Dl sicurezza: “Passo indietro sui diritti fondamentali”

Decreto-sicurezza

Il decreto sicurezza ancora non è stato ancora firmato e già le polemiche stanno montando. La Commissione europea ancora non ha esaminato il testo. Nessuno lo ha letto per ora. Una valutazione da parte della Ue avverrà solo dopo la firma del presidente della Repubblica. “Il decreto è una proposta del governo e deve essere ancora adottato dai legislatori. Una volta che sarà fatto, la Commissione lo esaminerà” ha detto la portavoce della Commissione Mina Andreeva all’indomani del via libera in consiglio dei ministri. Intanto da Roma il ministro della giustizia Alfonso Bonafede parla di norma “equilibrata” e il ministro dell’Interno Matteo Salvini rivendica le misure di “buonsenso” contenute nel “suo” decreto e tira dritto. Un decreto presentato con una scenetta alquanto singolare, con il primo ministro che si è prestato a mostrare un cartello in cui si invoca il nome del titolare degli Interni come autore della norma. Una cosa mai vista. Una dichiarazione di totale sudditanza al vicepremier.

Un decreto che per l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti “passerà alla storia come decreto insicurezza”. Minniti, parlando a Circo Massimo, su Radio Capital, ha sottolineato due cose “particolarmente gravi”, “due mele avvelenate”: “Una è la cancellazione dei permessi umanitari. Era una via che consentiva un percorso di integrazione. Così si producono marginalità e clandestinità, che spesso portano a un aumento della propensione a delinquere. L’altra mela avvelenata – ha continuato – è il depotenziamento degli sprar, che è catastrofico. Insieme alla cancellazione del decreto per le periferie sicure, ci dice che abbiamo accantonato la via dell’integrazione”. Poi Minniti ha avvertito: “Altri paesi hanno fatto in anni passati come sta facendo l’Italia. A un certo punto si sono svegliati e hanno visto dei loro figli che facevano attentati nelle loro capitali. Con queste due scelte stiamo mettendo una bomba a orologeria sotto la nostra convivenza”.

Minniti nega che le espulsioni siano state rese più semplici: “Non è vero perché non dipendono dalla legislazione italiana. Noi possiamo fare rimpatri solo se siamo in condizione di rimandarli nei paesi di provenienza, con un’attività diplomatica che da questo governo non vedo”. Minniti entra poi nel merito del decreto che, dopo l’approvazione in consiglio dei ministri, deve superare ora l’esame del Quirinale: “Aspetto di leggere il testo. Non vorrei finisse come il decreto di Genova: un’araba fenice. Intanto le reazioni critiche, all’indomani del varo del decreto Salvini, si susseguono. Critiche sono arrivare da Ampi e dalla Cisl, con la responsabile nazionale settore immigrati Liliana Ocmin che ha definisce il provvedimento “più una risposta simbolica all’opinione pubblica che ai problemi concreti della protezione e dell’immigrazione”.

Preoccupazione arriva anche dalla Uil: “È un passo indietro sul piano dei diritti fondamentali. Crea maggiore clandestinità e deteriora le condizioni di accoglienza ed integrazione dei profughi nostro Paese”. “Tra le misure proposte – afferma in un comunicato Ivana Veronese, segretaria confederale Uil – ci allarmano maggiormente quelle contrarie ai diritti delle persone: infatti l’abolizione della protezione umanitaria, avrà pesanti conseguenze sulla gestione dei flussi migratori, in quanto rischia di creare maggiore irregolarità. Inaccettabile è anche l’effetto di deterrenza che si vuole creare con misure mirate a peggiorare pesantemente le condizioni di vita degli oltre 600 mila migranti già arrivati via mare nel nostro Paese, negando loro il diritto alla protezione umanitaria, l’accoglienza e le possibilità di integrazione, minacciando di rinchiuderli in centri di detenzione per sei mesi. È anche pretestuoso ricorrere a una misura d’urgenza (il decreto legge) a fronte di una situazione dei flussi migratori che registra il crollo degli sbarchi di quasi il 90 % dall’anno scorso”.

Ora la questione è in mano al Quirinale. Si apre una partita delicata. Con i il Colle che ricorda che esiste il principio di neutralità che impedisce al presidente della Repubblica di intervenire direttamente, ma avverte che il vaglio sarà molto severo perché il capo dello stato, cui spetta il preventivo controllo delle leggi e la ratifica di una nuova norma nutre seri dubbi di violazione della Carta e dei trattati internazionali.

Immigrazione: Italia chiama Europa

minniti schietromaMarco Minniti. Quando ero ministro dell’Interno potevo continuare a dire che l’Europa non faceva il suo dovere, invece l’Italia si è assunta le sue responsabilità perché il tema dell’mmigrazione non si gioca in Europa ma da un’altra parte di Mediterraneo. Nel mio impegno di governo ho tenuto insieme due principi: quello della umanità e quello della sicurezza. Questa la differenza tra la sinistra riformista e i nazionalisti populisti di oggi per i quali i due temi sono separati. In questi tre mesi del nuovo governo si è applicata solamente la strategia della tensione: si tiene alta la tensione anche senza che ci sia emergenza. I nazional populisti cavalcano la rabbia e la paura e vogliono tenere le persone incatenate a questi sentimenti.

Il tema giusto è il rapporto tra Europa e Africa. Oggi invece il tema è divisivo all’interno dell’Europa e ci siamo dimenticati dell’Africa. Il mio convincimento è che le forze nazional populiste europee hanno l’idea di voler far saltare l’Europa. Se non c’è lo strumento dell’euro ecco l’immigrazione. Caro n quest’ultima supposta e non reale emergenza non si paga un prezzo economico come sull’euro. Con me ci sono stati 16mila ricollocamenti nessuno dei quali  in Ungheria, caro Salvini che vanti l’amicizia con Orban. Ora si cerca l’alleanza con questo paese e con quelli di Visegrad per colpire al cuore l’Europa.

A maggio si vota per il Parlamento europeo. Un voto con il quale l’Europa rischia di morire. Se ci approcciamo con idea difensiva non si va lontano. Dobbiamo dire che l’Europa così come è non va bene. Noi siamo il Paese del Manifesto di Ventotene. Bisogna ora, subito, mettere in cantiere l’idea degli Stati Uniti d’Europa.

La sicurezza non è un tema di destra. Anzi, impatta di più con i ceti più deboli e più esposti. La sinistra deve stare a fianco a queste persone. È compito della sinistra trovare la strada per parlare a pezzi della società a cui non sta più parlando da tempo. Per la destra la sicurezza è solo ordine pubblico. Per la sinistra il discorso è molto più ampio e per questo ha più armi da usare. Dietro sfida dei nazionalpopulisti c’è qualcosa che può sfuggire di mano. Le democrazie cominciano a morire con il consenso e poi con la evoluzione non democratica. E su queste partite aperte in Italia può esserci uno slittamento non democratico. Ora le forze non democratiche hanno superato il 50%  e questo è più che uno slittamento. Credo che occorra recuperare tensione e fiducia. Il tema é avere una strategia alta, non solo una tattica. Io segretario, mi chiede il giornalista di Panorama Puca? No. Non ho gruppi, o sensibilità, come qualcuno chiama le correnti dentro il Pd. E a un insensibile non si affida la guida del Pd…

Gian Franco Schietroma. L’auspicio che Minniti ha qui espresso era quello di Turati che diceva che il sogno è quello di unire politicamente l’Europa. Bisogna scuotere in questa direzione il Pse. Nelle socialdemocrazie i valori sono talmente forti che non vanno toccati. Ma rivisti. Le sfide del cambiamento ci sono. Cerchiamo di valorizzare le buone cose fatte. Come il lavoro sull’immigrazione fatto dal ministro Minniti in un momento in cui l’Europa ci ha lasciati da soli. Tornare a una Europa che guardi all’Africa. La prima scelta di un africano non è quello di venire qui, vengono qui da noi, in Europa, per un eccesso di bisogno. Prima impegno è cercare di creare le condizioni di sviluppo e di crescita in un continente che ha grandi potenzialità.

Il centrosinistra deve occuparsi anche di un’altra emergenza: quella di partiti che dicono in campagna elettorale cose che poi non possono mantenere. Lega e 5 Stelle hanno creato una luna di miele con gli elettori. Ma il reddito di cittadinanza va investito sul lavoro e non sulla sussistenza. Per la  flat tax, che creerebbe comunque disparità e diseguaglianze,  non ci sono i soldi. Oppure la Legge Fornero, per il cui superamento non ci sono i fondo ne tantomeno le condizioni. Sono questi i punti su cui hanno vinto le elezioni. Cose che non verranno fatte.  Invece servono risposte concrete. Per esempio un piano nazionale per le manutenzioni che creerebbe lavoro e possibilità di crescita. Insomma non si può fare la gara a chi la spara più grossa. Il merito di Saragat è stato quelle di aver avuto il coraggio della impopolarità. Oggi si deve avere il coraggio di dire la verità alla gente anche se scomoda.

Al via la festa dell’Avanti! a Caserta

festa avanti logoAl via oggi venerdì 14 settembre, la Festa dell’Avanti!, l’appuntamento annuale del Psi dal titolo ‘Il Futuro Possibile’ che si terrà a Caserta, presso Parco Maria Carolina (viale Giulio Douhet 2014), nei giorni 14, 15 e 16 settembre. La festa si aprirà domani, venerdì 14 settembre con l’inaugurazione alle ore 16.30. Alle ore 17.30 Mauro Del Bue e Ugo Intini presenteranno il nuovo Avanti!  Ospiti della festa, tra gli altri, alle ore 18.30 il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, alle ore 19.30 Marco Minniti.

Alle 20.30 si terrà l’intervista a Paolo Gentiloni e Riccardo Nencini. “Tre giorni per discutere dei tre cardini attorno a cui riorganizzare un’azione per il futuro possibile della sinistra, in Italia come in Europa: libertà, inclusione e lavoro”- ha detto il Segretario Nencini, che sulla sua pagina Facebook ha aggiunto: “parleremo di migranti, con i sindaci locali impegnati nella lotta alla criminalità, fino alle proposte politiche che affronteremo con radicali, socialisti, cattolici. Temo che l’asse Salvini- Di Maio non si esaurisca presto, una ragione in più per mettere in campo un’opposizione che sia alternativa credibile, un pugno di forze pronte a confrontarsi alle prossime Europee”

È possibile seguire la diretta degli eventi su Radio Radicale.

Milano Europa, la sfida democratica della sinistra

sala cocomeroSe rimani d’estate a Milano, ci sono dei giorni che boccheggi dal caldo e finisci per non uscire proprio cercando refrigerio nell’aria condizionata di casa, che naturalmente diviene oggetto dell’attenzione principale.

Così ritrovi i quaderni con gli appunti delle riunioni studentesche, poi quelli della rete per la formazione che si snoda tra le diverse agenzie formative, quelli per costruire la rappresentanza delle nuove identità di lavoro e quelli per l’autorganizzazione sociale nei quartieri popolari. Autorganizzazione che per me, nel rispetto delle regole, non è un concetto così diverso dal riscatto o dalla sussidiarietà intesa come maggiore spazio di libertà per il sapere e saper fare della persona, delle comunità sociali che sperimentano modelli organizzativi simili, ma non uguali, a quelli dello Stato; a dire il vero non è nemmeno così distante dal concetto di federalismo che nella mia accezione resta, come nel 2011 ho sentito ripetere più volte a Giancarlo Giorgetti, un processo di responsabilizzazione dal basso.

A fine anni novanta mi trovai in una piccola stanza della CGIL nazionale insieme ad altri tre coetanei e a due dirigenti del maggior sindacato italiano. Uno di loro l’ho poi rincontrato recentemente come Capo di Gabinetto della segreteria politica del Ministro Marco Minniti.

All’epoca aveva il compito, dato da altri, di “correggere” gli studenti ribelli, rei di aver addomesticato la sinistra più radicale, quello, che al governo, ad altri non riuscì di fare (* per la cronaca poi toccò proprio a Minniti ritentare proponendosi come garante di Bertinotti… grazie a qualche ‘storico’ dei centri sociali che in questi giorni lo ricorda su alcuni on line). Insieme agli studenti, però, andava “corretto” anche il sindacalista filo ministeriale, il quale a sua volta si era ben guardato dal costruire un’alleanza di ferro con gli studenti stessi che mobilitavano pure sulle sue parole d’ordine. Il compito venne eseguito alla perfezione.

Nel giro di poco tempo quel che Milano aveva costruito, Roma aveva “corretto”: niente più rete dei saperi e della  conoscenza, niente più sedi studentesche dentro al sindacato. Tempo dopo le cose furono in parte ripristinate, ma il vuoto pedagogico prodotto tra i giovani e nella gestione della flessibilità del lavoro, i Democratici lo pagano ancora oggi. Fu senza dubbio quella un’esperienza che mi ha segnata irrimediabilmente perché a mio avviso rispondeva a delle logiche organiciste che avevano poco a che fare con il concetto di consenso e più con quello di gerarchia. La storia di Cofferati è poi a tutti nota, dal canto mio finii, per autodifendermi dentro il mio senso del dovere. Non è un caso, dunque, ritrovare anni dopo uno dei protagonisti di allora, quello bravo, nel comparto sicurezza, solo che, guarda caso, in quel comparto c’ero finita pure io e, se non fosse stato per scelte personali altrui, vi sarei rimasta volentieri perché la sicurezza che ho conosciuto io ha rielaborato errori e forzature, ha risolto con se stessa i limiti del potere che esercita dentro uno spazio democratico di servizio più ampio. La sicurezza che ho conosciuto io è molto simile, per non dire uguale, alla competenze di facility per le città: sono le forze dell’ordine, oggi, che risolvono i problemi di ordine pubblico delle amministrazioni. E con questo intendo che non si limitano all’intervento di polizia ma ne curano il prima e il dopo, la coesione sociale di una città.

Il Sindaco di Milano è senza dubbio la persona che meglio ha compreso il ruolo delle forze di difesa e sicurezza, stringendo un patto d’azione con Prefetto e Questore di Milano che sta permettendo in città un passaggio politico ordinato e che consente, nelle diversità fisiologiche della fase, di tenere collegato il piano periferie della capitale economica italiana alla visione di sicurezza urbana che Minniti tentò di attuare con i Ministri Delrio e Franceschini. Prima del 4 Marzo sicurezza, sviluppo e coesione sociale erano i temi del tavolo nazionale sulle città: perché “la piazza più sicura è la piazza vissuta” per dirla con Minniti, perché “ai migranti sul territorio troveremo il lavoro nell’edilizia e nell’arredo urbano” per dirla col pragmatismo del Sindaco Sala che sa che i 500.000 rimpatri rischiano di fare la fine degli abusivi nelle case popolari della Regione Lombardia, sempre allo stesso posto da oltre 15 anni. Sul punto resta incomprensibile la critica a Sala de Il Giornale: ci fosse stato oggi ancora Claudio De Albertis, è su queste parole del Sindaco che avrebbe rilasciato un’intervista al Direttore Sallusti dicendo quello che pochi giorni fa ha detto Maurizio Lupi “Sala sta lavotando bene, da Milano può partire un’alternativa moderata e democratica”.

Milano, Brescia, Bergamo, Lecco, Mantova e la rete degli amministratori locali… L’Avanti in Lombardia, da Settembre, nasce nel tentativo di offrire il proprio contributo per riannodare il filo del discorso della sinistra che guarda all’Europa, perchè il nord non può che fare questo giocando di sponda col sud protagonista nel Mediterraneo. In fondo gli Italiani Europei hanno sempre saputo che l’Unità d’Italia si fonda proprio sull’alleanza tra nord e sud e non su una bieca contrattazione di posizioni governative, gli Italiani Europei hanno sempre saputo che la forza della democrazia del Paese risiede, per dirla con le parole dell’Arcivescovo di Milano Delpini, nel valore della dialettica.

La sinistra europea che dobbiamo ricostruire è quella che mette al centro la persona e il dialogo con militanti e cittadini (ancora Minniti) l’Europa che dobbiamo difendere è quella che ha garantito pace, crescita economica e libertà prorio grazie alla dialettica tra forze politiche democratiche e popolari. Del resto i socialisti sono sempre stati al servizio di un ideale, da qui ricominciamo.

Silvia Davite

 

Nencini: “L’anno zero
del centrosinistra”

risultati elettorali

“Ecco l’anno zero. Non vince il centro destra, stravince Salvini con un’idea dell’Italia della paura. Serve una costituente riformista e democratica che trasformi l’opposizione in alternativa credibile”. Così Riccardo Nencini, segretario del Psi, commenta i risultati delle elezioni amministrative dopo il turno di ballottaggio. Nencini ribadisce la necessità di una “assemblea per la Repubblica aperta e inclusiva. Un leader e un disegno politico nuovo. La Toscana faccia da battistrada. Proprio dove la sconfitta è stata più dura, da lì vengano i segnali più forti. Bisogna che il partito più grande della sinistra riveda le sue strutture politiche e organizzative”.

Le amministrative hanno dato un segnale allarmante. Quello di un Paese che si sposta a destra. Roccaforti che erano del centrosinistra hanno ceduto. Gli esempi sono tanti. La bassa affluenza non è una giustificazione. Come commenti questo turno di ballottaggio?
Sono state completamente disarticolate le regioni rosse. Non c’è più nemmeno l’attaccapanni della storia. Una ragione in più, dopo la sconfitta alla politiche, per rivedere completamente la stessa idea di sinistra. Noi siamo pronti a farlo. Il 7 di luglio facciamo un primo incontro aperto a tutti i riformisti e democratici, ma soprattutto rivolgiamo un appello a tutti i movimenti democratici, civili, ma il Pd sopra agli altri. Il tutto affinché la volontà di far presto emerga già prima dell’estate.

La lettera di Martina al Corriere della Sera è un appello che segna anche il clima di una sinistra impotente.  Martina parla di una lista unica alle Europee. Tu che ne pensi?
Penso che si debbano preparare da subito le Europee e le prossimi amministrative. Però non lasciando le cose invariate. Credo che il progetto decennale del Partito democratico sia destinato a tramontare. E quindi c’è bisogno di un disegno nuovo della sinistra italiana.

Un disegno quindi che non deve partire dal Pd come perno centrale…
Gli italiani hanno soprattutto voltato la faccia la Pd. Quindi ripartire dal Partito democratico sarebbe un errore. Servono leadership nuove e serve soprattutto un disegno nuovo perché l’opposizione divenga alternativa credibile. Lo ripeto: il nostro è un tempo molto simile al triennio ‘19 – ‘22. Quindi chi pensa che questa pancia che ribolle degli italiani sia destinata a spegnersi, non ha capito. Noi lo diciamo ormai dal congresso di Venezia che andava affrontato il tema migranti in maniera diversa da quel cattocomunismo peloso che ha avuto un rimbalzo soltanto con Minniti.

Calenda addirittura parla di andare oltre al Pd. Di un fronte repubblicano. I socialisti come si pongono? Quale ruolo possono avere in una fase in cui le basi fondanti del centrosinistra sembravo venir meno?
La posizione di Calenda è la posizione nostra. Noi abbiamo lanciato l’idea di una assemblea repubblicana che costruisca  un bacino di resistenza. Se in Italia avesse vinto una destra europea, alcuni valori fondamentali dello Stato non sarebbero stati messi in discussione. Ma qui ha vinto una destra irragionevole, antieuropea, autartica. Che vorrebbe trasformare l’Italia in italietta. C’ un punto però.

Quale?
Vi è una serie di argomenti che questa destra ha manipolato. Sono argomenti che in maniera diversa deve governare anche la sinistra dando risposte diverse a una comunità che si è smarrita. Il Pd deve fuoriuscire dalla logica che lo ha portato a nascere dieci anni fa. Quello era un partito che era nato per stare in uno schema bipolare ove vi era Forza Italia e Berlusconi.

Una Italia che non esiste più…
Appunto. E vorrei ricordare a Martina che Berlusconi è all’opposizione del Governo. E questa ragione, insieme a quella della sconfitta alle politiche e alla sconfitta alle amministrative, insiste come le altre sullo stesso punto.

Quale punto?
Non c’è tempo da perdere. Bisogna ripensare le leadership, creare nuove organizzazioni, coinvolgere l’associazionismo civico, perché conservo una forte paura:  il traguardo conquistato dalla destra trainata da Salvini potrebbe non essere l’ultima meta.

Nel senso che non sia punto di arrivo?
Esattamente. Ma un punto di partenza.

Mentre il Pd sta ancora cercando di capire le ragione della sconfitta non solo delle elezioni ma anche del referendum di due due anni fa…
Lo dico ancora: non c’è più tempo. Se avessimo davanti una destra conservatrice europea sarebbe diverso. Abbiamo davanti avversari che ogni giorno grattano la pancia degli italiani. E presentano al mondo l’Italia della paura. Le pistole elettriche, la discussione sui vaccini, la legittima difesa che permette di sparare in maniera non proporzionale rispetto alla minaccia ricevuta. È l’immagine di una Italia chiusa in se stessa. Che non ha futuro. Nell’immediato può apparire a chi soffre di nostalgia anche come positiva. Ma non ha gambe.

Già c’è chi vede le Europee come un ulteriore trampolino per Salvini che in caso di ulteriore affermazione potrebbe assumere un vero e proprio controllo della coalizione magari passando anche attraverso le elezioni anticipate.
È un rischio che vedo anch’io. Ogni esecutivo che in Europa è giunto alla fine della sua esperienza di governo è stato battuto alle elezioni. Non escludo che Salvini possa muovere le carte anticipatamente rispetto alla sua scadenza. Ma il problema è se si va a votare in un clima come questo. Questo è preoccupante. Sono tutte ragioni in più per muoversi con rapidità. Quello che sta emergendo è la fotografia di una Italia lugubre. Non si parla più di misure che riguardano il mondo del lavoro. Il Ministro Tria sta dicendo che i soldi per il reddito di cittadinanza non ci sono. Le promesse elettorali della Lega e dei Cinque Stelle non ci sono più. Si sono confermate solo come promesse elettorali.
Inoltre con questo governo la nostra posizione in Europa sta diventando sempre più complicata. Sempre più isolata. Siamo in un momento di grandi crisi. E problemi di questa portata non si risolvono con la voce grossa. Un esempio chiaro viene dalla posizione italiana sull’immigrazione. È necessario rivere il trattato di Dublino. Il dibattito è su questo. Ma il governo che fa? Ha assunto una posizione strabica. Bivalente. In Europa i risultati si ottengono sedendo con autorevolezza ai tavoli che contano. Invece noi siamo ostili verso quella parte di Europa con cui storicamente abbiamo avuto rapporti consolidati. Francia e Germania per intenderci. Con loro e solo con loro possiamo arrivare a una intesa per rivedere Dublino. Invece il governo stringe improbabili alleanze con i paesi Visegrad che non hanno nessuna intenzione di cambiare una sola virgola a quel trattato.

Daniele Unfer

ANNO ZERO

risultati elettorali

“Ecco l’anno zero. Non vince il centro destra, stravince Salvini con un’idea dell’Italia della paura. Serve una costituente riformista e democratica che trasformi l’opposizione in alternativa credibile”. Così Riccardo Nencini, segretario del Psi, commenta i risultati delle elezioni amministrative dopo il turno di ballottaggio. Nencini ribadisce la necessità di una “assemblea per la Repubblica aperta e inclusiva. Un leader e un disegno politico nuovo. La Toscana faccia da battistrada. Proprio dove la sconfitta è stata più dura, da lì vengano i segnali più forti. Bisogna che il partito più grande della sinistra riveda le sue strutture politiche e organizzative”.

Le amministrative hanno dato un segnale allarmante. Quello di un Paese che si sposta a destra. Roccaforti che erano del centrosinistra hanno ceduto. Gli esempi sono tanti. La bassa affluenza non è una giustificazione. Come commenti questo turno di ballottaggio?
Sono state completamente disarticolate le regioni rosse. Non c’è più nemmeno l’attaccapanni della storia. Una ragione in più, dopo la sconfitta alla politiche, per rivedere completamente la stessa idea di sinistra. Noi siamo pronti a farlo. Il 7 di luglio facciamo un primo incontro aperto a tutti i riformisti e democratici, ma soprattutto rivolgiamo un appello a tutti i movimenti democratici, civili, ma il Pd sopra agli altri. Il tutto affinché la volontà di far presto emerga già prima dell’estate.

La lettera di Martina al Corriere della Sera è un appello che segna anche il clima di una sinistra impotente.  Martina parla di una lista unica alle Europee. Tu che ne pensi?
Penso che si debbano preparare da subito le Europee e le prossimi amministrative. Però non lasciando le cose invariate. Credo che il progetto decennale del Partito democratico sia destinato a tramontare. E quindi c’è bisogno di un disegno nuovo della sinistra italiana.

Un disegno quindi che non deve partire dal Pd come perno centrale…
Gli italiani hanno soprattutto voltato la faccia la Pd. Quindi ripartire dal Partito democratico sarebbe un errore. Servono leadership nuove e serve soprattutto un disegno nuovo perché l’opposizione divenga alternativa credibile. Lo ripeto: il nostro è un tempo molto simile al triennio ‘19 – ‘22. Quindi chi pensa che questa pancia che ribolle degli italiani sia destinata a spegnersi, non ha capito. Noi lo diciamo ormai dal congresso di Venezia che andava affrontato il tema migranti in maniera diversa da quel cattocomunismo peloso che ha avuto un rimbalzo soltanto con Minniti.

Calenda addirittura parla di andare oltre al Pd. Di un fronte repubblicano. I socialisti come si pongono? Quale ruolo possono avere in una fase in cui le basi fondanti del centrosinistra sembravo venir meno?
La posizione di Calenda è la posizione nostra. Noi abbiamo lanciato l’idea di una assemblea repubblicana che costruisca  un bacino di resistenza. Se in Italia avesse vinto una destra europea, alcuni valori fondamentali dello Stato non sarebbero stati messi in discussione. Ma qui ha vinto una destra irragionevole, antieuropea, autartica. Che vorrebbe trasformare l’Italia in italietta. C’ un punto però.

Quale?
Vi è una serie di argomenti che questa destra ha manipolato. Sono argomenti che in maniera diversa deve governare anche la sinistra dando risposte diverse a una comunità che si è smarrita. Il Pd deve fuoriuscire dalla logica che lo ha portato a nascere dieci anni fa. Quello era un partito che era nato per stare in uno schema bipolare ove vi era Forza Italia e Berlusconi.

Una Italia che non esiste più…
Appunto. E vorrei ricordare a Martina che Berlusconi è all’opposizione del Governo. E questa ragione, insieme a quella della sconfitta alle politiche e alla sconfitta alle amministrative, insiste come le altre sullo stesso punto.

Quale punto?
Non c’è tempo da perdere. Bisogna ripensare le leadership, creare nuove organizzazioni, coinvolgere l’associazionismo civico, perché conservo una forte paura:  il traguardo conquistato dalla destra trainata da Salvini potrebbe non essere l’ultima meta.

Nel senso che non sia punto di arrivo?
Esattamente. Ma un punto di partenza.

Mentre il Pd sta ancora cercando di capire le ragione della sconfitta non solo delle elezioni ma anche del referendum di due due anni fa…
Lo dico ancora: non c’è più tempo. Se avessimo davanti una destra conservatrice europea sarebbe diverso. Abbiamo davanti avversari che ogni giorno grattano la pancia degli italiani. E presentano al mondo l’Italia della paura. Le pistole elettriche, la discussione sui vaccini, la legittima difesa che permette di sparare in maniera non proporzionale rispetto alla minaccia ricevuta. È l’immagine di una Italia chiusa in se stessa. Che non ha futuro. Nell’immediato può apparire a chi soffre di nostalgia anche come positiva. Ma non ha gambe.

Già c’è chi vede le Europee come un ulteriore trampolino per Salvini che in caso di ulteriore affermazione potrebbe assumere un vero e proprio controllo della coalizione magari passando anche attraverso le elezioni anticipate.
È un rischio che vedo anch’io. Ogni esecutivo che in Europa è giunto alla fine della sua esperienza di governo è stato battuto alle elezioni. Non escludo che Salvini possa muovere le carte anticipatamente rispetto alla sua scadenza. Ma il problema è se si va a votare in un clima come questo. Questo è preoccupante. Sono tutte ragioni in più per muoversi con rapidità. Quello che sta emergendo è la fotografia di una Italia lugubre. Non si parla più di misure che riguardano il mondo del lavoro. Il Ministro Tria sta dicendo che i soldi per il reddito di cittadinanza non ci sono. Le promesse elettorali della Lega e dei Cinque Stelle non ci sono più. Si sono confermate solo come promesse elettorali.
Inoltre con questo governo la nostra posizione in Europa sta diventando sempre più complicata. Sempre più isolata. Siamo in un momento di grandi crisi. E problemi di questa portata non si risolvono con la voce grossa. Un esempio chiaro viene dalla posizione italiana sull’immigrazione. È necessario rivere il trattato di Dublino. Il dibattito è su questo. Ma il governo che fa? Ha assunto una posizione strabica. Bivalente. In Europa i risultati si ottengono sedendo con autorevolezza ai tavoli che contano. Invece noi siamo ostili verso quella parte di Europa con cui storicamente abbiamo avuto rapporti consolidati. Francia e Germania per intenderci. Con loro e solo con loro possiamo arrivare a una intesa per rivedere Dublino. Invece il governo stringe improbabili alleanze con i paesi Visegrad che non hanno nessuna intenzione di cambiare una sola virgola a quel trattato.

Daniele Unfer

Salvini: “Chi di dovere valuterà sulla scorta a Saviano”

saviano salvini

Saviano può essere simpatico o antipatico. Lo si può apprezzare o meno. Si possono avere idee opposte alle sue. Ma non si può indiscriminatamente decidere se togliere o lasciare la scorta a una persona costantemente sotto minaccia, in virtù di un vezzo. Quasi come se fosse un dispetto o una ripicca. Saviano aveva preso posizione sulle politiche sui migranti proponendo provocatoriamente di silenziare le esternazioni di Salvini. Non ci è andato leggero e una replica era quasi obbligatoria. Saviano evidentemente se la aspettava. E il ministro-premier non si è fatto sfuggire l’occasione per andare in tv e aprire bocca per lanciare i proprio strali. Un nuovo nemico, una nuova polemica. Pane per i suoi denti. E subito arriva l’affondo. Ma arriva anche la minaccia. Quella più temibile per una persona che vive sotto scorta. Sulla scorta a Roberto Saviano “saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”, ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini ad Agorà su Rai Tre.

Non si sono fatte attendere le reazioni: “Dobbiamo – è il commento di Pietro Grasso – scegliere da che parte stare: se con Saviano o con Salvini. Salvini è il ministro dell’Interno e, proprio in quel ministero, si decide chi deve essere protetto dallo Stato. Con le frasi di stamattina vuol far capire a Saviano di non criticarlo, di stare zitto, altrimenti può intervenire per lasciarlo senza protezione contro la camorra, che lo vuole morto da anni per le sue inchieste e per il suo essere diventato un simbolo della lotta alle mafie. Allo stesso tempo sta facendo passare l’idea che avere la scorta sia un privilegio e un costo, non una necessità che limita la libertà di chi è sotto protezione. La libertà di un giornalista di fare inchieste contro le mafie vale tutti i soldi che spendiamo per garantirgli di fare il suo lavoro. Non vogliamo altri Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Francese, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano”.

Se Salvini vuole risparmiare, è il parere del capogruppo dem Graziano Delrio la “tolga a me la scorta ma la lasci a Saviano”. “Le scorte non si assegnano né si tolgono in tv” reagisce l’ex titolare del Viminale Marco Minniti: “I dispositivi di sicurezza per la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio seguono procedure rigorose e trasparenti che coinvolgono vari livelli istituzionali”. Le scorte dunque non sono discrezionali. Non dipendono cioè dalle simpatie o antipatie dell’organo politico. Vengono decise dall’Ucis (l’Ufficio centrale interforze per la Sicurezza personale istituito dopo l’omicidio Biagi) che è sì un’articolazione del Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, ma è collegiale e vincolato a criteri precisi. Non sono duque nella dicrezione del titolare del Viminale.

Sorge allora il sospetto che l’avvertimento di Salvini sia la risposta alla dura presa di posizione di Saviano nei confronti delle sue politiche sui migranti e sul censimento dei rom. Politiche dichiaratamente di destra. Non a caso l’ultima esternazione del leader leghista viene subito rilanciata da Forza Nuova: “Pagargli una scorta e un compenso Rai per diffondere bufale politicamente corrette da un attico di New York è davvero troppo”, twitta Roberto Fiore, segretario della formazione neofascista.

Sulla flat tax Salvini si toglie la maschera

salvini 6Dopo l’incidente diplomatico con la Tunisia, prima che il nuovo Governo abbia ottenuto la fiducia in Parlamento, Matteo Salvini si è tolto la maschera utilizzata per la propaganda elettorale.

Ma la flat tax è iniqua, favorisce i ricchi e non avvantaggia i poveri? A questa domanda il ministro dell’Interno  Matteo Salvini, a  Radio Anch’io, ha risposto: “Con la flat tax ci guadagnano tutti. Se uno fattura di più e paga di più, è chiaro che risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più, e crea lavoro in più. Non siamo in grado di moltiplicare pani e pesci. Il nostro obiettivo è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere”. Il discorso potrebbe sottintendere il principio che è bene che i ricchi paghino meno tasse perché, avendo più mezzi, spendono di più e rimettono in moto l’economia del Paese.

Ma le opposizioni sono passate immediatamente al contrattacco. La vicepresidente del Senato,  Anna Rossomando  del Pd ha detto: “Il governo del cambiamento ha cambiato la trama di Robin Hood,  si toglie ai poveri per dare ai ricchi”. Il presidente del PD, Matteo Orfini,  ha aggiunto: “Finalmente ha detto la verità”.

In realtà, Salvini è rimasto nell’ambiguità, senza scoprirsi eccessivamente, ma ha commesso un errore nella valutazione della propensione al consumo che, con la flat tax, resterebbe invariata ed anzi con tendenzialità negativa. L’inversione di tendenza della propensione al consumo, per rimettere in moto l’economia del Paese, è possibile ottenerla soltanto aumentando il reddito delle fasce più povere.

Sempre in tema economico, il vicepremier leghista ha parlato anche di pensioni: “L’impegno è sacro. Smonteremo la legge Fornero pezzo per pezzo. Con l’obiettivo di tornare a 41 anni di contributi”.

Poi, Salvini è ritornato sulla questione migranti e sugli attacchi contro la Tunisia, promettendo di voler fare chiarezza: “Siamo al lavoro per capire meglio gli accordi con la Libia e la Tunisia già nel fine settimana, spero, incontrerò il ministro dell’Interno tunisino, un Paese dove non c’è guerra, epidemia, carestia e bisognerà cercare di lavorare meglio”.

A Salvini, dunque, non basta leggere i documenti sugli accordi firmati da Minniti che sono al Viminale.

Tra i temi a cui il Viminale sta lavorando per la prossima estate, Salvini ha citato il dossier ‘spiagge sicure’, una serie di provvedimenti per litorali liberi dagli abusivi affermando: “Stiamo preparando un dossier per evitare almeno in parte il dramma dell’abusivismo che colpisce commercianti e bagnanti”.

Dopo, a Montecitorio è ritornato sul tema dei centri di accoglienza sostenendo: “Il governo realizzerà dei Centri per i rimpatri chiusi affinchè la gente non vada a spasso per le città. La gente non vuole avere dei punti dove uno esce alle 8 della mattina, rientra alle 10 la sera e durante il giorno non si sa cosa fa e fa casino”. In merito alle possibili opposizioni delle Regioni alla realizzazione dei Centri, Salvini ha detto di aver già parlato “con tutti i governatori leghisti che non vedono l’ora di avere Centri chiusi”. E a chi gli ha fatto notare che si tratta di prigioni a cielo aperto, il neoministro di palazzo del Viminale ha risposto: “Sono dei centri per i rimpatri e se qualcuno è trovato in possesso di documenti falsi o senza documenti, prima di espellerlo dobbiamo capire chi è e da dove viene”.

Atteggiamento duro e repressivo quello di Salvini coerente alle promesse elettorali.

Anche i mercati sono stati coerenti con le preoccupazioni sul programma di governo della lega e dei pentastellatati. Sono tornati a salire lo spread Btp-Bund nel giorno del voto di fiducia al governo Conte alla Camera. Dopo l’avvio dei mercati finanziari, il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli tedeschi è passato in pochi minuti da 238 a 250 punti base.

Fra quattro mesi scadrà il quantitative easing della Banca Centrale Europea e non si sa ancora se verrà prorogato e per quanto tempo. Poi, nel 2019 scadrà il mandato del presidente Draghi alla Bce . Non si sa ancora se chi sostituirà Draghi alla Bce continuerà la politica monetaria del Qe che finora ha sostenuto efficacemente i Paesi dell’Ue, soprattutto quelli con un forte indebitamento pubblico. Con questo scenario sono giustificate le preoccupazioni dei mercati, ma saranno gli italiani a pagare il conto.

Salvatore Rondello

Amministrative 2018, si vota il 10 giugno

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Elezioni amministrative 2018, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha fissato per domenica 10 giugno la data per lo svolgimento delle consultazioni per l’elezione diretta dei sindaci e dei consigli comunali, nonché per l’elezione dei consigli circoscrizionali nelle regioni a statuto ordinario. L’eventuale turno di ballottaggio per l’elezione diretta dei sindaci – fa sapere il Viminale – avrà luogo domenica 24 giugno. Un voto tanto vasto a ridosso con le ultime elezioni politiche riveste un interesse evidente: i cittadini confermeranno la ‘vittoria’ di Movimento 5 stelle e Lega? Si vedrà.

Le elezioni riguardano in tutto 797 Comuni italiani, dei quali 203 nelle regioni a statuto speciale. In Sicilia il voto è fissato sempre il 10 giugno, mentre in Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige gli elettori andranno al voto rispettivamente il 29 aprile (in concomitanza con le le elezioni regionali), il 20 maggio e il 27 maggio 2018.

Dei Comuni al voto, 114 sono i cosiddetti ‘superiori’ – ovvero hanno più di 15.000 abitanti (più di 3.000 in provincia di Trento) – e 683 gli ‘inferiori’. Ancora: 21 sono i capoluoghi di provincia, mentre i consigli circoscrizionali interessati sono quelli del III e l’VIII Municipio di Roma Capitale.

La Direzione Pd sceglie tra assemblea e congresso

sede pd nazareno

“Io non mi candido a fare il segretario del Pd. E’ un buffone chi dice che vuole fare il segretario dopo tre giorni dall’iscrizione al partito e io non voglio fare la figura del buffone”. Lo ribadisce Carlo Calenda, parlando coi militanti dem nella sede storica Pd in via dei Cappellari. “Non ci sarà più una persona decisiva – ha ribadito –  O la riscossa parte dagli iscritti, dalla base o non ci sarà”. Parole dette alla vigilia della Direzione del Pd in agenda per lunedì prossimo alle 15. Le dimissioni del segretario Matteo Renzi sono ufficializzate. Ora il punto per il Pd è parlare del dopo con un segretario eletto in assemblea o con un congresso: tertium non datur, spiegano fonti del Partito democratico che fanno presente come parlare di reggente, oggi, non sia appropriato. E questo alla vigilia di una direzione che dovrà decidere il percorso post voto. Con i precedenti, quelli delle dimissioni di Walter Veltroni, prima, e di Pier Luigi Bersani, gli scenari sono stati o quello di un voto in assemblea o di un congresso.

Anche Guglielmo Epifani, chiamato impropriamente ‘reggente’ durante la sua segreteria, fu eletto dall’assemblea con l’85 per cento dei consensi, 458 voti su 534. Correva l’anno 2013 e, poco dopo si sarebbero celebrate le primarie che avrebbero incoronato Matteo Renzi. Allo stesso modo fu eletto, nel 2009, Dario Franceschini, succeduto a Walter Veltroni.

Nei giorni scorsi si era parlato di Maurizio Martina, ministro dell’agricoltura e vice segretario del Pd, come ‘reggente’, ma il termine più appropriato sarebbe quello di ‘traghettatore’, con il compito di portare il partito ad eleggere il nuovo segretario. L’unica differenza tra un segretario eletto dall’assemblea – che eventualmente si terrebbe nel mese di aprile – e uno scelto con le primarie è che, nel primo caso, la scadenza del mandato sarebbe quella naturale del congresso, ovvero nel 2021. Nel secondo caso, invece, il mandato del segretario durerebbe i quattro anni previsti dallo Statuto. Favorevole a una soluzione assembleare sembra essere l’area vicina al segretario dimissionario, Matteo Renzi, nella quale si registra grande fermento, con numerosi esponenti di spicco che fanno sempre più spesso il nome del ministro alle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio. Se l’ipotesi, ancorché remota, dovesse concretizzarsi, non di traghettatore si tratterebbe – sottolineano fonti parlamentari – ma di un segretario forte, capace di restare in carica per l’intero mandato. Ipotesi di più basso profilo, al contrario, aprirebbero la strada a un congresso anticipato, da tenersi nel 2019.

Ad offrire nuovi argomenti per il confronto interno, c’è stata anche la ‘discesa in campo’ di Nicola Zingaretti, presidente del Lazio fresco di riconferma che, sulle pagine di Repubblica, ha fatto saper di essere “pronto per correre alle primarie del Pd”. Una accelerazione ben accolta dalla minoranza dem che, con il ministro Andrea Orlando, la definisce una “buona notizia per il Pd”. Più fredde le reazioni di alcuni esponenti renziani che sospettano si possa trattare di una mossa per evitare l’elezione di un segretario di peso e nel pieno delle sue prerogative già all’assemblea di aprile, per andare alle primarie tra un anno. Nel gruppo dirigente del Pd, tuttavia, c’è anche chi invita a mettere da parte il dibattito sui nomi, “per rimettere insieme i cocci e dare mandato a chi per funzione, cioè a Maurizio Martina, ha il compito di riemettere insieme una comunità stordita, definendo un percorso di ricostruzione del nuovo centro sinistra, portandola all’opposizione”, viene spiegato. “Poi Nicola è un’ottima persona, per carità, ma calma e gesso”.

Intanto c’è già chi, come il ministro Minniti, ha lanciato l’allarme per il quale “adesso per la prima volta il Pd rischia di scomparire”. Parole amare e preoccupate con il ministro degli interni ha parlato a la Stampa. “Queste elezioni – ha detto – rappresentano una sconfitta storica per la sinistra. Il colpo subito dal Pd con un risultato poco sopra il 18% diventa ancora più sconvolgente se lo guardiamo da vicino”.