Sindacati e Confindustria contro il Governo

Palazzo ChigiPer la prima volta nella storia della Repubblica italiana, i Sindacati e la Confindustria sono uniti contro la politica del governo.

Marco Bentivogli, segretario generale della FIM-Cisl, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei, ha denunciato: “Il decreto dignità sta lasciando a casa tanti lavoratori. Questo in alcuni casi è già avvenuto e in altri è stato comunicato ai lavoratori che al termine dei 24 mesi o dei 12 senza causale non c’è la possibilità del rinnovo di contratto. Ci sono aziende che in un contratto tra i 12 e 24 mesi non hanno la possibilità di mettere la causale perchè hanno un lavoro stagionale particolarmente complicato. Questo è il bis con la grande operazione in cui ci si lavò la coscienza cancellando i voucher e moltissime imprese lasciarono a casa decine di migliaia di ragazzi e ragazzi che sono tornati a casa o sono finiti per fare un lavoro nero. Questa estate abbiamo visto cosa significa lavorare in nero in condizioni veramente vergognose. La grande precarietà che avanza si coniuga bene con la parte più ideologica che vuole o i contratti a tempo indeterminato o nulla. Coloro che puntano su questo aspetto tendono ad estendere quello che è un primato dell’Italia in Europa: il lavoro nero. Siamo un Paese campione di evasione fiscale e lavoro nero”.

Marco Bonometti, presidente di Assolombarda, ha così spiegato perché si sta costruendo un fronte di industriali pronti a scendere in campo se l’esecutivo non cambierà atteggiamento verso imprese ed industria: “Se l’impresa continua a essere un problema per il governo, c’è il rischio reale che si torni nel tunnel della crisi ed è giusto che i cittadini e le famiglie lo sappiano.

Gli imprenditori si stanno muovendo perché di fronte alle non scelte o alle scelte sbagliate di questo governo si rischia pericolosamente di tornare nel tunnel della crisi. Ne eravamo appena usciti, ma in questa confusione possiamo fare la fine della Grecia. Ed è giusto che i cittadini e le famiglie sappiano che la situazione in questo momento è grave”.

Il presidente della Confindustria Lombarda ha così lanciato un appello al governo: “Apriamo un dialogo prima che sia troppo tardi. Sembra che l’impresa sia il nemico da combattere, mentre invece è un bene comune da difendere, crea lavoro, occupazione ricchezza, se muore, muore il Paese”. Secondo Bonometti: “Alle promesse elettorali di cambiamento sono seguite mosse opposte. Invece di fare leggi nuove che creano incertezze e confusione si dovrebbero eliminare quelle che non funzionano, si dovrebbe semplificare, e invece ogni giorno ci sono nuovi slogan e pochi fatti”.

Marco Bonometti ha invitato a guardare alla realtà: “Alle famiglie italiane si deve far notare che cosa sta accadendo: stanno aumentando i tassi sui mutui, l’energia elettrica, il gas, la benzina, stanno aumentando i tassi per le imprese, e stanno aumentando i tassi del nostro debito pubblico. L’unica soluzione per ridurre il debito è ridurre gli sprechi e aumentare il pil, ma ciò non si fa continuando a fare promesse od osteggiando chi il pil lo alza, come le imprese che sono il motore del Paese”.

Per il numero uno di Assolombarda non c’è più tempo ed ha sottolineato: “Tra un po’, non subito, perché il conto di queste mosse non viene presentato subito, rischiamo di pagare un prezzo salato. Mosse come l’Ilva ad esempio: è certo un problema, ma se non lo risolviamo facciamo un danno perché chiuderla vuol dire acquistare l’acciaio dalla Germania, con prezzi in aumento, e meno competitività per le nostre imprese che non saranno più in grado di esportare. Così come non soddisfa l’atteggiamento sul fronte delle infrastrutture: quando un governo è contro il progresso e la modernità noi ci preoccupiamo molto ed è per questo che abbiamo deciso di parlare all’opinione pubblica. Certo sul fronte dell’immigrazione, l’esecutivo qualcosa ha fatto, ma un Paese non va avanti solo con queste azioni”.

Anche Bonometti non ha dubbi: “Il decreto dignità ha creato confusione e un’ulteriore mancanza di fiducia. In Lombardia gli investimenti si sono bloccati e nessuno assume gente. Insomma in un momento delicato come questo è urgente fare scelte giuste e di buon senso. Altrimenti, a rischiare è il sistema Italia. D’altronde perché degli investitori stranieri dovrebbero scommettere su un Paese con un debito come il nostro in mancanza di chiarezza e certezze? Non vorrei che diventassimo come la Grecia. Non si può considerare l’aumento dello spread secondario, l’aumento non è la causa, ma l’effetto di questo atteggiamento. E se alle imprese estere a cui abbiamo chiesto di investire da noi cambi le regole strada facendo, beh, difficile che restino o che programmino un futuro da noi. Ecco allora le direttrici su cui l’esecutivo targato Lega-M5S dovrebbe agire: partiamo dalla riduzione del cuneo fiscale a favore dei lavoratori. Se aumenta il loro potere d’acquisto aumentano i consumi e l’economia migliora. E puntiamo sul sud facendolo diventare un vero driver per la crescita. Altrimenti si rischia di aumentare ancora di più il divario tra nord e sud. Insomma l’auspicio è che si possa aprire un dialogo costruttivo nell’interesse del Paese non di un partito o di un altro partito. Dobbiamo muoverci come sistema paese. Siamo consapevoli che non si possa fare tutto subito, ma iniziare costruendo assieme a chi produce ricchezza e benessere per il Paese non mi sembra proprio un passo sbagliato”.

Confindustria e sindacati, dunque, hanno bocciato totalmente l’azione manifestata dall’attuale governo. A distanza di cinquanta anni dal sessantotto, quando studenti e operai scendevano nelle piazze contro la borghesia ed il capitalismo, molte cose sono cambiate. Oggi, per il bene del paese, per difendere sviluppo ed occupazione, imprenditori e operai, con qualche celestiale benedizione, sono pronti a scendere in piazza uniti contro l’attuale governo.

Roma, 03 settembre 2018

Salvatore Rondello

Il 7 luglio a Roma convention del Psi: ‘Via dal presente’

Via dal presenteSi svolgerà a Roma il prossimo 7 luglio, dalle ore 10.30 alle ore 14.30, presso l’hotel Building, in via Montebello 126, la convention, promossa dalla storica rivista Mondoperaio, dall’Associazione Socialismo e dal Partito Socialista Italiano, dal titolo ‘Via dal presente

L’iniziativa segue gli incontri di questi mesi – come la proposta al centrosinistra di unirsi in un Fronte Repubblicano lanciata lo scorso maggio dal Segretario del Psi Riccardo Nencini – che  hanno cercato di tracciare un percorso per costruire una prima risposta ai populismi. L’iniziativa è aperta a riformisti e democratici di diversi orientamenti e differenti tradizioni e prende spunto dai materiali pubblicati sulla rivista Mondoperaio. La storica rivista fondata da Pietro Nenni ospita, infatti, nel mese di giugno, contributi finalizzati alla rigenerazione del sistema politico italiano dopo il voto del 4 marzo. L’incontro del 7 luglio promuove un confronto fra gli estensori dei testi pubblicati ed altri testimoni significativi della nostra vita politica e culturale.

Dopo le comunicazioni del segretario del PSI, Riccardo Nencini, della portavoce, Maria Pisani e del promotore di ‘Sinistra Anno Zero’, Giuseppe Provenzano, seguiranno gli interventi di Luigi Covatta, Fabrizio Cicchitto, Mauro Del Bue, Marco Bentivogli, Claudio Martelli, Pia Locatelli, Vittorino Ferla, Gianni Pittella, Andrea Marcucci, Marco Cappato,  Raffaele Morese, Oreste Pastorelli, Ferdinando Adornato, Vito Gamberale, Gennaro Acquaviva, Sergio Pizzolante e altri.

PASSO DI GAMBERO

interior view of a steel factory,steel industry in city of China.

Ennesimo rimando e ancora scontri sull’Ilva. Stamattina dopo l’incontro al Mise tra le delegazioni sindacali e Arcelor Mittal alla presenza del viceministro Bellanova si è deciso che l’incontro tra i leader di Fim, Fiom e Uilm e il viceministro allo Sviluppo, sarà aggiornato a lunedì prossimo, 5 febbraio. “Dobbiamo fare in modo – ha chiosato Rocco Palombella- che l’investimento proposto da Arcelor Mittal, che può assicurare il futuro produttivo ed occupazionale al gruppo Ilva, sia salvaguardato. Esistono i presupposti per tutelare lavoro, produzione ed ambiente. Bisogna fare in modo che diventino una realtà concreta utile a far crescere il settore manifatturiero e, di conseguenza l’intera economia nazionale. Come sindacato siamo impegnati a realizzare questa sfida”.
“Lunedì faremo un calendario degli argomenti, sapendo che l’ipotesi di accordo deve essere comprensiva delle nostre richieste su organici e ambiente. Definiremo l’elenco degli argomenti e i principi su cui sviluppare la discussione”, ha spiegato il segretario generale della Fim Marco Bentivogli. I tre leader sindacali indicano che sull’Ilva la trattativa è ancora lunga, considerando che in ogni caso un’ipotesi di accordo deve essere sottoposta alle assemblee dei lavoratori, la cui organizzazione all’Ilva richiede circa due settimane. “Accordi in due giorni – ha chiosato il segretario confederale della Cgil Maurizio Landini – non esistono in natura”
Non solo ci sono i nodi da sciogliere in ambito sindacale, ma quella sull’Ilva resta una partita di tutti contro tutti, a partire dallo scontro tra Governo ed Enti locali. Nei giorni scorsi il sindaco Rinaldo Melucci rincara la dose e la sua invettiva contro il Governo, mentre il governatore Michele Emiliano, afferma: “Tutta l’Italia deve sapere che questo governo non solo non ha fatto nulla per l’Ilva, ma sta anche provocando danni gravissimi a tutta la vicenda”. Il Presidente della Regione Puglia sottolinea comunque che l’esecutivo “non è quello che deve dire l’ultima parola su tutta la vicenda. Perché è un governo ormai con Camere sciolte e con elezioni già indette”.
Contro le istanze locali arriva l’invettiva di Confindustria Taranto che afferma: “Una fabbrica chiusa produrrebbe solo il triplice e devastante effetto di non tutelare più la produttività, l’occupazione e soprattutto l’ambiente, visto che
continuerebbe inesorabilmente ad inquinare, aprendo una pagina intollerabile per la città, in quanto ancora più difficile e dolorosa, come altri casi ampiamente documentati – come Bagnoli – vanno purtroppo a certificare”.
Un altro nodo è ancora la questione tra l’Antitrust europeo e l’Ancelor Mittal che nel frattempo registra un boom nei profitti. Le vendite per Arcelor sono andate a gonfie vele in tutte le aree del mondo e in tutte le divisioni, compresa quella mineraria, che produce ferro e carbone. Il fatturato è cresciuto di un quinto, a 68,7 miliardi di dollari, mentre l’utile netto è più che raddoppiato a 4,6 miliardi, un livello che non toccava da prima della grande crisi finanziaria.
Nel frattempo continuano i lavori a Taranto, ammonta a circa 300 mln il progetto di copertura dei parchi minerali all’Ilva di Taranto avviato oggi dall’impresa Cimolai. I 300 milioni sono a carico dell’investitore Am Investco. I commissari anticiperanno solo la parte necessaria all’avvio dell’opera, utilizzando i fondi della transazione Riva, confluiti in un prestito obbligazionario. La parte anticipata sarà poi rimborsata da Am Investco. La gestione commissariale Ilva ha provveduto ad effettuare la caratterizzazione ambientale dell’area dei parchi minerali e laddove saranno scavate le fondazioni. La stessa amministrazione straordinaria costruirà anche la barriera idraulica che servirà a mettere in sicurezza la falda sottostante l’area dei parchi. Ci sara’ in proposito anche un monitoraggio continuo. La barriera idraulica è stata ritenuta valida come progetto ed approvato dal ministero dell’Ambiente. Luigi Cimolai, presidente dell’omonimo gruppo industriale specializzato nel settore, ha garantito sul rispetto dei 24 mesi nella consegna dei lavori. “Ci siamo attrezzati ed abbino prefigurato l’organizzazione necessaria a stare nei tempi fissati” ha detto Cimolai nella conferenza stampa di oggi a Taranto.
Ma il problema dell’Ilva e di Taranto in particolare è che il conflitto tra le parti possa trasformarsi in conflitto politico: dopo gli screzi e i battibecchi di questi giorni tra il viceministro Bellanova e l’ex dem Massimo D’Alema, oggi i due si ritrovano entrambi candidati in Puglia in un match tra veri e propri big.

Ilva, riprendono le trattative con i sindacati

Ilva-Dl-diossina-boviniLe trattative sull’ILVA sono proseguite al Mise. Oggi il Ministero dello Sviluppo Economico, ha ospitato il tavolo fra i sindacati e l’azienda sul piano industriale per il rilancio dell’Ilva. Al tavolo del Mise, oltre ai segretari generali di Uilm, Cisl e  Fiom, si sono seduti i manager di Am InvestCo, il viceministro Teresa Bellanova ed il commissario straordinario Enrico Laghi.

Rocco Palombella, segretario della Uilm, ha detto: ”Lavoriamo per arrivare con un piano industriale condiviso prima della pronuncia antitrust”.

E’ il primo incontro del 2018 sul passaggio dell’Ilva dall’amministrazione straordinaria alla società acquirente Am Investco  (ArcelorMittal e Marcegaglia). È un incontro di approfondimento rispetto ai piani ambientale e industriale presentati dall’investitore ma, soprattutto, è il primo di una fitta serie di appuntamenti in calendario per questo mese. Obiettivo del Governo è, infatti, quello di cercare di arrivare alla stretta finale tra fine e inizio di febbraio.  L’accordo con i sindacati è vincolante per Am Investco  ai fini dell’acquisizione dell’Ilva,  così come  è vincolante  l’atteso via libera dell’Antitrust europeo che sull’Ilva ha un’istruttoria in corso che dovrebbe concludersi a fine marzo. Resta tuttavia l’ostacolo, non ancora superato, dei ricorsi al Tar di Lecce presentati da Regione Puglia e Comune di Taranto contro il Dpcm che approva il nuovo piano ambientale dell’Ilva.

Il tavolo fra i sindacati e l’azienda sul piano industriale per il rilancio dell’Ilva è iniziato al Mise intorno alle undici. Durante l’incontro, i sindacati hanno chiesto all’amministrazione straordinaria di ‘far ripartire le linee produttive ancora ferme, perché, al momento della cessione degli attivi, lo stabilimento di Taranto sia vivo e funzionale’. Il segretario della Fim Cisl, Marco Bentivogli, uscendo dal Mise ha detto: “Abbiamo troppe linee produttive ferme a Taranto. Troppi lavoratori sono a casa. Mentre i nostri impianti sono fermi, Fincantieri fa acquisti all’estero. Mentre i tubifici di Taranto sono fermi, anche la Snam rischia di ordinare all’estero. Questo è tipico del masochismo industriale dell’Italia”.

Il leader della Fiom, Francesca Re David, al termine dell’incontro di oggi, ha dichiarato: “Non siamo ancora entrati nel vivo della trattativa ma nessuno pensi di lasciare il tema degli esuberi in fondo perché si sbagliano”.

Il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dopo l’incontro, ha comunicato: “Il viceministro ci ha confermato al Tavolo di oggi che il protocollo d’intesa con la regione Puglia e il comune di Taranto non modificherà il Piano Industriale presentato da Arcelor Mittal, piano sul quale ci stiamo confrontando. Il Piano industriale resta quello originario e non avrà modifiche a prescindere dalle decisioni del Tar di Lecce sul ricorso. Quindi il confronto sul piano industriale continuerà nel mese di gennaio, in vista di un rush finale di trattativa nei primi sette giorni di febbraio che puntano a raggiungere un’accordo azienda-sindacati entro la prima metà di febbraio”.

Il viceministro del Mise, Teresa Bellanova, alla fine dell’incontro ha concluso: “Durante l’incontro su Ilva al Mise, ho invitato le parti a fare un affondo sul piano industriale nel corso di questo mese, per passare già da inizio febbraio a valutare una no-stop per arrivare a raggiungere un’intesa che deve dare prospettiva solida a 20.000 famiglie. Per quanto riguarda il Governo lavoriamo intensamente per arrivare a raggiungere un’intesa in tempi rapidi, sul piano ambientale sono stati fatti tanti incontri. Il Governo ha raccolto nel protocollo d’intesa i suggerimenti arrivati dagli enti locali e in gran parte dalle parti sociali. Oggi siamo di fronte a un sito particolarmente inquinato che può finalmente vedere la ripartenza con il risanamento ambientale e la messa in sicurezza di lavoratori e cittadini di Taranto. Su questo l’appello che facciamo agli enti locali, a partire dal sindaco di Taranto e dal presidente di Regione, è di non farsi promotori del rallentamento dell’avvio del risanamento”.

Il problema dell’Ilva di Taranto, molto probabilmente non si sarebbe mai presentato, se si fosse già provveduto a regolamentare l’art. 46 della nostra Costituzione o, maggiormente, se fossero già state prese in considerazione le teorie economiche di James Meade (Premio Nobel per l’economia) finalizzate ad evitare il sorgere dei conflitti territorio-produzione e capitale-lavoro.

Salvatore Rondello

ACCORDO CONGELATO

emiliano ilvaAncora grane dall’Ilva, ma stavolta a mettere i paletti è il Ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, duro contro l’iniziativa del Governatore della Puglia, Michele Emiliano, che ha deciso con il Comune di Taranto, di impugnare davanti al Tar la legge firmata da Paolo Gentiloni lo scorso 29 settembre. Michele Emiliano, e il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, hanno infatti annunciato ricorso al Tar del Lazio contro il decreto del presidente del Consiglio relativo al nuovo piano ambientale dell’Ilva proposto da Am Investco con un investimento di 1,1 miliardi di euro e interventi sino ad agosto 2023. Calenda ha fatto sapere che ha deciso di congelare il negoziato sull’Ilva aspettando la decisione del Tar e commenta preoccupato la decisione dei due enti locali: “Mentre Governo, parti sociali e molti enti locali coinvolti stanno costruttivamente lavorando per assicurare all’Ilva, ai lavoratori e a Taranto investimenti industriali per 1,2 mld, ambientali per 2,3 miliardi e la tutela di circa 20.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti, il comune di Taranto e la Regione Puglia decidono di impugnare il DPCM ambientale mettendo a rischio l’intera operazione di cessione e gli interventi a favore dell’ambiente”. Il Ministro poi precisa: “Nonostante la presentazione dettagliata di piano ambientale e industriale fatta al tavolo istituzionale del Ministero, peraltro disertato all’ultimo minuto dal Sindaco di Taranto, l’impegno preso a convocare un tavolo dedicato a Taranto e l’anticipo dei lavori di copertura dei parchi confermato oggi dai commissari, continua la sistematica e irresponsabile opera di ostruzionismo delle istituzioni locali pugliesi” Infine Calenda conclude amareggiato: “Si tratta credo del primo caso al mondo in cui un investimento di riqualificazione industriale di queste dimensioni viene osteggiato dai rappresentati del territorio che più ne beneficerà. Spero vivamente che Regione e Comune abbiano ben ponderato le possibili conseguenze delle loro iniziative e le responsabilità connesse”.
Calenda poi non ha dimenticato di puntare il dito direttamente contro Michele Emiliano: “Ha detto che i bambini di Taranto gli chiedono di impugnare il decreto, invece io penso che i bambini di Taranto ci chiedono di coprire i parchi, di fare gli investimenti. Qui c’è una campagna elettorale sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini”.
Ieri è arrivata la notizia dell’iniziativa della Regione Puglia comunicata direttamente dal presidente Michele Emiliano, che ha definito il decreto “illegittimo” perché “concede di fatto una ulteriore inaccettabile proroga al termine di realizzazione degli interventi ambientali, di cui alle prescrizioni Aia, già da tempo scadute e sinora rimaste inottemperate”.
Sul piano ambientale è intervenuto stupito anche il Ministro dell’Ambiente che ha difeso il decreto. “Noi – dice Gian Luca Galletti – abbiamo presentato un Piano ambientale che supporta un Piano industriale dove si spendono oltre due miliardi per l’ambientalizzazione; ci sono novità anche rispetto alla precedente Aia (Autorizzazione integrata ambientale): non c’è la copertura del solo parco minerario principale ma anche quella di alcuni parchi minori”. “Oltretutto c’è una clausola di salvaguardia fortissima – conclude – cioè fino alla fine dell’ambientalizzazione, finché non sarà completato l’ultimo degli interventi previsti dall’Aia, la produzione avrà un tetto a 6 milioni di tonnellate l’anno, che è esattamente quello che Ilva produce oggi”.
“Ci auguriamo che le conseguenze dell’impugnazione non penalizzino ulteriormente un territorio e una popolazione che stavano trovando una soluzione equilibrata a problemi di anni”, ha commentato preoccupato il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Preoccupati e contrariati anche i sindacati, il segretario generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli è duro contro l’iniziativa della Puglia: “Affidare al TAR il proprio disappunto per essere in un tavolo parallelo a quello col sindacato è un atteggiamento infantile e grave. Non si può trascinare una vicenda in cui è in ballo il risanamento ambientale e la difesa di migliaia di posti di lavoro a capricci per la propria visibilità politica. La Regione Puglia ha tante possibilità e responsabilità da esercitare per dare il proprio contributo positivo. Oggi ha deciso di buttare la palla in tribuna a danno di ambiente, occupazione e sviluppo. Prenda esempio dalle altre quattro regioni coinvolte che hanno ben accolto la loro partecipazione al tavolo istituzionale”. Preoccupata la Uil, per la quale potrebbero venire fuori scenari drammatici soprattutto sul fronte occupazionale qualora il Tar dovesse accogliere il ricorso.
Mentre per il segretario confederale della Cgil Maurizio Landini, quella di Emiliano “è una scelta sbagliata”. “Questo non è il momento dei tribunali, c’è una trattativa in corso, è il momento della responsabilità”. “Oggi – ha proseguito Landini – è opportuno far ripartire gli investimenti e la copertura dei parchi minerari. È importante – ha proseguito – portare ArcelorMittal a utilizzare tutte le tecnologie migliori e le soluzioni possibili” per ambientalizzare l’Ilva.
Nel frattempo però arrivano notizie anche dall’Europa. Il commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager, durante la conferenza stampa che ha seguito l‘inaugurazione dell‘anno accademico dell‘università Bocconi, ha fatto sapere che l’Antitrust europea vuole arrivare a chiudere l‘esame relativo all‘acquisizione di Ilva da parte della cordata formata da Arcelor Mittal e Gruppo Marcegaglia prima della scadenza legale, a fine marzo. “Abbiamo aperto un‘indagine dettagliata che porteremo avanti ma vogliamo arrivare in anticipo rispetto alla scadenza legale” ha affermato Vestager, spiegando che l‘analisi dell‘Ue riguarda “alcune tematiche legate alla concorrenza”, in particolare “se nelle procedure ci sono degli aspetti che danneggiano gli attuali clienti che acquistano materiale e acciaio in Europa”.
“Dobbiamo essere veloci e se troveremo eventuali problematiche di concorrenza sarà l‘acquirente che dovrà occuparsene, quindi risolverle e fare chiarezza” ha concluso.
Da questo punto di vista il gruppo Marcegaglia ha già fatto sapere di essere pronto, nel caso in cui l’Antitrust imponesse il ritiro, a dare via libera a CDP e Intesa. “In caso di uscita del gruppo Marcegaglia da Am InvestCo siamo aperti sia a un incremento dell’attuale quota di Banca Intesa, sia all’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti. Per ArcelorMittal le due opzioni sono equivalenti”, ha dichiarato Aditya Mittal, ad di ArcelorMittal Europa e direttore finanziario del gruppo, a margine dell’ArcelorMittal Day di Parigi.

Ilva. Mittal rassicura, ma i sindacati non si fidano

ilvaSi riapre ancora la sfida targata Ilva dopo il no al tavolo al Mise di Calenda. Il braccio di ferro è ancora una volta tra l’azienda rilevata dalla cordata Am Invest Co e i sindacati sul piede di guerra per gli esuberi annunciati senza dimenticare il diritto alla salute che sembra finito in secondo piano nei piani del governo e dell’azienda.
“ArcelorMittal e governo abbiano ben chiaro che i lavoratori e il sindacato non permetteranno ulteriori rinvii in termini di garanzie ambientali, occupazionali e di diritto per il futuro, rifiutando logiche di possibili ‘scambi’ su modalità e tempistiche del risanamento ambientale legato alla salute dei lavoratori e della comunità tarantina e ionica”. Così si legge nel documento unitario del Consiglio di fabbrica dello stabilimento Ilva di Taranto. Inoltre il segretario generale della Fim-Cisl Marco Bentivogli ha affermato in un’intervista a Linkiesta: “Non è solo una questione di esuberi non accettiamo alcun licenziamento ma bisogna pensare anche al piano industriale che deciderà il destino dell’Ilva. Serve un piano di investimenti per il sito di Genova, e soprattutto per il rilancio di Taranto. In questi anni di commissariamento non è stato fatto alcun investimento nella manutenzione degli impianti tarantini, per cui si riparte da molto indietro”. E nonostante lo stop di ieri di Calenda i sindacati registrano il loro punto a favore grazie allo sciopero che ieri ha interessato soprattutto gli stabilimenti di Taranto e di Cornigliano.
“Procedura ex articolo 47 firmata da Governo. Calenda ha bloccato trattativa per successo scioperi”. È quanto si legge in un tweet sulla vertenza Ilva del segretario generale della Fiom, Francesca Re David.
Ma da parte dell’azienda si cerca di rassicurare sia i lavoratori che il Governo accusato dai sindacati di non aver fatto abbastanza per dare “un segnale di discontinuità con il passato”.
“La sfida di gestire Ilva non è facile, ma sono giovane e sono qui per rimanere a lungo termine”. Lo ha detto a Cernobbio Aditya Mittal, Cfo di ArcelorMittal, socio industriale all’85% del consorzio Am Invest Co che ha rilevato Ilva, spiegando che il suo gruppo “ha sofferto moltissimo negli ultimi anni dal punto di vista della produzione e ha sofferto la comunità per negligenze ambientali, noi vogliamo migliorare queste condizioni”. Mittal ha poi aggiunto: “Vogliamo trovare una soluzione insieme a Governo, Istituzioni locali e sindacati per un futuro sostenibile di Ilva”.
Insomma la partita sull’Ilva è ancora aperta e adesso la patata bollente è in mano ai sindacati che non solo dovranno trattare per scongiurare gli esuberi, ma dovranno far in modo da riuscire a mantenere i livelli retributivi.

PROPOSTA INDECENTE

ilva_operai_montecitorio_proteste_13Nessun impegno, nessun tavolo di trattative. Carlo Calenda mostra il pugno duro del Governo contro Am Invest Co, la cordata formata da ArcelorMittal e da Marcegaglia, e il suo piano che indica in quattromila il numero complessivo degli esuberi senza contare l’azzeramento delle attuali condizioni contrattuali e di inquadramento per quelli che restano. Il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha fatto così sapere che non ci sarà nessun tavolo al Mise: “Bisogna ripartire dall’accordo di luglio, dove si garantivano i livelli retributivi. Se non si riparte da quell’accordo la trattativa non va avanti”. “Abbiamo iniziato l’incontro con l’azienda comunicando che l’apertura del tavolo in questi termini è irricevibile, in particolare per gli impegni sugli stipendi e l’inquadramento, su cui c’era l’impegno dell’azienda”, prosegue il ministro, che poi insiste: “Non possiamo, come Governo, accettare alcun passo indietro su retribuzioni e scatti di anzianità acquisiti che facevano parte degli impegni”.
Una decisione che l’azienda non ha gradito. La delegazione dei vertici di ArcelorMittal “è rimasta sconcertata” dalla decisione del governo, ha fatto sapere una fonte vicina alla cordata Am InvestCo, sottolineando che la decisione è stata “del tutto inattesa”. La delegazione guidata dal Ceo della divisione europea Geert Van Poelvoorde e dal presidente e amministratore delegato di Am Invest Co Matthieu Jehl “si è presentata al Mise, in tutta buona fede, sperando di avviare una trattativa che possa però essere sostenibile da tutti i punti di vista, compreso quello economico”.
Teresa Bellanova, viceministro allo Sviluppo Economico, infatti sin dalla mattinata, aveva fatto presente che “la posizione del governo è che si parte dalla proposta che era stata fatta nel bando di gara. Si parlava di un costo di 50.000 euro medio a lavoratore e quindi rispetto alla proposta che è stata avanzata nella comunicazione alle organizzazioni sindacali, si parla di una cifra più alta”. Facendo così emergere il malcontento dell’Esecutivo, ma anche da altre parti la solidarietà verso gli operai dell’Acciaieria non è mancata: “Il governo sta al fianco delle preoccupazioni dei lavoratori”, aveva fatto sapere il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, a margine dell’inaugurazione della caserma dei carabinieri di Torriglia (Genova) a proposito della vertenza Ilva. Plaude alla decisione, Maurizio Landini che però ricorda: “Il problema non è solo garantire salari e diritti dei lavoratori dell’Ilva – ha spiegato – ma tutta l’occupazione dell’indotto. Bisogna entrare nel merito del piano industriale degli investimenti, perché pensare che esistano esuberi vuol dire ridurre la capacità produttiva dell’Ilva”. “Si sta discutendo del futuro industriale dell’Italia – ha concluso Landini – è evidente che la partita vada giocata con chiarezza: anche la presidenza del Consiglio deve fare la sua parte”.
Nel frattempo i lavoratori dopo l’annuncio del piano della cordata Am Invest Co hanno annunciato manifestazioni in tutto il Paese. La giornata è infatti iniziata in tutti gli stabilimenti Ilva con la mobilitazione dei lavoratori proclamata da Fim, Fiom, Uilm e Usb contro i tagli della forza lavoro annunciati da AM Invest Co Italy insieme alle nuove condizioni di inquadramento contrattuale dei dipendenti. Dai primi dati l’adesione a Taranto, Genova, Novi Ligure, è totale. Per lo sciopero, l’Ilva ha bloccato l’acciaieria 2, una delle due del polo siderurgico pugliese: le squadre che avrebbero dovuto assicurare il funzionamento dell’impianto e la sua sicurezza non si sono presentate al turno e lo stop è quindi stata una conseguenza obbligata. Mentre a Genova a fianco dei lavoratori Ilva anche i portuali, mentre arriva anche la solidarietà del tavolo della piccola impresa che riunisce artigiani e commercianti.
A fianco degli operai, le Regioni Puglia e Liguria, i Comuni di Taranto e Genova, gli arcivescovi delle due città. Marco Bentivogli della Fim Cisl commenta che gli operai “hanno ben compreso che le basi su cui si articola il piano industriale vanno radicalmente modificate: è possibile modificare il piano affinché si rilanci la produzione dell’acciaio, si salvaguardi l’ambiente e si escludano licenziamenti”. A indignare il sindacato non è solo il numero degli esuberi, ma soprattutto le condizioni che dovranno essere accettate dai lavoratori che passeranno alle dipendenze di Am Invest Co. Innanzitutto perderanno le garanzia dell’art.18 perché saranno riassunti con il contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act, inoltre non ci sarà alcuna “continuità rispetto al rapporto di lavoro” precedente “neanche in relazione al trattamento economico e all’anzianità”. Secondo i primi calcoli dei lavoratori, si rischia di perdere 6-7mila euro in busta paga anche se Am InvestCo dice a valutare “alcuni ulteriori elementi di natura retributiva riferibili ad elementi costituenti l’attuale retribuzione”.
Nel dettaglio, la nuova forza lavoro del siderurgico prevede 7.600 dipendenti a Taranto, 900 a Genova, 700 a Novi ligure, 160 a Milano, 240 in altri siti. Per un totale di 9.600 addetti che diventano 9.885 con i dipendenti delle controllate e 9.930 con i 45 dirigenti.

Ilva, si riapre il conflitto sulla gara. Operai in sciopero

sciopero ilvaGiornata decisiva per l’Ilva. Dopo il no dell’Avvocatura dello Stato a un rilancio che contemplasse soltanto il prezzo per l’acquisizione dell’Ilva, la cordata Acciaitalia guidata dal gruppo indiano Jindal ha presentato una nuova offerta su tutti e tre i capitoli previsti dal bando: piano industriale, piano ambientale e prezzo. Il ministro Calenda aveva infatti chiesto un parere all’avvocatura per riaprire la gara limitatamente all’offerta economica: Acciaitalia (Jindal, Arvedi, Cassa depositi e prestiti e Del Vecchio) nei giorni scorsi aveva annunciato la disponibilità a rilanciare di 600 milioni di euro l’offerta economica in modo da pareggiare quella di Am investCo. Nella nuova offerta – sostenuta da Jindal e Del Vecchio, a quanto apprende l’AdnKronos da fonti vicine al dossier, CDP e Arvedi possono rientrare nel caso in cui la gara non venisse aggiudicata definitivamente dal Mise ad Am Ivestco (la cordata che mette insieme Arcelor Mittal e Marcegaglia).
Tuttavia sembra che ormai le jeux le son fait e il vincitore sia la cordata costituita da ArcelorMittal e Marcegaglia con il supporto di Intesa Sanpaolo, sul piatto 1,8 miliardi, ma con un piano che ha fatto storcere il naso ai tecnici incaricati dai commissari di valutare le proposte e su cui dovrà pronunciarsi l’Antitrust europeo. In particolare sulla questione la Commissione Ue ha già sottolineato con la lettera del 24 aprile, che l’offerta ArcelorMittal è al momento non praticabile perché richiederebbe importanti “rimedi” in considerazione della posizione dominante detenuta dal gruppo franco-lussemburghese in Europa su numerosi mercati. Sarebbe quindi in ogni caso necessario affrontare un procedimento amministrativo molto lungo e complesso che non finirebbe se non all’inizio 2018 e che lascerebbe comunque a Mittal, come evidenziato dalla Commissione europea, la possibilità di sfilarsi dall’acquisizione in ogni momento in ragione delle criticità Antitrust. Ma il Mise sembra ormai puntare tutto su Mittal facendo sapere che “le procedure di gara non si cambiano in corsa o peggio ex post”, così come ha dichiarato il ministro Carlo Calenda che ha precisato in una nota: “A seguito delle indiscrezioni apparse sulla stampa e avendo ricevuto il parere richiesto in merito all’Avvocatura dello Stato si precisa quanto segue. Il procedimento per il trasferimento dei complessi industriali di Ilva, come anche confermato dall’Avvocatura dello Stato, non prevede e non consente una fase di rilancio delle sole offerte economiche presentate”.
Ma a preoccupare, oltre alla questione ambientale, è anche quella occupazionale, visti gli esuberi annunciati dal piano della cordata. I Sindacati non ci stanno a essere messi da parte in una questione così importante: i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm Marco Bentivogli, Maurizio Landini e Rocco Palombella hanno scritto al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e a Carlo Calenda chiedendo la convocazione di un incontro preventivo per “poter esplicitare le valutazioni sindacali su una vicenda strategica per il paese e per il mondo del lavoro, quale quella dell’Ilva”. I sindacati hanno intanto confermato le richieste a tutela dei lavoratori: in primis rispetto dell’accordo di programma firmato nel 2005, poi garanzie occupazionali per i dipendenti dello stabilimento del capoluogo ligure, sui cui aleggia lo spettro di migliaia di esuberi, 4800 per quanto riguarda Arcelor-Mittalmarcegaglia-Banca Intesa.
A Cornigliano le tute blu protestano contro gli almeno 5.000 esuberi previsti in seguito alla vendita ai privati e chiedono il rispetto dell’Accordo di programma del 2005, che tutelava i livelli occupazionali. Dopo il corteo si è tenuto un incontro tra i rappresentanti sindacali, il prefetto, il sindaco Marco Doria e il governatore Giovanni Toti.
“Chiediamo al governo di convocare urgentemente a Roma tutti i firmatari dell’accordo di programma per chiarire la situazione che per noi deve partire da questo accordo che è in vigore. C’è un passaggio di proprietà del gruppo Ilva, ci sono dei piani industriali che vogliamo vedere ma c’è anche un accordo di programma vigente”. Lo ha detto il sindaco di Genova, Marco Doria, al termine del corteo dei lavoratori dello stabilimento Ilva di Cornigliano contro gli esuberi annunciati dai nuovi acquirenti della società. La rabbia contro gli esuberi tocca da vicino Genova dove l’Ilva impiega circa 1.600 lavoratori. La protesta a Taranto è invece arrivata subito, qualche giorno fa il 70 per cento dei lavoratori dello stabilimento di Taranto in servizio durante il primo turno ha aderito allo sciopero di 4 ore indetto dai sindacati dei metalmeccanici di Ilva e dell’indotto dopo l’annuncio, nei giorni scorsi, di 5-6mila esuberi nei piani industriali delle due cordate candidate a rilevare l’Ilva
Mentre dalla Puglia il governatore Emiliano protesta ancora una volta contro il Governo.
“È chiaro, hanno paura che un industriale innovativo, che ha cura dell’ambiente, che ha presentato un piano di decarbonizzazione rilevante, che mantiene alti i livelli di occupazione, scompagini le lobby del carbone che probabilmente temono che una riconversione produttiva dell’Ilva scardini questo assurdo monopolio di una sostanza dannosa che viene utilizzata in maniera impropria. Mi auguro che questo disegno salti”, ha detto il governatore pugliese, Michele Emiliano, rispondendo ai giornalisti che oggi a Bari gli hanno chiesto cosa pensasse della chiusura del governo a un rilancio della Jindal per l’acquisto dell’Ilva di Taranto che dovrebbe invece aggiudicarsi la cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia. “Dal punto di vista giuridico – ha proseguito – noi pensiamo invece che un rilancio sia possibile e che negarlo determinerebbe un grande conflitto giuridico, le cui conseguenze potrebbero essere molto dannose per l’Ilva e la prosecuzione dell’attività produttiva”.

IL PREZZO DELL’ILVA

ilva operaiNon solo mancanza di sicurezza per gli operai, più volte denunciata dai sindacati, non solo l’impatto ambientale che continua a mettere a rischio i cittadini che vivono vicino al colosso siderurgico, ma adesso anche la beffa dei licenziamenti che passano dai 2.400 annunciati ieri ai 6.400 di oggi dopo il vertice al Mise tra sindacati e il ministro Carlo Calenda. I rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm sono usciti dall’incontro al ministero decisamente delusi e hanno avvertito che non accetteranno tagli al personale così consistenti. Le due proposte di acquisizione di Ilva infatti prevedono esuberi e in particolare quella guidata da ArcelorMittal-Marcegaglia ne stima fino a 5.800 fino al 2023, mentre la cordata concorrente AcciaItalia prevede di portare i 14.200 dipendenti del gruppo a 7.800 nel 2018 per poi risalire prima a 9.800 nel 2023 e poi a 10.800 nel 2024, con un numero massimo di esuberi pari a 6.400 unità. A renderlo noto i sindacati al termine dell’incontro con i commissari e il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Nel dettaglio la proposta della cordata vincente di AcelorMittal-Marcegaglia (Am Investco Italy) prevede di portare i 14.200 dipendenti del gruppo a 9.400 nel 2018 per poi arrivare a 8.400 nel 2023. I sindacati torneranno quindi al ministero dello Sviluppo economico giovedì mattina, alle 10, per confrontarsi ancora con il governo e i commissari dell’Ilva. Lo hanno riferito i rappresentanti delle organizzazioni sindacali lasciando il ministero dopo l’incontro tenuto al dicastero di via Veneto per l’esame delle proposte di acquisto del gruppo siderurgico.
“Non è accettabile che ci sia una riduzione dell’occupazione di questa natura – ha dichiarato il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini – l’incontro è stato deludente, non abbiamo capito i motivi per cui è stata scelta una proposta rispetto all’altra. Un prezzo occupazionale così alto non è possibile da pagare”. Landini ha spiegato che l’accordo con i sindacati è vincolante: “Non è divertente dire che ci deve essere un accordo perché non si può scaricare su lavoratori e sindacati, è uno scherzetto usato in altre trattative che non funziona e non accetteremo”. Landini ha anche contestato la riduzione del costo di lavoro medio, pari a 50mila euro per la proposta indicata dai commissari e 42mila euro dalla joint venture concorrente.
“Non sono proponibili migliaia di esuberi – ha affermato il segretario generale della Uil, Rocco Palombella – dei 5.800 tagli previsti da Am Investco Italy la parte più rilevante sarebbe a Taranto. Faremo cambiare il piano”. Prima dell’incontro Palombella aveva avvertito: “Siamo qui per conoscere nel merito i piani industriali e ambientali per l’Ilva e vogliamo mettere fine alle voci circolate sugli esuberi”, aggiungendo: “Se annunceranno esuberi non avranno lo stabilimento, non li faremo neanche entrare”.
“Partiamo male – ha affermato il segretario generale della Fim, Marco Bentivogli – il prezzo per il lavoratori è troppo alto. C’è un problema anche sul costo medio salariale. Il governo ha spiegato che l’accordo con i sindacati è vincolante ma dopo l’aggiudicazione. Per noi questi tagli sono inaccettabili e chiediamo dia vere più dettagli sugli investimenti nel ciclo produttivo. Anche la riduzione di personale prevista dalla proposta di AcciaItalia è da respingere: una ripresa dell’occupazione si avrebbe nel 2023, ma sei anni sono tantissimi e pensare di ripartire con 6.400 lavoratori in meno non è immaginabile”. Rispondendo ad una domanda dei giornalisti, Bentivogli ha spiegato che in questa fase la normativa non prevede rilanci di questo tema non si è parlato al tavolo.
Nel frattempo riprende oggi e domani in Corte d’Assise a Taranto il processo “Ambiente Svenduto” che riguarda il reato di disastro ambientale contestato agli ex vertici dell’Ilva (gruppo Riva), più altri reati di cui sono accusati dirigenti ed ex dirigenti del siderurgico di Taranto, amministratori ed ex amministratori pubblici, funzionari ed ex funzionari pubblici. L’andamento del processo, tra rito abbreviato per alcuni imputati e ammissione al patteggiamento per due società, Ilva e Riva Forni Elettrici, alla fine ha ridotto a 44 gli imputati, di cui 43 persone fisiche ed una sola società, l’ex Riva Fire, per la quale la richiesta di patteggiamento e’ stata respinta e quindi l’ex capogruppo Ilva rimane nel processo di Taranto.
Nell’udienza di oggi proseguirà il dibattimento con l’ascolto di altre parti lese che si sono costituite in giudizio. Tra queste, i mitilicoltori di Taranto che, a causa dell’inquinamento del Mar Piccolo di Taranto, hanno subito danni agli “allevamenti” delle cozze e degli altri prodotti ittici. Sono circa un migliaio le parti civili ammesse nel processo tra militicoltori, agricoltori, allevatori, famiglie di operai Ilva, cittadini residenti nel rione Tamburi ma anche Comune e Provincia di Taranto, Regione Puglia, ministeri dell’Ambiente e della Salute. Nelle udienze precedenti è stato ascoltato Vincenzo Fornaro, ex allevatore, al quale, a causa della diossina dell’Ilva, anni fa furono abbattuti circa 600 capi di bestiame che lo stesso Fornaro allevava in una masseria non distante dall’Ilva.

Scala mobile. Il sindacato trent’anni dopo

Enrico Berlinguer alla manifestazione del 24 marzo 1984 contro la scala mobile, organizzata dal PCI

Enrico Berlinguer alla manifestazione del 24 marzo 1984 contro la scala mobile, organizzata dal PCI

“Questo non è, e non vuole essere un convegno celebrativo”, così Luigi Covatta,direttore di Mondoperaio, ha aperto i lavori al Cnel del convegno intitolato “Il sindacato ieri e domani. A trenta anni dal referndum sulla scala mobile”. Sono passati trent’anni da quando gli italiani dissero no al referendum abrogativo sul decreto di San Valentino dando così fiducia al Governo Craxi, che fece quel decreto per combattere il galoppante aumento dei prezzi che viaggiava su percentuali a due cifre. La consequenza fu la prima crepa nel mondo sindacale, in quanto da allora si allargarono le divergenze delle varie sigle sindacali. L’effetto di quel referendum fu storico, non solo ci fu la fine dell’unità sindacale (il ”decreto di San Valentino”, fu emanato con l’accordo solo di Cisl e Uil), ma allora “si suggellò il definitivo superamento sia dell’egemonia della politica sul sociale, sia dei residui condizionamenti del partito sul sindacato e sia, conseguentemente, della reciproca autonomia nei rapporti tra Governo, opposizione e parti sociali”. Ha ricordato, Raffaele Morese, sindacalista, nella sua relazione introduttiva. “Una fase nuova si apriva nello scenario delle relazioni tra i vari protagonisti della politica e del sociale, anche perché – contemporaneamente – perdeva vigore ogni velleità pansindacale (il “salario, variabile indipendente”) che pure aveva caratterizzato un bel pezzo del periodo precedente quell’evento”, ha sostenuto Morese. Il sindacalista si è poi interrogato sul senso di rievocare quegli eventi, ricordando che “quell’evento non fu provocato da banali interessi e spicciole convenienze ma da scelte valoriali che anche nella nuova situazione mantengono intatto il loro influsso e la loro incidenza. Allora come oggi – ricorda Morese – la solidarietà emergeva come collante non effimero e predicatorio di una società impaurita dagli eventi, a disagio di fronte al futuro, incollerita per le disuguaglianze montanti e per una morale politica degenerata”. Sul decisionismo del Governo attuale Morese ha poi precisato che “i corpi intermedi della società e le organizzazioni di rappresentanza, in particolare, non possono essere considerati da nessuno come un intralcio, un fastidio, un’ inutilità da parte delle istituzioni o dei partiti. Si può non essere d’accordo con le loro scelte, ma non si possono considerare degli ectoplasmi di una società. Specie quando la questione centrale di una società come la nostra è il lavoro, il suo futuro, la sua capacità di far realizzare le persone, la sua ragione di sempre: la dignità”. Numerosi poi gli interventi che si sono succeduti di personaggi di spicco del mondo sindacale: Giorgio Benvenuto, Pierre Carniti, Giuseppe De Rita, Ivan Lo Bello, Stefano Mantegazza, Tommaso Nannicini, Maria Grazia Gabrielli, Carlo Callieri, Bruno Manghi, Giacinto Militello e Carlo Callieri.
Luciano Pero ha voluto ricordare quanto siano cambiati in questi anni “i modi di lavorare e il lavoro stesso” portando a esempio numerosi settori in crisi contro i molti in continua espansione e individuando in quelli in crescita e nell’intermediazione del contributo intelligente dei lavoratori il nuovo ruolo dei sindacati. Numerose le rievocazioni, ma su tutte ha prevalso la buona occasione che ha il nostro Paese di poter ripartire investendo sul lavoro. Molto critica la posizione del giovane sindacalista Cisl, Marco Bentivogli, che ha messo sul piano della bilancia il problema di poter e dover rappresentare dei giovani lavoratori che non hanno alcune garanzie contrattuali e soprattutto è stato critico verso “una parte del sindacato che molto spesso sciopera contro gli stessi accordi che ha sottoscritto precedentemente”.
Infine il convegno si è concluso con le relazioni finali di Carmelo Barbagallo e di Susanna Camusso. Il segretario della Cgil, Camusso, ha voluto precisare riguardo il ricordo evocativo di quegli anni che “è importante la memoria e non l’imitazione”. Riguardo il lavoro e le problematiche a esso connesse, l’errore del sindacato è stato quello di affidarsi a una “legislazione che non ha risolto nulla”. Inoltre “si continua a evocare il problema dell’inflazione a due cifre e alla crisi che può portare dimenticando invece che il vero problema è la disoccupazione” ed è quello il lavoro del sindacato. Infine la crisi che si registra nel sindacato è la mancanza di “un pensiero lungo sui problemi”, ovvero “una discussione che duri più di tre giorni” su quelle che sono le questioni del mondo lavorativo attuale.

Maria Teresa Olivieri