La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

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Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

Primo articolo – Segue

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Il Pd pensa a una svolta ‘rosa’ per la Segreteria

Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi Maria Elena Boschi (D) con Debora Serracchiani (S) e il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti durante la la terza e ultima giornata della Leopolda, a Firenze, 6 novembre 2016. ANSA/Maurizio Degl' Innocenti

ANSA/Maurizio Degl’ Innocenti

Voci e indiscrezioni si rincorrono in queste ore sulla possibile successione al Partito democratico dell’ex Ministro Maria Elena Boschi. Ieri la dem ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera sul Partito Democratico e sull’attualità politica e a alla domanda sulla possibilità che il prossimo segretario del partito possa essere una donna ha risposto piuttosto evasivamente. Considerata renziana di ferro, anche se Matteo Renzi sa che una sua candidatura al congresso del Pd potrebbe essere controproducente.
La sua possibile candidatura, che sarebbe espressione appunto dell’area strettamente renziana, non è la sola a rappresentare l’entourage del segretario uscente, Matteo Renzi e non è nemmeno l’unica donna che potrebbe rappresentare un’alternativa alla segreteria da sempre in mano agli uomini dem. Gli altri partiti, anche quelli di destra, come FdI, hanno visto donne alla carica, come Giorgia Meloni, ma per il Partito democratico, anche quando ancora si chiamava Pci la carica è sempre stata maschile. Un unicum in Europa.
Comunque le altre quotate per la segreteria sono donne molto ‘vicine’ alla linea renziana: Teresa Bellanova e Debora Serracchiani. Anche se quest’ultima non è più considerata una “fedelissima” renziana, mentre l’ex sindacalista della CGIL, è talmente gradita al segretario uscente che è stata indicata a sfidare l’avversario generazionale di Renzi, Massimo D’Alema, nel collegio uninominale Puglia 6 del Senato.
Tutto è ancora da considerare, il prossimo congresso nazionale del principale partito di opposizione dovrebbe svolgersi prima delle elezioni europee, quindi a inizio 2019, con le Primarie per la scelta del segretario che dovrebbero essere fissate per il 24 febbraio.

Le istituzioni nazionali e l’Europa democratica

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Credo che sia giunto il tempo di pensare all’opportunità che gli Stati nazionali, al centro delle riflessioni politologiche nel ‘900, cedano parte della propria sovranità come forme di responsabilità decisionale agli enti sovranazionali europei. A condizione che le Istituzioni comunitarie si rinnovino nella composizione e nelle modalità di funzionamento.

Tuttavia, per realizzare questa ipotesi ambiziosa, la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, è necessario riformare le Istituzioni dei paesi membri. La modifica della Costituzione e la razionalizzazione della forma di governo rappresentano una potente arma contro i populisti e i sovranisti, espressione delle destre prevalenti in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi sociale e, per certi aspetti, culturale.

In Italia, da circa trenta anni le diverse classi politiche, si sono poste come obiettivo la riforma della Carta fondamentale, in particolare della seconda parte che disciplina il funzionamento delle Istituzioni. La prima parte della Costituzione rimane invariata nei suoi principi democratici e nella sua ispirazione egualitaria.

Già dalla fine degli anni Settanta furono avanzate richieste di riforma, più o meno, incisive: la prima proposta organica venne avanzata nel 1979 con il “Rapporto Giannini”; seguì il decalogo di Spadolini, in seguito la prima Commissione parlamentare bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta dall’ex costituente di matrice liberale, Aldo Bozzi.

La prima commissione bicamerale, svolse il proprio lavoro dal 1983 al 1985, elaborando delle proposte che, tuttavia, non ebbero alcun seguito. Non ci fu alcuna disponibilità a riforme che incidessero a fondo sul regime politico, rafforzando davvero le istituzioni.

Si fece un ulteriore tentativo nel 1997, con la costituzione della Commissione bicamerale guidata da Massimo D’Alema che avrebbe dovuto istituire un semipresidenzialismo vero e proprio, accompagnato da un sistema elettorale a doppio turno. Com’è noto, i lavori della Commissione naufragarono a causa delle numerose contraddizioni e contrapposizioni tra le forze politiche.

Nel 2013, al momento della rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, in un quadro di crisi economica e stagnazione istituzionale, le forze politiche assunsero solennemente l’impegno di avviare il processo di revisione costituzionale che ha portato alla definitiva approvazione delle norme oggetto del referendum confermativo del dicembre 2016.

Ciò nonostante, anche a causa di errori nella comunicazione delle ragioni del Si (l’ex premier aveva impostato la campagna referendaria come una sorta di giudizio cosmico, un’ordalia, non tanto sul merito del progetto di revisione costituzionale, quanto su una valutazione complessiva dell’azione di governo), il 59% dei votanti decise di bocciare la proposta referendaria.

A questo punto, possiamo ricavare alcune considerazioni da un trentennio di tentativi di riforma costituzionali falliti: ieri come oggi occorre ripensare ad una “Grande Riforma” che razionalizzi la forma di governo e modifichi il sistema elettorale, rendendo il sistema politico più funzionante. Il sistema elettorale dovrebbe essere pensato come uno strumento duraturo nell’arco di più legislature e, in grado di accompagnare l’evoluzione futura del sistema partitico.

A questo proposito non c’è che da ribadire come i sistemi elettorali possano essere considerati degli acceleratori o in alternativa dei freni, che agiscono in determinati contesti e non uniche cause d’instabilità delle istituzioni.

Ritenere che il sistema elettorale da solo assicuri la stabilità è certamente errato. Bisogna considerare sia il sistema elettorale che il piano più propriamente istituzionale e strutturale. Poiché il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso con le forme di razionalizzazione della forma di governo.

In conclusione, continua ad essere presente uno dei temi chiave dell’esperienza costituzionale italiana l’assenza di progettualità costituzionale organica. Serve un coerente progetto di riforma della legge elettorale e di razionalizzazione della forma di governo, in un quadro di rinnovata centralità delle Istituzioni europee. Occorre tornare a immaginare un’Europa democratica, sociale e federale, in grado di garantire un patrimonio comune tra tutti i cittadini europei.

Paolo D’Aleo

Le istituzioni nazionali e l’Europa democratica

 

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Credo che sia giunto il tempo di pensare all’opportunità che gli Stati nazionali, al centro delle riflessioni politologiche nel ‘900, cedano parte della propria sovranità come forme di responsabilità decisionale agli enti sovranazionali europei. A condizione che le Istituzioni comunitarie si rinnovino nella composizione e nelle modalità di funzionamento.

Tuttavia, per realizzare questa ipotesi ambiziosa, la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, è necessario riformare le Istituzioni dei paesi membri. La modifica della Costituzione e la razionalizzazione della forma di governo rappresentano una potente arma contro i populisti e i sovranisti, espressione delle destre prevalenti in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi sociale e, per certi aspetti, culturale.

In Italia, da circa trenta anni le diverse classi politiche, si sono poste come obiettivo la riforma della Carta fondamentale, in particolare della seconda parte che disciplina il funzionamento delle Istituzioni. La prima parte della Costituzione rimane invariata nei suoi principi democratici e nella sua ispirazione egualitaria.

Già dalla fine degli anni Settanta furono avanzate richieste di riforma, più o meno, incisive: la prima proposta organica venne avanzata nel 1979 con il “Rapporto Giannini”; seguì il decalogo di Spadolini, in seguito la prima Commissione parlamentare bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta dall’ex costituente di matrice liberale, Aldo Bozzi.

La prima commissione bicamerale, svolse il proprio lavoro dal 1983 al 1985, elaborando delle proposte che, tuttavia, non ebbero alcun seguito. Non ci fu alcuna disponibilità a riforme che incidessero a fondo sul regime politico, rafforzando davvero le istituzioni.

Si fece un ulteriore tentativo nel 1997, con la costituzione della Commissione bicamerale guidata da Massimo D’Alema che avrebbe dovuto istituire un semipresidenzialismo vero e proprio, accompagnato da un sistema elettorale a doppio turno. Com’è noto, i lavori della Commissione naufragarono a causa delle numerose contraddizioni e contrapposizioni tra le forze politiche.

Nel 2013, al momento della rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, in un quadro di crisi economica e stagnazione istituzionale, le forze politiche assunsero solennemente l’impegno di avviare il processo di revisione costituzionale che ha portato alla definitiva approvazione delle norme oggetto del referendum confermativo del dicembre 2016.

Ciò nonostante, anche a causa di errori nella comunicazione delle ragioni del Si (l’ex premier aveva impostato la campagna referendaria come una sorta di giudizio cosmico, un’ordalia, non tanto sul merito del progetto di revisione costituzionale, quanto su una valutazione complessiva dell’azione di governo), il 59% dei votanti decise di bocciare la proposta referendaria.

A questo punto, possiamo ricavare alcune considerazioni da un trentennio di tentativi di riforma costituzionali falliti: ieri come oggi occorre ripensare ad una “Grande Riforma” che razionalizzi la forma di governo e modifichi il sistema elettorale, rendendo il sistema politico più funzionante. Il sistema elettorale dovrebbe essere pensato come uno strumento duraturo nell’arco di più legislature e, in grado di accompagnare l’evoluzione futura del sistema partitico.

A questo proposito non c’è che da ribadire come i sistemi elettorali possano essere considerati degli acceleratori o in alternativa dei freni, che agiscono in determinati contesti e non uniche cause d’instabilità delle istituzioni.

Ritenere che il sistema elettorale da solo assicuri la stabilità è certamente errato. Bisogna considerare sia il sistema elettorale che il piano più propriamente istituzionale e strutturale. Poiché il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso con le forme di razionalizzazione della forma di governo.

In conclusione, continua ad essere presente uno dei temi chiave dell’esperienza costituzionale italiana l’assenza di progettualità costituzionale organica. Serve un coerente progetto di riforma della legge elettorale e di razionalizzazione della forma di governo, in un quadro di rinnovata centralità delle Istituzioni europee. Occorre tornare a immaginare un’Europa democratica, sociale e federale, in grado di garantire un patrimonio comune tra tutti i cittadini europei.

Paolo D’Aleo

Gli strani vignaioli Brunetta e D’Alema

brunetta e d'alemaBrunetta e D’Alema una volta si sfidavano sulle leggi e sul governo alla Camera, ora la battaglia si è allargata alle bottiglie di vino. Vino e politica: due passioni alle volte lontane, alle volte vicine, vicinissime. Al Vinitaly, quasi uno accanto all’altro, hanno detto la loro Brunetta e D’Alema, due nomi noti della politica italiana, da qualche anno viticoltori. La sfida è stata sulle bontà delle rispettive bottiglie nell’importante Fiera di Verona, ognuno ha decantato i propri prodotti. I due vignaioli, distanti in politica, hanno parecchio in comune nel vino: tutti e due hanno delle tenute a gestione famigliare, entrambe puntano su bottiglie di qualità, su vitigni anche difficili e su tecniche enologiche innovative.
Renato Brunetta si è detto entusiasta con ‘Il Corriere della Sera’: «Mi sono indebitato fino ai capelli. Un atto di incoscienza, ma sono felice. Ho iniziato nel 2013, raggiungeremo il pareggio nel 2020». L’azienda del deputato di Forza Italia, bellicoso sostenitore di Silvio Berlusconi, è alle porte di Roma e il suo sconosciuto impegno è nato quasi per caso: «Sono da sempre un appassionato di vino. Sono andato ad abitare a Roma Sud, vicino al santuario del Divino Amore. Uno dei proprietari dell’azienda mi ha venduto un ettaro di terra. Subito dopo i suoi cugini mi hanno offerto 28 ettari abbandonati».
L’azienda, già proprietà di una famiglia patrizia romana, è curata dai famigliari e ha grandi progetti: «Ci lavorano i figli di mia moglie Titti, Dario e Serena Diana. Sono in produzione 12 dei 25 ettari a vigneto. Centomila bottiglie. Il rosso è un uvaggio di Montepulciano e Cabernet Sauvignon, affinato anche in botti di rovere usate per l’Amarone. Fra due anni sarà pronta una bollicina, assieme ad altri 5 vini». L’ex ministro e ex capogruppo alla Camera, mentre il nuovo governo resta un rebus, ha fatto solo un accenno alla politica: «Vendo vino e non mi occupo dei teatrini della politica come Di Maio e Salvini». Ha confessato: «Una passeggiata al tramonto, tra i filari, ripaga di tante fatiche e amarezze». Ha rispetto per D’Alema, doppio concorrente, in politica e nel vino: «Anche lui è uno serio e non ho dubbi sul livello del suo vino».
L’ex presidente del Consiglio, ex segretario del Pds-Ds, ha un’azienda di 15 ettari, 6,5 coltivati a vigneto, tra Narni e Otricoli, in provincia di Terni. La sua passione per le vigne è venuta dopo quella per la vela: cedette la sua barca, Ikarus, e acquistò nel 2008 la tenuta in Umbria. Si estende tra le colline a circa 300 metri di altezza. Disse: questa terra «la voglio vivere». L’azienda è gestita da Massimo D’Alema e dalla moglie Linda, ed è intestata ai figli Giulia e Francesco. Con accanto la moglie ha confessato ad una tv privata presente al Vinitaly: «Abbiamo intrapreso questa attività con una certa dose di incoscienza…Si regge molto sull’attività di Linda». È un appassionato di vini di qualità, ha sottolineato le difficoltà di competere con Parigi: «I francesi hanno protetto i loro marchi di qualità, noi non sempre l’abbiamo fatto: fatichiamo a riconoscere le eccellenze. I nostri produttori dovrebbero restare più uniti».
Il vino per lui non è un semplice hobby. Ha un superconsulente: Riccardo Cotarella, “re” degli enologhi italiani, già uomo di fiducia di Silvio Berlusconi e della famiglia Moratti. I vitigni li ha scelti personalmente: Pinot nero, Cabernet Franc, Marselan, Tannat. Ha commentato soddisfatto: «Mai così a Sud dei vitigni così del Nord». I suoi vini più importanti sono tre rossi: Pinot Nero, Sfide e NarnOt (il nome è un omaggio a Narni e a Otricoli).
Vino e politica si sono intrecciati negli ultimi anni. Nel 2014 D’Alema sottolineò l’importanza delle cantine italiane, sembrò una metafora e un monito alla sinistra italiana allora al governo con Matteo Renzi: «Il vino è un pezzo importante della nostra civiltà, della nostra cultura, della nostra economia. Siamo tra i maggiori esportatori del mondo». Però sollevò un problema: «Siamo disuniti, non siamo mai riusciti a fare sistema, questo individualismo italiano è un ostacolo alla valorizzazione dei nostri prodotti».
La divisione, la frammentazione. È la malattia che ha disfatto il centro-sinistra e la sinistra italiana. Nelle elezioni politiche del 4 marzo il Pd è crollato al 18% dei voti; Liberi e Uguali, la lista di D’Alema, ha superato appena il 3%; Potere al popolo ha di poco varcato l’1%; Il Psi, alleato dei Verdi e dei prodiani, ha appena superato il mezzo punto percentuale. Un clamoroso flop. Lo stesso ex presidente del Consiglio non è stato rieletto nel suo tradizionale collegio pugliese.
Ha riconosciuto la sonora sconfitta. Ha annunciato al ‘Corriere della Sera’: «È stata l’ultima battaglia in prima linea…È finita una stagione, ora è il tempo di dedicarsi allo studio e alla formazione». Tempo fa, quando già non era più un protagonista, si definì un «pensionato di campagna». Ma una completa ritirata tra le viti sarà impossibile perché «la politica è una passione e da una passione non ci si può dimettere».
Brunetta e D’Alema sono due strani vignaioli: per metà politici e per metà contadini. Nelle elezioni entrambi sono stati battuti sonoramente dal populismo del M5S e della Lega, la batosta è stata riconosciuta ma ancora manca una strategia di rilancio correggendo i vecchi errori. Ricordano un po’ i ricchi commercianti della Repubblica di Venezia che, a fine carriera, lasciavano il mare e compravano tenute e ville nell’entroterra veneto.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

La caduta di Tangentopoli: indietro di mezzo secolo

cappioSollecitato dalle inusitate dichiarazioni di competenti commentatori in occasione delle recenti elezioni politiche 2018, ho steso più speditamente questa concisa ricerca su “Tangentopoli”, costruita seguendo la traccia del libro di Mattia Feltri “Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite”. Letto appena pubblicato, ho ripreso in mano quel testo dopo che Angelo Panebianco sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018 ha scritto di considerare “la madre di tutte le fake news la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo” diffusa appunto nel “Novantatré” evocato da Feltri. Arriverà poi Pierluigi Battista a spiegare sul “Corriere della Sera” dell’8 marzo 2018 che “una delle cose più stupide predicate in questi decenni è stata il disprezzo dei partiti”. Ecco, tanto è bastato per spronarmi maggiormente a scrivere questa nota, dichiarando in conclusione di aver provato a far luce – secondo il magistero degli storici – qualche aspetto del passato “per comprendere cosa sia meglio fare nel presente”. La affido subito all’AVANTIonline.

Il professor Angelo Panebianco, commentando il 7 ottobre 2016 sul “Corriere della Sera” il libro di Paolo Mieli In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia (Rizzoli), scriveva: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Marco Tullio Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude facendo meditare più d’uno che abbia partecipato alla vita pubblica italiana tra fine ‘900 e inizio secolo: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la contesa pubblica.

“Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite”

Queste considerazioni ci aiutano a capire meglio la caduta di Tangentopoli (1993) – intesa come ‘prima Repubblica’ italiana – prendendo più di uno spunto dal libro di memorie sul Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite (Marsilio Editori), scritto da Mattia Feltri. Eccone l’incipit: «Quella che sembrava un’epoca di catarsi e rinascita si è rivelata un periodo cupo, meschino, di furori e di paure, di follia collettiva, in cui una cultura politica era stata spazzata via in modo dissennato». Dominata da mass-media legati a poteri economico-finanziari irresponsabili, da politici e tecnici riciclati, da esponenti di partiti e movimenti finora esclusi dall’area governativa, da nuovi arrivisti, e soprattutto da «una magistratura che si sentiva a capo di un moto rivoluzionario», l’Italia è precipitata in un arido ventennio privo di speranze esaudite. Esangue il bilancio – annotiamo noi – a partire dalla pretesa moralizzazione, risoltasi in effetti opposti: il giurista Michele Ainis in un editoriale del 16 giugno 2014 ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione» sui 180 Paesi considerati.

Dal 1950 al 1990 l’Italia fra i paesi più sviluppati nel mondo

D’altronde cosa poteva esser successo fino ai primi anni ’90 in una situazione come quella italiana che, se appariva per alcuni versi problematica, non era radicalmente dissimile dagli altri paesi progrediti d’Europa? Partiamo dal conciso fatto rilevato da Carlo M. Cipolla – uno dei maggiori storici economici internazionali – riportato in un libro accessibile a tutti intitolato Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo ad oggi: «Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo». Anche sulla base di questi dati Carla Collicelli, vicedirettore del CENSIS – rispondendo a Marco Travaglio e a Gian Carlo Caselli – poteva dichiarare esattamente quanto segue: «Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo nei paesi poveri, l’Italia non doveva essere poi così corrotta» (cfr. giornale “l’Adige” del 22 agosto 2002). Molti anni dopo, sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018, sempre l’accademico A. Panebianco, spiegherà ancor più convintamente: «Sul finire della prima Repubblica il vecchio sistema dei partiti entra in crisi. Arriva ‘Mani pulite’ ed è il diluvio. Il prestigio dei politici crolla ai minimi termini (e non risalirà più). È allora che si diffonde quella che considero la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo». Abbiamo visto poc’anzi che l’Italia si situava nella fascia medio-alta tra i ”Paesi migliori”, almeno fino ai primi anni ’90 dello scorso secolo. Pure la situazione economica – come riportato – appariva positiva. Anche due competenti studiosi di Bankitalia, L. Federico Signorini e Ignazio Visco, lo ribadivano nel saggio L’economia italiana (il Mulino,1997): «L’Italia è dunque una delle maggiori economie al mondo per dimensione del PIL; ha avuto anche negli ultimi venticinque anni una crescita soddisfacente rispetto agli altri paesi industriali; ha un reddito pro capite elevato e una ricchezza crescente». Ciò ha giovato a migliorare lo standard di vita. Nel 1993 la speranza di vita alla nascita era pari a 77,6 anni in Italia (contro i 76 di USA e Germania); in circa vent’anni la vita attesa si è allungata nel nostro Paese di quasi sei anni.

Il problema del finanziamento della politica

In questo quadro poteva dunque esserci più riflessione, per arrivare ad affrontare con una condivisa soluzione politica il problema sempre più emergente del finanziamento della politica, un problema anch’esso non solo italiano ma europeo. Ma mentre in Europa si seguì la strada del confronto politico, in Italia si preferì la via giudiziaria. Abbiamo citato l’Europa, ma andrebbe almeno accennato per un’utile comparazione il caso degli Stati Uniti d’America, il più grande Paese democratico del mondo. Qui il finanziamento della politica da parte dello Stato, dei privati e delle aziende è immenso: secondo i dati forniti dall’istituto di ricerca indipendente “Center for Responsive Politics” i costi delle elezioni presidenziali del 2012 (ma potrebbero analogamente essere analizzati anche quelli del 2017, e via via di seguito) ammontarono ad oltre 6 miliardi di dollari, oltre 10.000 miliardi di vecchie lire, cifre incomparabili per la loro enormità con quelle del finanziamento regolare e irregolare della politica europea e italiana. Se pensiamo che il finanziamento ai partiti italiani proveniente dal caso Enimont sarebbe ammontato a 150 miliardi di lire, abbiamo così ‘fotografato’ gli ambiti e i limiti della comparazione con l’America, benché quella Enimont sia stata definita addirittura «la madre di tutte le tangenti». Certamente si trattava di un finanziamento irregolare, e questo caso come tutti gli altri andava sanzionato, per trovare civilmente una via chiara e trasparente al finanziamento della politica, non per passare alla criminalizzazione dei partiti democratici.

Fiaccare la politica democratica autorevole

Al dunque, per un complesso di coincidenze interne e internazionali, le cifre e le considerazioni sopra descritte vennero ignorate e nei primi anni ’90 si saldarono interessi variegati volti a travolgere la vita democratica nazionale. Il capitalismo italiano e i poteri economico-finanziari internazionali, dopo la caduta del muro di Berlino, si sentirono autorizzati a liberarsi dalla direzione di una politica democratica autorevole, che nel passato aveva difeso la libertà, ponendo anche delle regole per la crescita sociale di tutti: gran parte dei mezzi mediatico-giornalistici vennero così diretti e coinvolti nell’opera di rimescolamento delle vita politica nazionale. Lo spiega fin troppo perentoriamente l’ex-condirettore de “l’Unità” Piero Sansonetti in un’intervista a “Il Foglio” del 10 febbraio 2010 intitolata Craxi e la sera della politica: «L’inchiesta di ‘Mani pulite’ è stata utilizzata dall’economia per liberarsi della politica. Quando l’inchiesta si conclude, la politica è distrutta, rasa al suolo… mentre l’economia ottiene la subordinazione della politica, la sconfitta dei sindacati, la fine dei contrappesi, l’aumento dei profitti, il controllo sociale. La svolta liberista in Italia si concretizza con ‘Mani pulite’ e con la sconfitta dell’autonomia della politica». Il giudizio di Sansonetti – che viene pure riportato, assieme a quello di altri commentatori e pensatori nel saggio di Roberto Chiarini La memoria maledetta di Bettino Craxi (Casa editrice Le Lettere) – risulta ancor più significativo perché spiega a tanti ignavi compagni, seguaci del verbo giustizialista, che la questione morale è stata utilizzata «non per mettere un freno all’invadenza della politica, ma per delegittimarla e privarla della sua funzione». Altro che «normale operazione di pulizia»! La nuova antipolitica – come sopra richiamato – nasce da qui e non ci abbandonerà più.

La distruzione dei partiti e il ruolo della magistratura

Come corollario seguirà la distruzione dei partiti. In un racconto postumo, il giornalista e scrittore Pierluigi Battista spiegherà: «Una delle cose più stupide predicate in questi decenni è stata il disprezzo dei partiti. I partiti erano quel che erano… ma le sezioni dei partiti erano cose serie, lì ci si riuniva, si andava la sera, dopo il lavoro, si discuteva, ci si confrontava, si litigava. La sezione di partito era un corpo intermedio pieno di vita, un punto di riferimento, un luogo caro a cui appartenere» (“Corriere della Sera”, 8 marzo 2018). Poi tutto svanirà, avremo la solitudine di massa, una «folla solitaria» come la definì il sociologo David Riesman. Tutto risulterà «disintermediato», senza corpi intermedi tra l’elettore e le istituzioni, tra il popolo e chi decide, insomma sedi reali di confronto per il cittadino. Sulla politica dominerà il mezzo televisivo, i dibattiti – col popolo solo ascoltante e guardante – si svolgeranno nei talk show; per quella folla solitaria resterà Internet «a collegare gli scontenti, ad alimentarli, a rinfocolarli» aggiunge Aldo Cazzullo (stesso giornale, stesso giorno).

Quest’opera trovò allora un alleato potente e determinante nella magistratura, che intravide la possibilità di una riaffermazione del proprio ruolo, anche al di sopra del quadro costituzionale: una ricerca curata dal giornalista de “L’Espresso”, Stefano Livadiotti e pubblicata da Bompiani nel 2009 con il titolo Magistrati, l’ultracasta (Bompiani) descrive le ambizioni eccessive di questo mondo, che aveva mal sopportato l’iniziativa promossa dai radicali e dai socialisti con il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati poi approvato – sull’onda del caso Tortora – dalla grande maggioranza degli italiani. Questi due poli, quello mediatico/finanziario – di cui inizialmente furono parte molto attiva le reti berlusconiane – e quello giudiziario, trovarono poi nella manodopera politica disponibile degli utili interlocutori: dal ribellismo leghista al massimalismo giustizialista, fino al revanscismo fascio/comunista plasticamente rappresentato dalle comuni operazioni di piazza contro il capro espiatorio designato, tra cui spicca il lancio di monetine contro Bettino Craxi il 30 aprile 1993, definito da parte della stampa «l’episodio simbolo di Mani Pulite» in cui «il leader del Psi viene affrontato da una folla inferocita che urlava ‘Ladro’». Successivamente l’ambasciatore e storico Sergio Romano, intravedendo l’imporsi sempre più marcato di una menzogna, con tratto inconsolabile ma realistico scrisse in un saggio del 1995 intitolato meditatamente Finis Italiae: «Gli italiani stanno addebitando Tangentopoli a Bettino Craxi e a qualche centinaio di uomini politici, imprenditori, funzionari. Sanno che è una bugia, ma cederanno probabilmente alla tentazione di credervi per assolversi in tal modo da questo peccato. E dopo, temo, avranno un’altra ragione per disprezzarsi».

Come ai tempi di Cicerone

Per tornare al lavoro di Mattia Feltri, tra il 1991 e il 1994 il dado era tratto, specialmente per la magistratura che si mosse sulla base di calcoli politici, come ai tempi di Verre/Cicerone. Annusò nell’aria le difficoltà della coalizione di centro-sinistra al governo, allora guidata da Craxi, Andreotti e Forlani, definita sbrigativamente CAF: prima con il referendum sulla preferenza unica del 1991, vinto dai referendari nonostante la richiesta di disimpegno dal voto delle forze governative, poi con le elezioni dell’aprile 1992 che segnarono una flessione, pur non drammatica, del quadripartito DC-PSI-PSDI-PLI. Qualche anno dopo, nel 1998 il procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio – il quale, a testimonianza palmare della politicizzazione di quella magistratura, sarà poi eletto parlamentare nelle liste dei Democratici di Sinistra, come peraltro il collega e animatore di ‘Mani pulite’ Antonio Di Pietro lo era stato del PDS nel 1987 su designazione del leader ex-comunista Massimo D’Alema – dichiarerà spavaldamente: «Quando dopo le elezioni del 1992 capimmo che quel quadripartito non avrebbe raggiunto la maggioranza in Parlamento, intuimmo che era il momento di dare un’accelerazione all’inchiesta». Accelerarono dunque, tra arresti quotidiani e suicidi degli indagati, per giungere ai capi, ai Forlani e ai Craxi ora in difficoltà (Verre docet). Eppure il quadripartito nel 1992 aveva ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento grazie a 19 milioni di voti: come ha ricordato spesso l’on. Ugo Intini, nel ventennio successivo mai nessuna coalizione vincente avrebbe ottenuto un risultato in voti popolari così elevato! Eppure allora – nonostante i 331 seggi al Camera dei Deputati su 630 componenti e 167 al Senato su 315 che poi portarono alla fiducia per il Governo Amato con complessivi 503 voti favorevoli contro 422 tra contrari e astenuti – una vasta campagna mediatica dichiarò delegittimato quel Parlamento e la famosa «accelerazione» delle inchieste fece il resto.

Il funesto circo mediatico-giudiziario

Ecco perché di fronte a quei numeri elettorali e parlamentari, più di un commentatore ha potuto definire «golpe mediatico-giudiziario» quel complesso di eventi che portarono traumaticamente alla fine della ‘prima Repubblica’. Sul punto si veda anche l’agghiacciante resoconto di Daniel Soulez Larivière Il circo mediatico-giudiziario (Liberilibri), tanto che, anni dopo, un prestigioso studioso progressista come Michele Salvati nel suo saggio Tre pezzi facili sull’Italia (il Mulino) – ebbe a definire «un fatto unico in Europa» la scomparsa dei partiti democratici di governo, «un’esito che solitamente si associa a traumi ben più gravi, a guerre e rivoluzioni». Molti presunti inflessibili difensori della Costituzione repubblicana assistettero senza fiatare, anzi in molti casi assecondarono, l’eliminazione delle forze politiche repubblicane che avevano provato a portare l’Italia sulla strada della libertà e della crescita sociale: i tratti dell’operazione furono sbrigativi e maneschi, a partire dall’uso della carcerazione preventiva a scopo confessorio, dimentichi del richiamo antico dell’illuminista Pietro Verri: «carcerari idest torqueri», carcerare è uguale a mettere sotto tortura, altro che ‘mani pulite’.

Peggiori di Hitler

Qualcuno potrebbe giudicare sproporzionate queste parole se non avesse visto in diretta o esaminato bene quella transizione agitata. Ma per dire del clima dissennato di quel periodo basterà ricordare quanto scritto il 3 maggio 1995 sul “Corriere della Sera” da Giuliano Zincone: egli, denunciando l’inquietante clima politico- giudiziario che aleggiava sul nostro Paese, riferirà di una inchiesta svolta presso gli studenti universitari di Perugia. Richiesti di indicare il personaggio più odioso e ripugnante di tutta la storia dell’umanità, questi figli del sonno della ragione scartavano Giuda o Nerone, Caino o Pol Pot, Erode o Stalin: al primo posto collocavano l’ineffabile Andreotti, al secondo Craxi, il cinghialone, buon terzo nella graduatoria dei mascalzoni ecco Adolf Hitler. Ma che giovani ‘studiosi’ aveva partorito il vento fustigatore dell’operazione denominata ‘Mani pulite’? Tuttavia il problema non era solo dei giovani: anche un maturo pensatore come Gianfranco Miglio – giurista, politologo, docente universitario, al tempo ideologo della “Lega Nord” – dopo esser caduto in «bestialità terrificanti» come quella di sostenere che ”Hitler commise degli errori di stile”- lo rammenta Gian Antonio Stella sulla rivista “Sette” del 22 marzo 2018 – «mentre scoppiava Tangentopoli arriverà a dire che ”il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola”».

Così i leader democratici più emblematici della prima Repubblica vennero trascinati nella condanna e sistematicamente criminalizzati. Ci si accanì soprattutto con Bettino Craxi, rifugiatosi all’estero in Tunisia, come nella storia dovettero fare tanti altri ‘fuoriusciti’ di fronte alla spietatezza degli avversari: a chi non visse quella temperie vale rammentare – sempre grazie al resoconto di Feltri – anche l’implacabile apostrofe del candidato sindaco di Roma Francesco Rutelli che il 2 dicembre 1993, respingendo l’appoggio socialista che Craxi gli aveva pur offerto per la competizione contro il missino Gianfranco Fini, replicò sprezzante: «Voglio vedere Craxi consumare il rancio nelle patrie galere»!

«La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica». E una politica di sinistra

Quando il danno irreparabile alla persona e a quello che rappresentava era stato ormai fatto, proverà lo stesso citato magistrato D’Ambrosio a metterci una pezza con un’intervista a “Il Foglio” del 22 febbraio 1996, dichiarando che «la molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica». Parole che dovevano esser dette prima, non dopo l’annientamento. Alla turba e ai nuovi capipopolo, convenne considerarlo – testualmente – un «criminale matricolato», dedito agli affari personali e ad una vita dorata: solo nel rovesciamento di regimi dispotici corrono frasari del genere, inconcepibili per una personalità democratica come Craxi, uno dei premier repubblicani più affermati, oltre che autorevole vicepresidente dell’Internazionale Socialista. Craxi sarà bersagliato e infamato da neofascisti, leghisti e da risentiti giustizialisti, ma con particolare scherno da sinistri forcaioli che volevano disfarsi di un concorrente invadente. Sarà Piero Fassino, dapprima dirigente PCI e poi dei DS e del PD, a rimettere le cose a posto, a dramma consumato purtroppo. Nel suo libro del 2003 Per passione” (Rizzoli) definirà Craxi «uomo profondamente di sinistra», aggiungendo in schietta autocritica che «il Pci negli anni ’80 non appare capace di affrontare il tema della modernizzazione dell’Italia, spingendo così ceti innovatori e produttivi verso chi, come Craxi, dimostra di comprenderli». Altro che criminale! E tutt’altro che uomo pronto a porsi nella mani o addirittura alla guida di una deriva di destra, secondo l’affermazione di taluni; un altro ex dirigente comunista come Claudio Petruccioli la considererà solo una malevola insinuazione: in una intervista alla rivista “Mondoperaio” del gennaio 2012 dichiarerà che «Craxi è sempre stato e soprattutto si è sempre considerato un uomo della sinistra». E anche tra i più capaci: il suo governo – asserirà un leader storico del PCI come Emanuele Macaluso in una intervista a “La Stampa” del 21 gennaio 2006 – va considerato «fra i migliori che abbia avuto l’Italia». Irriducibile nell’avversione a Craxi resterà Eugenio Scalfari: ma cosa ci si può aspettare da un famoso giornalista che su “la Repubblica” del 9 marzo 2018 all’interno di un commento sui pessimi risultati delle elezioni politiche fisserà come punto di partenza e di merito testualmente quanto segue: «La sinistra moderna [sic!] cominciò con Tangentopoli nella Procura di Milano nel 1992. In cinque anni – continua Scalfari – venne smontato il sistema politico». Bel risultato, potremmo dire, se sotto quelle macerie è finita la tradizionale ma partecipata vita democratica del Paese, insomma «quella Repubblica» – scrive nello stesso mese lo storico Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” del 31 marzo 2018 – «che pure aveva dato agli italiani gli anni forse migliori della loro vita».

I moralisti con l’oro di Mosca in tasca

Riprendiamo il filo. Mattia Feltri nel resoconto su L’anno del Terrore rivela la sua desolazione vedendo interi spezzoni della politica italiana incattivirsi nel lanciare ”il calcio dell’asino al leone ferito”, accanendosi nel soffiare sul fuoco della protesta accesa dal circuito mediatico-giudiziario. Di Rutelli abbiamo già detto; degli ex-comunisti, approdati nel 1991 al PDS, è intuibile l’ostilità verso il centro-sinistra storico: da Massimo D’Alema che invoca «una epurazione del ceto politico», al segretario Achille Occhetto che prova a smarcarsi da Primo Greganti, il famoso compagno G. procacciatore di tangenti, per rimarcare la loro estraneità al sistema di finanziamento irregolare; poi verrà la dichiarazione dell’insospettabile magistrato ‘di sinistra’ Gerardo D’Ambrosio: «I soldi li prendevano tutti» (“la Repubblica”, 27 ottobre 1999). È significativo il caso del PCI e degli ex-comunisti, sostanzialmente graziati dall’inchiesta ‘Mani pulite’. Eppure appartenevano all’area politica che intercettò il più largo finanziamento illecito (da loro pudicamente definito ‘aggiuntivo’) proveniente dalla sovietica casa-madre Russia, da cooperative italiane, assicurazioni, banche, aziende. Scrive al proposito Gianni Cervetti, responsabile amministrativo del PCI durante la segreteria di Berlinguer, dunque uno dei principali collaboratori del leader che pretese di legare il proprio nome alla ‘questione morale’: «Non c’è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fonti per finanziamenti aggiuntivi. Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua o, viceversa, insincera e ipocrita». Lo scrive in un libro dal titolo emblematico: L’oro di Mosca (Baldini&Castoldi). La tanto propagandata ‘questione morale’ di Berlinguer era servita: definita in pratica o superficiale o ipocrita. Rincarerà la dose Barbara Spinelli su “La Stampa” del 26 maggio 1993, aggiungendo che il finanziamento dei comunisti russi ai partiti ‘fratelli’ dell’Occidente è la vera colpa morale di quest’ultimi (altro che problemi «morali» da accollare agli altri): «Quelle decine di miliardi che ogni anno affluivano da Mosca erano tolti a popolazioni che non vivevano una povertà bella, ma un inferno di miseria senza fine».

Il giustizialismo della “Lega” e degli ex-neofascisti

Tiriamo il fiato e accenniamo ora ad altri soggetti. Parliamo in primis della “Lega”, di quelli pronti a sventolare cappi da forca in Parlamento per poi squalificarsi con le operazioni in diamanti in Africa e con la laurea comprata per il figlio del capo in Albania, proprio in una nazione tra le più vilipese dalla propaganda leghista. Erano passati nel frattempo dal fallimento CredieuroNord – banca di riferimento dei leghisti – a quello del mega villaggio vacanze “Skipper Residence” in Croazia e via via a tanti processi aperti contro dirigenti e amministratori regionali e comunali: su Google la voce «processi contro amministratori della Lega nord» occupa pagine e pagine… E cosa dire di un ex-neofascista come Gianfranco Fini, erede politico dei più esperti saccheggiatori pubblici del Novecento (si legga il capitolo Fascismo predone nel saggio di Sergio Turone Politica ladra – Storia della corruzione in Italia. 1861-1992), diventato grande esaltatore dell’operazione ‘Mani pulite’, per poi finire sotto inchiesta a sua volta per una miserabile vicenda di interessi famigliari?

Più lugubre resta ovviamente la pretesa di conquistare il potere con inni martellanti al ”nuovo ordine dell’onestà”, un inneggiare che nella storia – mutatis mutandis – ha accompagnato l’inizio di qualsiasi tirannia. Ritornano alla mente gli studi di Scienza della politica con la diffidenza del padre del liberalismo John Locke verso i criteri etici sbandierati con eccessivo favore: con preveggenza formidabile intuiva che potevano nascondere i germi della dittatura. Un esempio eclatante: partiti dalla predicazione forsennata contro la corruzione degli altri, movimenti come quelli fascisti e nazisti si sono poi rivelati come i regimi più putrefatti e corrotti di tutti. Lo storico Turone aveva appunto annotato che per quanto i sistemi democratici possano essere corrivi «è difficile superare l’impunita voracità dei gerarchi di un governo totalitario».

Due cangianti espressioni del mondo mediatico e economico

Torno ora alle nostre più prosaiche vicende e apro una breve nota incidentale dedicata al mondo mediatico ed economico segnalando le mosse di due insospettabili. C’è il giornalista Emilio Fede che si fa teorizzatore della bontà dei sommari processi mediatici e giudiziari, alle cui risultanze si dichiara «assolutamente favorevole»: con le reti berlusconiane sosterrà tra il 1992 e 1993 i mitici «momenti magici» (cioè la tecnica carceraria che sbloccava ogni tipo di confessione) dell’operazione ‘Mani pulite’, per poi passare sul fronte diametralmente opposto quando si tratterà di contestare la lena giustiziera degli inquisitori a caccia del padrone politico-mediatico-finanziario Silvio Berlusconi. Ma c’è un altro personaggio che fa un percorso zigzagante: è l’industriale-finanziere Carlo De Benedetti. Da critico arcigno della partitocrazia e difensore dei «magistrati indipendenti e coraggiosi che contribuiscono al rinnovamento dell’Italia» – come dichiara a “Le Nouvel Observateur” del 15 aprile 1993 – diventerà esponente interessato del sistema delle tangenti, come narrano le cronache del 16 maggio 1993; commenterà “Libération” del 17 maggio 1993: «… oggi quello che fa amaramente sorridere gli italiani non è che il quarto gruppo privato del Paese [quello di De Benedetti] sia a sua volta coinvolto negli scandali, ma è l’atteggiamento dell’Ingegnere, il ribelle del capitalismo italiano che si è sempre presentato come un incorruttibile». E invece…

Erano alleati e compagni di partito…

Ma veniamo ai partiti del centro-sinistra storico. Se degli oppositori si poteva capire l’acredine e il tornaconto politico, invece cosa dire di altri, appartenenti a partiti democratici che avevano retto insieme la ‘prima Repubblica’? Come giudicare una democristiana di lunghissimo corso come Rosy Bindi, che per ‘sbianchettarsi’ denuncia brutalmente la collaborazione DC-PSI come «patto scellerato»? O le dichiarazioni di Rosa Russo Jervolino contro i suoi amici democristiani: «Noi abbiamo in casa i ladri e questo è un fatto incontrovertibile»? E come giustificare il comportamento di Giovanni Spadolini che – in faccia al segretario del suo PRI, Giorgio La Malfa, caduto anch’egli sul finanziamento illecito dei partiti – si fa vessillifero frenetico della «questione morale» come «la più grande questione politica» d’ogni tempo?

Parliamo ora senza veli del PSI, il mio partito allora come oggi. Nella caccia al «cinghialone ferito», finiscono per inseguire Bettino Craxi anche leader storici e meno dell’area socialista. C’è in questo non solo un riprovevole decadimento della dialettica politica interna, ma anche quello che nella vita normale di una varietà di persone più estesa del prevedibile si caratterizza per particolare empietà; il duca de La Rochefoucauld nelle sue Massime (Marsilio Editori) esplorando l’angolo buio dell’amicizia, lo sintetizza così: «Nelle avversità dei nostri migliori amici noi scopriamo sempre qualcosa che non ci dispiace», lasciandoci travolgere dall’altrui accanimento verso il compagno in disgrazia. Così nel microcosmo socialista vedremo un personaggio come Enrico Manca – ex presidente RAI – invocare «drastiche e immediate decisioni». Ma su tutto si ergerà un capo storico come Giacomo Mancini, per il quale Craxi «non poteva non sapere», coniando un termine che poi la magistratura userà come capo d’accusa imprescindibile per condannare il segretario socialista: secondo Mancini è arrivata l’ora di fare piazza pulita. Quella di Mancini – commenta Feltri – «è una roba tristissima». Quando morirà l’8 aprile 2002 l’ANSA ricorderà le sue traversie giudiziarie con le Procure calabresi che l’accusavano di «aver concorso esternamente alle attività di alcune fra le cosche più influenti della “’Ndrangheta”». Mancini prima verrà condannato il 25 marzo 1996 dal tribunale di Palmi; dichiarata l’incompetenza territoriale di quel tribunale, sarà invece allora quello di Catanzaro ad assolverlo il 19 novembre 1999: il processo d’appello, fissato a fine giugno 2000, non ha mai avuto inizio… Mentre si accingeva a passare per questa temperie – dopo averne sperimentato altre negli anni ’70 del Novecento al grido di ”Mancini ladro” lanciatogli in faccia dalla marmaglia neofascista e veicolato da una campagna mediatica ostile, che avrebbero reso prudente ogni persona prima di accodarsi in futuro a qualsiasi campagna giustizialista – ecco invece Mancini non perdere l’occasione di mostrarsi un colpevolista eccellente ad altrui carico, concedendo al “Corriere della Sera” l’8 novembre 1992 un intervista in cui dichiarava che «per la vastità del fenomeno, i flussi di finanziamento li conosceva solo Craxi». Narra Feltri che «dopo quell’intervista i magistrati Di Pietro e Colombo lo chiamarono in procura a Milano». Mancini farà di più. Il 16 dicembre 1992 su “La Stampa” infligge a Craxi un’altra accusa: «di essere andato a Reggio Calabria ad attaccare i giudici che stanno facendo un oneroso lavoro contro la mafia». È qui che Feltri parla di «roba tristissima», riferendosi al calvario giudiziario che di lì a poco Mancini subirà proprio in Calabria e che non gli sarà risparmiato da questi ‘assist’ gratuiti lanciati ai magistrati: sembra un caso di sindrome di Stoccolma preventiva, un provare sentimenti positivi verso i propri aggressori.

Ecco altri personaggi socialisti annoverati nel libro di Feltri: c’è Giorgio Benvenuto che in un’intervista a “la Repubblica” del 1° maggio 1993, se la fa intitolare così: «Craxi? Mai più nelle liste del Psi». Seguirà un altro sindacalista socialista come Enzo Mattina che annuncia di voler «alzare con decisione la bandiera della moralità», straparlando addirittura di «Craxi-Gambadilegno». Infine in questo elenco pietosamente incompleto ecco i manifestanti dei ”Comitati di base socialisti” che invadono la sede nazionale del PSI al grido di ”ladri, ladri”. Il suicidio del PSI – dei suoi dirigenti e dei suoi militanti travolti e abbruttiti dalla marea mediatico-giudiziaria che li ha colpevolizzati indistintamente – è così completato.

Un ‘difensore’ dei diritti umani

Ma per chiudere questa carente e trista rassegna, va segnalato un personaggio di cui sentiremo parlare anche più avanti, come gentile difensore dei diritti umani: si tratta di Luigi Manconi, già militante di “Lotta Continua” e dei “Verdi”, infine approdato al PD. In una intervista a “Il Messaggero” del 2 luglio 1994, così parla di Craxi, rifugiato a Hammamet: «C’è qualcosa di cupamente grottesco nell’immagine di quell’uomo anziano e malato. Anche la malattia non lo fa apparire più fragile, e con ciò meno sgradevole. Al contrario. La sua sembra proprio quella che, nei racconti per adolescenti, è l’infermità dei ‘cattivi’… la malattia completa crudelmente l’immagine di un uomo che – in una torva solitudine – cova i suoi rancori; quel sarcasmo così appesantito, quell’aggressività così affannosa, rivelano qualcosa di intimamente ‘sporco’». E conclude con sentenziosità chirurgica: «È una manifestazione patologica. Da sempre le psicosi hanno pesato sulla politica».

Per fortuna c’è anche un po’ di clemenza

Per ridare decenza alle cose, a tanta crudezza contrapponiamo le parole clementi di un personaggio che generalmente non desta la nostra simpatia, ma che al dunque sa sovrastare tanti altri in umanità: ci riferiamo a Indro Montanelli. Il 1993 fu percorso anche dal fenomeno degli inquisiti suicidatisi. Di fronte alla morte ci si dovrebbe fermare, e invece ecco alzarsi il coro dei maramaldi. Al funerale di Gabriele Cagliari, presidente ENI suicida, «si è sentito – racconta Feltri – l’estremo saluto di alcuni rappresentanti della società civile, in attesa fuori dalla chiesa: ”Ladri!”. ”Vergogna!”. ”Nessuna pietà”. Molti i fischi». E mentre il citato ideologo della “Lega Nord” Gianfranco Miglio dichiara sprezzantemente: «…in fondo è un bene: vuol dire che c’è gente che di fronte alla prospettiva della casacca a righe, preferisce togliersi la vita», ecco alzarsi l’umanissimo monito di Montanelli: «Hanno preferito la morte alla galera e al disonore… Che i nomi di questi morti siano scritti in un albo d’onore che, avendo comunque pagato più del dovuto, l’onore se lo sono riguadagnato sul campo, e con esso il diritto al rispetto di tutti».

Una compagnia di pericolosi latitanti

Torniamo a Craxi. Morirà espatriato in Tunisia, in semplicità, fuori dagli agi e dagli ori immaginati dagli avversari. Ci ricorda per la solitudine che si autoimpose, un’altra personalità socialista, Camillo Prampolini, che negli anni del fascismo imperante dalla sua Reggio Emila – che l’aveva visto grande leader riformista – riparò a Milano a fare l’impiegato qualsiasi. Mauro Del Bue ne ha tratteggiato la figura con affettuosa partecipazione sulla rivista “Mondoperaio” dell’aprile 2017: mentre tutti correvano dietro ai vincitori, compresi gli ex-compagni di lotta, egli si ritirò a vivere e morire in solitudine.

Così Craxi. Nonostante sia morto di malattia, per anni in sofferenza e lontano dal suo Paese, resterà ancora per una parte dell’opinione un pericoloso ‘latitante’. Bettino Craxi è comunque in buona compagnia. ‘Latitanti’ (secondo il gergo tecnico-carcerario), ‘fuoriusciti’, ‘rifugiati’, ‘esuli’ (nel lessico letterario più gentile) furono Garibaldi, Turati e Pertini. Ma il contumace più illustre fu addirittura il Padre della nostra lingua, finito per ritorsione sotto «accusa di concussione». Dante Alighieri, che come priore aveva ratificato una condanna contro tre banchieri papali, fu a sua volta perseguito dopo che papa Bonifacio VIII riprese il controllo di Firenze. «Fu giudicato colpevole di aver ricevuto denaro in cambio dell’elezione dei nuovi priori, di aver accettato percentuali indebite per l’emissione di ordini e licenze a funzionari del Comune e di aver attinto dal tesoro di Firenze più di quanto correttamente dovuto», come testualmente riporta la ricerca di Carlo A. Brioschi Breve storia della corruzione (TEA Editori). Dante non si presentò al processo – si difese dunque dal processo – e fu condannato in contumacia: se fosse entrato nel territorio fiorentino «sarebbe stato mandato al rogo; fu così che a 37 anni Dante intraprese la strada dell’esilio», della ‘latitanza’ avrebbero detto altri nella parlata tribunalesca.

Tragedie e volubilità della ‘giustizia’ umana

Abbiamo fantasticato nel fare gli accostamenti? No. A proposito di ‘Tangentopoli’ ancora ci sovviene l’agghiacciante osservazione di un personaggio che ha conosciuto la durezza di un regime oppressivo, l’ex dissidente sovietico Vladimir Bukowski, che così, il 14 ottobre 1995, descriveva la presunta ‘rivoluzione’ giudiziaria italiana degli anni ’90: «’Mani pulite’ si rifà al grande terrore staliniano del 1937-’38, al quale è paragonabile per lo stile se non per l’ampiezza».

Ma anche in tempi più quieti, la storia è colma di vessazioni illiberali e di tante volubilità nelle sentenze dei tribunali che ad esempio avevano fatto scrivere a Voltaire: «Se a Parigi ci fossero 25 camere di giudici ci sarebbero 25 giurisprudenze diverse». Così era allora, così è oggi. Ce l’ha ricordato – riandando a quella valutazione volterriana – l’ex magistrato Ferdinando Imposimato, scrivendo un articolo sull’ “Avanti della domenica” del 3 maggio 1998 intitolato «Giustizia, la riforma non decolla» col quale ammetteva drammaticamente che «le cose non sono affatto mutate da allora». Questo per significare che le valutazioni e anche le sentenze emesse in una certa temperie, avrebbero potuto prendere un altro – se non addirittura opposto – verso in tempi e circostanze diverse. Imposimato continua il suo ragionamento citando Cesare Beccaria: «Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o di una cattiva logica del giudice, dipenderebbe dalle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice con l’offeso…». Potremmo quindi concludere – appoggiandoci sull’autorevolezza del professor Francesco Galgano – che il diritto «non si sa bene su cosa si fondi» e che addirittura «il diritto è il rovescio del buon senso» (cfr. Francesco Galgano, Il rovescio del diritto, Giuffrè Editore).

Anche le leggi, come le sentenze, risentono delle circostanze e dell’evoluzione delle idee umane. Lo sostiene un padre della nostra Costituzione, Piero Calamandrei: «Cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che cosa morta» (in Marco Cappato, Credere, disobbedire, combattere, Rizzoli). Per cui quello che è reputato delittuoso in un certo periodo, può essere considerato giusto in altro, e viceversa. Oggi Dante non sarebbe assolutamente considerato un ladro…! Ma venendo a vicende più minute e contingenti, anche i processi di Tangentopoli se venissero celebrati ora – solo a pochi lustri di distanza – potrebbero prendere altra direzione, pur celebrandosi almeno formalmente nello stesso quadro costituzionale. Conta lo spirito del tempo, l’aria che tira. È cosa antica: fin dai tempi di Socrate in teatro come in tribunale non conta la realtà ma come essa viene rappresentata e percepita. Tutto è umano e volubile, non ci sono atti intangibili d’origine divina né di valore eterno.

Il fallimento e il riscatto di una Nazione

In conclusione, la sorte di Craxi invoca sempre più il dispiacere delle persone ragionevoli. Un giovane storico ha raccolto e commentato le carte scritte da Craxi pubblicandole sotto il titolo Io parlo e continuerò a parlare: note e appunti sull’Italia vista da Hammamet (Mondadori): è il libro curato da Andrea Spiri, che per professione e vocazione è impegnato «nell’analisi dei processi di delegittimazione dell’avversario nelle culture politiche». Leggiamolo.

Ma anche tra gli irriducibili colpevolisti, aveva aperto la strada al ripensamento un personaggio come l’ex-magistrato e poi parlamentare di PCI, PDS e DS, Luciano Violante, che in una intervista al “Corriere della Sera” del 5 aprile 2007 intitolata «Sbagliammo. Craxi capro espiatorio», definì un errore l’aver fatto di Craxi appunto «un capro espiatorio sull’altare del codice penale». In seguito, un numero sempre maggiore di osservatori democratici si è sempre più interrogato sulla «pessima prova» data dagli italiani, rimeditando le accorate osservazioni di Norberto Bobbio formulate subito nei primi anni ’90. Il grande filosofo su “La Stampa” del 20 gennaio 1993 aveva infatti scritto: «La ‘prima Repubblica’ è proprio finita. Non lo dico, come la maggior parte degli italiani, con un sospiro di sollievo o addirittura con aria di trionfo. Lo dico con un senso di amarezza, non perché creda che non meriti di fare la fine ingloriosa che ha fatto o sta facendo, ma perché una conclusione così miseranda è l’espressione del fallimento di tutta intera la nazione, e non solo della classe politica che è ormai continuamente e rabbiosamente messa sotto accusa da parte di coloro che per anni l’hanno sostenuta e le hanno offerto il consenso necessario per governare. Come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto, bisogna riconoscerlo, una pessima prova».

Porre rimedio a quella infausta «prova», cercare di non ripeterla, resta il compito di una politica mite, democratica e partecipata. Del resto qui abbiamo parlato di una storia, ma non come fosse un ‘amarcord’ inerte: no, nel segno di Benedetto Croce, sappiamo che la storia è sempre storia contemporanea e serve – come ribadisce il politologo A. Panebianco – «a cercare lumi nel passato per comprendere cosa sia meglio fare nel presente». Comprendendo, ad esempio, che le operazioni mediatico-giudiziarie dissennate, possono essere dannose per la stabilità democratica ed economica del Paese. Il professor Fadi Hassan, nato a Pavia da genitori siriani, docente di macroeconomia internazionale presso il Trinity College Dublin – considerando che il dato per cogliere la traiettoria economica del nostro Paese è il PIL pro capite in relazione agli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto – ha rammentato sul “Corriere della Sera” del 6 aprile 2017 che «nel 1991 il nostro reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%. E’ lo stesso livello – commenta – che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni».

Nicola Zoller
(collaboratore della storica rivista “Mondoperaio”, fondata da Pietro Nenni)

Riferimenti bibliografici:

-Mattia Feltri, Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite, Marsilio, Venezia, 2016.
-Paolo Mieli, In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia, Rizzoli, Milano,2016.
-Carlo M. Cipolla, (a cura di), Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi, Il Sole 24 Ore-Mondadori, Milano, 1995.
-L. Federico Signorini-Ignazio Visco, L’economia italiana, il Mulino, Bologna, 1997.
-Roberto Chiarini, La memoria maledetta di Bettino Craxi, in Nuova Storia Contemporanea, n. 6/2015, Casa editrice Le Lettere, Firenze.
-Stefano Livadiotti, Magistrati, l’ultracasta, Bompiani, Milano, 2009.
-Sergio Romano, Finis Italiae, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1995.
-Daniel Soulez Larivière, Il circo mediatico-giudiziario, Liberilibri, Macerata,1994.
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-Piero Fassino, Per passione, Rizzoli, Milano, 2003.
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-Carlo Alberto Brioschi, Breve storia della corruzione, TEA Editori, Milano, 2004.
-Francesco Galgano, Il rovescio del diritto, Giuffrè, Milano, 1991.
-Marco Cappato, Credere, disobbedire, combattere, Rizzoli, Milano, 2017.
-Bettino Craxi, Io parlo e continuerò a parlare: note e appunti sull’Italia vista da Hammamet, a cura di Andrea Spiri, Mondadori, Milano, 2014

Governo M5S? No del Pd a donazioni di sangue

Maurizio Martina nella sede del Pd durante conferenza stampa sui risultati delle elezioni amministrative, Roma 12 giugno 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Maurizio Martina nella sede del Pd durante conferenza stampa sui risultati delle elezioni amministrative, Roma 12 giugno 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

I numeri, non ci sono i numeri. Così sia i grillini e sia i leghisti hanno bussato alla porta del Pd per sostenere un loro governo. Si cercano i “donatori di sangue”. Le elezioni politiche del 4 marzo hanno decretato vincitori i due partiti populisti, ma né Luigi Di Maio né Matteo Salvini hanno conquistato una maggioranza di seggi in Parlamento per governare. Il capo politico del M5S, rotta la passata linea grillina dell’autosufficienza, vuole guidare il nuovo governo cinquestelle ed intende “parlare con tutti”.
Forte del 32,6% dei voti ottenuti, punta prima di tutto ad un’intesa con il Pd sconfitto e derenzizzato: la votazione in Parlamento del Documento di economia e finanza (Def) «sarà l’occasione per trovare le convergenze con le altre forze politiche». La concorrenza con il Carroccio è forte. Ma se il M5S è diventato il primo partito italiano, Salvini può mettere sul tavolo il 37% dei voti conquistati dal centro-destra a trazione leghista, perché il Carroccio con il 17,3% dei consensi ha sorpassato di tre punti Forza Italia di Silvio Berlusconi. Il pressing di Salvini sui democratici traumatizzati dalla disfatta elettorale è stato deciso, forse un po’ minaccioso e breve: prima l’invito «a fornire una via d’uscita al Paese», poi il dietrofront perché «mai nella vita governerò con Renzi».
Tutto il Pd e la sinistra respingono un accordo con il centro-destra per i programmi inconciliabili, ma in molti danno il disco verde ad un’intesa con i cinquestelle. Gustavo Zagrebelsky, già animatore a sinistra della campagna per il no alla riforma costituzionale del governo Renzi, con simpatie verso “la rivolta” contro le élites che ha dato la vittoria ai grillini, è favorevole ad un’intesa tra il M5S e il Pd. L’ex presidente della Corte Costituzionale ha precisato al ‘Fatto Quotidiano’: «La direzione è quella. Ma ci vorranno tempi lunghi. Quindi avremo modo di riparlarne». Massimo D’Alema, esponente di Liberi e Uguali (un flop con il 3,3% dei voti), non rieletto parlamentare nel suo collegio del Salento, considera inevitabile il confronto tra il Pd e il M5S. Al ‘Corriere della Sera’ ha sottolineato: «Lì c’è un pezzo del nostro mondo», cioè gli elettori delusi che hanno voltato le spalle al centro-sinistra.
È una brutta gatta da pelare per il Pd crollato al 18,7% dei voti dal 40,8% conquistato nelle elezioni europee del 2014 e dallo stesso 25% spuntato da Pier Luigi Bersani nel 2013. Renzi, dimessosi da segretario dopo la disfatta, dà però la linea politica: ha bocciato ogni tipo di alleanza sia con i cinquestelle sia con il centro-destra: «Il Pd non sarà mai il partito-stampella di un governo di forze anti-sistema». Ha assicurato: «Saremo all’opposizione». Il Pd non vuol fare il donatore di sangue e ancora una volta l’ha seguito: il 12 marzo la direzione democratica ha ricevuto le dimissioni, ha approvato la relazione di Maurizio Martina sulle stesse posizioni (appena 7 astensioni su 120 componenti) dell’ex segretario ed ex presidente del Consiglio. Il vice segretario del Pd con compiti di reggente ha definito “inequivocabile” la sconfitta del partito. Ha sfidato i vincitori: «A Lega e Cinquestelle dico: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità».
Nel Pd non tutti la pensano così. In molti guardano con interesse all’appello di Sergio Mattarella al “senso di responsabilità” verso l’Italia e all’abbandono degli “egoismi”. Michele Emiliano ha dato ragione al presidente della Repubblica e ha proposto di concordare un programma e di sostenere “dall’esterno” un governo a cinquestelle. Anche altri esponenti del Pd, per ora in silenzio, la penserebbero come il presidente della regione Puglia.
Davanti al Pd si presenta un pericoloso percorso ad ostacoli. Scartata l’ipotesi di sostenere un esecutivo grillino per passare all’opposizione, rischia un accordo M5S-Lega, oppure le elezioni politiche anticipate già nel prossimo autunno. Dal possibile “stallo” potrebbe spuntare anche un “governo del presidente” o istituzionale al quale la direzione del Pd ha dato il disco verde in nome dell’”interesse generale”, tuttavia Di Maio ha già respinto l’idea: «Noi non contempliamo nessuna ipotesi istituzionale e di governo di tutti». Il capo dei cinquestelle fa rullare i tamburi delle elezioni anticipate: «Tornare a votare? Questo non ci spaventa».
Ma siamo solo all’inizio di un accidentato percorso politico al buio. Il 23 marzo verranno eletti i presidenti della Camera e del Senato: se come propone Salvini saranno scelti uomini della Lega (Roberto Calderoli?, Giancarlo Giorgetti?) e del M5S (Emilio Carelli?, Danilo Toninelli?) saranno segnali per una intesa forse non solo tattica tra le due forze populiste.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

MIEI PRODI

insieme apre

Una reazione come quella che c’è stata alle sue parole di sabato? “Non me l’aspettavo. Perché come tutte le cose che ti vengono naturali uno si aspetta che siano accolte anche in modo naturale da chi ti ascolta”. Così l’ex premier, Romano Prodi, a margine della presentazione di alcune iniziative della sua Fondazione, torna a parlare del suo intervento a Bologna alla manifestazione della Lista Insieme.

“Non me l’aspettavo. Però non è stato certo equivocato quello che ho detto. Non posso neanche accusare i giornalisti”, ha scherzato il professore aggiungendo: “Mi auguro che l’Italia possa rapidissimamente avere un governo con un ruolo, stavo dicendo forte, no… Ma il ruolo che le spetta perché siamo un grande Paese nonostante i problemi”. “Poi questo – ha aggiunto Prodi – lo vedremo il 5-6 marzo, non prima. Ma c’è bisogno dell’Italia dopo una brexit che ha tolto il senso della pluralità in Europa. Mi auguro per l’Italia un ruolo certamente maggiore e più concreto”.

Sulle parole di Prodi è tornato a parlare il segretario del Psi Riccardo Nencini. “Le parole di Prodi – ha detto Nencini – hanno fatto breccia così fortemente che oggi leggo le dichiarazioni al fulmicotone di D’Alema contro Prodi. La verità è che uno dei 3 poli, quello del centrosinistra, corre con la zavorra di Liberi e Uguali che nei collegi uninominali sortirà l’effetto di avvantaggiare i candidati di centrodestra. Spero che il danno non sia superiore a ciò che cominciamo a vedere. D’Alema dice che Prodi voterà per Renzi e Casini perché non arriveremo al 3%? Vuol dire che D’Alema ha dei sondaggi che noi non abbiamo, noi siamo molto più ottimisti di lui”. E sul premier, Nencini ha aggiunto: “Paolo Gentiloni è un’ottima opportunità. Quella del centrosinistra – ha spiegato – è una squadra come il Milan di Sacchi, gioca con più punte, non ha soltanto Van Basten. Gentiloni è sicuramente un’ottima opportunità. La cosa certa è che nessuno dei tre fronti avrà da solo la maggioranza assoluta. Guardando i sondaggi, non escludo che potrebbe esserci una maggioranza parlamentare con Lega, Fdi e M5s, cosa che porterebbe l’Italia lontana dall’Ue, lontana dall’area Euro, che ci metterebbe in una posizione difficile da sostenere in politica estera: molto più filo-russi, vicini a Putin di quanto l’Italia non sia mai stata, con un grosso danno per la nostra economia, per i posti di lavoro e il canone culturale a cui l’Italia si ispira”. A D’Alema risponde anche Giulio Santagata, promotore e candidato della Lista Insieme: “Nnon si preoccupi del risultato di Insieme, poiché con il sostegno di Romano Prodi supereremo certamente la soglia del tre per cento. E, comunque, preferiamo che i nostri voti si sommino a quelli del centrosinistra piuttosto che dare una mano alla destra. Infine, ci fa molto piacere che D’Alema, uno degli storici responsabili delle divisioni del centrosinistra, condivida con noi l’obiettivo di fare di tutto per riunirlo. Ci concederà, tuttavia, che averlo diviso non rende più facile il cammino”.

Oggi il premier ha annunciato un decreto “che aumenta la fascia di reddito per le persone over 75 esentate dal pagamento del canone della Rai” estendendo la gratuità dell’imposta dalle attuali 115 mila a 350 mila persone. Ma a dodici giorni dalla fine della campagna elettorale, a tenere banco sono ancora i temi delle alleanze post voto e degli endorsement per Palazzo Chigi. Questa mattina a ‘Circo Massimo’ su Radio Capital Massimo D’Alema è tornato ad incalzare il Pd sostenendo sia “lunare pensare” che il partito di Matteo Renzi “possa vincere” le elezioni. Poi ha attaccato Renzi sulle alleanze e infine rivolgendosi a Prodi, ha detto: “Non si può votare Gentiloni”, anche perché “non si vota per Gentiloni ma per Renzi”, e allora “a Romano dico con grande amicizia che voterà per Casini e per Renzi, ritengo che non sia utile ne’ al paese ne’ al centrosinistra”. Sulle parole del professore è tornato anche il presidente del Senato, Pietro Grasso, sostenendo che “se Renzi ha detto che bisogna turarsi il naso anche per votare il Pd non c’è dubbio che anche Prodi si dovrà turare il naso per votare, a Bologna, Casini e non  Errani”.

E su Prodi tona a parlare anche il segretario del Pd Matteo Renzi: “Prodi ha detto che è successo una cosa molto importante: c’è una sinistra, di D’Alema, che ha fatto la scissione rischiando di far vincere la destra, e a fronte di questo ha detto parole chiare sulla presenza di una coalizione di centrosinistra e io non posso che essere contento”. Parola alle quali si aggiungono quelle di Matteo Orfini: “Prodi è sceso in campo per il centrosinistra, è quello che conta. E’ un’ottima notizia e lo ringrazio. La battaglia elettorale la stiamo facendo insieme. E il successo del centrosinistra dipende da come andrà il Pd. Abbiamo voluto costruire un’alleanza con altri e meglio vanno anche gli altri e meglio andremo noi”.

Il presidente del Pd, Orfini, intervistato da ‘Repubblica’, commentando la scelta del Professore di votare Insieme ha detto che “l’importante in questa fase è che tutti diano un contributo per arginare la destra di Salvini e i 5Stelle di Di Maio. Non sottilizzerei sulle articolazioni del centrosinistra: l’importante è combattere dalla stessa parte”.

Fassino, Ds superstite del Pd renziano in crisi

Tenace, meticoloso, sensibile, iroso. Piero Fassino pare destinato a restare sempre da solo in trincea. Nel 2001 prese sulle sue spalle i malandati Ds. Walter Veltroni si era dimesso da segretario per fare il sindaco di Roma e Massimo D’Alema si era dedicato alla politica internazionale dopo le sconfitte elettorali patite da presidente del Consiglio. Fassino divenne segretario, si prese le critiche dei massimalisti girotondini, e “pedalò”. Rimise in sesto il partito e lo portò alla fusione con la Margherita di Francesco Rutelli. Così nel 2007 nacque il Pd, la speranza del centro-sinistra. Veltroni rispuntò: lasciò il Campidoglio e divenne il primo segretario dei democratici.

Ora la storia si ripete. Fassino è praticamente rimasto l’unico esponente del gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds a restare nel Pd con il segretario Matteo Renzi. D’Alema si è candidato come senatore nel Salento per Liberi e uguali, la lista di sinistra guidata da Pietro Grasso. Veltroni è restato nei democratici ma è defilato, si dedica a scrivere libri e a fare il regista. Fabio Mussi, Claudio Petruccioli, Livia Turco, Cesare Salvi sono scomparsi dai radar della politica (Marcello Stefanini è morto oltre 20 anni fa). Fassino è l’unico superstite ex Ds del Pd renziano. In particolare è il solo superstite del gruppo dei quarantenni berlingueriani artefici nel 1989-1991 della difficile metamorfosi del Pci nel Pds, il cambiamento di nome e di identità del partito realizzato da Achille Occhetto dopo il crollo del comunismo.

Fassino, invece, è restato nel Pd e si è candidato in Emilia, la regione “rossa” nella quale avrà una sfida più o meno complicata e ravvicinata con l’emiliano Pier Luigi Bersani, candidato invece per Liberi e Uguali, anche lui uscito dal Pd da sinistra contestando la “subalternità” di Matteo Renzi alle “proposte della destra”. Fassino è prezioso per Renzi: è l’unico uomo nel partito in grado di tamponare l’emorragia di voti di sinistra verso Liberi e Uguali, verso l’astensione e verso la protesta grillina. L’ex sindaco di Torino, ex ministro della Giustizia e del Commercio estero, ha fatto di tutto prima per evitare la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza e poi per costruire una alleanza di centro-sinistra con la quale affrontare le elezioni politiche del 4 marzo. Ma la sinistra di Liberi e Uguali ha bocciato ogni tipo d’intesa. L’incarico di mediatore, affidatogli da Renzi, è fallito nell’obiettivo di un grande accordo di centro-sinistra: comunque è nata una “piccola coalizione” con il Pd da una parte e dall’altra Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin. Una “piccola intesa” che potrebbe salvare l’onore del Pd renziano, dato dagli ultimi sondaggi in caduta intorno al 23% dei voti (si sommerebbe il 4% degli alleati minori).

Fassino, 68 anni, piemontese di Avigliana, ha una storia personale e familiare profondamente radicata a sinistra. Proviene da una famiglia socialista ed antifascista, suo nonno fu tra i fondatori del Psi, lui a 20 anni si iscrisse al Pci. Fu a lungo segretario della federazione comunista di Torino. Ha sempre avuto un’impostazione di sinistra riformista, anche quando si trattava di affrontare i problemi di Mirafiori e del colosso Fiat guidato da Gianni Agnelli. Un suo maestro fu il dirigente sindacale Aventino Pace che amava ripetere: «Quando in fabbrica c’è un problema o lo risolvi tu o lo risolve il padrone».

Adesso si sta impegnando nella campagna elettorale in Emilia, lontano dal suo Piemonte: «A Torino un lungo ciclo è giunto al termine. C’è una nuova generazione». È combattivo ma non vuole guerre a sinistra: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra».

È alto e magro: 1,92 centimetri di altezza per un peso di 66 chili. È molto sensibile al fascino femminile. Ha raccontato che il nervosismo gli blocca l’appetito: «Quando sono sotto stress perdo interesse per i sapori, sedermi a tavola diventa soltanto un atto che cerco di impormi, mi dimentico di mangiare». Ha raccontato: «Quanti pasti ho saltato quando il Pci si è sciolto nell’89 alla Bolognina, quando i Ds si sono uniti al Pd nel 2007, quando abbiamo perso alle elezioni del 2008…». Gli succedeva lo stesso a scuola da ragazzo: gli passava la fame quando doveva affrontare una interrogazione impegnativa alle medie o al liceo dai gesuiti. Ora il blocco allo stomaco si ripeterà in questa difficile campagna elettorale nella quale i suoi compagni di una vita sono diventati competitori e avversari.

Ma è tenace. Nel 2001 riuscì a salvare i Ds dalla disgregazione lanciando lo slogan «O si cambia o si muore». Adesso per il Pd renziano si presenta un rischio analogo, anzi maggiore, di sfaldamento.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

PASSO DI GAMBERO

interior view of a steel factory,steel industry in city of China.

Ennesimo rimando e ancora scontri sull’Ilva. Stamattina dopo l’incontro al Mise tra le delegazioni sindacali e Arcelor Mittal alla presenza del viceministro Bellanova si è deciso che l’incontro tra i leader di Fim, Fiom e Uilm e il viceministro allo Sviluppo, sarà aggiornato a lunedì prossimo, 5 febbraio. “Dobbiamo fare in modo – ha chiosato Rocco Palombella- che l’investimento proposto da Arcelor Mittal, che può assicurare il futuro produttivo ed occupazionale al gruppo Ilva, sia salvaguardato. Esistono i presupposti per tutelare lavoro, produzione ed ambiente. Bisogna fare in modo che diventino una realtà concreta utile a far crescere il settore manifatturiero e, di conseguenza l’intera economia nazionale. Come sindacato siamo impegnati a realizzare questa sfida”.
“Lunedì faremo un calendario degli argomenti, sapendo che l’ipotesi di accordo deve essere comprensiva delle nostre richieste su organici e ambiente. Definiremo l’elenco degli argomenti e i principi su cui sviluppare la discussione”, ha spiegato il segretario generale della Fim Marco Bentivogli. I tre leader sindacali indicano che sull’Ilva la trattativa è ancora lunga, considerando che in ogni caso un’ipotesi di accordo deve essere sottoposta alle assemblee dei lavoratori, la cui organizzazione all’Ilva richiede circa due settimane. “Accordi in due giorni – ha chiosato il segretario confederale della Cgil Maurizio Landini – non esistono in natura”
Non solo ci sono i nodi da sciogliere in ambito sindacale, ma quella sull’Ilva resta una partita di tutti contro tutti, a partire dallo scontro tra Governo ed Enti locali. Nei giorni scorsi il sindaco Rinaldo Melucci rincara la dose e la sua invettiva contro il Governo, mentre il governatore Michele Emiliano, afferma: “Tutta l’Italia deve sapere che questo governo non solo non ha fatto nulla per l’Ilva, ma sta anche provocando danni gravissimi a tutta la vicenda”. Il Presidente della Regione Puglia sottolinea comunque che l’esecutivo “non è quello che deve dire l’ultima parola su tutta la vicenda. Perché è un governo ormai con Camere sciolte e con elezioni già indette”.
Contro le istanze locali arriva l’invettiva di Confindustria Taranto che afferma: “Una fabbrica chiusa produrrebbe solo il triplice e devastante effetto di non tutelare più la produttività, l’occupazione e soprattutto l’ambiente, visto che
continuerebbe inesorabilmente ad inquinare, aprendo una pagina intollerabile per la città, in quanto ancora più difficile e dolorosa, come altri casi ampiamente documentati – come Bagnoli – vanno purtroppo a certificare”.
Un altro nodo è ancora la questione tra l’Antitrust europeo e l’Ancelor Mittal che nel frattempo registra un boom nei profitti. Le vendite per Arcelor sono andate a gonfie vele in tutte le aree del mondo e in tutte le divisioni, compresa quella mineraria, che produce ferro e carbone. Il fatturato è cresciuto di un quinto, a 68,7 miliardi di dollari, mentre l’utile netto è più che raddoppiato a 4,6 miliardi, un livello che non toccava da prima della grande crisi finanziaria.
Nel frattempo continuano i lavori a Taranto, ammonta a circa 300 mln il progetto di copertura dei parchi minerali all’Ilva di Taranto avviato oggi dall’impresa Cimolai. I 300 milioni sono a carico dell’investitore Am Investco. I commissari anticiperanno solo la parte necessaria all’avvio dell’opera, utilizzando i fondi della transazione Riva, confluiti in un prestito obbligazionario. La parte anticipata sarà poi rimborsata da Am Investco. La gestione commissariale Ilva ha provveduto ad effettuare la caratterizzazione ambientale dell’area dei parchi minerali e laddove saranno scavate le fondazioni. La stessa amministrazione straordinaria costruirà anche la barriera idraulica che servirà a mettere in sicurezza la falda sottostante l’area dei parchi. Ci sara’ in proposito anche un monitoraggio continuo. La barriera idraulica è stata ritenuta valida come progetto ed approvato dal ministero dell’Ambiente. Luigi Cimolai, presidente dell’omonimo gruppo industriale specializzato nel settore, ha garantito sul rispetto dei 24 mesi nella consegna dei lavori. “Ci siamo attrezzati ed abbino prefigurato l’organizzazione necessaria a stare nei tempi fissati” ha detto Cimolai nella conferenza stampa di oggi a Taranto.
Ma il problema dell’Ilva e di Taranto in particolare è che il conflitto tra le parti possa trasformarsi in conflitto politico: dopo gli screzi e i battibecchi di questi giorni tra il viceministro Bellanova e l’ex dem Massimo D’Alema, oggi i due si ritrovano entrambi candidati in Puglia in un match tra veri e propri big.