Leopolda 9 e la disfatta in Trentino Alto Adige

leopolda 9L’Italia va sempre più a destra, ma stavolta la Lega travolge anche il suo alleato azzurro. A Trento la lista dei salviniani supera il 27% e trascina la coalizione di centrodestra alla conquista del governo della Provincia. Il suo candidato, il sottosegretario alla Sanità Maurizio Fugatti, è il nuovo presidente. Dopo il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, anche il Trentino Alto Adige porta il vessillo della Lega, Tutto questo avviene a ridosso del grande evento che avrebbe dovuto ridare aria al Pd e al Centrosinitra, la Leopolda di Matteo Renzi. La kermesse al suo nono anno dell’ex segretario del Pd anche se ha avuto un successo in termini di partecipazione (oltre 35mila presenze registrate) non ha avuto lo stesso effetto sul piano politico. L’evento puntava a ridare slancio a un Partito arroccato ai cimeli del passato, ma con quel “Ritorno al futuro” che rimanda all’omonima trilogia di commedie di fantascienza di Robert Zemeckis, si punta ancora una volta a una generazione di quarantenni, mentre i giovanissimi hanno conosciuto Michael J Fox quando era già malato. Inoltre come in una grande passerella, l’ex sottosegretario alla Presidenza, Maria Elena Boschi, è stata notata per il suo outfit.
Ma va riconosciuto che nonostante tutto Matteo Renzi ha dichiarato più volte che sosterrà il candidato che uscirà dalle primarie, che non ci sarà un ‘fuoco amico’ e ha ripetuto fino allo sfinimento che lui non si candiderà.
Ma le sue proposte, come quella di una Contromanovra ideata e scritta con l’ex Ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, riceve la bocciatura dell’ex Commissario alla Spending Review, Carlo Cottarelli

Ma non è il solo a criticare Matteo Renzi, anche Alessandra Ghisleri (Euromedia Research) in diretta a Omnibus su La7, spiega i motivi per i quali i dem hanno perso recentemente nel Nord Est e in molte roccaforti rosse: “Non solo Renzi ma tutto il Pd parla solo di sé, critica il governo senza dare alcun contributo fattivo”. Per la sondaggista Matteo Renzi non ha indicato una via alternativa a quella dell’attuale governo e “in questo scenario la gente non capisce lo scopo di questo partito che rischia di sparire”.

Il Pd pensa a una svolta ‘rosa’ per la Segreteria

Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi Maria Elena Boschi (D) con Debora Serracchiani (S) e il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti durante la la terza e ultima giornata della Leopolda, a Firenze, 6 novembre 2016. ANSA/Maurizio Degl' Innocenti

ANSA/Maurizio Degl’ Innocenti

Voci e indiscrezioni si rincorrono in queste ore sulla possibile successione al Partito democratico dell’ex Ministro Maria Elena Boschi. Ieri la dem ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera sul Partito Democratico e sull’attualità politica e a alla domanda sulla possibilità che il prossimo segretario del partito possa essere una donna ha risposto piuttosto evasivamente. Considerata renziana di ferro, anche se Matteo Renzi sa che una sua candidatura al congresso del Pd potrebbe essere controproducente.
La sua possibile candidatura, che sarebbe espressione appunto dell’area strettamente renziana, non è la sola a rappresentare l’entourage del segretario uscente, Matteo Renzi e non è nemmeno l’unica donna che potrebbe rappresentare un’alternativa alla segreteria da sempre in mano agli uomini dem. Gli altri partiti, anche quelli di destra, come FdI, hanno visto donne alla carica, come Giorgia Meloni, ma per il Partito democratico, anche quando ancora si chiamava Pci la carica è sempre stata maschile. Un unicum in Europa.
Comunque le altre quotate per la segreteria sono donne molto ‘vicine’ alla linea renziana: Teresa Bellanova e Debora Serracchiani. Anche se quest’ultima non è più considerata una “fedelissima” renziana, mentre l’ex sindacalista della CGIL, è talmente gradita al segretario uscente che è stata indicata a sfidare l’avversario generazionale di Renzi, Massimo D’Alema, nel collegio uninominale Puglia 6 del Senato.
Tutto è ancora da considerare, il prossimo congresso nazionale del principale partito di opposizione dovrebbe svolgersi prima delle elezioni europee, quindi a inizio 2019, con le Primarie per la scelta del segretario che dovrebbero essere fissate per il 24 febbraio.

Dj Fabo. Nencini, mi dissocio dal governo

faboIl governo Gentiloni nel suo ultimo atto torna sui suoi passi su una delle strade migliori, quella che riguarda la libertà di scelta sul proprio fine vita. Il Governo si è costituito parte civile nel processo su Dj Fabo, nel quale Marco Cappato è indiziato di istigazione e aiuto al suicidio. Una decisione che ha sorpreso tutti, tanto che il segretario del Partito Socialista, Riccardo Nencini ha scritto sul suo profilo Facebook: “Mi dissocio dalla costituzione di parte civile del governo sul caso del dj Fabo”.
La costituzione di parte civile che mira a difendere la norma di istigazione al suicidio messa in discussione dalla Corte d’Assise di Milano porta la firma del sottosegretario alla Presidenza, Maria Elena Boschi.
Il Governo in Corte Costituzionale difenderà infatti il divieto del codice penale risalente agli anni ’30 che norma il reato di cui è imputato Cappato. In questo modo si difende l’articolo 580 del codice penale, risalente al Regime fascista. La norma punisce con la reclusione da cinque a dodici anni “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione”.
È dunque andato a vuoto l’appello di giuristi sottoscritto da 15.000 italiani e promosso dall’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica lanciato poco più di 10 giorni per chiedere al Governo di non intervenire a difesa del reato e dunque di non dare mandato all’avvocatura di Stato di costituirsi in tale procedimento.
“Certamente non si tratta di un’iniziativa contro Cappato, anzi la scelta effettuata mira a difendere le iniziative di chi aiuta le persone già determinate a porre fine alla propria vita”, fa sapere il Guardasigilli Andrea Orlando.
Il governo si costituisce “per evitare che la dichiarazione di incostituzionalità secca dell’articolo 580 potrebbe lasciare impunite condotte che nulla hanno a che fare con la tematica del rispetto delle volontà dei malati terminali”, fanno sapere dal Ministero della Giustizia. La spiegazione che viene fornita prende ad esempio le “condotte di chi istiga i ragazzi o comunque i soggetti deboli a compiere azioni che possono provocarne la morte, ad esempio con giochi spericolati o via web”.
“Prendo atto – ha affermato:in una dichiarazione l’avvocato Filomena Gallo coordinatore del collegio di difesa di Marco Cappato e segretario Associazione Luca Coscioni – della decisione del Governo Gentiloni di costituirsi in Corte costituzionale nel procedimento sollevato dalla Corte di Assise di Milano nell’ambito processo a Marco Cappato per la morte di Fabiano Antoniani”.
“Prendo anche atto – ha proseguito- della richiesta di costituzione in giudizio di una serie di organizzazioni e gruppi che sempre si sono distinti per aver avversato in ogni modo il riconoscimento del diritto alla libertà e responsabilità individuale fino alla fine della vita. Per quanto riguarda Marco Cappato, il suo collegio di difesa che coordino e l’Associazione Luca Coscioni, il nostro obiettivo non cambia: vogliamo far prevalere, contro la lettera del codice penale del 1930, i principi di libertà e autodeterminazione riconosciuti dalla Costituzione italiana e dalla Convezione europea dei diritti umani, nella convinzione che Fabiano Antoniani avesse diritto a ottenere in Italia il tipo di assistenza che -a proprio rischio e pericolo- ha dovuto andare a cercare all’estero con l’aiuto di Marco Cappato”.

Quando le pluricandidature limitano la parità di genere

maria elena boschiTra i numerosi temi ricorrenti del dibattito politico italiano c’è sicuramente la parità di genere. Anche queste elezioni hanno dato il loro contributo, soprattutto alla luce del risultato della consultazione nazionale svoltasi il 4 marzo scorso. Come abbiamo avuto modo di raccontare nel nostro report Tre poli contrapposti, il parlamento che si sta per insediare sarà quello con la percentuale più alta di donne.

Le donne nel parlamento italiano
Già nella scorsa legislatura avevamo testimoniato un’impennata delle donne in entrambi i rami. Alla camera l’aumento era stato del 50%, passando dal 20,41% della XVI legislatura al 30,7% della XVII. Con l’arrivo della XVIII legislatura la percentuale è destinata a crescere ancora, sino al 34,62%. Per capire quanto sono cambiati i numeri, basta pensare che solamente 10 anni fa, nella XV legislatura (2006-2008), le donne erano la metà, il 17,2%.

Pure a Palazzo Madama i numeri sono da record. Rispetto al 28,44% di senatrici della XVII legislatura, già percentuale più alta raggiunta fino ad all’ora, nella XVIII passeremo al 34,75%, segnando un aumento di 6 punti percentuali. Il trend negli ultimi anni ha portato a quasi raddoppiare la percentuale di donne, considerando che nel periodo 2006-2008 il dato era fermo al 13,43%.

Crescono le donne nel parlamento italiano
Andamento delle donne dalla I (1948) alla XVIII (2018) legislatura

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DA SAPERE
Per consentire il confronto tra legislature il totale è sul totale dei deputati e senatori. Sono stati considerati quindi sia quelli cessati, sia quelli subentrati in corso.

FONTE: openpolis

Scomponendo tutto questo per le principali liste di elezione, emergono delle considerevoli differenze. Guida il Movimento 5 stelle, il solo a sfiorare quota 40%, e sopra la media del parlamento. A seguire due dei principali sconfitti di queste elezioni: Forza Italia (34,93%) e il Partito democratico (33,93%). Molto più distanti le altre liste: la Lega e Fratelli d’Italia sono quasi 10 punti percentuali dietro al Movimento 5 stelle, rispettivamente al 30,89% e al 30,23%. Chiude Liberi e uguali, le cui donne rappresentano il 27,77% degli eletti.

Le donne elette nelle principali liste
Il risultato delle politiche 2018

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DA SAPERE
Per ognuna delle principale liste abbiamo calcolato la percentuale di donne sul totale degli eletti.

FONTE: openpolis

Cosa dice la legge elettorale rosatellum bis
L’attuale legge elettorale prevede alcuni elementi per favorire la parità di genere, che hanno funzionato in parte. La materia viene affrontata sia nella composizione delle liste per i collegi plurinominali, che nella scelta dei candidati in quelli uninominali.

In ogni collegio plurinominale ciascuna lista, all’atto della presentazione, è composta da un elenco di candidati presentati secondo un ordine numerico. […] in ogni caso, il numero dei candidati non può essere inferiore a due né superiore a quattro. A pena di inammissibilità, nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali, i candidati sono collocati secondo un ordine alternato di genere

– Art. 1 comma 10 – Legge elettorale rosatellum bis
Per quanto riguarda i seggi assegnati con il metodo proporzionale, nella scelta del listino bloccato, le segreterie dei partiti sono obbligate a collocare i nomi secondo un ordine alternato di genere. Essendo che il numero di candidati non può essere inferiore a due o superiore a quattro, questo forza il rapporto di genere a essere o 1:1 o 2:1. Il sistema direziona quindi la scelta dei nomi, tentando, con dei limiti che poi vedremo, di pareggiare la presenza di uomini e donne nel parlamento italiano. Non solo, viene anche specificato che nella scelta dei capolista nessuno dei due generi può superare quota 60%.

Nel complesso delle candidature presentate da ogni lista o coalizione di liste nei collegi uninominali a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento, con arrotondamento all’unità più prossima

– Art. 1 comma 10 – Legge elettorale rosatellum bis
Il rapporto 60-40 deve anche essere mantenuto nella scelta dei candidati nei collegi uninominali. Al livello nazionale quindi ogni lista, o coalizione di liste, deve selezionare i candidati assicurandosi che nessuno dei due sessi sia rappresentato in misura superiore al 60%.

Il problema delle pluricandidature
Sulla carta quindi il tentativo del legislatore di assicurare una rappresentanza omogenea dei due sessi è chiara. Ciò ha portato molti giornali in queste settimane a considerare un “fallimento” il non aver raggiunto quota 40% di donne nel parlamento italiano. Purtroppo però, per come è strutturata la legge elettorale, le regole sulle quote di genere sono fortemente depotenziate dalle pluricandidature. Un candidato nei collegi plurinominali può presentarsi in 5 diversi collegi al livello nazionale. In aggiunta a questi può anche correre in un collegio uninominale.

Cosa implica tutto questo? Per spiegarlo facciamo un esempio concreto. Come noto Maria Elena Boschi era la candidata del centrosinistra nel collegio uninominale di Bolzano. Allo stesso tempo però è stata candidata, come permesso dalla legge, in 5 diversi collegi plurinominali: Lazio 1-03, Lombardia 4-02, Sicilia 1-02, Sicilia 2-01 e Sicilia 2 -03. In tutti questi collegi Maria Elena Boschi era capolista, implicando che il secondo in lista fosse un uomo, sempre come richiesto dalla legge. In 4 dei 5 collegi plurinominali in questione il Partito democratico ha ottenuto un solo seggio, assegnato quindi a Maria Elena Boschi. Essendo però vincitrice del collegio uninominale di Bolzano, questi 4 seggi sono andati ai secondi in lista, ovviamente tutti uomini. In pratica, candidando la stessa persona in 5 collegi plurinominali, a cui si può anche aggiungere la candidatura in un collegio uninominale, le quote di genere vengono di fatto aggirate. Solo nel collegio Lazio 1-03, avendo il Pd ottenuto 2 seggi, è rientrata comunque una donna, in quanto l’esclusione della sottosegretaria ha fatto eleggere il secondo (uomo) e terzo candidato (donna) in lista.

Non si tratta di un caso isolato, e gli esempi che si possono citare sono molti, tra cui: Giorgia Meloni (candidata ed eletta all’uninominale di Latina e allo stesso tempo come capolista in 5 diversi collegi plurinominali) e Marianna Madia (candidata ed eletta all’uninominale Roma 2 e candidata come capolista in 2 diversi collegi plurinominali, nonché come seconda in altri 3). Proprio quest’ultima ci permette di analizzare un’altra fattispecie interessante.

Seconda in lista nel collegio Lazio 1 – 02, dove il Pd ha ottenuto 2 seggi, ha lasciato il posto a Michele Anzaldi, terzo in lista. Per via della sua elezione in un collegio uninominale, la contemporanea candidatura da seconda in lista in un collegio in cui il Pd ha ottenuto 2 seggi ha permesso a 2 uomini di essere eletti. .

È chiaro quindi che tutte le discussioni sulle quote rosa, la parità di genere e simili rischiano di diventare sterili se poi nel concreto ci sono modi per ovviare ai paletti legislativi.

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SIPARIO SULLE CAMERE

cameraCala il sipario sulla legislatura numero diciassette. Dopo aver ricevuto al Quirinale il premier Gentiloni e i presidenti di Camera e Senato, Sergio Mattarella ha sciolto le Camere. È l’atto finale che porta alle elezioni: gli italiani saranno chiamati alle urne domenica 4 marzo, poi le nuove Camere si riuniranno il 23 dello stesso mese per eleggere i presidenti. Da oggi l’Italia è in campagna elettorale. Da qui al voto resta a Palazzo Chigi Gentiloni: il suo governo non si è dimesso, i poteri non sono limitati all’ordinaria amministrazione. Insomma, le Camere chiudono i battenti, ma il governo non va in vacanza. “L’Italia non si mette in pausa, il governo non tira i remi in barca, continuerà a governare”, ha spiegato il premier nella conferenza stampa di fine anno che ha preceduto di qualche ora l’epilogo della legislatura.

Alle elezioni del 4 marzo verranno premiate le coalizioni e, ha sottolineato il segretario del Psi Riccardo Nencini “non i populisti”. “L’Italia – ha detto ancora intervenendo a Napoli alla all’assemblea di Area progressista – è divisa in tre poli, ma lo scontro elettorale sarà tra centrodestra e centrosinistra. Ci sono buone possibilità che alla fine vinca un centrosinistra rinnovato, coeso, che presenta un programma forte, legato ad un patto concretissimo con gli italiani”. “Con questa legge elettorale – ha spiegato Nencini – verranno premiate le coalizioni. E poi, come avvenuto già a livello europeo, gli italiani non premiano populismi ed estremismi che possano governarli, fanno scelte diverse”. Nencini ha poi aggiunto: “Ci sono tre punti che qualificano la nostra presenza innanzitutto il prossimo Parlamento noi crediamo debba essere un’Assemblea costituente; riforma della Costituzione con inserimento della sostenibilità ambientale e sociale perché c’è troppa diseguaglianza in Italia. Il secondo punto riguarda i migranti: chi vive in Italia deve vivere secondo diritto, secondo responsabilità, godere dei nostri diritti, vivere all’interno di un mondo dove le conquiste legate alla parità tra uomo e donna devono essere protette e salvaguardate sempre. Terzo, ci sarà un’attenzione molto forte sui temi che riguardano il mondo del lavoro con delle proposte che sono state già presentate”. Sulle divisioni nella sinistra Nencini ha detto che “l’Italia ha sempre avuto una sinistra riformista e una massimalista e molte volte la sinistra massimalista gode se la sinistra riformista perde. Spero proprio che questo non avvenga nel corso della prossima campagna elettorale, spero che gli italiani facciano una scelta di cuore e di ragione allo stesso tempo”. La lista di Area Progressita, ha infine aggiunto Nencini, “completa un percorso importante perché associamo un pezzo del mondo che era legato all’ex sindaco di Milano, Pisapia, che ora con noi costruisce la lista Insieme”.

Dietro la scelta di Gentiloni, condivisa con Mattarella, la quasi certezza che le elezioni non avranno un vincitore e che servirà tempo per formare un nuovo governo. Anche Gentiloni lo ha dato per scontato: il premier non ha voluto dire se gli italiani lo ritroveranno a Palazzo Chigi come premier di un governo di larghe intese, ma ha sostenuto che anche senza un vincitore la situazione “potrà essere gestita” con “senso della misura e senso della responsabilita’”, come del resto è successo in Germania, Gran Bretagna e Spagna. “Spero che il Pd abbia un buon risultato e possa essere la forza centrale del prossimo governo”, ha detto ancora il presidente del consiglio. Alla sinistra di governo, stando alle parole di Gentiloni, non dovrebbe essere impossibile dialogare con la sinistra-sinistra di Bersani. Il bilancio che Gentiloni traccia di questo ultimo anno ha varie luci (“oggi l’Italia è fuori dalla più grave crisi dal dopoguerra”, ha detto) e una sola ombra: quella di aver lasciato “incompiuto” il capitolo delle leggi sui diritti, arenatasi sullo ius soli per un solo motivo: “Non avevamo i voti”. Ma complessivamente il voto che si assegna è positivo: “Il mio governo non ha tirato a campare”. Qualche distinguo da Renzi, il premier lo ha fatto : su Visco e Bankitalia (“il Pd aveva preso una posizione, io ho deciso diversamente”) e anche sulla commissione banche (“ho accolto con sollievo la conclusione delle sue audizioni, perché non sono state utilissime”). Ma ha difeso Maria Elena Boschi e ha detto di aver insistito perché “restasse al suo posto”. Ora comincia la campagna elettorale; anche Gentiloni vi prenderà parte (“i governi non sono super partes”) e punterà a far percepire il Pd come “forza tranquilla di governo” per cercare di recuperare i voti degli scontenti e dei disillusi.

Partito un anno fa in sordina, Gentiloni ora miete consensi. Anche Berlusconi ne fa l’elogio (“è una persona gentile e moderata”) e evita di attaccare il Pd: la sua campagna elettorale è tutta contro i cinque stelle , “che sono un vero pericolo per la democrazia” ha sostenuto il leader di Forza Italia. Un fair play, quello di Berlusconi verso il Pd, non ricambiato da Matteo Renzi: per il segretario del Nazareno le promesse elettorali di Berlusconi (pensioni minime a 1000 euro, reddito di dignità, riduzione delle tasse) costerebbero 157 miliardi, quelle dei cinque stelle “solo” 84: insomma “un disastro” o, in alternativa “una presa in giro degli italiani”. Di Maio scrolla le spalle: “Renzi da’ i numeri. Comunque noi possiamo arrivare al 40 per cento e governare da soli”.

Intanto dal collasso di AP di Alfano nasce Civica Popolare. Una lista lista centrista . Ap, Centristi per l’Europa, Democrazia Solidale, Italiapopolare e Idv, si legge in una nota, danno vita alla lista “Civica Popolare” che sosterrà “l’area politica che ha supportato fino in fondo i governi di questa legislatura”. La lista, si legge ancora, “sarà guidata da Beatrice Lorenzin e avrà nel simbolo una margherita” ed è “il primo passo per la costituzione di una forza politica di ispirazione europeista e riformista, per fronteggiare ogni deriva populista e proseguire sul sentiero della ricostruzione civile, sociale e materiale del Paese”. “Quella varata fra ieri sera e oggi – afferma Fabrizio Cicchitto – è un’operazione politica di notevole spessore che mette assieme forze politiche e culturali che aggregate insieme costituiscono un centro davvero autonomo, distinto dal Pd e nettamente contrapposto sia al centro-destra di Forza Italia e Lega, sia al Movimento 5 Stelle. Si tratta di ben altro che una lista civetta”

Etruria: nel giorno di Ghizzoni spunta mail Carrai

Banca Etruria-BoschiPoche righe di una mail piovuta sul banco della presidenza della Commissione Banche: “Ciao Federico, solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti, se possibile, nel rispetto dei ruoli, per una risposta. Un abbraccio Marco”. Dove Federico è Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit, mentre il Marco che scrive è Marco Carrai, imprenditore ed esperto di cyber security – tanto che per lui si parlò di un incarico a capo di una squadra di 007 a Palazzo Chigi – e amico di lunga data di Matteo Renzi. È il colpo di scena che l’audizione più temuta dal Partito Democratico regala al caso Banca Etruria. Ma dall’audizione di questa mattina, i commissari aspettavano soprattutto chiarezza sullo scambio di accuse tra l’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, e l’ex ministra delle Riforme, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi. De Bortoli aveva infatti parlato dell’incontro tra la ministra e l’ad nel suo ultimo libro, sottolineando la richiesta “di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria” da parte di Unicredit. A distanza di mesi dall’uscita del libro, con le polemiche mai sopite sul suo contenuto, Ghizzoni ha avuto la possibilità di parlare in una sede istituzionale. L’allora ministro, Maria Elena Boschi, “mi chiese se era pensabile per Unicredit valutare un intervento su Banca Popolare dell’Etruria stressando di nuovo la sua preoccupazione sugli effetti della crisi in Toscana”.

A queste parole le opposizioni rispondono con la rinnovata richiesta di dimissioni di Boschi. Si tratterebbe, per grillini ed Mdp, della conferma di quanto riportato da Ferruccio De Bortoli e che ha portato l’esponente del governo ad annunciare querela contro l’autore. Tanto Boschi quanto De Bortoli esprimono soddisfazione: “Sulla vicenda Banca Etruria, confermo ciò che ha detto oggi Ghizzoni. Che è stato impeccabile nel raccontare i fatti. I fatti sono quelli. Io mi sono informata e interessata come avrebbe fatto chiunque altro all’economia del proprio territorio”, scrive su Twitter il sottosegretario ad audizione ancora in corso.

Quando i commissari si ritirano, De Bortoli ringrazia “Federico Ghizzoni per aver confermato la richiesta dell’allora ministra Maria Elena Boschi di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria”. Il Partito Democratico insiste sull’assenza di “pressioni” da parte della Boschi, così come fatto al termine delle audizioni del presidente Consob, Giuseppe Vegas, e del governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco. Durante la sua audizione, rispondendo alle domande dei commissari, Ghizzoni ha infatti sottolineato di “non aver avvertito pressioni”, ma di aver avuto con Boschi un colloquio cordiale. Un incontro chiesto dalla allora ministro, al termine della cerimonia per i 15 anni di Unicredit e dopo il quale, Ghizzoni diede mandato alla sua segretaria di fissare un appuntamento con la responsabile delle riforme del governo Renzi. Incontro che si svolse il 12 dicembre 2014. Dopo quella data non ci furono altri contatti con Boschi. Ma di Etruria si continuò a parlare in Unicredit, anche perché Ghizzoni avviò, tramite i suoi collaboratori, una prima analisi della fattibilità dell’operazione Etruria. Circa un mese dopo, tuttavia, arrivò la mail di Carrai. Era il 15 gennaio. La risposta di Ghizzoni, che sottoliena di non essere in confidenza con Carrai ma di conoscerlo solo come consulente, fu netta: “Risposi che stavamo esaminando la situazione. Per me la risposta andava data solo alla banca”. Ghizzoni aggiunge di non aver chiesto “per il bene di Unicredit” chi fosse che solecitava una risposta su Etruria. Ma la risposta fu, al termine dell’esame, negativa. Se per i commissari di opposizione, come Andrea Augello, è chiaro che i committenti

della mail fossero Renzi e Boschi, di diverso avviso – ovviamente – sono gli esponenti dem. Fonti parlamentari sottolineano che “Carrai non agiva per conto di Renzi e Boschi”. Lo stato d’allerta, nonostante la soddisfazione manifestata da Boschi e dal renzianissimo Andrea Marcucci, rimane ai massimi livelli: “Teniamo botta”, viene spiegato, “ma la situazione non è facile. In ogni caso Ghizzoni ha ribadito che non ci sono state pressioni”. Per il momento è alla parola “pressioni” che sembra aggrapparsi la linea difensiva di un Pd che si prepara a dover contrastare l’offensiva delle opposizioni in campagna elettorale proprio sul tema delle banche.

“Carrai – è il commento di Ettore Rosato capogruppo Pd alla Camera – è un professionista, che non ha niente a che fare con il Pd, che opera in quel settore e conosce Ghizzoni. Mi pare normale uno scambio di corrispondenza professionale. Si interfaccia con il mondo delle imprese e del sistema finanziario”.

MALA GESTIO

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Nessuna pressione, nessuna interferenza. Il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco, in audizione alla Commissione d’inchiesta sulle banche, chiarisce il comportamento del sottosegretario Maria Elena Boschi sul caso Banca Etruria e sorprende tutti, ma nello stesso tempo, mette in forse l’operato dell’ex Presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
Da quando riferito da Visco dalla Boschi “ci fu una richiesta legittima di interesse sulla questione, per le ripercussioni sul territorio” della crisi del credito. Panetta riferì “a me e al dg Rossi dei brevi colloqui”, nei quali “non ci fu richiesta di interventi e non si parlò di questioni di vigilanza”. Il governatore ha aggiunto che Maria Elena Boschi “non effettuò alcune sollecitazione di alcuna natura su Etruria nè chiese informazioni riservate e sottolineò la stima per la Banca d’Italia anche se l’azione di quest’ultima avrebbe comportato sofferenze per la sua famiglia”. Il governatore, rispondendo alle domande dei commissari, ha assicurato di aver parlato “solo con il ministro dell’economia delle questioni della vigilanza bancaria”. “Ci fu – ha aggiunto – la manifestazione di interesse e dispiacere per la crisi che una banca così poteva avere sul territorio. Pressioni? No, prese cum grano salis di persone mature per cui di queste cose non si parla”.
Invece a porre domande in merito fu Matteo Renzi che nei suoi incontri nel 2014 con il governatore di Bankitalia “certamente una domanda la fece” in merito alla questione di Banca Etruria, “e io non risposi. Dissi che di banche in difficoltà io parlo solo col ministro dell’Economia”.
Tuttavia il segretario dem si è sentito sollevato dalle affermazioni fatte in merito: “Ringrazio molto il governatore Visco per le parole di apprezzamento che ha rivolto al mio Governo nella sua audizione”, ha scritto in una nota Renzi. “Mi fa
piacere – ha aggiunto – che fughi ogni dubbio sul comportamento dei ministri. Nessuno di loro ha mai svolto pressioni ma solo legittimi interessamenti legati al proprio territorio: attività istituzionalmente ineccepibile. Ringrazio dunque Visco che mette la parola fine a settimane di speculazione mediatica e di linciaggio verbale verso esponenti del mio Governo”.
Tuttavia la questione nonostante le rassicurazioni sull’operato della Boschi è stata subito una catapulta per attacaccare sia l’esecutivo che il segretario del Pd da parte dei cinquestelle, con Di Maio che punta il dito contro Renzi e la lega che promette un super controllo. “Con il nostro governo riporteremo Bankitalia sotto il controllo statale- scrive su twitter il leader della Lega, Matteo Salvini- Vergognoso che ci siano 7.000 dipendenti pagati in media 85 mila euro all’anno per non vigilare. E il presidente Visco dov’era? Perché l’hanno riconfermato?”.
Tuttavia va precisato che in quello che è ormai il caso politicamente più caldo Visco ha tenuto a difendere, in una memoria introduttiva, il lavoro svolto da Bankitalia, al centro della polemica politica, accusata dal Pd sia nei giorni del suo rinnovo, a fine ottobre, sia poi in commissione di non aver vigilato a dovere. Non è un caso che mentre viene ‘scagionata’ Maria Elena Boschi, Visco gela con la sua dichiarazione Renzi, il primo che lo aveva attaccato e che aveva dichiarato pubblicamente di non condividere la sua riconferma a Bankitalia da parte dell’attuale Presidente del Consiglio, Gentiloni.
Il governatore ha difeso a spada tratta la sua gestione e infatti precisato che già 2012 era stato lanciato un allarme sul peggioramento della qualità del credito, e ha sottolineato che “in oltre 120 anni di storia della Banca non ci risulta vi sia mai stato un ispettore che nell’esercizio della propria funzione si sia reso colpevole di omessa vigilanza, o sia stato condannato per corruzione o concussione”. “A determinare l’evoluzione del sistema finanziario italiano non è stata una vigilanza disattenta ma la peggiore crisi economica nella storia del nostro paese. La “mala gestio” di alcune banche, comunque, c’è stata e l’abbiamo più volte sottolineato; le gravissime condizioni dell’economia hanno fatto esplodere le situazioni patologiche”, ha detto il governatore davanti alla commissione, sottolineando come tra le banche italiane “vi sono ancora debolezze e casi di difficoltà lascito degli anni di pesante recessione: le stiamo affrontando con il Governo, con le altre autorità nazionali ed europee, con gli amministratori degli intermediari interessati, con altre banche e con investitori”.

CAOS ETRURIA

padoan banche

Nessuna autorizzazione ai ministri ad avere colloqui su Banca Etruria: lo ha precisato il ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, in audizione presso la Commissione bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario. Il responsabile del dicastero di via XX Settembre ha risposto a una domanda del senatore Andrea Augello (Idea) circa i colloqui intrattenuti dall’allora ministro Maria Elena Boschi e dall’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, sulla vicenda: “Non ho autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un’autorizzazione. La responsabilità del settore bancario è in capo al ministro delle Finanze che d’abitudine ne parla con il presidente del Consiglio” precisa Padoan, aggiungendo di aver “appreso di specifici incontri dalla stampa”. “Le discussioni a livello di governo sulle questioni relative a banche in situazioni di difficoltà avvenivano in modo molto continuo tra presidente del Consiglio e me – spiega il ministro – poi ci sono state altre rare occasioni in cui queste cose venivano discusse in gruppi più ampi di governo ma essenzialmente la discussione sui casi bancari è stata tra il presidente del Consiglio e il sottoscritto”.

Padoan afferma poi come non ci fossero alternative alla risoluzione delle quattro banche (Banca Marche, Carife, Banca Etruria e Carichieti), in quanto altrimenti si sarebbe dovuto ricorrere alla liquidazione “con conseguenze ben più gravi sui risparmiatori”. Il ministro rivela inoltre alla Commissione che il 10 novembre 2015 la Banca d’Italia ha informato il ministero dell’Economia e delle Finanze che le quattro banche “evidenziavano una grave crisi di liquidità, che poteva essere sostenuta solo per pochi giorni”.

“La proposta di commissariamento è arrivata da Bankitalia. Abbiamo recepito e condiviso l’esigenza di commissariamento” ha spiegato ancora Padoan, secondo cui per quanto concerne l’azione della vigilanza si sono verificati casi “in cui poteva fare meglio ma questo avveniva in un momento complesso di cambiamento della normativa europea”. “Non serve nemmeno ascoltare Visco o Ghizzoni. Già il ministro dell’Economia Padoan ha scaricato Maria Elena Boschi. Ora le dimissioni non sarebbero soltanto un atto dovuto, ma persino una forma di tutela della propria dignità personale” commentano i membri M5S della Commissione di inchiesta sul sistema bancario, mentre il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, sottolinea: “Dalle parole del ministro Padoan abbiamo appreso che ministri non competenti interloquivano con esponenti del mondo bancario e delle autorità di vigilanza, senza mandato e senza darne conto al ministero dell’Economia e delle Finanze. Mi sembra un comportamento da dilettanti allo sbaraglio”.

Nuovo fronte sulle banche. Gentiloni difende Boschi

Boschi-conflitto interessiGentiloni difende Boschi. Ma si apre un nuovo fronte banche. Maria Elena Boschi “ha chiarito” e “sarà candidata con il Pd”. Auspicabilmente, “con successo”, afferma il presidente del Consiglio. Dopo la tempesta che si è abbattuta ieri su di lei, Paolo Gentiloni si schiera al fianco della sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio. Una risposta alla richiesta di dimissioni arrivata da parte delle opposizioni – tutte tranne Forza Italia che, al momento, mantiene un atteggiamento più cauto – e in particolar modo dal candidato premier M5s, Luigi Di Maio, fermo nel chiedere al Pd di non ricandidare l’esponente del governo.

La campagna elettorale è già cominciata, ma tra i Cinque Stelle, sembra chiara la volontà di puntare forte sulla questione della candidatura Boschi per ‘piegare’ il Partito Democratico. Questo, almeno, l’avviso di molti esponenti del Nazareno. Un allarme che spiega anche la ‘batteria’ di comunicati e tweet arrivati dai parlamentari piu’ in vista, a cominciare dal tesoriere, Bonifazi, per continuare con il senatore Andrea Marcucci fino ad arrivare allo stesso Renzi. A scatenare la polemica sono state le dichiarazioni di Giuseppe Vegas, presidente Consob, già nel mirino del Pd per la gestione delle crisi bancarie. Vegas, in audizione in Commissione, ha infatti spiegato di avere incontrato Boschi in almeno una occasione e che, durante il colloquio, l’allora ministro per i Rapporti con il Parlamento gli aveva manifestato la propria preoccupazione per lo stato di banca Etruria e per la possibilità che questa venisse assorbita da Popolare Vicenza. Una soluzione che – ad avviso della Boschi, così come riportato da Vegas – avrebbe portato nocumento al distretto dell’oreficeria di Arezzo. Di qui la richiesta delle opposizioni che leggono le parole della sottosegretaria come un tentativo di esercitare “pressioni” su una autorità di garanzia come Consob.

E attorno alla parola “pressioni” si consuma lo scontro tra Pd e opposizioni. Boschi, infatti, non smentisce la ricostruzione di Vegas, ma sostiene che durante l’incontro non c’è stata alcuna richiesta di intervento di Consob e, quindi, nessuna pressione. Per M5s, Lega e Mdp al contrario la partecipazione dell’allora ministro all’incontro con Vegas e le sue parole sarebbero bastate ampiamente a mettere in seria difficoltà il presidente Consob. Di qui la richiesta di dimissioni.

“Nell’incontro non ci vedo nulla di strano”, un ministro è pienamente legittimato ad incontrare il presidente di una autorità di garanzia”, ha spiegato Renzi in diretta tv. Boschi, poi, ha aggiunto alla sua ricostruzione il fatto di aver incontrato anche l’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, precisando che, anche nell’occasione, nessuna pressione è stata fatta per ottenere corsie preferenziali per l’istituto aretino. L’ultimo capitolo in ordine di tempo è quello scritto oggi dal numero uno di Banca Veneta, Vincenzo Consoli che in commissione banche ha riferito di avere incontrato Maria Elena Boschi e suo padre nella casa di famiglia a Pasqua del 2014, aggiungendo che l’allora ministro non profferì parola.

Sulle ragioni dell’incontro Consoli ha spiegato che “avvenne perché sapemmo che Etruria aveva ricevuto da Bankitalia una lettera simile alla nostra” nella quale si chiedeva l’aggregazione con un partner “di elevato standing”. E nella lettera veniva indicata proprio Banca Popolare di Vicenza. “Dopo quell’incontro – ha proseguito Consoli – non ho mai più visto né sentito la ministra Boschi”. Nella sua ricostruzione l’ex amministratore delegato ha specificato che avrebbe voluto incontrare anche Matteo Renzi per avvisarlo “che la riforma delle Popolari poteva essere pericolosa. “Recentemente gli ho scritto due lettere ma non ho mai ricevuto risposta”.

Nuovo caso Consob. Boschi: “Mai fatto pressioni”

Scoppia una nuova polemica su Maria Elena Boschi, questa volta sollevata dopo le parole del presidente della Consob Giuseppe Vegas. Ascoltato nella commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, Vegas rivela che l’allora ministra per le Riforme gli chiese un colloquio per parlargli di Banca Etruria. Dichiarazioni che scatenano le opposizioni, “Boschi si dimetta”, e che provocano la reazione della sottosegretaria alla presidenza del Consiglio: “Mai e poi mai ho fatto pressioni. Mai”. La Boschi era già intervenuta in Aula il 18 dicembre 2015 in propria difesa nel corso del dibattito sulle sue dimissioni chieste dalle opposizioni.

Vegas ha spiegato di avere avuto “2-3 incontri” con la Boschi e ha aggiunto che l’allora ministra avrebbe espresso “preoccupazione per una possibile acquisizione di banca Etruria da parte di Bpvi” in quanto l’operazione poteva essere negativa per il settore orafo di Arezzo. D’altro canto, ha aggiunto, “Boschi ha esposto una preoccupazione ma non ha fatto alcun tipo di richiesta di intervento”. D’altronde “la Consob non ha alcun tipo di competenza in materia di aggregazioni”. Il presidente Consob parlando in Commissione e rispondendo alle domande del deputato Carlo Sibilia (M5S) ha poi affermato che dal ministro Maria Elena Boschi “non c’è stata pressione ma solo l’esposizione di un fatto”. “Siamo stati in un ristorante a pranzo – ha detto – poi l’ho portata a visitare la Consob, mi sembra una cosa normalissima che un parlamentare si interessi della sua costitutency (collegio elettorale ndr), non c’è stata pressione ma l’esposizione di un fatto”.

Uno dei primi ad attaccare è l’ex Pd Roberto Speranza ora di Liberi e uguali: “Se un membro del governo mente deve dimettersi”, dice. Stessa richiesta da Nicola Fratoianni e dal leghista Roberto Calderoli, che chiede anche alla Boschi di “non ricandidarsi alle prossime elezioni”. Anche il Movimento 5 stelle chiede che la Boschi lasci. Lo stesso fa Giorgia Meloni di Fdi che invoca il passo indietro.
La Boschi reagisce e nega la principale accusa che le rivolgono le opposizioni, ovvero quella di avere mentito in Parlamento. “Confermo per filo e per segno tutto ciò che ho detto in Parlamento due anni fa. Tutto. Chi mi chiede le dimissioni perché avrei mentito in Parlamento deve dirmi in quale punto del resoconto stenografico avrei mentito. E i giornalisti hanno il dovere di indicare il passaggio in cui avrei mentito al Parlamento”. Antonio Vazio, deputato Pd in commissione banche, aggiunge: “Le parole di Vegas dimostrano la vergognosa strumentalizzazione delle opposizioni. I vari Di Maio, Speranza e compagnia leggano con attenzione quanto dichiarato dal presidente di Consob”. Vazio cita Vegas che “incalzato ha dichiarato: ‘È normale che un ministro o un parlamentare visiti Consob, si occupi di questi temi e che esprima preoccupazioni su fatti o operazioni, senza esercitare come nel caso di specie alcuna pressione'”.

A Roberto Speranza e al Movimento 5 Stelle risponde il tesoriere e deputato Pd Francesco Bonifazi che replica su twitter: “Sarei grato a Sibilia e Speranza se dicessero pubblicamente in quale punto dello stenografico del discorso della Boschi ha mentito al Parlamento”. Di indecente manipolazione parla il deputato dem Ernesto Carbone rispondendo al pentastellato Carlo Sibilia che aveva affermato che “Maria Elena Boschi si è occupata di Banca Etruria. Più di una volta. Così come appena confermato da Giuseppe Vegas Presidente Consob. Contrariamente a quanto detto al Parlamento il 18 dicembre 2015. Maria Elena Boschi ha mentito al Parlamento condizionando il voto sulla sua sfiducia”. Carbone aggiunge: “Il sottosegretario Boschi non ha mai detto il falso. Sfidiamo Sibilia a trovare nel discorso al Parlamento tenuto dall’allora ministro Boschi la prova di quanto sostiene. Mettiamo a disposizione lo stenografico dell’intervento così vedremo chi ha ragione”.

“Di Battista, Calderoli e Speranza (bel terzetto) – aggiunge Matteo Orfini, presidente del Pd, che su twitter ha condiviso il video dell’intervento di Maria Elena Boschi del 18 dicembre 2015 – chiedono dimissioni Boschi per aver mentito in Parlamento. Qui sotto l’intervento incriminato. Vediamo se qualcuno ha voglia di fare il fact checking e scoprire se la bugia è della Boschi o del terzetto”.