Pd. Guerra fredda e “Cosa Rossa”, 48 ore per decidere

pd scissione“È come quei film intellettualoidi che uno esce dal cinema senza aver capito come è andata a finire”. È questo il commento di Chicco Mentana e che meglio riesce a rappresentare i ‘giochi’ e gli scontri in casa Pd di questa domenica. Dopo quasi sette ore di dibattito, nessun fatto certo, e Michele Emiliano ha riaperto la partita, mettendo sul piatto la proposta di un accordo che, a suo dire, sarebbe vicino. Tuttavia però lo scontro si è riaperto sulla carne viva di una scissione, anche se restano ancora 48 ore per decidere. Intanto la politica infetta l’economia. Standard and Poor’s scrive nel rapporto sull’Italia “A stronger eurozone economy, despite higher volatility on bond markets”. Insomma: “L’economia italiana sembra alle prese con una debolezza strutturale di crescita e inflazione che permette al partito populista del ‘Movimento 5 Stelle’ di sostenere che lasciare l’euro possa risolvere i problemi dell’economia del Paese”. L’Italia è invischiata in uno stallo politico, in una situazione che potrebbe trasformare il 2017 in un anno perso per quanto riguarda le riforme, di cui il Paese ha bisogno.
Nel frattempo si scaldano i motori della nuova “Cosa Rossa”, la linea e l’eventuale nuovo Partito della minoranza e degli scissionisti, dove ci sono nomi di peso, fra cui due governatori in carica come Michele Emiliano ed Enrico Rossi, due ex segretari nazionali come Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani, un ex segretario della Cgil (lo stesso Epifani), un ex primo ministro (Massimo D’Alema) e un ex capogruppo alla Camera, Roberto Speranza. In tutto 60 parlamentari con un bacino di preferenze concentrato soprattutto al Sud che secondo il presidente del coordinamento del no al referendum di dicembre, Guido Calvi, prenderebbe molti di 6 milioni di voti per il no arrivati dal Pd.
Oltre che dai fuoriusciti del Pd, il nuovo gruppo sarebbe formato anche da alcuni parlamentari dell’ex Sel, ora diventata Sinistra Italiana (Si), e conterebbe una cinquantina di deputati e 15-20 senatori.
Neppure Renzi intende “staccare la spina” al governo approfittando della scissione, ha detto una fonte dell’esecutivo, ma ha avvertito che il pericolo potrebbe venire, nei prossimi mesi, dall’Ncd del ministro degli Esteri Angelino Alfano, nel caso in cui il centrodestra si ricompattasse attorno a Silvio Berlusconi, che sta cercando di costruire una nuova alleanza anche con Lega ed ex An.
ma il fronte degli scissionisti ha avvertito che appoggerebbe comunque Gentiloni e in una nota unitaria Emiliano, Rossi e Speranza attaccano l’ormai ex segretario: “Anche oggi nei nostri interventi in assemblea c’è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. È purtroppo caduto nel nulla. Abbiamo atteso invano un’assunzione delle questioni politiche che erano state poste, non solo da noi, ma anche in altri interventi di esponenti della maggioranza del partito. La replica finale non è neanche stata fatta. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”. Il vice segretario Lorenzo Guerini si dice “esterrefatto e amareggiato” perché “chiunque abbia seguito il dibattito della assemblea nazionale si è potuto rendere conto che esso andava in tutt’altra direzione, intervento dopo intervento. Segno che questa presa di posizione, del tutto ingiustificata alla luce del confronto odierno nel Pd, era evidentemente una decisione già presa”. Toni che allontanano una volta di più le parti, ma che ancora non segnano la parola fine al tentativo di tenere unito il partito. Da parte della maggioranza, spiega una fonte renziana, c’è ancora “disponibilità piena a fare la conferenza programmatica, mentre sui tempi siamo distanti”. “Il congresso si concluderà prima delle amministrative”, ribadisce la vice segretaria Debora Serracchiani. “Renzi può arrivare al massimo a fare le primarie il 7 maggio, più in là non si può andare”, spiega un parlamentare renziano. Bisogna vedere se per il candidato-governatore sarà sufficiente. “Martedì daremo vita alla commissione congresso, in direzione, – conclude un renziano – e vedremo chi accetta di entrare e chi no”.
Intanto Renzi non demorde e ha detto che intende ricandidarsi e i sondaggi della scorsa settimana tra gli elettori Pd lo danno nettamente in testa. Sempre l’ex presidente del Consiglio riferendosi all’assemblea commenta: “È andata benissimo. Ora il congresso entro maggio e il voto a settembre”. C’è già anche una data per le primarie: 7 maggio. La rotta è segnata, ma restano altre due tappe per non far naufragare il Partito. Un primo appuntamento per capire se la scissione passerà dagli annunci ai fatti, è già domani, quando nel pomeriggio si riunisce la direzione del Pd, per nominare la commissione che dovrà fissare regole e data del congresso e delle primarie per l’elezione del nuovo segretario. I tre principali sfidanti di Renzi, l’ex capogruppo alla Camera Roberto Speranza, il presidente della Puglia Michele Emiliano e Rossi non hanno ancora deciso se parteciperanno alla riunione della direzione, né se entreranno nella commissione che dovrà fissare il congresso. “Se non succede qualcosa di clamoroso entro 48 ore, siamo fuori”, dice una fonte vicina all’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani.

Ultimo tentativo per cercare di ricucire i rapporti è quello del Guardasigilli, Andrea Orlando, che domani inaugura il blog “Lo stato presente”, intervenendo ad Agorà su RaiTre, lancia un appello: “Non mi pare serva mettere altri candidati alla segreteria in lizza. La questione non è che non hanno un candidato. Ne hanno anche troppi. Se la mia candidatura impedisse la scissione, sarei già candidato. Non ho capito quale sia il problema in questo passaggio…”.

“Noi – ha aggiunto – abbiamo troppo concentrato la nostra attenzione sulle persone. Se le forze politiche stanno insieme solo su un leader e non su un programma alla prima curva rischiano di ribaltarsi. Dobbiamo dire prima di tutto come riposizioniamo il Pd dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre”.

Pd, Ancora rancori… a un passo dalla scissione

pdNon si allenta la tensione in Casa Dem. Dopo l’incontro (e lo scontro) in Direzione Nazionale, ora la minoranza riparte alla carica e torna a paventarsi il rischio di una scissione. “L’odore di scissione si sente, ma non da oggi”. Lo ha detto David Ermini (Pd), renziano doc, ad Agorà su Raitre, in merito alla spaccatura all’interno del suo Partito. “Il problema è che spesso Renzi è stato visto da molti come un intruso, in un sistema che non aveva capito cos’era il Pd di Veltroni”.
Ma dalla minoranza arriva il vero affondo. “Qui non è questione di calendario. Il calendario è una tecnica. Qui il problema è se siamo il Pd o il Pdr”, spiega Pier Luigi Bersani in Transatlantico, all’indomani della direzione. “La scissione è già avvenuta. E io mi chiedo come possiamo recuperare quella gente lì”, aggiunge.
L’ex segretario del Pd si rivolge agli altri dirigenti del partito: “Da Renzi dopo averlo sentito ieri non me lo aspetto. Ma da chi è intorno a lui sì. Chi ha buonsenso è il momento che ce lo metta perché siamo a un bivio totale e andiamo incontro a problemi molto seri”.
Bersani chiede di chiarire se il partito “sostiene il governo di un Paese di sessanta milioni di abitanti” e vorrebbe che i democratici “si attrezzassero per una discussione a fondo ed eventualmente correggere la linea politica. Ma ieri ho visto solo dita negli occhi”. Sarebbe meglio che il congresso, spiega Bersani, “iniziasse a giugno”. A chi gli chiede se domenica parteciperà all’assemblea del Pd, risponde: “Penso di sì, ma stiamo aspettando una riflessione”.
Ieri lasciando la direzione Pd ai cronisti che gli chiedevano se la minoranza fosse pronta a una scissione Bersani aveva risposto: “Adesso vedremo”.
“No a un congresso cotto e mangiato con una spada di Damocle sul nostro governo mentre dobbiamo fare la legge elettorale e mentre dobbiamo fare le elezioni amministrative. Non è il messaggio giusto da dare al Paese. Siamo il partito che governa, dobbiamo garantire che la legislatura abbia il suo compimento normale e che il governo governi correggendo qualcosa che abbiamo fatto e che il congresso si faccia nel suo tempo ordinario cioè da statuto parte a giugno e si conclude a ottobre, sarebbe questa la cosa più normale. Non ho sentito dire se vogliamo accompagnare il governo fino alla fine della legislatura”, aveva detto Bersani.
“Non posso credere che una classe dirigente responsabile pensi a una scissione sui tempi del congresso”. Afferma il senatore dem Andrea Marcucci, che aggiunge: “Il congresso è già iniziato da un pezzo. I toni sono quelli. Non avrebbe avuto senso trascinare questo dibattito per mesi e mesi”. “Nel momento in cui il segretario offre le dimissioni e si va a una verifica non esiste più una maggioranza. Ci sarà un confronto e al termine si formerà una maggioranza”. Tuttavia, dice, “sarebbe incomprensibile per gli italiani una discussione che duri sei-otto mesi. Ad aprile, massimo i primi di maggio terremo il congresso. Siamo a febbraio…”.
Da parte dell’ex candidato alle primarie Pd, Gianni Cuperlo, arriva invece un tentativo di mediazione e nello stesso tempo viene espressa preoccupazione per quanto sta avvenendo. “Sono molto allarmato”, confessa. “Continuo a credere – spiega Gianni Cuperlo – che una divisione sarebbe una sconfitta per chi dovesse andare e per chi dovesse rimanere” e dunque, richiama il leader della Sinistra Dem, “la prima responsabilità nel tenere unito un campo è di chi regge il timone”.
“Non si può dire che la durata del governo attiene agli addetti ai lavori e non compete al primo partito della maggioranza”, avverte ancora. “È sempre spiacevole quando ad ammutinarsi è l’equipaggio. Ma va del tutto contro la logica – ammonisce Cuperlo – se ad ammutinarsi è il comandante”.
Anche il guardasigilli Orlando tenta di richiamare alla calma ed esprime preoccupazione sia per il futuro del partito, sia per il bene del Paese. Rischio scissione? “Mi auguro vivamente di no. Credo che la parola scissione abbia già prodotto grandi danni nella storia della sinistra”. A dirlo il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, rispondendo ai cronisti al termine della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2017 del Consiglio Nazionale Forense a Roma.

“Scindersi oggi di fronte a una destra che è sempre più aggressiva, che propone chiusura e agita l’odio credo che sarebbe una responsabilità – ha sottolineato Orlando – che non ci potremmo in alcun modo perdonare. Io ho detto ieri alla direzione mettiamo al bando la parola scissione. Torniamo a parlarci e a farci carico ognuno delle ragioni dell’altro, rispettando il fatto che c’è stato un congresso e la scelta di una leadership che non può essere delegittimata continuamente”.

“Se Renzi va a sbattere? Non è Renzi ma è il Pd che credo debba seguire un’altra strada che è quella di provare prima a stringere su un accordo programmatico e poi confrontarsi anche sul tema della leadership – ha detto Orlando – Io credo che non ci sia niente di male nel fare un congresso. Fare un congresso senza prima aver parlato al Paese rischia di essere un elemento di lacerazione”.

“In più io credo che sia importante una conferenza programmatica anche per fare il punto su che giudizio diamo su questi anni di governo. Non credo che ci possiamo permettere di andare a un congresso nel quale i candidati – ha concluso Orlando – da un lato rivendicano il buon governo e le cose positive fatte in questi tre anni e dall’altro paragonano il governo Renzi a quelli della destra. Rischiamo di preparare noi una campagna elettorale per i nostri avversari”.

Un invito all’unità arriva anche dagli scranni europei.  “Parlare di scissione nel giorno dell’amore mi sembra un non senso, noi dobbiamo amare il Pd”. Dice il capogruppo S&D al Parlamento Ue Gianni Pittella ha voluto commentare il risultato della direzione del Partito democratico di ieri sera. “Abbiamo fondato” il PD, ha insistito Pittella, “lo dobbiamo rilanciare e lo dobbiamo far diventare sempre di più interprete dei progetti, delle ansie delle attese dei cittadini”.
In riferimento al Congresso del partito, il capogruppo S&D ha sottolineato che il suo obiettivo è “ripensare il rapporto tra partito e Paese: il Congresso – ha ribadito – parla al Paese, non c’entra il governo, il nostro governo è fuori discussione”.

Ilva. Gip Milano boccia accordo, a rischio il risanamento

milanoSi riannoda la questione Ilva. Il gip di Milano Maria Vicidomini ha bocciato le richieste di patteggiamento di Adriano, Fabio e Nicola Riva in uno dei procedimenti milanesi su Ilva. La decisione però rischia di far saltare l’accordo per finanziare il risanamento ambientale dello stabilimento di Taranto, il più grande impianto siderurgico d’Europa, proprio mentre è in corso l’iter per la vendita di Ilva dopo due anni di amministrazione straordinaria.
Nelle settimane scorse, la Procura di Milano aveva dato il via libera a questi patteggiamenti in seguito alla decisione della famiglia Riva di rinunciare a ogni contenzioso con lo Stato italiano sul “tesoretto” da 1,3 miliardi di euro, attualmente bloccato in Svizzera, dopo il sequestro effettuato nel 2013 dalla Guardia di Finanza. Soldi destinati al risanamento ambientale dello stabilimento di Taranto. Per il gip però le pene patteggiate sono troppo basse per ratificare il patteggiamento.
L’intesa tra lo Stato e la famiglia Riva con la rinuncia a ogni contenzioso era stata annunciata a Novembre dal Capo dell’Esecutivo Matteo Renzi. I pm Mauro Clerici e Stefano Clerici assieme al procuratore capo Francesco Greco avevano dato il placet al patteggiamento dopo la decisione della famiglia Riva di rinunciare ai contenziosi che, di fatto, apriva al rientro in Italia dei capitali destinati ai progetti di risanamento e riqualificazione degli impianti dell’Ilva.
Adriano Riva, accusato di bancarotta, truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di valori, aveva concordato con la Procura milanese due anni e mezzo di reclusione. Il nipote, Fabio, accusato solo di bancarotta, aveva invece chiesto un patteggiamento per quattro-cinque anni di reclusione, in continuazione con una condanna per altro reato già diventata definitiva. L’altro nipote, Nicola, accusato di bancarotta, aveva chiesto una pena inferiore ai due anni di carcere.
La famiglia Riva era proprietaria del 90% della più importante azienda siderurgica, poi sottoposta all’amministrazione straordinaria dopo la crisi provocata anche da un’inchiesta della magistratura per disastro ambientale.
Ieri, intanto, il Tribunale federale svizzero ha rinviato al 31 marzo una decisione sulla somma congelata. Secondo i media svizzeri, alcune questioni giuridiche nell’accordo tra Riva e Stato italiano sull’Ilva non sarebbero ancora risolte, ragione per la quale gli ex proprietari dell’azienda hanno depositato la richiesta di sospensiva

Il Pd partito del Congresso permanente

pd tessereIl Partito democratico è ormai un partito che vive un eterno congresso permanente.
“Chi vuole giocarsi la carta della leadership io dico porte aperte”. Matteo Renzi, nel corso della direzione nazionale di oggi, annunciando le sue dimissioni, ha di fatto aperto la stagione congressuale del Pd.
“Non possiamo più prendere in giro la nostra gente – ha detto in un altro passaggio – potete prendere in giro me ma non la nostra gente. Nel pieno rispetto dello statuto, con le stesse regole dell’ultima volta” si faccia il congresso. “Così che non si discuta da domani sulle regole. Ma torni la politica”.
“Io non sarò mai il custode dei caminetti, preferisco il mare aperto della sfida che la palude. Facciamo il congresso e chi perde il giorno dopo dia una mano, non scappi con il pallone, non lasci da solo chi vince le primarie, non faccia quanto avvenuto a Roma”.
“Si chiude un ciclo alla guida del Pd – dice Matteo Renzi – Ho preso un Pd che aveva il 25 per cento e nell’unica consultazione politica lo abbiamo portato al 40,8”. Renzi continua così a mettere sul banco il suo successo del 40%.
Al banco della presidenza siede, al fianco del segretario Matteo Renzi, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, al quale Renzi ha ribadito la propria stima (“massima stima e amicizia di tutto il Pd. Nel rapporto decennale che ci lega non è la lealtà che manca”). In platea si vede tra gli altri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. A chi lo accusa di non aver discusso a sufficienza la disfatta referendaria risponde: “L’analisi del voto l’abbiamo fatta: io ho pagato il pegno, mi sono dimesso. Se l’errore principale della campagna elettorale è stata la personalizzazione, ho cercato di evitare la personalizzazione almeno nel post referendum”. E poi aggiunge: “Da due mesi la politica italiana è bloccata. Improvvisamente è scomparso il futuro da ogni narrazione. L’Italia si è rannicchiata nella quotidianità”.
E Matteo Orfini nel suo intervento alla Direzione del Pd ha voluto sottolineare proprio il problema di un Congresso che non finisce mai: “Noi abbiamo già esperito un tentativo di fare il congresso, ma abbiamo detto che serviva una fase di decantazione per arrivare con più tranquillità ad una scadenza già fissata”. “Abbiamo fatto questa scelta insieme in Assemblea. Non ha funzionato”, sottolinea Orfini che punta il dito contro Bersani: “Quello che ha chiesto Bersani abbiamo provato a farlo, ma la conflittualità interna è aumentata. Il problema è che il congresso non finisce mai”. Per Orfini “il Congresso serve, perché c’è una enormità di problemi che ci impongono di riflettere sulle risposte che vogliamo dare. E dobbiamo dire che diamine di partito ci serve, dobbiamo decidere come metterci mano e cosa farne”.
Dalla minoranza intanto è partita la prima candidatura. “Quella di candidarmi alla segreteria è una cosa che sento di fare, necessaria”. Annuncia Michele Emiliano nel suo intervento in direzione Pd. “Non so come si fa a fare un congresso senza sapere quale sarà la legge elettorale. Un congresso ad aprile senza conoscere la legge elettorale che roba è? Andare al congresso senza conoscere quante federazioni sono commissariate e quanti circoli non sono in grado di rilasciare le tessere non vedo come si possa fare, è difficilissimo, è una di quelle cose che fa aumentare il rischio scissione”. Chiede ancora il Governatore della Puglia.
La minoranza del Pd inoltre presenterà un documento in Direzione in cui si chiede che il congresso parta alla scadenza naturale di giugno, si sostenga il governo Gentiloni arrivando alla fine della legislatura e si lavori per una nuova legge elettorale.

All’attacco invece Roberto Speranza: “Un congresso non deve servire ad evitare una scissione, ma a ricucire quella che c’è già stata con la nostra gente”.
“Se il congresso è il tentativo di una sterzata vera, di un confronto vero, allora va benissimo. Il gioco delle figurine è un rischio. In queste figurine mi ci metto anche io. Alcune delle cose dette da Andrea Orlando e in particolare la proposta di costruire un perimetro culturale prima del momento di conta più specifico, mi pare che vadano nella direzione giusta. Abbiamo il tempo per mettere il treno sui binari ed evitare che deragli”. Lo ha detto Roberto Speranza, intervenendo in direzione.
Mentre Andrea Orlando alla direzione Pd propone una terza via, rispetto a quella del congresso subito e a quella delle assise dopo l’estate. Il Pd deve evitare un congresso che sia la “sagra dell’antipolitica”, meglio aprire una “conferenza programmatica”, ovviamente fermando la “delegittimazione quotidiana” del segretario. “Quello che temo è la seconda fase, quella delle primarie: senza una restrizione del range, senza correzione, senza una condivisione di una piattaforma, senza un’autodisciplina dei candidati, finiranno per essere una sagra dell’antipolitica, il tutto consumato dentro la campagna elettorale delle elezioni amministrative”.
Tra le varie correnti anche quella solitamente ‘attendista’ ‘Sinistra è cambiamento’ di Maurizio Martina che stavolta però si è schierata per un nuovo congresso: “Inviterei a vivere l’ipotesi congressuale come un salto di maturità, che ci dà la possibilità di sciogliere i nodi che abbiamo davanti. Si sta ponendo da mesi una questione di leadership, ci sta”, dice il ministro dell’Agricoltura che ha aggiunto: “Io ho fiducia nel nostro popolo. ‘Tutte le volte che lo abbiamo chiamato a condividere responsabilità, il nostro popolo ci ha stupito. Non ci sarà nessuna regola che ci proteggerà dai tentativi di far saltare quel minimo comun denominatore che fa vivere tanto una conferenza programmatica quanto una primaria”.
Ancora nessun commento dal trono della ‘vecchia scuola’ del Pd: Massimo D’Alema.

Legge elettorale in commissione. Ma la quadra non c’è

Sebbene ufficialmente il calendario dei lavori della Camera preveda che la riforma della legge  elettorale approdi in Aula lunedì 27 febbraio, mai come in questo momento appare alquanto improbabile il rispetto della  tabella di marcia. È vero che oggi la commissione Affari  costituzionali ha avviato formalmente l’iter, con la relazione del presidente e l’incardinamento delle 18 diverse proposte di legge finora presentate, ma è altrettanto vero che tutto resterà ufficialmente congelato fino alle motivazioni della  sentenza della Consulta sull’Italicum.

Il vero nodo adesso è rappresentato dalle  mosse di Matteo Renzi, che dovrebbe sciogliere la riserva sul da farsi alla Direzione di lunedì. Finché, ragionano i componenti dei vari schieramenti politici in commissione Affari  costituzionali, compresi gli stessi deputati del Pd, non  saranno chiare le sorti del partito e del suo segretario, con le possibili dimissioni e l’apertura della fase congressuale,  nulla si muoverà e nessuna trattativa concreta sulla futura legge elettorale potrà arrivare alla quadra. E’ questo il senso dei vari conciliaboli in Transatlantico e nei corridoi del palazzo. “Il documento dei 40 senatori del Pd – osserva un  parlamentare dem – ha messo la pietra tombale sul voto a giugno e ha aperto di fatto il congresso. Renzi sa che al Senato non ha più la maggioranza del gruppo e con quei numeri non si può permettere di portare avanti alcuna proposta sulla legge elettorale, andrebbe in minoranza”, tira le somme la stessa fonte. Insomma, finché non si conosceranno i nuovi equilibri di forza nel Pd, è la convinzione di un esponente di spicco di Forza Italia, la legge elettorale resterà nel congelatore. Questo perché, spiega un deputato di Area popolare, “le  posizioni sul modello di voto all’interno dello stesso Pd sono  molto diverse e prevarrà la linea dell’area che vincerà il congresso”. E un verdiniano chiosa: “Nel pieno della campagna congressuale per conquistarsi lo scettro del Pd si potranno mai  mettere d’accordo le varie anime dem su quale legge elettorale  fare?”.

Al momento solo M5S, Lega e Fratelli d’Italia continuano ad invocare il voto subito. Lo ribadisce anche oggi Beppe Grillo che, in un post in cui attacca governo, Pd e parlamento, chiosa: “bisogna approvare la legge elettorale e andare a votare”. Di tutt’altro avviso la presidente della Camera, Laura Boldrini: “La legge elettorale è importante, ma il Paese lo è di più. Credo sia deludente andare a votare senza aver approvato quello che io chiamo il ‘pacchetto diritti'”. Anche per Massimo D’Alema non c’è alcuna fretta, anzi sarebbe disastroso un ritorno anticipato alle urne. Quanto alla legge elettorale, “il Pd ne ha proposto cinque diverse. E non è la minoranza che rompe le scatole. Lo scontro più aspro è quello che divide l’idea di Franceschini di un premio alle coalizioni e quella di Orfini che lo vuole alla lista”. Per l’ex premier “occorre una legge che offra una chance di governabilità, con un premio ragionevole, alla lista che arriva prima. Ma i capolista bloccati vanno aboliti”.

Il candidato alla segreteria, Roberto Speranza, incontrando altri parlamentari della minoranza dem, ha detto: “Siamo aperti a discutere di coalizione per ricostruire il centrosinistra”. Ma vanno “eliminati i capolista bloccati”. Per Maurizio Lupi “con questa legge elettorale, in questo  momento, la cosa certa è che Area Popolare si presenta da sola”. Tuttavia, per Ap “il premio alla coalizione è meglio del premio alla lista semplicemente perché in questi mesi abbiamo visto finzioni assurde, meglio essere diretti. Ad esempio il listone unico che vogliono fare Salvini e la Meloni, non è meglio fare una coalizione a quel punto? Sbarramento al 3% in entrambe le Camere”. Forza Italia presenterà un suo  testo dopo le motivazioni della Consulta, ma la linea del non voto è già chiara. E oggi, Renato Brunetta ha anticipato i capisaldi della proposta azzurra: sistema a base proporzionale, no al ballottaggio, premio di maggioranza che scatta dal 40% in su e su base nazionale sia alla Camera che al Senato, soglie di sbarramento omologhe per entrambi i rami del Parlamento, capilista bloccati anche a palazzo Madama, no preferenze ma collegi uninominali sul modello del Provincellum: “Abbiamo 12 mesi di tempo perché la legislatura finisce a febbraio del 2018”, ha concluso.

Sinistra Italiana “pensa che sia necessaria una legge di impianto proporzionale che metta al centro il tema della rappresentanza, in equilibrio con il principio di governabilità, e che si eliminino definitivamente i capilista bloccati. Perché non si può arrivare all’ennesimo Parlamento con il 75% di deputati nominati”, ha spiegato il capogruppo Arturo Scotto.

Nencini: “Da Orfini idea medievale della parità”

On. Matteo OrfiniAncora toni alti, scontri e polemiche all’interno del partito democratico. Questa volta è stato Michele Emiliano a polemizzare con il segretario del partito. Il governatore della Puglia ha osservato che se Renzi non lascia la guida del Nazareno è perché vuole compilare lui le liste elettorali. “Il segretario non si dimette – ha detto Emiliano – perché ha un sacco di soldati e salmerie da collocare, ha da salvaguardare un sacco di persone. E se dovesse perdere la possibilità di fare le liste – ha aggiunto Emiliano – non so se quei sondaggi sarebbero uguali perché questi sondaggi sono cosi’ adesso che il segretario ha il potere di fare le liste e quindi tiene insieme tutte le infinite correnti del Pd”. A stretto giro è giunta la replica dura dei renziani che traducono il pensiero del segretario: “Emiliano se proprio si sente un leader – ha attaccato Ernesto Carbone, della segreteria – dovrebbe credere un po’ di più in se stesso e candidarsi alle primarie anziché battere ritirata al primo sondaggio letto dando poi la colpa a Matteo Renzi”.

Poi l’affondo più netto, direttamente dal vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini:”Non passa giorno senza che Emiliano provi ad aprire fronti nel partito alla cui guida, ‘suo malgrado’, vorrebbe candidarsi. Ogni giorno un attacco frontale al segretario e al partito. La dialettica è assicurata nel pd e la polemica, anche aspra, può essere a volte utile. Ma in questi giorni – ha concluso Guerini – sta assumendo livelli pericolosi, nel solco di esperienze già fatte in passato di tentativi di indebolire il leader di turno”.

Altro tema caldo che riguarda  tutti i partiti e non è esclusivo di un singolo, è la legge elettorale. Matteo Orfini, presidente del Pd, in una intervista a la Stampa si è detto “radicalmente in dissenso con la proposta di Franceschini” che ieri aveva proposto primarie di coalizione, per evitare la scissione nel Pd, e premio di maggioranza alla coalizione e non più alla lista come punto di mediazione con Forza Italia e Ncd sulla legge elettorale. Con il premio di maggioranza alla coalizione “si rischierebbe di mettere completamente in crisi la vocazione maggioritaria del Pd: se si torna alle coalizioni, allora si rischia di tornare anche a Ds e Margherita”.

Orfini è il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini “pensa di trattare gli alleati come ascari: utili alle maggioranze parlamentari, dannosi nelle alleanze elettorali. Un’idea medievale della parità e della dignità. Proprio da archeologo. Applicando la teoria orfiniana, il centrosinistra perderebbe anche le città. Lavorerà mica per Grillo?”. “Ricordo a Orfini – ha aggiunto Nencini – che si tratta di condizioni completamente differenti. l’Ulivo era composto da una decina di partiti alleati con Rifondazione, decisiva nella caduta dei due Governi Prodi (nel 2008, a dire il vero, non da sola)”. “La coalizione che ha sostenuto dalla nascita i due ultimi governi – ha proseguito Nencini – non è in nulla paragonabile all’Ulivo: i partiti nazionali sono solo quattro (PD, Scelta Civica, PSI, NCD) mentre gli eredi di Rinfondazione Comunista sono sempre stati, e stabilmente, all’opposizione. Quanto a Pisapia, leggo che un futuro governo riformista vorrebbe sostenerlo, non abbatterlo. È paradossale – ha proseguito Nencini – che Orfini metta in guardia da un rischio che in questi anni non si è mai manifestato tacendo invece le divisioni nei gruppi parlamentari del PD che spesso hanno creato difficoltà al governo. Ha forse dimenticato le dichiarazioni di Bersani sulla valutazione di volta in volta degli atti dell’esecutivo Gentiloni?”.

Nencini ha poi esortato a “parlare meno di legge elettorale e di approvare misure necessarie agli italiani. Giacciono in parlamento provvedimenti che vanno portati a termine entro questa legislatura. Dal codice della strada al reddito di inclusione, dal testamento biologico al ‘correttivo’ al nuovo Codice Appalti”. Nencini ha fatto un appello a Laura Boldrini e Piero Grasso affinché questi provvedimenti arrivino fino in fondo: “Mi rivolgo ai presidenti di Camera e Senato perché le conferenze dei Capigruppo calendarizzino quanto prima proposte e disegni di legge in dirittura d’arrivo”.

Ginevra Matiz

UNA SINISTRA NUOVA

APERTURA-Nencini-Bandiera-PSI

“Partiamo da un punto: la legge elettorale deve essere rivisitata intanto dalla coalizione di governo poi bisogna cercare un accordo con il Parlamento. Non si può fare una legge elettorale in accordo con la Lega e Grillo a discapito della maggioranza che ha retto fino ad ora il Governo Renzi e il governo Gentiloni. Da qui bisogna partire, dopo che è nota la sentenza della Consulta sull’Italicum. Però non possiamo passare, come diceva Renzi, da una legge che consenta di avere il governo il giorno stesso delle elezioni, a una legge che il giorno stesso in cui le urne si chiudono, dice che non si avrà sicuramente un governo. E la strada maestra per favorire le coalizioni è il Mattarellum”. Non ha dubbi il segretario del Psi Riccardo Nencini: “Per sboccare l’empasse sulle elezioni bisogna scompaginare il gioco. Dopo che la Corte avrà reso note le motivazioni della sentenza, la coalizione che sostiene il governo deve presentare una proposta. Penso sia una mossa indispensabile anche per siglare una tregua nel Pd.

Da Franceschini sono arrivare aperture per delle modifiche tra le quali il premio di maggioranza alla Coalizione…
Il Mattarellum è la strada maestra, quella che propone Franceschini è l’alternativa. Ma contestualmente bisogna preparare un progetto e una strategia per i prossimi anni su dei punti ben precisi.

Quali?
Una sinistra nuova che si preoccupi di migranti e multiculturalismo con un approccio nuovo basato sui diritti fondamentali delle persone. Sì all’accoglienza ma fine dell’età del buonismo. Chi vive in Italia deve giurare sulla nostra Costituzione, godere dei nostri diritti e vivere secondo i nostri doveri. Secondo, è fondamentale l’allargamento della torta della produzione della ricchezza e contestualmente rivedere  la redistribuzione della ricchezza in maniera equa. Per questo chiederemo un congresso straordinario del Pse, per riscrivere la cornice in cui ci muoviamo tra stati a sovranità limitata e mondo del lavoro in crisi.

Il tentativo del governo Renzi di cambiare la Costituzione si è fermato con il voto del 4 dicembre scorso. Questo è un Paese irriformabile?
La prossima legislatura dovrebbe essere aperta con una Assemblea costituente che metta mano alle riforme istituzionali. I socialisti già in questa legislatura proposero la Costituente, ma rimasero inascoltati. Probabilmente ora la situazione sarebbe diversa.

Non si sa che legge elettorale ci sarà, tantomeno quando si voterà. Ma comunque non oltre il 2018. Come si sta organizzando il Psi?
La raggiunta unità al Consiglio Nazionale della scorsa settimana è un fatto assolutamente positivo e da valorizzare. I Socialisti, oltre 20mila iscritti, 105 federazioni provinciali, 93 tra sindaci parlamentari e consiglieri regionali, andranno al Congresso Nazionale il 18 e 19 marzo. Il nostro è rimasto l’unico partito del Novecento. Il fatto è che l’idea è giusta. È un’idea che ha reso l’Italia più libera e civile e oggi c’è bisogno di lavorare a questa storia.

Daniele Unfer

IL FRENO DI NAPOLITANO

Renzi le elezioni le vuole proprio. Tanto che non esita a cercare la sponda di Lega e Movimento 5 Stelle. Con loro infatti ha trovato un accordo sul calendario per intavolare l’inizio della discussione sulla legge elettorale a fine febbraio. Alla determinazione di Renzi risponde Pier Luigi Bersani: “Se Renzi forza, rifiutando il Congresso e una qualunque altra forma di confronto e di contendibilità della linea politica e della leadership per andare al voto, è finito il Pd. E non nasce la cosa 3 di D’Alema, di Bersani o di altri, ma un soggetto ulivista, largo plurale, democratico”. “Non incontro Renzi, parlo in pubblico. E mi piacerebbe farlo nel Pd, dove è preoccupante il restringimento degli spazi democratici”, ha detto ancora Bersani. Che ha aggiunto: “Il governo deve governare. Gentiloni vuole governare? Un presidente del Consiglio giura sulla Costituzione, non facciamo vedere un autolicenziamento in streaming alla direzione del Pd”.

Chi cerca di porre un freno è l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. “Nei paesi civili – ha detto – alle elezioni si va a scadenza naturale e a noi manca ancora un anno. In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate”. Napolitano ha poi aggiunto: “Bisognerebbe andare a votare o alla scadenza naturale della legislatura o quando mancano le condizioni per continuare ad andare avanti. Non si fa certo per il calcolo tattico di qualcuno…”. Per togliere la fiducia a un governo deve accadere qualcosa”, ha ribadito l’ex presidente della Repubblica, conversando con i giornalisti a Palazzo Madama. “Non si fa certo per calcolo tattico di qualcuno”, ha sottolineato riferendosi, pur senza citarlo, all’ex premier Renzi.

Parole che hanno subito illuminato la fervida fantasia di Salvini che ha replicato con i modi che gli sono più consoni: “Nei Paesi civili chi tradisce il proprio Popolo viene processato, non viene mantenuto a vita come parlamentare, presidente e senatore”. Un attacco che il segretario del Psi Riccardo Nencini ha definito “scriteriato”. “Se c’è un traditore – ha aggiunto – quello è proprio Salvini, addirittura da quando lavorava per anteporre gli interessi della fantomatica Padania all’Italia”.

Le parole di Salvini sono definite rivoltanti anche dal presidente dice della commissione Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto: “Quello che dice Salvini su Napolitano è rivoltante e  dovrebbe far riflettere chi addirittura fa con lui intese istituzionali e parlamentari”.  Salvini conosce i propri elettori. E sa cosa dire per farli contenti. Parlare alla pancia serve a pescare consensi, anche quando si rimesta nel torbido di affermazioni poco eleganti. “Per il Pd – dice Lorenzo Guerini  – sono inaccettabili e offensive le parole di Salvini contro il presidente Napolitano”. Mentre per Vannino Chiti “ci sarebbe da stupirsi il giorno in cui Salvini facesse affermazioni dotate di equilibrio e di saggezza. Anche in questi difficili tempi la rozzezza e la violenza verbale non sono una virtù. Le ingiurie contro il presidente Napolitano sono ricorrenti e gratuite, ma non per questo si può far finta di niente. A Napolitano vanno la mia stima e la massima solidarietà”.

“Un arruffapopolo inconcludente” lo ha invece definito Maurizio Lupi, presidente dei deputati di Area popolare. “Nei paesi civili chi accusa di tradimento un capo dello Stato e lo vuole portare a processo dovrebbe provare quello che dice, o imparare a misurare le parole. Sempre che voglia fare il leader politico e aspirare a guidare il paese”. Le parole spesso vengono sparate al vento senza riflettere troppo, ma chi vuole votare subito dovrà sedersi al tavolo con Salvini per trovare una intesa.

L’invito di Napolitano: “Votare a fine legislatura”

Napolitano-dimissioni-RenziRenzi le elezioni le vuole proprio. Tanto che non esita a cercare la sponda di Lega e Movimento 5 Stelle. Con loro infatti ha trovato un accordo sul calendario per intavolare l’inizio della discussione sulla legge elettorale a fine febbraio. Alla determinazione di Renzi risponde Pier Luigi Bersani: “Se Renzi forza, rifiutando il Congresso e una qualunque altra forma di confronto e di contendibilità della linea politica e della leadership per andare al voto, è finito il Pd. E non nasce la cosa 3 di D’Alema, di Bersani o di altri, ma un soggetto ulivista, largo plurale, democratico”. “Non incontro Renzi, parlo in pubblico. E mi piacerebbe farlo nel Pd, dove è preoccupante il restringimento degli spazi democratici”, ha detto ancora Bersani.

Chi cerca di porre un freno è l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. “Nei paesi civili – ha detto – alle elezioni si va a scadenza naturale e a noi manca ancora un anno. In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate”. Napolitano ha poi aggiunto: “Bisognerebbe andare a votare o alla scadenza naturale della legislatura o quando mancano le condizioni per continuare ad andare avanti. Non si fa certo per il calcolo tattico di qualcuno…”. Per togliere la fiducia a un governo deve accadere qualcosa”, ha ribadito l’ex presidente della Repubblica, conversando con i giornalisti a Palazzo Madama. “Non si fa certo per calcolo tattico di qualcuno”, ha sottolineato riferendosi, pur senza citarlo, all’ex premier Renzi.

Parole che hanno subito illuminato la fervida fantasia di Salvini che ha replicato con i modi che gli sono più consoni: “Nei Paesi civili chi tradisce il proprio Popolo viene processato, non viene mantenuto a vita come parlamentare, presidente e senatore”. Un attacco che il segretario del Psi Riccardo Nencini ha definito “scriteriato”. “Se c’è un traditore – ha aggiunto – quello è proprio Salvini, addirittura da quando lavorava per anteporre gli interessi della fantomatica Padania all’Italia”.

Le parole di Salvini sono definite rivoltanti anche dal presidente dice della commissione Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto: “Quello che dice Salvini su Napolitano è rivoltante e  dovrebbe far riflettere chi addirittura fa con lui intese istituzionali e parlamentari”.  Salvini conosce i propri elettori. E sa cosa dire per farli contenti. Parlare alla pancia serve a pescare consensi, anche quando si rimesta nel torbido di affermazioni poco eleganti. “Per il Pd – dice Lorenzo Guerini  – sono inaccettabili e offensive le parole di Salvini contro il presidente Napolitano”. Mentre per Vannino Chiti “ci sarebbe da stupirsi il giorno in cui Salvini facesse affermazioni dotate di equilibrio e di saggezza. Anche in questi difficili tempi la rozzezza e la violenza verbale non sono una virtù. Le ingiurie contro il presidente Napolitano sono ricorrenti e gratuite, ma non per questo si può far finta di niente. A Napolitano vanno la mia stima e la massima solidarietà”.

“Un arruffapopolo inconcludente” lo ha invece definito Maurizio Lupi, presidente dei deputati di Area popolare. “Nei paesi civili chi accusa di tradimento un capo dello Stato e lo vuole portare a processo dovrebbe provare quello che dice, o imparare a misurare le parole. Sempre che voglia fare il leader politico e aspirare a guidare il paese”. Le parole spesso vengono sparate al vento senza riflettere troppo, ma chi vuole votare subito dovrà sedersi al tavolo con Salvini per trovare una intesa.

DIETRO IL VOTO

d'alema massimoDopo una pausa di riflessione Matteo Renzi torna a prendersi la scena parlando direttamente di elezioni.  “Se dopo le elezioni – afferma – torneremo al governo dovremo riprendere il ragionamento” sul taglio dell’Irpef e “non solo quella”. Matteo Renzi sembra ignorare le richieste che arrivano dalla sinistra del proprio partito e guarda già oltre. La sinistra invoca il congresso e dibatte sulla legge elettorale e voto anticipato e il segretario liquida la discussione come tema da “palazzo” che preoccupa chi punta solo a “un posto in Parlamento”. E lancia già la sua proposta per le prossime elezioni, scrivendo sul suo blog e nella sua newsletter di “problemi reali di tutti i giorni”: giù le tasse, innanzitutto. Quanto alle urne, i renziani puntano a un’accelerazione per il voto a fine aprile, anche se scommettono più realisticamente su giugno.

Frena la fretta per le urne il segretario del Psi Riccardo Nencini: “La corsa alle elezioni senza la certezza di una legge elettorale e soprattutto senza un progetto per l’Italia condiviso da una coalizione riformista non è la strada maestra. Lo ripeto: è necessario che le forze che sostengono il governo si incontrino con l’unico obiettivo di parlare agli italiani con una lingua comune”.

Massimo D’Alema si prepara già a una corsa in solitaria: “Il giorno in cui senza cambiare la legge elettorale Renzi chiedesse a Gentiloni di dimettersi per andare al voto – afferma D’Alema – la reazione sarebbe preparare un’altra lista. E se nella sinistra si formerà un nuovo partito supererà il 10% dei voti: ho fatto fare delle ricerche”. Poi D’Alema aggiunge: “Renzi vuole votare subito per un calcolo molto meschino: con i 100 capilista bloccati lui garantirebbe se stesso e la parte più fedele del ceto politico che lo circonda. E questa è l’unica cosa che può spingere verso la scelta irresponsabile di andare a votare con una legge che aprirebbe una drammatica crisi istituzionale”. “Ho proposto che si discuta seriamente una nuova legge elettorale, che non sia la proporzionale semplice ma aiuti la governabilità. Una legge elettorale che favorisca la governabilità senza gli eccessi dell’Italicum: andrebbe negoziata e questo richiederebbe tempo. A nessuna di queste proposte si è risposto: solo insulti e dichiarazioni demonizzatrici. Che razza di partito è questo?”.

Renzi presto farà il punto al Nazareno con i dirigenti Dem sull’iter da seguire per un confronto con gli altri partiti sulla legge elettorale. Si parte dal Mattarellum, con la disponibilità a discutere di altre soluzioni, ma prevale lo scetticismo sulla possibilità di intervenire in Parlamento: si rischia la palude, dicono fonti Dem. Dunque, se con FI (dei Cinque stelle ci si fida poco) si giungesse a un’intesa, si potrebbe valutare di portare il testo in Parlamento e blindarlo con una “fiducia tecnica”. Ma il momento delle scelte è già fissato alla direzione del 13 febbraio (o qualche giorno dopo, se le motivazioni della Consulta tardassero ad arrivare).

Renzi, intanto, tiene la linea dettata a Rimini e imposta la campagna sui contenuti a partire da un tema sensibile come le tasse: “Bisogna rottamare il modello Dracula che per anni è stato la base di alcuni ministri del centrosinistra e del governo Monti: scommettere su un fisco amico, come abbiamo fatto ottenendo il record di 17 miliardi dalla lotta all’evasione. E abbassare le tasse”, scrive rivendicando una distanza dalla sinistra del passato.  Parole non gradite dal diretto interessato: “Io Dracula? Renzi mi fa pena” afferma Monti. “Non so chi ci crede più alle accuse lanciate ad altri dopo che sono stati sprecati tre anni: l’azione anche buona del governo è stata appesa a una priorità strategica sbagliata come giocarsi tutto sul referendum. Servirebbe molta modestia in più”.