Il riscatto della laurea ai fini pensionistici. Come può essere richiesto

Nuova proposta di legge

INDENNITÀ PARLAMENTARE PIGNORABILE

Impignorabilità dell’indennità parlamentare addio. Un altro pezzo dei “privilegi” di senatori e deputati potrebbe essere demolito, qualora venisse approvata una proposta di legge, presentata da Maria Edera Spadoni, vice presidente cinquestelle della Camera, depositata a giugno scorso in commissione Affari Costituzionali e sottoscritta da una novantina di deputati del M5S.

Attualmente, premette l’esponente pentastellata, le norme in vigore ‘mettono al riparo’ l’indennità parlamentare e la diaria dal sequestro e dal pignoramento, cosicché chi reclama un credito da un parlamentare, può vedersi sbarrata la strada dal diritto di esigerlo e dal potersi rivalere economicamente.

“Tra le disposizioni che richiedono ancora di essere adeguate alla mutata sensibilità sociale”, scrive la Spadoni sulla relazione al testo di legge c’è appunto il “trattamento economico dei membri del Parlamento” che è disciplinato dalla legge 31 ottobre 1965, n. 1261, in attuazione dell’articolo 69 della Costituzione. Nel corso degli anni alcune peculiarità (come il regime tributario di favore previsto per l’indennità), sono state corrette dalla legge 724 del 1994.

Dal punto di vista giuridico, i componenti delle Camere non sono inquadrabili fra i pubblici impiegati, ma la dottrina corrente “ritiene che l’indennità parlamentare abbia ormai assunto una natura sostanzialmente retributiva” e “anche la giurisprudenza costituzionale – osserva la vice presidente della Camera – sembra essersi avviata su questo percorso”.

“È giunto dunque il momento – spiega Spadoni, introducendo le ragioni della sua proposta – di prevedere, nel rispetto del principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione, che l’indennità e la diaria dei parlamentari, come quelli di qualsiasi altro lavoratore italiano, possano essere pignorate da eventuali creditori o sequestrate, rimuovendo una norma che può essere percepita come immotivata diseguaglianza tra i parlamentari e i cittadini”.

Nel contesto della crisi economico-finanziaria che ha colpito l’Italia, la norma, “concepita in origine come tutela dell’indipendenza del parlamentare, finisce per alimentare il sentimento di sfiducia dei cittadini italiani verso il sistema politico”. Nel corso della XVII legislatura, conclude Spadoni, il M5S “ha raggiunto importanti risultati nell’eliminazione dei privilegi dei parlamentari: è stata ottenuta una maggiore trasparenza nei documenti di bilancio, si sono ridotte le automobili di servizio della Camera e i contributi erogati ad associazioni varie e si è operata una decisa razionalizzazione delle spese di rappresentanza”.

Iscritti Gestione separata Inps (Parasubordinati)

IMPORTI 2018 PER MALATTIA E DEGENZA

I collaboratori coordinati e continuativi, consulenti, venditori porta a porta, liberi professionisti, ecc. a determinate condizioni possono avere l’indennità giornaliera di malattia. L’indennità segue regole molto particolari: ad esempio, è stabilita in misura fissa, e non in percentuale dei compensi guadagnati. Sono quattro le iniziali condizioni chieste dalla legge per riconoscere il diritto alla indennità nel corso di quest’anno.

1) Hanno titolo all’indennità solo i lavoratori che versano all’Inps i contributi più alti, in quanto non hanno altre assicurazioni per concomitanti altri lavori e non sono neanche pensionati. Sono le persone che pagano le a aliquote del 25,72% o del 33,72% e del 34,23%.

2) Nei 12 mesi precedenti l’inizio del periodo di malattia devono avere corrisposto contributi per almeno 3 mesi.

3) Nell’anno precedente (2017), devono avere avuto compensi per un importo complessivo non superiore a 70.266,80 euro.

4) Devono essere ammalati e assenti dal lavoro per almeno quattro giorni.

Attenzione: se manca anche una sola di queste condizioni si perde il diritto al trattamento economico. La misura delle indennità Inps segue regole particolari. È diversa a seconda del numero di contributi versati e del luogo dove si svolge la malattia, e cioè in casa o in ospedale.

In base alla variazione dell’indice Istat del costo della vita, intervenuta rispetto al 2017 per gli iscritti alla gestione separata dell’Inps, la prestazione di malattia e degenza ospedaliera dovuta per il 2018 risulta in aumento. Come di consueto, infatti, sono stati determinati i valori in vigore quest’anno, che sono stati aggiornati in aumento in confronto a quelli dell’anno prima. Per l’indennità di malattia giornaliera quindi nel 2018 si ha diritto a 11,12 euro se nei 12 mesi precedenti l’evento risultano accreditati, a favore de soggetto interessato, da 3 a 4 mesi di contribuzione, e si sale a 16,67 euro se i mesi coperti da contributi sono da 5 a 8, per arrivare poi a 22,23 euro se le mensilità risultano da 9 a 12.

In caso di degenza ospedaliera, invece, l’indennità corrisposta va, diversamente dal 2017, da un minimo di 22,33 euro (con accrediti contributivi da 3 a 4 mesi), a 33,35 (con accrediti per 5-8 mesi), fino a un massimo di 44,46 euro (da 9 a 12 mesi). Rispetto all’ultimo incremento (2017) i valori sono stati ritoccati al massimo di un euro o poco più. L’indennità di malattia e di degenza ospedaliera – si ricorda – spetta, sin dal 2007, ai collaboratori a progetto e categorie assimilate iscritti alla gestione separata e, dall’inizio del 2012, anche ai liberi professionisti che rientrano in tale gestione. Infatti, il decreto legge 201/2011 salva Italia ha incluso, dal 1° gennaio 2012, tra i beneficiari dell’indennità economica di malattia e quella per i congedi parentali i «professionisti iscritti alla gestione separata. non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie».

I valori, segnala opportunamente l’Inps in una apposita informativa diramata in proposito, vengono determinati in percentuale sul massimale contributivo prefigurato per la gestione, che per il 2018 è stato fissato a 101.427 euro, corrispondente a 278,00 euro al giorno circa. Il trattamento di malattia deve essere pari al 4, al 6 o all’8 per cento di tale importo, mentre quella di degenza ha quote doppie. Al riguardo, è appena il caso di precisare che a decorrere dal 1° gennaio del 2000 la tutela per malattia in caso di degenza ospedaliera è stata estesa ai lavoratori iscritti alla gestione separata con un minimo di tre contributi mensili nei dodici mesi precedenti la data del ricovero e con un determinato reddito individuale. Con esclusione, invece, dei soggetti che risultano contemporaneamente iscritti ad altra forma pensionistica obbligatoria ed i pensionati.

Sempre nella stessa nota interna dell’Istituto sono stati altresì comunicati i nuovi valori di retribuzione da utilizzare per la liquidazione delle indennità di malattia, maternità e tubercolosi di altre categorie di lavoratori. Per i soci di cooperative, l’importo retributivo giornaliero minimale è di 48,20 euro; per gli agricoli a tempo determinato è di 42,88 euro; per i compartecipanti familiari e piccoli coloni è di 56,83 euro. Inoltre per la maternità delle lavoratrici autonome gli importi di riferimento sono di 56,83 euro in caso di coltivatrici dirette; di 48,20 per artigiane e commercianti; di 26,78 euro per le pescatrici.

Inps

RISCATTO LAUREA

Il riscatto della laurea ai fini pensionistici può essere richiesto da tutti i lavoratori iscritti alle gestioni Inps che abbiano già conseguito il titolo di studio, e non siano già coperti da contribuzione nel periodo di frequentazione dell’università. E’ consentito riscattare solo gli anni previsti dalla durata ordinaria del corso di laurea, se lo studente è andato fuori corso non avrà la possibilità di riscattare gli anni in più che ci ha impiegato per laurearsi.

Tutti i dettagli sul riscatto della laurea presso le gestione Inps sono contenuti in un approfondimento della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro del 19 settembre 2017, ancora del tutto attuale. I riferimenti normativi fondamentali per il riscatto della laurea sono il decreto legislativo 184/1997 e la legge 247/2007.

Possono dunque, come detto, riscattare la laurea gli iscritti a tutte le gestioni Inps, purché il periodo di studi sia precedente a quello in cui è stata istituita la gestione previdenziale. Nel caso, ad esempio, della gestione separata, la frequentazione dell’università deve essere successiva al 31 marzo 1996. Il riscatto della laurea può del pari essere richiesto anche da chi è già titolare di trattamento pensionistico. Naturalmente, se lo si chiede per anticipare la pensione di vecchiaia, l’operazione andrà fatta prima dell’età pensionabile perché gli anni siano poi conteggiabili ai fini del perfezionamento del titolo alla pensione. Possono comunque accedere al beneficio del riscatto dalla laurea anche i soggetti inoccupati.

Come già riferito, una regola fondamentale consiste nel fatto che i periodi oggetto dell’operazione di riscatto non devono essere coperti da contribuzione. Nell’ipotesi in cui, durante il corso di studi universitari, ci sia stato un periodo limitato di lavoro, ad esempio un impiego part-time, potrà essere chiesto il riscatto della laurea al netto dei lassi di tempo per i quali già risulta accreditata una contribuzione. Sono ammessi al riscatto tutti i titoli di laurea (vecchio ordinamento, laurea triennale, laurea magistrale, diplomi di specializzazione post-laurea, Accademia delle Arti e Conservatorio, dottorati di ricerca. Non sono inclusi, invece, i master universitari.

L’accesso all’operazione è a titolo oneroso, ed il cui costo dipende da diversi fattori: collocazione cronologica del lasso temporale di studio (prima o dopo il 1995, e prima e dopo il 2011), e modalità di calcolo della pensione (contributivo o retributivo).

Se il periodo di riscatto è valutato con il sistema retributivo, il computo si effettua in base al principio della riserva matematica. Molto in sintesi, si conteggiano due diversi trattamenti pensionistici: quello senza riscatto, e quello che comprende anche gli anni del corso di studi. La nuova rendita previdenziale tiene conto di un beneficio corrispondente all’aumento delle settimane in quota A (media rivalutata degli ultimi 5 anni di contribuzione prima del pensionamento).

Lo schema di calcolo: Pensione annua con riscatto – Pensione annua senza riscatto = Incremento pensionistico generato dal riscatto (Beneficio). Il vantaggio pensionistico va a questo punto moltiplicato per un coefficiente attuariale legato a età, sesso e stato lavorativo del richiedente. Esempio: beneficio (calcolato in base allo schema sopra indicato) pari a 15mila 600 lordi annui. Coefficiente di un lavoratore di 63 anni pensionato pari a 16,68. Onere spettante: 26mila 200 euro annui.

Se invece il periodo di riscatto è valutato con il metodo contributivo, il computo si effettua con il sistema a percentuale, che consiste nell’applicazione dell’aliquota contributiva in vigore al momento della domanda sull’imponibile previdenziale dello ultime 52 settimane. In pratica, si conteggiano gli ultimi 12 mesi di contribuzione obbligatoria precedenti alla richiesta di riscatto, si applica l’aliquota vigente (ad esempio, il 33% per l’Assicurazione generale obbligatoria), si calcola l’adeguamento per il periodo oggetto di riscatto. Esempio: retribuzione imponibile ultimi 12 mesi 40mila euro. Aliquota Ago 33%. Costo onere annuale 13mila 200 euro, per quattro anni di studi 52mila 800 euro.

Esiste poi uno specifico criterio di calcolo per gli inoccupati, che è simile a quello che si utilizza per chi ha la pensione contributiva (quindi, su base percentuale) prendendo come riferimento il minimale reddituale della Gestione Commercianti per l’anno della domanda di riscatto. Per esempio, il minimale 2018 è pari a 15.710 euro, quindi l’onere di riscatto è di 5mila 131,40 euro per ogni anno.

Giova infine ricordare che è possibile pagare l’onere di riscatto in 120 rate suddivise in dieci anni, senza interessi.

Società di calcio professionistiche

ASSUNZIONE DEGLI STEWARD CON TUTELE

A partire dal 6 settembre scorso, le società di calcio professionistiche possono gestire i rapporti di lavoro occasionale degli addetti alla sorveglianza negli stadi di calcio (steward) attraverso la piattaforma informatica predisposta dall’Inps.

È quanto è stato recentemente comunicato dall’Istituto con il messaggio n. 3193 del 24 agosto 2018, con il quale sono state diramate le istruzioni operative che consentono alle società di calcio professionistiche l’utilizzo della piattaforma telematica del lavoro occasionale per la gestione dei rapporti di lavoro degli steward.

I profili amministrativi per l’utilizzo del lavoro occasionale, che ha sostituito il vecchio sistema dei voucher, per l’occupazione degli steward, erano stati chiariti dall’Inps con la circolare n. 95 del 14 agosto scorso.

Per quanto attiene le prestazioni effettuate nel mese di agosto, le società di calcio potevano comunicarle dal 6 al 12 settembre, per consentire il pagamento delle stesse ai lavoratori entro la fine del mese di settembre. All’uopo sono stati accettati anche i pagamenti effettuati dopo lo svolgimento della prestazione operati in tempi utili per consentire l’inserimento delle prestazioni entro il 12 settembre e il conseguente accredito delle somme sul conto del lavoratore nello stesso mese.

Nel messaggio 3193/2018 l’Istituto ha opportunamente ricordato ai lavoratori di effettuare con immediatezza la registrazione nella piattaforma e alle società di calcio di praticare, prima dello svolgimento della prestazione lavorativa, il versamento della provvista destinata a finanziare il compenso del lavoratore e i contributi previdenziali e a trasmettere all’Inps la Pec per l’assegnazione degli importi alla gestione steward (dc.entraterecuperocrediti@postacert.inp.gov.it).

Carlo Pareto

Milleproroghe. Il Governo mette la fiducia. Caos in Aula

camera

Scoppia la bagarre in Aula alla Camera alla notizia che il Governo ha posto la questione di fiducia al dl Milleproroghe. È la prima fiducia posta dal governo. Il Pd ha occupato i banchi del governo come protesta per una fiducia che ritengono illegittima. La fiducia, infatti, autorizzata dal Consiglio dei ministri del 24 luglio scorso è stata messa su un testo che l’organo di governo non aveva ancora approvato e che è stato varato il giorno dopo 25 agosto.

La ‘chiama’ inizierà domani a partire dalle 12,40. Alle 11,15 le dichiarazioni di voto sul decreto. Non è stata fissata, invece, una data per il voto finale in assenza di un’intesa tra maggioranza e opposizione.

Questa fiducia è un atto, ha detto Roberto Giachetti “illegittimo perché viziato da una irregolarità formale. “Le consiglio di consultare il presidente Fico – ha premesso il deputato Pd rivolgendosi alla presidente di turno Maria Edera Spadoni (M5S) – le ricordo che la fiducia deve essere motivata e deve essere relativa a un dato provvedimento e non sui titoli dei provvedimenti ma su un testo licenziato dalle commissioni di merito”.

“Non si può quindi mettere la fiducia – autorizzata, lo ricordo il 24 luglio – su un testo approvato lunedì scorso dalla Commissione, perché il testo, rispetto a quello varato dal governo, è cambiato per via dei voti in commissione e l’approvazione di diversi emendamenti. Sui vaccini, ad esempio, il testo ha subito ben tre variazioni. La fiducia del Cdm non può riferirsi al testo della Camera. Le suggerisco quindi – ha concluso Giachetti – di consultare il presidente Fico perché riteniamo che la proceduta adottata sia gravemente viziata”.

Altre forti proteste arrivano dall’Anci in quanto la fiducia è posta sul testo approvato dalle Commissioni, vale a dire con il taglio di 1,1 miliardi alle periferie, senza recepire quindi l’intesa raggiunta ieri con l’Anci per il ripristino nel triennio dei fondi. L’oppposione infatti aveva chiesto la sospensione dei lavori per permettere al governo di chiarire le proprie intenzioni sui fondi alle periferie dopo l’intesa raggiunta ieri sera dal premier Giuseppe Conte con l’Anci per il loro ripristino. Ma il tutto si è trasformato in un nulla di fatto. Ieri il presidente dell’Anci aveva espresso la propria soddisfazione per l’impegna strappato al premier. Soddisfazione durata poco.

2 agosto 1980. Si nega ancora la ‘matrice fascista’

pertini strage bolognaSono passati 38 anni dalla strage di Bologna che sconvolse l’Italia, eppure c’è ancora chi nega alcune responsabilità e proprio dagli scranni del Parlamento. Per la deputata di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti la verità non si “è ancora affermata. I veri colpevoli non sono stati ancora condannati”, ha detto Frassinetti. “Bisognerebbe avere il coraggio di dire che i giudici a Bologna sono sempre stati prigionieri di logiche idelogiche-giudiziarie con lo scopo non di ricercare la verità ma di riuscire, a tutti i costi, ad arrivare alla conclusione che la matrice fosse nera per ragione di Stato”. E aggiunge: “Bisognerebbe avere lo stesso coraggio del presidente Cossiga- prosegue- quando nel 1991 ebbe l’onestà di ammettere che si era sbagliato e che la strage non era addebitabile ad ambienti di estrema destra chiedendo anche scusa. Anche il nuovo processo iniziato a Bologna in Corte di Assise a marzo è un’altra occasione perduta. Invece di approfondire la pista che porta a verificare l’ipotesi dell’esistenza di una ritorsione del terrorismo palestinese…”.
Dichiarazioni che hanno acceso lo scontro in aula con il Centrosinistra compatto contro le affermazioni della deputata.
Pier Luigi Bersani, rivolgendosi a Frassinetti, le ha ricordato la piazza di Bologna “tesa rabbiosa” e la capacità di Zangheri e Pertini di usare parole ferme a “difesa della democrazia e delle istituzioni”. “Attorno a noi c’erano solo bombe”, ha concluso tra gli applausi, “ma quegli attentati non riuscirono a portarci dove volevano”. Intervento che ha accentuato il clima di bagarre, stavolta dai banchi di Fratelli d’Italia. Giovanni Donzelli (Fdi) ha preso la parola chiedendo un chiarimento all’ex segretario Pd. “Vorrei sapere se crede sul serio che una forza democraticamente eletta sia responsabile di quelle bombe. Vuol dire che noi potremmo dire che la sinistra è responsabile delle Br”. A quel punto, dai banchi della sinistra si è levato un coro di proteste, tenuto a bada, con difficoltà, dalla vicepresidente di turno, Maria Edera Spadoni. “Se ci sono delle incomprensioni tra voi e Bersani”, ha detto Spadoni a un certo punto, rivolta ai banchi di FdI, “parlatene tra di voi”. Parole che hanno fatto infuriare Emanuele Fiano (Pd): “Presidente, qui siamo nell’Aula di Montecitorio. E quando si parla di democrazia e antifascismo non si chiariscono questi punti privatamente, come lei ha invitato a fare”.
Il Parlamento parla ancora una volta di Fascismo e democrazia ed è proprio la parola ‘Fascista’ che è stata più volte pronunciata dal sindaco di Bologna Virginio Merola, durante la commemorazione “perché esiste la verità storica, sono esistite ed esistono forze nazifasciste, così come esiste l’antifascismo e la sua necessità presente e futura. Come sindaco mi sento un po’ umiliato nel doverlo dire”, attacca Merola: “Ditelo ai famigliari delle vittime del 2 Agosto e ai bolognesi, guardandoli in faccia, senza la scorciatoia dei social network, che non esiste più il problema del fascismo”.
“Oggi i fascismi possono essere di tanti tipi e vanno tutti combattuti”, gli replica, sceso dal palco, il presidente della Camera Fico, che davanti al microfono raccoglie molti applausi quando ha voluto mandare un saluto ai genitori di Giulio Regeni, sottolineando che “tutte le verità richiedono giustizia, solo quando sapremo tutto ciò che è stato potremo dirci un Paese unito”. E ancora: “Lo vorrei dire da qui ed è l’unica promessa che vi faccio”, ai famigliari e alla città: come terza carica dello Stato ci sono al 100% e non arretrerò mai di un passo”.
Tuttavia sono ancora in corso udienze per scoprire i mandanti di una bomba che portò alla morte di 85 persone e oltre 200 i feriti.
Ma il capo dello Stato Sergio Mattarella nel messaggio alla città ha voluto ricordare anche “L’impegno e la dedizione di magistrati e servitori dello Stato hanno consentito di ottenere risultati che non esauriscono ma incoraggiano l’incalzante domanda di verità e giustizia”.

Azzollini, No all’arresto. Polemiche nel Pd

Azzollini-salvoCon 189 voti contro, 96 a favore e 17 astenuti, questa mattina l’Aula del Senato ha respinto la richiesta di arresti domiciliari per il senatore dell’Ncd, Antonio Azzollini avanzata dalla della procura di Trani per la vicenda del crac della casa di cura Divina Provvidenza. Un capovolgimento di fronte, perché la richiesta era arrivata in Aula con il parere favorevole all’arresto della giunta per le Immunità del Senato, presieduta da Dario Stefano di Sel.

“Sono soddisfatto”, ha commentato Azzollini aggiungendo però che prima del voto “non avevo nessuna convinzione, avevo fiducia nelle mie argomentazioni”. “Penso che sia stata determinante la conoscenza degli atti” e ha aggiunto, rispondendo alle domande dei giornalisti, che non si aspettava che ci fossero 189 Senatori, assieme a 17 astenuti, disposti a votare contro il suo arresto.

SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI
Sul voto è cominciato intanto uno psicodramma con parte della maggioranza, il Pd soprattutto, sull’orlo di una crisi di nervi, che pur avendo votato contro – il voto era segreto – teme ora la campagna propagandistica dei 5 Stelle e della minoranza interna. Così è tutto un correre a mettere le mani avanti.

“Attenti – avverte la senatrice del Pd Lucrezia Ricchiuti – all’immagine che diamo al nostro elettorato”. “Che cosa è successo da quando in Giunta il nostro gruppo, che aveva letto le carte, ha votato a favore degli arresti domiciliari ad oggi? Cosa è cambiato?”. A fare la differenza è stato sicuramente il voto segreto, quello stesso voto segreto che in altre occasioni è stato fieramente rifiutato dal Pd, e lo stato assai complicato dei rapporti col socio di maggioranza, l’Ncd-Ap, quello stesso compagno di viaggio che solo il giorno prima ha fatto mancare per quattro volte il numero legale nel voto sugli Enti Locali, che minaccia fuoco e fiamme sull’ICI gratis alle scuole cattoliche e fa ostruzionismo su qualunque legge che riguardi l’ampliamento dei diritti civili (leggi unioni di fatto). Un rapporto reso ancora più difficile dall’arrivo della pattuglia dei verdiniani, che diluisce il peso specifico dei voti degli alfaniani, rendendoli se non marginali, meno ‘pesanti’ nella quotidiana battaglia del Governo al Senato per far passare leggi e decreti.

ZANDA: TUTTA COLPA DEL VOTO SEGRETO
“Purtroppo – commenta il capogruppo del Pd, Luigi Zanda – nel Parlamento italiano il voto segreto è diventato un’arma politica, troppo spesso usata strumentalmente. Questo rende molto difficile interpretare correttamente il voto di questa mattina”. Posizione curiosa, visto che lo stesso Zanda aveva invitato ieri i suoi colleghi a votare ‘secondo coscienza’, un invito che poteva anche far sospettare una benevola apertura nei confronti di Azzollini il cui arresto non avrebbe certo migliorato il rapporto con l’Ncd.

Tra quelli che si sentono ‘sporcati’ dal voto – che almeno vogliono dare questa sensazione – c’è – la vicesegretaria del Pd, Debora Serracchiani, “Oggi al Senato avrei votato secondo le indicazioni della Giunta per Immunità, senza impedire l’arresto di Azzollini”. “Non solo mi sembra corretto non rispettare l’approfondito lavoro della Giunta, che così risulta quasi svilito, ma – ha aggiunto – resto convinta che la politica abbia il dovere di mantenere la massima trasparenza nei confronti dei cittadini e della giustizia. Temo che si sia persa un’occasione per dare un buon segnale di cambiamento”.

MANCONI: NON C’ERANO I PRESUPPOSTI
Non tutti però la pensano come la Serracchiani e Zanda. “A noi tocca, come si dice, valutare se nella richiesta di arresto del Sen. Azzollini vi sia del fumus persecutionis. E l’unico modo – ha detto ad esempio il senatore Luigi Manconi – è analizzare rigorosamente la stretta necessità della misura cautelare richiesta, anche alla luce di una recente legge di riforma che ribadisce per tutti i cittadini la necessaria attualità dei suoi presupposti: impedire la fuga dell’indagato, l’inquinamento delle prove, la reiterazione del reato. Nonostante le argomentazioni prodotte dalla Procura di Trani, nulla tra le carte trasmesse lascia intendere che il senatore Azzollini voglia sottrarsi al giudizio, inquinare le prove o commettere nuovamente il reato di cui è accusato”. “Spiace dover rilevare – ha anche aggiunto – per l’ennesima volta come tra coloro che- opportunamente in questo caso- hanno votato a favore delle garanzie di un collega, siano così pochi quelli che si battono a favore delle garanzie dei povericristi, dei migranti e dei profughi e delle persone senza tutele”. “Credo abbiano dato un contributo fondamentale a respingere l’autorizzazione contro Azzollini i due interventi dei senatori di 5 Stelle, addirittura eccezionali per demagogia reazionaria, che hanno ottenuto il risultato di persuadere molti incerti e convincere tanti dubbiosi a votare in maniera esattamente opposta”.

D’ATTORRE: COLPO ALLA CREDIBILITÀ DEL PD
“La nascita del gruppo di Verdini a sostegno della maggioranza di governo e il voto del Senato che, capovolgendo il parere della Giunta per le autorizzazioni, salva Azzolini dall’arresto – ha tuonato invece dalla minoranza Pd, Alfredo D’Attorre – infliggono in poche ore un doppio colpo micidiale per la credibilità del Pd”.

È la senatrice Loredana De Petris del gruppo misto-Sel – a stabilire invece una connessione tra il voto e gli equilibri politici delle maggioranza perché il Pd decidendo di salvarlo ha stabilito “il principio per cui la legge non è uguale per tutti”. “La relazione del presidente della Giunta per le autorizzazioni Dario Stefàno (collega di partito, ndr) era chiarissima, non lasciava adito a dubbi e infatti il Pd, in giunta, aveva votato senza esitazioni a favore”. Dunque “le considerazioni che hanno spinto il Pd a cambiare parere sono sin troppo chiare: non hanno nulla a che vedere con la difesa di nobili principi. Spero solo che di fronte a questo vergognoso mercanteggiamento nessuno osi adoperare il garantismo come alibi”.

A questo punto ci manca solo un tweet di Renzi, mentre il blog di Beppe Grillo ha già sentenziato: hanno salvato Azzollini! “Come è possibile – aggiunge la parlamentare Maria Edera Spadoni – che una maggioranza del genere ha deciso a voto segreto di non aiutare la magistratura? Siete la stessa schifezza che eravate due anni fa…”, mentre i suoi colleghi urlano alla camera verso i banchi del Pd, il solito “ladri!”.

BUEMI: RIVEDERE L’ART ’68
Ben diversa e assai più ragionata la valutazione che della vicenda danno invece i socialisti. “Noi – ha dichiarato il senatore Enrico Buemi – non decidiamo sull’innocenza o la colpevolezza del collega Azzollini, questo deve farlo il processo nei vari gradi di giudizio; noi discutiamo se le ragioni gravi per una misura eccezionale, sempre eccezionale per tutti i cittadini, siano essi parlamentari o meno, siano giustificate”. Buemi, membro della Giunta delle elezioni e delle immunità, intervenuto in aula nella discussione generale sulla richiesta di autorizzazione all’arresto, ha detto ancora: “Non possiamo accettare che per varie ragioni, come ad esempio l’ambizione di potere, l’opportunità politica o la propaganda elettorale, si possa mettere in discussione il principio di autonomia di quest’aula, principio che i nostri Padri costituenti avevano affrontato con grande determinazione alla luce dell’esperienza storica, come quello della separazione dei poteri, oggi confusi in modo insostenibile e insopportabile”.

“Credo, ed è una mia posizione personale, che nei confronti del senatore Azzollini siano state fatte forzature da parte della magistratura, ci sia cioè quel fumus persecutionis nei confronti del quale dobbiamo essere totalmente intransigenti”. “Se la custodia cautelare si applica in caso di pericolo di fuga, di inquinamento di prove e di reiterazione del reato da parte dell’inquisito, vogliamo credere che il senatore Azzollini sia in procinto di scappare?” “Che inquini le prove a suo carico nonostante che da molto tempo l’ente Divina Provvidenza sia commissariato? E, inoltre, qual sarebbe il reato che si sospetta possa reiterare? Semplicemente quello che concerne l’attività legislativa, per cui se è responsabile il collega Azzollini lo siamo tutti, sia senatori che deputati”.

“Credo che sia proprio su questo punto che si ravvisi la forzatura da parte della magistratura e credo, inoltre, che tutti noi abbiamo il dovere di recuperare il coraggio di rivedere l’articolo 68 della nostra Costituzione (quello dell’immunità parlamentare, ndr) – ha concluso il senatore socialista – per ridare dignità a quest’aula e sottrarla finalmente a ogni stormir di fronda”.

Armando Marchio