Primarie Pd, la candidatura dei renziani senza Renzi

ascani-giachettiL’orma dell’ex segretario nel Pd è rimasta, nonostante il 4 dicembre e la debacle del 4 marzo. L’influenza di Matteo Renzi si fa sentire tra i dem, tanto che dopo la rinuncia di Minniti e i rumors su un nuovo partito della Leopolda oggi i deputati renziani Anna Ascani e Roberto Giachetti hanno annunciato una candidatura congiunta alle primarie del partito. Una decisione tutta a sostegno del progetto iniziale di rinnovamento e rottamazione del giovane Sindaco di Firenze.
Roberto Giachetti e Anna Ascani annunciano la corsa per la segreteria, per dare una “casa” a quella parte del Pd che “non si riconosce nelle posizioni di Zingaretti e Martina”. Lo hanno annunciato in una diretta Facebook i due parlamentari dem.”Nella mia libertà ho preso la decisione, non legata a una corrente, ma figlia della mia posizione” tenuta da sempre, di “candidarmi alla segreteria” del partito perché convinto “che il congresso non può essere solo appannaggio di Martina e Zingaretti e penso ci sia una realtà nel Pd che non può non essere presente. Sono felice che questa mia decisione sia condivisa da Anna Ascani”, ha spiegato Giachetti. La parlamentare dem ha aggiunto: “Sia chiaro, continueremo ad andare avanti insieme in questo partito tra tutti quelli che hanno condiviso” la linea di Matteo Renzi. Adesso ai due occorrono 1.500 firme in meno di un giorno per potersi candidare.
Tuttavia la giovane deputata umbra e l’ex radicale candidato alle comunali di Roma sono comunque una minoranza tra i renziani, la maggioranza dei parlamentari renziani ha votato per sostenere l’ex vicesegretario Maurizio Martina. Mentre Matteo Renzi non commenta le decisioni dei renziani per il congresso Pd e ribadisce che non fonderà un nuovo partito.

La gara disperata nel moribondo Pd

congresso pd

Ha perso tutto, tutto quello che poteva perdere l’ha perso. Pd la gara disperata. Negli ultimi tre anni il Pd ha perso il referendum costituzionale e le elezioni comunali, regionali e politiche. Nel voto politico del 4 marzo, in particolare, è precipitato ad appena il 18% dei consensi (dal 33% del 2008, il 25% del 2013 e il 40,8% del 2014). Da forza egemone del centro-sinistra e del governo è stato messo all’opposizione dalla Lega e dal M5S, gli avversari populisti.

Adesso il partito, a nove mesi dal disastro delle elezioni politiche, appena ha provato a rialzare la testa convocando il congresso nazionale è rimpiombato nel caos: Marco Minniti, uno dei sette candidati a segretario, molto quotato a vincere la sfida, si è fatto da parte. L’ex ministro dell’Interno si è improvvisamente ritirato dalla corsa lasciando campo libero a Nicola Zingaretti, ora super favorito.

Minniti ha gettato la spugna perché, a sorpresa, si è trovato in una contraddizione insanabile: era il candidato renziano in gara mentre Matteo Renzi era entrato nel possibile tunnel della scissione del Pd. Così ha lasciato il campo  per “salvare” il partito dalla distruzione.

 Pd la gara disperata. Il partito fondato nel 2007 da Walter Veltroni con l’impostazione della “vocazione maggioritaria” è diventato una piccola forza senza alleati che non riesce neppure a realizzare un’opposizione minima nel Parlamento e nel paese al “governo del cambiamento”.

Il Pd guidato, via via, da Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Orfini, Renzi e Martina ha accusato una crisi sempre più drammatica: il suo elettorato di sinistra e di centro-sinistra si è sentito tradito. È considerato succube delle èlite, dei grandi imprenditori e banchieri (da Carlo De Benetti a Giovanni Bazoli) che hanno fatto il tifo per la sua nascita. Per questo gli elettori gli hanno voltato le spalle in massa astenendosi dalle urne o votando per i populisti, in particolare per i grillini. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, in competizione politica ed elettorale tra loro in vista delle europee di maggio, non gli fanno toccare palla: svolgono sia i ruoli del governo sia quelli dell’opposizione. Sia per il capo politico del M5S sia per il segretario della Lega “l’opposizione non esiste”.

Pd la gara disperata. Il Pd, il maggiore partito della sinistra, già nel marasma, ora è catatonico, è in coma profondo. Prima si è dimesso da segretario Matteo Renzi, poi il successore Maurizio Martina, adesso ha lasciato Minniti mentre era appena cominciata la corsa verso le elezioni primarie del 3 marzo.

C’è chi, come Carlo Calenda, considera talmente compromessa la situazione che vuole perfino chiudere bottega e cambiare nome al Pd. Tra i 6 candidati alla segreteria adesso spiccano due nomi: Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, che si è ricandidato. Tutti e due vengono dalla storia del Pci-Pds-Ds e sono riformisti. Puntano il dito contro l’errore di aver trascurato il problema delle crescenti “disuguaglianze sociali”. Il primo è più attento al principio di “uguaglianza”, il secondo fa più attenzione al valore della “sicurezza” (sociale ed economica). Sia il presidente della regione Lazio sia l’ex ministro dell’Agricoltura, però, partono dal presupposto di dare una risposta alla “paura”, di soddisfare le richieste di “protezione” degli italiani per recuperare il rapporto perduto con l’elettorato e la base di sinistra e di centro-sinistra. Entrambi sono contrari ad un accordo con il M5S, ma il no di Zingaretti è meno netto. Sfumature.

Tutti e due vogliono una totale rottura con il passato e un rinnovamento profondo del Pd. Anche Martina, che in passato è stato più vicino di Zingaretti a Renzi, sta facendo una campagna congressuale molto distante dall’ex segretario ed ex presidente del Consiglio un tempo potentissimo. I due antagonisti cercano perfino di evitare di nominare Renzi, passato in breve tempo da riverito protagonista ad appestato della politica italiana. L’ex segretario ed ex presidente del Consiglio si fa sentire il meno possibile ma conta ancora molto. Ha polemizzato con Minniti: «Chiedetemi tutto ma non di fare il piccolo burattinaio al congresso». Entro gennaio, secondo il tam-tam di Montecitorio, potrebbe fondare un suo partito liberaldemocratico sul modello francese di Emmanuel Macron ma lui ha smentito: una scissione «non è all’ordine del giorno, e non ci sto lavorando». Le voci impazzano. Secondo qualcuno Renzi potrebbe addirittura ricandidarsi alla segreteria.

Pd la gara disperata. Zingaretti, Martina e gli altri quattro candidati alla guida del patito si sono lanciati in un lavoro difficilissimo. Ci potrebbe essere anche un nuovo giocatore. I renziani, in maggioranza assoluta nei gruppi parlamentari, sono rimasti senza un candidato alla segreteria: potrebbero decidere di far scendere un loro nome in pista, l’ultima data utile è il 12 dicembre. Per adesso non c’è una alternativa credibile al populismo e nemmeno si intravede all’orizzonte. Per ora non ci sono parole e programmi che possano risvegliare l’interesse e l’entusiasmo dell’elettorato frammentato e deluso di sinistra. Chiunque vincerà per prima cosa avrà davanti il problema di ricostruire un Pd sommerso dalle macerie.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Pd. Tutto pronto per una nuova scissione

È quasi tutto pronto. Ancora qualche settimana e nel Partito Democratico si consumerà una nuova scissione. Matteo Renzi, abbandonato il Nazareno, fonderà il suo nuovo partito. Un movimento riformista europeo vicino al centrosinistra, ma lontano dalle logiche postcomuniste che hanno causato parecchi problemi al senatore di Scandicci. Lo seguiranno un manipolo di fedelissimi. Non tutti, però. Perché l’ex segretario ha voglia di mettere in campo facce nuove, provenienti dai comitati civici che sta scandagliando da mesi. Quasi certamente lo seguiranno anche Boschi, Gozi, Lotti e Scalfarotto.

A Palazzo Madama si parla già di rimpasto dei gruppi parlamentari. I senatori vicini a Renzi sono alla ricerca di un nuovo posizionamento. Il forfait di Minniti li ha spiazzati. Il mancato sostegno di Renzi all’ex ministro ha rappresentato la conferma definitiva della prossima scissione. La corrente renziana, ad oggi, non ha un candidato. Flebile la possibilità che Teresa Bellanova si metta in gioco. Così come Lorenzo Guerini non fa che smentire una sua discesa in campo. Stefano Ceccanti, pasdaran renziano, auspica che venga sostituita presto la candidatura di Minniti con “un altro esponente riformista”. Difficile, però, che ciò accada.

Restano dunque favoriti per la poltrona da segretario dem Zingaretti e Martina, con il primo parecchio avanti nei sondaggi. Il presidente della regione Lazio ha in mente un ritorno al passato, stile Pds. Ha già tirato dentro Paolo Gentiloni (che in caso di vittoria di Zingaretti otterrebbe il ruolo di presidente del partito) e sembra ci stia provando con Carlo Calenda. Il reclutamento dell’ex ministro dello Sviluppo Economico darebbe a Zingaretti la possibilità di allargare il suo elettorato e puntare anche al voto moderato. Senza contare i buoni rapporti con il mondo produttivo e industriale che Calenda può vantare. Il diretto interessato, per ora, glissa.

“Credo sia venuto il momento di un time out”, il tweet di Calenda, che predica chiarezza: “Gentiloni, Renzi, Zingaretti, Martina e Bonino dovrebbero sedersi intorno a un tavolo (non da pranzo) per capire davvero cosa vogliamo fare nei prossimi mesi: Opposizione e Europee. Non mi pare così difficile”. L’ex Confindustria non fonderà, comunque, un altro partito: “Nonostante l’insistenza degli stessi dirigenti di Pd – ‘fai un partito e poi ci alleiamo’ – non ho intenzione di farne uno. Ho sempre detto e ripetuto che non credo ai partiti personali. Altra cosa è lavorare per costruire un ampio Fronte democratico per le europee”.

F.G.

Condono Ischia. Governo battuto: Ira del M5S

aula senato

“Governo in minoranza sul condono di Ischia: battaglia vinta dall’opposizione”. Lo ha affermato il segretario del Psi Riccardo Nencini, al termine dei lavori in Commissione al Senato durante i quali la maggioranza è stata battuta sul condono per Ischia per 23 voti a 22 sul decreto emergenze.

E’ stato approvato l’emendamento all’articolo 25 che disciplina le pratiche di condono edilizio a Ischia. Secondo quanto si apprende, sarebbe risultato decisivo il voto del senatore del M5S Gregorio De Falco. L’ex capitano di fregata ha spiegato: “L’emendamento in questione è stato presentato da Papatheu di Forza Italia ed era analogo a quello che avevo presentato io”. Alla domanda se abbia votato con le opposizioni, De Falco si trincera dietro un no comment.

Intanto l’ira dei vertici M5S si abbatte su di lui, sotto accusa per aver votato con le opposizioni l’emendamento al dl Genova che modifica le norme sul condono edilizio per Ischia su cui il governo aveva dato parere contrario. Per aver mandando giù l’esecutivo, dal vertice dei grillini trapela rabbia e questa sarebbe l’accusa: “Il punto è che sono uscite le rendicontazioni e De Falco non vuole restituire. Vuole farsi cacciare. Questo è il punto. Ma quando uno vota con Forza Italia ha segnato il suo cammino. Prima, però, dovrà restituire i soldi agli alluvionati”.

Questo diktat lascia intendere che per De Falco l’espulsione sia ormai dietro l’angolo. Non solo, nel mirino dei vertici è finita anche Paola Nugnes e gli altri ‘ribelli’ accusati di remare contro. A quanto si apprende, nel Movimento si sta addirittura verificando se il regolamento del Senato consenta di spostarli in Commissioni parlamentari meno decisive.

“Quanto al dl Genova, si va avanti e domani in Aula si porta a casa”, così direbbero gli stessi vertici M5S.

E così, da quanto riferiscono i vertici M5S, i senatori De Falco e Nugnes vanno subito fuori dal gruppo M5S al Senato: sarà il capogruppo Stefano Patuanelli a commutare la sanzione ai due ribelli. Per Nugnes si profila la sospensione, per De Falco l’espulsione dal Movimento. Ma entrambe le sanzioni comporterebbero l’immediata l’uscita dal gruppo al Senato, con probabile passaggio al misto. Solo in un secondo momento arriveranno le sanzioni decise dal collegio dei probiviri, che riguarderanno non solo Nugnes e De Falco ma anche, stavolta per il ‘dossier dl sicurezza’, Elena Fattori, Matteo Mantero e Virginia La Mura.

L’ex premier Matteo Renzi, senatore del Partito democratico, ha commentato: “Il Governo è stato battuto sul condono edilizio. Voglio dire pubblicamente grazie ai senatori Cinque Stelle che hanno avuto il coraggio di votare contro questa schifezza”.

Con l’uscita dei cinque ‘grillini’, la maggioranza di governo al Senato si ridurrebbe ad un solo voto.

S. R.

Pd, dalla vocazione maggioritaria al nulla cosmico

Scrivere costa? Scrivere costa specie se si sviluppano riflessioni critiche nei confronti di un qualcosa in cui si crede. Sono stato uno dei fondatori del Pd. Ci arrivavo dopo l’esperienza nei Ds e dopo che all’ultimo congresso avevo abbracciato la minoritaria mozione “Angius”, che voleva un Pd come partito federato tra i due partiti fondatori e ancorato ai valori del socialismo europeo. Temevamo, allora, che il nuovo soggetto sarebbe stato poco più di una fusione a freddo di classi dirigenti come poi, ahimé, si è rivelato. Eppure abbiamo vissuto la fase costituente con entusiasmo e curiosità: abbiamo incontrato tanta gente, parlato con tante persone, ci siamo appassionati al discorso di Veltroni al Lingotto, quello della vocazione maggioritaria, un’idea che sapeva di semplificazione in un clima ancora fortemente influenzato dal bipolarismo. La gente ci chiedeva unità, perché unità era sinonimo di forza e perché su tanti temi (non su tutti, si badi bene) le forze della sinistra democratica e della sinistra cattolica avevano sempre ragionato all’unisono.

Dove volevamo andare? Pensavamo, senza dubbio, di diventare il punto di riferimento per la gente di sinistra, gente che avrebbe capito, pensavamo, che per governare bisogna avere idee riformiste, perché il riformismo è anche coraggio di cambiare. I risultati a livello nazionale non furono brillanti, quel 33% fu un dato forse al di sotto delle aspettative, ma lo considerammo frutto di una partenza e di una possibilità di migliorare. Meglio poi andarono tante elezioni a livello locale, dove il partito aveva uomini e dirigenti preparati, dove sapeva aggregare, individuare candidati civici all’altezza della situazione. Ma quel 33% costò la messa in stato d’accusa di Veltroni e del suo gruppo dirigente, riemersero le vecchie ruggini, le correnti, ci si rese conto che l’amalgama tra esperienze e idee diverse era tutt’altro che riuscito. Il resto fu tutto un oscillare tra un leader più moderato e uno più di sinistra, fu tutto una rincorsa interna al posizionamento, senza tenere in debito conto la sostanza, la programmazione, i progetti politici. La ventata innovativa, ma anche violenta (internamente, nei toni e nei metodi) di Matteo Renzi, ci era sembrata un qualcosa di doveroso, in grado di innovare finalmente un partito fermo nei metodi e nei rituali. Ma quella fiammata durò poco.

La retorica dell’uomo solo al comando, del leader forte, durò l’esprit di un matin: il referendum costituzionale, che qualcuno pensava potesse consacrarlo leader assoluto, fu la tomba del Renzi di governo. Giustamente Renzi si dimise, ma la sua ombra, ancora lunga, resta lì su un partito che sembra incapace di reagire. Martina, da reggente, sta cercando di barcamenarsi, anche con chiarezza e pacatezza, per portare il partito a un congresso ricostituente. Ma se non si chiariscono linee chiare di proposta, di alleanze, di rinnovata strategia europea, il Pd resterà un contenitore vuoto che i sondaggi accreditano al 17%, metà rispetto all’anno di nascita. È questo l’approdo che si voleva? Non credo. Tanta strada per prendere meno voti di quelli che avevano i Ds non mi pare sia stata una grande volpata. Colpa delle volpi? Forse, anche, magari più di quello che pensiamo. E allora che fare? Ripartire da un progetto, che sono un congresso serio può costruire e ridare voce ai territori, dove tanti amministratori locali che guardano al centrosinistra sanno aggregare, proporre, combattere e costruire forze di governo. Solo qui si possono pescare i dirigenti dell’oggi e dell’immediato domani, per imbarcare definitivamente chi ha fatto male a un partito, a un sogno a una speranza. Si ritirino a vita privata e scrivano libri, ma non pensino più di essere gli indispensabili salvatori della patria.

La rottura sarà naturale e inevitabile. E, almeno a mio parere, altamente salutare.

Leonardo Raito

Leopolda 9 e la disfatta in Trentino Alto Adige

leopolda 9L’Italia va sempre più a destra, ma stavolta la Lega travolge anche il suo alleato azzurro. A Trento la lista dei salviniani supera il 27% e trascina la coalizione di centrodestra alla conquista del governo della Provincia. Il suo candidato, il sottosegretario alla Sanità Maurizio Fugatti, è il nuovo presidente. Dopo il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, anche il Trentino Alto Adige porta il vessillo della Lega, Tutto questo avviene a ridosso del grande evento che avrebbe dovuto ridare aria al Pd e al Centrosinitra, la Leopolda di Matteo Renzi. La kermesse al suo nono anno dell’ex segretario del Pd anche se ha avuto un successo in termini di partecipazione (oltre 35mila presenze registrate) non ha avuto lo stesso effetto sul piano politico. L’evento puntava a ridare slancio a un Partito arroccato ai cimeli del passato, ma con quel “Ritorno al futuro” che rimanda all’omonima trilogia di commedie di fantascienza di Robert Zemeckis, si punta ancora una volta a una generazione di quarantenni, mentre i giovanissimi hanno conosciuto Michael J Fox quando era già malato. Inoltre come in una grande passerella, l’ex sottosegretario alla Presidenza, Maria Elena Boschi, è stata notata per il suo outfit.
Ma va riconosciuto che nonostante tutto Matteo Renzi ha dichiarato più volte che sosterrà il candidato che uscirà dalle primarie, che non ci sarà un ‘fuoco amico’ e ha ripetuto fino allo sfinimento che lui non si candiderà.
Ma le sue proposte, come quella di una Contromanovra ideata e scritta con l’ex Ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, riceve la bocciatura dell’ex Commissario alla Spending Review, Carlo Cottarelli

Ma non è il solo a criticare Matteo Renzi, anche Alessandra Ghisleri (Euromedia Research) in diretta a Omnibus su La7, spiega i motivi per i quali i dem hanno perso recentemente nel Nord Est e in molte roccaforti rosse: “Non solo Renzi ma tutto il Pd parla solo di sé, critica il governo senza dare alcun contributo fattivo”. Per la sondaggista Matteo Renzi non ha indicato una via alternativa a quella dell’attuale governo e “in questo scenario la gente non capisce lo scopo di questo partito che rischia di sparire”.

Luigi Di Maio teme l’assassinio del M5S

di maioAccuse feroci, insulti, offese. Luigi Di Maio teme brutte sorprese elettorali alle europee di maggio. Così spara a cannonate contro il ”sistema”, i “vecchi partiti”, i “tecnocrati”, l’”establishment” italiano ed europeo. In particolare mira contro il malconcio Pd. Matteo Renzi, ex segretario democratico, è «un assassino politico» perché nel 2015 fece approvate il Jobs act, la riforma del mercato del lavoro. Maurizio Martina, attuale segretario del Pd, è tra «gli assassini politici dei diritti degli italiani» dopo la difesa di Renzi e l’attacco alla politica fatta con “odio” e “rancore”.
Il capo politico del M5S ha abbandonato i toni pacati e rassicuranti della campagna elettorale delle elezioni politiche del 4 marzo, vinte con un trionfale 32% dei voti. Da quando è diventato vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha imboccato sempre di più la strada delle accuse infuocate ad avversari politici vicini e lontani. Durante la campagna elettorale per le politiche incontrava diplomatici europei e americani, imprenditori e lavoratori assicurando: «Il M5S sarà garante della stabilità contro il caos». Adesso ha di nuovo imboccato la strada della rivoluzione populista, la vecchia strada del sanguinoso insulto, dell’offesa lacerante, cavalli di battaglia del travolgente successo di Beppe Grillo. Manca l’ironia del grande comico genovese, fondatore e guru dei cinquestelle, ideatore della politica del “vaffa..”, ma la dirompente impostazione populista è analoga.
Però le differenze sono molte: Grillo si scagliava a testa bassa contro un Pd potente, al governo, guidato prima da Pierluigi Bersani e poi da Renzi. Di Maio se la prende con un Pd in stato comatoso, sconfitto, lacerato, in cerca di un nuovo segretario, incapace perfino di realizzare una efficace opposizione all’esecutivo penta-leghista.
Il nervosismo del ministro cinquestelle, comunque, si può spiegare: l’agognata conquista del governo invece di accrescere i consensi li fa perdere al partito fondato da Grillo. Di Maio teme un bagno elettorale alle europee così picchia duro contro il Pd in disfacimento e contro Bruxelles, per cercare di rispondere con la radicalizzazione alla prorompente avanzata leghista e alle critiche interne (per ora sommerse) tra i grillini in stato di allarme.
Di qui l’audace “Manovra del Popolo” con il deficit pubblico alzato al 2,4% del Pil per tre anni per cancellare “la povertà”. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo punta a mantenere nel 2019, almeno in parte, le costose promesse elettorali introducendo il reddito e la pensione di cittadinanza, la modifica della legge Fornero sulle pensioni, il risarcimento dei risparmiatori colpiti dal crac delle banche.
I mercati non l’hanno presa bene, lo spread si è impennato fino ad oltre 300 punti (dai 120-130 del governo Gentiloni) facendo aumentare pericolosamente gli interessi sui titoli del debito pubblico italiano. Si è sfiorata la tragedia anche in Borsa. Solo la mediazione del ministro dell’Economia, il tecnico Giovanni Tria, con la soluzione di ridurre il deficit nel 2020 e nel 2021, ha riportato un po’ di calma e lo spread è ridisceso sotto quota 300.
Di Maio teme il collasso finanziario e cerca di scaricare le responsabilità sugli altri. Ha accusato la Commissione europea di giocare “a fare terrorismo sui mercati”. Ha accusato i giornali, il Pd e Forza Italia di provocare “terrorismo mediatico per fare schizzare lo spread sperando in un altro colpo di Stato finanziario”. Ma se lo spread metterà a rischio la credibilità economica dell’Italia sarà difficile uscire dalle contraddizioni. In testa una: l’uomo che assicurava di voler garantire la stabilità politica ed economica causerebbe una perniciosa instabilità.
Il nuovo attivismo bellicoso di Di Maio, però, non riesce ad invertire le tendenze elettorali: secondo i sondaggi la Lega sarebbe sempre il primo partito italiano con il 32% dei voti (dal 17% delle politiche) mentre il M5S stazionerebbe al 29 (dal 32%).
L’irritazione e i contrasti con il collega di governo Matteo Salvini, in maniera prudente, ogni tanto emergono. Cautamente si è lamentato: «Quando non siamo d’accordo discutiamo un po’ tra di noi, visto che l’opposizione non è granché». Di Maio teme la concorrenza leghista e batte i pugni sul tavolo per recuperare i consensi drenati da Salvini in favore del Carroccio. Interviste e dichiarazioni del giovane ministro del Lavoro piovono su giornali, televisioni, radio, internet.
È già campagna elettorale permanente per le elezioni europee. L’avversario da tenere d’occhio non è tanto il Pd di Martina o Forza Italia di Berlusconi, due forze in caduta libera, ma il Carroccio del collega di governo Salvini in forte ascesa. Di Maio sembra temere l’assassinio del M5S. Potrebbero arrivare perfino le elezioni politiche anticipate.

Rodolfo Ruocco

SfogliaRoma

Europee. Renzi contro i sovranisti ignora i socialisti

RENZI_MACRONMentre in Europa avanzano i partiti nazionalisti, i progressisti provano a fare scudo e ad organizzarsi. Il punto di riferimento sembra ancora una volta il giovane Macron, dichiarato da Orban e Salvini come il principale nemico politico da battere nella prossima campagna per le Europee.
“Risvegliamo l’Europa!”. È il nome dell’appello firmato da due socialdemocratici come Matteo Renzi e il maltese Joseph Muscat, tre liberaldemocratici come l’ex premier romeno Dacian Ciolos, il leader di Alde Guy Verhofstadt e il leader di Ciudadanos Albert Rivera, ovviamente Christophe Castaner di En Marche, Oliver Chastel (Presidente del Movimento Riformatore in Belgio) e Alexander Pechtold (Leader del partito olandese Democrazia 66).
Nel manifesto come si può notare mancano esponenti dei Socialisti, gruppo di cui fa parte il PD, mentre ci sono i principali partiti che formano l’ALDE, un gruppo che a Bruxelles raccoglie i centristi e i liberali.
Per i leader è una corsa contro il tempo, “ci restano otto mesi” e la strada, secondo i sondaggi, è in salita. “L’Europa – concludono – merita un nuovo progetto e che i cittadini meritano quest’Europa rifondata. Otto mesi è il tempo che ci diamo per il riscatto dell’Europa”. Anche se gli otto leader sembrano aver ormai chiaro che c’è un nuovo schema di elezioni che ha completamente ribaltato la vecchia contrapposizione: popolari e socialisti, dimenticano due fattori importanti da non sottovalutare. Il primo riguarda la testa dello scudo attorno a Macron, sicuramente una ‘sorpresa’ e una vittoria inaspettata in Francia, ma che poco ha a che vedere con la sinistra. La seconda è che l’Europa che rivendicano “con fierezza i valori fondatori di pace, di libertà, di prosperità e di solidarietà” nel loro manifesto è stata fondata da quei socialisti dai quali sembrano volersi smarcare. Infine l’unico Paese dove i socialisti (e la sinistra) non sono in crisi è l’Inghilterra dove Corbyn ha riaffermato i vecchi valori di una sinistra ‘vicina al popolo’.

Lega all’attacco. Renzi: “Governo di ladri e bugiardi”

governo-lega-m5s-di-maio-salvini-800x450La Lega non ha perso tempo. Continua l’attacco alla sentenza del tribunale del Riesame di Genova sul sequestro dei fondi con il tentativo di trarne vantaggio mediatico e di consenso. La Lega, quella del cappio sventolato in Aula, alle sentenze contrarie non ci sta: “È chiaro – he detto Salvini – che cercano di metterci i bastoni fra le ruote. Quello che sta subendo la Lega è un processo politico senza precedenti. Anzi, sì, uno c’è: è successo qualcosa del genere in Turchia, quando a un partito fu sequestrato tutto il patrimonio prima ancora della condanna”. I toni del ministro dell’Interno si fanno sempre più duri. Di sicuro, il futuro della Lega si prospetta pieno di incognite.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti – che una settimana fa aveva detto “se ci condannano la Lega chiude” – oggi fa sapere che non parteciperà al previsto faccia a faccia con il presidente dem, Matteo Orfini, alla festa dell’Unità di Ravenna per “sopraggiunti impegni, ossia la preparazione del ricorso in Cassazione.

Ieri il segretario del Psi Riccardo Nencini aveva criticato duramente le reazioni di Salvini alla sentenza. Oggi l’ex premier ed ex segretario del Pd Matteo Renzi non ha lesinato critiche al governo che ha definito di “ladri e di bugiardi”, poiché la Lega di Matteo Salvini ha “rubato denaro ai cittadini” e il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli dichiara il falso sul crollo del viadotto Morandi a Genova. “Ieri Salvini”, ha puntualizzato Renzi, “ha detto una cosa enorme rispetto alla decisione del riesame di Genova che ha stabilito il sequestro dei fondi del partito, che vanno restituiti, ha detto ‘ma gli italiani sono con noi’. Però una cosa sono i sondaggi un’altra le sentenze, i 49 milioni si devono restituire”.

All’attacco anche l’attuale segretario dem, Maurizio Martina: “La Lega restituisca i 49 milioni che deve ai cittadini. Le sentenze si rispettano e Salvini non è diverso da un comune cittadino”. E mette nel mirino anche la “doppia morale” dei 5 Stelle.

La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

di-maio-755x515

Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

Primo articolo – Segue

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)