Cacciari, Nencini aderisce all’appello del filosofo

massimo-cacciariIn molti, tra esponenti del modo della cultura e della politica, hanno aderito all’appello di Massimo Cacciari. Tra coloro che hanno dato la propria adesione, il segretario del Psi Riccardo Nencini. L’ex sindaco di Venezia, su Repubblica del 3 agosto, ha promosso l’iniziativa assieme a Enrico Berti, Michele Ciliberto, Biagio de Giovanni, Vittorio Gregotti, Paolo Macrì, Giacomo Manzoni, Giacomo Marramao, Mimmo Paladino. Un appello che lo stesso filosofo chiama una “chiamata concreta, contro il pericolo di una vittoria di questa destra regressiva alle prossime elezioni europee”. Un appello per un manifesto pragmatico di intellettuali in cui ognuno “promuova iniziative all’interno del proprio settore di appartenenza. Bisogna declinare tutti i problemi a livello continentale, non solo quelli economico-finanziari”.

“La situazione dell’Italia – si legge nell’appello – si sta avvitando in una spirale distruttiva. L’alleanza di governo diffonde linguaggi e valori lontani dalla cultura – europea e occidentale – dell’Italia. Le politiche progettate sono lontane da qualsivoglia realismo e gravemente demagogiche. Nella mancanza di una seria opposizione, i linguaggi e le pratiche dei partiti di governo stanno configurando una sorta di pensiero unico, intriso di rancore e risentimento”. Ma le preoccupazioni dell’ex sindaco sono anche per le ripercussioni che una politica europea sovranista possano avere per la stessa Ue già sull’orlo della disgregazione per le politiche sovraniste e anti-immigrati. Per questo serve una iniziativa che contribuisca a creare dibattito nell’opinione pubblica.

La scadenza a breve delle elezioni europee spinge a mettersi subito in cammino per evitare che si formi il più vasto schieramento di destra dalla fine della Seconda guerra mondiale. La responsabilità di chi ha un’altra idea di Europa è assai grande. Non c’è un momento da perdere. Tutti coloro che intendono contribuire all’apertura di una discussione pubblica su questi temi, attraverso iniziative e confronti in tutte le sedi possibili, sono invitati aderire.

È morto Cesare De Michelis. Il ricordo di Covatta

Cesare_De_Michelis“Se ne è andato Cesare De Michelis. Lo conoscevo da una vita: da quando Gianni lasciava la politica universitaria come presidente del Cunicle (il consorzio che provvedeva a stampare le dispense per gli studenti), ed insieme mettevano a frutto quell’esperienza fondando la Marsilio. Da allora le strade dei due fratelli si distinsero, ma non per qualità. Cesare fece crescere la casa editrice ed intraprese una brillante carriera universitaria. Riuscì nell’impresa non facile di non essere “il fratello di”. Lo aiutò un’attitudine al disincanto che peraltro non si tradusse mai – neanche nei momenti più difficili – in prese di distanza dal fratello, e neanche da noi, che ne condividevamo l’impegno politico. Quando ripresi le pubblicazioni di Mondoperaio non eccepì banalmente – come molti altri – che ormai gli operai non esistevano più. Mi segnalò invece la difficoltà di tenere insieme Norberto Bobbio e Raniero Panzieri, Massimo Salvadori e Lucio Libertini. Ma non mi negò un incoraggiamento, se non altro in quanto editore dei pamphlet con cui Luciano Cafagna aveva lucidamente interpretato la caduta della prima Repubblica”. Questo il ricordo che il direttore di Mondoperaio  Luigi  Covatta ha pubblicato appena appresa la scomparsa di Cesare De Michelis, presidente della casa editrice veneziana Marsilio. Era in vacanza a Cortina d’Ampezzo ed avrebbe compiuto 75 anni il 19 agosto. Fratello dell’ex ministro socialista, Gianni, ha lanciato autori come Susanna Tamaro e Margaret Mazzantini.

I funerali si svolgeranno martedì 14 agosto alle 14,  presso la Chiesa Evangelica Valdese e Metodista di Calle Lunga Santa Maria Formosa a Venezia.

Cesare De Michelis era uno studioso raffinato, appassionato di cinema. Aveva una biblioteca sterminata, di oltre centomila volumi. Era nato a Dolo, in provincia di Venezia, il 19 agosto 1943. Appena laureato, nel 1965 era entrato nel Consiglio di amministrazione della Marsilio nata, come lui stesso aveva raccontato, «nel lontano 1961 da un gruppo di ragazzi usciti dall’università». Diventata società per azioni, la casa editrice ha collaborato con numerosi distributori e nel 2000 era entrata a far parte del gruppo Rcs. Ma quando quest’ultimo è stato ceduto alla Mondadori, Cesare De Michelis aveva riacquistato le quote storiche della sua casa editrice. E nel 2017 aveva ceduto una quota a Feltrinelli. Fratello dell’ex ministro socialista Gianni, ha insegnato letteratura Italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova, diretto le riviste “Studi Novecenteschi” e, con Massimo Cacciari, “Angelus Novus”. È stato anche consigliere della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia, presidente del comitato scientifico per l’edizione nazionale delle opere di Carlo Goldoni.

Ue: appello per nuovo inizio contro i populismi

Domino_EuropaDi fronte al rischio che l’Unione Europea imploda, un gruppo di giuristi ed intellettuali ha lanciato un appello alla rifondazione dell’Unione, in modo che possa rispondere alle “tendenze autoritarie e all’ascesa di forze nazionaliste e xenofobe” che hanno messo sotto attacco l’Unione “sebbene abbia garantito pace, democrazia e benessere  per decenni”. L’appello, pubblicato su diversi quotidiani  europei, è stato firmato, tra gli italiani, da Giuliano Amato, Emma Bonino, Massimo Cacciari e Giuliano Cazzola.

“Noi cittadini europei siamo preoccupati e spaventati” è l’esordio. “La crisi economica e finanziaria ha impoverito la  maggior parte di noi. La disoccupazione giovanile rischia di creare una generazione perduta. La disuguaglianza cresce e la coesione sociale è in pericolo. L’UE è circondata da conflitti e instabilità, dall’Ucraina alla Turchia, dal Medio Oriente al Nord Africa. Il flusso di rifugiati e migranti è diventato una questione strutturale che dobbiamo affrontare insieme, in modo umano e lungimirante. In molti Stati membri si manifestano tendenze autoritarie e l’ascesa di forze nazionaliste e xenofobe. La democrazia e i valori fondanti della civiltà europea moderna sono sotto attacco. La stessa Unione Europea e’ messa in discussione, sebbene abbia garantito pace, democrazia e benessere per decenni”. L’appello accusa “i politici nazionali” di preoccuparsi “solo delle successive elezioni nazionali o locali: chiedono soluzioni europee a problemi europei, ma poi agiscono per rendere tali soluzioni impossibili o inefficaci.

Ignorano le proposte della Commissione e non applicano le decisioni già prese, incluse quelle approvate all’unanimità. Chiediamo ai politici e ai media nazionali di smettere di presentare l’integrazione come un gioco a somma zero, mettendo così le nazioni l’una contro l’altra. In un mondo interdipendente – si legge – nessuna nazione da sola può garantire le necessità basilari dei suoi cittadini e la giustizia sociale. In questo contesto l’integrazione e un governo sovranazionale europeo sono un gioco a somma positiva”.

Nella consapevolezza che “la globalizzazione sta trasformando il mondo”, c’è bisogno, si legge ancora nell’appello, di “un governo europeo per promuovere i nostri valori e contribuire alla soluzione dei problemi globali che minacciano l’umanità. Il mondo ha bisogno di un’Europa cosmopolita e rivolta a contribuire alla costruzione di una governance globale più democratica ed efficiente, per affrontare le sfide più impellenti, dal cambiamento climatico, alla pace, dalla povertà globale, alla transizione verso un’economia sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale.

L’UE è “una incompleta Res Publica”, riconoscono i firmatari: un budget ridicolo (0,9% del PIL) e nessuna autonomia finanziaria, competenze e poteri “incompleti per far fronte con successo alle crisi attuali”, “un legislativo, un giudiziario e una Banca Centrale Europea con caratteri sostanzialmente federali”. “Ma la democrazia e’ la possibilita’ per i cittadini di scegliere il governo, responsabile di fronte ai cittadini”.

Perché “l’Unione funzioni e sia pienamente democratica le sue decisioni – incluso il bilancio, la politica estera e di difesa, e la riforma dei trattati – devono essere prese con il voto a maggioranza qualificata, che rappresenta la maggioranza dei cittadini e degli Stati europei. La Commissione dovrebbe evolvere in un vero governo, legittimato attraverso le elezioni europee, e che definisce l’agenda politica. I partiti europei dovrebbero designare il loro candidato alla presidenza della Commissione alle elezioni europee. L’alternativa e’ l’elezione diretta del Presidente della UE,  risultato della fusione delle Presidenze della Commissione Europea e del Consiglio europeo”. “Il 14 febbraio 1984 il Parlamento Europeo adottò il Progetto di Trattato che istituisce l’Unione Europea, il cosiddetto progetto Spinelli, che puntava verso un’unione politica, e che gli Stati membri ignorarono”. A distanza di 33 anni, il 14 febbraio 2017 “invitiamo il Parlamento europeo, l’unico organo dell’UE eletto direttamente, a prendere una nuova iniziativa per rilanciare l’UE su una piu’ forte base democratica. Parlare di unioni bancaria, fiscale, economica, energetica, della sicurezza, della difesa e della politica ha senso solo all’interno di una vera Unione Europea democratica, con tutte quelle politiche sotto la responsabilità di un vero governo europeo. Di qui l’appello ai capi di Stato e di governo che il 25 marzo celebreranno i Trattati di Roma, che 60 anni fa istituirono la Comunità Economica Europea e l’Euratom. “Chiediamo loro di elevarsi alla visione dei Fondatori. Devono aprire la strada alla rifondazione dell’Unione Europea, sulla base delle proposte del Parlamento Europeo, sfruttando immediatamente tutti gli strumenti del trattato di Lisbona per rafforzare le istituzioni e le politiche dell’UE, in particolare la politica estera e di sicurezza e la politica economica e sociale”. Ma anche la società deve attivarsi: “Chiediamo alla gioventù europea, alla società civile, al mondo del lavoratori, dell’impresa, dell’accademico, ai governi locali e ai cittadini e alle cittadine europei di mobilitarsi e partecipare alla Marcia per l’Europa che si terrà a Roma il 25 marzo. Tutti insieme forniremo ai leader politici la forza e il coraggio di portare l’Unione verso un nuovo inizio. L’unità europea è la chiave per risolvere i nostri problemi comuni, salvaguardare i nostri valori e garantire il nostro benessere, la sicurezza e la democrazia”.

Massimo Cacciari,
tra coerenza e utopia
del mondo moderno

massimo-cacciariNel libro di recente pubblicazione (“Occidente senza utopie”), sono contenuti due saggi, uno di Paolo Prodi e l’altro (“Grandezza e tramonto dell’utopia”) di Massimo Cacciari. Questi, nel saggio, sostiene che è difficile definire cosa sia un’utopia o una “mentalità utopica”; i due concetti possono essere avvicinati, rispettivamente, a quelli di ideologia e di “mentalità ideologica”, purché però – afferma il filosofo – questi ultimi siano considerati come “’falsa coscienza’, occultamento di contraddizioni reali, giustificazione preconcetta di particolari punti di vista operanti all’interno del processo storico”.
Se così, la differenza dipenderà allora dalle pretese sia dell’ideologia, che dell’utopia: la prima intende presentarsi come obiettiva, ammantandosi sempre di un presunto, ma infondato, realismo; la seconda, invece, pretende di indagare “sulla realtà presente”, della quale essa coglie le potenzialità che “si sogna di far maturare”, oppure le forze ad essa intrinseche”, che possono condurre, se liberate, al superamento delle ingiustizie e delle contraddizioni esistenti. Su cosa sia l’utopia, i filosofi e gli storici si sono sempre divisi, a seconda che essa sia stata intesa come indagine sulla realtà presente, oppure come forza per il superamento delle ingiustizie e delle contraddizioni attuali. Tuttavia, a rendere unitaria la sua definizione è, a parere di Cacciari, ciò che la differenzia dalla profezia.
L’utopia è un portato del mondo moderno, del quale intende offrire una “costruzione razionale”, escludente ogni pretesa del ”divino nella storia”. L’utopia, infatti, è “essenzialmente l’idea di un evolversi della storia verso un futuro se non precisamente calcolabile, certo paradigmaticamente valido, nella sua immagine, a orientare l’agire presente. Futuro che l’uomo è ritenuto capace di perseguire e raggiungere obbedendo sostanzialmente a null’altro che alla propria ragione e alla propria natura”. La profezia, all’opposto, è l’idea secondo cui la storia del mondo è l’evolversi di un “dialogo” tra Dio e gli uomini, e la sua percezione del futuro sta nella speranza che ciò che essi hanno ascoltato dal Signore si avveri. L’utopia, perciò, a differenza della profezia, appartiene sin dalla sua origine al processo di secolarizzazione delle idee teologiche del mondo pre-moderno; secolarizzazione che caratterizza – afferma Cacciari – “pensiero e prassi” del mondo moderno.
L’utopia, a parere di Cacciari, “non fornisce progetti politici determinati; tuttavia essa non è del tutto estranea al “Progetto” proprio del mondo moderno; di esso, però, l’utopia esprime l’idea-limite (o “Fine”), alla quale il progetto è chiamato ad orientarsi nel suo auto-realizzarsi; esso sarà tanto più efficace quanto più sarà in grado di “’scontare’ il futuro nella forma presente”. L’utopia non considera i problemi connessi con la disponibilità degli strumenti (il costo) necessari al perseguimento dell’idea-limite, ma ne mostra l’”orizzonte o il senso ultimi, consapevole che ciò potrà renderne più solide le fondamenta sia teoriche che pratiche”. In sostanza, l’utopia – afferma Cacciari – “è escatologia secolarizzata: si mantiene in essa l’idea di Fine, ma questo è essenzialmente il prodotto di un divenire storico, reso possibile da forze in esso operanti, anche se ancora lontane dall’aver assunto quella ‘sovranità’ cui si crede fermamente siano destinate”.
L’utopia moderna individua tali forze, le fa emergere ed indica il regime politico con esse “più coerente”; individua inoltre quale forma tale regime deve assumere, per poter rappresentare realmente la società civile, portatrice di una “nuova soggettività”, formatasi con il nuovo mondo e insofferente di ogni tirannia; soggettività, però, sempre in pericolo nel fluire del processo storico, non solo perché insidiata dai poteri antichi messi in crisi dal suo emergere, ma anche a causa della sua tendenza a “frantumarsi” a causa dei contrasti insorgenti tra gli interessi individuali. Nasce perciò la necessità di definire su quale base comune gli interessi individuali “possono farsi universali”, attraverso l’organizzazione di uno Stato che, sebbene agitato da contraddizioni interne, sia in grado di “rappresentare tale universalità, di esserne al servizio”; ciò perché, esso, lo Stato, da un lato, deve soddisfare le esigenze dinamiche e prorompenti dei soggetti che compongono la società civile, mentre, da un altro lato, deve garantire un ordine sociale stabile e di “lunga durata”.
Lo Stato utopico – afferma Cacciari – “non ammette rendite, non ammette che ci si possa arricchire restando in ozio; più della ricchezza di pochi, è proprio lo spettacolo dell’inoperosità a disgustare”. Tutti devono lavorare, ed il lavoro deve essere produttivo, ovvero concorrere ad aumentare la ricchezza comune, senza che si limiti solo a consumarla. In questo contesto, cittadinanza e attività produttiva “formano un binomio indissolubile. Il risultato del lavoro costituisce il “Bene comune, […] che rende ‘uguali’ i cittadini. Nessuna semplice ‘politica distributiva’ raggiungerebbe lo scopo e neppure di per sé l’abolizione della proprietà privata. Solo la partecipazione di ognuno, secondo le sue capacità e con tutte le sue forze, al lavoro comune crea le condizioni per una reale concordia tra libere persone”. Vero Stato, perciò, è solo quello dove “i diversi stanno nell’unità del lavoro produttivo, dove il fare di ognuno si riconosce aspetto e membro del lavoro che produce il benessere di tutti”.
All’interno dello Stato utopico, ognuno è responsabile del perseguimento del fine della felicità comune, attraverso “la produttività del suo impegno lavorativo”, prefigurando, al suo interno, un “indissolubile legame” tra etica del lavoro ed etica della responsabilità e una inseparabilità della teoria dalla prassi. Ciò significa che ciascun lavoratore (scienziato, ricercatore o tecnico che sia), collocato all’interno della divisione sociale del lavoro, deve essere consapevole che il “proprio successo dipende dalla responsabilità di ciascuno verso il fine comune”. Nello Stato dell’utopia moderna, pertanto, l’autorità politica deve essere trasferita al “cervello sociale” espresso dall’organizzazione del lavoro, protagonista delle trasformazioni continue della società, delle sue scoperte e delle sue conquiste. Quando ciò non avviene, sono invitabili – afferma Cacciari – l’instabilità ed i conflitti sociali del tempo presente, che sottraggono le energie da destinare al bene comune, con conseguente blocco della dinamica sociale.
Nel mondo utopico, il compito della politica deve perciò consistere nell’eliminare sia l’instabilità che i conflitti sociali, mettendosi così al servizio della società civile, la sola che, alimentando il “cervello sociale”, favorisce l’incremento della ricchezza materiale e culturale di ognuno. In ciò consiste, secondo Cacciari, il paradigma utopico, al di là delle differenze istituzionali che lo caratterizzano. Questo paradigma, prefigurante la conciliazione tra lo Stato e le forze del continuo progresso espresse dalla società civile entra in crisi nell’età contemporanea, e Karl Marx – a parere di Cacciari – ne fornisce la descrizione; come si è visto, l’utopia del mondo moderno implica una “coerenza logica” tra i soggetti della società civile impegnati a creare il bene comune e l’organizzazione dello Stato; questa coerenza è caratterizzata da un “nesso dialettico” tra presente e futuro, in quanto nel presente sono individuati i fattori atti a condurre lo stesso presente verso il futuro; in questa prospettiva, il futuro “si instaura come compimento del presente, di più: come suo inveramento e nient’affatto suo definitivo e totale rovesciamento”.
Marx, sottolinea Cacciari, rifiuta questa prospettiva e separa la propria analisi del processo storico dal discorso sottostante il concetto moderno di utopia. Per Marx, tale concetto prefigura un’armonia interna alle forze della società civile; armonia, che neutralizza le contraddizioni interne alla stessa società, riducendo il conflitto politico a semplice discussione civile. Secondo Marx, conseguentemente, per favorire il progresso materiale e culturale occorre ricuperare in pieno l’”idea dell’agire politico come conflitto […], per pervenire, muovendo dall’interno delle contraddizioni in atto, […] al salto rivoluzionario. Il ‘dopo’ sta nelle mani dell’umanità libera”; perciò, prefigurare il futuro sulla base del presente non è altro che una contraddizione in termini.
Il distacco dalla forma moderna dell’utopia comporta che ci si collochi fuori dalla sua storia e si entri, a parere di Cacciari, nel mezzo del pensiero contemporaneo: la definizione di una nuova utopia caratterizzerà gran parte della discussione e del confronto filosofico e politico del XX secolo. Quali le conseguenze per il mondo attuale? L’utopia moderna è stata il fattore determinante che ha informato di sé l’avvento del “vittorioso capitalismo”, ma nello stesso tempo è stata fattore determinante delle forze reali che l’hanno combattuto. Di quell’utopia, il capitalismo ha cessato di averne ancora bisogno; ma, si chiede Cacciari, esistono ancora le forze che l’hanno combattuto? Se esistono, in “quali forme si esprimono? E se non esistono […], come e dove esercitare un pensiero critico?”
L’impossibilità di esercitare un pensiero critico sembra oggi il dramma dell’uomo contemporaneo; proprio per questo, il futuro è ridotto ad un infinito procedere del presente, mentre i conflitti che al suo interno si sviluppano mancano di prefigurare un possibile futuro nel quale poter realizzare una società civile “sempre in festa proprio nel suo essere sempre tutta al lavoro”, come induceva a pensare l’utopia moderna.
Con quale nuovo concetto di utopia sarà possibile superare il disagio del mondo attuale? Per costruire una nuova utopia, alle società civili del tempo presente non resta che fare chiarezza e capire il perché lo Stato utopico dell’età moderna è stato messo in crisi; ciò, al fine di conservare costantemente il tempo presente aperto alle ragioni della crisi. Il pensiero critico, come osserva nella sua conclusione Massimo Cacciari, serve a liberare l’uomo dal disagio attuale molto più di quanto non riesca a fare una qualsiasi ipotesi di protesta continua, come alcuni propongono; sin tanto che tale protesta non sarà interconnessa con il raggiungimento di una nuova idea-limite, attraverso la condivisione sociale di un nuovo modo di produzione, affrancato dai motivi che hanno sviluppato le forze sociali ostili al vecchio capitalismo, il mondo continuerà a dilaniarsi col permanere delle contraddizioni del tempo presente. Il superamento di tali contraddizioni implica necessariamente una riconciliazione dell’intera società civile che consenta la destinazione del frutto del lavoro comune al perseguimento della nuova idea-limite, se mai sarà possibile acquisirla.

Gianfranco Sabattini

Un ricordo di Luigi Nono
a un quarto di secolo
dalla sua scomparsa

L’8 maggio 1990 moriva a Venezia Luigi Nonouno dei più importanti compositori italiani del XX secolo. Di antica famiglia veneziana di artisti, Nono studiò con Malipiero, Maderna e Scherchen e tenne seminari ai corsi di Darmstadt fino al 1958. Partecipe del rinnovamento del linguaggio delle avanguardie degli anni Cinquanta, si mosse costantemente nella direzione di una musica che fosse veicolo di un esplicito impegno civile e morale di ispirazione marxista. In un’intervista, Nono confessò che tutte le sue esperienze nascevano sempre da uno stimolo umano: un avvenimento colpiva il suo istinto e la sua coscienza ed esigeva che egli, come musicista e come uomo, ne desse testimonianza. Continua a leggere

Luca Zaia e la Lega
ringraziano Franceschini

Non occorreva essere addetti ai lavori per comprendere che la Festa del Cinema di Roma, dopo 9 desolanti ed imbarazzanti edizioni, era giunta al capolinea. L’atteso annuncio del suo ridimensionamento è stato dato dal ministro Franceschini dopo aver sentito il sindaco di Roma e il presidente della Regione Lazio. Non poteva esserci una fine più ingloriosa per quello che è stato, al di là di ogni ragionevole dubbio, uno dei flop più clamorosi dell’era Veltroni sindaco della Capitale che, beato lui, oltre che politico acomunista kennediano, scrittore, storico di figurine Panini, si è sempre considerato un uomo di cinema, essendo amico di George Clooney e di chissà quante altri esponenti dello star system, riuscendo, da ultimo, ad inventarsi anche regista.

Nel non lontano 2006 Veltroni con l’indispensabile supporto del suo braccio secolare nelle “cose de Roma” Goffredo Bettini, riuscì nell’intento di dare sfogo alla sua provinciale megalomania confezionando il bluff, con la complicità dei salotti radical chic capitolini, di una kermesse cinematografica, che, peraltro, ai non allineati apparve da subito priva di senso e un inutile e costoso doppione della celebre Mostra Cinematografica di Venezia.

Al punto che l’allora sindaco della città lagunare Massimo Cacciari, inascoltato, montò su tutte le furie. Nel corso delle nove edizioni, nonostante il dispiego di risorse, lo smodato sostegno che le grottesche iniziative pseudoculturali di Veltroni hanno sempre avuto dal genuflesso circo mediatico nostrano, l’evento è stato sistematicamente snobbato dalla stampa internazionale specializzata e dagli esponenti ed operatori  del grande cinema internazionale.

Risultato? Red carpets improponibili, diserzione di registi e attori tra i più affermati, al punto che nell’ultima edizione, il disperato direttore artistico uscente (e non rientrante) Müller, per una della serate si è dovuto inventare una malinconica retrospettiva della band britannica, neanche si trattasse dei redivivi Fab Four, Spandau Ballet (!)

Dunque, in tempi di vacche magre, il brief avrebbe dovuto essere: chiudiamo l’imbarazzante carrozzone, mandiamo in soffitta i Marc’Aureli che hanno fatto ridere l’intero mondo della settima arte, e non parliamone più. No, non è andata così. Cosa ti ha inventato quel postdemocristianone di Dario Franceschini già amicone e successore di Walter alla segreteria del Pd? Indifferente alla Cernaia giudiziaria che sta devastando la Capitale, ha annunciato che l’unico cambiamento sarà l’abolizione del concorso e dei relativi premi ma che il Ministero dei Beni Culturali entrerà nella Fondazione Cinema per Roma attraverso l’Istituto Luce con il contributo, di 1 milione di euro.

Complimenti, sig. Ministro per lo straordinario tempismo!

Postilla. La prestigiosa Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, che quest’anno è giunta alla 71° edizione, al contrario della sgangherata rassegna romana, non riceve alcun contributo pubblico.

Al netto di ogni considerazione di altra natura non resta che sottolineare che se si voleva fornire un assist al Governatore del Veneto uscente (e probabilmente rientrante), il leghista Luca Zaia, per la campagna elettorale, l’obiettivo è stato centrato in pieno.

Emanuele Pecheux

I tormenti del giovane Floris

Finalmente – ed era ora – qualche “grande firma” del giornalismo nazionale dà segni di impazienza critica nei confronti dei grandi divi dei talk-show, l’insopportabile scandalo della seconda Repubblica.

Il benemerito censore è il prof. Aldo Grasso, critico televisivo del ‘Corrierone’. Grasso sbatte Giovanni Floris in prima pagina, con un corsivo urticante intitolato “I tormenti del giovane Floris, in bilico fra RAI e Mediaset”. Il personaggio viene rappresentato prima ricorrendo a Brunetta: “Ballarò, caposaldo dell’informazione politica di Rai Tre, ingredienti??? di ogni tipo per ricavarne un sapore unico, omogeneizzato al suo pensiero di democratico bersaniano con scivolamenti all’estrema sinistra”. Poi Grasso dice direttamente la sua: “Del bravo Floris non piacciono, lasciando perdere Brunetta, l’ansia moralizzatrice, l’innamoramento per certi ospiti… la famosa clausola di salvaguardia (si era dimesso dalla RAI per guadagnare di più ,ma in caso di chiusura di Ballarò sarebbe stato riassunto). Qualcuno pensa che sia il neo Vespa”.

Grasso ha colpito nel segno. Ha solo pazientato troppo. Ballarò è un minestrone ormai indigesto, per chi ha una concezione dignitosa del dibattito politico. Quanto agli ospiti, Floris non ha soltanto inventato Renata Polverini. Privilegia un personaggio insignificante, come l’ex Presidente di Confindustria Abete e un politico impresentabile come Maurizio Gasparri: quello che si è gloriato della sconfitta dell’Inghilterra nella partita dei mondiali con l’Italia, manifestando il suo livore antico contro la “Perfida Albione”; quasi un’eco del ‘microfono’ del Duce, Mario Appelius, famoso per il suo distico: “Dio Stramaledica gli inglesi”.

Giovanni Floris, il Giova di Crozza, è il più abile e il più “partigiano” fra i conduttori di queste chiacchiere senza freno sui problemi di attualità del Paese.

Con la copertina di Crozza, la cifra della trasmissione è già fissata. Certo, si discute dei problemi di attualità, ma la classe politica nel suo complesso viene messa alla berlina. Il solo e vero mattatore è lui, il conduttore, con il sorriso beffardo sulle labbra.

Prende corpo e dilaga la tendenza che fa del conduttore il deus ex machina dell’intrattenimento, il grande accusatore dei politici di professione. Ecco allora Gianluigi Paragone e Corrado Formigli, scamiciati e con i bracciali penduli al polso, tonitruanti ed aggressivi nei confronti dei politici di turno. Ma non basta ancora. La gravissima umiliazione della politica è anche altrove. I veri protagonisti del dibattito molto spesso non sono i rappresentanti dei partiti e delle Istituzioni, ma i direttori dei giornali schierati, come Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, talora rafforzato dalla partecipazione al carosello di Daniela Santanchè. Insomma, la politica senza nerbo rinuncia al proprio primato e si affida ai giornalisti di scuderia!

Sempre loro, sempre quelli, da mesi ed anni.

Un po’ diverso è il caso di Fazio, di cui non è agevole eclissare la faziosità (nomen, omen).

Taccio Santoro, che è poi il corifeo e l’inventore della faziosità televisiva, che non viene eclissata dalle comparsate di Massimo Cacciari, travolte dagli interventi a gamba tesa di Marco Travaglio.

Salvo, oltre all’Annunziata, Lilli Gruber, per la quale ho un debole, anche perché di Lei mi aveva parlato bene il nostro Antonio Ghirelli; poi la sua rubrica dura solo mezz’ora. Ma perché Lilli, Marco Travaglio è suo ospite quasi abituale, insieme a Scanzi? Poi c’è il caso Sgarbi. Nessuno gli consiglia di non sprecare la sua cultura nelle ormai consuete invettive urlate?

Vengo alla questione fondamentale: una classe politica che accetta di esporsi ogni sera al pubblico ludibrio, sbertucciata da questi guitti, è indegna di governare.

Salvo e stimo Enrico Mentana, che fa sempre il suo mestiere di giornalista, anche in “bersaglio mobile”. Ma perché non convince il suo editore a cacciare i troppi mercanti dal tempio della corretta discussione politica ed a ridurre comunque la frequenza dei tornei oratori?

Lo sappiamo, Crozza è bravo, ma è meno bravo se fa tre prestazioni la settimana e di lunga durata. Il troppo stroppia. Poi anche lui si esercita nella facile professione di denigrare chi fa politica.

Taccio della questione dei quattrini, ma tutti costoro sono stra-pagati e, se appartengono alla RAI, offrono prestazioni partigiane tramite il servizio pubblico.

Adesso è arrivato Matteo Renzi, che ha messo in difficoltà il divo Floris, accennando – udite, udite –

proprio alla questione dei soldi.

Non so se avrà la forza e la voglia di riscattare la dignità della politica, e di applicare anche in questo campo la regola della rottamazione, compreso il gran visir Bruno Vespa. Il rischio è di assistere solo ad un cambio della guardia: via i protetti da Bersani, e largo ai neo-renziani. Quod deus avertat.

Resta sempre l’ultima difesa: staccare la spina!

Fabio Fabbri