MANOVRE IN CORSO

APERTURA-MontecitorioGiornata di incontri sulla legge elettorale. Si cerca l’intesa sui cui trovare una convergenza più ampia possibile. Sul tavolo diverse ipotesi tra cui scegliere tra cui quella che si ispira al sistema tedesco. Ma al momento in commissione si lavora sul Rosatellum. Il testo che prende ispirazione dal Mattarellum. Il segretario del Psi Riccardo Nencini ha oggi incontrato al Nazareno il segretario del Pd Matteo Renzi per discutere di legge elettorale. “Un lungo incontro – ha detto – amichevole e proficuo, dove si è parlato di legge elettorale e del futuro dell’Italia e dell’Europa all’indomani del vertice di Taormina. Abbiamo valutato assieme la proposta di legge elettorale sul tavolo condividendo il criterio del massimo coinvolgimento di tutte le forze politiche. Con auspicabili modifiche, calata nella realtà italiana favorisce coalizioni coese, il modo migliore per presentarsi ai cittadini” ha aggiunto Nencini al termine dell’incontro.

Il Pd si è incontrato anche con il Movimento 5 Stelle. Un incontro inedito. Durato circa 20 minuti. Per il M5s hanno partecipato Roberto Fico, Danilo Toninelli e Vito Crimi. Per il Pd Ettore Rosato, Luigi Zanda e Emanuele Fiano. Il M5S ha confermato la preferenza per il sistema tedesco, come già annunciato da Grillo. A fine incontro bocche cucite. Ma poi i 5 Stelle in una nota scrivono: “Abbiamo consegnato la nostra proposta di legge elettorale, così come votata dagli iscritti del Movimento 5 Stelle. Il nostro obiettivo è quello di evitare che i partiti partoriscano l’ennesima legge incostituzionale, dopo il Porcellum e l’Italicum. Adesso chiediamo a tutte le altre forze di assumersi le loro responsabilità davanti ai cittadini. Se lo faranno seriamente, in breve tempo, potremo finalmente dare al paese, dopo quasi dodici anni, una legge elettorale rispettosa della Costituzione”.

Poi è stata la volta di Mdp. Sale intanto la tensione tra Renzi e Alfano con Alternativa popolare che teme ormai in dirittura di arrivo l’accordo sul proporzionale alla tedesca tra Dem e Fi.  Nel pomeriggio un incontro sulla legge elettorale tra vertici del Pd e quelli di Alternativa Popolare non ha fatto superare le distanze tra i due partiti, tanto da far dire al capogruppo di Ap, Maurizio Lupi, che “le posizioni sono distanti”. Lupi riferisce dell’avvenuto incontro tra Matteo Renzi e Angelino Alfano, assieme alle rispettive delegazioni, durante la registrazione di Porta a Porta. Tra i nodi irrisolti la soglia di sbarramento del 5 per cento, che invece Ap vorrebbe far passare al 3.

“Quella sulla soglia si sbarramento è stata la prima domanda che abbiamo fatto a Renzi quando oggi pomeriggio lo abbiamo incontrato con Alfano e D’Alia”,riferisce ancora Lupi che ha spiegato: “1.250.000 voti presi da Ap alle elezioni con la legge elettorale che vogliono andrebbero” persi, ovvero “1.250.000 cittadini non avrebbero il diritto di cittadinanza in Parlamento con lo sbarramento al 5%”, inoltre, “la legge elettorale va fatta con l’opposizione ma prima si deve dialogare all’interno della maggioranza. Con Renzi però le posizioni sono distanti. Domani ci sarà la direzione del Pd e giovedì la direzione nazionale di Ap, vedremo, ma non vado col piattino in mano da nessuno”, ha concluso Lupi.

NNNN
– – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Martedì invece l’incontro tra Pd e la delegazione di Forza Italia con Brunetta che ha già sottolineato come ”il modello tedesco proposto da Berlusconi sembra trovare il massimo consenso. Aspettiamo la direzione del Partito democratico e poi da mercoledì o giovedì si inizierà a votare in Commissione Affari costituzionali alla Camera e la nuova legge elettorale inizierà a prendere forma, con la trasformazione del Rosatellum proposto dal Pd, nel modello cosiddetto tedesco”. Ok al sistema tedesco arriva anche dal presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio: “Sono un proporzionalista da sempre – ha detto – da quando andava di moda essere ultramaggioritaristi. Attenzione, però: il tedesco andrebbe preso tutto insieme, compresa la clausola della sfiducia costruttiva”. Insomma per Pisicchio a prendere pezzi a piacere si può rischiare un risultato deludente.

Altro punto è la durata della legislatura. Grillo ha oggi sparato che si può votare il 10 settembre. Una data scelta per non far maturare la pensione ai parlamentari, non facendo raggiungere la fatidica soglia del 15 settembre? Forse. Un’alta motivazione politica. Tra l’altro sbagliata perché comunque i parlamentari resterebbero in carica fino al giorno in cui si insedia il nuovo Parlamento e in genere servono due settimane. È comunque un dato di fatto che anche il Pd è stuzzicato dall’idea di abbreviare la legislatura. Certo l’idea di votare quando si sta per votare la legge di bilancio è un pericoloso azzardo. Non approvare la manovra significherebbe andare all’esercizio provvisorio. Commenta Cicchitto: “Coloro che propongono come data il 24 settembre (o prima n.d.r.) facendo riferimento all’analoga scadenza tedesca dimenticano il ciclo particolare che in Germania – liste elettorali comprese – la campagna elettorale formale è in atto da mesi. In Italia dovrebbe essere presentata a metà agosto e la campagna elettorale svolgersi in uno spazio fra agosto e settembre: follia pura funzionale solo al disegno del M5S per scalzare il sistema”.

Ginevra Matiz

Voucher, serve una regola sul lavoro occasionale

voucher_lavoro_accessorioTorna lo scontro sui voucher. Uno scontro, interno alla maggioranza, che si somma a quelli già in atto, come quello sulla legge elettorale. Il governo aveva scongiurato il referendum con l’abolizione dei voucher. Ma una regolazione del lavoro occasionale, come ricorda il segretario del Psi Riccardo Nencini, è necessaria. “Regolamentare il lavoro occasionale – afferma Nencini – è la cosa giusta. Tutta la discussione che leggo attorno al tema è figlia più di valutazioni politico-elettorali che non di contenuto. E conferma una tendenza: è all’interno delle famiglie PD o ex PD che sorgono problemi”.

Il governo ha approvato in commissione Bilancio della Camera con le nuove norme sul lavoro occasionale. Un testo che il Ministro Poletti considera “coerente con l’impianto che avevamo scelto come governo. I voucher non ci sono più e non torneranno”. “Ora abbiamo uno strumento molto più limitato, molto più tracciato e molto più certo, che non permette scappatoie di alcun tipo e risolve un problema come quello del lavoro occasionale che aveva bisogno di una regolamentazione”.

Infatti una parte della maggioranza non vuole sentire parlare del ritorno di questo strumento. Da qui il sorgere delle tensioni. “Non si può raccontare agli italiani che salta il governo sulla questione dei voucher: è una trappola che Renzi si è inventato, ma che non funzionerà” afferma Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana e cofondatore di Mdp e annunciando allo stesso tempo che parteciperà alla manifestazione del prossimo 17 giugno. Secondo Rossi infatti “non verrebbe a mancare la maggioranza” perché “FI e Lega hanno ritenuto di votare” l’emendamento sulla nuova disciplina dei voucher. Per Rossi “anche le pietre hanno capito che Renzi vuole andare rapidamente alle elezioni, ma bisogna mettere in conto quanto può costare al Paese: lo spread potrebbe avere una ripresa che potrebbe costare all’Italia 2,5 miliardi, una cifra pesante”.

Confcommercio giudica invece positivamente la volontà del del governo di dare una nuova regolamentazione al lavoro occasionale in quanto questo tipo di prestazioni esistono sempre anche se manca lo strumento per regolarle. “Bisogna, però, partire dalla realtà per evitare di dare una risposta inefficace”. Per Confcommercio però “la soluzione ipotizzata delinea, infatti, uno strumento caricato di nuovi costi e adempimenti burocratici, tipici di un rapporto di lavoro, che nulla hanno che vedere con una prestazione occasionale”.

Sui voucher interviene anche il presidente di Confindustria che una osservazione politica: “Far cadere un governo per la questione dei voucher forse indica che il senso delle priorità non è molto chiaro ad alcuni in questo paese”. Che alla domanda se il dibattito sui voucher sia sintomo di una mancanza di stabilità del governo, Boccia aggiunge: “Ci sembra di sì, ma ovviamente ci auguriamo che non sia così”.

ABBASSO IL QUORUM

legge-elettorale

I socialisti hanno presentato i propri emendamenti al testo all’esame della commissione Affari Costituzionali del Senato. “Abbassare il quorum dal 5 al 3%, sia alla Camera che al Senato, inserire la parità di genere nelle candidature dei collegi maggioritari e nelle capolisture nella parte riguardante il proporzionale”. Afferma Pia Localtelli illustrando il contenuto di alcuni di essi. “Sulla parità di genere – ha aggiunto – non possiamo accettare passi indietro. In questa legislatura siamo riusciti ad avere un Parlamento con il 30% di donne, mi auguro che nella prossima questa percentuale salirà almeno al 40%”. Un quorum troppo alto rischia infatti di privare milioni di elettori del diritto ad essere rappresentati in parlamento. Soprattutto in uno scenario politico fluido come quello italiano. Un Paese in cui le anomalie sono spesso una caratteristica. E l’anomalia è che mentre si parla di rappresentanza e di partecipazione si alzano spesso barriere che invece la limitano.

E mentre continua il clima di scontro che fa sembrare ancora lunga la strada per trovare una legge elettorale condivisa, da una parte Renzi spinge per fare in fretta ma dall’altra il capogruppo del Pd in commissione Affari costituzionali Emanuele Fiano chiede uno slittamento del voto sugli emendamenti da lunedì 29 maggio a mercoledì 31. “Una cosa incredibile – commenta il capogruppo dei deputati di Sinistra Italiana Montecitorio Giulio Marcon – prima si fa di tutto per mandare in Aula la legge il prima possibile, poi però concretamente ne rallenta l’iter in commissione”. “Il rinvio – continua Marcon – serve al Pd per fare la sua direzione il 30 prossimo e decidere se mettersi d’accordo o no con Berlusconi”. Intanto in agenda sono previsti una serie di incontri. Lunedì, alla vigilia della direzione del Pd, i vertici Dem incontreranno gli altri partiti per discutere di legge elettorale. Incontro a cui il capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato ha invitato il Movimento 5 stelle.

Se fino a martedì, quando si riunirà la direzione Dem, non sarà emersa una maggioranza alternativa, probabilmente il segretario proporrà di andare avanti con il Rosatellum. Ma non è esclusa la virata verso il sistema tedesco, che raccoglie sempre più consensi. Non solo Fi e Mdp ma anche M5s sembra preferire il tedesco al Rosatellum. A dire no al sistema tedesco è Andrea Orlando avversario di Renzi nella corsa alla primarie. Il motivo del no è semplice: “Il sistema tedesco ci condannerebbe alle larghe intese che possono essere una necessità ma non devono diventare una scelta”. “Io penso – aggiunge – che occorra fare delle coalizioni, che occorra tornare ad un sistema di coalizioni dove ci si mette insieme perché si condivide un programma e non per fare una maggioranza, così si fa un governo e ci si dividono i ministri”. “Io sono per un premio di maggioranza – ha spiegato Orlando -, il testo base presentato alla Camera da Rosato è una traccia dalla quale si può partire”.

All’attacco, come al solito, i 5 Stelle che con Di Maio affermano che si sta “facendo di tutto per escludere il M5s dalle prossime elezioni con una legge elettorale che consenta a chi perderà di continuare a detenere il potere, e questo non è giusto”. “Siamo disponibili – continua Di Maio – a fare una seria legge elettorale con gli altri partiti”. E ancora: “Non possono escluderci dalla formazione di una legge elettorale e dalla possibilità di vincere le prossime elezioni e governare”. Una disponibilità che per il memento è solo a parole visto che ogni proposta, ma anche ogni invito a sedersi a un tavolo, è stata respinta dai Cinquestelle.

“Per la nuova legge elettorale – commenta Maurizio Martina, vicesegretario del Partito Democratico al videoforum di Repubblica – noi lavoriamo per raggiungere un’intesa il più larga possibile. Siamo consapevoli che lo spazio di lavoro è molto stretto e delicato e che non sarà facile trovare un punto di equilibrio capace di tenere dentro tutti. Il nostro orizzonte, a prescindere da quale sarà il modello di legge, è un nuovo centrosinistra, perché contano i programmi e le idee sulle scelte fondamentali per il Paese”. Ma è anche vero che senza i numeri i programmi e le idee non possono essere realizzate. Una legge elettorale che non garantisce un vincitore è un rischio troppo alto per il nostro paese. E sui tempi Martina spiega: “Per ora, entro la pausa estiva mettiamo la parola fine alla riforma della legge elettorale. Qualsiasi ragionamento si faccia dopo”. “Questo governo può comunque arrivare a fine legislatura, come sta dimostrando con scelte importanti”, sottolinea il ministro dell’Agricoltura.

Le grandi intese preoccupano anche il Dem Gianni Cuperlo per il quale un’altra “stagione di larghe intese potrebbe condannare il Pd all’implosione. Ma soprattutto non avrebbe la forza di aggredire le riforme che servono per portare l’Italia fuori dalla crisi peggiore della sua storia recente”. Secondo Cuperlo un accordo Pd-Forza Italia sul sistema elettorale tedesco, puntando al proporzionale, “sarebbe uno strappo profondo” che potrebbe “rompere il partito perché si segherebbe una delle sue radici e può offrire ai Cinque Stelle, e non solo, l’argomento principe di una campagna elettorale costruita attorno al grande inganno di un governo di larghe intese nella prossima legislatura”.

 

Tar boccia nomine di Franceschini, si salva Firenze

02/07/2013 Roma, assemblea dell'ANIA, nella foto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini

Il Tar del Lazio ha bocciato le nomine di sei dei venti direttori dei supermusei, con la sentenza n. 6171/2017 i magistrati si soffermano negativamente sui criteri di valutazione dei candidati ammessi. Secondo il Tar il bando “non poteva ammettere la partecipazione al concorso di cittadini non italiani” e lo scarto dei punteggi tra i candidati meritava “una più puntuale e più incisiva manifestazione di giudizio da parte della Commissione” valutatrice e la scelta di svolgere le prove orali a porte chiuse non ha assicurato i “principi di trasparenza e parità di trattamento dei candidati”. Inoltre lo scarto minimo dei punteggi tra i candidati meritava un giudizio più incisivo “piuttosto che motivazioni criptiche ed involute”, proprio perché l’ingresso nella terna di valutati “era condizionato anche da un apprezzamento minimo della commissione in favore dell’uno o dell’altro concorrente – si legge in una delle due sentenze – tanto da imporsi, in questo caso, una puntuale ed analitica giustificazione in ordine all’assegnazione di ciascun punto con riferimento ai dieci candidati ammessi al colloquio”.
Queste le motivazioni per le quali il Tar del Lazio, con due distinte sentenze, ha bocciato la nomina dei direttori dei super- musei italiani. I ricorsi erano stati proposti da Giovanna Paolozzi Maiorca Strozzi e Francesco Sirano, entrambi concorrenti alla procedura, con riferimento alle nomine del direttori del Palazzo Ducale di Mantova, della Galleria Estense di Modena, dei Musei Archeologici Nazionali di Napoli, Reggio Calabria e Taranto, nonché del Parco Archeologico di Paestum.
Il Tar ha invece respinto due ricorsi: Eike Schmidt resta Direttore della Galleria degli Uffizi di Firenze così come Cecile Holberg alla Galleria dell’Accademia di Firenze (la ricorrente «non ha potuto dimostrare l’illegittimità della sua estromissione»). Nella lista dei direttori bloccati c’è Paolo Giulierini del Museo Archeologico di Napoli, Peter Assmann, alla guida del complesso museale di Palazzo Ducale, Martina Bagnoli alle Gallerie Estensi di Modena, Eva Degl’Innocenti direttrice del Museo archeologico nazionale di Taranto e Carmelo Malacrino (Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria). Mentre il responsabile del parco archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel, resta in carica per un errore di notifica del provvedimento.
Il ministro Dario Franceschini ha subito annunciato che farà appello al Consiglio di Stato e ha sì commentato: “Trovo strano che la sentenza parli di stranieri quando in realtà i direttori sono europei e ciò contrasta con la Corte di Giustizia Europea e il Consiglio di Stato: io sono avvocato e uomo politico con esperienza, so che le sentenze non vanno commentate ma contrastate nelle sedi proprie”.
Il ministro si è poi detto stupito del fatto che il Tar “abbia definito questa procedura magmatica: la selezione internazionale è stata svolta da una commissione imparziale”. E ha aggiunto: “La selezione internazionale pubblicata sull’Economist per i direttori dei musei è stata originata da una norma di legge dell’Art bonus, che ha individuato appositamente una procedura particolare”.
A difesa delle nomine del ministro dei beni culturali è intervenuto anche il segretario del Pd, Matteo Renzi che ha affermato: “Il fatto che il Tar del Lazio annulli la nostra decisione merita il rispetto istituzionale che si deve alla giustizia amministrativa ma conferma – una volta di più – che non possiamo più essere una repubblica fondata sul cavillo e sul ricorso”. Così su Facebook Renzi commenta la sentenza sulle nomine. “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar”.
Più cauto il giudizio del Guardasigilli, Andrea Orlando, per il quale i Tar andrebbero certamente “cambiati”, sia pure senza “demonizzarli”. All’Aria che tira, su La7, parlando della decisione del Tar del Lazio sui direttori dei musei ha detto: “Mi sembra che Renzi dica una cosa vera (quando fa mea culpa per non aver cambiato i Tar, ndr), si era detto mettiamo le mani sulla giustizia amministrativa, non ce le abbiamo messe”.”I Tar andrebbero cambiati – ha aggiunto Orlando – senza demonizzarli, ma andrebbero cambiati. Precisando meglio qual è la competenza della politica e quella di un tribunale amministrativo”.
Adesso la palla passerà al Consiglio di Stato. Con la riforma dei musei italiani il ministero ha assegnato a una serie di musei – 32 in tutto – la piena autonomia organizzativa, scientifica, finanziaria e contabile e aveva indetto una selezione internazionale per scegliere i direttori.

UNA NUOVA FASE

Labellarte-PSI“Molti dubitavano che il Pd sul maggioritario facesse melina. Io invece ero più ottimista e questa proposta di legge lo conferma. Può essere sollevata un’obiezione sullo sbarramento al 5% sul proporzionale che è una quota alta. E lo faremo. Ma resta il fatto che attraverso questa legge l’obbligo della coalizione si pone con decisione. Altrimenti il maggioritario disperde forze e si favorisce chi è alternativo a te”.

All’indomani dell’arrivo del nuovo testo in Commissione Affari Costituzionali del Senato, lo scenario sul futuro della legge elettorale è mutato. Il Partito socialista pochi giorni fa ha presentato una proposta di legge elettorale che parte da una revisione del Mattarellum. “Questa proposta – sottolinea Riccardo Nencini, segretario del Psi – recepisce la nostra indicazione di avere una coalizione. Infatti anche lo stesso Pisapia guarda alla cosa con interesse. Con il maggioritario, finalmente, si lavora attorno all’idea di una coalizione, che è la cosa fondamentale per provare a vincere le elezioni. L’alternativa è un rischio insopportabile per gli italiani.

Quale?
Quello di consegnare il Paese a un governo grigioverde tra grillini, Lega e la Meloni. Quindi un governo antieuropeista e antieuro, che ci porterebbe lontani dai paesi democratici avanzati.

Lo stesso rischio che ha corso la Francia delle ultime elezioni?
No, il rischio è molto più alto. Perché le fondamenta del populismo francese sono circoscritte alla Le Pen e un pezzetto minoritario della sinistra francese. In Francia la tenuta repubblicana è molto più solida. Da noi invece, se vedo i sondaggi, il rischio è più alto.

Prodi dice che per vincere servono le coalizioni. Diventa centrale a questo punto il ruolo di Pisapia che ancora non ha deciso cosa vuole fare. Che ne pensi?
Voglio segnalare una cosa. I grandi organi di informazione si preoccupano moltissimo di cosa farà Pisapia e di cosa farà Bersani. Andiamo a vedere le amministrative. Il voto dell’11 giugno è importante. Votano 25 comuni capoluogo e 150 comuni sopra i 15mila abitanti. Lì liste che fanno capo a Pisapia non esistono. E sono ridotte a una decina quelle che si richiamano ad Articolo 1 Mdp. La sinistra riformista che si presenta alle elezioni è composta da Pd, Psi, liste civiche e qualche volta da Mdp e da Sinistra italiana. Questo è.  Gli altri sul territorio non ci sono.

Si può dire che al centrosinistra manca un federatore? Una figura che metta tutti d’accordo senza marcare invece sulle divisioni?
Può ancora essere Renzi il federatore del centrosinistra. E il fatto che nel Pd si presenti questa proposta di legge mi fa pensare che il segretario del Pd potrebbe ambire a questo ruolo. Non vedo per l’Italia altra scelta che una politica inclusiva e in questo condivido l’appello di Prodi quanto a impostazione politica. È la strategia che noi abbiamo lanciato al Congresso di Salerno e quello di Roma. Ora bisogna riempirla di contenuti. È il tema che noi affrontiamo con le primarie delle idee del 18 giugno pensando a un progetto per l’Italia che sia quello della sinistra che protegge con l’inclusione sociale, ma anche quello di una sinistra che protegge nella sicurezza individuale. Sono i due grandi baluardi della contemporaneità rispetto ai quali la sinistra europea fino a oggi ha dato delle risposte zoppicanti. La seconda fase è la rilettura dei meriti e bisogni che faremo a Milano. Insomma gli ingredienti fondamentali per candidarsi a vincere le elezioni sono una coalizione coesa e un programma nuovo della sinistra riformista italiana. Questi sono i due pilastri. Fino ad oggi il primo non c’era e il secondo era parziale. Ora spero che si inauguri una fase diversa. Le primarie delle idee sono rivolte a tutte gli italiani. Sono primarie nelle piazze d’Italia, e la rilettura dei meriti e bisogni a 35 anni da Rimini si confronta con una società diversa. Il primo segnale lo daremo sabato perché aderiamo alla manifestazione di Milano sull’immigrazione. Però aderiamo con la nostra piattaforma.

In che senso?
I socialisti aderiscono e parteciperanno nel nome dell’accoglienza di quanti fuggono da scenari di guerra e di carestia e nel convincimento che l’incontro tra storie diverse sia un bene per le civiltà. Niente muri, insomma. Solo porte. Ma i socialisti vi parteciperanno senza concedere nulla al multiculturalismo che offende la legge e i diritti fondamentali delle persone. Chi vive in Italia rispetti la parità uomo-donna, non si affidi a tribunali della sharia, goda dei nostri diritti, si comporti con responsabilità.

Daniele Unfer

PERCORSO CONDIVISO

camera-deputati-montecitorio-olycom“I socialisti condividono l’impianto del testo base sulla legge elettorale, presentato dal relatore Fiano, che rende praticabile la strada di una coalizione riformista. E’ un testo che ricalca in buona parte la nostra proposta per un sistema elettorale maggioritario, indispensabile per consentire ad elettori ed elettrici di scegliere chi li rappresenterà in Parlamento. Ci convince anche la parte riguardante il proporzionale con liste con pochi nomi che consentono un rapporto più stretto con il territorio”. La ha affermato Pia Locatelli capogruppo Psi alla Camera commentato la proposta di legge elettorale depositata in commissione affari Costituzionali al Senato. Si tratta di un Mattarellum rivisto, con la metà dei deputati eletti in collegi uninominali e l’altra metà con metodo proporzionale. E Renzi chiede di sbrigarsi ad approvarlo. Il testo è stato depositato dal nuovo relatore, il Dem Emanuele Fiano, nominato dal presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, Andrea Mazziotti, dopo lo stop al suo testo base proprio da parte del Pd. La nuova proposta favorisce le coalizioni: il capogruppo Dem Ettore Rosato ne ha ipotizzata una che ricalca l’attuale maggioranza di Governo, da Ap a Mdp, suscitando la contrarietà di Giuliano Pisapia. Il dibattito attraversa un po’ tutti i partiti, ad esclusione di M5s, sicuro di correre da solo e contrario ai collegi uninominali maggioritari.

Matteo Renzi, ha chiesto di rispettare il termine di approdo in aula il 29 maggio. “Per favore, non perdete altro tempo”, ha detto un po’ provocatoriamente, visto che il congresso del Pd aveva frenato la discussione sulla legge elettorale.  Molto critico Bersani: “Questa proposta non c’entra un bel nulla con il Mattarellum. Qui c’è una scheda sola, non due. Qui si allude – ha sottolineato l’ex leader del Pd – non certo alla coalizione ma piuttosto a confuse accozzaglie a fini elettorali fra forze che il giorno dopo riprendono la loro strada (guardare la scheda per credere). Qui peraltro non si garantisce la governabilità, si lede la rappresentanza e si abbonda nei nominati. Insomma, siamo di nuovo all’eccezionalismo italico, siamo all’ennesima e pasticciata invenzione dell’ultima ora”.

Cautela da parte del presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio. “Abbiamo dichiarato la nostra disponibilità a discutere e migliorare l’impianto proposto dal Pd, tuttavia vorremmo raccomandare la necessaria cautela per evitare la quinta legge elettorale finita male in ventiquattro anni”. Forza Italia con Renato Brunetta chiede di condividere il percorso perché “occorre che la legge elettorale sia di tutti, non di un partito di maggioranza relativa, ma che sia la legge elettorale di tutti o della più ampia condivisione. Per questo noi rivolgiamo un appello al Pd, perché torni a ragionare assieme a tutti gli altri gruppi in Parlamento, in Commissione Affari costituzionali, senza forzature, senza imposizioni né di calendario, né di contenuti. La legge elettorale deve essere di tutti, con la più ampia condivisione, e chiediamo al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di vigilare su questo”.

LA SCHEDA 

303 deputati eletti in collegi uninominali maggioritari, altrettanti eletti con metodo proporzionale in circa 80-100 circoscrizioni con in liste bloccate di due-quattro nomi. Questa l’architettura della proposta del Pd sulla legge elettorale: è il Rosatellum, dal nome del capogruppo Ettore Rosato. La proposta Pd è molto diversa dal sistema tedesco, cui inizialmente era stata accostata. Appartiene a quei sistemi che hanno una netta separazione tra parte maggioritaria e parte proporzionale.

Il mix di proporzionale e maggioritario del Rosatellum riguarda 606 seggi della Camera su 630. Restano immutati, e quindi fuori dal meccanismo, i 12 seggi esteri (solo proporzionale) e i 12 seggi di Trentino Alto Adige e la Valle d’Aosta (solo collegi uninominali). Nella parte proporzionale Il Rosatellum prevede i listini bloccati, senza voto di preferenza. La Corte Costituzionale bocciando il Porcellum nel 2004 aveva affermato che le liste bloccate sono ammissibili solo se sono corte, perché in tal caso permettono la conoscibilità dei candidati. Di qui la scelta della proposta Pd di limitare a due-quattro i nomi. Il numero esiguo dei candidati in lista ha come conseguenza che circoscrizioni del Rosatellum sono più piccole e più numerose delle 23 del Mattarellum: saranno tra le 80 e le 100 con una popolazione di circa 600.000 abitanti.

Nella proposta del Pd si prevede una delega al governo a disegnarle. L’altro aspetto che accentua la separazione tra maggioritario e proporzionale, è l’assenza dello scorporo, che invece era presente nel Mattarellum: questo meccanismo toglieva (scorporava) ai partiti che vincevano nei collegi una parte dei voti proporzionali, così da favorire i partiti più piccoli, che raramente riescono a vincere in un collegio. Nel Rosatellum il proporzionale è puro: nessuna compensazione verso chi non è abbastanza grande da vincere in un collegio uninominale. Anche nella soglia di sbarramento non ci sono occhi di riguardo per i piccoli: il Rosatellum la prevede al 5% su base nazionale, mentre nel Mattarellum era al 4% e nell’Italicum al 3%.

La scheda che riceverà l’elettore sarà unica, in questo uguale alla scheda tedesca: sulla sinistra si dovrà barrare il nome dei candidato del collegio uninominale e sulla destra apporre una croce sul simbolo del partito per la parte proporzionale. (Ansa)

TUTTO DA RIFARE

italicumleggeLa maggioranza si spacca sull’Italicum bis. Il testo base sulla legge elettorale, presentato giovedì scorso dal relatore, Andrea Mazziotti, non piace al Partito democratico che lo boccia senza appello. Il segretario Renzi commenta: “Noi abbiamo oggi in discussione alla Camera la legge elettorale, spero che il Pd possa convincere gli altri partiti ad andare verso il ‘mattarellum’, se non al 75% almeno al 50%, come da proposta avanzata dal Pd. Speriamo ci siano i numeri”. Neanche al Psi piace il testo avanzato della Commissione Affari Costituzionali: “I Socialisti – afferma Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera – non possono sostenere il testo base per la riforma delle legge elettorale così come è stato presentato in Commissione Affari Costituzionali dal relatore Mazziotti. A suo tempo – ha aggiunto – avevamo espresso le nostre critiche di fondo all’Italicum e più recentemente avevamo presentato delle nostre proposte. Oggi confermiamo dunque la distanza dal testo di riforma perché riteniamo che non garantisca sufficientemente il diritto di rappresentanza e il rapporto tra eletti ed elettori”.

Il testo invece piace ad Alternativa popolare, che in commissione Affari costituzionali voterà a favore. L’Italicum bis a questo punto ha pochissime chance di sopravvivere: assieme al Pd, infatti, voteranno contro anche la Lega, i verdiniani, i fittiani e le minoranze linguistiche. Un insieme di gruppi che, in commissione, detengono la maggioranza. A favore, invece, si esprimeranno sicuramente Forza Italia, Alternativa popolare, M5S.

Sinistra italiana e Mdp sono contrarie ai capilista bloccati, contenuti nel testo base, vedono però con favore la soglia di sbarramento al 3%, ma hanno duramente criticato la linea del Pd, definita “arrogante”. Se, come tutto lascia prevedere, il testo base sarà cestinato, la partita sulla legge elettorale si riapre, con il rischio che i tempi si allunghino. L’approdo in Aula, infatti, è fissato per lunedì 29 maggio, ma calendario alla mano difficilmente l’appuntamento sarà rispettato, anche se il capogruppo del Pd, Ettore Rosato, non vede problemi in tal senso. Del resto, fanno osservare dal Pd, basta presentare un nuovo testo base nel giro di pochi giorni, magari già domani o al massimo giovedì. E il nuovo testo base a cui mirano i dem è la loro proposta, ovvero un Mattarellum corretto: metà proporzionale e metà maggioritario.

Percorso niente affatto scontato per Ap, secondo cui se viene bocciato il testo base si ricomincia da zero, “con un nuovo giro di orizzonte per vedere quali disegni hanno convergenza Parlamento”. Intanto Alfano conferma che Ap questa sera voterà sì al testo presentato dal relatore”. “Il testo base – ha aggiunto Maurizio Lupi, capogruppo di Ap al Senato – ha un premio di governabilità, noi riteniamo che questo premio vada dato alla coalizione mentre per il Pd alla lista e la differenza è notevole. Ma, se si bloccherà tutto si ritorna da capo e ci dovrà essere un nuovo relatore ed un nuovo testo proposto che cerchi un punto di contatto con gli altri”.

Da regolamento l’indicazione del relatore spetta al presidente della commissione, e al momento Mazziotti – ma non c’è alcuna dichiarazione ufficiale – non sembrerebbe orientato a fare un passo indietro. Il Pd, al contrario, vorrebbe un relatore dem. Si fanno i nomi di Emanuele Fiano o Matteo Richetti, ma c’è anche chi sostiene che potrebbe arrivare dalla minoranza dem. Il Pd, intanto, sta già lavorando alla ricerca di intese sulla sua proposta: sono in corso contatti con FI, ma soprattutto nell’area di centrosinistra. Il modello targato dem, è il ragionamento, potrebbe far gola a Pisapia e anche alle altre forze di sinistra, perché favorisce le aggregazioni: “Certamente siamo interessati ad aprire un confronto utile con chi nel centrosinistra vuole lavorare con noi. Spero che la proposta venga valutata bene da tutti, perché garantisce un giusto equilibrio”, afferma Maurizio Martina. Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro Dario Franceschini che ricorda è sulla legge elettorale è “un principio elementare cercare un’intesa la più larga possibile”. “Per definizione va fatta cercando un’intesa fra maggioranza ed opposizione. E una regola che riguarda tutti” ha aggiunto.

Intercettazioni Consip. Nencini: “Violazione di ufficio”

consip“Qui non si tratta di essere amici o avversari di Matteo Renzi. Qui c’è una sola interpretazione possibile: le intercettazioni pubblicate sono tutte a favore dell’ex Capo del Governo. Ne sono felice ma non gioisco proprio perché la conversazione riguarda un padre e un figlio. C’è invece da domandarsi quale sia il rapporto tra alcune procure e la stampa. Una palese violazione d’ufficio, l’ennesima, di questo si tratta.”. È quanto ha affermato il segretario del Psi Riccardo Nencini riguardo all’intercettazione sulla telefonata tra Matteo Renzi e il padre Tiziano, indagato nell’ambito dell’inchiesta Consip.
Nel corso della telefonata pubblicata sul Fatto Quotidiano e firmato dal giornalista Marco Lillo, Matteo Renzi, alla vigilia dell’interrogatorio sul caso Consip, chiese al padre Tiziano di dire tutta la verità ai magistrati. Ma secondo i magistrati non ha alcuna rilevanza penale e anzi in relazione alla pubblicazione dell’intercettazione, la procura di Roma ha aperto intanto un fascicolo per violazione del segreto istruttorio e per pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale. E il ministro della Giustizia Andrea Orlando, tramite l’ispettorato generale, avrebbe avviato accertamenti in merito.
In quella telefonata, risalente al 2 marzo, subito dopo lo scandalo e l’inchiesta, l’ex Presidente del Consiglio incalza il padre: “Devi dire tutta la verità ai magistrati, non puoi dire che non conosci Mazzei perché è l’unico che conosco anche io”. Renzi appare molto preoccupato dall’interrogatorio al quale il padre sarà sottoposto e gli intima: “Devi ricordarti tutti i nomi e tutti i luoghi, non è più la questione della Madonnina e del giro di merda di Firenze per Medjugorie”. E dopo le risposte vaghe del padre Tiziano, Matteo Renzi conclude: “Non puoi dire bugie, devi dire se hai incontrato Romeo una o più volte e devi riferire tutto quello che vi siete detti. Devi ricordarti che non è un gioco”.
Dopo la pubblicazione, il segretario del Pd ha risposto con un post su Facebook: “Nel merito queste intercettazioni ribadiscono la mia serietà visto che quando scoppia lo scandalo Consip chiamo mio padre per dirgli: ‘Babbo, questo non è un gioco, devi dire la verità, solo la verità’“.

In difesa di Matteo Renzi arriva anche Renato Brunetta. “Ho orrore per tutte le intercettazioni che non vengono utilizzate con le garanzie di legge all’interno di un processo. Ho orrore perché penso che non sia accettabile che una conversazione privata venga pubblicata sulla stampa, a prescindere dagli interlocutori, senza un’adeguata contestualizzazione. Ho orrore per tutto questo, perché vorrebbe dire che non esiste più la nostra vita privata, così siamo in un regime autoritario inaccettabile in cui poi gli amici degli amici possono avere accesso a queste intercettazioni e usarle a fini economici o politici”. Lo ha detto Renato Brunetta, capogruppo di Fi alla Camera, in un’intervista a Radio Cusano Campus, sulla telefonata tra Renzi e il padre pubblicata oggi da “Il Fatto”. “Non voglio entrare in questo sistema di massacro delle persone. Non importa che possano essere avversari politici, anzi a maggior ragione: massimo rispetto per gli avversari politici che si combattono con la politica. Non con altri mezzi inaccettabili”, conclude.

Macron e il contagio italiano. La morte dei vecchi partiti

macron philippeEdouard Philippe, 46 anni, è il Primo ministro del governo francese scelto da Emmanuel Macron all’indomani del suo insediamento all’Eliseo. Il primo consiglio dei ministri, presieduto da Macron, è stato già fissato per mercoledì mattina.


Emmanuel Macron sale le scale dell’Eliseo e stringe la mano a François Hollande. Il volto del neo presidente della Repubblica francese e del suo predecessore sono imbarazzati e tirati. Segue il passaggio di consegne tra i due statisti, tra il giovane Macron, 39 anni, e il maturo Hollande, 62 anni.

L’imbarazzo è comprensibile. Macron è stato un allievo di Hollande, prima è stato il suo consigliere economico e poi è divenuto ministro dell’Economia nel governo socialista. È seguita una forte divaricazione. Macron ha lasciato il Partito socialista e poco più di un anno fa ha fondato una sua forza politica, En Marche!, con l’obiettivo di realizzare una “rivoluzione progressista”, battere i populismi e divenire presidente della Repubblica. La difficile impresa è riuscita, mentre i socialisti sono crollati e il loro candidato non è arrivato nemmeno al ballottaggio per l’Eliseo.

Il neo capo dello Stato francese promette: l’Europa «sarà rifondata e rilanciata» perché essa «protegge» i propri cittadini. Aggiunge: «L’Unione europea diffonde nel mondo i nostri valori», «la Francia è forte quando cresce».

In pillole è il programma di Macron: rifondare la Ue divenuta a guida tedesca, proteggere gli europei spaventati dalla globalizzazione e dal terrorismo islamico, sbloccare l’economia francese in forte difficoltà competitiva. È la coraggiosa piattaforma europeista sulla quale ha vinto le elezioni con il 66% dei voti contro il 34% di Marine Le Pen, la candidata di estrema destra ostile agli immigrati, favorevole all’uscita della Francia dall’euro, dalla Ue e dalla Nato.

Lui, ex banchiere, il più giovane presidente della Repubblica della storia francese ha vinto e i neo gollisti e i socialisti, le due forze cardine della Quinta Repubblica, sono state quasi annientate. Françoise Fillon e Benoit Hamon, i rispettivi candidati all’Eliseo, sono stati sonoramente battuti e non hanno superato nemmeno il primo turno elettorale.

Macron ha precisato: i partiti tradizionali “sono morti”. Anche Marine Le Pen, dal fronte opposto, ha commentato: «Al primo turno è stata frantumata la vecchia politica francese. Ora si parla di patrioti da una parte e di mondialisti dall’altra». Ora l’obiettivo di entrambi è fare tabula rasa dei vecchi partiti francesi nel voto di giugno per eleggere il nuovo Parlamento. Il neo presidente della Repubblica, forte dei voti centristi, punta ad ampliare il 24% dei voti raccolti al primo turno e ha già lanciato la lista République En Marche! per confermare e consolidare il 66% dei consensi conquistati sia a destra sia a sinistra nel ballottaggio. Cercherà di vincere candidando all’Assemblea nazionale giovani, volti nuovi espressione della società civile, dicendo no ai vecchi nomi dei politici d’Oltralpe. Non a caso En Marche! ha stoppato l’ingresso dell’ex presidente del Consiglio Manuel Valls, che ha rotto i ponti con il Partito socialista scompaginato. Una parallela operazione di rinnovamento la sta tentando la Le Pen, cambiando il nome al Front National, il partito fondato dal padre Jean Marie, su posizioni neo fasciste.

L’obiettivo è cancellare i partiti tradizionali francesi ed introdurre un nuovo bipolarismo tra europeisti e anti europeisti rispetto alla tradizionale contrapposizione tra sinistra e destra. È un po’ il risultato del contagio politico italiano. L’Italia è stato un precursore. Già nelle elezioni politiche del 1994, dopo Tangentopoli, nella Penisola furono azzerati i partiti storici (Dc, Psi e forze laiche) e si affermarono forze nuove: Forza Italia di Silvio Berlusconi, la Lega Nord di Umberto Bossi, An postmissina di Gianfranco Fini, il Pds postcomunista di Massimo D’Alema. In seguito il terremoto è proseguito: hanno conquistato l’egemonia il Pd europeista critico di Matteo Renzi e il M5S anti europeista di Beppe Grillo. Renzi, dopo la sonora sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre, sta cercando di allargare i consensi dal centro-sinistra al centro-destra. Grillo, definendo i cinquestelle né di sinistra né di destra ma post ideologici, sta tentando di ampliare i consensi verso tutti i fronti, compresi i cattolici progressisti e conservatori.

Il voto di giugno sarà una sfida difficile per Macron: il traguardo è ottenere una autonoma maggioranza di governo. Gli elettori francesi, però al ballottaggio, più che per Macron hanno votato contro Marine Le Pen, leader del Front National, partito nazionalista e populista anti europeo e anti globalizzazione. Adesso dovrà convincere gli elettori a votare per lui nelle elezioni di giugno per il nuovo Parlamento. Dovrà il giovane tecnocrate progressista dovrà convincere soprattutto i disoccupati, i precari, gli operai, gli artigiani, i trenta-quarantenni, chi sta peggio. Non a caso un sondaggio è illuminante: ha votato per lui al secondo turno solo il 31% di chi giunge a fine mese molto faticosamente e il 61% di chi ci arriva faticosamente. Invece ha votato per il giovane ex banchiere il 79% delle persone che arrivano facilmente a fine mese.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Arriva l’Italicum bis ma manca l’accordo

Italicum-modificheE’ un “Italicum bis” il primo testo di riforma della legge elettorale. Il relatore Andrea Mazziotti presenta in commissione alla Camera il testo base, che sarà il punto di partenza della discussione tra i partiti. E sceglie di estendere al Senato l’Italicum, la legge della Camera così come corretta dalla Consulta. Un proporzionale quasi puro, che piace a M5s e FI, riuniti in un insolito asse, ma viene bocciato dal Pd, che fino all’ultimo aveva spinto per una correzione maggioritaria. “Il nostro voto non è scontato”, dichiara il capogruppo Ettore Rosato. E Matteo Renzi dichiara scetticismo sulle chance della riforma di arrivare in porto: “Grandi manovre di chi a parole chiede una legge ma non la vuole e perde tempo”.

Il testo base, che dovrà essere emendato con l’obiettivo di arrivare in Aula il 29 maggio, arriva alle 8 di ieri sera, al termine di una giornata convulsa, di scontro acceso tra i partiti. E disegna un sistema proporzionale, con soglia di sbarramento al 3% (al Senato su base regionale) e premio di maggioranza per la lista che raggiunga il 40%. Con la possibilità, però, che un partito ottenga il premio in una sola delle due Camere e dunque comunque non possa governare da solo. I capilista saranno bloccati, gli altri se la giocheranno con le preferenze. Ora saranno gli emendamenti a segnare le posizioni dei partiti ma il Pd potrebbe dire no al testo base – anche se in passato si era detto favorevole all’Italicum corretto – perché se si parte da qui sarà difficile correggere la legge in senso maggioritario.

I radicali italiani, tra cui Riccardo Magi, in una nota apprezzano l’introduzione nel testo depositato in commissione Affari Costituzionali alla Camera “la possibilità per i cittadini di firmare per la presentazione delle liste anche in modalità digitale e la facoltà per i sindaci di delegare i cittadini all’autentica delle firme. Si tratta – afferma Magi – di richieste che avevamo sottoposto al presidente della Commissione Andrea Mazziotti e dunque lo ringraziamo per averle accolte. Al di là dell’impianto generale della legge, che non è certo quello auspicato da noi radicali, queste semplici ma rivoluzionarie riforme aiuterebbero a ottenere condizioni minime di praticabilità democratica, non solo per la fase elettorale ma anche per quella referendaria e di iniziativa popolare. Ecco perché è importante attivarsi affinché l’opzione della firma in modalità digitale e la delega all’autenticazione delle firme siano confermata nel testo che sarà approvato”. “Rappresenterebbe un primo fondamentale passo per riconquistare l’accesso a strumenti democratici, ostacolato da restrizioni irragionevoli, discriminatorie e ormai del secolo scorso”.

Il testo piace a FI, perché va sulla linea data in mattinata da Silvio Berlusconi, durante una riunione con i suoi: proporzionale e contrarietà netta a ogni tipo di “correttivo maggioritario” o a sostituire i capilista bloccati con le preferenze. Una linea che fa infuriare il Pd: “Berlusconi vuole un nuovo Porcellum – afferma Matteo Richetti – su questo non ci può essere intesa. Non pensavamo che la Prima Repubblica tornasse così in fretta”.

I Dem, che non nascondono l’irritazione verso il relatore Mazziotti, restano sulla loro proposta di un sistema sul modello tedesco (o una sorta di Mattarellum corretto): seggi assegnati per il 50% col proporzionale e per il 50% col maggioritario, con soglia di sbarramento al 5%. I collegi sarebbero assegnati a candidati di coalizione: un dettaglio studiato in chiave di dialogo con Giuliano Pisapia, che infatti promuove la proposta Dem, mentre Pier Luigi Bersani e i suoi lo bocciano. Il testo Pd piace alla Lega e ad Ala ma gli altri partiti la bocciano (M5s è contrario ai collegi e FI teme di essere sfavorita al Nord). E in commissione si registra una singolare convergenza anti-Pd tra M5s e Fi: non è – sostengono – un sistema tedesco, ma il “Verdinellum”, sistema voluto da Denis Verdini. I Cinque stelle denunciano “l’inciucio” e fanno un nuovo appello al Pd perché sostenga l’estensione al Senato della legge della Camera.

Alla fine è proprio la linea dell’Italicum corretto a passare: M5s e FI promuovono il testo base, il Pd lo mette “sub iudice”. Ma non farà ostruzionismo e lavorerà per cambiare il testo: “Siamo responsabili”, dichiara Emanuele Fiano.