CHIACCHIERE E PENSIONI

Inps

Le pensioni sono stati uno dei punti centrali della campagna elettorale della Lega che ha giurato di smantellare punto per punto la legge Fornero colpevole, a detta di Salvini, di ogni male. Al suo posto sta prendendo piede l’ipotesi della cosiddetta quota 100. Si va in pensione quanto la somma tra l’età anagrafica e quella contributiva arriva a 100. Le perplessità in merito all’introduzione di questa soluzione sono tante. E non solo per la platea di lavoratori che potrà accedere all’assegno pensionistico, secondo il piano programmatico dell’esecutivo, ma anche per l’importo della pensione stessa che ciascun lavoratore andrà a percepire. E proprio qui nascono le perplessità in merito all’introduzione della nuova quota 100 per tutti. La quota 100 non sarebbe infatti conveniente per le nuove generazioni che, come purtroppo ben sappiamo, sono costrette ad affrontare i problemi relativi alle loro carriere discontinue. Inoltre, l’introduzione della quota 100 per tutti andrebbe a ribassare l’importo mensile della pensione spettante al lavoratore.

Contrario alla quota 100 il segretario della Uil Carmelo Barbagallo che ha parlato di “rischio boomerang” nei confronti delle nuove generazioni, le quali devono convivere con lunghi periodi di inattività, un ingresso tardivo nel mondo del lavoro e carriere discontinue, dove vige la regola non scritta dell’alternanza lavoro-disoccupazione. Durante la campagna elettorale, sia il Movimento 5 Stelle che la Lega Nord hanno parlato di abolizione della legge Fornero come punto dirimente. La posizione di entrambe le forze politiche, oggi al governo, si è ammorbidita, anche se Salvini è solito usare spesso il concetto di “smantellare pezzo per pezzo” l’attuale riforma previdenziale.

Carmelo Barbagallo, fa alcuni conti e immagina come punto di riferimento la spesa da 70 miliardi che il governo dovrebbe affrontare qualora realmente si scegliesse la strada della cancellazione della Fornero. La linea di pensiero della Uil può essere così riassunta: sì a modifiche alla legge Fornero, no ad un suo taglio netto. La misura cardine che la Uil continua a difendere come sindacato è l’introduzione della pensione anticipata una volta raggiunti i 63 anni di età, la stessa età (salvo adeguamenti automatici dell’aspettativa di vita) richiesta oggi per accedere all’Ape social e all’Ape volontaria, due misure – quest’ultime – in bilico con il nuovo governo. Il problema è che le riforme costano. E quando si parla di pensioni costano anche molto. La legge Forneno è entrata in vigore in un momento particolare della storia repubblicana, per evitare il collasso del Paese dopo 4 anni di governo Berlusconi. Il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Di Maio ha la sua ricetta per trovare i soldi. Il taglio dei vitalizzi e la revisione  delle pensioni d’oro.  ”È pronto un provvedimento – dice Di Maio – per creare un fondo in cui far confluire i tagli ai vitalizi e alle pensioni d’oro da destinare ai pensionati minimi”. È sempre facile fare propaganda. I soldi che si ricaverebbero dai vitalizi sono evidentemente poca cosa rispetto alla mole di risorse necessarie per le promesse elettori di Salvini e company. Soldi a cui si sommano alle risorse necessarie per le altre “priorità” lanciate nel Contratto come reddito di cittadinanza e flat tax.

Luigi Grassi

Vaccini. Psi: Salvini ministro unico del governo

matteo salviniSulla questione dei vaccini “garantisco l’impegno preso in campagna elettorale nel permettere che tutti i bimbi entrino in classe, vadano a scuola”, perché “la priorità è che i bimbi non vengano espulsi dalle classi” anche se non vaccinati. Lo ha affermato Matteo Salvini, ministro dell’Interno, intervenendo telefonicamente a RadioStudio54. A proposito di una eventuale rimozione degli obblighi vaccinali, Salvini ha puntualizzato che al governo “siamo in due, c’è un’alleanza Lega-M5s, bisogna ragionare anche con gli alleati, al ministro Grillo ho iniziato a parlare di questi temi”, e dunque “continueremo, perché ritengo che 10 vaccini obbligatori siano inutili e in parecchi casi pericolosi se non dannosi”, ha concluso il ministro Salvini. A tal proposito Giulia Grillo, che fin da quando si è insediata ha detto di essere favorevole ai vaccini, ha diffuso un comunicato stampa nel quale dice al ministero dell’Interno che spetta al suo ministero decidere sul tema. Inoltre, aggiunge, la politica può discutere dell’obbligo ma non del valore sanitario dei vaccini. Quello spetta ai tecnici. “I vaccini sono un fondamentale strumento di prevenzione sanitaria primaria. E in discussione a livello politico sono solo le modalità migliori attraverso le quali proporli alla popolazione”.
Sull’uscita da ‘campagna elettorale’ interviene il segretario del Psi, Riccardo Nencini che afferma sul suo profilo Facebook: “Salvini tra il funambolo e l’onnivoro come un caudillo sudamericano. Pontifica su tutto. Ora anche sui vaccini. Ma i suoi figli sono stati vaccinati? Tra non molto ci metterà nelle mani di stregoni e pistoleros”.

“Se continua così – aggiunge in una nota Enrico Buemi, responsabile Giustizia del Psi e già Senatore nella XVII Legislatura – Salvini nel giro di qualche giorno assumerà le intere competenze di tutti i Ministri del Governo”. “Un giorno dà la linea al Presidente del Consiglio Conte indicandogli se andare o no a Bruxelles, un altro giorno organizza blocchi navali davanti alla Libia, ovviamente come Ministro della difesa, un altro giorno ancora promette quello che di fatto è un maxi-condono nella sua qualità di Ministro dell’economia, quello vero, e oggi, per nostro diletto, impartisce direttive da Ministro della salute sulla questione dei vaccini”. “Considerando – continua Buemi – che nei ritagli di tempo libero continua a fare non il Ministro degli interni ma il capo della propaganda del disciolto Ministero per la sicurezza, di fascistica memoria, pensiamo che ormai rimanga solo la competenza del Ministero dell’istruzione libera dai suoi interventi, che aspettiamo comunque fiduciosi nella sua futura qualità di Ministro della cultura popolare. Ci chiediamo a questo punto – conclude Buemi – gli altri Ministri che cosa ci stiano a fare”.

Non si è fatta attendere la replica a Salvini dell’immunologo Roberto Burioni: “No, Ministro Salvini – scrive il professore sulla sua pagina Facebook – dieci vaccini non sono inutili e tantomeno dannosi. Sono gli stessi vaccini che vengono usati con identici tempi e identici modi in tutto il mondo. Sono i dieci vaccini che hanno salvato e salvano, in tutta sicurezza, milioni di vite”. “Ministro Salvini – prosegue Burioni – lei ha detto una cosa non rispondente al vero, perché quelli che riporto io sono fatti, suffragati da dati scientifici solidissimi. Quella che ha detto è una bugia, una bugia pericolosissima. E che a dirla – conclude il medico – sia chi ha la responsabilità della sicurezza del mio paese è una cosa che mi preoccupa molto”.

Commissioni parlamentari. La maggioranza fa il pieno

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Così diversi che hanno fatto il pieno. Lega e 5 Stelle hanno incassato tutto quello che potevano e, come previsto, hanno fatto man bassa delle presidenze delle 28 commissioni permanenti di Camera e Senato. Restano da assegnare le presidenze delle commissioni di garanzia, ossia la commissione sui servizi segreti (Copasir) e quella sulla Vigilanza Rai che solitamente sono destinate alle opposizioni. Un accordo tra Pd e Fi, prevede la presidenza del Copasir per i democratici con Lorenzo Guerini e quella della Vigilanza Rai per gli azzurri (i candidati sono Paolo Romani o Maurizio Gasparri). Tuttavia da parte della maggioranza giallo-verde si era ventilata nei giorni scorsi l’ipotesi di affidare la presidenza del Copasir al piccolo alleato del centrodestra Fratelli d’Italia, che non fa parte del governo ma che nel voto di fiducia si è astenuto, lasciando così il Pd fuori da tutti i vertici delle commissioni.

La tensione è dunque altissima in vista dell’elezione prevista per la prossima settimana, tanto che nel Pd minacciano fuoco e fiamme se il Copasir dovesse andare a Fratelli d’Italia. Sarebbe per altro un precedente assoluto, dal momento che la presidenza della commissione sui servizi segreti è sempre stata attribuita all’opposizione non per prassi ma per legge: lo prevede infatti la legge istitutiva del Copasir stesso.

La carica dei nuovi e quella dei leghisti anti-euro nelle commissioni che si occuperanno della manovra finanziaria, il primo banco di prova del governo. Dunque le presidenze delle commissioni parlamentari rispecchiano l’andamento del nuovo esecutivo gialloverde. Su 28 neopresidenti ben dieci sono alla loro prima esperienza in Parlamento. Alcuni erano stati indicati come possibili ministri da Luigi Di Maio e poi non essendoci riusciti sono stati ricompensati con la poltrona più alta dalla commissione in cui siedono. Altri parlamentari sarebbero dovuti diventare viceministri o sottosegretari, ma anche in questo caso, non avendola spuntata, ecco il dirottamento sulle presidenze. Ed è il caso dei leghisti Claudio Borghi (Bilancio) e Alberto Bagnai (Finanze), troppo estremisti per stare nella squadra dell’esecutivo ma funzionali per questo incarico.

La suddivisione tra le due forze di maggioranza è stata quasi scientifica sulla base del ‘peso’ numerico dei gruppi parlamentari. Altro che Cencelli. Alla Camera nove presidenze sono andate ai 5Stelle e cinque alla Lega. Stesso discorso al Senato: otto per i grillini e sei per la Lega. Di conseguenza alcune commissioni vedono la presidenza M5s sia per Montecitorio sia per palazzo Madama. È il caso di due commissioni di peso, soprattutto in questa particolare fase politica in cui i grillini soffrono l’esuberanza di Matteo Salvini sul tema immigrazione, e si tratta della commissione Affari esteri che ha come presidenti Marta Grande e Vito Petrocelli, rispettivamente alla Camera e al Senato, e Politiche Ue con Sergio Battelli ed Ettore Antonio Licheri. Quest’ultimo è alla sua prima legislatura, vincitore in un collegio uninominale in Sardegna.

Negli organi che si occupano dei temi economici c’è stata un’equa suddivisione degli incarichi, ma la Lega ha schierato due fedelissimi del segretario che non hanno mai nascosto le loro idee in contrasto con la moneta unica. Alla Bilancio della Camera è stato eletto presidente il leghista Claudio Borghi, alla sua prima legislatura ma molto vicino ai vertici. Il suo nome circolava per un incarico nel sottogoverno. Il suo corrispettivo al Senato è il grillino Daniele Pesco che lo scorso anno con l’attuale sottosegretario Alessio Villarosa ha lavorato sul dossier banche. In commissione Finanze della Camera ce l’ha fatta Carla Ruocco, anima critica M5s che sarebbe dovuta diventare viceministro all’Economia. Alberto Bagnai, alla sua prima legislatura, ma da molto tempo vicino alle idee della Lega, è invece il numero uno in commissione Finanze a Palazzo Madama.

Per quanto riguarda le commissioni Affari costituzionali e Giustizia si è scelto di affidare nello stesso ramo del Parlamento le presidenze allo stesso colore politico. Ai grillini sono andate quelle della Camera con Giuseppe Brescia e Giulia Sarti, mentre ai leghisti quelle del Senato con Stefano Borghesi e Andrea Ostellari, quest’ultimo alla sua prima esperienza in Parlamento.

I 5Stelle hanno puntato, quasi per dovere, su coloro che erano stati annunciati in pompa magna ministri prima del voto del 4 marzo. Quindi il senatore Mauro Coltorti è diventato presidente della commissione Trasporti e Pierpaolo Sileri, che doveva diventare ministro della Salute, è ora presidente della commissione Igiene e sanità. La Lega invece in commissione Ambiente ha scelto il deputato 31enne Alessandro Benvenuto, tra i più giovani eletti in questa legislatura. Anche lui alla sua prima esperienza alla Camera e già, come tanti altri, nel rispetto del nuovo mood, ricopre un ruolo tra i più importanti nella vita parlamentare.

Saviano. Il precedente Biagi sulla revoca della scorta

Marco-BiagiNon ha freno la polemica innescata dall’annuncio della revoca della scorta allo scrittore Saviano. Una questione che è diventata ormai tutta ‘politica’, tanto che la Lega a Torino vuole togliere anche la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano. A portare avanti la questione è il capogruppo del Carroccio in Sala Rossa, Fabrizio Ricca, che aveva già provato a chiedere la revoca nel 2014.
Sedici anni fa moriva il Professore Marco Biagi, socialista, giuslavorista e consulente del Ministro del Welfare Roberto Maroni per l’elaborazione delle riforma del mercato del lavoro.
Il precedente è da mettere in risalto in quanto anche al giuslavorista venne revocata la scorta, nonostante Marco Biagi aveva più volte fatto sapere di sentirsi in pericolo, ma non fu protetto dalle istituzioni a cui aveva chiesto (invano) aiuto. La scorta al giuslavorista, coautore tra l’altro del contestato Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, fu tolta definitivamente in seguito a una circolare del ministro Scajola del 15 settembre 2001, che dava seguito a una riorganizzazione e riduzione generale di questo tipo di tutela in tutta Italia. Biagi, che riceveva continue minacce, anche telefoniche, per il suo contributo alla riforma della legislazione sul lavoro, chiese ripetutamente che la protezione fosse mantenuta, e per lui si mossero diverse personalità, compreso l’allora ministro del Welfare Roberto Maroni. Senza risultati, però: la scorta restò revocata e il docente venne assassinato dalle Nuove Brigate Rosse il 19 marzo 2003, mentre rincasava in bicicletta, sotto la sua abitazione di via Valdonica. Non solo l’allora ministro degli Interni non si assunse la responsabilità di quanto accaduto ma del giuslavorista morto disse: “Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”. Una frase che non gli venne perdonata dall’opinione pubblica e che portò alle sue dimissioni. Il suo “esilio” dalla vita politica, comunque, durò pochissimo: Scajola venne presto ‘riabilitato’ da Silvio Berlusconi, che gli affidò la guida organizzativa di Forza Italia sino al 31 luglio del 2003, quando Scajola tornò nel governo come ministro per l’Attuazione del Programma.
Tornando a Saviano, lo scrittore ha risposto al ministro degli Interni Matteo Salvini con un video sulla sua pagina Facebook.
“Le parole pesano, e le parole del Ministro della Malavita, eletto a Rosarno (in Calabria) con i voti di chi muore per ‘ndrangheta, sono parole da mafioso. Le mafie minacciano. Salvini minaccia. Il 17 marzo, subito dopo le elezioni, Matteo Salvini ha tenuto un comizio a Rosarno. Seduti, tra le prime file, c’erano uomini della cosca Bellocco e persone imparentate con i Pesce. E Salvini cosa fa? Dice questo: ‘Per cosa è conosciuta Rosarno? Per la baraccopoli’. Perché il problema di Rosarno è la baraccopoli e non la ‘ndrangheta. Matteo Salvini è alla costante ricerca di un diversivo e attacca i migranti, i Rom e poi me perché è a capo di un partito di ladri: quasi 50 milioni di euro di rimborsi elettorali rubati”, è quanto afferma Roberto Saviano.

Rom e Rai, incrinata l’intesa Salvini-Di Maio

salvini di maio-2Il “governo del cambiamento” è nato appena un mese fa, ma già non gode di buona salute. Sul censimento rom è incrinato il rapporto tra Lega e M5S, le due colonne dell’esecutivo presieduto da Giuseppe Conte. Il protagonismo di Matteo Salvini, in particolare, su immigrati e rom, ha innescato forti contrasti con Luigi Di Maio.
A far traboccare il vaso è stata la carta del censimento rom, una iniziativa dalla terribile impronta etnica e razzista. Il segretario leghista, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha sollecitato il «censimento dei Rom e controllo dei soldi pubblici spesi» con l’obiettivo di realizzare delle espulsioni di massa. Poi, di fronte alla levata di scudi delle opposizioni e dei cinquestelle, Salvini ha fatto marcia indietro parlando di «ricognizione» e comunque «non è una priorità».
Si è sfiorata la rottura. Di Maio si è lanciato in un duro braccio di ferro, il primo con il collega di governo: «I censimenti su base razziale non si possono fare, lo dice la Costituzione». Il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo e del Lavoro ha replicato a muso duro: «Ci sono altri censimenti da fare». E ha lanciato l’idea di un altro censimento: «Per esempio c’è il censimento di tutti i raccomandati che ci sono nella pubblica amministrazione. Dobbiamo cominciare a controllare, anche in Rai, e ristabilire il principio della meritocrazia».
Solo all’apparenza si tratta soltanto di una lotta tra due diversi censimenti populisti, due iniziative propagandistiche, pericolose e inattuabili. Solo all’apparenza Di Maio ha scagliato contro la proposta di un censimento rom, discriminatorio e razzista, l’idea di un censimento sui raccomandati, dal sapore di gogna mediatica. In realtà il capo pentastellato sembra che abbia voluto bloccare l’assalto del Carroccio al vertice della Rai (direttore generale, presidente, consiglio di amministrazione), alle tante testate giornalistiche (Tg1, Tg2, Tg3, Rainews24, Gr) e alle direzioni televisive e radiofoniche. Per ora ha vinto il braccio di ferro. Salvini è stato costretto a derubricare il “censimento” a “ricognizione” sui rom.
Salvini e Di Maio sono due alleati in forte competizione. Il ministro dell’Interno agita il problema degli immigrati e dei nomadi, il collega dello Sviluppo solleva la questione dei privilegi del posto fisso. Sia il tema della sicurezza, sia quello del lavoro tutelato per tutti sono problemi reali, molto sentiti. Sia Salvini sia Di Maio, alla vigilia dei ballottaggi del 24 giugno per i sindaci, sono a caccia di consensi e spingono sul pedale dell’acceleratore. Il primo cerca di far lievitare il 17% dei voti ottenuti nelle elezioni politiche del 4 marzo, il secondo cerca di difendere il suo 32% dall’erosione dell’alleato-competitore leghista (alcuni sondaggi danno addirittura il sorpasso del Carroccio sul M5S).
Tutti e due cercano di cavalcare “la pancia” del ceto medio in crisi ed impoverito: il segretario della Lega sui migranti e sui rom tenta di intercettare le paure e le insicurezze; il capo pentastellato alzando la bandiera dei raccomandati punta a coagulare il rancore sociale.
Così i giornali, le televisioni ed internet sono dominati dalle notizie sullo scontro su migranti, rom e raccomandati. Non si parla quasi più, invece, di reddito di cittadinanza, abolizione della legge Fornero sulle pensioni e flat tax, i tre cavalli di battaglia sui quali Di Maio e Salvini hanno vinto le elezioni politiche. Non si sa quando e come saranno realizzati questi popolarissimi obiettivi dal costo salato per il bilancio pubblico italiano (almeno cento miliardi di euro).
Ma a giugno si voterà per le europee, sia Salvini e sia Di Maio vogliono presentarsi con dei risultati ai rispettivi elettori. Il primo spinge per la flat tax, il secondo per il reddito di cittadinanza mentre la modifica della Fornero è una battaglia comune. Sarà difficile accontentare tutti senza mettere in pericolo i conti pubblici e la permanenza dell’Italia nell’euro. Sono possibili tante, imprevedibili sorprese anche per il governo Conte.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

IL REPLICANTE

conte primo piano

Tanto fumo per nulla. La bozza Ue sull’immigrazione sarà accantonata. Il presidente del consiglio Conte spiega la sua versione: “Ho appena ricevuto una telefonata dalla Cancelliera Angela Merkel, preoccupata della possibilità che io potessi non partecipare al pre vertice di domenica a Bruxelles sul tema immigrazione. Le ho confermato che per me sarebbe stato inaccettabile partecipare a questo vertice con un testo già preconfezionato. La Cancelliera ha chiarito che c’è stato un “misunderstanding”: la bozza di testo diffusa ieri verrà accantonata”, ha scritto ancora Conte nel post che conclude così: “Ci vediamo domenica a Bruxelles!”.

Un messaggio di invito a una politica di interesse comune è arrivato da una portavoce della Commissione europea a margine della conferenza stampa del commissario alla Migrazione Dimitris Avramopoulos. “Condividiamo la preoccupazione dell’Italia” sulla proposta che riguarda i movimenti secondari dei migranti”. “La bozza della dichiarazione di domenica sarà riequilibrata prima del vertice, si tratta solo di una bozza per la discussione”. L’impostazione tra Italia e altri è differente. Da noi si alza la voce per ottenere il contentino da poter spendere internamente per una manciata di voti e di consenso in più. Come se fossimo con il piattino in mano a chiedere maggior considerazione. Ma i risultati concreti non si ottengono con le dichiarazioni stampa ma ai tavoli che contano. Lì non li può gridare. Lì conta il peso e la credibilità politica ed anche economica di un paese.

Il premier Giuseppe Conte in un post su facebook, soffermandosi sul vertice di domenica a Bruxelles, ha affermato che in quella sede “al centro della discussione sull’immigrazione ci sarà la proposta italiana e se ne discuterà insieme alle proposte di altri Paesi. L’incontro non si concluderà con un testo scritto, ma solo con un summary sulle questioni affrontate e sulle quali continueremo a discutere al consiglio europeo della prossima settimana”. Una dichiarazione che chiude un giro costruito ad arte dalla propaganda di Salvini che con indosso la maschera da uomo forte giorno minaccia tutti ventilando la possibilità dell’assenza italiana al vertice. Insomma le parole di Conte non sono altro che la replica di quelle di Salvini, che al momento sembra essere l’unico a dettare la linea al governo mettendo sempre più in ombra sia il premier che il vicepremier Di Maio.

Intanto c’è accordo fra i paesi Visegrad e Vienna sulla gestione frontiere. Il premier ungherese, Viktor Orban, a Budapest, a margine dell’incontro dei paesi dell’Est Europa con l’Austria ha auspicato che “dopo il semestre di presidenza austriaca, l’Europa sia più forte, una comunità più equa di quello che è oggi. E che la Ue sia più sicura, queste sono le speranze che abbiamo in comune”, ha affermato Orban. “Ci sono anche temi in cui non vediamo consenso” con Vienna, “come ad esempio le quote. Ma adesso non vogliamo forzare su questo argomento, vogliamo sottolineare invece i punti di assenso”, ha detto ancora il premier ungherese Viktor Orban a Budapest a margine dell’incontro dei Visegrad cui oggi ha partecipato anche il cancelliere austriaco Sebastian Kurz.

Sullo sfondo si profilano altri scontri. Altri 350 migranti soccorsi all’alba di oggi sono diretti verso le coste europee a bordo della nave della Ong tedesca battente bandiera olandese, Lifeline. “Non saranno accolti in Italia” ha tuonato Salvini, sempre duro con i deboli. “Avete fatto un braccio di forza contravvenendo alle indicazioni della Guardia costiera e italiana e libica. Bene questo carico ve lo portate in Olanda”. Così – in diretta Facebook dal suo ufficio al Viminale il ministro dell’Interno. E ancora: “Le navi Ong di questi pseudovolontari – ha ribadito Salvini – nei porti italiani non metteranno più piede ma anche le nostre navi militari e della Guardia costiera, che meritoriamente continuano a salvare vite umane, staranno più vicine alle coste italiane. Non possono fare più da sole. Ci sono altri che devono intervenire, la Tunisia, Malta, Francia, Spagna”.

Mario Muser

Salvini: “Chi di dovere valuterà sulla scorta a Saviano”

saviano salvini

Saviano può essere simpatico o antipatico. Lo si può apprezzare o meno. Si possono avere idee opposte alle sue. Ma non si può indiscriminatamente decidere se togliere o lasciare la scorta a una persona costantemente sotto minaccia, in virtù di un vezzo. Quasi come se fosse un dispetto o una ripicca. Saviano aveva preso posizione sulle politiche sui migranti proponendo provocatoriamente di silenziare le esternazioni di Salvini. Non ci è andato leggero e una replica era quasi obbligatoria. Saviano evidentemente se la aspettava. E il ministro-premier non si è fatto sfuggire l’occasione per andare in tv e aprire bocca per lanciare i proprio strali. Un nuovo nemico, una nuova polemica. Pane per i suoi denti. E subito arriva l’affondo. Ma arriva anche la minaccia. Quella più temibile per una persona che vive sotto scorta. Sulla scorta a Roberto Saviano “saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”, ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini ad Agorà su Rai Tre.

Non si sono fatte attendere le reazioni: “Dobbiamo – è il commento di Pietro Grasso – scegliere da che parte stare: se con Saviano o con Salvini. Salvini è il ministro dell’Interno e, proprio in quel ministero, si decide chi deve essere protetto dallo Stato. Con le frasi di stamattina vuol far capire a Saviano di non criticarlo, di stare zitto, altrimenti può intervenire per lasciarlo senza protezione contro la camorra, che lo vuole morto da anni per le sue inchieste e per il suo essere diventato un simbolo della lotta alle mafie. Allo stesso tempo sta facendo passare l’idea che avere la scorta sia un privilegio e un costo, non una necessità che limita la libertà di chi è sotto protezione. La libertà di un giornalista di fare inchieste contro le mafie vale tutti i soldi che spendiamo per garantirgli di fare il suo lavoro. Non vogliamo altri Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Francese, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano”.

Se Salvini vuole risparmiare, è il parere del capogruppo dem Graziano Delrio la “tolga a me la scorta ma la lasci a Saviano”. “Le scorte non si assegnano né si tolgono in tv” reagisce l’ex titolare del Viminale Marco Minniti: “I dispositivi di sicurezza per la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio seguono procedure rigorose e trasparenti che coinvolgono vari livelli istituzionali”. Le scorte dunque non sono discrezionali. Non dipendono cioè dalle simpatie o antipatie dell’organo politico. Vengono decise dall’Ucis (l’Ufficio centrale interforze per la Sicurezza personale istituito dopo l’omicidio Biagi) che è sì un’articolazione del Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, ma è collegiale e vincolato a criteri precisi. Non sono duque nella dicrezione del titolare del Viminale.

Sorge allora il sospetto che l’avvertimento di Salvini sia la risposta alla dura presa di posizione di Saviano nei confronti delle sue politiche sui migranti e sul censimento dei rom. Politiche dichiaratamente di destra. Non a caso l’ultima esternazione del leader leghista viene subito rilanciata da Forza Nuova: “Pagargli una scorta e un compenso Rai per diffondere bufale politicamente corrette da un attico di New York è davvero troppo”, twitta Roberto Fiore, segretario della formazione neofascista.

RISPOSTA COMUNE

europa sbarchiL’Unione europea stavolta è pronta a discutere con l’Italia, dopo l’incontro tra la Cancelliera Angela Merkel e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si cerca una linea comune da tenere sugli sbarchi dei migranti. Domenica si terrà a Bruxelles un vertice straordinario e informale, in vista del Consiglio europeo che si terrà il 28 e 29 giugno. All’inizio era prevista la partecipazione di quattro Paesi: Germania, Francia, Italia e Spagna. Ma – dalle ultime indiscrezioni – è stato allargato a Grecia, Bulgaria ed Austria. Non è escluso che nelle prossime ore, la lista possa essere ulteriormente aggiornata. I dettagli del vertice saranno discussi oggi a Roma da Donald Tusk che incontrerà sia il capo dello Stato Sergio Mattarella, che il premier Giuseppe Conte. Ma il capo del Viminale, Matteo Salvini, non vuole sentirsi ‘escluso’ e ha fatto subito sapere che nel pomeriggio vedrà il premier Giuseppe Conte con il quale “è in perfetta sintonia” e lavoreranno alla proposta italiana che presenteranno all’incontro. “Abbiamo un incontro oggi pomeriggio con il presidente Conte, ci sarà una proposta italiana al vertice informale sui migranti, il problema non è respingere all’interno dell’Unione, ma usare uomini e soldi per difendere i confini europei”, aggiunge il leader della Lega, all’incontro ci sarà anche l’altro Vicepremier, Luigi Di Maio.
Nella prima bozza della proposta diffusa ieri del Consiglio si introduce, su proposta dell’Italia e con il sostegno dell’Alto commissario per i rifugiati Onu Filippo Grandi, il concetto di “piattaforme di sbarco regionali, in stretta collaborazione con l’Unhcr e l’Oim”. Ossia centri “per gestire quanti prendono la via del mare e sono salvati nel corso di operazioni di ricerca e salvataggio”. Dovranno servire per distinguere tra i migranti economici e quanti necessitano di protezione, “riducendo l’incentivo ad imbarcarsi per viaggi pericolosi”, domani la bozza verrà esaminata (ed eventualmente aggiornata) dagli ambasciatori dei 27 Stati membri.
Ma c’è un altro punto sul quale preme il ministro degli Interni italiano ministro, d’accordo con quello della Migrazione dei Paesi Bassi Mark Harbers che ha incontrato a Roma, i rimpatri più veloci nei paesi di provenienza.
Berlino e Parigi sembrano concordare al momento la necessità di sostenere l’Italia proprio per non creare una spaccatura a livello europeo proprio sulla questione migranti, tuttavia sia Merkel che Macron non faranno un passo indietro sul trattato di Dublino e i migranti saranno rispediti al Paese che ha effettuato la prima registrazione (di solito l’Italia).
Mentre da Parigi la risposta è stata piuttosto ‘formale’ verso Roma, Berlino appariva più disponibile a dare una mano, ma in questi giorni la Cancelliera si ritrova davanti ai problemi interni della Grosse Koalition. Il ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, ha dato l’ultimatum sui migranti. Il capo della Csu ha annunciato che la Merkel deve trovare un accordo con la Ue entro due settimane oppure “do il via ai respingimenti”.
Eppure proprio oggi nella giornata mondiale del rifugiato, in quella che appare un’emergenza arrivano dati in contrasto con la percezione comune sugli sbarchi, così come evidenziato dall’Ocse.
“Per la prima volta dal 2011, i flussi migratori verso i Paesi dell’Ocse sono in leggera diminuzione, con l’ingresso di circa 5 milioni di migranti permanenti nel 2017 (contro 5,6 milioni ne 2016)”. Nessun emergenza, dunque secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. “Questa tendenza – ha aggiunto l’organismo internazionale – si spiega essenzialmente attraverso la riduzione dell’accoglienza dei rifugiati, legata a una forte riduzione delle richieste d’asilo, con circa 1,2 milioni di richieste d’asilo registrate nel 2017 contro 1,6 milioni nel 2016”. L’Ocse fa sapere che mentre “si allontana il picco della crisi dei rifugiati, periodo durante il quale la principale sfida consisteva nel fornire aiuto d’urgenza ai richiedenti asilo e ai nuovi rifugiati, entriamo in una fase complessa di promozione dell’integrazione di chi resta”. A questo punto, ha scritto l’organismo, i leader politici devono far fronte “a due sfide principali: la prima è gestire lo stesso processo d’integrazione senza turbare il mercato del lavoro. Il secondo è rispondere alle preoccupazioni riguardanti l’uso abusivo dei canali di migrazione nonché la percezione che un numero crescente di lavoratori stranieri soggiorna o lavora illegalmente nei Paesi di accoglienza”.

Psi: aprire una nuova stagione riformista

riccardo-nencini

“Oliviero, l’occasione per la foto di gruppo per un grande manifesto di resistenza repubblicana al populismo è il prossimo 7 luglio a Roma, quando ci riuniremo per parlare di una nuova stagione riformista. Ti aspettiamo”. Lo ha scritto in un tweet il segretario del Partito Socialista Italiano, Riccardo Nencini, rispondendo al tweet del fotografo Oliviero Toscani che si era detto “pronto a fare una foto di gruppo” ai leader del centrosinistra per promuovere “un grande manifesto di resistenza”.
Nencini ha invitato Toscani a partecipare all’evento “Via dal Presente, una alleanza tra merito e bisogno”, un incontro aperto a riformisti e democratici di diversi orientamenti e differenti tradizioni che si terrà a Roma il prossimo 7 luglio e che vedrà la partecipazione di numerosi esponenti della sinistra riformista, laica e socialista.

Un appuntamento per riorganizzare la sinistra. Per trovare un punto di unione condiviso per mettere insieme il pensiero riformista mentre nell’altro campo, quello della destra, il populismo regna sovrano. Le esternazioni quotidiane di Salvini ne sono una prova. Un eccesso che addirittura imbarazza i 5 Stelle che si sentono schiacciati dalla esagerata carica populista del leder leghista. “Quella del censimento nei campi rom non è una priorità” è l’ultima posizione di Matteo Salvini che a fine giornata ha fatto un passo indietro sulla proposta che ha scatenato la bufera politica.

A spingerlo al dietrofront il doppio intervento, l’uno-due di Di Maio e Conte. “Qui nessuno ha in mente di fare schedature o censimenti su base etnica, che sarebbero peraltro incostituzionali in quanto palesemente discriminatori” ha detto il premier Giuseppe Conte, che frena sulla ipotesi ventilata dal titolare del Viminale, spiegando che la posizione del governo è chiara, con l’obiettivo esclusivo “di individuare e contrastare tutte le situazioni di illegalità e di degrado ovunque si verifichino, in modo da tutelare la sicurezza di tutti i cittadini”.

“Per quanto riguarda le comunità rom – ha sottolineato il capo del governo – ben vengano iniziative, peraltro già sperimentate negli anni in varie città italiane, mirate a verificare l’accesso dei bambini ai servizi scolastici, alla luce del fatto che non di rado vengono tenuti lontani dai percorsi obbligatori di istruzione e formazione cui ogni minore ha diritto”. Parole, messe nere su bianco, che hanno suonato come un’altolà al vicepremier Salvini. Eppure Salvini ha davuto retrocedere complice anche il pressing del vicepremier 5 stelle Luigi Di Maio: “Sono cose che su base razziale non si possono fare”. Ma Salvini ha comunque ottenuto quello che desiderava. Occupare ogni spazio possibile. Essere comunque al centro della scena e togliere terreno agli alleati di governo.

Il leader del Psi Riccardo Nencini ha ribadito la contrarietà del Partito a qualsiasi tipo di “censimento razziale. I socialisti lo grideranno a Salvini venerdì prossimo nel suo tour elettorale in Toscana, il primo nella storia della Repubblica di un Ministro dell’Interno che invece della campagna elettorale del suo partito dovrebbe preoccuparsi del corretto andamento della campagna elettorale di tutti i candidati, come si conviene al Ministro dell’Interno di un Paese democratico”. Così il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, che prosegue: “Resta il fatto che non basta pretendere il rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Bisogna anche agire, seguendo la strada battuta dal sindaco di Firenze Nardella che ha avanzato l’ipotesi della chiusura del Poderaccio, uno dei campi rom fiorentini.   La sinistra – ha aggiunto Nencini – deve raccogliere la sfida si Salvini. Da una parte tutelando i principi costituzionali e i diritti fondamentali di ciascuna persona, dall’altra garantendo la tutela della sicurezza laddove si manifesta il malaffare e vi è un difetto di educazione dei minori”- ha concluso Nencini.

Ginevra Matiz

Falsi e falsari. Le radici dell’odio

La mala pianta dell’odio razziale che ormai Matteo Salvini innaffia copiosamente con cadenza pressoché giornaliera, mediante agghiaccianti annunci che riscuotono, a leggere i sondaggi, un preoccupante consenso in sempre più larghi settori dell’opinione pubblica, affonda le sue robuste radici in Europa da oltre un secolo, a seguito della riesumazione dell’antica pratica di diffondere falsi documenti redatti con l’obiettivo di denunciare falsi complotti.
I Protocolli dei Savi di Sion, un libello in cui si favoleggia su un piano operativo degli ebrei per ottenere il dominio del mondo attraverso il controllo dei media e della finanza e la sostituzione dell’ordine sociale tradizionale con un nuovo sistema basato sulla manipolazione delle masse, fu preparato e diffuso all’inizio del XX secolo dall’ Ochrana, la polizia segreta zarista impegnata contro l’insorgere della pulsioni rivoluzionarie in Russia e costituì la giustificazione per i primi pogrom antisemiti in Europa orientale.
Dopo la prima guerra mondiale divenne il testo base da cui l’ideologo del nazismo, Alfred Rosenberg e soprattutto Adolf Hitler nel suo Mein Kampf costruirono il mito della razza superiore, per giustificare e applicare spietatamente la prassi la cui attuazione fu codificata dal duo Heydrich/Eichmann nella famigerata conferenza di Wannsee, dello sterminio nei confronti degli ebrei prima di tutto e poi dei cosiddetti “untermenschen”, sottouomini di razza slava, zingari e, per non farsi mancare nulla, omosessuali.
Naturalmente, dopo un’iniziale indifferenza al tema, con l’avvicinamento alla Germania naziata, anche nell’Italia fascista a giustificazione dell’ introduzione della leggi razziali del 1938, su iniziativa di un fanatico exprete, Giovanni Preziosi, con la benedizione del Duce e di ampi settori della Chiesa, si dette alle stampe il falso documento di cui si fece una diffusione massiccia con un corollario di un’ aggressiva pubblicistica antisemita a cui parteciparono giornalisti che divennero poi, proseguendo nella tradizione tutta italiana del voltagabbanismo, esponenti di rilevo dell’editoria nostrana dell’Italia repubblicana.
Ancora oggi codesto ripugnante libello nutre i fanatismi antisraeliano e antioccidentale di larga parte del terrorismo fondamentalista islamico.
Ai Protocolli si è aggiunto all’inizio del XXI secolo una stravagante dottrina dello storico austriaco Gerd Honsik (che sostiene che la Shoah non è mai avvenuta!) il quale saccheggiando, impasticciandolo pro domo sua, il primo progetto per l’Europa unita scritto nella prima metà del secolo scorso da Richard Kalergi, in cui si afferma la necessità di un’integrazione continentale per favorire la pacifica convivenza dei popoli, lo ha rielaborato fino a renderlo una sorta di manifesto funzionale all’annullamento delle identità nazionali e locali, a causa, a suo dire, di una supposta imposizione del “meticciato etnico” e di un supposto “genocidio” dei popoli europei per sostituirli con quelli asiatico-africani, allo scopo di ottenere un’etnia indistinta di docili consumatori piegati al mercato e al desiderio di dominio mondiale da parte, neanche a dirlo, di elites giudaico massoniche.
Farneticazioni di un sociopatico o di un furbastro desideroso di visibilità da ottenere a qualunque costo.
Ecco, codesti sono i fondamenti ideologici che il primo ministro Salvini sta tentando di imporre al presidente del consiglio Carneade Conte a al Capo di quell’Armata Brancaleone di fascistelli in erba dei grillisti che condividono con lui la responsabilità di governo.
Fa rabbrividire ascoltare Carneade Conte affermare che non si possono schedare gli zingari solo perché anticostituzionale e non perché è un’aberrazione.
E ancor di più fa rabbrividire il clima mefitico che sta montando on e off line mercé il falsario Salvini che con la continua esposizione di teorie e auspicate prassi razziste e nazistoidi presentate sotto le mentite spoglie del presunto sovranismo (d’altra parte perché stupirsi? Non era forse il consigliere comunale di Milano Matteo Salvini che, anni fa, propose di differenziare i posti a sedere nei mezzi pubblici tra italiani ed extracomunitari, preferibilmente neri?), sta avvelenando il Paese mettendolo, al minimo, a rischio orbanizzazione.
Occorre rendersene conto prima che sia troppo tardi.

Emanuele Pecheux