Astio in casa Pd e Delrio ‘punta’ sulla classe operaia

Delrio-Rosato-Martina_PdDopo la debacle del 4 marzo la questione per i dem è tutta sulla leadership. Il Guardasigilli e leader della minoranza Pd, Andrea Orlando, attacca il segretario dimissionario, Matteo Renzi: “Renzi deve decidere una cosa: se ritiene che le colpa della sconfitta elettorale non sia la sua, che sia la mia o dei cambiamenti climatici, allora può decidere di ritirare le proprie dimissioni e continuare a esercitare il mandato avuto dagli elettori. Se invece, come ha detto, si assume non dico tutta la responsabilità ma almeno una quota significativa e ne trae come conseguenza quella di arrivare alle dimissioni, allora deve consentire a chi pro-tempore ha avuto l’incarico di poterlo esercitare altrimenti non riparte un dibattito sereno, una ripresa di rapporti de Pd con la società italiana”. L’invito di Orlando è quello di lasciar lavorare il segretario reggente, Maurizio Martina, ma la dichiarazione di fuoco arriva dopo la riunione dei “renziani” avvenuta ieri nello studio di Andrea Marcucci, capogruppo Dem al Senato che ha fatto infuriare molti membri del Pd. Ma se le liti interne sono ormai ordinarie in casa dem, a gettare benzina sul fuoco anche l’apertura del Movimento 5 Stelle che ha contribuito al moltiplicarsi delle voci che chiedono un congresso immediato.
Se fino a ieri sembrava scontata una rielezione di Martina ora invece, secondo le indiscrezioni, sono molti i ‘renziani’ pronti a prendere le redini del Partito. Primo fra tutti Matteo Richetti, attuale portavoce del Pd, ma anche la ‘renziana’ di prima ora e dimissionaria dal Pd, Debora Serracchiani, compare nella rosa dei candidati. Nel frattempo a sinistra dem si prepara un incontro domani “sinistra anno zero”, in contemporanea con il Convegno di Richetti “Harambee”, al quale parteciperanno Andrea Orlando e Gianni Cuperlo, ma anche alcuni fuoriusciti dal Partito e confluiti in LeU: Enrico Rossi e Alfredo D’Attorre.
A tentare di sedare gli animi ancora una volta Graziano Delrio che afferma: “Non mi interessa chi si candida alla segreteria mi interessa cosa proponiamo al Paese”. Sempre per quanto riguarda le candidature alla segreteria, si augura che ci ” siano tesi forti che favoriscano il nuovo percorso del Pd e la sua rigenerazione”. L’obiettivo è quello di “guardare alla sostanza delle ricette per il Paese”. E al riguardo chiarisce che il partito dovrebbe porsi in maniera “più critica” rispetto a certi modelli di sviluppo, come quelli che riguardano la delocalizzazione delle imprese e i salari, per esempio.
Probabilmente Delrio guarda al successo delle iniziative portate avanti dal neo iscritto Carlo Calenda a favore degli operai, come nel caso di Embraco.
Per quanto riguarda invece la possibilità di un’alleanza con i cinquestelle, Delrio mantiene la linea adottata da tutto il Pd, nessuna apertura. “Quando Di Maio dice: ‘O voi o la Lega!’, sta dicendo che non ha un`idea di paese. Cosa serve davvero all`Italia? Non c`è un problema personale. Di Maio fa la stessa offerta a noi e alla Lega. E a voi sembra che noi e la Lega abbiamo la stessa idea di paese? Di Maio ha ricevuto un mandato dagli elettori che non era il mandato a governare con noi”. Lo ha detto Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera ai microfoni di Giorgio Zanchini a Radio anch`io (Rai Radio1).
“Il M5s ci ha criticato per tutti questi anni. Noi vogliamo essere seri. Loro hanno idee diverse da noi. E` una questione di serietà. Non vogliamo prescindere dal merito per arrivare al potere ad ogni costo”, ha concluso.

Governo, un’intesa piena di ostacoli

Camera Deputati

Si parte alla ricerca di una maggioranza in grado di sostenere un governo. Le consultazioni al Quirinale inizieranno mercoledì 4 marzo. Ma il primo giro rischia di andare a vuoto. Perché la via di un’intesa giallo-verde è irta di ostacoli, a partire dalla volontà di Salvini di includere Forza Italia. Il M5s prova a rilanciare la propria iniziativa convocando già per domani un incontro “sui programmi” dei capigruppo di tutti i partiti. Ma il Pd, corteggiato dai grillini e agitato dalle sue divisioni, si tira fuori: “Non avranno i nostri voti”, dice Matteo Renzi.

In attesa dell’avvio delle consultazioni, inizia in confronto tra i gruppi parlamentari. Il primo incontro è alla Camera tra i capigruppo di M5s con Forza Italia. Danilo Toninelli e Giulia Grillo hanno incontrato Anna Maria Bernini e Maria Stella Gelmini. “E’ stato un incontro molto utile: abbiamo ascoltato le loro proposte e abbiamo presentato le nostre. Andremo avanti con un confronto parlamentare continuativo al livello dei capigruppo”, ha detto la Bernini al termine. I pentastellati hanno incontrato poi LeU. “Noi abbiamo detto che non ci sottraiamo al dialogo e al confronto sulle cose concrete anzi vediamo positivamente il fatto che si esca da una fase in cui si parla di poltrone. Sul confronto parlamentare diamo la nostra totale disponibilità”. hanno detto lasciando la riunione che si è tenuta alla Camera con i capigruppo M5s i rappresentanti di Leu, Loredana De Petris e Federico Fornaro.

Nel frattempo, Matteo Salvini, frena sul reddito di cittadinanza. “Dopo 5 anni di propaganda ora scoprono che si sono sbagliati. Per anni hanno promesso soldi, illudendo le persone e speculando sulla pelle di chi non ce la fa. Passata la festa, gabbato lo santo. Vergogna”. E’ questo il retweet con cui l’account Lega-Salvini Premier rilancia un’intervista in cui l’esponente Pd Michele Anzaldi critica, in maniera dura, il reddito di cittadinanza portato avanti dal M5S.

Anche Salvini prova a spingere sull’acceleratore: “O parte un governo o si va subito al voto. Non ci sto a tirare a campare, discutere per un anno di legge elettorale sarebbe devastante”. Il leader della Lega assicura che il centrodestra è “granitico”, anche se al primo giro di consultazioni ognuno si presenterà per proprio conto. E aggiunge che con il M5s “c’è un dialogo”: un governo è possibile. I Cinque stelle proseguono in realtà un corteggiamento sotto traccia al Pd. Ma Salvini, che fa sapere che non accetterebbe un incarico “al buio” senza avere prima un accordo, mostra di non crederci: “Voglio veder Di Maio trovare 90 voti in giro che si convincono…”.

Il leader della Lega esclude un esecutivo con i Dem, ma assicura che M5s non ha l’esclusiva dei contatti: “Sento tutti i pezzi del Pd”. L’accenno di Salvini ai “pezzi” del Pd non è casuale, perché dietro l’unità sulla linea dell’opposizione, il partito democratico sembra diviso in due, tra renziani e orfiniani che rifiutano ogni dialogo e il correntone “governista” che non vuole l’Aventino.

Intanto Renzi cerca di compattare il proprio partito: “La situazione politica è chiara: il Pd starà all’opposizione. E stando all’opposizione potrà dare un aiuto al Paese portando un clima di civiltà e rispetto del Governo che nei nostri confronti purtroppo non c’è stato. L’opposizione si può fare bene. Chi ha vinto le elezioni si metterà d’accordo, prima o poi: del resto Cinque Stelle e Centrodestra stanno facendo accordi in tutti i passaggi istituzionali”. E ancora: “Quando eravamo al Governo noi, questa fase delicata della democrazia parlamentare si chiamava ‘accaparramento di poltrone’. Ora che c’è un accordo che va da Berlusconi a Di Maio, passando per Salvini, per i centristi, per la Meloni (cinque forze, un nuovo pentapartito) si chiama ‘rappresentanza istituzionale’. Quelli che quando c’eravamo noi gridavano nei talk contro gli inciuci, oggi vanno in tv a spiegare la necessità degli accordi che smentivano con forza prima delle elezioni. Guardiamo il positivo, amici. Il vocabolario della politica migliora: si passa dagli insulti ai toni istituzionali. E nelle aule del Parlamento il clima è molto più tranquillo”.

Comune nel partito democratico cresce la tensione. Il mal di pancia è ben visibile nella diatriba sollevata in particolare da Dario Franceschini (poi sposata da Andrea Orlando) su una questione formale. Ovvero se convocare i gruppi Pd di Camera e Senato prima del quattro marzo (come invocato dai ministri della Giustizia e dei Beni Culturali) per chiarire la linea politica dem quando i partiti saranno ricevuti al Colle per discutere sul governo. Oppure se convocare la riunione dei gruppi dei due rami del Parlamento solo all’indomani delle consultazioni col Quirinale, come replica Lorenzo Guerini. Il segretario reggente Maurizio Martina sta mediando tra le varie anime dem, anche se la sua idea è di convocare i Gruppi e la direzione all’indomani delle consultazioni al Quirinale per un confronto interno. E, soprattutto, per fare il punto della situazione.

Gli errori rinnovabili di vincitori e vinti

La miopia della politica italiana è alla base della sua incapacità di fuoriuscire dalla instabilità che rende precaria la sua affabilità interna ed internazionale. Proverò per accenni a richiamarli nell’ottica prioritaria di ciò che giova al Paese e per l’eterogenesi dei fini si ritorce su chi li ha compiuti. Col senno di poi basti pensare che i vincitori relativi delle ultime politiche sono alle prese con la quadratura del cerchio del come arrivare a formare una maggioranza di governo. Lo stesso problema che hanno avuto e risolto in Germania solo facendo appello alle proprie radici ed agli interessi prevalenti del loro Paese e dell’Europa. Nulla di simile in Italia dove solo la lungimiranza di Renzi si era adoperata con il ricorso al ballottaggio pur di avere la certezza di un vincitore-responsabile (tutto l’opposto dell’inciucio) delle sorti del Paese ma anche di poterlo governare con la fine del bicameralismo perfetto.

Un vestito che dopo le Europee sembrava su misura di Renzi e perciò tutti sparati contro con il no al referendum. Era un’occasione storica per il Paese ed in primo luogo per Berlusconi che ora con tutto il centrodestra, seppure ridimensionato,sarebbe l’indubbio timoniere della coalizione, oltre al prestigio riconosciuto di finire la sua carriera come padre costituente della terza Repubblica. Se volesse sottrarsi ad un puro galleggiamento dall’occasione perduta dovrà ripartire e dal suo interlocutore principale, PD ed alleati, che hanno tutt’ora le chiavi in mano del futuro. Un Berlusconi, che procede svendendo pezzi del suo potere locale, rischia di lasciare tutta l’eredità ad un Salvini a cui ha regalato su di un piatto d’oro, nella contesa interna, la sua immagine decadente sul piano personale e politico. L’occasione di invertire la rotta d’ossa è a portata di mano, le prossime europee e le amministrative, a patto che, come presidente onorario del partito, si decida a passare ad una monarchia costituzionale, facendo scegliere alla base il successore, prima di essere esule in patria.

Di Salvini i pochi pregi, come la dimensione nazionale del movimento ed un attivismo senza risparmio, sono surclassati dall’essere prigioniero di una retorica populista accecante tanto da non vedere il tentativo della Le Pen di ritornare in gioco avvicinandosi ad una destra moderata e di non capire che le sue coordinate internazionali senza le continue verifiche per i mutamenti in corso, porterebbero allo sbando il Paese, dalla politica protezionista di Trump all’assolutismo senza remore di Putin, di cui rischierebbe al governo di apparire, e con lui il Paese, un servo sciocco. Tutti nodi destinati a venire al pettine già a partire dalle elezioni americane di medio termine. A Di Maio la storia del Sud non ha insegnato niente, né Giannini col suo uomo qualunque,né Lauro, né la prima ondata berlusconiana dei 61 parlamentari su 61 in Sicilia, tantomeno l’insegnamento di Sturzo che il sud o diventa problema europeo, oggi più che mai, o resterà irrisolto sempre più dissanguato delle sue migliori energie.

Quale momento migliore dopo la scossa di un Macron per un’Europa competitiva con potenze mondiali sempre più aggressive dove un’Italia, se restasse sola, diventerebbe un’appendice di una grande potenza e non la proiezione-missione dell’Europa per il riscatto dell’Africa contro il perseverare degli odi tribali ed il neocolonialismo cinese? Chi queste cose le avverte, perché ce l’ha nella sua cultura sedimentata in secoli di lotta per l’affrancamento dei popoli e delle singole comunità, non può non cogliere la grande occasione delle europee e delle amministrative e partire sin d’ora con una grande alleanza che prefiguri l’apporto determinante dell’Italia ad un’Europa solidale a base di quella federale sognata dai nostri padri. Il lutto non si addice a chi nel suo DNA ha i germi del futuro.

Roca

Uòlter disegna la strada del dopo Renzi

Veltroni non si ricandidaWalter Veltroni, Uòlter, doveva aver fiutato il disastro. Venti giorni prima del voto del 4 marzo era andato ad una iniziativa della campagna elettorale del Pd a Milano. Spiegava: «Do una mano nei momenti difficili». Smentiva di voler tornare alla guida del partito: «In politica non si torna, si sta». Prima era stato “rottamato” da Matteo Renzi, poi era tornato in pista criticando sia la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza sia l’allora segretario, in difficoltà per la sconfitta al referendum costituzionale.

Adesso Uòlter, come è stato ribattezzato dai comici satirici Ficarra e Picone per il suo buonismo non privo di stilettate spregiudicate, ha segnato di nuovo la sua presenza in una lunga intervista al ‘Corriere della Sera’. Il primo segretario del Pd, ex segretario dei Ds, ex ministro della Cultura e già sindaco di Roma ha indicato ai democratici la strada del dopo Renzi. I toni sono cortesi, ma le parole sono dure. Punto uno: la sinistra ha perso «il rapporto con il popolo. Senza il popolo non può esistere la sinistra». Punto due: «È abbastanza incredibile la rapidità con cui si è passati sopra la più grande sconfitta della sinistra nella storia del dopoguerra». Punto tre: «All’opposizione sì. Ma deve esserci un governo».

Mentre la XVIII legislatura è cominciata faticosamente sotto il protagonismo di Di Maio, Salvini e Berlusconi, il Pd è sbandato per la sconfitta. I voti del centro-sinistra e della sinistra sono volati via verso i partiti della protesta populista; il M5S e la Lega, o verso l’astensione. Veltroni ha analizzato il perché: il Pd non ha saputo dare una risposta al mondo «dominato dalla precarietà e dalla paura». Con una delle sue riflessioni tra il politologico e il poetico ha puntato il dito contro «l’errore drammatico di togliere alla nostra comunità le emozioni e la memoria», cioè «l’idea di partecipare a qualcosa di grande» e «il desiderio del futuro». In sintesi: è mancato un progetto politico credibile per affrontare la crisi economica e le forti disuguaglianze sociali.

Il problema immediato è il nuovo governo e come rispondere alle richieste di dialogo lanciate dai cinquestelle. Veltroni ha invitato a fare attenzione alle mosse di Sergio Mattarella: il Pd “per ora” fa bene a collocarsi all’opposizione, ma se «sotto la regia del capo dello Stato, emergesse un’ipotesi a certe condizioni programmatiche… il Pd farebbe bene a discuterne».

Ha indicato la strada per arrestare la caduta: «Il Pd ha bisogno di apparire ciò che è: una forza della sinistra con ambizioni maggioritarie». Un bel problema: significa ritessere un rapporto di fiducia e di partecipazione con i militanti e gli elettori delusi e sfiduciati. Uòlter ha criticato Matteo Renzi con una lunga perifrasi felpata ma urticante: «A Renzi non riserverò nessuna delle parole che furono riservate alle persone che in altri momenti avevano avuto responsabilità di guida a sinistra». Ha rimproverato all’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio «di aver perso tutte le elezioni dal 2014», cioè dopo il 40,8% incassato alle europee. Maurizio Martina, reggente dei democratici dopo la disfatta elettorale, neppure è menzionato.

Nessun riferimento nemmeno ai suoi errori di fondatore e primo segretario del Pd: il partito kennedyano in un’Italia senza Kennedy; la sconfitta elettorale patita per mano di Berlusconi nel 2008; il 33% di voti ottenuto teorizzando e praticando il partito autosufficiente senza alleati (ad eccezione di Antonio Di Pietro) che cancellò dal Parlamento sia la sinistra critica sia quella riformista; le dimissioni all’inizio del 2009 dopo aver perso anche nelle elezioni regionali in Sardegna, Sicilia, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia.

Adesso, ancora una volta, ha escluso una sua ricandidatura alla segreteria del Pd: «La mia passione politica si può esercitare senza potere». Per sé ha ritagliato la figura del segretario supplente. Ora tra le rovine del Pd si aggira un ex segretario (Renzi), un reggente (Martina) e un supplente (Veltroni): la ricerca di una nuova leadership appare lunga e difficile. Tra tante incertezze una sola cosa appare sicura: smentendo i molti annunci, anche questa volta Veltroni non andrà in Africa per aiutare le popolazioni povere di quel continente.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

 

Tra il M5S e la Lega consonanze e dissonanze

Salvini-e-Di-Maio

Donald Trump deve molto a Steve Bannon. Per il M5S e la Lega potrebbe accadere lo stesso. È grazie anche a Bannon se il ricco imprenditore è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America nel 2016. Il giornalista amante di internet è stato lo stratega della campagna elettorale basata sulla “rivoluzione nazional populista” con la quale Trump ha battuto la candidata favorita alla Casa Bianca, la democratica Hillary Clinton.

La nazione americana contro la globalizzazione, l’industria statunitense contro la finanza internazionale, il ceto medio ed operaio impoveriti e precariezzati contro la delocalizzazione delle fabbriche decisa dalle multinazionali, il primato del Paese a stelle e strisce contro le grandi organizzazioni sovranazionali, gli americani contro gli immigrati. La ricetta della destra sovranista e protezionista ha affascinato gli Usa e Trump ha battuto la Clinton.

La stessa ricetta si sta imponendo in Europa, può fare e fa faville soprattutto in Italia: il M5S e la Lega sono le protagoniste. Bannon, da qualche settimana nel nostro Paese, non nasconde la sua soddisfazione per le elezioni politiche del 4 marzo: il M5S e la Lega, la sua favorita, hanno trionfato secondo i suoi auspici. In una conversazione con ‘La Stampa’ ha indicato nel Belpaese «il cuore della rivoluzione»: i cinquestelle e i leghisti sono i partiti espressione della «rivolta dei disagiati». Le lodi si sprecano: in Italia c’è la «forza trainante del nazional populismo» perché «siete più creativi di britannici, francesi e tedeschi». Dall’analisi Bannon è passato alle prospettive: «Il mio sogno è di vederli governare assieme».

Forse non è solo “un sogno”. L’ipotesi dell’ex ideologo di Trump, una volta quasi fantapolitica, adesso non sembra del tutto peregrina. Sia il M5S (32,6% dei voti) sia il centro-destra (37%) a trazione leghista hanno vinto le elezioni, ma non hanno conquistato una maggioranza in Parlamento in grado di sostenere un governo. Così si è aperto uno spiraglio per il “sogno” di Bannon. Matteo Salvini lo alimenta annunciando: «Esclusa una collaborazione con il Pd, tutto il resto è possibile». Il segretario della Lega finora si è sempre proposto come presidente del Consiglio di un governo basato sul centro-destra, ma potrebbe cambiare: il 17,3% dei consensi ottenuti dal Carroccio sommati a quelli dei cinquestelle possono dare vita a un esecutivo dei due populismi forte del 50% dei voti e della maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato.

Salvini il 14 marzo ha alzato il telefono e ha parlato con il capo del M5S. Hanno discusso sulle presidenze della Camera e del Senato da eleggere il 23 marzo. Il M5S e la Lega ne dovrebbero incassare una a testa, secondo il segretario del Carroccio. Non solo. Propone di rivedere «in 7 giorni» l’attuale legge elettorale «applicando un premio di maggioranza alla coalizione vincente». Di Maio su Facebook, però, ha rivendicato «l’attribuzione al MoVimento della presidenza della Camera dei Deputati». Su un accordo per il nuovo governo nulla di concreto, c’è grande cautela. Il capo politico pentastellato ha precisato più volte che una cosa è l’intesa sulle presidenze delle Camere e un’altra quella per il governo: non sono legate. Di Maio si candida a presidente del Consiglio e vuole parlare «con tutti». Dal Pd, guidato dal reggente Maurizio Martina dopo le dimissioni di Matteo Renzi, si è già preso un no mentre un’apertura è arrivata da Salvini.

Tra la Lega, forza nazionalista di destra, e il M5S, movimento della protesta di sinistra-destra, ci sono consonanze e dissonanze. Hanno raccolto una valanga di voti dopo la Grande crisi economica internazionale iniziata nel 2008, hanno messo sul banco degli imputati e decimato i partiti tradizionali, si sono scagliati contro le élite per poi corteggiarle ed ottenere riconoscimenti. Sono due forze euroscettiche, ostili all’euro e alle sue regole con simpatie per Vladimir Putin, entrambe vogliono rispedire a casa gli immigrati illegali sbarcati in Italia, intendono abolire la legge Fornero che ha innalzato gli anni per la pensione e cancellare il Jobs Act, puntano ad aumentare il deficit pubblico per sostenere investimenti e occupazione. Sono due forze di opposizione anti sistema impegnate in una metamorfosi governativa.

Ma assieme alle consonanze ci sono le dissonanze: sia Di Maio sia Salvini vogliono la presidenza del Consiglio, il M5S ha preso i voti soprattutto al Sud e la Lega al Nord, i cinquestelle chiedono il reddito di cittadinanza mentre i leghisti lo contestano come misura assistenzialista, il Carroccio vuole la flat tax (una unica tassa piatta al 15% che favorisce soprattutto gli alti redditi), mentre i pentastellati progettano una riduzione delle aliquote Irpef (va incontro al ceto medio). Non solo. Salvini deve fare i conti anche con Silvio Berlusconi. Il presidente di Forza Italia respinge ogni ipotesi di un accordo con “la setta” (come definisce il M5S), mentre punterebbe ad una intesa con il Pd. L’ex presidente del Consiglio teme la supremazia del Carroccio. La Lega e Forza Italia possono finire in rotta di collisione e il centro-destra rischia lo sfaldamento. Un governo M5S-Lega è un rebus complicato.

Rodolfo Ruocco
(
Sfogliaroma)

ARMISTIZIO

Francesco Nicodemo (s), delega alla cultura, e Chiara Braga, delega all'Ambiente, durante l'Assemblea nazionale del Pd a Milano, 15 dicembre 2013. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Nessuna resa dei conti, in questo lunedì tutto è rimandato all’Assemblea che si terrà tra un mese. “Sento innanzitutto il bisogno di riconoscere la scelta che il segretario ha compiuto dopo il voto, con le sue dimissioni, e voglio ringraziarlo per questo atto forte e difficile ma soprattutto per il lavoro e l’impegno enorme di questi anni”, afferma Maurizio Martina nella relazione alla Direzione nazionale del Partito Democratico, ma il segretario dimissionario non c’è e questa è l’occasione per l’entrata in scena del ministro Martina che sa che ora il suo ruolo sarà importante e delicatissimo: il suo intento è quindi quello di guidare il partito nei prossimi passaggi “con il massimo della collegialità e con il pieno coinvolgimento di tutti, maggioranza e minoranze”. Il primo appuntamento è l’Assemblea nazionale di aprile, quando, secondo Martina, anziché avviare il congresso e le primarie il Pd dovrebbe dar vita a una Commissione di progetto per una fase costituente e riorganizzativa e verrà eletto anche il segretario reggente.
“La prossima Assemblea Nazionale – ha detto Martina – dovrebbe avere la forza di aprire una fase costituente del partito democratico in grado di potarci nei tempi giusti al congresso. Perché il nostro progetto ha bisogno ora più che mai di nuove idee e non solo di conte sulle persone. Ha bisogno di una partecipazione consapevole superiore a quella che possiamo offrire una sola domenica ai gazebo”.
“Abbiamo bisogno di una lettura politica e culturale all’altezza del tempo – ha proseguito – che stiamo vivendo. Di una profonda riorganizzazione, in grado di investire davvero sui territori e sulla partecipazione diretta della nostra comunità alle principali scelte politiche da compiere. Questo lavoro potrebbe iniziare proprio con la prossima Assemblea dando vita a una Commissione di progetto incaricata di elaborare unitariamente ipotesi concrete per il percorso”.
La lunga attesa di questa direzione però ha portato finalmente a una decisione, la cui linea è stata dettata proprio dal Vicesegretario: restare all’opposizione, nessuna alleanza con i pentastellati o con i leghisti di Salvini. “Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità”.
Sulla stessa linea il ministro Delrio: “Abbiamo ricevuto una cartolina netta, chiara, dagli elettori. Noi staremo dove ci hanno messo gli elettori: all’opposizione”. Una opposizione “seria, responsabile, costruttiva”, dice Graziano Delrio, nel suo intervento in direzione PD. “Quando il Paese si renderà conto che le promesse saranno irrealizzabili, gli elettori chiederanno conto”, afferma. Delrio però non dimentica di ricordare che il Pd non è finito: “Siamo ancora il secondo partito italiano, staremo uniti”. Delrio ha aperto il suo intervento ringraziando Renzi per tutto quello che ha fatto e per la scelta che ha compiuto con le dimissioni. “Maurizio Martina – aggiunge Delrio – tu ora hai mandato pieno. Grazie per la sua analisi franca e seria. Per ripartire abbiamo bisogno di analisi rigorose come questa. Dobbiamo dire ad elettori ed eletti che il PD c’è ancora”. “Non bisogna vergognarsi di aver detto la verità. Noi abbiamo cercato di dire la verità” in campagna elettorale, sottolinea: “Abbiamo bisogno di bussole che ci facciano capire i conflitti che ci sono, devono essere leggibili”.
La direzione si articolerà con un dibattito: inizialmente si era pensato di evitarlo, ma la minoranza del Pd ha chiesto, e ottenuto, di tenerlo. La soluzione per tutti è quella di rimanere all’opposizione nel prossimo Governo.
Michele Emiliano, non ha risparmiato però il suo astio e ha attaccato il Presidente Matteo Orfini: “Orfini è un artista nel cambiare le regole a seconda delle opportunità di vittoria che ha la sua parte, siccome la sua parte ora ha possibilità di vittoria più contenute rispetto alle precedenti primarie, probabilmente ora vuole cambiare le regole, ma io penso sia impossibile, nel Pd, fare a meno delle primarie, anche perché il nuovo segretario deve avere la stessa legittimazione del segretario uscente: sarebbe un segretario di serie B se eletto in modo diverso”. Inoltre il governatore della Puglia non esclude una sua candidatura per fare il segretario.
Adesso tocca trovare un progetto e “dare fiducia a Maurizio e costruire subito la collegialità necessaria per affrontare questa fase. Il Partito democratico c’è, ora dimostriamo che questa sconfitta non è un destino”. Per Gianni Cuperlo si deve andare oltre gli errori di Veltroni-Bersani-Renzi, ovvero quello schematismo in cui “si è affermato il primato della guida, associando il concetto di comando a quello di modernità”.

Gervasoni: la terza repubblica può attendere

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Intervista a Marco Gervasoni, professore di Storia comparata dei sistemi politici all’Università Luiss di Roma e di Storia contemporanea all’Università del Molise, ed editorialista de «il Messaggero».

Professore, le elezioni, facendo saltare il bipolarismo classico tra centrosinistra e centrodestra a guida Berlusconiana, hanno inaugurato la Terza Repubblica?
«Prima di parlare di Terza Repubblica aspetterei l’evoluzione degli scenari politici attuali. Per quanto riguarda il bipolarismo, ricordiamo che era già saltato nelle elezioni del 2013, visto il risultato ottenuto dai 5 Stelle. È pur vero che si sta andando verso un bipolarismo tra il centrodestra a guida leghista e il Movimento 5 Stelle. In questo scenario Il Pd potrebbe fare l’ago della bilancia, anche se rischia di essere riassorbito in uno dei due schieramenti».

Il confronto tra i risultati del 4 marzo e quelli del 2013 è impietoso sia per Forza Italia (Pdl nel 2013) che per il Pd: cosa è cambiato?
«Certamente questi due partiti sono usciti sconfitti dal voto, ma in maniera molto differente. La sconfitta del Pd è quantitativamente e qualitativamente molto più pesante e ha portato Renzi alle dimissioni. Quella di Fi può anche non essere considerata come una sconfitta. Con tutto quello che è successo a Berlusconi, non è un risultato così negativo. Da questo punto di vista può essere addirittura considerato un successo, anche perché la coalizione del centrodestra, seppur guidata da Salvini, ha preso più voti di tutti. Per il Pd queste elezioni hanno sancito il crollo dell’egemonia nelle regioni Rosse (Umbria, Emilia-Romagna e alcune parti della Toscana) che durava dal 1946. Per quanto riguarda i cambiamenti sociali, ritengo che l’immigrazione sia stato uno dei fattori decisivi di queste elezioni. C’è un diffuso senso di paura che ha spostato molti voti. La crisi migratoria è stata fondamentale per cambiare la geografia elettorale italiana. Questo si vede anche in Germania dove l’economia tiene e tuttavia l’AFD sta continuando a crescere. Bisogna anche considerare che la situazione economica è cambiata solo al Nord, ma non al Sud e da qui si comprende il grande risultato ottenuto dai 5 Stelle».

Cosa ne pensa della disfatta di Renzi? Quali sono le prospettive della sinistra italiana?
«Renzi aveva già subito una grave disfatta con il referendum del 4 dicembre. Dopo averlo personalizzato e averlo trasformato in una sorta di referendum sulla sua figura, aveva visto il 60% degli italiani voltargli le spalle. Dopo questo esito fortemente negativo avrebbe dovuto uscire di scena, invece ha dato l’ok al governo Gentiloni in cui c’erano varie figure fortemente renziane come Lotti e la Boschi. Il futuro del Pd è un rebus. Ci sono diverse possibilità: è probabile che i renziani si stacchino per dar vita ad un nuovo movimento, ma potrebbe esserci anche un accordo con il M5S. In ogni caso il Pd è un partito in stato confusionale, come si vede dalla possibilità di una candidatura di Di Pietro come presidente della regione Molise. Questo è un misero tentativo di inseguire i 5 Stelle; se questa è la logica delle future candidature è inevitabile che il Pd verrà assorbito dai 5 Stelle. Il resto della sinistra praticamente non esiste. Liberi e Uguali, pur avendo un ex Presidente del Consiglio e i Presidenti di Camera e Senato è arrivato ad un misero 3%».

Come è stato possibile dissipare un elettorato d’appartenenza così ampio? In Emilia-Romagna il centrodestra ha superato il centrosinistra. Anche in Toscana la coalizione a trazione Pd ha rischiato grosso…
«È venuto meno un modello politico-elettorale, perché la globalizzazione e la crisi hanno modificato i rapporti tra imprese e potere politico locale tipici delle Regioni rosse. Poi Renzi ha rotto alcuni tabù della cultura di sinistra, e questo ha dato un colpo definitivo all’appartenenza politica di queste aree. Non è per nulla casuale che i decrementi elettorali più importanti siano stati registrati proprio in queste zone».

A cosa è dovuto il grande successo del Movimento 5 Stelle? Perché si è affermato nettamente al Sud? Alcuni hanno parlato dell’importanza del reddito di cittadinanza.
«Io non enfatizzerei troppo l’importanza del reddito di cittadinanza. Certo, è stato un tema importante ma al Sud hanno pesato altri fattori, soprattutto il perdurare della crisi economica. Inoltre il Meridione è stato abbandonato dalla politica e dal Pd: i governi di Renzi e Gentiloni hanno avuto pochissimi ministri provenienti da queste zone. Dal punto di vista storico non dobbiamo dimenticare che il Sud è sempre stato disposto a mettere in discussione l’equilibrio politico in maniera più radicale, basti pensare ai tanti voti ottenuti dall’Uomo Qualunque nelle elezioni del 1946. Comunque i 5 Stelle non sono definibili come una Lega Sud, perché hanno ottenuto tanti voti anche al Nord».

Si può dire che Lega e Movimento 5 Stelle sono due fenomeni simili declinati semplicemente su base territoriale: la prima al Nord e il secondo al Sud?
«No, ci sono grandi differenze. La Lega non è un movimento di protesta perché è un vero e proprio partito novecentesco che annovera anche alcuni governatori regionali. Anche i 5 Stelle non sono più un movimento di protesta, perché vogliono andare al governo e hanno spuntato gli elementi più antisistema. Non sono movimenti territoriali, anche se c’è una preponderanza della Lega al Nord e del Movimento 5 stelle al Sud. La territorializzazione non deve essere eccessivamente accentuata perché la maggior parte dei deputati sono stati eletti con il sistema proporzionale e non con il maggioritario».

Alcuni hanno paragonato queste consultazioni a quelle del 1948. Gli esiti li hanno brutalmente smentiti, anche se queste elezioni potrebbero avere valore periodizzante. Cosa ne pensa?
«L’analogia con le elezioni del 1948 è stata proposta per definire le elezioni del 4 marzo come uno scontro tra europeisti ed antieuropeisti. In realtà è stato un discorso fallace, fatto a fini propagandistici, tanto è vero che quelli stessi commentatori ora avallano un governo Pd-M5S. Non è un discorso che tiene dal punto di vista storico. M5S e Lega sono critici nei confronti dell’Europa, ma hanno moderato decisamente le loro opinioni. Per capire se queste elezioni avranno valore periodizzante, bisogna aspettare. Di certo sono state delle elezioni contro l’establishment, ma le intenzioni non erano quelle. Si è voluto andare verso una novità, e questo ha fortemente avvantaggiato i 5 Stelle. In questo periodo potremmo dire, rovesciando la massima andreottiana, che il potere logora chi ce l’ha».

Per concludere, quali sono gli scenari possibili e che ruolo avrà Mattarella?
«Allo stato attuale lo scenario più realistico è costituito da vari tentativi infruttuosi di costituire un esecutivo. Dopodiché potrebbe nascere una sorta di governo del Presidente con l’obiettivo di fare una nuova legge elettorale a carattere bipolare, votata dal centrodestra e dai 5 Stelle. Di certo l’Ue non vuole Salvini e preferisce un governo con Di Maio perché pensa di manovrarlo. Mattarella interpreta il suo ruolo in modo molto meno interventista rispetto a Napolitano. Da quel che si vede il Presidente della Repubblica sembra parteggiare per un’ipotesi Pd-M5S».

Martino Loiacono

La Direzione Pd sceglie tra assemblea e congresso

sede pd nazareno

“Io non mi candido a fare il segretario del Pd. E’ un buffone chi dice che vuole fare il segretario dopo tre giorni dall’iscrizione al partito e io non voglio fare la figura del buffone”. Lo ribadisce Carlo Calenda, parlando coi militanti dem nella sede storica Pd in via dei Cappellari. “Non ci sarà più una persona decisiva – ha ribadito –  O la riscossa parte dagli iscritti, dalla base o non ci sarà”. Parole dette alla vigilia della Direzione del Pd in agenda per lunedì prossimo alle 15. Le dimissioni del segretario Matteo Renzi sono ufficializzate. Ora il punto per il Pd è parlare del dopo con un segretario eletto in assemblea o con un congresso: tertium non datur, spiegano fonti del Partito democratico che fanno presente come parlare di reggente, oggi, non sia appropriato. E questo alla vigilia di una direzione che dovrà decidere il percorso post voto. Con i precedenti, quelli delle dimissioni di Walter Veltroni, prima, e di Pier Luigi Bersani, gli scenari sono stati o quello di un voto in assemblea o di un congresso.

Anche Guglielmo Epifani, chiamato impropriamente ‘reggente’ durante la sua segreteria, fu eletto dall’assemblea con l’85 per cento dei consensi, 458 voti su 534. Correva l’anno 2013 e, poco dopo si sarebbero celebrate le primarie che avrebbero incoronato Matteo Renzi. Allo stesso modo fu eletto, nel 2009, Dario Franceschini, succeduto a Walter Veltroni.

Nei giorni scorsi si era parlato di Maurizio Martina, ministro dell’agricoltura e vice segretario del Pd, come ‘reggente’, ma il termine più appropriato sarebbe quello di ‘traghettatore’, con il compito di portare il partito ad eleggere il nuovo segretario. L’unica differenza tra un segretario eletto dall’assemblea – che eventualmente si terrebbe nel mese di aprile – e uno scelto con le primarie è che, nel primo caso, la scadenza del mandato sarebbe quella naturale del congresso, ovvero nel 2021. Nel secondo caso, invece, il mandato del segretario durerebbe i quattro anni previsti dallo Statuto. Favorevole a una soluzione assembleare sembra essere l’area vicina al segretario dimissionario, Matteo Renzi, nella quale si registra grande fermento, con numerosi esponenti di spicco che fanno sempre più spesso il nome del ministro alle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio. Se l’ipotesi, ancorché remota, dovesse concretizzarsi, non di traghettatore si tratterebbe – sottolineano fonti parlamentari – ma di un segretario forte, capace di restare in carica per l’intero mandato. Ipotesi di più basso profilo, al contrario, aprirebbero la strada a un congresso anticipato, da tenersi nel 2019.

Ad offrire nuovi argomenti per il confronto interno, c’è stata anche la ‘discesa in campo’ di Nicola Zingaretti, presidente del Lazio fresco di riconferma che, sulle pagine di Repubblica, ha fatto saper di essere “pronto per correre alle primarie del Pd”. Una accelerazione ben accolta dalla minoranza dem che, con il ministro Andrea Orlando, la definisce una “buona notizia per il Pd”. Più fredde le reazioni di alcuni esponenti renziani che sospettano si possa trattare di una mossa per evitare l’elezione di un segretario di peso e nel pieno delle sue prerogative già all’assemblea di aprile, per andare alle primarie tra un anno. Nel gruppo dirigente del Pd, tuttavia, c’è anche chi invita a mettere da parte il dibattito sui nomi, “per rimettere insieme i cocci e dare mandato a chi per funzione, cioè a Maurizio Martina, ha il compito di riemettere insieme una comunità stordita, definendo un percorso di ricostruzione del nuovo centro sinistra, portandola all’opposizione”, viene spiegato. “Poi Nicola è un’ottima persona, per carità, ma calma e gesso”.

Intanto c’è già chi, come il ministro Minniti, ha lanciato l’allarme per il quale “adesso per la prima volta il Pd rischia di scomparire”. Parole amare e preoccupate con il ministro degli interni ha parlato a la Stampa. “Queste elezioni – ha detto – rappresentano una sconfitta storica per la sinistra. Il colpo subito dal Pd con un risultato poco sopra il 18% diventa ancora più sconvolgente se lo guardiamo da vicino”.

Renzi innesca la bagarre nei dem accusando Gentiloni

gentiloni-renzi9.jpg_997313609Non bastavano le liti interne, la spaccatura che ha portato alla nascita di un’altra sinistra, non bastava aver ‘congelato’ le proprie dimissioni dopo il flop elettorale. Matteo Renzi va oltre, non si assume nessuna responsabilità per la debacle del Pd, ma punta il dito direttamente contro i due Capi delle Istituzioni: Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni. Quest’ultimo è stato sempre molto apprezzato non solo dal suo Partito, ma anche tra gli italiani e dopo solo un anno di Governo. Gentiloni è stato tra i pochi del Pd a non essere azzoppato dal voto, ha vinto il suo collegio con percentuali ottime a differenza di Franceschini e Minniti e nonostante si sia sempre distinto per la sua compostezza stavolta non ha retto alle accuse del segretario Renzi. L’attuale Presidente del Consiglio alla fine si è “arrabbiato”, tanto da aver esclamato: “Mi ha dato dell’inciucista. Lui a me”. E dopo aver ribadito che lui non sta pensando a fare accordi di un certo tipo con nessuno si sarebbe sfogato dicendosi “sconvolto” dal discorso di Renzi, “per come ha ricostruito i motivi della sconfitta” e per quelle dimissioni che dimissioni in realtà non sembrano.
Le accuse a Gentiloni unite alle sue ‘dimissioni congelate’ hanno riaperto la ferita nel Partito democratico, già alle prese con la più grande batosta elettorale per la sinistra nell’Italia Repubblicana. La delusione è cocente e si fa strada nelle decisioni dei dem: la prima è proprio una dei renziani della prima ora, la governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani (che ha strappato al fotofinish un seggio in Parlamento, grazie al meccanismo del calcolo dei resti) ma che annuncia di lasciare la segretaria nazionale. “Alla luce del risultato delle elezioni, per senso di responsabilità nei confronti di tutta la comunità del partito, ho preso la decisione di dimettermi dalla Segreteria nazionale del Pd”, ha annunciato: “Un atto – dice – doveroso e improrogabile”.
Ma i malumori si sono propagati tra i big del Pd dopo le accuse del senatore Zanda, tra questi anche il Vice Maurizio Martina, mentre Gianni Cuperlo, espressione della minoranza interna, la delusione è forte: “Dal segretario di un partito pesantemente sconfitto dal voto, mi sarei atteso un’assunzione di responsabilità, come classe dirigente, che non passasse solo dall’affermazione ‘prendo atto e me ne vado’ ma da un’analisi dei limiti dell’azione condotta in questi anni”. E a proposito delle affermazioni del segretario, che accusa il presidente Mattarella di non aver concesso due finestre elettorali più favorevoli parla di “passaggi francamente inaccettabili. Come anche la scelta di rinviare le dimissioni a dopo la formazione del nuovo governo”.
Lorenzo Guerini prova a rimettere pace: “Lunedì prossimo faremo Direzione nazionale e quello sarà il luogo e il momento per aprire una riflessione seria e responsabile sui risultati e sui prossimi passaggi”. Afferma il coordinatore della segreteria del Partito Democratico.
Nel frattempo si profilano già le candidature, più o meno implicite, di due governatori, Sergio Chiamparino e Nicola Zingaretti, ultimi capisaldi di una sinistra sbaragliata ovunque.
Ma Renzi, dopo la smentita sulla sua settimana bianca, fa ben capire di non lasciare senza aver ‘combattuto’ l’ultima battaglia e continua ad accusare gli altri. “Le elezioni sono finite, il PD ha perso, occorre voltare pagina. Per questo lascio la guida del partito. Non capisco le polemiche interne di queste ore. Ancora litigare? Ancora attaccare me?”. Matteo Renzi replica via social network ai suoi critici, fuori e dentro il Pd. Ai primi, ai media, spiega che “parlare di me, ancora, è inspiegabile. Sono altri, adesso, a guidare il Paese: occupatevi di loro, amici dell’informazione”. Agli altri, all’opposizione interna, lancia la sfida a confrontarsi a carte scoperte in Direzione: “Per me il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”.

LA DEBACLE

apre renzi 1

“Abbiamo riconosciuto che si tratta di una sconfitta netta che ci impone di aprire una pagina nuova all’interno del Pd. Siamo orgogliosi dello straordinario lavoro di questi anni”. Lo ha detto il segretario del Pd, Matteo Renzi, in conferenza stampa al Nazareno dopo le i risultati elettorali che hanno sancito la sconfitta del centro sinistra e portato il Movimento 5 Stelle ad essere la prima forza mentre la coalizione più votata è stata quella di centro destra con un scambio dei valori in campo, la Lega primo partito a discapito di Forza Italia.

Una sconfitta netta. Che ha portato il segretario del Pd a rassegnare le dimissioni spinto anche dalle pressioni della minoranza. La seconda pesante sconfitta dopo quelle del referendum del 4 dicembre sulle riforma della Costituzione, che gli costò il posto a Palazzo Chigi. “Coloro i quali si sono opposti alla riforma – ha detto Renzi – più di un anno, fa oggi sono vittime di quel modello. In questa campagna elettorale segnata dalle bugie ce n’è una più grande di tutte: non faremo mai accordi”. “È ovvio – ha continuato – che io lasci la guida del Pd e come previsto dallo Statuto ho già chiesto di convocare una Assemblea nazionale per aprire la fase congressuale. Questo accadrà al termine della fase di insediamento del nuovo Parlamento e la formazione del nuovo governo”.

Renzi chiede subito un congresso “che a un certo punto permette alla leadership di fare ciò per cui è stato eletto. Non un reggente scelto da un ‘caminetto’, ma un segretario scelto dalle primerie”. E sul governo e possibili appoggi sgombra il tavolo dalle varie ipotesi: “Abbiamo detto in campagna elettorale no a un governo con gli estremisti. Non abbiamo cambiato idea nel giro di 48 ore”. Quindi a detta di Renzi il “Pd non sarà la stampella forze antisistema”. E sul lavoro svolto dal governo in questi anni Renzi rivendicato nella conferenza stampa al Nazareno la ora “la casa è molto più in ordine e tenuta bene”. “Faremo una opposizione che non si attaccherà alle fake news e non pedinerà gli avversari”. “Ci riprendiamo – ha detto ancora – la libertà di fare la politica al di fuori dai perimetri dei palazzi”. “Il Pd – ha concluso – è qui per dire no inciuci, no caminetti, no estremisti. Chi ha la forza per governare lo faccia”.

Polemico il capogruppo Pd Luigi Zanda che non ha apprezzato la tempistica tracciata dal segretario. “La decisione di Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile” ha detto Zanda. “Serve solo a prendere ancora tempo”. “Le dimissioni di un leader sono una cosa seria, o si danno o non si danno. E quando si decide, si danno senza manovre”. Serve “collegialità che è l’opposto dei caminetti” e “annunciare le dimissioni e rinviarne l’operatività per continuare a gestire il partito e i passaggi istituzionali delle prossime settimane è impossibile da spiegare”.  “Quando Veltroni e Bersani si sono dimessi – ha ricordato Zanda – lo hanno fatto e basta. Un minuto dopo non erano più segretari”.