Pil, Italia ultima nel G7… non cresce

Famiglie povereAncora una maglia nera per il Bel Paese che non riesce a superare la crisi. L’Italia è l’unica delle principali sette economie dell’area Ocse a subire una frenata del Pil. Lo sottolinea l’Ocse, nelle stime provvisorie per il secondo trimestre 2018. Il Pil italiano rallentata marginalmente dallo 0,3% allo 0,2%, mentre nell’area Ocse si passa dallo 0,5% dl trimestre precedente allo 0,6%. Secondo le stime, la crescita ha accelerato fortemente negli Stati Uniti, passando dallo 0,5% all’1%; in Giappone, rimbalza allo 0,5% dopo la contrazione dello 0,2%. In Germania, si passa dallo 0,4% allo 0,5% e nel Regno Unito dallo 0,2% allo 0,4%. In Francia, la crescita è stata ferma allo 0,2%. Stabile allo 0,4% anche la crescita del Pil ​nell’Unione europea e nell’Eurozona.
Su base annua, la crescita nell’area Ocse ha rallentato nel secondo trimestre dal 2,6% al 2,5%: gli Stati Uniti hanno registrato la crescita annuale più elevata (2,8%), mentre il Giappone ha registrato quella più bassa (1,0%). L’Italia si piazza subito sopra con l’1,1%.
Inoltre anche i redditi delle famiglie italiane sono in calo, i dati riportati dall’Ocse, mostrano come durante il primo trimestre del 2018 la crescita procapite dei redditi reali delle famiglie è aumentata in generale nei paesi Ocse meno che in Italia e in Francia.
Secondo Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori è necessario “ripristinare meccanismi automatici di adeguamento della busta paga all’aumento del costo della vita, come la scala mobile e l’inflazione programmata. Dopo i rinnovi contrattuali e la fine del blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, fermi dal 2010, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è aumentato del 2% su base annua, del 4,1% per quelli della pubblica amministrazione, ma siamo ben lontani dall’aver recuperato quanto i lavoratori hanno perso in questi anni di crisi e di mancati rinnovi, come attestano i dati di oggi dell’Ocse”. Si fa notare, insomma, che mentre molte voci, tra cui le multe e le bollette si sono adeguate all’inflazione, così non è stato per gli stipendi che invece sono rimasti uguali bloccando di fatto il potere di acquisto delle famiglie.

Il cambiamento della mappa del potere

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Sta per cambiare l’organigramma amministrativo del potere italiano. Ci sono centinaia di poltrone tra dirigenti della Pa, segretari generali, capi dipartimento dei dicasteri, capi area, staff di premier e ministri, vertici delle Agenzie, tutti soggetti ad un eventuale ricambio sulla base della legge 165 del 2001, lo  ‘spoil system’ che dà al nuovo governo la facoltà di revocare o confermare gli incarichi  entro 90 giorni dal giuramento.

Una norma introdotta per fare in modo che i tempi degli incarichi dirigenziali non superino la durata dell’organo politico che li ha nominati e che dunque farebbe saltare le poltrone assegnate durante i governi di Renzi e Gentiloni. A partire da Palazzo Chigi, dove a parte il naturale ricambio nello staff del premier, ci sono in ballo la poltrona di segretario generale, quella del consigliere diplomatico oltre a ben 19 capi dipartimento, dalla Protezione civile al delicato Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (il Dis).

Tra i posti chiave in attesa di assegnazione al Tesoro, la scrivania del direttore generale, dopo le dimissioni di Vincenzo La Via, e quella del Capo commissione speciale per fabbisogni standard, occupata in precedenza da Luigi Marattin poi eletto a Montecitorio. Esposte allo spoil system ci sono anche le nomine del capo di gabinetto, del ragioniere generale dello Stato e del capo dipartimento delle Finanze.

Restano in attesa di riconferma o di sostituzione tutti i capi di gabinetto e gli staff dei ministri in tutti gli altri dicasteri, Mise e Giustizia, tra i fronti più caldi. Da riconfermare o sostituire anche i vertici dell’Agenzia delle entrate, Demanio e Dogane, soggetti anch’essi allo spoil system.

Tempi stretti per rinnovare i cda in scadenza di Cdp e Rai. Entro il 16 giugno il Tesoro deve presentare la lista per Cassa Depositi e Prestiti. L’attuale presidente Claudio Costamagna , ha già ufficializzato l’indisponibilità a un secondo mandato. Qualche giorno fa, il banchiere Costamagna ha dichiarato: “Come ho avuto sempre modo di dire, proveniendo da una carriera trentennale nel mondo privato, ho vissuto questo prestigioso incarico come una missione a tempo determinato”.

Alla presidenza di Cdp, su indicazione delle fondazioni che detengono il 16% dell’istituto, potrebbe andare Massimo Tononi, come Costamagna con un passato in Goldman Sachs e più recentemente alla presidenza di Mps. L’assemblea degli azionisti è prevista in prima convocazione il 20 giugno e il 28 di questo mese per l’eventuale seconda. Rimane comunque fermo il termine del 16 per la presentazione delle liste. Il cda nomina il presidente che dovrà ottenere il via libera da parte della commissione di vigilanza a maggioranza di due terzi. M5S e Lega da soli non bastano.

A fine giugno dovrà essere rinnovato il cda della Rai con le nuove disposizioni previste dalla riforma Renzi. Cda a sette membri di cui quattro nominati da camera e Senato, due dal Tesoro (che indicherà anche l’ad) e uno dai dipendenti. Oggi sono stati resi i nomi delle autocandidature per i componenti di nomina parlamentare. In totale 365 candidati ma 129 hanno inviato il curriculum sia alla Camera e sia al Senato. Tra questi figurano molti componenti dell’attuale cda come Carlo Freccero e Arturo Diaconale. Tra i nomi noti ci sono Michele Santoro e Giovanni Minoli, l’ex deputata Nunzia De Girolamo, l’ex direttore del Censis Giuseppe De Rita. Ha presentato il curriculum Emmanuel Gout, ex presidente di Tele+, ex volti noti della Rai come Fabrizio Del Noce. C’è anche l’ex iena Dino Giarrusso, candidato alle politiche con il M5S. C’è Alberto Contri già in passato nel cda Rai ai tempi di Zaccaria presidente. C’è anche Stefano Rolando, a lungo capo del dipartimento editoria di Palazzo Chigi, il fondatore del Codacons Carlo Rienzi e Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Consumatori. Nell’arco dei prossimi tre mesi, dunque, verrà ricostruita la nuova mappa del potere in Italia.

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Fisco, Amazon pagherà le tasse in Italia

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Un buona notizia per le casse del fisco italiano. Amazon infatti pagherà nel complesso 100 milioni di euro per chiudere le controversie relative ai pagamenti di imposte del periodo 2011-15. L’accertamento con adesione con l’Agenzia delle Entrate è stato firmato per risolvere le potenziali controversie relative alle indagini fiscali, condotte dalla Guardia di Finanza e coordinate dalla procura delle Repubblica di Milano, in relazione ai pagamenti di quegli anni. Si avvia inoltre un percorso di accordi preventivi per la tassazione in Italia.

Gli importi sono riferibili sia ad Amazon EU S.ar.l che ad Amazon Italia Services srl. “Con Amazon – annuncia l’Agenzia delle Entrate – sarà inoltre ripreso il percorso, a suo tempo sospeso a seguito dei controlli attivati, finalizzato alla stipula di accordi preventivi per la corretta tassazione in Italia in futuro delle attività riferibili al nostro Paese”. L’Agenzia – conclude la nota – “conferma il suo impegno nel perseguire una politica di controllo fiscale attenta alle operazioni in Italia delle multinazionali del web”.

L’accordo è confermato anche da Amazon che in nota afferma: “A maggio 2015 per garantire di avere in futuro la migliore struttura per servire i nostri clienti, abbiamo costituito la succursale italiana di Amazon EU Sarl che registra tutti i ricavi, le spese, i profitti e le imposte dovute in Italia per le vendite al dettaglio”. ”Rimaniamo focalizzati ad offrire una grande esperienza di acquisto ai nostri clienti in Italia – afferma Amazon – dove abbiamo investito oltre 800 milioni di euro dal 2010 e creato oltre 3.000 posti di lavoro”.

Anche se rispetto al fatturato, quanto Amazon si è impegnata a pagare, è comunque poca cosa, resta l’elemento positivo del principio che lega la vicenda alla web tax. “Dopo Facebook è la volta di Amazon” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Ora anche gli altri colossi di internet dovrebbero adeguarsi al giusto principio che le tasse vanno pagate dove i profitti vengono realizzati ed i servizi venduti” conclude Dona.

Un principio che per Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, “conferma che la webtax transitoria oggi in vigore sta funzionando”. “L’eccellente lavoro fatto in questi anni dalla Guardia di Finanza, dalla Procura di Milano guidata da Francesco Greco, e dall’Agenzia delle Entrate conferma ancora una volta che il principio su cui ha lavorato il Parlamento italiano dal 2013 ad oggi è sacrosanto. Al tempo dell’economia digitale le imposte vanno pagate nel Paese in cui si fa business. L’accordo con Amazon, che si somma a quelli precedenti, conferma la necessità di un ulteriore rafforzamento dei principi che regolano la stabile organizzazione in Italia e in Europa al tempo del digitale. Nelle prossime ore completeremo il lavoro su legge di bilancio con proposte mirate agli effetti del digitale su fisco e funzione dei mercati”, conclude Boccia.

Intanto nel mondo del digitale arriva una novità da Facebook che cambia nella pubblicità avvicinandosi al modello YouTube: dal prossimo anno infatti gli spot verranno introdotti a inizio dei video e saranno di sei secondi. Lo riporta il Wall Street Journal. La novità non interessa al momento la bacheca degli utenti, ma comparirà solo sui video presenti nella piattaforma dedicata che si chiama Watch. Il social network, che aveva in passato negato questa possibilità, aveva cominciato a rivedere le sue politiche con l’introduzione degli spot a metà video. Evidentemente questa strategia non si è rivelata abbastanza efficace nel generare introiti, da qui una ulteriore mossa che sicuramente verrà vista con favore dagli azionisti. La durata di questi annunci potrà arrivare fino a 6 secondi, la novità sarà introdotta a partire dai primi mesi del 2018.

Bancomat, stop alle commissioni per i pagamenti

posIl Consiglio dei ministri ha approvato, in via preliminare, il decreto legislativo che fissa un limite alle commissioni interbancarie per i pagamenti con carta e bancomat tramite il Pos. “Nello specifico – spiega Palazzo Chigi – il decreto amplia i diritti degli utenti dei servizi di pagamento, che beneficeranno ad esempio di un regime di responsabilità ridotta in caso di pagamenti non autorizzati, riducendo la franchigia massima a carico degli utenti da 150 a 50 euro e, per promuovere l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici, conferma e generalizza il divieto di applicare un sovrapprezzo per l’utilizzo di un determinato strumento di pagamento (divieto di surcharge)”.
La bozza di decreto legislativo non fa altro che recepire una direttiva europea del 2015 (cosiddetta PSD 2 – Payment Services Directive), la quale prevede che banche e poste applichino commissioni più basse rispetto a quelle applicate per importi superiori.
Tra l’altro la direttiva europea permette già a tutti gli stati membri di applicare il massimale dello 0,3% rispetto al totale del micro-pagamento.
In materia di micro-pagamenti verrà quindi finalmente applicata la direttiva europea che finora è stata disattesa.
Il regolamento comunitario, prosegue la nota del Governo, “mira ad accrescere il livello di trasparenza, concorrenza e d’integrazione del mercato europeo delle carte di pagamento, fissando un limite alle commissioni interbancarie applicate in relazione ai pagamenti basati su carte di pagamento”. Per i pagamenti tramite carta di debito e prepagata la commissione interbancaria per ogni operazione di pagamento non potrà essere superiore allo 0,2% del valore dell’operazione stessa. Per le operazioni tramite carta di credito la commissione interbancaria per operazione non potrà invece superare lo 0,3% del valore dell’operazione. Il provvedimento introduce poi requisiti tecnici e regole commerciali uniformi, “allo scopo di rafforzare l’armonizzazione del settore e garantire una maggiore sicurezza, efficienza e competitività dei pagamenti elettronici, a vantaggio di esercenti e consumatori”. Relativamente alle commissioni interbancarie per le sole “operazioni nazionali” tramite carte di pagamento, i prestatori di servizi di pagamento saranno inoltre tenuti ad applicare, per tutti i tipi di carte, commissioni di importo ridotto per i pagamenti fino a 5 euro rispetto a quelle applicate alle operazioni di importo pari o superiore, così da promuovere l’utilizzo delle carte anche per questi pagamenti.
“È un’ottima notizia”, commenta l’Unione Nazionale Consumatori che precisa: “Dobbiamo però verificare il testo per accertare se le multe per i trasgressori sono effettivamente applicabili“.
“È assolutamente vero, come diceva nei giorni scorsi il presidente della Confcommercio, che bisogna ridurre i costi delle carte, ma questo non può essere un alibi per il commerciante per rifiutarsi di applicare la normativa sui Pos e l’uso del bancomat per importi bassi. Per questo le due cose devono andare di pari passo”, afferma Massimiliano Dona, presidente UNC.

Canone Rai. Agenzia Entrate sollecita chi non ha la tv

canone-raiDopo le contestazioni si riaffaccia il canone della televisione pubblica italiana. La prima rata per il canone tv dell’anno 2017 scatta già a partire dal prossimo gennaio, per cui l’Agenzia delle Entrate avverte chi non possiede un apparecchio televisivo che ha tempo fino al 31 gennaio 2017 per comunicarlo, presentando il modello di dichiarazione sostitutiva disponibile online per il caso di non detenzione dell’apparecchio. La motivazione dell’avviso è la seguente: la prima rata del canone scatta proprio a partire da gennaio e l’indicazione dell’Agenzia è finalizzata ad evitare che gli utenti trovino l’addebito in bolletta e si vedano costretti a chiedere il rimborso o comunque a scorporare la quota canone dalla fattura.
Raccogliendo le istruzioni dell’Agenzia, Federconsumatori raccomanda a tutti i cittadini che non siano in possesso dell’apparecchio televisivo di inviare la dichiarazione di non detenzione il prima possibile, compilando l’apposito modulo nei tempi indicati.
Il modello di dichiarazione sostitutiva è disponibile sui siti internet dell’Agenzia delle Entrate, www.agenziaentrate.it e della Rai www.canone.rai.it e va presentato direttamente dal contribuente o dall’erede tramite un’applicazione web, disponibile sul sito internet delle Entrate, utilizzando le credenziali Fisconline o Entratel rilasciate dall’Agenzia, oppure tramite gli intermediari abilitati (Caf e professionisti).
Nei casi in cui non sia possibile l’invio telematico, è prevista la presentazione del modello, insieme a un valido documento di riconoscimento, tramite servizio postale in plico raccomandato senza busta all’indirizzo: Agenzia delle Entrate Ufficio di Torino 1, S.A.T. – Sportello abbonamenti tv – Casella Postale 22 – 10121 Torino. La dichiarazione sostitutiva può essere firmata digitalmente e presentata anche tramite posta elettronica certificata all’indirizzo cp22.sat@postacertificata.rai.it.
La questione dell’anticipo ha rimesso in luce come ancora una volta a pagare è il cittadino. L’utente non solo ha l’onere di presentare ogni anno la dichiarazione di non detenzione ma si trova in una situazione paradossale, in cui le norme vigenti fissano una scadenza che di fatto deve essere anticipata per evitare costi e disagi per la richiesta di rimborso. Si tratta di un errore macroscopico, che crea grande confusione e lascia allibiti.
Per Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, “è evidente che ci troviamo di fronte a una regola assurda, a un vero e proprio abuso nei confronti dei contribuenti – scrive in una nota – Non è possibile che chi non ha la tv sia costretto per tutta la vita a presentare ogni anno una dichiarazione di non detenzione. Si tratta di una sopraffazione bella e buona. Per questo avevamo chiesto che in questa legge di Bilancio si modificasse il contenuto delle precedente legge di Stabilità, laddove si prevede che la dichiarazione di non detenzione ha validità solo per l’anno in cui è presentata. Richiesta che ribadiamo. Se poi, oltre a inviare una dichiarazione perpetua, con relative spese, si è pure costretti a presentare la domanda di rimborso, ci troviamo di fronte a una vera e propria persecuzione”.

La Rai tra superstipendi, bollette e nomine

Rai-rinnovo CdARai, di tutto, di più. Così diceva uno spot della rete pubblica. Attualissimo soprattutto se riferito ad assunzioni e stipendi. Infatti dopo l’operazione trasparenza partita con la pubblicazione degli stipendi non si fermano le polemiche su come mamma Rai utilizza i soldi dei contribuenti. All’attacco anche il ministro dell’Interno, Angelino Alfano: “In una grande democrazia come l’Italia – ha detto Alfano a Radio Anch’io – non è possibile che il dg della Rai guadagni sei volte più del premier: se questa dirigenza continua così, sarà quella che a furor di popolo farà privatizzare la Rai”. “Se il canone dei telespettatori – osserva Alfano – viene utilizzato per pagare non giornalisti interni all’azienda, ma persone prese magari dall’Espresso o da Repubblica che poi fanno trasmissioni flop dal 2%, questo non va bene”.

Eppure il governo ha da poco rimesso mano sul sistema radiotelevisivo pubblico spostandone di fatto la catena di controllo con la nomina di un direttore generale. Il più pagato in Rai. Antonio Campo Dall’Orto (650 mila euro). La lista (www.rai.it/trasparenza) è pubblica e i numeri ormai conosciuti. Che ci sia una operazione trasparenza è una buona notizia. Ma anche se ‘solo’ 94 persone su 13 mila dipendenti, ovvero lo 0,7%, supera il tetto altrove imposto ai manager pubblici di 240 mila euro, crea problemi e polemiche. E non poche. In particolare quando a scegliere quei nomi è stato proprio l’attuale vertice che ha il compito di traghettare l’azienda verso il nuovo. Di questo oggi ha discusso il Cda in una lunga riunione in cui si è deciso di trovare soluzioni ma le proposte non sono concordi. Così il consiglio alla fine ha deciso di dire la sua in un documento da senso molto vago: ”Come impresa pubblica in fase di profondo rinnovamento e ristrutturazione la Rai è sensibile all’armonizzazione di posizioni professionali e retributive incongrue ed asimmetriche che non sono in linea con la sua nuova missione per il futuro, in cui gli attuali vertici e l’intero CdA sono profondamente impegnati”.

Scalpore infatti arriva dal numero di assunzioni esterne con retribuzioni anche sopra i 250mila euro, mentre i vecchi manager rimossi attendono in aspettativa retribuita. Il ricorso ai dirigenti esterni è da record. Più di venti in meno di un anno. E tutti ben pagati. Ma Dall’Orto si difende: “La trasparenza per noi non è solo un obbligo, ma un’occasione unica per continuare il nostro percorso di innovazione creando maggiore valore per l’azienda. Grazie a questo Piano, nato da un proficuo rapporto con la politica, nulla sarà più come prima e siamo orgogliosi del nostro ruolo di apripista per la trasparenza in coerenza con il percorso del Paese”.

Intanto le bollette impazzano. L’operazione canone in bolletta infatti sta facendo le prime vittime. In tanti avevano mandato la dichiarazione sostitutiva relativa al canone di abbonamento alla televisione ma devono pagare ugualmente. Lo riferisce l’Unione Nazionale Consumatori. “Non era difficile prevedere che qualcosa si sarebbe inceppato. Consumatori che hanno dichiarato di non avere la tv o che il canone andava pagato su un’altra utenza elettrica, si sono ritrovati, rispettivamente, uno e due canoni Rai in bolletta”, ha affermato  il segretario della Associazione Massimiliano Dona. “Ci sono anche persone che non hanno dichiarato nulla, dato che hanno la tv e sapevano di dover pagare, ma che non hanno ricevuto nella bolletta di luglio i 70 euro del canone e che ora ci chiedono cosa devono fare”.

Analoga segnalazione arriva da Federconsumatori, la quale segnala che, in caso di errato addebito dei 70 euro sulla bolletta “è possibile pagare la sola quota energia secondo le modalità stabilite dal gestore. Se, invece, il pagamento è stato già effettuato, si può chiedere il rimborso del canone non dovuto seguendo una procedura che deve essere ancora definita: a questo proposito si attende un provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate che dovrebbe essere emanato entro il 4 agosto”. “Trattandosi di un’operazione pianificata da tempo le problematiche che si stanno verificando erano perfettamente prevedibili e questo rende ancora più inaccettabile una situazione i cui costi si ripercuotono, come sempre, sui cittadini”, ha sottolineato  il presidente Rosario Trefiletti.

Edoardo Gianelli

Istat. Mai cosi tanti poveri in Italia

fila paneL’Istat fotografa un’Italia dove i poveri sono davvero troppi. Non sono mai stati così tanti da oltre 10 anni a questa parte. L’ultima rilevazione Istat ci consegna un dato allarmante. Le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta secondo l’Istituto di statistica sono pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila: è il numero più alto dal 2005 a oggi. L’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile sui livelli stimati negli ultimi tre anni per le famiglie, con variazioni annuali statisticamente non significative (6,1% delle famiglie residenti nel 2015, 5,7% nel 2014, 6,3% nel 2013); cresce invece se misurata in termini di persone (7,6% della popolazione residente nel 2015, 6,8% nel 2014 e 7,3% nel 2013). Questo andamento nel corso dell’ultimo anno si deve principalmente all’aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con 4 componenti (da 6,7 del 2014 a 9,5%), soprattutto coppie con 2 figli (da 5,9 a 8,6%) e tra le famiglie di soli stranieri (da 23,4 a 28,3%), in media più numerose.

L’incidenza della povertà assoluta aumenta al Nord sia in termini di famiglie (da 4,2 del 2014 a 5,0%) sia di persone (da 5,7 a 6,7%) soprattutto per l’ampliarsi del fenomeno tra le famiglie di soli stranieri (da 24,0 a 32,1%). Segnali di peggioramento si registrano anche tra le famiglie che risiedono nei comuni centro di area metropolitana (l’incidenza aumenta da 5,3 del 2014 a 7,2%) e tra quelle con persona di riferimento tra i 45 e i 54 anni di età (da 6,0 a 7,5%). ‘incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento (il valore minimo, 4,0%, tra le famiglie con persona di riferimento ultrasessantaquattrenne) e del suo titolo di studio (se è almeno diplomata l’incidenza è poco più di un terzo di quella rilevata per chi ha al massimo la licenza elementare).

Si amplia l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con persona di riferimento occupata (da 5,2 del 2014 a 6,1%), in particolare se operaio (da 9,7 a 11,7%). Rimane contenuta tra le famiglie con persona di riferimento dirigente, quadro e impiegato (1,9%) e ritirata dal lavoro (3,8%).

Anche la povertà relativa risulta stabile nel 2015 in termini di famiglie (2 milioni 678 mila, pari al 10,4% delle famiglie residenti dal 10,3% del 2014) mentre aumenta in termini di persone (8 milioni 307 mila, pari al 13,7% delle persone residenti dal 12,9% del 2014). Nel 2015 la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie numerose, in particolare tra quelle con 4 componenti (da 14,9 del 2014 a 16,6%,) o 5 e più (da 28,0 a 31,1%). L’incidenza di povertà relativa aumenta tra le famiglie con persona di riferimento operaio (18,1% da 15,5% del 2014) o di età compresa fra i 45 e i 54 anni (11,9% da 10,2% del 2014). Peggiorano anche le condizioni delle famiglie con membri aggregati (23,4% del 2015 da 19,2% del 2014) e di quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (29,0% da 23,9% del 2014), soprattutto nel Mezzogiorno (38,2% da 29,5% del 2014) dove risultano relativamente povere quasi quattro famiglie su dieci.

Il sottosegretario al lavoro Luigi Bobba a margine dell’evento Confagricoltura ha commentato i dati: “In questi anni abbiamo visto una crescita della povertà assoluta, per questo il governo, per la prima volta ha stanziato un fondo strutturale nella legge di stabilità. In queste ore la Camera sta votando la delega sulla povertà per cui si avrà un intervento di oltre 1 miliardo di euro per le fasce di povertà assoluta, in particolare per i minori poveri”. L’Unione nazionale consumatori alla luce del report ha lanciato l’allarme. “Una vergogna nazionale”, ha detto il segretario Massimiliano Dona, “che dimostra come in questi anni non si sia fatto nulla per ridurre le diseguaglianze e aiutare chi ha più bisogno. Urge una riforma fiscale che, finalmente, rispetti l’articolo 53 della Costituzione, articolo evidentemente sconosciuto alla classe politica. Per questo chiediamo al Governo di estendere immediatamente il bonus di 80 euro anche agli incapienti, a cominciare da quelli che sono ora costretti a restituire i 4 soldi ricevuti”.
“Dati che umiliano l’Italia e gli italiani e dimostrano l’esigenza di interventi concreti per salvare migliaia di famiglie dal baratro. La crisi economica non è affatto finita, ma anzi continuano ad imperversare in Italia evidenti difficoltà per le famiglie, come attesta anche la mancata ripresa dei consumi”, afferma il presidente dell’associazione Codacons, Carlo Rienzi. “Chiediamo al premier Renzi di varare subito un decreto urgente ‘anti-povertà'”.

La prima risposta del Governo arriva oggi: la Camera ha infatti approvato l’emendamento della deputata Donata Lenzi (Pd), che delega il Governo all’introduzione di “una misura nazionale di contrasto della povertà”, che la Lenzi ha proposto di denominare ‘reddito di inclusione’. “In tutta Europa ci sono invece forme di reddito minimo rivolto ai poveri. Ed è quello che vogliamo fare con questo provvedimento che stabilizza le sperimentazioni fatte dal Governo in questi due anni. Vogliamo dare più risorse alle famiglie con figli in condizioni di povertà e vogliamo finalmente unire trasferimento monetario, servizi sociali e centri per l’impiego”. Ha detto Donata Lenzi, capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera, intervenendo nell’Aula di Montecitorio durante la discussione del disegno di legge delega sul contrasto alla povertà.

Pia Locatelli, capogruppo Psi alla Camera, nella sua dichiarazione di voto ha ricordato le diverse proposte di legge dei cosialisti su questa materia, ultima quella presentata in questa legislatura dal socialista Enrico Buemi in Senato

“Oggi, con questo provvedimento, andiamo a compiere un passo nella direzione giusta: lo facciamo certo in maniera insufficiente e selettiva, lo facciamo in ritardo, ultimi, insieme alla Grecia – afferma riferendosi al quadro europeo – a prevedere questa misura, ma per la prima volta ci andiamo a dotare di uno strumento di contrasto alla povertà assoluta, non più in forma sperimentale o provvisoria”.

Redazione Avanti!

Istat. Salgono i prezzi, ma solo in alcune città

Inflazione in salita

L’Istat conferma le stime preliminari sull’inflazione di gennaio, che segna una piccola ripresa (+0,3% su base annua) rispetto ai dati di dicembre (+0,1%), mentre diminuisce dello 0,2% rispetto al mese precedente. Una conferma dunque che allontana lo spettro della deflazione. Il rapporto pubblicato il 22 febbraio conferma le stime preliminari diffuse il mese scorso. A gennaio infatti l’inflazione è aumentata dello 0,3% su base annua (era +0,1% a dicembre). L’istituto di statistica conferma così la stima preliminare, parlando di ‘lieve rialzo’. In termini congiunturali i prezzi al consumo diminuiscono invece dello 0,2%.

Il tasso annuo si riporta così ai livelli di ottobre scorso. “Il lieve rialzo dell’inflazione – spiega l’Istat – è principalmente imputabile al ridimensionamento della flessione dei beni energetici non regolamentati (-5,9%, da -8,7% di dicembre)”, cioè i carburanti: la benzina su base annua passa a -2,9% da -7,8% di dicembre, mentre la discesa per il diesel si ferma a -10,1% da -11,4%.

Il dato di gennaio risente anche dell’inversione della tendenza dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+0,5%, da -1,7% di dicembre). Spinge verso il basso invece il rallentamento della crescita degli alimentari non lavorati (+0,6%; era +2,3% il mese precedente).

L’inflazione di fondo sale a +0,8% (da +0,6% di dicembre) invece quella al netto dei soli beni energetici passa a +0,8% (da +0,7% di dicembre). Quanto all’inflazione acquisita per il 2016, quella che si otterrebbe alla fine dell’anno nel caso di prezzi fermi, è pari a -0,4%. Frena a gennaio il rincaro del cosiddetto carrello della spesa: l’aumento su base annua dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona si ferma a 0,3% da 0,9% di dicembre. L’Istat registra un calo dello 0,2% congiunturale. Si annulla così la forbice tra l’inflazione rilevata per il carrello della spesa, di solito più ‘salato’, e quella generale.

Dieci grandi città italiane a gennaio mostrano un indice dei prezzi che oscilla tra lo zero e il segno meno. Guardando al dato annuo, sono a ‘zero’ Milano, Firenze, Perugia, Palermo, Reggio Calabria e Ravenna. Mentre possono essere classificate in deflazione Bari (-0,3%), Potenza (-0,2%), Trieste (-0,2%) e Verona (-0,1%). Quindi, nonostante il rialzo dell’indice generale, sul territorio restano aree (Comuni capoluogo o con oltre 150 abitanti) con listini congelati o in negativo.

Crollano invece i prezzi nelle campagne italiane, dal -60% per cento dei pomodori al -30 % per il grano duro fino al -21% per le arance rispetto all’anno scorso. E` quanto emerge da un`analisi della Coldiretti in occasione della divulgazione dei dati Istat sull`inflazione, sulla base dei dati Ismea a febbraio 2016. In controtendenza all`andamento dei prezzi alimentari che fanno registrare una crescita dello 0,6% nei freschi e dello 0,3% nei trasformati, nelle campagne la discesa delle quotazioni al di sotto dei costi di produzione – sottolinea la Coldiretti – sta mettendo a rischio il futuro della Fattoria Italia. L`effetto congiunto dell`andamento climatico anomalo e le speculazioni e distorsioni lungo la filiera hanno allargato la forbice dei prezzi dal campo alla tavola.

“Finalmente si raffredda il carrello della spesa che passa da +0,9% di dicembre a +0,3%, un terzo rispetto al dato tendenziale precedente. Un aiuto per la massaia che va a fare la spesa al supermercato” afferma Massimiliano Dona, il segretario dell’Unione Nazionale Consumatori. Secondo i calcoli dell’Unione Nazionale Consumatori, “il rallentamento della crescita dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona, consente di risparmiare, rispetto al mese precedente, in termini di minor del costo della vita, per una tradizionale famiglia, una coppia con 2 figli, 47 euro su base annua”.

Edoardo Gianelli

Prezzi quasi fermi (ma il costo della vita aumenta)

Inflazione in salitaL’inflazione aumenta su base annua secondo le stime dell’Istat dello 0,2% anziché del previsto, e auspicato, 0,3%. A settembre c’è stata una diminuzione dei prezzi al consumo dello 0,4% (era previsto lo 0,3%). Se si ‘entra’ dentro le tabelle statistiche si scopre però che i prezzi del ‘carrello della spesa’ aumentano dello 0,6% su base mensile e dell’1,2% su base annua spinti in su dal rincaro dei vegetali freschi, in rialzo del 10,5% sul mese e del 13,5% sull’anno precedente. Complessivamente invece la diminuzione su base mensile è legata ai prezzi dei servizi relativi ai trasporti (-4,0%). Rispetto a un anno fa, i prezzi dei beni fanno registrare una flessione dello 0,5% (era -0,4% ad agosto), mentre il tasso di crescita dei prezzi dei servizi sale a +0,9% (da +0,7% di agosto).

In quello 0,2% di aumento c’è però che – sottolinea l’Unione nazionale consumatori (Unc) – per una famiglia di quattro persone la spesa di tutti i giorni costa, su base annua, 93 euro in più; 86 euro se è una coppia con un figlio; 79 euro per una coppia senza figli tra 35 e 64 anni; 47 euro per un pensionato con più di 65 anni e di 50 euro per un single con meno di 35 anni. Ad agosto – spiega il segretario dell’Unc Massimiliano Dona – ci sono stati aumenti rispetto a luglio anche del 38,9%, come per il trasporto marittimo. Questi prezzi poi a settembre sono “letteralmente precipitati” (per il trasporto marittimo il calo mensile è stato del 39,6%) e “hanno inciso sulla riduzione mensile dell’indice generale, ma non certo sulla riduzione del costo della vita”.

I dati sull’inflazione mostrano “ancora incertezza sull’andamento economico del nostro” e “la domanda – secondo Federconsumatori e Adusbef – va sostenuta attraverso la redistribuzione dei redditi e la creazione di nuove opportunità di lavoro, non certo con l’innalzamento del limite all’utilizzo dei contanti a 3.000 euro” che non riguarda le famiglie ma, “piuttosto, chi si occupa di traffici illeciti e dubbie transazioni”.

L’andamento dei prezzi negativo dopo il lungo periodo di deflazione, è – aggiunge il presidente del Codacons, Carlo Rienzi – “un dato molto deludente perché riflette la domanda interna, ancora debole ed incerta”, spiega. “Per tornare ad un tasso di inflazione accettabile serve uno sprint sui consumi da parte delle famiglie, e misure adeguate per far tornare gli italiani a spendere”, conclude Rienzi.

Che però questa sia una buona cosa, è assai discutibile. L’inflazione come segnale è indice di crescita, ma perseguirla come finalità è un altro paio di maniche. Con l’aumento dei prezzi al consumo, si taglia difatti il reddito fisso, ovvero stipendi e pensioni. Si taglia anche il debito dello Stato ed è per questo che generalmente l’inflazione è ben vista, entro certi limiti, da Governi e Imprese, ma nei fatti si traduce nella più ‘impopolare’ delle tasse perché agisce allargando la forbice dei redditi.

Quanto al debito pubblico, ad agosto è sceso grazie anche alla crescita delle entrate tributarie. Il calo a 2.184,7 miliardi è di 15,5 miliardi rispetto al mese precedente. Il livello più basso dal febbraio scorso. A luglio di quest’anno il debito era a quota a 2.200 miliardi, mentre ad agosto 2014 a 2.148 miliardi.

Redazione Avanti!

Mutui. Abi, +50% in tre mesi, cautela dai consumatori

Mutui-casaDopo la ripresa del settore immobiliare, le buone notizie passano sul fronte dei mutui, tornando a rimettere al centro degli investimenti del Bel Paese il “mattone”. Ad annunciare un vero e proprio boom di mutui è l’Abi (Associazione delle Banche Italiane), un incremento che secondo uno studio dell’associazione supera il 50%.

I mutui nel primo trimestre 2015 – valutati su un campione di 78 banche, pari all’80% del mercato italiano – sono cresciuti del 50%, passando da 5.25 miliardi del primo trimestre 2014 a 7,9 di un anno dopo. Il valore è superiore anche ai dati del 2013 e del 2012, nel 2013 si attestarono sui 4,337 miliardi di euro, mentre nei primi tre mesi del 2012 si raggiunse i 5,177 miliardi di euro. I mutui a tasso variabile rappresentano, nei primi tre mesi del 2015, il 66,7% delle nuove erogazioni complessive. Crescono poi i mutui a tasso fisso, passando dal 18% del 2014 al 35% del primo trimestre 2015. A confermare il trend di crescita è anche l’Istat, che parla di un aumento deciso al Sud (+13,6%), al Centro (+12,8%) e nelle Isole (+11,2%).

L’UNC (Unione Nazionale Consumatori) evidenzia come questi dati, almeno per il momento, contrastino con quelli di Bankitalia, secondo i quali i prestiti delle banche al settore privato hanno registrato, a febbraio, una contrazione su base annua del 2% e a gennaio dell’1,8%. In particolare i prestiti alle famiglie sono calati, a febbraio, dello 0,4% sui dodici mesi (-0,5 nel mese precedente).
“A marzo, grazie all’avvio del Quantitative Easing, è assai probabile che si registri una decisa inversione di tendenza, capace di compensare i cali dei mesi precedenti, ma dubitiamo, anche se lo speriamo, che la ripresa sia nei termini indicati dall’Abi, con percentuali bulgare del 50%” ha dichiarato Massimiliano Dona, Segretario UNC.

“Preferiamo, quindi, attendere i dati ufficiali di Bankitalia. Nel frattempo sarebbe già una bella cosa se le banche non innalzassero gli spread per compensare l’abbassamento dei tassi di riferimento” ha concluso Dona.
Cautela anche da parte del Codacons: “Il dato che vede l’erogazione dei mutui in crescita del 50% rappresenta un segnale positivo ma non eccezionale, se si considera che negli ultimi 7 anni il valore dei mutui concessi ha subito una contrazione pari a 45,1 miliardi di euro”.

Liberato Ricciardi