Il Pd pensa a una svolta ‘rosa’ per la Segreteria

Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi Maria Elena Boschi (D) con Debora Serracchiani (S) e il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti durante la la terza e ultima giornata della Leopolda, a Firenze, 6 novembre 2016. ANSA/Maurizio Degl' Innocenti

ANSA/Maurizio Degl’ Innocenti

Voci e indiscrezioni si rincorrono in queste ore sulla possibile successione al Partito democratico dell’ex Ministro Maria Elena Boschi. Ieri la dem ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera sul Partito Democratico e sull’attualità politica e a alla domanda sulla possibilità che il prossimo segretario del partito possa essere una donna ha risposto piuttosto evasivamente. Considerata renziana di ferro, anche se Matteo Renzi sa che una sua candidatura al congresso del Pd potrebbe essere controproducente.
La sua possibile candidatura, che sarebbe espressione appunto dell’area strettamente renziana, non è la sola a rappresentare l’entourage del segretario uscente, Matteo Renzi e non è nemmeno l’unica donna che potrebbe rappresentare un’alternativa alla segreteria da sempre in mano agli uomini dem. Gli altri partiti, anche quelli di destra, come FdI, hanno visto donne alla carica, come Giorgia Meloni, ma per il Partito democratico, anche quando ancora si chiamava Pci la carica è sempre stata maschile. Un unicum in Europa.
Comunque le altre quotate per la segreteria sono donne molto ‘vicine’ alla linea renziana: Teresa Bellanova e Debora Serracchiani. Anche se quest’ultima non è più considerata una “fedelissima” renziana, mentre l’ex sindacalista della CGIL, è talmente gradita al segretario uscente che è stata indicata a sfidare l’avversario generazionale di Renzi, Massimo D’Alema, nel collegio uninominale Puglia 6 del Senato.
Tutto è ancora da considerare, il prossimo congresso nazionale del principale partito di opposizione dovrebbe svolgersi prima delle elezioni europee, quindi a inizio 2019, con le Primarie per la scelta del segretario che dovrebbero essere fissate per il 24 febbraio.

Decreto dignità, voucher della discordia

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“Tra oggi e domani ci sarà il testo definitivo del decreto dignità”. Lo ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, davanti alle commissioni Industria e Lavoro del Senato, rispondendo alle domande dei senatori dopo aver presentato le linee guida dei suoi dicasteri. Il “decreto dignità” è ancora in attesa della firma del Capo dello  Stato e dell’approdo in Gazzetta ufficiale a oltre una settimana dall’approvazione in Cdm. E porta con sé, sul fronte lavoro, un complessivo aggravio burocratico, ed economico, sui datori. Tra le modifiche possibili in Parlamento, il ritorno dei voucher. I buoni lavoro che il governo Gentiloni aveva eliminato per evitare il referendum abrogativo proposto dalla Cgil. Da allora questo strumento non è ancora stato rimodellato o sostituito con un altro. Ora il governo è diviso. La Lega ne rivuole la reintroduzione, mentre per il M5s è più difficile capire quale sia la linea di pensiero.

Inizialmente ha sempre frenato, escludendo del tutto un potenziale utilizzo di questo strumento. Quasi fosse un punto dirimente, una battaglia ideologica che non prevedesse alternative possibili. Tanto che le parole dette da Di Maio solo l’altro giorno solo così chiare da non avere bisogno di interpretazioni: “Se devono essere reintrodotti per sfruttare di nuovo i giovani ci sarà un muro di cemento armato del M5S. Non permetteremo nessuna reintroduzione dei voucher che lasci aperta la strada allo sfruttamento”. “Se il Parlamento – ha aggiunto Di Maio – vuole fare delle proposte migliorative va bene e siamo pronti a discutere. Ma non accetto nessun ricatto del tipo: o ci fate sfruttare i nostri giovani o li licenziamo”

Ma ora come se nulla fosse la linea cambia e arriva l’apertura: “Se i voucher possono servire a settori come l’agricoltura e il turismo, per specifiche competenze, allora ben vengano, l’unica cosa che chiedo alle forze di maggioranza è quella di evitare abusi in futuro”. Fatto sta che a dieci giorni e più dall’approvazione del decreto Dignità da parte del governo, il testo del provvedimento, al di là delle bozze circolate, rimane un oggetto misterioso. La cosiddetta entrata in vigore, dunque, rimane in bilico: la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale non è avvenuta. Ma di sicuro sappiamo, secondo l’annuncio del super-ministro Luigi Di Maio, che il decreto sarà votato dall’aula della Camera il 24 luglio. Un annuncio destinato, almeno nelle intenzioni del capo grillino, a mettere un freno proprio alle polemiche delle opposizioni sui ritardi dell’approdo in Parlamento del provvedimento. Ma anche un annuncio per tentare di sopire lo scontro con la Lega sul pacchetto lavoro dello stesso decreto e sulla reintroduzione dei voucher richiesta a gran voce dai leghisti. Matteo Salvini, nello specifico, ha ribadito la linea del Carroccio: “Ci sono alcuni limitati settori, penso ad agricoltura, commercio, turismo e servizi, lavori stagionali per i quali l’alternativa è lavoro nero o voucher? Io preferisco i voucher allo sfruttamento e al lavoro nero”. Posizione alla quale il ministro grillino pare essersi ora adeguato. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa il premier, Antonio Conte, di cui, almeno sui tempi di scontro del govereno, si sono perse le tracce. Stretto in una posisione scomoda, a metà tra il suo sponsor principale, il M5S, e la incontenibile preponderanza mediatica di Salvini.

Ironizza Matteo Renzi: “L’unica misura partorita sino ad oggi è il Decreto Dignità: era talmente urgente che nessuno trova più il testo”. Ma nel Pd non c’è una linea comune: “La parte sul lavoro va guardata con obiettività”, sostiene Orlando. Tutto questo mentre il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, incalza: “A Di Maio chiediamo di aprire un confronto sul decreto dignità in cui condividiamo i fini come la lotta alle delocalizzazioni e ridurre l’abuso dei contratti termine, ma noi abbiamo proposte che non danneggiano il sistema economico”.

Colle concede il colloquio. Trenta frena Salvini

elisabetta trentaAncora diplomazia a garbo da parte del Presidente Sergio Mattarella, dopo il pressing del Vicepremier Matteo Salvini per un incontro sull’affaire Fondi Lega, il Capo dello Stato al rientro dalla Lituania ha incontrato il leader della Lega. Concedere il colloquio, ma sotto forma di incontro con il titolare del Viminale, è parso il male minore per Mattarella. “Utile, positivo e costruttivo”, è stato il commento di Salvini sull’incontro con il Capo dello Stato che è durato quasi 40 minuti. Durante l’incontro si è parlato di immigrazione, sicurezza, terrorismo, confisca dei beni mafiosi e di Libia. Ma non è stata affrontata la vicenda dei fondi della Lega che aveva portato al nervosismo del Colle.
Meno diplomatica è stata invece la ‘risposta’ della Ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, decisa a non subordinare il suo Ministero a quello degli Interni. Ieri Matteo Salvini, il ministro dell’Interno, ha annunciato di voler portare al tavolo europeo di Inssbruck di giovedì la richiesta italiana di bloccare l’arrivo nei porti italiani delle navi delle missioni internazionali attualmente presenti nel Mediterraneo. La dichiarazione del Capo del Viminale arriva dopo lo sbarco al porto di Messina del pattugliatore irlandese ‘Samuel Beckett’ con 106 profughi a bordo, quasi tutti sudanesi, che erano stati salvati in acque Sar maltesi tra il 4 e 5 luglio. La Beckett partecipa all’operazione Sophia che da febbraio scorso è sotto guida italiana.
Ma sull’esternazione di Salvini la Difesa ha puntualizzato che “Eunavformed è una missione europea ai livelli Esteri e Difesa, non Interni” e che “le regole di ingaggio della missione” vanno cambiate “nelle sedi competenti, non a Innsbruck”.
Dal ministero della Difesa fanno inoltre notare che “l’azione deve essere coordinata a livello governativo, altrimenti l’Italia non ottiene nulla oltre a qualche titolo sui giornali, fermo restando che la guida italiana per noi è motivo di orgoglio”.
Cerca di conciliare l’altro Vicepremier, Luigi Di Maio, nonché Capo Politico del M5S di cui la Ministra fa parte che ieri ha affermato:
“Finché la missione Eunavfor Med rimane in piedi, gli unici porti sono quelli italiani, ma l’obiettivo nostro è cambiare le regole di ingaggio della missione” aggiungendo che “un anno fa sono stato a parlare con Frontex e mi spiegarono che il governo Renzi diede la disponibilità di portare i migranti nei porti in cambio di punti di flessibilità usati per il bonus degli 80 euro”.

Ma sulla questione migranti interviene anche il ministro degli esteri Enzo Moavero che si allontana dalla linea dura imposta da Salvini: “Non ci sfiliamo dagli impegni internazionali – ha detto – siamo pienamente dentro e non intendiamo muoverci al di fuori del quadro di diritto internazionale, quindi anche europeo” ha detto con riferimento alla missione Ue Sophia per il salvataggio in mare dei migranti. Parole a cui il magistrato Armando Spataro aggiunge: “Nessuno può vietare a un barcone di attraccare. La convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati prevede il diritto al non respingimento”. “Ragionando per assurdo – ha spiegato – se un barcone arrivasse a Torino ai Murazzi sul Po e qualcuno impedisse a chi sta sopra di scendere, avvierei degli accertamenti. Nessuno può vietare a un barcone di attraccare”.

A questo punto è intervenuto anche Matteo Renzi in un post su Facebook. “La flessibilità – annunciata a Strasburgo il 13 gennaio 2015 – era parte integrante dell’accordo per eleggere Juncker – ricorda Renzi -. Non c’entra nulla con le politiche migratorie. Nulla. Era un accordo politico di risposta all’austerità del Fiscal Compact. Sono due dossier politici diversi”.

Sinistra e Caviale

pd elezioniE ancora una volta è débâcle in casa Pd. Dopo la disfatta del referendum del 4 dicembre e l’umiliazione del 4 marzo, il partito guidato da Martina subisce una nuova e grave battuta d’arresto, perdendo al ballottaggio in alcune delle più note città rosse: Pisa, Massa e Siena in primis, ma anche nella lombarda Cinisello Balsamo. La sconfitta è ancor più pesante se si pensa alla tradizione politica della Toscana che, insieme all’Emilia Romagna, costituiva il nerbo delle regioni rosse che nemmeno la più grave crisi politica della sinistra (quella del passaggio dal Pci al Pds) aveva potuto scalfire. Martina e Renzi sono riusciti dove Occhetto aveva fallito: distruggere un patrimonio di voti secolare e radicatissimo. Una missione quasi impossibile, per via del fortissimo senso di appartenenza alla ‘ditta’ degli elettori di queste zone, ma che è stata portata a termine all’odierno Pd. A dire il vero questa tendenza era già emersa nel 2017 quando a Sesto San Giovanni – l’ex Stalingrado d’Italia – e a Genova aveva vinto il centrodestra. E si era consolidata con le recenti elezioni politiche. Quello delle ultime consultazioni è stato un clamoroso salto di qualità.
Ormai è sempre più chiaro: la sinistra non è più quella delle origini. Non è più quella parte dello schieramento politico che dà voce al popolo minuto e alle istanze dei più deboli, degli oppressi e degli ultimi. Il Pd non è più il partito operaio radicato nei grandi distretti industriali. L’odierno Partito democratico è tutt’altro. È un partito d’élite che disprezza i ceti popolari incolti e «mediocri» (si veda l’intervista di Michele Serra al «Foglio»), chiuso in una turris eburnea da cui vengono lanciati giudizi sprezzanti. Una vera gauche caviar che preferisce incolpare l’elettorato piuttosto che fare i conti con se stessa e con la propria crisi.
In questa fase drammatica non si vedono vie d’uscita, anzi. Il dibattito interno risulta particolarmente autoreferenziale e inconcludente. Lo scontro post elettorale tra Martina e Calenda ne è l’emblema. Mentre il primo parla di cambiamenti radicali e ricostruzione, il secondo propone un ripensamento totale che coinvolga «linguaggio, idee, persone e organizzazione» in modo da allargare e coinvolgere più cittadini nel cosiddetto Fronte Repubblicano che dovrebbe sostituirsi al Pd.
Mentre le lotte intestine dilagano e gli elettori si dileguano, la nave affonda.

Trump a Putin: “Torni nel G8”

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Il primo  viaggio istituzionale  di  Giuseppe Conte  è con un  aereo di Stato. Il volo diretto al G7 di Charlevoix, in Quebec, è decollato ieri alle 19 da Roma. Per la sua trasferta in  Canada, quindi, il neo presidente del Consiglio non ha utilizzato un  volo di linea, tema sul quale negli scorsi anni sono state vibranti le polemiche dei Cinque Stelle. Ma, i pentastellati hanno precisato che non si tratta del  Airbus A340,  l’aereo voluto da  Matteo Renzi  e costato  150 milioni di euro, e assicurano anche di aver tentato fino all’ultimo di provare ad organizzare la trasferta con voli di linea. Questa soluzione è risultata inopportuna per il tempo che sarebbe stato necessario a causa degli scali necessari per raggiungere la destinazione canadese e per l’esigua disponibilità di posti  sui voli delle tradizionali compagnie per una partenza  “last minute”  che comunque sarebbe costata di più. In ogni caso, ha assicurato il M5S, è intenzione del premier utilizzare il più possibile aerei di linea soprattutto per le  tratte più brevi. La notizia della scelta di aereo fatta dalla presidenza del Consiglio ha comunque provocato la reazione dell’opposizione.  Michele Anzaldi, deputato del  Partito Democratico, ha detto: “Conte prende esattamente  lo stesso aereo  usato da tutti i presidenti del Consiglio, compreso Renzi”.

Oggi ci sarà il debutto sulla scena internazionale del nuovo premier italiano Giuseppe Conte al vertice mondiale del G7. Al di là della curiosità legata all’accoglienza del nuovo scenario politico, per l’Italia si tratterà di una presenza in sordina, per una serie di ragioni. La prima: il leit motiv del vertice sembra essere ‘Trump contro il resto del mondo’ per via dei messaggi ancora una volta sprezzanti partiti dalla Casa Bianca all’indirizzo dei partners. La seconda: il tema più scottante sul tavolo dei sette capi di governo è quello dei dazi commerciali, tema su cui la nuova alleanza giallo-verde non si è sbilanciata più del necessario (ad eccezione di una entusiasta adesione di Salvini, alcuni mesi fa, al sistema delle barriere commerciali). La terza: Giuseppe Conte porterà con sé il dossier preparato dallo staff del suo predecessore Paolo Gentiloni, anche se sta per essere messa a punto una strategia autonoma.

In Canada, accanto al padrone di casa Justin Trudeau, ci saranno Donald Trump (che secondo i media americani era sul punto di disertare l’appuntamento), Angela Merkel, Theresa May, Emmanuel Macron, Shinzo Abe e per l’appunto Giuseppe Conte. Ancora una volta è stato lasciato fuori dalla porta Vladimir Putin che continua a scontare le sanzioni dell’Occidente dopo l’invasione della Crimea. La vigilia è stata animata come detto da alcune dichiarazioni incrociate tra il premier canadese Trudeau e Donald Trump. La Cnn ha riportato una telefonata piuttosto tesa tra i due leader; alle lamentele di Trudeau a proposito dei dazi commerciali e alla richiesta di spiegazioni da parte di quest’ultimo, Trump avrebbe risposto: “Non bruciaste forse la Casa Bianca come nel 1812?” (facendo un po’ di confusione con la storia: ad appiccare il fuoco furono gli inglesi e non i canadesi).

Donald Trump arriverà per ultimo in Canada per partecipare al G7 e sarà il primo ad andarsene. La Casa Bianca ha confermato che il presidente Usa lascerà anticipatamente i lavori del vertice tra i grandi del mondo, ufficialmente per andare con un po’ di anticipo a Singapore per lo storico summit con il leader nordcoreano Kim Jong Un.

Anche in Canada, a poche ore dall’appuntamento, era circolata la voce che Trump non voleva proprio presentarsi al G7, cosa che avrebbe rappresentato uno strappo senza precedenti.

Per quando riguarda invece lo storico incontro del 12 giugno, il presidente americano nel corso di una conferenza stampa congiunta, alla Casa Bianca, con il premier giapponese, Shinzo Abe, ha risposto così a chi gli chiedeva se pensava di invitare Kim negli Stati Uniti: “La risposta alla seconda parte della domanda è sì, ovviamente se l’incontro andrà bene. Penso che sarebbe accolto bene e credo che lui stesso possa accogliere bene l’invito, quindi è molto probabile che accada”.

Sul vertice, Trump ha ribadito anche che la Corea del Nord deve rinunciare al nucleare, se vuole un accordo per ammorbidire le sanzioni statunitensi e ha dichiarato che il summit potrebbe durare più di un giorno: “Uno, due, tre: dipende da quello che succede”.

In vista del G7 in Canada, in programma oggi e domani, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha mandato in giro qualche messaggio: “Non vedo l’ora di raddrizzare gli iniqui accordi commerciali con i Paesi del G-7. Se non succede, ne usciremo anche meglio!”. Ed anche: “Il Canada fa pagare dazi del 270% sui prodotti caseari statunitensi. Non ve lo avevano detto, vero? Non è giusto per i nostri agricoltori!”.

Forzature storiche a parte, le barriere commerciali imposte dall’inizio di giugno da Washington ai suoi storici partners pesano molto. Europa e Canada lamentano la disparità di trattamento da parte dell’amministrazione americana, che ha intavolato un dialogo sull’argomento con la Cina (da cui subisce un feroce dumping commerciale)  ma ha usato il pugno di ferro con l’Occidente .

Trudeau ha detto: “Non potremo fare a meno di manifestare la nostra scontentezza”. Trudeau, assieme al suo omologo Emmanuel Macron auspica un fronte comune contro Trump per sbloccare la situazione”.  Due giorni fa, Bruxelles ha annunciato che farà scattare una serie di ritorsioni sull’import dei prodotti ‘made in Usa’.

Infine c’è la prevedibile curiosità attorno al debutto di Giuseppe Conte in rappresentanza dell’Italia. Il nuovo presidente ha disertato il Consiglio dei ministri proprio perché in volo per il Canada. Il nuovo rappresentante di Roma catalizzerà inevitabilmente l’attenzione soprattutto per le posizioni espresse riguardo ai rapporti con Mosca. Il fronte occidentale ritiene essenziale mantenere le sanzioni contro Putin (ad eccezione di Trump che mantiene un rapporto ambivalente) mentre Conte, nel suo discorso di insediamento al Senato ha manifestato l’intenzione di fare un passo indietro con il rischio di rompere il fronte, ma  ricevendo un altolà da parte del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Un’apertura di credito all’Italia è arrivata da colei che è indicata come il nemico da parte di Lega e M5S, vale a dire Angela Merkel.

Rispondendo nell’ambito dell’Europa forum a Berlino, la cancelliera ha detto: “Fra Germania e Italia dovremmo parlare gli uni con gli altri, invece di parlare gli uni degli altri, e non iniziare la comunicazione in modo indiretto con insinuazioni e congetture”.

La linea dell’Italia, più in generale resta quella già annunciata: da un lato fedeltà ai partner occidentali, dall’altro apertura di credito verso la Russia. Lo ha ribadito ancora Matteo Salvini: “Il mio punto di vista sulle sanzioni alla Russia continua a essere quello che mantengo da anni a questa parte, ovvero che le sanzioni non risolvono nulla e che mantenendo fede agli impegni internazionali presi, ritengo fondamentale tornare a dialogare, a commerciare e a ragionare amichevolmente con la Russia”. In serata, parlando al tradizionale ricevimento all’ambasciata russa a Roma, il ministro dell’interno si è spinto anche un pò oltre. Alla domanda se è possibile un veto italiano in Europa sulle sanzioni alla Russia, Salvini ha risposto: “Dobbiamo ragionarci. In Europa almeno a parole qualcosa sta cambiando. Siamo una squadra. Lasciateci partire, ma sulle sanzioni abbiamo le idee chiare”.

Non sarà un esordio internazionale facile quello di Giuseppe Conte al G7 di Charlevoix. Catapultato in pochissimi giorni dalle aule dell’università di Firenze al tavolo dei leader mondiali, il nuovo presidente del Consiglio avrà tutti gli occhi puntati su di lui per essere considerato il premier di un governo euro-scettico, populista e aperturista verso la Russia di Putin.

Contemporaneamente, da Roma, Matteo Salvini detta la linea e smarca l’Italia dall’Ue sulla contrarietà totale ai dazi imposti da Donald Trump. Alla vigilia del G7 il vicepremier Salvini ha affermato: “Le politiche commerciali vanno ristudiate. L’Italia è una potenza che esporta e quindi va protetto il ‘made in Italy’ e credo che le politiche di Trump siano soprattutto per arginare la prepotenza tedesca. L’Italia non deve subire né l’una né l’altra manovra”.

La Merkel ha già manifestato qualche timore: “Non credo che ci sarà un problema drammatico al G7 nella posizione europea, anche se per la prima volta c’è Conte”.

Il neo presidente del Consiglio avrà incontri bilaterali con Merkel, Trump, Macron, May e Trudeau. Sembrerebbe determinato a farsi portavoce degli interessi dei cittadini italiani avendo già affermato: “La prima posizione dell’Italia sarà farsi conoscere, la seconda farsi rispettare”.

Le aspettative sono altissime. Ieri, anche il vicepremier Luigi Di Maio ha sostenuto che l’appartenenza all’Alleanza Atlantica non elimini il dialogo con la Russia con la proposta di revisione del sistema delle sanzioni. Di Maio ha chiarito: “Non sarà un governo supino alle volontà degli altri governi. L’Italia storicamente ha avuto la funzione nell’ambito della Nato di essere un Paese che dialogava con i Paesi dell’Est come la Russia”.

Lunedì prossimo il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg sarà a Roma per incontrare Conte, ma certamente il G7 sarà un primo importante test.

Conte in Quebec avrà anche un primo colloquio con il presidente della Commissione UE, Jean Claude Juncker. Con i colleghi europei avrà modo di aprire la discussione in vista del Consiglio di fine giugno sul futuro dell’Ue per trattare temi cruciali come l’immigrazione e l’unione bancaria e monetaria.

Matteo Salvini ha già avvisato: “A me piacerebbe che gli organismi internazionali di cui facciamo parte e a cui contribuiamo economicamente, essendo organismi di difesa, difendessero la sicurezza italiana ed europea”.

Al G7 a Charlevoix, in agenda, oltre alla questione sui dazi, ci sono anche Iran e clima. Tre dossier dove c’è una notevole distanza tra i leader mondiali e Trump. Infatti, la Casa Bianca sta valutando se il presidente firmerà il documento finale.

Se al summit di Taormina fu faticosamente raggiunto un documento finale a sette, limato fino all’ultimo, dal quale restò fuori solo il clima, a Carlevoix si pensa già che la dichiarazione comune non ci sarà affatto. In proposito la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto: “Ci si sta lavorando, ma ci sono troppi dissensi”. Questa percezione conferma la posizione della Casa Bianca. Il tycoon va in Canada tutt’altro che disposto a ricevere lezioni dagli altri leader.

Il maggior dissenso parte proprio dalla questione sui dazi che, direttamente o indirettamente, colpiscono tutti i leader presenti: Canada (gli Usa stanno anzi valutando ulteriori misure contro il Paese che ospita il summit), Giappone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna. Secondo molti osservatori, minacciano gli stessi progressi compiuti dal G7 con la Cina e le sue pratiche commerciali. Nulla però fa pensare ad un possibile spiraglio dopo il fallimento del summit dei ministri delle Finanze nel quale gli Usa non sono arretrati di un millimetro sulle tariffe imposte a Europa e Canada su acciaio (del 25%) e alluminio (del 10%) dal primo giugno. La risposta dell’Ue, che va a colpire il cuore del dei prodotti a stelle e strisce, dai jeans Levi’s alle moto Harley Davidson, partirà da luglio. Il G7 potrebbe rappresentare l’ultimo momento utile per trovare un compromesso. Ma Trump si presenta a Charlevoix con la minaccia più temuta: la possibilità di estendere i dazi alle auto importate da Europa e sud-est asiatico. Una misura, hanno avvertito Tokio e Bruxelles, che porterebbe gravi turbolenze sul mercato globale e determinerebbe la fine del Wto.

Lontanissimi i leader degli altri Paesi e sempre Trump anche sull’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano. La risposta europea non è stata solo politica. Bruxelles ha subito messo in sicurezza le aziende europee, applicando lo ‘statuto di blocco’, la norma volta a neutralizzare gli effetti extra-territoriali delle sanzioni Usa e aggiornando il mandato sul prestito esterno della Banca europea per gli investimenti (Bei), rendendo l’Iran un Paese candidabile alle attività di investimento. L’inquilino della Casa Bianca rimane però irremovibile anche su questa decisione, che in un giorno ha demolito uno dei capisaldi di Obama. L’altro era l’accordo di Parigi sul clima, rimasto fuori dal comunicato congiunto di Taormina e che di certo non rientrerà in quello (se ci sara’) di Clarlevoix.

Crescita, lavoro e parità di genere saranno forse gli unici temi sui quali non ci saranno eccessive spaccature. Anche all’interno dei Paesi europei le distanze non sono poche. A cominciare dall’immigrazione, con la spaccatura totale sulla riforma del regolamento di Dublino. Proseguendo con il rapporto nei confronti della Russia. Temi fuori dall’agenda del G7 ma che entreranno certamente nei bilaterali che Conte avrà con la Merkel e con il presidente della Commissione europea Jucker, soprattutto dopo le turbolenze degli ultimi giorni per l’apertura dell’Italia al Cremlino.

A sorpresa è arrivata l’apertura di Donald Trump alla Russia. Prima della partenza per il vertice del G7 in Canada, Donald Trump ha detto: “Alla Russia dovrebbe essere permesso di tornare nel G8”.

Immediato è stato il commento del premier italiano Giuseppe Conte: “Sono d’accordo con il presidente Trump: la Russia dovrebbe rientrare nel G8. E’ nell’interesse di tutti”.

Dmitri Peskov, il portavoce di Putin ha commentato dalla Cina: “La Russia si concentra su altri formati”.

Oltre al G8 di oggi e domani, i prossimi appuntamenti importanti saranno il Consiglio Europeo il 27 e 28 giugno ed il summit Nato l’11 ed il 12 luglio.

Lo scenario mondiale, dopo le dichiarazioni del Presidente Trump a sostegno delle aperture anticipate dal premier Conte si presenta con nuovi ed interessanti sviluppi da seguire attentamente. Ma anche lo scenario politico italiano assume una colorazione diversa.

Salvatore Rondello

Psi: “Contro Mattarella attacchi indegni”

quirinaleÈ scontro istituzionale senza precedenti. Questo il risultato dell’alleanza giallo-verde. Il blocco del Pase, la impossibilità di trovare una soluzione per la formazione di un governo politico. Il tentativo di Giuseppe Conte, trovato dopo giorni di incontri e scontri tra i leader di Lega e Movimento 5 Stelle, è durato solo 4 giorni. Si è schiantato sul muro ostile della improvvisata maggioranza ostinatamente ferma sul nome di Savona al ministero dell’economia. Uno scontro che ha reso evidente quanto il ruolo di Conte fosse secondario e di facciata.

Il no di Mattarella a Savona all’Economia (“decisione che non ho preso a cuor leggero”, ha chiosato l’inquilino del Colle), è stato lo scoglio sul quale è inciampato l’ex premier incaricato. Ora è in atto uno scontro istituzionale con M5s che tuona contro il Colle. “La scelta di Mattarella è incomprensibile”, ha attaccato Di Maio. “La verità è che non vogliono il M5s al governo, sono molto arrabbiato ma non finisce qui”, minaccia il leader politico grillino. Ma il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ci sta. E replica con inusuale durezza a chi lo accusa. “Non ho ostacolato la formazione del governo”.

I vertici del M5s e la leader di FdI Giorgia Meloni attaccano Mattarella invocandone l’impeachment per alto tradimento. Diversa la reazione della Lega che con Matteo Salvini chiede di tornare alle urne.

“Al contrario – ha detto Mattarella – ho sostenuto il tentativo in base alle regole della Carta, ho accolto la proposta per l’incarico di presidente del Consiglio, superando ogni perplessità sulla circostanza che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in Parlamento e ne ho accompagnato, con piena attenzione, anche il lavoro per formare il governo”. “Ma il capo dello Stato non può subire imposizioni. Ho chiesto per il ministero dell’Economia l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, coerente con il programma. Che non sia visto come sostenitore di una linea più volte manifestata che potrebbe provocare l’uscita dell’Italia dall’euro”. “La designazione del ministro dell’economia costituisce sempre un messaggio immediato per gli operatori economici e finanziari, ho chiesto per quel ministero l’indicazione di un autorevole esponente politico della maggioranza, che al di là della stima e della considerazione della persona non sia visto come sostenitore di linee che potrebbe provocare la fuoriuscita dell’italia dall’euro, cosa differente dal cambiare l’Ue in meglio dal punto di vista italiano. A fronte di questa mia sollecitazione ho constatato con rammarico indisponibilità a ogni altra soluzione, e il presidente del consiglio incaricato ha rimesso il mandato”.

“Salvini – è stato il commento su Twitter dell’ex premier e ex segretario del Pd, Matteo Renzi – non voleva governare: ha fatto promesse irrealizzabili, ha paura delle sue bugie, altro che flat tax e Fornero. E quindi ha usato l’alibi di un ministro per far saltare tutto: vecchio stile leghista. Ma minacciare Mattarella è indegno. Sulle Istituzioni non si scherza”. In difesa di Mattarella anche il leader di FI Silvio Berlusconi: “Prendiamo atto con rispetto delle decisioni del Presidente della Repubblica – si legge in una nota – e osserviamo con preoccupazione l’evolversi della situazione politica. Come sottolineato da Mattarella il primo dovere di tutti è difendere il risparmio degli italiani, salvaguardando famiglie e imprese del nostro Paese. Forza Italia attende le determinazioni del Capo dello Stato, ma ove necessario sarà pronta al voto”.

I socialisti si schiarano per la difesa del Presidente della Repubblica: “Lega e M5S- ha detto la portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani –  hanno attaccato in maniera indegna il Capo dello Stato e la nostra Costituzione, tenendo il Paese nello stallo per oltre 80 giorni e mettendo a repentaglio i risparmi degli italiani e la credibilità istituzionale del nostro Paese. Il Presidente della Repubblica – ha aggiunto – ha esercitato le sue prerogative, con chiarezza e lealtà a garanzia della Carta e della tenuta delle istituzioni. Ora, lavorare per il bene del Paese”.

CONTE DI POPOLO

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Il day-after è all’insegna delle polemiche. Dopo aver incaricato Giuseppe Conte di formare un governo, oggi Mattarella ha dovuto fare i conti con i primi problemi. Le pressioni sulla lista dei ministri posti dalla coppia Salvini-Di Maio inquietano il presidente della Repubblica, che nel pomeriggio lascia trapelare un messaggio ai due leader, sottolineando “l’inammissibilità di diktat nei confronti del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica nell’esercizio delle funzioni che la Costituzione attribuisce a tutti due”.

Il pomo della discordia ha probabilmente il nome di Paolo Savona, indiziato numero uno a ricoprire il ruolo di ministro dell’Economia. Le ripetute dichiarazioni di Lega e 5 Stelle, che di fatto blindano l’economista euroscettico a capo di via XX Settembre, non piacciono al Capo dello Stato. Non devono esserci interferenze nei confronti di Conte. Il premier deve essere autonomo nelle proprie scelte e condividerle con Mattarella. Il Quirinale, dunque, comincia ad avvertire il serio rischio che il docente pugliese sia solo uno specchietto per le allodole. Un mero esecutore dei veri conduttori del Governo: Di Maio e Salvini.

Nel frattempo Conte dà il via alle consultazioni con i gruppi parlamentari. Uno dopo l’altro sfilano nella Sala del Governo di Montecitorio i rappresentanti di tutti partiti di Camera e Senato. A conferma delle preoccupazioni di Mattarella e considerando le consultazioni una pura formalità istituzionale (“La squadra di governo è già delineata con la Lega” dice Di Maio), arrivano i rumors sulla volontà del giurista pugliese di concludere a breve. Nel weekend, infatti, potrebbe già andare in scena il giuramento dell’Esecutivo.

Le opposizioni, intanto, battono un colpo. A sinistra si fa vivo Matteo Renzi, che nella sua Enews parla di “scelte preoccupanti per l’Italia” da parte del nuovo Governo. L’ex premier ragiona sulla coerenza come caratteristica che Lega e Movimento 5 Stelle “non possono più permettersi. Perché devono governare l’Italia, non strillare su Facebook. E se cercate l’incoerenza, da oggi, la troverete davvero”. Il Partito Democratico farà “opposizione dura”, nonostante le divisioni interne. “Basta con le risse senza senso, vi prego. E con divisioni sul nulla”, l’appello di Renzi.

Anche gli alleati del Pd si schierano contro il Governo pentaleghista. Riccardo Nencini, segretario del Psi, auspica che Conte “si presenti alle Camere con un programma definito: date di realizzazione dei provvedimenti e fondi con cui coprire le spese. Faremo un’opposizione risoluta dentro e fuori il Parlamento”. Il numero uno socialista, a margine delle consultazioni a Montecitorio spiega: “Siamo preoccupati perché nasce il primo governo populista e radicale d’Europa. Sarebbe stato meglio se uno dei due leader che hanno vinto le elezioni si fosse assunto direttamente la responsabilità di guidare il Governo”.

F.G.

La questione della lingua: troppo inglese in italiano

Lingua-Inglese

Alcuni mesi prima dell’elezione italiana avvenuta il 4 marzo 2018, Luigi Di Maio rinunciò a un confronto televisivo con Matteo Renzi dicendo che dopo i risultati delle elezioni in Sicilia il segretario del Partito Democratico non era più il suo “competitor”.  I sondaggi favorivano Di Maio e quindi si rese conto che un dibattito avrebbe fornito vantaggi a  Renzi. Pochi giorni dopo il rifiuto, Di Maio usò lo stesso termine per riferirsi all’astensione al voto come “l’unico competitor”.

In inglese “competitor” si usa per concorrenza, specialmente di tipo aziendale. In politica si usa il termine “opponent”. Si sbaglia dunque quando si usa “competitor” in italiano in queste circostanze? In un certo senso sì non solo perché riflette poca conoscenza dell’inglese ma specialmente perché l’italiano già possiede l’ottima alternativa di “avversario” che fa al caso.

Di Maio non differisce da altri politici italiani a spruzzare il suo linguaggio con espressioni inglesi. Si ricorda ovviamente il “Jobs Act” di Renzi, la “stepchild adoption” (l’adozione di figli minori di un partner) come pure “spending review, welfare, coming out,  foreign fighters, low cost, spread”, e tanti altri. E ovviamente, il centrodestra nella recente campagna elettorale ha fatto di “flat tax” il suo cavallo di battaglia. Usare un’espressione inglese sembra dare l’impressione di aggiungere una certa rispettabilità o freschezza, suggerendo che la lingua italiana sia poco efficace o povera.  In realtà itermini inglesi  oscurano il significato, spesso confondendo i cittadini, creando un linguaggio nebuloso  anche se potenzialmente piacevole e a volte anche misteriosamente attraente. È vero? Andare a un “party” è più divertente che “una festa”?  “Team e fake news” invece di “squadra e bufale, falsità, o balle” comunicano meglio?

Tutte le lingue fanno uso di prestiti linguistici per buonissime ragioni specialmente quando si tratta di nuovi concetti o nuove realtà create da una lingua e cultura potente come lo è di questi giorni l’inglese. Logico dunque che in italiano si dica “web” invece  di “rete” poiché l’originale inglese si riferisce a una nuova realtà. L’uso di “endorsement” per dire “sostegno o appoggio politico” si potrebbe accettare perché più evocativo, riflettente anche una realtà più amplia di concordanza politica.

Scrivendo sulla politica americana si può facilmente accettare il termine “speaker” per riferirsi all’incarico di presidente della Camera attualmente occupato da Paul Ryan. I sistemi politici sono diversi e l’uso di “speaker” si applica al ruolo specifico della Camera americana. Si potrebbe anche accettare “corner” invece di “calcio d’angolo” perché più economico specialmente nel linguaggio frettoloso di un commentatore televisivo o radiofonico. La frettolosità però spesso impoverisce la lingua italiana storpiando vocaboli già esistenti  e indebolendoli senza cogliere la completa realtà. Quando il presidente americano Donald Trump chiese “loyalty” a Jim Comey, direttore della Fbi, la maggior parte dei cronisti italiani lo tradussero con “lealtà” invece del termine più appropriato “fedeltà”.

In tempi passati il dominio culturale della nostra lingua ha contribuito notevoli prestiti ad altre lingue europee. Basta solo pensare al campo della musica e dell’arte dove per molte lingue sarebbe difficile comunicare senza i termini in lingua italiana. Si ricorda che non pochi compositori stranieri come Handel, Gluck e Mozart scrissero opere liriche in italiano perché il mondo dell’opera era dominato dalla nostra lingua per ragioni artistiche ma anche commerciali. Il pubblico si aspettava opere liriche solo in italiano ma ovviamente, poco a poco, si scrissero opere in altre lingue senza però togliere il prestigio e l’influenza della nostra lingua nel mondo dell’opera.

Negli ultimi decenni però, la lingua inglese è divenuta la lingua franca mondiale in molti campi considerando il potere economico, politico, e sociale del mondo anglosassone. In alcune università italiane, come il Politecnico di Milano,  si sta parlando seriamente di insegnare alcuni corsi di lauree magistrali e dottorati completamente in inglese.
Questo strapotere della lingua inglese e l’incremento di termini inglesi che arricchiscono il vocabolario italiano ma anche quello di altre lingue ha già causato non poche preoccupazioni anche se la grammatica non viene influenzata.
L’uso di parole straniere a volte è necessario ma sembra che di questi giorni si esageri. I leader politici dovrebbero essere in prima fila a difendere la lingua italiana invece di cadere nella tentazione di “competitor, jobs act e flat tax” nel loro sforzo disperato di racimolare alcuni voti extra. La lingua italiana è bella ed espressiva e l’uso di termini stranieri solo per apparire chic la abbruttisce. Non si suggerisce una crociata sciovinista contro i termini stranieri ma un po’ di misura sarebbe utile. I prestiti linguistici sono accettabili solo quando ampliano il vocabolario già esistente invece di rimpiazzare termini già consacrati nella nostra lingua. I politici italiani che tanto dicono di preoccuparsi dell’Italia dovrebbero anche includere la nostra bella lingua. Tutti quelli che usano la lingua come strumento di lavoro dovrebbero anche astenersi dalle facili cadute in anglicismi non necessari.

Alla fine però la lingua italiana è resiliente e non corre nessun pericolo di essere sopraffatta e annientata dai prestiti linguistici che poco a poco vengono plasmati assumendo “cittadinanza” italiana senza però alcun impatto nella grammatica italiana.

Domenico Maceri
PhD, University of California

GOVERNO DI TREGUA

Quirinale

Il bel vestito della domenica indossato dai Cinque Stelle è stato già rimesso nel guardaroba. Man mano che si restringe la strada per il governo, i toni tornano a salire. Tanto che Grillo torna a sfoderare un suo vecchio classico che sembrava ormai sepolto: quello del referendum sull’Euro. Lo stesso Di Maio con mirabolanti capriole era riuscito in pochi mesi a passare dall’avversione totale verso tutto quello che arrivava dall’Europa a una visione filo europeista tanto da tentare i primi approcci “costruttivi” in visione del suo eventuale incarico a Palazzo Chigi.

Ora sull’Europa è Grillo in persona che va all’attacco: “Ho proposto un referendum per la zona euro. Voglio che il popolo italiano si esprima. Il popolo è d’accordo? C’è un piano B? Bisogna uscire o no dall’Europa?”, afferma in un’intervista pubblicata oggi dal nuovo mensile francese ‘Putsch’. Parole a cui ribatte l’ex premier ed ex segretario Pd Matteo Renzi: “Oggi Grillo torna al referendum sull’euro. Da quando ha capito che non andranno a Palazzo Chigi ha ripreso con insulti e follie. Sono orgoglioso di aver contribuito, con tanti amici, a evitare l’accordo con il Pd e M5S. La coerenza vale più delle poltrone”. Posizione che però non è condivisa da Dario Franceschini che rimane invece favorevole all’apertura di un confronto con i Cinque Stelle. Un botta e risposta che fa riemergere con forza le tensioni nel Pd nate con l’uscita improvvisa di Renzi che alla vigilia della Direzione del partito aveva anticipato la sua posizione spiazzando e scavalcando lo stesso segretario reggente Martina.  “Penso – afferma il ministro della Cultura Franceschini – che la riflessione di Renzi sia superficiale e sbagliata. Proprio il fatto che Grillo e 5 Stelle tornino, fallita una prospettiva di governo e avvicinandosi le elezioni, ai toni populisti e estremisti, dimostra che avremmo dovuto accettare la sfida di un dialogo proprio per portarli a rapportarsi con la realtà di una azione di governo reale che non si affronta con grida e slogan”.

Intanto Matteo Salvini boccia ogni ipotesi di premier tecnico e rilancia: “Se di governo tecnico, di scopo o istituzionale, l’incarico va dato partendo da chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti. E ribadisco l’invito a M5S come fare insieme un governo a tempo per fare poche cose e bene”. Questo Matteo Salvini chiederà al presidente Sergio Mattarella lunedì, come ha anticipato in conferenza stampa a Milano. Il segretario della Lega ha indicato la durata del prossimo governo “entro dicembre”.

Intanto l’empasse è diventata uno stallo. Nessuno dei “vincitori” sembra disponibile a modificare le proprie posizioni. L’alleanza del centrodestra rinsaldata e lo strappo sembra improbabile. Con queste premesse un accordo è decisamente ancora lontano. Inoltre le elezioni regionali, anche numericamente poco significative, hanno segnato un cedimento del Movimento che si è ora arroccato sulla posizione del voto subito non avendo altre strada da proporre dopo che il giocattolo, utilizzato in modo maldestro, gli si è rotto in mano. Evidente nel Movimento ancora non è chiaro che l’Italia è una Repubblica parlamentare. E il governo, qualsiasi governo, passa per la fiducia del Parlamento.

Lunedì prossimo si aprirà un nuovo giro di consultazioni. E se dovesse avere lo stesso risultato dei precedenti, si affaccerebbe l’ipotesi di un governo istituzionale. “L’Italia – afferma il segretario del Psi, Riccardo Nencini – ha bisogno di un governo. Né la Lega né Cinquestelle sono stati in grado di raggiungere un accordo. Resta l’ipotesi di un governo istituzionale destinato ad affrontare urgenti riforme. Un governo del genere avrebbe la nostra attenzione”.

Ginevra Matiz

IL REBUS

APRE GOVERNO

Sempre più in alto mare la soluzione per la formazione di un governo. Si allontano ancora di più le ipotesi di intesa tra centrodestra e M5S e allo stesso tempo si riscalda il clima nel Pd in attesa della direzione di giovedì. I Cinquestelle ormai chiudono a ogni intesa con chiunque e pensano che l’unica strada possibile sia quella del voto. “Non resta che tornare subito alle urne” dice Di Maio “noi non abbiamo alcun problema nel farlo perché ci sostengono i cittadini con le piccole donazioni. Altri invece si oppongono perché, tra prestiti e fideiussioni, magari hanno qualche problemino con i soldi. Ma l’Italia non può rimanere bloccata per i guai finanziari di un partito. Al voto”.

“Non rispondo a insulti e sciocchezze su soldi e poltrone – è la replica del leader della Lega Matteo Salvini – per noi lealtà e coerenza valgono più dei ministeri. Voglio dare un governo agli italiani, se i grillini preferiscono litigare lo faremo da soli. Bloccare anche la partenza dei lavori delle commissioni parlamentari è da irresponsabili”. Insomma dopo la discussione su un possibile accordo per il governo, i due sono passati agli insulti.

La strada è stretta per il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Nonostante il richiamo al senso di responsabilità e all’invito a lasciare da parte le istanze personali a favore del bene comune, le forze politiche restano ferme sulle loro posizioni. Nessun passo in avanti, nessuna apertura o convergenza a distanza di oltre 50 giorni dall’esito del voto che non ha individuato una maggioranza atta a guidare il Paese. Il leader della Lega, Matteo Salvini, da settimane infatti continua a ribadire che non ci sarà alcun accordo se non verrà coinvolto nelle ‘trattative’ l’intero centrodestra. Il neo governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga sottolinea: “Ci siamo presentati con una coalizione di centrodestra, non cambiamo le carte in tavola”. E il leader del Carroccio invita nuovamente i grillini a sedersi ad un tavolo, a parlare di cose concrete. Ma dal movimento 5 Stelle arriva il gelo con le parole di di Maio: “La Lega è piegata al cav. Si torni subito al voto”.

Ma nel centrosinistra la situazione non è meno complessa. Il segretario del PSI, Riccardo Nencini, ha annunciato un sondaggio, lanciato sul sito del Partito Socialista, per conoscere le opinioni della base socialista riguardo ad un possibile accordo con i pentastellati. “In un momento così delicato per la vita istituzionale e politica del Paese – ha detto Nencini – abbiamo deciso di rivolgerci alla comunità socialista e alla base del partito per sondare gli umori in vista di una scelta decisiva che deve necessariamente essere collegiale e aperta”. Il sondaggio, che è  “aperto” e dunque rivolto agli elettori del centrosinistra, chiede di esprimersi in merito al coinvolgimento della coalizione di centrosinistra nell’eventuale accordo di governo con il M5S. “Renderemo noti i risultati domani stesso”, ha sottolineato Nencini, che invita militanti e simpatizzanti ad esprimere in massa il proprio parere.

In mattinata i renziani hanno preparato un documento in vista della direzione ove si mette in guardia per i pericoli che potrebbero arrivare da una conta interna. Il documento è sottoscritto già da un numero considerevole di parlamentari dem (77 su 105 tra i deputati e 39 su 52 tra i senatori) compresi i capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Il documento, definito con la regia del coordinatore Lorenzo Guerini, è stato già ribattezzato ‘La nuova pace di Lodi’, dal patto del 1454 che mise fine alla guerra tra Venezia e Milano.

Intanto, però, l’area del Pd che appoggia Maurizio Martina, in sostanza tutti i non renziani, non ha dubbi e ha pronto l’ordine del giorno da votare domani in Direzione sull’appoggio al reggente dem: “Domani si vota la fiducia a Martina”. “Il passaggio è delicato, sono aperte le consultazioni e il Pd che fa, manda al Quirinale i ‘teleguidati’ come Orfini e Marcucci?”, si spiega da parte dei sostenitori di Martina.

Il tutto mentre infiamma la polemica sul sito ‘senzadime.it’, con la mappatura delle posizioni dei componenti della Direzione Pd sulla trattativa con i Cinque Stelle.

Nel testo preparato dai renziani i firmatari premettono che “proveniamo da storie e percorsi diversi” e “non sappiamo se il prossimo congresso ci vedrà sulle stesse posizioni o se, del tutto legittimamente, sosterremo candidati diversi. Pensiamo tuttavia che tre punti chiave ci uniscano in modo forte”. I punti sono, appunto, il no alle “conte interne”. Poi, il fatto che “lo stallo creato dal voto del 4 marzo sia frutto dell’irresponsabilità del centrodestra e del M5S”.

Terzo punto, “crediamo che il Pd debba essere pronto a confrontarsi con tutti, ma partendo dal rispetto dell’esito del voto: per questo non voteremo la fiducia a un governo guidato da Salvini o Di Maio. Significherebbe infatti venire meno al mandato degli elettori democratici. E’ utile invece impegnarci a un lavoro comune, insieme a tutte le altre forze politiche, per riscrivere insieme le regole del nostro sistema

politico-istituzionale”. Infine, un appello “l’intera comunità del Pd” perché “sappia affrontare i passaggi difficili di questa stagione politica in modo coraggioso e il più possibile unitario”. Guerini, promotore del documento, spiega: “Questo vuole essere un appello a trovare l’unità e a rifiutare la tentazione di una conta in direzione. Nulla più. La parte più importante del documento per me è questa”. “Dopodiché è chiaro che in questo spirito il documento deve essere ed è assolutamente aperto al contributo di tutti, senza nessuna chiusura o reticenza. Lo sforzo che vorrei tutti mettessimo in campo è solo questo: lavorare per non dividerci, per ricercare invece le ragioni e la forza della nostra unità”, conclude.

Andrea Orlando sulla sua pagina Facebook commenta così l’iniziativa: “La conta promossa dai capigruppo per non fare la conta ancora non si era mai vista”. Mentre Graziano Delrio precisa: “Nessuna conta interna, ma un appello all’unità. Il documento proposto da Lorenzo Guerini vuole essere una base di discussione e non una ulteriore occasione di divisione”. “Uniti siamo tutto – aggiunge -, divisi siamo nulla”.

L’ex premier Matteo Renzi intanto si augura che la direzione di chiuda senza strappi e definisce il documento di Guerini come una iniziativa che mira all’unità del partito.