Brancaccio scrive a Mattarella: cittadinanza italiana per Sirine

Sirine Charaabi

Una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere un suo intervento e consentire ad una giovane campionessa del pugilato di ottenere la cittadinanza italiana per meriti sportivi. È quella inviata dal segretario provinciale casertano del Psi Francesco Brancaccio per spiegare al Presidente Mattarella la storia di Sirine Charaabi , 19enne nata in Tunisia ma trasferitasi con la famiglia in provincia di Caserta, a San Prisco, quando aveva solo due anni. Da allora ha iniziato a praticare il pugilato, senza però poter partecipare agli incontri internazionali pur venendo convocata in Nazionale per il suo indiscutibile talento. Una ‘risposta’ alle esternazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che sull’immigrazione e l’accoglienza sta invece promuovendo politiche sempre più stringenti.


 

Egregio Signor Presidente, nel complimentarmi con Lei per la sua vicinanza continua al Popolo Italiano, desidero innanzitutto porgerLe i miei più sinceri e calorosi auguri per questo Santo Natale. Ascoltando il suo intervento, storico, nella sede del Coni ho particolarmente apprezzato l’attenzione che ha voluto riservare allo sport come strumento di integrazione, cito alcuni passi del suo splendido discorso “Al giorno d’oggi lo sport ha tante funzioni. È una scuola di vita, è insegnamento, è cultura, è integrazione sociale ed opportunità di lavoro.

Auspico che l’Italia abbia nei prossimi anni la forza e la capacità di guardare allo sport per trarre un nuovo slancio verso traguardo sempre più ambiziosi. Se sapremo fare squadra nessuna sfida, neanche la più difficile, sarà irrealizzabile. Grazie allo sport spesso ci sentiamo un popolo. Nello sport si specchia la nostra società, siete l’immagine del nostro Paese, che siate campioni affermati o semplici appassionati. Parlo a tutti voi, anche alla meravigliosa galassia di società periferiche, dei piccoli centri. Sbaglia chi considera lo sport come un semplice tempo di ricreazione: lo sport è educazione, rispetto, cultura, economia. Ripudiate il doping, il razzismo, la violenza. Favorite l’integrazione. Gestite in modo trasparente il rapporto con i tifosi.

Abbattete le barriere, impegnatevi davvero perché lo sport sia un diritto di tutti e occorre impegnarsi affinché il suo esercizio diventi sempre più pieno. A tutti i bambini e a tutti i ragazzi va garantito l’accesso alle attività sportive, indipendentemente dal reddito delle loro famiglie. Prima di chiudere con un riferimento molto apprezzato; Ricordatevi di Pietro Mennea, un campione partito da molto lontano, con il lavoro, la passione, il sacrificio “.

Chi le scrive è il Segretario Provinciale di Caserta e membro del consiglio nazionale del Psi Francesco Brancaccio, un cittadino italiano che condivide totalmente il suo pensiero dello sport come vero strumento di integrazione in un Paese libero e democratico. Mi appello pertanto al Suo ruolo di Garante della Costituzione e alla Sua sensibilità istituzionale perché intervenga nei modi che riterrà più opportuni sul caso della giovane Sirine Charaabi.

Chaarabi ha compiuto 19 anni il 7 maggio, è nata in Tunisia, ma si è trasferita in Italia con la sua famiglia quando aveva due anni. Vive in provincia di Caserta e in questo momento frequenta il quarto anno di ragioneria e tutto il suo percorso scolastico si è svolto in Italia. Si sente italiana, anche se è nata in Tunisia, perché dice di non trovare differenze tra la sua mentalità e quella dei suoi coetanei. Ha iniziato a praticare pugilato da bambina: a sei anni ha fatto i primi incontri, a 14 il primo match ufficiale e poi i campionati italiani junior che ha vinto nella categoria 54 chili nel 2013 e nel 2014. Da quel momento sono iniziate le convocazioni in nazionale, ma anche i primi problemi dovuti al fatto di non avere la cittadinanza e l’impossibilità di partecipare agli incontri internazionali. Dove ha potuto, è intervenuta la federazione pugilistica italiana, che l’ha convocata ai ritiri della nazionale, le ha permesso di allenarsi con la squadra e di partecipare a incontri amichevoli. Signor Presidente come cittadino italiano Le chiedo di aiutare la giovane Chaarabi a coronare il suo sogno e vestire la tanto sognata canottiera azzurra.

Auguri di buon lavoro, signor Presidente

Francesco Brancaccio

Clinton e Varoufakis: due ricette per l’immigrazione

varoufakis_clinton“Credo che l’Europa debba trovare un modo di gestire l’immigrazione, perché è quello che ha acceso la miccia”. Con queste parole in un’intervista al giornale britannico The Guardian, Hillary Clinton ha spiegato l’ascesa del populismo che ha causato la perdita di consensi elettorali alla sinistra in Europa ma anche in America. La Clinton ha continuato spiegando che ammira la generosità e accoglienza dimostrate ai migranti da Angela Merkel ma non si può continuare su quella strada perché scombussolerà il sistema politico.

La Clinton ha ragione che la destra ha usato la paura degli stranieri per ascendere al potere. Ce lo confermano il voto in Gran Bretagna con la Brexit e i successi elettorali di regimi di destra in Europa dell’Est, in particolar modo quelli della Polonia e dell’Ungheria. Ma anche nell’Europa Occidentale la destra ha ampliato il suo potere conquistando maggioranze in Austria e erodendo il partito della Merkel in Germania con l’uscita di scena della Cancelliera dal vertice della Cdu (e al prossimo giro anche dal governo). Anche in Italia la Lega è riuscita a raddoppiare i suoi consensi, divenendo, secondo i più recenti sondaggi, il principale partito del Paese. Il più recente successo della destra si è manifestato in Spagna dove il Partito Vox ha vinto parecchi seggi nel parlamento dell’Andalusia, roccaforte della sinistra.

L’elettorato, preoccupato dalla presenza sempre crescente di migranti, si è rivolto ai partiti che hanno promesso soluzioni facili per affrontare i timori causati dai nuovi arrivati che aumentano l’incertezza economica ma anche sociale. I dati scientifici ci dicono che la paura non è basata su fatti reali poiché i reati stanno diminuendo. Inoltre i reati commessi dai migranti rappresentano cifre inferiori a quelli commessi dai nativi. Ciononostante un reato commesso da uno straniero viene spesso ampliato dai media e strumentalizzato da leader della destra per aumentare il clima di paura. C’è poi l’impatto culturale, che aggiunto alla paura dei migranti, amplia l’insicurezza generando l’impressione che i migranti vogliano imporre la loro religione e cultura.

I nuovi arrivati però non intendono imporre la loro cultura poiché non hanno nessuna intenzione di ricreare il sistema politico e economico che ha fallito nel loro Paese e li ha costretti ad andare via, spesso rischiando la vita. Ciononostante la loro presenza e la probabilità di nuovi arrivi causa allarme e costernazione.

Le soluzioni semplicistiche che i populisti offrono volentieri con muri e la chiusura delle frontiere vengono ricompensati con voti. Non ci sono però soluzioni facili. La sinistra ha potuto fare poc’altro che offrire la lodevole empatia per esseri umani che sfuggono da guerre e miseria. La strada politica meno pericolosa per limitare le sconfitte elettorali è stata quella di parlare poco di migranti e concentrarsi su altri temi. Lo hanno fatto con successo i democratici in America alle recenti elezioni di metà mandato, sottolineando l’importanza della sanità e l’antipatia verso Trump, i cui sondaggi lo danno al 38 percento di popolarità.

L’inquilino della Casa Bianca ha però insistito sulla questione dell’immigrazione intuendo, forse giustamente, la debolezza dei democratici sulla questione di nuovi arrivati. Trump ha etichettato la cosiddetta carovana di migranti dell’America Centrale come un’invasione, inviando 5mila soldati al confine per impedire loro l’ingresso. Il 45esimo presidente ha inoltre minacciato di togliere i contributi americani ai Paesi centroamericani, peggiorando la situazione, e alla fine generando più profughi.

I democratici però non hanno abboccato l’esca di Trump e hanno condotto una campagna politica sottolineando la questione della sanità nella quale hanno vantaggi sui repubblicani che avevano cercato negli ultimi due anni di ridurla, causando insicurezza. In particolar modo, i candidati democratici hanno usato la copertura delle condizioni preesistenti come elemento basico mentre i repubblicani volevano che le compagnie decidessero su chi assicurare o no prendendo in considerazione anche malattie preesistenti. La campagna dei democratici ha funzionato come ci conferma la loro conquista della maggioranza alla Camera, aiutati anche dalla tossica personalità di Trump.

Al di là dei risultati elettorali, la questione dei migranti non si risolverà facilmente. Matteo Salvini ha intuito la soluzione condensata nel suo slogan di “aiutarli a casa loro”. Ciò richiede tempo e cooperazione internazionale invece degli scontri verbali causati dal ministro dell’interno. Salvini però non ha fatto nulla per stabilire legami con altri Paesi europei e africani per gestire meglio la situazione. Mantenere l’insicurezza gli frutta più voti e gli dà l’opportunità di continuare la sua campagna elettorale. Gli elettori, assetati di risposte immediate, continuano a incrementare il loro sostegno per Salvini e compagnia mentre la sinistra rimane senza idee. Il suggerimento di Hillary Clinton sarebbe di copiare la destra divenendo in effetti una sinistra light, remando a destra.

Yanis Varoufakis, però, la vede in modo diverso. L’ex ministro delle finanze nel Governo Tsipras in Grecia, in un’intervista al programma americano Democracy Now, ha dichiarato che la sinistra deve in primo luogo appellarsi “all’umanità degli esseri umani” ma allo stesso tempo usare la logica. Varoufakis ha continuato spiegando che la sinistra deve fare di tutto per migliorare la situazione economica al livello globale, affrontando le insicurezze degli occidentali, ma migliorando allo stesso tempo l’economia e la stabilità nei Paesi da dove fuggono i migranti. Una soluzione seria ma molto più lungimirante che non rappresenta le immediate soluzioni richieste dagli elettori.

Domenico Maceri
professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Manovra. Il governo al punto di partenza

conte salvini dimaio

Si sono incontrati ieri sera Conte e Juncker per parlare della manovra italiana modificata. Un portavoce della Commissione Ue ha fatto sapere: “Buoni progressi nell’incontro Juncker-Conte: la Commissione ora valuterà la proposta ricevuta questo pomeriggio dall’Italia. Il lavoro proseguirà nei prossimi giorni”.

Il premier Giuseppe Conte, al termine dell’incontro con Juncker, ha detto: “Abbiamo anticipato la nostra proposta a Bruxelles. Abbiamo illustrato la nostra proposta che mi consente di dire che non tradiamo affatto la fiducia degli italiani, rispettiamo gli impegni presi in particolare sulle riforme che hanno maggiore impatto sociale. Da 2,4 scesi a 2,04. Reddito e quota 100 restano. Confidiamo di portare a casa una soluzione positiva con l’Ue. Reddito di cittadinanza e quota 100 partiranno nei tempi previsti. Calerà il deficit strutturale e la crescita sarà superiore alle nostre attese. La nostra proposta ci consente di dire che non tradiamo la fiducia degli italiani e che rispettiamo gli impegni presi con le misure che hanno maggiore impatto come quota 100 e reddito di cittadinanza”.

Soddisfatto dell’incontro Conte-Juncker è stato il ministro del Tesoro, Giovanni Tria. Intanto, dal vertice avvenuto successivamente, tra il premier Giuseppe Conte e i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, a quanto si apprende, nella riunione il premier avrebbe aggiornato i leader di Lega e M5S sulle novità della trattativa con l’Ue per la manovra dopo l’incontro con Jean Claude Juncker.

Dopo l’incontro a Bruxelles, fonti Ue hanno spiegato che serviranno alcuni giorni di lavoro tecnico per arrivare ad una conclusione della trattativa con l’Italia sulla base della proposta portata dal premier Giuseppe Conte a Jean Claude Juncker.

Fonti della maggioranza governativa hanno comunicato che la proposta di Conte, stata inviata solo poche ore prima dell’arrivo del premier a Bruxelles e sarà ora vagliata attentamente dai tecnici europei.

Il ministro dell’economia Giovanni Tria sarà  a Bruxelles anche domani per proseguire il negoziato con la Ue a livello tecnico.

Però, già a luglio il governo conosceva i limiti entro cui avrebbe potuto muoversi per rispettare le regole europee di bilancio. Invece, ha fatto strumentalmente una manovra provocatoria all’Ue con lo scopo di mantenere viva la propaganda elettorale di Lega e M5S. Adesso Di Maio e Salvini cosa diranno agli italiani? Certamente non diranno mai il prezzo che gli italiani hanno complessivamente pagato per questo loro grave atto di irresponsabilità governativa verso il Paese.

Salvatore Rondello

Manovra, una proposta “nero su bianco” per Bruxelles

Conte-Juncker

Il governo ha messo a punto una proposta “nero su bianco” sui saldi della manovra da portare oggi pomeriggio a Bruxelles all’incontro tra il premier Giuseppe Conte e il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker. Lo si apprende da fonti di Palazzo Chigi.

Lo spread sui Btp decennali è crollato dopo che sono circolate le voci per portare il deficit al 2%. Se fosse stato fatto dall’inizio, gli italiani avrebbero potuto risparmiare qualche miliardo di euro di interessi. Secondo le fonti di Palazzo Chigi, il premier Conte ed il ministro Tria andranno all’incontro con la Commissione europea convinti di avere buone motivazioni per trovare un accordo sulla manovra. La decisione sui saldi di bilancio sarebbe stata presa in una riunione prima del Consiglio dei ministri. Le stesse fonti si definiscono ottimiste sulla validità della proposta italiana.

Il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in una conferenza stampa a Gerusalemme, ha detto: “Sono assolutamente fiducioso che a Bruxelles prevalga il buonsenso. Inizio ad essere stufo di qualcuno che possa sfondare o infrangere i limiti mentre con l’Italia c’è la lente di ingrandimento sullo 0,1. Vogliamo incominciare ad onorare gli impegni presi con gli italiani. Ma se mi dovessi rendere conto di un pregiudizio contro l’Italia mentre per altri si chiudono gli occhi allora la musica cambierà”.

Oggi dovrebbe esserci l’incontro tra il premier Giuseppe Conte e il presidente della commissione Europea Jean Claude Juncker. Sul fronte del dialogo sulla manovra, all’Italia è arrivato un aiuto insperato: quello della Francia con lo sforamento chiesto da Emmanuel Macron.

Ma dall’Ue arriva subito uno stop. Il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, intervistato dal Parisien, riterrebbe che un eventuale sforamento, oltre il 3% del rapporto tra deficit e Pil, dopo l’annuncio delle misure del presidente Emmanuel Macron per smorzare la rabbia dei gilet gialli, ‘può essere preso in considerazione’, anche se in modo ‘limitato, temporaneo ed eccezionale’.

Per Moscovici la situazione francese non può essere paragonata a quella italiana. Alla domanda di ‘Le Parisien’ su un trattamento di favore alla Francia rispetto all’Italia sui conti pubblici, Moscovici ha smentito con forza: “Non c’è nessuna indulgenza, sono le nostre regole, soltanto le nostre regole. Soprattutto non facciamo come se ci fosse da una parte una severità eccessiva e dall’altra non so quale lassismo. Il paragone con l’Italia è allettante ma sbagliato perché sono due situazioni totalmente diverse. La Commissione europea sorveglia il debito italiano da tanti anni, cosa che invece non ha mai fatto per la Francia”.

Il governo è, intanto, ancora al lavoro sui numeri. Lunedì sera a Palazzo Chigi si è raggiunta un’intesa di massima, tra i rappresentanti dei due partiti, a tagliare il fondo per quota 100 e reddito di cittadinanza di 3,5 miliardi. Soldi che potrebbero ridurre il deficit al 2,2%, cui si sommerebbe un altro 0,2% di taglio derivante da quasi 2 miliardi di dismissioni immobiliari, magari attraverso Cassa depositi e prestiti, più altre misure di spending review.

La Lega preme per rafforzare la Web Tax, su cui M5s frena. E per rafforzare la discesa nel 2020 e nel 2021 c’è anche l’idea di far scattare del tutto gli aumenti Iva (ora parzialmente disinnescati), rinviando alla prossima manovra un eventuale blocco.

Ma niente viene dato per acquisito. Tant’è che viene subito smentita l’ipotesi avanzata dall’economista vicino alla Lega Alberto Brambilla di avviare la riforma delle pensioni con ‘quota 104’ nel 2019, per poi scendere a ‘quota 100’.

Resta la tensione nella maggioranza giallo-verde anche se il vicepremier Salvini ha smentito le voci di voto anticipato. Matteo Salvini ha così risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle recenti tensioni con l’alleato di governo: “’Onestamente no. Non ho sentito Di Maio. Rientro a Roma oggi pomeriggio e occuparmi dello 0,1 per cento di deficit e di tutta la discussione italiana lo farò da oggi pomeriggio”. Salvini ha poi smentito che la Lega sia tentata dal voto anticipato con la seguente battuta: “L’ennesima balla giornalistica. Non so più in che lingua dirlo”.

È stato ufficialmente fissato per domani alle 14 il termine per presentare gli emendamenti alla manovra in Commissione Bilancio del Senato. Lo si apprende dalla stessa Commissione, convocata ininterrottamente da oggi a domenica sera per l’esame della legge di bilancio. L’obiettivo al momento è quello di portare il testo in Aula a Palazzo Madama tra il 18 e il 19 dicembre. I tempi sono però strettamente legati all’andamento della trattativa sui saldi con la Commissione europea.

Sta per arrivare la notte di Natale, ma per la prima volta nella storia, i parlamentari non sanno ancora il contenuto della manovra da discutere in Aula. Se questo è il cambiamento promesso agli italiani dal governo giallo-verde, possiamo affermare che non ci piace e non piace nemmeno agli italiani.

Salvatore Rondello

COMANDO IO

Salvini-Di_MaioPiù che un’alleanza di Governo, quello che si profila è un Esecutivo a dirigenza Lega, con Salvini che rappresenta non solo la parte pratica e decisionista, ma soprattutto il vero Premier.
“Tutti i ministri hanno il dovere di incontrare sempre le imprese. Come ha detto il presidente Boccia ora ci aspettiamo i fatti e i fatti si fanno al Mise, perché è il Mise che si occupa delle imprese”, è la risposta di Di Maio ha risposto ai cronisti che gli chiedevano se non si sentisse ‘scavalcato’ dal ministro dell’interno Matteo Salvini, che ieri ha incontrato gli imprenditori. “Il nostro obiettivo è creare un tavolo permanente (con le impose, ndr) che segua tutta la legge di bilancio per gli imprenditori e i professionisti per dargli la possibilità di migliorarla”, ha poi annunciato Di Maio, che domani incontrerà circa 30 sigle imprenditoriali, contro “le poco più di 10 viste ieri da Salvini”. Alle imprese Di Maio assicura novità sul cuneo fiscale, la sburocratizzazione e i debiti della pubblica amministrazione.
Ma non solo, il Vicepremier e Capo politico dei Cinquestelle prova a risalire la china dell’ascendete perso a discapito degli alleati del Nord con nuove promesse. “Il Movimento 5 stelle è per tagliare quelle pensioni che non meritano di essere così alte perché le persone non hanno versato i contributi. Sono sicuro che raggiungeremo una soluzione perché nessuno è così suicida in Italia da voler bloccare il taglio delle pensioni d’oro, in un momento in cui gli italiani sono arrabbiati”, dice Luigi Di Maio, per il quale gli italiani “confidano in un governo che tagli tutti gli abusi, le ingiustizie e gli sprechi, in altri Paesi scendono in piazza contro i governi”.
Di Maio prova poi a rimettere in discussione l’Ecotassa, bocciata proprio da Salvini: “Dobbiamo incentivare le auto elettriche, ibride, quelle a metano, se dobbiamo trovare delle soluzioni per la parte malus della norma sono pronto al dialogo per evitare nuove tasse sulle auto degli italiani ma il problema dell’inquinamento va affrontato”.
Per una volta sembra che la palla tocchi al Vicepremier della parte pentastellata del Governo Giallo-verde, ma Matteo Salvini ancora una volta ci tiene a far capire chi comanda e risponde agli alleati. “A me interessa la sostanza, io incontro, ascolto, trasferisco, propongo, miglioro poi a me interessa che il governo nel suo complesso aiuti gli italiani. Ognuno fa il suo”. Lo dice il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, ad Assolombarda, replicando alle parole dell’altro vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, che in merito all’incontro di ieri al Viminale con le sigle imprenditoriali ha sottolineato che “i fatti si fanno al Mise”.

La gara disperata nel moribondo Pd

congresso pd

Ha perso tutto, tutto quello che poteva perdere l’ha perso. Pd la gara disperata. Negli ultimi tre anni il Pd ha perso il referendum costituzionale e le elezioni comunali, regionali e politiche. Nel voto politico del 4 marzo, in particolare, è precipitato ad appena il 18% dei consensi (dal 33% del 2008, il 25% del 2013 e il 40,8% del 2014). Da forza egemone del centro-sinistra e del governo è stato messo all’opposizione dalla Lega e dal M5S, gli avversari populisti.

Adesso il partito, a nove mesi dal disastro delle elezioni politiche, appena ha provato a rialzare la testa convocando il congresso nazionale è rimpiombato nel caos: Marco Minniti, uno dei sette candidati a segretario, molto quotato a vincere la sfida, si è fatto da parte. L’ex ministro dell’Interno si è improvvisamente ritirato dalla corsa lasciando campo libero a Nicola Zingaretti, ora super favorito.

Minniti ha gettato la spugna perché, a sorpresa, si è trovato in una contraddizione insanabile: era il candidato renziano in gara mentre Matteo Renzi era entrato nel possibile tunnel della scissione del Pd. Così ha lasciato il campo  per “salvare” il partito dalla distruzione.

 Pd la gara disperata. Il partito fondato nel 2007 da Walter Veltroni con l’impostazione della “vocazione maggioritaria” è diventato una piccola forza senza alleati che non riesce neppure a realizzare un’opposizione minima nel Parlamento e nel paese al “governo del cambiamento”.

Il Pd guidato, via via, da Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Orfini, Renzi e Martina ha accusato una crisi sempre più drammatica: il suo elettorato di sinistra e di centro-sinistra si è sentito tradito. È considerato succube delle èlite, dei grandi imprenditori e banchieri (da Carlo De Benetti a Giovanni Bazoli) che hanno fatto il tifo per la sua nascita. Per questo gli elettori gli hanno voltato le spalle in massa astenendosi dalle urne o votando per i populisti, in particolare per i grillini. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, in competizione politica ed elettorale tra loro in vista delle europee di maggio, non gli fanno toccare palla: svolgono sia i ruoli del governo sia quelli dell’opposizione. Sia per il capo politico del M5S sia per il segretario della Lega “l’opposizione non esiste”.

Pd la gara disperata. Il Pd, il maggiore partito della sinistra, già nel marasma, ora è catatonico, è in coma profondo. Prima si è dimesso da segretario Matteo Renzi, poi il successore Maurizio Martina, adesso ha lasciato Minniti mentre era appena cominciata la corsa verso le elezioni primarie del 3 marzo.

C’è chi, come Carlo Calenda, considera talmente compromessa la situazione che vuole perfino chiudere bottega e cambiare nome al Pd. Tra i 6 candidati alla segreteria adesso spiccano due nomi: Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, che si è ricandidato. Tutti e due vengono dalla storia del Pci-Pds-Ds e sono riformisti. Puntano il dito contro l’errore di aver trascurato il problema delle crescenti “disuguaglianze sociali”. Il primo è più attento al principio di “uguaglianza”, il secondo fa più attenzione al valore della “sicurezza” (sociale ed economica). Sia il presidente della regione Lazio sia l’ex ministro dell’Agricoltura, però, partono dal presupposto di dare una risposta alla “paura”, di soddisfare le richieste di “protezione” degli italiani per recuperare il rapporto perduto con l’elettorato e la base di sinistra e di centro-sinistra. Entrambi sono contrari ad un accordo con il M5S, ma il no di Zingaretti è meno netto. Sfumature.

Tutti e due vogliono una totale rottura con il passato e un rinnovamento profondo del Pd. Anche Martina, che in passato è stato più vicino di Zingaretti a Renzi, sta facendo una campagna congressuale molto distante dall’ex segretario ed ex presidente del Consiglio un tempo potentissimo. I due antagonisti cercano perfino di evitare di nominare Renzi, passato in breve tempo da riverito protagonista ad appestato della politica italiana. L’ex segretario ed ex presidente del Consiglio si fa sentire il meno possibile ma conta ancora molto. Ha polemizzato con Minniti: «Chiedetemi tutto ma non di fare il piccolo burattinaio al congresso». Entro gennaio, secondo il tam-tam di Montecitorio, potrebbe fondare un suo partito liberaldemocratico sul modello francese di Emmanuel Macron ma lui ha smentito: una scissione «non è all’ordine del giorno, e non ci sto lavorando». Le voci impazzano. Secondo qualcuno Renzi potrebbe addirittura ricandidarsi alla segreteria.

Pd la gara disperata. Zingaretti, Martina e gli altri quattro candidati alla guida del patito si sono lanciati in un lavoro difficilissimo. Ci potrebbe essere anche un nuovo giocatore. I renziani, in maggioranza assoluta nei gruppi parlamentari, sono rimasti senza un candidato alla segreteria: potrebbero decidere di far scendere un loro nome in pista, l’ultima data utile è il 12 dicembre. Per adesso non c’è una alternativa credibile al populismo e nemmeno si intravede all’orizzonte. Per ora non ci sono parole e programmi che possano risvegliare l’interesse e l’entusiasmo dell’elettorato frammentato e deluso di sinistra. Chiunque vincerà per prima cosa avrà davanti il problema di ricostruire un Pd sommerso dalle macerie.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Il Corsera lancia “il partito del Pil”

Pil

Anni fa “la casta”, adesso “il partito del Pil”. È una fucina di slogan ‘Il Corriere della Sera’. Con “la casta” il ‘Corsera’ indicò al pubblico ludibrio e diede una spallata ai partiti italiani dipinti come autoreferenziali, inefficienti e corrotti. Anche sbandierando l’attacco alla “casta”, termine usato in India per indicare la classe sociale dominante e privilegiata, scoppiò in Italia la rivolta popolare alimentata dalla crisi economica e dalla corruzione pubblica. Su questa linea, via via, si è arrivati alla cosiddetta Terza Repubblica: alla trionfale vittoria dei partiti populisti, M5S e Lega, nelle elezioni politiche del 4 marzo.

Ora è la volta della campagna sul “partito del Pil”. Il giornale di via Solferino a Milano, storicamente espressione della grande borghesia italiana, ha usato per la prima volta questa definizione lo scorso giugno in un articolo di Dario Di Vico per indicare le critiche degli imprenditori italiani contro “il governo del cambiamento”, il primo esecutivo populista dell’Europa occidentale. Poi il maggiore giornale italiano ne ha fatto un cavallo di battaglia e alla fine anche gli altri quotidiani del Belpaese, compreso ‘il manifesto’, hanno pubblicato pezzi sul “partito del Pil”.

Progressivamente sono cresciute d’intensità le accuse contro il ministero composto dai cinquestelle e dai leghisti per le scelte assistenzialiste e anti produttive. La pioggia di cattive notizie degli ultimi sei mesi sul fronte economico ha alimentato lo scontento e la paura. Il calo dell’occupazione, dei consumi, della produzione industriale e del reddito nazionale (il Pil) e il parallelo aumento dello spread fino a quasi 340 punti hanno fatto temere una nuova recessione: sarebbe addirittura la terza in appena dieci anni. È circolata perfino l’ipotesi di un’imposta patrimoniale, più volte smentita dal governo.

Così adesso c’è la rivolta del “partito del Pil”, del partito della crescita economica contro quello della “decrescita felice” (era un motto dei grillini). Gli imprenditori italiani lunedì 3 dicembre hanno fatto sentire la loro protesta a Torino. Per la prima volta ben 12 associazioni imprenditoriali (industria, commercio, servizi, grandi e piccole aziende) hanno fatto sentire la loro voce dall’ex Officina grandi riparazioni per i treni di tutto il mondo. Il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia ha avvertito: «In questa sala è rappresentato il 65% del Pil nostrano». Ha usato toni rudi contro i ministri Salvini e Di Maio, poco sensibili al pericolo della salita dello spread: «Noi siamo quelli che non se ne fregano dello spread». Ha insistito sulla crescita economica, ha sollecitato il governo M5S-Lega a trovare in tempi rapidissimi un accordo con Bruxelles per evitare le sanzioni innescate dalla violazione delle regole sull’euro per deficit-debito pubblico eccessivo.

Il rischio è forte per Luigi Di Maio e, soprattutto, per Matteo Salvini che potrebbe perdere i tanti voti e consensi raccolti tra gli imprenditori. Il 13 dicembre la protesta proseguirà a Milano: vedrà protagoniste le aziende del nord Italia, il cuore del bacino elettorale leghista. L’obiettivo è sempre quello di modificare la legge di Bilancio del governo all’esame della Camera e di evitare la guerra con Bruxelles (da fine settembre si è aperto un durissimo braccio di ferro sulle scelte economiche).

Conte è fiducioso su una intesa con la Ue, in «una soluzione condivisa che possa evitare l’infrazione» del Patto di stabilità per l’euro. Il deficit della manovra 2019 è fissato dal governo al 2,4% del Pil e Bruxelles chiede una riduzione attorno al 2%, tagliando le spese per il reddito di cittadinanza e per rivedere la legge Fornero sulle pensioni (due provvedimenti centrali nelle promesse del M5S e del Carroccio). Il deficit scenderà sotto il 2%? Il presidente del Consiglio si è limitato a rispondere: «Non sto lavorando a questo obiettivo». È fiducioso su un compromesso anche il commissario europeo per gli Affari monetari Pierre Moscovici: c’è «un passo nella giusta direzione» da parte del governo Italiano ma le distanze restano.

Ci sono degli spiragli, il clima non è più di scontro, tuttavia la mediazione è difficile. “Il partito del Pil” lanciato dal ‘Corsera’, comunque, è diventato una posizione forte sul piano politico e culturale. Il presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi negli anni Ottanta diceva: «Se vuoi sapere cosa pensa la borghesia italiana leggi ‘Il Corriere della Sera’».

È apparso alla finestra “il partito del Pil”. Però Vincenzo Boccia, almeno per ora, nega ogni implicazione politica: «Il partito del Pil non esiste, partiti noi non ne facciamo, già ce ne sono troppi e non ci mettiamo anche noi».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

ALTRA PROROGA

“Le parole hanno un peso, il mio è un silenzio operoso e virtuoso”. Lo afferma il premier Giuseppe Conte rispondendo ai cronisti sullo stallo in commissione Bilancio sulla manovra. Nel frattempo si avverte la prima vicinanza tra la Commissione e il Governo italiano, anche se Roma deve ancora correggere i ‘compiti’.  Nel frattempo slitta ancora nell’aula della Camera l’esame della manovra: dai gruppi parlamentari si apprende che la discussione generale avrà inizio alle 20

tria borghiAl margine dell’Ecofin, il commissario Moscovici ha detto: “Il dialogo con l’Italia è in corso, diventa più intenso, vediamo un tono diverso, un diverso modo di cooperare e vediamo l’Italia disponibile ad ascoltare il nostro punto di vista e risolvere i problemi. È un passo che accogliamo con favore, e anche gli investitori hanno lo stesso feeling. Ora il dialogo è cominciato davvero su metodo e sostanza. A Buenos Aires abbiamo avuto discussioni positive con Conte e Tria, e abbiamo deciso di proseguire nell’interesse generale e abbiamo dato mandato ai nostri team di lavorare in quella direzione. La Commissione Ue ha preso nota delle intenzioni dell’Italia di ridurre il deficit, e ora aspettiamo altri dettagli, perché ci deve essere un impegno credibile, concreto e nel quadro delle regole. Noi siamo disponibili a dare flessibilità ma deve essere nelle regole, per questo il gap va ridotto ancora”.
Il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, rispondendo ai giornalisti, ha detto: “Il 2%? È un numero su cui si esercitano giornalisti e commissari Ue, noi badiamo alla sostanza e a trovare risorse. Noi facciamo una manovra seria che non dipenderà dallo zero virgola ma dai contenuti. Una manovra che ha degli investimenti che non ci sono mai stati negli anni precedenti”. Poi con riferimento al Tav, Salvini ha ribadito “di essere per l’Italia dei sì”.
Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, incontrando i giornalisti a margine dell’Ecofin a Bruxelles, ha affermato: “Vanno salvaguardate le due priorità politiche fissate dal governo: il reddito di cittadinanza e il superamento della riforma Fornero delle pensioni, con l’introduzione di quota 100 non sono in discussione. Vanno salvaguardate e portate avanti. Quindi queste due priorità, reddito di cittadinanza e quota 100 non sono in discussione. Tuttavia si stanno studiando le stesure, quello che va ancora definito è il costo delle misure in base ai disegni di legge. Sono stati già effettuati degli accantonamenti ma poi una valutazione attenta sul costo delle misure è possibile solo quando ci saranno i disegni di legge. Quanto al dialogo con la Commissione europea sul come far combaciare i saldi di Bilancio con le regole Ue, si possono fare varie cose, ci sono varie possibilità, non ne discutiamo in pubblico fin quando non vengono discusse a livello politico e poi con la Commissione Ue”.
Nel frattempo, in Parlamento i lavori vanno avanti con vivace conflittualità. C’è stato già uno scontro in commissione Bilancio della Camera, dopo l’annuncio da parte del ministro dei Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, sull’approvazione di un emendamento alla manovra per mettere uno stop allo scudo sulle banche nei confronti dei cittadini truffati. I risparmiatori, in base alla norma, potranno fare causa agli istituti di credito, anche se otterranno il risarcimento, per la parte di danno eccedente al ristoro corrisposto.
Dopo l’annuncio di Fraccaro, si sono sollevate polemiche da parte del Pd che ha criticato il ministro per aver data per approvata una norma su un articolo non ancora discusso. Nelle settimane scorse, la Lega aveva annunciato un emendamento in questa direzione che ancora non sarebbe stato approvato.
Il presidente della commissione Bilancio Claudio Borghi ha sospeso la commissione e convocato un Ufficio di presidenza. La soluzione che ha sbloccato i lavori è stato un emendamento firmato da tutti i gruppi che cancella lo scudo per gli istituti di credito. Nella proposta bipartisan si legge: “Resta impregiudicato il diritto per i risparmiatori di agire in giudizio per il risarcimento della parte di danno eccedente il ristoro corrisposto”.
Alla ripresa dei lavori della commissione Bilancio della Camera che, tra rinvii e slittamenti, ancora non sono conclusi, tutti i capigruppo dei gruppi delle opposizioni hanno esordito criticando le modalità di procedere da parte dell’esecutivo e chiedendo spiegazioni immediate.
Luigi Marattin (Pd) ha detto: “Da giorni e settimane siamo qui a discutere di qualcosa che non esiste, sembra ci sia un accordo per ridurre il deficit al 2% ma qui noi discutiamo di altro. Il governo intervenga a spiegare, cambiano completamente gli spazi finanziari della manovra”.
Anche Fassina (Leu) ha lamentato: “La manovra verrà modificata in Senato con pochissimo tempo per discutere. Il Governo ci dica cosa intende fare”. Inoltre, Maldelli (Fi) ha detto: “Vogliamo capire il quadro macro perchè il Pil a 1,5% è irrealistico e forse dovremmo pensare a un Dpb diverso”. Poi, Mandelli ha chiesto che a fornire le indicazioni sia direttamente il ministro Giovanni Tria.
Alla richiesta si è associata anche Maria Elena Boschi del Pd. Guido Crosetto (Fdi) si è associato alle richieste affermando: “La Camera merita di sapere qualcosa visto che l’emendamento arriverà al Senato”.
Il presidente della commissione Claudio Borghi  ha sottolineato che quando si inseguono dichiarazioni stampa, spesso le parole messe in bocca o le interpretazioni portano fuori strada. Borghi ha affermato: “Stiamo lavorando su cose importantissime per le persone. Bisogna parlarne ma la mia opinione è che l’importanza del cambiamento di miliardi travalica la scrittura stessa della legge di bilancio”. Secondo Borghi, se il governo deve dare spiegazioni potrà farlo in Aula.
Forse è la prima volta nella storia d’Italia che arriva in Parlamento una manovra finanziaria indefinita da discutere, con il governo che modifica continuamente le cifre ed i contenuti della legge di bilancio da approvare. In questo modo si stanno allungando i tempi dei lavori parlamentari con deputati e senatori sempre più disorientati. Il clima istituzionale sembra affetto da una caotica nevrosi.

Salvini svela il blitz. Scontro con Spataro

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Il tweet con cui Matteo Salvini ha annunciato che stamani a Torino la polizia ha fermato “15 mafiosi nigeriani” proprio non è piaciuto ad Armando Spataro, procuratore capo a Torino. Il titolare del Viminale non ha resistito e, mentre l’operazione di polizia era ancora in corso, ha diffuso la sua soddisfazione tramite in un comunicato social. Un modo per essere il primo a darne notizia e in qualche modo intestarsi l’esito dell’operazione. Una leggerezza che però ha mandato su tutte le furie il procuratore Spataro secondo il quale Salvini ha fatto sorgere “rischi di danni al buon esito dell’operazione che è tutt’ora in corso”.

Nella nota Spataro osserva che “la diffusione della notizia” da parte del ministro “contraddice prassi e direttive vigenti nel Circondario di Torino secondo cui gli organi di polizia giudiziaria che vi operano concordano contenuti, modalità e tempi della diffusione della notizie di interesse pubblico, allo scopo di fornire informazioni ispirate a criteri di sobrietà e di rispetto dei diritti e delle garanzie spettanti agli indagati per qualsiasi reato”. “Ci si augura – prosegue –  che per il futuro il ministro dell’Interno eviti comunicazioni simili o voglia quanto meno informarsi sulla relativa tempistica al fine di evitare rischi di danni alle indagini in corso, così rispettando le prerogative dei titolari dell’azione penale in ordine alla diffusione delle relative notizie”.

Aggiunge Spataro: “Il provvedimento restrittivo non prevede per tutti gli indagati la contestazione della violazione dell’art. 416 bis c.p.; coloro nei cui confronti il provvedimento è stato eseguito non sono 15 e le ricerche di coloro che non sono stati arrestati è ancora in corso”.

La difesa di Salvini non si fa attendere e va al di fuori del bon ton istituzionale imposto dalla situazione: “Basta parole a sproposito. Inaccettabile dire che il ministro dell’Interno possa danneggiare indagini e compromettere arresti. Qualcuno farebbe meglio a pensare prima di aprire bocca. Se il Procuratore Capo a Torino è stanco, si ritiri dal lavoro: a Spataro auguro un futuro serenissimo da pensionato. Se il capo della Polizia mi scrive alle 7:22 informandomi di operazioni contro mafia e criminalità organizzata, come fa regolarmente, un minuto dopo mi sento libero e onorato di ringraziare e fare i complimenti alle forze dell’ordine”.

Luigi Grassi

Dombrovskis: “Senza modifiche pronti a procedura”

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“Se non ci sono modifiche siamo pronti a procedere ai prossimi passi della procedura per deficit eccessivo”. Lo ha detto il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis parlando dell’Italia in un’intervista a Bloomberg Tv.

Dombrovskis ha comunque salutato positivamente i “segnali” che vengono dal governo italiano sulla volontà di modificare la manovra. Ma non basta. I segnali evidentemente non bastano, servono i fatti. Ed ha ammonito: la “strategia” espansiva di bilancio che il governo italiano ha adottato” con la manovra economica per il 2019 “non sembra funzionare ed è importante per l’economia italiana che questa strategia venga corretta”. ​ Per evitare una procedura per deficit eccessivo legata al debito l’Italia deve realizzare “un piccolo sforzo strutturale positivo, invece del deterioramento strutturale sostanziale come è ora” sottolinea Dombrovskis. E spiega che sono in corso contatti “intensi” con le autorità italiane e che nel pomeriggio incontrerà il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. “Quello che è positivo è che il tono della discussione è cambiato e che le autorità italiane segnalano che sono pronti a fare aggiustamenti” alla manovra, ha detto Dombrovskis.

Dal canto suo il ministro Tria ha voluto rassicurare la Commissione: “Italia – ha detto – intende intraprendere un percorso che consenta al Paese di rafforzare la propria posizione nel continente e nel Mediterraneo nell’ottica di continuare a ricoprire un ruolo di partner strategico all’interno dell’alleanza transatlantica, rimanendo saldamente ancorato al proprio storico collocamento nell’Unione europea e nell’area euro”. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, lo ha detto in un intervento scritto inviato ai partecipanti della Conferenza internazionale ‘US-Italy Dialogue. The economics of the bilateral relationship’, all’Istituto Aspen a Roma.  In quest’ottica – si legge nel testo del ministro – il governo ha declinato una serie di misure all’interno di una manovra moderatamente espansiva che che dovrà concorrere a creare le necessarie condizioni di stabilità e inclusione sociale, favorevoli allo sviluppo e agli investimenti sia italiani, che esteri”.

Al momento, secondo fonti leghiste di Governo, non sono in agenda vertici di governo sulla manovra nella giornata odierna. Secondo queste fonti nessun incontro era stato calendarizzato nei giorni scorsi anche per i pre-esistenti impegni del ministro dell’Economia Giovanni Tria e Matteo Salvini a Bruxelles.