Saviano. Il precedente Biagi sulla revoca della scorta

Marco-BiagiNon ha freno la polemica innescata dall’annuncio della revoca della scorta allo scrittore Saviano. Una questione che è diventata ormai tutta ‘politica’, tanto che la Lega a Torino vuole togliere anche la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano. A portare avanti la questione è il capogruppo del Carroccio in Sala Rossa, Fabrizio Ricca, che aveva già provato a chiedere la revoca nel 2014.
Sedici anni fa moriva il Professore Marco Biagi, socialista, giuslavorista e consulente del Ministro del Welfare Roberto Maroni per l’elaborazione delle riforma del mercato del lavoro.
Il precedente è da mettere in risalto in quanto anche al giuslavorista venne revocata la scorta, nonostante Marco Biagi aveva più volte fatto sapere di sentirsi in pericolo, ma non fu protetto dalle istituzioni a cui aveva chiesto (invano) aiuto. La scorta al giuslavorista, coautore tra l’altro del contestato Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, fu tolta definitivamente in seguito a una circolare del ministro Scajola del 15 settembre 2001, che dava seguito a una riorganizzazione e riduzione generale di questo tipo di tutela in tutta Italia. Biagi, che riceveva continue minacce, anche telefoniche, per il suo contributo alla riforma della legislazione sul lavoro, chiese ripetutamente che la protezione fosse mantenuta, e per lui si mossero diverse personalità, compreso l’allora ministro del Welfare Roberto Maroni. Senza risultati, però: la scorta restò revocata e il docente venne assassinato dalle Nuove Brigate Rosse il 19 marzo 2003, mentre rincasava in bicicletta, sotto la sua abitazione di via Valdonica. Non solo l’allora ministro degli Interni non si assunse la responsabilità di quanto accaduto ma del giuslavorista morto disse: “Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”. Una frase che non gli venne perdonata dall’opinione pubblica e che portò alle sue dimissioni. Il suo “esilio” dalla vita politica, comunque, durò pochissimo: Scajola venne presto ‘riabilitato’ da Silvio Berlusconi, che gli affidò la guida organizzativa di Forza Italia sino al 31 luglio del 2003, quando Scajola tornò nel governo come ministro per l’Attuazione del Programma.
Tornando a Saviano, lo scrittore ha risposto al ministro degli Interni Matteo Salvini con un video sulla sua pagina Facebook.
“Le parole pesano, e le parole del Ministro della Malavita, eletto a Rosarno (in Calabria) con i voti di chi muore per ‘ndrangheta, sono parole da mafioso. Le mafie minacciano. Salvini minaccia. Il 17 marzo, subito dopo le elezioni, Matteo Salvini ha tenuto un comizio a Rosarno. Seduti, tra le prime file, c’erano uomini della cosca Bellocco e persone imparentate con i Pesce. E Salvini cosa fa? Dice questo: ‘Per cosa è conosciuta Rosarno? Per la baraccopoli’. Perché il problema di Rosarno è la baraccopoli e non la ‘ndrangheta. Matteo Salvini è alla costante ricerca di un diversivo e attacca i migranti, i Rom e poi me perché è a capo di un partito di ladri: quasi 50 milioni di euro di rimborsi elettorali rubati”, è quanto afferma Roberto Saviano.

Salvini: “Chi di dovere valuterà sulla scorta a Saviano”

saviano salvini

Saviano può essere simpatico o antipatico. Lo si può apprezzare o meno. Si possono avere idee opposte alle sue. Ma non si può indiscriminatamente decidere se togliere o lasciare la scorta a una persona costantemente sotto minaccia, in virtù di un vezzo. Quasi come se fosse un dispetto o una ripicca. Saviano aveva preso posizione sulle politiche sui migranti proponendo provocatoriamente di silenziare le esternazioni di Salvini. Non ci è andato leggero e una replica era quasi obbligatoria. Saviano evidentemente se la aspettava. E il ministro-premier non si è fatto sfuggire l’occasione per andare in tv e aprire bocca per lanciare i proprio strali. Un nuovo nemico, una nuova polemica. Pane per i suoi denti. E subito arriva l’affondo. Ma arriva anche la minaccia. Quella più temibile per una persona che vive sotto scorta. Sulla scorta a Roberto Saviano “saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”, ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini ad Agorà su Rai Tre.

Non si sono fatte attendere le reazioni: “Dobbiamo – è il commento di Pietro Grasso – scegliere da che parte stare: se con Saviano o con Salvini. Salvini è il ministro dell’Interno e, proprio in quel ministero, si decide chi deve essere protetto dallo Stato. Con le frasi di stamattina vuol far capire a Saviano di non criticarlo, di stare zitto, altrimenti può intervenire per lasciarlo senza protezione contro la camorra, che lo vuole morto da anni per le sue inchieste e per il suo essere diventato un simbolo della lotta alle mafie. Allo stesso tempo sta facendo passare l’idea che avere la scorta sia un privilegio e un costo, non una necessità che limita la libertà di chi è sotto protezione. La libertà di un giornalista di fare inchieste contro le mafie vale tutti i soldi che spendiamo per garantirgli di fare il suo lavoro. Non vogliamo altri Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Francese, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano”.

Se Salvini vuole risparmiare, è il parere del capogruppo dem Graziano Delrio la “tolga a me la scorta ma la lasci a Saviano”. “Le scorte non si assegnano né si tolgono in tv” reagisce l’ex titolare del Viminale Marco Minniti: “I dispositivi di sicurezza per la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio seguono procedure rigorose e trasparenti che coinvolgono vari livelli istituzionali”. Le scorte dunque non sono discrezionali. Non dipendono cioè dalle simpatie o antipatie dell’organo politico. Vengono decise dall’Ucis (l’Ufficio centrale interforze per la Sicurezza personale istituito dopo l’omicidio Biagi) che è sì un’articolazione del Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, ma è collegiale e vincolato a criteri precisi. Non sono duque nella dicrezione del titolare del Viminale.

Sorge allora il sospetto che l’avvertimento di Salvini sia la risposta alla dura presa di posizione di Saviano nei confronti delle sue politiche sui migranti e sul censimento dei rom. Politiche dichiaratamente di destra. Non a caso l’ultima esternazione del leader leghista viene subito rilanciata da Forza Nuova: “Pagargli una scorta e un compenso Rai per diffondere bufale politicamente corrette da un attico di New York è davvero troppo”, twitta Roberto Fiore, segretario della formazione neofascista.

Biagi. Pisani, scritte vergognose, Modena le cancelli

bici_biagi-11“Vergognose e ripugnanti le scritte di oggi sui muri della facoltà di Economia a Modena. A sedici anni dall’assassinio, ricordare Marco Biagi non è un mero rituale ma un atto dovuto. Solidarietà mia e del PSI alla famiglia. L’Università e il Comune di Modena le cancellino subito”, lo afferma Maria Cristina Pisani, portavoce del Partito Socialista. In occasione del sedicesimo anniversario dell’uccisione da parte delle nuove Brigate rosse del giuslavorista Marco Biagi sui muri della facoltà di economia di Modena, sono comparse scritte ingiuriose, proprio lì, dove Biagi insegnava e dove sono in programma iniziative per ricordarlo. “La comunità accademica di Unimore è profondamente turbata per le ingiuriose scritte comparse stamane sui muri del Foro Boario, che offendevano la memoria del professor Marco Biagi”, dice il rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia Angelo Andrisano rivolgendosi, a nome suo e dell’intero Ateneo, alla vedova Biagi, ai figli e ad a tutti i famigliari del giuslavorista per esprimere “la nostra ferma condanna per un episodio che si iscrive in un clima di odio che da sempre accompagna in alcune frange, fortunatamente marginali, della società il ricordo di un intellettuale che ha servito con generosità lo Stato e che si è speso per l’inclusione dei giovani nel mondo del lavoro”.
A margine del ricordo del padre nell’anniversario del suo omicidio, Lorenzo Biagi ha commentato le parole dell’ex Br Barbara Balzerani che aveva detto che quello della vittima era diventato “un mestiere”. “Il monopolio della parola non lo vogliamo avere noi vittime – ha detto il figlio del giuslavorista ucciso nel 2002 – ma non lo dovrebbero avere di certo loro che sono solamente degli assassini e dovrebbero tacere e basta”. “Provo un grande disgusto nei confronti di questa frase anche perché offende noi vittime e tutte le persone che hanno sofferto”, dice il figlio del Professor Biagi. “Io, ad esempio, come figlio di Marco Biagi e come vittima penso che ci dovrebbe essere più rispetto nei confronti di noi vittime perché una farse del genere credo che sia completamente irrispettosa nei nostri confronti”.
Ma le accuse di Lorenzo Biagi sono anche rivolte allo Stato, colpevole di non aver protetto il padre. “Lo Stato ha abbandonato mio padre. Mio padre aveva una scorta fino a pochi mesi prima di essere ucciso, fino al novembre del 2001. Per cui penso che il fatto che gli sia stata tolta senza motivo o comunque con una grande sottovalutazione del pericolo sia una cosa molto grave”. A sedici anni dalla scomparsa di Biagi, fa ancora discutere la mancata scorta al giuslavorista ucciso a Bologna dalla Nuove Br. “Spero – ha aggiunto Lorenzo a margine del ricordo del padre a pochi metri dal luogo dell’omicida – che questo non capiti più ad altre persone o altre figure come lui”.

Scontro nella Lega. Maroni a Salvini: io Lenin tu Stalin

Salvini-Maroni-675È scontro tra Matteo Salvini e Roberto Maroni. A tre giorni dalla rinuncia a correre per un secondo mandato per Palazzo Lombardia, il governatore sembra non aver affatto gradito la reazione pubblica del segretario leghista che, all’indomani del suo passo indietro, aveva chiarito che se “uno rinuncia alla Regione non potrà fare altro”. In una lunga intervista al ‘Foglio’, Maroni si toglie qualche sassolino dalla scarpa e attacca il ‘capitano’ leghista accusandolo di “metodi stalinisti”. “Non rispondo a insulti – replica Salvini su Facebook -: le polemiche le lascio ad altri”. “Io sono una persona leale. Sosterrò il segretario del mio partito. Lo sosterrò come candidato premier. Ma, da leninista, non posso sopportare di essere trattato con metodi stalinisti e di diventare un bersaglio mediatico solo perché a detta di qualcuno potrei essere un rischio”, si sfoga Maroni.

“Consiglierei al mio segretario non solo di ricordare che fine ha fatto Stalin e che fine ha fatto Lenin ma anche di rileggersi un vecchio testo di Lenin. Ricordate? L’estremismo è la malattia infantile del comunismo. Se solo volessimo aggiornarlo ai nostri giorni dovremmo dire che l’estremismo è la malattia infantile della politica”, attacca. Nella lunga intervista, Maroni non manca di sottolineare le differenze di orientamento politico che lo separano dal suo ex delfino. Le distanze politiche da Salvini sono “uno dei tanti motivi che mi hanno spinto a ragionare su un futuro diverso, lontano da un modo di fare politica, che capisco ma che, le dico la verità, proprio non mi appartiene”.

Per esempio, l’ex ministro del Welfare – promotore ai tempi del libro bianco di Marco Biagi – ‘salva’ il Jobs act renziano. “Io penso che la riforma del lavoro migliore che la politica dovrebbe portare avanti è quella di migliorare la flessibilità prevista dal Jobs Act con alcuni correttivi che erano già contenuti nella legge Biagi, che conteneva un giusto equilibrio tra apertura del mercato e protezione del lavoro”, afferma. “Purtroppo – aggiunge – tutto questo non si può dire perché in campagna elettorale, e vale anche per questa campagna elettorale, da una parte e dall’altra ci sono spesso valutazioni su questi temi che prescindono dal merito, frutto di perversi atteggiamenti ideologici in base ai quali tutto quello che è stato fatto prima di noi deve essere cancellato. Questa non è politica, è propaganda”. “Purtroppo bisogna essere sinceri e dire che la campagna ricca di propaganda è causata anche da una legge elettorale che costringe in un modo o in un altro a essere tutti gli uni contro gli altri: per ottenere un voto in più di un altro partito viene quasi naturale parlare più alla pancia che alla testa. E proprio per questo, ma spero di sbagliarmi, mi sembra di essere tornati al 1994”, conclude Maroni. Malgrado vi fossero voci da mesi, nel partito, la decisione di Maroni ha spiazzato un po’ tutti. E sono insistenti – alimentate anche dalle ricostruzioni di stampa – le letture ‘maliziose’ sul suo gesto: ovvero che sarebbe una mossa anti-Salvini, in accordo con Silvio Berlusconi, per prenotare un’eventuale posto a Palazzo Chigi, anche nell’ipotesi di un governo di larghe intese, nel caso il centrodestra non ottenesse la maggioranza alle politiche.

“La Lega di Salvini è questa. Prendere o lasciare. Come era la Lega di Bossi. C’è spazio per Maroni

così come per tutti. L’importante è rispettare le regole”, è l’avvertimento del capogruppo al Senato, Gian Marco Centinaio. Mentre Salvini non perde occasione pubblica per ribadire che il centrodestra sarà vincente, la Lega si affermerà come primo partito della coalizione e lui si sente “pronto” per governare.

Redazione Avanti!

Voucher addio. Poletti: “Lavoriamo per una soluzione”

Ministero del Lavoro - Il ministro Poletti incontra i sindacatiIl decreto che dice basta ai voucher passa al Senato con 140 sì, 49 no e 31 astenuti. E diventa legge. Senza che il governo abbia chiesto il voto di fiducia né a Palazzo Madama, né alla Camera dove era stato approvato il 6 aprile scorso con 232 voti a favore, 52 contrari, 68 astensioni. Adesso la Corte di Cassazione deve valutare l’esito della legge che abolisce i voucher, stabilendo quel che sarà del referendum che è stato indetto. Al governo invece il compito di trovare la soluzione più adeguata per colmare il vuoto lasciato dalla cancellazione di questo strumento. “Noi – ha detto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti – come ampiamente detto dal presidente del Consiglio, lavoriamo ad una soluzione che, guardando alla diversa condizione delle famiglie e delle imprese, affronti il tema del lavoro occasionale”. Ma Poletti non si sbilancia sui tempi e alla domanda se il nodo sulle prestazioni occasionali sarà risolto prima dell’estate, Poletti risponde che “su questo non ci sono altre anticipazioni”.

La leader della Cgil Susanna Camusso, che aveva organizzato un presidio al Pantheon in attesa del risultato, parla di “risultato importante, frutto della mobilitazione” del sindacato che però “non ferma l’iniziativa per riscrivere il diritto del lavoro”. La battaglia, infatti, “continua per la “Carta dei diritti universali del lavoro””. Ora “l’ultima parola spetterà alla Cassazione – precisa Camusso – ma immaginiamo che non ci sarà più il referendum”. Quindi osserva: “Senza buoni-lavoro venduti in tabaccheria sarà comunque un Paese migliore…”.

Di parere opposto i senatori del centrodestra che, nell’Aula di Palazzo Madama, difendono sino all’ultimo lo “strumento” che venne introdotto 14 anni fa in Italia con il governo Berlusconi. Tutte le opposizioni concordano nel puntare il dito contro il Pd che avrebbe voluto il decreto “solo per paura”, “per sventare il referendum messo in campo dalla Cgil che avrebbero perso”. Tra i più espliciti Roberto Fico (M5S): “Hanno tanta paura di perdere il referendum sul lavoro che hanno ritirato i voucher…”.

I Dem però si difendono ribadendo che la cancellazione di voucher si è resa necessaria per gli “abusi” che ci sono stati e non certo per il timore della consultazione referendaria. In molti, a cominciare da Mdp con Carlo Pegorer, plaudono l’iniziativa ma chiedono di ripensare ora “un quadro normativo” per garantire comunque “la legalita’ alle prestazioni lavorative occasionali”. Con alcuni, come Stefano Lepri del Pd, che suggeriscono soluzioni sul genere dei “mini jobs” tedeschi o degli cheques francesi. Anche se nel mondo del lavoro prevale lo scetticismo. Il governo, commenta in una nota la Confederazione nazionale Artigiani, “aveva promesso pubblicamente di sostituire i voucher con uno strumento equivalente, sentite le parti sociali. Ma per ora di questo impegno non c’è traccia…”. La cancellazione dei buoni lavoro, rincara la dose il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo, “fa perdere opportunità di lavoro a 50mila giovani studenti, pensionati e cassa integrati impiegati nelle attività stagionali in campagna dove con l’arrivo della primavera sono iniziati i lavori”. E al momento non si vedono alternative. Eppure, incalza la relatrice Annamaria Parente, la loro “abrogazione si era resa necessaria per evitare gli abusi che avevano portato il numero dei buoni-lavoro, nel 2016, a 134 milioni, senza che i governi del Pd ne fossero responsabili”.

LA CONTROFFERTA

pd-si-referendum-ettore-rosato-civitanova-5Il Governo cerca di giocare d’anticipo sui due referendum abrogativi su appalti e voucher che si terranno il prossimo 28 maggio. Dopo aver annunciato la data ieri, oggi il Pd è già a lavoro per trovare una soluzione che eviti il campo ‘minato’ delle urne e ne sta discutendo in una riunione convocata per oggi. Il lavoro di coordinamento nella maggioranza è affidato al capogruppo dem Ettore Rosato con l’obiettivo di approvare il testo domani in commissione e trasformarlo in un decreto da approvare già venerdì in consiglio dei ministri. La tabella di marcia dovrebbe procedere celermente: entro oggi i dem in commissione presenteranno emendamenti che recepiscono le nuove indicazioni del governo; il testo poi modificato sarà fatto proprio dal governo e poi la parola passera alla Camera e al Senato per la conversione. A quel punto la Commissione potrebbe annullare il referendum perché, di fatto, ne cadrebbe la sua motivazione.

Per il segretario del Psi Riccardo Nencini i “voucher sono da regolamentare e non da eliminare. Famiglie, imprese a zero dipendenti, lavoretti stagionali. Se li togli per tutti, non aiuti il lavoro”.

Per il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, è ancora possibile evitare il referendum sui voucher: “Naturalmente la possibilità esiste – spiega – ma non dipende assolutamente da noi. Sarà la Corte a decidere se di fronte a una soluzione legislativa, questa sarà adatta a evitare la consultazione. Già oggi – annuncia – adotteremo un testo che non è solo una riverniciatura. Si torna a definire i voucher come destinati solo a ‘lavori occasionali’ cioè lavoretti. È un abbattimento secco di quello che può essere l’abuso. Non è un maquillage legislativo, incide nel profondo”.
In realtà le possibilità sono due: restringere la validità solo alle famiglie o arrivare all’abolizione totale con l’obiettivo di affrontare nuovamente il tema di uno strumento flessibile per l’occupazione in un momento più favorevole, sicuramente dopo le amministrative. Lo stesso Rosato ha avanzato questa proposta in una riunione del Pd. Per quel che riguarda la responsabilità negli appalti, ci sarebbe la possibilità di recepire totalmente il testo del referendum promosso dalla Cgil. In questo ultimo caso, di abolizione dei voucher e di recepimento del quesito referendario sugli appalti, il referendum sarebbe completamente superato. Per quel che riguarda tempi e forme dell’intervento, l’obiettivo sarebbe quello di approvare un testo già domani in commissione alla Camera. Testo che il governo potrebbe recepire venerdì prossimo in Cdm.
Sui voucher “noi abbiamo detto un cosa precisa: siamo disponibili a ragionare della loro permanenza se questa riguarda solo le famiglie, se non sostituisce lavoro e non riguarda le imprese e la Pa. Quando ci sarà un’ipotesi vedremo se questa corrisponde” al quesito referendario. Così ha risposto il segretario generale della
Cgil, Susanna Camusso, rispetto alla modifica dei voucher e alla possibilità che il governo ricorra ad un decreto legge. Comunque, ha aggiunto, “il referendum è superabile a fronte di una legge già approvata. Il giudizio si dà alla fine”.
Il referendum presentato infatti dalla Cgil propone di cancellare del tutto i buoni lavoro istituiti dalla legge Biagi nel 2003. Erano stati creati per retribuire i lavoretti occasionali (come pulizie, ripetizioni scolastiche, giardinaggio) svolti da casalinghe, studenti e pensionati (fino a un massimo di 5mila euro di compensi all’anno) ma sono stati via via liberalizzati nel corso degli anni e dalla legge è stata eliminata la dizione «di natura meramente occasionale». Attualmente possono essere usati per remunerare qualsiasi attività entro un tetto di 7mila euro l’anno per lavoratore. Il secondo quesito praticamente chiede che ci sia una uguale responsabilità (responsabilità solidale) tra appaltatore e appaltante nei confronti di tutto ciò che succede nei rapporti di lavoro. Si richiede invece l’abrogazione di parte dell’art. 29 della Legge Biagi.
A controbattere alla leader della Cgil, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che non si è detto d’accordo all’ipotesi avanzata dalla Camusso a limitare l’uso dei voucher alle sole famiglie, anzi per Boeri significa di fatto cancellare questo istituto. “Penso – ha detto Boeri a margine di una iniziativa al Senato per ricordare la figura di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle brigate Rosse – che il dibattito si debba concentrare sui numeri. Per esempio leggo che si vuole restringere l’uso dei voucher alle sole famiglie. È opportuno essere consapevoli che oggi solo il 3% dei voucher viene utilizzato direttamente dalle famiglie. Essendo poi che i voucher sono lo 0,40% del lavorato in Italia, se noi circoscrivessimo l’uso dei voucher alle sole famiglie si ridurrebbe l’incidenza dei voucher sulle ore lavorate dello 0,001%. Di fatto vuol dire cancellare questo istituto e bisogna essere consapevoli di questo”. Boeri ha ricordato che se questa sarà la scelta del Governo “vuol dire che i voucher, di fatto, non esistono più. Ci sarebbe un arretramento anche rispetto a quando sono stati introdotti (con la Legge Biagi, ndr)”. Boeri vede comunque anche un altro rischio: l’abolizione dei voucher potrebbe far ritornare quel lavoro nero emerso proprio grazie a questo istituto. “C’è un rischio di questo tipo – ha detto – anche se abbiamo studiato il fatto che i voucher sembrano aver dato un contributo relativo e molto limitato all’emersione del lavoro nero. Probabilmente bisognerà trovare un altro strumento. Sto dicendo: guardate che se fate questo cancellate i voucher. Allora tanto varrebbe cancellarli del tutto. È evidente che c’è stato un abuso – ha concluso – però ci sono tanti modi per tenerli sotto controllo. Ci siamo anche candidati a fare noi i controlli perché abbiamo i dati. Ma ribadisco che le proposte che leggo vogliono dire cancellare i voucher”.
Sempre a margine del convegno su Marco Biagi è intervenuto anche Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil: “Bisogna drasticamente limitare l’uso dei voucher. Bisogna tornare alla legge Biagi. Abbiamo chiesto al governo di confrontarci prima dell’ultimo atto. Se non si trova l’accordo, per colpa del governo o del Parlamento, noi siamo per abolire i voucher” e quindi per votare sì al referendum promosso dalla Cgil.
Nel frattempo, mentre il Pd cerca una soluzione, l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, cerca di mettere le mani avanti e punta il dito contro l’ex minoranza dem, “diciamoci la verità, i voucher non sono stati una mia invenzione, non c’entrano niente col Jobs Act”, afferma Renzi: “Sono stati un’invenzione dei precedenti governi di centrosinistra sostenuti da quelli che ora vorrebbero cancellare i buoni”. Bersani, D’Alema e i loro seguaci.

POTEVA SALVARSI

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“La prescrizione consentirà agli indagati di non confrontarsi con la giustizia e con la realtà dei fatti. Mi limito a fare mia la considerazione della famiglia Biagi: per citare Carl Gustav Jung, agli stessi soggetti coinvolti resta il doloroso e sofferente confrontarsi con le proprie coscienze”. Con queste parole il legale Guido Magnisi – che ha assistito la famiglia Biagi – ha accolto la sentenza che ha archiviato la cosiddetta inchiesta bis, aperta la primavera scorsa dal pubblico ministero, Antonello Gustapane. Si conclude dunque nel nulla – per prescrizione – il procedimento contro Claudio Scajola e Giovanni De Gennaro (all’epoca dei fatti rispettivamente ministro dell’Interno e capo della polizia, ndr) indagati a Bologna per cooperazione colposa in omicidio colposo in relazione alla mancata concessione della scorta a Marco Biagi, il giuslavorista e professore, assassinato sotto casa nel capoluogo emiliano da un commando di terroristi appartenenti alle Nuove Brigate Rosse, il 19 marzo del 2002. Secondo l’accusa, alcuni allarmi – più volte ripetuti di Biagi e di persone a lui vicine sulla sua incolumità, dopo la pubblicazione del Libro Bianco sulla riforma del lavoro, – sono stati colpevolmente sottovalutati dai responsabili della sicurezza pubblica dell’epoca che gli revocarono la scorta. Buemi (Psi): “Per alcuni imputati eccellenti i tempi per ragioni politiche i tempi diventino brevi e – in altri casi – si dilatino molto”. Di Lello (Psi): “”Modificare la proposta di legge sulla prescrizione ora al Senato”.  Continua a leggere

Biagi. Le accuse a Scajola e De Gennaro

Marco Biagi-revoca-scortaSono passati tredici anni dall’omicidio del giuslavorista e Professore Marco Biagi, per mano delle Br-Ccc, ma ora tra i reponsabili spuntano due nomi eccellenti: Claudio Scajola e Gianni De Gennaro.
I due, all’epoca ministro dell’Interno e capo della Polizia, sono indagati nell’inchiesta bis sulla revoca della scorta a Marco Biagi.
La prima inchiesta fu archiviata ma in questa, aperta la scorsa primavera i due sono imputati dopo la trasmissione a Bologna di nuovi documenti, tra questi gli appunti dell’ex segretario del ministro, Luciano Zocchi. Tra chi fece le segnalazioni, l’allora ministro del Welfare Roberto Maroni, il ministro per la Funzione pubblica Franco Frattini, il direttore generale di Confindustria Stefano Parisi.

Le accuse sono precise, secondo i Pm Roberto Alfonso e Antonello Gustapane, Claudio Scajola, non fece nulla, nonostante  avesse ricevuto “autorevoli segnalazioni circa l’elevata esposizione del professor Biagi al rischio di attentati, anche omicidiari”.
Invece, per quanto riguarda Gianni De Gennaro,addirittura si apprende che venne informato per iscritto il 15 marzo 2002, quattro giorni prima del delitto Biagi, dal vicecapo della Polizia Giuseppe Procaccini che “il capo della segreteria” del ministro dell’Interno Scajola, Luciano Zocchi, gli aveva riferito di essere stato quel giorno stesso sensibilizzato dal Dg di Confindustria sulla necessità di attivare misure di protezione. I pm, nella loro inchiesta, riportano anche una risposta che De Gennaro diede a Scajola, nel corso di una seduta del comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza.

A quanto si apprende è stato notificato un atto a Scajola e De Gennaro, oltre che ai familiari del giuslavorista, assistiti dall’avv. Guido Magnisi, in cui si chiede a una sezione speciale del tribunale di Bologna di interrogarli per sapere se intendono o meno avvalersi della prescrizione.

Liberato Ricciardi

Biagi, si indaga su “omicidio per omissione”

Marco-Biagi-ScajolaOmicidio per omissione. Questa l’accusa che potrebbe cadere sulla testa di Claudio Scajola, già ministro degli interni, per l’assassinio di Marco Biagi.  Il giuslavorista socialista venne ucciso dalle Brigate Rosse il 19 marzo 2002 a Bologna, ma poteva essere salvato se avesse avuto ancora la scorta. Questo lo si sapeva. Quello che non si sapeva è che l’allora ministro degli Interni, Claudio Scajola, arrestato nei giorni scorsi per concorso in associazione mafiosa e fino a ieri, lui sì, con la scorta, ha sempre mentito quando affermava di non essere a conoscenza dell’entità delle minacce che pendevano sulla testa del giuslavorista. Continua a leggere

OMICIDIO PER OMISSIONE

Omicidio-Biagi

Omicidio per omissione. Questa l’accusa che potrebbe cadere sulla testa di Claudio Scajola, già ministro degli interni, per l’assassinio di Marco Biagi.

Il giuslavorista socialista venne ucciso dalle Brigate Rosse il 19 marzo 2002 a Bologna, ma poteva essere salvato se avesse avuto ancora la scorta. Questo lo si sapeva. Quello che non si sapeva è che l’allora ministro degli Interni, Claudio Scajola, arrestato nei giorni scorsi per concorso in associazione mafiosa e fino a ieri, lui sì, con la scorta, ha sempre mentito quando affermava di non essere a conoscenza dell’entità delle minacce che pendevano sulla testa del giuslavorista.

In seguito alle indagini che hanno portato all’arresto, la DIA ha effettuato numerose perquisizioni e in una di queste a carico del suo ex segretario ci sono carte che raccontano una verità finora solo sospettata.

Nel fascicolo trasmesso dalla Procura di Roma a quella di Bologna ci sarebbe una lettera di un esponente politico vicino allo stesso Biagi, si pensa a Maurizio Sacconi allora sottosegretario al Ministero del Lavoro, spedita al Viminale pochi giorni prima dell’attentato per sostenere la richiesta dello stesso Biagi di poter continuare a godere della scorta. La lettera risulterebbe ‘vistata’ da Scajola, che invece ha sempre sostenuto di non essere mai stato informato del reale pericolo che correva Biagi. D’altra parte fu lo stesso Sacconi a far sapere che Biagi gli aveva scritto una lettera lamentandosi di non avere una scorta e chiedendogli di intervenire con la massima urgenza con il Prefetto di Roma e il Ministero dell’Interno perché continuava a ricevere minacce.

E sul fatto che le minacce fossero credibili, nessuno nutriva dubbi perché proprio poco prima dell’attentato ‘Panorama’ aveva pubblicato un documento attribuito ai servizi, da cui emergeva un identikit dei possibili obbiettivi, identikit che corrispondeva perfettamente a quello del giuslavorista.

Gli obbiettivi possono essere, scriveva, “personalità impegnate nelle riforme economico-sociali e del mercato del lavoro e, segnatamente, quelle con ruoli chiave in veste di tecnici e consulenti. (…) In cima alla lista dei potenziali obiettivi delle BR ci sono il ministro Maroni e i suoi collaboratori più stretti che lavorano nell’ombra”. Biagi appunto.

Nessuno insomma in Italia in quel momento aveva più bisogno di una scorta di lui eppure la decisione di Scajola di ‘tagliare’ del 30% le scorte a politici e bersagli possibili del terrorismo, andò a colpire proprio Biagi. Una leggerezza imputata alle autorità locali, ma indirettamente avallata, forse involontariamente suggerita da chi lo definiva “un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza (per questa frase pronunciata davanti alle telecamere si dovette dimettere).

E che si poteva salvare se avesse avuto la scorta è una certezza che deriva non solo dalla difesa che quegli uomini potevano assicurargli, ma dai criteri di scelta degli ‘obiettivi’ come spiegò nel 2005 Cinzia Banelli, la compagna ‘So’ delle Brigate Rosse. L’interesse nei confronti di Marco Biagi, raccontò la Banelli, iniziò con la collaborazione con il Comune di Milano e lui divenne poi un vero e proprio obiettivo nell’estate 2001, quando “il ‘Libro Bianco’, di cui lui era il principale autore, diventò un obiettivo politico”. La decisione finale di uccidere Biagi, ha detto Banelli, fu presa nel gennaio 2002 e fu facilitata dal fatto che Biagi era senza protezione. “Per noi già due persone armate – ha raccontato nella fase finale della sua deposizione – costituivano già un problema. Non eravamo abituati ai veri conflitti a fuoco”. In quell’occasione la terrorista fece anche riferimento all’articolo di ‘Panorama’ con la valutazione dei servizi.

“Leggemmo l’articolo e capimmo che poteva costituire un problema. Veniva indicata chiaramente una persona come Biagi come possibile obiettivo. Avremmo dovuto fare più attenzione, osservare possibili cambiamenti nella situazione del professore. Dovevamo controllare che non fosse solo. Invece arrivò alla stazione di Bologna da solo”.
“Quella di Marco è stata la cronaca di una morte annunciata”, ha commentato il segretario del Psi, Riccardo Nencini. “É un fatto gravissimo e agghiacciante. C’è la conferma della consapevolezza dell’ex ministro dell’interno Scajola del rischio che correva l’amico e compagno Marco Biagi. Ancora più grave dell’errore di valutazione sul pericolo di vita di Biagi è il fatto che Scajola abbia, in tutti questi anni, smentito di esserne a conoscenza. Del resto la stessa brigatista Cinzia Banelli ricordò nel 2005, durante il processo, che se Biagi avesse avuto la scorta che Scajola gli aveva tolto, il commando non l’avrebbe scelto come obiettivo. E oggi sarebbe ancora tra noi”.

I magistrati hanno aperto un fascicolo per il reato, ma ancora non avrebbero scritto il nome dell’imputato. L’omicidio per omissione (2/o comma Art.40 cp ) è una ipotesi di reato più grave dell’omissione semplice, che sarebbe prescritta dopo 7 anni e mezzo (nel 2009): “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. In pratica il procuratore Roberto Alfonso e il sostituto Antonello Gustapane, titolari del fascicolo, ipotizzano che chi sapeva delle minacce a Biagi non fece quello che era in suo potere e dovere per porlo al riparo dai propositi eversivi delle nuove BR.

Carlo Correr