Centro sinistra. Psi: Con Fassino confronto positivo

fassinoIniziano gli incontri nel centrosinistra per mettere in piedi il tentativo di ricostruire una alleanza di centrosinistra. Il compito di un giro di consultazioni è stato affidato all’ex segretario del Pd Piero Fassino. “Fassino è una garanzia, se non ci riesce lui.…”, ha detto il segretario del Pd, Matteo Renzi, a gli chiedeva del tentativo di ricostruzione del centrosinistra. Tra gli incontri di oggi quello con il presidente del Senato Pietro Grasso. Un incontro che, a quanto si apprende da fonti vicino alla presidenza, è stato dello stesso tenore di quelli che il presidente Grasso ha avuto in questi giorni con numerosi altri esponenti delle forze di centrosinistra che queste settimane hanno chiesto un incontro al presidente.

Fassino ha incontrato anche il segretario del Psi Riccardo Nencini che ha parlato di “confronto fruttuoso e positivo. Non sarà l’ultimo. C’è tanto di cui discutere”. Il segretario del Psi ha detto di condividere “l’ipotesi di una lista della sinistra riformista che si presenti alle prossime elezioni con un programma serio e concreto, che non disperda il lavoro fatto dai due governi precedenti ma che fissi nuovi punti su cui lavorare: diritto alla casa, riforme istituzionali, lavoro”.

Il punto dirimente sul quale il centrosinistra e l’arcipelago a sinistra del Pd deve trovare un accordo è un programma serio bastato sulla tutela e la creazione di lavoro. Lo ha spiegato il  responsabile lavoro del Psi e membro della segreteria nazionale, Luigi Iorio, che ha aggiunto: “Un’alleanza che parta dal Jobs Act e che lavori per migliorarlo. Un provvedimento tra l’altro già votato anche da Speranza e Bersani”. Secondo Iorio “il Jobs Act, con tutte le osservazioni che si possono sollevare sul provvedimento, ha fatto crescere l’occupazione nell’ultimo anno. I dati Istat infatti sono chiari: siamo ritornati ai livelli occupazionali precedenti al 2008, registrando nel 2017 un aumento di 294 mila occupati sull’anno. Il Governo Renzi prima e quello Gentiloni poi hanno avuto il pregio di contribuire a rilanciare l’economia e l’occupazione del Paese. Entrambi governi che hanno visto i socialisti protagonisti. E’ il motivo per il quale, al netto dei rancori personali – ha proseguito – occorre uno sforzo per ricercare punti d’incontro. Dunque una coalizione tra partiti riformisti che da sempre nella loro agenda affrontano temi quali i diritti civili, la libertà individuale e il valore dell’antifascismo. Ma soprattutto – ha concluso – che considera  il lavoro come pietra miliare”- ha concluso.

Ha chiesto invece ulteriori chiarimenti Campo Progressista. “Nella direzione di lunedì del Partito democratico – si legge in un comunicato – finalmente, sembra si sia posto fine almeno al mito dell’autosufficienza. L’apertura a verificare le condizioni per una coalizione di centrosinistra larga e inclusiva è un passo in avanti. Ma c’è ancora molto da fare. Al momento, non c’è un’analisi seria e sincera sulla condizione del Paese, nonché nessun fatto politico sui contenuti che vada incontro alla discontinuità che abbiamo sempre chiesto. Cosi’ come resta vago il perimetro di un’eventuale coalizione e inadeguate le rassicurazioni sul fatto che non ci saranno larghe intese dopo il voto”

“Alla nostra assemblea – spiega Cp – abbiamo fatto un ultimo appello e chiesto a Pd, Mdp e forze del centrosinistra di uscire dall’autoreferenzialità e di aprire alla possibilità di iniziare un nuovo corso che possa davvero farci capaci di battere le destre. Per questo, non ci sottrarremo al confronto con il Partito Democratico per verificare fino in fondo la possibilità di dar vita a un nuovo centrosinistra. Senza pregiudizi e senza sconti”, si legge ancora nella nota.

Nencini: “Per il centrosinistra è tempo di responsabilità”

Camera fiduciaSi apre il dibattito nel centrosinistra in vista delle prossime elezioni politiche. La legislatura vede la sua fine naturale nella prossima primavera. Dopo la bocciatura da parte della Consulta dell’Italicum, i partiti si trovano a confrontarsi con un altro sistema elettorale, quello previsto dal Rosatellum bis che, al contrario del sistema cassato, rimette al centro il ruolo delle coalizioni capovolgendo di fatto l’impostazione voluta inizialmente da Renzi. Ovviamente i programmi sono al centro di ogni campagna elettorale, ma altrettanto ovvio è che i partiti si attrezzano a seconda del sistema di voto. E in Italia, sappiamo, che le leggi elettorali sono spesso soggette a cambiamenti. Dopo gli anni di proporzionale della prima Repubblica, si è passati al Mattarellum, poi al Porcellum, successivamente all’Italicum (approvato ma mai usato) e infine al Rosatellum bis. La direzione del Pd di lunedì scorso ha rimesso al centro il ruolo delle coalizioni con il riconoscimento da parte del segretario Dem della necessità di allargare il campo. Concetto rilanciato anche nella e news del segretario: “Siamo pronti a fare un’alleanza larga senza mettere veti, senza personalismi”.

“Per il centrosinistra è tempo di responsabilità, per non consegnare il Paese alle destre o al populismo” ha detto il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, intervenendo nel dibattito sulle alleanze. “Bisogna contare in una coalizione larga”- ha aggiunto – “che comprenda i centristi, le forze riformiste, laiche, ambientaliste ed europeiste e scrivere urgentemente un programma comune che parta dalle cose buone fatte dagli ultimi due governi, per sottoscriverlo con gli italiani. Noi stiamo lavorando per questo”- ha proseguito. Mi auguro che presto si possa discutere insieme attorno ad un tavolo e fissare dei paletti sul programma: tutela del lavoro a tempo indeterminato, Europa federale con un unico ministro del tesoro europeo, inserire la casa tra i pilastri del nuovo welfare, riforme istituzionali da affrontare con una Assemblea Costituente. La proposta avanzata ieri da Renzi è convincente. In concreto la discuteremo nelle prossime ore quando lo incontreremo” – ha concluso.

L’apertura di Renzi verso una coalizione elettorale ampia è stata valutata positivamente anche dal coordinatore nazionale dei Verdi Angelo Bonelli: “Abbiamo chiesto un incontro per verificare le compatibilità programmatiche che sino ad oggi sono state difficili tra Verdi e PD. Riteniamo che in questa fase difficile per il Paese, che rischia di consegnare il paese alle peggiori destre e alla demagogia, sia necessario che prevalga il senso di responsabilità. Noi questa responsabilità la sentiamo e la vogliamo praticare ma è necessario che si sia un ascolto vero alle istanze ecologiste. Per noi la priorità è affrontare il tema dei cambiamenti climatici, questo vuol dire un Piano strutturale sul consumo suolo, un Piano energetico 100% rinnovabili e uno sulla mobilità sostenibile, politiche diverse nelle politiche ambientali ed economiche alle crisi industriali del nostro paese e un piano per la tutela della biodiversità”. “Proprio per questo – ha concluso Bonelli – è in programma nei prossimi giorni un incontro tra i Verdi e il PD. I Verdi lavorano anche affinché continui l’importante e coraggioso lavoro di Pisapia con Campo Progressista e per unire i Radicali italiani e i socialisti in una grande lista europeista, ecologista e dei diritti”.

Nel dibattito è intervenuto anche l’ex segretario del Pd Piero Fassino. “Sto lavorando in queste ore – ha detto – a un’agenda di incontri con i segretari di partito e gli esponenti di tutto l’arco del centrosinistra. Da domani inizierò un primo giro di colloqui che avranno carattere istruttorio per valutare insieme ai miei interlocutori come proseguire un confronto che possa portare alla costruzione di un centrosinistra inclusivo e largo”. “Contatti sono in corso con Campo progressista, Articolo 1-Mdp, Possibile, Sinistra italiana, Radicali italiani, Verdi, Italia dei valori, Socialisti. Naturalmente – ha spiegato Fassino – gestirò gli incontri in contatto quotidiano con Renzi, il vicesegretario Martina, il coordinatore Guerini e con gli altri dirigenti della segreteria e delle minoranze del Partito democratico”.

Ginevra Matiz

Pil accelera, Gentiloni: “Non dilapidare risultati”

gentiloni padoan

La crescita in Italia c’è e si rafforza: il Pil accelera nel terzo trimestre secondo i dati diffusi dall’Istat che conferma le stime del governo e della Banca d’Italia. Soddisfatto il governo con il premier, Paolo Gentiloni che invita a “non dilapidare i risultati”. Tra luglio e settembre il prodotto interno lordo, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,5% rispetto al trimestre precedente (contro il +0,3% di aprile-giugno) e segna la tredicesima variazione congiunturale positiva consecutiva. La crescita tendenziale del Pil si attesta all’1,8%, la piu’ alta da oltre sei anni, ovvero dal secondo trimestre del 2011 quando aveva toccato +2,6%. Il valore assoluto di 400,547 miliardi di euro è al top dal quarto trimestre del 2011. La variazione acquisita per il 2017 è pari a +1,5%.

La variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura e di un aumento nei settori dell’industria e dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia di quella estera (esportazioni al netto delle importazioni). Nello stesso periodo il PIL e’ aumentato in termini congiunturali dello 0,7% negli Stati Uniti, dello 0,5% in Francia e dello 0,4% nel Regno Unito. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,3% negli Stati Uniti, del 2,2% in Francia e dell’1,5% nel Regno Unito.

Rallenta invece l’inflazione: a ottobre l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,2% su base mensile e aumenta dell’1,0% rispetto ad ottobre 2016 (era +1,1% a settembre), confermando la stima preliminare. Il lieve rallentamento, spiega l’Istat, è dovuto quasi esclusivamente all’inversione di tendenza dei prezzi dei servizi vari (-1,1%, da +0,6% di settembre), dovuta al forte calo di quelli dell’istruzione universitaria a seguito dell’entrata in vigore delle nuove norme sulla contribuzione studentesca introdotte con la Legge di Stabilità.

Tornando al Pil, l’esecutivo, alle prese con la manovra, incassa i risultati ottenuti. “L’economia italiana accelera e lo fa per merito delle famiglia, delle imprese e dei lavoratori”, commenta il presidente del Consiglio, Gentiloni. “I governi – aggiunge – hanno cercato di incoraggiare questa spinta ma se la crescita è dell’1,8% quando le previsioni erano pochi mesi fa dello 0,8%, questo è perché il sistema si è rimesso in moto. Di questo dobbiamo essere orgogliosi”. Ora “non dobbiamo dilapidare questi risultati ma insistere e accelerare ancora lungo questa strada. Il governo – assicura infine – farà la sua parte e una parte rilevante della manovra è il pacchetto impresa 4.0”. Da Londra il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan twitta: “Oggi a Londra anche per ricordare agli investitori che dal 2014 in Italia PIL pro capite cresce più che altrove”.

Il ministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda, invita ad andare avanti con gli investimenti. Mi pare che il paese si è messo in marcia. Anche se c’è da fare ancora molto e soprattutto non sciupare, come ha detto giustamente Gentiloni, quello che si è fatto”, afferma. “Bisogna continuare a insistere su investimenti, stimoli agli investimenti privati e investimenti pubblici. È questa la chiave di volta”. “I dati sono positivi – sottolinea Calenda – l’Italia sta camminando, ma bisogna fare attenzione a non perdere l’abbrivio, bisogna continuare a mettere al centro gli investimenti”. Su Twitter il segretario del Pd, Matteo Renzi, rivendica quanto fatto: “Quando siamo partiti il Pil era al 2% ma aveva il meno davanti: -2%. Istat oggi dice che nell’ultimo anno il Pil è stato quasi al 2%, ma ha il più davanti: +1.8%. Il tempo dimostra chi aveva ragione: non si molla, avanti assieme”.

Luigi Grassi

TEMPO DI COALIZIONE

pd mdpUna coalizione ampia che dalla sinistra arrivi fino a comprendere i moderati che hanno condiviso il lavoro del governo di questi anni. Un confine largo, insomma, un centrosinistra inclusivo che miri ad unire. È in sintesi quanto detto dal segretario del Pd Matteo Renzi della direzione del partito a pochi giorni dalle elezioni Siciliane. “Partiamo dalla situazione politica e lasciamo gli altri punti all’ordine del giorno ad una prossima riunione” ha esordito Renzi sottolineando che serve uno sforzo unitario “a partire dal sottoscritto”. Un cambio di linea a cui diversi fattori hanno contribuito nel tempo. Dalle legge elettorale che premia le coalizione alla consapevolezza che il Pd da solo non è in grado di accentare su di sé quei voti che gli mancano per diventare, da solo, maggioranza. Quel 40% alle europee suona sempre più come un lontano ricordo. Da qui la consapevolezza che è essenziale il contributo di tutti. “Dobbiamo rivendicare con forza – ha detto ancora Renzi – ciò che abbiamo fatto”. “Con la coalizione che faremo – ha aggiunto – siamo già oggi avanti agli altri”. “Dobbiamo – ha detto ancora – avere un progetto vero con chi vuole condividerlo. Vogliamo o non vogliamo aprire un dibattito serio al nostro centro e alla nostra sinistra?, si chiede il segretario dem che poi ha sottolineato: il jobs act ha fatto oltre 900 mila posti di lavori, nei primi anni, con gli incentivi, si è trattato di posti di lavoro indeterminato. Ora siamo disponibili ad una lotta ulteriore al precariato. Renzi ha poi parlato dell’immigrazione: gli sbarchi sono diminuiti, 50mila in meno di un anno. Poi tutti noi sappiamo che c’è bisogno di una grande scommessa su Libia e Africa. Infine sulle tasse: “Qualcuno di voi può pensare che gli 80 euro siano stati un errore? Se si vuole fare un dibattito alto e serio – ha argomentato l’ex premier – noi ci siamo”.

Renzi ha assicurato che “non metteremo alcun paletto a una coalizione più larga possibile. Anzi, sarà nostra cura allargare la coalizione il più possibile”. Per Renzi bisogna tenere un confronto aperto anche con l’ala moderata e centrista affinché non venga risucchiata da Berlusconi. E poi su chi si è allontanato dal Pd: “Nessun veto su Mdp, sul movimento di Civati e su SI ma chi vuole rompete non troverà da noi nessuna sponda. Renzi ha poi spiegato che deve esserci un dialogo aperto con tutti. Con i Verdi, con i socialisti, con l’Italia dei Valori e in primis con Pisapia.

Insomma un fronte “aperto” ad una coalizione larga del centrosinistra con il Psi, Radicali , Mdp, Cp, Si e altri: “Il segretario del Pd – ha detto il segretario del Psi Riccardo Nencini commentando l’intervento di Matteo Renzi alla direzione – è stato chiaro: alle prossime elezioni politiche ci sarà una coalizione di centro sinistra. Ora non ci sono più alibi per nessuno. Mettersi al lavoro subito è la strada maestra”. E in riferimento all’intervento di Pisapia al convegno di Campo Progressista Nencini ha aggiunto: “Ho ascoltato con attenzione l’intervento di Pisapia. C’è spazio per allargare il fronte della sinistra riformista, c’è l’interesse comune a fermare derive populiste e di destra. Mi aspetto che il Pd colga questa opportunità con l’urgenza che il tempo richiede”.

Interesse alla arriva anche dai radicali: “La nostra lista europeista – ha detto Riccardo Magi, segretario di Radicali italiani, dopo l’incontro con Renzi al Nazareno – nasce come opzione prima di ogni apparentamento, perché questa legge promuove apparentamenti non coalizioni. Con il Pd abbiamo avuto un incontro serio: è l’apertura di un percorso che richiedera’ altri passaggi”.  Benedetto Della Vedova, di Forza Europa, ha aggiunto: “Oggi si è avviato un percorso franco, serio, mi auguro utile ma che dovrà avere nelle prossime settimane uno sviluppo. Ci sono punti col Pd di contiguità e altri di diversita’”.

Un sostengo convinto e immediato è arrivato dal ministro della Cultura, Dario Franceschini favorevole alla necessità di una coalizione ampia e critico alla visione “solitaria” del Pd. “Un applauso convinto alla relazione di Matteo Renzi che apre alla costruzione di una alleanza di tutto il centrosinistra” è la sua risposta su twitter. Ma da Mdp le prime reazioni sono state fredde: “Una maggiore sintonia possibile fra il Pd ed Mdp?. Non lo so – ha risposto Pierluigi Bersani – bisogna vedere cosa dice sul resto perché lui si preoccupa sempre di rivendicare quello che s’è fatto. Purtroppo c’è qualche milione di elettori che non è d’accordo. Non è Bersani o Speranza, sono gli elettori che non sono d’accordo; che hanno un giudizio critico su tante cose che si sono fatte e che vedono che a dispetto delle affermazioni che siamo usciti dalla crisi, abbiamo dei problemi, a cominciare da quello del lavoro. E quindi staremo a vedere, seguiamo il resto della discussione. Basta che si sappia che le chiacchiere stanno a zero, ci vogliono dei fatti”.

Biotestamento e Ius soli. Psi: “Approvarli subito”

parlamento“Dopo le dimissioni della relatrice Di Biasi, mi auguro che la legge sul testamento biologico venga discussa al più presto in Senato e approvata entro la fine della legislatura”.
Lo ha detto Pia Locatelli coordinatrice dell’Intergruppo per il testamento biologico.

“Oggi il capogruppo del Pd alla Camera, Rosato – ha aggiunto – ha indicato il provvedimento sul fine vita tra le leggi da varare prima dello scioglimento delle Camere:
i numeri in Senato, grazie al sostegno di parte delle opposizioni, ci sono, è solo questione di volontà politica. Non possiamo continuare a rinviare vanificare il lavoro fatto in questi anni: i cittadini non ce lo perdonerebbero”.
Due leggi necessarie per un Paese civile, sul Testamento biologico e sullo Ius soli, eppure entrambe sono finite nei cassetti. Oggi però dopo le dichiarazioni del Presidente del Senato, Pietro Grasso e del segretario del Pd, Matteo Renzi, torna nel vivo la discussione sulle due ‘mancate’ leggi. Maria Cristina Pisani, Portavoce del Partito Socialista, dopo anni di battaglie per una legge sul ‘fine vita’ ribadisce “la necessità di approvare il testamento biologico e lo ius soli prima della fine della legislatura”. “Sono provvedimenti – spiega Pisani – che da anni come Psi chiediamo con forza. È quello che vogliono milioni di cittadini, battaglie di civiltà che oggi dobbiamo finalmente vincere”. Già con il caso della morte di Dj Fabo in Svizzera la Portavoce del Psi aveva affermato: “La scelta di Fabo non è il trionfo della morte sulla vita, ma il rispetto della vita umana come bene indisponibile. Libertà di essere, libertà di scegliere, lo ripetiamo con il Segretario del PSI, Riccardo Nencini, da anni. Nessuno sembra voler capire”, puntando poi il dito contro il Parlamento: “È già vergognoso che la legge sul testamento biologico abbia subito l’ennesimo rinvio. La scelta di Fabo serva almeno per scuotere un Parlamento miope”. Tuttavia il clamore dei giorni scorsi per il processo a Cappato non sembra aver scosso molto Palazzo Madama, fino ad oggi quando in Direzione Pd i due temi sono tornati in primo piano. Approvare il testamento biologico e lo ius soli prima della fine della legislatura? “Ci stiamo lavorando da mesi per finirli in questa legislatura, sono due provvedimenti su cui c’è grande impegno e faremo tutto il possibile per approvarli anche al Senato”, ha detto Ettore Rosato arrivando al Nazareno.
Da parte dei Radicali l’invito a proseguire e a concludere l’iter per queste due leggi è ancora aperto. “Abbiamo chiesto a Renzi di fare l’impossibile per approvare ius soli e testamento biologico, che tra l’altro il Pd ha già votato in prima lettura”, afferma Riccardo Magi, segretario di Radicali Italiani, al termine dell’incontro al Nazareno con Matteo Renzi, cui hanno partecipato Emma Bonino e Benedetto Della Vedova. “Sull’immigrazione abbiamo ribadito le nostre posizioni: abbiamo raccolto novantamila firme per una legge popolare che superi le parti peggiore della Bossi-Fini, per noi è una battaglia fondamentale”, aggiunge.
Affrontare questo tema durante la Direzione dei Dem è stato ravvisato da molti come una tattica in vista delle prossime elezioni, ma Matteo Renzi ha obiettato: “Dobbiamo togliere dal campo” del dibattito sulle coalizioni “il tema dei diritti. Non è che facciamo lo ius soli per fare l’accordo con Mdp. Lo facciamo perché un diritto è un diritto, senza scambiarlo in un accordo di coalizione. Cercheremo di farlo, senza creare alcuna difficoltà alla chiusura ordinata della legislatura, rispettando ciò che il governo e la coalizione vorranno fare, non pensiamo siano temi su cui fare l’accordo”.

Pd-Mdp scontro a distanza

orfini dalema“Nessuno in Mdp chiede le primarie di coalizione perché perderebbero anche quelle”. E ancora “Non vogliamo coalizioni a ogni costo”. Le parole del presidente del Pd, Matteo Orfini, arrivano a poche ore da quelle pronunciate dal segretario Renzi – “siamo lontani dalle posizioni di Mdp” – e scavano un solco profondo tra i due partiti.

Il lavoro di ricucitura da parte di volenterosi dentro e fuori gli schieramenti, dal ministro Orlando a Walter Veltroni, prosegue ininterrotto, ma non passa giorno in cui non arrivino nuove bordate dall’uno all’altro. E non aiuta la scelta di Mdp di sostenere la candidata grillina ad Ostia. Difficile, certo, immaginare un endorsement di Bersani e compagni alla candidata di Fratelli d’Italia, ma l’appoggio a Giuliana Di Pillo rappresenta un atto ufficiale e la certificazione di un percorso di avvicinamento iniziato mesi fa quando a più riprese i maggiorenti di Mdp, Bersani in primo luogo, hanno definito i grillini come “interlocutori”. Nessuna indicazione di voto, invece, dal Partito Democratico per il quale il M5s è ancora l’avversario da battere e un “interlocutore inaffidabile come si è visto quando si e’ trattato di votare sul testo della legge elettorale”, come più volte sottolineato dal capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato.

Ma quel che è peggio è l’atteggiamento sprezzante che il Partito Democratico tiene ormai nei confronti di Pietro Grasso, probabile candidato di Mdp alla premiership.Alle accuse del deputato Davide Faraone, che imputa a Grasso di aver portato il Pd alla sconfitta in Sicilia con le sue dimissioni dal gruppo, sono seguite le parole di Matteo Orfini: “Noi abbiamo scelto il leader con le primarie e ricordo che nessuno lo ha voluto sfidare. E ora nessuno chiede le primarie di coalizione perché sa che le perderebbe. Grasso ci starebbe da Dio come leader del centrosinistra? È opinione di Bersani che io non condivo. Il leader non lo sceglie Bersani o io ma gli elettori”, dice Orfini che, poi, rimarca: “Non vogliamo coalizioni a ogni costo, non bisogna ricadere negli errori del passato con coalizioni solo per vincere, bisogna avere omogeneità”. Alla seconda carica dello Stato ha risposto anche ieri Matteo Renzi. “Vedremo i programmi”, sottolinea il governatore toscano, Enrico Rossi, cofondatore di Mdp: “A mio avviso, è più probabile che le alleanze si faranno dopo il voto. Al punto in cui siamo temo che farle adesso non convenga né al Pd né a una forza di sinistra civica di cui vedo lo spazio. Detto questo, non escludo nulla”, afferma Rossi. Come leader di Mdp, il presidente del Senato Pietro Grasso “ci starebbe bene. E’ una personalità di alto livello che può dare un contributo per cambiare il Paese”, osserva il presidente della Regione Toscana, che al Pd ribadisce: “non servono tatticismi, alchimie politiche o scambi di figurine: la gente si sentirebbe presa in giro. Dico che noi non siamo pericolosi estremisti e il Pd non è il nemico: rispettiamo il loro travaglio. Decidano, noi ci siamo”.

A fronte di queste schermaglie, i pontieri vanno avanti. Walter Veltroni è tornato a richiamare tutte le parti a un gesto di responsabilità: “Restare divisi sarebbe una follia”, spiega il primo segretario del Pd: “Con questa legge elettorale se non ci si unisce dove si va?”, chiede ancora Veltroni. L’ipotesi più credibile è, tuttavia, che eventuali coalizioni o alleanze si realizzino dopo il voto, in Parlamento, davanti all’impossibilita’ di individuare un vincitore: “Lì dove io sono non mi ci ha messo Floris, D’Alema o Bersani. Mi ci hanno messo due milioni di persone. Il potenziale premier lo decide il Parlamento, dopo che il Capo dello Stato conferirà l’incarico a formare il governo”, sono le parole di Renzi a Di Martedì, nell’intervista andata in onda ieri sera. Tradotto: il candidato premier di centro sinistra – al momento – è Renzi e solo Renzi. Se poi, come sembra probabile, il Pd da solo non riuscirà a imporsi sulle altre forze parlamentari, ci si conterà in Parlamento e in quella sede si cercherà di individuare anche il potenziale premier.

Due nuovi centro-sinistra Renzi contro Bersani

renzi bersani

Per Matteo Renzi non c’è pace. Lo scontro è su due centro-sinistra che ancora devono formarsi. Il terremoto post elettorale è cominciato. La catena di sconfitte è lunga: nel 2015 perse la Liguria; nel giugno 2016 i sindaci di Roma e Torino; a dicembre dell’anno scorso il referendum sulla riforma costituzionale; adesso c’è stata la “botta” delle elezioni regionali in Sicilia. Il Pd nell’isola è arrivato terzo dopo il centro-destra e i cinquestelle.

Mezzo Pd è in rivolta. È in discussione perfino la leadership di Renzi. Dario Franceschini, ex Dc-Ppi-Margherita, potente capo corrente del Pd, è sul piede di guerra. Pronto a dare battaglia è anche Andrea Orlando, ex Pci-Pds-Ds, capo della corrente di sinistra del partito.

Così Renzi gioca d’anticipo. Prima rilancia la sua leadership: «Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta». Poi apre la strada alla costruzione di un nuovo centro-sinistra, mettendo la parte la linea dell’autosufficienza del Pd: «Siamo pronti ad allargare ancora al centro e alla nostra sinistra. Condivido a questo proposito le riflessioni di Dario Franceschini». E annuncia: «Possiamo raggiungere, insieme ai nostri compagni di viaggio» il 40% dei voti già ottenuti nelle elezioni europee del 2014 e nel referendum sulla riforma costituzionale, perso proprio con questa soglia.

Su Palazzo Chigi è prudente, non rilancia la sua candidatura: sceglie il Parlamento. Ma anche qui si muove qualcosa. Il capogruppo democratico alla Camera, Ettore Rosato, ha considerato “spendibile” il nome di Paolo Gentiloni, anche se poco dopo non esclude una ricandidatura di Renzi a presidente del Consiglio. Del resto può succedere di tutto. Sono gettonati anche due ministri come possibili candidati premier: Marco Minniti (Interno) e Carlo Calenda (Sviluppo Economico).

Due centro-sinistra: scelte diverse sul programma e su Palazzo Chigi, la partita è aperta. Bersani e D’Alema, usciti dal Pd a febbraio contestando da sinistra Renzi per fondare il Mdp, hanno idee diverse. Pensano a Pietro Grasso, presidente del Senato, fresco di divorzio dal Pd, come candidato premier. Pier Luigi Bersani non nasconde l’entusiasmo per Grasso candidato presidente del Consiglio: «Per il nostro profilo civico e di sinistra ci starebbe da Dio…». Il parere di Massimo D’Alema è analogo: «La presenza di Grasso sarebbe fondamentale». La contrapposizione con Renzi è totale: «Io uso le parole di Pisapia: ‘La ricostruzione del centrosinistra richiede una discontinuità di leadership e di contenuti’. E io sono d’accordo con lui».

Si profilano due centro-sinistra in contrapposizione e una violenta battaglia tra le sinistre. Anche le altre forze della sinistra critica e riformista studiano strategie ed alleanze in vista delle elezioni politiche. Nicola Fratoianni, totalmente critico con il Pd, ha annunciato per il 19 novembre a Roma un’assemblea nazionale di Sinistra Italiana «per presentare alle prossime elezioni un’unica lista di sinistra autonoma e alternativa». Giuliano Pisapia, artefice di Campo Progressista, si considera diverso ma non alternativo a Renzi. L’ex sindaco di Milano potrebbe formare una lista elettorale con la radicale Emma Bonino, i socialisti di Riccardo Nencini e i verdi di Angelo Bonelli. Pisapia il 12 novembre, mell’assemblea organizzata a Roma, esporrà il suo progetto e probabilmente riproporrà le primarie di coalizione per Palazzo Chigi.

Le molteplici e frammentate forze di centro-sinistra si muovono in modo contrapposto, le divisioni aumentano. Un brutto viatico per le elezioni politiche previste in primavera. In Sicilia la spaccatura c’è stata su due liste, quella centrata sul Pd e guidata da Fabrizio Micari e quella basata su Mdp capeggiata da Claudio Fava. È stato un disastro: Micari è arrivato terzo e Fava quarto. Dalle urne delle politiche potrebbe uscire l’ingovernabilità che aprirebbe le porte ad un esecutivo di “larghe intese” con Silvio Berlusconi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

IL RITORNO DEL CAVALIERE

regionali-sicilia-2017

I sondaggi avevano ampiamente previsto le difficoltà del centrosinistra. In Sicilia lo spoglio per le elezioni Regionali è ancora in corso ma il candidato del centrodestra Nello Musumeci attualmente mantiene il primo posto nella corsa, seguito da Giancarlo Cancelleri. Sono state scrutinate oltre la metà delle sezioni, il dato è di 3.207 su 5.300, il candidato del centrodestra, ha il 39,2%, il candidato del M5s Giancarlo Cancelleri 34,9%. Seguono Fabrizio Micari con il 18,9%, Claudio Fava con il 6,2 e Salvo La Rosa, con lo 0,72 %. A vincere è però “partito del non voto”: solo il 46,76% ha votato per l’elezione del presidente della Regione e dell’Assemblea, mentre il 53,23% ha disertato le urne. Rispetto al 2012 quando aveva votato il 47,41%, il dato dell’affluenza è in calo dello 0,65%.

L’effetto non è arrivato smorzato nelle stanze del Nazareno. Parla chiaro il Presidente del Pd, Matteo Orfini. Su Fb non nasconde le difficoltà, dopo un primo grossolano tentativo del Pdi siciliano di accollare la colpa della delusione elettorale a Pietro Grasso reo di essere uscito dal Pd dopo l’approvazione della legge elettorale. “In Sicilia e nel Municipio X di Roma – afferma Orgini – il Pd arriva terzo. Sono oggettivamente due sconfitte. E quando si perde si deve riflettere e capire gli errori per correggerli. Ma anche distinguere le legittime strumentalizzazioni politiche dai numeri e dalla storia di queste due elezioni”. “In Sicilia – prosegue Orfini – vincemmo con Crocetta perché la destra si divise. Oggi la destra è di nuovo unita e vince. Il Pd ha provato a lavorare sullo schema di una coalizione larga, guidata da una personalità della società civile. Non siamo riusciti fino in fondo a raggiungere questo obiettivo perché Mdp e Sinistra Italiana hanno scelto di candidare Fava con il solo obiettivo di far perdere il Pd e vincere la destra. E perché anche parte del mondo moderato rispetto a cinque anni fa ha scelto la destra”. E sulle elezioni del decimo Municipio di Roma aggiunge: “Il Pd è il secondo partito con circa il 14 per cento. Si e’ votato dopo lo scioglimento per mafia e dopo l’interruzione di un’amministrazione da noi guidata. A far dimettere l’allora Presidente fui io, quando non era indagato (o almeno non era noto che lo fosse). Successivamente fu arrestato e poi condannato in primo grado. Capite bene che con queste premesse il Pd sarebbe potuto scomparire”.

“Ma dove è la novità? – si difendono i renziani – la scorsa volta si è vinto con il 13 per cento del Pd, con l’11 dell’Udc e il 6 della sinistra di Crocetta e perchè la destra era divisa”. Una lettura che sembra un pò assolutoria ma è in realtà mirata a sostenere che “siamo in partita se c’è una coalizione”. E soprattutto ad evitare lo scontro interno e a convincere Dario Franceschini, Orlando e Michele Emiliano a non andare all’attacco del segretario condannando il Pd a sconfitta certa alle elezioni del 2018 a favore del centrodestra o di M5S. I dirigenti del Pd, però, non sembrano intenzionati a fare sconti al leader. “La sconfitta è pesante ed è l’ultima di una serie di risultati presi sotto gamba”, è l’analisi diffusa. Ora o Renzi dimostra di voler decidere insieme su tutto, a partire dalla definizione delle liste elettorali, e di impegnarsi davvero a costruire “senza veti” una coalizione o, come dice un big della minoranza, “parte il cinema”.

I big Pd non vorrebbero dare per perso fino all’ultimo anche un confronto con Mdp, ipotesi che Renzi vede remota “non per colpa sua”, dicono i suoi. Il leader è pronto, attraverso il coordinatore Lorenzo Guerini, ad aprire da domani il confronto con i possibili alleati. Mettendo sul piatto anche la disponibilità a primarie di coalizione se qualcuno le chiedesse. “Per il centrosinistra serve un nuovo inizio. Il Pd è pronto a confrontarsi senza veti con tutte le forze progressiste, europeiste, moderate, interessate a costruire unità e non divisione”, ribadisce, ancora a urne aperte, Maurizio Martina. Un messaggio rivolto oltre ma soprattutto dentro il Pd per scongiurare un tutti contro tutti e per invitare i dem a concentrarsi sui veri rivali: i grillini.

Intanto si prepara la resa dei conti. La direzione del Pd è convocata per il 13 pomeriggio. Il leader del Pd si chiude nel silenzio. “Evitiamo qualsiasi dichiarazione, facciamo domani il confronto, o quello che sarà” si limita a dire Matteo Renzi entrando nella sede fiorentina della Stanford University dove tiene un corso rivolto agli studenti americani.

L’occasione per Di Maio di ‘delegittimare’ Renzi

di maioLuigi Di Maio torna sui suoi passi e dopo aver chiesto un confronto pubblico con Matteo Renzi che aveva raccolto il guanto di sfida, ritratta: “Avevo chiesto il confronto con Renzi qualche giorno fa, quando lui era il candidato premier di quella parte politica. Il terremoto del voto in Sicilia ha completamente cambiato questa prospettiva. Mi confronterò con la persona che sarà indicata come candidato premier da quel partito o quella coalizione”. Ha fatto sapere il candidato Premier in pectore dei pentastellati. Una mossa astuta che fa riguadagnare terreno e gioco al giovane M5S che in questo modo non solo coglie la palla al balzo per delegittimare il segretario del Partito al Governo, ma può anche avere la revanche contro un Pd da sempre ‘margine’ di un populismo targato M5S. Tuttavia mentre ha evitato il confronto con Renzi annuncia che sarà ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa” domenica sera su Raiuno.
Una presa di posizione che ha sorpreso tutti, anche se non è la prima volta che i Cinquestelle evitano un confronto, soprattutto in Tv. Anche se la mossa dell’esponente del Movimento 5 stelle è stata scorretta nei confronti di Renzi è un modo per guadagnare ancora tempo e per delegittimare definitivamente un avversario che dopo la debacle siciliana ha ancora le ossa rotte per la frattura con l’altra sinistra, quella di Mdp. Dal Pd intanto la prima reazione con un post su Facebook: “Chi è il leader del Pd lo decidono le primarie, cioè la democrazia interna. Non lo decidono le correnti, non lo decide il software di un’azienda privata, non lo decide Di Maio”. Anche il presidente del Pd, Matteo Orfini, risponde a Di Maio: “Di Maio. Dopo essersi svincolato dal confronto con la Boschi, dopo aver sfidato Renzi e fatto i capricci su dove tenere il confronto, oggi lo annulla con una scusa ridicola. Per carità, è un giorno difficile anche per lui: in Sicilia vince la destra, a Ostia M5S perde una marea di voti grazie all’effetto Raggi e la Appendino viene indagata per reati gravissimi (omicidio colposo e disastro colposo). Capisco che non è facile andare in tv quando le cose vanno male. Vale anche per noi. Ma noi ci siamo sempre. E non scappiamo mai. Ecco una delle differenze”.
Senza volerlo (o forse consapevolmente) Di Maio ha attirato sul segretario Dem le ire mai sopite degli altri avversari, a cominciare da Giorgia Meloni. “Ho visto la prima reazione coraggiosa di Luigi Di Maio di rifiutare il confronto con Matteo Renzi. Sarebbe stato divertente vedere Pd e il Movimento Cinque Stelle commentare la vittoria del centrodestra. Propongo a Di Maio di andare io a confrontarmi con lui visto che a vincere siamo stati noi”. Ma la Meloni dimentica che se c’è stata una lezione dalla Sicilia è che a vincere a destra è ancora una volta Berlusconi e che se ci sarà un candidato premier dal centro destra sarà probabilmente lui stesso.
Nel frattempo il Pd prova a riagganciare l’alleanza a sinistra e in un comunicato ammette la sconfitta siciliana, ma apre alla possibilità di nuove coalizioni: “Da oggi il Partito democratico riparte. Ribadendo forte e chiaro che non sarà mai il partito di quelli che vogliono ‘bruciare vivi’ gli avversari, quelli delle urla, quelli che soffiano sul fuoco della paura e vivono nella protesta perenne. Per chi vuole discutere con il Partito democratico delle idee per rilanciare il Paese, dentro questo modello, la porta è sempre aperta. Per portare ancora il centrosinistra al governo del nostro Paese”.
A ribattere sulla possibilità di aprire ‘a sinistra’ Cesare Damiano, leader dell’area laburista del Partito Democratico: “Adesso serve una analisi circostanziata del voto e l’apertura di un confronto con le forze progressiste. Va presentata una proposta politico-programmatica che sia condivisa e alla base della costruzione di una coalizione di centrosinistra per le prossime elezioni”. “Il PD – precisa Damiano – deve accentuare il suo profilo di sinistra e smetterla di inseguire i voti della destra che, come abbiamo visto, si orientano per conto loro e sono tutti tornati a casa: le elezioni europee appartengono a un’altra era geologica”.

Sorpresa Sicilia, torna Berlusconi

berlusconiLa Sicilia è la terra delle sorprese, può succedere di tutto. Può anche essere il palcoscenico del ritorno alla ribalta politica di Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia, del Pdl e della Fininvest. L’imprenditore che nel lontano 1994, contro ogni previsione, vinse le elezioni politiche, divenne presidente del Consiglio e fu tra i fondatori della poco brillante Seconda Repubblica.
Adesso gli occhi sono puntati sulla Sicilia: ieri si è votato per le regionali e oggi c’è lo scrutinio. La Trinacria è la terra delle sorprese e dell’assurdo. Pietrangelo Buttafuoco ha rivelato al Corriere della Sera: la Regione siciliana, in barba ai suoi giganteschi debiti, può permettersi perfino il lusso di comprare una feroce orca marina e metterla a pensione nei mari del nord Europa. Il giornalista catanese tra il serio e l’ironico ha commentato: «Non si ha idea di quanto costi allevare un’orca». Buttafuoco non ha precisato le caratteristiche dell’aggressivo predatore degli oceani (i maschi possono arrivare fino a una lunghezza di 9 metri e a 10 tonnellate di peso) battente bandiera della Trinacria, ma sembra che l’orca sia destinata al parco marino di Sciacca finora mai realizzato.
Chiunque vincerà le elezioni regionali siciliane, centro-destra o cinquestelle (secondo le proiezioni è un testa a testa), dovrà fare i conti con problemi enormi e surreali, di tutti i tipi. C’è anche il costosissimo paradosso delle guardie forestali: sono circa 25 mila i dipendenti (a tempo pieno o parziale) della regione Sicilia più gli 800 con poteri di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria inquadrati nei ranghi dell’arma dei carabinieri. Un esercito se si pensa alle guardie forestali delle altre regioni: il Piemonte, ad esempio, ne ha appena 400 con una superficie boschiva certo non inferiore alla Sicilia.
In realtà la regione di Archimede anche in questo modo cerca di dare una risposta all’altissima e perenne disoccupazione, una risposta più di tipo assistenziale che economica. Non solo. Puntualmente ogni estate le fiamme riducono in cenere buona parte dei boschi siciliani e, più di una volta, i piromani arrestati erano delle guardie forestali in cerca di un nuovo incarico o di poter effettuare degli straordinari per guadagnare qualcosa in più.
Povertà, malessere sociale e illegalità (in molti casi guidata dalla mafia) costituiscono una miscela esplosiva, pericolosa. Con il voto di ieri gli elettori siciliani hanno premiato le opposizioni e punito il centro-sinistra che ha guidato negli ultimi cinque anni Palazzo dei Normanni a Palermo. Il centro-sinistra ha pagato anche l’autogol della divisione: da una parte una lista centrata sul Pd e dall’altra quella basata sul tandem Mdp-Si. Soprattutto Matteo Renzi è il grande sconfitto, forse non a caso il segretario del Pd ha tenuto un basso profilo nelle elezioni siciliane.
Silvio Berlusconi ha smentito tutte le previsioni. Dato per morto sul piano politico per le tante sconfitte, per i pesanti guai giudiziari e per la seria malattia al cuore, è invece ritornato in campo da trionfatore. Il presidente di Forza Italia, 81 anni suonati, ha battuto in lungo e in largo la Sicilia ed è riuscito e ricomporre i contrasti con Matteo Salvini (Lega) e con Giorgia Meloni (FdI), riunificando il centro-destra.
Beppe Grillo può essere soddisfatto. Ha raddoppiato i voti raccolti cinque anni fa quando superò a nuoto lo Stretto di Messina e la sua voce nella campagna elettorale nell’isola è stata molto più forte e decisiva di quella del giovane Luigi Di Maio, eletto nelle primarie online “capo” del M5S e candidato premier nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.
Certo ci sono due “piccoli problemi” (si fa per dire) da risolvere. Primo problema: il già basso numero dei votanti cala ancora al 46,76% degli elettori rispetto al 47,41% delle regionali del 2012. La maggioranza degli elettori, ben il 53,23% ha disertato le urne. Secondo problema: è probabile che il vincitore (centro-destra o cinquestelle) non avrà la maggioranza dei 70 consiglieri regionali e dovrà ricorrere ad una alleanza per governare. Sarebbe un bel rebus. Stamattina è cominciato lo scrutinio dei voti ed entro stasera si dovrebbe sapere chi ha vinto, con quanti consensi e se sarà in grado di formare una giunta autonoma o dovrà cercare alleanze per governare.

Rodolfo Ruocco

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