uno scarso interesse verso il Belpaese rispetto agli Stati Uniti.

A Manley i sindacati chiedono il rispetto degli impegni presi da Marchionne: 9 nuovi modelli (probabilmente 4 Alfa, 3 Maserati e 2 Jeep) da costruire in Italia entro il 2022 per garantire prodotti e occupazione a Mirafiori, Grugliasco, Cassino, Pomigliano d’Arco e Melfi.

Il nuovo amministratore delegato si sta guardando intorno: deve guidare la settima società automobilistica del mondo (236 mila dipendenti in tutto, 86 mila nel Belpaese), impianti in Europa, America del Nord, America Latina e Asia. Dei 5 milioni di auto vendute, però, la grande maggioranza per numero e profitti proviene dai marchi americani Jeep e Ram e il pendolo sembra sempre di più spostarsi verso gli Stati Uniti e Detroit marginalizzando l’Italia e Torino.

Manley, per ora, ha parlato poco. Come successore di Altavilla (responsabile di Fca Europa e quindi Italia) circolano i nomi di Pietro Gorlier (Magneti Marelli), Davide Mele (ex collaboratore di Altavilla), Gianluca Italia (mercato italiano), Daniele Chiari (relazioni istituzionali). L’amministratore delegato si è limitato ad assicurare: «Restano confermati tutti gli obiettivi che ci siamo posti con il piano industriale al 2022». Ma ha precisato: «La sfida più grande è in Cina, dove per noi è molto importante il riposizionamento di Jeep». Ancora una volta il baricentro dell’impero Agnelli sembra pendere più verso Detroit e che verso la culla di Torino. La foto che saluta l’ultima Punto segnala un delicatissimo problema.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Fca. Operai in Cassa integrazione a Mirafiori e a Melfi

Operai della Fiat entrano in fabbrica a Termini Imerese (Palermo), 24 novembre 2011. E' l'ultimo giorno di produzione, poi cassa integrazione fino al 31 dicembre. ANSA/MICHELE NACCARI

Operai della Fiat entrano in fabbrica a Termini Imerese (Palermo), 24 novembre 2011. E’ l’ultimo giorno di produzione, poi cassa integrazione fino al 31 dicembre.
ANSA/MICHELE NACCARI

Mentre Fca vola in borsa, nelle fabbriche mostra l’altra faccia della medaglia, quella della crisi. Nonostante le promesse dell’Ad Marchionne sulla piena occupazione, si continuano a registrare cig in tutta la Penisola, anche se gli stabilimenti più penalizzati restano quelli torinesi. Dopo la settimana di cassa integrazione ordinaria già prevista dal 16 al 20 ottobre, Fca ha comunicato un nuovo periodo di cassa integrazione anche dal 30 ottobre al 4 novembre per i 1640 lavoratori della Carrozzeria di Mirafiori impegnati sulla linea del Maserati Levante, mentre gli altri 2100 sono in contratto di solidarietà. Stessa sorte per i 600 lavoratori delle Presse. “Ancora una volta Fca chiama in causa le regole del mercato cinese – dice Federico Bellono, segretario provinciale della Fiom-Cgil – che però sarà decisivo anche nel prossimo futuro non solo per il suv Maserati, ma per tutte le vetture del segmento Premium. Resta il fatto che il ricorso agli ammortizzatori sociali cresce a Mirafiori come a Grugliasco, a Pomigliano come a Melfi. E non solo l’amministratore delegato, ancora in questi giorni, ha rinviato al 2018 il piano relativo ai prossimi investimenti, ma ha dimenticato di dire che in alcuni stabilimenti, come Mirafiori, gli ammortizzatori sono destinati a finire tra meno di un anno. L’unica certezza è il fatto che la promessa della piena occupazione entro il 2018 negli stabilimenti italiani si sta rivelando una pura e semplice chimera”.
Infatti anche a Melfi è arrivata la cassa integrazione, dopo alcune settimane nei mesi estivi e ora due settimane fra settembre e ottobre, arriva la comunicazione di queste ore. “Fca Melfi ha comunicato la sospensione delle attività lavorative, adeguamento dei flussi produttivi, con il conseguente utilizzo della cassa integrazione nei seguenti periodi:
Modello SUV: Dalle ore 06.00 del 30/10 alle ore 06.00 del 06/11/17; Dalle ore 14.00 alle ore 22.00 del 12/11/2017; Dalle ore 14.00 alle 22.00 del 19/11/2017;Dalle ore 14.00 alle ore 22.00 del 26/11/2017
Modello Punto: Dalle ore 14.00 del 30/10/2017 alle ore 22.00 del 03/11/2017”.
Quest’ultima inoltre rischia la chiusura con il rischio per i 1.200 operai.

Socialdemocratico? Da eresia di destra a eresia di sinistra

Non c’è nulla di più paradossale che sentirsi dare del socialdemocratico oggi quasi fosse diventato sinonimo di estremismo. E magari da quegli stessi che fino a un paio di decenni fa ti colpivano con la stessa scomunica come fosse un’accusa di tradimento degli ideali dell’ortodossia di sinistra. E’ possibile che lo stesso termine sia stato usato in modi così opposti e contrastanti tra loro? E’ possibile che quel che ieri era ritenuto “troppo di destra” sia oggi divenuto “troppo di sinistra”? E perché questa trasformazione o deformazione? Da quali analisi nuove, legittime o opportunistiche, è determinata?

Eduard Bernstein

Eduard Bernstein

All’origine di una parola
Andiamo intanto all’origine della parola. Come nasce e come si diffonde in Europa? All’inizio la socialdemocrazia, cioè l’inseparabilità del socialismo e della democrazia, fu il risultato del primo revisionismo marxista, che già si può riscontrare nell’ultimo Engels, quello della prefazione alla “Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Karl Marx, dove il teorico tedesco, nel 1895, alla luce della conquista del suffragio universale in taluni paesi, apriva la porta anche alla costruzione della società socialista per via democratica. Ma in fondo è tutto il socialismo pre marxista, da Saint Simon a Proudhon, che è impregnato di umanesimo e di democrazia. Anche per questo costoro saranno definiti dal filosofo di Treviri “utopisti”.  Ma è soprattutto una vera teoria socialdemocratica viene elaborata solo grazie al filosofo tedesco Eduard Bernstein che nel suo libro “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia” , un insieme di saggi pubblicati nel 1899, contesta l’ineluttabilità della violenza e lancia un progetto di cambiamento sociale ed economico progressivo.

Il solenne riconoscimento di Gorbaciov
La più bella dimostrazione dell’attualità di Bernstein è il solenne riconoscimento riservatogli da Gorbaciov, ultimo segretario del Pcus, che scrive: “Dovremmo pubblicamente riconoscere il grande errore fatto quando, come sostenitori dell’ideologia comunista, denunciammo la famosa massima di Eduard Bernstein “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Lo chiamammo tradimento del socialismo; ma l’essenza dell’idea di Bernstein era che il socialismo non potrebbe essere compreso come sistema che nasce dall’inevitabile caduta del capitalismo, mentre – per converso – è proprio la graduale realizzazione del principio di eguaglianza e di autodeterminazione per il popolo che costituisce una società, un’economia e un paese”. Qui siamo già alla contrapposizione tra socialismo democratico e comunismo. Ma prima, appunto con Bernstein, il tema riguardava essenzialmente la correzione del marxismo.

Eppure c’erano partiti socialdemocratici e rivoluzionari. Il termine socialdemocratico,tuttavia, fino alla rivoluzione bolscevica venne usato, soprattutto in Germania, dal Partito dei socialisti, che cambiò il suo nome in Partito socialdemocratico (Spd) nel 1890, sotto l’influsso di August Bebel e Wilhelm Liebknecht, in stretto contatto col movimento sindacale, anche se già dagli anni sessanta esisteva un Partito socialdemocratico tedesco di stretta osservanza marxista. Nel Spd militava anche  Karl Kautsky (poi seguito dalla stessa Rosa Luxemburg) che capeggerà la corrente di sinistra contro le tesi revisioniste di Bernstein, ma anche contro il leninismo perché eretico rispetto alle impostazioni marxiste ortodosse. Anche lo stesso Lenin fu esponente di primo piano di una forza politica che si chiamava “Partito operaio socialdemocratico russo”, prima dell’offensiva rivoluzionaria e comunista, ed era stato protagonista delle due conferenze internazionali dei socialisti europei che si erano svolte nel 1915 e nel 1916 a Zimmerwald e a Khiental. Quando la parola non è consequentia rerum…

Il contrasto tra socialisti democratici e leninisti
Il più moderno significato della parola “socialdemocratico” deve essere riferito allo scontro con la nuova ideologia marxista-leninista del comunismo a seguito della affermazione della rivoluzione bolscevica del 1917 e della successiva formazione dei partiti comunisti nazionali e dell’Internazionale comunista, anche se il movimento socialista si divise in diversi tronconi, nei quali quello socialista democratico non era certo il solo a rimarcare differenze, in taluni casi solo di tattica, con il comunismo bolscevico. L’invasione del bolscevismo fu consistente ovunque, ma particolarmente in Germania, in Italia e in Francia. In Germania, il partito comunista della Luxemburg e di Karl Liebknecht non superò il 15 per cento dei voti nel primo dopoguerra, mentre l’Spd si aggiudicò la maggioranza e governò il paese, tuttavia l’influenza comunista si fece spazio tra i lavoratori e orientò i moti rivoluzionari armati in un paese messo in ginocchio dal trattato di Versailles. In Italia il Psi, con la sola eccezione della minoritaria corrente turatiana, aderì alla nuova internazionale di Mosca col congresso di Bologna del 1919 e non fu il leninismo la causa della scissione di due anni dopo, ma la mancata approvazione da parte dei massimalisti, allora “comunisti unitari”, di due clausole dei 21 punti di Mosca che si riferivano alla espulsione dei riformisti e al cambio del nome del partito, condizioni irrinunciabili per essere ammessi all’Internazionale comunista e che provocarono il distacco dei “comunisti puri”.

Lo sprezzante attacco di Gramsci a Prampolini

Camillo Prampolini

Camillo Prampolini

Tra loro, forse l’artefice principale assieme ad Amadeo Bordiga, fu Nicola Bombacci, che finirà fascista, impiccato assieme a Mussolini a piazzale Loreto mentre lo stesso Gramsci, dalle pagine del suo Ordine nuovo, si era esposto in una velenosa polemica coi riformisti e in particolare con Camillo Prampolini scrivendo: “Coi moralisti di Reggio Emilia (che avevano definito “moralmente ripugnante” il metodo leninista) é inutile continuare una discussione teorica; i moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare della psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra; é inutile sperare che un barlume di intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di Fra Galdino alla cerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale…. Tra Lenin e Prampolini e Zibordi, che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori della Giustizia che rimangono, per angusti fini personali, per mantenere una posizione politica conquistata salendo sulle spalle della classe operaia, in un partito che, nella grandissima maggioranza, ha dichiarato si far proprio il metodo bolscevico, tra Lenin e questi decorosi sinistri idioti chi é più ripugnante moralmente?”.

Le ingiurie di Togliatti a Turati

Filippo Turati

Filippo Turati

Anche in Francia i socialisti si divisero in due, mentre in Italia si divisero addirittura in tre, dopo l’espulsione dei riformisti a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma dell’ottobre del 1922. Serrati, che aveva rifiutato la loro cacciata nel 1921, la decretò l’anno dopo e quando Nenni si oppose alla unificazione col Pcdi, nel 1924, lascerà il partito per approdare lui solo con pochi amici nel partito comunista. In Francia la posizione comunista prevalse nella vecchia Sfio e venne fondato, nel 1920, il Partito comunista francese che, fino alla svolta di Epinay del nuovo Psf, sarà partito maggioritario nella sinistra d’Oltralpe. Negli anni venti si scagliò contro i socialisti l’infame arma del socialfascismo e quando morì il socialdemocratico Turati Togliatti lo accusò dei peggiori misfatti, scrivendo su Stato operaio nell’aprile del 1932 un articolo di fuoco che non può essere dimenticato: “Nella persona e nell’attività di Filippo Turati si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine. L’insegna sotto cui questa vita e questa fine possono essere poste è l’insegna del tradimento e del fallimento. Nella teoria Turati fu uno zero. Quel poco di marxismo contraffatto che si trova nei primi anni della Critica sociale non fu dovuto a lui. Dei vecchi capi riformisti egli fu il più lontano dal marxismo. Più ancora di Camillo Prampolini fu un retore sentimentale, tinto di scetticismo, e per questo, nelle apparenze, un ribelle. Le famose frasi lapidarie di Turati sono dei motti, delle banalità, delle cose senza senso alcuno. Organicamente egli era un controrivoluzionario, un nemico aperto della rivoluzione. Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo. Serrati era unitario per uno sciocco sentimentalismo. Turati lo era per astuzia, per calcolo opportunista, allo scopo di potere continuare a penalizzare ogni azione dei rivoluzionari. La sua andata al Quirinale avviene con vent’anni di ritardo. La borghesia, per conto della quale egli aveva fatto il poliziotto, il crumiro e predicato viltà, non aveva più altro da dargli che il calcio dell’asino. Noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato”. Vergognoso.

Quando Prampolini propose che il partito si chiamasse socialista democratico
Questo dissidio durò fino all’avvento di Hitler al potere in Germania, quando, nel 1933, i comunisti ripiegarono sulla tattica dei fronti popolari. Ma in Italia era già nato, nel 1922, un Partito d’impronta più prettamente socialdemocratica. Era il Psu (Partito socialista unitario) di Turati, Treves, Prampolini e Giacomo Matteotti che ne divenne segretario. I riformisti furono i soli socialisti che compresero il pericolo fascista e Turati, già nel 1920 col suo mirabile discorso “Rifare l’Italia”, gettò le basi programmatiche per un governo coi popolari che la maggioranza del Psi respinse in preda com’era all’infatuazione leninista. Fu Prampolini il primo a riprendere il termine “socialdemocratico” quando nel 1923, in polemica sul tema della democrazia coi comunisti, propose proprio che il Psu cambiasse nome in Psdi (Partito socialista democratico italiano). Anche nel Psi, riunificato col Psu nel 1930 grazie alla nuova volontà unitaria del suo leader Pietro Nenni, si manifestarono tendenze più prettamente socialdemocratiche. Furono in particolare i due esponenti espulsi dal partito comunista, Angelo Tasca e Ignazio Silone, ad interpretarle. In entrambi era forte lo spirito anti stalinista, mentre più sfumato si rivelò in Pietro Nenni, che venne anche messo in minoranza e rischiò l’espulsione dal partito dopo il patto Ribbentrop-Molotov del 1939 a causa della sua testarda cocciutaggine a mantenere in vita il patto d’unità d’azione coi comunisti, nonostante l’alleanza coi nazisti, giustificata da tutto il vertice comunista italiano, con la sola eccezione di Umberto Terracini.

La figura di Giuseppe Saragat e la revisione di Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Un altro esponente che diede linfa al pensiero e all’azione socialdemocratica fu il giovane Giuseppe Saragat, molto influenzato dall’austro marxismo di Renner e Bauer, che conciliavano il marxismo e l’umanesimo democratico. E qui entriamo nel merito dell’accezione della socialdemocrazia in salsa italiana. Saragat fu infatti l’esponente di spicco del Partito socialista democratico italiano, che sorse, col nome di Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) nel gennaio del 1947 dopo la scissione del Psiup, che poi tornerà a chiamarsi Psi. Il patto d’unità d’azione coi comunisti, che lo stesso Saragat aveva sottoscritto, gli andava ormai stretto. Ma soprattutto il leader socialdemocratico vedeva nell’Unione sovietica di Stalin un nuovo totalitarismo, che metteva in contrasto col suo umanesimo socialista. Diranno più o meno tutti, di lui, che aveva ragione. In pochi, tuttavia, gliela daranno allora e negli anni successivi. La socialdemocrazia italiana, infatti, non riuscì a conquistare il peso delle altre socialdemocrazia europee: il particolare comunismo italiano, la resistenza di un Psi che nel 1956 si staccherà dai comunisti dopo l’invasione dell’Ungheria, la partecipazione del Psdi ai governi centristi, poi il fallimento della unificazione socialista del 1966, impediranno la costruzione di un’alternativa socialista e democratica, consolidando l’egemonia democristiana sul governo e quella comunista sull’opposizione ancora per decenni. Furono questi i limiti che forniranno ai comunisti italiani il pretesto per quell’accusa di “socialdemocratico” che venne lanciata a più riprese verso chi contestava il paradiso sovietico e l’ortodossia comunista?

La terza via di Berlinguer, né comunista, né socialdemocratica
Dopo la revisione berlingueriana e lo strappo dall’Urss anche il modello socialdemocratico europeo, al quale nella versione nordica e soprattutto svedese, ma anche tedesca ai tempi di Willy Brandt, i comunisti italiani guardavano con rispetto, non venne tuttavia mai preso ad esempio. Anzi, nella elaborazione della cosiddetta terza via, la socialdemocrazia fu equiparata al comunismo. Solo con il congresso di Firenze del 1986, con la segreteria Natta, il Pci si professò, superando l’eurocomunismo berligueriano, un partito della sinistra europea. E poi con la svolta di Occhetto del 1989 (il Pci fu l’ultimo partito europeo a cambiare nome) il partito chiese l’adesione all’Internazionale socialista. Per poi uscirne, però, nel 2007 alla fondazione del Partito democratico, e poi rientravi grazie alla segreteria Renzi.

Il Pd post socialdemocratico
Tuttavia il nuovo Pd, che assomma reduci comunisti e democristiani, non ha ma avvertito l’esigenza di definirsi socialista o socialdemocratico. Anzi, da un trascorso prevalentemente comunista, e più limitativamente democristiano, si è passati subito a un presente post socialdemocratico. Non nego la crisi della socialdemocrazia dovuta essenzialmente alle difficoltà nel processo redistributivo, funzionale a garantire il pieno funzionamento dello stato sociale, a fronte dei grandi temi del presente: la globalizzazione, la finanziarizzazzione, l’immigrazione. Resta il fatto che è l’insieme delle forze socialdemocratiche a porsi questi legittimi, opportuni interrogativi. Si ha invece l’impressione che il Pd prenda le distanze da questo mondo e voglia ragionare da solo, quasi a suggerirsi agli altri come modello. Questo per due ordini di motivi. Il primo riguarda la sua identità che deve rimanere anomala. Come anomala era la sinistra italiana del fattore K, così è tuttora la sinistra italiana del fattore D. Si può passare da comunisti a democratici senza diventare socialisti o socialdemocratici perché é più semplice giustificare la storia, perché é assai meglio dimostrare che nel conflitto a sinistra nessuno ha vinto. Men che meno gli avversari di sempre, appunto i socialisti democratici. Ma c’é un secondo motivo. Oggi il Pd rischia di perdere la bussola del socialismo democratico e liberale e di avventurarsi in un deserto dove la democrazia degli elettori può diventare un optional e la giustizia sociale un benefit per pochi. Per questo il gioco allo scavalco di un partito ancora diviso tra rottamatori senza identità e post comunisti è lo sport preferito. Per questi due motivi l’accusa di socialdemocratico che prima era un atto di condanna per eresia di destra, adesso è divenuta una pena da comminare per eresia di sinistra. I democratici preferiscono guardare veltronianamente all’America, anche se adesso c’é Trump. Il modello socialdemocratico é fallito, pensano. Dunque meglio puntare su Marchionne e Farinetti.

Attualità o superamento della socialdemocrazia
Il modello socialdemocratico deve essere rivisto, attraverso un’idea più di società solidale che di stato sociale. Eppure viviamo in un mondo in cui si allargano le forbici tra povertà e ricchezza, in cui il potere della finanza è incontrollato, in cui la democrazia é spesso solo formalmente riconosciuta e in cui la rivoluzione tecnologica impone una forte tensione all’educazione e alla conoscenza. Un mondo nuovo, non c’è dubbio, dove le etichette del passato vanno sempre più strette anche se forse mai come oggi una moderna e aggiornata identità socialista e democratica appare attuale, pregnante, urgente. Non si capisce perché l’accusa di socialdemocratico sia infatti l’unica che tiene. Sarà mica perché, almeno in Italia, qualcuno ne ha paura?

Mauro Del Bue

USCITA DAL COMA

Squinzi-assemblea-Expo

Non sono mancate una citazione di papa Francesco, l’omaggio a Michele Ferrero e il ringraziamento a Diana Bracco. Nel suo discorso, il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha toccato diversi argomenti, dall’Europa alla contrattazione, con un’attenzione alla ripresa e con una buona dose di ottimismo: l’Italia, sostiene il leader degli industriali, può tornare a diventare un paese leader. Insomma un menù ricco fatto di molte portate tra cui crescita, riforme, expo, pensioni e welfare. Il presidente di Confindustria ha aperto l’assemblea annuale scegliendo lo scenario dell’Expo di Milano spostandosi per la prima volta da Roma proprio per sottolineare un grande evento che può essere occasione di ripartenza del Paese.

“Qui si – ha detto – respirano l’entusiasmo e l’effervescenza che serve all’Italia per lasciarsi alle spalle una lunga fase negativa di crisi e di demotivazione”. Una manifestazione che, come ha sottolineato il numero uno degli industriali italiani, “è il simbolo più bello di una nuova stagione e i milioni di visitatori stranieri che stanno arrivando in Italia ci danno nuova fiducia, che ultimamente avevamo un po’ smarrito”.

Secondo Squinzi l’Italia può aspirare a diventare un leader a livello europeo ma bisogna aiutare la crescita ossia “i germogli del cambiamento vanno protetti, difesi e aiutati a crescere. L’Italia – ha detto – ha la credibilità per essere leader di una nuova stagione comunitaria, perché non ha mai abiurato al suo credo europeo e perché ha fatto sforzi notevoli per mettere a posto i propri conti e realizzare riforme importanti”. Squinzi ha osservato che “oggi ci sono segni di risveglio, accenni di crescita, riforme in corso, giovani che vogliono credere nel loro futuro in Italia, imprenditori impegnati a partecipare alla democrazia e allo sviluppo del nostro mondo”. Ma, ha rimarcato, “il crinale tra crescita e stagnazione è però assai sottile, perciò i germogli del cambiamento che si vedono vanno protetti e difesi, aiutati a crescere da un sistema associativo saldo nei valori e all’altezza dei tempi nella struttura tecnica”.

La chiave della crescita per il leader di si trova nella “piccola e media impresa italiana. Da queste Pmi devono nascere le nuove multinazionali tascabili e i grandi campioni industriali dei prossimi decenni. Per questa categoria di aziende – ha spiegato – va disegnato un abito su misura, adatto alla gara che devono correre, fatto di credito e finanza, di ulteriore sostegno sui mercati esteri, di ricerca e innovazione con un fondo speciale a loro dedicato, di formazione a tutti i livelli che dobbiamo strutturare con i nostri fondi bilaterali”.

Nel frattempo Renzi si trovava a Melfi a braccetto con Marchionne. I due hanno ribadito, ove ce ne fosse stato bisogno, la convergenza di intenti e di obiettivi: far tornare a crescere l’Italia con nuovi strumenti, togliendo le “croste” al Paese. Nello stabilimento lucano, Marchionne ha annunciato che, entro la fine dell’anno, ci saranno circa 2.000 nuovi posti di lavoro: 8.000 complessivi contro i 5.900 del 2014, circa 15.000 con l’indotto. Secondo Renzi il merito è tutto del jobs act: “Per loro – ha sottolineato Renzi – grazie al jobs act, ci saranno contratti sempre più solidi e stabili”.

Il lavoro, ha detto Renzi, non si crea “andando martedì ai talk-show, facendo grandi slogan ideologici”. Alla felicità di Renzi per il lavoro creato a Melfi è seguito poi, l’apprezzamento di Marchionne per quanto prodotto da palazzo Chigi in tema di riforme: “E’ la ricetta giusta per uscire dalla crisi. Stiamo sbloccando un sistema – ha detto l’ad di Fca – ingessato da anni”. Stessa sintonia sul tema “sensibile” della rappresentanza sindacale unica cosa che lo stesso Renzi aveva auspicato solo qualche giorno fa. Insomma i due continuano a flirtare con reciproci scambi di complimenti. Non a caso, il tema delle relazioni sindacali è stato tra i motivi della fuoriuscita di Fiat dalla Confindustria. Decisione presa tre anni fa di cui Marchionne non si sente affatto pentito. Confindustria non mi manca”, ha sottolineato.

La relazione del presidente di Confindustria non ha convinto, e sarebbe stata una novità il contrario, il segretario della Cgil Susanna Camusso secondo la quale la è tutta fondata “sull’innovazione, salvo poi riproporre la ricetta più antica del mondo ovvero la riduzione dei salari”. Mentre il leader della Uil Barbagallo si augura che il 2015 sia l’anno del contatti. “Se facciamo in modo che i 2015 sia l’anno dei contratti forse daremo una risposta seria” per la crescita e l’occupazione, ha aggiunto Barbagallo, sottolineando che nel modello contrattuale che ha in mente la Uil “c’è una geometria variabile tra contratto nazionale e contratto aziendale in modo da far crescere il secondo livello ma mantenendo il contratto nazionale quadro”. Per non parlare poi della discrepanza tra crescita della produzione e quella dell’occupazione. Infatti al momento l’aumentare della prima non ha ancora avuto effetti sensibili sulla seconda.

Ginevra Matiz

Landini-Camusso
scontro in casa

Landini-Camusso“Non c’è stata nessuna convocazione d’urgenza per chiarire niente. Non c è nulla da spiegare. Quello che  dovevo dire l’ho detto, l’ho sempre detto, sui giornali, negli attivi, all’interno e all’esterno, sempre alle luce del sole”. Così il leader  Fiom Maurizio Landini al termine dell’incontro con il segretario  generale Cgil, Susanna Camusso.

“L’intervista (al Fatto Quotidiano ndr) è chiara ed esplicita – fa notare Landini – i titoli erano sbagliati. Sono cose che sto dicendo da tempo negli attivi della Cgil, sui giornali, all’interno e all’esterno. Non è una discussione nuova”. Il segretario generale dei metalmeccanici ha quindi spiegato che si trattava “di un incontro che abbiamo chiesto noi, già la settimana scorsa per parlare dell’assemblea dei delegati della Fiom, che si terrà a Cervia venerdì e sabato prossimi”. Ma è più probabile che sia parlato d’altro e in particolare di quanto espresso da Landini nell’intervista al Fatto. E in particolare sulla necessità a cui Landini accenna di riflessione da parte della Fiom sulla necessità di una coalizione sociale che si apra a una rappresentanza anche politica.

Parole che avevano indotto il premier, Matteo Renzi, ad attaccare Landini: “Ha perso nel sindacato, ora si dà alla politica”.  Pippo Civati invece accoglie con interesse la prospettiva di un Landini in politica e osserva sul suo Blog: “Parlerò con Maurizio Landini, non attraverso un’intervista, ma di persona, personalmente”.   Per Civati serve un confronto su “proposte convincenti e sostenibili, sul reddito minimo, la revisione delle aliquote, un modello di sviluppo del tremila e non degli anni cinquanta, un pacchetto di misure di contrasto all’illegalità, una prospettiva europea che non pecchi di provincialismo ma nemmeno di inerzia”.  “Credo sia il momento che tutti quelli che si interrogano sulla questione, facciano altrettanto – scrive l’esponente del Pd -. Senza ricamarci su, ma scrivendo un progetto politico intorno al quale misurarsi, che metta in discussione (davvero) le (altre) minoranze del Pd, che hanno molto traccheggiato, nella speranza che il premier cambiasse verso. Ma lui, il versonon lo cambia. Anche se è sbagliato”.

Su un eventuale impegno politico di Landini il ministro Marianna Madia dice che il governo ascolta tutti “però quando siamo convinti che stiamo facendo il bene non ci facciamo fermare dalle critiche”. Al ministro era stato chiesto anche se non tema che Landini possa “rosicchiare” da sinistra voti al suo partito, il Pd, e Madia ha risposto indirettamente: “Noi non ci preoccupiamo di cosa rosicchia o meno punti, noi abbiamo un programma di governo ben definito con delle riforme importanti che stiamo portando avanti, andiamo aventi su questa strada con coerenza e senza farci cambiare dalle critiche degli altri”.  Ma il punto è un altro. Landini ha chiarito che vuole continuare a fare sindacato, ma pone un problema vero: quello del lavoro che rischia di uscire dalla rappresentanza politica lasciando spazio non coperto da nessuno. Con un Pd spostato su temi meno cari alla sinistra e con una minoranza interna resa afona dal rigida personificazione del partito gestito con la logica dell’uomo solo al comando. Lo dimostra ad esempio come il governo abbia ignorato i pareri di Camera e Senato da affiancare ai decreti del Jobs Act e scartati alla fine come fastidiosi orpelli. Un errore sottolineato con il senno di poi anche dal capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza.

Renzi si toglie qualche sassolino dalla scarpa:  “Non credo che Landini abbandoni il sindacato è il sindacato che ha abbandonato Landini. Il progetto Marchionne sta partendo, la Fiat sta tornando, meno male, a fare le macchine. La sconfitta sindacale pone Landini nel bisogno di cambiare pagina il suo impegno in politica è scontato”.  Insomma ogni giorno qualcuno da asfaltare.   Già ieri l’altra sera Landini aveva diffuso una nota in cui chiariva il suo punto di vista: “La prima pagina del Fatto Quotidiano di domenica 22 febbraio 2015 mi attribuisce un’affermazione non pronunciata e perlomeno forzata: adesso faccio politica con tanto di virgolette che la rendono fuorviante. Perché rimanda più esplicitamente all’impegno di tipo partitico o elettorale, che come si può correttamente leggere nell’intervista pubblicata all’interno del giornale non è proprio presente”.  Del resto nell’intervista si spiega che la “sfida a Renzi” per il sindacato, oltre alla “normale azione contrattuale, consiste nella creazione di una coalizione sociale che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale, capace di unificare e rappresentare tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare”.  La reazione fredda della Cgil era subito stata espressa dal portavoce della Camusso, Massimo Gibelli. “Auguri a Landini se vuol fare politica – era stata la replica – ma la Fiom è un’altra cosa”.

Ginevra Matiz  

Fiat. Auto all’estero e cassa integrazione in Italia

Fiat-Torino-ChryslerAddio a Torino e all’Italia. La Fiat, dopo la fusione con l’americana Chrysler, dice addio, alla sua casa natale, Torino, dopo nacque nel 1899 su iniziativa del senatore Giovanni Agnelli, il nonno di Gianni, l’Avvocato.

L’acquisto di tutta la Chrysler “metterà fine alla vita precaria della Fiat”. Sergio Marchionne, all’ultima assemblea ordinaria della Fiat a Torino e in Italia, si dice soddisfatto perché il 2013 “è stato ricco di soddisfazioni per la Fiat”. È “l’ultimo bacio” perché il Lingotto sposta il proprio centro decisionale dall’Italia all’estero. Continua a leggere

Jobs Act: bastano incentivi
o occorre creare domanda?

Jobs act-RenziGli indirizzi del governo Renzi sulla questione lavoro, riassunti nella cartella “Jobs Act”, non differiscono sostanzialmente, nella qualità e nella logica, da quelli dei precedenti governi. Se mai, c’è da osservare una maggior determinazione, dovuta anche alla consapevolezza dell’aggravarsi della situazione occupazionale. Continua a leggere

FIAT LUX?

Fiat Europa-Londra

«Secondo me, per capire il problema della FIAT, si deve partire dal presupposto che la cosa più importante è che manca una politica industriale sia all’interno dell’Europa che dei singoli Paesi». Sergio Cofferati, ex leader della CGIL guarda con una prospettiva ampia al polverone sollevato dopo la decisione del Lingotto di trasformare a storica industria automobilistica di Torino in Fiat Chrysler Automobiles con sede legale ad Amsterdam e domicilio fiscale a Londra. E’ la globalizzazione, bellezza.

Una decisione che arriva a poche ore dall’altro caso che ha fatto scalpore, quello della svedese Electrolux che, pena la delocalizzazione della produzione in Polonia, chiede ai lavoratori il dimezzamento del salario.

Electrolux, FIAT e Alitalia, una sorta di trittico che incarna la fine di un’epoca: la compagnia di bandiera (o quello che ne rimane) ha, infatti, aperto le procedure per la cassa integrazione che riguarda duemila esuberi, quasi tutti su Roma. Sono passati pochi anni da quando una cordata di “capitani coraggiosi” si propose di risollevare le sorti della compagnia. Di coraggio, ma soprattutto di competenze imprenditoriali se ne sono visti davvero pochi.

Di fronte ad uno scenario del genere non resta che interrogarsi, cercando di pensare fuori da quegli schemi che, gli eventi degli ultimi anni, hanno fatto saltare.

Cofferati, il caso FIAT come quello Electrolux impongono una riflessione, l’ennesima, sul ruolo della contrattazione sindacale. Possibile che non si possa opporre una logica diversa a quella dell’abbassamento dei diritti?

Il problema ha molteplici aspetti. Il nodo centrale però, io credo, è che l’Europa ha subito un inesorabile processo di deindustrializzazione. Un processo che ha avuto un impatto molto forte acuitosi con la crisi cominciata nel 2008. Una parte consistente della produzione manifatturiera europea o non esiste più o è stata trasferita altrove. Tutto questo è avvenuto nella sostanziale indifferenza delle istituzioni.

Si riferisce alle istituzioni europee o a quelle nazionali?  

Entrambe. Il fenomeno europeo del resto è composto dalle tessere di un mosaico fatto dai singoli Stati membri. È mancata l’azione, ma prima ancora l’elaborazione di un’idea di cosa debba essere un sistema economico comune, di quali siano le priorità e di cosa debba essere difeso con tutti gli strumenti disponibili.

Errori irrecuperabili?  

In realtà, sembra che l’Europa qualche passo avanti lo stia facendo su questo aspetto. Per la prima volta, dopo anni, sembra essersi aperta una discussione intorno all’assetto futuro dei settori strategici per il Continente. C’è finalmente un documento impegnativo che riguarda i settori della cantieristica, dell’acciaio e dell’auto che invita gli stati a seguire delle linee guida. Naturalmente si tratta di documenti che non hanno contenuti vincolanti, ma è importante che si cominci a costruire un’idea di quali debbano essere le priorità per l’industria europea, i presidi sui quali si deve investire a partire dalla ricerca, fino alla produzione.

Si ritorna al nodo di sempre, manca l’Europa politica?

Certo, per fare seriamente interventi di questo tipo ci vuole un’autorità politica e le istituzioni europee hanno uno spazio limitato. Questo lavoro è piu semplice nei singoli Stati dove esistono governi che hanno autorità, funzioni e poteri. Però, proprio questi poteri hanno permesso alle forze di centrodestra in Europa di avviare quell’inversione di tendenza di cui parlavo poco fa, hanno cancellato l’idea stessa di una politica industriale inseguendo il mito di affidare tutto al cosiddetto libero mercato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Le sinistre hanno saputo fare di meglio, sono riuscite a proporre un’alternativa?

Io credo cha la sinistra, con tutti i limiti e contraddizioni che sono insite nel lavoro degli uomini, abbia avuto la tendenza ad affrontare diversamente la problematica.

A sinistra si era intuita la portata della mutazione in atto nella divisione mondiale del lavoro?

Io credo che la sinistra abbia colto il cambiamento e abbia provato a misurarsi con esso. Se pensiamo, ad esempio,  al documento elaborato subito prima del trattato di Lisbona del 2000 capiamo che si è cercato di esplorare questo nuovo territorio. Quel documento di altissimo livello, in gran parte dovuto elaborazione teorica Jacques Delors, dava una linea che poi non è stata seguita: diceva sostanzialmente che, nel mondo che si globalizza, l’Europa deve proporre un modello di produzione legato alla qualità prodotto come del processo. Il cuore di questo approccio doveva essere la conoscenza perché la competizione sul mercato globale non va fatta sui costi del lavoro e su un profilo basso di produzione che porta rotture sociali e cancellazione dei diritti, ma sull’innovazione e la ricerca sotto il cappello della conoscenza.

Poi cosa è successo?

È successo che, negli anni successivi, in Europa i governi socialisti sono stati scalzati da governi di centrodestra che hanno cancellato qual progetto straordinario sostituendolo con approcci neoliberali.

Come mai la destra è riuscita a fare breccia nell’elettorato?

In larga parte perché proponeva scappatoie facili di fronte a processi complessi che, oggettivamente, presentavano delle criticità nella messa in atto e degli impegni di lungo periodo.

Cosa si può fare oggi?

Riscoprire il valore e l’importanza della politica industriale agendo su due versanti: quello della creazione di un’infrastruttura materiale e immateriale dei territori per renderli attrattivi, da un lato, e dell’incentivazione della conoscenza e del sapere che possa dare un valore aggiunto tanto al prodotto che al processo, dall’altro. La conoscenza deve essere legata alla professionalità del lavoro e, in questo, il sistema educativo gioca un ruolo chiave.

Roberto Capocelli

Aspettando Sanremo, ospiti eccellenti? Maurizio Crozza e Rocco Siffredi

Sanremo 2013In piena par condicio al festival di Sanremo potrebbero arrivare le parodie ‘bipartisan’ di Maurizio Crozza: le indiscrezioni dell’ultima ora danno l’attore, che spazia tra i principali personaggi della politica e dell’attualità, da Berlusconi a Bersani, da Ingroia a Marchionne e Montezemolo, fino a Napolitano, all’Ariston nella prima serata di martedì 12 febbraio. E mentre Fabio Fazio twitta i nomi dei Big che si esibiranno nelle prime due serate, sembra concretizzarsi l’arrivo di Rocco Siffredi all’Ariston nella serata Sanremo Story.

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Fiat, è scontro con Marchionne sul caso Melfi. Il sindaco Valvano (Psi): «Pensiamo ad un fondo di garanzia per i cassintegrati»

Valvano-sindaco Melfi

Alla richiesta della Fiat della cassa integrazione straordinaria di due anni per l’ammodernamento dell’impianto di Melfi, tale da consentire la produzione di nuovi modelli, è seguito in queste ore un vespaio di polemiche: politici e sindacati contro Marchionne e quest’ultimo che ha bollato le loro dichiarazioni come “oscene”.  Il leader di Sinistra e Libertà, Nichi Vendola, aveva parlato di “una riduzione della presenza di Fiat in Italia”, mentre Stefano Fassina, responsabile economico del Pd aveva chiesto al Governo di convocare l’azienda prima di firmare il decreto per la cassa integrazione a rotazione a Melfi. Dura la replica del’Ad di Fiat, Sergio Marchionne: “Ho trovato oscene le dichiarazioni di ieri di alcuni politici su Melfi. Può darsi che non abbiano capito di cosa stanno parlando. Uno che capisce un minimo di auto sa che per cambiare da una vettura all’altra deve cambiare tutto. Devo cambiare i macchinari, le installazioni, non è che faccio panini io. Anche lo stabilimento di Grugliasco che fa la macchina che viene dopo il Liberty della Jeep, è stato chiuso per un anno. E’ assolutamente normale”. A fare il punto con l’Avanti! sulla vicenda dello stabilimento Fiat di Melfi è il sindaco socialista della città lucana Livio Valvano. Continua a leggere