Elezioni europee,
questione di democrazia

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Alle prossime elezioni europee voteremo, oltre che per il Parlamento, anche per il futuro Presidente della Commissione europea, una novità introdotta sommessamente già nelle elezioni nel 2014 ma di cui quasi nessuno si è era accorto, pur avendo i partiti europei anticipato la candidatura che avrebbero sostenuto per quella posizione. L’obiettivo era di avvicinare elettori ed elettrici alle istituzioni europee, nel tentativo di invertire il trend in discesa della partecipazione al voto.

Infatti, se la percentuale dei votanti aveva subito un leggero ma costante declino di elezione in elezione per quasi trent’anni, con il nuovo millennio il numero di elettori ed elettrici si è ridotto in modo preoccupante, per arrivare al 43% nel 2009. Nella settima elezione del Parlamento europeo non andò a votare soprattutto chi nel passato aveva votato per i partiti di sinistra, lanciando un messaggio che suonava più o meno così: il Parlamento europeo è una istituzione inutile e senza potere perché l’Unione è dominata da tecnocrati conservatori.

Il popolo della sinistra aveva perso la fiducia nell’Europa e Paul Rasmussen, allora leader del PSE, aveva così commentato l’esito delle elezioni europee del 2009: ha vinto il partito del sofà, di chi ha scelto di rimanere a casa anziché andare ai seggi.

Fu insieme una lezione dura da digerire ed uno scossone salutare.

Ci interrogammo per mesi noi socialisti europei per trovare la risposta alla richiesta di dare nuovo significato al voto. Bisognava “politicizzare” le elezioni europee ed europeizzarle: le elezioni fatte su liste nazionali con candidati tutti nazionali, spesso con campagne elettorali dominate da temi nazionali -ne è buon esempio il referendum sulla Brexit- “nazionalizzavano” le elezioni allontanandole sempre più da una visione europea che aveva ispirato il progetto nato a Ventotene per una Europa della pace, della solidarietà, della democrazia, dei diritti umani, cioè una Europa all’opposto di quella che predicano i sovranisti di oggi, come Salvini, Orban, Le Pen….

Pensammo fosse utile dare il senso di un impegno comune, con un programma unico e costruito insieme da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti dell’Unione, e con una campagna comune, identificabile come nostra in tutte le città dell’Unione; soprattutto ci impegnammo a scegliere e sostenere una candidatura socialista unica per la Presidenza della Commissione europea che, legittimata dal voto, avesse titolo per difendere il programma sul quale avevamo chiesto il voto.

Nel congresso del PSE di Praga del dicembre 2009 decidemmo per programma e campagna comuni per l’appuntamento elettorale del 2014 e per l’avvio di un percorso aperto, trasparente, soprattutto democratico per individuare il candidato o la candidata alla Presidenza della Commissione europea che rappresentasse il popolo socialista, socialdemocratico, laburista dell’intera Unione. Per il 2014 indicammo Martin Schulz; i Popolari europei indicarono Jean Claude Junker.

Una novità e insieme una sfida democratica perché per quasi 60 anni, fino al 2014, il Presidente della Commissione era stato scelto in una sorta di conclave tra Capi di Stato e di Governo, tenendo conto, ma senza nessun vincolo, dell’esito elettorale. In questo modo furono eletti i dodici presidenti della Commissione europea, che si succedettero dal 1957 al 2014, tra questi Jacques Delors e gli italiani Malfatti e Prodi.

L’elezione del 13° Presidente, Jean Claude Junker, fu diversa, grazie soprattutto all’iniziativa dei socialisti impegnati a contenere il “deficit democratico”: per la Presidenza doveva essere proposta la persona indicata come “Spitzenkandidat” cioè “candidato principale” dal partito europeo con il migliore risultato in termini di seggi al Parlamento. Fu così stabilito un legame tra la scelta del Presidente della Commissione e l’esito delle elezioni europee.

Le elezioni del 2019 saranno l’occasione per consolidare questa prassi condivisa da gran parte dei partiti e votata dal Parlamento europeo il 7 febbraio 2018, pur non essendo prevista dal Trattato di Lisbona. Con questa decisione il Parlamento si è impegnato a non considerare nessuna candidatura che non sia frutto di questo processo.

Alle elezioni del 26 maggio voteremo liste per il Parlamento europeo e candidato o candidata alla Presidenza della Commissione attraverso un processo democratico, trasparente e partecipato.

Per noi socialisti europei il processo si aprirà il 19 ottobre con la presentazione delle candidature avanzate dai partiti membri del PSE, cui seguirà una campagna elettorale veramente europea per la scelta del nostro candidato o candidata alla Presidenza della Commissione che si concluderà con il voto nella stessa giornata in tutta l’Unione. La data indicata dovrebbe essere il prossimo 1° dicembre.

Il nostro impegno comune è per una Unione europea che sostenga il principio della solidarietà contro gli egoismi nazionali, che contrapponga alla chiusura di porti e frontiere una gestione controllata e condivisa dei flussi migratori, che si dia una politica estera comune fondata sulla difesa dei diritti umani, che promuova i diritti delle donne e la democrazia paritaria, che contrapponga alla democrazia illiberale di Orban la democrazia partecipata che veda protagoniste in primis le giovani generazioni, insomma tutto il contrario di quello che i nuovi sovranisti alla Salvini stanno predicando e promuovendo. Noi li contrasteremo forti dei nostri valori e convinzioni.

Merkel ricuce strappo con la CSU, ma serve ok SPD

schulz merkel und seehofer beginnen beratungen ber groe koalitionContro tutti i pronostici che davano ormai per sconfitta la Cancelliera, Angela Merkel ‘passa’ anche questa e va avanti. Alla fine la Cancelliera ha ricucito lo strappo con il ministro dell’Interno Horst Seehofer accettando l’istituzione di zone al confine per identificazione ed espulsione più rapida degli stranieri è già registrati in altri Paesi, per contrastare gli ingressi illegali in Germania.
L’intesa prevede un’applicazione rigidissima del regolamento di Dublino, quello che stabilisce che i profughi facciano domanda nel primo Paese di approdo in Europa, restando in quel Paese. Un vero punto a sfavore per l’Italia che è, e resta, geograficamente, il primo Paese comunitario in cui hanno ingresso i migranti.
Angela Merkel, dopo la serratissima riunione, ha parlato ieri sera di un “buon compromesso” che, “limita i flussi secondari che minacciano Schengen”. L’incognita resta ancora sul terzo partito della coalizione di governo, i socialisti tedeschi dell’Spd, che deve ancora far sapere se accetterà i termini dell’intesa. Tuttavia l’accordo pesa su Roma e sulla sua mancata diplomazia dimostrata nelle ultime settimane. Come si legge in un articolo di Tonia Mastrobuoni su Repubblica, nel punto 3 del documento sottoscritto da Cdu e Csu, i respingimenti interesserebbero i Paesi confinanti. “Nei casi in cui i Paesi rifiutino accordi amministrativi sui respingimenti diretti, il respingimento avviene al confine con l’Austria, in base a un accordo con l’Austria”. I profughi provenienti dunque dall’Italia, che si è rifiutata finora di sottoscrivere un’intesa bilaterale con Berlino, verranno bloccati direttamente al confine.
E mentre da Vienna Kurz si è detto pronto a serrare i confini, dall’Italia non arriva nessun commento dal Governo che più di tutti ha dato battaglia contro i migranti e che ora si ritrova pagato con la stessa moneta. Dai Paesi di Visegrad invece, nonostante il Vicepremier Salvini abbia più volte spalleggiato le iniziative dei Paesi dell’Est europeo, arriva un duro monito contro Roma. L’accordo raggiunto fra Angela Merkel e Horst Seehofer sui migranti è – secondo il premier ceco Andrej Babis – “il chiaro segnale che chi sbarca in Italia e Grecia non ha diritto di scegliere di vivere in Germania”. “Forse ora Italia e Grecia capiranno e chiuderanno le loro frontiere” ha twittato il primo ministro di Praga questa mattina, commentando l’accordo fra la cancelliera tedesca e il suo ministro dell’interno.
L’àncora di salvezza per Salvini che sulla questione migranti ha solo mostrato improvvisazione e inesperienza potrebbe arrivare inaspettatamente proprio dai socialisti tedeschi. I vertici dell’Spd non danno per scontato il loro assenso all’accordo CDU e CSU sui migranti. La presidente dell’Spd Andrea Nahles ha affermato: “Per adempiere al punto tre dell’accordo servono intese con l’Italia e con l’Austria. Ci prenderemo tutto il tempo che occorre”.
Mentre l’ex presidente del Parlamento europeo e già leader dell’Spd, Martin Schulz, non usa mezzi termini contro l’accordo e guarda in prospettiva europea: “L’epoca in cui si poteva ritenere che la Csu fosse un partito responsabile nei confronti dell’Europa è definitivamente finita”. Il consenso europeo viene sacrificato alle esigenze delle “urne in Baviera”. Per Schulz “non può accadere che un paio di persone fuori di testa che si insultano e si offendono reciprocamente per settimane, adesso vogliono che l’Spd deve decidere in 24 ore”.

Merkel IV. La SPD dice sì alla Grosse Koalition

olaf scolzArriva il ‘sì’ dei socialdemocratici tedeschi che non era affatto scontato, soprattutto dopo i malumori in seno alla base del Partito. Il voto favorevole dell’Spd consente ad Angela Merkel di tornare sulla scena europea con un mandato forte, basato sul programma europeo scritto nel primo capitolo nell’accordo di Grande Coalizione. L’accordo di questa Grande Coalizione è il primo in Germania ad aver riconosciuto al futuro dell’Europa il primo punto del programma di governo.
“È stata fatta chiarezza: la Spd entrerà nel prossimo governo”, con queste parole il presidente a interim del partito socialdemocratico, Olaf Scholz, sgombera ogni dubbio sotto il cielo di Berlino per il rinnovo del Bundestag. Ben il 66%, la maggioranza degli iscritti e votanti al partito socialdemocratico Spd ha votato, per posta, a favore della cosiddetta “GroKo” e dunque per governare per la terza volta insieme ai partiti di centrodestra Cdu e Csu: 363 mila i voti validi su 463.723 tesserati.
L’annuncio è stato dato domenica mattina dalla Willy Brandt Haus, sede berlinese dello storico partito della sinistra tedesca.
Il via libera alla Grosse Koalition da parte della base Spd è, secondo il cancelliere tedesco, Angela Merkel, “una buona base per lavorare insieme”. Una grande fatica, ma finalmente “dopo sei mesi dal voto i cittadini aspirano a un esecutivo che prenda decisioni”. E la Cancelliera ha detto che “molti sono i compiti da affrontare”, sollecitando una formazione “veloce” del governo per “poter iniziare a lavorare”.
Nel nuovo Governo non ci sarà il Presidente Martin Schulz che, sceso in campo un anno fa per l’Spd, prima ha perso le elezioni, poi ha fatto sbandare il partito fra opposizione e governo, uscendo di scena definitivamente. Al nuovo presidente Olaf Scholz dovrebbe andare invece la guida delle Finanze per anni custodite dal falco dell’austerità targato Cdu, Wolfgang Schäuble.

A rischio il vento nuovo del welfare tedesco

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Una volta le conquiste in Europa del welfare e sindacali giungevano dal Regno Unito e dalla Svezia. Erano progettate e realizzate dai laburisti inglesi e dai socialdemocratici scandinavi. Ora invece il vento nuovo dello stato sociale arriva dalla Repubblica federale tedesca: l’Ig Metall (il sindacato dei metalmeccanici) fa da apripista e la cornice politica è quella dell’accordo per un nuovo governo di grande coalizione tra i cristiano democratici (Cdu-Csu) di Angela Merkel e i socialdemocratici di Martin Schulz (Spd).

L’intesa sindacale è clamorosa, epocale, va in controtendenza rispetto al resto del mondo: prevede la riduzione dell’orario di lavoro e anche un aumento del 4,3% delle retribuzioni. Il nuovo contratto collettivo di lavoro dei metalmeccanici è all’insegna della flessibilità. Nelle fabbriche si potrà lavorare 28 ore la settimana invece di 35 per un periodo limitato di tempo (da 6 mesi a 2 anni). Non subirà un taglio del salario chi sceglierà di lavorare 28 ore alla settimana per occuparsi dei figli piccoli o di parenti anziani malati o perché svolge un lavoro usurante. Sempre su base volontaria si potrà anche lavorare di più salendo da 35 a 40 ore la settimana.

Lo storico accordo pilota è stato raggiunto martedì 6 febbraio a Stoccarda, è arrivato dopo tredici ore di trattative e diversi giorni di sciopero. Si applicherà prima a 900 mila metalmeccanici nel Land del Baden-Württemberg (accoglie gli impianti della Porsche e della Daimler), il terzo Stato tedesco per estensione e per popolazione, e poi all’intera Germania dove gli iscritti a Ig Metall sono circa 3,9 milioni.

Certo gli imprenditori tedeschi si possono permettere i costi di questo contratto: gli utili sono alti, l’economia e le esportazioni tedesche corrono, l’occupazione sale, i conti pubblici vanno bene. Berlino ha raccolto i frutti delle riforme strutturali realizzate all’inizio del 2000 da Gerhard Schröder anche a scapito del welfare. Il cancelliere socialdemocratico tedesco, tra le critiche della sinistra del suo partito, attuò delle severe riforme per il lavoro, le pensioni e la sanità. I sacrifici furono duri, ma la vacillante economia tedesca tornò ad essere fortemente competitiva e affrontò bene la sfida delle “tigri” asiatiche e dell’euro. Chi pagò il prezzo dei tagli ai salari e alle prestazioni sociali furono invece Schröder e la Spd: il primo uscì malamente dalla scena politica, i secondi da allora finirono nel tunnel buio delle sconfitte elettorali, mentre è cresciuta l’estrema destra populista.

Però l’economia tedesca è tornata ad essere una potente locomotiva. Sarà una coincidenza, ma il nuovo vento del nord tedesco in favore del welfare e dei lavoratori arriva assieme all’intesa per dare vita a un governo di unità nazionale tra i democristiani e i socialdemocratici. Mercoledì 7 febbraio, dopo una lunghissima maratona di trattative, è stato trovato l’accordo: Angela Merkel è confermata cancelliera, ma la Spd conquista tre ministeri chiave: Esteri, Finanze e Lavoro.

Così dopo 5 lunghi mesi di “vacatio” del governo (le elezioni politiche si sono svolte a settembre) la Germania potrà evitare il pericolo di un nuovo ricorso alle urne. La Merkel è soddisfatta: l’accordo è il presupposto per «un governo stabile». L’impresa è stata complicata: l’intesa con i socialdemocratici sui ministeri «non è stata facile».

Tuttavia sia tra i democristiani tedeschi, principalmente tra quelli più conservatori della Baviera (la Csu), sia soprattutto all’interno della Spd lo scontento è forte. Gran parte dei socialdemocratici attaccano Schulz per aver dato il disco verde a un nuovo governo di grande coalizione dopo aver detto «mai più». Le conseguenze sono state immediate: Schulz ha rinunciato a diventare ministro degli Esteri e alla presidenza del partito. Tuttavia ha confermato la bontà della nuova alleanza con la Merkel: «Con la nuova coalizione ci sarà un cambio di direzione» in Germania e sulla Ue. Traduzione: il futuro governo liquiderà la politica del rigore finanziario per puntare a un programma di investimenti nella Repubblica federale e in Europa in favore dell’occupazione, delle infrastrutture pubbliche, della scuola, della ricerca, delle esigenze sociali.

Comunque non tutti gli ostacoli sono stati superati sulla strada del governo di grande coalizione. La Spd ha indetto un referendum tra gli oltre 460 mila iscritti per sapere se sono favorevoli o contrari a questa scelta. I risultati si dovrebbero conoscere domenica 4 marzo, lo stesso giorno delle elezioni politiche in Italia. L’esito del referendum non è scontato. Nelle elezioni di settembre i socialdemocratici sono stati duramente penalizzati e sono scesi al minimo storico di voti per i risultati giudicati deludenti del precedente esecutivo di “larghe intese”. È a rischio il nuovo vento in favore del welfare, potrebbe subire una “gelata” a Berlino.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Schulz cede alle pressioni dell’Spd e rinuncia agli Esteri

schulz-620x372Arriva la doccia gelata per la Cancelliera Angela Merkel e la Grosse Koalition, a sorpresa il leader dei socialdemocratici tedeschi, Martin Schulz, rinuncia la Ministero degli Esteri.
“Dichiaro la mia rinuncia all’ingresso nel governo tedesco – scrive Schulz – e spero allo stesso tempo che il dibattito sul personale finisca”. “Ho sempre sottolineato – aggiunge – che saremmo entrati in una coalizione se ci fossero state nel contratto le nostre rivendicazioni di socialdemocratici per un miglioramento nell’istruzione, nell’assistenza, nella previdenza, nel lavoro e nel fisco. Sono orgoglioso di poter dire che questo è accaduto. E quindi per me è ancor più importante che i membri dell’Spd al voto della base si pronuncino a favore di questo contratto, dal momento che loro di questi contenuti sono convinti esattamente quanto me”.
Ieri infatti nella riunione in casa Spd sono piovute ancora critiche sull’attuale segretario, nessuna divergenza sull’accordo con la Cdu ma critica alle ambizioni dell’ex presidente del Parlamento europeo. La base scalpita e chiede un cambio ai vertici, gli stessi che si rendono conto che il Partito continua a perdere pezzi e credibilità agli occhi degli elettori delusi da Schulz che fino a poco tempo prima delle urne aveva sempre ribadito un secco no a un’altra coalizione con la Merkel. Ieri il ministro tedesco degli Esteri, Sigmar Gabriel, si era scagliato contro Schulz, dicendo: “Ciò che resta, è soltanto il dispiacere di vedere a che punto da noi nell’Spd si agisce con poco rispetto gli uni verso gli altri e di vedere che la parola data conta così poco”. Proprio quest’ultimo sarebbe stato escluso dalla lista non ufficiale dei ministri e secondo i sondaggi Gabriel resta uno dei politici più popolari del Paese.
In ogni caso la decisione finale è in mano alla base del Partito che il 4 marzo deciderà se accontentare i vertici del Partito o portare Berlino a nuove elezioni. Quel giorno infatti dovrebbero essere annunciati i pareri definitivi dei circa 460mila iscritti all’Spd, chiamati a pronunciarsi sulla Grosse Koalition.

Spd. Sulla grande coalizione la parola alla base

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Una volta raggiunto l’accordo fra i conservatori di Angela Merkel e i socialdemocratici per una nuova Grosse Koalition, in Germania l’ultima parola spetta alla base della Spd. I 463.723 militanti che risultavano iscritti al partito il 6 febbraio potranno votare per dire sì o no all’intesa: si tratta di persone di almeno 14 anni, non necessariamente originarie della Germania.

La consultazione interna si terrà dal 20 febbraio al 2 marzo, il voto sarà espresso via posta e un risultato dovrebbe essere annunciato il 4 marzo. Difficile prevedere l’esito: nonostante la direzione del partito si sia schierata apertamente a favore dell’accordo, e nonostante le concessioni importanti da Merkel alla Spd, si preannuncia un risultato combattuto. A gennaio i circa 640 delegati della Spd, cioè i quadri del partito, avevano già fatto emergere le loro divisioni approvando solo con il 56% l’apertura dei negoziati per un nuovo governo di Grosse Koalition, o ‘GroKo’ come la chiamano i media. Uno schiaffo per il leader Spd Martin Schulz, il quale mercoledì ha annunciato che lascerà la presidenza del partito e mira a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri nel nuovo esecutivo.

Il leader dei giovani Spd contro la Groko
Il leader dei giovani della Spd, Kevin Künhert, è diventato il portabandiera dei socialdemocratici contrari a una riedizione della GroKo. Recentemente ha lanciato una campagna di adesione alla Spd con l’unico obiettivo di attirare dei membri ostili a un’alleanza con la destra, e in poche settimane il partito ha ottenuto circa 25mila nuove iscrizioni.

Se base spd dice sì
Se la base della Spd voterà sì alla nuova Grosse Koalition, Angela Merkel nel mese di marzo dovrà essere eletta cancelliera dal Bundestag per un quarto mandato. In questa eventualità, la sua candidatura verrà presentata formalmente dal presidente Frank-Walter Steinmeier e dovrà ottenere il sostegno della maggioranza assoluta dei parlamentari. A quel punto il capo dello Stato dovrà nominare i ministri su proposta della cancelliera. L’esecutivo, dunque, potrebbe essere in funzione già nella seconda metà di marzo, cioè circa sei mesi dopo le legislative, un record. Il quarto mandato di Merkel dovrebbe terminare, di norma, nell’autunno del 2021.

Se base Spd dice no
Se la base della Spd votasse invece no all’accordo per una nuova Grosse Koalition, la Germania cadrebbe in una situazione politica inedita e difficile: o un governo di minoranza, sempre a guida Merkel, oppure il ritorno alle urne. In questa eventualità gli scenari sono regolati dall’articolo 63 della Costituzione tedesca.

L’articolo 63 della costituzione
La Carta prevede che il capo dello Stato proponga ai deputati un candidato alla cancelleria, che nel caso preciso sarà con ogni probabilità Angela Merkel dal momento che i conservatori sono arrivati in testa alle legislative: se Merkel dovesse fallire nel tentativo di raccogliere una maggioranza assoluta al Bundestag un secondo voto si potrà tenere nei 14 giorni successivi; in caso di nuovo fallimento, in un terzo voto le sarà sufficiente la maggioranza semplice per essere eletta. A quel punto Steinmeier avrà sette giorni di tempo per decidere se nominare Merkel cancelliera per guidare un governo di minoranza. In caso contrario, può sciogliere il Bundestag e indire nuove elezioni.Nei fatti sarebbe Merkel a decidere quali dei due scenari preferisce, cioè se il governo di minoranza o il ritorno alle urne. Ma dal momento che la cancelliera ha detto che non intende governare senza una maggioranza chiara, la dissoluzione del Parlamento sembra l’opzione più probabile in caso in cui la Grosse Koalition dovesse saltare. Nuove elezioni si dovrebbero allora celebrare nei 60 giorni successivi.

Germania: grande coalizione sempre più vicina

merkel-schulzÈ in dirittura d’arrivo l’accordo per il governo di Grosse Koalition (GroKo) in Germania: cristiano-democratici e Spd puntano a chiudere già oggi, al più tardi martedì, i negoziati-maratona per dar vita a un governo dopo oltre quattro mesi di stallo post-elettorale. I conservatori della Cdu/Csu di Angela Merkel e i socialdemocratici sono ottimisti. È l’ultimo scatto: se tutto andrà bene, l’accordo dovrebbe essere presentato domani.

Rimangono ancora alcuni nodi, difficiltà non indifferenti su mercato del lavoro e sanità. Ma il segretario dell’Spd, Martin Schulz, ha annunciato che è stato raggiunto “un accordo molto importante sull’Europa, una cosa determinante che prevede nuovi investimenti, un fondo di investimento per l’eurozona e la fine del ‘dogma del risparmio'”. Due temi cari alla Spd continuano tuttavia a rimanere aperti: la riforma del sistema di assicurazione sanitaria per ridurre le disparità tra gli assicurati pubblici e privati e la rigorosa supervisione dei contratti di lavoro a tempo determinato. Le trattative hanno pero’ trovato anche altri punti fermi: l’intesa a favore di più mezzi contro la disoccupazione giovanile e una fiscalizzazione più equa nei confronti dei giganti tecnologici americani, Amazon, Google, Apple.

Sull’Europa, si tratta di “fare un patto sociale per l’Europa”, ha spiegato ancora Schulz, il Parlamento europeo deve essere rafforzato e deve essere resa possibile un’ampia partecipazione dei cittadini al dibattito sulla riforma. “Abbiamo adesso una vera opportunità, insieme con la Francia, di rendere l’Europa più democratica, più sociale e più capace di agire”. L’ex presidente del Parlamento europeo ha aggiunto che “il Paese può avere un buon futuro solo se in un’Europa unita e forte e che la Spd condivide questa posizione insieme a Cdu e Csu”. L’accordo dovrà poi ottenere il ‘placet’ della maggioranza dei circa 440.000 iscritti socialdemocratici, in un referendum che andrà avanti varie settimane a cavallo tra febbraio o marzo. In realtà l’SPD, che alle urne ha ottenuto una sonora sanzione per gli anni al governo con Merkel, è diviso sull’alleanza: molti rimangono scettici dopo i due precedenti GroKo (2005-2009 e 2013-2017) che hanno portato all’Sps alle sconfitte elettorali, la peggiore registrata a settembre. Nel tentativo di convincere la sua recalcitrante base, Schulz ha previsto una “revisione a metà mandato” dell’accordo con Merkel.

Se l’intesa dovesse invece essere bocciata dall’Spd, la cancelliera dovrà provare a formare un governo di minoranza o accettare nuove elezioni, con il rischio di far volare la destra estrema di Afd. Se si votasse oggi, dice infatti un sondaggio Bild, Cdu-Csu e Spd non avrebbero più la maggioranza.

Spd pronti a rivedere accordo per non scontentare base

spdSembra ormai tutto pronto per un’altra Grosse Koalition a guida Merkel, tuttavia restano dei margini non trascurabili per i socialdemocratici tedeschi. Se nelle Cancellerie europee esultano per il sì del Congresso SPD alla linea di Martin Schulz, in casa dei socialdemocratici si è consapevoli che i ‘no’ di ieri non sono stati pochi: 279 su 642, ben il 44%.
A fremere sono ancora i giovani guidati dal 28enne Kevin Kuehnert e contrari a un Governo che dopo l’ultima tornata elettorale ha scontentato e fatto incassare una perdita non da poco: l’SPD a settembre ha perso circa 5 punti rispetto al 2013. Serve il consenso della base del partito per l’accordo finale, lo sa bene Schulz che adesso punta a rinegoziare l’accordo iniziale per non scontentare i 440mila iscritti all’SPD.

Adesso Martin Schulz fa sapere che i social democratici tedeschi vogliono rinegoziare temi chiave su cui era stato raggiunto un accordo di coalizione con i conservatori, lo scopo è quello di migliorare la bozza di accordo con i conservatori per convincere i membri riluttanti del partito, che dovranno votare l‘accordo definitivo. In giornata sempre il leader del Partito socialdemocratico tedesco incontrerà la Cancelliera Angela Merkel e il leader dei suoi alleati bavaresi del Csu, Horst Seehofer.

Spd. Schulz agli iscritti: “Sostenete intesa con Merkel”

martin schultzUn appello a dare il via libera ai colloqui per la nascita di una Grande Coalizione per senso di responsabilità “nei confronti della Germania, dell’Europa e della Spd” stessa è stato rivolto da un gruppo di 37 politici socialdemocratici appartenenti a varie ali del partito ai partecipanti al voto che verrà celebrato al Congresso straordinario di domenica a Bonn. Mentre Martin Schulz si è rivolto agli iscritti, a due giorni dall’appuntamento di domenica, per sottolineare l’importanza di una vittoria del ‘sì’.

Nella mail, citata dalla Dpa, Schulz sottolinea l’importanza della decisione che verrà presa domenica e l'”enorme significato” che avrà “per il futuro della Germania”, “in tutta Europa e per la Spd”. Schulz ricorda poi che la Spd ha ottenuto molto in sede di accordo preliminare. La gente ha diritto ad una vita migliore. “Ma questo possiamo ottenerlo solo se accettiamo la nostra responsabilità comune”.

Per Schulz la sfida ora è quella di modernizzare il paese e garantire un nuovo inizio per l’Europa. Il leader del partito socialdemocratico si ripromette di convincere ancora molti nei prossimi giorni “naturalmente anche in sede di congresso straordinario”. “Vogliamo rinnovare il nostro paese lì dove non è moderno. Vogliamo recuperare la fiducia. Si tratta di questo”.

Tra i firmatari dell’appello partito dalla base, “socialdemocratiche e socialdemocratici attivi a livello federale e locale”, figurano anche una ex candidata alla presidenza federale della Germania, Gesine Schwan, e l’ex leader del partito Matthias Platzeck, già esponenti di spicco dell’ala giovanile della Spd, gli Jusos, gli stessi che contestano l’accordo raggiunto in sede di consultazioni preliminari, considerano il testo dell’intesa su un futuro governo privo di sufficienti garanzie sociali, criticano la rinuncia ad una tassa per i redditi più alti, le restrizioni in materia di flussi migratori, la mancanza di azione a favore delle fasce più povere della popolazione, e prendono le distanze dall’intesa sull’assicurazione malattia.

Critici nei confronti del progetto Grande Coalizione anche altri esponenti del partito, che temono di vedere scomparire la Spd in una coalizione a guida Cdu e preferirebbero guidare l’opposizione in un governo di minoranza della Cdu-Csu per dedicarsi alla rinascita di un movimento che alle ultime elezioni – dopo l’ultima esperienza di Grande Coalizione – ha ottenuto il peggior risultato elettorale dal 1949.

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, nel corso della conferenza congiunta a Parigi con il presidente francese Emmanuel Macron, si è detta “fiduciosa” sul voto del congresso della Spd domenica prossima e l’ok all’avvio delle trattative per la formazione di un nuovo governo a Berlino. “Mi auguro che diano luce verde”. “Abbiamo dovuto accettare dei compromessi, ed è normale che sia così”.

La lista dei firmatari comprende anche l’ex presidente del parlamento Wolfgang Thierse, oltre a molti deputati federali, regionali, politici locali, sindaci. I promotori sottolineano che la Spd aspira a più di quanto non contenga il documento. Il partito ha ambizioni che si estendono ben oltre questa legislatura: “Vogliamo ad esempio ottenere di più in materia di lavoro sicuro e ben retribuito, di una maggiore equità fiscale, di investimenti per il futuro e la fine della disparità di trattamento tra chi stipula un’assicurazione privata e chi rientra nel regime legale obbligatorio di assicurazione malattia”.

Le prossime consultazioni in vista della formazione del governo di Grande Coalizione dovranno servire a definire nel dettaglio l’intesa raggiunta e raggiungere nuovi obiettivi. Tuttavia, si fa notare, la Spd ha ottenuto al voto solo il 20,5 % delle preferenze. Potrà puntare a raggiungere molti dei suoi obiettivi quando tornerà ad avere il 30 per cento dei voti, possibilmente come principale forza nel Bundestag. E questo, scrivono gli autori, deve essere l’obiettivo su cui puntare.

Al Congresso straordinario partecipano 600 delegati provenienti dalle diverse federazioni regionali. Più soci ha una federazione più delegati manda al Congresso. Un quinto del totale circa (144) proverrà dal NordReno Westfalia, che conta oltre 117mila soci. Seguono Bassa Sassonia 81, Baviera 78, Assia, 72, Renania-Palatinato, 49 Baden-Württemberg, 47, Saarland, 24, Schleswig-Holstein, 24, Berlino, 23, Amburgo, 15, Brandeburgo, 10, Brema, Turingia, 7, Sassonia, 7, Sassonia-Anhalt, 6, Meclemburgo-Pomerania Anteriore,5.

Terza Grosse-Koalition, ultimo scoglio i giovani SPD

schulz-620x372“Una buona notizia per l’Europa”, così il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, plaude alla notizia dell’accordo Cdu-Csu e Spd per un nuovo governo entro Pasqua. Si tratta della terza grande colazione tedesca a guida della Cancelliera che ha affermato di aver “lavorato in uno spirito di fiducia per poter dare al Paese un governo stabile”, ha detto Angela Merkel, aggiungendo: “Dobbiamo essere più veloci nelle decisioni”. Nelle trattative si è giunti all’accordo per quanto riguarda tasse e migranti, ma anche sull’assicurazione sanitaria. Un accordo così dettagliato da sembrare un vero e proprio programma di Goveno, ma il testo dell’accordo è deludente e molto generico proprio per quanto riguarda l’Europa, anche se le cancellerie del Vecchio Continente sembrano tutte entusiaste per la coalizione. Nel testo infatti sottolinea l’importanza dell’Europa per la Germania, dell’asse franco tedesco, del rafforzamento della democrazia parlamentare nelle istituzioni dell’Unione Europa e della solidarietà tra gli stati membri.
Tuttavia il vero problema adesso si presenta per il leader dei socialdemocratici tedeschi che ha di fronte l’ultimo ostacolo da superare: il voto della base dell’SPD il prossimo 21 gennaio.
“Abbiamo raggiunto un risultato eccezionale”, ha detto Martin Schulz, mettendo l’accento sui risultati raggiunti “per un contratto di governo” sullo stato sociale, con l’aumento degli aiuti alle famiglie, gli investimenti nel sistema della formazione.
Ma la base non sembra molto d’accordo per un’intesa che premia soprattutto la leadership della Merkel e ancora peggio per Schulz è che sono proprio i Giovani della Spd quelli più agguerriti, tanto che hanno annunciato battaglia al congresso.