Luigi Di Maio teme l’assassinio del M5S

di maioAccuse feroci, insulti, offese. Luigi Di Maio teme brutte sorprese elettorali alle europee di maggio. Così spara a cannonate contro il ”sistema”, i “vecchi partiti”, i “tecnocrati”, l’”establishment” italiano ed europeo. In particolare mira contro il malconcio Pd. Matteo Renzi, ex segretario democratico, è «un assassino politico» perché nel 2015 fece approvate il Jobs act, la riforma del mercato del lavoro. Maurizio Martina, attuale segretario del Pd, è tra «gli assassini politici dei diritti degli italiani» dopo la difesa di Renzi e l’attacco alla politica fatta con “odio” e “rancore”.
Il capo politico del M5S ha abbandonato i toni pacati e rassicuranti della campagna elettorale delle elezioni politiche del 4 marzo, vinte con un trionfale 32% dei voti. Da quando è diventato vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha imboccato sempre di più la strada delle accuse infuocate ad avversari politici vicini e lontani. Durante la campagna elettorale per le politiche incontrava diplomatici europei e americani, imprenditori e lavoratori assicurando: «Il M5S sarà garante della stabilità contro il caos». Adesso ha di nuovo imboccato la strada della rivoluzione populista, la vecchia strada del sanguinoso insulto, dell’offesa lacerante, cavalli di battaglia del travolgente successo di Beppe Grillo. Manca l’ironia del grande comico genovese, fondatore e guru dei cinquestelle, ideatore della politica del “vaffa..”, ma la dirompente impostazione populista è analoga.
Però le differenze sono molte: Grillo si scagliava a testa bassa contro un Pd potente, al governo, guidato prima da Pierluigi Bersani e poi da Renzi. Di Maio se la prende con un Pd in stato comatoso, sconfitto, lacerato, in cerca di un nuovo segretario, incapace perfino di realizzare una efficace opposizione all’esecutivo penta-leghista.
Il nervosismo del ministro cinquestelle, comunque, si può spiegare: l’agognata conquista del governo invece di accrescere i consensi li fa perdere al partito fondato da Grillo. Di Maio teme un bagno elettorale alle europee così picchia duro contro il Pd in disfacimento e contro Bruxelles, per cercare di rispondere con la radicalizzazione alla prorompente avanzata leghista e alle critiche interne (per ora sommerse) tra i grillini in stato di allarme.
Di qui l’audace “Manovra del Popolo” con il deficit pubblico alzato al 2,4% del Pil per tre anni per cancellare “la povertà”. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo punta a mantenere nel 2019, almeno in parte, le costose promesse elettorali introducendo il reddito e la pensione di cittadinanza, la modifica della legge Fornero sulle pensioni, il risarcimento dei risparmiatori colpiti dal crac delle banche.
I mercati non l’hanno presa bene, lo spread si è impennato fino ad oltre 300 punti (dai 120-130 del governo Gentiloni) facendo aumentare pericolosamente gli interessi sui titoli del debito pubblico italiano. Si è sfiorata la tragedia anche in Borsa. Solo la mediazione del ministro dell’Economia, il tecnico Giovanni Tria, con la soluzione di ridurre il deficit nel 2020 e nel 2021, ha riportato un po’ di calma e lo spread è ridisceso sotto quota 300.
Di Maio teme il collasso finanziario e cerca di scaricare le responsabilità sugli altri. Ha accusato la Commissione europea di giocare “a fare terrorismo sui mercati”. Ha accusato i giornali, il Pd e Forza Italia di provocare “terrorismo mediatico per fare schizzare lo spread sperando in un altro colpo di Stato finanziario”. Ma se lo spread metterà a rischio la credibilità economica dell’Italia sarà difficile uscire dalle contraddizioni. In testa una: l’uomo che assicurava di voler garantire la stabilità politica ed economica causerebbe una perniciosa instabilità.
Il nuovo attivismo bellicoso di Di Maio, però, non riesce ad invertire le tendenze elettorali: secondo i sondaggi la Lega sarebbe sempre il primo partito italiano con il 32% dei voti (dal 17% delle politiche) mentre il M5S stazionerebbe al 29 (dal 32%).
L’irritazione e i contrasti con il collega di governo Matteo Salvini, in maniera prudente, ogni tanto emergono. Cautamente si è lamentato: «Quando non siamo d’accordo discutiamo un po’ tra di noi, visto che l’opposizione non è granché». Di Maio teme la concorrenza leghista e batte i pugni sul tavolo per recuperare i consensi drenati da Salvini in favore del Carroccio. Interviste e dichiarazioni del giovane ministro del Lavoro piovono su giornali, televisioni, radio, internet.
È già campagna elettorale permanente per le elezioni europee. L’avversario da tenere d’occhio non è tanto il Pd di Martina o Forza Italia di Berlusconi, due forze in caduta libera, ma il Carroccio del collega di governo Salvini in forte ascesa. Di Maio sembra temere l’assassinio del M5S. Potrebbero arrivare perfino le elezioni politiche anticipate.

Rodolfo Ruocco

SfogliaRoma

Europee. Renzi contro i sovranisti ignora i socialisti

RENZI_MACRONMentre in Europa avanzano i partiti nazionalisti, i progressisti provano a fare scudo e ad organizzarsi. Il punto di riferimento sembra ancora una volta il giovane Macron, dichiarato da Orban e Salvini come il principale nemico politico da battere nella prossima campagna per le Europee.
“Risvegliamo l’Europa!”. È il nome dell’appello firmato da due socialdemocratici come Matteo Renzi e il maltese Joseph Muscat, tre liberaldemocratici come l’ex premier romeno Dacian Ciolos, il leader di Alde Guy Verhofstadt e il leader di Ciudadanos Albert Rivera, ovviamente Christophe Castaner di En Marche, Oliver Chastel (Presidente del Movimento Riformatore in Belgio) e Alexander Pechtold (Leader del partito olandese Democrazia 66).
Nel manifesto come si può notare mancano esponenti dei Socialisti, gruppo di cui fa parte il PD, mentre ci sono i principali partiti che formano l’ALDE, un gruppo che a Bruxelles raccoglie i centristi e i liberali.
Per i leader è una corsa contro il tempo, “ci restano otto mesi” e la strada, secondo i sondaggi, è in salita. “L’Europa – concludono – merita un nuovo progetto e che i cittadini meritano quest’Europa rifondata. Otto mesi è il tempo che ci diamo per il riscatto dell’Europa”. Anche se gli otto leader sembrano aver ormai chiaro che c’è un nuovo schema di elezioni che ha completamente ribaltato la vecchia contrapposizione: popolari e socialisti, dimenticano due fattori importanti da non sottovalutare. Il primo riguarda la testa dello scudo attorno a Macron, sicuramente una ‘sorpresa’ e una vittoria inaspettata in Francia, ma che poco ha a che vedere con la sinistra. La seconda è che l’Europa che rivendicano “con fierezza i valori fondatori di pace, di libertà, di prosperità e di solidarietà” nel loro manifesto è stata fondata da quei socialisti dai quali sembrano volersi smarcare. Infine l’unico Paese dove i socialisti (e la sinistra) non sono in crisi è l’Inghilterra dove Corbyn ha riaffermato i vecchi valori di una sinistra ‘vicina al popolo’.

Lega all’attacco. Renzi: “Governo di ladri e bugiardi”

governo-lega-m5s-di-maio-salvini-800x450La Lega non ha perso tempo. Continua l’attacco alla sentenza del tribunale del Riesame di Genova sul sequestro dei fondi con il tentativo di trarne vantaggio mediatico e di consenso. La Lega, quella del cappio sventolato in Aula, alle sentenze contrarie non ci sta: “È chiaro – he detto Salvini – che cercano di metterci i bastoni fra le ruote. Quello che sta subendo la Lega è un processo politico senza precedenti. Anzi, sì, uno c’è: è successo qualcosa del genere in Turchia, quando a un partito fu sequestrato tutto il patrimonio prima ancora della condanna”. I toni del ministro dell’Interno si fanno sempre più duri. Di sicuro, il futuro della Lega si prospetta pieno di incognite.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti – che una settimana fa aveva detto “se ci condannano la Lega chiude” – oggi fa sapere che non parteciperà al previsto faccia a faccia con il presidente dem, Matteo Orfini, alla festa dell’Unità di Ravenna per “sopraggiunti impegni, ossia la preparazione del ricorso in Cassazione.

Ieri il segretario del Psi Riccardo Nencini aveva criticato duramente le reazioni di Salvini alla sentenza. Oggi l’ex premier ed ex segretario del Pd Matteo Renzi non ha lesinato critiche al governo che ha definito di “ladri e di bugiardi”, poiché la Lega di Matteo Salvini ha “rubato denaro ai cittadini” e il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli dichiara il falso sul crollo del viadotto Morandi a Genova. “Ieri Salvini”, ha puntualizzato Renzi, “ha detto una cosa enorme rispetto alla decisione del riesame di Genova che ha stabilito il sequestro dei fondi del partito, che vanno restituiti, ha detto ‘ma gli italiani sono con noi’. Però una cosa sono i sondaggi un’altra le sentenze, i 49 milioni si devono restituire”.

All’attacco anche l’attuale segretario dem, Maurizio Martina: “La Lega restituisca i 49 milioni che deve ai cittadini. Le sentenze si rispettano e Salvini non è diverso da un comune cittadino”. E mette nel mirino anche la “doppia morale” dei 5 Stelle.

La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

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Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

Primo articolo – Segue

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Missione di Tria alla corte dei finanziatori cinesi

economia-cinaDa ieri e fino al primo di settembre, il ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria sarà in Cina per la sua prima visita ufficiale al di fuori dell’Unione europea. Della delegazione fa parte anche il Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta.

Nella missione, finalizzata a rafforzare il dialogo economico e la cooperazione tra Roma e Pechino, sono previsti molti appuntamenti con istituzioni e con la comunità economica e finanziaria. A Pechino il ministro Tria ha avuto un incontro bilaterale con il ministro delle Finanze cinese Liu Kun, e colloqui con il governatore della People’s Bank of China, Yi Gang.

Nel secondo giorno della missione cinese, il ministro Giovanni Tria, accompagnato dal sottosegretario Michele Geraci e da una folta delegazione di imprenditori e banchieri, fra cui il vicedirettore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta, l’ad di Cassa Depositi e Prestiti Fabrizio Palermo e l’ad di Snam Marco Alverà, ha incontrato oggi a Pechino il suo omologo Liu Kun e il governatore della People Bank of China, la banca centrale cinese, Yi Gang. Appena messo piede in Cina, Paese dove ha insegnato a lungo e che conosce bene, Tria ha rassicurato in un’intervista a China Radio International: “L’Italia non è in cerca di acquirenti del suo debito pubblico, perché in questo momento non abbiamo questo problema”.

Ospite a una cena all’ambasciata italiana a Pechino il numero uno di via XX settembre si è mostrato ottimista sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, e sulle chances di un abbassamento dello spread nelle prossime settimane. Quel che davvero chiedono gli investitori stranieri, ha aggiunto, sono anzitutto ‘regole certe’.

La visita di Tria in Cina è arrivata in un momento non proprio roseo per l’economia italiana. Si avvicinano le scadenze della nota di aggiornamento al Def e della legge di bilancio, due rimasti assenti dal dibattito pubblico quest’estate. Il Belpaese è peraltro in attesa del giudizio delle agenzie di rating sull’economia italiana. Moody’s ha rimandato l’esame all’indomani della revisione del Def, vuole avere chiaro il quadro delle riforme, soprattutto quelle fiscali. L’agenzia Fitch che attualmente ha giudicato l’Italia con un BBB e outlook stabile, ha previsto una nuova valutazione per il 31 agosto, quando Tria sarà a Shanghai. D’altra parte, Tria sa di avere dalla sua una storia consolidata di rapporti commerciali e finanziari fra Roma e Pechino. Solo nel 2017 l’interscambio è balzato a quota 49 miliardi di dollari, di pari passo con una riduzione del deficit italiano verso il Dragone fino a 8,8 miliardi di dollari.

Le aspettative dell’attuale governo per la missione del Mef sono entusiastiche. Lo dimostrano le parole del sottosegretario Geraci, che ha scritto: “È giunto il momento per l’Italia di cavalcare l’onda cinese, invece che lasciarci travolgere da essa”. Anche Geraci è profondo conoscitore della Cina, dove ha vissuto e insegnato per diversi anni, ed è coordinatore della task force del Mise messa in piedi da Luigi Di Maio con l’obiettivo di ‘potenziare i rapporti fra Cina e Italia in materia di commercio, finanza, investimenti e cooperazione in Paesi terzi, facendo sì che l’Italia possa posizionarsi come partner privilegiato e leader in Europa in progetti strategici quali la Belt and Road Initiative e Made in China 2025”.

Il primo giorno di Tria a Pechino si è aperto con la firma di un memorandum d’intesa fra Cdp e Intesa San Paolo per rafforzare il sostegno all’internazionalizzazione delle imprese italiane in Cina e delle imprese con sede in Cina controllate da realtà italiane. Fra le altre cose, il protocollo punta a facilitare l’accesso al credito delle imprese italiane in Cina e, per quelle clienti di Intesa San Paolo, a promuovere i servizi offerti da Sace-Simest, il polo unico dell’export di Cdp. Una parte importante della missione italiana è stata dedicata al settore della green energy. La sera, presso l’ambasciata italiana, l’ad di Snam Alverà e il presidente di SGDI Hu Yuhai hanno firmato un memorandum per “la realizzazione di impianti di biogas e biometano finalizzati alla produzione di elettricità da fonti rinnovabili nelle zone rurali della Cina”. Ancora Snam, questa mattina, ha firmato un altro memorandum con State Grid International Development, l’azienda controllata al 100% dalla statale State Grid Corporation of China (Fortune 500 l’ha definita la prima utility al mondo). L’azienda italiana metterà a disposizione le sue conoscenze in materia per costruire impianti di biogas e biometano nelle zone rurali del Dragone. È stato poi il turno di Cdp che ha siglato un accordo preliminare con Bank of China Limited (Boc), una delle più importanti banche commerciali cinesi, assieme all’Istituto Nazionale di Promozione italiano. Obiettivo dell’accordo, firmato dall’ad di Cdp Palermo e dal vicepresidente di Boc Lin Jinzhen all’ambasciata italiana, il sostegno dell’export nostrano e il finanziamento di progetti infrastrutturali ed ecosostenibili. Chiude il cerchio, al momento, il settore cantieristico. Oggi Fincantieri ha firmato un memorandum con il più grande conglomerato cantieristico cinese, la China State Shipbuilding Corporation, alla presenza dell’ad Giuseppe Bono e del direttore Lei Fanpei. Fra le novità previste una joint venture per costruire navi da crociera, e nuovi investimenti in ricerca e sviluppo per svariati settori.

La missione cinese di Tria è stata annunciata con una certa enfasi dal governo Conte. Premesso che per il momento gli accordi presi non si spingono oltre ai memoranda of understanding, un bilancio complessivo della visita non potrà prescindere da una comparazione con la chinese connection dell’economia italiana avviata già da alcuni anni. Molte delle intese siglate in queste ore non sono infatti altro che il proseguimento, senza grandi novità, di partnership ben più pesanti celebrate con il governo di Matteo Renzi, che in tema di investimenti cinesi ha segnato una netta cesura con il passato. Nel luglio del 2014 era stato l’allora ministro del Mef Pier Carlo Padoan a recarsi in missione nel Paese del dragone. Lì aveva incontrato il governatore della Banca centrale cinese Zhou Xiaochuan. Il faccia a faccia ha aperto una stagione di shopping selvaggio di Bank of China in Italia. Solo in agosto, sotto gli occhi preoccupati della Consob, aveva superato la soglia del 2% delle sue partecipazioni in asset strategici come Telecom Italia, Fiat Chrysler, Eni, Enel, Prysmian e Generali.

Per fare un altro esempio, il matrimonio fra Cdp e State Grid International risale a un’operazione di fine luglio 2014 coordinata e voluta da Franco Bassanini, allora presidente di Cdp. Per circa due miliardi di euro veniva ceduta ai cinesi il 35% di Cdp reti, il veicolo di investimento voluto da Enrico Letta che sostiene Snam, Terna e Italgas. Un’operazione che pose un tema di sicurezza non indifferente e che non mancò di sollevare voci critiche dalle colonne di alcuni giornali. Insomma, l’entusiasmo del sottosegretario Geraci di una ‘nuova onda cinese’ da cavalcare deve fare i conti con una realtà di fatto: la chinese connection italiana è solida, anzi solidissima da almeno quattro anni.

In queste settimane, assistiamo a una fase in cui l’interessamento del nostro governo nei confronti della Cina sembra diventato piuttosto palese: nei prossimi giorni, sia il sottosegretario del Mise, Michele Geraci, sia il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in Cina cercheranno di creare contatti che possano portare fondi e investimenti in Italia nell’ambito di due missioni sincrone ma separate.

Ma sta succedendo qualcosa di particolare? Alberto Forchielli, fondatore di Mandarin Capital Partners, il più grande fondo di private equity sino-europeo, e Osservatorio Asia, centro di ricerche no-profit, ha così commentato: “Non mi pare niente di eccezionale, niente di nuovo, voglio dire. Negli ultimi anni ci siamo aperti alla Cina, e Pechino ha potuto disporre di ciò che voleva in Italia. Per esperienza diretta, posso dire che sono vent’anni che portiamo avanti queste missioni: sono due decenni che ci siamo aperti ai cinesi e i governi precedenti a quello attuale sono stati molto aperti”.

Sulla possibilità di innescare nuove situazioni in questo momento, Forchielli ha detto: “Niente che mi risulti: la storia di Alitalia, dei porti, non sono novità. Sono anni che cerchiamo di proporle a Pechino. Trieste e Venezia come sbocco della Nuova via della Seta navale possono essere interessanti per la Cina, ma il governo centrale ha per certi versi le mani legate visto che poi ci sono studi di fattibilità da soddisfare e vincoli locali. Mi pare ci sia molta ingenuità, quella di chi affronta il problema per la prima volta”.

Anche se è stato smentito, è legittimo pensare che il ministro Tria possa cercare di sostituire gli acquisti di titoli di stato italiani del Quantitative Easing che la Bce interromperà a dicembre con Pechino. Su questo argomento il parere di Forchielli è il seguente: “Mettiamola così: è bene fare la proposta, portarli all’attenzione, ma dobbiamo tenere conto che la Cina si muove per il 95 per cento su base finanziaria e per il resto politica. Prendiamo l’esempio di quello che fa in Pakistan, Libia o Venezuela: quelli sono Paesi in cui l’interesse politico può portare Pechino a investire, ma un conto è piazzare 20 miliardi in Pakistan un conto è farlo in Italia. Là cambiano le cose, in Italia anche se acquistassero 20 miliardi di Btp per noi cambierebbe poco e per loro idem. Investire da noi è più costoso. La Cina dovrebbe allora vederci come un interesse politico, e dunque cambiare agenda nel proprio portafoglio e investire molti soldi nel nostro debito, però su questo lasciatemi esprimere scetticismo. A Pechino piacciono le situazioni più stabili e soprattutto più, diciamo così, liberal e free-trader. Ossia, il governo sovranista che c’è in Italia adesso, piace molto meno del governo Renzi e del governo Prodi: i cinesi si fidano molto poco di quel genere di situazioni, al di là del rispetto e della cordialità formale”.

Potrebbe esserci il rischio che l’Italia, se i cinesi dovessero allungare di più i propri tentacoli su infrastrutture e debito, finisca trattata come uno dei paesi finanziariamente più deboli in cui Pechino è penetrata in profondità rendendoli degli stati pseudo-satelliti. Stiamo attraversando un momento in cui i paesi occidentali cominciano a valutare come non troppo vantaggioso l’ingresso cinese nei propri settori strategici. Secondo Forchielli: “Questa missione è in controtendenza e fuori tempo: però in questa fase in cui l’Occidente si sta chiudendo, la nostra esposizione potrebbe anche risultare appealing per i cinesi. Potrebbe però, perché in generale non riesco a vedere come l’interesse di Pechino possa in qualche modo aumentare attorno all’Italia, considerando che tutto quello che i cinesi potrebbero fare qui ha un prezzo molto alto”.

Forchielli, in conclusione, fa una riflessione pragmatica: “Occorre capire dai segnali postumi quanto sarà interessata ai cinesi la visita italiana, e il modo migliore per farlo è seguire i giornali del partito (il China’s Daily o il Global Times, per esempio) per vedere e analizzare che genere di copertura verrà riservata ai rappresentati di Roma, perché, i cinesi sono fortissimi a fare i brindisi, ma poi attenzione perché le cose possono finire male: un conto sono i brindisi, un altro è la fatica per portare a casa i risultati”.

Il premier italiano si vanta di aver stabilito una relazione eccezionale col presidente americano, che in questo momento però sta guidando la campagna di chiusura alla Cina del mondo occidentale. Il Mise, annunciando la formazione della Task Force Cina, ha scritto che quello è uno strumento indispensabile per “evitare di restare a guardare passivamente l’asse mondiale spostarsi verso est”. Washington fa le guerre commerciali alla Cina, ma per fortuna sembrerebbe che non interessi più di tanto cosa facciamo, o meglio cosa vorremo fare, con la Cina. Gli Usa guardano ai rapporti bilaterali, per adesso.

Alessia Amighini, co-head dell’Asia Program dell’Ispi e professoressa di Economia e Public policy all’Upo, ha così commentato la visita di Tria in Cina: “L’interessamento dell’attuale governo nei confronti della Cina non segna una svolta, anzi non è altro che il segnale della volontà di continuazione delle buone relazioni bilaterali intercorse negli ultimi anni. L’Italia, in ambito europeo, mantiene relazioni migliori di altri paesi con Pechino, per gli importanti legami economici e culturali che da sempre intercorrono, e che si sono ulteriormente approfonditi negli ultimi quattro-cinque anni: dimostrazione evidente ne è stata la presenza del capo del governo italiano al Forum internazionale di Pechino nel maggio del 2017, unico tra i paesi dell’Europa continentale e dell’allora G8, e segnali tangibili sono i molteplici e crescenti legami bilaterali che si manifestano in progetti di collaborazione artistica, culturale, economica, scientifica, tecnologica. Oggi il governo italiano riconosce la necessità di continuare sulla stessa linea dei precedenti, per non perdere quello che deve essere giustamente considerato un prezioso capitale relazionale. L’elemento che viene proposto come una novità da Geraci è la volontà di cambiare atteggiamento da passivo ad attivo e di acquisire consapevolezza delle potenzialità correnti e future, ma a ben vedere è da oltre un anno l’Italia si è mostrata più assertiva di quanto non sia mai stata nei confronti degli interessi cinesi in casa nostra. Porti, interporti e reti stradali e ferroviarie, come tristemente ricordato a tutti noi dalla cronaca recente, sono ambiti di grande fabbisogno di interventi e investimenti, e molti di essi sono da tempo oggetto di interessi o mire cinesi. Se cavalcare l’onda cinese vuol dire anche coinvolgere effettivamente la controparte cinese in investimenti di effettivo interesse nazionale (per esempio, ma non solo, i territori di Genova e Trieste, già ufficialmente individuati come primi snodi delle nuove vie della seta in Italia, e anche nodi importanti nei Corridoi europei) che beneficiano molto i commerci cinesi non solo in Italia, ma in tutto il Mediterraneo, mantenendone però noi il controllo, allora il corso delle relazioni potrà dirsi rinnovato. Finora l’onda cinese si è presentata soprattutto sotto forma di acquisizioni di aziende in difficoltà finanziaria, con intenti non predatori nella maggior parte dei casi. Questo è avvenuto perché gli investitori cinesi avevano interesse ad acquisire brand e competenze, a mettere piede in Italia, non a saccheggiare aziende depositare di know-how molto prezioso. Poi ci sono i cosiddetti investimenti di portafoglio, ed il più interessante in questi giorni è proprio il 5 per cento di Autostrade, acquisito dal Silk Road Fund nel 2017, per circa 750 milioni di euro. Il ribasso del titolo dopo la tragedia di Genova e lo scenario di una non ben definita ri-nazionalizzazione della rete autostradale è di certo un tema di cui i cinesi vorranno parlare e su cui vorranno rassicurazioni concrete e precise, che per ora il governo Conte non sa dare, perché non mostra la minima idea di che cosa saprà, potrà e vorrà fare. E questo non è un buon precedente per chiedere ai cinesi ulteriori investimenti. Non c’è nulla di nuovo in vista, i cinesi continuano a battere sugli stessi tasti, forse perché i progetti e le proposte del passato recente non si sono ancora realizzati. Di nuovo, nel prossimo futuro, potremmo vedere semmai la realizzazione effettiva dei tanti dialoghi intercorsi e mai concretizzati. Forse un nuovo modello di collaborazione economico-finanziaria che faccia leva sull’interesse e la volontà cinese di investire in Italia (dove ormai non vuole investire più nessuno, quasi neppure gli italiani), non tanto con una logica del breve, ma con una prospettiva a lunga gittata. Il 5 per cento in Autostrade aveva questo obiettivo, se non sbaglio? Serviva a finanziare un attore importante nella Belt and Road. Invece di rafforzare e potenziare la rete in Italia, si è usato il nuovo capitale per finanziare l’internazionalizzazione di Atlantia. In questo momento Italia e Cina hanno entrambe necessità di mantenere e se possibile rinnovare tutta la nostra rete di trasporti e infrastrutture: noi per non crollare, i cinesi per non veder bloccati tutti i loro commerci che passano per il Mediterraneo. Usiamo a leva questo loro interesse a servizio di progetti di sviluppo nazionale. Pechino ha sempre obiettivi di medio-lungo termine. Noi abbiamo purtroppo sempre obiettivi di breve, perché del lungo non ci preoccupiamo molto, e agiamo spesso solo in emergenza. I capitali cinesi non sono stati sempre ben visti in Italia e in Europa: certo andare a chiedere soldi ora, dopo che gli si è dato dei banditi prima non ci mette in una condizione favorevole. Pechino si presterà a collaborare sulle nostre esigenze di cassa, ma sposterà il gioco sul futuro. Può essere uno schema perseguibile solo se non perdiamo la bussola, e spetta a noi arrivare con un’idea, un progetto nel quale coinvolgerli: dovremmo arrivare a Pechino con un’idea ambiziosa, ispirata alla modalità dirigista alla cinese, ora che gli interessi finanziari privati nazionali non hanno molto da pretendere. È vero che molti dei paesi riceventi gli investimenti cinesi targati Bri sono finiti in zona rossa in termini di debito estero e il contributo marginale del debito nei confronti della Cina è molto elevato. Per questi paesi la dipendenza dalla Cina è al contempo finanziaria e politica. Il debito pubblico italiano out standing è così elevato che il contributo marginale della Cina non ci farebbe diventare suoi satelliti. Però, nonostante lo spread in salita renda i nostri titoli di Stato molto più redditizi degli altri in Europa, i cinesi cercano ritorni a lunga, e investire in Italia non li da. A differenza della parziale chiusura di alcuni paesi europei, soprattutto Germania e Francia, e pure dell’apertura quasi incondizionata di altri, tra cui Grecia e Ungheria, l’Italia ha una posizione intermedia più ragionevole, nella consapevolezza (certamente da parte cinese e finalmente anche italiana) di numerose sinergie, in molti settori produttivi, agricoli e manifatturieri, ma anche nelle infrastrutture. Mantenere buone relazioni con entrambe le grandi potenze è indispensabile. A maggior ragione con la maretta della guerra commerciale tra Pechino e Washington, che potrebbe diventare un maremoto, se dovesse coinvolgere settori ben più strategici come cyberspace ed energia. Sebbene voglia farci credere il contrario, Trump ha sempre bisogno dell’Europa per tener testa a Russia e Cina. In questi giorni l’asse russo-tedesco nel progetto del raddoppiamento del Nord Stream ha mostrato a tutti che è opportuno evitare eccessive dipendenze bilaterali, e la Cancelliera Merkel così facendo ha convinto Trump ad appoggiare il South stream, di vitale importanza per la sicurezza energetica europea e anche per impedire un dominio incontrastato cinese in Asia centrale. L’Italia ha un ruolo centrale nella diversificazione degli approvvigionamenti di energia per tutta l’Europa, e anche per questo non ci sono inclinazioni davvero incompatibili”.

Il due settembre sapremo quali frutti avrà raccolto la missione Tria in Cina.

Salvatore Rondello

Il Pd pensa a una svolta ‘rosa’ per la Segreteria

Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi Maria Elena Boschi (D) con Debora Serracchiani (S) e il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti durante la la terza e ultima giornata della Leopolda, a Firenze, 6 novembre 2016. ANSA/Maurizio Degl' Innocenti

ANSA/Maurizio Degl’ Innocenti

Voci e indiscrezioni si rincorrono in queste ore sulla possibile successione al Partito democratico dell’ex Ministro Maria Elena Boschi. Ieri la dem ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera sul Partito Democratico e sull’attualità politica e a alla domanda sulla possibilità che il prossimo segretario del partito possa essere una donna ha risposto piuttosto evasivamente. Considerata renziana di ferro, anche se Matteo Renzi sa che una sua candidatura al congresso del Pd potrebbe essere controproducente.
La sua possibile candidatura, che sarebbe espressione appunto dell’area strettamente renziana, non è la sola a rappresentare l’entourage del segretario uscente, Matteo Renzi e non è nemmeno l’unica donna che potrebbe rappresentare un’alternativa alla segreteria da sempre in mano agli uomini dem. Gli altri partiti, anche quelli di destra, come FdI, hanno visto donne alla carica, come Giorgia Meloni, ma per il Partito democratico, anche quando ancora si chiamava Pci la carica è sempre stata maschile. Un unicum in Europa.
Comunque le altre quotate per la segreteria sono donne molto ‘vicine’ alla linea renziana: Teresa Bellanova e Debora Serracchiani. Anche se quest’ultima non è più considerata una “fedelissima” renziana, mentre l’ex sindacalista della CGIL, è talmente gradita al segretario uscente che è stata indicata a sfidare l’avversario generazionale di Renzi, Massimo D’Alema, nel collegio uninominale Puglia 6 del Senato.
Tutto è ancora da considerare, il prossimo congresso nazionale del principale partito di opposizione dovrebbe svolgersi prima delle elezioni europee, quindi a inizio 2019, con le Primarie per la scelta del segretario che dovrebbero essere fissate per il 24 febbraio.

Decreto dignità, voucher della discordia

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“Tra oggi e domani ci sarà il testo definitivo del decreto dignità”. Lo ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, davanti alle commissioni Industria e Lavoro del Senato, rispondendo alle domande dei senatori dopo aver presentato le linee guida dei suoi dicasteri. Il “decreto dignità” è ancora in attesa della firma del Capo dello  Stato e dell’approdo in Gazzetta ufficiale a oltre una settimana dall’approvazione in Cdm. E porta con sé, sul fronte lavoro, un complessivo aggravio burocratico, ed economico, sui datori. Tra le modifiche possibili in Parlamento, il ritorno dei voucher. I buoni lavoro che il governo Gentiloni aveva eliminato per evitare il referendum abrogativo proposto dalla Cgil. Da allora questo strumento non è ancora stato rimodellato o sostituito con un altro. Ora il governo è diviso. La Lega ne rivuole la reintroduzione, mentre per il M5s è più difficile capire quale sia la linea di pensiero.

Inizialmente ha sempre frenato, escludendo del tutto un potenziale utilizzo di questo strumento. Quasi fosse un punto dirimente, una battaglia ideologica che non prevedesse alternative possibili. Tanto che le parole dette da Di Maio solo l’altro giorno solo così chiare da non avere bisogno di interpretazioni: “Se devono essere reintrodotti per sfruttare di nuovo i giovani ci sarà un muro di cemento armato del M5S. Non permetteremo nessuna reintroduzione dei voucher che lasci aperta la strada allo sfruttamento”. “Se il Parlamento – ha aggiunto Di Maio – vuole fare delle proposte migliorative va bene e siamo pronti a discutere. Ma non accetto nessun ricatto del tipo: o ci fate sfruttare i nostri giovani o li licenziamo”

Ma ora come se nulla fosse la linea cambia e arriva l’apertura: “Se i voucher possono servire a settori come l’agricoltura e il turismo, per specifiche competenze, allora ben vengano, l’unica cosa che chiedo alle forze di maggioranza è quella di evitare abusi in futuro”. Fatto sta che a dieci giorni e più dall’approvazione del decreto Dignità da parte del governo, il testo del provvedimento, al di là delle bozze circolate, rimane un oggetto misterioso. La cosiddetta entrata in vigore, dunque, rimane in bilico: la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale non è avvenuta. Ma di sicuro sappiamo, secondo l’annuncio del super-ministro Luigi Di Maio, che il decreto sarà votato dall’aula della Camera il 24 luglio. Un annuncio destinato, almeno nelle intenzioni del capo grillino, a mettere un freno proprio alle polemiche delle opposizioni sui ritardi dell’approdo in Parlamento del provvedimento. Ma anche un annuncio per tentare di sopire lo scontro con la Lega sul pacchetto lavoro dello stesso decreto e sulla reintroduzione dei voucher richiesta a gran voce dai leghisti. Matteo Salvini, nello specifico, ha ribadito la linea del Carroccio: “Ci sono alcuni limitati settori, penso ad agricoltura, commercio, turismo e servizi, lavori stagionali per i quali l’alternativa è lavoro nero o voucher? Io preferisco i voucher allo sfruttamento e al lavoro nero”. Posizione alla quale il ministro grillino pare essersi ora adeguato. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa il premier, Antonio Conte, di cui, almeno sui tempi di scontro del govereno, si sono perse le tracce. Stretto in una posisione scomoda, a metà tra il suo sponsor principale, il M5S, e la incontenibile preponderanza mediatica di Salvini.

Ironizza Matteo Renzi: “L’unica misura partorita sino ad oggi è il Decreto Dignità: era talmente urgente che nessuno trova più il testo”. Ma nel Pd non c’è una linea comune: “La parte sul lavoro va guardata con obiettività”, sostiene Orlando. Tutto questo mentre il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, incalza: “A Di Maio chiediamo di aprire un confronto sul decreto dignità in cui condividiamo i fini come la lotta alle delocalizzazioni e ridurre l’abuso dei contratti termine, ma noi abbiamo proposte che non danneggiano il sistema economico”.

Colle concede il colloquio. Trenta frena Salvini

elisabetta trentaAncora diplomazia a garbo da parte del Presidente Sergio Mattarella, dopo il pressing del Vicepremier Matteo Salvini per un incontro sull’affaire Fondi Lega, il Capo dello Stato al rientro dalla Lituania ha incontrato il leader della Lega. Concedere il colloquio, ma sotto forma di incontro con il titolare del Viminale, è parso il male minore per Mattarella. “Utile, positivo e costruttivo”, è stato il commento di Salvini sull’incontro con il Capo dello Stato che è durato quasi 40 minuti. Durante l’incontro si è parlato di immigrazione, sicurezza, terrorismo, confisca dei beni mafiosi e di Libia. Ma non è stata affrontata la vicenda dei fondi della Lega che aveva portato al nervosismo del Colle.
Meno diplomatica è stata invece la ‘risposta’ della Ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, decisa a non subordinare il suo Ministero a quello degli Interni. Ieri Matteo Salvini, il ministro dell’Interno, ha annunciato di voler portare al tavolo europeo di Inssbruck di giovedì la richiesta italiana di bloccare l’arrivo nei porti italiani delle navi delle missioni internazionali attualmente presenti nel Mediterraneo. La dichiarazione del Capo del Viminale arriva dopo lo sbarco al porto di Messina del pattugliatore irlandese ‘Samuel Beckett’ con 106 profughi a bordo, quasi tutti sudanesi, che erano stati salvati in acque Sar maltesi tra il 4 e 5 luglio. La Beckett partecipa all’operazione Sophia che da febbraio scorso è sotto guida italiana.
Ma sull’esternazione di Salvini la Difesa ha puntualizzato che “Eunavformed è una missione europea ai livelli Esteri e Difesa, non Interni” e che “le regole di ingaggio della missione” vanno cambiate “nelle sedi competenti, non a Innsbruck”.
Dal ministero della Difesa fanno inoltre notare che “l’azione deve essere coordinata a livello governativo, altrimenti l’Italia non ottiene nulla oltre a qualche titolo sui giornali, fermo restando che la guida italiana per noi è motivo di orgoglio”.
Cerca di conciliare l’altro Vicepremier, Luigi Di Maio, nonché Capo Politico del M5S di cui la Ministra fa parte che ieri ha affermato:
“Finché la missione Eunavfor Med rimane in piedi, gli unici porti sono quelli italiani, ma l’obiettivo nostro è cambiare le regole di ingaggio della missione” aggiungendo che “un anno fa sono stato a parlare con Frontex e mi spiegarono che il governo Renzi diede la disponibilità di portare i migranti nei porti in cambio di punti di flessibilità usati per il bonus degli 80 euro”.

Ma sulla questione migranti interviene anche il ministro degli esteri Enzo Moavero che si allontana dalla linea dura imposta da Salvini: “Non ci sfiliamo dagli impegni internazionali – ha detto – siamo pienamente dentro e non intendiamo muoverci al di fuori del quadro di diritto internazionale, quindi anche europeo” ha detto con riferimento alla missione Ue Sophia per il salvataggio in mare dei migranti. Parole a cui il magistrato Armando Spataro aggiunge: “Nessuno può vietare a un barcone di attraccare. La convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati prevede il diritto al non respingimento”. “Ragionando per assurdo – ha spiegato – se un barcone arrivasse a Torino ai Murazzi sul Po e qualcuno impedisse a chi sta sopra di scendere, avvierei degli accertamenti. Nessuno può vietare a un barcone di attraccare”.

A questo punto è intervenuto anche Matteo Renzi in un post su Facebook. “La flessibilità – annunciata a Strasburgo il 13 gennaio 2015 – era parte integrante dell’accordo per eleggere Juncker – ricorda Renzi -. Non c’entra nulla con le politiche migratorie. Nulla. Era un accordo politico di risposta all’austerità del Fiscal Compact. Sono due dossier politici diversi”.

Sinistra e Caviale

pd elezioniE ancora una volta è débâcle in casa Pd. Dopo la disfatta del referendum del 4 dicembre e l’umiliazione del 4 marzo, il partito guidato da Martina subisce una nuova e grave battuta d’arresto, perdendo al ballottaggio in alcune delle più note città rosse: Pisa, Massa e Siena in primis, ma anche nella lombarda Cinisello Balsamo. La sconfitta è ancor più pesante se si pensa alla tradizione politica della Toscana che, insieme all’Emilia Romagna, costituiva il nerbo delle regioni rosse che nemmeno la più grave crisi politica della sinistra (quella del passaggio dal Pci al Pds) aveva potuto scalfire. Martina e Renzi sono riusciti dove Occhetto aveva fallito: distruggere un patrimonio di voti secolare e radicatissimo. Una missione quasi impossibile, per via del fortissimo senso di appartenenza alla ‘ditta’ degli elettori di queste zone, ma che è stata portata a termine all’odierno Pd. A dire il vero questa tendenza era già emersa nel 2017 quando a Sesto San Giovanni – l’ex Stalingrado d’Italia – e a Genova aveva vinto il centrodestra. E si era consolidata con le recenti elezioni politiche. Quello delle ultime consultazioni è stato un clamoroso salto di qualità.
Ormai è sempre più chiaro: la sinistra non è più quella delle origini. Non è più quella parte dello schieramento politico che dà voce al popolo minuto e alle istanze dei più deboli, degli oppressi e degli ultimi. Il Pd non è più il partito operaio radicato nei grandi distretti industriali. L’odierno Partito democratico è tutt’altro. È un partito d’élite che disprezza i ceti popolari incolti e «mediocri» (si veda l’intervista di Michele Serra al «Foglio»), chiuso in una turris eburnea da cui vengono lanciati giudizi sprezzanti. Una vera gauche caviar che preferisce incolpare l’elettorato piuttosto che fare i conti con se stessa e con la propria crisi.
In questa fase drammatica non si vedono vie d’uscita, anzi. Il dibattito interno risulta particolarmente autoreferenziale e inconcludente. Lo scontro post elettorale tra Martina e Calenda ne è l’emblema. Mentre il primo parla di cambiamenti radicali e ricostruzione, il secondo propone un ripensamento totale che coinvolga «linguaggio, idee, persone e organizzazione» in modo da allargare e coinvolgere più cittadini nel cosiddetto Fronte Repubblicano che dovrebbe sostituirsi al Pd.
Mentre le lotte intestine dilagano e gli elettori si dileguano, la nave affonda.

Trump a Putin: “Torni nel G8”

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Il primo  viaggio istituzionale  di  Giuseppe Conte  è con un  aereo di Stato. Il volo diretto al G7 di Charlevoix, in Quebec, è decollato ieri alle 19 da Roma. Per la sua trasferta in  Canada, quindi, il neo presidente del Consiglio non ha utilizzato un  volo di linea, tema sul quale negli scorsi anni sono state vibranti le polemiche dei Cinque Stelle. Ma, i pentastellati hanno precisato che non si tratta del  Airbus A340,  l’aereo voluto da  Matteo Renzi  e costato  150 milioni di euro, e assicurano anche di aver tentato fino all’ultimo di provare ad organizzare la trasferta con voli di linea. Questa soluzione è risultata inopportuna per il tempo che sarebbe stato necessario a causa degli scali necessari per raggiungere la destinazione canadese e per l’esigua disponibilità di posti  sui voli delle tradizionali compagnie per una partenza  “last minute”  che comunque sarebbe costata di più. In ogni caso, ha assicurato il M5S, è intenzione del premier utilizzare il più possibile aerei di linea soprattutto per le  tratte più brevi. La notizia della scelta di aereo fatta dalla presidenza del Consiglio ha comunque provocato la reazione dell’opposizione.  Michele Anzaldi, deputato del  Partito Democratico, ha detto: “Conte prende esattamente  lo stesso aereo  usato da tutti i presidenti del Consiglio, compreso Renzi”.

Oggi ci sarà il debutto sulla scena internazionale del nuovo premier italiano Giuseppe Conte al vertice mondiale del G7. Al di là della curiosità legata all’accoglienza del nuovo scenario politico, per l’Italia si tratterà di una presenza in sordina, per una serie di ragioni. La prima: il leit motiv del vertice sembra essere ‘Trump contro il resto del mondo’ per via dei messaggi ancora una volta sprezzanti partiti dalla Casa Bianca all’indirizzo dei partners. La seconda: il tema più scottante sul tavolo dei sette capi di governo è quello dei dazi commerciali, tema su cui la nuova alleanza giallo-verde non si è sbilanciata più del necessario (ad eccezione di una entusiasta adesione di Salvini, alcuni mesi fa, al sistema delle barriere commerciali). La terza: Giuseppe Conte porterà con sé il dossier preparato dallo staff del suo predecessore Paolo Gentiloni, anche se sta per essere messa a punto una strategia autonoma.

In Canada, accanto al padrone di casa Justin Trudeau, ci saranno Donald Trump (che secondo i media americani era sul punto di disertare l’appuntamento), Angela Merkel, Theresa May, Emmanuel Macron, Shinzo Abe e per l’appunto Giuseppe Conte. Ancora una volta è stato lasciato fuori dalla porta Vladimir Putin che continua a scontare le sanzioni dell’Occidente dopo l’invasione della Crimea. La vigilia è stata animata come detto da alcune dichiarazioni incrociate tra il premier canadese Trudeau e Donald Trump. La Cnn ha riportato una telefonata piuttosto tesa tra i due leader; alle lamentele di Trudeau a proposito dei dazi commerciali e alla richiesta di spiegazioni da parte di quest’ultimo, Trump avrebbe risposto: “Non bruciaste forse la Casa Bianca come nel 1812?” (facendo un po’ di confusione con la storia: ad appiccare il fuoco furono gli inglesi e non i canadesi).

Donald Trump arriverà per ultimo in Canada per partecipare al G7 e sarà il primo ad andarsene. La Casa Bianca ha confermato che il presidente Usa lascerà anticipatamente i lavori del vertice tra i grandi del mondo, ufficialmente per andare con un po’ di anticipo a Singapore per lo storico summit con il leader nordcoreano Kim Jong Un.

Anche in Canada, a poche ore dall’appuntamento, era circolata la voce che Trump non voleva proprio presentarsi al G7, cosa che avrebbe rappresentato uno strappo senza precedenti.

Per quando riguarda invece lo storico incontro del 12 giugno, il presidente americano nel corso di una conferenza stampa congiunta, alla Casa Bianca, con il premier giapponese, Shinzo Abe, ha risposto così a chi gli chiedeva se pensava di invitare Kim negli Stati Uniti: “La risposta alla seconda parte della domanda è sì, ovviamente se l’incontro andrà bene. Penso che sarebbe accolto bene e credo che lui stesso possa accogliere bene l’invito, quindi è molto probabile che accada”.

Sul vertice, Trump ha ribadito anche che la Corea del Nord deve rinunciare al nucleare, se vuole un accordo per ammorbidire le sanzioni statunitensi e ha dichiarato che il summit potrebbe durare più di un giorno: “Uno, due, tre: dipende da quello che succede”.

In vista del G7 in Canada, in programma oggi e domani, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha mandato in giro qualche messaggio: “Non vedo l’ora di raddrizzare gli iniqui accordi commerciali con i Paesi del G-7. Se non succede, ne usciremo anche meglio!”. Ed anche: “Il Canada fa pagare dazi del 270% sui prodotti caseari statunitensi. Non ve lo avevano detto, vero? Non è giusto per i nostri agricoltori!”.

Forzature storiche a parte, le barriere commerciali imposte dall’inizio di giugno da Washington ai suoi storici partners pesano molto. Europa e Canada lamentano la disparità di trattamento da parte dell’amministrazione americana, che ha intavolato un dialogo sull’argomento con la Cina (da cui subisce un feroce dumping commerciale)  ma ha usato il pugno di ferro con l’Occidente .

Trudeau ha detto: “Non potremo fare a meno di manifestare la nostra scontentezza”. Trudeau, assieme al suo omologo Emmanuel Macron auspica un fronte comune contro Trump per sbloccare la situazione”.  Due giorni fa, Bruxelles ha annunciato che farà scattare una serie di ritorsioni sull’import dei prodotti ‘made in Usa’.

Infine c’è la prevedibile curiosità attorno al debutto di Giuseppe Conte in rappresentanza dell’Italia. Il nuovo presidente ha disertato il Consiglio dei ministri proprio perché in volo per il Canada. Il nuovo rappresentante di Roma catalizzerà inevitabilmente l’attenzione soprattutto per le posizioni espresse riguardo ai rapporti con Mosca. Il fronte occidentale ritiene essenziale mantenere le sanzioni contro Putin (ad eccezione di Trump che mantiene un rapporto ambivalente) mentre Conte, nel suo discorso di insediamento al Senato ha manifestato l’intenzione di fare un passo indietro con il rischio di rompere il fronte, ma  ricevendo un altolà da parte del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Un’apertura di credito all’Italia è arrivata da colei che è indicata come il nemico da parte di Lega e M5S, vale a dire Angela Merkel.

Rispondendo nell’ambito dell’Europa forum a Berlino, la cancelliera ha detto: “Fra Germania e Italia dovremmo parlare gli uni con gli altri, invece di parlare gli uni degli altri, e non iniziare la comunicazione in modo indiretto con insinuazioni e congetture”.

La linea dell’Italia, più in generale resta quella già annunciata: da un lato fedeltà ai partner occidentali, dall’altro apertura di credito verso la Russia. Lo ha ribadito ancora Matteo Salvini: “Il mio punto di vista sulle sanzioni alla Russia continua a essere quello che mantengo da anni a questa parte, ovvero che le sanzioni non risolvono nulla e che mantenendo fede agli impegni internazionali presi, ritengo fondamentale tornare a dialogare, a commerciare e a ragionare amichevolmente con la Russia”. In serata, parlando al tradizionale ricevimento all’ambasciata russa a Roma, il ministro dell’interno si è spinto anche un pò oltre. Alla domanda se è possibile un veto italiano in Europa sulle sanzioni alla Russia, Salvini ha risposto: “Dobbiamo ragionarci. In Europa almeno a parole qualcosa sta cambiando. Siamo una squadra. Lasciateci partire, ma sulle sanzioni abbiamo le idee chiare”.

Non sarà un esordio internazionale facile quello di Giuseppe Conte al G7 di Charlevoix. Catapultato in pochissimi giorni dalle aule dell’università di Firenze al tavolo dei leader mondiali, il nuovo presidente del Consiglio avrà tutti gli occhi puntati su di lui per essere considerato il premier di un governo euro-scettico, populista e aperturista verso la Russia di Putin.

Contemporaneamente, da Roma, Matteo Salvini detta la linea e smarca l’Italia dall’Ue sulla contrarietà totale ai dazi imposti da Donald Trump. Alla vigilia del G7 il vicepremier Salvini ha affermato: “Le politiche commerciali vanno ristudiate. L’Italia è una potenza che esporta e quindi va protetto il ‘made in Italy’ e credo che le politiche di Trump siano soprattutto per arginare la prepotenza tedesca. L’Italia non deve subire né l’una né l’altra manovra”.

La Merkel ha già manifestato qualche timore: “Non credo che ci sarà un problema drammatico al G7 nella posizione europea, anche se per la prima volta c’è Conte”.

Il neo presidente del Consiglio avrà incontri bilaterali con Merkel, Trump, Macron, May e Trudeau. Sembrerebbe determinato a farsi portavoce degli interessi dei cittadini italiani avendo già affermato: “La prima posizione dell’Italia sarà farsi conoscere, la seconda farsi rispettare”.

Le aspettative sono altissime. Ieri, anche il vicepremier Luigi Di Maio ha sostenuto che l’appartenenza all’Alleanza Atlantica non elimini il dialogo con la Russia con la proposta di revisione del sistema delle sanzioni. Di Maio ha chiarito: “Non sarà un governo supino alle volontà degli altri governi. L’Italia storicamente ha avuto la funzione nell’ambito della Nato di essere un Paese che dialogava con i Paesi dell’Est come la Russia”.

Lunedì prossimo il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg sarà a Roma per incontrare Conte, ma certamente il G7 sarà un primo importante test.

Conte in Quebec avrà anche un primo colloquio con il presidente della Commissione UE, Jean Claude Juncker. Con i colleghi europei avrà modo di aprire la discussione in vista del Consiglio di fine giugno sul futuro dell’Ue per trattare temi cruciali come l’immigrazione e l’unione bancaria e monetaria.

Matteo Salvini ha già avvisato: “A me piacerebbe che gli organismi internazionali di cui facciamo parte e a cui contribuiamo economicamente, essendo organismi di difesa, difendessero la sicurezza italiana ed europea”.

Al G7 a Charlevoix, in agenda, oltre alla questione sui dazi, ci sono anche Iran e clima. Tre dossier dove c’è una notevole distanza tra i leader mondiali e Trump. Infatti, la Casa Bianca sta valutando se il presidente firmerà il documento finale.

Se al summit di Taormina fu faticosamente raggiunto un documento finale a sette, limato fino all’ultimo, dal quale restò fuori solo il clima, a Carlevoix si pensa già che la dichiarazione comune non ci sarà affatto. In proposito la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto: “Ci si sta lavorando, ma ci sono troppi dissensi”. Questa percezione conferma la posizione della Casa Bianca. Il tycoon va in Canada tutt’altro che disposto a ricevere lezioni dagli altri leader.

Il maggior dissenso parte proprio dalla questione sui dazi che, direttamente o indirettamente, colpiscono tutti i leader presenti: Canada (gli Usa stanno anzi valutando ulteriori misure contro il Paese che ospita il summit), Giappone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna. Secondo molti osservatori, minacciano gli stessi progressi compiuti dal G7 con la Cina e le sue pratiche commerciali. Nulla però fa pensare ad un possibile spiraglio dopo il fallimento del summit dei ministri delle Finanze nel quale gli Usa non sono arretrati di un millimetro sulle tariffe imposte a Europa e Canada su acciaio (del 25%) e alluminio (del 10%) dal primo giugno. La risposta dell’Ue, che va a colpire il cuore del dei prodotti a stelle e strisce, dai jeans Levi’s alle moto Harley Davidson, partirà da luglio. Il G7 potrebbe rappresentare l’ultimo momento utile per trovare un compromesso. Ma Trump si presenta a Charlevoix con la minaccia più temuta: la possibilità di estendere i dazi alle auto importate da Europa e sud-est asiatico. Una misura, hanno avvertito Tokio e Bruxelles, che porterebbe gravi turbolenze sul mercato globale e determinerebbe la fine del Wto.

Lontanissimi i leader degli altri Paesi e sempre Trump anche sull’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano. La risposta europea non è stata solo politica. Bruxelles ha subito messo in sicurezza le aziende europee, applicando lo ‘statuto di blocco’, la norma volta a neutralizzare gli effetti extra-territoriali delle sanzioni Usa e aggiornando il mandato sul prestito esterno della Banca europea per gli investimenti (Bei), rendendo l’Iran un Paese candidabile alle attività di investimento. L’inquilino della Casa Bianca rimane però irremovibile anche su questa decisione, che in un giorno ha demolito uno dei capisaldi di Obama. L’altro era l’accordo di Parigi sul clima, rimasto fuori dal comunicato congiunto di Taormina e che di certo non rientrerà in quello (se ci sara’) di Clarlevoix.

Crescita, lavoro e parità di genere saranno forse gli unici temi sui quali non ci saranno eccessive spaccature. Anche all’interno dei Paesi europei le distanze non sono poche. A cominciare dall’immigrazione, con la spaccatura totale sulla riforma del regolamento di Dublino. Proseguendo con il rapporto nei confronti della Russia. Temi fuori dall’agenda del G7 ma che entreranno certamente nei bilaterali che Conte avrà con la Merkel e con il presidente della Commissione europea Jucker, soprattutto dopo le turbolenze degli ultimi giorni per l’apertura dell’Italia al Cremlino.

A sorpresa è arrivata l’apertura di Donald Trump alla Russia. Prima della partenza per il vertice del G7 in Canada, Donald Trump ha detto: “Alla Russia dovrebbe essere permesso di tornare nel G8”.

Immediato è stato il commento del premier italiano Giuseppe Conte: “Sono d’accordo con il presidente Trump: la Russia dovrebbe rientrare nel G8. E’ nell’interesse di tutti”.

Dmitri Peskov, il portavoce di Putin ha commentato dalla Cina: “La Russia si concentra su altri formati”.

Oltre al G8 di oggi e domani, i prossimi appuntamenti importanti saranno il Consiglio Europeo il 27 e 28 giugno ed il summit Nato l’11 ed il 12 luglio.

Lo scenario mondiale, dopo le dichiarazioni del Presidente Trump a sostegno delle aperture anticipate dal premier Conte si presenta con nuovi ed interessanti sviluppi da seguire attentamente. Ma anche lo scenario politico italiano assume una colorazione diversa.

Salvatore Rondello