LA RICOSTRUZIONE

terremoto gentiloniFlessibilità e terremoto. Questi i temi di confronto ancora aperti su cui il governo stra trattando con Bruxelles. Il Premier, Paolo Gentiloni, dice chiaramente che il negoziato con Bruxelles per strappare nuova e necessaria flessibilità. Lo fa nel corso della conferenza stampa sulle misure messe in campo dal governo per il sostegno ai territori colpiti dal terremoto. “Sul tema del Patto di stabilità e dei suoi margini c’è una discussione in corso con la Commissione Europea che non riguarda solo l’Italia. La flessibilità nell’attuazione di queste norme è necessaria, oltre che possibile”, afferma il presidente del Consiglio. Che, poi, conferma gli impegni a correggere dello 0,2 per cento, per un totale di 3,4 miliardi di euro, la legge di Bilancio. Si tratta della ‘manovrina’ chiesta da Bruxelles e in mancanza della quale l’Italia andrebbe incontro a una procedura di infrazione per deficit eccessivo. Non si tratterà, però, di una manovra fatta solo di correzioni. “Il decreto che faremo a metà aprile”, spiega Gentiloni, “sarà correttivo, certo, ma anche di crescita”. E qui Gentiloni conia una definizione nuova nel vocabolario politico economico: un ‘Dec’, un documento economico per la crescita in cui inserire anche il fondo per la ricostruzione di oltre un miliardo l’anno per tre anni. “Il fondo ci servirà a fare tre cose: misure per la ricostruzione nel cratere del terremoto, misure di sostegno al reddito, misure per la sicurezza degli edifici anche oltre il cratere. Credo sia un modo per dare un messaggio di continuità alle popolazioni rispetto a un lavoro che va avanti dalla metà di agosto. Ma è anche il modo per raccogliere sollecitazioni e richieste che nel corso di queste settimane si erano manifestate”, spiega Gentiloni per poi sottolineare: “La creazione del fondo per le zone colpite dal terremoto non inciderà sull’indebitamento netto”.

Gentiloni continua spiegando che “dopo questo passaggio, ci saranno quelli del Def, il 10 aprile, “che ci darà le prime informazioni per quanto riguarda il bilancio di fine anno”, e soprattutto la ‘manovrina’ da approvare entro il 30 aprile. Il terzo appuntamento è quello dell’autunno, con la preparazione della legge di Bilancio per il 2018. Passaggi non banali, visto il pressing da più parti per evitare manovre depressive che vanifichino quanto fatto negli ultimi tre anni di legislatura con l’obiettivo di far ripartire la crescita.

Ma c’è dell’altro: il passaggio di aprile coincide con la chiusura del congresso del Pd. E le tensioni interne potrebbero avere delle conseguenze con pressioni eventuali sulle decisioni e gli orientamenti dell’esecutivo. Matteo Renzi è ancora in vantaggio sugli inseguitori Andrea Orlando e Michele Emiliano. Ma l’ex segretario eviterebbe volentieri di tornare alla guida del partito nel momento in cui il governo, di cui il Pd è azionista di maggioranza, aumenta tasse e accise. A dare una mano a Gentiloni potrebbero arrivare i due appuntamenti elettorali europei: in Germania e Francia, infatti, le urne sembrano destinate a favorire le forze europeiste e progressiste. Se così fosse, l’Italia troverebbe delle sponde importanti per fare passare il suo messaggio di stop all’austerity ed avere più margini così da evitare misure impopolari.

Si diceva del terremoto e dei finanziamenti per la ricostruzione. Gentiloni ne parla dopo la riunione svolta in mattinata a Palazzo Chigi con e i presidenti Nicola Zingaretti (Lazio), Luca Ceriscioli (Marche), Catiuscia Marini (Umbria), Luciano D’Alfonso (Abruzzo), il commissario per la ricostruzione, Vasco Errani, e il capo del dipartimento Protezione civile, Fabrizio Curcio. Le cifre parlano di un fondo da oltre un miliardo l’anno per tre anni per la ricostruzione e il sostegno alla crescita. “Abbiamo riunito stamattina una cabina di regia assieme al commissario Errani, al direttore della Protezione Civile Curcio e ai presidenti delle quattro Regioni colpite dai terremoti in questi sette mesi. Un metodo di lavoro molto importante e un messaggio che guarda l’impegno del governo e si tradurrà nel decreto che faremo a metà aprile”. “In questo decreto – aggiunge Gentiloni – inseriremo un fondo alla ricostruzione che sarà un fondo rilevante dell’ammontare di oltre un miliardo l’anno per i prossimi tre anni”. Nell’istituire il fondo, l’esecutivo si muove per tre direttrici: “Misure per la ricostruzione nel cratere del terremoto, misure di sostegno al reddito, misure per la sicurezza degli edifici anche oltre il cratere”. Un modo, per Gentiloni, di dare un “messaggio di continuità alle popolazioni rispetto a un lavoro che va avanti dalla metà di agosto”.

“Completeremo in un tempo ragionevole i sopralluoghi che mancano, sono cominciate le consegna delle abitazioni di emergenze che nelle prossime settimane acquisirà ritmi più consistenti. Si sta lavorando, dopo qualche ritardo iniziale, la rimozione delle macerie, ed è cominciata la costruzione delle 21 scuole sulle quali ci eravamo impegnati. Mentre facciamo questo lavoro è in conversione al Senato il decreto approvato alla Camera che da un contributo al processo, accelerando la realizzazione delle abitazioni di emergenza, assicurando la validità dell’anno scolastico”. Insomma la parola d’ordine è fare in fretta.

Oreste Pastorelli, deputato del Psi e componente della commissione Ambiente della Camera accoglie positivamente i nuovo finanziamenti annunciati dal governo. “Da situazioni drammatiche come quella che stanno vivendo i cittadini delle province colpite dai terremoti – afferma Pastorelli – si può uscire solo attuando provvedimenti straordinari. E’ da accogliere con favore, dunque, lo stanziamento di tre miliardi in tre anni per i comuni del cratere annunciato dal premier Gentiloni, così come la richiesta di flessibilità rivolta all’Europa.  L’auspicio, però, è che questi fondi vengano utilizzati per istituire delle Zone Economiche Speciali e delle Zone Franche Urbane – così come previsto dalla nostra pdl presentata qualche settimana fa – che prevedano l’esenzione totale dalle tasse per cittadini e imprese e abbattano la burocrazia che sta mettendo in ginocchio interi comparti produttivi”.

Legge elettorale, priorità dimenticata

Legge elettoraleIl dibattito, o meglio la sfida, congressuale dei Dem ha due effetti. Il primo quello di alzare i toni all’interno del Pd, il secondo di congelare ogni decisione sui futuri assetti. In primis quello sulla legge elettorale. Infatti i tre candidati indicano strade diverse sul come modificare la legge sul sistema di voto. L’ex presidente del Consiglio Matteo in una intervista a Corriere Live, riportata oggi dal Corriere della Sera si è soffermato proprio sulla legge elettorale. “I numeri per il Mattarellum – ha detto – con il Pd, la Lega e gli altri ci sono. Vogliono un’altra legge? La facciano. Ma corrano, non aspettino il nostro congresso, il giochino del rinvio non lo mettessero in contro al Pd”. Quanto alle alleanze necessarie per superare la soglia del 40 per cento Renzi ha ironizzato: “In passato ci è capitato di fare il 40 per cento, chissà che non ricapiti in futuro. Veramente è più facile prendere il 40 per cento che vincere al Superenalotto”.

“Sono sorpreso che in una sola giornata il ticket proposto segretario Renzi-vice segretario Martina dica due cose diverse su un tema importante come la legge elettorale”, commenta il senatore del Pd Vannino Chiti. “Renzi – aggiunge Chiti – dice al Corriere della Sera che ci sono i numeri per approvare il Mattarellum: se ci sono davvero, avanti tutta! Martina invece con il Quotidiano Nazionale prende atto che i numeri per il Mattarellum non ci sono e apre all’introduzione anche al Senato dell’Italicum, così come rivisto dalla Consulta. Ciò significherebbe non certo i collegi uninominali ma i capolista bloccati anche al Senato. Né Renzi né Martina fanno invece riferimento alla proposta approvata all’unanimità dalla commissione eletta dalla Direzione del Pd, prima del referendum. Pensare di mantenere i capolista bloccati vuol dire chiudere la porta in faccia ai cittadini e preparare un nuovo disastro al centrosinistra. Punti irrinunciabili per noi sono i collegi uninominali di piccole dimensioni per restituire valore alla rappresentanza”.

L’intervista di Martina ha come è primo effetto quello di creare malcontento all’interno dello stesso Pd. Oltre a Chiti anche Antonio Misiani, che appoggia la mozione Orlando, dice la sua: “Viene da pensare che nella cerchia renziana parlavano di Mattarellum ma avevano e hanno in testa solo l’Italicum, o ciò che ne resta. Il punto è che questa strada non ci porterebbe da nessuna parte e, oltretutto, riproporrebbe anche a Palazzo Madama il meccanismo contestatissimo dei capilista bloccati. Il nostro orizzonte deve essere quello di dare al Paese un futuro stabile coalizioni di governo solide”.

Il terzo candidato alla segreteria del Pd Michele Emiliano dice la sua su facebook. “Occorre eliminare i capilista bloccati e restituire il diritto agli italiani di scegliersi i loro deputati. Anche facendo un accordo con il M5S”. “A me Grillo non può dire nulla, non mi può rimproverare nulla: ho sempre rispettato il M5s, gli ho sempre offerto di collaborare con loro, anche sul programma della Regione Puglia. Non è che siamo alleati, ma siamo alleati per l’Italia”,

Intanto un sondaggio di Demopolis agita ancor di più le acque. Secondo l’istituto demoscopico se si votasse oggi per le Politiche, il Movimento 5 Stelle conquisterebbe il 30% dei consensi, superando il Partito Democratico, che – penalizzato dagli eventi delle ultime settimane – otterrebbe il 26%. Distanti appaiono gli altri partiti, con la Lega al 12,8, Forza al 12% e Fratelli d’Italia al 5%. Al 4,6% i Democratici e Progressisti, al 3,2% Alternativa Popolare, al 2,5 Sinistra Italiana. Sotto il 2% le altre liste. In calo l’affluenza stimata che, dopo una ripresa registrata nei mesi scorsi, si riduce oggi al 65%, 10 punti in meno rispetto alle elezioni del 2013. In base alla proiezione odierna effettuata dell’Istituto Demopolis il Movimento di Grillo otterrebbe oggi alla Camera 195 seggi, il Partito Democratico 174. 82 seggi andrebbero a Salvini, 78 a Berlusconi. E con questi numeri, la maggioranza di 316 seggi non sarebbe raggiungibile alla Camera da nessuno schieramento a chiusura delle urne: si tratta di scenario evitabile soltanto con una nuova legge elettorale, auspicata dal Capo dello Stato Sergio Mattarella, ma sempre più in secondo piano nel dibattito politico.

Consip. Respinta la mozione di sfiducia a Lotti

luca-lottiL’Aula del Senato boccia la mozione di sfiducia presentata dal M5S contro il ministro dello Sport Luca Lotti coinvolto nell’inchiesta Consip. I no alla mozione sono stati 161, i sì 52 e due gli astenuti. Presenti 219, votanti 215. Hanno votato no anche i senatori di Ala e i tre esponenti tosiani di “Fare!”

Alla base della mozione di sfiducia c’era l’indagine partita da Napoli, e arrivata per competenza a Roma, sulle presunte irregolarità in alcuni appalti della Consip, la centrale acquisti della Pubblica amministrazione. Il ministro è indagato per rivelazione di segreto d’ufficio a seguito delle dichiarazioni ai pm dell’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, che avrebbe raccontato di esser stato avvertito dell’indagine penale della procura, tanto da disporre anche una bonifica degli uffici.

Durissime le parole dei 5 Stelle che con la senatrice Taverna hanno illustrati la loro mozione. “Qui – ha detto Taverna – si sta difendendo non solo un ministro, si sta blindando il fedelissimo del giglio tragico toscano che siede nel Cda della fondazione renziana Opena insieme alla ministra Boschi”.

“Non possiamo accettare – ha detto il Senatore del Psi Enrico Buemi nella sua dichiarazione di voto – che si lasci a una semplice comunicazione di garanzia (e dico garanzia) il compito di decidere il destino politico e personale di una persona, alleata o avversaria politica. Noi siamo coerenti e non siamo in imbarazzo; non eravamo in imbarazzo ieri quando difendevamo le posizioni di colleghi avversari e non siamo in imbarazzo oggi, signor Presidente, nel difendere la posizione di un Ministro e di un Governo che sosteniamo”.

Il clima al Senato si presenta comunque incandescente e i toni infiammati, ma non ci dovrebbe essere nessuna sorpresa sui numeri. Se i Cinque Stelle vanno all’attacco, accusando Matteo Renzi di una “doppia morale” per salvare il suo braccio destro, il Pd ribalta l’accusa: il M5s è “garantista a giorni alterni”. Ma il fronte più caldo è quello che vede contrapposti i Dem agli ex compagni di partito di Mdp. L’ex esponente della minoranza Pd Gotor ha chiesto a Lotti di dimettersi dal suo incarico, “ma, se decide di rimanere, Gentiloni valuti la sospensione delle deleghe in particolare quella al Cipe che rischia di diventare di imbarazzo”. Insomma lo scontro nel Pd, tra chi è uscito e la maggioranza del partito continua anche se ora da gruppi parlamentari diversi. A Gotor ha risposto  il senatore Pd Andrea Marcucci, che ha definito il suo intervento “minaccioso nei confronti di Gentiloni e del suo governo: ne prendiamo atto e siamo convinti che non stesse parlando a nome del suo gruppo”. Ma Marcucci ne ha anche per i 5 Stelle. “Virginia Raggi – ha aggiunto – ha ricevuto tre avvisi di garanzia. Con la benedizione di Grillo, il sindaco di Roma continua ad esercitare legittimamente la sua funzione. Fu proprio Matteo Renzi a dichiarare la sua solidarietà alla Raggi, perché per noi la presunzione di innocenza vale per tutti. Perché – si è chiesto Marcucci – Virginia Raggi continua a fare il sindaco e Luca Lotti invece deve dimettersi?”. Insomma lo scontro nel Pd, tra chi è uscito e la maggioranza del partito continua anche se ora da gruppi parlamentari diversi.

“Non sono mai venuto meno al giuramento di servire l’Italia con disciplina e onore – ha detto Lotti in risposta alle accuse della mozione –  chi mi conosce sa che è la verità, forse difendersi dalle strumentalizzazione fa parte delle regole di un gioco forse barbaro ma noi respingiamo l’idea di fare di un’Aula una gogna mediatica senza uno straccio di prova”. “La mozione di sfiducia – ha detto ancora – mette in discussione quanto ho di più prezioso: la mia moralità prima che il mio ruolo politico. Con molta umiltà mi rivolgo a voi per respingere con determinazione questo tentativo”. “È in atto – ha aggiunto – un tentativo di colpire me non per quello che sono, ministro dello Sport, delega preziosa e cruciale di cui ringrazio Gentiloni e Mattarella, ma per quello che nel mio piccolo rappresento: si cerca di mettere in discussione lo sforzo riformista di questi anni cui ho preso parte partendo da Firenze. Non si può cercare di liquidare quell’esperienza attraverso la strumentalizzazione di un’indagine giudiziaria che farà il suo corso”.

A Palazzo Madama, secondo i calcoli dei Dem, i “no” alla sfiducia dovrebbero essere tra i 148 e i 150, contro gli 86 sì dei Cinque Stelle. I voti contro la sfiducia potrebbero salire se i verdiniani di Ala decidessero di restare in Aula, ma tra i Dem c’è chi auspica che lascino l’emiciclo, per non dare l’impressione che il ministro venga aiutato da Verdini. Usciranno invece dall’Aula Forza Italia e i 14 bersaniani di Mdp.

LA CONTROFFERTA

pd-si-referendum-ettore-rosato-civitanova-5Il Governo cerca di giocare d’anticipo sui due referendum abrogativi su appalti e voucher che si terranno il prossimo 28 maggio. Dopo aver annunciato la data ieri, oggi il Pd è già a lavoro per trovare una soluzione che eviti il campo ‘minato’ delle urne e ne sta discutendo in una riunione convocata per oggi. Il lavoro di coordinamento nella maggioranza è affidato al capogruppo dem Ettore Rosato con l’obiettivo di approvare il testo domani in commissione e trasformarlo in un decreto da approvare già venerdì in consiglio dei ministri. La tabella di marcia dovrebbe procedere celermente: entro oggi i dem in commissione presenteranno emendamenti che recepiscono le nuove indicazioni del governo; il testo poi modificato sarà fatto proprio dal governo e poi la parola passera alla Camera e al Senato per la conversione. A quel punto la Commissione potrebbe annullare il referendum perché, di fatto, ne cadrebbe la sua motivazione.

Per il segretario del Psi Riccardo Nencini i “voucher sono da regolamentare e non da eliminare. Famiglie, imprese a zero dipendenti, lavoretti stagionali. Se li togli per tutti, non aiuti il lavoro”.

Per il presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, è ancora possibile evitare il referendum sui voucher: “Naturalmente la possibilità esiste – spiega – ma non dipende assolutamente da noi. Sarà la Corte a decidere se di fronte a una soluzione legislativa, questa sarà adatta a evitare la consultazione. Già oggi – annuncia – adotteremo un testo che non è solo una riverniciatura. Si torna a definire i voucher come destinati solo a ‘lavori occasionali’ cioè lavoretti. È un abbattimento secco di quello che può essere l’abuso. Non è un maquillage legislativo, incide nel profondo”.
In realtà le possibilità sono due: restringere la validità solo alle famiglie o arrivare all’abolizione totale con l’obiettivo di affrontare nuovamente il tema di uno strumento flessibile per l’occupazione in un momento più favorevole, sicuramente dopo le amministrative. Lo stesso Rosato ha avanzato questa proposta in una riunione del Pd. Per quel che riguarda la responsabilità negli appalti, ci sarebbe la possibilità di recepire totalmente il testo del referendum promosso dalla Cgil. In questo ultimo caso, di abolizione dei voucher e di recepimento del quesito referendario sugli appalti, il referendum sarebbe completamente superato. Per quel che riguarda tempi e forme dell’intervento, l’obiettivo sarebbe quello di approvare un testo già domani in commissione alla Camera. Testo che il governo potrebbe recepire venerdì prossimo in Cdm.
Sui voucher “noi abbiamo detto un cosa precisa: siamo disponibili a ragionare della loro permanenza se questa riguarda solo le famiglie, se non sostituisce lavoro e non riguarda le imprese e la Pa. Quando ci sarà un’ipotesi vedremo se questa corrisponde” al quesito referendario. Così ha risposto il segretario generale della
Cgil, Susanna Camusso, rispetto alla modifica dei voucher e alla possibilità che il governo ricorra ad un decreto legge. Comunque, ha aggiunto, “il referendum è superabile a fronte di una legge già approvata. Il giudizio si dà alla fine”.
Il referendum presentato infatti dalla Cgil propone di cancellare del tutto i buoni lavoro istituiti dalla legge Biagi nel 2003. Erano stati creati per retribuire i lavoretti occasionali (come pulizie, ripetizioni scolastiche, giardinaggio) svolti da casalinghe, studenti e pensionati (fino a un massimo di 5mila euro di compensi all’anno) ma sono stati via via liberalizzati nel corso degli anni e dalla legge è stata eliminata la dizione «di natura meramente occasionale». Attualmente possono essere usati per remunerare qualsiasi attività entro un tetto di 7mila euro l’anno per lavoratore. Il secondo quesito praticamente chiede che ci sia una uguale responsabilità (responsabilità solidale) tra appaltatore e appaltante nei confronti di tutto ciò che succede nei rapporti di lavoro. Si richiede invece l’abrogazione di parte dell’art. 29 della Legge Biagi.
A controbattere alla leader della Cgil, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, che non si è detto d’accordo all’ipotesi avanzata dalla Camusso a limitare l’uso dei voucher alle sole famiglie, anzi per Boeri significa di fatto cancellare questo istituto. “Penso – ha detto Boeri a margine di una iniziativa al Senato per ricordare la figura di Marco Biagi, il giuslavorista assassinato dalle brigate Rosse – che il dibattito si debba concentrare sui numeri. Per esempio leggo che si vuole restringere l’uso dei voucher alle sole famiglie. È opportuno essere consapevoli che oggi solo il 3% dei voucher viene utilizzato direttamente dalle famiglie. Essendo poi che i voucher sono lo 0,40% del lavorato in Italia, se noi circoscrivessimo l’uso dei voucher alle sole famiglie si ridurrebbe l’incidenza dei voucher sulle ore lavorate dello 0,001%. Di fatto vuol dire cancellare questo istituto e bisogna essere consapevoli di questo”. Boeri ha ricordato che se questa sarà la scelta del Governo “vuol dire che i voucher, di fatto, non esistono più. Ci sarebbe un arretramento anche rispetto a quando sono stati introdotti (con la Legge Biagi, ndr)”. Boeri vede comunque anche un altro rischio: l’abolizione dei voucher potrebbe far ritornare quel lavoro nero emerso proprio grazie a questo istituto. “C’è un rischio di questo tipo – ha detto – anche se abbiamo studiato il fatto che i voucher sembrano aver dato un contributo relativo e molto limitato all’emersione del lavoro nero. Probabilmente bisognerà trovare un altro strumento. Sto dicendo: guardate che se fate questo cancellate i voucher. Allora tanto varrebbe cancellarli del tutto. È evidente che c’è stato un abuso – ha concluso – però ci sono tanti modi per tenerli sotto controllo. Ci siamo anche candidati a fare noi i controlli perché abbiamo i dati. Ma ribadisco che le proposte che leggo vogliono dire cancellare i voucher”.
Sempre a margine del convegno su Marco Biagi è intervenuto anche Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil: “Bisogna drasticamente limitare l’uso dei voucher. Bisogna tornare alla legge Biagi. Abbiamo chiesto al governo di confrontarci prima dell’ultimo atto. Se non si trova l’accordo, per colpa del governo o del Parlamento, noi siamo per abolire i voucher” e quindi per votare sì al referendum promosso dalla Cgil.
Nel frattempo, mentre il Pd cerca una soluzione, l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, cerca di mettere le mani avanti e punta il dito contro l’ex minoranza dem, “diciamoci la verità, i voucher non sono stati una mia invenzione, non c’entrano niente col Jobs Act”, afferma Renzi: “Sono stati un’invenzione dei precedenti governi di centrosinistra sostenuti da quelli che ora vorrebbero cancellare i buoni”. Bersani, D’Alema e i loro seguaci.

Istat, la ripresa c’è, ma ancora debole e lenta

Draghi-ripresa economicaLa ripresa c’è ma non si vede. Si è ancora lontani dai livelli raggiunti nel pre-crisi. E questo nonostante la crescita del Pil nel 2016, corretta per gli effetti del calendario, abbia raggiunto l’1%. Aumenta anche la competitività seppure con un ritmo di crescita “modesto”.

Infatti il sistema delle imprese italiane e’ uscito dalla seconda recessione ridimensionato nel numero: in quattro anni, ne sono state perse oltre 194.000 e quasi 800.000 addetti. E’ il quadro tracciato dall’Istat che oggi ha presentato il rapporto sulla competitività dei settori produttivi.

“Nonostante la ripresa dell’ultimo biennio, il livello del Pil del 2016 e’ ancora inferiore di oltre il 7% rispetto al picco di inizio 2008, e solo nello stesso 2016 ha superato quello del 2000″, si legge nel report. In Spagna il recupero è quasi completo, mentre Francia e Germania, che già nel 2011 avevano recuperato i livelli pre-crisi, segnano progressi rispettivamente di oltre il 4% e di quasi l’8%. L’Istat ricorda che nel 2016 il Pil italiano è cresciuto di volume dello 0,9%, dopo il +0,8% registrato nel 2015. “La ripresa c’è, la crescita del Pil nel 2016 e la più alta dal 2010”, afferma il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva. “Usciamo con una parte del sistema produttivo fuori dalla seconda recessione: lo facciamo sicuramente con l’industria manifatturiera, con differenze nei vari settori, e meno nei servizi. C’e’ un  contributo invece negativo nelle costruzioni e, quest’anno, anche agricoltura”, aggiunge.

In quattro anni, tra il 2011 e il 2014, il sistema ha perso oltre 194.000 imprese (-4,6%) e quasi 800.000 addetti (-5%). Le costruzioni hanno maggiormente risentito della crisi (-10% di imprese, -20% di addetti, -30% di valore aggiunto). Più contenute le perdite nella manifattura (-7,2% di imprese, -6,8% di addetti) e nei servizi di mercato (-4,7% e -3,3%), mentre i servizi della persona sono l’unico comparto che ha aumentato unità produttiva (+5,3%) e addetti (+5%). Inoltre, durante la recessione del 2011-2014, un’impresa su due ha ridotto il valore aggiunto in tutti i settori manifatturieri e in quasi tutto il terziario. Le imprese più colpite dalla crisi sono quelle che vendono solo sul mercato interno.

Tornando alla crescita, nel 2016 il Pil corretto per gli effetti di calendario è aumentato dell’1,0% (il 2016 ha presentato due giornate lavorative in meno rispetto al 2015).  La variazione acquisita per il 2017 si porta così a +0,3%. Nel quarto trimestre del 2016 il prodotto interno lordo è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1% nei confronti del quarto trimestre del 2015. La stima preliminare diffusa il 14 febbraio 2017 scorso aveva rilevato un aumento congiunturale dello 0,2% e una crescita tendenziale dell’1,1%. Il valore aggiunto è cresciuto dello 0,8%  nell’industria, ha segnato una variazione nulla nei servizi ed è diminuito del 3,7% nell’agricoltura.

“Rivisti al rialzo i dati Istat usciti qualche ora fa. Abbiamo preso un Paese che stava al -2% e lo lasciamo col segno più davanti, finalmente”, commenta su Facebook l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi. “Naturalmente – sottolinea – c’è ancora molto da fare, ma per chi ama i bilanci possiamo dare i dati definitivi dei mille giorni: dal secondo trimestre 2014 al quarto trimestre del 2016 il Pil è aumentato del 2% (export +10%; investimenti +6%; industria +4%, nonostante il calo di costruzioni, banche e assicurazioni). Se si somma al dato di ieri del lavoro – ricordate: +680mila posti grazie al JobsAct – si può dire che abbiamo lasciato la guida del Paese meglio di come l’avevamo trovata. Ma sappiamo che non basta. E per questo stiamo costruendo i prossimi mille giorni”.

Ovviamente di parere opposto l’opposizione. A cominciare da Brunetta, che come a suo solito, ha una parola buona per tutti. “I dati ISTAT – ha detto invece Maurizio Sacconi, presidente della Commissione lavoro del Senato- Pil confermano solo la ‘ripresina’ che ci mantiene comunque più arretrati rispetto ai principali paesi industrializzati”.

BASTA BONUS

calenda

Il compito del governo non è quello di diffondere ottimismo né di cercare scorciatoie ma di produrre politiche per creare reddito che non sono quelle dei bonus. E’ quanto ha affermato il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, intervenendo alla consegna dei premi Leonardo al Quirinale. E apriti cielo. “I dati sono più positivi non solo sull’export ma anche sugli investimenti. Essere ottimisti o pessimisti? – ha osservato Calenda – noi dobbiamo essere realisti e analizzare la situazione con complessità. Non credo sia compito del governo spandere ottimismo né compito delle opposizioni spandere il pessimismo”. Secondo il ministro, “la complessità è una categoria che i cittadini sono pronti ad accettare”. Oggi, ha proseguito “dobbiamo lavorare a politiche dell’offerta per creare reddito: non esistono i bonus, esiste il costruire le condizioni di competitività per cui le imprese possano assumere. E se noi tracciamo scorciatoie – ha concluso – ripetiamo gli errori del passato”. Poi ha cercato di correggere il tiro. “Vedo che una parte del discorso” “è stato inserito nel contesto di una polemica politica che non mi appartiene e a cui non intendo prendere parte”. Ha precisato in una nota il ministro dello Sviluppo economico. “Ho sempre, pubblicamente, sostenuto la necessità di lavorare sulle politiche dell’offerta piuttosto che su quelle della domanda – continua Calenda – ricordo peraltro che il piano Industria 4.0, che va esattamente in questa direzione e che è il più importante programma di politica industriale varato da molti anni a questa parte, è stato disegnato, pensato ed approvato dal Governo Renzi”.


Il Calenda Pensiero

Il ministro Calenda da qualche tempo fa delle dichiarazioni che messe insieme delineano una strategia di politica economica che fa giustizia delle chiacchiere in libertà che dilagano sui di battiti televisivi e non solo. “Per creare lavoro e reddito non esistono scorciatoie, non esistono invenzioni di redditi, invenzioni di lavori, invenzioni di bonus” E per meglio precisare le sue affermazioni ribadisce la sua preferenza sulle politiche dell’offerta piuttosto che su quelle della domanda. Afferma inoltre che il Governo Renzi ha varato il più importante programma di politica industriale degli ultimi anni. Appare chiara la polemica contro chi sostiene come i pentastellati e lo stesso Berlusconi una mera distribuzione di risorse per potenziare lo sviluppo (il cosiddetto reddito di cittadinanza), ma emerge anche una critica alla distribuzione di “bonus”, a partire – aggiungo io- da quella strampalata operazione degli 80 euro. Alla base di queste iniziative c’è la diffusa opinione che la nostra crisi derivi da una scarsità di consumi collegata alla carenza dei redditi. Dunque, sostengono i “domandisti”, distribuiamo più risorse, anche se aumenta il disavanzo,così aumentano i consumi che provocano la ripresa della produzione di beni e servizi. Ma la domanda globale non è fatta di soli consumi, ma di investimenti ed esportazioni. Per chiudere il discorso altrimenti troppo lungo, basterebbe accennare all’enorme differenza dei moltiplicatori di sviluppo che connotano le spese correnti dagli investimenti pubblici, ma c’è di più. A differenza degli investimenti che si traducono totalmente e con effetti moltiplicativi sulla domanda globale, spesso le erogazioni di risorse in buona parte vanno a risparmi e la parte che si traduce in consumi in parte alimenta le importazioni. A tale riguardo le verifiche ex post del bonus 80 euro hanno dato risultati non entusiasmanti dal momento che meno del 50% del bonus sarebbe stato consumato. Una domanda sorge spontanea, come si suol dire. Anche Calenda come Padoan ha approvato quella decisione. Certo, in quel momento dove si pensava di dare una svolta storica alle prospettive economiche e politiche del nostro paese l’iniziativa presentava il carattere di un atto di sacrificio per avviare la grande operazione di trasformazione del paese, con nuove istituzioni, nuova classe dirigente, nuova politica economica. Le cose sono andate diversamente e i bonus hanno lasciato un segno ma solo sul debito pubblico. Ma occorre dare onore al merito al Governo Renzi di tante altre misure che in qualche modo aprono prospettive positive all’ammodernamento del nostro apparato industriale. Comunque più dei singoli provvedimenti vale la presa di posizione di affermare l’utilità di una politica industriale che in ambienti più radicalmente liberisti viene considerata una illecita interferenza alla libertà d’impresa e un vero e proprio ostacolo allo sviluppo. Ma un’ambiziosa politica dell’offerta non può lasciare inerte lo Stato. La ricerca, l’innovazione tecnologica, l’ammodernamento dei servizi e in genere della produzione deve trovare lo Stato protagonista, come del resto è stato in passato quando molti settori della grande industria del nostro paese promossi dallo Stato hanno brillato tra i paesi più industrializzati. Mi si lasci dire che nelle affermazioni di Calenda c’è un po’ di socialdemocrazia. Si spera che in futuro questo orientamento non venga macchiato da altre tentazioni populiste.

Nicola Scalzini

Ilva. Slitta termine offerte. Processo resta a Taranto

ilva cimiteroSono giornate importanti per l’Ilva. Da una parte la scadenza delle offerte per la cessione dello stabilimento siderurgico, dall’altra l’annosa questione ambientale, senza dimenticare il processo “Ambiente svenduto” a carico dei Riva. Questa mattina le segreterie territoriali di Fim, Fiom e Uilm hanno incontrato a Taranto, su sua convocazione, il vice ministro al Ministero dello Sviluppo Economico, Teresa Bellenova, per un confronto legato alla gestione della fase di cessione degli stabilimenti Ilva s.p.a., presente anche l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Inoltre i segretari generali di Fim, Fiom, e Uilm, Valerio D’Alò, Giuseppe Romano e Antonio Talò, insieme ad alcune RR.SS.UU. operanti nel sito siderurgico tarantino, hanno affrontato varie tematiche
relative alla situazione Ilva. Al momento però è stato prorogato dal 3 al 6 marzo il termine per la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisizione degli asset dell’Ilva. La proroga è stata concessa dai Commissari su richiesta delle due cordate concorrenti. Si tratta della terza proroga di un termine comunque non perentorio. A Mumbai, intanto, il presidente del gruppo Jsw che corre per aggiudicarsi l’Ilva di Taranto, Saijan Jindal, ha detto che se il consorzio Acciai Italia si aggiudicherà l’Ilva “probabilmente ci sarà qualche riduzione dei posti di lavoro e ne parleremo con i sindacati. Ma abbiamo intenzione di portare la produzione a dieci milioni di tonnellate l’anno (dagli attuali sei, ndr). Allora genereremo posti di lavoro”. Jindal ha assicurato che “faremo dell’Ilva uno degli stabilimenti più puliti” e che gli agenti cancerogeni “si possono minimizzare”. “Le particelle polverose saranno riciclate nel giro di due anni – ha spiegato – e in cinque anni ridurremo l’utilizzo del carbone.
Nel frattempo però gli avvocati delle parti civili nel processo ‘Ambiente svenduto’ hanno chiesto la revoca della facoltà d’uso dell’intera area perché l’Ilva “inquina ancora”. Teresa Bellanova e Matteo Renzi oltre ai rappresentanti sindacali degli operai Ilva hanno incontrato un gruppo di avvocati che ha chiesto alla magistratura di fermare la fabbrica e revocare la facoltà d’uso dell’intera area a caldo, sequestrata dalla gip Patrizia Todisco a luglio 2012 perché ritenuta fonte di malattie e morte. “L’Ilva non rispetta l’autorizzazione integrata ambientale (Aia) e secondo quanto stabilito dalla Corte costituzionale va fermata” è scritto nell’istanza presentata alla corte d’assise di Taranto dai legali di associazioni ambientaliste (Peacelink, Fondo antidiossina, Altamarea, Assoconsum), del partito dei Verdi e di circa 500 cittadini costituiti parti civili al processo “Ambiente svenduto”. Tra questi anche la famiglia Fornaro, il cui allevamento fu abbattuto perché contaminato da diossina.
Inoltre la Corte d’Assise del capoluogo pugliese ha stabilito che resterà a Taranto il processo “Ambiente svenduto” e sfuma la possibilità che i Riva patteggino. La Corte ha rigettato tutte le eccezioni della difesa, in particolare quella dell’avvocato di Nicola Riva, Pasquale Annicchiarico, che chiedeva il trasferimento del processo a Potenza (sede competente a decidere i casi nei quali sono coinvolti magistrati tarantini) perché riteneva parti offese nel processo sia il collegio giudicante sia i pubblici ministeri.
L’altra importante novità è la posizione dell’ex Riva Fire, società del gruppo, oggi denominata “Partecipazioni industriali”. La Corte ha respinto la richiesta dell’avvocato difensore, Massimo Lauro, in attesa della definizione del patteggiamento e del rientro in Italia del “tesoretto” dei Riva, circa 1,3 miliardi, sono ancora nel paradiso fiscale di Jersey. Due dei 47 imputati, e cioè le società Ilva e Riva Forni Elettrici (la prima in amministrazione straordinaria e commissariata da giugno 2013, la seconda, invece, rimasta nella gestione dei Riva) escono dal processo e approdano con la loro istanza di patteggiamento ad un nuovo collegio giudicante. Una terza società che voleva seguire lo stesso percorso, l’ex Riva Fire, a fine 2016 ridenominata «Partecipazioni Industriali», resta invece nel processo e non potrà più patteggiare perché il dibattimento si è aperto da ieri pomeriggio.

Renzi difende gli 80 euro. “Scelta di giustizia sociale”

Renzi-migrantiRompendo il silenzio che dura da qualche giorno Matteo Renzi si è dedicato a scrivere un lungo post su Facebook per difendere l’operazione degli 80 euro dopo le critiche arrivate dalle opposizioni. Infatti molti dei beneficiari hanno dovuto restituire quanto ricevuto in quanto non rientravano nella fascia dei beneficiari.

La misura degli 80 euro, scrive Renzi, è stata “la più grande opera di redistribuzione salariale mai fatta in Italia. Quindi una scelta di giustizia sociale”, “altro che bonus o mancia elettorale”, ma sui media si parla “del ‘flop’ 80 euro” perché “circa un milione di persone ha dovuto restituire del tutto e circa settecentomila in parte i soldi” per il semplice motivo che “erano fuori dalle fasce, non stavano nei parametri”. “Allo stesso tempo – sottolinea l’ex presidente del Consiglio – sono un milione e trecentomila coloro che hanno scoperto di averne diritto, più altri duecentomila che hanno scoperto di averne diritto in parte e lo hanno incassato con la dichiarazione dei redditi. Complessivamente sono 507 milioni i soldi che i cittadini hanno restituito allo Stato, mentre sono 599 quelli che lo Stato ha restituito ai cittadini”.

Ai commentatori e ai politici che sostengono che si tratta di un fallimento Renzi risponde: “Un italiano su cinque per la prima volta ha riavuto qualcosa dallo Stato e questo sarebbe un fallimento? Il metodo, amici, è sempre lo stesso. Nessuno fa nulla per anni e tutti si lamentano indistintamente. Poi arriva qualcuno che ci prova e inizia a cambiare le cose, portando soluzioni concrete. Discutibili, per carità, ma concrete”.

Dall’opposizione Brunetta, come suo solito,  non si lascia sfuggire l’occasione per criticare: “Tutti i guasti del governo Renzi stanno venendo a galla: 1 milione, 1 milione e 800mila contribuenti hanno dovuto restituire gli 80 euro. Lo sapevamo, l’avevamo detto, l’avevamo denunciato. Non si fa politica economica con le mance”. Dal Pd arriva il soccorso dell’ex premier. La senatrice Francesca Puglisi ricorda che “diciotto milioni di Italiani hanno  ricevuto lo sgravio fiscale degli 80 euro”. Mentre per Matteo Colaninno “chi polemizza sugli 80 euro dovrebbe avere l’onestà di ricordare che è il più imponente taglio delle tasse e intervento di giustizia redistributiva che si ricordi”.

Il Pd verso le primarie sotto il fantasma di D’Alema

dalema-e-renziNel Partito democratico “finalmente si discuta di cosa serve all’Italia, e non più di quanto è antipatico Tizio o Caio, è fondamentale rilanciare sui contenuti, sulle idee, sulle proposte. Sulla sanità, la cultura, le tasse, l’innovazione, il capitale umano”. Lo scrive Matteo Renzi nella sua Enews, ricordando che domani “sarà l’ultimo giorno per iscriversi al Pd per chi vorrà: si potrà così partecipare alla fase del confronto tra gli iscritti, circolo per circolo”. La campagna elettorale per le primarie del Pd è appena iniziata. I candidati, all’indomani della scissione, sono in campo, conseguenza ultima della frattura interna al Pd che in questi anni è divenuta così forte fino a diventare insanabile.

“D’Alema ha delle  responsabilità, indubbiamente, ricondurre tutto e soltanto a un piano di D’Alema mi sembra francamente riduttivo”. Ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, appena  arrivato a Fabbrico nel Reggiano per partecipare al 72esimo anniversario della battaglia partigiana che vide coinvolta la  cittadina. Orlando è tra i candidati alla segreteria e commentando le dichiarazioni fatte ieri sera in tv  da D’Alema riguardo alla responsabilità della scissione avvenuta all’interno del Partito democratico ha detto che “c’e’ un malessere che non è soltanto quello di persone e gruppi dirigenti che se ne vanno, è anche quello delle tante persone che sono rimaste a casa in questi anni e che hanno perduto la speranza nel Pd. La mia candidatura – ha spiegato ancora Orlando riferendosi al congresso – è in campo anche per questo, perché questa speranza non vada delusa”.

In un clima da separati in casa Orlando ha aggiunto che “il dialogo tra sordi genera dei compartimenti stagni e dentro il Pd ce ne sono troppi”. Per Orlando, il tema però “non è sempre tanto quello di sfidare, di sfidarsi, è anche quello ogni tanto di capirsi, perché un partito funziona anche così. L’idea che tutto possa ridursi ad una costante conta – ha detto ancora – è un po’ la causa delle difficoltà nelle quali ci troviamo”.

Da parte sua l’altro candidato, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano afferma che “i politici italiani, anche del Pd, pensano solo al proprio futuro e non a quello delle comunità e del Paese”. “Bisogna passare dall’io, che ha caratterizzato la politica italiana ed in particolare il Pd nell’ultimo periodo, al noi” ha concluso glissando le domande su D’Alema. Comunque, D’Alema, la sua voce continua a farla sentire e il suo bersaglio è sempre lo stesso: “Per creare una grande forza di centrosinistra deve essere ridimensionato il ruolo del rottamatore, che ha rotto tutto, ha distrutto il Pd e lo ha svuotato di contenuti democratici, ne ha svilito ispirazione ideale e politica”.

Governo e Pd. Gentiloni naviga a vista

gentiloni-uscitaPaolo Gentiloni parla poco, anzi pochissimo. La riservatezza è un tratto peculiare del suo carattere, ma c’è anche un’esigenza politica. Il presidente del Consiglio, da quando a dicembre ha sostituito Matteo Renzi a Palazzo Chigi, guida un governo di transizione che deve evitare sempre nuovi scogli pericolosi. È una navigazione sempre più difficile, a vista.
L’ultimo scoglio, solo in ordine di tempo, è la scissione del Pd. Roberto Speranza, Enrico Rossi, Pier Luigi Bersani, Vasco Errani, Guglielmo Epifani, Massimo D’Alema, hanno lasciato il partito dopo un lungo travaglio, aprendo la strada alla nascita dei gruppi parlamentari della “nuova formazione politica” di sinistra.
Il colpo è duro. Il Pd perderà una ventina di deputati e quasi quindici senatori, così calerà la maggioranza sulla quale può contare Gentiloni in Parlamento. Cresce il rischio di naufragio del governo. I fuoriusciti al Senato (nel quale l’esecutivo conta su una maggioranza risicata) sembrano orientati a votare anche la fiducia al governo, cosa che non farebbero alla Camera (nella quale il ministero ha un ampio margine). Tuttavia per Gentiloni aumentano i motivi per non dormire sonni tranquilli.
Il presidente del Consiglio a dicembre, nella conferenza stampa di fine anno, ha confermato l’intenzione di muoversi con cautela: «Il governo c’è finché c’è la fiducia della sua maggioranza». Ora però la maggioranza si è ridotta, è mutata sia dal punto di vista numerico sia dal punto di vista dell’identità e delle scelte politiche. Speranza e Bersani hanno già anticipato che chiederanno al governo delle “correzioni di rotta” per affrontare “il disagio sociale” e per tutelare giovani, lavoratori, pensionati e Sud colpiti dalla crisi economica.
È voluminoso il fascicolo dei problemi aperti per il presidente del Consiglio. Sul fronte politico la Lega Nord e il M5S, dall’opposizione, chiedono immediate elezioni politiche anticipate mentre il Pd sta preparando un suo turbolento congresso (Michele Emiliano ed Andrea Orlando sfideranno Renzi per la segreteria). Sul fronte economico ci sono da affrontare tanti temi delicati: l’anemica crescita, la debolezza finanziaria delle banche per i crediti deteriorati, le pressanti richieste della commissione europea di una manovra economica correttiva per ridurre il deficit pubblico. Infine c’è la questione esplosiva ed eterna della riforma elettorale, dopo la bocciatura di parte dell’Italicum ad opera della Corte costituzionale.
L’economia rischia di essere il tema più insidioso. La Ue ha chiesto una manovra aggiuntiva di 3,4 miliardi di euro, lo 0,2% del reddito nazionale, altrimenti scatteranno pericolose sanzioni per l’Italia. Si è parlato di taglio delle spese, di recupero dell’evasione fiscale, dell’aumento delle imposte indirette sulla benzina e sulle sigarette. L’estenuante trattativa tra Roma e Bruxelles per raggiungere un’intesa ancora è in corso. Gentiloni si è limitato a dire: «Faremo la correzione di conti senza manovrine depressive».
Il governo, dopo il colpo della scissione del Pd, cerca di tenere la rotta. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al “decreto correttivo” al codice degli appalti per assicurare trasparenza e rapidità delle procedure e ha approvato cinque decreti attuativi della riforma Madia della pubblica amministrazione. Gentiloni ha difeso l’esecutivo respingendo le critiche: «Al di là delle discussioni sulla velocità delle riforme, il governo prosegue nel suo cammino. Lo ha fatto con decisioni molto rilevanti, dalla tutela del risparmio alla sicurezza urbana fino all’immigrazione».
Il presidente del Consiglio deve fare i conti soprattutto con Renzi, suo amico, suo sponsor per Palazzo Chigi. L’ex presidente del Consiglio in corsa per riconquistare la segreteria del Pd non vuole sentire parlare di nuove tasse, anche perché a giugno si voterà per rinnovare i sindaci di alcune importanti città: «I 3,4 miliardi si recuperano non aumentando le accise, ma con un disegno che permetta all’Italia nei prossimi mesi di continuare a sostenere la crescita».
Non solo. Renzi preferirebbe aprire le urne per le politiche il prima possibile, senza aspettare la fine della legislatura tra un anno. Al ‘Corriere della Sera’ l’ha messa così: «Il punto è se votare a giugno o a febbraio del 2018…Si vuole andare avanti? Siamo pronti, se si riterrà che serva».
Rischia di prodursi una incredibilmente anomala politica: Renzi assieme a M5S e Lega Nord per le elezioni anticipate; scissionisti del Pd, Sinistra Italiana, Forza Italia, centristi della maggioranza favorevoli alle urne nel 2018. Instabilità politica e crisi economica possono costituire due scogli invalicabili per l’ex sindaco di Firenze.

Rodolfo Ruocco