Cinquant’anni fa, la fine della “Primavera di Praga”

praga1Esattamente 50 anni fa, il 20 agosto di quell’incredibile ’68, l’anno che già aveva visto il Maggio francese, la contestazione giovanile in tutto l’Occidente e gli assassinii, negli USA, di Martin Luther King e Robert Kennedy, alle ore 21, 52 iniziava l’invasione della Cecoslovacchia da parte di truppe sovietiche, polacche, tedesco-orientali, ungheresi e bulgare (Romania e Jugoslavia, tramite i loro presidenti Ceausescu e Tito, s’erano dichiarate solidali coi dirigenti cecoslovacchi). Con un brutale colpo di mano, ricalcante fortemente quello nazista di fine marzo del ’39, ma rientrante pienamente nello “stile” della dittatura sovietica: già intervenuta contro le rivolte popolari di Berlino Est (1953) e Budapest (1956), e destinata a ripetere, molti anni dopo, lo stesso copione a Kabul nel 1979 e a Varsavia -dove sarebbe stata solo battuta sul tempo dall’ “autogolpe” di Jaruzelski – nel 1981.

Finiva così la “Primavera di Praga”, l’ esperimento del “Comunismo dal volto umano”: che tante speranze, peraltro anche illusorie, aveva acceso soprattutto in Occidente. A nulla erano serviti, per contrastare lo spettro dell’ invasione, gli incontri ceco-sovietici di Cierna (importante nodo ferroviario al confine con l’ URSS) del 29-31 luglio e di Bratislava del 1 agosto: con le assicurazioni di Alexander Dubcek che in Cecoslovacchia non esisteva alcun pericolo “controrivoluzionario” appoggiato dagli imperialisti occidentali. E all’ invasione del 20-21 agosto, con la resistenza, inizialmente nonviolenta, della popolazione a Praga, Brno e altre città (come poi sarebbe stato, vent’anni, dopo, in Piazza Tienanmen a Pechino), seguiva una sanguinosa repressione. Mentre già il 23 agosto, a Mosca, l’ anziano presidente cecoslovacco Svoboda ( successo, a gennaio, allo stalinista Novotny), insieme al Primo segretaro del PCC Dubcek, iniziava un’ estenuante maratona di colloqui ( intervallati, probabilmente, anche da torture) con Breznev e gli altri dirigenti del PCUS: al termine dei quali, il 1 settembre, Dubcek era costretto ad ammettere d’ aver sbagliato, non avendo tenuto conto “della situazione politica generale e degli interessi dell’ URSS”.
Ma cosa , esattamente, aveva fatto “traboccare il vaso”, spingendo i sovietici a decidere senz’altro l’intervento? Il fatto che.- come già in Ungheria nel ’56 – la società cecoslovacca, dove già da anni serpeggiava l’insofferenza contro la direzione staliniana d’ un Paese tra i piu’ industrializzati ed evoluti d’ Europa, iniziava veramente a democratizzarsi. Ad aprile del’ 68, a Primavera ormai iniziata ( in senso sia metereologico che politico…!), il programma adottato dal Governo, con l’assenso dello stesso Partito Comunista cecoslovacco, aveva posto le linee-guida per una democrazia socialista moderna e umanista (che guardava, pur senza dirlo apertamente, alle grandi socialdemocrazie scandinave): volta a garantire libertà di religione, stampa, assemblea, parola e spostamento. I socialisti cecoslovacchi avevano iniziato a formare un proprio partito; erano sorti parecchi circoli culturali non allineati alla linea del PCC.
Troppo, perchè il “comunismo reale” potesse accettarlo. Peraltro, supponendo che i sovietici avessero scelto di non intervenire, se questo Programma fosse andato veramente avanti, il buon Dubcek molto probabilmente avrebbe fatto lui stesso marcia indietro: vedendo ormai in discussione l’ egemonia del PCC sulla società, con un’ anticipazione ventennale della “Rivoluzione gentile” del 1989 ( che, però, sarebbe stata assai meno gentile). Le tragedie dell’ Ungheria e della Cecoslovacchia, seguìte, piu’ di vent’ anni dopo, dal crollo dei regimi dell’ Europa Orientale e dalla rovinosa involuzione della “perestrojka” di Gorbacev, col collasso finale della stessa URSS, han dimostrato storicamente l’ irriformabilità dei regimi comunisti: costretti dalla loro stessa natura alla non esaltante scelta tra vivacchiare il piu’ a lungo possibile o suicidarsi nell’ impossibile impresa di democratizzarsi. Discorso un po’ diverso sembrerebbe riguardare le “tigri comuniste” dell’ Asia, dalla Cina al Vietnam: che, però, sopravvivono grazie a massicce aperture all’ iniziativa privata, e all ‘inserimento nei grandi circuiti finanziari internazionali ( mentre, non a caso, boccheggiano invece i regimi piu’ “ortodossi”, da Cuba alla Corea del Nord).
Tornando alla Cecoslovacchia, inesorabile fu poi l’ epurazione; che colpi Svoboda, il primo ministro Oldrich Cernik, il ministro degli Esteri Jiri Hayek, e tutti gli altri protagonisti della “Primavera”. Alexander Dubcek ad aprile del ’69 veniva sostituito, alla segreteria del Partito, dal “Gierek cecoslovacco”, lo stalinista illuminato Gustav Husak; nel giugno 1970 sarebbe stato espulso dal Partito e dichiarato decaduto come deputato. Questo, dopo esser stato mandato per un po’ di tempo, giusto per non urtare un’ opinione pubblica mondiale a lui largamente favorevole, a far da ambasciatore in una sede periferica come quella turca ( proprio come, decenni prima, era capitato ad Herbert Von Papen con Hitler, che nel ’39 l’ aveva spedito ad Ankara). Unico lato positivo della “normalizzazione” fu la trasfornazione, dal 1 gennaio 1969, della Cecoslovacchia in Stato federale: inevitabile per due popoli da sempre divisi da forti differenze economiche, sociali, religiose, culturali, e preludio alla definitiva separazione del 1 gennaio 1993.
Nei partiti comunisti non dell’ Europa orientale, la vicenda innescò, pur fra le note lentezze e ambiguità, un processo comunque positivo. Diversamente che nel ’56 per l’ Ungheria, i pc italiano, francese, belga, inglese e svedese condannarono l’ intervento sovietico: mentre strettamente filomoscoviti si mantennero nordvietnamiti (che nell ‘URSS, piu’ che nella Cina, avevano il principale appoggio per la guerra contro gli USA ), nordcoreani, cubani (e, in altra forma, gli algerini). Il PCI iniziava quella “Lunga marcia” che l’ avrebbe portato, 8 anni dopo, a rivendicare a Mosca (gennaio 1976), per bocca di Berlinguer, pur con le solite ambiguità togliattiane, il diritto d’ ogni Partito comunista a scegliere autonomamente la sua “Via nazionale al socialismo”. Mentre decisamente “vecchia” fu la posizione delle “Nuove sinistre”, extraparlamentari e non: nel ’68- ’69, i loro eroi non erano Dubcek e Svoboda, ma Guevara, Castro, Mao.
Il 16 gennaio 1969, 5 mesi dopo l’ invasione, un patriota cecoslovacco, lo studente della facoltà praghese di Filosofia Jan Palach, decideva di bruciarsi vivo – prendendo a modello i bonzi sudvietnamiti che proprio in quel modo, negli stessi anni, protestavano contro il corrotto regime di Saigon – in Piazza S. Venceslao: rivendicando la sua appartenenza a un gruppo giovanile d’ opposizione che chiedeva almeno l’ abolizione della censura e la soppressione dei bollettini di regime dell’ Armata Rossa. Dopo 3 giorni d’ agonia in ospedale, Palach – da molti paragonato a Jan Hus, il riformatore boemo bruciato sul rogo dall’ ortodossia cattolica al Concilio di Costanza del 1415 – moriva. I suoi funerali, a Praga il 25 gennaio, sarebbero stati seguiti da piu’ di 600.000 persone: in seguito, almeno altri 7 giovani cecoslovacchi avrebbero seguìto il suo esempio. Nel 1989, con la “Rivoluzione gentile”, una delle piazze centrali di Praga, dedicata all’ Armata Rossa, avrebbe preso il suo nome; nel 1990, Vaclav Havel, il drammaturgo divenuto Presidente della Repubblica al crollo del regime comunista, gli avrebbe dedicato una lapide proprio in Piazza San Venceslao, per commemorare il suo sacrificio in nome della libertà.
E Dubcek? Dopo l’espulsione dal PCC, dedicatosi, come Lech Walesa, al lavoro manuale in un’ azienda della sua Slovacchia, sarebbe rimasto in ombra quasi vent’anni: riemergendo infine, con grande compostezza e dignità, e divenendo presidente prima del Parlamento federale, poi del Partito socialista slovacco, con la “Rivoluzione gentile”. Avrebbe continuato nonostante tutto a sperare nella possibilità d’un comunismo diverso: e, come Havel, si sarebbe battuto a lungo contro la separazione tra Slovacchia e Repubblica ceca. Sino alla morte, per un grave incidente stradale (..guarda caso?) il 7 novembre ( maledizione “leninista” delle date!) 1992.

Fabrizio Federici

4 aprile 1968: muore il “redentore dalla faccia nera”

“L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque”. Cinquant’anni fa venne assassinato Martin Luther King.

Era il 14 ottobre 1964 quando Martin Luther King riceveva il Premio Nobel per la pace. Il “redentore dalla faccia nera” fu premiato per il suo impegno per la lotta alla segregazione razziale. Combatté per i diritti civili e fu incarcerato nel 1963 per la partecipazione a una protesta non violenta. La lettera dalla prigione di Birmingham, che vi proponiamo è una risposta alla dichiarazione scritta da otto ecclesiastici il 12 aprile. I sacerdoti si auguravano che la battaglia contro la segregazione razziale si combattesse nelle strade e non nei tribunali. La lettera venne pubblicata il 12 giugno del 1963.

-di MARTIN LUTHER KING-*

Miei cari confratelli, mentre mi trovo relegato qui, nella prigione della città di Birmingham, mi è accaduto di leggere la vostra recente dichiarazione in cui le mie attuali iniziative sono definite “imprudenti e intempestive”. È raro che mi soffermi a rispondere alle critiche rivolte al mio lavoro e alle mie idee. Se volessi mandare una risposta a tutti i messaggi di critica che capitano sulla mia scrivania, i miei segretari dovrebbero dedicare quasi per intero la giornata a questa corrispondenza, e a me non resterebbe il tempo per il lavoro costruttivo. Ma poiché mi sembrate autenticamente animati da buone intenzioni, e proponete con sincerità le vostre critiche, voglio cercare di rispondere alla vostra dichiarazione in termini che mi auguro siano pacati e ragionevoli. Penso di dover dire perché mi trovo qui a Birmingham, dato che a quanto pare siete rimasti influenzati dal pregiudizio contro “gli estranei che si intromettono”. Ho l’onore di prestare servizio come presidente del Congresso dei dirigenti cristiani del Sud (Sclc), un organismo operante in tutti gli stati del Sud, con sede ad Atlanta in Georgia. Abbiamo circa ottantacinque affiliate in tutto il territorio meridionale degli Stati Uniti, una delle quali è il Movimento cristiano dell’Alabama per i diritti umani. Spesso mettiamo in comune con le nostre affiliate il personale e le risorse finanziarie e formative. Diversi mesi orsono la nostra filiale di Birmingham ci ha chiesto di tenerci pronti per impegnarci in un programma nonviolento di azione diretta, se ne fosse stata riconosciuta la necessità. Abbiamo acconsentito subito, e quando è stato il momento abbiamo tenuto fede alla nostra promessa. Perciò io, insieme a diversi miei collaboratori dell’associazione, sono qui perché sono stato invitato a venire qui. Sono qui perché qui mi lega la mia organizzazione.

Ma in senso più fondamentale, sono a Birmingham perché qui c’è l’ingiustizia. Così come i profeti dell’VIII secolo a. C. lasciavano i loro villaggi e portavano il loro “così dice il Signore” ben oltre i confini delle città in cui erano nati, e così come l’apostolo Paolo lasciò il suo villaggio di Tarso per portare il vangelo di Gesù Cristo negli angoli remoti del mondo grecoromano, allo stesso modo anch’io sono spinto a portare il vangelo della libertà oltre la mia città natale. Come Paolo, devo rispondere di continuo alla richiesta di aiuto che viene dalla Macedonia. Inoltre, sono consapevole del fatto che tutte le comunità e gli stati sono in reciproca correlazione. Non posso starmene con le mani in mano ad Atlanta, senza curarmi di quel che succede a Birmingham. L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Siamo presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, avvolti da un’unica trama del destino. Qualunque cosa riguardi direttamente uno, riguarda in modo indiretto tutti. Non potremo mai più permetterci di vivere con l’idea ristretta e provinciale dell’”agitatore che viene da fuori”. Chiunque viva negli Stati Uniti, in qualunque località compresa nei suoi confini, non potrà mai essere considerato uno di fuori. Voi deplorate le manifestazioni che hanno luogo a Birmingham. Ma mi duole dire che la vostra dichiarazione non esprime analoga preoccupazione per le situazioni che hanno provocato le manifestazioni. Sono sicuro che nessuno di voi vorrebbe accontentarsi delle analisi sociali più superficiali, che si occupano soltanto degli effetti e non affrontano le cause. È deplorevole che a Birmingham abbiano luogo le manifestazioni, ma è ancor più deplorevole che in questa città la struttura di potere dei bianchi non abbia lasciato alla comunità nera nessun’altra scelta. 1 In una campagna nonviolenta ci sono quattro fasi fondamentali: la raccolta dei fatti per determinare se le ingiustizie ci sono; la trattativa; la purificazione di se stessi; l’azione diretta. A Birmingham siamo passati attraverso tutte queste fasi. Un fatto non si può negare: questa comunità è sprofondata nell’ingiustizia razziale. Birmingham è forse la città degli Stati Uniti dove il segregazionismo è applicato nel modo più totale. È noto a tutti che si sono registrati numerosi casi di atroci brutalità. Nei tribunali i neri hanno subito gravi e vistose ingiustizie. A Birmingham si sono avuti più attentati dinamitardi contro case e chiese di neri rimasti impuniti che in qualsiasi altra città americana. Ecco i fatti della dura e brutale realtà. A causa di questa situazione, i leader neri hanno cercato di trattare con le autorità locali. Ma queste ultime si sono sempre rifiutate di iniziare un negoziato in buona fede. Poi, lo scorso settembre si è presentata l’occasione di trattare con i capi del mondo economico di Birmingham. Durante questi colloqui, i commercianti avevano fatto alcune promesse: per esempio, di eliminare dagli esercizi pubblici le umilianti affissioni di carattere razziale. Basandosi su queste promesse, il reverendo Fred Shuttlesworth e i dirigenti del Movimento cristiano dell’Alabama per i diritti umani avevano accettato una moratoria di tutte le manifestazioni. Con il trascorrere delle settimane e dei mesi, ci siamo resi conto di essere vittime di un impegno non mantenuto: i pochi cartelli rimossi in seguito agli accordi presi venivano ripristinati; gli altri erano sempre rimasti al loro posto. Come era già accaduto tante volte in passato, le nostre speranze erano state abbattute, e su di noi pesava l’ombra di una profonda delusione. Non ci restava altra scelta che predisporci all’azione diretta, in cui avremmo offerto il nostro stesso corpo come mezzo per presentare la nostra causa davanti alla coscienza della comunità locale e nazionale. Consapevoli delle difficoltà del nostro compito, decidemmo di sottoporci a un processo di purificazione. Organizzammo una serie di gruppi di lavoro sulla nonviolenza, per chiedere più volte a noi stessi: “Sei in grado di ricevere colpi senza restituirli?”, “Sei in grado di sopportare la prova del carcere?”. Decidemmo di attuare il nostro programma di azione diretta nell’epoca della Pasqua, sapendo che, dopo quello natalizio, si tratta del periodo dell’anno in cui gli acquisti sono più numerosi. Sapevamo inoltre che l’azione diretta sarebbe stata affiancata da un forte programma di astensione dai consumi e ci sembrava che questo potesse essere il momento migliore per fare pressione sui commercianti in modo da provocare i cambiamenti richiesti. Poi pensammo che in marzo a Birmingham si sarebbe dovuto votare per eleggere il sindaco, e ci affrettammo a decidere di ritardare i nostri interventi fino al giorno dopo le elezioni. Quando si seppe che l’assessore alla pubblica sicurezza, Eugene “Bull” Connor, aveva accumulato abbastanza voti da partecipare al ballottaggio, ancora una volta rimandammo l’inizio delle attività al giorno dopo il ballottaggio stesso, per evitare che le nostre manifestazioni potessero essere strumentalizzate. Come molti altri, aspettavamo di assistere alla sconfitta di Connor, e per questo sopportavamo un rinvio dietro l’altro. Ma dopo aver dato il nostro contributo a questa necessità della cittadinanza di Birmingham, pensavamo che il nostro programma di azione diretta non potesse più essere rinviato. Potreste chiedere: “Perché optare per l’azione diretta? Perché i sit?in, i cortei e così via? Non è forse meglio percorrere la via del negoziato?”. Avete ragione di invocare la necessità della trattativa; anzi, è proprio questo il fine che si prefigge l’azione diretta. L’azione diretta nonviolenta cerca di creare una crisi così acuta, di suscitare una tensione così insopportabile, da costringere una comunità, che si è sempre rifiutata di trattare, ad affrontare la situazione. L’azione diretta nonviolenta cerca di accentuare gli aspetti drammatici del problema in modo tale che non si possa più ignorarlo. Potrà suonare piuttosto scandaloso che io consideri la creazione di uno stato di tensione un aspetto dell’attività di chi aderisce alla resistenza nonviolenta: ma devo confessare che la parola “tensione” non mi fa paura. Mi oppongo sempre con fermezza alla tensione violenta, ma esiste un genere di tensione costruttiva e nonviolenta che è necessaria per crescere. Come Socrate stimava necessario 2 creare una tensione nella mente, così che gli individui si liberassero dalla servitù dei miti e delle mezze verità, elevandosi fino al regno dell’analisi creativa e della disamina oggettiva, allo stesso modo dobbiamo comprendere la necessità che questi pungoli della nonviolenza riescano a creare nella società la tensione capace di aiutare gli uomini a sollevarsi dagli abissi tenebrosi del pregiudizio e del razzismo fino alle maestose altezze della comprensione e della fratellanza. Il nostro programma di azione diretta si propone di creare una situazione così satura di crisi da aprire inevitabilmente la strada al negoziato. Perciò nel vostro appello alla trattativa io concordo con voi. La nostra amata terra del Sud è rimasta troppo a lungo sprofondata in una palude, nel tragico tentativo di vivere nel monologo invece che nel dialogo. Nel vostro documento, un punto essenziale è che l’azione intrapresa a Birmingham da me e dai miei compagni è intempestiva. Alcuni chiedono: “Perché non avete lasciato alla nuova amministrazione cittadina il tempo di agire?”.

L’unica risposta che possa dare a questo interrogativo è che la nuova amministrazione di Birmingham dovrà essere pungolata quanto la precedente, prima che agisca. Sbaglia di grosso chi pensa che l’elezione a sindaco di Albert Boutwell porterà a Birmingham l’avvento dell’età messianica. Boutwell è una persona assai più garbata di Connor, ma entrambi sono fautori del regime segregazionista, volti alla conservazione dell’esistente. Io ho speranza che Boutwell possa essere così ragionevole da capire quanto sia futile contrastare con una resistenza massiccia l’abolizione del segregazionismo. Ma non potrà capirlo senza la pressione esercitata dai difensori dei diritti civili. Amici miei, devo dirvi che noi non abbiamo ottenuto un solo progresso in materia di diritti civili senza una decisa pressione esercitata con mezzi legali e nonviolenti. È deplorevole, ma è una realtà storica: è raro che i gruppi privilegiati rinuncino volontariamente ai loro privilegi. I singoli individui possono ricevere una illuminazione morale e rinunciare per propria iniziativa a una posizione ingiusta: ma, come ci ricorda Reinhold Niebuhr, i gruppi hanno la tendenza a essere più immorali dei singoli. Sappiamo per dolorosa esperienza che l’oppressore non concede mai la libertà per decisione spontanea: sono gli oppressi che devono esigere di ottenerla. Francamente, non mi è ancora accaduto di intraprendere una campagna di azione diretta che apparisse “tempestiva” agli occhi di quanti non hanno subito indebite sofferenze a causa del morbo segregazionista. Da anni sento dire la parola “Aspettate!”, che risuona all’orecchio di ogni nero con stridente familiarità. Questo “Aspettate” significa quasi sempre “Mai”. Noi dobbiamo arrivare a comprendere, insieme a uno dei nostri massimi giuristi, che “la giustizia ottenuta troppo tardi è giustizia negata”. Noi aspettiamo da oltre 340 anni di ottenere i nostri diritti sanciti dalla Costituzione e donati da Dio. Le nazioni asiatiche e africane si muovono con velocità supersonica verso l’indipendenza politica, mentre noi ancora ci trasciniamo, al passo di un calessino all’antica, per cercare di ottenere una tazza di caffè al banco delle tavole calde. Forse dire “Aspettate” è facile per chi non è mai stato ferito dalle frecce aguzze della segregazione. Ma se uno vede plebaglie inferocite lasciate libere di linciare vostra madre, vostro padre, di annegare i vostri fratelli e sorelle a piacimento; se vede poliziotti pieni d’odio insultare, prendere a calci e perfino uccidere i vostri fratelli e sorelle neri; se uno vede la stragrande maggioranza dei venti milioni di suoi fratelli neri che soffocano, in una gabbia di povertà a tenuta stagna, nel bel mezzo di una società opulenta; se uno sente che la lingua s’inceppa e le parole escono in un balbettio perché bisogna cercare di spiegare alla figlia di sei anni come mai non può andare al parco pubblico di divertimenti che la televisione ha appena finito di pubblicizzare, e si accorge che le vengono le lacrime agli occhi appena sente che la Città dei divertimenti è vietata ai bambini di colore, e vede minacciose nubi di inferiorità cominciare a formarsi nel suo piccolo cielo mentale, e la sua personalità cominciare a distorcersi nello sforzo di maturare un inconscio rancore verso i bianchi; se uno deve cercare di rispondere a un figlio di 3 cinque anni che chiede: “Papà, ma perché i bianchi trattano così male la gente di colore?”; se uno, quando fa un viaggio in macchina, si trova costretto una notte dopo l’altra a dormire in posizione disagiata, in un angolo dell’automobile, perché non lo accettano in nessun motel; se tutti i giorni, immancabilmente, uno vive incalzato da umilianti cartelli su cui sta scritto “bianchi” e “di colore”; se il suo nome di battesimo diventa “negraccio”, il secondo nome “ragazzo” (qualunque sia la sua età) e il cognome diventa “John”, e se per sua moglie o sua madre nessuno usa mai il titolo di cortesia di “signora Taldeitali”; se il fatto di essere un nero lo tormenta di giorno e l’ossessiona di notte, lo costringe a vivere sempre in punta di piedi, senza sapere che cosa può capitare da un momento all’altro, se lo fa sentire angustiato da ogni sorta di paure interiori e da ogni sorta di risentimento verso l’esterno; se uno non può mai smettere di lottare contro la corrosiva sensazione di “non essere nessuno”… se tutte queste cose accadessero a voi, capireste perché per noi è difficile aspettare. Arriva il momento in cui la coppa della sopportazione trabocca, e gli uomini non accettano più di sprofondare nell’abisso della disperazione. Spero, signori, che possiate comprendere la nostra legittima e inevitabile impazienza. Sembrate molto in ansia per la nostra dichiarazione di disponibilità a violare la legge. Si tratta senza dubbio di una preoccupazione legittima. Dal momento che con tanta diligenza noi insistiamo perché sia osservata la sentenza emanata nel 1954 dalla Corte suprema, in base alla quale il regime segregazionista è bandito dalle scuole pubbliche, potrebbe in effetti apparire un paradosso che noi stessi, consapevolmente, ci disponiamo a violare le leggi. Si potrebbe chiedere: “Come potete propugnare la violazione di alcune leggi e l’osservanza di altre?”. La risposta sta nel fatto che ci sono due tipi di leggi: giuste e ingiuste. Sarei il primo a invocare l’osservanza delle leggi giuste: abbiamo una responsabilità non soltanto legale, ma anche morale, che ci impone di obbedire alle leggi giuste. Di converso, abbiamo anche la responsabilità morale di disobbedire alle leggi ingiuste: io concordo con sant’Agostino nel ritenere che “una legge ingiusta non è legge”. Ora, qual è la differenza fra le une e le altre? Come si fa a stabilire se una legge sia giusta o ingiusta? Una legge giusta è un codice composto dall’uomo che corrisponde alla legge morale o alla legge di Dio. Una legge ingiusta è un codice in disarmonia con la legge morale. Per usare il linguaggio di san Tommaso d’Aquino: una legge ingiusta è una legge umana che non è radicata nella legge eterna e naturale. Una legge che eleva la personalità umana è giusta; una legge che degrada la personalità umana è ingiusta. Tutti gli statuti del segregazionismo sono ingiusti perché il regime segregazionista distorce l’anima e danneggia la personalità: al segregazionista conferisce un falso senso di superiorità, a chi è vittima della segregazione un falso senso di inferiorità. Per usare la terminologia del filosofo ebreo Martin Buber, il segregazionismo sostituisce al rapporto “Io?Tu” un rapporto “Io?Oggetto” (1), ossia finisce con il considerare le persone come cose. Quindi il segregazionismo non è soltanto privo di fondamento politico, economico, sociologico: è contrario alla morale e peccaminoso. Paul Tillich dice che il peccato è separazione. Il segregazionismo non è forse un’espressione esistenziale della tragica separazione dell’uomo, della sua orribile alienazione, della sua atroce peccaminosità?

Perciò io posso insistere perché si osservi la sentenza emanata dalla Corte suprema nel 1954, in quanto moralmente giusta; e posso insistere perché non si obbedisca alle ordinanze del regime segregazionista, in quanto moralmente ingiuste. Consideriamo un esempio più concreto di leggi giuste e ingiuste. È ingiusta la legge di cui un gruppo maggioritario per numero o per potenza impone l’osservanza a un gruppo minoritario, mentre esenta se stesso dalla stessa osservanza. Questa è la differenza fatta legge. Allo stesso modo, la legge giusta è quella che una maggioranza impone alla minoranza di osservare, essendo comunque disposta a osservarla a sua volta. Questa e l’uguaglianza fatta legge. Permettetemi di fornire un’altra spiegazione. Una legge è ingiusta se viene inflitta a una minoranza che, vedendosi negato il diritto di voto, non ha contribuito affatto alla formulazione o all’approvazione della legge. Chi può dire che il governo dell’Alabama, autore delle leggi 4 segregazioniste vigenti sul suo territorio, sia stato eletto democraticamente? In tutto l’Alabama si adotta ogni sorta di espediente surrettizio per impedire ai neri di essere registrati nelle liste elettorali, e in certe contee, dove pure i neri costituiscono la maggioranza della popolazione, neppure uno solo di loro è presente nelle liste. È possibile considerare conforme ai richiesti criteri democratici una legge promulgata in simili circostanze? Talvolta una legge è giusta in apparenza e ingiusta nell’applicazione. Per esempio, io sono stato arrestato con l’accusa di avere sfilato durante una manifestazione non autorizzata. Ebbene, non c’è niente di ingiusto in un’ordinanza che richiede un’autorizzazione per poter sfilare in un corteo: ma la stessa ordinanza diventa ingiusta quando è usata per conservare il regime segregazionista e per negare ai cittadini l’esercizio di un diritto sancito dal Primo Emendamento, quello di riunirsi e protestare in forma pacifica. Spero che riusciate a comprendere la distinzione che cerco di far notare. Non sono in nessun senso favorevole a chi elude o sfida la legge, come vorrebbe il segregazionista violento. Il risultato sarebbe l’anarchia. Chi infrange una legge ingiusta lo deve fare in modo aperto, con amore ed essendo quindi disposto ad accettare la pena corrispondente. La mia opinione è che l’individuo che infrange una legge perché la sua coscienza la ritiene ingiusta, ed è disposto ad accettare la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità circa la sua ingiustizia, manifesta in realtà il massimo rispetto per la legge. S’intende che una simile forma di disobbedienza civile non è affatto una novità. Ne esiste un esempio sublime nel rifiuto di Sidrac, Mesac e Abdenago di obbedire al comando di Nabucodonosor [cfr. Dn, 3], in nome di una legge morale più alta. E stata praticata in modo superbo dai primi cristiani, che erano disposti ad affrontare leoni famelici e lasciarsi fare a pezzi dal carnefice piuttosto che sottomettersi ad alcune leggi ingiuste dell’impero romano. Fino a un certo punto, la libertà di insegnamento di oggi è diventata una realtà grazie a Socrate, che praticò la disobbedienza civile. Nel nostro stesso paese, il “tè di Boston” (2) ha rappresentato un gesto di disobbedienza civile su vasta scala. Non dovremmo mai dimenticare che tutto quel che ha fatto Adolf Hitler in Germania era “legale”, e tutto quel che hanno fatto in Ungheria i combattenti per la libertà era “illegale”. Nella Germania di Hitler aiutare e confortare un ebreo era “illegale”. Eppure sono sicuro che, se fossi vissuto nella Germania di allora, avrei aiutato e confortato i miei fratelli ebrei. Se oggi vivessi in un paese comunista, dove certi principi cari alla fede cristiana sono banditi, propugnerei apertamente la disobbedienza alle leggi antireligiose di quel paese. Per onestà devo confessare due cose a voi, miei fratelli cristiani ed ebrei. In primo luogo, devo confessare che negli ultimi anni i bianchi di opinioni moderate mi hanno dato una grave delusione. Starei quasi per arrivare alla spiacevole conclusione che nel cammino dei neri verso la libertà l’ostacolo maggiore non è l’aderente al “White Citizens Council” [Consiglio dei cittadini bianchi], o l’affiliato del Ku Klux Klan, bensì il bianco moderato, che ha a cuore l’”ordine” più della giustizia; che preferisce la pace negativa, ossia l’assenza di tensioni, a una pace positiva, ossia la presenza della giustizia; che dice sempre: “Sono d’accordo con voi per quanto riguarda gli obiettivi che vi prefiggete, ma non posso essere d’accordo con i vostri metodi di azione diretta”; che crede, nel suo paternalismo, di poter essere lui a determinare le scadenze della libertà di un altro; che vive secondo un concetto mitico del tempo e continua a consigliare ai neri di attendere “un momento più propizio”.

La scarsa comprensione da parte di persone bendisposte è ben più frustrante dell’assoluta incomprensione mostrata da chi è maldisposto. L’accettazione tiepida sconcerta assai più del rifiuto secco. Io avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero che la legge e l’ordine esistono allo scopo di fondare la giustizia, e quando falliscono questo obiettivo diventano dighe pericolosamente strutturate, ostruzioni lungo il flusso del progresso sociale. Avevo sperato che i bianchi moderati potessero comprendere come la tensione oggi presente negli stati del Sud sia un passaggio necessario nella transizione da una perniciosa pace negativa, in cui i neri accettavano passivamente 5 il loro ingiusto destino, a una pace sostanziale e positiva, in cui tutti gli uomini rispettino la dignità e il valore della persona umana. In effetti, noi che siamo impegnati nell’azione diretta non siamo i creatori della tensione: ci limitiamo a portare in superficie la tensione nascosta che già esiste; la portiamo alla luce, dove può essere vista e affrontata. Come un foruncolo che non potrebbe mai guarire se continua a rimanere coperto, e invece dev’essere esposto in tutta la sua bruttura all’azione di aria e luce, i medicamenti naturali: così, se vogliamo guarire l’ingiustizia, dobbiamo metterla a nudo, con tutte le tensioni che un simile svelamento crea, esponendola alla luce della coscienza umana, all’aria dell’opinione pubblica del paese. Nel vostro documento dichiarate che le nostre azioni sono da condannare perché, sebbene pacifiche, determinano lo scoppio della violenza. Ma una simile asserzione è davvero logica? Non è un pò come condannare l’uomo rapinato perché il fatto di possedere del denaro ha determinato l’azione malvagia della rapina? Non è un pò come condannare Socrate perché la sua indefettibile dedizione alla verità e le sue indagini filosofiche hanno determinato l’azione di una plebaglia mal consigliata, che ha finito con l’obbligarlo a bere la cicuta? Non è un pò come condannare Gesù perché l’unicità della sua coscienza di Dio e la sua incessante devozione a Dio hanno determinato l’azione malvagia della crocefissione? Dobbiamo deciderci a capire che, secondo quanto affermato dalle coerenti sentenze dei tribunali federali, non è giusto insistere perché un individuo smetta di adoperarsi per vedere rispettati i propri diritti costituzionali fondamentali, con la scusa che tale tentativo potrebbe provocare atti violenti. La società deve proteggere il rapinato e punire il rapinatore. Avevo sperato inoltre che i bianchi moderati respingessero la visione mitica del tempo per quanto riguarda la lotta per la libertà. Ho appena ricevuto una lettera da un fratello bianco che vive in Texas. Mi scrive: “Tutti i cristiani sanno che prima o poi ai popoli di colore sarà data la parità di diritti, ma può darsi che lei esageri nella sua ansia religiosa di accelerare i tempi. Il cristianesimo ha impiegato quasi duemila anni per arrivare dov’è oggi. La dottrina di Cristo richiede tempo per scendere sulla terra”. Questo atteggiamento nasce da una concezione tragicamente errata del tempo, dall’idea curiosa e irrazionale che lo scorrere del tempo abbia in se stesso l’immancabile dote di guarire ogni male. In realtà, il tempo è neutro: può essere usato in modo distruttivo oppure costruttivo. Io ho la sensazione sempre più forte che le persone malintenzionate abbiano saputo usare il tempo in modo assai più efficace, rispetto alle persone benintenzionate. Nella nostra generazione dovremo pentirci non soltanto per le parole e gli atti odiosi di cui sono responsabili i cattivi, ma anche per lo spaventoso silenzio dei buoni. Il progresso umano non viaggia sui binari dell’inevitabile: si produce grazie agli sforzi instancabili di uomini disposti a collaborare con Dio, e senza il loro duro lavoro il tempo stesso diventa un alleato delle forze della stagnazione sociale. Dobbiamo usare il tempo in modo creativo, sapendo che i tempi sono sempre maturi per fare quel che è giusto. È adesso il momento giusto per attuare nella realtà la promessa della democrazia, per trasformare la nostra elegia nazionale sospesa in un salmo creativo di fraternità. È adesso il momento giusto per sollevare la nostra politica nazionale dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale, fondandola sulla solida roccia della dignità umana. Voi definite estremiste le nostre iniziative a Birmingham. Sul momento sono rimasto piuttosto deluso che dei confratelli vedessero le mie azioni nonviolente come espressione di estremismo. Ho cominciato a riflettere sul fatto che all’interno della comunità nera mi trovo preso fra due forze opposte. Una è la forza dell’acquiescenza costituita in parte da neri che dopo lunghi anni di oppressione hanno perduto a tal punto il rispetto di sè e il sentimento di essere persone da arrivare a adattarsi al regime segregazionista; e in parte, da un ristretto numero di neri appartenenti alla classe media i quali, poiché posseggono una certa misura di sicurezza accademica ed economica e in certo modo traggono vantaggio dal segregazionismo, sono diventati insensibili ai problemi delle masse. L’altra forza è costituita dal rancore e dall’odio, e si avvicina pericolosamente all’idea di propugnare la violenza: si esprime nei diversi gruppi dei nazionalisti neri che stanno nascendo in tutto il paese, fra i quali il più vasto e celebre è il movimento musulmano di Elijah Muhammad. Si tratta di una 6 formazione alimentata dal senso di frustrazione che coglie i neri di fronte alla persistenza della discriminazione razziale, costituita da persone che hanno perduto la fede nell’America, hanno ripudiato del tutto il cristianesimo, e si sono persuase che l’uomo bianco è un “demonio” irrecuperabile. Io ho cercato una posizione a metà strada fra queste due forze: ho detto che non dobbiamo imitare nè il “non far niente” di chi si crogiola nell’autocompiacimento nè l’astio e la disperazione dei nazionalisti neri. Infatti esiste la via eccellente, quella dell’amore e della protesta nonviolenta. Sono grato a Dio per il fatto che grazie all’influenza della chiesa nera, la via della nonviolenza sia diventata parte integrante della nostra lotta. Se non fosse emersa questa filosofia, oggi, ne sono convinto, in molte strade del Sud il sangue scorrerebbe a fiumi. E inoltre sono convinto che se i nostri fratelli bianchi liquidano con gli epiteti di “mestatori” e “fomentatori di disordine” quanti di noi si dedicano all’azione diretta nonviolenta, e se rifiutano di appoggiare i nostri tentativi nonviolenti, milioni di neri saranno colti da frustrazione e disperazione, e cercheranno sollievo e sicurezza nelle ideologie dei nazionalisti neri: un esito che non mancherebbe di provocare uno spaventoso incubo razziale. I popoli oppressi non possono rimanere oppressi per sempre. Prima o poi l’anelito alla libertà si manifesta, e questo è accaduto ai neri americani. Qualcosa nel loro intimo ha ricordato loro che per nascita hanno diritto alla libertà, e qualcosa all’esterno ha ricordato loro che la libertà può essere ottenuta. Per vie consapevoli o inconsce, lo “spirito dell’epoca” ha toccato anche loro, e insieme ai fratelli neri dell’Africa e ai fratelli di pelle scura o gialla in Asia, in Sudamerica e nei Caraibi, i neri degli Stati Uniti si muovono con un senso di grande urgenza verso la terra promessa della giustizia razziale. Se riconosciamo questa spinta vitale che coinvolge l’intera comunità nera, capiremo subito perché si verificano le manifestazioni pubbliche. I neri hanno molti risentimenti repressi e frustrazioni latenti, ai quali devono dare libero sfogo. Perciò lasciateli sfilare in corteo; lasciateli andare in pellegrinaggi di preghiera fin sotto il municipio; lasciateli partire per i “viaggi della libertà”: e cercate di capire come mai devono fare queste cose. Se le loro emozioni represse non potranno esprimersi in forme nonviolente, cercheranno un’espressione violenta: e questa non è una minaccia, è una realtà storica. Perciò io non ho detto al mio popolo: “Sbarazzatevi della vostra insoddisfazione”. Ho cercato piuttosto di dire che questa insoddisfazione, normale e sana, può trovare modo di esprimersi in forme creative, con l’azione diretta nonviolenta. Ora una simile posizione viene definita estremista. Ma sebbene sul momento mi disturbasse essere messo nel novero degli estremisti, continuando a riflettere sull’argomento sono arrivato pian piano a ricavare una certa soddisfazione da questa etichetta. Gesù non era forse un estremista dell’amore? “Amate i vostri nemici, fate bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi calunniano e vi perseguitano” [Lc, 6, 27?28]. Amos non era forse un estremista della giustizia? “Il diritto abbia il suo corso come l’acqua, e la giustizia come un fiume perenne” [Am, 5, 24]. Paolo non era forse un estremista del vangelo cristiano? “Io porto nel mio corpo le impronte di Gesù” [Gal, 6, 171]. Martin Lutero non era forse un estremista? “Qui sto e non posso altrimenti, che Dio mi aiuti”. E John Bunyan: “Preferisco restare in prigione fino alla fine dei miei giorni piuttosto che fare scempio della mia coscienza”. E Abraham Lincoln: “Questa nazione non può sopravvivere schiava per metà e libera per metà”. E Thomas Jefferson: “Noi riteniamo queste verità essere evidenti di per sè: che tutti gli uomini sono creati uguali…”. Perciò non si tratta tanto di sapere se siamo estremisti o no, ma piuttosto quale tipo di estremisti siamo. Siamo estremisti dell’odio o dell’amore? Siamo estremisti nel difendere l’ingiustizia o nell’estendere l’ambito della giustizia? Nella drammatica scena del calvario ci sono tre uomini crocefissi. Non dobbiamo mai dimenticare che tutti e tre sono stati crocefissi per lo stesso delitto, un delitto di estremismo: due erano estremisti dell’immoralità, e quindi sono caduti al di sotto del loro 7 ambiente; il terzo, Gesù Cristo, era un estremista dell’amore, della verità, della bontà, e in virtù di questo si è innalzato al di sopra del suo ambiente. Forse gli stati del Sud, la nazione e il mondo hanno un estremo bisogno di estremisti creativi. Avevo sperato che i bianchi moderati comprendessero questo bisogno. Forse ho peccato per eccessivo ottimismo; forse pretendevo troppo. Forse mi sarei dovuto rendere conto che ben pochi appartenenti alla razza degli oppressori possono comprendere i gemiti profondi e gli aneliti appassionati di chi appartiene alla razza oppressa; e sono ancor più rari gli uomini dotati di un’ampiezza di vedute tale da capire che occorre sradicare l’ingiustizia con un’azione forte, persistente e determinata. Tuttavia provo gratitudine al pensiero che alcuni dei nostri fratelli bianchi del Sud hanno colto il senso di questa rivoluzione sociale e si sono impegnati per realizzarla. Sono ancora troppo pochi per numero, ma la loro qualità è grande. Alcuni ? come Ralph McGill, Lillian Smith, Harry Golden, James McBride Dabbs, Ann Braden e Sarah Patton Boyle ? hanno scritto sulla nostra lotta in modi eloquenti e profetici. Altri hanno marciato con noi in corteo lungo strade senza nome del Sud; si sono lasciati relegare in prigioni sudicie e infestate di scarafaggi, a patire gli insulti e la brutalità dei poliziotti che li considerano “sporchi amici dei musi neri”.

A differenza di molti loro fratelli e sorelle di vedute moderate, hanno compreso la spinta impellente di questo momento storico, hanno sentito la necessità del potente antidoto dell’ azione per combattere il male del segregazionismo. Dirò adesso della seconda grossa delusione che ho provato. Sono rimasto gravemente deluso dalla chiesa bianca e dalle sue gerarchie. Ci sono, s’intende, alcune eccezioni degne di nota. Non dimentico che ci sono state importanti occasioni in cui ognuno di voi ha preso posizione su questo problema. La elogio, reverendo Stallings, per l’atteggiamento cristiano che ha assunto la scorsa domenica, accogliendo i neri al culto da lei presieduto e quindi rifiutando il segregazionismo. Elogio le autorità cattoliche di questo stato per aver introdotto l’integrazione razziale nello Spring Hill College diversi anni orsono. Ma nonostante queste eccezioni degne di nota, devo in tutta onestà ripetere che la chiesa mi ha deluso. Non lo dico come certi critici distruttivi, che trovano sempre qualcosa da rimproverare alla chiesa. Lo dico come ministro del vangelo che ama la chiesa, che è stato allevato nel suo seno, sostenuto dalle sue benedizioni spirituali e che le resterà fedele per quanto si prolungherà il filo della vita. Alcuni anni fa, quando mi sono trovato scaraventato all’improvviso alla guida della protesta degli autobus a Montgomery, nell’Alabama, pensavo che la chiesa dei bianchi ci avrebbe sostenuto. Pensavo che i ministri del culto protestante, i sacerdoti cattolici, i rabbini del Sud sarebbero stati i nostri più forti alleati. Invece, alcuni si sono opposti a noi in modo diretto, rifiutando di comprendere il movimento per la libertà e descrivendo i suoi dirigenti sotto una luce inesatta; e fra gli altri, fin troppi si sono mostrati cauti piuttosto che coraggiosi, restando in silenzio dietro la sicurezza anestetizzante delle vetrate istoriate. A dispetto della disillusione subita, sono arrivato a Birmingham sperando che i capi religiosi bianchi di questa comunità avrebbero compreso la giustezza della nostra causa, e per una profonda esigenza morale si sarebbero posti come il canale attraverso il quale far giungere le nostre giuste lagnanze alla struttura del potere. Avevo sperato che tutti voi sapeste comprendere; ma sono stato ancora una volta deluso. Ho udito numerosi capi religiosi del Sud esortare i loro fedeli a conformarsi a una sentenza che abolisce il segregazionismo perché questa è la legge, ma avrei tanto desiderato sentire i ministri del culto bianchi dichiarare: “Obbedite a questo decreto perché l’integrazione è moralmente giusta, e perché i neri sono vostri fratelli”. Mentre ai neri venivano inflitte le più eclatanti ingiustizie, ho visto ecclesiastici bianchi restare in disparte a mormorare commenti devoti del tutto fuori tema, oppure banalità da bigotti. Mentre imperversava una battaglia poderosa per liberare la nostra nazione dall’ingiustizia economica e razziale, ho sentito molti ministri dire: “Sono problemi sociali, che non riguardano 8 davvero il vangelo”. E ho visto molte chiese dedicarsi a una religione del tutto ultramondana, che traccia una strana distinzione, estranea alla Bibbia, tra corpo e anima, tra sacro e laico. Ho viaggiato in lungo e in largo in Alabama, nel Mississippi e in tutti gli altri stati del Sud. Nelle afose giornate estive e nelle frizzanti mattinate autunnali ho guardato le bellissime chiese del Sud, con le loro alte guglie puntate verso il cielo. Ho osservato il profilo imponente degli edifici dove si attua l’educazione religiosa. Mi sono sorpreso più e più volte a pensare: “Di che genere sono le persone che pregano qui? Chi è il loro Dio? Dov’era la loro voce quando dalle labbra del governatore Barnett scaturivano parole di compromesso interlocutorio e di nullification (3)? Dov’erano, quando il governatore Wallace faceva risuonare una fanfara di sfida e di odio? Dov’erano le loro voci a sostegno quando uomini e donne neri, feriti e stanchi, hanno deciso di sollevarsi dalle buie segrete dell’autocompiacimento fino ai monti luminosi della protesta creativa?”. Sì, questi interrogativi sono ancora nella mia mente. Profondamente deluso, ho pianto per la negligenza della chiesa. Ma siate certi che le mie lacrime erano lacrime d’amore. Non può esserci una profonda delusione se non dove c’è un profondo amore. Sì, io amo la chiesa. Come potrei non amarla? Mi trovo in una situazione unica: sono il figlio, il nipote e il pronipote di pastori. Sì, vedo la chiesa come il corpo di Cristo. Ma, ahimè, di quanti sfregi e cicatrici abbiamo coperto questo corpo, per negligenza verso la società e per la paura di apparire non conformisti! C’è stato un tempo in cui la chiesa era molto potente: il tempo in cui i primi cristiani si rallegravano per essere considerati degni di soffrire per quello in cui credevano. Allora la chiesa non era un semplice termometro che misurava le idee e i principi dell’opinione pubblica: era un termostato, che trasformava il costume della società. Quando i primi cristiani entravano in una città, le autorità si allarmavano e subito cercavano di imprigionare i cristiani perché “disturbavano l’ordine pubblico” ed erano “agitatori venuti da fuori”.

Ma i cristiani non cedettero, convinti di essere “una colonia del cielo”, chiamati a obbedire a Dio e non agli uomini. Erano un piccolo numero, ma la loro dedizione era grande. Erano troppo inebriati di Dio per cedere a “intimidazioni spaventose”. Con il loro impegno e il loro esempio misero fine a mali antichi, come l’infanticidio e le lotte fra i gladiatori. Oggi la situazione è diversa. Troppo spesso la chiesa di oggi è una voce inefficace, debole, dal suono incerto. Troppo spesso è la prima a difendere lo status quo. Per lo più, la struttura di potere di una comunità non è affatto allarmata dalla presenza della chiesa, anzi è confortata dalla silenziosa – e spesso perfino stentorea – approvazione dello status quo da parte della chiesa stessa. Ma sulla chiesa incombe il giudizio di Dio, come non era mai accaduto prima. Se la chiesa di oggi non recupera lo spirito di sacrificio della comunità ecclesiale dei primi tempi, perderà la sua autenticità, renderà vana la fedeltà di milioni di aderenti, e sarà messa da parte come una associazione qualunque, priva di qualsiasi senso per il XX. secolo. Tutti i giorni incontro dei giovani in cui la delusione nei confronti della chiesa si è trasformata in vera e propria avversione. Forse sono ancora una volta troppo ottimista. Forse la religione organizzata è legata allo status quo da nodi talmente inestricabili da non essere in grado di salvare la nazione e il mondo intero? Forse devo rivolgere la mia fede alla chiesa interiore e spirituale, la chiesa all’interno della chiesa, come vera ecclesia e speranza del mondo. Ma anche qui, sono grato a Dio che nelle file della religione organizzata alcune anime nobili si siano liberate dalle catene paralizzanti del conformismo e si siano unite a noi per prendere parte attiva alla lotta per la libertà. Hanno lasciato la sicurezza delle loro congregazioni e insieme a noi hanno percorso le strade di Albany in Georgia. Hanno viaggiato per le autostrade del Sud nei tortuosi percorsi dei “viaggi della libertà”. Sì, sono andati in prigione con noi. Alcuni sono stati espulsi dalle loro chiese, hanno perduto il sostegno dei loro vescovi e confratelli ecclesiastici. Ma hanno agito sostenuti da una fede assoluta: che la giusta ragione, anche quando viene sconfitta, è più forte del male trionfante. La loro testimonianza è stata il sale dello spirito che in questi tempi tumultuosi ha preservato intatto il significato autentico del vangelo. Sono riusciti a scavare una galleria di speranza nella montagna tenebrosa della delusione. 9 Io spero che la chiesa nel suo insieme raccoglierà la sfida di quest’ora decisiva. Ma anche se la chiesa non dovesse venire in aiuto della giustizia, non dispero del futuro. Non ho timore circa l’esito della nostra lotta a Birmingham, anche se per ora le nostre motivazioni rimangono incomprese. Raggiungeremo il traguardo della libertà, a Birmingham e in tutta la nazione, perché la libertà è l’obiettivo dell’America. Per quanto maltrattati e vilipesi, il nostro destino è legato a quello dell’America. Prima che i pellegrini sbarcassero a Plymouth, noi eravamo qui. Prima che la penna di Jefferson vergasse le solenni parole della Dichiarazione d’indipendenza sulle pagine della storia, noi eravamo qui. Per oltre due secoli i nostri antenati hanno lavorato in questo paese senza ricevere compenso; hanno fatto del cotone una ricchezza; hanno costruito le case dei loro padroni mentre pativano macroscopiche ingiustizie e vergognose umiliazioni: e tuttavia, grazie a una inesauribile vitalità, hanno continuato a crescere e a svilupparsi. Se le crudeltà inaudite della schiavitù non sono riuscite a fermarci, l’opposizione con cui oggi abbiamo a che fare dovrà senza dubbio fallire. Noi conquisteremo la nostra libertà, perché nelle nostre reiterate richieste si incarnano il sacro retaggio della nostra nazione e l’eterna volontà di Dio. Prima di concludere mi sento in dovere di citare ancora un punto della vostra dichiarazione che ha suscitato in me un profondo turbamento: il caloroso elogio che rivolgete alla polizia di Birmingham per aver mantenuto “l’ordine” e “impedito atti di violenza”. Dubito che la vostra lode sarebbe stata altrettanto calorosa se aveste visto i cani della polizia affondare i denti nella carne di neri disarmati e nonviolenti. Dubito che avreste avuto tanta fretta nell’elogiare i poliziotti se aveste potuto osservare il modo sgradevole e disumano in cui trattano i neri qui nella prigione cittadina; se li aveste visti mentre prendevano a spintoni e insultavano anziane donne e ragazze nere; se li aveste visti prendere a schiaffi e a calci neri vecchi e giovani; se li aveste visti, com’è accaduto in due occasioni, mentre si rifiutavano di darci da mangiare perché volevamo cantare insieme la preghiera di ringraziamento per il nostro cibo. Nell’elogio della polizia di Birmingham non posso unirmi a voi. È vero che gli agenti hanno mostrato una certa disciplina nell’affrontare i manifestanti; in questo senso, in pubblico si sono comportati in modo abbastanza “nonviolento”.

Ma a quale scopo? Per continuare a proteggere il malvagio regime segregazionista. Negli ultimi anni ho sempre predicato che la nonviolenza esige di usare mezzi puri quanto gli obiettivi che ci si prefigge. Ho cercato di spiegare con chiarezza come sia sbagliato usare mezzi immorali per ottenere fini morali. Ma ora devo affermare che è altrettanto sbagliato, o forse è ancor più sbagliato, usare mezzi morali per difendere fini immorali. Forse Connor e i suoi poliziotti sono stati abbastanza “nonviolenti” in pubblico, come lo è stato ad Albany il capo Pritchett: ma gli uni e gli altri si sono serviti di un mezzo ineccepibile dal punto di vista morale, la non violenza, per difendere il fine immorale dell’ingiustizia razziale. Ricordo T. S. Eliot: “L’ultima tentazione è il più grande tradimento: compiere la retta azione per uno scopo sbagliato”. Avrei voluto vedervi lodare i neri che hanno partecipato ai sit-in e alle manifestazioni di Birmingham: per il loro sublime coraggio, per la disponibilità a soffrire, per la stupefacente disciplina dimostrata nonostante le forti provocazioni. Un giorno il Sud saprà riconoscere i suoi veri eroi. Saranno i James Meredith, dotati di quella nobile risolutezza che li rende capaci di affrontare lo scherno e l’ostilità di folle rabbiose e caratterizzati dalla dolorosa solitudine tipica della vita del pioniere. Saranno le vecchie donne nere, oppresse, maltrattate, personificate da quella settantaduenne di Montgomery, che facendo appello al senso della dignità, insieme al suo popolo decise di non salire più sugli autobus sottoposti al regime segregazionista, e a chi le domandava se fosse stanca dette una risposta tanto sgrammaticata quanto profonda: “Ho i piedi che non me li sento più, ma ho l’anima in pace”. Saranno gli studenti del liceo e del college, i giovani predicatori del vangelo e uno stuolo di loro confratelli più anziani: tutti, con coraggio e senza usare la violenza, pronti a sedersi al banco delle tavole calde, e disposti ad andare in prigione per il rispetto della propria coscienza. Un giorno il Sud saprà che quando questi figli di Dio diseredati si sono seduti al banco di una tavola calda, in realtà si stavano schierando a favore della parte migliore del sogno 10 americano, a favore dei valori più sacri del nostro retaggio giudaico-cristiano, e così facendo riportavano la nostra nazione ad attingere ai grandi pozzi della democrazia, scavati dai padri fondatori degli Stati Uniti quando avevano formulato la Costituzione e la Dichiarazione di indipendenza. Non avevo mai scritto una lettera tanto lunga. Temo che sia davvero troppo lunga per il vostro tempo prezioso. Posso assicurarvi che sarebbe stata assai più breve se avessi potuto scriverla seduto a una comoda scrivania, ma che cosa resta da fare, a chi si trova nell’angusta cella di una prigione, se non scrivere lunghe lettere, dedicarsi a lunghe riflessioni e pregare a lungo?

Se in questa lettera ho detto qualcosa che dipinge la verità in colori troppo accesi e indica impazienza irragionevole, vi prego di perdonarmi. Se ho detto qualcosa che dipinge la verità in colori troppo smorti e indica che la mia capacità di pazientare mi permette di accettare qualcosa di meno della fraternità, prego Dio di perdonarmi. Spero che la mia lettera vi trovi forti nella fede. Spero inoltre che presto le circostanze mi permettano di incontrarvi , non come fautore dell’integrazione o dirigente del movimento per i diritti civili, ma come collega nel ministero religioso e fratello in Cristo. E tutti insieme speriamo che le nere nubi del pregiudizio razziale si diradino presto, e la fitta nebbia del malinteso si allontani dalle nostre comunità sommerse dalla paura, e che in un domani non troppo lontano le stelle luminose dell’amore e della fraternità risplendano sulla nostra grande nazione in tutta la loro sfavillante bellezza.

Vostro per la causa della pace e della fraternità,

Martin Luther King junior

Blog Fondazione Nenni

*Lettera dal carcere di Birmingham del 16 aprile 19631 Martin Luther King ,16 aprile 1963

“The Help” di Tate Taylor: aiuto e discriminazione nell’America di Luther King

the_help_filmAiuto e discriminazione nell’America dove imperversa il Movimento per i diritti civili promosso da Martin Luther King. Siamo a Jackson, nel Mississippi. Che significato assume il termine aiuto in una società profondamente razzista? Che tipo di solidarietà può esistere? In una collettività drasticamente divisa in due, tra bianchi e neri, separati e differenziati nei diritti, gesti solidali possono avvenire solo tra neri e tra bianchi oppure anche tra bianchi e neri reciprocamente? Rivendicare i propri diritti e denunciare i soprusi, le discriminazioni e le ingiustizie può accadere? Un cambiamento sociale può avvenire? E, soprattutto, la realtà poco nota delle domestiche afroamericane può venire alla luce?

Barbara Conti

Questo il contesto su cui si muove il film “The Help”, per la regia di Tate Taylor. Con Emma Stone, Viola Davis, Bryce Dallas Howard, Jessica Chastain e Octavia Spencer. Tratto dall’omonimo romanzo L’aiuto (del 2009) di Kathryn Stockett, amica d’infanzia di Tate Taylor, il film vanta il Premio Oscar ad Octavia Spencer come miglior attrice non protagonista. Non è la prima volta che un tale soggetto viene affrontato nel cinema. “The Help” è del 2011, mentre nel 1994 c’era stato il già noto “Una moglie per papà (Corrina, Corrina)”, per la regia di Jessie Nelson (con Whoopi Goldberg e Ray Liotta); ma vi sono alcune differenze. Il primo è ambientato nel 1963, mentre il secondo alla fine degli anni Cinquanta. “The Help” è corale, mentre “Una moglie per papà” un po’ meno. Qui c’è un uomo, Manny Singer (Ray Liotta), rimasto solo con la figlia dopo la morte della moglie. Creatore di jingle per la pubblicità, deve trovare una governante per la figlia Molly (Tina Majorino). Si tratterà di Corrina Washington (Whoopi Goldberg). La bimba si affezionerà subito a lei e Manny e Corrina finiranno per innamorarsi; ma per loro due non sarà facile farlo accettare alla famiglia “nera” di lei e a tutto il “circondario” del quartiere (fatto anche di molti bianchi).

In entrambi i casi (sia di “The help” che di “Una moglie per papà”) i passi muovono sempre da un rapporto sempre più stretto che si va formando, nonostante il razzismo e le discriminazioni, tra le domestiche afroamericane e i figli dei bianchi che custodiscono. Questi ultimi chiamavano “mamme” le prime, che –a loro volta- consideravano i secondi come i loro propri figli, e che anzi curavano meglio dei loro. Eppure non potevano mangiare nella stessa tavola dei loro ricchi e potenti padroni bianchi, oppure usare lo stesso bagno perché era pericoloso in quanto potevano portare molte malattie infettive. Non esisteva neppure riconoscenza, in quanto venivano solo impartiti loro ordini senza gentilezza, anzi le si deridevano alle spalle e le si umiliavano alla prima occasione; quasi fossero oggetti nelle loro mani; da manipolare. E si era convinti di riuscirci, poiché tacevano sempre e obbedivano, infatti non si lamentavano mai e nessuno sapeva di loro persino; a mala pena si pensava a loro come persone. Denigrate e maltrattate, non avevano mai pensato di ribellarsi. Ma qualcosa stava per cambiare, grazie all’avvento del movimento di Martin Luther King e, soprattutto, di un punto di vista diverso e nuovo. Ma non è solo grazie ai neri simili a loro che queste donne ebbero giustizia. Sarà merito anche di alcune eccezioni tra i bianchi, di persone “buone”, che un rinnovamento mentale sociale sarà realizzabile. Infatti “The Help” ha il pregio di mostrare più sfumature e più sfaccettature dello stesso problema.

Innanzitutto il punto di partenza viene dal titolo, ossia il nome di un libro e di un articolo che una giovane giornalista rampante vuole scrivere, di rottura con le ipocrisie sociali vigenti. Ossia il primo passo è la denuncia e far sentire la propria voce, da parte di queste donne afroamericane; ma ancor prima deve esserci chi dà loro la possibilità di esprimere il proprio pensiero. In questo caso, nel film è Eugenia ‘Skeeter’ Phelan (alias Emma Stone). Dunque non tutti i bianchi sono razzisti o egoisti o superficiali. E non c’è solo discriminazione, umiliazione per queste domestiche da parte di altre donne bianche. Esistono alcune donne –ricche e benestanti- che sono buone d’animo, solidali, generose, semplici e umili, che trattano con bontà e paritarietà le domestiche; come Celia Foot (interpretata da Jessica Chastain), sempre gentile con tutti e anche lei vittima di denigrazione da parte delle altre nobili bianche perché ha rubato il fidanzato (ora suo marito) a una potente signora che ha un salotto in cui discute di cose futili e, soprattutto, dove paventa tutto il suo odio e ripudio per le donne nere. Si tratta di Hilly Holbrook (di cui veste i panni Bryce Dallas Howard), emblema per eccellenza della cattiveria miope e razzista dell’élite bianca locale che la snobba ed emargina. L’amicizia tra Celia e una domestica, Minny Jackson (Octavia Spencer) richiama specularmente quella tra due domestiche: la stessa Minny e Aibileen Clark (Viola Davis), che da poco ha perso per un incidente sul lavoro il suo unico figlio -a cui non è stato prestato alcun soccorso immediato-.

Quindi le domestiche diventano emblema della più ampia categoria di tutti i neri afroamericani. Questi casi di “contaminazioni benigne” tra bianchi e neri riescono e provano a sorgere, nonostante l’esplosività del contesto.

Infatti nel finale la situazione degenererà. Vi sarà, dapprima, il brutale assassinio di Medgar Evers, un attivista per i diritti degli afroamericani, a cui seguirono imponenti manifestazioni del Movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King; ma ciò dà il là a numerose domestiche afroamericane, che decidono finalmente di collaborare con ‘Skeeter’ al suo libro. Se questo permette la pubblicazione ed il successo di “The help”, dall’altro potrebbe essere la fine per le domestiche. Dopo Milly anche Aibileen viene licenziata, tra le lacrime della figlia che accudiva, Mae Mobley, a cui lei dirà: “sei carina, sei brava, sei importante”. Ma per loro sarà un nuovo inizio. Anche Aibileen deciderà di darsi alla scrittura, mentre Milly si era già vendicata con Hilly dandole un dolce condito con le sue feci a suo dire. Skeeter, però, non riuscirà a proteggere queste donne nere con l’anonimato, cambiando nomi e riferimenti, in quanto le loro identità saranno presto ben riconosciute.

Però da un male nascerà un bene, poiché loro si decideranno ad “alzare la testa”. Forse non è un caso, allora, che le canzoni incluse nella colonna sonora, vi è compreso un brano scritto e interpretato da Mary J. Blige appositamente per il film e che ha ottenuto una candidatura al Golden Globe per la migliore canzone originale. Si tratta di “The living proof”, ovvero che -tradotto dall’inglese- significa “la prova vivente”. Le domestiche afroamericane sono la prova vivente e concreta che un cambiamento è possibile e dell’esistenza reale della discriminazione razzista da parte dei bianchi (che non è un’invenzione); sono la prova vivente stessa in persona, in quanto sono l’incarnazione della dura prova cui la vita stessa le ha sottoposte prima del riscatto, della rivincita e della rivalsa. Molto bello il fatto che si guardi al connotato positivo di tutta la vicenda, ossia al “the help”, l’aiuto -materiale e morale- dell’invito a parlare, alla denuncia e della solidarietà di un aiuto solidale sincero e reciproco, anche con alcune donne bianche come Celia.

Dalla Parks al divorzio: 1° dicembre dei diritti civili

**ADVANCE FOR THURSDAY, FEB. 12** In this Feb. 22, 1956 file photo, Rosa Parks, whose refusal to move to the back of a bus touched off the Montgomery bus boycott and the beginning of the civil rights movement, is fingerprinted by police Lt. D.H. Lackey in Montgomery, Ala. She was among some 100 people charged with violating segregation laws. (AP Photo/Gene Herrick, file)

(AP Photo/Gene Herrick, file)

Il primo dicembre è una data significativa nella lunga battaglia per i diritti civili. A distanza di quindici anni, in due continenti diversi, sono accaduti due avvenimenti slegati l’uno dall’altro, ma che segnano entrambi una vittoria per l’espansione dei diritti della persona.

Sessantuno anni fa, a Montgomery, in Alabama, una donna era seduta su un autobus. Aveva quarantadue anni, stava tornando dal lavoro e le dolevano i piedi. Rosa Parks, considerata la madre del Movimento per i Diritti Civili, quel giorno compì un gesto rivoluzionario nella sua semplicità che le costò l’arresto.

La donna aveva la pelle scura, perciò la legge dell’Alabama le imponeva di alzarsi e di cedere ai “bianchi” il suo posto a sedere nell’autobus affollato. Rosa era salita sul mezzo pubblico prima prima dell’uomo che lo reclamava in virtù di una norma razzista. Aveva lavorato e non riusciva a reggersi in piedi ma quel suo rifiuto corrispondeva a una violazione della legge

Quel primo dicembre del 1955 (soprattutto quel che ne seguì) rappresentò un passo importante nella lotta per i diritti civili. Fece da detonatore a un malessere che stava prendendo emergendo pubblicamente sotto forma di resistenza alla segregazione razziale, a una legislazione che imponeva una disparità di diritti e di trattamenti tra bianchi e neri. Già l’anno prima la Corte Suprema aveva chiuso il caso Brown vs Board of Education, dichiarando incostituzionale le norme che discriminavano nelle scuole pubbliche gli studenti in base al colore della pelle. Inoltre,i membri della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) avevano cominciato a organizzare forme non violente di protesta.

Rosa Parks era un’attivista e con il suo rifiuto diede vita alla scintilla che fece scoppiare l’incendio. Il presidente Obama, immortalato anni dopo in una fotografia seduto proprio nello stesso posto su quell’autobus, ha ricordato il diniego di Rosa Parks come “il più semplice dei gesti, ma la sua grazia e dignità nel rifiuto di tollerare l’ingiustizia, ha contribuito a innescare la scintilla per il Movimento dei diritti civili, che si è diffuso per tutta l’America”.

Il suo arresto, infatti, spinse numerosi afroamericani a boicottare gli autobus di Montgomery, chiedendo un trattamento eguale per tutti i passeggeri, cosa che ottennero nel novembre del 1956.

Il leader della resistenza era un personaggio già noto: Marthin Luther King. Ispirato dalle idee della non violenza di Gandhi, diede vita a una battaglia che avrebbe cambiato i valori americani e il senso stesso della parola libertà. Tutti sono liberi, tutti possono sentirsi cittadini. Idee rese celebri con il discorso pronunciato durante la marcia di Washington del 1963 sintetizzato in poche parole ripetute per affermare il concetto di una liberazione negata ma impossibile da negare per sempre: “I have a dream…”.

La presidenza Johnson lavorò (forse al di là delle stesse intenzioni presidenziali) a un allargamento effettivo dei diritti, lanciando un programma di riforme rivolte ai più deboli della società. Con il Voting Right Act (favorito da un’altra famosa marcia, quella di Selma) stabiliva che il diritto di voto non poteva essere limitato, comportando un aumento della partecipazione elettorale dei neri. Introdusse il principio dell’Affirmative Action, per cui le minoranze deboli sarebbero dovute essere difese negli impieghi e nelle scuole. Il problema vero però era il razzismo, alimentato dalle pessime condizioni di vita e l’alto livello di criminalità presenti nei ghetti. Inoltre, la condizione di emarginazione socio-economica favorì l’espansione di idee più radicali che, sulle ali dell’orgoglio nero, portò alla nascita nel 1966 del Black Panther Party, la cui immagine pubblica di maggiore potenza mediatica è forse ancora oggi il pugno guantato di nero alzato sul podio olimpico messicano dai duecentisti Tommie Smith e John Carlos. La battaglia per la liberazione dei neri assumeva forme diverse e anche differenti leader: da un lato Martin Luther King, dall’altro Malcom X.

Alla “liberazione” formale prodotta da quelle battaglie non ha, però, corrisposto una “liberazione” sostanziale: alla parità dei diritti non ha corrisposto la parità di opportunità e di condizioni economiche. Il malessere ha continuato a serpeggiare e, per uno strano paradosso, è esploso proprio in questi ultimi anni, sotto una presidenza che anche da un punto di vista pubblico avrebbe dovuto rappresentare il momento culminante della lunga marcia dei neri d’America. La questione razziale, invece, è tornata prepotentemente alla ribalta disintegrando un bel po’ di ipocrisie che si dicono e si leggono a proposito della terra dei pari, del sogno americano, della democrazia che a tutti garantisce una occasione. Non è, evidentemente, così.

I malesseri, faticosamente repressi, sono tornati a galla con violenza nel 2014, quando un agente della polizia ha ucciso un ragazzo di colore disarmato. E ancora, nel marzo 2015 in Southh Carolina, quando un uomo di colore di 50 anni è stato ucciso dall’agente Slager durante una lite per una infrazione al codice della strada.

Sempre il primo dicembre, ma nel 1970, venne votata in Italia la legge sul divorzio. In un paese fortemente condizionato dalla cultura cattolica e da una norma costituzionale che assegna una sorta di primato religioso smentendo, nei fatti, altre norme presenti nella stessa Carta in cui si fa riferimento alla completa libertà anche sul versante spirituale, in parlamento venne approvata l’introduzione dell’istituto del divorzio con molti anni di ritardo rispetto ai molti paesi occidentali avanzati.

Il “finché morte non vi separi” appariva sempre di più una regola teorica ma di impossibile realizzazione nella pratica perché i sentimenti sfuggono a logiche restrittive di governo seppur imposte da una autorità superiore e soprannaturale. La libertà personale veniva da quel vincolo (spesso rotto nei fatti ma non nell’ufficialità burocratica) profondamente lesa.

Quando nel 1954 il deputato socialista Luigi Renato Sansone chiese di discutere l’introduzione del cosiddetto “Piccolo divorzio”, ovvero il divorzio che riguardava situazioni estreme, come il tentativo del coniuge di ammazzare il partner o di uno dei due dato da tempo per disperso o in carcere, la proposta non fu neanche discussa. Altre proposte di legge si sovrapposero (compresa quella di Giuliana Nenni) ma senza risultati tangibili: la cappa politica del centrismo era troppo spessa e il Concilio Vaticano Secondo insieme al suo animatore, Giovanni XXIII, ancora troppo lontano. Poi, però, quando i tempi mutarono con l’entrata dei socialisti nell’area di governo, la questione tornò di attualità. Con maggior vigore e con un seguito popolare crescente.

Nel 1965 il Partito Radicale diede vita a intense campagne di sensibilizzazione, e soprattutto nel 1969 si organizzarono numerose manifestazioni in merito. Ma fu un socialista, Loris Fortuna insieme a un liberale, Antonio Baslini, a consegnare al Parlamento le “armi” per abbattere un divieto così anti-storico da avere caratteri innaturali. E così il primo dicembre 1970 venne approvata la legge sulla “disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”. Un traguardo importantissimo, confermato dal referendum abrogativo del 1974, dove il 59.3 % votò per il mantenimento della legge in vigore. Una pesante sconfitta per la Democrazia Cristiana e per Amintore Fanfani che avevano scelto di farsi trascinare in una anacronistica battaglia dalle frange più oltranziste ma evidentemente ormai minoritarie nel Paese.

Giulia Clarizia

Blog Fondazione Nenni

Usa. Ciclone ‘Francesco’
ha lasciato il segno

Papa Francesco-Filadelfia

New York, 28 settembre – Fortune alterne, in questi giorni, per le più importanti cariche religiose del mondo e la loro popolarità. Mentre le paladine de “gli uomini sono tutti uguali” vivono giorni di gloria dopo le dichiarazioni sessiste del Dalai Lama, i conservatori americani sono tutti – come si dice – in fibrillazione per un Papa i cui discorsi sono stati definiti “marxismo puro”. Papa Francesco, la cui visita negli USA si è appena conclusa con l’incontro mondiale delle famiglie a Philadelphia, è passato come un ciclone (come titola anche il ‘New York Post’, che per l’occasione ha cambiato la propria testata in ‘New York Pope’), mettendo in imbarazzo conservatori e repubblicani, che l’hanno definito un “marxista puro” e raccogliendo consensi e acclamazioni aspettate e inaspettate.

Pope FrancisA Philadelphia, dove una folla impazzita lo ha accolto, il Papa ha voluto ricordare il ruolo fondamentale che le donne e i laici avranno nel futuro della Chiesa. Più la visita di una rockstar che di un’autorità religiosa, quella di Papa Francesco, accolto a Central Park da 80,000 persone, 20,000 al Madison Square Garden, dal quale ha detto Messa e introdotto un grande concerto in suo onore. Mentre venerdì il Papa ha tenuto banco alle Nazioni Unite, e il giorno prima al Congresso americano, sabato è stato il turno dei fedeli, che hanno fatto a gara con le alte cariche religiose per aggiudicarsi un selfie con il Papa. Non è certo il primo Papa a recarsi alle Nazioni Unite, Bergoglio, ma è il primo che sia stato chiamato ad aprire l’Assemblea Generale, per di più in un anno speciale per le Nazioni Unite, che segna il 70° dalla fondazione ed il lancio dei ‘Sustainable Development Goals’, gli SDG che vanno a sostituire i vecchi obiettivi del millennio, in scadenza questo mese.

E il Papa è riuscito a dare un’introduzione molto esaustiva ai lavori di questa Assemblea Generale trattando nei suoi più di 30 minuti di discorso, un’enorme varietà di tematiche. Partendo dai nuovi Obiettivi del Millennio, Bergoglio ha parlato di iniquità, immigrazione, tecnologia, narcotraffico, nucleare, corruzione, Isis, riunendoli tutti sotto il grande cappello delle celebrazioni per i 70 anni delle Nazioni Unite. Ma è sceso anche più nello specifico, trattando della riforma dell’ONU e del debito dei Paesi in via di sviluppo, dando al proprio discorso quel sapore innovativo che ha voluto far diventare il suo marchio, l’idea di un Papa che evolve con l’evolvere dei tempi.

papa Francesco-ONU

Dopo il discorso all’ONU, il Papa si è poi recato a ‘Ground Zero’, dove ha voluto fosse organizzato un simbolico incontro con le autorità religiose, al quale hanno partecipato anche i familiari delle vittime dell’11 settembre. Papa Francesco ha voluto utilizzare questa occasione simbolica per sottolineare quanto tutte le religioni debbano lavorare assieme, pur mantenendo le proprie differenze, per un futuro di pace. Il Papa si è poi recato in una scuola di Harlem, a dimostrazione dei diversi volti che il Vaticano ha voluto dare a questo storico viaggio. Qui Bergoglio, accolto come un messia, ha tenuto una sorta di lezione su Martin Luther King, fermandosi ad abbracciare e baciare molti dei bambini presenti, nonostante le proteste degli addetti alla sicurezza.

Un insieme di momenti commoventi, ufficiali, storici quello della visita appena conclusa, che lascia in territorio americano molte forti sensazioni. Bergoglio ha voluto dare alla propria visita un carattere dirompente, per quanto concesso dal proprio ruolo, e la sensazione è che abbia scompaginato molti degli equilibri, anche della corsa alle presidenziali del prossimo anno. Se, infatti, questo Papa si è confermato come figura particolarmente carismatica e gradita alla cosiddetta “gente comune”, ha anche creato non pochi imbarazzi all’interno del partito repubblicano, schierandosi apertamente contro le armi e a favore dei più poveri, in questo regalando gioco facile ai Democratici, e specialmente a Bernie Sanders, il candidato apertamente socialista la cui campagna sta riscuotendo un incredibile, e di certo inaspettato, favore. Una visita, quindi, decisamente di successo, tanto per il Vaticano, che parte sapendo di aver conquistato i cuori di molti fra i potenti e meno potenti, quanto per le autorità locali, che hanno dimostrato di riuscire a gestire una visita tanto complicata in un momento molto particolare, sia politicamente che in termini di sicurezza e che hanno tutte le intenzioni di spendere questa carta importante per le prossime presidenziali.

Costanza Sciubba Caniglia 

“The Blind Side”.
La lotta per i diritti civili
dei neri afroamericani

the blind sideCanale 5 risponde a Rai Uno e punta sullo sport per un messaggio sociale mondiale. Se la tv pubblica ha trasmesso la storia di Pietro Mennea, la Mediaset ha messo in onda la vicenda di un altro campione: Michael Oher. Se nella prima fiction, per la regia di Ricky Tognazzi, c’era il mito degli atleti di colore (come Tommie Smith), su quella in programma su Canale 5 c’è al centro un giocatore di football americano statunitense, ovviamente di pelle nera (Oher appunto). Se Mennea era di origini umili, Oher veniva dai quartieri più poveri americani, dai bassifondi malfamati e da una famiglia numerosa (di dodici figli) e che viveva “al limite”: sua madre era alcolizzata e tossicodipendente mentre suo padre, Michael Jerome Williams, era spesso in carcere.

Se la prima promuoveva il messaggio di Martin Luther King, il sogno che aveva di parità di diritti ed eliminazione di ogni forma di discriminazione contro il razzismo, il secondo mostra la crescita sociale e la possibilità di realizzazione ed inserimento sociale, che una famiglia adottiva dà a un diciassettenne nero apparentemente senza probabilità di riuscita. Il tutto dopo Martin Luther King, dopo Rosa Parks, dopo Mandela e Ghandi. Ora il film pone un interrogativo: ai tempi in cui è stato eletto un presidente americano di colore, Barack Obama, in cui in tutti i campi atleti di colore trionfano e sono apprezzati, a che punto sono effettivamente i diritti dei neri?

Soprattutto in America, in cui da sempre la società è divisa tra posizioni contrastanti e da una convivenza non sempre facile? Lo sport può e deve veicolare messaggi di speranza, di unione, di fratellanza, di solidarietà, come la campagna “No to racism” nel calcio ad esempio. E può, soprattutto, aiutare a far riflettere. Il regista Michele Placido, portando in scena una commedia di Pirandello di un secolo fa, nel suo film “La scelta” ispirato a “L’Innesto” del poeta siciliano, ha fatto notare come molto poco sia cambiato o quasi nulla in confronto a quello che sarebbe dovuta essere l’evoluzione in tema di diritti delle donne, di violenze sessuali ai loro danni. Non vorremmo dovessimo fare lo stesso ragionamento per i diritti e le libertà fondamentali, sancite dalla nostra Costituzione, per i neri.

Da questo punto, non a caso, è partito il presidente Obama, nel suo discorso tenuto il 7 marzo (poco prima della proiezione in tv), alla fine del ponte Edmund Pettus della piccola città di Selma, in Alabama (città divenuta simbolica e metà anche della lunga corsa di Forrest Gump). Una riflessione dovuta, che evidenzia come il razzismo non sia ancora stato sconfitto, anzi rappresenta “un’ombra sul nostro presente”, come l’ha definito Obama. Tuttavia sarebbe ingiusto dire che nulla è cambiato, ma occorre rafforzare le misure giuste prese sinora. Obama, infatti, ha anche invitato il Congresso ad approvare di nuovo il Voting Rights Act, considerevolmente indebolito da una sentenza della Corte Suprema del 2013: in base ad essa le autorità statali e locali possono approvare leggi che rendono più complicate le procedure di voto per i neri.

Non solo; il presidente americano ha esortato la Corte Suprema a rivedere il divieto, a suo avviso incostituzionale, delle nozze gay imposto in quattro stati americani il 28 aprile. Ciò implica, infatti, anche che le coppie gay e i loro figli siano considerate “famiglie di seconda classe”. Sulla stessa linea di pensiero Obama ritiene che: “Gli Stati non possono proibire i matrimoni fra razze diverse”.

Questo è quanto mai importante in una data storica, quale quella del 7 marzo: nel 1965 a Selma la polizia e un gruppo di cittadini volontari assaltarono seicento persone che stavano manifestando per i diritti degli afroamericani e per la morte di un loro attivista. Qui quell’anno, guidati dal pensiero di Martin Luther King, gli afroamericani chiesero il diritto di voto. Fatti del genere, violenti e di odio a sfondo razziale, purtroppo persistono tuttora. Basti citare il caso del discutessimo rapporto del dipartimento di Giustizia sull’uccisione del 18enne nero Michael Brown a Ferguson (secondo il quale l’agente che l’ha ucciso non verrà incriminato).

Anche nel film sulla vita di Oher, casi di violenza a sfondo razziale nei confronti dei neri afroamericani sono mostrati più volte. E la cronaca moderna riporta molte vicende simili, sfortunatamente. Nel 2014 la polizia uccise (il 7 marzo a Selma) un giovane 19enne disarmato, Anthony “Tony” Robinson, sospettato per una recente aggressione. E il 4 marzo, nel South Carolina, il poliziotto bianco Michael T. Slager, ha aperto il fuoco in pieno giorno in un parco pubblico uccidendo un 50enne afro-americano, Walter L. Scott. Un video incastrò il poliziotto: l’agente avrebbe sparato per otto volte contro l’uomo in fuga e disarmato. Nonostante avesse dichiarato di essersi difeso dopo che Robinson era riuscito a prendere il suo taser, non appena fermò l’auto per un fanalino rotto.

Non solo. Ancora più grave forse, il fatto che, fino alla seconda parte del secolo XX, si è avuta la divisione delle sacche di sangue destinate alle trasfusioni, in base alla razza del donatore, operata anche dalla Croce Rossa statunitense. Ma la salute e la sanità non erano un diritto universale? 50 anni dopo quel 7 marzo del ’65 che cosa è veramente cambiato allora? La storia di Big Mike invita a pensare a tutto questo. Così soprannominato per la sua statura (193 cm), la sua vicenda fa scuola ancora oggi. Il 6 marzo scorso (poco prima della trasmissione del film in tv), Oher ha firmato un contratto biennale del valore di 7 milioni di dollari con i Panthers; dopo quello quadriennale del valore di 20 milioni di dollari (inclusi 5,9 milioni garantiti), del 14 marzo 2014, firmato coi Tennessee Titans.

Forse il suo miglior risultato lo ha raggiunto il 3 febbraio 2013, quando è partito come titolare nel Super Bowl XLVII contribuendo alla vittoria dei Ravens sui San Francisco 49ers per 34-31, laureandosi per la prima volta campione NFL. Classe ’86, il 28 maggio festeggerà il suo compleanno. Questo film è un omaggio anche in previsione di questa ricorrenza. Esso, del 2009, è stato scritto e diretto da John Lee Hancock. Basato sul libro di Michael Lewis, The Blind Side: Evolution of a Game, il titolo del film stesso è al contempo emblematico e simbolico: “The Blind Side”. Oher ricopre il ruolo di offensive tackle: il compito di questo giocatore è quello di proteggere il quarterback dai placcaggi degli avversari, che cercheranno di bloccarlo attaccandolo dai lati che il quarterback non può vedere (i blind sides appunto). Ma in inglese blind side significa lato oscuro, cieco, non visibile cioè a tutti all’esterno. Oppure persino tenuto nascosto, celato, che si cerca di far dimenticare, che non si vuole trattare od affrontare quale tematica ed argomento ostico, scomodo, pericoloso.

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Quinton Aaron e Sandra Bullock in “The Blind Side”

Si tratta di ciò che non si coglie o non si vede o non si vuole vedere, di cui si fa finta di non rendersi conto, un po’ come un velo d’omertà metaforicamente sulle discriminazioni razziali e sulle difficoltà d’inserimento per un afroamericano di origini povere in America. Bene ha ricordato Obama che non si deve dimenticare che sono stati gli schiavi di ieri a rendere oggi l’America e gli Stati Uniti liberi. Per Oher, se non fosse stato per la sua famiglia adottiva, non ci sarebbero state possibilità di studio né di praticare sport, né tantomeno addirittura di diventare un campione apprezzato e riconosciuto.

Non a caso Sandra Bullock (scelta per il ruolo di Leigh Anne Tuohy, inizialmente proposto a Julia Roberts che lo rifiutò) ha vinto un Golden Globe quale miglior attrice e lo Screen Actors Guild Award. Il film ha inoltre ottenuto due candidature agli Oscar 2010, come miglior film e miglior attrice protagonista, vincendo quest’ultimo. Furono, invece, gli attori Aaron Quinton ad interpretare quello di Michael Oher e Tim McGraw quello di Sean Tuohy.

Con delicatezza il film ben evidenzia quanto questo giovane di colore non volesse fare del male a nessuno, quanto volesse solamente essere ascoltato, riconosciuto dalla società, accettato per quello che era, poter realizzare il suo sogno di diventare un grande campione professionista di football americano. Voleva solamente poter essere libero di scegliere la propria strada. Ed è in questo che la madre adottiva, a malincuore, lo supporta soprattutto ripetendogli: “voglio che tu faccia quello che vuoi. La vita è la tua. La scelta è la tua”. Ma oggi è ancora possibile o lo è più di prima?

Mentre viene spontaneo chiedersi automaticamente questo, mentre il film ci invita a riflettere su questo, assistendo al dialogo tra madre e figlio, probabile che scenda una lacrima agli occhi (anche alla sempre solare e sorridente Sandra Bullock). La scena, infatti, è molto intensa nella sua semplicità e banalità: non è scontato che tra genitori e figli adottivi riesca ad instaurarsi un rapporto così intenso e profondo, sincero, naturale (e qui sarebbe da aprire un’interminabile parentesi sul tema delle adozioni, ma divagheremmo troppo).

Ma condividiamo il riconoscimento dato al talento della Bullock soprattutto per un’importante frase memorabile, che racchiude tutto il senso del nostro discorso, che pronuncia. Ovvero le parole che rivolge a Big Mike prima della partita, che gli regalano un insegnamento inestimabile: “questa squadra è la tua famiglia ora e devi proteggerla dagli altri giocatori avversari, come hai fatto con me e mio figlio non permettendo che ci facessero mai del male”. Nel riuscire a fare mèta per Oher, oltre ad essere un po’ come difendere la sua famiglia adottiva, è stato un po’ come segnare il goal della vittoria dei diritti civili, come riuscire a difendere i diritti di tutti i neri, degli afroamericani in particolare, le loro libertà fondamentali che sono uguali a quelle dei bianchi, in una parola il diritto ad essere riconosciuti quale parte integrante e importante della società americana, che contribuiscono a costituire, far crescere, sviluppare e progredire, proprio tramite queste loro manifestazioni e dimostrazioni rivoluzionarie. Quella fu la vera rivoluzione e il vero miracolo di Big Mike: non tanto, non solo, riuscire a diventare campione sportivo, a studiare, a segnare, a far vincere la propria squadra, ma a rendere più libera l’America con il suo esempio. Tutto questo è il “blind side”, il lato oscuro che non deve più rimanere tale.

Barbara Conti 

La memoria da non perdere: Carmelo Battaglia

Chi potrebbe mai commemorare il martirio di San Bartolomeo senza dire che era cristiano o Martin Luther King senza ricordare che era di colore o Anna Frank senza dire che era ebrea? Eppure, Laura Boldrini, il 10 giugno scorso, è riuscita in un’impresa simile. Ricorreva il 90° anniversario della morte di Giacomo Matteotti, una delle figure più importante della storia del socialismo italiano, ucciso da una squadraccia fascista per la sua forte opposizione parlamentare al regime e la presidente della Camera, commemorandolo, ha dimenticato di ricordare agli italiani in quale partito e in quale idea politica si riconoscesse Matteotti. La Boldrini ha ricordato l’impegno riformista di Matteotti in Parlamento, ma senza alcun riferimento alla militanza socialista nel Partito Socialista unitario di Filippo Turati, del quale fu segretario.

La Boldrini però, non ha avuto gli stessi problemi di memoria quando, un paio di giorni dopo, ha fatto un intervento in occasione dei 30 anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer. In quella circostanza la Boldrini ha evidenziato l’appartenenza di Berlinguer al partito comunista, ricordando “l’importante stagione di conquiste sociali e civili” della sua segreteria e la “svolta” democratica eurocomunista“. Siamo in presenza di una vera e propria manipolazione da ministero della Verità, che George Orwell nel romanzo “1984” descrive come metafora del comunismo sovietico.

D’altronde, i socialisti sono abituati ai tentativi di oblio, tra cui le vicende del dopoguerra legate alla tragica scia di sangue dei sindacalisti siciliani trucidati. Una drammatica sequenza di assassinii che collega con un “filo rosso” ideale dirigenti sindacali di sinistra, l’eccidio di Portella della Ginestra, l’assassinio di Pio La Torre, dei magistrati Scaglione e Costa, dei commissari Boris Giuliano e Beppe Montana sino al cratere di Capaci e alla strage di via D’Amelio, con l’uccisione dei magistrati Falcone e Borsellino e delle loro scorte.

Dalle carte processuali relative ai sindacalisti siciliani martirizzati dalla mafia dopo la fine della seconda guerra mondiale e agli albori dell’Italia repubblicana, emergono figure nitide ed esemplari, i cui nomi, tra i quali i socialisti Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale, Calogero Cangelosi ed Epifanio Li Puma, sono stati a lungo, e a ben ragione, tra i simboli della sinistra nell’Isola, prima che il “nuovismo” e l’acritica accettazione del “culto” del mercato facessero tabula rasa di una storia e di una tradizione legate alle lotte sociali e alle battaglie contadine, strumenti fondamentali di riscatto per i ceti più deboli, contro le inconfessabili alleanze tra il notabilato aristocratico e borghese isolani e Cosa nostra, passando per pezzi dell’apparato istituzionale, avvenute dal 1944 sino agli anni ’80 del Novecento. La gran parte di quei drammatici delitti vide come “scenario” le zone dei feudi in provincia di Palermo: il Corleonese, il Partinicese e le Madonie. Si consumò a Portella della Ginestra (tra Piana e S. Giuseppe) la strage del 1° Maggio ’47; Epifanio Li Puma fu assassinato a Petralia il 2 marzo, Placido Rizzotto a Corleone il 10 marzo e Calogero Cangelosi a Camporeale il 1° aprile di quel terribile 1948; Salvatore Carnevale fu trucidato il 16 maggio 1955, mentre si recava al lavoro in una cava di pietre a Sciara, in provincia di Palermo.

E tra queste mirabili figure di dirigenti sindacali socialisti trucidati dalla mafia si deve ricordare Carmelo Battaglia, ucciso all’alba del 24 marzo 1966.

Carmelo Battaglia, sindacalista socialista dei Nebrodi in provincia di Messina (uno dei territori siciliani fondamentali delle lotte contadine nel dopoguerra), era stato dirigente della Camera del lavoro di Tusa e socio fondatore della cooperativa “Risveglio alesino”, nata nel 1945 per la concessione delle terre incolte. Nel 1965, i contadini e coltivatori cooperatori, insieme a quelli di una cooperativa di Castel di Lucio, erano riusciti ad acquistare dalla baronessa Lipari, il feudo Foieri, che si estendeva per 270 ettari. Un’iniziativa di grande rilevanza sociale, che poneva un ulteriore tassello alla fine della gestione feudale delle terre, ma che venne immediatamente contrastata dai gabellieri dell’epoca, i quali avevano gestito il feudo sino ad allora. Nel quadro del forte conflitto scaturito, maturò, probabilmente, il delitto Battaglia.

Carmelo Battaglia, assieme agli altri sindacalisti socialisti uccisi, dovrebbe essere recuperato non solo alla memoria storica, ma anche all’attualità politica, per illustrare una via alla sinistra legata ai valori di democrazia, di legalità, del lavoro, di diritti sociali, che si possono sintetizzare in un modo soltanto: socialismo!

Maurizio Ballistreri