Consip. Nencini, “Usare il nome preciso: complotto”

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Martedì scorso, 12 settembre, non soltanto caso Regeni e situazione libica, con particolare riguardo ai flussi migratori, tra i temi discussi durante l’audizione del premier Paolo Gentiloni, presso il Copasir. Sul tavolo anche la vicenda Consip, con gli ultimi sviluppi, legati al ruolo dei carabinieri, in particolare di Gianpaolo Scafarto, l’ufficiale del Noe sotto inchiesta per falso e rivelazione del segreto istruttorio nell’ambito del caso e di Sergio De Caprio, noto come capitano Ultimo.

Un incartamento complicato analizzato su più fronti. Ora, dopo essere stato trasmesso dal Csm, è all’esame dei pm di piazzale Clodio. In mattinata, nell’ufficio del procuratore Giuseppe Pignatone, alla presenza dell’aggiunto Paolo Ielo e del sostituto Mario Palazzi, c’è stata una prima visione del contenuto, diverse decine di pagine di verbali di audizioni, della pec arrivata da palazzo dei Marescialli. Lo studio delle carte proseguirà nel pomeriggio ed al termine di questa attività gli inquirenti decideranno se inserire la documentazione in un nuovo fascicolo oppure in quello già esistente sulla vicenda Consip.

“Non amo il vittimismo. Non mi convince – scrive Matteo Renzi sulla sua pagina Facebook – chi si piange addosso, chi ha sempre un alibi, chi vive di fantasie. Per questo sulla vicenda Consip non ho mai pronunciato parole quali golpe o complotto. Ho sempre detto una cosa diversa: pieno rispetto delle istituzioni, sempre. Ci sono delle ‘coincidenze’ strane in questa storia. Toccherà ai magistrati fare chiarezza. Noi aspettiamo la verità senza gridare. Chi ha cercato di lucrare su un’indagine come Consip oggi dovrebbe avere l’onestà intellettuale di farsi alcune domande”, prosegue il segretario del Pd. “Noi sappiamo che per colpa di un carabiniere che falsifica un atto non si può attaccare l’Arma dei Carabinieri che è un pilastro insostituibile della nostra comunità. Per colpa di un servitore dello stato che viola il proprio dovere ce ne sono migliaia che ci rendono orgogliosi di essere italiani. Dunque: nessuna polemica strumentale”. “Aspettando la verità – ha concluso – ci troverete sempre e per sempre dalla stessa parte: quella del rispetto delle istituzioni, quella della giustizia e non del giustizialismo. Noi non siamo i populisti che urlano tanto e razzolano male”.

Il segretario del Psi Riccardo Nencini la politica non deve avere paura di chiamare le cose con il proprio nome. “Il vocabolario ha un nome preciso per giudicare il caso Consip. ‘Complotto’, e come obiettivo aveva il capo del governo. La politica ha il dovere di urlarlo senza paura”. “Per l’appunto – ha aggiunto Nencini – proprio nei giorni in cui Orsoni viene prosciolto – e si dimise da sindaco di Venezia – cadono le accuse su Mastella – crollò il governo Prodi – e Di Pietro dichiara di aver utilizzato con disinvoltura la paura delle manette. E non dimentico il caso C. Ricordate?”.

Luigi Di Maio capovolge
la linea di Grillo

grillo-dimaioPacato, dialogante, pragmatico. Luigi Di Maio, 31 anni, vice presidente della Camera, accelera nel tessere la sua “tela governativa”. Indica la strada del M5S “partito di governo” e non più di “opposizione anti-sistema”.

Il candidato in pectore cinquestelle a presidente del Consiglio capovolge la vecchia impostazione dei cinquestelle: “Non vogliamo un’Italia populista, estremista o anti-europeista. Il nostro obiettivo è creare e non distruggere”. Addirittura si ispira al premier conservatore della destra europeista spagnola Mariano Rajoy: “Il mio modello è il governo Rajoy”. Questa volta, per perseguire il suo progetto, è andato anche nella “tana del lupo” per illustrare la svolta, domenica 3 settembre è intervenuto al Forum Ambrosetti di Cernobbio sul lago di Como, il tradizionale appuntamento annuale delle classi dirigenti italiane, europee ed americane. Ha corteggiato i ‘poteri forti’: “Noi vogliamo una Italia smart nation, che investa nelle nuove tecnologie sia nel pubblico sia nel privato e quindi che cominci a creare lavoro e valore in questo settore”.

Addio agli attacchi agli oligopoli capitalisti, all’Europa e alla moneta unica. Di Maio, anzi, si mette tra i sostenitori dell’Unione europea e precisa: il referendum per abolire l’euro è solo una “extrema ratio” perché “noi non vogliamo distruggere, ma cambiare” la valuta unica europea.

E’ un preciso messaggio lanciato ai banchieri e ai grandi imprenditori italiani ed esteri, di casa nei seminari tenuti a Cernobbio, e visti dall’ala oltranzista del M5S come “i grandi nemici” del popolo sfruttato e impoverito dalla Grande crisi economica internazionale del 2008.

Di Maio ha operato lo “strappo” nonostante le tante critiche e i molteplici altolà dell’ala intransigente dei cinquestelle. Solo pochi giorni fa Ferdinando Imposimato, ex magistrato, uno dei candidati dal M5S a presidente della Repubblica, aveva condannato la scelta del vice presidente della Camera: “Che tristezza che il candidato premier M5S Luigi Di Maio si sieda a Cernobbio con un esponente della Trilatarale, che voleva la riforma della Costituzione. Il dialogo con i nemici della democrazia non è tollerabile. E’ la fine dell’alternanza”.

Di Maio, giacca, cravatta, cortese, niente insulti, sta perseguendo con tenacia, tra non pochi attacchi dall’interno del movimento pentastellato, il suo disegno di lasciare l’opposizione totale anti-sistema per approdare al governo nazionale dopo aver conquistato i sindaci di tante e importanti città italiane.

Negli ultimi due anni ha incontrato in Italia e nei suoi viaggi negli Usa e nella capitali europee diplomatici, politici, imprenditori, finanzieri di tutte le più importanti nazioni. La sua popolarità sta aumentando sempre di più. Gli ultimi sondaggi lo danno testa a testa con Matteo Renzi nelle preferenze degli italiani,per Palazzo Chigi. E precede Paolo Gentiloni, Silvio Berlusconi ed Angelino Alfano.

Tuttavia da qui alle elezioni politiche all’inizio dell’anno prossimo, la strada è ancora lunga. Può succedere di tutto. L’ala dei cinquestelle dei “puri e duri”, fedele al partito anti-sistema e anti-casta portato a uno strepitoso successo da Beppe Grillo, è mobilitata contro di Maio. Le insidie, poi, potrebbero arrivare anche da più vicino. Alessandro Di Battista non dà per scontata la candidatura di Di Maio alla presidenza del Consiglio. Il giovane deputato cinquestelle ha avvertito alla Festa del Fatto Quotidiano a Marina di Pietrasanta: “Io non credo che ci sarà un solo candidato”. E non è escluso che un altro candidato possa essere proprio Di Battista.

Poi sono sempre in agguato possibili “scivoloni”, tipo quello su Raffaele Marra nominato capo del personale del comune di Roma e poi finito in manette per gravi reati. Oppure ci sono gaffe come quella nella quale paragonò Matteo Renzi a “Pinochet in Venezuela”, mentre il generale golpista realizzò una sanguinosa dittatura nel Cile, un altro paese del Sud America. Di Maio fece immediatamente una rettifica per correggere l’errore, ma la caduta fece epoca.

Grillo finora l’ha sostenuto, anche se si infuriò per i suoi errori. Il garante del M5S per un periodo mise da parte Di Maio, poi gli confermò la sua fiducia. Ora il capo carismatico dei cinquestelle si dovrà pronunciare sulla svolta che capovolge la sua classica linea politica: l’attacco ai partiti tradizionali tradizionali, alla classe dirigente e ai grandi imprenditori italiani colpevoli del “fallimento” dell’Italia. Le accuse di “colpo di Stato”, di “golpettino furbo” e la rivendicazione del populismo (“Sono fiero di essere populista”) si sono sprecate per anni.

Si sono sprecate, ma da un po’ di tempo le urla anti-casta e anti-sistema non si sentono più. Né si sentono più gli insulti, le roboanti manifestazioni di piazza a colpi di “vaffa…”. Né, tantomeno, si ode più la minaccia di promuovere un referendum per far uscire l’Italia dall’euro. Forse in Grillo sta prevalendo la linea meno dura, quella di vincere “senza mettere paura” all’elettorato moderato. Comunque, adesso il vice presidente della Camera sta navigando con il vento a poppa.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Moody’s vede positivo per il Pil Italiano

Moody'sMoody’s rivede al rialzo le stime di crescita dell’economia italiana. L’agenzia internazionale di rating stima per il 2017 e il 2018 una crescita del Pil dell’1,3%, contro lo 0,8% e l’1% previsti in precedenza. A sostenere il miglioramento delle stime sull’Italia, spiega il Global macroeconomic outlook di Moody’s, sono sostanzialmente “la politica monetaria e di bilancio e una ripresa più forte nell’Ue”. Nel complesso la stima è di una crescita del 2,1% nell’Eurozona per il 2017 e dell’1,9% nel 2018, dopo il +1,6% del 2016.

“I robusti indicatori – spiegano gli esperti dell’agenzia parlando dell’Ue – suggeriscono che la crescita subirà un’accelerazione per il resto dell’anno, mentre l’indice di fiducia dei consumatori si attesta al top da 16 anni e fa ben sperare per una ripresa sostenuta dai consumi”. Riviste al rialzo anche le stime di crescita di Germania, al 2,2% e al 2%, e Francia, all’1,6% per il biennio 2017-18 dall’1,3% e dall’1,4%.

Immediate le reazioni politiche alle nuove stime, complici anche i dati positivi sull’andamento del fatturato nei servizi dell’Istat (che aumenta dello 0,7% rispetto al primo trimestre 2017) e sulla fiducia dei consumatori nella zona euro (con l’Italia al top). Dati, questi ultimi, sottolineati e rilanciati anche dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: “Istat, Ue. Risultati positivi fanno crescere fiducia nella nostra economia. Impegno perché più fiducia significhi più lavoro”, scrive su Twitter.

Tra le prime voci del Pd a commentare ‘a caldo’ le nuove stime c’è Matteo Renzi, che su Facebook scrive: “Ciò che abbiamo costruito in questi anni sta finalmente dando frutti per l’Italia”. Per Ernesto Carbone si tratta di “risultati confortanti”, di chi, come il Pd e i governi Renzi e Gentiloni, ha sostenuto la crescita contro “la decrescita felice” auspicata dal M5S. “Tutti gli indicatori – afferma il responsabile sviluppo del Partito democratico – dicono che le riforme e in generale le politiche adottate dal governo Renzi e poi proseguite da quello Gentiloni stanno ottenendo importanti risultati che dovranno essere ulteriormente rafforzati e stabilizzati”. Sulla stessa lunghezza d’onda Debora Serracchiani (“Pil, l’Italia conferma il segno +. Riforme realizzate dai governi Pd hanno rilanciato la crescita con cui è possibile ridurre le diseguaglianze”), Matteo Colaninno (“Il merito, oltre che di un clima internazionale ed europeo molto più favorevole, è delle riforme che i Governi Renzi e Gentiloni hanno voluto tenacemente e coraggiosamente portare avanti”).

Di ben altro tenore i commenti dei forzisti Daniela Santanchè (“Non credo che l’Italia dovrebbe farsi influenzare dai giudizi di Moody’s) e Lucio Malan (“Siamo alle solite: un Governo che strumentalizza dei numeri velatamente positivi per sponsorizzare la propria causa”.

Il renzismo e la prospettiva di una nuova “Terza Forza”

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Sul merito della questione “vitalizi” il nostro direttore e le altre voci ospitate dall’Avanti! hanno allegato tutte le considerazioni possibili per dimostrare che la legge Richetti è un vulnus al Parlamento e dunque alla Costituzione e alla democrazia. La prosa di Mauro si segnala per il pathos che la caratterizza: quasi una trasfigurazione lirica della bella politica. Non aggiungerò una sola parola per argomentare il mio “lucro cessante” (così si chiama nelle pandette) derivato dal mancato o ridottissimo esercizio della attività professionale da quando ho dedicato me stesso al lavoro politico. Ribadisco soltanto un’ovvietà: quando ho varcato per la prima volta la soglia di Palazzo Madama conoscevo il “trattamento di quiescenza” che mi sarebbe spettato. Ne sapevo abbastanza per conoscere l’intangibilità dei diritti acquisiti. Sulla “bella politica” che ha dato un senso alla nostra milizia non farò chiose alla nobile palinodia di Mauro del Bue. Dico soltanto che, malgrado gli errori che ho sicuramente compiuto, sono orgoglioso della mia modesta “storia” personale.

E sono anche lieto che ci sia qualcuno, per la verità ex militanti del PCI come Sposetti e Macaluso, che biasimano come aberrante la cosiddetta “abolizione dei vitalizi”, di cui si gloria in televisione il “sassolino” Matteo Richetti, ancorché si tratti di un progettato “taglio”. Confido che durante l’esame della legge al Senato non rimarrà silente il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.

Ciò premesso, allineo alcune riflessioni politiche. Richetti è il portavoce del PD; i deputati del PD hanno sostenuto e votato la demagogica legge del veltro di Sassuolo. Dunque la normativa approvata dalla Camera rispecchia la volontà del segretario del PD, Matteo Renzi. Dunque noi socialisti, che abbiamo reso esplicito la nostra disapprovazione, dobbiamo affrontare il “caso Renzi” oggi.

Entro in argomento con una confessione personale. Quando il boy scout di Rignano ha corso nelle primarie come candidato alla Presidenza del Consiglio sono andato a votarlo insieme ad alcuni amici e compagni del mio paese. E’ andata a finire che i socialisti “hanno vinto il seggio”, come dicevano, sconcertati, i postcomunisti inossidabili del posto. Ho votato sì al referendum sulla riforma del Senato, sia pure turandomi il naso. Ho pensato e detto che noi della vecchia guardia socialista, novelli Ulissidi, non potevamo che sostenere “Matteo-Telemaco”. E adesso, mentre Telemaco ruba il mestiere a Grillo e Casaleggio? Dico subito che esagera chi è convinto che “Renzi sia finito”. E tuttavia è difficile negare qualche fondamento alle severe argomentazioni che Enrico Cisnetto ha allineato nel numero del 29 luglio della News Letter di Terza Repubblica: “La rottamazione è stata una parola d’ordine fortunata, ha incarnato esigenze effettive, ma ha finito col lisciare il pelo al populismo”. Vero: lo conferma la demagogica impresa richettiana sui vitalizi. Ma la diagnosi di Cisnetto è ancor più severa sul bilancio della “gioventù bruciata” dei quarantenni rottamatori: “Non ha dimostrato una reale autosufficienza, non solo perché priva della necessaria esperienza e di adeguata preparazione…ma perché inconsapevole di questa mancanza e comunque indisponibile a cercarla laddove presente”.

Non possiamo, nel nostro piccolo, fingere che questo giudizio negativo non sia sempre più diffuso. Tocca anche a noi aprire sul punto la discussione nel centro-sinistra, al riparo da ogni tendenza nichilista, ma con il proposito di suscitare anche all’interno del PD e nei centri di cultura politica una esegesi critica ed autocritica ed una nuova elaborazione progettuale.

La mia esperienza personale richiama alla mente gli anni dell’egemonia democristiana che precedettero la svolta dei primi governi di centro-sinistra con la partecipazione dei socialisti. Allora fu determinate la “Terza forza” composta dal PRI e dal neonato Partito Radicale. L’eclissi del renzismo conferma che anche oggi può essere virtuosa, nell’interesse del Paese, l’opera critica e propositiva di una nuova “Terza Forza”, di cui ho già patrocinato la nascita nel mio intervento dei giorni scorsi su questo giornale.

Leggo che Emma Bonino e Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico, danno vita a “Forza Europa”. Pare a me che nel Paese siano presenti altre energie politiche e culturali che dovrebbero entrare in campo. Non voglio sopravvalutare le nostre forze. E tuttavia, come ho già rimarcato, penso che l’Associazione Socialismo, Mondoperaio e l’Avanti, insieme all’intera comunità del PSI, possono operare attivamente per far uscire l’Italia dal cul di sacco rigonfio di renziani ed anti-renziani in perpetua lotta.

Fabio Fabbri

Post scriptum.
Apprendo dal fondo “domenicale” di Eugenio Scalfari che è frequente il suo dialogo diretto con Matteo Renzi. I consigli del fondatore di Repubblica, che è dotato di saggezza e di preclara intelligenza politica, sono sicuramente utili e benvenuti. Non basta però, caro Eugenio, l’invocato ausilio di Romano Prodi, di Enrico Letta e di Walter Veltroni. Osservo ancora che resta da chiarire il ruolo dell’ex Sindaco di Milano Pisapia. Vedo invece vivida la nuova stella di Marco Minniti. Saranno comunque essenziali per attivare il nuovo corso idee chiare, gente nuova e adesione ai problemi concreti: proprio come heri dicebamus.

Utoya sei anni dopo. Locatelli: la strage nascosta

isola-utoya-strage-breivikSabato 22 luglio è stato il sesto anniversario della strage di Utoya. “Una strage – ha detto Pia Locatelli ricordando l’eccidio – totalmente nascosta all’opinione pubblica nel suo preciso significato politico. Vennero uccisi 69 giovani socialisti e laburisti di tutta Europa, perché favorevoli ai valori del multiculturalismo, dell’immigrazione, dell’Unione Europea”.

“Oggi lo stragista Anders Behring Breivik è in carcere ma il suo manifesto politico, scritto tra il 2009 e il 2011, inviato via mail in tutta Europa, minaccia di realizzarsi. Il suo obiettivo è cacciare tutti gli immigrati, soprattutto quelli islamici, dal nostro continente. Per raggiungere questa meta Brevik elencò nel suo Compendium i partiti che avrebbero potuto agevolare l’impresa: Russia Unita di Putin, Le Pen in Francia, English Defence League in UK, Jobbik in Ungheria. Lega e Forza Nuova in Italia. Ebbene nel 2014 questi partiti hanno creato un gruppo unico all’Europarlamento e hanno rafforzato i loro rapporti con Mosca. Tutti ricordano il Bataclan, Nizza, Berlino e Manchester. Nessuno ricorda Utoya. Eppure per numero di morti ed efferatezza Utoya è stata una delle più sanguinose stragi del nuovo millennio. La strage fu la punta violenta di quegli slogan che oggi sono ripetuti a gran voce da Le Pen e Salvini”.

“Che risposta vuole dare l’Europa? Un eventuale Governo con la Lega che risposta darebbe a questo fenomeno epocale? Intendo ricordare Utoya – ha concluso Locatelli – solennemente perché fu la prima evidenza violenta di questo pensiero anti immigrazione e xenofobo che allontana le soluzioni per alimentare paure e irrazionalità all’unico scopo di guadagnare consensi elettorali. E intendo ringraziare ancora una volta Luca Mariani che con il suo prezioso libro su questa strage “Il silenzio sugli innocenti” ha impedito la cancellazione della sua memoria”.

Anche il regrerio del Pd Matteo Renzi ha ricordato la carneficina di sei anni fa. “È nostro dovere- ha detto – tenere vivo il ricordo di quei ragazzi che sognavano un mondo migliore. Fare politica significa anche tenere viva la loro speranza”.

“Breivik, un simpatizzante di estrema destra, nel processo disse che aveva fatto tutto perché ‘voleva fermare i danni del partito laburista e la decostruzione culturale della Norvegia a causa dell’immigrazione dei musulmani’. Nel processo fu riconosciuto sano di mente e condannato al massimo della pena prevista in Norvegia. In questi sei anni – ricorda Renzi- non ha mai mostrato segni di pentimento. La Norvegia reagì con grande forza di fronte a tutto quell’orrore. Quattro giorni dopo norvegesi scesero in piazza in tante città. L’allora primo ministro norvegese Stoltenberg pronunciò delle parole bellissime: ‘Migliaia e migliaia di norvegesi, a Oslo e in tutto il paese, fanno la stessa cosa stasera. Occupano le strade, le piazze, gli spazi pubblici con lo stesso messaggio di sfida: abbiamo il cuore a pezzi, ma non ci arrendiamo. Con queste fiaccole e queste rose mandiamo al mondo un messaggio: non permetteremo alla paura di piegarci, e non permetteremo alla paura della paura di farci tacere. Il mare di gente che vedo oggi davanti a me e il calore che sento da tutto il paese mi convince che ho ragione. La Norvegia ce la farà. Il male può uccidere gli individui, ma non potrà mai sconfiggere un popolo intero. Questa sera il popolo norvegese sta scrivendo la storia. Con le armi più potenti del mondo – la libertà di parola e la democrazia – stiamo disegnando la Norvegia per il dopo 22 luglio 2011’”.

Lettera Ue. Ok sconto ma tagli su spesa e debito

commissione_berlaymontLa Commissione europea dà il suo via libera, non ancora ufficiale, ma sostanziale, allo sconto chiesto dall’Italia sulla manovra per il prossimo anno. L’aggiustamento dei conti potrà essere meno pesante del previsto, purché l’Italia assicuri il rispetto di due raccomandazioni fondamentali: il calo del debito e la riduzione della spesa pubblica.

La lettera con cui Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno risposto alle richieste avanzate a fine maggio da Pier Carlo Padoan prelude, di fatto, a un via libera al Documento programmatico di bilancio che il Mef presenterà in autunno insieme alla Nota di aggiornamento del Def. Tanto da far sbilanciare anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, pronto ad accogliere la “buona notizia” in arrivo da Bruxelles.

“Sono fiducioso – ha detto il premier – che l’Italia che ha sempre rispettato le regole europee ottenga ragione sul fatto che le regole si rispettano ma su un percorso che tenda a incoraggiare la crescita ma non la deprima”. Senza dare peso alle polemiche degli ultimi giorni sulla proposta di Matteo Renzi di alzare al limite l’asticella del deficit, la Commissione non fa cifre, non esprime giudizi sullo 0,3% di correzione ritenuto adeguato dal Tesoro in sostituzione dello 0,6% previsto dalle regole. Guardando gli interventi necessari per disinnescare l’aumento dell’Iva utilizzato come clausola di salvaguardia significa che l’Italia risparmierebbe circa 9 miliardi che avrebbe dovuto usare a questo scopo.

Nella lettera la commissione Ue segue le logiche ripercorse dall’Italia nella richiesta. Assicura che utilizzerà “un certo margine di discrezione” considerando le deviazioni dal percorso di aggiustamento previsto dalla cosiddetta “matrice”. Nella sua valutazione terrà conto “in modo equilibrato” dei due obiettivi ritenuti ormai paritari: sostenere la ripresa e garantire la sostenibilità di bilancio. In pratica un riconoscimento alla linea che Padoan ha intrapreso da tempo e che va ripetendo in tutte le occasioni di incontro, nazionali e internazionali, per convincere interlocutori italiani ed europei della necessità di perseguire la “via stretta” tra crescita e consolidamento.

L’output gap, criticatissimo non solo in Italia, non sarà più quindi l’unico strumento di valutazione dell’ammontare della correzione, accetta anche in questo caso la Commissione, ma Roma dovrà fare la sua parte. Dovrà cioè rispettare le raccomandazioni Ue: assicurare il calo del debito pubblico e ridurre la spesa primaria. Nel 2018 una riduzione del deficit nominale ulteriore rispetto ai risultati già conseguiti, sebbene inferiore a quella indicata nel Def, consentirebbe al Governo di proseguire in una politica in qualche modo espansiva per l’economia. L’idea di fondo è quella di poter continuare a ridurre le tasse, intervenendo sul cuneo fiscale, ma anche oggi Padoan non si è fatto trascinare dall’entusiasmo.

“Bisogna valutare con attenzione come usare lo spazio fiscale, se limitato. – ha avvertito – Non tutti i tagli delle tasse hanno gli stessi effetti su crescita e occupazione”.

REMAKE EUROPEO

Padoan-Dijsselbloem (1)

Ancora scontro con Ue, Renzi ‘film visto, vinceremo’. “Un film già visto, ma vinceremo la partita” afferma il segretario del Pd, Matteo Renzi che non si lascia scomporre dal muro innalzato dall’Ue alla sua proposta sul deficit, forte anche del pieno appoggio che arriva dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. È dunque ancora teso il clima tra Renzi e Bruxelles: al centro dello scontro le politiche economiche dell’Unione europea e il Fiscal compact, con i rigidi paletti imposti sul deficit.

“Chiunque sarà presidente del Consiglio – afferma Renzi – la mia proposta” di superamento del fiscal compact e ritorno ai parametri di Maastricht con il deficit al 2,9% “sarà presa in considerazione. È importante che altri partiti e le altre forze politiche italiane capiscano che non è solo la proposta del Pd e di Renzi ma serve agli italiani: se potessimo con la riduzione del debito avere un margine di 30 miliardi, potremmo allargare la platea degli 80 euro, o introdurre l’assegno universale per i figli. Intervenire sui figli, sul
costo del lavoro, sul ceto medio si può fare se si abbassano 30miliardi di tasse”. Per Renzi “questa idea funziona e sono convinto che anche altri partii, dalla destra alla sinistra, dovrebbero prenderla in considerazione”.

Anche il ministro dell’Agricoltura e numero due del Pd, Maurizio Martina, fa quadrato attorno a Renzi, e stigmatizza la bocciatura di Dijsselbloem alla proposta di Renzi di portare il limite del deficit al 2,9%: “Io non accetto semplificazioni, le proposte vanno lette. No a semplificazioni di un ragionamento serio, noi vogliamo costruire delle proposte che impegnino il Paese per i prossimi cinque anni. Proviamo a ragionare su come attraverso il debito possiamo creare crescita”.

Per il Psi il la priorità è il rientro dal debito: “Gli atteggiamenti sprezzanti e di ostentata sufficienza – afferma Federico Parea, responsabile economico del Partito – con cui il presidente della Commissione Juncker e il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem hanno reagito alle proposte di Renzi in materia di fiscal compact non aiutano né la riflessione su temi così importanti né, aspetto forse anche più delicato, l’autorevolezza delle istituzioni che essi rappresentano”. “Quanto al merito della discussione stimolata dal segretario del Pd – continua Parea -, vincoli o non vincoli di bilancio, i socialisti sono aperti al confronto su ogni misura sia in grado di ridare slancio al sistema produttivo nazionale e sostanza ai redditi degli italiani” . “A noi risulta comunque evidente che – conclude Parea – ogni riflessione in materia di conti pubblici non possa aprirsi se non affrontando con rigore l’urgenza del rientro dal debito pubblico”.

Il segretario del Pd difende la proposta e attraverso i social network rilancia: ridurre il debito pubblico e tornare ai criteri di Maastricht “è una scelta, alla quale stiamo lavorando da anni. Non è una trovata last minute, può essere realizzata solo se l’Italia è forte, con un governo di legislatura davanti. Vantaggi: una riduzione di almeno trenta miliardi di tasse, da decidere in modo intelligente e selettivo per continuare il lavoro iniziato con la flessibilità. Nei fatti questa operazione è il secondo tempo della battaglia sulla flessibilità. E fateci caso: le reazioni degli europei sono le stesse, identiche anche nelle parole, alle reazioni di tre anni fa”. “Quando iniziammo a parlare di flessibilità tutti ci guardarono come fossimo pazzi. Tutti ci dissero: sarà impossibile, è contro le regole. Eppure l’Italia ce l’ha fatta, abbiamo ottenuto il risultato. Ce la faremo anche stavolta, amici”, è la convinzione di Renzi, che rimarca: “Essere europeisti non significa dire sempre sì a tutto quello che chiedono da Bruxelles, ma fare proposte a cominciare dagli investimenti in ricerca, dal servizio civile per giovani europei, dagli eurobond, dall’elezione diretta del Presidente della Commissione”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è “pienamente d’accordo con l’idea che il debito si abbatte con la crescita e che lo spazio fiscale che ogni paese ha a disposizione sia usato per decidere quali sono le misure che sostengono la crescita meglio di altre”. Per il titolare del dicastero di via XX Settembre mantenere il deficit al 2,9% per cinque anni “è una cosa che riguarda la prossima legislatura: l’attuale governo proporrà una legge di bilancio per il 2018 in coerenza con quanto già definito nel Def”.

“La nostra base di lavoro è il programma di stabilità presentato dal governo italiano, cioè il Documento di Economia e Finanza”, è la gelida replica del vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, rifiutandosi di commentare la proposta di Matteo Renzi. “Stiamo lavorando con il governo italiano, il suo primo ministro e il ministro Padoan”. Il Def “è quel che forma la base del nostro lavoro e servirà per la nostra valutazione dei progressi dell’Italia”, ha spiegato Dombrovskis. Padoan ha anche difeso la scelta della “coerenza” per il 2018: “Questo governo – ha detto – produrrà una legge di bilancio in coerenza con quello che è stato fatto per la semplice ragione che, a mio avviso, quello che è stato fatto va nella direzione giusta in termini di più crescita e meno debito”.

Ma sulla specifica proposta dell’ex premier Matteo Renzi, di mantenere il deficit al 2,9% per cinque anni in chiave espansiva, il ministro, incalzato dalle domande, non ha voluto rispondere. “Questo non mi riguarda – ha sbottato – mi state chiedendo un commento su un giudizio espresso esternamente al governo” e che riguarda la prossima legislatura, come aveva già detto ieri: “La mia risposta è del tutto evidente: se è la prossima legislatura, non è questa”.

125 ANNI DI BUONA STORIA

riccardo-nencini 125 anni“Oggi celebriamo 125 anni di buona storia che ha reso l’Italia più libera e più civile e non c’è una grande riforma di cui oggi godiamo i diritti che non sia passata dalle piazze o dal Parlamento con conquiste o leggi che i socialisti hanno firmato, sottoscritto e difeso fino alla fine” lo ha detto Riccardo Nencini, segretario dei Socialisti Italiani parlando con i giornalisti a Bari questo pomeriggio nella sessione di apertura del convegno “L’eresia dei liberi” dedicato ai 125 anni dalla fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, poi Psi, nato a Genova nel 1892 Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giacomo Matteotti, Giuseppe Saragat, Bettino Craxi e gli altri padri nobili del Socialismo italiano campeggiano al centro del manifesto della manifestazione che a Bari tra oggi e domani sta riunendo quanti si ispirano ancora a quella storia. In una sala all’interno della Fiera del Levante, vi sono fra gli altri Ugo Intini, Claudio Martelli, Claudio Signorile e, tra gli esponenti del socialismo pugliese, Alberto Tedesco già senatore, Gianvito Mastroleo, animatore della “Fondazione Di Vagno”, Franco Borgia, già parlamentare di Barletta che aprendo i lavori ha salutato “il compagno Rino Formica che tanto ha dato e continua a dare alla storia del socialismo italiano” e poi Daniela Mazzucca, prima e sinora unica donna sindaco di Bari nel 1992, quando il capoluogo pugliese fu, per una breve stagione, “la città più socialista d’Italia” sino ad ospitare nel 1991 l’ultimo congresso del Psi con Bettino Craxi poco prima del terremoto politico-giudiziario di ‘Tangentopoli’ e della fine della Prima Repubblica.

“Ma c’è una parte del futuro ancora più significativa che ci interessa – afferma Nencini – ed è riprendere questa storia su tre assi: un’Europa diversa che intanto, grazie agli eurobond, passi alla fase degli investimenti; una attenzione particolare al mondo dei migranti e dico che siamo favorevoli all ius soli a condizione che chi vive in Italia giuri sulla nostra Costituzione; poi serve defiscalizzare le assunzioni presso le imprese dei neoassunti”. In riferimento al destino del centrosinistra nell’ambito del dibattito sulla legge elettorale, Nencini ha affermato “bisogna presentarsi agli elettori con un progetto di centrosinistra e con una sinistra forte, coesa e la legge migliore è quella con un impianto maggioritario.” Il tema del leader e del ruolo di Matteo Renzi per Nencini è cruciale: “Renzi è il segretario del più grande partito della sinistra riformista italiana”. Pensando a Pisapia che però “domani non tiene a battesimo una sinistra alternativa. Una cosa è lui, un’altra è Articolo 1, un’altra ancora sono i vendoliani. Penso che si tratti di una giornata importante ma non decisiva. Oggi ha senso parlare di unità ma non certo dell’Unione di Prodi con 10-12 partiti diversi. Quando parlo di sinistra unita mi riferisco a una sinistra riformista unita ovvero il Pd, il Partito Socialista, una parte del mondo che si raccoglie attorno a Pisapia, sicuramente Emma Bonino, ovvero un mondo che ha fatto del riformismo la sua bussola di comportamento”.

Le rottamazioni incrociate
del centro sinistra

prodirenzi.jpgAvanti con la coalizione di centrosinistra. Basta coalizione. Rottamazioni incrociate. Proviamo una nuova coalizione o “larga” o “stretta”. La sconfitta elettorale ai ballottaggi di domenica 25 giugno brucia la pelle e i polmoni delle sinistre e del Pd. Le sinistre e i democratici respirano a fatica, con l’affanno, alla ricerca di una medicina efficace.

Per Prodi, Bersani, D’Alema, Pisapia, Nencini (sinistre riformiste esterne al Pd) la medicina è l’unità, la coalizione di centrosinistra: è questa la strada, ma diversamente modulata, per tornare a vincere sconfiggendo il centrodestra e i cinquestelle. Pier Luigi Bersani, però, ha chiesto “discontinuità” chiudendo la porta a una ricandidatura di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Andrea Orlando e Gianni Cuperlo (sinistra interna Pd) sollecitano Renzi a un immediato cambio di linea imboccando la strada della coalizione.

Sinistra Italiana, invece, non vuole più accordi con Renzi e con il Pd. Secondo Nicola Fratoianni e Stefano Fassina è ormai su posizioni neo centriste. La nuova sinistra radicale nemmeno vuol sentire parlare del segretario democratico. Tomaso Montanari e Anna Falcone, nell’assemblea del 18 giugno al Teatro Brancaccio a Roma, sono stati durissimi. Montanari ha tuonato: ormai Renzi «fa parte della destra».

Coalizione no, coalizione sì. Un caos post sconfitta elettorale. Renzi è per il no: «Il dibattito sulla coalizione addormenta gli elettori e non serve». Il segretario del Pd ha indicato un’altra strada, quella della leadership, dei risultati, dei progetti e dei contenuti: «Agli italiani interessa cosa facciamo sulle tasse…Trovatemene uno interessato alle coalizioni e gli diamo un premio fedeltà».

Renzi sembra intenzionato a rottamare la coalizione di centrosinistra puntando le sue carte sull’autosufficienza del Pd. Nelle elezioni comunali il segretario democratico ha scelto le coalizioni, ma ha perso anche a Genova nella quale il centrosinistra era unito. Così sindaco della città, storica roccaforte “rossa”, è divenuto un uomo del centrodestra, anche grazie all’aiuto dei voti targati cinquestelle.

Una “legnata” sulla testa di Romano Prodi. Va in rotta di collisione con Renzi. L’inventore dell’Ulivo, dell’Unione di centrosinistra e del Pd si era mostrato pronto a spendersi come “federatore” per ricomporre le tante divisioni del centrosinistra. La polemica con Renzi è dura: «Leggo che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà, la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino».

Sembra che Prodi si sia infuriato soprattutto dopo aver letto l’affermazione di Renzi al ‘Quotidiano Nazionale’: «I migliori amici di Berlusca sono i suoi nemici, che invocano coalizioni più larghe…». Secondo quel ragionamento, ha pensato Prodi, Renzi imputava la sconfitta del Pd a tutti i sostenitori della coalizione di centrosinistra, compreso l’inventore dell’Ulivo. Poi un post di Matteo Orfini su Twitter ha fatto deflagrare lo scontro. Il presidente del Pd aveva messo su Twitter un’immagine di un vertice dell’Unione ai tempi di Prodi. Si vedeva un enorme tavolo con l’allora presidente del Consiglio, alcuni ministri e una miriade di esponenti di partiti, partitini e micro partiti (in tutto 33 persone). L’immagine era accompagnata da un commento di Orfini dal sapore ironico: «La nuova linea è ‘Renzi convochi subito il tavolo del centrosinistra!’. Favoriamo l’immagine per facilitare il lavoro».

Non l’ha presa bene nemmeno Bersani. L’ex segretario del Pd, da febbraio nel Mdp, ha considerato atti di ingenerosità” o perfino “canaglieschi” addossare agli scissionisti e alla sinistra in genere la responsabilità della “botta” alle comunali.

Ma la stessa maggioranza renziana è in fibrillazione. Dario Franceschini, uomo forte della maggioranza del partito, critica il segretario e il no alla coalizione: «Il Pd è nato per unire, non per dividere». I renziani di stretta osservanza sono in allarme. Temono un attacco concentrico contro il segretario, appena rieletto dal congresso a grande maggioranza di voti nelle primarie. Il primo passo dei critici sarebbe di candidare non Renzi, ma un altro nome a presidente del Consiglio tipo Enrico Letta o Carlo Calenda.

Tiene banco un caotico scontro. Il progetto di coalizione di fatto è archiviato. Sono arrivate rottamazioni incrociate, operate in modo corale e con obiettivi contrapposti dai diversi protagonisti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Nencini. Patto con gli Italiani con la sinistra riformista

Nencini-Psi“Sabato 1 luglio Pisapia a Roma, i socialisti a Bari. Noi celebreremo i 125 anni di storia del socialismo italiano. Non siamo nati ieri. Siamo quelli che hanno fatto l’Italia più libera e più civile”. E’ quanto ha dichiarato il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, riferendosi alle celebrazioni del 125mo anno dalla fondazione del Psi, che i socialisti festeggeranno in una Kermesse di due giorni a Bari, alla fiera del Levante, venerdì 30 giugno e sabato 1 luglio. Domani, mercoledì 28 giugno, alle ore 13.15, Nencini e i parlamentari e dirigenti del Psi, tra i quali Pia Locatelli, Oreste Pastorelli, Enrico Buemi, Gian Franco Schietroma, Maria Pisani e Claudio Altini, presenteranno l’evento in una conferenza stampa che si terrà presso la sala stampa della Camera dei Deputati.

Sarà l’occasione per fare il punto sul dopo voto delle elezioni amministrative e sulle prossime sfide del centrosinistra. Nencini aggiunge: “Proprio da qui lanceremo tre appelli: al voto alla scadenza naturale, una legge elettorale di stampo maggioritario, un Patto con gli Italiani siglato da tutta la sinistra riformista”- ha concluso Nencini.

Continuano intanto le polemiche all’indomani dei ballottaggi. Il segretario del Pd Matteo Renzi, ha fatto la sua analisi durante la rassegna stampa del Nazareno: “Le continue esasperanti polemiche nel centrosinistra alla fine – ha detto – non fanno altro che agevolare il fronte avversario. È stato sempre così. Ma se in tanti pensano che il problema sia soltanto dentro il Pd, è chiaro che poi alle elezioni rischia di vincere qualcun altro”. “Noi – aggiunge – spalanchiamo le finestre e parliamo agli italiani. Se si perdono le elezioni è perché non si parla con la gente, non perché si fanno complicati giochi alchemici in quel di Roma. Il Pd ha risultati e una visione per i prossimi anni”. E aggiunge: “Bene quel che abbiamo fatto nei Mille giorni e quel che sta facendo il governo Gentiloni. Da venerdì al forum dei circoli di Milano vogliamo parlare di dove vogliamo portare l’Italia nei prossimi tre anni. Il Pd è l’unica forza che parla di contenuti: se si parla di contenuti non abbiamo nulla da perdere”.

Insomma Renzi non si sente affatto lo sconfitto di questo turno di amministrative. “Sconfitto io? Non mi pare proprio”. E sulle coalizione afferma: “Si conferma la tesi che i migliori amici del Berlusca sono i suoi nemici. È stato infatti ancora una volta dimostrato che quelli che invocano una coalizione di centrosinistra larga il più possibile fanno il gioco del centrodestra, e non del Pd”. La sua seconda riflessione riguarda esponenti come Prodi, Orlando, Pisapia, Bersani, gente “che da giorni si era preparata la parte in commedia: erano pronti a dire ‘Renzi perde, vince la coalizione’, ma la realtà è stata un’altra”.

Un dibattito in cui è intervenuto anche l’ex presidente del consiglio Romano Prodi: “Leggo  – ha affermato  in un nota – che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ più lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà: la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino”.