“Una vita spericolata” di Marco Ponti: tre giovani alle prese con il destino

vita spericolata filmÈ uscito nelle sale il 21 giugno scorso il film per la regia di Marco Ponti: “Una vita spericolata”. Nel cast: Lorenzo Richelmy, Matilda De Angelis, Eugenio Franceschini (che ha sostituito nel ruolo Domenico Diele, che inizialmente doveva avere la parte prima dei suoi problemi giudiziari e della condanna). Compaiono, però, anche Antonio Gerardi, Massimiliano Gallo e Michela Cescon.
Una storia di giovani e per giovani. Una commedia realistica (molto poco comica e più realistica), in cui non mancano gag divertenti e battute esilaranti, grazie anche alla verve spontanea degli attori, ma che è soprattutto una denuncia sociale aspra della situazione di stallo attuale che vive il nostro Paese, in cui soprattutto le nuove generazioni non trovano né un futuro né un possibile sbocco (professionale e umano di realizzazione). Per loro sembra quasi non esserci possibilità di trovare una propria identità e un proprio ruolo nella società. Tutto parte, come suggerisce il titolo, dalla citazione dell’omonima canzone di Vasco Rossi: “Una vita spericolata”, piena di difficoltà e di problemi da superare. Perché la vera protagonista è proprio la vita, in toto, a 360 gradi. “Forse questo film parla di una cosa sola: di quanto sia importante avere una vita intensa, dignitosa, generosa e, ovviamente, spericolata. Ho voluto incentrarmi -ha spiegato il regista Marco Ponti- sulla fase dell’esistenza in cui la vita stessa ti arriva addosso con la massima velocità possibile, adottando e descrivendo il tutto con uno spirito e un carattere adolescenziale”, che desse freschezza al film.
E la storia parte proprio da quando uno dei protagonisti si reca in banca. Roberto Rossi (Lorenzo Richelmy) è un meccanico la cui officina è in fallimento; gli pignorano la casa e perde tutto (anche la fidanzata Eva, Desirée Noferini, che lo lascia). Considerato da tutti un fallito e un buono a nulla, decide di prendersi il suo riscatto tentando proprio di chiedere un prestito alla banca. Lì incontra una giovane ragazza (Matilda De Angelis); ma il loro incontro si trasformerà prima in una lite con il personale e i responsabili della banca (rappresentati dal direttore interpretato da Michele De Virgilio), poi in una rapina non voluta, nata accidentalmente. Sorta per “divergenze di veduta”. I giovani partiranno in fuga, accompagnati dall’amico di Rossi (Bartolomeo, detto BB, alias Eugenio Franceschini), uno sfaticato ma buono d’animo e generoso. Inseguiti dalla polizia sognano di fuggire lontano: ci riusciranno? Arriveranno a coronare il loro sogno di libertà?
La situazione che si presenta è tragicomica, direi tragica, ma fa’ ridere dal nervosismo e dalla tensione palpabile. La banca non concede il prestito ai “poveretti” come Rossi; non vuole venirgli incontro ed investire (dando fiducia) – come dice il ragazzo- “nella vera risorsa del Paese: i giovani”. Quelli che lavorano in banca diventano degli “sciacalli”; non c’è giustizia: la polizia non è in grado di risolvere casi di corruzione e di traffico illecito di soldi riciclati (che tra l’altro circolano all’interno della stessa banca) o di droga; ma non è solo la corruzione, con l’arrivismo o il solo interesse personale privato che guidano ogni azione, il male dell’Italia. Il fatto è che neppure l’economia può crescere se “pochi hanno tanto e molti hanno poco”. E non è neppure il solo divario esistente (quello economico fra ricchi e poveri, fortunati e sfortunati), l’unico gap a dividere a metà il nostro Stato. C’è anche appunto il divario Nord-Sud, ma se si dice che “tutto il mondo è Paese” è vero che la situazione di stallo non cambia da Nord a Sud. Si parte da Torino e si arriverà in Puglia, ma non è che cambi poi molto. Inoltre non è devastata solo l’economia, il nostro Paese non è martoriato solo economicamente, ma anche dal punto di vista ambientale: “prima tracciano una riga sulla cartina, che poi diventa l’alta velocità che spazza via i piccoli paesi come il nostro” ragionano insieme Rossi e BB. E non sono solo i piccoli centri cittadini a ‘sparire’: intere fabbriche chiudono e un sacco di lavoratori vengono mandati a casa. La disoccupazione imperversa. E non è l’unico scempio. I ragazzi, disperati, si ‘vendono’, buttano via i loro sentimenti e la loro umanità, o finendo in mano alla malavita organizzata oppure sognando di andare a “L’isola dei famosi” o in tv, magari da Maria De Filippi. Questo è il loro sogno: la fama e la gloria, diventare noti sul piccolo e grande schermo; ma sono successi effimeri. Il personaggio di Matilda De Angelis, infatti, è una nota giovane attrice prodigio di telenovele di successo che non tutti riconoscono, ma che molti sfruttano. Il suo nome d’arte è “Soledad Agramante”. Soledad appunto, solitudine, come sono ‘sole’ e ‘solitarie’ le anime dei tre ragazzi protagonisti; loro sono alla ricerca della loro identità e il film è intramezzato da brevi narrazioni della loro vita vera: la verità sulla loro vita; ma non sappiamo mai davvero chi siano, soprattutto Soledad, che racconta tante storie, quante ne ha sentite, quante le bugie che le hanno raccontato. Eppure sono ragazzi che sognano solamente una vita normale. Ogni caso di cronaca è strumentalizzato dai media (la cui icona è la giornalista tv di cui veste i panni Stella Novari), dediti solamente allo scoop. Eppure al momento della rapina in banca, che non voleva fare, Rossi continua a gridare: “Non voglio i soldi! Non voglio niente!”, “Voglio solo andare via!”. E, prima di scappare, alle telecamere che li inquadravano e cercavano di strappargli una dichiarazione loro dicono solamente: “Siamo innocenti!”. È il grido sommesso, disperato e quasi rassegnato di una generazione allo sbaraglio. Non manca, poi, la pittura del mondo delle escort (di cui un po’ Soledad fa parte). Corpi venduti quasi al miglior prezzo e al miglior offerente in cambio del niente che hanno indietro se non delusioni, amarezza, rimpianti, dolore, umiliazione, frustrazione, vergogna, repulsione per se stesse di donne ‘mercificate’. Rimpiazzate subito poco dopo da altre vittime come loro: per quanto giovane talento prodigio, a soli 23 (o 25) anni Soledad è già vecchia, a lei si preferisce una 17enne uscita da Disney Channel che ha un botto di followers su Instagram. E così si sente una fallita, una che “ha avuto la sua grande occasione e l’ha sprecata”. D’altronde è lo stesso Vasco a ricordare in “Delusa” che: “Ehi tu ‘delusa’ attenta che chi troppo ‘abusa’ rischia poi di più”. E allora ci si chiede: appurato che “il mondo fa schifo”, un dato di fatto ormai purtroppo, ma “che cosa è successo a questo mondo?” ci si domanda. Se nessuno crede più in loro giovani (la banca non dà credito, crede solo alla burocrazia), nessuno la cerca e la vuole più per fare contratti (Soledad), per loro sembra finita. È davvero la fine di ogni speranza? Eppure lei (Soledad) non chiede poi tanto alla vita: sogna solo di avere l’ultimo I-phone 5 come desiderio massimo. Se la polizia (impersonificata dal capitano Greppi, alias Massimiliano Gallo) è incapace e corrotta essa stessa (almeno qui nel film nella parodia viene un po’ ridicolizzata per estremizzare i connotati tragici della situazione nazionale) e se l’interesse che sembra regnare è solo quello per il denaro, loro invece hanno ancora degli ideali: “sono i buoni”, come sottolinea più volte BB, che ama donare il denaro della rapina a tutti e sogna di poterne regalare un po’ anche ai bimbi poveri e bisognosi dell’Albania dove andranno a fuggire. Non solo, ma anche la donna più perfida (Elena Castiglioni, alias Michela Cescon), cattiva e ‘avida di sangue e di sofferenza’, odia ‘la violenza gratuita’ (cioè che non porta soldi), ma poi forse ci ripenserà. A tale proposito da notare il bacio (tipo quello di stampo mafioso di fedeltà al clan) che concede a Soledad: che sia lei (la Castiglioni) la sua vera madre, o lei (Soledad) è solo la figlia putativa che si è concessa per trovare una strada? In realtà ciò che accomuna i personaggi è che tutti cerano ‘amore’. Se il tema delle escort ad esempio ci ricorda quando Massimiliano Bruno lo affrontò con ironia in “Nessuno mi può giudicare” con Paola Cortellesi, sicuramente Ponti lo racconta in modo più serioso. Inoltre tutti i temi sono affrontati in maniera rapida, in rapida successione e sequenza senza soffermarvisi troppo, quasi accennati e non approfonditi (il che appesantirebbe i toni). Quasi a dire “Veloce come il vento” per citare il film che vede protagonista Matilda De Angelis con Stefano Accorsi. Forse perché lei stessa, va “veloce come il vento” (come dice Vasco nella canzone “Rewind”: “perché tu vai vai, veloce come il vento”); quasi a riavvolgere la sua vita (e quella degli altri due con lei), a ricominciare tutto da capo, da zero, azzerando e annullando tutta la sofferenza. E non è la sola. Infatti i tre si ritroveranno “a ridere e sorridere dei guai, proprio come non hanno fatto mai” (sempre per mantenere la linea tracciata dai brani del Blasco) perché “vogliono trovare un senso a questa vita anche se non ce l’ha e se non ha un senso domani arriverà, ormai è qua” (sempre per parafrasare le sue parole): loro tre insieme in fuga. Su una macchina a tutta velocità, guidata come un pilota di rally o di formula Uno da Eugenio Franceschini (BB). Allora potremmo pensare a un nuovo progetto che li vede protagonisti in “Veloce come il vento due” con Stefano Accorsi. Sicuramente essere al volante di quell’auto da corsa sarà stata un’esperienza emozionante indescrivibile, molto eccitante per il giovane attore. Ma non si può neppure escludere un sequel di “Una vita spericolata”, visto il finale aperto: magari lei incinta, in attesa di un figlio che non sa di chi dei due sia, a cui deve dare un futuro e dovrà affrontare le difficoltà di trovare un lavoro quale giovane madre con figlio a carico. E tutto ricomincia di nuovo. Perché, come ricorda Vasco, “stammi vicino e poi col tempo tutto si aggiusterà”. Se lo scenario sembra quello descritto da Vasco Rossi in “Sono innocente…ma”, a proposito della frase pronunciata proprio da Rossi nel film, loro capiscono bene che alla fine la lezione che più hanno imparato è che: “buoni o cattivi non è la fine, prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare”.
Se sembra che “qui non arrivano gli angeli” (per dirla alla Vasco Rossi), c’è chi è ancora integerrimo ed agisce con integrità morale e fa rispettare le regole e viene in soccorso. Per ironia della sorte, se paiono esserci invece che angeli due demoni (gli uomini della Castiglioni Rambo e Rambo due la vendetta, alias rispettivamente Mirko Frezza e Alessandro Bernardini) loro agiscono “sempre in buona fede” (per citare una battuta del film). E saranno proprio la musica e la fede (cioè la religione) a salvarli -o forse no?-: la banda musicale durante la festa per il santo patrono in un paese della Puglia. E forse dunque non è un caso che il nome (o meglio il cognome) del protagonista interpretato da Lorenzo Richelmy (Roberto Rossi) possa essere al contempo un tributo al rocker Vasco oppure una citazione (solidale) al noto donatore benefico citato sempre nelle offerte per beneficenza (Mario Rossi) per donare il 5X1000 ad esempio alla Chiesa Cattolica (come un po’ sogna, come detto, BB). Del resto, se un minimo di romanticismo è accennato è rappresentato proprio da Soledad: “anima fragile” come canterebbe Vasco Rossi, delicata e sensibile in fondo, anche se si cela dietro la maschera della ‘cinica dura’. Se “non è niente male essere qui con voi” – dice a Rossi e BB -, si prende coscienza con amarezza che (nel bene e nel male però) “Niente è mai come te lo aspettavi”; parafrasando, potremmo dire, “Tutto può succedere” per citare un film in cui compare Matilda De Angelis (che si dimostra sempre più attrice giovane ma adatta a ruoli impegnati, che molto l’hanno fatta maturare artisticamente, professionalmente ed umanamente e che con coraggio ha fortemente voluto e ricercato; tra l’altro nel film “Una vita spericolata” c’è un’altra attrice della fiction con Matilda: Benedetta Porcaroli). Del resto tutto il repertorio di Vasco Rossi andrebbe bene e si potrebbe citare per questo film, lui sempre così attento al disagio giovanile. Qui, certo, questa problematica regna sovrana accanto a crisi economica, di valori morali, disoccupazione e quant’altro. Come poter riuscire a superare tutto questo? Si capisce che l’arma vincete è una sola: il coraggio, anche per (voler) andare via e fuggire. E questi tre ragazzi ne hanno da vendere, non hanno paura di affrontare nulla. Basterà? Soledad è la nuova “Sally” che sogna di vivere “Come nelle favole”. Sarà in grado di trasformare in realtà vera la favola che ha disegnato nella sua mente con la sua fantasia? Sicuramente un primo passo è la fuga da tutto ‘il male’: per far sì che si inizi ad avere una situazione di cambiamento per cui “c’è chi dice no” alla corruzione, al malaffare; come fanno loro tre, in un certo qual modo, scappando via. Per disegnare davvero “un mondo migliore”. Ma quanta strada c’è da fare, quanta fatica, non è affatto facile: “Eh già!” verrebbe da esclamare con Vasco. Ognuno dei tre sembra pensare il messaggio racchiuso nel brano: “Come vorrei”. Hanno bisogno di “Cambia-menti”, ma non è semplice attuarli. Per loro è tutto un andare e venire come ne “Il mondo che vorrei”. I giovani come Soledad e i suoi amici sono in grado di insegnare agli adulti come il suo manager Leonardi (Antonio Gerardi) ‘lezioni morali’ importanti proprio coi loro esempi di coraggio; ma Gerardi stesso non si dimostrerà da meno, anzi sarà e si comporterà come un vero padre per Soledad. E questo film sembra proprio disegnato sul repertorio musicale di Vasco Rossi: un viaggio attraverso le sue canzoni per conoscere meglio il disagio giovanile; un regalo indiretto (o forse voluto?), dunque, del regista, per tutti i fans del Blasco; che sicuramente avrà successo. Per promuoverlo al meglio forse basterebbe un pensiero di Matilda De Angelis per tutte le giovani ragazze come lei che sognano di intraprendere la sua strada. La giovane attrice non ha nascosto -in un’intervista a Mattia Pasquini di “Amica”- di “odiare l’ipocrisia” e amare viceversa la correttezza, la precisione e il rigore (compresa la puntualità agli appuntamenti). Già questo basterebbe, anche se le recenti parole di Anna Falchi hanno rincarato molto la dose inasprendo i connotati della vicenda (reclutamento giovani talenti e attrici): “per fare tv oggi ti ci vuole un potente, come manager o come amante” ha asserito senza mezzi stermini a “Tv fan page”.

Al cinema sfilano le “Sirene”, la mitologia
che affascina

Sirene-serie-tv-raiDopo il premio Taodue al film della sezione “Alice nella città” “Blu my mind”, alla 12^ Festa del cinema di Roma, su Rai Uno arriva la serie tv “Sirene”, per la regia e soggetto di Ivan Cotroneo. Da sempre nella mitologia hanno affascinato gli uomini, incantandoli e quasi ipnotizzandoli con il loro canto soave. Chi non ricorda le peripezie di Ulisse e dei suoi compagni e le disavventure nell’isola di Calipso? Ma cosa succede se delle sirene piombano sulla Terra accanto agli umani? E se l’incontro avviene nella città di Napoli – con i suoi colori partenopei – e nell’era moderna, con tutti i problemi contemporanei di una società cambiata e in continuo mutamento, che cosa accade? Di sicuro puro divertimento assicurato per il pubblico. Questo il punto di partenza della nuova serie tv firmata da Ivan Cotroneo e diretta da Renato Marengo, dal titolo appunto “Sirene”. E il successo, sin dagli esordi, non poteva che essere garantito; e non solo da un soggetto interessante. Il primo episodio ha visto ben 4.8 milioni di spettatori (pari a uno share del 20.6%) nella prima serata. Il tema di certo è trattato in maniera originale. Poi si avvale di un cast eccellente, che vede la partecipazione di: Valentina Bellè, Luca Argentero, Maria Pia Calzone, Ornella Muti, Denise Tantucci e Massimiliano Gallo.

Ovviamente il tema non è la prima volta che viene affrontato nella cinematografia. Approda sul piccolo schermo, ma già il cinema lo ha trattato. Come non pensare a “Splash – Una sirena a Manhattan”, film del 1984 diretto da Ron Howard, con protagonisti Tom Hanks e Daryl Hannah. Pensiamo – poi – al rimando evidente all’omonimo titolo del film del 1990, per la regia di Richard Benjamin, con: Cher, Bob Hoskins, Winona Ryder, Christina Ricci, Michael Schoeffling, Bob Rogerson, Jerry Quinn. Una commedia, di certo riprende il tono divertente dell’opera pensata da Cotroneo. Dall’altro lato, quest’ultima, ha un genere più impegnato in quanto vuole andare oltre parlando di tematiche attuali. Questo un po’ richiama lo spirito di “Blu my mind” (per la regia di Lisa Brühlmann); presentato alla 12^ Festa del cinema di Roma, quest’ultimo film drammatico che ha vinto il premio Taodue. Dimostrazione che la figura delle sirene sono ben viste e portano bene, se sviluppate nel modo giusto. Infatti per Brühlmann diventa metafora del disagio giovanile ed adolescenziale di una ragazza che si sente inadatta, disadattata percependo qualcosa di anomalo nel suo fisico. Diventerà una sirena, che dovrà tornare nel suo mondo. Sognerà sempre il blu del mare nella sua mente, sempre presente, ma la sua permanenza tra i coetanei umani sarà un modo per confrontarsi con i problemi della crisi esistenziale che vivono i ragazzi d’oggi, con il loro corpo che cambia; e poi la drammaticità dell’abuso di droghe, alcool, della violenza, dell’eccesso di sesso sfrenato, della difficoltà dell’inserimento, dell’accettazione, dell’auto-accettazione e dell’inclusione, di entrare in un gruppo e farsene riconoscere parte attiva, con il rischio della denigrazione fisica e morale, del bullismo e di atti che sfociano nell’autolesionismo, ma anche nel conflitto generazionale con i genitori. Di dubbi esistenziali su chi siamo, da dove veniamo, cosa cerchiamo, dove andiamo. E dove siamo arrivati.

Interrogativi amletici intrinseci nella natura umana, sempre vincenti (come dimostrano i riconoscimenti e gli apprezzamenti ricevuti dal pubblico). Soprattutto se trattati in forma innovativa e nuova, originale appunto – come dicevamo – come accaduto per la serie “Sirene”. Si tratta di un fantasy, che per la prima volta approda in Italia e vede protagonista il nostro Paese con una produzione tutta nostrana. I suoi “creatori” l’hanno definita “una favola romantica che racconta una storia di tutti i giorni”, moderna dunque. “È un progetto importante che rompe un tabù: quello del genere fantasy in Italia. È la prima volta – ha spiegato Ivan Cotroneo alla presentazione ufficiale in anteprima – che ci si è avvicinati a tale tipo di prodotto. In più c’è il corredo di effetti speciali per raccontare anche il mondo marino”; le sirene, infatti, si parlano nel pensiero e si capiscono senza esprimersi a voce. “Ne è stato ricavato un genere nuovo quasi – aggiunge Cotroneo – in quanto filtrato con la particolarità della nostra cultura italiana. Partendo dall’immaginario comune di queste figure mitologiche, che derivano dalla mitologia latina, si affronta in modo simpatico la battaglia fra il genere femminile e maschile con molta leggerezza”. “Ma si trattano altri temi ancor più importanti – sottolinea Cotroneo -, come quello dell’accoglienza, dell’inclusione, dell’accettazione, della diversità, del bullismo e delle problematiche ambientali. È una storia ricca di tanti elementi”. E poi c’è stata la scelta coraggiosa di ambientarla a Napoli. Infatti il primo incontro con la produzione è avvenuto proprio nella città partenopea, dove Cotroneo ha lanciato l’idea di tre sirene a Napoli, che cercano un tritone scappato che all’inizio non riescono a trovare. Ne accadranno delle belle. Perché ha pensato proprio a queste figure? Non ha difficoltà a rispondere Cotroneo: “Le sirene sono come delle persone, venute da altrove, in grado di descrivere la realtà che vedono, che guardano e osservano con occhi nuovi, diversi e più oggettivi. Sperso inorridiscono o rimangono stupefatte notando la violenza della società moderna, poco attenta all’ambiente, in cui gli uomini non hanno molto rispetto reciproco. Un mondo che, al contempo, appare loro nuovo, non comprendono e fanno fatica ad accettare e giustificare”; ma che le incuriosisce anche e su cui vorrebbero intervenire per cambiarlo e migliorarlo, dettando regole nuove. Non si spiegano il perché di tante cose assurde e strane che accadono intorno a loro; ma non è solo questo. Da qui si sfocia in una riflessione più profonda cui “Sirene” ci costringe: “quando abbiamo di fronte qualcuno così diverso da noi, perché appartiene ad un’altra specie (o razza) possiamo convivere con lui e amarci comunque ad ogni modo, nonostante questo?”. Per questo diventa una storia leggera e attuale, frutto di un lavoro di squadra – sottolinea tutto il cast -, che si trasforma in un percorso di conoscenza (e di formazione e di cambiamento) sia per le sirene che per gli umani. “Scoprono anche il dolore e la perdita, la separazione e l’obbligo di fare delle scelte e delle rinunce a volte, non solo l’amore. Così come si mescolano vari generi e non solo il fantasy”, sintetizza Cotroneo. Se il tema centrale è quello dell’inclusione – rimarca Cotroneo – “è stato difficile – confessa – trovare il tono e il modo giusto per renderle reali, più naturali. C’è tanta leggerezza, ma anche molta accuratezza nei particolari, curati nei minimi dettagli: dall’aspetto estetico, alla scenografia, ai dialoghi, ai connotati della personalità e del carattere di ogni personaggio”. In questo si inserisce il ruolo che gioca la lingua, il napoletano, dialetto che contribuisce a dare colore e ilarità alla serie. “Una sfida esaltante”, come ha definito Luca Argentero (torinese doc) il fatto di dover imparare a parlare in napoletano e con questo dialetto così particolare e pregnante. È stato un po’ come “uscire da una comfort zone, da un luogo sicuro e certo, per mettersi in gioco. È bello sfidarsi. Per me il napoletano è stata una scoperta positiva. Il loro parlato diventa come uno specchio di un modo di vivere e una filosofia di approccio alla quotidianità. I napoletani – ha spiegato l’attore – vivono la vita a un livello più profondo, che riflette il loro entusiasmo genuino di vivere la vita; anche se è difficile a volte, non perdono mai tale entusiasmo. Cominciano, infatti, la giornata sempre con un ‘wow’”. A tale proposito l’attrice Teresa Saponangelo, nata a Taranto da padre pugliese e madre napoletana – che ha vissuto a Napoli fino a vent’anni -, si è detta particolarmente contenta della nuova visione di Napoli che viene data.

Riusciranno queste sirene nella loro missione? Quanto ne usciranno più umanizzate? Intanto quanto scompiglio porteranno e quanto caos ci sarà ancor di più nella città di Napoli? Riusciranno a non utilizzare i loro sortilegi? E a parlare col pensiero anche con gli uomini e non solo tra di loro? Chissà. Tutto può essere. Vedere per scoprirlo.

Barbara Conti