Flat tax per partite Iva, Salvini tenta l’affondo

salviniIl fisco è una carta magica per acchiappare voti. Le partite Iva si avviano a fare da battistrada per la flat tax. Matteo Salvini finora si è impegnato quasi esclusivamente sul fronte della battaglia contro l’immigrazione illegale, raccogliendo vasti consensi nell’opinione pubblica nonostante i modi muscolari e sbrigativi. Ma il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno sa benissimo che non può dimenticare il varo della flat tax (tassa piatta in italiano), della pace fiscale e della revisione della legge Fornero sulle pensioni, le promesse seducenti sulle quali ha vinto le elezioni politiche del 4 marzo.

Salvini all’inizio di luglio ha confermato gli impegni sulle pensioni e per tagliare le imposte: «Entro il 2018 daremo segnali concreti sulla flat tax, sulla Fornero e sulla pace fiscale».

Probabilmente, però, darà la precedenza a un anticipo della flat tax per i lavoratori autonomi. Nel governo Lega-M5S si sta lavorando a un decreto legge da approvare prima di Ferragosto (altrimenti sarà rinviato in autunno con la legge di Bilancio) per permettere alle partite Iva con ricavi fino a 100 mila euro l’anno di accedere a un nuovo regime forfettario con un’imposta al 15%. Una vasta platea di circa 1.000.000 di piccoli imprenditori e professionisti, il ceto medio produttivo affascinato dalla Lega, incrocia le dita perché taglierebbe della metà le imposte. Il sottosegretario leghista all’Economia Massimo Bitonci, guardando alle partite Iva, al ‘Sole 24 Ore’ ha annunciato: «Garantirà un prelievo strutturale del 15%, ulteriormente ridotto al 5% per le start up».

La pace fiscale, altro tema magnetico per gli italiani tartassati dalle troppe tasse, è invece destinata a slittare al 2019 e riguarda cartelle esattoriali non pagate, liti fiscali, sanzioni e multe. C’è una doccia fredda per i contribuenti: saranno escluse la rottamazione uno e la rottamazione bis. Bitonci ha avvertito: «Chi non salda i conti con le definizioni agevolate in atto non sarà ripescato con la nuova pace fiscale».

La pace fiscale, un condono è l’accusa del Pd, è una mossa importante per l’esecutivo di Giuseppe Conte: con i previsti 50-60 miliardi di euro di incassi potrebbe coprire buona parte delle spese per la flat tax (bandiera di Salvini), per il reddito di cittadinanza (cavallo di battaglia di Luigi Di Maio) e per modificare la legge Fornero (battaglia cara ad entrambi) per andare in pensione prima, introducendo la cosiddetta quota 100, da raggiungere sommando età anagrafica (64 anni) e anni di contributi previdenziali (36). I tre provvedimenti potrebbero costare 70-100 miliardi di euro: una meta da raggiungere tra introiti da pace fiscale-condono ed aumento del deficit pubblico entro il limite del 3% nel rapporto con il Pil (Prodotto interno lordo).

Il percorso, però, è difficile per tre motivi: 1) secondo l’opposizione di centro-sinistra la pace fiscale-condono frutterebbe solo 7 miliardi; 2) non è certamente scontato il sì dell’Unione europea all’aumento del deficit pubblico italiano che invece avrebbe dovuto essere azzerato; 3) i mercati finanziari internazionali potrebbero reagire male, con una pericolosa crescita dello spread, a delle coperture delle spese ritenute inadeguate.

Un altolà è arrivato anche dall’interno del governo, da Giovanni Tria, un tecnico stimato dal presidente della Repubblica Mattarella e dal presidente della Banca centrale europea Draghi. Il ministro dell’Economia ha più volte precisato: reddito di cittadinanza, modifiche alla Fornero e flat tax (cavallo di battaglia anche di Silvio Berlusconi) saranno introdotti «compatibilmente con gli spazi finanziari» e rispettando le coperture di spesa. L’esecutivo inoltre agirà «mantenendo l’impegno sulla riduzione del debito». Di qui le scintille nel “governo del cambiamento”. Tria è un ministro sempre meno amato da Salvini e da Di Maio, l’altro vice presidente del Consiglio grillino. Per molti sarebbe con un piede fuori dal governo.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

PROBLEMI TECNICI

quirinale

L’economia in caduta libera, le polemiche con Bruxelles, gli insulti al presidente della Repubblica e il Governo che resta un miraggio: l’Italia è piombata nel caos. Il Paese sta vivendo uno dei momenti più oscuri della storia della Repubblica. E, quel che è peggio, la via d’uscita sembra ancora lontana.

La giornata di oggi è stata drammatica per Piazza Affari, che ha vissuto momenti critici come nel 2013. Il differenziale tra i Btp e i Bund ha toccato i 320 punti base, scendendo poi a intorno ai 250. Lo stallo politico-istituzionale pesa anche sull’indice della Borsa. Milano ha ceduto infatti l’1,77%. In Europa nessuno è andato peggio. A spingere verso il precipizio Piazza Affari è stato il comparto bancario, che ha in cassa gran parte dei titoli italiani.

A tutto ciò bisogna aggiungere le parole del commissario europeo al Bilancio, Gunther Oettinger, che certo non hanno raffreddato gli animi. Secondo l’esponente del Ppe “i mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”. Un assist per Salvini, ormai pronto alla campagna elettorale. “Non ho paura delle minacce” la replica del leader leghista. Il presidente della commissione Ue Juncker ha provato inutilmente a stemperare la tensione: “Compete agli italiani e soltanto a loro decidere sul futuro del loro Paese”. Secondo il Movimento 5 Stelle, le parole di Oettinger “sono la prova delle evidenti manipolazioni che la democrazia italiana ha subito negli ultimi giorni”. Alle proteste si è unito il Pd, che con il segretario Maurizio Martina chiede rispetto: “Nessuno può dire all’Italia come votare, meno che mai i mercati”.

In questo scenario, c’è da formare il Governo. Particolare di non poco conto. Cottarelli ci ha provato, ma sembra che l’ipotesi sia già tramontata. La conferma arriva dal fatto che dopo l’incontro con Mattarella andato in scena nel pomeriggio, l’economista ha lasciato il Quirinale senza parlare e, soprattutto, senza comunicare la lista dei ministri. Al Colle fanno sapere che “ci sono problemi”.

Da quanto trapela, sembra infatti che i partiti stiano tirando per la giacchetta il Capo dello Stato per tornare alle urne già a fine luglio. Domani mattina un nuovo incontro tra Mattarella e Cottarelli definirà la vicenda. Ad oggi appare davvero difficile che un esecutivo possa vedere la luce in tempi brevi.

Francesco Glorialanza

Il governo giallo-verde mette in allarme la Ue

commissione_berlaymont

Il governo giallo-verde ancora non c’è ma già mette paura. E questa volta le critiche non arrivano dalle opposizioni italiane, purtroppo molto deboli e ancora intente ad analizzare le motivazione della sconfitta del 4 marzo, bensì dall’Europa. Come riporta anche EuropaToday, gli attacchi al governo che sta per nascere (o almeno così sembra) sono arrivati dalla Commissaria Ue al Commercio, Cecilia Malmstrom, dal vicepresidente dell’esecutivo comunitario, Valdis Dombrovskis e da ministro degli Esteri del Lussemburgo Jean Asselborn: “Spero che Mattarella non permetta al nuovo governo italiano di distruggere tutto il lavoro fatto negli ultimi anni in Europa” alludendo al lavoro di risanamento fatto dai governi di centrosinistra.

Asselborn ha parlato a margine del Consiglio Affari Esteri, riunito a Bruxelles nel formato Commercio: “Abbiamo a che fare con una situazione in Italia che ci può danneggiare, ma che può danneggiare anche gli italiani. Spero che il presidente italiano riesca a svolgere un ruolo per prevenire la perdita di tutti i progressi fatti negli ultimi otto anni”.

L’affermarsi di posizioni populiste in Italia è più pericoloso che in altri stati membri, come è successo per esempio in Francia nelle ultime elezioni presidenziali. Da noi il margini di manovra sui conti dello Stato sono più ridotti. Il nostro debito monstre è per dimensioni il secondo al mondo, di conseguenza le nostre finanze non possono permettersi troppe distrazioni dalla linea del buon governo con l’introduzione di riforme dalle tasche bucate dai costi imprecisati. Come ad esempio la flat tax, l’abolizione della legge Fornero o il reddito di cittadinanza che sono stati i punti centrali della campagna elettorale di Lega e Ms5. Non si tratta di invasione di campo da parte della Commissione, come accusano a gran voce Di Maio e Salvini, ma di legittima preoccupazione. D’altronde non è la prima volta che l’Europa si fa sentire e non solo verso il nostro Paese. Ma un governo, quello nascituro, che ha nel proprio Dna e nel proprio programma l’antieuropeismo e l’esaltazione dei sovranismi, non ha di queste sensibilità.

Mario Muser

LO SCOGLIO

contratto

Raggiunto l’accordo sul programma, resta da risolvere il problema più grande: il nome del premier. Al di là delle dichiarazioni di facciata sembra questo il vero scoglio che Lega e 5 stelle dovranno superare per dar vita ad un governo giallo-verde. La soluzione appare più complicata del previsto. Le parti non indicano scadenze né sull’annuncio del Presidente del Consiglio né sulla data della prossima visita a Mattarella. “Non vi do scadenze” ha detto il capo politico campano ai giornalisti che lo incalzavano.

Per Palazzo Chigi resta comunque probabile l’ipotesi di un politico. Un politico del Movimento 5 Stelle. Di Maio potrebbe essere costretto a fare un passo indietro in virtù dell’accordo con la Lega, anche se la sua candidatura resta forte. Alfonso Bonafede, però, potrebbe spuntarla. In corsa pure Emilio Carelli, giornalista ex direttore di Sky Tg24 e neoparlamentare grillino. Il diretto interessato non ha smentito la possibilità di una sua nomina, ma ha tenuto a precisare che “il candidato premier del Movimento è e resta Luigi Di Maio e tutta la mia disponibilità all’interno del Movimento è determinata a sostenere la sua candidatura”.

Intanto nell’incontro di oggi alla Camera sono stati definiti i punti programmatici del contratto di governo. Sia Salvini che Di Maio avrebbero espresso “reciproca soddisfazione”. Inserito nel documento anche il conflitto di interessi, tema inviso a Forza Italia, principale alleato della Lega. Così come lo stop alle sanzioni europee alla Russia e la chiusura di tutti i campi rom.

Nel documento sono riportati i temi principali delle battaglie di Lega e Movimento: dalla Flat Tax per famiglie e imprese, al reddito di cittadinanza per i nuclei familiari in difficoltà, fino al superamento della legge Fornero. La legittima difesa, uno dei cavalli di battaglia del Carroccio, viene ridisegnata dal documento e definita come “domiciliare”. Ci sono anche l’inasprimento delle pene per i reati di corruzione e la stretta sugli sbarchi clandestini ed i rimpatri. In tema di Europa spiccano il ricorso al deficit per attuare nuovi investimenti e la messa in discussione dei trattati continentali. L’istituzione di un ministero della Disabilità è l’idea per il sociale.

Il programma di Governo è pronto, dunque. Mancano solo le ultime limature e le firme in calce dei due leader. Entrambi si confronteranno a breve con i rappresentanti dei rispettivi partiti. Il primo sarà Salvini, che per domani alle 14:00 ha convocato il Consiglio Federale per comunicare gli ultimi sviluppi sulla trattativa con Di Maio. Una pura formalità che sancirà il via libera all’Esecutivo Lega-5 Stelle. Premier permettendo…

F.G.

Cicchitto: “Nel Pd uno scontro suicida”

fabrizio cicchitto

Onorevole Cicchitto, (ReL, Riformismo e Libertà), qual è la sua opinione sulla situazione politica, sullo stallo che dura ormai da settanta giorni e sulla possibilità di un governo M5S-Lega?
È molto difficile nella giornata di oggi prevedere se Movimento 5 Stelle e Lega faranno un governo. Quello che è abbastanza chiaro è che se lo faranno esso sarà per un verso imprevedibile per altro verso pericoloso. Al di là della veridicità o meno dei documenti circolati il punto di incontro è costituito in politica economica dal fatto che bisogna aumentare la spesa pubblica e ridurre la pressione fiscale in deficit. Un’operazione del genere non assicurerà la crescita, ma farà saltare per aria i conti pubblici. Le ragioni della pericolosità di questa concezione le ha spiegate bene una personalità al di sopra di ogni sospetto, cioè Carlo Cottarelli. L’unica giustificazione di un’operazione del genere è quella dell’uscita dall’euro, ma l’uscita dall’euro comporterebbe una svalutazione del 20-30% e un’autentica catastrofe monetaria, economica e sociale. Addirittura grottesca è stata poi l’impostazione data alla costruzione dell’eventuale governo prescindendo dalla figura del presidente del Consiglio. Ma il premier secondo la Costituzione ma anche la logica politica è la testa del governo, non si tratta di un personaggio stravagante che può essere ingaggiato all’ultimo momento come se si trattasse di un esecutore che come un pappagallo dovrà ripetere quello che gli imporranno di dire i due consoli.

Secondo lei come ha gestito questa crisi politica il presidente Mattarella?
A mio avviso Mattarella ha fatto benissimo a ricordare che il presidente della Repubblica non è un notaio e che ha molto da dire sia sui punti programmatici del governo sia sui singoli ministri. Mi ha lasciato invece perplesso il fatto che Mattarella non abbia posto come questione pregiudiziale l’indicazione da parte di questa pretesa maggioranza del suo premier perché questo avrebbe consentito un percorso chiaro e rettilineo ed evitato le scene grottesche di questi giorni che francamente ridicolizzano l’Italia.

Dopo i richiami dell’Europa sugli immigrati e patto di stabilità lei crede che davvero ci potrebbero essere problemi con un governo Lega-Movimento Cinque Stelle?
Come ho già detto con l’Europa ci saranno enormi problemi. A quanto sembra i due consoli e il loro consulente economico Bagnai non vogliono contrattare con l’Europa la flessibilità, il patto di Dublino, il fiscal compact rendendosi forti nella trattativa con una rigorosa spending review, ma vogliono realizzare la revisione dei trattati, operazione chiaramente impossibile perché richiederebbe l’assenso degli altri 26 paesi. Leggeremo i testi finali ma è evidente che il retroterra di tutta l’operazione è estremamente scivoloso e potenzialmente distruttivo.

Nello scenario politico ormai si è avviato un processo di scomposizione e ricomposizione favorito anche dalla formazione di un governo tra i Cinque Stelle e la Lega. La sinistra riformista soffre ormai da diverso tempo di crisi di identità. Non pensa che si potrebbero riannodare i fili della diaspora socialista? E se si, a chi dovrebbero guardare i Socialisti per un’eventuale alleanza?
La realtà va presa di petto: c’è un’enorme contraddizione fra lo spessore e la intrinseca validità della cultura liberal socialista e riformista e i soggetti politici lillipuziani derivanti dalla distruzione del partito socialista realizzato manu militari nel ’92-’94. Probabilmente ha pesato su tutto ciò anche il fatto che rispetto alla DC e al PCI l’insediamento originario sociale e territoriale del PSI era molto più ridotto. Di conseguenza un pezzo di ciò che rimaneva di quadri socialisti (l’elettorato si è disperso in molteplici direzioni) ha fatto un’esperienza oggettivamente subalterna nell’alleanza con il PDS-DS e poi con il PD, riuscendo solo a salvare alcuni minimi elementi di sopravvivenza. Su un altro versante a titolo individuale e altri amici e compagni come Margherita Boniver, Stefania Craxi, Sergio Pizzolante, Maurizio Sacconi e altri hanno trovato spazi parlamentari e politici in Forza Italia per battaglie riformiste e garantiste. I limiti di tutte queste esperienze sono chiare a tutti noi. In queste ultime elezioni poi c’è stato un autentico tsunami, con la prevalenza di due forze, una molto pericolosa perché insieme autoritaria e populista, l’altra molto aggressiva sui temi della sicurezza, dell’immigrazione e dell’Europa. Queste forze hanno raso al suolo i centristi di vario tipo, hanno nella sostanza sconfitto Forza Italia e hanno inferto un colpo durissimo al PD che per parte sua ha fatto tutti gli errori possibili e immaginabili. Di conseguenza a mio avviso partiamo proprio da zero. La situazione sarà evidentemente diversa a secondo che M5S e Lega riescano a fare un governo, ma in ogni caso da zero si riparte per quello che riguarda un soggetto politico socialista, ma anche per quello che riguarda il resto, cioè i centristi e il PD. Mi sembra che siamo ancora tutti sotto shock. Poi allo stato attuale delle cose ad essere sinceri centristi e socialisti rischiano l’irrilevanza mentre il PD mi sembra tuttora in preda ad uno scontro suicida fra correnti. E’ evidente che se ci sarà un governo M5S-Lega ciò comunque provocherà delle reazioni.

Ma chi potrebbe avviare questa riunificazione? Da dove si dovrebbe cominciare?Non so, anche se me lo auguro, se sarà possibile in Italia un’operazione alla Macron con il superamento di tutti i soggetti tradizionali del centro e della sinistra socialista e riformista. Come ricordava alla fine dell’Ottocento il saggista marxista Plechanov è fondamentale “la funzione della personalità nella storia”, cioè se emerge o meno un leader all’altezza di costruire una battaglia di opposizione prima e di governo poi che aggreghi la razionalità, la progettualità riformista, la capacità di aggregazione delle forze sociali produttive e della costruzione di uno o più soggetti politici degni di questo nome. Allo stato però ci troviamo in una sorta di deserto dei tartari.

Ida Peritore

VERSO LE URNE

sergio_mattarella_9_csm_lapresse_2017_thumb660x453L’Italia si prepara al voto. Dopo l’ultimo giro di consultazioni al Quirinale, si rafforza sempre di più l’ipotesi di una nuova tornata elettorale prima del previsto. Il primo mese buono potrebbe essere luglio, al più tardi una delle prime domeniche del mese di ottobre. Oppure in primavera. Dipenderà tutto dall’esito del voto di fiducia che chiederà il Governo di servizio nominato da Mattarella. Se non ci sarà un maggioranza, il Paese tornerà subito alle urne.

Certo è che il Capo dello Stato non ha voluto affidare un mandato al buio al centrodestra, senza avere la certezza di una maggioranza, così come richiesto da Salvini. A questo punto era rimasta solo l’eventualità di un incarico di personalità, affidato ad una figura terza, scelta direttamente dal Presidente della Repubblica, che avrebbe traghettato il Paese al voto. E così è andata. Presto si saprà il nome del nuovo premier.

Mattarella ha deciso, dunque, dopo che nella giornata di oggi hanno sfilato al Colle i delegati dei principali movimenti politici. Di Maio, dopo aver “chiuso definitivamente” la settimana scorsa, oggi ha tentato di riaprire il forno con la Lega. Il capo politico grillino si è detto (nuovamente) disponibile ad un accordo con Salvini per un premier di garanzia così da attuare una serie di punti programmatici in comune, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero su tutti. Salvini, però, non ha mai voluto mollare la coalizione di centrodestra e ha risposto picche. “Non voglio tirare a campare. O nelle prossime settimane qualcuno fa un passo indietro come abbiamo fatto noi, oppure si torna alle urne”, ha rilanciato il segretario federale.

Il passo indietro non lo farà sicuramente Berlusconi, che al Quirinale si è presentato insieme a Salvini e Meloni. “Rispetto a un governo del cambiamento Salvini ha scelto ancora una volta Berlusconi”, ha tuonato Di Maio, che prima ha svestito gli abiti istituzionali per tornare a indossare quelli da campagna elettorale, poi ha sfoderato l’evergreen grillino: “Quello che dobbiamo dedurre è di formare non un governo del cambiamento di centrodestra, ma un governo dei voltagabbana, della compravendita dei parlamentari, dei traditori del mandato politico nella migliore delle ipotesi”.

Quelli del Partito Democratico sono gli unici intenzionati a supportare un governo di tregua. “Qui c’è da dare certezze al Paese con un governo che blocchi l’aumento Iva e loro continuano a giocare al gatto e al topo. È davvero incredibile, il Paese non si merita tutto questo”, le parole del segretario reggente Maurizio Martina. Al Nazareno si appellano alla responsabilità, dunque. In realtà i dem sono ben consapevoli che un ritorno alle urne in estate potrebbe assestare un colpo decisivo alla sopravvivenza del Pd.

F.G.

LA PALUDE

governoPer il Movimento cinque stelle è ufficialmente avviato il dialogo per il Pd, lo ha dichiarato il Presidente della Camera, Roberto Fico che ha detto che il suo mandato esplorativo ha avuto “un esito positivo”. Tuttavia l’altra parte del dialogo, il Partito democratico, si ritrova in una vera e propria palude, dove ogni passo rischia di far affogare il già travagliato partito alle prese con una sconfitta cocente e con divisioni che rischiano di lacerare ancora di più la sinistra. Il segretario reggente Maurizio Martina si ritrova davanti un partito diviso tra quanti vorrebbero almeno provare ad avviare il confronto sul programma di una possibile maggioranza e l’ala che fa capo all’ex segretario Matteo Renzi, contrario ad ogni ipotesi d’intesa. I renziani ritengono di essere in maggioranza in direzione. Nel frattempo è tutto fermo, si attende il 3 maggio quando finalmente la direzione dem si riunirà. Ma la sinistra non è solo il Pd, Maurizio Martina deve fare i conti anche con gli alleati, oggi il segretario dei socialisti è intervenuto al riguardo. “Tra noi e il Movimento 5 Stelle ci sono delle differenze sostanziali; di visione e di rapporto con un sistema democratico per arrivare alle decisioni. E poi non capisco quale sia il programma con il quale vorrebbero governare”. Questa la posizione espressa dal segretario del PSI, Riccardo Nencini, intervistato dal quotidiano Il Messaggero in merito alle consultazioni tra PD e M5S. Nencini ha ribadito nell’intervista di essere insospettito “dall’ipertatticismo” dei 5 Stelle soprattutto perché i grillini offrono indifferentemente contratti di governo a forze tra loro antagoniste: che adesso Di Maio tiri fuori il conflitto di interesse “conferma il camaleontismo dei 5S”, atteggiamento che si afferma, secondo Nencini, perché “sono spariti i pilastri fondativi” del Movimento e l’unico obiettivo è quello di “raggiungere la Presidenza del Consiglio”. Riguardo alla possibilità, tutta da verificare, di un incarico formale per la nascita di un governo, Nencini ribadisce di aver ricevuto “assicurazioni” da parte di Martina in merito al coinvolgimento delle forze di coalizione.
Anche il vicepresidente Pd della Camera, Ettore Rosato, ribadisce un no sicuro all’eventualità di un’alleanza con i pentastellati. Il percorso con i Cinque Stelle per l’esponente dem “non è avviato” al momento ed “è pieno di insidie”, quindi “difficilmente può concludersi in qualcosa”. Anche perché, spiega, il Pd è “differente su tutto” dal partito guidato da Luigi Di Maio e il M5s “non ha fatto un passo concreto in avanti”.
Ma dell’alleanza non sembrano sicuri nemmeno i cinquestelle con ‘resistenze’ di non poco conto tra la base grillina. Tuttavia il Capo politico M5S, Luigi Di Maio, punta a superare le divergenze con i dem per “un buon contratto di governo al rialzo, non al ribasso” col Pd.
L’altro ‘forno’ dei pentastellati, la Lega, intanto resta a guardare, ma non senza sfruttare lo stallo Pd-M5S per le prossime regionali che si terranno nel Friuli Venezia Giulia questa domenica, il 29 aprile.
“Vi immaginate cosa potrebbe combinare un governo Pd-Cinque Stelle sull’immigrazione? Io non oso farlo”. Matteo Salvini, parlando in una diretta Facebook davanti al Cie di Gradisca d’Isonzo, smonta così le trattative tra democratici e grillini per provare a creare un governo che definisce ‘stucchevole telenovela’. E poi tuona: “O si governa con le idee premiate dagli italiani o meglio tornare a votare e chiudere la fiducia per governare da soli”. Ma per il suo alleato Berlusconi “Sarebbe un male tornare al voto”. L’ex Cavaliere fa sapere che Matteo Salvini “resta sicuramente nella coalizione dopo le Regionali” e che sulle voci che “riguardano la rottura della Lega sono storie inventate da chi ha interesse a inventarle”.
Si rincorrono infatti voci secondo le quali dopo le elezioni di domenica prossima in Friuli, dove è candidato a governatore il leghista Fedriga, il leader del Carroccio potrebbe rompere l’alleanza con Berlusconi e puntare a riaprire i contatti con i 5Stelle per andare al Governo.
Dopo il voto nella Regione presenziata dalla Serracchiani l’indicazione principale che ci si attende è se la Lega supererà Forza Italia anche in questa regione. Il Centro destra resta il favorito anche in queste consultazioni elettorali.
A livello nazionale intanto in caso di mancato accordo viene scartata l’ipotesi delle elezioni a giugno, anche se Mattarella dovrebbe sciogliere le Camere entro il 9 maggio. L’ipotesi più probabile è quella di tornare al voto in autunno con una nuova legge elettorale che tolga l’impasse corrente e di conseguenza potrebbe esserci un Governo del Presidente.

SECONDA CHANCE

Lower House Speaker Roberto Fico (C) leaves the Quirinal Palace after meeting Italian President Sergio Mattarella (not pictured) for the second round of formal political consultations following the general elections, in Rome, Italy, 13 April 2018. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Roberto Fico sarà il secondo “esploratore” nominato dal Quirinale per capire se esiste la possibilità di formare un governo. Dopo i rumors dei giorni scorsi, oggi arriva la conferma. A differenza della Casellati, però, Fico dovrà sondare gli umori del centrosinistra, in particolare del Pd. “Il presidente della Repubblica ha conferito al presidente della Camera Roberto Fico il compito di verificare un’intesa per una maggioranza parlamentare tra il Movimento Cinque Stelle il Pd per costituire il governo. Mattarella ha chiesto a Fico di verificare entro giovedì”, ha reso noto il segretario generale della presidenza della Repubblica dopo il colloquio al Colle tra Mattarella e il numero uno di Montecitorio.

Tre giorni, dunque. Poi le frecce all’arco del Capo dello Stato saranno finite. In caso di flop, l’unica possibilità immaginabile è un Governo del Presidente al quale tutti dovranno dare il proprio appoggio in attesa di nuove elezioni (non prima della primavera 2019).

Il Pd, dunque, chiamato ufficialmente in causa. Dopo una debacle che sembrava definitiva, ora al Nazareno potrebbero addirittura ritrovarsi al Governo. Ma a che prezzo? In termini di voti un eventuale appoggio ad un governo grillino potrebbe costare caro. La base dem non perdonerebbe facilmente. Magari meglio attendere il fallimento definitivo di Di Maio per poi entrare in campo su richiesta esplicita di Mattarella. La partita, comunque, è tutta da giocare. E il risultato non è scontato. “Si deve partire dai temi per l’interesse del paese – incalza Fico dopo aver ricevuto l’incarico – e dal programma per l’interesse del paese, ed è quello che cercherò di fare da subito”. Di Maio ha lo stesso identico problema del Pd: complicato spiegare ai suoi elettori un accordo con il partito di Renzi. In più il capo politico vede a rischio il suo posto da premier.

Sul fronte del centrodestra, invece, Salvini insiste sulla sua premiership. Pur di governare sembra ormai pronto a mollare Berlusconi. Ogni giorno che passa i due appaiono più lontani. Il momento giusto per ricordarlo sono le dichiarazioni post-elezioni in Molise. “Centrodestra e 5 Stelle comincino a governare già da questa settimana – rilancia il leader del Carroccio –. I risultati parlano chiaro. In Molise ha vinto il centrodestra nettamente, i 5 Stelle sono arrivati secondi. Smettano di dire io, io, io e mettiamoci a lavorare. Ma a guidare il governo siano i primi arrivati, ma non dico Salvini o morte. Si è parlato anche troppo, le imprese e le famiglie non possono aspettare. Noi siamo pronti, ci sediamo attorno ad un tavolo con gli altri e per cinque anni ricostruiamo questo Paese”.

L’ESPLORATRICE

casellati

A Maria Elisabetta Alberti Casellati va l’incarico esplorativo mirato. La presidente del Senato avrà due giorni di tempo per verificare se esistono le condizioni per formare una maggioranza parlamentare composta da Centrodestra e Movimento 5 Stelle. Il tempo scadrà venerdì. Poi il Colle percorrerà altre strade.

In tarda mattinata arriva la decisione del presidente della Repubblica.  “Ho ringraziato per la fiducia Mattarella – afferma Casellati dopo l’incontro al Quirinale – che terrò costantemente aggiornato. Intendo svolgere l’incarico con lo stesso spirito di servizio che ha animato in queste settimane il ruolo di presidente del Senato”.

Immediate le reazioni a destra. “Noi siamo pronti a fare tutto, tranne che un governo con il Pd. Se Di Maio e Berlusconi continuano a dirsi no a vicenda se ne assumono la responsabilità. Se Di Maio vuole fare la rivoluzione con il Pd, gli faccio i migliori auguri” le parole di Matteo Salvini. Il capogruppo leghista a Palazzo Madama Centinaio non vive la vicenda con ottimismo: “Un risultato sarebbe un miracolo”.

La partita diventa sempre più complicata. Ad oggi un accordo centrodestra-M5s appare improbabile. Basti pensare che subito dopo l’ufficialità della nomina, il senatore pentastellato Vito Crimi ci tiene a ribadire: “A Casellati ripeteremo che il veto su Berlusconi rimane”. Difficile anche immaginare che la Lega possa mollare Forza Italia e Berlusconi per Di Maio. Insieme Lega e FI governano le grandi regioni del Nord che, in caso di scossoni a livello nazionale, sarebbero a rischio. Insomma, l’impasse non si sblocca.

L’unica soluzione potrebbe essere rappresentata dal Partito Democratico. Al Nazareno nessuno ha intenzione di intervenire in soccorso di chi ha ricoperto di insulti le politiche dem fino a poco tempo fa. Per questo un eventuale intervento dovrà essere necessariamente successivo ad una ammissione di colpa da parte degli altri schieramenti. “Prima dicano agli italiani che hanno fallito, che sono incapaci di formare un Governo. Poi, se Mattarella ce lo chiederà, ne parleremo” il pensiero di uno dei parlamentari più navigati del Pd.

La conferma della linea assunta dai dem arriva dal segretario reggente, Maurizio Martina, che butta la palla nell’altro campo: “Con il mandato alla presidente Casellati si pone fine alle ambiguità di questi 45 giorni. Altro che aspettare le elezioni regionali, ora è il momento della verità per chi dopo il 4 marzo ha pensato solo a tatticismi e personalismi”.

F.G.

Centrodestra unito al colle, ma resta il rischio rottura

salvini meloni berlusconiLe divisioni nel centrodestra sono sempre più evidenti. Dopo le consultazioni di ieri al Quirinale, emergono ancora di più le contrapposizioni tra i leader. Mentre Salvini cerca l’accordo con i 5 Stelle, Berlusconi strizza l’occhio al Pd. Al Carroccio temono che il Cavaliere voglia proporre ai dem un governo istituzionale, scongiurando così l’asse con i grillini. Qualora dovesse andare così, sarebbe complicato per Salvini ricomporre l’alleanza.

“Berlusconi sbaglia tattica, M5s ha avuto il 32% dei voti” taglia corto Giorgetti, capogruppo alla Camera del Carroccio. Ma il presidente di FI non ha nessuna intenzione di arrivare all’accordo con Di Maio. Il suo sospetto è che ci sia già un’intesa con la Lega per il Governo. La questione principale riguarda la posizione di Forza Italia. Berlusconi vuole tornare ad essere protagonista, avere un ruolo ufficiale nel nuovo Esecutivo. Lo mette in chiaro Antonio Tajani, berlusconiano della prima ora: “Non intendiamo subire umiliazioni”.

Salvini prova a tenere unite le fila, annunciando che chiederà a Berlusconi e Meloni di “andare insieme al Colle”. Allo stesso tempo, però, ribadisce al Tg1: “L’unico governo che vedo possibile è quello del centrodestra unito insieme al Movimento Cinque Stelle”. L’appello di Salvini è subito colto da Berlusconi che in una nota afferma: “Alle prossime consultazioni il centrodestra si presenterà unito con Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi”. Proposta accolta subito anche da Meloni.

Intanto Giovanni Toti, governatore della Liguria e cerniera tra l’universo leghista e Forza Italia, tenta la mediazione: “Nel dire ‘non voglio un governo fatto di invidia sociale, odio e pauperismo’, Berlusconi ha messo un punto sul programma, credo che nessuno nel centrodestra possa dissentire”. Toti, dunque, nega che il Cavaliere non voglia l’accordo con Di Maio. “Le parole di Berlusconi – spiega – erano certamente un riferimento al 5 Stelle, ma non in senso di non voler collaborare dal punto di vista numerico o programmatico, ma segnare il punto: si parte dall’incarico a Salvini, se Mattarella vorrà darglielo”. Resta, comunque, il “Niet” di Di Maio all’ex presidente del Consiglio.

Deborah Bergamini, responsabile comunicazione di Forza Italia, a Radio 1 spiega che “per Forza Italia esiste la possibilità di costruire un governo che abbia una piattaforma concordata e metta in sicurezza i nostri conti, viste anche le scadenze a breve, come le clausole di salvaguardia, solo se non si fa prevalere la logica dei veti ma quella dell’interesse nazionale». Evitare la frattura, quindi, non sarà cosa facile. Uscire dall’impasse ancora meno.

F.G.