Lettera Ue. Ok sconto ma tagli su spesa e debito

commissione_berlaymontLa Commissione europea dà il suo via libera, non ancora ufficiale, ma sostanziale, allo sconto chiesto dall’Italia sulla manovra per il prossimo anno. L’aggiustamento dei conti potrà essere meno pesante del previsto, purché l’Italia assicuri il rispetto di due raccomandazioni fondamentali: il calo del debito e la riduzione della spesa pubblica.

La lettera con cui Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno risposto alle richieste avanzate a fine maggio da Pier Carlo Padoan prelude, di fatto, a un via libera al Documento programmatico di bilancio che il Mef presenterà in autunno insieme alla Nota di aggiornamento del Def. Tanto da far sbilanciare anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, pronto ad accogliere la “buona notizia” in arrivo da Bruxelles.

“Sono fiducioso – ha detto il premier – che l’Italia che ha sempre rispettato le regole europee ottenga ragione sul fatto che le regole si rispettano ma su un percorso che tenda a incoraggiare la crescita ma non la deprima”. Senza dare peso alle polemiche degli ultimi giorni sulla proposta di Matteo Renzi di alzare al limite l’asticella del deficit, la Commissione non fa cifre, non esprime giudizi sullo 0,3% di correzione ritenuto adeguato dal Tesoro in sostituzione dello 0,6% previsto dalle regole. Guardando gli interventi necessari per disinnescare l’aumento dell’Iva utilizzato come clausola di salvaguardia significa che l’Italia risparmierebbe circa 9 miliardi che avrebbe dovuto usare a questo scopo.

Nella lettera la commissione Ue segue le logiche ripercorse dall’Italia nella richiesta. Assicura che utilizzerà “un certo margine di discrezione” considerando le deviazioni dal percorso di aggiustamento previsto dalla cosiddetta “matrice”. Nella sua valutazione terrà conto “in modo equilibrato” dei due obiettivi ritenuti ormai paritari: sostenere la ripresa e garantire la sostenibilità di bilancio. In pratica un riconoscimento alla linea che Padoan ha intrapreso da tempo e che va ripetendo in tutte le occasioni di incontro, nazionali e internazionali, per convincere interlocutori italiani ed europei della necessità di perseguire la “via stretta” tra crescita e consolidamento.

L’output gap, criticatissimo non solo in Italia, non sarà più quindi l’unico strumento di valutazione dell’ammontare della correzione, accetta anche in questo caso la Commissione, ma Roma dovrà fare la sua parte. Dovrà cioè rispettare le raccomandazioni Ue: assicurare il calo del debito pubblico e ridurre la spesa primaria. Nel 2018 una riduzione del deficit nominale ulteriore rispetto ai risultati già conseguiti, sebbene inferiore a quella indicata nel Def, consentirebbe al Governo di proseguire in una politica in qualche modo espansiva per l’economia. L’idea di fondo è quella di poter continuare a ridurre le tasse, intervenendo sul cuneo fiscale, ma anche oggi Padoan non si è fatto trascinare dall’entusiasmo.

“Bisogna valutare con attenzione come usare lo spazio fiscale, se limitato. – ha avvertito – Non tutti i tagli delle tasse hanno gli stessi effetti su crescita e occupazione”.

REMAKE EUROPEO

Padoan-Dijsselbloem (1)

Ancora scontro con Ue, Renzi ‘film visto, vinceremo’. “Un film già visto, ma vinceremo la partita” afferma il segretario del Pd, Matteo Renzi che non si lascia scomporre dal muro innalzato dall’Ue alla sua proposta sul deficit, forte anche del pieno appoggio che arriva dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. È dunque ancora teso il clima tra Renzi e Bruxelles: al centro dello scontro le politiche economiche dell’Unione europea e il Fiscal compact, con i rigidi paletti imposti sul deficit.

“Chiunque sarà presidente del Consiglio – afferma Renzi – la mia proposta” di superamento del fiscal compact e ritorno ai parametri di Maastricht con il deficit al 2,9% “sarà presa in considerazione. È importante che altri partiti e le altre forze politiche italiane capiscano che non è solo la proposta del Pd e di Renzi ma serve agli italiani: se potessimo con la riduzione del debito avere un margine di 30 miliardi, potremmo allargare la platea degli 80 euro, o introdurre l’assegno universale per i figli. Intervenire sui figli, sul
costo del lavoro, sul ceto medio si può fare se si abbassano 30miliardi di tasse”. Per Renzi “questa idea funziona e sono convinto che anche altri partii, dalla destra alla sinistra, dovrebbero prenderla in considerazione”.

Anche il ministro dell’Agricoltura e numero due del Pd, Maurizio Martina, fa quadrato attorno a Renzi, e stigmatizza la bocciatura di Dijsselbloem alla proposta di Renzi di portare il limite del deficit al 2,9%: “Io non accetto semplificazioni, le proposte vanno lette. No a semplificazioni di un ragionamento serio, noi vogliamo costruire delle proposte che impegnino il Paese per i prossimi cinque anni. Proviamo a ragionare su come attraverso il debito possiamo creare crescita”.

Per il Psi il la priorità è il rientro dal debito: “Gli atteggiamenti sprezzanti e di ostentata sufficienza – afferma Federico Parea, responsabile economico del Partito – con cui il presidente della Commissione Juncker e il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem hanno reagito alle proposte di Renzi in materia di fiscal compact non aiutano né la riflessione su temi così importanti né, aspetto forse anche più delicato, l’autorevolezza delle istituzioni che essi rappresentano”. “Quanto al merito della discussione stimolata dal segretario del Pd – continua Parea -, vincoli o non vincoli di bilancio, i socialisti sono aperti al confronto su ogni misura sia in grado di ridare slancio al sistema produttivo nazionale e sostanza ai redditi degli italiani” . “A noi risulta comunque evidente che – conclude Parea – ogni riflessione in materia di conti pubblici non possa aprirsi se non affrontando con rigore l’urgenza del rientro dal debito pubblico”.

Il segretario del Pd difende la proposta e attraverso i social network rilancia: ridurre il debito pubblico e tornare ai criteri di Maastricht “è una scelta, alla quale stiamo lavorando da anni. Non è una trovata last minute, può essere realizzata solo se l’Italia è forte, con un governo di legislatura davanti. Vantaggi: una riduzione di almeno trenta miliardi di tasse, da decidere in modo intelligente e selettivo per continuare il lavoro iniziato con la flessibilità. Nei fatti questa operazione è il secondo tempo della battaglia sulla flessibilità. E fateci caso: le reazioni degli europei sono le stesse, identiche anche nelle parole, alle reazioni di tre anni fa”. “Quando iniziammo a parlare di flessibilità tutti ci guardarono come fossimo pazzi. Tutti ci dissero: sarà impossibile, è contro le regole. Eppure l’Italia ce l’ha fatta, abbiamo ottenuto il risultato. Ce la faremo anche stavolta, amici”, è la convinzione di Renzi, che rimarca: “Essere europeisti non significa dire sempre sì a tutto quello che chiedono da Bruxelles, ma fare proposte a cominciare dagli investimenti in ricerca, dal servizio civile per giovani europei, dagli eurobond, dall’elezione diretta del Presidente della Commissione”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è “pienamente d’accordo con l’idea che il debito si abbatte con la crescita e che lo spazio fiscale che ogni paese ha a disposizione sia usato per decidere quali sono le misure che sostengono la crescita meglio di altre”. Per il titolare del dicastero di via XX Settembre mantenere il deficit al 2,9% per cinque anni “è una cosa che riguarda la prossima legislatura: l’attuale governo proporrà una legge di bilancio per il 2018 in coerenza con quanto già definito nel Def”.

“La nostra base di lavoro è il programma di stabilità presentato dal governo italiano, cioè il Documento di Economia e Finanza”, è la gelida replica del vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, rifiutandosi di commentare la proposta di Matteo Renzi. “Stiamo lavorando con il governo italiano, il suo primo ministro e il ministro Padoan”. Il Def “è quel che forma la base del nostro lavoro e servirà per la nostra valutazione dei progressi dell’Italia”, ha spiegato Dombrovskis. Padoan ha anche difeso la scelta della “coerenza” per il 2018: “Questo governo – ha detto – produrrà una legge di bilancio in coerenza con quello che è stato fatto per la semplice ragione che, a mio avviso, quello che è stato fatto va nella direzione giusta in termini di più crescita e meno debito”.

Ma sulla specifica proposta dell’ex premier Matteo Renzi, di mantenere il deficit al 2,9% per cinque anni in chiave espansiva, il ministro, incalzato dalle domande, non ha voluto rispondere. “Questo non mi riguarda – ha sbottato – mi state chiedendo un commento su un giudizio espresso esternamente al governo” e che riguarda la prossima legislatura, come aveva già detto ieri: “La mia risposta è del tutto evidente: se è la prossima legislatura, non è questa”.

125 ANNI DI BUONA STORIA

riccardo-nencini 125 anni“Oggi celebriamo 125 anni di buona storia che ha reso l’Italia più libera e più civile e non c’è una grande riforma di cui oggi godiamo i diritti che non sia passata dalle piazze o dal Parlamento con conquiste o leggi che i socialisti hanno firmato, sottoscritto e difeso fino alla fine” lo ha detto Riccardo Nencini, segretario dei Socialisti Italiani parlando con i giornalisti a Bari questo pomeriggio nella sessione di apertura del convegno “L’eresia dei liberi” dedicato ai 125 anni dalla fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, poi Psi, nato a Genova nel 1892 Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giacomo Matteotti, Giuseppe Saragat, Bettino Craxi e gli altri padri nobili del Socialismo italiano campeggiano al centro del manifesto della manifestazione che a Bari tra oggi e domani sta riunendo quanti si ispirano ancora a quella storia. In una sala all’interno della Fiera del Levante, vi sono fra gli altri Ugo Intini, Claudio Martelli, Claudio Signorile e, tra gli esponenti del socialismo pugliese, Alberto Tedesco già senatore, Gianvito Mastroleo, animatore della “Fondazione Di Vagno”, Franco Borgia, già parlamentare di Barletta che aprendo i lavori ha salutato “il compagno Rino Formica che tanto ha dato e continua a dare alla storia del socialismo italiano” e poi Daniela Mazzucca, prima e sinora unica donna sindaco di Bari nel 1992, quando il capoluogo pugliese fu, per una breve stagione, “la città più socialista d’Italia” sino ad ospitare nel 1991 l’ultimo congresso del Psi con Bettino Craxi poco prima del terremoto politico-giudiziario di ‘Tangentopoli’ e della fine della Prima Repubblica.

“Ma c’è una parte del futuro ancora più significativa che ci interessa – afferma Nencini – ed è riprendere questa storia su tre assi: un’Europa diversa che intanto, grazie agli eurobond, passi alla fase degli investimenti; una attenzione particolare al mondo dei migranti e dico che siamo favorevoli all ius soli a condizione che chi vive in Italia giuri sulla nostra Costituzione; poi serve defiscalizzare le assunzioni presso le imprese dei neoassunti”. In riferimento al destino del centrosinistra nell’ambito del dibattito sulla legge elettorale, Nencini ha affermato “bisogna presentarsi agli elettori con un progetto di centrosinistra e con una sinistra forte, coesa e la legge migliore è quella con un impianto maggioritario.” Il tema del leader e del ruolo di Matteo Renzi per Nencini è cruciale: “Renzi è il segretario del più grande partito della sinistra riformista italiana”. Pensando a Pisapia che però “domani non tiene a battesimo una sinistra alternativa. Una cosa è lui, un’altra è Articolo 1, un’altra ancora sono i vendoliani. Penso che si tratti di una giornata importante ma non decisiva. Oggi ha senso parlare di unità ma non certo dell’Unione di Prodi con 10-12 partiti diversi. Quando parlo di sinistra unita mi riferisco a una sinistra riformista unita ovvero il Pd, il Partito Socialista, una parte del mondo che si raccoglie attorno a Pisapia, sicuramente Emma Bonino, ovvero un mondo che ha fatto del riformismo la sua bussola di comportamento”.

Le rottamazioni incrociate
del centro sinistra

prodirenzi.jpgAvanti con la coalizione di centrosinistra. Basta coalizione. Rottamazioni incrociate. Proviamo una nuova coalizione o “larga” o “stretta”. La sconfitta elettorale ai ballottaggi di domenica 25 giugno brucia la pelle e i polmoni delle sinistre e del Pd. Le sinistre e i democratici respirano a fatica, con l’affanno, alla ricerca di una medicina efficace.

Per Prodi, Bersani, D’Alema, Pisapia, Nencini (sinistre riformiste esterne al Pd) la medicina è l’unità, la coalizione di centrosinistra: è questa la strada, ma diversamente modulata, per tornare a vincere sconfiggendo il centrodestra e i cinquestelle. Pier Luigi Bersani, però, ha chiesto “discontinuità” chiudendo la porta a una ricandidatura di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Andrea Orlando e Gianni Cuperlo (sinistra interna Pd) sollecitano Renzi a un immediato cambio di linea imboccando la strada della coalizione.

Sinistra Italiana, invece, non vuole più accordi con Renzi e con il Pd. Secondo Nicola Fratoianni e Stefano Fassina è ormai su posizioni neo centriste. La nuova sinistra radicale nemmeno vuol sentire parlare del segretario democratico. Tomaso Montanari e Anna Falcone, nell’assemblea del 18 giugno al Teatro Brancaccio a Roma, sono stati durissimi. Montanari ha tuonato: ormai Renzi «fa parte della destra».

Coalizione no, coalizione sì. Un caos post sconfitta elettorale. Renzi è per il no: «Il dibattito sulla coalizione addormenta gli elettori e non serve». Il segretario del Pd ha indicato un’altra strada, quella della leadership, dei risultati, dei progetti e dei contenuti: «Agli italiani interessa cosa facciamo sulle tasse…Trovatemene uno interessato alle coalizioni e gli diamo un premio fedeltà».

Renzi sembra intenzionato a rottamare la coalizione di centrosinistra puntando le sue carte sull’autosufficienza del Pd. Nelle elezioni comunali il segretario democratico ha scelto le coalizioni, ma ha perso anche a Genova nella quale il centrosinistra era unito. Così sindaco della città, storica roccaforte “rossa”, è divenuto un uomo del centrodestra, anche grazie all’aiuto dei voti targati cinquestelle.

Una “legnata” sulla testa di Romano Prodi. Va in rotta di collisione con Renzi. L’inventore dell’Ulivo, dell’Unione di centrosinistra e del Pd si era mostrato pronto a spendersi come “federatore” per ricomporre le tante divisioni del centrosinistra. La polemica con Renzi è dura: «Leggo che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà, la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino».

Sembra che Prodi si sia infuriato soprattutto dopo aver letto l’affermazione di Renzi al ‘Quotidiano Nazionale’: «I migliori amici di Berlusca sono i suoi nemici, che invocano coalizioni più larghe…». Secondo quel ragionamento, ha pensato Prodi, Renzi imputava la sconfitta del Pd a tutti i sostenitori della coalizione di centrosinistra, compreso l’inventore dell’Ulivo. Poi un post di Matteo Orfini su Twitter ha fatto deflagrare lo scontro. Il presidente del Pd aveva messo su Twitter un’immagine di un vertice dell’Unione ai tempi di Prodi. Si vedeva un enorme tavolo con l’allora presidente del Consiglio, alcuni ministri e una miriade di esponenti di partiti, partitini e micro partiti (in tutto 33 persone). L’immagine era accompagnata da un commento di Orfini dal sapore ironico: «La nuova linea è ‘Renzi convochi subito il tavolo del centrosinistra!’. Favoriamo l’immagine per facilitare il lavoro».

Non l’ha presa bene nemmeno Bersani. L’ex segretario del Pd, da febbraio nel Mdp, ha considerato atti di ingenerosità” o perfino “canaglieschi” addossare agli scissionisti e alla sinistra in genere la responsabilità della “botta” alle comunali.

Ma la stessa maggioranza renziana è in fibrillazione. Dario Franceschini, uomo forte della maggioranza del partito, critica il segretario e il no alla coalizione: «Il Pd è nato per unire, non per dividere». I renziani di stretta osservanza sono in allarme. Temono un attacco concentrico contro il segretario, appena rieletto dal congresso a grande maggioranza di voti nelle primarie. Il primo passo dei critici sarebbe di candidare non Renzi, ma un altro nome a presidente del Consiglio tipo Enrico Letta o Carlo Calenda.

Tiene banco un caotico scontro. Il progetto di coalizione di fatto è archiviato. Sono arrivate rottamazioni incrociate, operate in modo corale e con obiettivi contrapposti dai diversi protagonisti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Nencini. Patto con gli Italiani con la sinistra riformista

Nencini-Psi“Sabato 1 luglio Pisapia a Roma, i socialisti a Bari. Noi celebreremo i 125 anni di storia del socialismo italiano. Non siamo nati ieri. Siamo quelli che hanno fatto l’Italia più libera e più civile”. E’ quanto ha dichiarato il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, riferendosi alle celebrazioni del 125mo anno dalla fondazione del Psi, che i socialisti festeggeranno in una Kermesse di due giorni a Bari, alla fiera del Levante, venerdì 30 giugno e sabato 1 luglio. Domani, mercoledì 28 giugno, alle ore 13.15, Nencini e i parlamentari e dirigenti del Psi, tra i quali Pia Locatelli, Oreste Pastorelli, Enrico Buemi, Gian Franco Schietroma, Maria Pisani e Claudio Altini, presenteranno l’evento in una conferenza stampa che si terrà presso la sala stampa della Camera dei Deputati.

Sarà l’occasione per fare il punto sul dopo voto delle elezioni amministrative e sulle prossime sfide del centrosinistra. Nencini aggiunge: “Proprio da qui lanceremo tre appelli: al voto alla scadenza naturale, una legge elettorale di stampo maggioritario, un Patto con gli Italiani siglato da tutta la sinistra riformista”- ha concluso Nencini.

Continuano intanto le polemiche all’indomani dei ballottaggi. Il segretario del Pd Matteo Renzi, ha fatto la sua analisi durante la rassegna stampa del Nazareno: “Le continue esasperanti polemiche nel centrosinistra alla fine – ha detto – non fanno altro che agevolare il fronte avversario. È stato sempre così. Ma se in tanti pensano che il problema sia soltanto dentro il Pd, è chiaro che poi alle elezioni rischia di vincere qualcun altro”. “Noi – aggiunge – spalanchiamo le finestre e parliamo agli italiani. Se si perdono le elezioni è perché non si parla con la gente, non perché si fanno complicati giochi alchemici in quel di Roma. Il Pd ha risultati e una visione per i prossimi anni”. E aggiunge: “Bene quel che abbiamo fatto nei Mille giorni e quel che sta facendo il governo Gentiloni. Da venerdì al forum dei circoli di Milano vogliamo parlare di dove vogliamo portare l’Italia nei prossimi tre anni. Il Pd è l’unica forza che parla di contenuti: se si parla di contenuti non abbiamo nulla da perdere”.

Insomma Renzi non si sente affatto lo sconfitto di questo turno di amministrative. “Sconfitto io? Non mi pare proprio”. E sulle coalizione afferma: “Si conferma la tesi che i migliori amici del Berlusca sono i suoi nemici. È stato infatti ancora una volta dimostrato che quelli che invocano una coalizione di centrosinistra larga il più possibile fanno il gioco del centrodestra, e non del Pd”. La sua seconda riflessione riguarda esponenti come Prodi, Orlando, Pisapia, Bersani, gente “che da giorni si era preparata la parte in commedia: erano pronti a dire ‘Renzi perde, vince la coalizione’, ma la realtà è stata un’altra”.

Un dibattito in cui è intervenuto anche l’ex presidente del consiglio Romano Prodi: “Leggo  – ha affermato  in un nota – che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ più lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà: la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino”.

Tutti contro Renzi.
Il Cav vince ballottaggi

Berlusconi-Renzi-CapalbioLe elezioni comunali fanno sorridere Silvio Berlusconi e incupire Matteo Renzi. Nei ballottaggi per i sindaci di domenica 25 giugno il centro-destra sottrae 12 capoluoghi di provincia al centro-sinistra. La coalizione Berlusconi-Salvini-Meloni espugna tradizionali “roccaforti rosse”: Genova, La Spezia, L’Aquila, Piacenza, Pistoia, Rieti. Cade dopo 70 anni perfino Sesto San Giovanni, un comune alle porte di Milano, un tempo noto come la “Stalingrado d’Italia” per il voto operaio compatto in favore delle sinistre.

Un anno fa il Pd aveva perso già due grandi città: Roma e Torino, ma in questo caso la vittoria era andata al M5S. Il centro-sinistra si deve accontentare dei sindaci di Padova, Taranto, Lecce e Lucca (al primo turno Leoluca Orlando aveva trionfato a Palermo).

È una brutta sconfitta. Renzi, però, cerca di smorzare l’impatto della botta: i risultati complessivi delle elezioni comunali «sono a macchia di leopardo. Nel numero totale dei sindaci vittoriosi siamo avanti noi del Pd». Anzi, tra le polemiche, su Twitter ha tirato un bilancio sul voto nei comuni sopra i 15 mila abitanti: il centro-sinistra in testa con 67 sindaci, secondo il centro-destra con 59, terzo il M5S con 8. Comunque ha riconosciuto: «Poteva andare meglio: il risultato non è un granché. Ci fanno male alcune sconfitte, a cominciare da Genova e L’Aquila».

Hanno fatto la differenza i voti dei cinquestelle, praticamente fuori da tutti i ballottaggi importanti (hanno partecipato e vinto a Carrara e Guidonia). Si è ripetuto il meccanismo di “tutti contro Renzi”. Gli elettori grillini in genere o hanno votato per il candidato sindaco del centro-destra, oppure non hanno partecipato alle elezioni comunali. Non a caso gli astenuti al secondo turno di domenica sono stati una enormità: l’affluenza alle urne ha riguardato meno della metà del corpo elettorale, il 46,03%, il 13% in meno rispetto al primo turno di due settimane fa.

Il meccanismo è ormai collaudato: quando c’è un ballottaggio, il centro-destra e i pentastellati votano sempre insieme contro il Pd. È successo domenica scorsa in molte città come Genova (i cinquestelle hanno votato e fatto vincere il candidato del centro-destra), è accaduto un anno fa a Roma e a Torino (in questi casi i berlusconiani hanno decretato la vittoria di due grilline), si è verificato due anni fa in Liguria (l’ha spuntata come governatore regionale il berlusconiano Toti, grazie ai consensi del M5S). Ad inaugurare il meccanismo è stata cinque anni fa Parma: fu eletto sindaco Federico Pizzarotti, contrapposto a un candidato del centro-sinistra, grazie ai voti moderati (unica differenza: in quel momento Renzi non guidava il Pd). E domenica Pizzarotti, dopo la rottura con il M5S, è stato rieletto sindaco con una lista civica.

Berlusconi può essere soddisfatto. Le elezioni comunali sono una sua vittoria: gli italiani «ci hanno dato il mandato di cambiare il futuro delle nostre città» ed è una responsabilità «della quale sono pronto a fami carico, con Forza Italia e tutta la coalizione». Il Cavaliere parla delle elezioni comunali, ma in realtà pensa alle politiche, punta a rientrare a Palazzo Chigi.

Il presidente di Forza Italia, 80 anni suonati, si è impegnato a fondo nella campagna elettorale: ha attaccato Renzi e il governo Gentiloni. Ha rialzato la bandiera antica del taglio drastico delle tasse e quella nuova della difesa degli animali. Soprattutto ha attaccato Beppe Grillo sul piano etico: è «un buon comico, col vizio di farsi pagare in nero».

Tuttavia Grillo non si dà per vinto. Anche il garante dei cinquestelle ha davanti il traguardo delle politiche. Ha usato una citazione di un film di Al Pacino: «Da qui al governo è questione di pochi metri». Non si è lamentato del risultato elettorale: «Ogni maledetta elezione il M5S continua a crescere».

Chi è in difficoltà è Renzi. Il segretario del Pd è sotto assedio. Il Cavaliere, Grillo, Andrea Orlando (sinistra Pd) cercano di stingerlo alle corde. Indebolito dalla scissione a sinistra dei bersaniani, deve ripensare la sua strategia in vista delle elezioni politiche, sia che si svolgano regolarmente nella primavera del 2018 sia che si scivoli verso il voto anticipato a novembre. Non ha funzionato il corteggiamento degli elettori delusi del centro-destra e cinquestelle, il cosiddetto Partito della nazione ipotizzato dall’ex sindaco di Firenze, tanto contestato prima da Pier Luigi Bersani e ora da Andrea Orlando. Il leader di una delle sinistre del Pd imputa al segretario la responsabilità della sconfitta elettorale: «Il Pd è isolato politicamente e socialmente perde quasi ovunque. Cambiare linea. Ricostruire il centrosinistra subito».

Renzi ha più fronti sui quali combattere. Probabilmente cercherà di lavorare sui contenuti, rilanciando la battaglia per il taglio delle aliquote Irpef (l’imposta sui redditi delle persone fisiche), una misura prevista nel 2018 dal cronoprogramma di riforme, formulato quando era presidente del Consiglio. Ma gli ostacoli, all’interno e all’esterno del governo e del Pd, sono tanti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

RICUCIRE

risikoIl centrodestra si impone in 16 comuni (Alessandria, Asti, Frosinone, Rieti, Como, Gorizia, La Spezia, Lodi, Genova, Monza, Oristano, Piacenza, Pistoia, Verona, Catanzaro, l’Aquila), il centrosinistra in 6 (Padova, Belluno, Lecce, Lucca, Taranto, Cuneo); Federico Pizzarotti, ex M5S e ora con una lista civica, si conferma sindaco di Parma. Leoluco Orlando, “civico” di centrosinistra, resta primo cittadino di Palermo, mentre Trapani (dove non è raggiunto il quorum) dovrà tornare alle urne. Questo è il quadro. Una fotografia che ribalta i colori dei municipi in cui si è votato: le amministrazioni uscenti erano in 15 casi targate centrosinistra, mentre il centrodestra governava in sole 5 città. Padova e Lodi erano commissariate; Parma era guidata da Pizzarotti (ex M5S) e a Verona il primo cittadino era l’ex leghista Flavio Tosi. Inutile girarci attorno. La caduta di alcune rocca roccaforti “rosse” come Genova e Pistoia, dove il centrodestra non aveva mai vinto è uno schiaffo sonoro. A Matteo Renzi toccherà riannodare i fili e di mettere in discussione l’idea di un Pd egemone ed autosufficiente.

“Vediamo se c’è ancora qualcuno che inneggia al partito a vocazione maggioritaria e rifiuta le alleanze. Toscana in testa. E speriamo che bastino ago e filo” ha commentato su Facebook il segretario del Psi Riccardo Nencini.

“Per trovare un voto altrettanto negativo per il centro sinistra – ha poi aggiunto in una nota il segretario del Psi commentando i risultati delle elezioni amministrative – bisogna risalire alle regionali del 2000. Alle politiche dell’anno successivo, Berlusconi trionfò. La vera novità del voto – ma è una novità? – non è nelle regioni rosse che non ci sono più e non è nemmeno nella scarsissima partecipazione”. “La novità, se c’è, è nella competitività del centro destra unito e, benché Orfini non lo reputi un fatto decisivo, nell’isolamento del suo partito e nella litigiosità locale del Pd. Una litigiosità che ha reso le sfide locali un autentico inferno per molti candidati. C’è una sola strada da imboccare: mettere insieme l’intera area riformista e farlo presto. E chi ha in testa duelli personali si dedichi al Risiko. Un bel gioco”.

“Il Pd isolato politicamente perde. Cambiare linea e ricostruire il centrosinistra subito” è il fendente lanciato da Andrea Orlando della minoranza del Pd, mentre Renzi dà la sua lettura: “Sono risultati a macchia di leopardo. Non è un test politico”. In una tornata elettorale che registra un’alta disaffezione dell’elettorato (affluenza al 46%, tredici punti in meno rispetto al primo turno) a fare rumore è, innanzitutto, l’imporsi di quell’alleanza Fi-Lega-Fdi che, fino a qualche giorno fa, vedeva proprio in Matteo Salvini e Silvio Berlusconi tra i più scettici. Eppure, laddove si presenta unito, il centrodestra vince, espugnando Genova con Marco Bucci e conquistando roccaforti rosse come La Spezia e Pistoia. Tanto che Berlusconi non ha tardato a lanciare la sua opa: “Da questi risultati il centro-destra può partire in vista della sfida decisiva per tornare a guidare il paese, sulla base di un programma condiviso, che in larga parte già abbiamo, e di una coalizione fra forze politiche diverse, caratterizzata da un chiaro profilo liberale, moderato”. Ma il termine moderato alla Meloni proprio non piace.

Il M5S dopo il “disastro” del primo turno, si consola strappando Carrara al centrosinistra (la prima volta dopo 70 anni di governo) e avanzando nel Lazio, dove vince a Ardea e Guidonia.

La vera sconfitta è la partecipazione. Il temuto crollo dell’affluenza ai ballottaggi c’è stato: nei comuni chiamati ad eleggere il sindaco è andato a votare meno del 50% degli aventi diritto, esattamente il 46,03%, un dato che tocca i livelli storici minimi e che è particolarmente insolito, perché l’elezione del primo cittadino in Italia è sempre stata molto sentita. Davvero un brutto segnale

Renzi, Calenda, Gentiloni
l’Irpef  della discordia 

IRPEF1

Irpef tagliata: da vent’anni è il sogno irrealizzato degli italiani. È la principale e più osteggiata tassa nazionale, quella che grava sui redditi personali di lavoratori e pensionati. La diminuzione dell’Irpef avrebbe un doppio effetto positivo: metterebbe un po’ di soldi nelle tasche degli italiani e aiuterebbe l’aumento dei consumi, fondamentale per sostenere la debole ripresa economica.

Meno Irpef è da sempre nei progetti di Matteo Renzi. Quando era presidente del Consiglio, nel suo cronoprogramma sulle riforme, aveva promesso di tagliare l’Irpef nel 2018. Ora ci siamo, mancano pochi mesi all’appuntamento. Da segretario del Pd lo scorso aprile ha confermato l’impegno: «Sull’abbattimento delle tasse dobbiamo andare avanti».  In particolare «sull’Irpef io penso a tre aliquote, ma si dovrà studiare un percorso spiegando le coperture». Si dovrà discutere con la commissione europea una maggiore flessibilità sul deficit pubblico italiano. Ha ricordato al suo governo che lui riusciva ad ottenere 20 miliardi di euro l’anno da Bruxelles. Lo scorso novembre, quando era ancora a Palazzo Chigi, delle simulazioni parlarono della necessità di trovare circa 10 miliardi di euro per coprire le minori entrate determinate dall’eventuale riduzione dell’Irpef.

Renzi e il governo, però, non parlano la stessa lingua. Mentre si stanno gettando le basi della legge di Bilancio del 2018, la fondamentale manovra annuale sui conti pubblici, l’esecutivo si divide anche al suo interno su quali tasse ridurre, di quanto e come. E, comunque, per adesso non c’è traccia di tagli dell’Irpef. Manca, in particolare, nel Def (Documento di economia e finanza) propedeutico alla manovra economica dell’anno prossimo.

L’economia sta andando meglio rispetto alle previsioni sia nel 2016 e sia nel 2017. Il dilemma è se premiare nella legge di Bilancio le imprese o i cittadini. Carlo Calenda e Paolo Gentiloni, nei giorni scorsi, si sono sganciati da Renzi. Il ministro dello Sviluppo economico dà la preferenza alle aziende: «La priorità è abbattere il carico fiscale sulle imprese, che costa immensamente meno rispetto al taglio dell’Irpef». Il tecnico già aderente a Scelta civica, il defunto partito di Mario Monti, spiega che si tratta di una strada obbligata: «La diminuzione delle tasse deve essere sulle imprese e non generalizzata, perché non siamo in grado di fare un taglio gigantesco dell’Irpef che sarebbe la via maestra».

Paolo Gentiloni, Pd, amico di Renzi e suo successore a Palazzo Chigi, ha una ricetta ancora diversa: «Faremo di tutto per la riduzione fiscale sul lavoro e in particolare sul lavoro dei giovani». Il presidente del Consiglio penserebbe a una riduzione delle imposte sui contratti di lavoro per favorire l’assunzione dei giovani. Il percorso è tutto in salita: «Se qualcuno descrive la prossima legge di Bilancio come una passeggiata si sbaglia».

L’economia e i conti pubblici vanno un po’ meglio, ma i margini sono stretti per le operazioni di spesa. La commissione europea continuamente punta il dito contro l’enorme debito pubblico italiano. Anche la Banca centrale europea (Bce) ha rilanciato l’allarme debito pubblico di alcuni paesi di Eurolandia. Sarebbero guai per nazioni come l’Italia se la Bce aumentasse i tassi d’interesse europei e se fermasse gli acquisti di titoli del debito pubblico (di 60 miliardi di euro al mese). In sintesi: il Belpaese deve stare attento a non compiere passi falsi per non innescare manovre speculative da parte dei mercati finanziari internazionali.

Ma, come si diceva una volta, il problema è politico. Soprattutto se le elezioni politiche si svolgeranno regolarmente la prossima primavera e non ci sarà un voto anticipato ad ottobre o a novembre, Renzi non può permettersi di presentarsi a mani vuote o, peggio, con una legge di Bilancio 2018 impopolare. Con gli 80 euro netti in più al mese in busta paga per gli stipendi medio-bassi, vinse le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti.

Successivamente andò male con la diminuzione parziale dell’Irap, l’imposta sulle attività produttive, e con la cancellazione delle tasse sulla prima casa. Mentre andò malissimo con il referendum sulla riforma costituzionale del governo, bocciato da quasi il 60% degli italiani lo scorso 4 dicembre.

Da mesi il segretario del Pd ripete: «Io le tasse le riduco davvero». Gli italiani, tra i contribuenti più tartassati del mondo, sono molto sensibili a questo tema. Il taglio dell’Irpef (un balzello enorme tra imposta nazionale, regionale e comunale) potrebbe essere la scelta giusta per varcare la soglia del 30% dei voti (assegnati dai sondaggi) e far rotta verso l’agognato 40% (alla Camera dà diritto al premio di maggioranza). Ma l’impresa è molto difficile. L’ex presidente del Consiglio deve affrontare quattro ostacoli: 1) l’offensiva delle opposizioni, 2) l’attacco della sinistra bersaniana uscita dal partito a febbraio, 3) i pareri contrastanti di Gentiloni e Calenda, 4) la linea finanziaria rigorista europea guidata dalla Germania.

Silvio Berlusconi per primo lanciò una campagna contro “le troppe tasse”. In particolare voleva ridurre le aliquote Irpef mentre Gianfranco Fini, l’alleato di An, spingeva per la diminuzione dell’Irap. Nel novembre 2004 scoppiò uno scontro tra gli alleati di centro-destra, ma l’allora presidente del Consiglio assicurò: «Ci sarà la riduzione delle aliquote dal primo gennaio 2005». Non se ne fece niente, invece. Gli alleati del presidente di Forza Italia e l’Unione europea, per motivi diversi, impedirono l’operazione Irpef. Dopo 13 anni la storia potrebbe ripetersi per Renzi.

Rodolfo Ruocco
 (Sfogliaroma)

Orlando: Non rassegnarsi alle larghe intese

Orlando_AndreaClima teso nel Pd. Il Congresso si è concluso da poco con la riconferma di Matteo Renzi alla segretaria. Ma le tensioni interne tipiche di un periodo di confronto sono ancora palpabili. L’occasione è la partecipazione di Andrea Orlando, avversario di Renzi alle primarie Pd, e altri esponenti della minoranza del Partito democratico alla manifestazione organizzata da Giuliano Pisapia in piazza Santi Apostoli a Roma. L’iniziativa, infatti, si sovrappone a quella del Partito Democratico, con il forum dei Circoli previsto per il 30 giugno e il primo luglio. “Ognuno è libero di fare quello che vuole. Io vado all’assemblea dei segretari di circolo Pd, anche perché abbiamo una legge elettorale che non prevede le coalizioni e reputo più utile discutere con segretari di circolo più che con altre forze politiche, se si vuole rafforzare il Pd” dice il presidente del Pd Matteo Orfini che continua: “Sulle alleanze considerata la legge elettorale esistente, la discussione attuale rischia di essere solo accademica”.

Il punto è proprio qui. La visione strategica. Quella di Orlando mira a coinvolgere il centrosinistra in modo più ampio. Mentre per Orfini il Pd il premio di maggioranza alla lista sembra un dato acquisto e immutabile. La risposta di Orlando non si è fatta attendere: “Sono lieto che Matteo Orfini si sia ricordato che esistono i circoli del Pd che, come è noto, sono stati investiti nelle settimane scorse di una discussione ampia e approfondita sulla legge elettorale. Io comunque sarò all’Assemblea dei circoli, non sono rassegnato a questa legge elettorale e ricordo che le coalizioni esistono sia nei Comuni che nelle Regioni, pertanto, ignorare gli alleati non è segno di lungimiranza”. E le recenti elezioni amministrative hanno infatti dimostrato che il centro sinistra è in grado di vincere solo quando si presenta unito. E Andrea Orlando intervistato dall’Huffington post – propone “un momento di confronto sul programma attraverso la convocazione di un tavolo programmatico e anche un metodo per la scelta della leadership. Anche una consultazione. Ma è importate prima la costruzione di un nuovo centrosinistra largo e plurale. Immagino una convenzione di tutte le forze che si riconoscono nel progetto”. Orlando sarà in piazza da Pisapia e spiga: “È giusto unire tutte le forze” e “rivedere la legge elettorale” per “non rassegnarsi alle larghe intese”.

A Orlando risponde anche Lorenzo Guerini, coordinatore del Pd: “Vorrei ricordare che abbiamo appena tenuto un congresso che non è stato né frettoloso né una conta ma un momento di confronto e discussione politica importante e una significativa prova di democrazia e partecipazione. Con una legittimazione chiarissima del segretario che abbiamo rieletto. Non vorrei che appena celebrato si fingesse di scordarselo”.

La Cgil in piazza sfiducia
il governo

Susanna Camusso-tredicesimaPer Paolo Gentiloni tira un bruta aria fin dal mattino. La Cgil alle 8 di sabato 17 giugno twitta: «La manovra con cui il governo ha cancellato i referendum è uno schiaffo alle regole democratiche». Un gruppo di lavoratori della Federazione lavoratori della conoscenza (Flc) si fa fotografare a piazza della Repubblica a Roma, da dove parte uno dei cortei della Cgil contro i nuovi voucher. Il messaggio lanciato con un tweet è #NonFateiBuoni. Un altro gruppo di lavoratori della Cgil dell’Emilia Romagna espone uno striscione umano, una lettera ad altezza uomo per ogni militante: «Rispetto! Per il lavoro, i diritti, la Costituzione».i partono i due cortei, da piazza della Repubblica e da piazzale Ostiense. Decine di migliaia di magliette e cappellini rossi, sotto un sole infuocato e in un caldo torrido, percorrono le strade di Roma per andare ad ascoltare il comizio finale di Susanna Camusso a piazza San Giovanni.

La battaglia della Cgil contro i nuovi voucher varati dal governo è senza frontiere. Il maggiore sindacato italiano aveva raccolto le firme per realizzare i referendum ed abolire i buoni con i quali pagare il lavoro occasionale (in molti casi era uno strumento utilizzato in modo anomalo al posto di un normale contratto di lavoro). I referendum, secondo la Cgil, si sarebbero dovuti votare lo scorso 28 maggio. Ma le urne non si sono mai aperte. L’esecutivo con un decreto legge prima ha cancellato i voucher, quindi ha approvato una nuova formulazione dei buoni lavoro nell’ambito della manovrina economica, passata in Parlamento con il voto di fiducia.

Susanna Camusso non perdona la mossa a Gentiloni. La segretaria della Cgil tuona nel comizio di piazza San Giovanni: «Il governo ha avuto paura di condurre una battaglia a viso aperto». Praticamente sfiducia il presidente del Consiglio: «Non si possono derubare i cittadini del voto» e «questo schiaffo alla democrazia non può passare inosservato».

Si appella al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e annuncia un ricorso alla Corte costituzionale contro la decisione del governo: «Continueremo a vigilare sulle regole democratiche». Il problema centrale è ancora una volta la precarietà del lavoro: «Con i voucher si reintroduce l’ennesima forma di precarietà, raccontando che è un contratto mentre invece è una pura transazione economica, che non prevede alcun diritto per i lavoratori».

Paolo Gentiloni rispetta la manifestazione della Cgil, ma la critica nel metodo e nel merito. Nel metodo perché la protesta non è dei sindacati «ma di uno, anche se il più importante dal punto di vista numerico». Il presidente del Consiglio poi boccia anche “il bersaglio sbagliato” della Cgil: «C’è veramente qualcuno che pensa che questi lavoratori non avevano bisogno di regole?».

Sale la tensione sul governo, già indebolito da una scissione a sinistra. Il Movimento democratico e progressista, i bersaniani che a febbraio hanno lasciato il Pd, è schierato tutto con la Cgil contro Gentiloni, il successore di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Gli scissionisti anti renziani non hanno partecipato in Parlamento al voto di fiducia sulla manovrina e ora alzano il tiro. Il coordinatore del Mdp Roberto Speranza avverte: «Diciamo al governo che se non c’è una inversione di tendenza sul lavoro, non ci siamo. Bisogna cambiare rotta sul lavoro».

Se non è una dichiarazione di sfiducia come quella della Camusso, un annuncio di crisi di governo da parte del gruppo Bersani, D’Alema, Speranza, Rossi, poco ci manca. È comunque un serio avvertimento. Ma la cosa non sembra spaventare Renzi. Anzi. Il segretario del Pd sembrerebbe felice se ci fosse una crisi di governo e ci fossero le elezioni politiche anticipate a ottobre o novembre. In questo modo eviterebbe il voto nella primavera del 2018, con alle spalle una difficile legge di Bilancio dalle scelte non certo popolari.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)